“Fuori dal campo”: una storia dal lager di Terezin

Autrice: Serenella Quarello; Illustratrice: Noemi Agosti; Rapsodia Edizioni

Oggi 27 gennaio è la Giornata della Memoria. In questo giorno del 1945, le truppe sovietiche entrarono nel campo di concentramento di Auschwitz. Sono sicuro che tra i tanti libri pubblicati sul tema, quello scritto da Primo Levi (“La tregua”, scritto sedici anni dopo la prima edizione di “Se questo è un uomo”) sia insuperabile. Questo il suo racconto di quei momenti in cui, mentre sta portando con un compagno il corpo di un amico nella fossa comune, vede quattro soldati che da lontano stanno osservando il campo di concentramento. [ dalla pagina di Ivano Marchioni ]

La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945. Fummo Charles ed io i primi a scorgerla: stavamo trasportando alla fossa comune il corpo di Sómogyi, il primo dei morti fra i nostri compagni di camera. Rovesciammo la barella sulla neve corrotta, ché la fossa era ormai piena, ed altra sepoltura non si dava: Charles si tolse il berretto, a salutare i vivi e i morti. Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi…Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo. Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa…”

“Voci e volti di donne dai territori d’Istria, Fiume e Dalmazia – (4) Donne al lavoro”, visita alla mostra (sospesa) a Palazzo Farnese, Piacenza

Gli italiani in Istria fino alla seconda guerra mondiale? Gente di mare, pescatori che lasciavano casa per, tempo permettendo, lanciare le reti sperando in un buon pescato. E le donne? Certo davano una mano. Per sistemare le reti, per la raccolta del pescato. Ma soprattutto il loro compito era quello del mercato dove si concentravano le venditrici delle più disparate mercanzie.

Il mercato: la venderigola (di Liliana Bamboschek)

Son de mestier la venderigola in piazza,
son triestina ma dona sincera,
mi tratto tutti con bella maniera,
solo uno scartoso no posso sofrir.

El vien, el palpa, el specola,
ghe tiro drio un limon;
co brazzi stagni e forti,
che nova? Sior paron!......
La tabachina (di Luigi Donorà)

Me levo alla mattina
bonora, inverno e istà,
perché son tabachina
e ciama "el dasparà";
ma no per questo a casa
no faso il mio dover:
mi meto duto a stasa
e lustro el foglèr.
Me porto ne la borsa
un pò de pan e vin:
xe quel che dà la forsa
e ne tiene sù el morbin!
E quando che a la sera
finido go el lavor,
spassiso par Carena
in serca del mi amor.
Per farme un bel coredo
go tanto sparagnà
e adesso me lo vedo
che 'l xè una rarità.
Xe tante signorine
che marcia in capilin
che de le tabachine
no le lo ga più fin!

Ritornello:
Ma no parleme de robe d'amor:
mi qua, credeme, ragiono col cor;
val più un bel omo che 'l me voia ben
che le sterline che duti ghe tien!
Il bucato - La lissia

Il bucato veniva fatto in casa dalle donne con mastèl, mastela e tola, tàvola de la lisia. La mastela aveva due manici che servivano per trasportarla ma anche per bloccare la tavola del bucato, che poi si appoggiava sulla donna fino quasi all'altezza del petto. Per i panni si faceva la “lissia”, cioè si metteva la cenere della legna nell’acqua e si mischiava con un bel bastone. Poi si lasciava decantare e si risciacquava.
Le sessolotte
Le sessolotte

Le sessolotte erano praticamente delle lavoranti a domicilio. Delle mondatrici di caffè, gomma arabica, pepe, mandorle, spezie. Magnifici tipi di popolane note per la schiettezza di carattere e di lingua. Pronte a menar le mani, ma più pronte ancora all'atto caritatevole. Cantatrici d'un orecchio invidiabile, erano dotate di sensibilità musicale. Le chiamavano sessolotte dal nome del loro oggetto di lavoro, la 'sessola', specie di grosso cucchiaio per caricare i sacchi.

Canzone delle sessolotte

Tutta la gomma la vien col vagòn,
'ste sessolotte le marcia in cordon.


Trichete, trachete, trichete trà
Trichete, trachete, zò per zità!


Ste sessolotte le marcia in zavatte,
per il moroso le xe come mate
trichete, trachete, trichete trà
Le pancogole

Così erano chiamate le villiche che ogni domenica venivano dal contado a vendere il buonissimo "pan de biga" davanti alle chiese. Un pane ottimo, fatto in casa e cotto nei forni di pietra riscaldati a legna.
4 – SEGUE

“Voci e volti di donne dai territori d’Istria, Fiume e Dalmazia – (3) Donna e Madre”, visita alla mostra (sospesa) a Palazzo Farnese, Piacenza

Scena da un matrimonio, sogno di molte donne di cultura italiana

Le donne di cultura italiana residenti in Istria e Dalmazia negli anni ’40 sono la fotografia dal punto di vista dei valori, dei sogni e delle speranze di vita delle ‘sorelle di sangue‘ che vivono nel BelPaese. Quindi innanzitutto l’essere angelo del desco e madre. Il matrimonio dunque costituisce non solo l’obiettivo ma il sogno di ogni istriana.

Scena da un matrimonio: si noti la posa ‘dominante’ del marito

Non va del resto sottovalutato che l’ideologia fascista all’epoca imperante vede nella procreazione il dovere primario della donna. Una serie di leggi mirano a costringere le donne italiane nuovamente ed esclusivamente al loro ruolo di mogli e madri: ad esempio, il Regio decreto 9 dicembre 1926, n. 2480 vietò alle donne l’insegnamento nei Licei (art. 11), dando l’esclusiva femminile all’istruzione degli istituti magistrali.

Le Donne sono poste in uno stato di totale sudditanza di fronte al marito: “la donna è semplice oggetto della scelta dell’uomo”. Non dimentichiamo che il Codice Penale prevedeva la riduzione di un terzo della pena per chiunque uccidesse la moglie, la figlia o la sorella per difendere l’onore suo o della famiglia (il cosiddetto “delitto d’onore”). La posizione del fascismo del resto è rafforzata dalla sua coincidenza con quella della Chiesa che nell’enciclica Casti Connubii (1930) ribadiva il ruolo primario della donna come madre e condannava come “contro natura” ogni idea di parità tra i sessi.

Madre con bambini
A mia madre (di Lidia Delton)

Quel fazzolettone bianco,
rinchiuso nel comò,
quante lacrime ha raccolto;
quando, stanca e affamata,
con i figli mocciosi,
hai salutato la tua Dignano
dal treno in corsa.
Quanti ricordi lasciati
tra gli ulivi e i muretti
di Visan,
quanti baci abbandonati,
tra le lenzuola
di Santa Caterina.
Ma tu,
madre,
con coraggio ci hai trascinati
per il mondo,
ci hai tenuto a bado,
e dopo anni,
siamo tornati indietro,
a baciare la reliquia di San Biagio,
a piangere,
e a vivere
sul nostro focolare.

La lussignana (di Elsa Bragato)

Eccola dolce e femminile intenta al ricamo, al pizzo o al punto rete con il quale rammenda gli attrezzi da pesca o eseguisce con lo stesso metodo un centro da tavola, e in tal caso il lavoro lo chiama 'filet'. Eccola al piano, eccola in chiesa che gorgheggia gli 'a solo' o fa parte del coro. Lussignani e stranieri ascoltano rapiti. Perché la donna è un essere imprevedibile; figurarsi la lussignana.
( 3 – SEGUE )

“Voci e volti di donne dai territori d’Istria, Fiume e Dalmazia – (2) I costumi delle donne”, visita alla mostra (sospesa) a Palazzo Farnese, Piacenza

All’indomani della ‘Primavera dei popoli’ (1848-49) in Istria e Dalmazia vivevano popolazioni di origini slave e italiane che convivevano pacificamente. L’Impero Austroungarico favorì l’affermarsi dell’etnia slava per contrastare l’irredentismo della popolazione italiana: “occupando opportunamente i posti degli impiegati pubblici, giudiziari, dei maestri come pure con l’influenza della stampa, si operi per la germanizzazione e la slavizzazione con energia e senza riguardo alcuno“. Gli effetti dell’editto? Espulsioni di massa, espatri volontari, deportazioni in campi di concentramento, squadracce di nazionalisti slavi, repressione poliziesca, immigrazione di slavi e tedeschi nei territori ‘italiani, chiusura delle scuole italiane, limitazione dei diritti politici e civili. Nel 1909 la lingua italiana venne vietata in tutti gli edifici pubblici. Dopo il primo conflitto mondiale il litorale austriaco e le città di Fiume e di Zara vennero assegnate al Regno d’Italia. Ciò determinò delle tensioni etniche che ebbero sfogo violento nel corso della seconda guerra mondiale, con esecuzioni sommarie e internamenti da parte italiana nei confronti delle componenti slave, e con uccisioni attraverso infoibamenti nei confronti degli italiani dall’altra parte. Ma la mostra piacentina non parla (se non indirettamente) di tutto questo ed eccoci così immersi nei costumi, nelle abitudini delle donne istriane e dalmate con la loro cultura espressa anche attraverso i vestiti popolari, d’origine palesemente veneta.

