“Odessa, il nuovo fumetto della Bonelli editore, è arrivato. Edoardo Arzani (colorista), lo ha presentato a Brescia alla fumetteria Games Academy Manicomix”

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Una poliedrica città sul Mar Nero è protagonista dell’ultimo fumetto edito da Bonelli: «Odessa», serie tra fantascienza e fantasy da oggi in edicola. Per festeggiare la nascita della nuova stella dell’universo bonelliano, la fumetteria Games Academy, corso Palestro 19, a Brescia, ha organizzato alle 16 l’incontro con il colorista Edoardo Arzani. L’opera ha coinvolto più artisti: il soggetto è stato concepito dallo sceneggiatore Davide Rigamonti e realizzato dalle matite di Matteo Resinanti. Mariano De Biase si è occupato della copertina, mentre Antonio Serra è il curatore della serie. Dopo il primo usciranno altri ventitré albi, ciascuno potenzialmente autoconclusivo ma tutti ben inquadrati nella storia di fondo: a causa di un evento imprevisto un’astronave aliena in viaggio nell’iperspazio si fonde con la città di Odessa. Non c’è alcuno schianto: il tessuto delle due realtà cede per ricomporsi in maniera inedita, in uno spazio fantascientifico abitato da nuove specie aliene.

Edoardo: dopo l’esperienza con il volume Gregory Hunter, colorista nella serie di Odessa

Nasce così un non luogo trasformato fin dalle fondamenta in qualcosa di mai visto prima.
Che cosa è successo alla realtà conosciuta?
E da quando l’impossibile è diventato normalità?
Odessa è la storia di un mondo nuovo. Odessa è il racconto di una collettività chiamata a sopravvivere a ogni costo. Odessa è l’avventura di un uomo alla ricerca di se stesso… o di quello che ne resta.

Oggi, 25 maggio è stata la data di arrivo del nuovo universo science-fantasy BONELLI: con nuovi personaggi e nuovi eroi in un mondo stravolto da un evento imprevedibile.

A presentare il volume 1 e l’esclusivo numero 0 omaggio è stato, come si diceva, Edoardo, colorista per Sergio Bonelli Editore (scritto e annunciato da padre naturalmente orgoglione).

Edoardo … finalmente dall’altra parte del tavolo

“Odessa”, Sergio Bonelli editore, domani in edicola. Edoardo, come colorista, nel team: ecco il suo omaggio alla serie

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Disegno e colori di Edoardo Arzani, omaggio alla nuova serie a fumetti di Sergio Bonelli editore

Ecco il messaggio ‘celebrativo’ di Edoardo:

– 1 al giorno della fusione.
Domani uscirà il numero 1 di “Odessa”, nuova serie Bonelli alla quale sto lavorando come colorista, motivo per cui domani sarò alla Games Academy Brescia Manicomix dalle 16 alle 19.
Questo è il mio omaggio personale alle serie.

“Di solo Amore e Polvere”, lirica di Catherine Calcagni La Rose, poeta in Roma

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Oils by Alex ALEMANY

Ho finito tutto l’inchiostro
a forza di scriverti
tutti i pennelli riposti
al loro posto
senza più dipingerti
Le mani sporche conservo
di solo Amore e Polvere
mentre la tela nuda
stesa alle nuvole
prende forma
modella tuo corpo d’eros surreale
che mi agita a vela
l’ultimo eterno violinoAfferro il tuo vento
nel bel verbo congiunto al passato
con occhi bendati raccolgo
solo Amore e Polvere
mentre malinconica m’incalzo
 l’anima nell’anima
nelle tasche del cielo orfano
di febbraio

Sottovoce parlo al tuo cuore
abbraccio il tuo cuscino
la voce in appanno del tuo respiro aspiro
perché come esiste il mio dentro
esiste anche il tuo
E non mi arrendo a questa illusione
che scorre ancora calda
sotto questa corazza di ghiaccioQuesta visione passa
attraverso il cuore
parla di me
di te
di noi
Perché
come sei morto tu
sono morta un po’ anch’io
e se ti cerco
è soltanto perché
anche di solo Amore e Polvere
ti Amo

“Concorso nazionale di poesia e narrativa “GUIDO GOZZANO” e III edizione premio AUGUSTO MONTI” a Terzo (Alessandria)

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Scadenza 8 luglio 2019

L’Associazione Culturale “Concorso Guido Gozzano” e la Biblioteca di Poesia di Terzo organizzano, in collaborazione con il Comune di Terzo, la XX edizione del Concorso nazionale di poesia e narrativa “Guido Gozzano” ed in collaborazione con la Biblioteca Civica e il Comune di Monastero Bormida la terza edizione del Premio “Augusto Monti” per opere di ambito ligure e piemontese.

REGOLAMENTO

Il Concorso “Guido Gozzano” si divide in quattro sezioni:

Sezione A – libro edito di poesie in italiano o in dialetto (con traduzione) pubblicato a partire dal 2014. Può essere inviato un solo libro di poesie per Autore, in quattro copie di cui una verrà catalogata e conservata presso la Biblioteca di Poesia di Terzo. Saranno escluse le antologie e le opere inviate tramite e-book o files elettronici.

