About arzyncampo

14 febbraio 1954, bassa pianura emiliana, Fiorenzuola d'Arda, quell'era le debut. Oggi vivo e lavoro a Piacenza. Giornalista pubblicista, il destino ha voluto mi impegnassi in tuttaltro campo, al servizio dei cittadini nella sanità pubblica. Tuttavia scrivere, per me, é vitale, divertente, essenziale, un mezzo per esprimere la mia presenza nel mondo e dir la mia. Così dal giornalismo sono passato, per passione e non per lavoro, alla poesia, alla narrativa, ai resoconti, agli appunti ovunque e su tutto, fino alla scoperta del blog. Basta scrivere, appunto, per dire di aver qualcosa da dire alla gente di questo nostro mondo. Fin quando avrò una penna, ci sarò.

“La polveriera di S.Giuseppe (ovvero due ragazzi sul campanile di Sant’Anna)”, lirica di Germana Sandalo a ricordo dell’esplosione della polveriera Pertite a Piacenza l’8 agosto 1940

8 agosto 1940: i ragazzi che salirono sul campanile di S.Anna e che solo dopo molto tempo raccontarono la loro prodezza, erano poco più che decenni e lo fecero all’insaputa dei genitori e del curato. [ Nota: il ricordo e la lirica sono ripresi dal volume ‘Graffiti piacentini e altre cose’ pubblicato per i tipi dell’Editrice Farnesiana nel dicembre 1990 ]

Ancor oggi
Giorgio si chiede
chi dei due ebbe fulminea,
l’idea di correre lassù ai primi
scoppi e salire
fino all’ultimo, i ripidi
gradini del campanile:
Un rigoglio di fuochi artificiali
che non attesero notte per fiorire.
E nascondersi
dietro le colonne
e tapparsi gli orecchi quando
lo sguardo all’orizzonte intuiva
il boato.
Cinque secondi per sentire
antichi mattoni tremare sotto i piedi
e il successivo espandersi di nubi
sovrapposte,
di purpurei e d’aranci, di violetti
e di gialli e gli archi sibilanti
degli spezzoni, una magia
di guerra.
E quei due, apprendisti
stregoni di un’opera micidale
non erano forse un pò tutti noi,
o non avremmo voluto esserlo?

La lirica della Sandalo è dedicata alla Pertite, ovvero lo stabilimento militare piacentino tristemente famoso poiché l’8 agosto 1940 fu teatro di una violentissima esplosione alle 14:42 che causò 47 morti e 795 feriti tra ricoverati in ospedale e assistiti in ambulatorio.
Racconta la signora Maria Luisa Gabbiani, che nella esplosione ha perso il padre: “C’erano fiamme altissime, il fuoco arrivava al cielo e nella città c’era il panico“. La lirica di Germana Sandalo evidenzia di come, agli occhi di due intraprendenti ed inconsapevoli ragazzini, una grande tragedia che ha funestato la storia della città potesse diventare uno sfolgorante spettacolo di luci, “una magia di guerra“.
La cronaca dell’epoca non riuscì a far chiarezza su quanto avvenne, e ancora oggi non sappiamo se si trattò di un incidente o di un attentato ai danni di un Paese che si affacciava ad una guerra inutile e sconsiderata. Per leggere un approfondimento di Stefano Pareti, clicca qui.

Salvador Allende e l’11 Settembre 1973 nei ricordi di Bettino Craxi

Di seguito l’articolo di Filippo Bovo in memoria di Salvador Allende pubblicato in www.opinione-pubblica.com

Nel 1970 Salvador Allende, a capo della coalizione di Unidad Popular, vinse le elezioni e divenne Presidente del Cile, dando immediatamente inizio alla cosiddetta “Via cilena al Socialismo”, che prevedeva una pacifica transizione del paese al socialismo usando strumenti democratici e parlamentari. La posta in gioco era molto alta: dovevano essere nazionalizzate le principali industrie del paese, in particolari quelle dedite all’estrazione e alla lavorazione del rame, in gran parte a guida statunitense; bisognava poi riformare il sistema scolastico e quello sanitario, anche in questo organizzandoli sotto il controllo dello Stato; infine si doveva procedere alla riforma agraria, spezzando il latifondo ereditato dal colonialismo spagnolo e dal neocolonialismo statunitense, e creare nuovo lavoro attraverso un vasto piano di lavori pubblici.

