About arzyncampo

14 febbraio 1954, bassa pianura emiliana, Fiorenzuola d'Arda, quell'era le debut. Oggi vivo e lavoro a Piacenza. Giornalista pubblicista, il destino ha voluto mi impegnassi in tuttaltro campo, al servizio dei cittadini nella sanità pubblica. Tuttavia scrivere, per me, é vitale, divertente, essenziale, un mezzo per esprimere la mia presenza nel mondo e dir la mia. Così dal giornalismo sono passato, per passione e non per lavoro, alla poesia, alla narrativa, ai resoconti, agli appunti ovunque e su tutto, fino alla scoperta del blog. Basta scrivere, appunto, per dire di aver qualcosa da dire alla gente di questo nostro mondo. Fin quando avrò una penna, ci sarò.

Domenica 19 a Castell’Arquato incontro con la poesia di Rimond e lo zoo di sassi di Carla Delmiglio

Proseguono gli incontri letterari domenicali a Castell’Arquato. Domenica 19 Enzo Latronico presenta il libro (LIR edizioni) realizzato con Cristina Balteri dedicato a Agostino Vincini detto Rimond, poeta dialettale lugagnanese vincitore tra l’altro di una medaglia d’oro al Premio Valente Faustini nel 1971 e del Microfono d’argento conferito dalla RAI. Previsto l’intervento del dialettologo Andrea Bergonzi oltre alla lettura di poesie da parte di Gabriella Vincini.

Agostino nasce a Lugagnano Val d’Arda nel 1913 e per volere del padre che lo sognava missionario entra giovanissimo tra gli Scalabriniani dedicandosi allo studio del latino e delle lettere, di filosofia e teologia. A seguito dell’esplosione di un ordigno bellico mentre si trova in monastero perde parte della mano destra e non potendo più essere ordinato sacerdote torna a casa dove conduce una vita dissoluta.

Dopo qualche anno sempre per volere del padre sposa Giuseppina Vedovelli detta Rosa e dall’unione nascono nove figli. Durante il secondo conflitto mondiale insegna latino ai figli degli ufficiali dell’arsenale militare ma, finita la guerra, dissipate le risorse economiche, fa l’imbianchino.

Animo tormetato, con la passione del buon vino e del gioco, ha vissuto la sua vita  in paese, tra Morfasso, Vernasca, Lugagnano (dove si è occupato per diversi anni del teatro ed ha realizzato carri allegorici in occasione del carnevale) dove peraltro ha ricevuto visita da personaggi come Giorgio Almirante, Osvaldo Barbieri Bot, Egidio Carella, Gino Bartali.

Grande fumatore, ci ha lasciati per malattia il 26 dicembre 1971 a 57 anni.

A seguire Claudio Arzani introduce l’arte e le opere in esposizione di Carla Delmiglio, artista e nel contempo poetessa autrice dello “Zoo dei sassi dipinti alla confluenza dell’Aveto e del Trebbia a Confiente.

Carla, d’estate, cerca nel greto del fiume e trova sassi che trasforma in animali: pesci, balene, gamberi, ma anche gatti, cavalli, gufi, panda, coccinelle portafortuna, lumache, pappagalli, rane, oppure spinosi cactus o ancora prelibati funghi capaci di stuzzicare il palato. Il tutto diventa un vero e proprio zoo a disposizione dei bambini per una giornata di giochi e di divertimento.

E alla fine della stagione? Con l’arrivo dell’inverno il fiume s’ingrossa, l’acqua riprende ciò che è suo, la balena come tutti i pesci nuotano verso il mondo altro, forse verso l’isola che non c’è.

Fino alla primavera successiva, quando Carla ricomincia e per i bambini di nuovo si aprono i cancelli dello zoo e ritorna l’ora dei giochi nel suggestivo scenario di quella valle che, come si racconta, tal Ernest Hemingwey ha definito la Valle più bella del mondo.  

“Ombre del focolare”, lirica di Germana Sandalo, poeta in Piacenza

Cottura del pane, olio su tela di Jean-Francois Millet

Coglievi dal fior di grano
le sementi d’oro
dai vespri fumosi dell’estate
la tua stanchezza.
 