Sezione B – silloge inedita in italiano o in dialetto (con traduzione) senza preclusione di genere. Si possono inviare da un minimo di 7 a un massimo di 12 poesie.

Sezione C – poesia inedita in italiano o in dialetto (con traduzione) senza preclusione di genere con un massimo di tre poesie.

Sezione D – racconto, fiaba o novella inediti in italiano a tema libero (massimo 5 pagine con spaziatura singola e carattere 12 Times New Roman).

Il Premio Augusto Monti si divide in due sezioni:

Sezione E – romanzo o raccolta di racconti editi, in italiano, pubblicati a partire dal 2015, di ambito piemontese o ligure. I concorrenti dovranno inviare le opere in quattro copie di cui una verrà catalogata e conservata presso la Biblioteca Civica di Monastero Bormida.

Sezione F – saggio storico, letterario, antropologico, ambientale e sportivo, in italiano, pubblicato a partire dal 2015, di ambito piemontese o ligure. I concorrenti dovranno inviare le opere in quattro copie di cui una verrà catalogata e conservata presso la Biblioteca Civica di Monastero Bormida.

*****

Sono considerate inedite le poesie, i racconti, le fiabe e le novelle, pubblicate su siti web, blog e riviste online.

Possono partecipare i testi premiati o segnalati in altri concorsi letterari mentre non è possibile partecipare con opere già inviate nelle edizioni precedenti né iscriversi nella medesima sezione in cui si è risultati primi classificati nel 2018.

MODALITÀ DI INVIO

Gli elaborati dovranno essere inviati entro lunedì 8 luglio 2019 (fa fede il timbro postale).

Editi

I libri editi (Sezioni A-E-F) dovranno essere inviati all’indirizzo di posta ordinaria:

Concorso nazionale di poesia e narrativa “Guido Gozzano” – Via La Braia, 9 – 15010 Terzo (AL).

In allegato all’opera dovranno essere inviate la scheda di partecipazione e la ricevuta del pagamento.

Inediti

Tutte le opere inedite (Sezioni B-C-D) potranno essere inviate:

– via e-mail (modalità di invio preferita) a : [email protected] con file anonimo in formato doc o pdf oppure per posta ordinaria, in quattro copie anonime, all’indirizzo : Concorso nazionale di poesia e narrativa “Guido Gozzano” – Via La Braia, 9 – 15010 Terzo (AL)

In allegato alle opere dovranno essere inviate la scheda di partecipazione e la ricevuta del versamento o via e-mail (tramite scansione) o in allegato al plico cartaceo.

Sarà dato atto, via e-mail, della corretta ricezione della domanda di iscrizione.

QUOTA DI PARTECIPAZIONE

Sezioni A, B, C, D, E,F : 15 euro

La quota di partecipazione di 15 euro permette l’iscrizione, indifferentemente a una o più sezioni, versando un’unica quota.

È possibile inviare, assieme alla quota di partecipazione, un importo aggiuntivo come contributo liberale per aiutare l’Associazione a conservare e catalogare tutte le opere in concorso presso la Biblioteca di Poesia “Guido Gozzano” di Terzo, affinché restino a disposizione di studiosi e appassionati di poesia e narrativa.

Per i vincitori del primo premio dell’ultima edizione del Concorso di Poesia “Città di Acqui Terme”e della Biennale di Poesia di Alessandria la partecipazione è gratuita.

Il versamento della quota di partecipazione potrà essere eseguito sul conto corrente postale numero 1020106926 intestato ad “Associazione Culturale Concorso Guido Gozzano”, oppure con bonifico bancario a favore dell’Associazione Culturale Concorso Guido Gozzano – coordinate bancarie ABI 07601 – CAB 10400 – c/c 1020106926.

IBAN: IT47T0760110400001020106926

Codice BIC/SWIFT: BPPIITRRXXX

PREMI

SEZIONE A:

Primo classificato: 800 euro e diploma di merito

Secondo classificato: 600 euro e diploma di merito

Terzo classificato: 400 euro e diploma di merito

SEZIONI B, C, D:

Primo classificato: 600 euro e diploma di merito

Secondo classificato: 400 euro e diploma di merito

Terzo classificato: 300 euro e diploma di merito

SEZIONE E:

Primo classificato: 500 euro e diploma di merito

SEZIONE F:

Primo classificato: 500 euro e diploma di merito

PREMI SPECIALI

Sezione A : Premio speciale per la migliore opera prima – farfalla in filigrana e diploma di merito.

La Giuria ha la facoltà di attribuire altri Premi Speciali o Segnalazioni.

La Cerimonia di premiazione si terrà presso la Sala Benzi di Terzo (Via Brofferio, 15) Sabato 5 ottobre 2019

****

La Giuria è composta da: Carlo Prosperi(Presidente della Giuria), Angelo Arata, Donato Bosca, Gianni Caccia, Maddalena Capalbi, Cristina Daglio, Fabrizio Dutto, Mauro Ferrari, Raffaele Floris, Piercarlo Grimaldi, Gianfranco Isetta, Beppe Mariano, Gabriella Montanari, Massimo Morasso, Alberto Pellegatta, Giancarlo Pontiggia, Piero Rainero, Eleonora Rimolo, Stefano Vitale.

