“A ciascuno il suo”, romanzo di Leonardo Sciascia, Gedi gruppo editoriale, 2021

Un bel romanzo che, con la veste apparente del giallo, ci ripropone, dopo “Il Giorno della civetta” la rete politico-democristiana mafiosa. In un piccolo paesino dell’entroterra siciliano il farmacista riceve una lettera minatoria con la quale lo si accusa di non si sa quale malefatta e lo si minaccia di morte. Ovviamente lettera anonima, un foglio con le parole ritagliate da un giornale. La Sicilia era ed è tuttora una terra sanguinante per cui l’avvertimento, anche se il destinatario ne ignora il motivo, non può e non deve essere sottovalutato. Infatti l’indomani mattina il farmacista in compagnia dell’amico dottor Roscio come d’abitudine si avvia per una normale battuta di caccia e mal gliene coglie: vengono ritrovati entrambi cadaveri. Delitto passionale, come intuibile dalla lettura tra le righe, farebbe pensare il contenuto del famoso biglietto minatorio? Non ne è convinto il professore di lettere Laurana, insospettito dalla presenza nel biglietto della parola unicuique, presente nella testata dell’Osservatore Romano, giornale letto solo dal parroco e dall’arciprete imparentato con l’avvocato Rosello, esponente di spicco della Democrazia Cristiana, sostenuto dai vertici ecclesiastici parrocchiale e su su, arrivando a Palermo e fianco al Vaticano stesso. Inizia un’indagine privata da parte del professore che in breve scopre del misterioso viaggio a Roma dove il degunto dottor Roscio ha incontrato un parlamentare comunista. Lo raggiunge a sua volta e scopre che il Roscio aveva manifestato l’intenzione di denunciare la corruzione di un noto personaggio politico appoggiato dalla Democrazia Cristiana e dalla stessa chiesa. Laurana prosegue con l’indagine, parla col parroco e scopre che il personaggio in questione è proprio Rosello, cugino della vedova Roscio e, inattesa sorpresa, innamorato e amante della stessa. Scoperta la tresca da parte del marito, questi appunto si era recato dal deputato comunista con la promessa di procurargli documenti compromettenti per il rappresentate democristiano provandone intrallazzi e corruzione. Dunque l’assassino o quantomeno il mandante del duplice omicidio sarebbe il Rosello? Laureana decide di contattare la vedova che spontaneamente dice di volergli confessare tutto, di volersi liberare di Rosello e della sua corruzione e per tutto questo, gli propone un appuntamento in un bar a Palermo. Il romanzo ci racconta a questo punto del professore che prende il treno ma, quanto al seguito, lasciamo al lettore la prosecuzione del viaggio e della vicenda che ci fornisce un quadro dettagliato dell’ambiente siciliano, caratterizzato dalla presenza magari silente, sottotraccia ma dominante, della mafia che pure Sciascia non nomina mai, caratterizzato dall’ambiguità dei personaggi sempre a doppia faccia, un ambiente dove tutti sanno ma non dicono, dove tutti dicono ma fanno finta di non sapere, dove la collusione tra politica e corruzione, tra mafia e politica, sono all’ordine del giorno.

“Buon tempo, Annamaria Arlotta detta Dottorel, lungo l’arcobaleno che porta all’Altr/Ove”

E’ stato per caso: alcuni giorni fa ho saputo che Annamaria Arlotta non è più, che rimane un ricordo della memoria, che le nostre strade non avranno mai più un punto d’incontro in questo nostro mondo. Ci siamo conosciuti tanti anni fa frequentando un sito di giovani amanti dello scrivere in internet: ozblogoz.it che, a sua volta, oggi non esiste più ma che per quel periodo dai contorni leggendari rimane nel cuore dei tanti partecipanti sparsi dal Nord al Sud del BelPaese. Per quanto mi riguarda devo molto al web e ai siti letterari, a partire da scrivi.com. Era il 2004 e fu l’ispirazione per il mio primo libro di poesie. Poi seguì appunto ozoz e Annamaria (nickname Dottorel), che allora risiedeva a Como (credo), mi commentava, mi dava indicazioni sullo stile delle mie liriche che con ironia raccontavano storie come i trovatori di tempi andati. Così nasceva, grazie ad Annamaria, per esempio “Fate nere fate le streghe” (un verso: “… fate stupidine, fate sciocchine, / all’orsacchiotto fanno la posta, / con brillanti ammiccanti moine / del pelo di stoffa fan ricciolini” / …) che sarebbe in seguito diventato cavallo di battaglia nel 2009 del mio secondo libro di racconti in versi e in prosa, protagonista delle rap-presentazioni musicali e poetiche di quel periodo, quelle con d’accompagno l’organetto diatonico di Francesco Bonomini. Lei poi si trasferì a Rieti ma per un pò i contatti rimasero soprattutto attraverso facebook grazie al mio impegno politico di dissenso verso la decisione di scioglimento dei DS a favore del PD. IL 5 maggio di quel 2007 eccomi al PalaCongressi all’Eur di Roma dove veniva fondato un nuovo partito, Sinistra Democratica con l’obiettivo di una aggregazione delle forze della sinistra italiana, dell’adesione al Partito Socialista Europeo, della creazione di «un movimento diffuso su tutto il territorio nazionale, radicato nel mondo dei lavori, della cultura, delle nuove generazioni» con priorità della propria azione il rinnovamento della politica, la partecipazione e la questione morale. Il commento di Annamaria? “L’ennesimo grupposcolo scissionista che porta alla divisione della sinistra e in breve sparirà dalla scena politica“. Ci rimasi malissimo, spegneva l’entusiasmo di quella giornata fondativa, ma, come purtroppo racconta la Storia, aveva ragione lei. Comunque quel giudizio lapidario ha raffreddato i nostri rapporti limitando le occasioni e i contatti di confronto. L’ho ritrovata qualche anno dopo, considerato che il rapporto di stima reciproca restava, impegnatissima con una grande battaglia di civiltà: nel 2011 ha creato in facebook una pagina, “La pubblicità sessista offende tutti” che oggi conta oltre 16mila followers. La notizia, data nella pagina fb dalla figlia Ayla Mueller, che non potremo più sentirci, commentarci, aver contatti, mi ha lasciato attonito. Ma ancor più la strana coincidenza: la notizia data risale al 23 marzo 2020. Poche ore prima, il 22 marzo alle 22.30 circa entravo in ospedale: polmonite intestiziale, covid, iniziando il lungo peregrinare in Malattie Infettive, Rianimazione, Terapia Intensiva a un passo dall’essere uno dei tanti che in quelle ore hanno lasciato i loro cari senza nemmeno un ultimo saluto. Non conosco le cause della morte di Annamaria ma mi piace pensare che dall’Altr/ove anche lei mi abbia “dato una mano“, esattamente come aveva fatto consigliandomi e migliorando lo stile nella scelta del genere dei miei racconti in versi. Ciao, Dottorel, un sorriso, un abbraccio, una poesia e una lacrima. Buon tempo lungo l’arcobaleno che porta all’Altr/Ove, ovunque ora sia il tuo nuovo cammino.

“Gli intrusi”, romanzo di Georges Simenon, Adelphi editore, 6^ edizione, 2006

Sono passati 18 anni da quando la graziosa e fragile Geneviève Loursat, giovane moglie di Hector Loursat de Saint-Marc, appartenente a una delle dieci famiglie più in vista della città, se n’è andata alla vigilia di Natale con il suo amante Bernard abbandonando il marito e la piccolissima figlia. Da allora Hector, già brillante avvocato, a sua volta brillante rampollo di un’influente famiglia, si è abbandonato ad una vita di silenzio, lo troviamo sciatto, trasandato, un orso di quarantotto anni, un talento sprecato, un avvocato che non patrocina più cause, un burbero e inutile ubriacone che incontriamo in una piovosa sera di ottobre, chiuso a chiave nel suo studio dopo aver cenato con la figlia come sempre senza mai rivolgerle la parola, intento a bere una bottiglia di bourgogne, la terza della giornata. Quando ecco che la calma piatta della villa viene spezzata da un colpo di arma da fuoco e subito dopo un’ombra si dilegua in fondo a un corridoio mentre in una stanza in disuso del secondo piano Hector troverà un uomo, uno sconosciuto, un intruso che muore sotto i suoi occhi. Hector scoprirà che, a sua insaputa, la casa è frequentata da una banda di ragazzini ospitati dalla figlia e, tra questi, il fidanzatino che tutto fa pensare sia l’assassino. Certo “l’orso” potrebbe ignorare la vicenda, lui che nella sua tana aveva la sua bottiglia di bourgogne, le sue sigaretta, la sua stufa e soprattutto i suoi libri, poteva tranquillamente rimanere lì dentro ignaro delle vicissitudini che pure coinvolgono la figlia. Nientaffatto! Del resto comunque sia quale genitore potrebbe mai abbandonare una figlia al suo destino e al suo dolore? Così Loursat esce dalla sua solitudine, torna ad indossare i panni di avvocato e assume la difesa del giovane amante della figlia. In altre parole, grazie a quell’omicidio, rieccolo affacciarsi alla vita. Ritorna in città, scopre persone, negozi, luci, sentimenti, soprattutto supera l’abbandono subito e ritrova un rapporto con la figlia Nicole e, nello stesso tempo, scuote la placida vita del piccolo paese di provincia alzando il velo sui vizi privati e sulle ipocrisie che si nascondono dietro al sipario piccolo borghese di pubbliche virtù.

