“L’eleganza del riccio”, romanzo di Muriel Barbery, edizioni e/o, 2009

Un libro, 318 pagine delle quali almeno 200 leggiucchiate pregustando il commento. Noioso, farraginoso, un insieme di elucubrazioni più o meno filosofiche di una portinaia, Reneé, chiusa nel gabbiotto di un elegante palazzo abitato da famiglie alto borghese. Che, naturalmente, non la degnano di particolare attenzione: per l’appunto non è altro che un’umile ignorante portinaia, utile solo per qualche commissione e per badare ai fiori del giardino condominiale. Grassa, sciatta, scorbutica e teledipendente con tanto di gatto al seguito ma attenzione: proprio il gatto costotuisce il primo indizio che può farci riflettere. Com’è e come non è che quel gatto si chiama Lev? Un semplice caso oppure l’umile e insiginificante portinaia nasconde (volutamente) una cultura autodidatta di grande intensità e approfondimento, spaziando dalla teoria politica all’arte, alla storia, alla filosofia? Coprotagonista delle elucubrazioni che caratterizzano i brevi capitoli del libro, Paloma, una ragazzina, in difficoltà nel rapporto con la madre e la sorella, che pensa al suicidio. Avverrà, come lei nella sua mente deviata programma, al compimento del tredicesimo compleanno dando fuoco alla sua stanza, all’appartamento, al palazzo intero. In altre parole anche Paloma non è altro che un personaggio nascosto, di grande intelligenza ma che preferisce – col fine di nascondere i suoi programmi – presentarsi come una ragazzina mediocre imbevuta di sottocultura adolescenziale. Con tutto questo, domanda il lettore annoiato, com’è possibile che il romanzo sia in breve diventato un grande successo internazionale? Balle dell’editore determinate dalla necessità di rientrare dall’investimento economico. Balle anche la dichiarazione che l’edizione 2009 sia la quarantunesima dalla prima traduzione italiana di soli due anni prima? Poi improvvisamente

“La parola alla difesa”, romanzo giallo di Agatha Crhistie, Mondadori, 2005

Eleanor Carlisle è accusata dell’omicidio di Mary Gerrard, la figlia dei custodi di Hunterbury, la residenza che fu di zia Laura, ricca vedova molto malata da poco defunta. Tutto sembra essere contro di lei: ha il movente, ha avuto l’occasione, è l’unica ad aver potuto commettere l’omicidio. Il solo a non credere a tutto ciò, ma che non vuole neanche che sia andata così, è il dottor Peter Lord, a sua volta affascinato dalla bellezza di Eleanor. Perciò si rivolge a Hercule Poirot, chiedendogli di dimostrare che non è stata lei a commettere l’omicidio. Purtroppo sembra già tardi, ormai il caso è stato portato in tribunale. Eleanor era l’unica parente di Laura dalla cui morte aveva legittima aspettativa di ereditare ricche proprietà e una gran somma di denaro. Aspettativa condivisa da Roderick Welman, da tempo prossimo alle nozze con la stessa Eleanor ma improvvisamente colto da colpo di fulmine per la bella Mary. Della quale emerge un’inattesa verità: non è la figlia di Eliza e Bob Gerrard e la storia si complica non poco. Perchè lady Laura la sosteneva finanziando i suoi studi? Un bel intrigo che Poirot deve dipanare tra mille difficoltà. Con Eleanor chiusa in un silenzio di ghiaccio, indifferente anche all’ipotesi d’essere condannata e ai tentativi del dottor Lord di inscenare l’ipotetica presenza di un misterioso personaggio intravisto dietro ad una finestra mentre l’infermiera Hopkins si allontanava lasciando Mary sola nella stanza dove viene avvelenata. Una lettura leggera, un romanzo ancora una volta capace di coinvolgere e incuriosire alla ricerca della verità e della soluzione, come sempre imprevista.

“Barka”, opera di Sislej Xhafa alla mostra ‘La Rivoluzione siamo noi – Collezionismo italiano contemporaneo’ a Piacenza fino al 10 gennaio 2021

La mostra in corso a Piacenza in via Santa Franca fino al 10 gennaio, propone tra le oltre 150 opere di arte contemporanea presenti, una lunga barca di sei metri fatta di centinaia di scarpe assemblate tra loro. L’autore, Sislej Xhafa, riflette sul tema della migrazione forzata, dello spostamento e della conseguente perdita di identità. Inevitabile, per il visitatore, immedesimarsi nei grandi esodi di massa che caratterizzano i nostri tempi, riflettendo sull’emergenza legata alle decine di sbarchi che coinvolgono le coste europee e sulle troppe tragedie del mare che viviamo, da spettatori, di fronte agli schermi televisivi. Con la memoria che, per quanto vissuto personalmente, mi riporta ad un’altra tragica “raccolta” di scarpe: quella in vetrina ad Auschwitz Birkenau, con le calzature (e le valigie) dei tanti deportati ebrei che non ritornarono a casa.

Barka, opera di Sislej Xhafa – Particolare

Sislej Xhafa nasce nel 1970 a Peja, in Kosovo. Dopo una parentesi italiana negli anni ’90 – ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Firenze – si trasferisce negli Stati Uniti. Attualmente vive e lavora a New York. Le sue performance, i video e le installazioni affrontano tematiche sociali e politiche con irriverenza e ironia. Attraverso una pratica di matrice concettuale, Xhafa riflette sul viaggio, sull’appartenenza e sui diritti umani.