Confondevi tra le zolle
il sudore e la forza
la fronte china
i figli tra le braccia.
 
Ombre del focolare
dall’altare di fuoco
saliva – rosse braci –
il quotidiano sacrificio.
 
Spezzavi l’umile pane
a ognuno davi, fumante,
con le ruvide mani
il cibo benedetto.

Ritorno da lavoro nei campi, olio su tela di Claudio Domenic

Germana Sandalo è nata a Piacenza dove vive. Negli anni ’60 ha collaborato con vari scritti alle riviste “L’Arca” e “Calabria letteraria”. Dal ’63 al ’70 circa pubblica di frequente articoli di moda, libri, cronaca, viaggi su “La settimana di Piacenza”. Dal 1985 si dedica a tempo pieno alla poesia, al disegno, alla pittura. Ha tenuto alcune mostre collettive e retrospettive sia di disegni a china in bianco e nero, sia di lavoro ad olio. Nel 1989 pubblica “Graffiti Piacentini” accompagnato da suoi disegni. Nel 1991 esce il libro “Io, Veleja, epitaffi e profili di persone, cose e luoghi” (Ed. Farnesiana). Una sua raccolta di poesie “L’ultima Cittadella”, in cui appaiono diversi suoi disegni, esce con le Edizioni Pontegobbo. Un suo libro di liriche è dato alle stampe nel 1997 dalla Casa editrice Book Editore con il titolo “Sentieri d’erba” dal quale è tratta ‘Ombre del focolare’.

 