 Malgrado i forti boicottaggi operati fin da subito dai latifondisti, dalla Chiesa Cattolica e dall’estrema destra incarnata dal Partito Nazionale, in ogni caso coadiuvato dalla locale Democrazia Cristiana, i risultati che Allende s’era prefissato vennero raggiunti in breve tempo: già dopo un anno il Cile poteva vantare una forte crescita industriale, l’aumento del PIL, ed il declino dell’inflazione e della disoccupazione. In aggiunta a tutto ciò, nel 1970 e nel 1971 Allende rialzò anche più volte i salari.

Ma, a partire dal 1972, si registrò una nuova e letale offensiva economica da parte del mercato borsistico verso il Cile di Allende. L’inflazione riprese a salire, vorticosamente, mentre malgrado l’ordine governativo di calmierare i prezzi dei vari prodotti, soprattutto quelli di prima necessità, si registrava il ritorno della borsa nera. Il Cile d’allora dipendeva in gran parte dall’esportazione del rame per le sue entrate, e gli Stati Uniti le avevano in larghissima parte bloccate. Il fatto di non aver altre fonti d’approvigionamento, per così dire compensative, per la propria economia, lasciò di fatto il Cile a secco di capitali paralizzandone quindi la vita economica: fateci caso, è quello che sta avvenendo oggi col Venezuela, col crollo del prezzo del petrolio da cui dipende in via quasi esclusiva e che anche in questo caso è stato provocato dagli Stati Uniti.

Così a partire dal 1972 si susseguirono ondate di scioperi, molto spesso organizzati da formazioni politiche e sindacali legate a Washington, che paralizzarono la vita del paese. Partito Nazionale e della Democrazia Cristiana diedero vita al Movimento Gremialista, che presto divenne un vero e proprio movimento di massa forte in particolare fra i ceti borghesi, ma dotato anche di una significativa componente sindacale tra i minatori e i trasportatori. Insieme ad esso agiva il gruppo Patria y Libertad, finanziato direttamente dalla CIA, che al pari della AAA in Argentina agiva da movimento extraparlamentare dell’estrema destra dedito a violenze e soprusi contro i sostenitori e i membri del governo Allende. Per blindare il governo, Allende dovette accettare che il capo dell’esercito, il Generale Carlos Prats, divenisse dapprima Ministro degli Interni e quindi Vicepresidente. Con tutto ciò, alle elezioni parlamentari d’inizio 1973 la coalizione di Unidad Popular aumentò i propri voti registrando una crescita importante: anche questo ricorda molto da vicino certe dinamiche venezuelane. Prats venne allontanato e sostituito da Augusto Pinochet a seguito di un primo, fallimentare tentativo di golpe.

Il paese marciava ormai apertamente incontro ad una grave crisi costituzionale. L’11 settembre 1973 avvenne ciò che ormai è entrato nella memoria di molti: i caccia dell’esercito cileno, su ordine del Generale Pinochet, bombardarono il Palazzo de La Moneda, sede della Presidenza, dove Allende tenne un ultimo e disperato discorso d’incoraggiamento al proprio popolo. Secondo le ricostruzioni ufficiali Allende s’uccise sparandosi sotto il mento con un mitra che gli era stato donato da Fidel Castro, ma a quanto pare sarebbe stato ucciso dagli uomini di Pinochet entrati nel palazzo, mentre tentava un’estrema e coraggiosa resistenza. Come ultima beffa, per infangare la memoria di Allende, gli sgherri foderarono il suo studio di riviste pornografiche, per far credere al mondo intero che fosse un pervertito.

Lo Stadio Nazionale fu trasformato in un enorme campo di concentramento provvisorio dov’erano raccolte migliaia di oppositori alla Giunta via via catturati ed in cui avvenivano torture, interrogatori violentissimi e stupri da parte dei militari addetti alla sorveglianza. Approssimativamente 130mila persone vennero arrestate nei tre anni seguenti, ed il numero di desaparecidos o scomparsi raggiunse le migliaia nel giro di pochi mesi. Moltissime persone furono uccise: alcune vennero lanciate dagli aerei in stato semicomatoso, altre scomparvero nel nulla. Un rapporto recente conta in totale per il periodo 1973 – 1988 più di 40.000 vittime e 600.000 sequestri temporanei con sistematica violazione dei diritti umani. Accertato è anche il rapimento di molti bambini di famiglie che avevano appoggiato Unidad Popular, affidati a sostenitori del regime. Molti di loro avrebbero scoperto solo da adulti la verità sui loro genitori, sia naturali che adottivi.

