“Lo strano caso del dottor Jekill e del signor Hyde”, racconto di Robert Louis Stevenson, edizione speciale Corriere della Sera

Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde è un racconto gotico scritto e pubblicato dallo scrittore scozzese Robert Louis Stevenson nel 1886. Nella notte di Londra, un uomo calpesta volutamente una bambina, non curandosi delle sue grida. Rincorso da un passante, il demoniaco signor Hyde accetta di risarcirla con del denaro: ma l’assegno che produce ha la firma del distinto Jekyll, un medico stimato da molti. Dell’episodio viene informato un avvocato londinese, Gabriel John Utterson, grande amico del dottor Jekill che scopre dove soggiorna Hyde ovvero nel laboratorio di anatomia dismesso che si trova proprio nel retro dell’abitazione dell’amico. Quale rapporto tra i due? Se lo chiede Utterson, considerando che oltretutto incredibilmente proprio Jekill ha lasciato un testamento col quale nomina Hyde destinatario dei suoi beni in caso di suo decesso o di scomparsa. Fatto incredibile, considerando la bontà e la generosità dell’uno contrapposta al senso di malvagità che sembra emanare da Hyde, un essere capace di suscitare al solo vederlo o incontrarlo orrore istintivo. Un racconto che ha immediatamente incontrato grande interesse vuoi perché quelli erano i tempi nei quali Jack lo Squartatore furoreggiava nella Londra delle nebbie, dell’Isola dei Cani, dei docks che era meglio non frequentare nelle ore notturne. Realtà di sangue e fantasia nera, dunque. Ma soprattutto un racconto capace di far riflettere sul fatto che ogni umano, per quanto normalmente di indole buona, psicologicamente presenta e vive un’ambivalente pensiero irrazionale sovente carico di malvagità. Chi di noi non ha desiderato di incontrare qualcuno nel buio della notte e di colpirlo con un bastone oppure ha augurato sventura e sfortuna ad un qualche rivale, al datore di lavoro, a chi ha tentato di prevaricarci? In evidenza infine lo stile, il metodo dello scrivere di Stevenson che realizza un giallo con un ritmo incalzante e nello stesso tempo un horror delicato senza i toni truculenti di un Poe, riuscendo alla fine a ‘parlare’ al lato oscuro che alberga in ciascuno di noi. A questo punto non resta che seguire Utterson che il maggiordomo del dottor Jekill, visibilmente terrorizzato, ha appena raggiunto chiedendogli di precipitarsi a casa dell’amico. Qualcosa non va ed è qualcosa di terribile. Buona lettura ma badate a fare attenzione: il cuore deve essere coraggioso, pronto ad affrontare il mistero, qualunque esso sia.

Mr. Hyde massacra un gentiluomo

“Il tempo della rivolta”, di Donatella Di Cesare, Bollati Boringhieri editore, 2020

Rivolta. Moto spontaneo vissuto per lo più individualmente contro lo Stato, contro il potere della finanza, contro ogni limite alla libertà individuale. Come tale anarchia, priva cioè di una finalizzazione organizzata volta al cambiamento del sistema. Un’interessante riflessione filosofica di Donatella Di Cesare rispetto ad un fenomeno che sempre più spesso caratterizza le cronache di questo nostro mondo nel quale sempre meno incidono nelle scelte i bisogni del singolo individuo ma nel contempo analogo il destino di emarginazione dal potere della stragrande maggioranza delle popolazioni. Le piazze dunque si riempiono di rabbia. A Napoli, Milano, Torino, Roma, all’estero, dove basta un nulla per trasformare pacifiche manifestazioni in scontri infuocati senza una reale volontà collettiva iniziale. Risultato di un arretramento, di una perdita di credibilità quale riferimento della politica e dei partiti, espressione di una rassegnazione individuale, di una mancanza di sbocchi e di una conseguente scelta anarchica. Ma dove porta la rivolta, quale disegno, quale prospettiva, quale cambiamento e quindi quale futuro? Non è il ritorno della locomotiva di Guccini: al momento mancano prospettive, si tratta semplicemente di rifiuto del sistema, importante il semplice deragliamento di un treno senza considerare che il sistema di treni ne ha a disposizione centinaia. Quindi la rivolta costituisce rifiuto immediato, denuncia ma poi il progetto, il nuovo, il futuro forse verrà, non sappiamo da parte di chi. La rivolta infatti non ha volti, non è rivoluzione, è spontanea, non ha capi nè guide. La rivolta è a viso coperto dalla sciarpa, dalla maschera di anonymus, la sfida di un hacker celato nella rete. Se non fosse fatto spontaneo, vissuto individualmente, privo di comune prospettiva di cambiamenti, non sarebbe rivolta, diventerebbe rivoluzione. Già, ma nella realtà odierna, se non attraverso la rivolta, come altrimenti potrebbero muoversi i singoli di fronte al potere del sistema prossimo alla tirannia proprio perché il potere è ormai concentrato nelle mani di pochissimi? Ma attenzione. Una militanza non condivisa, una protesta limitata al singolo gesto non trova sbocchi, non fa male al sistema. Una vetrina rotta, l’assalto ad una banca non creano alternativa. Esprimono rabbia e la rabbia senza sbocchi successivi diventa strumento nelle mani del potere per una politica di controllo e repressione. Dunque un libro interessante, un messaggio per le sinistre oggi supinamente allineate e annichilite di fronte alle politiche di moderatismo del sistema che in realtà solo favoriscono gli interessi della grande finanza e di una destra rappresentante di un sistema di potere nelle mani dei pochi. Un libro che ci impone (in quanto uomini di sinistra) una profonda riflessione viste le cronache di questi giorni: in quale ambito ha trovato spazio e fortuna Renzi? Nel contesto di una sinistra (quella postcomunista) sconfitta dalla storia e dai propri errori filosofici che non ha saputo evolvere nella direzione della tradizione socialista preferendo il pantano della moderazione e dell’avvicinamento al centro moderato dei “padroni del vapore” (così, ricordiamolo, Renzi ha potuto permettersi di cancellare l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori). Nessuno stupore, dunque, se tanti lavoratori si allontanano dalla politica e se per molti di questi comunque privi di rappresentanza altro non resta che la rivolta per quanto nella sua immediatezza come tale priva di prospettive e di futuro.

