Piacenza, piazzale Velleia: nessun tocchi quella lapide partigiana!

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“Nessun tocchi quella lapide partigiana”: lo scrivevo (leggi qui) il 16 marzo 2018 all’indomani dell’annuncio dei lavori di abbattimento dei vecchi capannoni e del muro di cinta tra piazzale Velleia e via Calciati per far posto ad un nuovo supermercato con tanto di ampio parcheggio. Ne seguì un dibattito in Consiglio Comunale e, all’unanimità di tutte le formazioni politiche, venne assicurato che la lapide restava al suo posto o, al limite, sarebbe stata ricollocata ma sempre nella stessa piazza.

La lapide ricorda che due giorni prima della Liberazione di Piacenza, il 26 aprile 1945, due giovani partigiani, Renato Gatti (nato il 16 marzo 1926) e Carlo Alberici (nato il 16 marzo 1922), scesi in città per una perlustrazione della zona e per verificare la presenza di tedeschi, arrivati in quella che all’epoca era estrema periferia, hanno trovato in agguato nell’attuale piazzale Velleia, un gruppo di nazisti (e forse di fascisti) che non hanno esitato a sparare uccidendoli.

La demolizione è iniziata da un paio di settimane e ieri ecco l’abbattimento del muro di cinta. La ‘sezione’ con la lapide però è effettivamente rimasta al suo posto: assicuriamoci che lì è e lì resti, non c’è infatti motivo per spostala o ‘ricollocarla’, lo spazio libero è più che sufficiente sia per il nuovo supermercato che per il programmato parcheggio.

“Gli occhi, sono nuvole, fiumi che scorrono”, lirica di Claudio Arzani

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La dove gli abissi della mente, acrilico di Anna Casu (Laddove gli abissi della mente incontrano la luce dell anima in un eterno divenire)

Vedono, ridono, parlano, odiano,
piangono, salutano, gli occhi.
Combattono, il buio della notte,
soffrono, l’abbaglio dell’alba.
Visioni di nero, sfumature di verde,
giallo, arcobaleno, fluttuare dell’aria.
Respiro, sollievo, timore.
Camminano, vanno, vengono,
sono nuvole, fiumi che scorrono,
amano, ammirano, mentono,
fumano, gli occhi, bevono, barano,
volano, altrove, tornano,
forse vivono, forse muoiono,
forse che sì, forse che no.
Gli occhi, sottobraccio all’anima.

Immenso, olio su tela da Visione Alchemica di Patrizia Pezzarossa

“Segni di guerra”, ex libris della Grande Guerra in mostra da Biffi Arte a Piacenza fino al 10 febbraio

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Ex libris di Veselin Damyanov-Ves

La guerra? Niente altro che uno strumento, uno dei tanti, della politica. Così sostenevano quanti vedevano nello scoppio del primo conflitto mondiale un potenziale di crescita degli interessi di ogni singolo Stato nella definizione di un nuovo equilibrio tra le potenze europee e mondiali. Un conflitto, del resto, che nella percezione di quanti l’auspicavano sarebbe stato breve e foriero di gloria.

Ex libris di Max Kefferstein

Questi furono dunque i valori e le aspettative rappresentate inizialmente in quei primi anni del secolo mentre ci si avvicinava al conflitto ma, come ben sappiamo, non fu certo quella la realtà. Passarono settimane, mesi, anni, prima furono decine, poi centinaia, per arrivare a milioni di morti e altri milioni di feriti. Oltre alle distruzioni, alla fame, al dolore, agli stenti, alle privazioni non solo dei soldati al fronte ma anche dei civili, delle donne, dei bambini, degli anziani rimasti a casa.

Ex libris di Richard Preusse

Dunque la guerra come strumento dei potenti, di chi governava e dei loro servi alla ricerca di visibilità. Figure come Gabriele D’Annunzio, capaci di esaltare restando al sicuro nelle retrovie il valore dello scontro, del sacrificio, della gloriosa morte, volando nei cieli sopra Fiume badando di restare sopra il livello di fuoco dell’artiglieria nemica fuori pericolo, minacciando  i soldati che rifiutavano di attraversare i ponti esposti al fuoco impietoso delle mitragliatrici che non lasciavano scampo.

