“Emigranti indesiderati”: la storia degli italiani all’estero, di Chiara Formica (da duerighe.com)

Anime illuse (emigranti), olio su tela di Filippo Omegna

Accoglienza forzata e emigrazione indesiderata: lo straniero è un problema.

Esistono verità che non conoscono differenze culturali e temporali, perché rispondono direttamente alla natura ostile dell’uomo: il nemico è lo straniero. È una verità che riscontriamo quotidianamente: la resistenza all’ostilità contro gli emigranti indesiderati è il risultato di uno sforzo critico e umano che travalica il rifiuto superficiale, ma è un processo faticoso e poco supportato dal comune sentire.

Ultimamente il ministro lussemburghese degli Esteri, Asselborn, ha accusato il ministro italiano dell’Interno, Matteo Salvini, di promuovere un’etica fascista anni Trenta, aggiungendo che gli italiani non devono dimenticarsi che loro stessi hanno avuto la possibilità di arricchirsi grazie alle loro emigrazioni all’estero. La verità storica ci ricorda anche altro.

Italiani “emigranti indesiderati”

Indesiderabile people” erano gli emigranti indesiderati dalle popolazioni autoctone.

Gli italiani venivano fortemente sfruttati come mano d’opera a basso costo, erano considerati cafoni, arretrati dal punto di vista dei costumi e delle tradizioni, popolo di contadini.

Delinquenti, sporchi, ignoranti, criminali e mafiosi: questi erano gli italiani all’estero. “Una razza inferiore” o “stirpe di assassini, anarchici e mafiosi”. Dalle parole ai fatti: gli italiani che si videro rifiutati e emarginati intrapresero la carriera criminale.

Le testate giornalistiche straniere, per scoraggiare nuovi arrivi, pubblicavano periodicamente invettive contro gli emigranti italiani.

Il 18 dicembre 1880, The New York Times usciva con un editoriale titolato “Emigranti indesiderati”, nel quale l’immigrazione italiana veniva definita “promiscua, feccia sporca, sventurata, pigra, criminale dei bassifondi italiani”.

Il 17 aprile 1921 sullo stesso quotidiano, un articolo “Gli italiani arrivano a grandi numeri” lamentava il crescente numero di immigrati italiani: «il numero di immigrati sarà limitato solo dalla capacità delle navi». E ancora: «lo straniero che cammina attraverso una città come Napoli può facilmente rendersi conto del problema con cui il governo ha a che fare: le strade secondarie sono letteralmente brulicanti di bambini che scorrazzano per le vie e sui marciapiedi sporchi e felici. La periferia di Napoli brulica di bambini che, per numero, può essere paragonato solo a quelli che si trovano a Delphi, Agra e in altre città delle Indie orientali».

L’emigrazione italiana

Tra il 1861 e il 1985 gli italiani emigrati all’estero sono stati circa 29 milioni: di questi, 10.275.000 sono successivamente tornati in Italia, mentre 18.725.000 si sono definitivamente stabiliti all’estero.

Dal 2006 ad oggi, secondo l’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (AIRE), il numero di cittadini italiani che risiedono fuori dall’Italia è passato dai 3.106.251 ai 4.973.942 del 2017.

Gli italiani continuano ad emigrare da circa un secolo e mezzo: prima la “grande emigrazione” (1876-1915), poi la “migrazione europea” (1945-1970) e infine la “nuova emigrazione”, la cosiddetta ‘fuga dei cervelli’.

La principale causa dell’emigrazione italiana è stata la povertà, la mancanza di lavoro o della terra da poter lavorare, soprattutto nell’Italia meridionale.

Gli italiani emigrarono anche per problemi politici interni, specialmente durante il ventennio fascista: fuggirono comunisti, anarchici ed ebrei. Altro motivo, e grande problema di questo paese, l’insicurezza dovuta alla criminalità organizzata.