“Carabinieri in giallo 7”, racconti di Autori Vari, Il Giallo Mondadori, 2014

Ho sempre avuto stima dei Carabinieri che, simpatiche barzellette a parte, ritengo svolgano il loro ruolo di difesa delle istituzioni (che noi scegliamo, votiamo, sosteniamo) con competenza e serietà. Ho avuto a che fare con loro. Qualche episodio: ero andato a prendere mio padre dimesso dall’ospedale di Borgonovo. Arrivato a San Nicolò il semaforo era giallo ma, se io avessi frenato, per lui sarebbero stati dolori alla gamba. Così sono passato e, naturalmente, ecco la paletta del Carabiniere. Gli ho spiegato la situazione, mi ha raccomandato prudenza e mi ha fatto ripartire. Secondo episodio: nell’ospedale di Piacenza era apparso un manifesto anzi un tazebao (come si diceva negli anni dell’università) con un disegno satirico di contestazione al primario della psichiatria. Mano ignota lo aveva esposto di fianco al manifesto che avevo realizzato in occasione del mini campionato di calcio organizzato dal Cral con tanto di disegni rappresentanti le diverse squadre (ad esempio, per la squadra di Radiortopedia, appunto una radio con un osso spezzato ricompattato con il nastro adesivo al posto dell’antenna). I Carabinieri hanno indagato e, avute indicazioni dell’autore del manifesto calcistico, eccoli presentarsi nel mio ufficio per un interrogatorio con tanto di verbale col quale hanno condiviso che ogni disegnatore ha uno stile suo proprio e lo stile dei due manifesti era diverso. M’era andata bene? In ogni caso l’autore del tazebao rimase ignoto. Altro caso: nel mio ruolo di dirigente dell’Asl ho avanzato la proposta formale per un accordo di affitto d’una struttura privata in assenza di spazi ospedalieri adeguati da destinare ad ambulatori per la libera professione (intramoenia) dei medici, con affitto da pagare utilizzando i proventi dell’attività e quindi a costo zero per l’ente pubblico. Approvata la decisione da parte della Direzione Aziendale la prima conseguenza fu la dismissione di tutti gli accordi con gli altri piccoli ambulatori privati in precedenza convenzionati (erano diversi considerate le dimensioni minimali di ciascuno). Naturalmente qualcuno dei responsabili delle società interessate, colpito nell’utile, si è rivolto alla magistratura e così ecco due Carabinieri nel mio ufficio in quanto “persona informata dei fatti”. Ne conseguì l’arrivo dopo qualche tempo di una avviso di garanzia in busta verde nella mia cassetta di posta al domicilio e che subito dopo coinvolse tutta la Direzione ovviamente compresa la mia posizione. Una questione complessa che naturalmente trovò spazio sui quotidiani nazionali con tanto di nomi e cognomi e per due anni la condanna a priori da parte di chi leggeva. Presunta truffa ai danni dell’ente pubblico e altri reati vari (mancava solo la banda armata) ma soprattutto colpevoli di simpatie o addirittura orientamenti politici di sinistra. I due Carabinieri avevano del resto fatto il loro mestiere, indagato, raccolto materiale, verbalizzato, consegnato le loro osservazioni al magistrato al quale competeva il giudizio di merito. Procedura ineccepibile e, dopo due anni, niente giudizio, niente processo per riconoscimento alla conclusione di lunghe indagini, interrogatori, richiesta di documenti, osservazioni, periodiche notizie criminalizzanti sui quotidiani locali, regionali, nazionali, strumentali considerazioni da parte politica di centrodestra, riconoscimento di non luogo a procedere per insussistenza del reato. Anzi, dei reati ipotizzati: si era agito nell’ambito delle leggi e dell’interesse della struttura pubblica. Potrei ancora citare le periodiche visite in ufficio dei Carabinieri dei Nuclei AntiSofisticazione e Sanità di Parma coi quali ho stabilito una costante collaborazione (su loro richiesta) che spesso ha permesso di chiarire molte situazioni oggetto delle loro indagini in merito a rapporti “esterni” dei medici, spesso unendosi con le visite e la collaborazione con i militi della Guardia di Finanza. Ultimo episodio: ero giovane, mi muovevo col Ciao, un cinquantino allora di successo, di poco costo. Mi sono infilato in un senso unico contromano e non incrocio proprio una pattuglia di Carabinieri? Come si dice: la fortuna è cieca ma la sfiga e i Carabinieri ci vedono molto bene. Inversione di marcia da parte loro, tentativo di fuga da parte mia, raggiunto e fermato dopo un paio di vie. Cazziatone, verbalone, multone, secondo cazziatone a casa, papà che paga. Bene, mi sono divertito con i ricordi personali e potrei proseguire con i ricordi delle manifestazioni ai tempi degli studi ma è tempo di parlare dei racconti del libro che dovrei recensire. Sono 15, alcuni scritti da chi veramente indossa la divisa dell’Arma, altri di autori partecipanti ad uno specifico concorso. Interessanti, talvolta curiosi, capaci di affrontare la realtà sociale nella quale viviamo e che proprio i Carabinieri si trovano ad indagare. Rapine, omicidi, sfruttamento della prostituzione, furti d’opere d’arte, di tutto un pò. Insomma, una lettura leggera ma interessante e qualche buona penna che potremmo presto o tardi ritrovare in un più completo romanzo giallo o noir personale. In buona sostanza, a conclusione, rispetto e simpatia per l’Arma e buona lettura (il libro è disponibile in formato kindle e in cartaceo usato in Amazon.it, n versione e-book in Libreria.Coop) auspicando che abbia seguito il premio letterario “Carabinieri in Giallo”, concorso avviato su iniziativa della rivista istituzionale dell’Arma, esteso a tutti coloro che amano il genere noir e che vorrebbero cimentarsi nell’immaginare un delitto e una soluzione (temo che il Premio sia però al momento sospeso dopo la nona edizione del 2015).

“Dalla Preistoria alla Pandemia. Dall’Infodemia alla Fobocrazia”, riflessioni di Carmelo Sciascia a margine del libro di Donatella Di Cesare

Ogni periodo storico è caratterizzato da un epiteto. Il periodo storico indica un certo lasso di tempo, più o meno lungo, che ha caratteristiche proprie e particolari da renderlo uniforme. Tutti conosciamo il lungo periodo della preistoria che va dal Paleolitico all’età del ferro. Il Paleolitico è caratterizzato dall’uso della pietra, come l’età del ferro è caratterizzata dall’uso dei metalli. Conosciamo le suddivisione della storia dall’antichità alla contemporaneità. Possiamo dire a grandi linee che il lasso di tempo costituente un determinato periodo storico si accorcia man mano ci si avvicina all’Età Contemporanea, cioè diminuisce il numero degli anni che caratterizza il periodo stesso proporzionalmente all’avvicinarsi ai giorni nostri. Basti pensare al tempo necessario intercorso per il passaggio dal Paleolitico al Mesolitico. Il Paleolitico inizia 2,5 milioni di anni fa (comparsa dei primi ominidi) termina 10 000 anni fa (uso dell’agricoltura).  O, il tempo intercorso per il passaggio dal Mesolitico al Neolitico. E, così di seguito, di millennio in millennio fino ad arrivare dalla preistoria alla storia.  Dalla storia antica al Medioevo, il calcolo degli anni subisce una drastica riduzione, per proseguire dal passaggio dal Medioevo all’età Moderna. Si arriva così all’epoca Moderna dove un determinato Periodo può essere sintetizzato da eventi di durata molto limitati cronologicamente, addirittura di solo qualche decennio, la Rivoluzione francese ad esempio, ha caratterizzato la rivoluzione borghese ed il liberalismo dall’Ottocento ai nostri giorni, è un evento che può essere riassunto in soli dieci anni dal 1789 al 1799. Un episodio di un solo decennio che ha cambiato, attraverso la forza delle idee, i secoli a venire. Dalla fine delle concezioni feudali si è passati ad una epoca moderna caratterizzata da attese messianiche, di rivoluzioni e cambiamenti che una mentalità positivista portava a credere nella fine dell’oppressione e della miseria. All’ottimismo della volontà spesso si è accompagnato l’ottimismo della ragione. Basti pensare alle teorizzazioni estreme del liberalismo capitaliste come alle ideologie marxiste.

Il nuovo millennio inizia con gli attentati alle torri gemelle dell’11 Settembre 2001. Un millennio, il nostro che iniziato con l’attentato in America è proseguito con una profonda crisi finanziaria nel 2008, per continuare con una pandemia, quella che stiamo vivendo, di cui non si vede la fine. Sono tutti eventi che hanno contribuito e contribuiscono a porci in difficoltà nel progettare qualsiasi idea di futuro. Ecco allora che per caratterizzare questo periodo (o questo millennio) basterebbe solo un termine, semplicemente complicato: Paura. La teorizzazione epocale, l’epiteto che caratterizza questo periodo, potrebbe essere allora fobocrazia.   Sì proprio fobocrazia: Il potere della paura, dal greco phòbos paura e kràtos potere.

Viviamo senza meta, senza porci un obiettivo in cui credere. La   mancanza di prospettiva è generale e totale. Investe individui, classi sociali, popoli. Senza un’idea di futuro viene meno il senso della storia. La storia come sviluppo della collettività viene a perdere significato. Il ripiegarsi su se stesso del corpo sociale cambia il senso della storia stessa, fino a mutare una storia collettiva in una semplice, e perciò complicata, storia individuale. Una storia individuale che finisce con l’esaurirsi in singoli episodi sporadici.  Tutto ciò è la logica conseguenza del venir meno di quel patto generazionale che ha caratterizzato il susseguirsi delle generazioni. È finito cioè quel legame che si trasmette non solo geneticamente ma soprattutto attraverso una serie di solidarietà culturali e sociali da padre in figlio. La società odierna non crea legami, ma separa gli individui, non raggruppa gli individui in classi sociali ma isola gli individui in monadi, dal significato filosofico di entità “senza finestre” impossibilitati quindi a comunicare tra loro. A proposito di Monadi, ricordate Leibniz: “Quello in cui viviamo è il migliore dei mondi possibili” e lo sberleffo di Voltaire con il suo Candido? Il fallimento della politica è sotto gli occhi di tutti. Una categoria, la politica, che ha abdicato da tempo nei riguardi dell’economia e della finanza. La politica conserva un’autonomia di intervento quanto mai limitata e subalterna alle attività finanziarie ed alla scienza. La scienza che essendo un prodotto relativo e connesso al periodo storico, è sempre parziale e la sua verità sempre provvisoria.