Ex libris di Adolf Kunst

Certo, lentamente, anche nelle rappresentazioni della realtà proposte dall’arte, scomparve ogni tipo di retorica, vennero meno le ambizioni di potenza e si fece prevalente quella di arrivare prima possibile alla fine del macello. Arrivato il tempo della pace milioni di sopravvissuti si rialzarono in piedi, pronti ad affrontare difficoltà e sacrifici con la speranza di un domani migliore per la loro vita e per quella dei loro figli.

Ex libris di Robert Budzinski

Purtroppo non andò come la gente del popolo, la gente che non ha potere voleva e sperava. In fondo come disse Winston Churchill in realtà quella pace che concludeva la Grande Guerra in realtà non fu altro che un lungo armistizio in attesa di un altro grande macello voluto ancora una volta da chi gestiva la vita della gente dall’alto d’una torre d’avorio basata sul potere dei pochi rispetto ai tanti.

Ex libris di Louis Titz

Un passato che non deve tornare ma occorre attenzione: la contrapposizione ideologica ed esistenziale tra capitalismo e comunismo, tra populismo e democrazia rappresentativa, tra benessere di un mondo (quello ‘occidentale’) e popolazioni in fuga dalle guerre, dalle dittature, dalla fame, potrebbero riportarci agli orrori ben rappresentati dall’interessante mostra in corso presso la galleria d’arte Biffi di via Chiapponi a Piacenza fino al 10 febbraio.

Ex libris di Adolf Kunst

In mostra negli spazi dell’Antico Nevaio (il piano sotterraneo della galleria) troviamo infatti una eccezionale collezione (a cura di Claudio Stacchi, Luigi Bergomi e Giuseppe Cauti) di 150 ex libris su temi ispirati al primo conflitto mondiale: un corpus esemplare di piccola grafica in cui, fatto rarissimo, possiamo vedere la rappresentazione della vita di quegli anni cruciali.

Ex libris di Josep Triadò I Mayol

In altre parole, una occasione per ricordare che la guerra, ogni guerra, anche quella condotta senza armi ma basando sulla costruzione di muri che dividono, diventa una cicatrice profonda, una ferita che resta infetta, che presto o tardi ripresenta il conto dell’odio.

Ex libris di Josef Vàchal

“Nudo sul divano rosso”, “Autoritratto”, “La morfinomane”, “Nell’atelier”, omaggio all’arte di Émilie Charmy, pittore del gruppo fauve (1878-1974)

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Nudo sul divano rosso, olio su tela di Émilie Charmy

Émilie Charmy (2 aprile 1878 – 1974) è stato un’artista delle prime avanguardie francesi e ha lavorato a stretto contatto con artisti di Fauve come Henri Matisse. Artista contro le norme per le donne francesi dei suoi tempi, ha realizzato nature morte, paesaggi, figure e, cosa molto rara per una donna in quel periodo, dipinti di donne nude.

Cresciuta in una famiglia borghese, il nonno vescovo di Tolosa e il padre che possedeva una fonderia di ferro. Orfana già quando aveva 15 anni, viveva col fratello maggiore Jean Barret con i parenti a Lione dove mostrò di avere un notevole talento per l’arte e la musica.

Autoritratto, olio su tela di Émilie Charmy

Nel suo tempo il mondo dell’arte bandiva le donne dagli studi d’arte o dalle accademie durante le sessioni con modelli dal vivo costringendole di conseguenza ad affrontare la pittura come un hobby o comunque a dipingere secondo una visione idilliaca della femminilità limitandole al ruolo della maternità. Charmy invece era completamente dedita al suo lavoro artistico (dal quale era interamente dipendente anche economicamente) e dipinge modelli femminili e prostitute, arrivando alla ricerca dell’espressione della sessualità femminile. Per lei “dipingere era un’ossessione che dominava molti altri aspetti della sua vita“. Il romanziere francese Roland Dorgelès ha descritto Charmy come “un grande pittore libero, al di là di influenze e senza metodo, crea il suo regno separato dove regnano da soli i voli della sua sensibilità. Sembra, vedere come donna e dipingere come uomo; unisce la grazia femminile e la forza maschile, e questo è ciò che la rende un pittore così strano e potente che attira la nostra attenzione “.

La morfinomane, olio su tela di Émilie Charmy

Dunque è la resistenza di Émilie ai tradizionali ruoli di genere e l’evitare il tema materno-infantile che la rendono unica per il suo tempo arrivando, possiamo dire, ad incarnare la nuova donna del 19 ° secolo.