“Ciò che ci lega: un film, forse due”, a cura di Carmelo Sciascia

Fare il vino non è impresa facile, richiede tempo, preparazione, impegno, credo sia una convinzione condivisa e condivisibile. Ma prima di parlare di vino si dovrebbe pensare all’uva e prima ancora alla pianta che la genera: il vigneto. Impiantare una vigna è stato il sogno di tante generazioni passate, per tanto tempo.
Ricordo che quando mio padre impiantò alcune centinaia di piantine si sentì completamente realizzato.
Realizzare un vigneto, seppur di piccole dimensioni era importante, voleva dire avere la possibilità di sopravvivere per più anni senza tener conto di quella proprietà, di quel terreno. Rappresentava più che un salto sociale, vedere realizzate le proprie aspirazioni di campagnuolo.
Lunghe le procedure per giungere alla piena produzione, anni di attesa. Dissodare il terreno, un’aratura profonda, una pulizia del terreno da pietre e residui arborei, la collocazione dei sostegni, la messa a dimora delle piantine, l’innesto delle stesse e via via di seguito finché la vite desse abbondanti grappoli, una quantità tale da essere portata al palmento dove l’uva pigiata da pesanti scarponi poteva essere trasformata in mosto.
Oggi, qualcosa sarà cambiato, ma io della vigna ho questo ricordo, ricordi del passato millennio. Lunghi tempi di attesa, anni di fatiche.
Deriverà da questi ricordi se nutro nei riguardi del vino un particolare riguardo, una attenzione quasi sacrale. O sarà perché da chierichetto dovevo fare parecchia attenzione nel porgere al prete l’ampolla contenete il vino per la transustanziazione durante la celebrazione eucaristica. Sembra, che nella ritualità di questo gesto, l’ufficialità della Chiesa venga a coincidere con quella di tantissimi frequentatori di taverne, di bettole, di semplici mescite di vino: “Il vino deve essere naturale, del frutto della vite e non alterato” (Diritto Canonico: Canone 924, paragrafo 3).
Molti come me sarebbero disposti a sottoscrivere l’affermazione del regista Cédric Klapisch: “Per me, il vino è mio padre. Conosco il vino attraverso mio padre…”. Credo sia stata questa ferma convinzione a persuadere il regista francese ha girare un film come “Ritorno in Borgogna”. Il film narra di una regione nel cuore della Francia, la Borgogna, dei suoi vigneti, delle colline, delle mutevoli stagioni e della poesia che ne deriva. La famiglia di Meursault, di questo paese della Borgogna che con il vino ha avuto ed avrà a che fare, dei ritrovati sentimenti dei tre fratelli, che alla morte del padre si trovano a dovere gestire l’intera proprietà, credo siano tutti elementi secondari, comparse. L’attore principale, il migliore attore del film è il vino, insieme alla terra ed ai vigneti che lo generano. Rimanere nella terra paterna, ritornare alle origine della propria cultura contadina questo è ciò che lega i tre fratelli, non a caso questo concetto è bene espresso dal titolo originale: “Ce qui nous lie”, ciò che ci lega.
Le colline francesi appaiono ricamate come certi lavori all’uncinetto delle nonne, i filari sembrano ornare il terreno: non lo sfruttano, gli fanno compagnia, lo accarezzano, lo completano. Il trascorso capodanno essendomi recato a Bordeaux, nella Gironda, restai meravigliato nel vedere filari di vite, perfino all’aeroporto di Mérignac.
Nella stessa settimana, ho avuto il piacere di assistere ad un altro film che di vino e di vigneti trattava.
Finché c’è prosecco c’è speranza” un’opera prima di Antonio Padovan, dall’omonimo libro di Fulvio Ervas, film girato nelle colline di Treviso, le colline del prosecco, tra le ville ed i borghi immersi nella splendida campagna veneta. Anche qui le colline appaiono come un ricco ricamo, “i filari sembrano ornare il terreno: non lo sfruttano, gli fanno compagnia, lo accarezzano, lo completano”. C’è un personaggio, il facoltoso Conte Desiderio Ancillotto che pur rimanendo poco sulla scena, prolunga come una lunga ombra, la sua presenza per tutta la durata del film. Tutto questo perché, come vuole la migliore tradizione contadina, bisogna sapere rispettare la terra ed il Conte sa, che per fare buon vino, bisogna amare la propria terra.
Erano i giovani nel film francese ad accusare il vicino di avvelenare i vigneti usando prodotti nocivi. I giovani che prendono coscienza di una tradizione che deve essere rispettata se si vuole continuare a fare una buona e sana produzione. Due film uniscono due generazioni: i giovani ereditieri francesi ed il maturo facoltoso nobile veneto. I vecchi ed i giovani che smentiscono la scontata contrapposizione ideologica tra generazioni. Un buon film esula dal genere, tant’è che come in questo caso possono andare a braccetto la “commedia” ed il “giallo”, importante contengano frammenti della nostra esistenza, della vita tout court.
È una commedia con un bel finale questo Ritorno in Borgogna, dove i rapporti parentali ed i sentimenti, maturano come il vino, lentamente; la Francia non è l’Australia, dove tutto avviene e si consuma velocemente.
Diciamo che il genere, così attuale nella produzione letteraria contemporanea del giallo poliziesco, ha una solida figura di riferimento nel poliziotto Stucky- Battiston che sa indagare nella giusta direzione perché i colpevoli alla fine saranno smascherati. Sono i proprietari di un cementificio che ha ammorbato l’aria, la campagna e tutto quanto era possibile avvelenare. Aveva visto giusto il vecchio conte Desiderio Ancillotto!
Al di là comunque di qualsiasi trama, avere visto i due film quasi in contemporanea, è stato come avere partecipato ad un brindisi, con, da una parte un buon vino francese e dall’altra un prosecco veneto.
Anche noi a Piacenza potremmo brindare, in fin dei conti, abbiamo problemi simili ai cugini francesi come abbiamo gli stessi problemi dei compatrioti veneti, ed in quanto a vini credo potrebbero bastare i nostri: un buon Gutturnio per chi ama i rossi, un frizzante Ortrugo per gli amanti del bianco.
Prosit: ai vecchi, ai giovani!
Carmelo Sciascia

“Ma chi era in realtà Mata Hari?”, se lo chiede Davide Scarpa, direttore del Museo delle Case di Tolleranza

Importante ‘new entry’ al Museo delle Case di Tolleranza. Una cartolina dei primi del ‘900 raffigurante una giovanissima (e bellissima) Mata Hari.