“Scogliana” o “scoiana” di Zara. – Il termine scogliane o scoiane indicava un tipo di contadine del territorio di Zara, di cui ci dà notizia l’abate Alberto Fortis nel suo ‘Viaggio in Dalmazia‘, edito a Venezia nel 1774: “Al mercato di Zara quotidianamente si allineano le scoiane (abitanti delle isole) con verdure, con frutta, con fiori, con recipienti d’olio; da un’altra parte si accoccolano le morlacche, contadine della terraferma con uova, galline, tacchini, pezzi di carne di maiale“.

La donna di Rovigno – Scrive il Carter: “è il rovignese di taglia vantaggiosa, agile e destro, ha lo sguardo penetrante e le donne posseggono l’eloquenza del corpo“. Nel 1650 il vescovo Tommasini di Cittanova confermava dicendo che a Rovegno c’è: “bellaria e così vi sono belle donne“. Ce n’erano anche di irrequiete tanto che nel 1782 il Consiglio dei Dieci di Venezia denunciò alla Curia Vescovile le troppe separazioni “provocati da viziosi censurabili oggetti” per rendersi “più sciolte e libere dalla podestà maritale, per seguire la scostumatezza scandalosa“. Ma il Benussi commenta che la colpa era anche dei mariti diventati “molli e dissoluti“.

Circondati dal mare, dalla natura incontaminata, dalla pietra pesante e dai terreni aridi, gli abitanti del piccolo continente fin dai tempi più antichi sono stati destinati a essere pescatori e agricoltori. Nel tentativo di approfittare di tutto ciò che gli veniva offerto, l’Istriano diventava un umile pastore, o si trasformava in agricoltore, o ancora in viticoltore e produceva la ben conosciuta Malvasia istriana, ma anche pescatore, che con paziente sapienza rammendava le reti al porto. Pertanto, dell’Istriano, spesso si può sentir dire che è un uomo mite, dai movimenti lenti, dalla forza nascosta, laborioso e riconoscente per il dono ricavato dal duro lavoro e consapevole del peso della vita, il che lo rende un po’diffidente e restio ad allacciare amicizie.

La durezza della vita l’hanno provata anche le donne istriane, che si sobbarcavano sulle proprie spalle l’intero onere della casa, e non solo dei suoi quattro “angoli”. Le laboriose mani femminili non lavoravano solo in cucina ma si prendevano il carico anche dei lavori più difficile e faticosi. In rare occasioni sapevano rallegrarsi cantando a due voci, nella cosiddetta “scala istriana”, sottile e grossa, accompagnata da antichi strumenti suonati da pastori.

( 2 – SEGUE )

“Voci e volti di donne dai territori d’Istria, Fiume e Dalmazia – (1) La donna e il mare”, visita alla mostra (sospesa) a Palazzo Farnese, Piacenza

Una bellissima esperienza, di formazione storica e culturale, un salto nel passato per conoscere la realtà dei territori istriani e dalmati, macchiati da una guerra che trova le sue radici ai tempi dell’impero austriaco, vive il terrore dell’invasore fascista e conclude, dopo il terrore delle foibe, con il drammatico esodo del 1947 degli italiani residenti. Lo confesso. Mi ci sono avvicinato con fare critico: la solita storia, pensavo, usata e distorta a piacere secondo interessi di parte, quelli della destra italiana che vorrebbe rivalutare il ventennio fascista. Le foibe, dunque, ovvero le colpe ‘unilaterali’ dei partigiani comunisti titini. Sicuramente presenti ma tacendo dei crimini commessi dall’esercito italiano durante l’invasione voluta dal mascellone, il Mussolino. Invece. Niente di tutto questo. All’Archivio di Stato, nella sede al secondo piano di Palazzo Farnese in un mattino di mia libertà dal lavoro, un’esperienza di grande arricchimento che, presto o tardi, dovrò approfondire con qualche lettura. Il tema, innanzitutto, le donne, la loro storia, il loro essere parte della vita sociale, a partire dal profondo legame col mare.

Lottando controvento, un’altra nave si destreggia tra le onde giganti. La procella infuria ma il veliero avanza coraggioso al comando di Marietta Cosulich, moglie di Paolo Tarabochia. La situazione meteorologica peggiora e il capitano teme il naufragio. L’equipaggio, sempre più inquieto, si appella al comandante affinché convinca la consorte a deviare la rotta in cerca di acque più fide. Ma questo significa allungare il percorso, perdere tempo e quindi denaro. Tuttavia, egli tenta l’impresa, sale sul ponte di comando e, a nome della comunità, implora: “Marietta! Poggemo!” “No!” E’ la secca, ferma risposta che le discendenti volentieri ripetono, ricordando l’ava con ammirazione. (di Elsa Bragato in ‘Sempre Lussin‘)

Pia Hreglich con il marito Giuseppe Cosulich e Alice sorella di Giuseppe (in piedi), da ‘Ricordando Lussino‘ a cura di Neera Hreglich Mercanti

Dentice lesso e gradevole arrosto. Un povero dentice, lesso, senza lisca nè pelle, in un piatto grande, piangeva, punto da neri pappagalli in camicia bianca. “Lasciatemi in pace, per voi non sono che stoppa, disgraziati. Mi avete ucciso inutilmente; dal fresco mare, dalle tappezzate colorite secche e promontori mi avete rubato per portarmi in questa camera puzzolente e brutta, per i vostro stomachi gonfi e stanchi“. Nello stesso tempo due pescatori a San Giovanni arrostivano lucide grancevole: il profumo dell’arrosto si mescolava con l’aria dei pini, il colore dei loro gusci era lo stesso del sole, sul mare quieto. Prima di notte cenavano, per prendere forza, col cibo fresco. Prima d’una calma notte di remi e fiocina, al canto dell’usignolo innamorato.

La donna di Pirano (di J.Stadner, in ‘Signor, il marinaio l’aspetta‘)

La piranese cammina in maniera
graziosa come una veneziana, si veste
accuratamente come una francese e
pettina i suoi figli tutti i giorni come una
tedesca.

Ma non è così gaia come la veneziana,
non così frivola come la francese e non
altrettanto sentimentale come la tedesca.
( 1 – SEGUE )

28 febbraio 2002: addio, amata £ira, compagna sognata voluttuosa amante d’una vita

Sono passati esattamente 18 anni da quando la mai dimenticata lira c’abbandonò, perse valore e fu sostituita dall’Euro che già era presente dall’inizio dell’anno. Il 1º gennaio 2002, con l’entrata in circolazione delle monete e banconote in euro, si aprì una fase di doppia circolazione: le monete e banconote in lire vennero ritirate definitivamente il 1º marzo 2002.

Inizialmente era stato fissato in 10 anni il termine per la prescrizione e di conseguenza monete e banconote potevano essere ancora cambiate presso le filiali della Banca d’Italia fino al 29 febbraio 2012. Tuttavia, la feroce manovra economica del governo del ben noto “DrakulMonti” (imposto dal disastro economico determinato dal Berluscone) decretò la prescrizione immediata delle monete e banconote al 7 dicembre 2011. Tale norma è stata poi dichiarata incostituzionale dalla sentenza del 7 ottobre 2015 della Corte Costituzionale, riaprendo di fatto i termini per il cambio, garantendo una chance a quanti avevano ritrovato fuori tempo massimo tesori nel materasso o nascosti sotto la classica mattonella del pavimento della cucina o del salotto sotto la vecchia poltrona dove s’accomodava per la pennichella pomeridiana l’ormai anziano nonno in veste di guardiano del malloppo frutto d’una vita d’accantonamenti. Anziano nonno nel frattempo serenamente deceduto per cause naturali senza informare del nascondiglio.

“Rab, la Auschwitz dimenticata dagli italiani”, articolo di Alessandro Marzo Magno

Mettiamola così: se un Paese mettesse in piedi un campo di concentramento rinchiudendovi in meno di 14 mesi circa 10mila persone, e facendone morire 1.500, passerebbe alla storia come aguzzino (il tasso di mortalità, del 15 per cento, è pari a quello del lager di Buchenwald). Se lo fa l’Italia, invece, niente.

Alzi la mano chi ha mai sentito parlare del campo di internamento di Arbe. Oppure di quelli di Gonars, Monigo, Renicci e vari altri. Probabilmente quasi nessuno. Eh già, perché l’Italia preferisce l’oblio quando il passato è imbarazzante. E invece bisogna ricordare. Anche gli italiani hanno commesso efferatezze, hanno ammazzato, hanno rinchiuso nei campi vecchi, donne e bambini facendoli morire di fame e di malattie.