Così di talkshow in talkshow siamo finiti ingabbiati in una ridda di ipotesi sulla pandemia virale spesso in contrasto tra loro. Così il Treccani definisce l’infodemia, cioè la comunicazione riguardante il rincorrersi spasmodico delle informazioni in questo momento: “Circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili”. In altri termini, l’infodemia risulta essere “quell’abbondanza di informazioni, alcune accurate e altre no, che rendono difficile per le persone trovare fonti affidabili quando ne hanno bisogno”, questa la definizione ufficiale data dall’OMS. L’infodemia diventa così l’humus culturale cui si sviluppa quel senso di insicurezza e di paura che caratterizza la società odierna. Cerchiamo una qualche verità ed in questa affannosa ricerca “ammazziamo il tempo”, un tempo che finisce, anziché darci risposte certe, rivoltarsi contro di noi, finendo per ucciderci. Base della democrazia è la partecipazione. Oggi invece si chiede solo protezione. Da una cittadinanza attiva siamo passati ad una cittadinanza passiva. Come per la terza età. Siamo all’improvviso diventati tutti vecchi, isolati e terrorizzati. Si fa di tutto per allungare la vita per poi non sapere cosa fare della vecchiaia. Ci veniamo a trovare così tutti sospesi, segregati in uno spazio vuoto, come vecchi in una casa di riposo che non ha nulla di riposante!

P.S. Riflessioni a margine, con libere interpretazioni personali, di un testo di Donatella Di Cesare –L’asfissia capitalista- 2020 Bollati Boringhieri – Torino“

“Rammento i bei giorni trascorsi – I ragazzi sarmatesi alla guerra del 1915 – 1918”, di Gianluca Misso, Officine Gutenberg editore, 2015

Un’interessante esperienza dei giovani della 2^ media di Sarmato trasformati in ricercatori storici che alzano il velo sugli oltre 50 giovani che all’inizio del ‘900 non tornarono a casa dal fronte. Ecco dunque la loro storia per quanto sia possibile ricostruirla attraverso i fogli matricolari, alcune fotografie, qualche labile e lacunoso ricordo testimoniato dalle famiglie. Luogo di nascita, nomi dei genitori, professione (in stragrande maggioranza contadini), reparto di arruolamento, ragione e luogo della morte (in combattimento oppure a seguito di ferite, soprattutto di schegge, malattia). Dati statistici: tenendo conto del censimento del 1921 si può presumere che durante il conflitto siano 3350 gli abitanti del paese della bassa Val Tidone, dei quali 55 cadranno al fronte, circa l’8% dei 650 mobilitati. Contadini per quanto, si diceva, alla stragrande maggioranza, ai quali vanno aggiunti alcuni bifolchi, qualche colono, 1 casaro e 2 bergamini. Ancora in rilievo i carrettieri, i mattonai, i muratori e un meccanico, timido segnale dell’evoluzione dei tempi che andranno a venire anche in questo scorcio di pianura a vocazione agricola. 9 dei 55 soldati non sono in grado di leggere e scrivere e del resto lo stesso succede con chi resta a casa: spesso è il parroco a scrivere le lettere che la moglie o il padre e la madre dettano e, al fronte, è lo stesso postino o qualche ufficiale a leggere saluti e raccomandazioni. Una curiosità: 1,67 metri l’altezza media con 21 soldati che non superano il metro e sessantacinque. La maggioranza dei decessi avviene dopo la logorante guerra di trincea, con la disfatta di Caporetto e le successive battaglie sul Monte Grappa e sul Piave quindi nel biennio 1917-1918. 28 anni l’età media dei caduti, 41 soldati semplici, 6 sergenti, 4 caporali, 3 caporali maggiori, 1 solo sottotenente. Prevalentemente fanti, bersaglieri, mitraglieri. Un solo alpino con la penna nera, un solo aviatore. Interessantissima anche l’attenzione che la ricerca dedica a chi partecipa al sacrificio dei soldati restando a custodire il focolare domestico, le donne, 41 – di quelle conosciute delle quali è possibile reperire notizie – sono madri (ma una sola con l’unico figlio caduto al fronte mentre per quanto alle altre indice di ben altri tempi in termini di filiazione si registrano anche undici nati in famiglia). Infine 9 sono mogli delle quali 3 con figli piccoli che attenderanno invano il ritorno del marito e padre partito suo malgrado soldato. Certo impossibile entrare e descrivere l’anima, i sentimenti, i pensieri dei giovani soldati strappati alla loro esistenza e alla vita. Si fa cenno, ad esempio, ad inizio libro, al fenomeno della diserzione ma nulla s’approfondisce in seguito; nessun sarmatese ha mai pensato o tentato di disertare di fronte all’ordine di attacchi insensati ad offrire il petto villoso ai proiettili delle mitraglie nemiche? Ai canti della bella e gloriosa ricerca della morte (degli altri) del poeta (eticamente e moralmente) assassino d’Annunzio (famoso l’episodio di quei fanti che, mandati a morire assalendo un ponte ben controllato dalle mitragliatrici nemiche rifiutarono il suicidio, tentarono di reagire contro il poeta maledetto e furono fucilati seduta stante). Che dire dei Carabinieri che, appostati a ridosso della linea del fronte, sparavano alle spalle dei soldati ritenuti disertori solo perché semplicemente rifiutavano il massacro dell’assalto inutile e suicida? Che dire della fucilazione di quel soldato colpevole di non aver tolto la pipa dalla bocca mentre salutava militarmente il generalissimo Cadorna? Che dire del fenomeno della decimazione, l’ordine arrivato dall’alto comando di sorteggiare , a titolo d’esempio e di monito, dieci soldati a caso in quei battaglioni dove semplicemente si dubitava di una guerra che doveva durare poche settimane e di una morte inutile per i più? Ecco, forse questo è il limite di una ricerca che, nel limite del possibile, potrebbe essere non solo celebrativa della memoria, del ricordo e della retorica ma punto di partenza per conoscere vita e anima dei ragazzi spediti loro malgrado a combattere una guerra nell’interesse esclusivo delle monarchie imperialiste dell’epoca. Era il centenario della Grande Guerra, quando il libro ha raggiunto le vetrine e gli scaffali delle librerie. Non verrebbe sminuita l’importanza del lavoro benemerito di ricerca degli studenti sarmatesi se diventasse, ad opera degli stessi studenti nel frattempo cresciuti o di altri storici locali, strumento per rilevare che, superando le logiche guerraiole e di mera celebrazione, la vera grandezza consiste nella volontà di pace tra gli uomini, la possibilità di risolvere conflitti e questioni attraverso l’arma del confronto e non delle armi.