L’emigrante, olio su tela di Arnaldo Mazzoni

Gli emigranti italiani: chi erano, chi sono

Lasciarono l’Italia tra il 1870 e il 1914 prevalentemente uomini senza una specializzazione lavorativa definita, prima del 1896, la metà dei migranti era formata da contadini. I genovesi, molto prima del 1861, furono tra i primi a partire per l’Argentina e l’Uruguay.

L’emigrazione non ha influenzato nello stesso modo tutte le regioni italiane. La “grande emigrazione” interessò prevalentemente zone rurali del sud.

I flussi migratori degli italiani all’estero aumentarono con la crescita delle loro rimesse, nonostante l’aumento dei salari in Italia. Proprio come accade per gli sbarchi migratori odierni, i primi emigranti italiani, uomini o ragazzi che partivano da soli, spedivano a parenti o amici rimasti in Italia, il denaro necessario per comprare i biglietti e raggiungerli. Il flusso costante di denaro dagli Stati Uniti all’Italia arrivò a costituire circa il 5 per cento del Pil italiano.

Chi partiva dalle regioni settentrionali si imbarcava a Genova o a Le Havre in Francia, mentre dal Sud a Napoli. Chi viaggiava in terza classe doveva accontentarsi di un sacco imbottito di paglia e un orinatoio ogni 100 persone, per tragitti che potevano durare anche un mese.

I “padroni” italiani: gli scafisti

La tratta di esseri umani non è un’invenzione tutta libica. Nei primi anni dopo l’Unità d’Italia l’emigrazione era totalmente fuori dal controllo dello Stato: gli emigranti passavano per le mani di agenti di emigrazione, chiamati “padroni”, il cui unico obiettivo era ricavare il massimo profitto dalla povertà assoluta.

Nel 1888 in Italia fu approvata la prima legge volta a contrastare gli abusi dei “padroni”, nel 1901 fu invece creato il commissariato dell’emigrazione, con il compito di assegnare licenze alle imbarcazioni idonee al trasporto dei migranti. Palermo, Napoli e Genova: i porti di imbarco destinati agli emigranti.

Il commissariato sanciva i costi fissi dei biglietti, cercava di mantenere l’ordine nei porti di imbarco, ispezionava gli emigranti in partenza, individuava ostelli e strutture di accoglienza e stipulava accordi con i Paesi di destinazione del flusso migratorio per aiutare coloro che arrivano.

Gli italiani: ‘né bianchi, né negri’ negli Stati Uniti

Gli Stati Uniti erano fra le mete più ambite dagli emigranti italiani, ma non erano di certo a loro volta ben voluti.

“Non sono, ecco, non sono come noi. La differenza sta nell’odore diverso, nell’aspetto diverso, nel modo di agire diverso. Dopotutto non si possono rimproverare. Oh, no. Non si può. Non hanno mai avuto quello che abbiamo avuto noi. Il guaio è…. che non ne riesci a trovare uno che sia onesto”. Queste le famose parole del presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon, intercettato durante una conversazione nello Studio Ovale il 13 febbraio 1973.

Prima ancora, nel 1924, il presidente del Museo americano di storia naturale, Henry Fairfield Osborn, durante una conferenza nazionale sull’immigrazione, sintetizzò efficacemente lo spirito di accoglienza della popolazione statunitense: «Questi immigrati stanno facendo degli Stati Uniti una discarica per cittadini indesiderabili».

Si riferiva agli immigrati provenienti dall’Europa meridionale, in particolare agli italiani, per lo più provenienti da Campania, Sicilia e Veneto.

Dal 1924 al 1965 rimase in vigore la riforma americana sull’immigrazione, che ufficializzava la «profonda irritazione nei confronti di persone che parlano una lingua straniera e vivono una vita straniera», tanto da arrivare a classificarli (niente di così diverso dalla proposta del vicepremier leghista di censire i rom). I nord europei erano i privilegiati, mentre gli altri, in particolare gli italiani, erano in fondo alla lista: gli indesiderati, appunto.

Gli emigranti indesiderati, accontentandosi di poco, favorivano l’abbassamento degli stipendi, accaparrandosi il risentimento dei lavoratori americani.