L’isola di Rab oggi

Nel 1941 l’Italia invade la Jugoslavia e si annette una parte del territorio, nelle attuali Slovenia e Croazia. Alle popolazioni locali l’idea di essere dominati da una potenza straniera non piace granché e dopo quasi un anno di situazione relativamente tranquilla, comincia una furiosa guerriglia partigiana. La reazione italiana è durissima: rastrellamenti, fucilazioni, deportazione delle popolazioni civili dai villaggi delle zone dove sono attivi i partigiani. Viene creata una rete di campi di internamento (per chi volesse approfondire: Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce, Einaudi) dove sistemare le popolazioni deportate. Uno di questi campi sorge sull’isola di Arbe, nel golfo del Quarnero (oggi Rab, Croazia). Rispetto agli altri ha avuto un triste primato: quello di essere il più duro, quello dove sono morte più persone. È gestito dal Regio esercito, non da camice nere, milizie o quant’altro; non è un campo strettamente “fascista”, è un campo “italiano”.


Bambini internati a Rab

Il primo gruppo di internati (240) ci arriva esattamente settant’annifa, nel luglio 1942, poi ne giungono altri a gruppi, a fine agosto arrivano mille minori di 16 anni, tutti assieme. Quasi tutti sono vittime dei rastrellamenti in Slovenia, pochi i croati. Il campo sorge nel vallone di Sant’Eufemia, sul fondo della baia di Campora (Kampor), su un terreno paludoso, sottoposto all’azione dell’alta marea e a rischio inondazione (Arbe, contrariamente al resto della Dalmazia, è ricchissima d’acqua dolce). Gli internati, come detto soprattutto vecchi, donne e bambini, vengono sistemati all’interno di tende. Le condizioni di vita sono durissime: «Campo di concentramento non significa campo di ingrassamento», annota il generale Gastone Gambara, comandante dell’XI corpo d’armata che aveva giurisdizione sulla zona (naturalmente è morto senza mai dover rispondere delle sue azioni nei Balcani, e dopo esser stato reintegrato nell’esercito nel 1952). Condizioni di vita aggravate dal sadico comportamento del comandante del campo, il tenente colonnello dei carabinieri Vincenzo Cuiuli (condannato a morte dai partigiani, si taglierà le vene la notte prima dell’esecuzione). Gli interrogatori degli internati, dopo la liberazione del campo da parte degli jugoslavi, l’8 settembre 1943, sottolineeranno anche la crudeltà del cappellano, don Enzo Mondini, mentre rimarcheranno i tentativi messi in atto dagli ufficiali medici per alleviare almeno di un po’ le pene.

Internati nel campo di Rab

Gli internati di Arbe muoiono per denutrizione (la razione era 80 grammi di pane al giorno, più una brodaglia cucinata in ex bidoni di benzina), per malattie (il generale Gambara, enuncia il principio «internato ammalato uguale internato tranquillo» e fa distribuire paglia infestata dai pidocchi) e per calamità naturali. L’episodio più grave avviene nella notte tra il 29 e il 30 settembre 1942 quando un furioso temporale provoca un’inondazione alta un metro che devasta il settore femminile, trascinando in mare tende, donne e bambini. Il giorno dopo vengono recuperati dalla baia decine di corpicini galleggianti. La sezione femminile e quella maschile sono divise da un ruscello che però è talmente infestato dai pidocchi da rendere impossibile non solo berne l’acqua, ma persino usarla per lavarsi. 

Gli internati inscheletriti dalla fame, cotti dal sole, sporchi all’inverosimile, suscitano l’intervento del Vaticano che cerca di alleviarne le spaventose condizioni, viene costruita qualche baracca, ma nulla più. Herman Janez, allora un bambino di sette anni, ricorda il terribile inverno passato sull’isola: «Le guardie ogni giorno facevano l’appello di noi ragazzini per poi portarci nella rada di mare antistante al campo e farci fare il bagno. Ci nascondevamo, ma poi questi ci stanavano e ci costringevano ad andare in acqua. Eravamo già deboli, pieni di zecche e di pidocchi, di piaghe purulente, puzzavamo di sterco nostro e altrui, e dopo questi bagni un semplice mal di gola ha portato tanti di noi al camposanto». La mortalità maggiore si registra quando il freddo pungente della bora porta via gli internati a grappoli. 


80 grammi di pane al giorno

Non si sa esattamente quanti siano stati gli internati. Le stime vanno da 7.500 a 15.000. Teniamoci su una prudente via di mezzo e diciamo attorno ai 10mila. I morti accertati, con nome e cognome, sono 1.435, ma quasi certamente sono di più perché i sopravvissuti hanno testimoniato che poteva capitare di seppellire due salme in una tomba e che gli internati nascondessero il corpo di qualche deceduto per dividersi la sua porzione di brodaglia.

Gli ebrei, per lo più scampati agli ustascia croati, erano trattati meglio perché il Regio esercito non li considerava nemici, come invece accadeva per gli sloveni. Per esempio vivevano in baracche e non in tenda e non subivano le persecuzioni riservate agli altri. Evelyn Waugh li menziona in un suo racconto, “Compassione”: «Con improvvisa veemenza la donna, la signora Kanyi, tacitò i consiglieri e si mise a raccontare la sua storia. Quelli là fuori, spiegò, erano i sopravvissuti di un campo di concentramento italiano sull’isola di Rab. Per la maggior parte erano cittadini jugoslavi, ma alcuni, come lei, erano rifugiati dall’Europa centrale. Alla fuga del re, gli ustascia avevano cominciato a massacrare gli ebrei. E gli italiani li avevano radunati trasferendoli sull’Adriatico. Con la resa dell’Italia, i partigiani avevano tenuto la costa per qualche settimana, riportando gli ebrei sul continente, reclutando tutti quelli giudicati utilizzabili, e imprigionando il resto». 


Rab, il cimitero

Dal 1945 a oggi, mai un rappresentante ufficiale dello stato italiano è andato ad Arbe a deporre una corona di fiori, mai il console italiano della vicina Fiume (Rijeka) è andato a pronunciare un’orazione funebre, mai l’ambasciatore italiano a Zagabria ha sentito il dovere di chiedere scusa. Soltanto una volta un rappresentante dell’allora presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, è andato in forma ufficiale alle commemorazioni del campo di Gonars, in provincia di Udine. Ma mai l’Italia repubblicana ha preso definitivamente le distanze da quanto commesso ad Arbe e nei Balcani dall’Italia fascista.

Accadde oggi, nel 1943: l’Armata Rossa costringe alla resa la 6^ Armata tedesca a Stalingrado

I sovietici combattono per le strade di Stalingrado

Tra l’estate del 1942 e il 2 febbraio 1943, i soldati dell’Armata Rossa resistono contro le forze tedesche, italiane, rumene ed ungheresi che vogliono il controllo della regione strategica tra il Don e il Volga e dell’importante centro politico ed economico di Stalingrado. Vassilij Chuikov, l’ufficiale sovietico comandante della 62^ armata sovietica, riesce prima a difendere la città di Stalingrado dall’invasore pur disponendo di un numero di uomini e mezzi assai inferiore, resiste all’assedio nemico e alla fine sconfigge un’armata che sembrava invincibile. Nato nel febbraio del 1900, a Tula, città industriale nei pressi di Mosca da una famiglia di umili e poveri contadini, ad appena 12 anni, lascia la città natia e si reca a Leningrado (San Pietroburgo) per cercare un lavoro. Trascorre diversi mesi lavorando in un’officina, per poi finire in una bottega come strigliatore di cavalli ma il destino di artigiano non fa per lui. Nel 1917 scoppia la Rivoluzione, l’istruzione di Chuikov è pressochè inesistente, non conosce le teorie di Marx, non conosce la politica e non ha la minima idea di quale sia il motivo detonante della ribellione, ma si identifica con il popolo in rivolta. Si arruola nell’Armata Rossa, prima sotto il comando di Kerenskij, poi di Lev Trockij, le sue qualità non tardano a mettersi in mostra quando, nella primavera del 1918, è proprio lui, al comando di un gruppo di commilitoni, a sedare una rivolta a Mosca, da parte di un gruppo ostile alla rivoluzione, un intervento che gli vale la promozione ad ufficiale. La carriera prosegue, ottiene incarichi sempre più prestigiosi e, allo scoppio della guerra in Europa lo troviamo, su incarico dello stesso Stalin, in Cina. Ma, come sappiamo, Hitler, dopo aver conquistato Polonia, Cecoslovacchia, Norvegia, Belgio, Olanda, Jugoslavia e Francia, vista la resistenza della Gran Bretagna, rivolge il suo sguardo ad est, verso l’Unione Sovietica, invadendola con la volontà di sfruttare la tattica della Guerra Lampo in modo da concludere velocemente il confronto in armi. In effetti le difese sovietiche non riescono a reggere l’urto, e in pochi mesi la Wermacht arriva alle porta di Stalingrado, la città simbolo di Stalin. E lì si consuma l’Inizio della Fine per Adolf Hitler. Inizialmente una armata nazista di oltre 250.000 soldati professionisti e ben equipaggiati, supportati da centinaia di mezzi corazzati, pezzi d’artiglieria e aerei da guerra, si contrappone ad un piccolo esercito mal equipaggiato, composto per lo più da reclute inesperte che non hanno mai affrontato una battaglia. Tocca proprio a Vassilij Chuikov affrontare la situazione disperata. Lancia un grido di guerra che diventa una sorta di comandamento per i suoi soldati: “Nessun Passo Indietro!”