Barka, opera di Sislej Xhafa – Particolare

“Qualche considerazione sulla mafia oggi: Cosa nostra S.p.a. di Sebastiano Ardita”, riflessione di Carmelo Sciascia

Diciamo che logica ed abitudine vuole che, i libri come i giornali, si debbano leggere dalla prima all’ultima pagina. In alcuni casi questo procedere cronologico non interessa affatto. Tant’è che di alcuni libri interessano solo alcuni capitoli (alcuni passi si mandano perfino a memoria), di alcuni giornali si leggono solo gli inserti (caso tipico il domenicale del Sole 24ore), mentre altri giornali si leggono dall’ultima alla prima pagina. Quest’ultimo caso è stato l’approccio tipico con cui si leggeva Libertà, dai primi anni duemila al 2015, anni della massima diffusione del quotidiano piacentino. Questo è un metodo significativo perché indice di un interesse particolare e di un coinvolgimento diretto del lettore verso la pubblicazione. Lo chiamerei se fossi un teorico della comunicazione: “Indice Economico della Lettura”. O in sigla lo IEL: espressione di un interesse particolare e sensibile da parte del lettore, fruitore ultimo del prodotto letterario che in questa fase si trasforma in parte attiva, sceglie e seleziona cioè gli argomenti che gli sono più congeniali e lo legano alla linea editoriale. C’è una pagina, l’ultima, del libro di Sebastiano Ardita “Cosa Nostra S.p.A.” (edito PaperFIST-2020) che riporta una frase pronunciata dal Principe Uzeda (dai “Vicerè” di Federico De Roberto): “Quando c’erano i viceré eravamo viceré, adesso che c’è il Parlamento lo zio è entrato in Parlamento”. L’equivalente del “Bisogna cambiare tutto per non cambiare niente”, come scriveva Giuseppe Tomasi di Lampedusa ne “Il Gattopardo”. Il libro parla di mafia, non è un saggio di critica letteraria, di mafia così come si manifesta oggi al Sud come al Nord, e di come bisogna intendere l’antimafia oggi. Temi concentrati nell’ultima parte, motivo per cui il libro si potrebbe leggere al rovescio, iniziando proprio dagli ultimi capitoli. Da non trascurare infatti che noi, da piacentini, del fenomeno mafioso non ci possiamo considerare esclusi. E per un altro motivo che è poi la tesi principale del libro. Il concetto di “concorso esterno”. Un tempo c’era la mafia, come siamo stati abituati a conoscerla attraverso i film ed i libri di genere, rappresentata da bande più o meno armate, guidata da una Cupola, intenta a taglieggiare, a corrompere, a cercare appoggi politici. Esisteva cioè un gruppo di persone che costituiva l’espressione mafiosa vera e propria, che si avvaleva per sbrigare certe pratiche di un contributo esterno. Oggi, come sostenuto dal giudice Salvatore Mastroeni nell’ordinanza cautelare BETA del 2017 esiste “una mafia pulita, ricchissima e impunita, posta nel salotto bene della città”. Certo simile definizione aveva riguardato uno specifico procedimento, ma secondo Sebastiano Ardita quello che “veniva considerato un tempo il concorso esterno – il mondo delle corruzioni, degli appalti, degli appoggi trasversali, delle rivelazioni di segreti strategici; i rapporti politici; la protezione dei latitanti; l’agevolazione negli investimenti – è oggi la vera essenza della mafia”. Oggi la diffusione delle complicità è così vasta che più che di concorso esterno si potrebbe parlare di una mafia nascosta e diffusa. Si tratterà solo della città di Catania, città cui si riferisce la maggior ricostruzione dei fatti di mafia o è un monito sottinteso per la maggior parte delle città italiane?

Il dubbio mi sorge spontaneo nel momento in cui si sostiene che manca nelle nostre città una seria riflessione sul concetto di “bene comune”. Nel senso che la città, con tutti i suoi annessi e connessi geografici e storici, è stata pian piano sostituita da un “non luogo, dove nulla appartiene a tutti e tutto ciò che è pubblico può essere rapito”. Basti dare uno sguardo alle periferie delle nostre città per capire come sono interscambiabili, da città a città, da regione a regione. La creazione di enormi are commerciali si dice che porti solo un notevole vantaggio alla collettività a monte di un investimento privato. Da tenere presente che il cambio di una destinazione d’uso di un’area porta ad un inevitabile incremento dei valori dei terreni e la scelta di sacrificare un bene pubblico come la disponibilità di terreni agricoli. La creazione di nuovi posti di lavoro è inversamente proporzionale alla chiusura di piccole partite iva e di altre molteplici attività economiche dei centri storici. L’impatto sociale è drammatico: la fine di secolari attività artigianali, fine dei negozi di vicinato, aumento dell’inquinamento atmosferico conseguente all’aumento del traffico veicolare. Anche se molte attività elencate esulano da qualsiasi valutazione penale, bisogna comunque analizzarli attentamente per le implicazioni che possono avere con aspetti speculativi, una speculazione è tale quando si ha una conoscenza anticipata di un determinato evento, cosa diversa dall’attività di impresa dove ci si assume un rischio nell’investimento di un determinato capitale e di un corrispondente lavoro.

Riassumendo: il vulnus, l’elemento costitutivo della mafia rimane l’arricchimento, quest’obiettivo considerata la trasformazione della società, ha fatto sì che avvenisse una vera e propria mutazione genetica. La mafia ha il suo nucleo esistenziale ed essenziale proprio nei cosiddetti colletti bianchi, nell’elemento, una volta marginale che costituiva la cosiddetta zona grigia. Per questo la mafia non è più quella regionale, siciliana o calabrese, pugliese o campana, semmai con questo tipo di espressione regionale ha una certa “simbiosi mutualistica”.  La struttura militare da preminente è diventata una forza sussidiaria: un concorso esterno alla mafia degli affari.

Un discorso a parte merita il tema dell’antimafia. Perché allora torniamo alla letteratura ai Vicerè di De Roberto, che nulla ha da invidiare, pur avendo avuto meno fortuna, al Gattopardo di Tomasi Lampedusa. Se la mafia cambia pelle e metodo così non deve avvenire per l’antimafia, un riferimento diffuso nel territorio cui ogni cittadino onesto deve sentirsi parte attiva vigilando attentamente verso qualsiasi manifestazione della politica. L’antimafia deve essere e rimanere un “cane da guardia” riguardo alle scelte di ogni amministrazione pubblica.
Viceversa, qualsiasi cambiamento, qualsiasi cordata e connivenza si venga a creare con i politici, i magistrati, i giornalisti, le forze dell’ordine o i servizi segreti, può portare ad una degenerazione pericolosa come già ampiamente dimostrato dal caso Montante, vedasi al riguardo “Il padrino dell’antimafia” di Attilio Bolzoni, (ILPIACENZA.IT del 5 agosto 2019), per sottotitolo “Quando il potere mafioso si insedia nelle istituzioni, a Caltanisetta come a Piacenza “. Chissà perché la venuta nella nostra città dell’autore di un libro che trattava della mafia dell’antimafia come Attilio Bolzoni è passata inosservata…