“Un incontro al Romitorio di Calendasco per ricordare San Corrado”, con l’intervento di Carmelo Sciascia

Un incontro al Romitorio di Calendasco per ricordare San Corrado

L’intervento di Carmelo Sciascia all’incontro tenuto al Romitorio di Calendasco per ricordare San Corrado. All’incontro erano altresì presenti il pittore Bruno Grassi, proprietario del Romitorio, Umberto Battini, storico ed agiografo di San Corrado.

Avevo 25 anni… Gennaio 1978 mio primo lavoro in val Seriana Scuola media di Leffe. Il primo incontro con S. Corrado a Gandino con il professore Corrado Perricone, fedele devoto che mi parlò di Noto e di San Corrado. Negli anni 80 sono andato spesso a Noto perché mio cognato Gianni ha sposato una notina e lì visitai oltre alla cattedrale barocca tutti gli altri luoghi corradiani. Mi documentai sul Santo, meravigliandomi della sua poca popolarità proprio a Piacenza. Dopo ne compresi i motivi storici che continuavano a perpetuarsi nei riguardi della famiglia Confalonieri. Giovan Luigi Confalonieri nel 1547 partendo dal suo castello di Calendasco, partecipò a Piacenza all’uccisione del figlio di papa Paolo III cioè Pierluigi Farnese che era Duca e governava. Il castello di Calendasco passò poi alla Camera Ducale ed acquistato da Zanardi-Landi. Per questo i Farnesi non permisero il culto a Calendasco di S. Corrado Confalonieri. Una damnatio memoriae.
Il decreto di costituzione della parrocchia di San Corrado a Piacenza è del 4 novembre 1976, anno della mia laurea conseguita a Palermo, mentre l’inizio della costruzione risale al 1973 come delegazione vescovile. La chiesa viene ampliata nel 1986 nell’aspetto architettonico che noi adesso vediamo e consacrata successivamente nel 1989. Continuai ad andare a Noto con una certa assiduità fino al 2004 perché mia suocera ha trascorso gli ultimi anni della sua vita in una casa protetta proprio a San Corrado fuori le mura, in prossimità della grotta dove sorge il Santuario di Corrado. A Piacenza, negli anni Novanta, ho abitato in una zona vicino al quartiere Duemila e mio figlio Alessandro nell’infanzia ha giocato nella società sportiva San Corrado per diversi anni.

Proprio in quell’occasione ho conosciuto Bruno Grassi, non personalmente ma per i due suoi quadri che si trovano nella chiesa del quartiere e raffigurano due storie di San Corrado (L’incendio e La gloria). Grassi lo avrei conosciuto personalmente molti anni dopo apprezzandone la pittura. È capitato proprio nello scorso mese di Gennaio di scrivere dei suoi affreschi che si trovano nella chiesa di Negri a Bettola, paragonandola alla Cappella Sistina! Ora ci incontriamo in questo momento di riflessione nei luoghi più prossimi alla spiritualità del Santo ed anche più suggestivi. Questo luogo, il Romitorio di Calendasco, si lega idealmente e direttamente con la grotta di fuori le mura di Noto, rappresentano un ossimoro: una distanza annullata, perché sono luoghi identitari della stessa spiritualità. La fede di San Corrado si esprime all’unisono in questi luoghi.

Bruno Grassi, pittore e proprietario del Romitorio

Oggi San Corrado è ricordato ovunque. A Noto, è annualmente celebrato il 19 febbraio, giorno del suo beato transito. Sempre attorno al 19 febbraio i Netini di Roma si ritrovano ad onorarlo nella prestigiosa basilica dei Ss. Cosma e Damiano, dove si trova il suo più antico affresco, nella cappella di S. Antonio. A Calendasco gli abitanti hanno la fortuna di poterlo onorare tutti i giorni, ogni qual volta transitano davanti a questo Romitorio.

La mia personale conoscenza con uno dei massimi studiosi e storici di San Corrado, Umberto Battini, avviene nel 2014, perché come scrissi nel mio libro NOTE 2015 partecipai al VI Convegno di studi corradiani a Calendasco, testualmente scrissi: “Sabato 20 giugno, nel salone del municipio di Calendasco ha avuto luogo il VI Convegno Nazionale di studi corradiani. Il tema: Considerazioni storiche sui luoghi, i documenti e il culto di San Corrado a Calendasco. Ricorre infatti quest’anno il V centenario dell’indulto di beatificazione del Santo avvenuta a Noto nel 1515. Corrado fu Santo per volontà popolare subito dopo la morte, quando per la Chiesa era ancora Beato. -Ci dice Battini -che già il territorio netino, per peculiare conformazione e per tradizione bizantina, era meta di molti eremiti, (come, altri parti del meridione, ad esempio nelle vicinanze di Monte San Michele sul Gargano, dove ancora continua la tradizione greco ortodossa). Non solo. Riporta il nostro storico documenti per cui nel 1296 era stato assegnato ad un nobile Landi piacentino il feudo di Curmaracchia in Val di Noto. Probabilmente Corrado ne era a conoscenza.  Il Feudo perso dai Landi venne poi richiesto tramite intercessione papale, senza nessun esito. Documentazione storica ineccepibile quella del possesso piacentino di Curmaracchia, come ineccepibile potrebbero essere i due accennati fattori determinanti nella scelta del Santo.

Umberto Battini, storico studioso di San Corrado

Questo per quanto riguarda Calendasco nel 2014, mentre in anni successivi partecipai alle cerimonie religiose in onore del Santo. Durante una di queste cerimonie donai un quadro che rappresentava un fuoco spinto dal vento in memoria dell’incendio causato da San Corrado in gioventù. L’incendio causa di disgrazie ma anche occasione di sincero pentimento fu alla base della sua futura santità. Come ebbe a scrivere William Shakespeare: “bello è brutto ed il brutto è bello” nel suo Macbeth, le azioni nefande si trasformano in occasioni di rinascita, come azioni al momento ritenute positive possano essere causa di malanni. Nello stesso libro Note 2015 ho riportato la memorabile processione della traslazione delle reliquie del Santo. È avvenuta la domenica del 2 agosto. Il giorno precedente era stato caldissimo, un caldo torrido ed umido immobilizzava gli uomini e le cose: “tutto l’universo criato”, avrebbe detto Cammilleri, sperava in un qualche rifugio di frescura notturna. Alle tre, in piena notte, sarebbe dovuto iniziare l’evento religioso più atteso del luogo: La processione che dal Duomo si sarebbe conclusa all’eremo del Santo. Il lungo serpentone ha attraversato tutta Noto, le soste vedevano danzare i cilii (particolari ceri lavorati artigianalmente, portacandele) mentre le preghiere ed i canti si levavano dalla folla dei fedeli.

Noto: processione per la Festa di San Corrado

Finalmente (forse purtroppo) la processione giunse tutta, completa degli insostituibili elementi che l’hanno composta fin dalla partenza, nella spianata della Cava antistante il Santuario. Ed è qui che dopo un’ultima danza dei cilii si diede inizio alle funzioni religiose. “Niente di straordinario, in fondo è stata solo la traslazione di un Santo, una manifestazione religiosa che avviene ogni dieci anni e che è durata tutta una notte: la notte del 2 agosto dell’anno 2015”.