La valutazione dei testi inediti è in formato anonimo.

Il giudizio della Giuria si intende come insindacabile ed inappellabile.

Per ogni sezione verrà individuata una rosa di finalisti che sarà pubblicata sul blog.

I risultati della XX edizione saranno resi noti a partire dal 20/09/2019 con la pubblicazione sul blog http://concorsoguidogozzano.wordpress.com; i concorrenti potranno inoltre informarsi, sempre da tale data, telefonando alla segreteria del Concorso (347 4996094 o 0144 594221).

La Segreteria avviserà per telefono o via e-mail solamente i finalisti, i vincitori e gli autori delle opere segnalate.

I vincitori dovranno essere presenti alla cerimonia di premiazione; in caso di indisponibilità potranno delegare altri a partecipare, in loro vece, alla premiazione.

Ai primi tre classificati di ogni sezione, che risiedono oltre 150 km di distanza da Terzo, sarà offerto il pernottamento presso una struttura ricettiva di Acqui Terme. I primi classificati di ogni sezione saranno invitati alla cena che seguirà la Cerimonia di premiazione.

SCHEDA DI PARTECIPAZIONE

Alla Segreteria del Concorso di Poesia e Narrativa “Guido Gozzano” e del Premio “Augusto Monti”

Il /La sottoscritto/a …………………………………………………………………………………………………………………….

nato/a a …………………………………………………………………. il ………………………………………………………………

residente a ………………………………………………………………………. CAP …………… Prov. ……………………….

via/piazza ……………………………………………………………….…………………….. nr. ……………………………………

tel. …………………………………………. e-mail ………………………………………………………………………………………..

inoltra domanda di partecipazione alla/e sezione/i :

A B C D E F (barrare la lettera corrispondente)

con le seguenti opere:

Titolo: …………………………………………………………………………………………………………………………………………….

Titolo: ……………………………………………………………………………………………………………………………………………

Titolo: …………………………………………………………………………………………………………………………………………..

Titolo del libro ……………………………………………………………………………………………………………………………….

(specificare se opera prima) …………………………………………………………………………………………………………..

Dichiara che l’opera/le opere inviate al Concorso Guido Gozzano sono frutto esclusivo del proprio ingegno e di accettare integralmente le disposizioni del bando di concorso.

Autorizza l’utilizzo dei suoi dati personali al fine esclusivo di consentire lo svolgimento delle procedure di concorso e le comunicazioni agli interessati ai sensi del Decreto Legislativo n. 196/2003.

Luogo e data …………………………………………. Firma dell’autore…………………………………………………………….

Per i minori firma del genitore …………………………………………………………………………………………………………..

La fotocopia della ricevuta del versamento deve essere allegata al plico o inviata via e-mail tramite scansione.

Segreteria del Concorso : Tel 0144 594221 o 347 4996094 – e-mail: [email protected]

Gruppo Fb – Concorso nazionale di poesia e narrativa “Guido Gozzano”

“Tempo di elezioni”, lirica di Michele Prenna, poeta in Varese

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Riempiono di carta la cassetta postale
santini elettorali mischiati ai volantini
con sconti del centro commerciale.

E’ il tempo elettorale cominciato
per indurre più gente a votare
nomi sotto volti tutti col sorriso.

Riconosci facce storiche
insieme a portatori d’acqua
per lo più d’aspetto giovane.

Per molti è sbarcare il lunario
investimento per profittare
di un’opportunità di lavoro.

Ce n’è però d’entusiasti
convinti di poter cambiare
rimediando antichi guasti.

Sono questi da cercare
mosche poco visibili
fra ragni bravi a mangiare.

“Non sono un assassino, ovvero il diavolo esiste ed è tra noi”, commento di Carmelo Sciascia

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Si sa che i film ed i libri sono cose diverse, come diversi sono i film tratti da libri. Forte di questo assunto, credo poter parlare di un nuovo film,  anche se non ho letto il libro che lo ha ispirato. “Non sono un assassino” è il film di Andrea Zaccariello uscito in questi giorni, “Non sono un assassino” è il romanzo di Francesco Caringella edito nel 2014.

Il regista Andrea è in qualche modo figlio d’arte: è figlio del produttore cinematografico Giuseppe Zaccariello, produttore attivo negli anni sessanta e settanta. Della sua attività di produttore da ricordare  un film, passato alla storia, di quegli anni: “A ciascuno il suo” diretto da Elio Petri. Mi sembra che il film di Andrea, cui tutti hanno visto chiari riferimenti al cinema di Dario Argento, sia più che un thriller, un vero e proprio “giallo” all’italiana. Di quei gialli che hanno fatto la storia del cinema e della letteratura della secondo metà del nostro Novecento. Il  filone nazionale del cosiddetto libro “giallo” ci ha illustrato le oscure trame del potere politico, le sue devianze, le sue oscure trame, più che i resoconti  della cronaca giornalistica ufficiale. Buon sangue non mente. Questo film è costruito come un misterioso poliziesco, come sono costruite certe opere sciasciane, penso soprattutto al “Cavaliere e la morte”. In quest’opera, la penultima (l’ultima è stata “Una storia semplice” – che semplice non era affatto -)  Leonardo Sciascia  partendo da alcune considerazioni riguardanti una incisione di Albert Durer, ci rende partecipi di una profonda riflessione sul potere, sulla creazione di capri espiatori , sulle dietrologie e la manipolazione dell’informazione. 