Dalla relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti dell’Ottobre 1912, riviviamo un déjà-vu che dovrebbe indurci a riflettere:

“Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura.
Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane.
Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.
Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.
Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina.
Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.
Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.
Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti.
Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali.

Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare.
Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario.
Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia.

Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”.

Alla stregua di oggi, non mancarono le teorie complottiste, che gridavano all’invasione degli immigrati e alla sostituzione della forza lavoro americana.

Nel 1916 compariva uno dei libri che maggiormente influenzò lo spirito di ostilità nei confronti degli emigranti indesiderati, The passing of the grate race, di Madison Grant. Questo denunciava la decadenza della grande razza bianca e la spiegava tramite una classificazione interna. I “caucasoidi”, la razza superiore, erano distinti in tre tipologie: i “nordici”, ossia i migliori, gli “alpini” e infine, a mo’ di piaga viziosa, pigra e stupida, i “mediterranei”, quindi greci, italiani e spagnoli.

Da poco liberi dalla piaga della schiavitù, gli Stati Uniti consideravano gli italiani né bianchi, “ma nemmeno palesemente negri”. Anche in Australia si parlava dell’immigrazione italiana come “dell’invasione della pelle oliva”.

‘Mangiaspaghetti’ e minatori in Lussemburgo e Belgio

I primi italiani in Lussemburgo arrivarono nel 1892, ma intorno al 1910 la comunità italiana era già salita a 10.000 persone. Secondo le cifre, aggiornate all’inizio del 2018, gli italiani presenti nel paese sono 21.962 e costituiscono il 3,6 per cento della popolazione totale.

Gli emigranti italiani hanno lavorato soprattutto nelle industrie siderurgiche e nelle miniere di ferro di Esch-sur-Alzette, di Dudelange, Rumelange e Differdange.

I quotidiani italiani, negli anni ‘70, riportavano le condizioni di vita degli ‘emigranti indesiderati’ ritraendo scenari tristi quanto quelli attuali, denunciandone il grado si abbandono. Lamentavano alloggi sovraffollati e scarse condizioni igieniche, affitti elevati e l’impossibilità per i ragazzi di studiare in scuole italiane.

Riccardo Ceccarelli, uno dei tanti emigranti indesiderati in Lussemburgo, racconta al Corriere della Sera la sua storia e quella di altre decine di migliaia di emigrati italiani. «La fame deve essere una brutta bestia se chi è nato in posti così belli ha poi deciso di andarsene a lavorare dentro un buco profondo duecento metri». Il buco è la miniera lussemburghese di Esch-sur-Alzette, il posto tanto bello che si è dovuto lasciare è l’Italia, per la precisione la Romagna. Gli italiani venivano considerati una comunità di “mangiaspaghetti e orsi selvatici, quando andava bene, o sbrigativamente tutti delinquenti”, ma capaci di lavorare instancabilmente nelle miniere.

Le ondate migratorie più massicce, in Belgio, si registrano nel primo periodo postbellico, in seguito al 1918, quando il paese aveva la necessità di ricostruirsi. Iniziarono ad arrivare operai italiani nelle miniere di carbone sotterranee, nelle cave di pietre e marmi e nei cantieri di costruzione.

Nei primi cinque anni arrivarono in Belgio 20.000 italiani, per poi raggiungere, negli anni ’60, il 44,2 per cento della popolazione straniera del paese.

Dopo la Seconda guerra Mondiale, il governo italiano strinse un accordo con quello belga, per regolare lo scambio di forza-lavoro italiana con il carbone del Belgio: 50.000 operai italiani sotto i 35 anni, per 12 mesi di lavoro, in cambio di 200 chili di carbone giornaliero.

L’8 agosto 1956, a Marcinelle, nella miniera Bois du Cazier, morirono 262 minatori, di cui 136 italiani, rimasti intrappolati in seguito ad uno scoppio. Furono complessivamente 867 i minatori italiani morti in Belgio dal 1946 al 1963.

La manodopera a basso costo in Germania e Svizzera

Il governo italiano sottoscrisse lo stesso accordo anche con la Germania, chiedendo di occupare lavoratori stagionali italiani, a causa della diminuzione costante delle esportazioni italiane in Germania.