Un evento cui ho collaborato direttamente con Umberto Battini è stata una mostra di documenti, editi e inediti, che riguardavano il culto del Santo. Era il 2016, la mostra era stata organizzata nei locali di Spazio d’arte in vicolo Sant’Ilario, in prossimità di Piazza Cavalli. Ancora una volta Battini si dimostrava un profondo conoscitore ed agiografo di San Corrado: la riproduzione anastatica della documentazione presente nella mostra lo testimoniava abbondantemente. Un giusto riconoscimento giungeva nel 2019 dalla città di Caravaggio, con il premio Proserpina, assegnato ad Umberto quale “cultore e studioso della Famiglia Confalonieri di Calendasco e Piacenza e tra i biografi moderni di San Corrado Confalonieri Patrono”.

San Corrado

San Corrado è stato un uomo del suo tempo: un ricco nobile, un peccatore, un povero frate francescano, un pellegrino, un eremita. Se ci soffermiamo un attimo capiamo presto che il suo esempio va al di là di qualsiasi epoca perché in termini moderni si può dire che è stato un curioso del mondo, un viaggiatore che nato in condizione agiata ha scelto di morire in assoluta povertà. Si sa che nascere ricchi aiuta a diventare santi, ma è anche difficile rinunciare alle comodità ed agli agi se non si è motivati da una grande forza interiore, da una forte convinzione “ideologica”. Un uomo ricco del Nord che ha scelto di morire povero al Sud. La storia spesso ama mescolare le carte. San Corrado ha saputo mescolarle bene le sue carte con l’aiuto, per chi crede, di un buon mazziere, per chi non crede, per la sua grande forza di volontà di operare con altruismo. Per uno come me che è di Racalmuto, paese ricco di miniere di salgemma, non può fare a meno di ricordare il sale. Di agire “cum salis”, saporitamente. Il sale che dà sapore e acuisce la conoscenza rende sapienti e la sapienza si sa è propria della divinità!

“Come un romanzo”, saggio di Daniel Pennac, Feltrinelli editore, 2006 (13^ edizione)

Può succedere: di prendere lucciole per lanterne. Conosco il Pennac romanziere e in quanto tale ho acquistato (qualche anno fa, “a scatola chiusa“) e letto questo suo libro che, invece, si è rivelato tutt’altra cosa rispetto all’atteso, per l’esattezza un saggio. 139 pagine per dissertire e riflettere sul fatto che i giovani leggono poco. I ragazzi, specie se giovanissimi, preferiscono impegnare il loro tempo giocando (en plen air oppure purtroppo con i videogiochi davanti allo schermo televisivo), conversando tra loro sui misteri della vita, sulla bellezza e sull’amore, sui fatti della domenica sportiva, insomma di tutto tranne che leggere. Del resto ve l’immaginate un adolescente che legge “Guerra e Pace“? Personalmente me ne preoccuperei. Che, alla fine, è anche la tesi sostenuta da Pennac: ogni cosa ha il suo tempo e se un ragazzo oggi non legge nulla esclude che giunga un tempo nel quale diventerà un appassionato lettore. Ve l’immaginate un genitore che ordina al figlio di smettere di stare alla televisione per leggere un libro? Non otterrà nulla, non verrà preso sul serio e, al massimo, il ragazzo prenderà il libro ma con un fumetto nascosto tra le pagine. Insomma, i ragazzi devono trovare da soli il piacere della lettura. Al massimo si può pensare all’aiuto da parte della scuola e di qualche professore illuminato che sappia stimolare l’interesse alla lettura. Perché attenzione: troppo spesso anche i professori si limitano ad ordinare di leggere, non puntano sullo stimolo del piacere della lettura ma semplicemente collegano la lettura all’obbligo legando il tutto alla valutazione del rendimento scolastico. Spesso senza nemmeno cogliere il fatto di indicare libri che suscitino l’interesse dei giovani: difficile pensare che un giovane undicenne possa essere veramente interessato alla Divina Commedia o ai Promessi Sposi, opere con scarsi riflessi sul vissuto quotidiano del giovane studente (che magari un giorno si avvicinerà alle grandi opere del passato ma solo una volta acquisito e compreso che la lettura, l’approfondimento può essere un piacere). Insomma, bisogna far capire (ma al momento giusto della vita e della crescita) che il libro è prima di tutto un amico e non un mattone. Come un romanzo ” si presenta dunque come libro riflessivo, un saggio dicevo che giunge ad affermare i dieci comandamenti della lettura, dal diritto di non leggere, al diritto di saltare le pagine, al diritto di non finire un libro, al diritto di leggere ovunque. Regole per affermare che non esistono regole fisse cattedratiche, ognuno sviluppi le modalità di lettura o di non lettura che più gli aggradano, altrimenti non sarà mai un lettore, specie appunto se costretto ad esserlo. Detto questo personalmente sarò sincero: credevo di leggere un romanzo, ho letto un saggio e avrei preferito leggere altro. No, non rileggerò questo libro che, comunque, ho letto fino all’ultima parola probabilmente grazie al fatto che sono pensionato, che siamo costretti per prudenza e cautela anti-covid a stare in casa il più tempo possibile, che fin da giovane, nato in una famiglia proletaria nella quale il libro era un lusso, ho sempre ritenuto che una volta acquistato un libro deve essere letto perché guadagnare i soldi spesi è fatica e vanno onorati. Ma questo è un mio pensare.

“Un ricordo: la mia Albania”, testimonianza di Armando Ginesi, critico d’arte, già giornalista con Il Messaggero, presente in fb

La rivolta degli studenti contro il governo comunista di Ramiz Alia (successore del despota Enver Hoxa la cui statua, in Piazza Skanderberg a Tirana, era già stata abbattuta) si svolse nell’inverno del 1991. Io ero già stato nella capitale albanese più volte durante l’anno: i miei viaggi avevano una frequenza bimestrale. Accompagnavo il medico italiano Giovanni Gara per la consegna, alla sezione skypetara della Croce Rossa Internazionale, di latte e medicinali per bambini, dapprima come iniziativa personale e dopo per incarico del Rotary Club. Gara era già stato una volta a Tirana, prima di me, per gestire la prima consegna, assieme a Sergio Crescentini, un ottico di Arcevia. In sostanza noi fummo tra i primissimi occidentali ad entrare in Albania negli ultimi mesi del governo comunista. Eravamo molto popolari: ad ogni nostro arrivo la TV di stato ci intervistava sulla terrazza dell’Hotel Tirana, nella piazza dedicata al condottiero Giorgio Castriota Skanderberg, il simbolo dell’indipendenza nazionale, il quale, nella prima metà del quindicesimo secolo, aveva combattuto i turchi e li aveva respinti oltre frontiera. Quando vi giunsi io, il paese era allo stremo: sembrava che fosse finita da poco una guerra. Macerie, strade sconnesse, popolazione affamata erano la conseguenza di quasi cinquant’anni di isolamento dal resto del mondo sotto uno dei governi più dispotici dell’era contemporanea. L’intera nazione aveva un aspetto fantascientifico, strapiena com’era di calotte di bunker che fuoriuscivano dal terreno. Le si trovava nelle vie cittadine, in campagna, in riva al mare. Erano delle garitte seminterrate che, secondo il dittatore, sarebbero dovute servire per alloggiare ciascuna uno o due militari armati di mitragliatrice a difesa dagli attacchi di ipotetici nemici capitalisti. Con settecentomila di questi mostri di cemento disseminati in appena ventimila chilometri quadrati (come dire venticinque bunker ogni chilometro quadrato) Hoxa teneva in tensione il suo popolo e lo distraeva dal problema drammatico della miseria in cui lo costringeva a vivere.

Un esempio di bunker di cui era disseminato tutto il territorio albanese durante la dittatura di Hoxha.

Abbiamo anche attraversato qualche brutto momento, come durante gli esodi di migliaia di albanesi che, nel porto di Durazzo, avevano sequestrato alcune navi per dirigersi verso l’Italia e poi, una volta sbarcati, erano stati rinchiusi nello stadio di Bari e sfamati mediante il lancio di pane dagli elicotteri. Non fu un bell’esempio di accoglienza, quello, da parte italiana, anche se va riconosciuto che il fenomeno si presentò all’improvviso, di enorme entità, trovando impreparati il nostro governo e le strutture ricettive della Protezione Civile. In quei giorni i miei amici ed io ci trovavamo a Tirana in attesa che arrivasse al porto di Durazzo la nave Palladio, proveniente da Ancona, con latte e farmaci a bordo.

