“Siena e Piacenza: un viaggio, una meditazione”, riflessioni di Carmelo Sciascia, artista e filosofo

La via Francigena che passa a Piacenza e Siena

La via francigena dopo Orio Litta giungeva, nella sponda lombarda, alla Corte Sant’Andrea dove i pellegrini attraversavano il Po e superando Calendasco giungevano a Piacenza, in alternativa proseguivano il cammino costeggiando il Po restando nella sponda lombarda e attraverso San Rocco al porto, giungevano comunque sempre a Piacenza, prima città emiliana ad accoglierli. Dopo avere attraversato la campagna piacentina si giungeva a Borgo San Donnino (Fidenza) e da lì ci si incamminava, attraverso l’attuale passo della Cisa, si superava l’Appennino per giungere a Sarzana e proseguire poi verso la Toscana. Da tenere presente in territorio piacentino dell’esistenza di una terza via. La cosiddetta via degli Abati che da Pavia, attraverso Bobbio, Bardi e Borgotaro giungeva a Pontremoli. Questa via percorsa dagli abati e dai monaci dell’abbazia di San Colombano fu preferita dai pellegrini irlandesi ed inglesi che intendevano venerare il Santo irlandese. In provincia di Piacenza, attraversava la val Trebbia e la val Nure, toccava Caminata, Coli e Farini. Quindi non ci rimane che ribadire il primato di Piacenza anche in questo: avere non una, ma tre vie francigene che da nord Europa conducevano a Roma.
Le maggiori città toscane attraversate dalla francigena sono state Lucca, la maestosa città dalle possenti mura, San Gimignano, la Sce Gemiane della la XIX tappa di Sigerico nel suo itinerario di ritorno a Canterbury ed infine Siena.
Eccoci arrivati nella città di Siena, dove lo spazio percorso, dall’essere partiti da Piacenza potrebbe considerarsi nullo. È strano ma i quattrocento e passa chilometri che allora si dovevano percorrere, perdono d’un tratto consistenza. Vediamone il perché.
Entrando in città da Porta di Camollia, seguendo l’antico percorso della via francigena, si attraversa via dei Banchi di Sopra fino alla diramazione, che sarebbe il suo proseguimento verso sud, con via dei Banchi di Sotto. Nell’incrocio con via di Città, si trova la cosiddetta Croce del Travaglio. Proprio in quel preciso punto si erge maestosa la Loggia della Mercanzia o dei Mercanti. Certo non poterono vederla i pellegrini che attraversarono quei luoghi prima del ‘400 essendo stata costruita nella prima metà di quel secolo. Ma è strano constatare, come due delle quattro statue poste nel loggiato rappresentino due vescovi piacentini: San Savino e San Vittore!

Tabernacol senesi: San Savino

Che sono tra l’altro due dei quattro santi protettori della città. Sia San Vittore che San Savino furono vescovi di Piacenza il primo dal 322 al 375, il secondo dal 376 al 420. Le reliquie di San Vittore, insieme a quelle del Santo Patrono della città si trovano nella chiesa di Sant’Antonino. La stessa Basilica, oltre ai due Santi, ospita anche la tomba di Lotario II, re di Lotaringia. Nella basilica di San Savino, sotto l’altare, troviamo invece i resti del vescovo cui è dedicata la basilica.

Ma torniamo a Siena, città con ben quattro protettori, di cui due vescovi piacentini, San Vittore e San Savino. Gli altri due sono Sant’Ansano anch’egli rappresentato in Loggia e San Crescenzio. Come se non bastasse i senesi, nel momento del bisogno, si posero anche sotto l’ala protettiva della Madonna (melius abundare).

Tabernacoli senesi: San Vittore

Si dice che lo sguardo dei santi rappresentati in Loggia sia rivolto verso Firenze, città rivale. Ma essendo rivolto verso via dei Banchi di Sopra, la via delle Banche, molti sono convinti che lo sguardo protettivo dei santi sia rivolto a protezione dei soldi dei banchieri, che erano poi i mercanti che avevano commissionato l’opera. A noi piace pensare che almeno lo sguardo di San Vittore e San Savino sia uno sguardo benevolo rivolto ad accogliere e consolare il pellegrino.

Ci sentiamo a casa, vedendo le statue dei due nostri vescovi santi. Ma ci sentiamo a casa ancora di più nel vedere nel loro gonfalone cittadino la lupa capitolina. Sostengono i senesi essere la loro città l’unica a fregiarsi della lupa a simbolo cittadino, come Roma. Sappiamo che le cose non stanno proprio così.
La lupa capitolina la troviamo nello stemma di Piacenza a simboleggiare la fondazione della città, prima colonia fondata dai romani nel lontano 218 a.C.
La romanità della città è ribadita anche dall’altra metà dello stemma cittadino che rappresenta i colori della Legione Tebea, ai tempi di Diocleziano, dove militava anche Sant’Antonino. Oltretutto Calpurnia Pisone, ultima moglie di Cesare, discendeva da famiglia piacentina.