A Stalingrado si combatte per ogni centimetro, si combatte in ogni strada, in ogni piazza, casa per casa e, contro ogni previsione, i sovietici resistono. Chuikov capisce che attaccare frontalmente i tedeschi è un suicidio, per cui viene adottato un tipo di guerra perfetto per una città intricata e in rovina come Stalingrado: la furtività e l’attacco a sorpresa. I suoi uomini, servendosi di trincee scavate durante la notte, strisciano senza farsi notare a due passi dalle postazioni nemiche, per poi piombargli addosso prima che se ne accorgano. Vassilij considera l’arma migliore e l’alleato più fedele di ogni soldato sovietico la bomba a mano: ad essa dedica una frase celebre, “La bomba a mano è tua alleata, in ogni stanza prima entra lei e poi tu! Una bomba a mano, una raffica di mitra e poi avanti!”. A Stalingrado, in ogni casa, in ogni stanza, ogni giorno si consumano feroci combattimenti corpo a corpo, si combatte con tutto quello che si ha a disposizione, coltelli, baionette, mitra, bombe a mano o addirittura martelli, una guerra nuova, a cui i soldati nazisti non sono preparati, e lentamente i soldati dell’Armata Rossa prevalgono contro un nemico che sembrava inesorabile. Il 2 febbraio del 1943, finalmente, la battaglia finisce, al feldmaresciallo Paulus non resta che riconoscere la sconfitta: nessuna resistenza è più possibile per l’armata tedesca. Chuikov è il vincitore, con un esercito improvvisato di reclute, trasformate da lui in macchine da guerra, ha sconfitto la più potente armata militare dell’epoca, ha protetto la città simbolo di Stalin, ed è pronto per il contrattacco. Dopo due anni di dura lotta, la situazione si è ribaltata, inizia la marcia dell’Armata Rossa destinazione Berlino dove il 2 maggio di due anni dopo sventola la bandiera rossa dei liberatori: l’Europa è libera, inizia la stagione della libertà e della democrazia.

La bandiera dell’Unione Sovietica sventola sul Reichstag, 2 maggio 1945.

“Piasintein dal sass”, che cosa significa? Lo spiega Alessandro Ballerini

Il Tino, personaggio della ‘Piacenza popolaresca’: quadro esposto al Bar Tobruk di BorgoTrebbia (quindi “arius”)

Il testo riportato risulta tratto dalla raccolta “Proverbi dei 48 Comuni della terra piacentina” di Alessandro Ballerini, edizioni Lir

Un tempo gli abitanti della città si distinguevano dagli abitanti della campagna, nonostante l’ uniformità degli abbigliamenti. Ma una volta, quando le strade erano strette ed impolverate, bastava guardare le scarpe: i “rurali” le avevano impolverate, mentre i cittadini le avevano belle lustre perché abituati a camminare su strade lastricate o acciottolate di sassi. Non bisogna trascurare poi il fatto che i contadini molte volte all’ingresso della città si cambiavano le scarpe e mettevano quelle lucide, nascondendo le impolverate sotto un tombino imbrogliando così la loro provenienza, ed evitando di essere apostrofati come “ arius “, epiteto che i cittadini usano volentieri per chi viene da fuori città. La battuta “piasintein dal sass” risale alla notte dei tempi ed è giusto venga citata. Occorre andare al di là della versione espressa da alcuni studiosi ( Cesare Zilocchi ) , i quali vogliono che tale definizione si riferisca ai piacentini che abitano il centro della città cioè nell’ antico centro abitato sorto ” suppongono ” su una grossa pietra “promontorio”.

Un’ antica memoria del 1321 ricorda che a quell’ epoca si cominciò a ” selciare” per abbellirlo il centro del borgo. Sarà quindi nato in quella occasione il detto piasintein dal sass?

Comunque sia viene definito dal sass, chi è nato, cresciuto e vissuto all’ interno delle mura della città.

Tale definizione peraltro è usata a Parma, Reggio Emilia e in altri centri emiliani dove è dal sass chi è nato entro le mura dove esiste la pavimentazione fatta a ciottoli, sampietrini, o lastre di granito.

Un’ altra qualità che contraddistingue il vero ” piasintein dal sass ” è la parlata, cioè il dialetto stretto, cantelinoso e caratteristico, un tempo parlato da chi era nato e abitava in centro. Va precisato che lo stesso dialetto, tra quartiere e quartiere ha diversità di accenti con sfumature che solo i cittadini colgono in quanto impercettibili….Ad esempio un abitante di S. Agnese, riconosceva chi abitava in via San Bartolomeo o in San Raimondo. Ricordo che il giornalista Concarotti da poco scomparso, che era nato in fondo a ” strä alvä “, parlava un dialetto diverso da chi abitava dopo l’ ospedale verso piazza Cavalli, anche se era la stessa via…Oggi tutto è cambiato e l’ evoluzione dei tempi relega tutto ad un puro ricordo. Una volta per vedere se eri piasintein dal sass lo si sottoponeva ad un esame linguistico e gli si faceva pronunciare tre parole in dialettotette, bicicletta e sigaretta“. Queste parole devono essere dette con l’ accento e l’ enfasi propria di chi parla il vero idioma piacentino di una volta, e cioè : “tëtt, bicicletta,sigarëtta“, difficilmente uno non dal sass passava l’ esame….

“Absorta est mors in victoria”, gli opuscoli di necrologio dei caduti della Grande Guerra in mostra a Piacenza

Pubblichiamo estratti dalla guida illustrativa redatta dal dottor Filippo Lombardi a disposizione dei visitatori della mostra allestita fino al 31 gennaio presso il Salone Monumentale della Biblioteca Passerini Landi

La Prima Guerra Mondiale, oltre a lasciare nuovi equilibri geo-politici in una Europa ridisegnata dalla scomparsa di imperi centenari e dalla nascita di nuove potenze, produsse un fortissimo interesse e coinvolgimento emotivo nei confronti dei caduti nelle trincee e negli assalti frontali. L’incontro dell’individuo con la morte è generalmente considerato la fondamentale e tragica esperienza della guerra, e nel primo conflitto l’incontro con la morte di massa assume una dimensione nuova, mai vista prima di allora, colpendo non solamente il singolo combattente ma compenetrando la vita pubblica e portando a conseguenze politiche di epocale importanza negli anni seguenti. Nella Grande Guerra morì un numero di uomini più che doppio rispetto al totale di tutti i conflitti di rilievo svoltisi tra il 1790 e il 1914. I numeri della sofferenza italiana sono impressionanti, soprattutto in considerazione della popolazione dell’epoca che, secondo il censimento del 1911, era di circa 36 milioni di abitanti.

L’Italia ebbe dunque a lamentare circa 650.000 caduti (il 12% degli arruolati …) e 984.000 feriti, tra i quali una alta percentuale di mutilati e di invalidi destinati ad una vita di sofferenze e limitazioni. Questi numeri incisero sulle generazioni future in quanto era difficile trovare una famiglia che non avesse avuto, in modo diretto o indiretto, una perdita irreversibile legata alla guerra. E non troviamo infatti località … che non abbia avuto un alto e imprevisto numero di morti e di dispersi.

Ogni paese pose con orgoglio la propria stele, il proprio cippo, il proprio bassorilievo … Il monumento ai caduti, assumendo il compito di cicatrizzazione delle ferite morali, divenne così, oltre che luogo di commemorazione dei morti, un luogo di aggregazione sociale, specificità che oggi è andata perduta sostituita da fine piazze all’interno di posticci centri commerciali. … Ma monumenti (e parchi della rimembranza) riguardano la dimensione pubblica e collettiva del culto dei morti e della memoria bellica. Un’altra cosa è invece il lutto individuale, il lutto che prende origine in ambito familiare e viene vissuto in una dimensione più ristretta,

In Italia si ebbe un particolare tipo di culto dei caduti, che trovò la sua espressione nella pubblicazione di opuscoli commemorativi dedicati a singoli caduti. E’ un argomento che è rimasto spesso ignorato dalla ricerca storica fino al 1998 quando .. [venne] .. effettuato un censimento … catalogando circa 2300 titoli … Circa un quarto di questi titoli è dedicato a figure simboliche a livello nazionale come gli irredenti Cesare Battisti, Fabio Filzi, Guglielmo Oberdan … I rimanenti opuscoli, circa 1300, sono invece dedicati a singoli caduti del tutto sconosciuti, senza notorietà, e sono pubblicati a cura delle famiglie o, in numero minore, da amici, commilitoni o colleghi.