Arben Xoxa (a destra) al poverissimo mercato di Tirana in una foto di Armando Ginesi del 1991.

Ma il comandante non ritenne opportuno attraccare in porto, per timore di essere assaltato e sequestrato, sicché gettò le ancore in mare aperto. Il timore di tutti noi era che l’intero carico andasse a male. Per fortuna, nel giro di una settimana, le acque sembrarono calmarsi e la nave fu fatta entrare in gran segreto a Porto Palermo, verso il sud del paese a poche miglia da Himarra, da dove gli aiuti alimentari e medicinali vennero poi trasferiti a Tirana sotto scorta dell’esercito e della polizia. L’avventura albanese mi fece conoscere un giornalista della capitale, già responsabile della produzione cinematografica della televisione nazionale. Il suo nome era Arben Xoxa, figlio del noto scrittore scomparso Jakov (autore, tra l’altro, del romanzo Il fiume morto). Diventammo amici. Venne a trovarmi in Italia molte volte. E’ purtroppo prematuramente da scomparso due anni fa. Era sposato con Valbona e sua figlia Ajola è poi diventata la moglie di Erion Veliaj, sindaco di Tirana.Con Gara gettammo le basi per la creazione di un club rotaryano a Tirana. Le prime mosse le facemmo quando ancora governavano Ramiz Alia e il partito comunista. Ricordo che ci incontravamo, per parlare della cosa, in un caffè di Roma non lontano da Via Asmara, sede dell’Ambasciata albanese, Giovanni Gara, io, Mohamet Muscellari, consigliere culturale, e Jakob Mato, direttore dell’Accademia di Belle Arti di Tirana. Sembravamo carbonari dell’Ottocento e gli amici albanesi erano molto guardinghi e facevano di tutto perché quanto ci stavamo dicendo non venisse ascoltato da estranei. Ai loro occhi di gente cresciuta nell’insegnamento anticapitalistico di Hoxa, parlare di Rotary e progettarne addirittura la costituzione di un club in Albania, doveva sembrare un pericoloso cedimento all’Occidente sfruttatore, tanto più che il Rotary è un organismo internazionale con casa madre negli Stati Uniti.

Edi Rama, Presidente della Repubblica delle Aquile.

Fui anche promotore di un accordo di collaborazione tra l’Accademia di Belle Arti albanese e quella di Macerata che venne firmato nella sede dell’istituto di Tirana, situata alla fine di Viale Nuova Albania, all’interno dell’edificio piacentiniano che ospitava l’Università (sostanzialmente una copia del Palazzo della Civiltà dell’Eur di Roma). Componemmo una commissione per la scelta di opere di giovani artisti skypetari da presentare al Premio Internazionale “Giambattista Salvi e Piccola Europa”. Presieduta da Jakob Mato era composta da me e da un giovanissimo, alto e all’allampanato bravissimo docente dell’Istituto, Edi Roma, datosi poi alla politica e oggi Capo dello Stato.Il club rotaryano crebbe in fretta anche a seguito della caduta del comunismo e con l’avvento al potere del Partito Democratico. Io fui invitato dal ministro della cultura del primo governo democratico, il porta Prec Zogaj, di cui diventai amico, a collaborare con il nuovo corso.L’Albania divenne appetibile pure sotto il profilo del business e, come di solito succede, incominciarono ad interessarsi del paese adriatico anche coloro che prima non lo aveva degnato di una benché minima attenzione. Costoro presero a sgomitare e a cercare di occupare le prime posizioni, abusivamente ma decisamente. Con la mia usuale attitudine alla discrezione, ho iniziato a fare qualche passo indietro, anche un po’ disgustato, per la verità, da questa specie di assalto alla diligenza. Così mi sono ritirato, prima dall’Albania e poi dal Rotary Club.Intanto però ho cercato di mantenere rapporti di amicizia con alcuni personaggi, primo fra tutti Xoxa (che oggi, come già detto, è prematuramente venuto meno dopo essere diventato uno dei più importanti editori di storia nazionale del Paese) e, come già detto, il poeta Zogaj che avevo conosciuto subito dopo la sua nomina a ministro della cultura del governo succeduto nel 1990 a quello comunista e nel 1992 a quello socialista riformato. Elaborammo anche dei progetti insieme per dare impulso ad una nuova politica culturale nel suo Paese, ma egli al governo rimase poco tempo e le nostre idee rimasero sulla carta. L’unica cosa che riuscii a realizzare fu una mia donazione personale al comune di Lezha, a nord di Tirana, di una raccolta di arte grafica contemporanea italiana che avrebbe dovuto diventare il nucleo fondante di un museo dedicato alle arti visive del Novecento. Pregai il Rotary Club di farsi promotore della consegna. Non ho più saputo che fine abbiano fatto le cento e più cartelle serigrafiche, di altrettanti autori, da me donate.Dopo aver lasciato l’incarico da ministro, Zogaj è stato quasi sempre deputato nel parlamento albanese (almeno fino alle ultime elezioni del 2009) anche con incarichi di una certa rilevanza quale quello di consulente per gli affari culturali del primo ministro e del Presidente della Repubblica.Credo che oggi egli – come quasi sempre succede agli intellettuali che si lasciano sedurre dalla politica – abbia ripensato le proprie scelte e sia saggiamente ritornato al suo lavoro di poeta. Un’altra conoscenza, risalente allo stesso periodo, lo ripeto, fu quella con Edi Rama, pittore anch’egli datosi alla carriera politica. Nell’anno 2009, dopo essere diventato Sindaco di Tirana, ha sfidato il premier uscente Sali Berisha che tuttavia non è riuscito a superare anche se per pochi voti. Oggi egli è il leader del Partito Socialista d’Albania e Presidente della Repubblica.L’evoluzione della società albanese ha creato negli anni successivi un paese diverso da quello che io ho conosciuto. Le dinamiche sociali e quelle democratiche hanno consentito la nascita di più formazioni politiche e, in qualche modo, il confronto dialettico tra le parti sociali ha reso possibile il formarsi di un’architettura istituzionale ancora tutta da perfezionare, tuttavia operante con efficacia. Certo il rischio di un inserimento troppo rapido nell’ottica dell’economia capitalista gli skypetari lo hanno corso e forse lo stanno correndo ancora. Ma di certo la ricchezza culturale sedimentata nella loro storia li aiuterà a diventare rapidamente un paese pienamente europeo. Quello albanese è un popolo orgoglioso: l’importante è che questo sentimento non prevalga sulla ragione impedendo una sintesi equilibrata tra il senso delle proprie radici e il rispetto di quelle altrui, senza la quale è impossibile ogni confronto e ogni collaborazione proficua tra gli stati.Gli Italiani non conoscono abbastanza di questa fiera civiltà di montagna che possiede terre bellissime le quali, dall’interno montagnoso, si distendono fino al mare Adriatico. Eppure essa è ricca di testimonianze storiche, dalla città romana di Apollonia (a sud-ovest della capitale, non lontana dal mare) alla stupenda urbanistica spontanea di Berat (a sud di Tirana) che conserva, tra l’altro, un museo ricco di icone ortodosse, la maggior parte delle quali sono state realizzate da Onufri nel XVI secolo.

Tirana, Piazza Skanderbeg, simbolo dell’Indipendenza Nazionale.