“L’arminuta”, romanzo di Donatella Di Pietrantonio, Einaudi editore, 2017

L’arminuta ovvero, nel dialetto abruzzese, ‘la ritornata’. Storia di una madre che cede la figlia di 6 mesi a qualcun altro e, passati gli anni, la nuova mamma che dopo averla accolta in casa, accudita, educata, la restituisce al mittente (è il presunto padre, carabiniere, che in auto la riporta senza ascoltare le sue proteste in quella che la ragazzina oramai tredicenne dovrà scoprire essere la sua casa, la sua famiglia, i suoi fratelli). Come abituarsi alla nuova realtà, come chiamare mamma quella che vanta d’essere la madre biologica, quella che ti ha effettivamente procreata ma nello stesso tempo ti ha abbandonata? Accolta dalla sorella minore, dalla madre e dal padre che esce dalla camera da letto a torso nudo, sbadigliando, salutandola semplicemente con un “sei arrivata”. Dunque, un mondo nuovo, sconosciuto, dove regna la miseria, dove il cibo sulla tavola non basta per tutti, dove lei è solo una nuova bocca da sfamare, costretta a dormire, lei ormai adolescente, nella fase dello sviluppo, nella stessa camera con i fratelli, nello stesso letto a malapena sufficiente per una, con la piccola Adriana. Il libro dunque racconta delle emozioni di questa ragazzina – della quale mai viene rivelato il nome – che si ritrova in un mondo non suo, senza più le amiche del cuore di quel mondo agiato pieno di privilegi (la danza, il nuoto, le vacanze al mare, una casa comoda) e soprattutto senza capire perché la mamma, quella che riteneva tale, Adalgisa, l’ha abbandonata. Probabilmente, pensa, una grave malattia e così matura la speranza di essere richiamata, ripresa, quando superasse i problemi di salute. Del resto è sicura del bene che Adalgisa le vuole:  sa che si preoccupa per lei fornendole beni, soldi, conforto, ma non si fa mai vedere né sentire.  Dobbiamo arrivare al finale per scoprire le ragioni dell’abbandono e, a raccontarle sarà proprio lei, l’Arminuta nel frattempo cresciuta. Un libro che ci introduce al mistero della maternità, del rapporto tra la madre che genera e la figlia, alle scelte dolorose che possono essere necessarie per il bene stesso della neonata.

“Diario di un cacciatore”, di Pier Luigi Peccorini Maggi, LIR edizioni, 2010

Un diario acquistato anni fa per la curiosità di conoscere la penna di un celebrato giornalista e scrittore piacentino ma alla fine rimasto per anni tra le letture in attesa del momento giusto. Considerato l’argomento, non proprio tra i miei interessi più alti. Anzi. Ricordo, da giovane. Con mamma e papà avevamo acquistato e risistemato la vecchia casa dei nonni, in Val Chero, a mezza collina. Ero arrivato tardi, dopo una notte insonne a chiacchierare con amici giù in città. Così m’ero steso sul divano nella sala (avevamo quattro stanze, al piano terra cucina con stufa a legna e camino oltre alla sala mentre al piano sopra due camere da letto, quella dei genitori e quella degli ospiti). Naturalmente dormivo quando arriva, venendo dall’altra riva del torrente, da località Boschi, Enzo, mio cugino di qualche anno più grande e una stazza di tutto rispetto. Vede la mia macchina, la 127 rossa con gli adesivi “No al nucleare”, “Né Tornado né uragano, ciel sereno a San Damiano” (la base militare che all’epoca ospitava i Tornado, i caccia in grado di portare missili nucleari). Naturalmente integrati da un bel “No alla caccia”. Enzo non la tirò tanto per le lunghe. Senza una parola entrò in sala e … giù botte!!! Dei bei plattoni al cugino che placido dormiva sonni allegri! Lui, cacciatore provetto e guardiacaccia della zona. Perché, diceva, i cacciatori non erano assassini, vivevano in simbiosi con la natura, sviluppavano un grande rapporto d’amicizia, d’intesa e affetto reciproco coi loro cani ma nello stesso tempo di rispetto per la fauna che cacciavano prima di tutto appunto con rispetto. Difficile da credere e da capire (dove sta il rispetto quando togli la vita ad una creatura che vola in cielo o vive in terra, che prova emozioni, pensa, ha rapporti di gruppo o di famiglia, sia pure, per quanto ne sappiamo e possiamo capire, a livello elementare?). Il libro di Pecorini Maggi alla fine dice le stesse cose, espone il proprio punto di vista, parla del grande rapporto con gli altri cacciatori, di uomini e cani, d’amore per la natura, di battute che inevitabilmente finiscono in grandi mangiate pantagrueliche in qualche trattoria di campagna, di lunghe camminate nei boschi seguendo le tracce di una lepre o di un cinghiale, delle sparate sempre più grosse che si rivelano prontamente delle panzane, di uscite di mattina presto quando il paese dorme, col carniere già pieno per poi comunque tornare millantando grande esito. Comunque no, non riesce a convincermi, come non è mai riuscito Enzo, cugino sfortunato (temeva che nessuna donna volesse accompagnarsi con lui e, quando finalmente l’ha trovata, dopo un tempo tutto sommato breve ci ha lasciati). Rimango dell’idea che comunque la caccia, da quando non è più indispensabile per garantirsi il cibo e la sopravvivenza, non sia uno sport. Felice comunque alla fine di aver conosciuto una penna di tutto rispetto, fine, intelligente, a tratti capace di grande ironia. Purtroppo apprendo che, a 83 anni, nel 2017, Peccorini Maggi ha lasciato la sua campagna di Mottaziana. Chissà, forse in futuro, se mai troverò su qualche scaffale più o meno polveroso uno dei tanti suoi libri, sarà un piacere stavolta approfondire la conoscenza. Naturalmente laddove non si parli di caccia, di fucili che sparano, di vite animali spezzate.

“Sciascia racconta Sciascia. Stimolante conferenza alla Biblioteca Comunale

Carmelo Sciascia, artista e filosofo, detto “il piacentino di Sicilia”

Raccontare quarant’anni di vita letteraria e politica attraversati e segnati da Leonardo Sciascia è impresa ardua ma piacevolmente compiuta dal piacentino di Sicilia Carmelo Sciascia

Raccontare quarant’anni di vita letteraria e politica attraversati e segnati da Leonardo Sciascia – una delle grandi figure del Novecento italiano ed europeo: scrittore, giornalista, saggista, drammaturgo, poeta, politico, critico d’arte, insegnante, spirito libero e anticonformista, lucidissimo e impietoso critico del nostro tempo – è impresa ardua ma piacevolmente compiuta dal “Piacentino di Sicilia” Carmelo Sciascia che i nostri lettori seguono nei saggi pubblicati nel suo blog “Libertà di Pensiero”. L’occasione del viaggio attorno alla figura di Leonardo Sciascia è stata la conferenza organizzata dal Comitato Piacentino della Dante Alighieri nel Salone monumentale della Passerini Landi, dalla quale riprendiamo ampi stralci.

Scrive Pavese: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Il paese siciliano di Leonardo Sciascia (ed anche di Carmelo) è Racalmuto, che pur distando solo 20 km dalla costa, può essere considerato come un paese dell’entroterra dell’isola. Qui, nel cimitero sarà seppellito Leonardo Sciascia (Racalmuto 1921 – Palermo +1989). Sciascia, diversamente da Pavese, nel suo paese ci sta tranquillamente, soprattutto in contrada Noce, dove continua spesso a ritornare per scrivere, da Caltanissetta prima, da Palermo poi. Lo scrittore ha ispirato e dato il titolo a un giornale locale “Malgrado tutto”, che ha permesso a una generazione di giovani di crescere e formarsi, un nome tra tutti lo scrittore e giornalista Gaetano Savatteri, in questo foglio hanno scritto autori come Bufalino e Consolo, nonché giornalisti ed opinionisti di fama internazionale.

Sciascia mantiene costantemente i rapporti con il paese e della vita del paese sa tutto, ad informarlo provvedono gli amici. Lo scrittore si vedeva, di tanto in tanto d’estate soprattutto, passeggiare in paese attorniato da amici. Schivo nell’intraprendere discussioni, amava ascoltare “chi si dici?” era solito chiedere.

Qualche volta, ha ricordato Carmelo, l’ho incontrato a Palermo, durante gli anni universitari, mi ricordo in particolare una discussione che riguardava il caso Majorana. Era uscito in quei giorni La scomparsa misteriosa di Majorana, nel ’38. Italiano e siciliano, Majorana era italiano per il ruolo e la rilevanza scientifica avuta nel gruppo dei ragazzi di via Panisperna a Roma, siciliano per il particolare carattere solitario e solipsista, tipico di molti intellettuali isolani. Di Ettore Majorana, solitario ed autonomo rispetto al gruppo di via Panisperna, così Sciascia: “come tutti i siciliani buoni, come tutti i siciliani migliori. Majorana non era portato a far gruppo, a stabilire solidarietà e a stabilirvisi (sono i siciliani peggiori quelli che hanno il genio del gruppo, della cosca)”. La tesi del libro adombrava la possibilità che il Nostro avesse intuito la formula della costruzione della bomba atomica ed avesse colto la drammaticità delle conseguenze nefaste per l’intera umanità. Personalmente condividevo la tesi che la scomparsa dello scienziato potesse essere utilizzata come denuncia delle responsabilità della scienza quando si mette al servizio del potere; non condividevo invece l’idea che realmente Majorana fosse giunto alla possibilità di costruire una bomba atomica e di coglierne le conseguenze. Questo perché nel ’38 mancavano ancora dei passaggi a livello teorico, senza i quali l’atomica era impensabile (tesi tra l’altro sostenuta dal nostro fisico di Carpaneto Edoardo Amaldi).