Queste pubblicazioni offrono lo spunto per uno studio completamente differente del lutto e del culto dei morti in guerra. Se monumenti e comiteri sono forme di culto pubbliche e istituzionalizzate, negli opuscoli familiari invece si ricordano singoli caduti: il lutto e l’elaborazione del trauma conseguente sono vissuti dal punto di vista personale e privato dei parenti. Si tratta di pubblicazioni dalle caratteristiche estremamente variabili: si va dai fascicoletti di pochiessime pagine, realizzati in grandi economia, a veri e propri volumi di lusso. In questi opuscoli è presente la vita privata del caduto: possiamo leggere le lettere spedite dal fronte ai familiari, gli annunci di morte dati alle famiglie, i ricordi personali di parenti e amiciintimi, le lettere di condoglianze inviate dalla comunità in lutto …

Gli opuscoli di necrologio italiani … sono stati in maggioranza realizzati ed editi a cura della famiglia, e in numero minore da amici, colleghi, ex insegnanti, associazioni … di cui il morto aveva fatto parte. La famiglia ha quindi sempre rivestito un ruolo fondamentale nella genesi di queste pubblicazioni … Gli opuscoli sono quindi al servizio del lutto e non della pedagogia patriottica …

Questo tipo di commemorazione riguarda … il ceto borghese medio-alto nei suoi segmenti colti .. [mentre].. le opere dedicate a soldati semplici o a graduati di truppa, che statisticamente provenivano dalle classi sociali più basse, rappresentanto una percentuale significativamente minoritaria

Ma che significato dobbiamo attribuire a queste pubblicazioni? Il dottor Filippo Lombardi (curatore della mostra) nell’opuscolo a disposizione nel Salone Monumentale della Biblioteca dove la mostra è allestita, propone alcune interessantissime riflessioni. Sul concetto di morte di massa, di morte violenta come tale difficile da accettare per i congiunti. Sulla necessità di elaborare il lutto per la morte inaspettata in genere di un giovane, di un figlio (solo un terzo dei caduti erano uomini sposati). Sulla considerazione che quando interviene una morte in guerra i familiari sopravvissuti sono esclusi dall’atto della morte e spesso anche dalle esequie; quando il soldato muore i congiunti non possono vederlo, non possono assistere alla sepoltura e questo rende ancora più difficile l’accettazione di quella che viene vissuta come una tragedia. In tal modo, riflette Lombardi, gli opuscoli diventano veri e propri monumenti di carta, simulano la cerimonia funebre, erigono un monumento al caduto. Spesso il monumento di carta è pubblicato in occasioni di cerimonie funebri celebrate in chiesa con catafalco vuoto.

Ultimo ‘capitolo’ della mostra, gli opuscoli di necrologio piacentini. Sono dieci, dedicati a otto caduti piacentini (di cui sette ufficiali appartenenti al famiglie nobili o della buona borghesia) e ad una contessa per il servizio reso come infermiera e dama volontaria in numerosi ospedali di guerra. Unica eccezione i due opuscoli dedicati a Giovanni Nicelli, sottufficiale dell’aeronautica figlio di agricoltori di Lugagnano che lasciò la scuola dopo la IV elementare ma, chiosa il dottor Lombardi, “il suo essere divenuto un asso dell’aviazione con all’attivo numerosi abbattimenti di aerei nemici” lo pone nell’empireo degli eroi e come tale ‘merita’ i due opuscoli.

Immagine pubblicata (clicca qui) da Emilio Nicelli, nipote di Giovanni: Ho il piacere di fornire una documentazione fotografica relativa a mio zio, Asso della prima guerra mondiale,a cui è intitolato l`Aeroporto del Lido di Venezia. L`epigrafe sulla sua tomba recita così: “La sua vita fu volo impeto assalto incontenibile per la grandezza d`Italia. La sua tomba è generatrice immortale di eroi”. Con ossequi. Emilio Nicelli

Accadde oggi: 18 dicembre 1935, gli italiani donano la Fede d’oro per sostenere l’invasione dell’Etiopia

Il 2 ottobre 1935 Benito Mussolini dichiarò guerra all’Etiopia. Il 18 novembre i cinquantadue Paesi facenti parte della Società delle Nazioni imposero l’assedio economico all’Italia, colpevole di aver aperto le ostilità contro l’Etiopia. Le grandi adunate per la campagna d’Etiopia furono probabilmente le occasioni in cui si realizzò la più forte comunanza di intenti tra il fascismo e la società italiana. I successi delle prime operazioni di guerra e le sanzioni inflitte dalla Società delle Nazioni avevano suscitato nel Paese ondate di patriottismo. Per ovviare alle difficoltà economiche derivanti dalle sanzioni il regime istituì la Giornata della Fede.

Il 18 dicembre, in una giornata gelida e piovosa, gli italiani donarono alla Patria i loro anelli nuziali e al loro posto ricevettero anelli di metallo senza valore realizzati dall’autorità governativa con la dicitura oro alla patria.
Per sostenere i costi della guerra furono offerti, oltre alle fedi nuziali d’oro, anche altri oggetti in oro e in argento come bracciali, collane, ecc., in rame e in bronzo come pentole, brocche, candelabri, ecc.

Per dare l’esempio anche la regina Elena consegnò all’Altare della Patria la fede nuziale. Ad attenderla vi erano le madri e le vedove dei caduti della Grande Guerra mentre i corazzieri schierati sulla scalinata del Vittoriano sorreggevano l’enorme corona che sarebbe stata deposta sulla tomba del Milite Ignoto. La sovrana depose la sua fede nunziale e quella del re in uno dei due giganteschi tripodi collocati sulla sommità della scalinata; in cambio delle fedi un alto prelato le porse, dopo averle benedette, due fedi di acciaio. La regina Elena pronunciò un breve discorso nel quale, oltre alla commemorazione dei caduti, si auspicavano nuove guerre vittoriose.
Dopo di lei fu Rachele Mussolini a donare le fedi nuziali.
Un ruolo centrale nella cerimonia spettò alle madri e alle vedove di guerra, il cui gesto assunse particolare valenza simbolica poichè sanciva la continuità tra i caduti della
Grande Guerra e quelli delle guerre del fascismo.
Lo stesso fecero a Napoli Maria José e a Torino Jolanda di Savoia. Umberto donò il proprio
collare dell’Annunziata, il re alcuni lingotti d’oro e d’argento, Luigi Pirandello la medaglia del Premio Nobel, Benedetto Croce la sua medaglia di senatore, come pure Vittorio Emanule Orlando e Luigi Albertini. Gabriele D’Annunzio spedì la sua vera e una cassa d’oro, Guglielmo Marconi l’anello nuziale e la medaglia da senatore.

Dal popolo arrivarono cose di poco valore, ma ci furono anche oggetti preziosi, braccialetti, catene e coccarde d’oro zecchino. In tutto il Paese si raccolsero 33.622 chili d’oro e 93.473 d’argento.

L’assedio portò l’Italia all’autarchia, le cui linee guida furono delineate da Mussolini il 23 marzo 1936 in Campidoglio nel discorso all’Assemblea Nazionale delle Corporazioni che alimentò il mito dell’italianità e dell’autosufficienza. Per il fascismo, colpito dalle sanzioni, fu un plebiscito, un trionfo e una rivincita.
La
Giornata della fede fu un rituale di massa ad alta intensità emotiva: uno dei più efficaci tra quelli elaborati dal fascismo per fondare una nuova liturgia della Nazione.
La solennità del rito venne esaltata dalla riproduzione in simultanea della cerimonia in ogni parte del Paese; anche nel più piccolo comune d’Italia le donne si raccolsero presso il monumento ai caduti o il cimitero di guerra per donare la fede alla patria.

La Giornata della fede del 18 dicembre entrò nel calendario delle festività fasciste e venne celebrata con solennità fino al 1938. Al termine delle sanzioni ci furono grandi festeggiamenti in tutto il Paese, vennero posate lapidi e monumenti per ricordare questo periodo di penuria. Con questa iniziativa il fascismo diede l’illusione di possedere la capacità di far superare al popolo italiano tutte le difficoltà in cui si sarebbe potuto imbattere, e ciò ne incrementò ulteriormente il consenso.