La Giunta di Pinochet, appena insediatasi, iniziò immediatamente a disfare tutto il lavoro sociale e politico di Allende, introducendo nel paese un vero e proprio “capitalismo da legge della giungla”: delegò il proprio programma economico, infatti, ai giovani “tecnici” cileni formatisi all’Università di Chicago, noti ai più come i Chicago Boys, fortemente influenzati dalle dottrine neoliberiste dell’economista Milton Friedman: privatizzazione, taglio della spesa pubblica e legislazione anti-sindacale erano le loro parole d’ordine. Per le classi cilene più deboli fu l’inizio della fine.

La lotta contro la barbarie portata dal regime di Pinochet non ebbe comunque termine. Grande fu, per esempio, il sostegno portato dal PSI di Bettino Craxi ai compagni cileni, spesso ospitati in Italia a spese del partito, oppure finanziati in Cile sottobanco per continuare la loro resistenza. Come chiosa finale di quest’articolo, pubblichiamo volentieri un appunto scritto di proprio pugno da Craxi nel dicembre del 1998, e rinvenuto ad Hammamet, dove il leader socialista ricorda il proprio viaggio nel Cile appena caduto nelle mani del sanguinario dittatore Pinochet, fra la fine di settembre e l’inizio dell’ottobre del 1973. La preziosa testimonianza è stata pubblicata, dietro gentile concessione della Fondazione Craxi, anche da “Il Giornale” nel 2013.

Bettino Craxi visita la tomba di Salvador Allende, vigilata dai militari, pochi giorni dopo il golpe di Pinochet (1973)

“Di buon mattino eravamo partiti da Santiago e avevamo raggiunto Viña del Mar che è a un centinaio di chilometri dalla capitale. Eravamo un folto gruppo. Quando arrivammo al cimitero di Santa Ines alla periferia di Viña e dove Allende è sepolto nella tomba della famiglia Grove (i Grove sono i parenti della moglie di Allende) tutto pareva calmo, regolare. Le prime avvisaglie di quello che doveva succedere, si sono avute all’ingresso del cimitero, quando mi rivolsi all’impiegato dicendogli in spagnolo: “Siamo qui per visitare la tomba del presidente Allende”. L’uomo, un giovane, mi guardò come sorpreso, poi abbassò gli occhi senza rispondere. Ho insistito più energicamente, alzando un poco la voce. E lui zitto. Faceva finta di riordinare certe sue carte e non osava alzare lo sguardo. Ho capito che aveva paura.

In quel momento arrivò un ragazzino, un bambino anzi, non avrà avuto più di cinque o sei anni, uno di quei bambini tragici e meravigliosi che si incontrano in tutti i paesi sottosviluppati e che si guadagnano la vita a far da guida agli stranieri davanti alle chiese o ai monumenti o ai bazar o appunto davanti ai cimiteri. Il bambino ci dice: “Vi insegno io dov’è la tomba del presidente”. E così ci incamminiamo lungo un grande viale deserto. Era una giornata splendida e il cimitero di Santa Ines appariva quasi allegro nella luce limpida e fresca del mattino. Questa atmosfera idilliaca durò poco. Avremo fatto sì e no cinquanta passi che si parò davanti a noi un manipolo di “carabineros”, faccia truce e mitra puntati. Io ero in fondo alla fila e sulle prime non mi resi ben conto di cosa stesse succedendo. Quando mi avvicinai udii chiaramente, sinistramente il “clic” della pallottola in canna. Era il più giovane dei soldati che, piantato a gambe larghe, puntava il mitra carico contro di noi. In spagnolo ci ordinò di andarcene. Qualcuno non aveva capito e fece l’atto di proseguire. “Un paso mas y tiro” fu la risposta del militare, la canna del mitra ormai a pochi centimetri da noi. Allora abbiamo deposto i fiori sulla ghiaia del viale, e siamo tornati verso l’uscita. Ho avuto paura? Forse. Ma più che paura era rabbia. Rabbia per il senso di impotenza, un senso di impotenza che mi accompagnò, devo dire, per tutto il tempo in cui sono rimasto in Cile.