MA CHI ERA IN REALTÀ MATA HARI?…Una donna sfortunata, che si è reinventata in tarda età (trent’anni suonati…) , come danzatrice nel mondo dello spettacolo? Un’arrivista sociale bellissima, che sposò un terribile uomo ricco? Una donna “maltrattata” che ebbe il coraggio di scappare? Una persona che non si fece scrupoli in chi frequentare per farsi “mantenere”? Un’agente segreto, o una spia? Un capro espiatorio, o un grossolano errore giudiziario? Forse non fu nessuna di tutte queste cose, chissà, di sicuro aveva un talento, ed una intelligenza, fuori dal comune… da renderla eterna, nell’immaginario collettivo!

Per chi volesse approfondire, clicchi qui.

“Ma le scorie radioattive dove le metto, non si sa. A Caorso non c’è posto, non c’è posto per carità”

Ai primi di maggio ho partecipato alla visita promossa da Sogin alla Centrale nucleare di Caorso destinata, come veniva annunciato, a diventare un ‘green field‘, ovvero ad essere smantellata e sostituita da un ecologico ‘prato verde’ entro il 2030. Niente altro che pie illusioni, secondo un articolo pubblicato dal quotidiano Libertà lo scorso 30 ottobre.

Premessa per il decommissioning (smantellamento e bonifica), infatti, sarebbe la realizzazione del Deposito Unico Nazionale che possa accogliere le scorie radioattive di Caorso e delle altre centrali nucleari italiane in dismissione (si parla di rifiuti di bassa e media radioattività da conservare per un periodo di almeno 300 anni e di rifiuti al alta radioattività da conservare per 50 anni e successivamente da collocare in un deposito geologico da individuare attraverso accordi internazionali).

Purtroppo la Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente idonee ad ospitare il Deposito Nazionale è in attesa di pubblicazione dal 2015 e non abbiamo traccia di un governo che abbia il coraggio della concreta individuazione del luogo dove avviarne la realizzazione (che comunque richiederà un periodo non inferiore ai 10 anni ovvero ipotizzando con ottimismo si parla del 2027).

Problema non da poco considerato che attualmente Caorso ‘ospita’ 2.450 metri cubi di rifiuti radioattivi contenuti in 10mila fusti che stanno completamente esaurendo la disponibilità dei depositi presenti nell’area della Centrale. Buona parte di questi fusti (quelli contenenti resine dovute al ciclo di funzionamento dell’impianto) come annunciato nel 2016 dovevano partire verso la Slovacchia per il trattamento che li renda conferibili (all’inesistente) Deposito Nazionale peraltro ad un costo stratosferico. Purtroppo la società alla quale Sogin ha affidato l’incarico deve ancora costruire l’impianto pre-trattamento rifiuti per cui non solo la data del 2016 è diventata semplice favola ma non si può prevedere nessuna data.

Il risultato di tutto questo è che di decommissioning, ovvero di concreta attività di samntellamento e di percorso verso il ‘prato verde’ da concludere entro il 2030 non se ne può più parlare: l’intervento infatti produrrebbe rifiuti da collocare in luogo idoneo che non c’è e comunque i depositi esistenti a Caorso (che comunque andrebbero ristrutturati) non sono utilizzabili essendo completamente occupati dai 10mila fusti presenti.

Ma non basta: la giornalista (Paola Romanini), a confronto con Sandro Fabbri, fisico esperto di radioattività, ha evidenziato un altro aspetto fondamentale.

Le barre di uranio partite destinazione Francia e Inghilterra, nel 2025 dovrebbero ritornare e dove metterle se il Deposito Nazionale non esiste e i depositi caorsani sono saturi?

La centrale nucleare di Caorso

 

 

“Per essere poeti”, lirica di Pier Paolo Pasolini proposta da Francesco De Girolamo

Per essere poeti, bisogna avere molto tempo:
ore e ore di solitudini sono il solo modo
perché si formi qualcosa, che è forza, abbandono,
vizio, libertà, per dare stile al caos.
Io tempo ormai ne ho poco: per colpa della morte
che viene avanti, al tramonto della gioventù.
Ma per colpa anche di questo nostro mondo umano,
che ai poveri toglie il pane, ai poeti la pace.