“La sovrana lettrice”, romanzo di Alan Bennett, Adelphi editore, 2007

Alan Bennett, scrittore, drammaturgo, sceneggiatore britannico, viene infine indicato dichiaratamente gay in wikipedia (ma questo che c’azzecca con le sue attività? Saranno pur sempre scelte e orientamenti suoi). Dunque parliamone come scrittore per notare un piccolo particolare: famosissimo nel suo Paese d’oltre Manica, stranamente relegato in una nicchia piuttosto ristretta nel nostro BelPaese mentre la lettura almeno di alcuni dei suoi romanzi risulterebbe particolarmente gradevole, divertente per ironia e situazioni paradossali. Nel caso de “La sovrana lettrice” veniamo a contatto con l’austera sovrana Elisabetta, ben nota per la longevità, i molti sorrisi pubblici in occasione degli impegni ufficiali e contemporaneamente le scarse parole. Con il romanzo di Bennett ne scopriamo un’altra caratteristica (fantasiosa?): la regina d’Inghilterra legge, legge libri e, all’incontro con il Presidente francese, domanda se anche lui ha letto libri di Jean Genet, scrittore, drammaturgo e poeta del quale si evidenzia l’autobiografia romanzata del Diario del ladro (1949), in cui racconta la storia di un sé stesso ladro, omosessuale e “marginale” mentre vagabonda lungo l’Europa degli anni trenta. Domanda sconcertante che rivela qualcosa di semplice ma dalle conseguenze incalcolabili: la sovrana ha scoperto quegli strani oggetti che sono i libri. Ritiene anzi di doversi fare divulgatrice del virus della lettura e cerca di trasmetterlo a chiunque incontri in ogni occasione. Gettando nello sconcerto il suo entourage, i sudditi che partecipano agli incontri ufficiali, i servizi di sicurezza perché chi mai ha il tempo di leggere, soprattutto tra i protagonisti della vita pubblica, a partire dal Primo Ministro inglese che, leggendo il racconto, riconosciamo in Tony Blair (per quanto non venga mai nominato direttamente) e che viene definito uomo d’azione, ma di scarsa cultura. Insomma, la regina trasformata in una mina vagante, oltretutto affiancata da una specie di giovane segretario capace di guidarla in letture sempre più “fuori dall’ordinario”. Così fino alla fine del romanzo ovvero fino alla incredibile sorpresa finale perché, quando pare che la passione per la lettura rientri nella normalità, ecco che Elisabetta lascia tutta la corte attonita, a bocca aperta di fronte ad una grande ulteriore novità ancora più “pericolosa”.

“Fra le ali di qualche corvo”, lirica di Stefano (Drakul) Canepa, poeta gotico in Piavia

Dove non si vede a un passo, olio su tela di Samantha Torrisi
Prima che potessi immaginare
un futuro con le nuvole
è scesa la sera a reclamare
la mia solitudine divina

E non ho più potuto sognare
di splendide carezze
e di respiri mano nella mano
con qualche fragile luna

Prima che mi rendessi conto
di non essere più acerbo
la mia vita è finita
fra le ali di qualche corvo

Malato di vecchiaia
e con la paura di volare
vicino all’orizzonte di un cielo
troppo nero per essere Dio

Troppo chiaro per essere inferno.

“Quasi giorno, quasi casa quasi amore – L’avventura di Un Alpino che torna dalla guerra, raccontata dal nipote, sessantacinque anni dopo”, di Luigi Torreggiani, Pontegobbo editore, 2013

“Guerra finita! Duce kaputt!”.

Di fronte a queste parole Luigi Cattivelli avvertì un brivido attraversargli la schiena in un misto di emozione, frenesia, panico, felicità, paura. Subito si rese conto che il giorno giusto era arrivato, che il momento tanto sognato e spesso creduto impossibile era davvero a portata di mano, lo stava vivendo, ne era partecipe. Quelle parole le aveva pronunciate l’austriaco Franz, il suo controllore e secondino, un uomo robusto dall’aspetto mite appena smorzato dalla rigidezza della divisa. Le vicende della storia e della vita lo avevano costretto a partecipare alla guerra, ma in realtà detestava le armi. Nel pronunciare quelle parole, udite da una radio gracchiante che insieme al resto annunciava l’imminente caduta di Berlino, era anche lui preda dell’agitazione e dell’impazienza.

Così inizia il racconto di Luigi Torreggiani, nipote di Luigi Cattivelli, nonno materno, che a lui bambino ricordava i giorni della cattura in Montenegro da parte dei tedeschi dopo l’8 settembre 1943 e i giorni della prigionia a Klagenfurt, in un campo di lavoro. Dove una mattina sentì l’annuncio alla radio e, per lui, iniziava la fuga, un lungo cammino spesso a piedi verso il confine italiano, per un lungo tratto in compagnia proprio del suo carceriere. Destinazione la lontana Sarmato, in provincia di Piacenza, un percorso di circa 600 km per arrivare a casa, il paese dove Luigi faceva il cavallante, curava i cavalli e trasportava i prodotti agricoli e le attrezzature nelle diverse aziende. Lo seguiamo in un panorama di macerie, camion jeep, uomini e armi tra il freddo delle montagne, gli americani che provvedono a disarmare gli italiani in fuga dall’Albania, la paura dei partigiani Titini in cerca di vendetta proprio contro gli italiani, i cani randagi, i partigiani italiani a controllare che tra i “ritornanti” non ci fossero immischiate camice nere. Pontebba, Tarvisio, Udine e qui un colpo di fortuna, due americani vanno a Bologna e Luigi, con un improvvisato compagno di viaggio, Carlo, sale e si nasconde sul retro del mezzo. Un lungo percorso ancora da compiere, molte vicissitudini che seguiamo proseguendo la lettura, molte paure, cautele, fame, seguendo le rive del Grande Placido Fiume e, finalmente, la Val Tidone, casa. Il nipote dunque, come dicevamo, ci propone con questo libro una testimonianza in bilico tra Storia e indagine personale sui valori della vita. Una lettura interessante che ci racconta di un segmento di vicende spesso trascurato nei resoconti di guerra: la storia non tanto dei combattimenti (e fateci caso: furono tanti a non voler ricordare e a non raccontare quei momenti) ma del ritorno alla vita civile, della divisa e del moschetto finalmente attaccati al chiodo.

“Il cappellano. Appennini Natale 1944”, scenografia di Klaus Mann, Pendragon editore, 2018