Ettore Majorana e Leonardo Sciascia

A Sciascia aveva pesato l’esperienza di consigliere comunale a Palermo nel 1975, come quella parlamentare alla Camera nel 1979. Se gli anni ’60 sono stati caratterizzati dall’impegno della lotta alla mafia testimoniato dai libri “Il giorno della civetta”, “A ciascuno il suo”, gli anni ’70 sono stati quelli dell’impegno politico: “Il Contesto”, “Todo Modo”.

Duro il suo giudizio sul ’68 (da me completamente non condiviso), una generazione accusata di velleitarismo, come negativo il giudizio sull’operato di Danilo Dolci in Sicilia. Sciascia e Pasolini, legame che è stato studiato ed approfondito in diversi Convegni ma che merita uno studio continuo ed un’analisi sempre più particolareggiata, per le notevoli affinità: entrambi hanno rappresentato la coscienza critica della società italiana e del sistema politico tout court. Hanno dimostrato, pur con sfumature diverse, come incisivo era e doveva essere il ruolo dell’intellettuale, di là da qualsiasi organicità di gramsciana memoria.

Tutto ciò per sottolineare il fallimento della politica, che sosteneva Sciascia esserci, soprattutto nel campo della giustizia. Vedasi al riguardo “Porte aperte” che ad un giudice racalmutese si ispira: il giudice Petrone, che fino al ’69, anno della sua morte, veniva a villeggiare da Palermo, dove aveva esercitato il ruolo di giudice, in campagna a Racalmuto.

Così come la politica falliva miseramente a livello nazionale con l’uccisione di Aldo Moro, a distanza di qualche anno falliva miseramente nel suo paese, dove mancanza di lavoro e di qualsiasi prospettiva generava stragi nelle piazze, che stavano lì come atto d’accusa, a dimostrare ancora una volta, ce ne fosse stato bisogno, che Racalmuto non è mai stato il paese della ragione, come qualcuno l’ha definito, ma diversamente quanto “sia lontana la realtà di questo paese dalla verità e dalla giustizia, quindi dalla ragione”.

Aldo Moro era stato ucciso nel ’78, nello stesso anno a caldo Sciascia scriveva “L’affaire Moro” libro che come egli stesso ebbe a dire potrebbe anche esser letto come opera letteraria, ma sappiamo bene che in realtà l’autore lo ha vissuto come “opera di verità”. Basta leggere la relazione di minoranza della Commissione parlamentare d’inchiesta, cui fece parte, che potremmo riassumere nell’ironica affermazione che “Le Br sono italiane ma funzionano perfettamente”.

Nell ’82, l’uccisione del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (che non è stato l’ispiratore del Capitano Bellodi de Il giorno della civetta). Nell’87, la polemica ancora attualissima sui professionisti dell’antimafia (vedasi il recente caso Montante di cui tratta il giornalista Bolzoni nel suo libro “Il padrino dell’antimafia”). In seguito si assiste all’elezione di Meli a Capo dell’ufficio Istruzione di Palermo nel gennaio 1988, che di fatto smantella il pool antimafia, annullando il lavoro intrapreso, prima da Chinnici e poi da Caponnetto che in proposito affermò: “Meli ha contribuito ad anticipare la chiusura dell’Ufficio istruzione, non coordinando più le indagini, esautorando Falcone, emarginandolo, smembrando i processi di mafia e vanificando tutto il lavoro fatto”.Alcuni anni dopo, precisamente nel ’92, a Palermo, Falcone e Borsellino salteranno in aria.

Tutto l’impegno politico e tutta l’opera letteraria si può riassumere in due parole, ci suggerisce Emanuele Macaluso (suo amico dai tempi di Caltanissetta e dirigente del P.C.I.): “giustizia e verità”. Ed aggiungo io, cosa non c’è oggi di più attuale quale urgenza politica e culturale? Sciascia ha continuato a scrivere sempre fino alla fine dei suoi giorni su fatti di mafia e di giustizia. Basti pensare che il suo ultimo libro “Una storia semplice” è stato pubblicato proprio il giorno della sua scomparsa!

Si può dire, a questo punto che il cerchio si chiude: scrittore di gialli che parlano di mafia, mafia ancora arroccata ad una realtà rurale e di piccoli appalti, finisce con l’essere scrittore di mafia a noi più vicina: quella del traffico di droga e del trafugamento di opere d’arte.

A coronamento della appassionante esposizione di Carmelo Sciascia è seguita la proiezione del lungometraggio ”Il sogno della ragione: appunti per un viaggio intorno a Sciascia” realizzato nel 1992 dalla giornalista Maria Pia Farinella con la regia di Franco Matteucci. Ha terminato l’incontro il presidente della Dante piacentina dottor Roberto Laurenzano che ha commentato alcuni pensieri di Leonardo Sciascia, tra questi ha riportato testualmente  il seguente: “Ho dovuto fare i conti da 30 anni a questa parte, prima con coloro che non credevano, o non volevano credere all’esistenza della Mafia, e ora con coloro che non vedono altro che”mafia” dappertutto. Di volta in volta in volta sono stato accusato di diffamare lo Sicilia, e altre volte di difenderla! I Fisici mi hanno accusato di vilipendere la Scienza, i comunisti di avere scherzato su Stalin, i clericali di essere un senza-Dio, e così via. Certo: non sono infallibile; ma credo proprio di aver detto delle inoppugnabili Verità Ho 67 anni (n.d.r.: siamo nel 1988), ho da rimproverarmi tante cose, ma nessuna che abbia a che fare con la malafede, con la vanità e con gli interessi personali”.“

“Senza indicazioni di tempo”, lirica di Francesco De Girolamo, poeta in Roma

Dovunque sia, ti troverò.
Se ti desidero, è segno che ci sei.
Anche fra mille ti distinguerei;
e come un cieco ti accarezzerò
l’orma del viso, per essere sicuro
che tu sia proprio tu.
Non ti dirò nemmeno una parola;
o forse un grido improvviso,
sfuggito alla mia gola,
volerà via come un cigno ferito.
E sarà notte, e sarà giorno:
ed io, sperduto nell'universo,
troverò finalmente in te il mio posto.
E sarò uomo, donna, bambino,
sarò tuo figlio, sarò tuo padre,
sarò una tua piccola cosa,
come un gingillo dentro le tue mani.
Le mie catene diverranno ali
infinite, quando mi legheranno
per sempre al tuo richiamo
Sconosciuto.