Accadde oggi: nel 1943 l’eccidio nazista di Pietransieri

E’ stata una strage commessa dai nazisti durante il periodo di occupazione in Italia, avvenuta il 21 novembre 1943 a Pietransieri, oggi frazione del comune di Roccaraso in provincia di L’Aquila. In località bosco di Limmari (Valle della Vita) i soldati tedeschi trucidarono 128 persone, di cui 60 donne, senza motivazioni documentate, ma per il semplice sospetto che la popolazione civile sostenesse i partigiani. 

La zona in cui avvenne il massacro rappresentava uno dei capisaldi della linea difensiva Gustav su cui le forze armate tedesche si attestarono dopo lo sbarco alleato a Salerno. Hitler ordinò alle forze tedesche di stanza in Italia centrale di mantenere le proprie posizioni, facendo terra bruciata attorno alle formazioni partigiane operanti, ed il maresciallo il 30 ottobvre 1943 Albert Kesselring fece affiggere un manifesto, nelle località: Rivisondoli, Pescocostanzo, Roccaraso, Roccacinquemiglia e Pietransieri, che recitava in lingua tedesca: “Tutti coloro che si troveranno ancora in paese o sulle montagne circostanti saranno considerati ribelli e ad essi sarà riservato il trattamento stabilito dalle leggi di guerra dell’esercito germanico”: la fucilazione sul posto, che fu probabilmente ignorato dalla popolazione.

Ubbidirono in pochi al messaggio dei tedeschi, molti pietransieresi si rifuggiarono nei boschi dei limmari convinti di essere al riparo, ma fu proprio li il luogo della strage. 

La rappresaglia dei tedeschi, comandati dal tenente Schulemburg, si accanì in un primo momento contro il bestiame razziato, mitragliato e abbandonato nei boschi circostanti. In un secondo momento contro la popolazione. Alcuni pietransieresi, vennero sorpresi e fatti saltare all’interno dei casolari (testimonianza di Cocco Pia superstite della stage, figlia di Maria Cordisco morta sotto una mina nazista all’interno di un casolare). Molti altri vennero uccisi, con fucilazioni di massa, l’unica superstite fu Virginia Macerelli, una bambina di sei anni che fu occultata e protetta dalle vesti della mamma.

Le vittime furono 128: tra essi 34 bambini al di sotto dei 10 anni e un bimbo di un mese. I corpi restarono a lungo abbandonati nella boscaglia, sepolti dalla neve sino alla primavera del 1944. Sul luogo della strage fu edificato un piccolo tempio le cui pareti sono coperte di targhette di pietra che recano il nome e l’età di tutti i caduti. Le vittime della Strage, ora riposano all’interno del sacrario realizzato a Pietransieri in via XXI Novembre in loro memoria, per non dimenticare.

“Absorta est mors in victoria (inghiottito nella vittoria)”: una mostra di opuscoli di necrologi della Grande Guerra a Piacenza

“Absorta est mors in victoria” è una mostra di opuscoli di necrologio della Grande Guerra conservati nella collezione Lombardi e nella Biblioteca comunale Passerini-Landi. Il percorso espositivo è a cura di Filippo Lombardi.
La mostra è visitabile fino al 31 gennaio 2020 presso il Salone Monumentale, al piano primo della Biblioteca Passerini-Landi, il lunedì dalle 14 alle 19 e dal martedì al sabato dalle 9 alle 19.

Inaugurazione mercoledì 20 novembre, ore 17 presso il Salone Monumentale della Biblioteca Passerini-Landi.

Scrive Filippo Lombardi: “Sono felice di condividere con voi un momento importante per me: da tanti anni raccolgo con costanza e anche con emozione gli opuscoli commemorativi dei caduti, libretti che le famiglie e le istituzioni produssero per ricordare e onorare i soldati che durante la guerra incontrarono la morte al servizio della Patria. Si tratta di una produzione molto varia, da cui emerge il ricordo dei sopravvissuti: sentimenti di rimpianto e dolore, ma anche di speranza. Circa venti anni fa ebbi il piacere di visitare una mostra del ricordo all’Altare della Patria a Roma in cui erano esposti alcuni di questi scritti. Da allora sono riuscito a mettere insieme una grande quantità di materiale: una passione collezionistica certo, ma anche il piacere e l’orgoglio di recuperare la storia di tanti giovani caduti che era (ahimè) finita in soffitta e da lì spesso dimenticata in mucchi di scartoffie…
Con sorpresa ho scoperto che molti di questi opuscoli commemorativi sono stati illustrati con produzioni artistiche importanti, altri sono più semplici, ma sempre affascinanti. Alcuni non sono mai stati catalogati perché pubblicati in pochissime copie.
Per me è un piacere mettere a disposizione di tutti il risultato di tanti anni di ricerca e collezionismo in collaborazione con la Biblioteca Passerini Landi, una delle più prestigiose istituzioni culturali della città.
Oggi i miei ritrovamenti vengono esposti unitamente a quelli conservati alla Passerini Landi
“.

Accadde oggi: il prezzo della pace. Attentato terroristico a Nassirya contro la base militare Maestrale

12 novembre 2003: Attentato suicida contro i carabinieri italiani a Nassirya in Iraq dove erano in missione di pacificazione. Due terroristi fanno esplodere un camion cisterna davanti alla base militare Maestrale, causando la morte di ventotto persone di cui diciannove sono italiane.

Una preghiera e un ultimo saluto a:
 
PIETRO PETRUCCI: 22 annidi Casavatore (Napoli), caporale dell’Esercito.  Ne era stata dichiarata la morte cerebrale poche ore dopo la strage. Poi è stata staccata la spina della macchina che lo teneva in vita. Petrucci era un volontario in ferma breve e in missione in Iraq con l’incarico di conduttore di automezzi.

DOMENICO INTRAVAIA: 46 anni, di Monreale, appuntato dei CC in servizio al comando provinciale di Palermo; sposato e con due figli di 16 e 12 anni. Lascia anche l’anziana madre, il fratello gemello e due sorelle. Era partito per l’Iraq quattro mesi fa e sarebbe dovuto rientrare fra tre giorni. Era già stato in missione a Sarajevo. I due figli tenevano un calendario da cui cancellavano i giorni che mancavano al ritorno del padre. La notizia ha gettato la moglie nella disperazione: «Voglio morire, senza mio marito la mia vita non ha senso».

ORAZIO MAJORANA:29 anni, di Catania, Carabiniere scelto in servizio nel battaglione Laives-Leifers in provincia di Bolzano. L’anziano padre ha appreso la notizia in Svizzera, dove si trovava per sottoporsi ad alcune visite mediche. È rientrato d’urgenza a Catania.

GIUSEPPE COLETTA:38 anni, originario di Avola (Siracusa) ma da tempo residente a San Vitaliano, in Campania, Vice Brigadiere in servizio al comando provinciale di Castello di Cisterna (Napoli); sposato e padre di una bambina di due anni.  Aveva perso un figlio di 5 anni per leucemia.

GIOVANNI CAVALLARO: 47 anni, nato in provincia di Messina e residente a Nizza Monferrato, Maresciallo in servizio al comando provinciale Carabinieri di Asti. Era noto con il soprannome di “Serpico”. Lascia la moglie e la piccola Lucrezia, 4 anni. Era già stato impegnato in altre missioni in Kosovo e in Macedonia. Era da tre mesi in Iraq e stava per rientrare a casa. La sera prima aveva telefonato alla moglie: «Sto preparando la mia roba, sabato finalmente torno da te e da Lucrezia. Ho voglia di abbracciarvi».

ALFIO RAGAZZI: 39 anni, maresciallo dei carabinieri in servizio al Ris di Messina, sposato e con due figli di 13 e 7 anni. Era partito in luglio e sarebbe dovuto rientrare a Messina sabato prossimo: i familiari stavano già preparando la festa. Era specializzato nelle tecniche di sopralluogo e rilevamento e il suo compito era quello di istruire la polizia locale.

IVAN GHITTI: 30 anni milanese, carabiniere di stanza al 13/mo Reggimento Gorizia. Era alla sua quarta missione di pace all’estero, dopo essere stato tre volte in Bosnia. Lascia i genitori e una sorella. Ieri sera lo hanno sentito per l’ultima volta al telefono: «Era assolutamente sereno e tranquillo».

DANIELE GHIONE:30 anni, di Finale Ligure (Savona), maresciallo dei carabinieri in servizio nella compagnia Gorizia. Era Sposato da poco. Era stato ausiliario dell’Arma, poi si era congedato e iscritto all’Associazione carabinieri in congedo. Era ritornato ad indossare la divisa vincendo un concorso per maresciallo.

ENZO FREGOSI:56 anni, ex comandante dei NAS di Livorno dove viveva con la famiglia. Lascia moglie e due figli, un maschio, anche lui carabiniere, e una ragazza che studia all’Università. Era partito per l’Iraq il 17 luglio scorso e stava rientrare in Italia. A casa stavano già preparando la festa
per il suo ritorno.