L’apprendista eretico – La sedicesima indagine di Fratello Cadfael”, giallo medievale do Ellis Peters, TEA edizioni, 2003

Ellis Peters (pseudonimo di Edith Pargeter) ha avuto un successo mondiale grazie alla serie (composta da 20 volumi) delle indagini di Fratello Cadfael, monaco erborista con un passato di crociato che infatti, prima di ritirarsi nella tranquilla vita del monastero, ha conosciuto sia la guerra che l’amore. Eccolo dunque protagonista dei romanzi gialli scritti da Ellis ambientati nel Medioevo, per l’esattezza nell’abbazia benedettina di Shrewsury. Questa sedicesima indagine si svolge nel giugno 1143: nell’abbazia fervono i preparativi per l’annuale festa di Santa Winifred ed ecco che alcuni giorni prima della festa giunge all’abbazia Gerbert, un canonico agostiniano, un personaggio importante a Canterbury, presso l’arcivescovo Thobald. Il suo cavallo si è azzoppato e dovrà sostare una decina di giorni prima di riprendere il cammino. Quello stesso giorno un giovane, Elave, arriva all’abbazia trainando un carretto che trasporta la salma di William di Lythwood. Chiede all’abate che sia concessa la sepoltura nel cimitero dell’abbazia ma il canonico Gerbert solleva dei dubbi, convinto che il defunto fosse un eretico professante teorie non completamente in linea con quelle della Chiesa. A questo si aggiunga quello scrigno di legno intarsiato di enorme valore che William avrebbe lasciato in dote alla figlia adottiva, Fortunata. Arriva dalle terre oltreilmar, potrebbe contenere simboli che confermerebbero l’eresia. Per Elave invece si tratta semplicemente di un’ottima occasione per avvicinarsi alla ragazza e, tra i due, nasce una simpatia spontanea che naturalmente scatena la gelosia di tale Conan, già da tempo aspirante al cuore di Fortunata. Questi dunque cerca di dimostrare che Elave ha convinzioni al limite dell’eresia, lo trascina di fronte al capitolo accusandolo con il sostegno dell’arrogante intransigente Gerbert. Ma non solo: la trama del romanzo propone anche il rinvenimento di un cadavere, ucciso con una pugnalata alle spalle e gettato nel fiume Severn e ‘naturalmente’ lo sceriffo sospetta che l’assassino sia proprio Elave che così viene rinchiuso in una cella del monastero in attesa dell’arrivo del vescovo Clinton che dovrà giudicarlo per l’accusa di eresia e delle indagini avviate da fratello Cadfael in merito all’omicidio. La conclusione? Naturalmente un bel finale in rosa, tipicamente femminile, comunque tutto da scoprire (e le sorprese non saranno poche). Buona lettura.

“Sono vivo!”, testimonianza post covid di Roberto Galesi, ‘baciato dalla fortuna’

Il 3 aprile 2020 Roberto ha pubblicato in fb la sua testimonianza di miracolato sopravvissuto baciato dalla fortuna (come lui stesso si definiva). Roberto ha 65 anni, sua moglie, Rita, operatore sanitario presso Casa di Riposo per anziani, sta bene ed è in procinto di maturare il giorno del passaggio in pensione, sua madre, Nicla, non ha avuto la loro fortuna e non è tornata. Lo ringrazio per avermi permesso di condividere la sua sofferenza e, poi, la sua gioia una volta dimesso dall’ospedale e tornato a casa.