Nell’atelier, olio su tela di Émilie Charmy

“Tokyo Express”, romanzo giallo di Matsumoto Seicho, Adelphi editore, 2018

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Un giallo coinvolgente che parte dai due cadaveri trovati su una spiaggia rocciosa della baia di Hakata, estremo sud del Giappone, due giorni di viaggio (traghetto incluso) sull’espresso in partenza da Tokyo. Lui un funzionario del ministero oggetto di indagine per corruzione, lei una geisha, ovvero una ragazza giapponese attraente, colta e raffinata, addetta a intrattenere gli ospiti di una casa da tè, in altre parole un’entraîneuse che si poteva incontrare in un famoso locale nella capitale. Tutto sembra indicare un ‘semplice’ suicidio d’amore ma qualcosa non convince del tutto. Perché affrontare un viaggio del genere per arrivare in una località ignota ad entrambi? Ma non solo: lui non risulta abbia mai frequentato il locale dove lei lavorava e lei, nella casa dove viveva a Tokyo, non è mai stata vista entrare con un uomo. Insomma, gli elementi per un’indagine di approfondimento ci sono tutti e il racconto sa appassionarci nel condurci in un intrigo di orari e coincidenze ferroviarie che spaziano appunto dal profondo sud al lontano nord giapponese con Tokyo a far da mediana. Insomma, il piacere di seguire la trama ma anche un’occasione per aspetti finora ignorati di questa particolarissima civiltà rappresentata appunto dal Giappone e soprattutto dai giapponesi, un popolo che lavora, finora conosciuto per il fatto che, in caso di contestazioni sindacali, prima conclude il turno in fabbrica, poi esce dai cancelli e, nel suo tempo libero, manifesta nell’area antistante la fabbrica stessa evitando comunque di sbraitare o di disturbare più di tanto: ma come son bravi e diligenti codesti lavoratori, mica come quelli barbari italiani (questo l’ho visto anni fa in un filmato mostrato in Fiat a Torino in accompagno ad un altro episodio: un dirigente non certo tenero con i lavoratori che lasciava la fabbrica e le maestranze riunite nel cortile a piangere calde lacrime). A parte questo ecco finalmente scoprire che nel Kyūshū (l’isola dove vengono trovati i cadaveri dei due protagonisti) si trova Nagasaki e vien da chiedersi allora dove possa essere Hiroshima. Ed ecco la risposta: a 421 km, nel corpo diciamo centrale del Giappone e ne occorrono altri 807 per arrivare a Tokyo dove quindi l’effetto della bomba atomica amerikana non arrivò. In pratica morirono o furono contaminati migliaia e migliaia di ‘provincialotti’ mentre le loro grandi maestà, l’imperatore e i suoi nobili collaboratori se ne stavano tranquilli al sole splendente della capitale: tutto il mondo dei potenti e dei signori è paese. Ma a parte queste divagazioni che nulla c’azzeccano col libro, il consiglio è di leggerlo in quanto giallo assolutamente coinvolgente dal finale ottimamente congeniato. Buona lettura.

La mappa del Giappone: l’indagine del giallo ‘viaggia’ da Tokyo al Kyushu e dal Kyushu fino al lontano Hokkaido: leggerlo è un’occasione per conoscere un territorio da noi lontanissimo

“Il bacio”, poesia di Pablo Neruda

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Bacio romantico, olio su tela di Leonid Afremov

Ti manderò un bacio con il vento
e so che lo sentirai,
ti volterai senza vedermi ma io sarò li
Siamo fatti della stessa materia
di cui sono fatti i sogni
Vorrei essere una nuvola bianca
in un cielo infinito
per seguirti ovunque e amarti ogni istante
Se sei un sogno non svegliarmi
Vorrei vivere nel tuo respiro
Mentre ti guardo muoio per te
Il tuo sogno sarà di sognare me
Ti amo perché ti vedo riflessa
in tutto quello che c’è di bello
Dimmi dove sei stanotte
ancora nei miei sogni?
Ho sentito una carezza sul viso
arrivare fino al cuore
Vorrei arrivare fino al cielo
e con i raggi del sole scriverti ti amo
Vorrei che il vento soffiasse ogni giorno
tra i tuoi capelli,
per poter sentire anche da lontano
il tuo profumo!
Vorrei fare con te quello
che la primavera fa con i ciliegi.