Nel 1945 Klaus Mann, fiero oppositore del nazismo, figlio del grande Thomas, fuggito dalla Germania all’avvento di Hitler e poi naturalizzato americano, venne coinvolto dai produttori del film che avrebbe alla fine preso il titolo di Paisà con la regia di Roberto Rossellini. “Il cappellano“, sceneggiatura finora rimasta inedita che Pendragon di Bologna ha riscoperto e pubblicato nel 2018, doveva essere un episodio del film, per l’esattezza il settimo, ma svanì nel nulla probabilmente per contrasti tra lo scrittore e il regista che lo escluse dal cast degli autori (forse per eccesso di “libero pensiero” e di “lesa potestà di regia“) come inizialmente previsto. Siamo al passo della Futa, valico dell’Appennino tosco-emiliano,  altitudine 903 m s.l.m., sito in provincia di Firenze, nel comune di Firenzuola. Natale 1944. Le truppe anglo-americane sono attestate sulla linea gotica, in attesa di sferrare l’offensiva verso Bologna. Nebbia, nuvole, aspre montagne, edifici distrutti dalla guerra, fango, fango e ancora fango. Tanta neve sciolta. Nella realtà Klaus Mann era là, alla Futa, nel comando della V Armata nel paesino di Taverna, a fare la guerra psicologica contro i barbari guidati dalla svastica, a scrivere volantini per incitare i soldati tedeschi alla diserzione, a interrogare i prigionieri. Lui in quel fango c’era stato veramente e quel fango è passato dalla realtà alla sceneggiatura, al racconto scritto. Un cappellano militare americano predica ai combattenti di scacciare l’odio dal proprio cuore: il nemico, dice di fronte alla platea dei militari, va combattuto, non odiato (altrimenti, che differenza ci sarebbe tra truppe dell’uno e dell’altro versante?). Nel nome di questi valori di fondo, si prepara a dar festa per i bambini del posto: prepara caramelle, gomme da masticare, cioccolata, scatolette un albero di Natale, qualche giocattolo per una festa nella casa della moglie del podestà fascista, misteriosamente scomparso (lo scopriremo dalla parte di quegli italiani ultimi combattenti nel nome di Mussolini). Resta ai margini della festa, rifiuta d’essere coinvolto, Ernesto, figlio storpio del podestà, intelligentissimo ma inevitabilmente emarginato, corrotto dalla retorica fascista della supremazia e dell’atto esemplare, diverso, deriso, accecato dall’odio e dalla voglia di rivincita, di fatto simile a tanti italiani e tedeschi che si erano affidati a coloro che avevano considerato “padri”, Mussolini e Hitler. Ma per Rossellini e per i vincitori tutto questo non poteva, non doveva esistere, le immagini che potevano passare, a prescindere dalla realtà di un popolo confuso tra irriducibili difensori del passato e negazionisti dei valori di quello stesso passato, combattenti per la libertà, dovevano essere solo le immagini delle folli esaltanti, festeggianti, plaudenti al passare delle truppe alleate vincitrici. L’Italia di Rossellini, l’Italia avviata, per la propaganda dei soliti vincitori, verso la costruzione del mondo nuovo e, quanto alle contraddizioni, semplicemente non potevano e non dovevano esistere (li avremmo poi scoperti nel mondo reale, con i tanti fascisti più o meno ex che ritroveremo dopo qualche salto della quaglia nei ministeri, nelle forze dell’ordine, nei vertici dell’esercito, in magistratura, nei partiti democratici, nei posti di comando dello Stato, nei servizi segreti deviati, in misteriose formazioni paramilitari (come Gladio). Mann invece, già di suo viveva di contraddizioni. Tedesco antinazista convinto, fuggito negli Stati Uniti e qui accettato come cittadino a stelle e strisce ma dopo lunga attesa, oltretutto diverso dal comune sentire di un Paese ancora estremamente bigotto come l’Italia in quanto omosessuale, con notevoli difficoltà di relazione che lo porteranno al suicidio nel 1949. Ben rappresenta che, dietro all’apparenza, il male continua ad esistere, persiste. Mann nel suo racconto tratteggia l’ambivalenza di una popolazione che non sa come comportarsi con quelli che avevano comandato fino a poco prima, che sono padri, mariti, figli, componenti dello stesso popolo di chi viene liberato o ha combattuto come alleato dei liberatori per cui non può che salutare l’arrivo di chi porta cibo e doni, anche se qualcuno li definisce nuovi occupanti. Il soggetto de “Il cappellano” è stato riscoperto di recente da Frederic Kroll, biografo di Mann, pubblicato da Pendragon di Bologna nel libro curato da Pier Giorgio Ardeni e Alberto Gualandi, con contributi anche di Lorenzo Bonosi e Susanne Fritz. Per concludere, ritornando all’agire e predicare del reverendo Martin, dobbiamo osservare che gli Ufficiali, quelli a stelle e strisce, lo richiamano, lo censurano poco prima della festicciola. Quel suo mettersi a disposizione di bambini, donne, ragazzi della popolazione segnata dalla guerra, addirittura cercando di dialogare con Ernesto, quel suo ribadire che il nemico va combattuto ma non odiato, sembrano ammantarlo di inaccettabile larvato pacifismo. Un principio, come ci insegna la Storia e ribadisce Klaus Mann, che purtroppo risulta spesso inaccettabile per i vincitori, da qualunque parte essi stiano. Per questo la lettura del libro e soprattutto del sermone del reverendo Martin rimane attualissimo anche ai giorni nostri, giorni carichi di troppo odio e di ostilità verso chi viene definito diverso per provenienza, cultura, nascita, scelte di vita.

“La fine del PCI in ‘Qualcuno era comunista’” riflessioni dis-interessate di Carmelo Sciascia a margine del libro di Luca Telese

Scrissi a fine 2020, una riflessione, prendendo a pretesto l’ultimo lavoro editoriale del giornalista Ezio De Mauro sullo storico Congresso di Livorno del 1921 e di un P.C.I. nato da una scissione, un peccato originale della sinistra, una dannazione, una tentazione ricorrente. Mi ha ricordato, in questi giorni, la “tentazione ricorrente” della scissione un altro libro del giornalista Luca Telese “Qualcuno era comunista” (Solferino-2021). In realtà il libro è stato edito una prima volta nel 2009, adesso la nuova edizione si arricchisce di una introduzione che copre i successivi dieci anni, l’introduzione è dedicata prevalentemente a Matteo Renzi, “il vero angelo sterminatore della storia comunista”. Colui che, dopo il Referendum del 2016, non sarebbe stato più in grado di nuocere a nessuno (stante anche la sua personale promessa: in caso di sconfitta si sarebbe ritirato dalla politica attiva), speranza andata delusa visti gli sviluppi della scissione con il PD e la formazione di un suo partito personale, piccolissimo ma tanto quanto è bastato ad essere numericamente in grado di ricattare il governo (di cui faceva parte) fino a determinarne la fine.

Matteo Renzi, angelo sterminatore della storia comunista

Il libro è la storia di un triennio di profonde delusioni e speranze del popolo della sinistra nell’ambito della storia contemporanea, triennio compreso tra il 9 Novembre 1989, caduta del muro di Berlino, e l’ultimo congresso del PCI, il XX, tenutosi a Rimini il 31 gennaio del 1991, a ben vedere più che un triennio, solo un anno e qualche mese, che ne avrebbe determinato lo scioglimento. Da quest’ultimo Congresso nasceranno altre formazioni politiche, alcune più moderate altre più a sinistra, Partiti comunque sempre figli della famosa dannazione! Ma i temi trattati, i riferimenti ed i rimandi coprono un periodo molto più esteso di quello già indicato, inoltrandosi fino al lontano 1968, anno dalla Primavera di Praga, per giungere al 1973 Colpo di Stato in Cile, fino allo strappo di Berlinguer dall’URSS ed alla proposta del compromesso storico.

A noi, oggi della visione politica del PCI restano le immagini e le parole del film di Nanni Moretti “Palombella rossa”.  “Noi siamo uguali agli altri, noi siamo come tutti gli altri, noi siamo diversi, noi siamo uguali agli altri, ma siamo diversi, ma siamo uguali agli altri, ma siamo diversi. Mamma! Mamma, vienimi a prendere!“. Dibattito surreale, ma vero, oggi comico, ieri drammatico. Dicotomia ideologica che la mia generazione ha vissuto, più o meno drammaticamente, come il compromesso storico, come l’ideologia tutta che ha sostenuto le scelte di quel Partito fino agli anni della Svolta. Sì, l’ideologia che come ci suggerisce Gaber: “Malgrado tutto credo ancora che ci sia/ È la passione, l’ossessione della tua diversità/ Che al momento dove è andata non si sa/ Dove non si sa, dove non si sa“. Non a caso Telese sottolinea il ruolo della satira in seno al dibattito politico di quegli anni, perché se è vero che la mia generazione ha seriamente perso, ha avuto comunque anche la capacità di ironizzare e di usare la vignetta come strumento di lotta politica. La fine del PCI viene accompagnata passo passo da un “partito della satira”. Non a caso si era soliti ripetere che una risata vi seppellirà, frase fatta risalire a Bakunin, ma che ha accompagnato tutte le lotte studentesche degli anni Sessanta e Settanta. Il primo giornale satirico a larga diffusione che io ricordi fu il Male nato nel 1978. Giornale provocatorio che ha avuto il coraggio di ironizzare perfino su un fenomeno tragico e drammatico come quello delle Brigate Rosse ponendo a capo di questa organizzazione eversiva un personaggio come Tognazzi.  L’Unità, il giornale del Partito Comunista, che aveva visto i corsivi di Fortebraccio, contiene negli anni Ottanta due inserti che hanno fatto la storia contemporanea della satira politica in Italia: Tango ed a seguire Cuore. Esperienze che possiamo etichettare oramai del millennio passato, anche se alcuni autori che hanno animato quelle esperienze continuano ad oggi a scrivere e disegnare per diverse testate giornalistiche.