La lupa senese

Quindi, oltre ai due vescovi, la lupa capitolina. Perché se è certa la fondazione di Piacenza, quale colonia romana, così non è per Siena che necessita di ricorrere alla leggenda secondo cui l’origine della città si deve ai figli di Remo, Senio ed Ascanio, che in fuga dallo zio Romolo, in groppa a due cavalli uno nero, l’altro bianco, giunsero a Siena, ecco così spiegati i colori della balzana: il nero ed il bianco.
Anche se Siena ha diversi monumenti che riproducono la lupa, non ne ha nessuna che riproduca perfettamente l’immagine della lupa capitolina come può essere il monumento di piazzale Roma a Piacenza, dove la lupa (ribadisco, riproduzione perfetta di quella romana) è stata posta dall’architetto Berzolla, su due antiche colonne di granito provenienti da Palazzo Farnese, a ricordare la fondazione della città romana.
Dopo i moti risorgimentali Siena fu la prima città toscana, nel 1859, a votare l’annessione al Regno d’Italia.
Piacenza, a seguito di un plebiscito popolare, già nel 1848, decideva l’annessione al Regno di Sardegna, perciò detta La Primogenita. Le analogie e le differenze sulle due città potrebbero continuare, credo che la bilancia comunque penderebbe dalla parte della città emiliana e della sua provincia.
Un esempio per tutti: l’integrità difensiva, la stabilità e l’omogeneità di un borgo medioevale come Vigoleno non ha nulla da invidiare ad un borgo come Pienza, dove il pesante intervento operato da Papa Pio II, stravolgendo un piccolo centro come Corsignano, ha rischiato e rischia di far franare a valle, l’intero abitato.
Nonostante tutto, se noi andassimo oggi a verificare il riconoscimento del patrimonio storico-culturale per le terre senesi, troveremmo: Il centro storico di Siena, centro storico di Pienza, la Val d’Orcia.
E se provassimo a verificare i siti riconosciuti per Piacenza? No, meglio di no, visto che non si riesce ancora oggi a rendere fruibile nemmeno il Castello di Pier Luigi Farnese!
P.S. Piacenza ha posto la propria candidatura a capitale della cultura 2020, esclusa, si illude di occupare un posto al sole nell’essere gregaria di Parma… oppure di promuovere una mostra (avulsa dal territorio piacentino) su Annibale, in spregio al “Vigile scolta tra i barbari vinti”…ma, basta non scoraggiarsi perché qualche riconoscimento Piacenza riesce comunque ad averlo, grazie alle scelte politiche a favore di uno sviluppo economico fondato sulla logistica: peggiore qualità dell’aria e la maggiore impermeabilizzazione del suolo.
Carmelo Sciascia

Il centro storico di Siena, esempio di antico borgo medievale: piazza del Campo

 

“Sull’utilità del sapere inutile”, riflessione di Carmelo Sciascia

Subordinare qualsiasi forma di diritto al mercato equivale ad una mercificazione di qualsiasi libera espressione propria dell’uomo testi che vengono usati oggi a scuola sono riassunti, interpretazioni soggettive che non potranno farci mai innamorare della filosofia o dell’arte

Si danno in questo periodo, da più tempo oramai, come verità certe ed assolute alcune leggi economiche. Principi che ci dicono essere le uniche capaci di reggere l’ordine mondiale in nome della finanza. Il personaggio portato a paragone di questo sistema dal professore Nuccio Ordine nel suo “Manifesto sull’utilità dell’inutile”, è l’ebreo Shylock de “Il Mercante di Venezia”. Nell’opera di William Shakespeare il creditore reclama, appellandosi perfino ad un tribunale, la libra di carne che il debitore dovrebbe dare, come pattuito, non potendo restituire il debito. Un po’ come avviene per gli Stati europei oggi. In nome di accordi già stipulati intorno al pareggio dei bilanci pubblici, alcuni Stati non potendo realizzare questo pareggio in tempi brevi, in nome e per conto del mercato, si chiede loro l’abolizione del diritto ad avere diritti.