Pioggia di baci, olio su tela di Fausto Nazer

“L’omino del freddo”, lirica di Michele Prenna, poeta in Varese

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Neve, olio su tela di Claude Monet

L’omino del freddo ha la sciarpa di neve
s’appoggia ad un legno robusto di pino
sul capo i capelli son spaghi di ghiaccio
con sopra un berretto di soffici piume.

Da un velo di brina il volto cosparso
il resto del corpo pelliccia ricopre
di orso selvaggio o famelico lupo.

D’un sibilo forte s’annuncia di vento
giungendo improvviso di solito a notte.

Del sole nemico lui ama il chiarore
colore del latte di nuvole basse
e ghiotto di miele si cura la tosse.

Girando le case adesso ch’è inverno
il merlo in giardino ne fischia l’arrivo.

“Siena e Piacenza: un viaggio, una meditazione”, riflessioni di Carmelo Sciascia, artista e filosofo

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La via Francigena che passa a Piacenza e Siena

La via francigena dopo Orio Litta giungeva, nella sponda lombarda, alla Corte Sant’Andrea dove i pellegrini attraversavano il Po e superando Calendasco giungevano a Piacenza, in alternativa proseguivano il cammino costeggiando il Po restando nella sponda lombarda e attraverso San Rocco al porto, giungevano comunque sempre a Piacenza, prima città emiliana ad accoglierli. Dopo avere attraversato la campagna piacentina si giungeva a Borgo San Donnino (Fidenza) e da lì ci si incamminava, attraverso l’attuale passo della Cisa, si superava l’Appennino per giungere a Sarzana e proseguire poi verso la Toscana. Da tenere presente in territorio piacentino dell’esistenza di una terza via. La cosiddetta via degli Abati che da Pavia, attraverso Bobbio, Bardi e Borgotaro giungeva a Pontremoli. Questa via percorsa dagli abati e dai monaci dell’abbazia di San Colombano fu preferita dai pellegrini irlandesi ed inglesi che intendevano venerare il Santo irlandese. In provincia di Piacenza, attraversava la val Trebbia e la val Nure, toccava Caminata, Coli e Farini. Quindi non ci rimane che ribadire il primato di Piacenza anche in questo: avere non una, ma tre vie francigene che da nord Europa conducevano a Roma.
Le maggiori città toscane attraversate dalla francigena sono state Lucca, la maestosa città dalle possenti mura, San Gimignano, la Sce Gemiane della la XIX tappa di Sigerico nel suo itinerario di ritorno a Canterbury ed infine Siena.
Eccoci arrivati nella città di Siena, dove lo spazio percorso, dall’essere partiti da Piacenza potrebbe considerarsi nullo. È strano ma i quattrocento e passa chilometri che allora si dovevano percorrere, perdono d’un tratto consistenza. Vediamone il perché.
Entrando in città da Porta di Camollia, seguendo l’antico percorso della via francigena, si attraversa via dei Banchi di Sopra fino alla diramazione, che sarebbe il suo proseguimento verso sud, con via dei Banchi di Sotto. Nell’incrocio con via di Città, si trova la cosiddetta Croce del Travaglio. Proprio in quel preciso punto si erge maestosa la Loggia della Mercanzia o dei Mercanti. Certo non poterono vederla i pellegrini che attraversarono quei luoghi prima del ‘400 essendo stata costruita nella prima metà di quel secolo. Ma è strano constatare, come due delle quattro statue poste nel loggiato rappresentino due vescovi piacentini: San Savino e San Vittore!

Tabernacol senesi: San Savino

Che sono tra l’altro due dei quattro santi protettori della città. Sia San Vittore che San Savino furono vescovi di Piacenza il primo dal 322 al 375, il secondo dal 376 al 420. Le reliquie di San Vittore, insieme a quelle del Santo Patrono della città si trovano nella chiesa di Sant’Antonino. La stessa Basilica, oltre ai due Santi, ospita anche la tomba di Lotario II, re di Lotaringia. Nella basilica di San Savino, sotto l’altare, troviamo invece i resti del vescovo cui è dedicata la basilica.

Ma torniamo a Siena, città con ben quattro protettori, di cui due vescovi piacentini, San Vittore e San Savino. Gli altri due sono Sant’Ansano anch’egli rappresentato in Loggia e San Crescenzio. Come se non bastasse i senesi, nel momento del bisogno, si posero anche sotto l’ala protettiva della Madonna (melius abundare).