“Un bambino”, di Don Beppe di Val Mozzola (parroco a Bosco dei Santi, Mortizza), Casa editrice Vicolo del Pavone, 2012

Ormai da qualche anno la Casa editrice Vicolo del Pavone ha chiuso i battenti per cui risulta difficile trovare questo libercolo che ci racconta la vita in Val Mozzola del bambino Giuseppe Sbottoni, classe 1947, 35 anni di sacerdozio festeggiati l’anno scorso a Bosco dei Santi, Mortizza, periferia di Piacenza. Poche case, una chiesa, a due passi dall’argine del Po, don Beppe ha creato un forno per fare la pizza insieme ai volontari, mangiarla in compagnia di tanti amici e poter pagare così le bollette. Ma non solo. La canonica è sempre aperta, chi ha fame e chiede aiuto entra e si siede a tavola. In tanti anni centinaia le persone in difficoltà economica aiutate con viveri ma soprattutto con la ricerca di un lavoro che per molti è andata a buon fine. Decine infine le ragazze salvate dalla strada. Insomma, un prete dalla parte dei poveri, che ha fatto della misericordia la ragione principale del suo sacerdozio. Originario della Val Mozzola, tra Fornovo e Borgotaro, famiglia contadina, terzo di cinque figli, nel libro ricorda di quando chiedeva, mamma, come son nato? E lei rispondeva “ti abbiamo trovato in mezzo al fieno rastrellando. Il lavoro era tanto, quindi eri necessario, ti abbiamo cercato“. Don Beppe racconta della dura e misera vita nei campi di quei tempi lontani, del padre che tutte le sere prima di mangiare invitava tutta la famiglia alla preghiera, le favole che la madre raccontava (ne conosceva solo due), non manca il ricordo della sagra del paese con la fuga dalla finestra del fratello Piergiorgio (‘coperto’ dalla mamma) per non mancare al ballo, il primo giorno di scuola e l’esame di terza elementare, il dispiacere di quando si vendeva un animale o veniva l’ora di uccidere il maiale, le visite al mercato cittadino dove non mancava chi vendeva limoni esposti in un ombrello aperto, il giorno della polenta sulla stufa a legna, la torta di mele, il gatto spauracchio dei topi come tale autorizzato a girare liberamente in cucina, in cantina, sul solaio. La radio che annunciava la benedizione del Papa e tutti si alzavano in piedi, silenzio e segno della Croce per poi passare ai giochi nella corte. Ma ancora la trasgressione rappresentata da qualche sigaretta, la brillantina, le bustine per fare l’aranciata. Il giorno della festa, la Messa della Domenica seguita dal pranzo speciale, brodo di gallina con passatelle, gallina con ripieno di pane e formaggio. Per finire con il giorno dell’idea, l’idea di farsi prete, la partenza per il Seminario ma questa è la storia che va oltre il libro edito da Vicolo del Pavone, il Bambino nato il 19 giugno 1947 diventa adulto, finisce laureato in teologia alla Pontificia Università San Tommaso di Roma ma non dimenticherà mai, nei tanti anni di sacerdozio che seguono, che la madre apriva sempre la casa ai poveri e il padre cedeva sempre il posto a capotavola.

La chiesa di Bosco dei Santi, olio su tela di Carmelo Sciascia
(il dipinto, spesso esposto nelle mie rap-presentazioni poetiche per gentile concessione e partecipazione di Carmelo, nell’occasione è stato rinominato ‘La Chiesa di Notre-Dame de Mortisse’ in onore allo spirito di carità cristiana di don Giuseppe)

 Da segnalare che, nei giorni della prima fase del virus, don Beppe ha scritto un nuovo libro “La Vita Volge al Tramonto… che avventura”. Ricordi e immagini di quarantacinque anni di sacerdozio che il parroco di Le Mose, Bosco dei Santi e Mortizza ha annotato con semplicità, durante il periodo di chiusura, testimonianza viva di un percorso di vita, a tratti faticoso a tratti gioioso.

“La classe operaia può andare ancora in Paradiso?”, recensione in infovercelli24 di ‘Nelle fauci degl’Agnelli’

La classe operaia può ancora andare in paradiso? Se lo chiede Claudio Arzani nel (suo) libro che si intitola ‘Nelle fauci degl’Agnelli’ (Pontegobbo editore).

“Questo libro – racconta l’autore – è una riflessione che prende parte dalla conclusione del mio percorso lavorativo. Termina infatti quando, nel febbraio del 2020, esco dalla sede del patronato Inca della Cgil dopo aver definito la pratica del mio pensionamento, disposto d’autorità dall’Azienda Usl in occasione della maturazione di 43 anni e 3 mesi di contribuzione, ultimo giorno di dipendenza il 1° maggio 2020, festa del lavoro, a 66 anni, 2 mesi e 17 giorni d’età. Decisamente emozionato faccio un bilancio sul passato vissuto e allo stesso tempo penso al futuro. Ho sempre vissuto restando dalla parte di chi lavora, per un mondo migliore, equo, solidale, libertario che, come conclude il libro, son certo che verrà.”

Ma veniamo a ‘Nelle fauci degl’Agnelli’. Agli argomenti trattati e sviscerati.

C’era stato il ’68, la crescita civile degli anni ’70, il Movimento del ’77, i sogni degli indiani metropolitani, la fantasia al potere. Invece, il 18 marzo del 1978 “Furia cavallo del West” (simbolo del Movimento), viene azzoppato dal sistema con il rapimento e il successivo assassinio di Aldo Moro. Cambiò tutto. I signori della grande industria, con la Fiat degli Agnelli in prima fila che avviò una politica di licenziamenti e di delocalizzazione di alcune linee di produzione all’estero, nei Paesi dove il costo del lavoro rasentava livelli di sfruttamento dei lavoratori da ‘800. Una politica alla quale sindacato e lavoratori risposero con un lungo sciopero durato 37 giorni. Sembrava che la sconfitta di quel padronato industriale fosse nei fatti, nella logica della politica ma non fu così: gli Agnelli erano lupi e gli operai… licenziati a migliaia.

Un paio d’anni dopo – racconta Arzani – appena laureato ho vinto una borsa di studio che doveva portarmi nella direzione del personale della grande azienda ho pensato che fosse un’apertura ad una logica che ammetteva forme di collaborazione tra capitale e forza lavoro, magari con ipotesi di forme di cogestione dell’impresa. Ho creduto nel percorso ma, le mie, si rivelarono in breve illusioni. La logica Fiat era solo ed unicamente quella dell’utile, mentre la componente del lavoro, dopo la sconfitta sindacale del 1980, perdeva la sua capacità di elaborazione di un progetto di sviluppo sociale.”

Il libro – arrivando ai giorni nostri – riflette sul futuro in divenire: è ancora possibile credere nel sorgere del Sole dell’Avvenire? Claudio Arzani, con la sua testimonianza, non ha dubbi: “E’ la direzione, la prospettiva verso un futuro che garantisca la distribuzione della ricchezza per un equo soddisfacimento dei bisogni prima di pensare al successivo soddisfacimento del merito, riducendo innanzitutto la forbice tra ricchezza e povertà.

In copertina e nel libro illustrazioni di Edoardo Arzani

Claudio Arzani, classe 1954, vive a Piacenza, pensionato dal 2 maggio 2020. Militante nella sinistra socialista tra gli anni ’70 e ’90, esponente del Movimento Laburista cofondatore dei D.S., successive esperienze con S.E.L., giornalista pubblicista collaboratore negli anni ’80 dello storico quotidiano socialista ‘Avanti!’, dopo un’esperienza in Fiat (direzione del personale) prima a Torino, poi a Modena, di fronte alla prospettiva di dover servire l’utile economico di pochi sceglieva d‘essere al servizio dei bisogni dei cittadini nel Servizio Sanitario Nazionale. Come scrittore ha pubblicato saggi su temi sociali come la diffusione di droghe, memorandum storici di guerra, un racconto del disastro di Chernobyl e dell’esperienza di produzione di energia nucleare a Caorso. Infine libri di racconti in versi e in prosa sempre caratterizzati dall’impegno e dalla speranza per un mondo equo, solidale, di giustizia e di pace dalla parte di chi lavora.