Nell’atrio del cimitero trovammo altri soldati e altri mitra. Cominciarono a perquisirci e a sequestrare tutte le macchine fotografiche. L’operatore italiano della Rai si sedette su una tomba e cambiò, con straordinaria rapidità e senza farsi accorgere, il rullino. Poi mi venne vicino e mi disse: “Mi dà una sigaretta, onorevole?”, e poi mi buttò il rullino nel giubbotto. Io mi apersi la camicia e feci girare il rullino sulla schiena. Tutto si svolse così velocemente che i “carabineros” non si accorsero di nulla. Negli uffici del cimitero rimanemmo due ore, sotto strettissima sorveglianza. Nemmeno la pipì ti lasciavano fare senza seguirti. Alla fine ci lasciarono andare.

All’uscita dal cimitero ci fu una scena che mi colpì profondamente. Il quartiere dove si affaccia il cimitero di Santa Ines è un quartiere pieno di vita, come può esserlo un quartiere popolare la mattina. Si vedevano, attraverso le porte aperte, gli uomini intenti al lavoro nelle officine, e le donne sulle porte delle case, e i ragazzi che giocavano. Bene. Tutti quanti sapevano o immaginavano quello che stava succedendo. Avevano visto il corteo delle macchine, avevano visto i militari, avevano visto i gipponi. Ma nessuno si era avvicinato. Non osavano neanche guardarci. Lo facevano solo con la coda dell’occhio stando ben attenti a non farsi vedere dai militari. A un certo punto, io ero già salito in macchina, vidi staccarsi da un portone una donna, una popolana sui quarantacinque anni. Mise la testa nel finestrino e disse tutto di un fiato: “Clemencia por los chilenos en sus Paises”. Chiedete solidarietà per i cileni nei vostri Paesi. Poi si è girata ed è tornata di corsa in casa.

A Santiago vedevo paura e odio. I volti degli abitanti di Santiago erano pallidi di paura e di odio. E non solo nei quartieri bassi, ma anche nel Barrio Alto, nei quartieri ricchi, residenziali. Io non ho visto, come invece scrissero, che i quartieri bene erano imbandierati, allegri, in festa. No, non è vero. Anche fra i ricchi c’era paura e odio. Per ragioni diverse, ovviamente. Perché temevano che la “Junta” potesse essere rovesciata, perché temevano la vendetta dei figli, dei fratelli, dei compagni degli uomini di sinistra che erano stati massacrati e fucilati per le strade di Santiago e in tutto il Cile. Del resto la moglie di un senatore che era al confino all’isola di Dawson, o almeno si presumeva che fosse a Dawson, perché dal giorno del suo arresto non se ne sapeva più nulla, mi disse che fra le “poblaciones” circolavano volantini che dicevano: “Chi colpirà gli uomini di Unità Popolare subirà, prima o poi, vendetta spietata e senza appello”. Perciò i cileni si guardavano tutti, l’un l’altro, con sospetto. Tra tutti i tragici aspetti di una guerra civile, questo è forse il più orribile. Non si può immaginare cosa sia una città, grande come Santiago alle sei e mezzo di sera quando il coprifuoco è fissato per le otto. È tutto un correre, un affannarsi, un fuggi fuggi generale. Vedi passare i pullman, i piccoli pullman zeppi di gente, con le persone a grappoli avvinghiate alle portiere. Sembrava di rivivere certe scene dell’Italia della guerra o dell’immediato dopoguerra.