.Ciao a tutti, sono passato dall’inferno ma nemmeno il diavolo vuole rompiballe tra i piedi e quindi eccomi qui a farmi sopportare ancora per un po’…spero almeno. A parte gli scherzi…ho vissuto un vero incubo che potrei augurare solo a poche persone, ho visto persone sconosciute entrare in barella e altre uscire avvolte in un lenzuolo disinfettato, troppi davvero troppi…Entro nel tardo pomeriggio al pronto soccorso allestito per i casi sospetti, un caos che si vede solo negli ospedali di Napoli ai tg, barelle nei corridoi, borse che non si sa di chi siano, la mia l’ho ritrovata per caso dopo 2 giorni, persone che non sai se sono dottori, infermieri, addetti delle pulizie, solo un nome con il pennarello scritto sulla schiena.Ovviamente non esiste privacy ma sinceramente credo fosse impossibile poterlo pretendere, in una stanza eravamo in 8 e quando si avvinava un operatore sanitario per fare controlli i letti venivano spostati per fare spazio.Mi passa davanti una giovane donna, gli sguardi si incrociano per un attimo, mi fa impressione il terrore che sprigiona dagli occhi trasparenti, lucidi e cerchiati di rosso…ha una borsa sulle gambe, la stessa borsa che vedo ripassare dopo qualche ora ma lei non guarda più, non può farlo coperta dal lenzuolo. R.I.P. Quando sono uscito di casa, saluto la mia famiglia che mi accompagna all’ambulanza e subito anche senza volerlo ho pensato che potesse essere l’ultima volta che ci saremmo rivisti, non avevo paura ma una sorta di rassegnazione in quanto ti senti davvero impotente, sai di star male e di avere poche speranze di uscirne, questo è lampante.L’ambulanza prima di entrare in città accende la sirena, è una urgenza e questo mi gela il sangue, altre volte mi è successo ma questa volta è la prima che la sento e la situazione la vedo tragicaPenso a quello che ho sentito dire tante volte in tv…cadaveri portati via con i camion come se fosse una guerra, forni che non lasciano traccia se non un mucchietto di cenere.Non è un pensiero positivo ma la sensazione è surreale, inimmaginabile se non si vive, ma io posso raccontarla….Ho trovato una equipe di sanitari eccezionali, veri missionari al limite delle forze che in ogni secondo rischiano la vita per noi.Non sarà mai abbastanza il rispetto assoluto per ognuno di loro e la mia gratitudine anche se non ho mai visto il loro volto e ho sentito la voce deformata dalla mascherina che li lascia con le piaghe sul viso e dalla visiera che protegge gli occhiUna dedizione e nel possibile un’attenzione a non provocare dolore encomiabile, una umanità in ognuno di loro che non puoi aspettarti in quel caos di dolore e morte continuaSicuramente per loro è un peso che si porteranno a casa tutta la vita anche perché molti di loro avevano paura che andando a casa potessero essere portatori di contagio per i loro cari, per i loro figli…Dopo pochi giorni so da mia moglie che mia mamma è stata dichiarata positiva e ricoverata in una clinica, sono a stretto contatto con i medici e ogni giorno hanno notizie fresche.Una sera mi dicono che si è addormentata, probabilmente sedata apposta e subito capisco che nella memoria mi rimarrà il suo saluto con un cenno della mano dal corridoio. L’unica cosa in cui spero è che essendo sedata non si sia mai accorta di cosa stesse succedendo e che non abbia soffertoSicuramente, per tutti, la cosa che più fa male in tutto questo è morire da soli, senza rivedere chi ti vuole bene, senza una mano che tiene la tua… CIAO MAMMA!!!!Veniamo a 2 giorni fa, non voglio annoiarvi troppo.Il giorno prima mi dicono che le cose vanno bene, sono soddisfatti di come ho reagito alla terapia e hanno deciso di mandarmi a casa con l’ausilio dell’ossigeno anche perché sicuramente c’è bisogno di un letto libero alla svelta, comunque anche loro concordano sul fatto che le mura di casa sono una terapia aggiuntiva importante e io sinceramente sono al settimo cielo.Inizio a mandare messaggi con faccine assurde, frasi stupide ma non mi interessa, sono felice, felice di rivedere la mia casa, i miei cani che mi vengono incontro scodinzolando e i sorrisi della mia famiglia che mi aprono il cuore. Tante volte nella solitudine totale ho pensato alle tante cose che non andavano bene e che avevano bisogno di un chiarimento, tante volte ho pensato a quanto mi mancassero…mia moglie molto preoccupata e lo sentivo anche nelle telefonate serali, le mie figlie hanno messo foto e post su fb che mi hanno commosso, la vicinanza di parenti e amici con continui messaggi mi ha fatto capire che ho tanta gratitudine da dispensare e lo farò il prima possibile con tutti.Per finire torno a ripetere, abbiamo una sanità che lotta con il cuore, operatori fantastici, senza distinzione, dalla donna che disinfetta e pulisce il bagno, agli infermieri, ai dottori, al primario.Sarebbe bello alla fine di tutto questo che fosse organizzata una grande festa cittadina in loro onore con musica, allegria e offerte spontanee, tante offerte per ripagarli almeno in minima parte del loro impegno per farci, farMi uscire dall’inferno.Ultima cosa, non voglio dimenticare nessuno quindi ringrazio di cuore tutti, amici, parenti, amici dei miei figli che magari non so nemmeno chi siano ma che mi hanno dato la loro solidarietà, e per ultimo un ringraziamento particolare all’amico dott. Davide Bastoni che ci ha aiutato a capire in modo più approfondito e meno professionale la situazione e la dott.sa Stefania Livraga, il nostro angelo custode, persona eccezionale, sempre presente in ogni circostanza.GRAZIE DI CUORE A TUTTI, non lo dimenticherò mai…MAI

“Il romanzo di Londra – Storie, segreti e misfatti di una capitale leggendaria”, di Antonio Caprarica, Sperling & Kupfer editori, 2014

Sono stato a Londra. Alcune volte nell’arco dei tre anni nei quali mio figlio, Fabrizio, con l’allora compagna Elettra (oggi sua moglie e madre delle mie nipoti), l’aveva eletta come suo luogo di vita, di studio, di lavoro salvo poi rientrare nel vituperato BelPaese perché, come mi raccontava allora, “gli inglesi sono pratici ma quanto a cultura non ci fanno un baffo”. Con Dalila abbiamo visitato i luoghi che tutti conoscono, le vie del turismo che invade la città. Alcuni di questi li abbiamo trovati interessanti, altri letteralmente magici, alcuni deludenti, con una fama eccessiva, immeritata. Infine i luoghi, specie periferici, ignorati dai più. Tanti ricordi: quel tizio che, calato il buio, urinava contro il muro della banca mentre gli amici ridevano raccontandosi barzellette. La compostezza dei viaggiatori in metrò, sabato escluso quando troppa birra scatena istinti incontenibili. L’ufficio postale con all’esterno diversi bidoni per le immondizie e parecchi topi grigioneri. I bambini cinesi in sfilata sotto ad un drago per festeggiare il capodanno cinese. Il negozio di antiquariato con quell’acquerello ottocentesco che oggi fa bella mostra di sè nel nostro salotto insieme a quello di una fata che simboleggia l’artista di strada che è riuscita a piazzarcelo. Luoghi magici, dicevo, come Little Venice, piccola Venezia con i suoi canali, i suoi battelli ma nessuna gondola per cui resta magica senza tuttavia nulla togliere all’originale. La salita alle torri che sovrastano il ponte più famoso della città, l’abitazione di Sherlock Holmes che non ha nulla di meno della casa di Giulietta a Verona (in termini di capacità attrattiva per i turisti). Sono questi alcuni dei motivi che nella speranza di respirare quell’aria carica di magia, mi hanno avvicinato alla lettura del romanzo di Capranica, giornalista che a Londra ha vissuto per oltre ventanni e che racconta la città attraverso episodi storici degni del mito. Le tragedie. La peste, l’incendio che l’ha devastata, la Grande Guerra, i terribili effetti prodotti dai bombardamenti aerei e dalle V2 tedesche. Alcune pagine indubbiamente riescono a coinvolgere profondamente il lettore, a farci immedesimare nei personaggi specie quando romanzo e cronaca dei giorni nostri diventano tuttuno oppure veniamo a contatto con figure ectoplatiche di fantasmi e presenze misteriose. Decisamente noiosetto invece in molte altre parti nelle quali l’attenzione di Capranica si sofferma sulle vicende di una nobiltà d’altri tempi e, alla fine, mi fa pensare che senza dubbio alcuno difficilmente mi troverò a ripercorrere le pagine di questo libro: molti altri sono i romanzi che possono e potranno ricordarmi con nostalgia quei giorni nei quali viaggiavo sui treni, in underground, sui battelli sul Tamigi, visitando l’Isola dei cani passando nel tunnel sotto il fiume naturalmente con l’odore di piscio, passeggiando tra le gabbie dello zoo familiarizzando con un dolce donkey ed evitando lo sputo del lama mentre annoiati i leoni dormono e la tigre sbuffa, camminando infine nelle periferie del “sesto circolo” come Dartford, il quartiere d’origine industriale dove sono nati col loro blues rock negro Mick Jagger e i Rolling Stones. Che, forse non a caso, Capranica non cita privilegiando le storie della Regina.