Concludendo con consigli utili per l’acquisto, ricordo che il libro è disponibile in e-book al seguente link: torrossa.com/en/resources/an/4730546 oppure nelle librerie Fahrenheit e Romagnosi di Piacenza e Puma di Castel San Giovanni e infine può essere richiesto ai vari siti nel web, da Lafeltrinelli.it a Mondadoristore, da IBS a Libreriauniversitaria. Può anche essere richiesto direttamente all’editore oppure alle librerie che potranno rivolgersi ai distributori nazionali, in entrambi i casi utilizzando il seguente link http://www.edizionipontegobbo.com/acquisti.php

“La scrittura come speranza”, intervento di Carmelo Sciascia

Funerale di Leonardo Sciascia

Pubblichiamo l’intervento sull’opera di Leonardo Sciascia, politico e scrittore, all’incontro organizzato presso la Biblioteca Passerini Landi a Piacenza

Tenere un incontro per parlare di uno scrittore come Leonardo Sciascia è impresa non da poco, la vastità delle pubblicazioni e dell’operato, con tutte le implicazioni, annesse e connesse, lascia perplessi, bisognerebbe fare non un incontro di un pomeriggio di metà settimana, come oggi, ma programmare una serie di incontri, con temi diversi che possano in qualche maniera fare emergere i diversi risvolti dell’opera sciasciana. Pensate che solo l’Associazione Amici di Leonardo Sciascia pubblica ogni anno una rivista internazionale di studi, un volume di circa 500 pagine, Todomodo (Leo Olschki editore), siamo già al IX volume quest’anno, oltre tanti libri della stessa Associazione come di altri Editori. Si aggiungano articoli e saggi su varie riviste specializzate e giornali, cataloghi a mostre, monografie che riguardano aspetti particolari dell’opera dello scrittore con altre culture ed altri autori a livello internazionale. La stessa Associazione nel trascorso mese di Novembre ha tenuto due importanti convegni: uno sul rapporto intercorso tra due intellettuali, disorganici e soli, come Sciascia e Pasolini, tenutosi a Casarsa della Delizia, l’altro a Parigi (all’Istituto italiano di cultura ed alla Sorbona, dove ho partecipato) che aveva come tema principale “Sciascia e la cultura francese”. L’anno appena conclusosi è stato pieno di iniziative, per ricordare il trentennale della morte dello scrittore avvenuta a Palermo il 20 novembre del 1989.  Quest’anno, con questa iniziativa, si può dire che noi ci ritagliamo uno spazio particolare: concludiamo qui a Piacenza le iniziative dell’anniversario della sua scomparsa ed anticipiamo le iniziative che si svolgeranno il prossimo anno per il centenario della nascita dello scrittore avvenuta a Racalmuto l’8 gennaio del 1921. Ho pensato sarebbe stato meglio parlare di Sciascia, considerando la quotidianità del rapporto dello scrittore con alcune vicende del suo paese, discuterne come passeggiando con le persone ed i luoghi a lui cari, ed è per ciò che mi sono ricordato di un filmato che proietteremo a corollario di questo incontro e, che ha per titolo “Il sogno della ragione”, appunti per un viaggio intorno a Sciascia, un programma della giornalista Maria Pia Farinella, per la regia di Franco Matteucci. Il filmato è stato trasmesso da Rai2, inizia con il funerale dello scrittore avvenuto il 22 novembre 1989 a Racalmuto, continua con l’intervista ad alcune personalità presenti al corteo funebre: Francesco Rosi (nel 1976 aveva diretto il film Cadaveri eccellenti tratto dal libro Il Contesto), Gesualdo Bufalino (un amico fraterno, era stato Sciascia a spingerlo alla pubblicazione di Diceria dell’untore), Giulio Einaudi (a ricordo del lungo connubio con la casa editrice durato dal 1958 al 1984). La scelta di iniziare il servizio su una vettura delle ferrovie dello Stato, non è casuale, visto l’amore di Sciascia per i viaggi in treno e perché nulla vieta pensare che l’affermazione che “l’uomo è cittadino del mondo” probabilmente Elio Vittorini l’ebbe a pensare, se non a scrivere, proprio alla stazione ferroviaria di Racalmuto dove suo padre prestava servizio. Nell’intervista, una delle prime battute dello scrittore richiama Borges: la mia nascita è posteriore alla mia residenza. Ed infatti così come per Borges la letteratura non è altro che un giuoco: con l’eternità, coi miti e gli specchi; per Sciascia è un altro giuoco: con la tradizione, con il potere. Quindi il nostro risiedeva a Racalmuto ancor prima di nascervi! Ed allora da lì bisogna partire, girare per il mondo ed inevitabilmente ritornarci. Sciascia-Racalmuto binomio inscindibile, già dall’origine del termine, arabo l’uno e l’altro: il cognome, dovrebbe significare una particolare bardatura di cavallo (o velo da sposa – secondo il Messana – storico racalmutese); il paese, villaggio abbandonato o paese morto.  In realtà, gli Arabi trovarono un villaggio che era stato abbandonato, non sappiamo di preciso se in seguito a una qualsiasi pestilenza oppure proprio per paura della loro venuta, fatto sta che il nucleo abitativo venne ricostruito, dopo la loro venuta, un po’ più a valle. Il paese è presente in quasi tutti i libri di Sciascia. Si appartengono reciprocamente, ed i racalmutesi, primi attori o comparse ci si ritrovano, qualcuno non a caso ha detto e continua a dire: “nel libro ci sono io, preciso preciso, come mi fossi guardato allo specchio”.

“La voce del crimine – 87° Distretto” romanzo giallo di Ed McBain, Einaudi editore, edizione 2018

Prosegue l’opera di Einaudi di ristampa dei gialli thriller coi quali Ed McBain (ovvero Evan Hunter, nato Salvatore Albert Lombino, 1926 – 2005) ci proponeva le storie dell’87° Distretto di New York e in particolare del detective Steve Carella coi colleghi Mayer Mayer, Cotton Hawes, Berty Kling. Sono tre le questioni di ordine pubblico che si trovano ad affrontare. Innanzitutto il cadavere rinvenuto in una casa disabitata di un giovane crocefisso, un omicidio sconvolgente per l’atrocità usata. Contemporaneamente ecco le azioni di un misterioso ladro che, approfittando dell’assenza temporanea per lavoro o per vacanza dei proprietari, provvede a svaligiare abitazioni ed appartamenti signorili. Infine, il business più intrigante: l’arrivo una dietro l’altra in Distretto di fotocopie di foto che vogliono formare un indovinello capace di stimolare la fantasia e la perspicacia dei detective, una provocazione di una vecchia conoscenza, il Sordo, che ritiene i nostri incapaci di adeguato intelletto. “Bello, alto, intelligentissimo, abilissimo e astuto“, così lo definisce Maurizio de Giovanni (scrittore, sceneggiatore e drammaturgo italiano, autore perlopiù di romanzi gialli, grande ammiratore delle storie dell’87° Distretto) nella presentazione, “con un lieve difetto fisico, che lo rende unico, riconoscibile, in qualche modo ancora piú temibile. In tutto e per tutto perfido, maligno ed egoista, ma anche affascinante, enigmatico e interessante. Signore e signori, ecco a voi il Sordo“. Non resta quindi che impegnarsi anzi abbandonarsi alla lettura che scorre piacevole e coinvolgente, rendendo simpatici i protagonisti naturalmente ad eccezione del Sordo (comunque geniale nella sua azione criminale) e di chi, chiunque sia, si è macchiato dell’efferato omicidio del misterioso giovane rinvenuto nella casa abbandonata.

“Ballata della Befana”, di Riccardo Alemanno e “la vera storia della Befana” di don Giampaolo Perugini

La splendida amica Lucia

In un villaggio, non molto distante da Betlemme, viveva una giovane donna che si chiamava Befana. Non era brutta, anzi, era molto bella e aveva parecchi pretendenti.. Però aveva un pessimo caratteraccio. Era sempre pronta a criticare e a parlare male del prossimo. Cosicché non si era mai sposata, o perché non le andava bene l’uomo che di volta in volta le chiedeva di diventare sua moglie, o perché l’innamorato – dopo averla conosciuta meglio – si ritirava immediatamente.

Era, infatti, molto egoista e fin da piccola non aveva mai aiutato nessuno. Era, inoltre, come ossessionata dalla pulizia. Aveva sempre in mano la scopa, e la usava così rapidamente che sembrava ci volasse sopra. La sua solitudine, man mano che passavano gli anni, la rendeva sempre più acida e cattiva, tanto che in paese avevano cominciato a soprannominarla “la strega”. Lei si arrabbiava moltissimo e diceva un sacco di parolacce. Nessuno in paese ricordava di averla mai vista sorridere. Quando non puliva la casa con la sua scopa di paglia, si sedeva e faceva la calza. Ne faceva a centinaia. Non per qualcuno, naturalmente! Le faceva per se stessa, per calmare i nervi e passare un po’ di tempo visto che nessuno del villaggio veniva mai a trovarla, né lei sarebbe mai andata a trovare nessuno. Era troppo orgogliosa per ammettere di avere bisogno di un po’ di amore ed era troppo egoista per donare un po’ del suo amore a qualcuno. E poi non si fidava di nessuno. Così passarono gli anni e la nostra Befana, a forza di essere cattiva, divenne anche brutta e sempre più odiata da tutti. Più lei si sentiva odiata da tutti, più diventava cattiva e brutta.