E nessuno può immaginare, se non l’ha visto con i propri occhi, che cosa sia una città cinque minuti prima del coprifuoco. I pochi passanti che corrono disperatamente, le porte degli alberghi e degli uffici pubblici chiuse a metà, mentre già si sentono i passi delle pattuglie, mitra contro il cielo. Una atmosfera da incubo, allucinante. E poi la notte l’eco degli spari; le grida, i comandi secchi degli ufficiali. E all’alba cominciano a circolare le notizie dei morti che erano stati trovati nel fiume o nei prati della periferia. Proprio il giorno in cui arrivammo un giornalista mi raccontò di aver visto con i suoi occhi cinque cadaveri galleggiare sul Mapocho. Io stesso contai nei pochi giorni che sono stato in Cile trenta fucilazioni. E nel giorno in cui ripartimmo per Buenos Aires ne uccisero altri sedici. E questi erano dati ufficiali forniti dalla “Junta” che tendeva ovviamente a minimizzare e mascherare la realtà”.

Cile, repressione durante il golpe dell’11 settembre 1973 © Reuters

 

“Il signor sette per tre ventuno, storie di Pietro Derba” vede la luce (in ‘Libertà’)

Decisamente una sorpresa: giovedì mattina 7 settembre suona il cellulare, è Fausto Chiesa. “Hai visto? Siamo sul giornale“. No, non avevo visto: per arrivare presto in ufficio e soprattutto trovare il posto per parcheggiare la macchina non m’ero fermato all’edicola. “Comunque tranquillo, ha proseguito Fausto, non siamo nelle pagine dei morti“. Infatti ecco a pagina 12, nella cronaca della Val Tidone, il primo articolo sul nostro nuovo libro peraltro non ancora finito di stampare per i tipi di Costa editore di Borgonovo. Un’inaspettata iniziativa della famiglia del protagonista, Pietro Derba, che ha ben pensato di informare la giornalista con ampio anticipo rispetto alla data prevista di presentazione (domenica 24 settembre). Così, mentre i rulli della stampatrice girano a pieno regime, inizia il suo cammino pubblico la storia di un uomo che possiamo dire ha passato buona parte della sua vita ‘sopra le righe‘ tanto da meritare d’essere raccontata. Appuntamento dunque al prossimo articolo e alla presentazione nell’auditorium della Rocca borgonovese.

“C’è chi dice che il vino fa mal”, lirica collettiva di Claudio Arzani, Stefano Ghigna, Marco Zannini

Musica all’osteria, olio su tela di Mino Lo Savio

C’è chi dice che il vino fa mal

povera gente, povera gente,

c’è chi dice che il vino fa mal

povera gente dell’ospedal.

E per il piacere del vino buono

corro ogni rischio

e non chiedo perdono.

Da incosciente sarò malato

ma corro il rischio

se è stagionato.

Acqua bevon color

che fan del male,

prova ne sia

il diluvio universale….

“Amore è una parola liquida”, lirica di Raffaele Crovi, da ‘La vita sopravvissuta’, Giulio Einaudi editore

Il ponte dell’amore, olio su tela di Francesco Ferrulli

Amore è una parola liquida,
mobile, fluttuante:
vi leggo dentro more,
ancora, ancora, di più.
lo slancio della gioventù.
E ci trovo inscritta,
anche remora; c’è in più
una erre, la sua rotondità;
e remora vuol dire cautela,
strategia, corteggiamento,
 il lampo, lo sbandamento
della tua e mia felicità.

Raffaele Crovi è nato nel 1934 e vive tra Milano e Reggio Emilia. Narratore, saggista, poeta, ha pubblicato sette raccolte di composizioni in versi.

 

111° Reggimento Brigata ‘Piacenza’ e la battaglia del Solstizio, 15-20 giugno 1918

Cartolina del 111° Reggimento Brigata ‘Piacenza’ (accasermato presso Palazzo Farnese) pubblicata da Stefano Beretta