“Balkan Baroque”, opera di Marina Abramovic alla mostra “La Rivoluzione siamo noi – Collezionismo italiano contemporaneo” a Piacenza fino al 10 gennaio 2021

Balkan Baroque”, performance che possiamo ammirare (con inevitabile disgusto e la coscienza scossa) nella mostra in via Santa Franca a Piacenza, è stata eseguita da Marina Abramovic, artista serba naturalizzata statunitense, in occasione della Biennale di Venezia del 1997, premiata con il Leone d’Oro. L’artista si mostra vestita con un camice bianco sporco di sangue su un cumulo di 1500 ossa di mucca sanguinolente e ricoperte da brandelli di carne, intenta in un atto di pulitura (simbolo delle logiche di pulizia etnica caratterizzante la guerra nell’ex-Jugoslavia) che viene eseguito con una spazzola. Rappresentazione dell’orrore della guerra, dei massacri che avvenivano nei Balcani (ma che caratterizzano tutte le guerre, a tutte le latitudini), dell’odore di putrefazione e del disperato tentativo di lavare via tutto il sangue dalle carcasse. Immagine, come si diceva, disgustosa e che deve far riflettere sulla necessità di sviluppare una cultura di pace, di soluzione nonviolenta dei conflitti. La guerra, sempre e soltanto, è orrore. Per chi perde, per chi vince. La pulizia delle ossa diventa il tentativo simbolico dell’artista di scontare i peccati commessi dal suo popolo durante questa guerra ed è un tentativo per rendere tutti partecipi del dolore portato da questo conflitto ma, naturalmente, il tentativo di “purificazione etica” vale per tutti i conflitti.

“Il mistero del grande pioppo”, romanzo di Giovanni Volpi, illustrazioni di Davide Volpi, Le Piccole Pagine edizioni, 2019

Capita talvolta inaspettato un colpo di fortuna: acquistare quasi per caso un libro che ti strappa un sorriso, che leggi e ti ritrovi sereno. Una favola che ti riporta all’innocenza bambina. Così queste purtroppo solo 91 pagine che ci propone Giovanni Volpi, giornalista cresciuto nelle campagne del piacentino. “Vivo in una vecchia cascina dalle parti del torrente, mi chiamo Tappo e sono un cane piccoletto e sempre indaffarato.” Così si presenta Tappo, il protagonista posto a guardia del cortile e dei campi fino al grande pioppo, il punto più lontano da casa, una fattoria posta a poca distanza dal Po. Monitorizza, vigila e protegge gli altri animali della fattoria ma fraternizza in particolare con Lucy, la gatta della padrona, e Rosina, la civetta con il nido nella legnaia. Saranno le alleate migliori nella battaglia che lo aspetta contro qualche gatto infido del quale è meglio non fidarsi e soprattutto contro la banda dei topi, capitanati da un feroce guerriero, Rattorosso, che vorrebbero cacciare gli umani e invadere la fattoria impadronendosene. Comunque conosceremo tutti gli animali che vivono nell’aia, da Saetta a Lampo. Il vecchio Rocky, Berta, Flora, la piccola Eva e il fratellino Jack. Insomma, una lettura da non perdere assicurandosi il libro magari acquistandolo da Amazon (qualche difficoltà in più cercandolo in libreria ma lo si può pur sempre appositamente prenotare).


“Spring fever”, opera di Jimmie Durham alla mostra “La Rivoluzione siamo noi – Collezionismo italiano contemporaneo”a Piacenza fino al 10 gennaio 2021

La mostra allestita fino al 10 gennaio in via Santa Franca a Piacenza, 4 piani con 150 opere d’arte contemporanea che, in grande maggioranza, ritengo possano essere percepite per il messaggio che propongono. Spesso a prescindere dalla bellezza estetica e in qualche caso anche dal buon gusto. Dato tale assunto mi sembra innanzitutto necessario riconoscere un ruolo primario all’opera di Jimmie Durham, scultore e poeta americano, Cherokee, leader dell’American Indian Movement. Ecco dunque alcuni barili di petrolio riverniciati, lucenti, di colorazione rossa e azzurra che lasciano uscire acrilico colorato, una sostanza oleosa che si condensa preannunciando un disastro ecologico. Come non pensare alle discariche abusive, alla Terra dei Fuochi, ai bidoni conservati nella centrale nucleare di Caorso (in assenza di un sito nazionale di stoccaggio) dove stanno scorie radioattive e ancora ai bidoni pieni di sostanze nocive o addirittura appunto radioattive scaricati in mare o infine ai progetti di lanciare quegli stessi bidoni nello spazio. Insomma, un’opera che suscita la necessità di riflettere sul rapporto tra uomo, natura, civiltà e soprattutto sul futuro prossimo venturo che si prospetta e che ci attende.