Qui nel film, punto di partenza è la relazione di amicizia di tre giovani, tre ragazzi che saranno i personaggi principali della trama. Un magistrato, un poliziotto, un avvocato. Tre personaggi che sono in fin dei conti le tre facce con cui si dovrebbe manifestare,  esprimere e concretizzare,  il Diritto. Quel Diritto, a volte travisato e stravolto, proprio da chi  preposto alla sua corretta applicazione: Forze dell’ordine, Magistratura, Rappresentanza Legale nei Tribunali. La storia può sembrare semplice: l’uccisione di un Magistrato, il Sostituto Procuratore Giovanni Mastropaolo, amico del poliziotto Vicequestore Francesco Prencipe, che viene accusato dell’omicidio, poliziotto che nomina come suo difensore l’avvocato Giorgio (melanconico ed alcolizzato per amore) amico comune degli altri due. Un Pubblico Ministero, Paola Maralfa, con voce roca ed inflessione sicula, chiede la condanna all’ergastolo del poliziotto basandosi su sospetti, non su prove schiaccianti ed incontestabili, come dovrebbe essere. La difesa viene imboccata da personaggi misteriosi, malavitosi che prendendosi  gioco delle istituzioni, determinano una sentenza che lascia non poco perplessi, vista la richiesta del P.M.

Questa miscela di avventure e disavventure, fanno sì che le quasi due ore di film si reggano benissimo, anzi ci si alza a malincuore, come se si aspettasse qualche altro colpo di scena a svelarci i lati oscuri che ogni personaggio gelosamente, a film finito, continua a conservare.  Insomma, in parole semplici mi sembra di capire che il regista, il nostro bravo Andrea Zaccariello, voglia più che stupire il pubblico con facili “effetti speciali”, prenderlo per mano e farlo riflettere sui grandi temi della Giustizia, sull’interpretazione ed applicazione del Diritto. È un film che non racconta in modo lineare una storia, ma gioca con i sentimenti dello spettatore nel tentativo di coinvolgerlo, nel renderlo partecipe ad un dibattito aperto e dagli esiti incerti, oggi più che mai, sul modo in cui viene condotta una indagine, fatto un processo, in fin dei conti amministrata la Giustizia.

L’indagine si sarebbe dovuta svolgere nella direzione cui stava indagando il Magistrato assassinato, la malavita pugliese (visto che il film è ambientato in quella regione), ma così non avviene, l’indagine si indirizza dove la coscienza, o meglio la cattiva coscienza del Pubblico Ministero conduce: non la Ragione guida la ricerca della verità ma l’Istinto che genera il sospetto, e sappiamo quanto il sospetto sia pregiudiziale e pregiudizievole al Diritto, all’affermazione del Diritto.

Gli attori assolvono il loro compito nel migliore dei modi. Sono una nota di appariscente richiamo, di reclame. Nomi noti: da Riccardo Scamarcio (Prencipe, il Vicequestore) a Claudia Gerini (Paola Maralfa, il Pubblico Ministero), da Edoardo Pesce (l’avvocato Giorgio) ad Alessio  Boni (Mastropaolo, il Magistrato ucciso). Il diavolo esiste ed è tra noi. Epigrafe, che nel film viene ripetuta più volte e che da sola,  riassume il film. Non una incerta domanda, ma un’ affermazione. Il diavolo esiste ed è tra noi,  se è vero (e lo è)) che per qualcuno (il caso Montante, Presidente di Confindustria Sicilia docet) l’antimafia è diventata una chiave per costituire lobby di potere, collusa con la stessa mafia, per facile arricchimento personale, come lo era stato la P2. Un flashback questo che non ha nulla a che vedere con i molti (e ben costruiti) flashback del film, ma appropriato a conferma dell’epigrafe che il diavolo esiste davvero ed è tra noi!

 

“Omaggio agli eroi che salvarono l’Europa da Chernobyl: Alexei Ananenko, Valery Baranov e Boris Bezpalov”

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Usando abiti con pannelli di piombo cuciti su di essi, gli uomini soprannominati “Bio-Robots” si sono precipitati sul tetto per spalare detriti nella falla.

Il 26 aprile 1986 all’una di notte nella centrale nucleare di Černobyl’ si verifica uno degli incidenti più catastrofici del ventesimo secolo. L’esplosione del reattore numero 4 provoca un violentissimo incendio e l’emissione di una nube tossica che prima travolge tutte le città più vicine e poi si sposta verso il cuore dell’Europa.

A Černobyl’ arrivano i liquidatori. Saranno 600.000 nel corso dei lunghissimi mesi che serviranno a mettere in sicurezza il sito. Scarsamente equipaggiati, privi di molti mezzi indispensabili, erano in parte inconsapevoli dei rischi che andavano correndo.