ALFONSO TRINCONE:44 anni, era originario di Pozzuoli (Napoli) ma risiedeva a Roma con la moglie e i tre figli. Il sottufficiale era in forze al NOE, il Nucleo operativo ecologico che dipende dal Ministero dell’Ambiente.  

MASSIMILIANO BRUNO:40 anni, maresciallo dei carabinieri di origine bolognese, biologo in forza al Raggruppamento Investigazioni scientifiche (Racis) di Roma. Viveva con la moglie a Civitavecchia. I genitori e un fratello vivono a Bologna.

ANDREA FILIPPA: 33 anni, torinese, carabiniere dall’età di 19. Era esperto di missioni all’estero che lo tenevano costantemente lontano da casa. Prestava servizio a Gorizia presso il 13° Battaglione Carabinieri. Viveva a San Pier D’ Isonzo insieme alla giovane moglie, sposata nel 1998.

FILIPPO MERLINO:40 anni, originario di Sant’ Arcangelo (Potenza), sposato. Con il grado di Maresciallo comandava la stazione dei Carabinieri di Viadana (Mantova). È morto nell’ospedale di Nassirya dove era stato portato gravemente ferito.

MASSIMO FICUCIELLO:35 anni, tenente dell’esercito, figlio del Gen. Alberto Ficuciello. Funzionario di banca, aveva chiesto di poter tornare in servizio attivo con il suo grado di tenente proprio per partecipare alla missione «Antica Babilonia». Grazie alla sua conoscenza delle lingue era stato inserito nella cellula Pubblica Informazione del Col. Scalas. Questa mattina aveva avuto l’incarico di accompagnare nei sopralluoghi i produttori di un film-documentario sui «Soldati di pace». Prima dell’attentato, il titolo, provvisorio, era stato cambiato in «Babilonia terra fra due fuochi».

SILVIO OLLA: 32 anni, dell’isola Sant’ Antioco (Cagliari), Sottufficiale in servizio al 151° Reggimento della Brigata Sassari. Figlio di un Maresciallo e fratello di un carrista. Laureato in Scienze Politiche, Olla era in forza alla cellula Pubblica Informazione. È morto insieme al Ten. Ficuciello mentre accompagnava nei sopralluoghi i produttori del film. La conoscenza dell’inglese e dei rudimenti dell’arabo lo avevano fatto diventare uno dei punti di riferimento per i giornalisti.

EMANUELE FERRARO: 28 anni, di Carlentini (Siracusa), caporal maggiore scelto in servizio permanente di stanza nel 6° Reggimento trasporti di Budrio (Bologna).

ALESSANDRO CARRISI: 23 anni, di Trepuzzi (Lecce), caporale volontario in ferma breve, anche lui in servizio nel 6/o Reggimento trasporti di Budrio. Era partito per l’Iraq da poche settimane. Lascia i genitori, un fratello e una sorella. Ieri sera l’ultima telefonata a casa: «Tutto va bene. Sto andando a letto».

LE DUE VITTIME CIVILI Nell’attentato sono stati coinvolti anche due civili. Si tratta dell’aiuto regista STEFANO ROLLA, 65 anni di Roma che stava facendo i sopralluoghi per un film documentario che avrebbe dovuto girare il regista Massimo Spano e di MARCO BECI, 43 anni, funzionario della cooperazione italiana in Iraq.

Era novembre e si faceva San Martino

Fare San Martino è un modo di dire usato nel territorio a vocazione agricola della pianura padana. Significa “cambiare lavoro e luogo di lavoro” o, in senso più ampio, “traslocare”. L’origine di questa espressione risale ad alcuni secoli or sono e aveva un riscontro pratico sino a qualche decennio fa, quando una significativa parte della popolazione attiva nella pianura padana era occupata nel settore agricolo in qualità di braccianti o mezzadri. L’anno lavorativo dei contadini terminava agli inizi di novembre, dopo la semina. Qualora il datore di lavoro, proprietario dei campi e della cascina, non avesse rinnovato il contratto con il contadino per l’anno successivo, questi era costretto a trovare un nuovo impiego altrove, presso un’altra cascina.

All’epoca, in assenza di efficienti mezzi di trasporto, il lavoro era organizzato in modo tale che il contadino abitasse sul luogo di lavoro in un’abitazione messa a disposizione dal padrone del fondo agricolo. Un cambio di lavoro comportava quindi un trasloco per il contadino e la sua famiglia. La data scelta per il trasferimento, per tradizione e per ragioni climatiche ( il tempo stabile e soleggiato di solito contraddistingue i giorni della prima decade di novembre ed è per questo che si parla di estate di San Martino), era quasi sempre l’11 novembre, giorno in cui la Chiesa ricorda San Martino di Tours.

E’ caduto il contratto, non ce lo rinnova più nessuno. Questo modo di abitare il mondo, ora, va cambiato.

In molte località, la piazza dove contadini e proprietari si ritrovavano in tale data al fine di stipulare i contratti per l’anno seguente era spesso quella di fronte all’omonima chiesa o ha preso successivamente il nome di “piazza San Martino”. Un riscontro storico della diffusione di questa locuzione è legato alla battaglia di Solferino e San Martino. Si tramanda che il re Vittorio Emanuele II, preoccupato per l’andamento della battaglia di San Martino, si fosse rivolto nel comune dialetto ad una formazione di soldati piemontesi della Brigata “Aosta”, di passaggio da Castelvenzago, con la celebre frase: «Fieuj, o i pioma San Martin o j’auti an fa fé San Martin a noi!» («Ragazzi, o prendiamo San Martino o gli altri fan fare San Martino a noi!»).

Alba di San Martino, di Roberto Viesi (da pitturiamo.com)

Accadde oggi: 9 novembre 1938, la notte dei cristalli, centinaia di ebrei ammazzati, migliaia di sinagoghe bruciate dai nazisti tedeschi, austriaci, cecoslovacchi

Un violentissimo pogrom contro gli ebrei tedeschi. Joseph Goebbels regista principale. Circa 400 morti. Sull’intero territorio di lingua tedesca dell’Europa centrale, nei giorni successivi la terribile contabilità sfiora le 1.500 vittime. È l’anno dell’avvio di una lunga politica di espansione territoriale della Germania

Gli antefatti

La Kristallnacht, «notte dei cristalli», fu un feroce pogrom nel novembre del 1938 che coinvolse tutte le comunità ebraiche tedesche, sue vittime dirette ed immediate. La filiera organizzativa era chiara. Ad istigarlo fu il ministro della propaganda Joseph Goebbels ma a realizzarlo furono soprattutto le milizie paramilitari delle SA, in ciò attivamente aiutate da alcuni cittadini tedeschi. Il consenso era diffuso, tra le élite così come nella società. La motivazione occasionale, addotta come scusa, era lo «sdegno» e la «rabbia» per il ferimento, e poi la morte, di un funzionario diplomatico tedesco impiegato a Parigi, Ernst Eduard vom Rath, per mano di un giovanissimo rifugiato polacco, di origini ebraiche, Herschel Grünspan. Si trattava per l’appunto di un pretesto, che fu addotto per dare corso ad un’inenarrabile ondata di violenze contro gli ebrei tedeschi.

I fatti

Nella notte tra il 9 e il 10 novembre 1938 il pogrom antisemitico, organizzato da una parte del regime hitleriano contro gli ebrei tedeschi, raggiunse il suo culmine. Si trattava di una finta sollevazione popolare, in realtà organizzata, diretta e fomentata da esponenti del partito nazista, dalle milizie armate in camicia bruna, dalla «gioventù hitleriana» e coordinata dal collerico ministro della propaganda Joseph Goebbels, regista principale delle violenze. Già il 7 novembre, nei territori della Germania e dell’Austria, quest’ultima da pochi mesi annessa al Reich tedesco, così come di quella parte della Cecoslovacchia che stava cadendo sotto il tallone nazista, erano iniziate manifestazioni antiebraiche, culminate in atti violenti fino all’omicidio di civili indifesi. Ad esse si erano accompagnati assalti e poi incendi ai danni delle sinagoghe, dei luoghi di riunione, dei commerci e delle abitazioni ove risiedevano cittadini ebrei. In un cupo crescendo, nelle ore e nei due giorni successivi si arrivò ad una escalation di violenze fino ad allora ancora senza pari. Nella mattinata del 10 novembre, l’intero territorio di lingua tedesca dell’Europa centrale sottoposto alla signoria nazista risultava essere stato attraversato come da una scossa tellurica, con non meno di 400 cittadini ebrei assassinati. Le vittime, calcolando anche quelle dei giorni immediatamente successivi, avrebbero poi raggiunto una cifra complessiva variabile tra i 1.300 e i 1.500 individui, nella quasi totalità maschi. Alla tragedia umana si accompagnavano le distruzioni materiali. Più di 1.400 luoghi di culto ebraici furono saccheggiati, devastati e poi in buona parte bruciati. La medesima sorte toccò ad una grande parte dei cimiteri e agli esercizi commerciali, in una sorta di sabba del vandalismo di Stato.