Nella relazione del Comando Supremo (come proposto dal sito www.battagliadelsolstizio.it) così sinteticamente si parla:
“Nella regione del Montello la mattina del 15 giugno la Divisione austro-ungarica, sbarcata a Campagnole di Sopra, lanciava due folte ondate d’assalto, l’una verso ovest ad espugnare il caposaldo di Casa Serena, l’altra in direzione sud della zona di questa. Coperta da tali attacchi, un’altra colonna nemica percorreva rapidamente la strada lungo il fiume, spazzando il terreno dai nuclei che ancora lo difendevano e piombava su Nervesa dove prendeva collegamento con truppe passate di qua dal Piave tra Villa Jacur e Campagnole di Sotto. Tentò di allargare la propria occupazione lungo il fiume a Villa Berti per aprirsi lo sbocco del Ponte della Priula.
Le nostre truppe si opposero strenuamente al dilagare dell’avversario: la 48^ Divisione italiana resisté eroicamente tra il fiume e Villa Berti con il 111° Reggimento della Brigata Piacenza e S. Mauro col 270° Reggimento della Brigata Aquila”.
Nel dettaglio:
Sabato 15 giugno. Alle ore 21.15 la Compagnia Arditi del 111° Reggimento respinse il primo forte attacco alla Villa Berti.
Domenica 16 giugno. Con l’arrivo in linea del I° Battaglione del 111° Reggimento di Fanteria della Brigata Piacenza , un altro potente attacco assalto alle ore 5.00 venne anch’esso ricacciato dai fanti e dagli arditi della Brigata Piacenza, appoggiati dall’intervento della nostra artiglieria. Un successivo attacco alle ore 13.30, sempre dello stesso giorno, contro Villa Berti, nel cui parco continuavano ad essere asserragliati i nostri, venne respinto dalla fucileria e dal rapido intervento ancora una volta dell’artiglieria italiana.
Lunedì 17 giugno. All’alba reparti austro-ungarici tentarono due ulteriori forti attacchi consecutivi di assaggio contro la Villa, preceduti da cannoneggiamento; entrambi respinti, sia pure a prezzo di gravi perdite.
Martedì 18 giugno. Perdurava il maltempo. La piena del Piave impediva i rinforzi ed i rifornimenti così come non potevano essere avviati verso le retrovie i feriti ed i prigionieri. Malgrado ciò truppe fresche della 41^ Divisione Honved attaccarono con decisione alle 4.30 del mattino le posizioni tra Villa Berti e S. Andrea, precedute da bombardamento di estrema violenza. I resti del I° Battaglione del 111° Reggimento della Brigata Piacenza e della Compagnia Arditi, stremati da quattro giorni ininterrotti di strenua resistenza contro forze soverchianti , si opposero ancora con valore all’attacco, ma la loro difesa fu infranta ed essendo penetrati gli austro-ungarici nel caposaldo, dovettero abbandonarlo. Seguiranno furiosi corpo a corpo nella zona a sud della Villa contro i nostri reparti di riserva mandati in linea.
Mercoledì 19 giugno. I Comandi italiani decisero di sferrare un imponente contrattacco su tutta la linea del fronte del Montello, avendo avuto conferma della diminuita capacità combattiva del nemico. C’era troppo ottimismo, il Generale Pennella fu sentito dire: “Per questa sera avremo 20.000 prigionieri”. Nei fatti le cose non andarono come sperato, anche per la grave mancanza di coordinamento e disorientamento tra le forze operanti. Nell’abitato di Nervesa le mitragliatrici ed i cannoni della 41^ Divisione Honved riuscirono ad arrestare lo slancio dei Battaglioni della Brigata Piemonte, ma non la colonna del valoroso Colonnello Ruocco che riuscì a riconquistare Villa Berti ed a penetrare nel paese.
Giovedì 20 giugno. Gli austro-ungarici attaccarono con decisione ed il Gruppo del Colonnello Ruocco, all’estrema destra dello schieramento italiano nell’abitato di Nervesa non fu più in grado di resistere a forze soverchianti. Dopo aver resistito fin quasi a mezzogiorno, ultimate le cartucce e patito grandi perdite, fu costretto a ripiegare ulteriormente imbastendo una difesa per arrestare la potente avanzata degli austro-ungarici nella nostra trincea di partenza Rotonda Bidasio – Casa Breda. Una volta effettuato il ripiegamento i comandi chiesero ed ottennero il tiro di sbarramento a nord di detta trincea delle nostre artiglierie per ostacolarne l’avanzata.
Fortunatamente la difficile situazione complessiva degli attaccanti, con carenze di ogni tipo dopo sei giorni di battaglie, consapevoli delle difficoltà ancora da superare, li costrinse a rinunciare all’attacco a lungo progettato obbligandoli a ripiegare nelle notti a seguire oltre il Piave.
Così con gli aspri combattimenti del giorno 20 giugno, terminava il sogno austriaco sul Montello e si avvicinava ineluttabile il tramonto della Monarchia e del grande Impero d’Austria-Ungheria.