Tra di loro tecnici, ingegneri, vigili del fuoco, soldati dell’Armata Rossa e molti volontari, attratti da alcune promesse governative. Armati spesso solo delle proprie braccia si occuparono di rimuovere i detriti dell’esplosione, di interrare il materiale radioattivo, di costruire il sarcofago e soprattutto di spegnere il gigantesco incendio divampato nella centrale.

I primi ad arrivare furono i vigili del fuoco che privi delle protezioni necessarie furono falcidiati dalle radiazioni.

Purtroppo agendo con l’acqua sulle piscine progettate per raffreddare il reattore si creò il rischio di una nuova esplosione di vapore che avrebbe portato grandi quantità di materiale radioattivo nell’atmosfera e nelle acque sotterranee espandendo la contaminazione a tutto il continente europeo.

Dopo aver valutato questo rischio elevato, gli ingegneri responsabili della gestione del disastro hanno concluso che era necessario svuotare le piscine sotterranee. Purtroppo i sistemi elettronici che potevano garantire l’apertura controllata delle paratie erano danneggiati per cui l’unica soluzione era quella di inviare un gruppo di persone ad aprire le porte e, di conseguenza, evacuare l’acqua della piscina. Bisognava agire manualmente sulle valvole ma le valvole erano sott’acqua, nella piscina, vicino il fondo pieno di macerie altamente radioattive che la facevano brillare di color azzurro, proprio sotto il reattore che si fondeva emettendo un sinistro bagliore rosso giallastro.

Alexei Ananenko, Valery Baranov e Boris Bezpalov, sei giorni dopo il 26 aprile, dopo la prima esplosione e la prima nube radioattiva, furono i volontari che si offrirono per la missione, ben consapevoli del rischio e delle conseguenze derivanti dall’ingresso nella piscina radioattiva posta sotto al nocciolo del reattore. Erano importanti tecnologi dell’industria nucleare sovietica; il primo aveva partecipato alla costruzione della centrale di Chernobyl: cooperò al disegno delle saracinesche e sapeva dov’erano piazzate esattamente le valvole. Il secondo, Valeriy Bezpalov, era uno degli ingegneri che lavoravano nella centrale con un posto di responsabilità, era pure lui sposato, con una bambina e due bambini piccoli. I due ingegneri nucleari insieme a un giovane operaio della centrale Boris Baranov si offrirono volontari in modo eroico coscientemente, deliberatamente e piace ricordare i tre mentre celebrano la loro vittoria ridendo e abbracciandosi ai piedi del mostro, sul bordo della piscina. 

Si immersero per aprire le valvole manuali dei circuiti facendo defluire milioni di litri d’acqua mentre le radiazioni li uccidevano. Morirono poco dopo aver salvato il mondo da un possibile nuovo disastro.

Quasi nessuno conosce il loro nome così come quello degli altri che in quei giorni terribili ebbero comportamenti eroici oppure semplicemente non si tirarono indietro, mentre buona parte dell’establishment sovietico di Černobyl’ fuggiva verso zone sicure. Salvarono il salvabile, misero in sicurezza la centrale. Morirono a migliaia. L’URSS gli dedicò una medaglia e qualche monumento. Gli stati nati dalla sua dissoluzione disattesero in buona parte le promesse fatte ai liquidatori, dimenticandosi di questi eroi e del loro coraggio.

I poveri vigili del fuoco che avevano combattuto per la prima volta le fiamme nella notte dell’esplosione stavano morendo di sindrome della radiazione uno per uno. Erano stati trasportati in aereo in un ospedale specializzato in radiazioni a Mosca, chiamato Ospedale n. 6

“Gli eroi che salvarono l’Europa da Chernobyl”, un articolo di Antonio Schivardi

Le macchine non potevano farlo. Qualcuno doveva camminare fino al reattore scoppiato e ardente lungo un grigio terreno pieno di detriti dove la radioattività era così intensa da far sentire un sapore metallico in bocca, confusione in testa e pizzicorio sulla pelle, mentre le mani si abbronzavano in pochi secondi. Poi doveva immergersi nell’acqua oleosa e di azzurro brillante, col mostro radioattivo sulla testa per aprire le valvole a mano: un’operazione difficile e pericolosa in circostanze normali.

Era un viaggio di sola andata.

Sembra che la decisione su chi dovesse andare fu presa in modo semplice, con quella vecchia frase che lungo la storia dell’umanità è sempre bastata agli eroi: “Vado io!”. I primi due a offrirsi volontari furono Alexei Ananenko e Valeriy Bezpalov. Un giovane operaio della centrale di nome Boris Baranov allora si alzò e disse: “Verrò io con voi”.
Sotto gli occhi umidi di chi era rimasto indietro, i tre compagni percorsero i 1.200 metri fino al livello -0,5, chiacchierando normalmente fra loro dicono.

Sotto quel cielo grigio e i resti fumiganti di un reattore nucleare, gli eroi Alexei Ananenko e Valeriy Bezpalov s’immersero nella piscina del livello -0,5 con una tale radioattività che si poteva sentire, mentre il compagno Boris Baranov gli piazzava la lampada subacquea, che dopo poco si ruppe. Dall’esterno non li vide più nessuno. Ma le saracinesche si aprirono e un milione di metri cubi di acqua radioattiva fluiva verso l’invaso sicuro preparato appositamente. Erano riusciti. Qualcuno mormorò che gli eroi Ananenko, Bezpalov e Baranov avevano salvato l’Europa. E’ difficile stabilire fino a che punto avesse avuto ragione.