“La lunga attesa dell’angelo”, romanzo storico di Melania Gaia Mazzucco, Rizzoli editore, 2008

Il romanzo è il racconto degli ultimi giorni di vita di Jacopo Robusti detto il Tintoretto (1518 – 1594), attraverso le parole che l’artista stesso rivolge a Dio durante gli ultimi quindici giorni della sua malattia. Vicino a lui, nel buio della camera da letto dove giace, si trovano la moglie Faustina e i figli ancora in vita: Domenico, Marco, Perina e Ottavia.La febbre, che lo divora, lo porta a vagare con la memoria nei meandri del suo passato e a ricordare gli episodi che hanno segnato la sua vita: dall’infanzia nella bottega di tintore del padre alla decisione di prendere la strada della pittura, dall’amore con una cortigiana alla nascita della sua primogenita ed erede artistica Marietta, al matrimonio, ai figli. Il presente si confonde con il tempo del ricordo, con frequenti flashback e anticipazioni che vengono lasciate in sospeso, per essere riprese solo successivamente. Alcuni passaggi sicuramente di grande interesse come le vicissitudini della Venezia nei giorni della peste, con gli abitanti (quelli che sopravvivono) costretti ad abbandonare la città alla ricerca (spesso vana) della salvezza. Analogo interesse per il rapporto tra la figlia, Marietta come si diceva, donna esuberante e anticonformista e il padre burbero e stravagante, vero centro della narrazione, nella quale emerge tutta l’umanità del pittore, che essendo di umili origini osa narrare di sé, dei propri successi e delle invidie che lo riguardarono all’inizio della carriera. Ancora da citare la perfetta descrizione della città, dei suoi profumi, dei suoi odori, le sue calli, le case, i ponti, i canali percorsi in gondola con il lettore che inevitabilmente si ritrova a ripercorrere con la memoria, ad occhi chiusi, i giorni passati in laguna. A parte questo, tuttavia, l’opera sicuramente imponente complessivamente risulta eccessiva, a tratti farraginosa con un appesantimento della lettura che determina soddisfazione alla chiusura dell’ultima pagina e della fine del romanzo.

“Pif, dal proverbio al romanzo”, riflessioni di Carmelo Sciascia post lettura

La riflessione dell’uomo ha avuto sempre un solo obiettivo: la ricerca della verità. Questo tentativo è il punto di partenza di tutta la ricerca filosofica, fin dalle origini. E soprattutto grazie all’otium: tempo libero da dedicare alla riflessione, alla scrittura, allo spirito, in contrapposizione al negotium: il tempo della politica e del commercio. Paul Lafargue, già nell’Ottocento sosteneva la necessità di lavorare poche ore al giorno e il diritto alla pigrizia. Noi nei mesi di lockdown abbiamo capito quanto sia difficile restare in uno stato di sospensione, di pigrizia, ci siamo resi conto che è estremamente difficile, si fa cioè molta fatica ad essere pigri. Perché l’inattività, l’ozio, ci costringe alla riflessione, pensare ad occupare il tempo. La nozione di tempo è un argomento filosofico complicato, una nozione metafisica che nei secoli è divenuta epistemologia, una credenza opinabile è diventata un elemento di conoscenza scientifica. Così come in filosofia partendo dalla sophia si giunge all’episteme. Nella cultura popolare si passa da lunghe, vaghe e generiche considerazioni sulla vita e le sue implicazioni a frasi brevi, coincise, avente valore universale. Nel momento in cui la sapienza popolare diventa saggezza assistiamo alla nascita del proverbio. Il proverbio quindi è una sapienza popolare sperimentata e condivisa, una sintesi teorica di una diffusa esperienza empirica verificata nel tempo.  Oscar Wilde sosteneva che “l’azione è il rifugio di persone che non hanno assolutamente nulla da fare”. Ricordo come i contadini del mio paese ripetevano (in vernacolo) un condiviso modo di dire, un proverbio appunto: “come è bello non far nulla, starsene sotto un albero di fichi e dire: fico cadimi in bocca!”. Starsene seduto, all’ombra, sotto le fitte ed ombrose foglie di un albero di fichi, in giornate di canicola estiva, era sicuramente la condizione ideale in cui si poteva predisporre il corpo affinché il cervello potesse liberamente speculare. Bertrand Russell sosteneva la necessità che l’ozio venisse insegnato a scuola. Noi tutti l’abbiamo sperimentato, per diversi mesi, ed abbiamo capito la difficoltà di viverlo, di affrontarlo con le armi cui siamo stati abituati da una cultura del fare. Ho letto, tra i tanti in questi mesi, un libro che doveva rappresentare una pausa alla riflessione, uno svago letterario, un divertissement allo stato puro. Il libro credo meriti tutta la premessa che mi son permesso di scrivere. Sto parlando di Pif, all’anagrafe Pierfrancesco Diliberto, autore del suo primo romanzo (ammesso che di romanzo si possa parlare) “…che Dio perdona a tutti” (Giangiacomo Feltrinelli Editore –Milano). Ammesso e non concesso contenga una trama da romanzo, tale non è (nonostante per tale venga presentato).  È invece un frutto dolce, come un estivo fico maturo, questo libro, generato a mio avviso da quell’ozio fecondo cui si sottopone, ogni estate, ogni palermitano: continuare a riposarsi, da riposato!

Un riposo fecondo, una pigrizia che genera una profonda riflessione. Intano cominciamo a dire che il titolo del libro è monco, come espressamente scritto, inizia con dei puntini di sospensione; cosa sottendono quei puntini? Eccoci ritornare al discorso sui proverbi. Recita un proverbio siciliano: “Cu futti futti, Diu pirduna a tutti”, forse dopo le lezioni di Camilleri non bisognerebbe tradurre, cosa che invece vorrei fare per rispetto al purismo manzoniano, ma mi accorgo subito della difficoltà. Il verbo “futtiri” letteralmente “fottere”, come nell’idioma nazionale ha infatti diversi significati. Per cui, per evitare qualsiasi disputa linguistica, getto subito la spugna e suggerisco al lettore di tradurselo come meglio gli aggrada. Ringraziamo Pif che invece la seconda parte del proverbio ce l’ha tradotta già.

La riflessione dell’Autore è tutta tesa a dimostrare la difficoltà nell’essere cristiani, cioè di vivere coerentemente secondo i precetti evangelici. Ma potrebbe essere preso a pretesto qualsiasi altro argomento per poter dimostrare come l’italiano medio rispecchi la figura impersonata in molti film da Alberto Sordi (cui rendiamo omaggio in occasione del suo centenario così tanto ricordato in questi giorni).

Il pretesto di Pif di seguire alla lettera la parola di Cristo ha uno scopo nobile e sincero: l’amore per la sua compagna. La conclusione, nonostante le premesse, sarà catastrofica.  Dopo la dedica a Dino Zoff, ci si può soffermare (è facoltativo) alla frase riportata di Matteo Salvini: “Il vescovo fa il vescovo e non rompe le palle ai sindaci e a chi amministra le sue città”.