“Fermare il Tempo”, mostra fotografica a Cortemaggiore fino al 24 settembre

Comune di Cortemaggiore e Hostaria delle Immagini propongono fino al 24 settembre in via XX Settembre, 7 nella Sala espositiva della Banca di Piacenza  “Fermare il tempo” – Mostra fotografica collettiva e esposizione di riviste del 1800 e 1900, a cura di Giuseppe Elio Poletti.

Orari: sabato e domenica dalle 10 alle 12 e dalle 15.30 alle 18.30 – Martedì dalle 16.30 alle 18 e venerdì dalle 10 alle 12

 

“La verità della suora storta”, romanzo di Andrea Vitali, Garzanti editore

Arriva l’estate ed è immancabile l’appuntamento ‘leggero’ con Andrea Vitali e la sua inesauribile fonte narrativa. Stavolta si racconta del Sisto Santo, figlio di N.N., già provetto apprendista meccanico nell’officina dello Scatòn che però, dopo la morte di quest’ultimo, ha preferito acquistare un Millenove trasformandosi in tassista. Aspetta i clienti alla stazione ferroviaria di Bellano. Pochi, che vanno in visita all’ospedale o su al cimitero. La storia parte da quella donna arrivata dopopranzo, poco prima che dalla radiolina che il Sisto tiene in macchina partisse la sigla di Tutto il calcio minuto per minuto, invero a scudetto già assegnato (al Cagliari di Gigi Riva). Chiede di essere portata al cimitero ma, una volta arrivati, il Sisto si accorge che la donna è morta. Proprio lì, sul sedile posteriore del Millenove, macchiandolo pure di urina. Un guaio mica da ridere. Da tirare in ballo il maresciallo Riversi. Anche perché la donna è senza borsetta e non si riesce a capire chi sia, né chi stesse cercando al cimitero di Bellano in quel pomeriggio di fine aprile.

Con la consueta grazia e ironia Vitali imbastisce una nuova storia dall’intreccio imprevedibile e commovente e dal finale assolutamente inatteso per quanto al Sisto, la cui vicenda di vita si intreccerà in modo del tutto inatteso con le vicende della ‘suora storta’, ormai anziana ospite di quello che possiamo definire ospizio per religiose, unica a riconoscere la donna morta immortalata in una vecchia fotografia dei tempi giovanili, con lei e un allora giovanissimo figlio del notaio del paese, quando la vocazione e la chiamata erano ancora da venire. Senza tralasciare quel pizzico boccaccesco che mai manca nelle storie della Bellano resa famosa dallo scrittore, ed ecco dunque il Sisto, con gli amici un pò scapestati, Saila e Manina, sulla strada per arrivare all’autogrill che, come raccontano i camionisti, “è pieno di figa“. Perché, sembra la morale, comunque vada nella vita, su quel che conta, per gli uomini, non ci son dubbi.

“Il tepidarium”, omaggio all’arte di Sir Lawrence Alma-Tadema, ispiratore dei preraffaelliti

Il tepidario (dal latino tepidarium, da tepidus = tiepido) era la parte delle antiche terme romane destinata ai bagni in acqua tiepida.

Sir Lawrence Alma-Tadema, nato Lourens Alma Tadema (Dronrijp, 8 gennaio 1836– Wiesbaden, 25 giugno 1912), è stato un pittore olandese.

Artista dell’epoca vittoriana ed edoardiana, è conosciuto per i suoi ritratti di scene di vita nell’antichità (particolarmente quelle ambientate all’epoca pompeiana), sempre caratterizzate da romantico languore e raffinata indolenza, oltre che permeati da ricorrenti motivi floreali.

Le meticolose ricerche archeologiche di Alma-Tadema e, soprattutto, il suo gusto nel reinterpretare l’architettura romana hanno affascinato numerosi autori successivi, tra cui preraffaelliti e pittori vittoriani.

L’influenza di Alma-Tadema si è protratta fino ai giorni nostri, affascinando anche numerosi registi di Hollywood. Tra questi, David Wark Griffith (Intolerance, 1916) e Cecil B. DeMille (I dieci comandamenti, 1956), oltre a Ridley Scott (Il gladiatore, 2000).