Tabernacoli senesi: San Vittore

Si dice che lo sguardo dei santi rappresentati in Loggia sia rivolto verso Firenze, città rivale. Ma essendo rivolto verso via dei Banchi di Sopra, la via delle Banche, molti sono convinti che lo sguardo protettivo dei santi sia rivolto a protezione dei soldi dei banchieri, che erano poi i mercanti che avevano commissionato l’opera. A noi piace pensare che almeno lo sguardo di San Vittore e San Savino sia uno sguardo benevolo rivolto ad accogliere e consolare il pellegrino.

Ci sentiamo a casa, vedendo le statue dei due nostri vescovi santi. Ma ci sentiamo a casa ancora di più nel vedere nel loro gonfalone cittadino la lupa capitolina. Sostengono i senesi essere la loro città l’unica a fregiarsi della lupa a simbolo cittadino, come Roma. Sappiamo che le cose non stanno proprio così.
La lupa capitolina la troviamo nello stemma di Piacenza a simboleggiare la fondazione della città, prima colonia fondata dai romani nel lontano 218 a.C.
La romanità della città è ribadita anche dall’altra metà dello stemma cittadino che rappresenta i colori della Legione Tebea, ai tempi di Diocleziano, dove militava anche Sant’Antonino. Oltretutto Calpurnia Pisone, ultima moglie di Cesare, discendeva da famiglia piacentina.

La lupa senese

Quindi, oltre ai due vescovi, la lupa capitolina. Perché se è certa la fondazione di Piacenza, quale colonia romana, così non è per Siena che necessita di ricorrere alla leggenda secondo cui l’origine della città si deve ai figli di Remo, Senio ed Ascanio, che in fuga dallo zio Romolo, in groppa a due cavalli uno nero, l’altro bianco, giunsero a Siena, ecco così spiegati i colori della balzana: il nero ed il bianco.
Anche se Siena ha diversi monumenti che riproducono la lupa, non ne ha nessuna che riproduca perfettamente l’immagine della lupa capitolina come può essere il monumento di piazzale Roma a Piacenza, dove la lupa (ribadisco, riproduzione perfetta di quella romana) è stata posta dall’architetto Berzolla, su due antiche colonne di granito provenienti da Palazzo Farnese, a ricordare la fondazione della città romana.
Dopo i moti risorgimentali Siena fu la prima città toscana, nel 1859, a votare l’annessione al Regno d’Italia.
Piacenza, a seguito di un plebiscito popolare, già nel 1848, decideva l’annessione al Regno di Sardegna, perciò detta La Primogenita. Le analogie e le differenze sulle due città potrebbero continuare, credo che la bilancia comunque penderebbe dalla parte della città emiliana e della sua provincia.
Un esempio per tutti: l’integrità difensiva, la stabilità e l’omogeneità di un borgo medioevale come Vigoleno non ha nulla da invidiare ad un borgo come Pienza, dove il pesante intervento operato da Papa Pio II, stravolgendo un piccolo centro come Corsignano, ha rischiato e rischia di far franare a valle, l’intero abitato.
Nonostante tutto, se noi andassimo oggi a verificare il riconoscimento del patrimonio storico-culturale per le terre senesi, troveremmo: Il centro storico di Siena, centro storico di Pienza, la Val d’Orcia.
E se provassimo a verificare i siti riconosciuti per Piacenza? No, meglio di no, visto che non si riesce ancora oggi a rendere fruibile nemmeno il Castello di Pier Luigi Farnese!
P.S. Piacenza ha posto la propria candidatura a capitale della cultura 2020, esclusa, si illude di occupare un posto al sole nell’essere gregaria di Parma… oppure di promuovere una mostra (avulsa dal territorio piacentino) su Annibale, in spregio al “Vigile scolta tra i barbari vinti”…ma, basta non scoraggiarsi perché qualche riconoscimento Piacenza riesce comunque ad averlo, grazie alle scelte politiche a favore di uno sviluppo economico fondato sulla logistica: peggiore qualità dell’aria e la maggiore impermeabilizzazione del suolo.
Carmelo Sciascia

Il centro storico di Siena, esempio di antico borgo medievale: piazza del Campo

 