Considerazioni di Carmelo Sciascia su “Accadde all’alba” di Silvano Messina

La nostra storia, la vita di ognuno di noi come la storia degli italiani tutti, volente o nolente, è storia della Chiesa. La religiosità è implicita in tutto il percorso della storia dell’arte, nell’architettura, nel pensiero e nelle coscienze, la si riceve col latte materno e nonostante i tanti rigurgiti (infantili o in età matura) rimane nel nostro sangue. La letteratura, le storie di cui si compone la letteratura, ci parlano di credenze. Manzoni, ad esempio, come massima espressione letteraria del romanzo in lingua italiana, ne è stato e ne rimane il simbolo.
In tempi a noi più prossimi possiamo ricordare “Il nome della rosa” del semiologo Umberto Eco. Un’opera che parla di religione, ambientata in un monastero benedettino nel 1327, dove si miscelano bene tutti gli ingredienti del pensiero filosofico e teologico del tempo. Un romanzo storico esemplare. Un giallo storico. Il libro di Eco mi è tornato in mente continuamente durante tutta la lettura di un altro libro edito quest’anno da Edizioni La Zisa di Silvano Messina dal titolo “Accadde all’alba”.
Il rapporto, della casa editrice e dell’autore di quest’opera, con l’altra precedentemente menzionata di Umberto Eco, è nella notorietà e credo lo sarà nelle vendite, inversamente proporzionale. Ma quante sono le opere cosiddette minori –tra queste sicuramente, anche le mie- che attendono ancora di essere studiate, valutate o rivalutate? Infinite. Obtorto collo: teniamo presente che senza di esse non ci sarebbero i cosiddetti capolavori, non ci sarebbe semplicemente né letteratura, né storia dell’arte!
Silvano Messina prende a pretesto un fatto di cronaca nera: l’uccisione nel 1622 del conte Girolamo II, del Casato dei Del Carretto, Signori di Racalmuto, feudo di quattromila anime posto allora in Val di Mazzara, libero comune di ottomila abitanti oggi in provincia di Agrigento.
È un pretesto, in realtà il libro è un affresco della vita feudale in un borgo del seicento siciliano, dove accanto all’autorità nobiliare iniziava a prendere piede una certa autonomia politica: l’Universitas.
Non a caso il sottotitolo dell’opera testualmente riporta: “Nella Sicilia feudale del Seicento primi cenni di modernità”. I fatti narrati sono contrariamente a quanto promesso dal cartiglio dello stemma comunale di Racalmuto “nel silenzio mi fortificai”, molto rumorosi. L’Autore presenta l’opera con il richiamo alle fonti: il Calogero Taverna de “La Signoria Racalmutese dei Del Carretto” e la tradizione orale della “Vox Populi”.
Ogni rappresentazione che si rispetti ha dei protagonisti, principali o meno che siano, così anche noi, tra i principali, annoveriamo: Girolamo II Del Carretto e la sua nobile famiglia, il giudice Pedro Enriquez de Guzman, il padre agostiniano Evodio della famiglia Paramo. Un altro componente della famiglia Paramo faceva parte della Congregatio pro doctrina fidei. Secondo le regole aristoteliche, si potrebbe dire che l’unità di luogo ci è dato dal borgo di Rahalmuto (da Rahal-maut, araba denominazione del paese), l’unità di tempo: dall’alba del primo maggio del 1622 (uccisione del Conte) al 1625 (testimonianza di Donna Beatrice al processo dell’Inquisizione per “sollecitatio ad turpia” del religioso Evodio), ed infine l’azione che, come ci suggerisce lo stesso Aristotele, può essere anche un’epopea e come tale illimitata nel tempo. L’azione nel nostro caso è concettualmente espressa nella ricerca del colpevole, di chi ha commesso l’assassinio materialmente e di chi ne è stato il mandante. È la ricerca, non tanto dell’esecutore materiale dei tanti fatti delittuosi, quanto dei mandanti. Sappiamo ancora oggi quanto essere lunga e difficile, tanto da potersi definire epica, la ricerca dei mandanti. È consuetudine infatti che le indagini si arenino subito dopo avere trovato gli esecutori materiali dei delitti, questo avveniva in epoche lontane come in età a noi contemporanee.