Aveva da poco compiuto settant’anni, quando una carovana giunse nel paese dove abitava. C’erano tanti cammelli e tante persone, più persone di quante ce ne fossero nell’intero villaggio. Curiosa com’era vide subito che c’erano tre uomini vestiti sontuosamente e, origliando, seppe che erano dei re. Re Magi, li chiamavano. Venivano dal lontano oriente, e si erano accampati nel villaggio per far riposare i cammelli e passare la notte prima di riprendere il viaggio verso Betlemme. Era la sera prima del 6 gennaio. Borbottando e brontolando come al solito sulla stupidità della gente che viaggia in mezzo al deserto e disturba invece di starsene a casa sua, si era messa a fare la calza quando sentì bussare alla porta. Lo stomaco si strinse e un brivido le corse lungo la schiena. Chi poteva essere? Nessuno aveva mai bussato alla sua porta. Più per curiosità che per altro andò ad aprire. Si trovò davanti uno di quei re. Era molto bello e le fece un gran sorriso, mentre diceva: “Buonasera signora, posso entrare?”. Befana rimase come paralizzata, sorpresa da questa imprevedibile situazione e, non sapendo cosa fare, le scapparono alcune parole dalla bocca prima ancora che potesse ragionare: “Prego, si accomodi”. Il re le chiese gentilmente di poter dormire in casa sua per quella notte e Befana non ebbe né la forza né il coraggio di dirgli di no. Quell’uomo era così educato e gentile con lei che si dimenticò per un attimo del suo caratteraccio, e perfino si offrì di fargli qualcosa da mangiare. Il re le parlò del motivo per cui si erano messi in viaggio. Andavano a trovare il bambino che avrebbe salvato il mondo dall’egoismo e dalla morte. Gli portavano in dono oro, incenso e mirra. “Vuol venire anche lei con noi?”. “Io?!” rispose Befana.. “No, no, non posso”. In realtà poteva ma non voleva. Non si era mai allontanata da casa.

Tuttavia era contenta che il re glielo avesse chiesto. “Vuole che portiamo al Salvatore un dono anche da parte sua?”. Questa poi… Lei regalare qualcosa a qualcuno, per di più sconosciuto. Però le sembrò di fare troppo brutta figura a dire ancora di no. E durante la notte mise una delle sue calze, una sola, dove dormiva il re magio, con un biglietto: “per Gesù”. La mattina, all’alba, finse di essere ancora addormentata e aspettò che il re magio uscisse per riprendere il suo viaggio. Era già troppo in imbarazzo per sostenere un’altra, seppur breve, conversazione.

Passarono trent’anni. Befana ne aveva appena compiuti cento. Era sempre sola, ma non più cattiva. Quella visita inaspettata, la sera prima del sei gennaio, l’aveva profondamente cambiata. Anche la gente del villaggio nel frattempo aveva cominciato a bussare alla sua porta. Dapprima per sapere cosa le avesse detto il re, poi pian piano per aiutarla a fare da mangiare e a pulire casa, visto che lei aveva un tale mal di schiena che quasi non si muoveva più. E a ciascuno che veniva, Befana cominciò a regalare una calza. Erano belle le sue calze, erano fatte bene, erano calde. Befana aveva cominciato anche a sorridere quando ne regalava una, e perciò non era più così brutta, era diventata perfino simpatica.

Nel frattempo dalla Galilea giungevano notizie di un certo Gesù di Nazareth, nato a Betlemme trent’anni prima, che compiva ogni genere di miracoli. Dicevano che era lui il Messia, il Salvatore. Befana capì che si trattava di quel bambino che lei non ebbe il coraggio di andare a trovare.

Ogni notte, al ricordo di quella notte, il suo cuore piangeva di vergogna per il misero dono che aveva fatto portare a Gesù dal re magio: una calza vuota… una calza sola, neanche un paio! Piangeva di rimorso e di pentimento, ma questo pianto la rendeva sempre più amabile e buona.

Poi giunse la notizia che Gesù era stato ucciso e che era risorto dopo tre giorni. Befana aveva allora 103 anni. Pregava e piangeva tutte le notti, chiedendo perdono a Gesù. Desiderava più di ogni altra cosa rimediare in qualche modo al suo egoismo e alla sua cattiveria di un tempo. Desiderava tanto un’altra possibilità ma si rendeva conto che ormai era troppo tardi.

Una notte Gesù risorto le apparve in sogno e le disse: “Coraggio Befana! Io ti perdono. Ti darò vita e salute ancora per molti anni. Il regalo che tu non sei venuta a portarmi quando ero bambino ora lo porterai a tutti i bambini da parte mia. Volerai da ogni capo all’altro della terra sulla tua scopa di paglia e porterai una calza piena di caramelle e di regali ad ogni bambino che a Natale avrà fatto il presepio e che, il sei gennaio, avrà messo i re magi nel presepio. Ma mi raccomando! Che il bambino sia stato anche buono, non egoista… altrimenti gli metterai del carbone dentro la calza sperando che l’anno dopo si comporti da bambino generoso”.

E la Befana fece così e così ancora sta facendo per obbedire a Gesù.

Durante tutto l’anno, piena di indicibile gioia, fa le calze per i bambini… ed il sei gennaio gliele porta piene di caramelle e di doni.

È talmente felice che, anche il carbone, quando lo mette, è diventato dolce e buono da mangiare.


don Giampaolo Perugini, parroco della parrocchia di Santa Gemma Galgani

“Tra i monti del vino”, racconto di Francesco Saverio Bascio, narratore e poeta in Carpaneto (Pc)

Il viale piccolo, di campagna, si insinua curvoso lungo la valle, dove le fitte nebbie del PO fanno fatica a salire e tra le nebbie, le casse del miele a ridosso delle robinie, delle querce, e dei faggi, cullano il sogno invernale dei popolati alveari nelle loro casette di legno. Tra quei viali, ai piedi dei monti del vino, dove regna l’Ortrugo, tra Malvasie e pregiati Moscati, il Gutturnio, sorride litigioso al rosso Barbera, e alla dolce Bonarda; e tra quei ricchi filari, c’è l’antica casetta del signor Angelo. In quelle valli Padane, circondata dai cachi, dai frutti di bosco, e dalle nere prugne, quell’antica Cascina, sembra una vecchia signora dalla sbiadita eleganza. Le ciliegie, cosi succulente sembrano gemme, in mezzo agli odori di pere e di mele, e l’intenso profumo pervade quei campi dai mille colori. Tra i pioppi e le fragranze del mosto, il possente cedro, allarga le ombrose braccia sull’ampio cortile; vecchio custode dell’aia scomparsa . Alla fine degli stretti gradini, si affaccia sulla piccola terrazza porticata lui! Altissimo, ancora distinto, educato e gentile, il signor Angelo dai capelli bianchi che non riescono ancora, anche se vecchi, a nascondere l’innata eleganza. Ero già venuto la vigilia, e scherzo sempre con lui, riuscendo spesso a rompere la monotona e triste solitudine. Lui, accetta e risponde con garbo alle risate, anche quando lo prendo un po’ in giro per la sua nuova compagna dalle ruote grandi; la sua nuova carrozzina, diventata ormai, quasi inseparabile. Ma il signor Angelo è intelligente, e sa che i miei scherzi, le mie barzellette, servono a farlo sorridere; spezzando quel nero presagio di solitudine vissuta. Il suo cuore inoltre, è cosi buono da ignorare tutte le cattiverie del mondo… (sinceramente,)…da prenderne esempio. Lo saluto con garbo, ma lui stavolta, soltanto stavolta, mi richiama su, su quella terrazza porticata con una piccola lacrima che gli scivola tra le guance, chiedendomi un favore, l’unico mai chiesto! Mi chiama con la sua lunga e gracile mano, commosso, timido, ed emozionato, facendomi segno di avvicinarmi. E risalgo quella scalina chiedendo cosa sia successo, lui si asciuga quella piccola lacrima dicendo…domani,… è Natale, vieni a trovarmi di nuovo ?…