L’amore è il pretesto di questo libro come lo era stato per i suoi film. Come non ricordare “La mafia uccide solo d’estate” o “In guerra soloper amore”, divenuti già un classico del cinema italiano. Alcune riflessioni sul film “In guerra per amore” si trovano nella mia “Raccolta” pubblicata nel 2017.  L’amore è il pretesto, nel senso che è premessa per dire altro, per affrontare temi di scottante attualità sociale e politica. Il libro è anche un elogio alla ricotta, alla ricotta di pecora, quella usata per riempire i cannoli o farcire le cassate, quindi un elogio alla pasticceria siciliana, all’iris, nella sua versione fritta o al forno, come al bignè. La considerazione morale va di pari passo con le degustazioni della pasticceria arabo-normanna.

Ci si può provare a fare riferimento a questo o a quell’autore della nobile tradizione satirica del nostro Novecento come espressa da Pasquale Festa Campanile o da Stefano Benni, ma quest’opera è diversa, ha un carattere facilmente riconoscibile e la leggerezza della scrittura così bene teorizzata da Cavino nelle “Lezioni americane”.

Ed allora non ci rimane altro che meditare su un celebre haiku giapponese, che sono un po’ come i nostri proverbi, carichi di saggezza: “Seduto pacificamente senza far nulla, viene la Primavera e l’erba cresce da sola”, assaporando un ricco dolce siciliano alla crema di ricotta!“

“Honolulu e altri racconti”, di W. Somerset Maugham, Adelphi editore, 2010

Personalmente non ho mai amato gli inglesi. Per la loro boria, il militarismo, il colonialismo, l’arroganza, la supponenza e spesso la prepotenza sfociata anche in gravi crimini contro l’umanità (un esempio su tutti: la feroce repressione della “rivolta dei boxer” in Cina con decapitazioni, torture, massacri indiscriminati, saccheggi, devastazioni). Imperialisti, sfruttatori delle risorse economiche dei paesi occupati ed è in quel contesto che muovono i racconti raccolti da Adelphi nel libro che Maugham non ha mai assemblato personalmente ma che comunque ci offre innanzitutto l’immagine di un colonialismo avviato verso la fine, verso la decadenza prima di tutto etica e morale rispetto a popolazioni ormai affrancate. Lo scrittore, nato a Parigi ma già in giovane età rientrato a Londra, ci porta nei suggestivi scenari della Malesia, del Borneo e delle Hawaii, un mondo nostalgico e artificiale, ormai prossimo alla liberazione dagli occupanti (se non in termini militari sicuramente nel senso del governo e della gestione economica nelle mani del potere dei britannici). Un mondo in perenne contrappunto con una giungla evocata da rapidi tocchi eppure incombente e foriera di sciagura, racconti sospinti verso un inesorabile finale spesso tragico, storie crudeli caratterizzate dalle passioni umane più fosche: lividi e rovinosi rapporti gerarchici, furenti ricatti incrociati, colpevoli idilli lavati col sangue. Misfatti di donne e uomini. Le prime, spesso oggetto di desiderio e complici di nefandezze riconducono alle inclinazioni omosessuali dello scrittore (in ‘Impronte nella giungla’ Mrs Cartwright commissiona un omicido al suo amante dopo che aspetta un bambino, dal momento che il marito non può darle figli, in ‘Relitti’ Mrs Grange è costretta a vivere in una baita del Borneo perché il marito le ha ucciso l’amante che l’aveva messa incinta e in ‘Honolulu’ una ragazza è vittima e carnefice in una storia di sortilegi). Gli uomini invece, si potrebbe dire banalmente, sono tali, per una specie di predisposizione innata alla crudeltà e al cinismo. Letteralmente una fotografia delle esperienze giovanili dell’autore che, dopo la morte dei genitori e il rientro nel Regno Unito, cresce affidato allo zio Henry MacDonald Maugham, freddo ed emotivamente crudele, mentre, per quanto all’ambiente di studio (si laurerà in medicina), viene deriso dai compagni per il suo modesto inglese (la sua prima lingua resta il francese) e per la bassa statura, situazioni per le quali svilupperà una balbuzia che lo accompagnerà per tutta la vita. Comunque una scrittura di tutto rispetto, racconti che lasciano il piacere della lettura, anche di fronte ai finali non certo da romanzo rosa.

“La Mafia siciliana: organizzazione criminale o associazione patriottica?”, lettera di Giovanni Bongiorni al Direttore del quotidiano Libertà

Angela Maraventano, pasionaria leghista di Lampedusa. Nelle sue dichiarazioni la Mafia sembra un’associazione patriottica “sensibile e coraggiosa”, in grado di assumersi la difesa del “proprio territorio”