E qui rientriamo nel filone del libro giallo. Il libro giallo ha nobili antenati, noi per vicinanza temporale e locale, richiamiamo il compaesano Leonardo Sciascia. E più precisamente “Il giorno della civetta”. Il racconto della storia di questo libro è introdotta dalla scena di un omicidio: Salvatore Colasberna, presidente di una piccola impresa edilizia chiamata Santa Fara, viene ucciso in piazza Garibaldi, la piazza principale del paese, mentre sale su un autobus.
Lo stesso avviene per il libro del Messina che inizia con la scena di un omicidio: il conte Girolamo II viene ucciso mentre si affaccia dal balcone del suo castello. Semplice coincidenze letterarie.
Gli omicidi però continuano, in un crescendo di inquietante curiosità il lettore segue gli sviluppi delle indagini condotte con scrupolosa coscienza dal giudice, inviato da Palermo, su richiesta dei Del Carretto, Pedro Enriquez de Guzman.
I delitti continuano. Nell’opera di Leonardo Sciascia, dall’omicidio iniziale de “Il giorno della civetta”, giungiamo a “Il Contesto”. In questo libro la trama è diversa che in altre opere del Maestro di Racalmuto ed è costellata da numerosi ed oscuri delitti. Dal singolo omicidio mafioso con cui prende avvio “Il giorno della civetta” si giunge alla molteplicità di oscuri delitti politici con cui termina “Il contesto”.
Ed è la stessa aria che si respira in “Accadde all’alba”. L’elemento politico, il contrasto tra poteri forti, prende il sopravvento sull’omicidio d’onore, il tanto discusso e noto principio dello “ius primae noctis”!
L’evoluzione concettuale delle due opere di Sciascia la troviamo così condensata in quest’unica opera.
Ci sono qua e là delle frasi dialettali, il linguaggio è comunque lontano da quel “vigatese” colorito e forbito di Andrea Camilleri. Le espressioni servono in questo caso a tenerci ancorati al territorio, sono una sottolineatura linguistica, come le frasi latine del già citato romanzo di Eco “In nome della rosa”. Niente di più, niente di meno. Così come il giudice Pedro Enriquez de Guzman nulla ha da invidiare al frate francescano inglese, Guglielmo da Baskerville, tranne che l’essere privo del suo allievo Adso da Melk.
E sempre di religione e di frati si torna a parlare. Diciamo che con “Accadde all’alba”, la partita a Racalmuto tra frati buoni e frati furfanti, finisce in pareggio. Tant’è che da una parte abbiamo presente Fra’ Diego La Matina, un frate di “tenace concetto” come lo definisce Leonardo Sciascia e di cui ci aveva già fatto conoscere le gesta Luigi Natoli, eretico condannato al rogo dalla Santa Inquisizione (unico ad avere ucciso il proprio Inquisitore), dall’altra adesso abbiamo frate Evodio, anch’egli eretico ma non un uomo di tenace concetto, quanto un persuasore di consessi carnali, un rampante della politica di quel tempo. Coincidenze: stesso ordine religioso, sono entrambi agostiniani, medesimo il convento di San Giuliano, li accomuna un delitto d’onore (o presunto tale), e poi una data il 1622. Ma qui, ci vorrebbe l’intervento di Giuseppe Balsamo alias Cagliostro per spiegarcelo: Fra’ Diego La Matina nasce l’anno in cui viene assassinato il Conte Girolamo II Del Carretto, cioè proprio il 1622!
Rimandi e coincidenze sono le trame con cui è intessuta la storia, la storia di un Paese, di uno Stato e di un semplice Borgo. Rimandi e coincidenze sono i corsi e ricorsi del nostro Gian Battista Vigo, l’eterno ritorno dell’uguale di nietzschiana memoria, o più semplicemente il serpente che si morde la coda come è ben rappresentato dall’Uroboro.
Così è. Se vi pare.
Carmelo Sciascia