La notte dei cristalli infranti

L’uso convenzionale dell’espressione Kristallnacht o Reichskristallnacht ma anche Reichspogromnacht («notte del pogrom del Reich») o Novemberpogrom, più comunemente intesa e tradotta come «notte dei cristalli», nacque in quei giorni tra gli stessi nazisti per definire – in termini di massimo scherno per le vittime – l’insieme delle violenze, attraverso il richiamo all’immagine della miriade di vetri e cristalli distrutti dalla furia dei manifestanti, durante le infinite le aggressioni. Nei giorni immediatamente successivi al 9 novembre (data che indicava anche la sconfitta della Germania guglielmina nella Prima guerra mondiale, nel 1918, quando il Kaiser Guglielmo II abdicò, fuggendo in Olanda mentre veniva proclamata la Repubblica) le milizie di partito, coadiuvate della polizia tedesca, si adoperarono per arrestare arbitrariamente almeno 30mila cittadini ebrei, con il duplice obiettivo di intimidire la comunità ebraica, radicalizzando le violenze, ed estorcerne una parte dei beni. Un ricatto che effettivamente riuscì. Degli arrestati, poi deportati nei campi di concentramento, soprattutto nei lager di Sachsenhausen, Dachau e Buchenwald, 700 di essi vi perì, mentre ad una parte restante fu restituita temporaneamente la libertà, a patto che si impegnassero ad abbandonare la Germania. Nel complesso, durante le violenze “popolari”, la polizia non intervenne, limitandosi a vigilare a distanza i luoghi in cui si consumavano i tumulti, affinché, tra quanti non vi partecipavano, non si registrassero feriti. I vigili del fuoco, a loro volta, furono invitati a circoscrivere gli incendi, evitando che si estendessero ai fabbricati e agli edifici “ariani” limitrofi.

I tragici risultati

Non vi furono processi a carico dei vandali e degli assassini se non nei casi, piuttosto rari, di alcune violenze sessuali ai danni delle vittime di sesso femminile. Il capo di imputazione, in questo caso, non era costituito dallo stupro ma dall’«attentato alla purezza della razza» che gli aggressori avevano compiuti ai danni della “nazione ariana”. Le comunità ebraiche tedesche furono obbligate a risarcire il controvalore economico dei danni arrecatigli dagli aggressori, dovendo rimborsare quello stesso Stato tedesco che aveva fomentato le violenze. Al pari della surreale condizione di una persona scippata che deve pagare lo scippatore dei beni che questi gli ha sottratto. Benché la responsabilità politica e morale delle inaudite violenze e degli assassini ricadesse interamente sull’intero regime, una parte dei suoi esponenti non fu direttamente coinvolta nella loro esecuzione, esprimendo semmai disapprovazione non verso gli atti criminali in sé ma per il modo – ovvero il saccheggio indiscriminato – con il quale si erano consumati e conclusi. Nella dinamica dei fatti, così come tra le pieghe della storia, è poi emerso il conflitto di potere che si consumò in quei giorni tra Goebbels, da una parte, ed altri esponenti del regime nazista, come Heinrich Himmler, comandante delle SS e delle polizie tedesche, o Hermann Göring, potente capo dell’aviazione e diretto fiduciario di Hitler. Ancora una volta, l’oggetto del contendere non era la criminosità degli atti ma il fatto, in questo caso, che a prendere l’iniziativa fosse stato un singolo ministro, accusato dai suoi omologhi di bramosia di potere, causando danni sì agli ebrei ma, di riflesso, anche notevoli disagi al resto dei tedeschi. Di Goebbels si disse quindi da parte di costoro che fosse stato un «irresponsabile». La dimensione, a tratti quasi catastrofica, del saccheggio era evidente. Una parte delle élite nazionalsocialiste temeva che ciò avrebbe causato danno al prestigio germanico dinanzi agli occhi del mondo. Come dire: violenze sì, ma non sulle pubbliche piazze. Da subito la Germania dovette confrontarsi con i contraccolpi economici del pogrom, che si rivelarono decisamente seri, essendo stati colpiti gangli vitali delle sue attività, soprattutto di quelle commerciali. Questo, benché sarebbero state le stesse vittime a pagare il conto dei danni subiti, fu un fatto in parte sancito già il 12 novembre 1938, con una conferenza presieduta da Göring, il quale esordì affermando rabbiosamente: «ne ho abbastanza di queste manifestazioni. Non è agli ebrei che fanno torto, ma a me, perché io sono l’autorità responsabile del coordinamento dell’economia tedesca. Se oggi si distrugge un negozio ebreo, se si getta la mercanzia sulla strada, la compagnia di assicurazioni pagherà i danni e l’ebreo non avrà perso niente […] È insensato saccheggiare tutti i magazzini ebrei e bruciarli, perché in seguito una compagnia di assicurazione tedesca sia chiamata a regolare il conto. E si bruciano i prodotti di cui si ha disperatamente bisogno, intere partite di vestiario e altro ancora, e tutto quanto di cui abbiamo necessità. Potrei anche dar fuoco alle materie prime quando ancora non sono state trasformate in prodotti!».

Il bilancio politico

Nel complesso, la partecipazione della popolazione tedesca al pogrom fu molto contenuta se non assente, benché il tutto fosse poi presentato come una spontanea manifestazione antiebraica. Ma l’opinione pubblica si rivelò sostanzialmente assenziente rispetto a quei misfatti, non manifestando alcuna opposizione di fatto. Lasciò che le cose avvenissero. In una miscela di risentimento (contro gli ebrei, visti ora come un pericoloso corpo estraneo rispetto alla “nazione razziale” germanica), di compiaciuto asservimento (alle direttive e alle istigazioni provenienti dagli apparati di regime), di falsa rispettabilità (qualcosa del tipo: “se ce la prendiamo con gli ebrei una ragione ci sarà pure”). Il nazismo si era già sufficientemente radicato in Germania ed era visto da molti tedeschi come un regime duro e spietato ma motivato da fini più che condivisibili; soprattutto, indirizzato a restituire al paese l’«onore», la potenza e la forza perduti con la fine della Prima guerra mondiale. Di sé dava l’idea che avrebbe comunque tutelato gli interessi nazionali. In cinque anni, dalla sua ascesa al potere e dalla trasformazione del suo cancellierato in dittatura, Hitler aveva enormemente consolidato la credibilità personale, e del suo sistema di potere, agli occhi di molti tedeschi. Per proseguire nel suo programma politico doveva però indicare, in misura sempre più spasmodica e radicalizzata, dei nemici, interni ed esterni, contro i quali adoperarsi. Passando, laddove possibile, alla violenza e quindi alle vie di fatto. L’intenzione di arrivare ad una guerra europea era già stata espressa, d’altro canto, da Hitler medesimo ai vertici delle forze armate germaniche. Era solo una questione di tempo, necessitando un’organizzazione non solo militare ma anche civile e sociale adeguata all’obiettivo di scardinare i già traballanti equilibri europei. Su questo, in fondo, molti tedeschi si sarebbero rivelati consenzienti. Così come con l’idea di una «guerra tra concezioni del mondo», un conflitto ideologico tra il bene (la Germania «ariana») e il male (il «giudaismo internazionale», al quale erano attribuite le peggiori nequizie). La «notte dei cristalli», tra il 9 e il 10 novembre, si inseriva in questo processo di feroce progressione verso la catastrofe europea.

Quel che resta del 1938

Il 1938 fu nel suo complesso, per l’ebraismo ma anche per l’Europa ancora libera, un anno tragico, segnando definitivamente la fine delle ultime, residue speranze di un assestamento dell’antisemitismo di Stato dei nazisti su posizioni non troppo estremistiche. Gli ebrei tedeschi, e quelli dei Paesi che sarebbero stati conquistati di lì a non molto dalle truppe tedesche, venivano non solo discriminati ed emarginati ma perseguitati in maniera sempre più aperta e radicale. Quello stesso anno era stato contrassegnato dall’avvio di una lunga politica di espansione territoriale della Germania: l’annessione dell’Austria, l’inizio dello smembramento della Cecoslovacchia, il ripetersi delle pretese naziste su altri territori europei, rivendicati poiché abitati anche da persone di lingua tedesca. La campagna isterica contro gli ebrei si inseriva in questo quadro di patologica enfatizzazione del diritto della “nuova Germania”, tale poiché unità razzista, di stabilire una progressiva, indiscutibile signoria sul Continente. Stavano per smottare i vecchi equilibri geopolitici sanciti dagli accordi di pace del primo dopoguerra e stavano per cadere, con essi, anche i diritti dei popoli.

Claudio Vercelli, storico, Università cattolica del Sacro Cuore in un articolo da patriaindipendente.it