Si può dire che con la Svolta voluta da Occhetto, i comunisti italiani abbiano smarrito il senso della loro storia, come sembra abbia detto il metalmeccanico Marchetto in un intervento a Mirafiori: “I comunisti quando perdono il senso dell’avventura diventano gente noiosa, e, come abbiamo visto lì, anche gente pericolosa“. Tutto parte dal discorso della Bolognina del segretario del Partito Achille Occhetto e dalla sua scelta personale di cambiare tutto, la famosa Svolta. Quest’ indirizzo politico è stato in seguito sostenuto da tutto il gruppo dirigente dei cosiddetti “quarantenni”, che l’un l’altro si sono avvicendati alla guida del Partito. Li ha accomunati il cambio, ad ogni loro sconfitta, del nome del Partito: così prima con il PDS, poi con i DS ed infine il PD si sono venuti a trovare tra le mani un partito sempre più giovane (nel senso anagrafico) e meno identitario d’Italia. Si è troncato così, di volta in volta, cambiando nome (ma non solo), ogni legame con la storia della sinistra operaia e popolare che costituiva l’ossatura dello scomparso Partito Comunista. Scomparsa la falce e martello sostituita dalla quercia, scomparsa pure quella… i dirigenti, di parricidio in parricidio (memorabile quello di Natta), sono rimasti privi di qualsiasi riferimento storico ed inventandosi di volta in volta delle identità posticce, hanno pensato di essersi emancipati mentre continuavano a vagare nel paese dei balocchi del neoliberalismo nostrano senza nessun strumento che indicasse loro la rotta. Dopo Livorno 1921, riflettere sulla Svolta del 1989 è necessario e doveroso. Per capire la sinistra e la storia della politica italiana contemporanea. Il grosso volume di Telese conta più di settecento pagine, sembrano tante ma alla fine, per chi quella storia ha vissuto, ci si accorge che forse sono state poche! Si trova all’interno del volume un corredo fotografico interessante, noto ai più, ma egualmente necessario a rendere l’idea di cosa fosse stato il Partito Comunista, prima, durante e dopo gli anni della Svolta. Una vecchia foto ha colpito la mia attenzione, una foto in bianco e nero, che rappresenta Sergio Garavini, Italo Calvino e Pablo Neruda. Durante l’ultimo Congresso del PCI qualcuno l’aveva recapitata a Garavini. È per quella foto, per i soggetti di quella foto, che forse qualcuno vedendola, a distanza di anni, non può fare a meno di canticchiare una canzone di Battiato di fine anni Ottanta (coincidenze?): E ti vengo a cercare (Perché in te vedo le mie radici)!

“Interno Argentino”, romanzo di Alberto Ongaro, Piemme editore, 2010

Alberto Ongaro, giornalista, romanziere e fumettista veneziano, ci ha lasciato nel 2018 a 92 anni. In Arzyncampo lo abbiamo incontrato leggendo diversi romanzi. Da “Il ponte della solita ora” a “La versione spagnola“, da “La taverna del Doge Loredan” (da molti considerato il suo capolavoro) a “Un romanzo d’avventura“, da “Il segreto dei Ségonzac” a “La maschera di Antenore“. Arrestato l’11 novembre 1943 per attività antifascista, incarcerato, costretto al servizio di leva, nel 1948 si trasferisce in Argentina dove vive per lungo tempo per poi trasferirsi in Inghilterra prima del ritorno nel 1979 nella sua Venezia. In “Interno Argentino” racconta la storia di Nico, giornalista che ritorna nella Buenos Aires dove ha vissuto e lavorato per alcuni anni nel periodo della ‘Guerra sporca’, la presa di potere da parte dei militari e l’avvio delle persecuzioni nei confronti di quanti sospettati di connivenze con le sinistre peroniste. Proprio quelle persecuzioni unite a presunte minacce personalmente ricevute furono le motivazioni ufficiali per fuggire dall’Argentina ma la realtà era ben più banale e quello delle persecuzioni era un semplice alibi. In realtà Nico aveva colto la palla al balzo per liberarsi di una amore adultero che, dopo quattro anni di bruciante passione, per lui era finito. Sidney era la donna che aveva strappato con facilità dalle braccia del marito e all’amore del figlio. Bella, bionda, sensuale, intensa, continuava ad averlo al centro del proprio cuore e della propria vita, anzi ormai pronta ad uscire dalla menzogna, a vivere con lui alla luce del sole. E lui, partendo, non aveva avuto il coraggio di dirle la verità, aveva preferito raccontarle che era in pericolo, che doveva fuggire per non essere vittima delle squadracce dei militari e dei fascisti. Passano gli anni, la dittatura militare è ormai superata e a Nico viene comunicato che l’affittuario dell’appartamento che ha lasciato a Buenos Aires è morto. Questo il motivo che ufficialmente lo spinge a tornare ma, in realtà, la sua sarà espiazione e castigo nella ricerca delle conseguenze di quel suo vile abbandono che, come scopriamo, aveva portato alla morte di Sidney, incapace di sopravvivere all’abbandono, alla fine dell’amore che aveva completamente avvolto la sua vita non permettendo di ritrovare serenità all’interno della famiglia “formale”. Si scoperchia dunque il vaso dei ricordi, tra indizi e supposizioni sugli eventi successivi, sulle mosse di Sidney che tornava all’appartamento teatro dell’amore clandestino fino a quando incontrava il nuovo inquilino. Vuoto, sofferenza, agonia, rabbia, disillusione, sconforto, pena, sono i sentimenti che Sidney ha vissuto e che Nico riconosce a posteriori e la causa la sua menzogna, l’incapacità, la scelta di non rivelare che semplicemente se ne andava perché per lui l’amore era finito. Ma basta questo per renderti estraneo, innocente delle sofferenze della donna che hai illuso, che ha creduto in te? Per quanto voi vi crediate assolti siete lo stesso coinvolti“, cantava Fabrizio De André, un’affermazione che, per quanto riferita ad un contesto completamente diverso, sembra perfettamente riconducibile alla storia di Nico, dei suoi inganni, degli alibi utili solo per mascherare l’incapacità di affrontare la verità con la conseguente morte di Sidney, travolta dall’amore per un uomo che si rivela falsità e delusione. Una verità può far male, ma una bugia uccide.

“Squadra speciale Minestrina in brodo: Operazione Portofino”, giallo poliziesco di Roberto Centazzo, Tea editore, 2017

Secondo romanzo della serie proposto da Centazzo, nella vita laureato in giurisprudenza, scrittore, ma soprattutto Ispettore Superiore in Polizia e quindi decisamente esperto di procedure, metodi, tecniche e pratiche investigative nella lotta contro la criminalità. Ferruccio Pammattone, ex sostituto commissario e vice dirigente alla Squadra mobile (nome in codice Semolino perché, se mangia pesante, si riempie di macchie rosse e la sua compagna Yasmine lo costringe ad una dieta durissima…a base di semolino!), Eugenio Mignogna, ex sovrintendente alla Scientifica (ha ricevuto il nome in codice Kukident quando, per festeggiare la pensione, si è regalato una smagliante dentiera! Che lo ha aiutato a conquistare l’amore di Anghela, una ricca vedova francese…), Luc Santoro, ex assistente capo all’Immigrazione (è da sempre Maalox. Infatti soffre di atroci bruciori di stomaco, che cerca di controllare ingurgitando quantità industriali dell’omonimo farmaco! Ha tre figlie, avute da tre diverse donne, e vive con gli anziani genitori), sono i tre protagonisti, tre amici ormai in pensione ma periodicamente “arruolati” per risolvere quei casi che Andrea Lugaro, il nuovo Commissario capo, giunto in posizione più per raccomandazione e conoscenze giuste che non per competenza effettiva, proprio non riesce a capire e men che meno a dipanare. Una serie di furti di auto di lusso, che rimandano ad episodi del passato lasciati nel cassetto delle cause perse, vengono a sconvolgere il commissariato genovese, e per Lugaro la soluzione è semplice, se ne occupino appunto i vecchietti della Squadra speciale minestrina in brodo. I tre, che di tempo ne hanno a volontà, iniziano dunque ad indagare seguendo le mosse di certi personaggi del “bel mondo ligure”, tutta apparenza e poca sostanza, e, passando da una località amena all’altra del bel litorale ligure, i tre mettono su un’operazione in grande stile, che si conclude proprio a Portofino! Non mancano naturalmente i passaggi nelle parallele vite quotidiane dei tre perché, come del resto avviene nella vita di ciascuno di noi, non di solo pane (lavoro, impegno) si vive: serve il companatico per rendere la vita più felice. Per cui: ecco che Pammattone si gode un fine settimana a Saint Tropez con la sua giovane compagna, Santoro è sempre più deciso ad impedire il matrimonio (con un extracomunitario per giunta d’età avanzata) della figlia maggiore, Mignogna decide di coronare il suo sogno, impegna la liquidazione, acquista un furgone usato e si mette a vendere porchetta! In altre parole, innanzitutto un omaggio al corpo di Polizia, in secondo luogo una ridefinizione del ruolo dei tre protagonisti, con Pammattone che assurge ad un più specifico riconoscimento di leadership, e, per concludere, un gran bel libro, ironico e divertente, che ci mostra come un buon giallo non abbia bisogno di un cadavere a pagina!