“Rivivi il Medioevo”, omaggio a Castell’Arquato (video Associazione Terre Piacentine)

Omaggio alla bellezza di Castell’Arquato, splendido borgo medioevale che fa da cornice alla più importante rievocazione medievale Italiana giunta alla sua decima edizione. RIVIVI IL MEDIOEVO è curata nei minimi dettagli dalla Pro loco di Castell’Arquato con l’indispensabile collaborazione della Scuola d’arme Gens Innominabilis. Promo realizzato grazie alle competenze filmiche di Bruno Agosti, Angelo Marchetta, Luigi Santi,Cinzia Paraboschi e Valter Sirosi dell”Associazione Culturale Terre Piacentine.

 

“Alpini 1918, luogo qualunque tra le valli alpine”, lirica di Claudio Arzani in lettura a Castell’Arquato

‘Alpini 1918’ fa parte della pièce teatrale che verrà proposta oggi, alle 18.15 circa, a Castell’Arquato. Ne darà lettura Dalila Ciavattini. La lirica, va ricordato, nel 2015 fu premiata al concorso organizzato da ‘Hostaria delle Immagini’ a Cortemaggiore a ricordo dei cento anni dalla Grande Guerra

I soldati venuti da lontano
alla sera nella valle alla taverna
bevono, cantano, si ubriacano,
nella taverna i soldati ballano.
 
Musica, vino e nella mente
la ragazza lasciata a casa,
nella grande stanza alla taverna
grolla, caffè caldo e molta grappa.
 
Redio arriva dalla bassa della pianura
da maestro suona l’organetto,
con un chiodo pulisce i denti,
Romagna mia, suona di nostalgia.
 
Musica, vino e la ragazza bionda
i soldati la penna sul cappello
si sfidano a sorsi di Latte di suocera,
chi più ne beve vince niente.
 
I soldati la penna sul cappello
sognano Trento, la mamma e la ragazza
la ragazza con la larga gonna
ricamata dei fiori dei prati.
 
I ragazzi la penna sul cappello,
lasciano al muro fucile e baionetta,
ballano, musica, vino e grappa,
sul petto la foto della ragazza mora.
 
Gira la grolla di mano in mano,
cantano i soldati del sole di Napoli,
di mano in mano la bottiglia di vino,
sognano la ragazza vestita di blu.
 
Ballano allegri tutti i soldati
che nell’aia si sono spostati
tuono del cannone, fuggono gli storni,
nella taverna non c’era più nessuno.
 
Sulle macerie di quella taverna
grolla senza grappa senza caffè,
i ragazzi dismessi armi ed elmetti,
son tornati a far crescere il grano.

Soldati al fronte, olio su tela di Stefano Valvassori

 

“Vivien e Merlino”, omaggio all’arte di Julia Margaret Cameron, fotografa d’ispirazione preraffaellita

Julia Margaret Cameron (Calcutta, 11 giugno 1815 – Ceylon, 26 gennaio 1879) è stata una fotografa inglese, esponente del pittoricismo.

Era la figlia di James Pattle, un ufficiale inglese della British East India Company, e di Adeline de l’Etang, figlia di aristocratici francesi. Visse in Francia sino al 1838, quindi tornò in India per sposare Charles Hay Cameron. Si trasferì a Londra nel 1848 quando il marito si ritirò dagli affari. Nel 1860 la famiglia Cameron acquistò una proprietà nell’Isola di Wight dopo aver visitato la tenuta del poeta Alfred Lord Tennyson. La proprietà venne chiamata Dimbola Lodge ed ospita tuttora un museo e una mostra fotografica della Cameron.

La passione per la fotografia nacque solo nel 1863, quando ricevette in regalo una fotocamera dalla figlia Julia. L’attività fotografica conquistò la Cameron che praticò principalmente il ritratto e la rappresentazione allegorica di racconti e romanzi.

Le sue immagini incorporano l’atmosfera sognante dell’epoca vittoriana, il leggero “fuori fuoco” restituisce eterei ritratti di bambini e di donne immerse nella natura.

Sussurro della musa