Di fronte alla reticenza tedesca di assumere manodopera italiana, il governo minacciò di «tornare ad una politica commerciale restrittiva se gli altri stati non fossero stati disposti ad un’attuazione liberale dell’assunzione di manodopera».

Solo nel settembre 1955, quando la disoccupazione tedesca toccò il 2,7 per cento, il ministero del lavoro tedesco stimò a 800.000 il «bisogno aggiuntivo di manodopera per il 1956».

In Svizzera si registrano tre importanti flussi di emigranti italiani: nella seconda metà dell’Ottocento, nel primo dopoguerra e dopo la Seconda guerra mondiale.

L’integrazione non fu per niente facile: gli italiani passarono da 526.579 nel 1970, a 379.734 nel 1990, per scendere ancora a 289.111 nel 2009, pur rimanendo la comunità straniera più numerosa in Svizzera, seguita da tedeschi e portoghesi.

Diffusissimo lo spirito xenofobo portò a iniziative contro l’inforestierimento prima nel 1965, poi nel 1969, quando Azione popolare, partito di estrema destra, chiese di fissare un tetto massimo del 10 per cento per la popolazione straniera. L’iniziativa fu respinta nel 1970 dal 54 per cento dei votanti.

La terza, del 1972, fu respinta dal 65,8 per cento degli aventi diritto al voto, e infine la quarta, nel 1977, fu respinta dal 70,5%.

Moltissimi italiani scelsero la Svizzera, perché il suo sistema produttivo era uscito praticamente indenne dalla guerra: a fronte di una crescente domanda produttiva, anche internazionale, si vide costretto ad aumentare manodopera. Gli imprenditori svizzeri decisero di rivolgersi ai lavoratori stranieri a basso costo, provenienti soprattutto dall’Italia.

Dalla fine della guerra agli anni ’60 a emigrare in Svizzera furono soprattutto abitanti del Nord Italia. I testimoni di quei viaggi raccontano scenari raccapriccianti, ne è un esempio Maria Paris, originaria di un villaggio nei pressi di Bergamo, che il 20 agosto 1946, andò in treno da Milano a Losanna. Racconta che arrivati alla stazione di Briga, tutti gli emigranti italiani furono fatti completamente spogliare in due tristi capannoni, dovettero farsi una doccia prima di essere cosparsi di DDT e passare la visita medica. Una donna incinta che rifiutava di svestirsi fu rispedita alla frontiera seduta stante.

“Oggi, a differenza di un tempo, i bagni, le lavature, le strigliature sono sempre più frequenti, le visite più severe, le indagini più accurate e il servizio procede più preciso, ma la nave di Lazzaro è sempre lì con l’apparenza negriera e gli occhi miserabili che attendono sono sempre in massima parte spauriti per quanto già rassegnati all’ignoto”. Giovanni Preziosi, 1907. 

Le valigie dell’emigrazione, olio su tela di Danilo Montenegro

 

“Nella lontana pianura di Polonia (nel limbo azzurrognolo ove nazisti immettono gas nelle camere con le docce finte)”, lirica della memoria di Claudio Arzani (Non un solo giorno)

Disegno esposto al museo di Auschwitz che rappresenta la selezione delle donne condannate alla camera a gas

Plumbeo il cielo, alito di vento
accarezza il manto erboso,
brilla argentea bianca rugiada
tra le traversine delle rotaie.

 

Linea ferroviaria all’uopo dedicata
gelido autunno, il fiato condensa
sulle garritte all’erta sentinelle
atteso convoglio con i carri chiusi.

 

Pronto l’ufficiale addetto alla selezione
manovratore attende allo scambio
alito di vento, plumbeo il cielo
sinti ed ebrei stipati nei carri.

 

Partiti di notte strappati dalle case
dai lupi affamati della Gestapo
caricati sul convoglio, le valigie di cartone
su ciascuna il nome, per non fare confusione.