Questa è la storia di Alexei Ananenko, Valeriy Bezpalov e Boris Baranov, i tre supereroi di Chernobyl, di cui si dice che salvarono l’Europa o la vita di almeno un milione di persone nei dintorni in quel freddo giorno di aprile. Andarono a morire coscientemente, deliberatamente, per responsabilità e umanità e senso dell’onore, perché gli altri potessero vivere.

il reattore numero quattro della centrale di Cernobyl, ore dopo l’esplosione.

 

“Angeli notturni di rosso vestiti”, romanzo di Paolo Clementi, De Ferrari editore, 2014

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Duccio Messia non può vantare altro che una vita anonima trascinata senza colpi di scena e tuttosommato senza entusiasmi. Colpa del padre? Combattente per un mondo di giustizia e di uguaglianze, costretto alla latitanza, sin dalla tenera età di Duccio (aveva dieci anni)  ha abbandonato moglie e figlio e, di lui, non si sa più nulla. In particolare non ne sa nulla la Digos che comunque resta sempre in agguato. Ma quel padre esiste e, improvvisamente, si fa vivo. Qualcuno suona alla porta, il postino. Porta una lettera che arriva dal nulla, esce dall’oblio del tempo. Una lettera firmata “tuo padre”, latitante tra il Ponente ligure e la Costa Azzurra francese. Sono passati quindici anni dalla sua scomparsa, qualcuno sosteneva fosse morto, qualcun altro che avesse ereditato una fortuna dai compagni francesi e fosse dedito ad opere di bene a favore dei poveri e di chi ha bisogno. Da poco laureato, in attesa di un buon lavoro (ma di nessun interesse) che avrebbe iniziato alla fine dell’estate, a ottobre, una ragazza, Vittoria, protagonista di una storia già spenta: Duccio guarda lo specchio per capire il senso della sua vita e dal riflesso di nebbia che lo specchio gli restituisce, decide. Parte, prende una vacanza dalla routine. Parte alla ricerca dell’incontro impossibile, parte alla ricerca di se stesso, del senso della vita. Affitta una stanza in un piccolo paese della Liguria ed inizia il pellegrinaggio alla ricerca del padre perduto. Incontra personaggi fuori dal tempo, compagni che hanno condiviso le lotte del genitore pur senza mai incontrarlo ma avendolo come riferimento. Vive nella magica coinvolgente atmosfera del mare, di una terra che sembra fuori dal tempo, fuori dalle consuetudini, una terra magica capace di ammaliare, di avvolgerti in un mondo altro, un mondo fuori dalle consuetudini, dove anche una vecchia signora ricca ereditiera può essere dalla parte degli umili, sostenitrice delle lotte di chi ha cercato di impegnarsi per un mondo migliore finendo con il pagare duramente le proprie aspirazioni all’equità. Un mondo dove vivono appunto “Angeli notturni di rosso vestiti“. Non resta dunque che leggere il racconto e seguire Duccio nella ricerca del padre forse barbone nascosto nei boschi dedito alla raccolta di erbe aromatiche o forse sorta di santone laico oggetto di un vero e proprio pellegrinaggio da parte di chi non vuole arrendersi ad una società basata su convenzioni che alla fine premiano solo furbi e cialtroni, egoisti danarosi spesso criminali e malavitosi.

“Ricordo di Tino Davini e di Adele Turelli”, gente di pace

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Il 5 febbraio 2018 Adele è volata in cielo dal suo Tino. I miei genitori. Questa è la loro storia. Un pezzo di Storia che, come l’uomo di OTZI, rimette in discussione alcune date….

Adele Turelli e Tino Davini erano persone meravigliose, capaci, con la loro vita e con le loro azioni, di raccontare al mondo quanto importanti sono la Pace e la Fratellanza.. Una storia che ha dell’incredibile, che coinvolge Papa Giovanni XXIII, l’Unione Sovietica e Nikita Krusciov, tanti Capi di Stato e il primo Caduto di Russia riportato in Italia.