“9 giorni di pace rubata”, romanzo di Pavic Genovese, Officine Gutenberg editore, 2016

Ogni volta che si affronta la lettura di un romanzo occorre in primo luogo entrare nello spirito, nel senso dello stesso. Per farlo occorre anzitutto conoscere l’autore, immedesimarsi con la sua esperienza e il punto d’arrivo nella sua vita che si propone mentre scrive il romanzo. In questo caso Pavic (Paolo Vincenzo) Genovese, architetto, professore d’architettura, scrittore di nove libri dedicati all’architettura, viaggiatore, fotografo, origini romane, risulta iscritto all’Ordine degli architetti di Piacenza con residenza a Borgonovo Val Tidone ma che, da 18 anni, vive, lavora, insegna in Cina. Apparentemente pochi dunque i rapporti con la letteratura e in particolare la narrativa d’intrattenimento ma invece eccolo, nel 2016, proporci questo libretto (111 pagine) che definire anomalo e divertente rende solo parzialmente onore alla trama. Innanzitutto chiariamo subito: l’autore ci prende per mano e ci trascina in epoche andate. Il Generale Ottaviano, protagonista, rappresenta personaggio di fedi incrollabili, di completa devozione a cause “salde, chiare e senza compromessi“. Generale dei corazzieri in servizio (mentalmente) permanente ed effettivo nonostante il settant’anni suonati, antenati prussiani, convive con una cameriera, Aida, esempio di oggettiva bruttezza, perfetto opposto di grazia e soavità, dotata di un solo vestito indubbiamente confezionato da un sarto a dir poco geniale che di fatto le permette di non cambiarsi mai eppure di essere sempre pulitissima. L’esatto opposto di Clodette che ha saputo conquistare il cuore del Generale. Mai un rammarico tra i due, mai un litigio o la parvenza di un malinteso. Niente altro che amore puro, da parte del nostro settantenne, anni di pura devozione. Clodette vive nella stanza limitrofa ove Sua Eccellenza riposa, libera di fare ciò che vuole, nessun suo capriccio rimane inevaso. Dunque, indecorosa amante? Simpatica e birbantella nipotina? Niente di tutto questo ma, per scoprire l’essere di Clodette occorre rinviare alla lettura del romanzo preannunciando la sorpresa e il sorriso. A completare il quadretto familiare, ecco il nipote Orazio, sempliciotto, mente confusa capace di creare catastrofi inimmaginabili, giunto ai trent’anni senza lode e senza infamia ma cresciuto dallo zio con grande severità: a cinque anni, per esempio, eccolo cacciato di casa per una settimana sotto piogge torrenziali e freddi lancinanti per il solo fatto di aver fatto un pò il capriccioso nello studiare. Cervello nebuloso ed accartocciato, si diceva, ma un unico pregio: bello, meravigliosamente bello. Definito il quadro dei protagonisti, ecco che Pavic (l’autore, ovvero Paolo Vincenzo all’anagrafe) propone l’arrivo di una lettera. Firmata da tal Piccarda di Montesanto che chiede al suo ammiratissimo Generale di salvarla. Creando un attimo di smarrimento: il Generale naturalmente ricorda benissimo i nomi di tutti i suoi commilitoni, i compagni di carica di cavalleria, ma dei nomi di donna lo si scopre invece un pò debole essendo l’universo femminile qualcosa di non virile, un fronzolo civettuolo da non appuntare certo alla corazza d’acciaio lucente. Comunque alla fine il dado è tratto, zio e nipote partono in treno per la salvezza della gentil dama, passando per la bella Venezia (dove Ottavio si perde e vive una sgradevole avventura), destinazione Berlino. Qui mi fermo, lasciando al lettore il piacere di scoprire le tante divertentissime situazioni paradossali che vivono i due protagonisti fino all’ultima pagina. Ma ritornando al quesito iniziale, quale sarebbe il senso del libro? Forse il dipingere di quanto una vita affrontata con eccessiva severità (potremmo dire con logica “militaresca“) possa essere assurda, al punto che con una sana risata alla fine si vive meglio.

“Le fiabe illustrate dei Bersani”, leggende del nostro Appennino, autori vari, Officine Gutenberg editore, 2019

L’arrivo della Primavera e del giorno di festa, la Pasquetta, sembrano un’ottima occasione per un’interessante gita “fuori porta“: partiamo dunque dalla città, Piacenza, superiamo San Polo, San Giorgio e, poco prima di Carpaneto, svolta a destra direzione Gropparello (che potrebbe essere occasione per visitare il Castello che, covid permettendo, garantisce l’apertura a visite guidate e la creazione di ambienti tematici per bambini con la possibilità di incontrare il fantasma della Dama Bianca, Rosania Fulgosio, signora del castello dalla tragica storia). Ma, prima di arrivare al Comune capoluogo della Val Vezzeno, superiamo Sariano e attraversiamo il piccolo borgo di La Valle, dove non sono presenti banca, farmacia, parrocchia ma nulla ci vieta una sosta alla trattoria sulla sinistra o al negozio di alimentari “dalla Giselda” che s’affaccia sulla destra della strada e che offre buonissimi prodotti tipici locali: formaggi, salumi (la coppa piacentina artigianale, la pancetta arrotolata, il salame) e, a novembre, i sanguinacci, gli insaccati di interiora e sangue del maiale, un attentato al fegato che tuttavia ci portano ad un passo dal Paradiso. Ma proseguiamo: badando ai cartelli, qualche chilometro prima di Gropparello, troveremo una deviazione a sinistra per Castellana e per la piccola frazione dei Bersani, “il paese delle fiabe“. Qui, qualche anno fa, l’Associazione “Arte Nostra” promossa dall’artista Francesco Chittofrati, si è fatta promotrice di quest’iniziativa sicuramente particolare: attraverso il coinvolgimento degli abitanti del luogo e di artisti locali e non, sono stati realizzati dipinti sui muri delle case che raccontano le storie dei personaggi della nostra infanzia: da Pinocchio ad Alice nel paese delle meraviglie, da Cappuccetto Rosso e il famelico lupo, da Hansel e Gretel ed altri ancora.

Appunto due anni fa circa, per l’esattezza nel 2018, le Officine Gutenberg hanno promosso un workshop di due giorni per scrivere nuove fiabe, ambientate tra la campagna, i prati, i boschi della verde Val Vezzeno. Giovanni Battista Menzani, Piera Marchioni, Alessia Maretti, Lisa Tibaldi, Nicoletta Livelli, Saveria Albanese, Paola Cerri, Barbara Tagliaferri, Sandra Saltarelli, Giusi Taglialatela sono gli scrittori che hanno aderito all’invito, in seguito affiancati dagli illustratori Fausto Chittofrati, Piera Marchioni, Alice Iudicello, Carla Piazza, Francesco Piccinelli, Giusi Taglialatela ed ecco stampato il libro che ci accompagna in una magica atmosfera in odor di sogni che sanno farci volare.

Storie di ranocchi, principi azzurri e della bambina che, udite udite e stupite, odiava le bambole, incontro con Jessica la Lucertola che parla, il bosco incantato dove vive Domitilla giovane principessa delle fate che volava libera senza regole, la bambina che si chiamava Petunia ma che i genitori chiamavano Tremolina perché aveva paura di tutto, Marinella che viveva vicino al Castello ma non aveva bambini coi quali giocare, Jack capelli lunghi e rossi che non amava studiare ma solo giocare correre nei prati e salire sugli alberi, quel gruppetto di case che a guardarlo facevano pensare ad un piccolo paese felice e invece gli abitanti erano tutti tristi avevano perso la voglia di fare qualsiasi cosa, persino di pensare, Pallina che si chiamava così perché quando è nata aveva la testa tonda proprio come una pallina era piccola piccola e tutti la canzonavano perché non era capace di salire sugli alberi, Arturo bianco coniglio di stoffa dalle orecchie grandi grandi timido e riservato, Bianca bambina venuta dalla città giù in pianura che non voleva parlare. Le fiabe, diceva Gianni Rodari, contribuiscono ad educare la mente. Per questo una giornata ai Bersani di Gropparello, tra le fiabe che tutti conosciamo dipinte sui muri delle case e le fiabe nuove scritte ed illustrate proposte nel libro, rappresenta una ghiotta, magica opportunità per una visita che non dobbiamo farci sfuggire.

Impossibile arrivare a quell’uva, che delusione! Delusione? Macchè delusione, a ben guardare non meritava, di certo era ancora acerba!