 

Gracchia al cielo l’altoparlante
schnell, schnell,  ma senza confusione
onde consentire ordinata selezione
a sinistra gli storpi,  alla destra i lavoranti.

 

Lasciare sui carri l’odore di piscio
escrementi dolore e sudore
la meta imposta è giunta alfine,
sulla torre sventola croce uncinata.

 

Alle finte docce deboli e debosciati
alle baracche in catene idonei al lavoro
plumbeo il cielo, alito di vento,
odore di gas, fumo alle ciminiere.

 

Oswiecin campo di Birkenau
problema superato, avvio allo sterminio
nessun aquilone, nessun bianco airone
sulla torre incombe nera croce uncinata.

Un giorno delle donne prigioniere, disegno di Mieczysław Kościelniak (Auschwitz-Birkenau State Museum)

Lirica pubblicata in ‘Scendea fischiando feroce sorella mortedi Claudio Arzani e Fausto Chiesa con illustrazioni di Edoardo Arzani, Scritture edizioni, 2015

“Visita a Dachau”, lirica della memoria di Francesco De Girolamo, poeta in Roma (Non un solo giorno)

Per anni l’artista sloveno Zoran Mušič non riuscì a misurarsi con l’angoscioso ricordo del lager. Rimasto imprigionato sette mesi, fino al giugno 1945, nel campo di Dachau fissò su qualsiasi supporto disponibile il dramma di quell’esperienza.

L’eco assordante, in fondo a quel silenzio,
dei corpi inermi, straziati oltre la morte,
mi assalì già al varcare il suo cancello:
“Arbeit macht frei”,
con la sua truce, beffarda
verità profanata.
Mi bruciava nel sangue
l’opaca sordità del male;
e quell’immondo orrore,
pietosamente evocato,
mi offuscava la vista,
mi toglieva il respiro.
Della spianata riarsa,
all’ingresso dei forni,
rimarrà in me solo un senso
d’abisso insostenibile,
da non poter scrutare.
E mi vennero in mente le domande,
di due poeti, presenza e memoria
di quell’inferno: Krystyna Żywulska,
sopravvissuta ad Auschwitz,
e William Heyen, nato in quegli anni
in America, nipote di un SS.
“Arriveranno giorni migliori?”
e “Ma chi ha ucciso gli Ebrei?”
“Io ho solo obbedito a degli ordini!”
replicavano cori di voci
dall’oscena quiete di una prigionia,
fieramente trascinata, nell’ombra,
fino a un’indegna morte naturale.
Qualcuno ha una risposta?
Io non so darla, ma vedo
che in troppe parti del Pianeta
con i suoi tanti genocidi,
rimossi e impuniti,
vedo che “i giorni migliori”,
minimamente migliori,
sembrano molto lontani:
potranno ancora arrivare?

(Nota: Visitai il Campo di Dachau, ora aperto al pubblico, divenuto memoriale e museo, nell’estate del 1993, durante un viaggio in Baviera.)

“Sospesi”, lirica della memoria di Michele Prenna, poeta in Varese (Non un solo Giorno)

Settembre 1943, verso l’esilio, di Marcello Tomadini,

Un treno sigillato di carri bestiame
trasporta esseri umani
verso la soluzione finale
del problema dei contagi
fatali per la razza superiore.

Procede sicuro il convoglio
senza gravi intoppi e ritardi
col carico per lo sterminio
e già vi si ammucchiano morti
i fragili uccisi dal viaggio.

Qualcuno crede alla bugia
di un trasferimento al lavoro
a dura fatica, ma a vita.

Quando lo incontra lo sguardo
s’apre il segreto alla vista
del ghigno orrendo del campo.