…………………………

  1. 1962: Papi, capi di Stato, personalità della cultura e dello spettacolo si innamorarono di un disco sulla pace, tratto da poesie di bambini. Si intenerì mezzo mondo davanti a un uomo bresciano, franco e possente, Tino Davini, predicatore di pace quasi alla maniera di Giorgio La Pira, l’ex sindaco di Firenze cultore di allucinate e straordinarie visioni di beatitudini umane. Nel 1962 aveva inciso un disco della pace, tradotto in 8 lingue, finito sulle scrivanie delle più alte autorità. Così era stato invitato al premio Balzan, preso sotto braccia dal Papa Giovanni XXIII, affidato alle cure del cardinale Agagianian, di origine armena. Si era negli anni della distensione, ora si cercavano pacieri come prima si chiedevano guerrieri. Davini appariva subito ambasciatore di pace: ottimista, nemico degli spigoli. Ora, lasciamo per un momento qui, il nostro amico bresciano, sulle soglie del Vaticano, in compagnia dell’affascinante cardinale asiatico, Agagianian. Lo riprendiamo tra qualche decina di righe, dopo averne ripassato un po’ di esistenza. Tino Davini è morto nel 1983, una parte rilevante della sua vita l’ha spesa alla ricerca dei camposanti dove furono sepolti i soldati italiani. Nei camposanti della Russia disegnati dai cappellani, costruiti dai commilitoni, visitati e tenuti in fiore dalle contadine e dai contadini russi. I nostri cappellani, nel momento della sepoltura, collocavano una bottiglietta sotto l’ascella del cadavere e dentro vi infilavano un biglietto su cui scrivevano nome, cognome, luogo di origine, appartenenza militare, i dati necessari per essere riconosciuto e riportato in patria il giorno in cui la guerra fosse finita. «Italiani brava gente», prima del titolo di un film, fu il libero convincimento del popolo russo della steppa nei confronti dei militari italiani. Molti contadini russi della steppa furono dei cappellani in ombra, tacitamente delegati in terra straniera, tennero puliti, ordinati e rinfrescati di verde i tumuli dei camposanti italiani, tracciarono dei segni per distinguerli, riconoscerli, qualora lo stesso Dio avesse portato un giorno, in quel rettangolo, parenti e amici. Fecero di più con le fosse comuni, invisibili nella steppa anonima e all’ombra delle betulle. Appuntarono nella memoria i posti delle colline di uomini sottoterra, tennero pulita la superficie per un facile avvistamento futuro, ma non troppo pulita per evitare i sospetti delle guardie comuniste. Eppure, Tino Davini non era stato, prima di andarci, in Russia. Non era un reduce del fronte russo. Il suo fronte era stato l’Africa, il deserto invece della steppa, la prigionia dura degli inglesi. Un giorno, lo girarono come uno schiavo alla Legione Straniera, allo stesso modo in cui oggi accade di assistere alla vendita di un sequestrato, da una banda all’altra. Come mai, dunque, Tino Davini cercava la sepoltura, una croce, rincorreva l’identità di un soldato sconosciuto in una terra, sentimentalmente più lontana dell’Africa? Tino Davini era un uomo di pace, come tale amava uomini e animali. Un giorno si prese una pistolettata da un soldato della Legione straniera per aver difeso l’incolumità di un cane. Ne provò tante fino a convincersi, totalmente, che la pace è il più grande affare dell’anima e del corpo. Una pace che lieviti sulla pietà dei morti, mica il pacifismo peloso, parziale di chi è per la pace se per la guerra è il nemico di sempre. Erano stati i disegni, spiega adesso sua moglie, le carte affidategli da monsignor Pintonello, cappellano capo del Corpo di spedizione italiano in Russia, ad avvicinarlo alla ricerca. Siamo tornati di nuovo ai piedi del Vaticano, al premio Balzan, lì avevamo lasciato Tino Davini con il disco della pace a fianco del cardinale Agagianian. Le vicende buone dei buoni camminano su sentieri semplici, non è un adagio indiano, è il succedersi delle azioni nel quotidiano. Dal Vaticano, Tino Davini passa in Russia grazie alla dote delle carte cimiteriali del cappellano, monsignor Pintonello e per un incarico di Agagianian. Il cardinale consegna a Davini un disco della pace per il leader maximo Nikita Krusciov, neo anti Stalin, uomo della campagna, il semplice del nuovo corso, capace di battere le scarpe sui tavoli dell’Onu e di trattare, raffinatamente, nelle cancellerie del mondo. Agagianian suggerisce a Davini di chiedere, in cambio del disco di pace, il ritorno in patria del corpo di un soldato italiano sepolto nei camposanti disegnati e fatti costruire dai nostri cappellani militari. Detta così, sembra la favola di Pinocchio, il passaggio nei meandri del potere con un colpo di bacchetta magica. Accertato che la diplomazia sotterranea si sarà mossa parallelamente al disco della pace, ricordato che il momento storico era di grandi aperture, di distensione, come si legge satiricamente in Guareschi, fatto sta che Krusciov, prima ancora di ricevere l’invito di Davini, lo anticipa, invitandolo a Mosca. L’affare della pace si conclude con la concessione di una salma. Tino Davini parte, in tasca si porta cento dischi della pace, le parole di Agagianian, le carte dei camposanti di monsignor Pintonello, due corone di alloro da deporre sulla terra di Nikolajewka. A Tino Davini gli pare di stare dentro le pareti appiccicose di un sogno bello, in un cavo senza gravità, cammina e invece vola. Viene invitato al Cremlino, lo attende il potente uomo di Krusciov, Kotov, il