“Sotto i portici”, lirica di Francesco Saverio Bascio, poeta in Carpaneto (Pc)

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Senza casa, olio su tela di Fernand Pelez

Non c’è festa
nè Domenica
non c’è messa la mattina
mani rigide
accartocciate
nel caffè che non arriva
sentono seguono
i passi che si scansano
di chi ascolta la dottrina
e resta cieco

A volte inciampa
sbadato tra i cartoni
di chi trema
c’è chi dorme senza sonno
la tristezza indifferente

In preghiere non vissute
c’è chi batte il petto
in mea culpa sconfinate
ma i miracoli non riflessi
restano bui tra le anime
nelle arcate fredde
le coperte riparano le fosse.

Vite randage, olio su tela di Salvatore Malorgio

“Rubare la buona fede degli elettori non è onestà”, riflessione di Alberto Esse sulle contraddizioni M5S per la questione nuovo ospedale a Piacenza

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Piacenza: nuovo ospedale sì, nuovo ospedale no. Linee divaricanti tra M5S locale (‘meglio puntare su personale e attrezzature, no a nuove costruzioni e nuovo cemento’) ed esponenti governativi (‘a disposizione per i muri nuovi 230milioni di euro’)

Onestà! Onesta! Ci sono due tipi di disonestà per chi si occupa di politica: rubare i soldi della comunità e rubare la buonafe degli elettori e delle persone. Questione ospedale di Piacenza. Avere chiesto i voti alle ultime amministrative dicendo di opporsi al progetto di nuovo ospedale e aver sostenuto pubblicamente questa posizione fino a ieri con manifestazioni, striscioni, raccolta di firme ecc. e poi dopo lo stanziamento bufala di 230 milioni da parte del governo Di Maio Salvini sostenere che in fondo è giusto fare l’ospedale nuovo per me è una manifestazione evidente di disonestà. Per un esponente politico amministrativo ingannare gli elettori in modo così sfacciato è forse una delle colpe eticamente e politicamente peggiori.
O immediata denuncia pubblica della decisione dei vertici 5 stelle o immediate dimissioni. In un paese normale non ci dovrebbero essere dubbi in merito.
Quanto accaduto, una decisione (bufala) presa dai vertici nazionali 5 stelle senza sentire e tenere minimamente in conto la posizione dei 5 stelle locali è una chiara dimostrazione che oggi come oggi questo sedicente movimento è un pericolo per la democrazia. Ci troviamo di fronte ad una formazione politica che ha rinnegato tutte le sue stesse (pur discutibili) premesse iniziali e sul piano della democrazia interna è una dittatura personale di un ristrettissimo gruppo di persone, un vero e proprio fascismo.2 che non si basa, per ora, su manganello ed olio di ricino ma su una forse ancor più pericolosa manipolazione delle coscienze di tipo mediatico. Senza rinunciare nemmeno alla opzione fascista tout court essendo alleati e complici di una formazione come la Lega apertamente xenofofa razzista e sostenitrice dei nazifascisti in tutto il mondo, dalla Le Pen a Bolsonero a Urban ecc.. In questa situazione di chi ancora oggi, pur definendosi democratico, ambientalista ecc. da credito a questa formazione impresentabile è responsabile di un crimine politico dalle conseguenze molto pericolose. Quindi tolleranza zero nei confronti di chi sostiene lo striscione nella foto ed oggi non esce dai 5 stelle. Il mio giudizio nei confronti di chi ancora da credito e difende nei social i 5 stelle per qualcuno è offensivo ma in realtà è solo frutto di una osservazione sociopolitica e culturale. Chi difende ancora oggi i 5 stelle nei social o è fascista (una componente non trascurabile anche se minoritaria nel movimento ) o è un coglione (e va be’) o è una persona ad una dimensione vittima di un lavaggio mediatico del cervello che ha distrutto ogni capacità critica. Oppure è in malafede. Punto.

Ospedale sì, ospedale no. Il governo parla di destinare 230 milioni alla costruzione, la Regione parla di bufala, non ci sarebbe uno scudo. Comunque: ma l’ospedale dove lo metto, dove lo metto non si sa. Quattro per ore le aree possibili (due pubbliche, due private) con comunque la minaccia di un rilievo alla Corte dei Conti qualora l’acquisizione di un’area privata comporti maggiori costi. Insomma, siamo sempre in alto mare.