Marcello Tomadini, Benjaminovo 12-17 marzo 1944 – Dopo oltre trenta ore di chiusura nei carri bestiame, ci fanno scendere a piedi scalzi, sulla neve, per soddisfare le necessità corporali, in “Venti mesi fra i reticolati”, LX tavole con prefazioni di don Pasa e Guglielmo Cappelletti, Vicenza, Editrice Società Anonima Tipografica, 1946

 

“L’appello del mattino”, di Krystyna Zywulska, settembre 1943

L’appello (E il vento si fermò ad Auschwitz), illustrazione di Michela Ameli

Il sole sorge sul campo di Auschwitz,
splendente di un bagliore roseo
stiamo tutti in fila, giovani e vecchi,
mentre nel cielo scompaiono le stelle.
Ogni mattino stiamo qui per l’appello
Ogni giorno, con la pioggia o con il sole
sui nostri volti sono dipinti
dolore, disperazione, tormento.
Forse proprio ora, in queste ore grigie,
a casa mia piange un bambino
forse mia madre sta pensando a me…
La potrò mai rivedere?
In questo momento è bello sognare ad occhi aperti,
forse proprio ora il mio innamorato mi pensa
Ma, Dio non voglia, se
andassero a prendere anche lui?
Come su uno schermo argentato
l’azione continua splendida
poco lontano arriva qualcuno
in una limousine nuova e brillante.
Scendono con lentezza e con grazia,
le “Aufseherinnen” (1) indossano abiti blu.
Ci trasformiamo immediatamente in pilastri di sale,
numeri, nullità inanimate.

Ci contano con arroganza sprezzante
loro, la razza più nobile
sono i tedeschi, la nuova avanguardia
che conta la marmaglia a strisce, senza volto.
All’improvviso, come per una scossa elettrica, rabbrividiamo
al pensiero che simile a un razzo ci balena in testa
costei deve essere anche una moglie o una madre
una donna… E anche io sono una donna…
La pellicola sensazionale si svolge lentamente
“Achtung!” Sistemare la fila!
Questo è un momento davvero speciale,
si avvicina il “Lagerkommandant”.
È possibile che il mondo sia tanto pericoloso?
Un fischio e, in un attimo, il silenzio
fra di noi pronunciamo una preghiera quieta
ma c’è qualcuno che ci può sentire?
Il sole è di nuovo alto nel cielo, brillanti e rosei sono
i suoi raggi. O Dio caro, ti chiediamo
arriveranno giorni migliori?

(1) Sorveglianti

Mauthausen, disegno di Valeria Rigotto

Tratto dal volume “The Auschwitz Poems” pubblicato dal Museo Statale di Auschwitz-Birkenau, 1999, tradotto per la prima volta in italiano, su licenza del museo polacco, da Marilinda Rocca

Sopravvissuti escono dalla baracca dei bambini, Auschwitz, 27 gennaio 1945

“Domani, 27 gennaio, è il GIORNO DELLA MEMORIA”: ricordo proposto in fb da Ivano Marchioni

Domani, 27 gennaio è il Giorno della Memoria. Si è stabilita questa data perchè il 27 gennaio del ’45 le truppe dell’Armata Rossa, impegnate in una offensiva in direzione della Germania, arrivarono per prime nel campo di Auschwitz. La scoperta del campo e le successive testimonianze dei sopravvissuti rivelarono compiutamente per la prima volta al mondo l’orrore del genocidio nazifascista. E preziosa è stata la testimonianza di Primo Levi nel suo capolavoro letterario “Se questo è un uomo“. Riporto quel momento trascrivendo alcune indimenticabili righe che raccontano dell’arrivo del soldati russi, in una fredda giornata di gennaio (il 27) al campo di Auschwitz , il giorno della liberazione, della libertà.

La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno. Fummo Charles ed io i primi a scorgerla: stavamo trasportando alla fossa comune il corpo di Sómogyi, il primo dei morti fra i nostri compagni di camera.
Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi.
A noi parevano mirabilmente corporei e reali, sospesi (la strada era piú alta del campo) sui loro enormi cavalli, fra il grigio della neve e il grigio del cielo, immobili sotto le folate di vento umido minaccioso di disgelo; quattro messaggeri di pace, dai visi rozzi e puerili sotto i pesanti caschi di pelo.
Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo.
Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa

Accadde oggi: 23 gennaio 1918, in Unione sovietica il consiglio dei commissari del popolo decreta la fondazione dell’Armata Rossa