potente segretario per la Pace dell’Unione Sovietica. Inizia la trattativa lunga ed estenuante per il ritorno delle salme. Intanto gli viene concesso di portare in Italia una valigia riempita della terra di Nikolajewka. Una volta a Brescia, proprio nella sede del nostro giornale, avviene una cerimonia toccante: padre Marcolini benedice quella terra di dolore, intrisa anche della memoria di migliaia di persone. Si riempiono molti sacchetti, vengono distribuiti nei sacrari disseminati nel nostro Paese. Grazie a Tino Davini, centinaia di famiglie rimettono ordine al loro dolore, non lo dirigono confusamente in un punto dell’infinito, in un bosco, su un fiume, nell’avallamento di una Russia descritta e realmente illimitata, ma conoscono il punto della congiunzione tra un corpo, uno spirito e una preghiera. Pregare nel posto in cui sei nato, sulla tomba di una persona cara, che è nata lì, come te e con te che la preghi, sapendo che la direzione del colloquio è quella giusta, è un conforto, l’attenuazione di una mortale disperazione, la resistenza all’assenza del figlio. Un dolore ordinato è un dolore meno oneroso, abbassa la barriera della sua invincibilità. È un dolore almeno diretto, legato a un posto dove potrai rivolgere al figlio soldato, con certezza, la speranza immensa di ricominciare a parlarsi nell’intimità, con la memoria, il dialogo con l’immagine sopra il corpo, la dolcezza di un viso, di uno sguardo ogni giorno diversi. «Oggi la mamma è arrabbiata… non vedi come ci guarda…». Si sente dire così, ogni tanto, nei nostri camposanti, passando vicino ai figli che sistemano i fiori vicino all’immagine. Le casse e le cassette di zinco, coperte dalla bandiera tricolore, tornavano sui selciati dei paesi in quegli anni. Chi non ha assistito, anche solo visivamente, al volume di tristezza alzato da una tremenda idea di assenza, appena colmata dai passi serrati della comunità intera intorno al padre e alla madre, non conosce la prima lettera di pietà per il soldato di 20 anni tornato a casa dopo 20 anni. La loro esistenza intera è stata lunga come la loro assenza da casa. Dunque, il ritorno è una remunerazione corale a chi è rimasto solo, una sorta di condivisa colpevolezza inconscia per quella distanza. Poi è accaduta un’altra bella pietà. Tino Davini muore nel 1983. Muore, ma alcuni ritorni rimangono sospesi per aria. Le pratiche, le eterne pratiche di carta, che uccidono anche dopo la morte, finalmente vengono pronte per alcuni soldati. Tino Davini non c’è più, la moglie Adele Turelli continua la sua testimoninza, almeno per quei corpi sospesi tra Russia e Italia, Brescia e Karhov. Le cartine dei camposanti hanno liberato tanti nomi, i timbri sono stati messi, l’attesa, per la moglie di Angelo Bogarelli da Dello, sembra terminata. L’ultima telefonata di conferma al generale Ricchezza, a Milano: «Sì, è proprio Angelo Bogarelli, è morto, una ferita profonda all’addome. È stato sepolto nel cimitero di Singin, numero 35…». Il prisma di zinco, intessuto di bianco rosso e verde atterra in Italia e mentre incomincia l’ultimo passaggio dall’aereo in macchina, muore la moglie di Angelo Bogarelli. Il destino si è avvitato su se stesso in un numero implacabile: Bogarelli torna, sua moglie Barbara Piccioni, 1984, muore dopo averlo atteso 40 anni. Il paese li accompagna al camposanto. Non ci sono parole, si alza la potentissima rassegnazione delle persone umili, quando vengono attaccate a tradimento perfino da una morte che imbroglia nonostante si sia impadronita di ciò che voleva. Allora, le persone umili si piegano tutte insieme a testuggine, si piegano il corpo così che il funerale si dispone in un inchino, nella somma di mille teste reclinate, ma si rispetta la linea di marcia diritta verso il camposanto. Così che le lacrime perdono il solco del viso fino a raggiungere un movimento di caduta, una cascata di umidità, come se piovesse del pianto, il cielo fornisse la sua parte di dolore. Niente rimane fuori dalla partecipazione di questi lutti. I funerali raccolgono la stessa unanimità dell’ultimo assalto. S’inizia e si finisce alla stessa maniera. Tino Davini, dall’Africa alla Russia, passando per i palazzi inaccessibili e le isbe più basse, è l’esempio credente che le odissee si possono ripercorrere al contrario, che la fine per sempre non esiste: si può riprendere il viaggio con chi era rimasto indietro. E si può volgere lo sguardo oltre il tumulo. Contro il vuoto angosciante che prende ognuno, quando, a sera, ci manca il respiro di uno di noi e si esige di rivederlo. Al costo di iscrivere l’anima a un corso di fede da cui si era ritirata, attaccata da un nevischio improvviso, circondata nella sacca dell’indifferenza, rifugiata, intanto, in un’isba fraterna.

Pubblicato in facebook da UNIRR Sez Mantova

“Pioviggina a Primavera in terra padana”, lirica di Claudio Arzani

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Robert Doisneau

Tortellini, insalatona e spinacì,
all’ombra d’una Campana silente,
note soffuse e delicate avvolgono l’atmosfera,
il soffio leggero del vento, par che suoni un violino.
 
Incontri inaspettati che illuminano il sorriso,
ballano i profili di colline avvolte da papaveri rossi,
terre padane, terre dei formaggi, dei salumi appesi,
salse al peperoncino, condimenti al balsamico.
 
Pioviggina in terra padana,
una farfalla ali bianche vola
tra il verde dei  rami di alberi
e profumo di fiori.