Gentile direttore (di Libertà, quotidiano di Piacenza, ndr), le affermazioni sulla mafia dell’ex senatrice della Lega Angela Maraventano, in occasione della recente manifestazione di Catania a sostegno di Salvini, non sono da sottovalutare. Posto che è da comprendere il disagio e lo stress vissuti dai lampedusani per essere la loro isola diventata il punto di approdo principale dell’emigrazione africana in atto ormai da decenni, è il caso di far luce su cosa sia veramente la Mafia siciliana, l’organizzazione criminale per antonomasia. Nelle frasi pronunciate da Maraventano sembra sia stata, ora non più, un’associazione patriottica “sensibile e coraggiosa”, in grado di assumersi la difesa del “proprio territorio”. Il pensiero della politica diventa qui meno oscuro. Lei intende proprio la difesa militare. La mafia è prima di tutto una forza armata. Si ascoltano spesso discussioni in materia dove brillano, per la loro assenza nel discorso, le armi: pugnali, pistole, kalashnikov, bombe, esplosivi. I mafiosi un mestiere ce l’hanno. Sono i discendenti, incredibile dictu, dei mercenari greci descritti nell'”Anabasi” (IV secolo a. C.) di Senofonte, da lui definiti validi solo per “le armi e il coraggio” (di farne uso). Soldati. Dell’antiesercito dell’Antistato. Marco Bellocchio lo sottolinea bene nell’ultima scena de “Il traditore”: Buscetta con grande rapidità raggiunge un avversario e lo ammazza a revolverate.Sono i discendenti dei mercenari cinquecenteschi licenziati dalle compagnie di ventura e rimasti senza lavoro e non intenzionati a far altro che la guerra. Niccolò Machiavelli (“Dell’arte della guerra”, 1520) li ritiene capaci di portare qualsiasi Stato alla rovina, perché votati solo a far soldi, rubare, violentare, uccidere. Essi considerano – osserva- i costumi della vita civile effeminati e li rifiutano. La stessa etica anima don Mariano, in “Il giorno della civetta” (1961) di Leonardo Sciascia. Quelli disposti a lavorare ma non a far uso delle armi, come lui, sono “mezz’uomini”, “ominicchi”, pigliainculo” e “quaquaraquà”. Un contributo importante per intendere cosa sia il fenomeno mafioso e individuare i mezzi per combatterlo è venuto da Carmelo Sciascia, già concittadino del più famoso omonimo racalmutese, il 2 ottobre in biblioteca, per iniziativa della “Dante” piacentina, diretta da Roberto Laurenzano. Il relatore, con “Scrittura come speranza”, ha mostrato in quale modo Leonardo Sciascia, assumendo la posizione di coscienza critica della società, abbia rivelato le “imprese” di quella parte di essa detta a sproposito “onorata”. Cosa non fatta, ha ricordato, dal premio Nobel 1934 Luigi Pirandello, anche lui agrigentino, pur essendo documentata l’esistenza della mafia in Sicilia da inizio Ottocento. Tale rivelazione ha portato molti maestri del cinema italiano a rappresentare con i loro film di denuncia le opere dello scrittore. Il quale, per spiegare l’irriducibilita’ del fenomeno, appunto, ha indicato l’ importanza dell’ambiente. Prima vi si abita e poi vi si nasce. Nonché dell’infanzia. Dove si passano i primi dieci anni di vita? In quale famiglia? Con quali parenti e con quali frequentazioni? Quale etica vi è condivisa? Sciascia, a rischio della vita, si è opposto alla distruzione dello Stato. Come ha fatto il Parlamento con le leggi sui pentiti, sul 41 bis, sulla confisca dei beni. Come ha fatto la magistratura, coi processi grandi e piccoli. Come hanno fatto e fanno tanti giornalisti e scrittori, alla maniera di Roberto Saviano, che vive scortato. Come hanno fatto e fanno tanti sacerdoti, sull’esempio di don Giuseppe Diana e don Giuseppe Puglisi, assassinati. Di don Luigi Ciotti, anche lui condannato dall’Antistato a vivere sotto scorta. Cordiali saluti.

Piacenza, 09.10.2020 Giovanni Bongiorni

“La strategia della tartaruga”, Manuale di sopravvivenza di Maurizio Costanzo, Mondadori editore, 2009

Maurizio Costanzo sinceramente non mi è particolarmente simpatico. Diciamo che viviamo, sia pure senza ostilità, nella reciproca indifferenza. Per questo, entrando in libreria, laddove vedessi un suo libro semplicemente passerei oltre per mancanza di interesse. Invece questa rassegna di visioni e di filosofia personale che, complice Dalila, mi sono ritrovato in casa, l’ho letta. Per scoprire già nelle prime pagine che lui, Costanzo, colleziona tartarughe. Ed ho sorriso, incuriosito. Di più: le ama, le ammira, vorrebbe essere come loro. “Continuo a provare invidia per la loro capacità di ritrarsi e mettersi nel guscio, in sicurezza. La tartaruga corre dei rischi solo se si ribalta o viene ribaltata. L’uomo corre dei rischi da quando nasce”. La tartaruga va per i fatti suoi, non ha alcun rapporto con l’uomo e nemmeno col resto del mondo animale, il suo guscio la protegge da tutto. Nasce grinzosa, quindi non deve neanche preoccuparsi di ritocchi estetici, tanto è uguale da giovane come da anziana. Così, ispirandosi a loro, essere tartaruga, vivere da tartaruga, ha aiutato permesso a Costanzo di resistere cinquant’anni nella giungla del giornalismo e nella foresta oscura della vita. Così lui protagonista, narratore di sè stesso, settantenne all’epoca del libro, racconta dei suoi rapporti con le donne, propone le sue riflessioni sull’etica e, per lui non certo bello e men che meno attraente (salvo osservare che, con le donne, tutto può essere), sul rapporto con l’estetica. Insomma, Costanzo tartaruga dal suo guscio racconta delle sue vicissitudini, sul lavoro, nel rapporto con i politici e, guarda caso, per lui operante nel variegato mondo Mediaset, l’orientamento naturalmente sarebbe a sinistra, se non fosse che “la sinistra è quella che vediamo” (ottimo accorgimento per stare con i Montanelli e i Berlusconi di turno). Concludendo, nell’ultima parte del manuale ci spiega dei suoi contatti con i grandi del cinema italiano, talvolta incontrati come giornalista e diventati suoi amici, in altri casi sempre come giornalista senza ulteriori approfondimenti. Lo seguiamo quindi negli incontri con Walter Chiari, Nino Manfredi, naturalmente Alberto Sordi e così via, in piena simbiosi con la sua Roma, culla dell’arte vista attraverso il piccolo o il grande schermo. Comunque al prossimo passaggio in libreria nel caso di incrocio con un nuovo libro di Costanzo sugli scaffali, fedele alla line nessun cambio di tendenza: passerò serenamente oltre. Come una rondine non fa primavera, un libro letto per caso non cambia l’opinione generale sull’uomo.

“La carrozza”, lirica di Michele Prenna, poeta in Varese

Antica favola zucca, produttore BuEnn
Vi dirò che mi preferisco zucca
ma la fatina volle diversamente
e mi fece carrozza per Cenerentola.

Adesso che lo sanno le altre zucche
sapeste come mi vengono a noia
con tutte le loro domande curiose.

Come le fiabe mi credete bugiarda?
Eppure l'anima si nutre d'immaginazione
e ben poco le serve una saggezza sciocca.

[E chi ha detto che le zucche 
non fanno poesia?]