Il Commissario del Popolo, olio su tela, di Tokarev, Vjačeslav Vasil’evič

L’Armata Rossa dei Lavoratori e dei Contadini  più comunemente Armata Rossa, fu il nome dato alle forze armate russe dopo la disintegrazione delle forze zariste. L’aggettivo “rossa” fa riferimento al colore tradizionale del movimento socialista e comunista. L’Armata Rossa fu istituita su decreto del Consiglio dei commissari del popolo e divenne l’esercito dell’URSS al momento della fondazione dello Stato stesso, nel 1922. Lev Trockij, commissario del popolo per la guerra dal 1918 al 1924, ne è considerato il fondatore.

L’Armata Rossa, guidata direttamente da Stalin con la collaborazione di vari generali, svolse una funzione decisiva durante la seconda guerra mondiale sconfiggendo in quattro anni di violente e sanguinose battaglie la grande maggioranza delle forze della Wehrmacht della Germania nazista e concludendo vittoriosamente il conflitto con la conquista di Berlino e Vienna. Nel suo periodo di massima espansione d’organico, nel 1943, l’Armata Rossa contava 10,5 milioni di effettivi tra ufficiali, sottufficiali e soldati ed era equipaggiata con migliaia di carri armati e cannoni moderni; le perdite per raggiungere la vittoria furono elevatissime: 11,2 milioni di soldati morti per cause di guerra nel periodo 1941–1945.

Dopo la vittoria sul Terzo Reich, nel 1946 la denominazione Armata Rossa venne, almeno ufficialmente, modificata in Armata Sovietica.

I marinai dell’Ottobre, olio su tela, di Sulimenko, Petr Stepanovič

Piacenza, piazzale Velleia: nessun tocchi quella lapide partigiana!

“Nessun tocchi quella lapide partigiana”: lo scrivevo (leggi qui) il 16 marzo 2018 all’indomani dell’annuncio dei lavori di abbattimento dei vecchi capannoni e del muro di cinta tra piazzale Velleia e via Calciati per far posto ad un nuovo supermercato con tanto di ampio parcheggio. Ne seguì un dibattito in Consiglio Comunale e, all’unanimità di tutte le formazioni politiche, venne assicurato che la lapide restava al suo posto o, al limite, sarebbe stata ricollocata ma sempre nella stessa piazza.

La lapide ricorda che due giorni prima della Liberazione di Piacenza, il 26 aprile 1945, due giovani partigiani, Renato Gatti (nato il 16 marzo 1926) e Carlo Alberici (nato il 16 marzo 1922), scesi in città per una perlustrazione della zona e per verificare la presenza di tedeschi, arrivati in quella che all’epoca era estrema periferia, hanno trovato in agguato nell’attuale piazzale Velleia, un gruppo di nazisti (e forse di fascisti) che non hanno esitato a sparare uccidendoli.

La demolizione è iniziata da un paio di settimane e ieri ecco l’abbattimento del muro di cinta. La ‘sezione’ con la lapide però è effettivamente rimasta al suo posto: assicuriamoci che lì è e lì resti, non c’è infatti motivo per spostala o ‘ricollocarla’, lo spazio libero è più che sufficiente sia per il nuovo supermercato che per il programmato parcheggio.

“Piacenza 1938-45. Le leggi razziali”, mostra allestita a Borgo Faxhall fino al 23 gennaio 2019

A 80 anni dall’approvazione delle “leggi per la Difesa della Razza” l’Isrec propone una mostra nell’interrato di Borgo Faxhall che fa seguito ad un percorso di formazione scolastica che ha coinvolto diverse classi degli istituti piacentini sui temi dell’Antisemitismo e del razzismo.

L’impatto, devo evidenziare con una punta d’amarezza, non è positivo a partire dal fatto che, essendo allestita appunto nell’interrato del centro commerciale dove si susseguono vetrine deserte, inevitabilmente mi ritrovo in assoluta solitudine. In secondo luogo i fittissimi pannelli carichi di notizie e considerazioni storiche non sono certo di facile lettura imponendo un tempo dedicato di qualche ora. Probabilmente consigliabile organizzarsi per partecipare ad una visita guidata contattando l’Isrec telefondando allo 0523-330346 o scrivendo a [email protected]

Detto questo va però precisato che, con il tempo a disposizione (almeno una mezzoretta), prime informazioni adeguate arrivano dalle numerose immagini fotografiche dell’epoca e dai ritagli del quotidiano piacentino all’epoca ribatezzato (per volere del Regime) nel guerresco “La Scure” sopprimendo l’ambiguo “Libertà” certo non gradito ai gerarchi fascisti in camicia nera.

Ferma restando la possibilità di approfondire comodamente a domicilio acquistando il volume “Leggi razziali e antisemitismo a Piacenza” di Carla Antonini, Scritture (edizione gennaio 2019) nelle librerie in leggero anticipo proprio in questi giorni prenatalizi. Il libro, analogamente ai pannelli della mostra, come si legge nell’introduzione, approfondisce il processo persecutorio che precedette e determinò l’invio ai campi di morte, le conseguenze esistenziali, sociali ed economiche per tutti coloro che nella nostra provincia subirono le discriminazioni antisemite.

In realtà, la nostra, era una provincia quasi “senza ebrei”: se ne contavano poco più di un centinaio e, dalle carceri di Piacenza, solo sei persone vennero inviate ad Auschwitz. Tuttavia anche i piacentini furono coinvolti nella campagna di formazione al razzismo orchestrata dal Regime attraverso la stampa e la scuola (in prima fila i professori dei licei cittadini). Come reagirano i piacentini? Il libro e la mostra rimangono nell’indeterminatezza: la maggioranza, per paura o per adesione ai messaggi della propaganda, si mostrò sostanzialmente indifferente di fronte alle persecuzioni, diciamo che ‘lasciò fare‘ ai funzionari periferici dello Stato in camicia nera o agli organi di Polizia, al massimo partecipando in base ad un razzismo generico.

Particolarmente zelanti, dunque, più che la popolazione nel suo insieme furono i rappresentanti locali dello Stato attraverso i quali si arrivò alla spoliazione dei beni, all’obbligo di residenza coatta, alla perdita del lavoro e infine agli ordini d’arresto per l’invio ai Lager nazisti. Il contributo generosamente dato dagli ebrei piacentini, evidenzia Antonini nel suo libro, alle imprese risorgimentali fino alla Grande Guerra e alle stesse campagne coloniali del fascismo, le opere di benificenza, i contributi alla scuola, all’economia e alla cultura locali vennero dimenticati e sostituiti dagli antichi pregiudizi dell’ebreo usuraio, ricco e affamatore.

Ma, ci si domanda, come fu possibile che nessuna famiglia protestasse contro il licenziamento di Anita Levi, scrupolosa maesta ebrea; nessun medico o infermiere del ‘Civile’, l’ospedale Guglielmo da Saliceto, si oppose per le dimissioni imposte al collega di radiologia di razza ebraica. Bisogna purtroppo riconoscere l’addomesticamento delle coscienze abilmente realizzato dal fascismo con la collaborazione e il ferreo impegno (riconosciuto dallo stesso Mussolini) del quotidiano La Scure a istruire i piacentini ad una “sana coscienza razziale“.

Alla fine, concludendo il percorso tra i pannelli della mostra, riflettendo sulle odierne posizioni di formazioni politiche italiane ed europee che sembrano riproporre atteggiamenti e slogan di quegli anni, ecco i nomi degli ebrei piacentini deportati nei campi di concentramento nazisti. Uno in particolare che qui vale la pena ricordare per non dimenticare l’orrore di quei giorni neri: Enrico Richetti, nato nel 1910, gestore in città di un negozio di macchine da scrivere, semplicemente ebreo. Arrestato a Firenze il 26 gennaio 1944, inviato a Fossoli, deportato ad Auschwitz con il convoglio n. 10 il 16 maggio 1944, muore a Dachau il 6 gennaio 1945.