Il diritto ad avere diritti era una frase, già di Hannah Arendt, ripetuta all’infinito da Stefano Rodotà, durante gli anni in cui Piacenza ospitava il Festival del Diritto. Subordinare qualsiasi forma di diritto al mercato equivale ad una mercificazione di qualsiasi libera espressione propria dell’uomo. Un’equazione che ha come risultato ultimo l’abolizione di tutte quelle attività che non abbiano come scopo primario il profitto, il denaro.  La tesi che sostiene il libro di Nuccio Ordine è un inno a tutto ciò che, apparentemente e per il vigente ordine economico, è inutile, intendendo per inutile sia le discipline umanistiche che la libera ricerca scientifica. Sarà vero? La dimostrazione è affidata ai maggiori personaggi della letteratura classica e non solo, ai filosofi, agli scienziati stessi i quali hanno realizzato le più grandi invenzioni permettendo al loro pensiero di indagare nella massima libertà. Il libro cui si è fatto riferimento è di qualche anno addietro e precisamente del 2013 (Les Belles Lettres – Paris), ma mi si è riproposto alla memoria dopo avere letto l’ultimo libro di Massimo Recalcati. Nel suo “A libro aperto” (Feltrinelli 2018) si sostiene che una vita è i suoi libri, sì proprio così: tra vita e libri, non una congiunzione ma una copula. La sua vita, sostiene l’autore, è stata scritta da diversi autori, autori che hanno scritto libri, libri che lo hanno letto: i libri sostiene Recalcati da oggetti passivi diventano soggetti, ci leggono! Un libro è un coltello, nel senso che taglia la nostra vita, la divide tra un prima ed un dopo. Un libro è un corpo, un corpo materiale che attraverso la sua fisicità diventa un vero e proprio corpo erotico; la terza definizione: un libro è un mare. Un mare che apre gli orizzonti, non costruisce muri, non ci limita ma ci dilata.

Tra i libri che lo hanno formato (e quindi lo hanno letto) troviamo in primis l’Odissea. Ulisse è un marito ed un padre e spesso, se non sempre, una figura che rappresenta “la presenza di un’assenza”.  Molto freudiano, ma trattandosi di Recalcati direi meglio molto lacaniano. Un altro libro di vitale rilevanza “La nausea” di Sartre, un incontro che ha posto l’angosciante problema dell’esistenza, della vita che ha bisogno di avere un significato, un senso. Il mezzo migliore per evitare la problematicità della vita (la morte dell’Esserci direbbe Heidegger) è viverla nell’arte, nella ricerca incessante del vero attraverso il bello, come ci suggerisce Gustave Flaubert, il quale ci fa dà una via d’uscita per vivere una vita che altrimenti sarebbe inutile. Perché se per Sartre l’uomo è una passione inutile, nulla esclude l’esistenza dell’individuo come espressione dei suoi atti, l’uomo è la forma che si dà. E la forma che ognuno può darsi non può prescindere dalla ricerca della propria più intima conoscenza (ricordate Sant’Agostino ed il suo imperativo: in interiore homine habitat veritas?). E’ risaputo che la conoscenza ci è data dallo studio, dai libri, dal linguaggio. I confini del mio mondo sono determinati dal mio linguaggio, dalle mie conoscenze e dalla capacità di comunicare. Il filosofo austriaco Ludwig Josef Johann Wittgenstein sosteneva che i confini del mio linguaggio determinano i confini del mio mondo.  – (Che mondo potremmo mai conoscere noi oggi se usiamo per comunicare i nostri più intimi sentimenti solo le espressioni delle standardizzate “faccine” che altri hanno predefinito per noi?) – Il linguaggio si acquisisce e si arricchisce soprattutto con lo studio di tutte quelle materie che sono oggi considerate inutili, il greco, il latino, la letteratura classica letteraria e scientifica. I testi che vengono usati oggi a scuola sono riassunti, interpretazioni soggettive che non potranno farci mai innamorare della filosofia o dell’arte. Sono i testi integrali, i testi classici nella loro integrità che ci potranno sedurre, possibilmente con la mediazione culturale di un buon insegnante. Gratuità e disinteresse sono alla base dell’amore per la conoscenza, l’opposto di tutto ciò che viene richiesto oggi ai giovani, a scuola come nel mondo del lavoro: interesse economico e profitto immediato.Se Nuccio Ordine sostiene che l’incontro con un classico può cambiare la vita, per Massimo Recalcati ce la può rinnovare, perché l’incontro con il libro ha un effetto domino: un libro non è una realtà isolata, chiusa a se stante, un libro ne contiene tanti altri cui rimanda, quelli che l’hanno preceduto come altri che ne seguiranno. Per questo costruire una biblioteca definitiva è impresa impossibile. (Con buona pace dello stesso Borges).

Ovidio, ci ha lasciato detto, qualche decennio avanti Cristo, che nulla è più utile di quegli studi che non hanno nessuna utilità. Ed aveva ragione. Abraham Flexner nel suo saggio scritto nel 1939, “L’utilità del sapere inutile” riportato come appendice nel già citato testo del professore Ordine, valida (a sua insaputa) con esempi storici la tesi di Ovidio già esposta duemila anni prima. Eccone un esempio: Marconi è l’inventore della telegrafia senza fili attraverso onde radio, ma senza Maxwell (magnetismo ed elettricità) ed Hertz (onde elettromagnetiche) non avrebbe potuto realizzare le sue trasmissioni. Né Maxwell, né Hertz si erano minimamente preoccupati dell’utilità del loro lavoro, mai avevano pensato ad un riscontro pratico. Sono stati guidati da una curiosità disinteressata come lo sono stati scienziati quali Galileo o Newton. Quindi non solo la poesia deve essere e rimanere libera e disinteressata ma anche la ricerca scientifica! Gauss svolge da matematico puro i suoi studi sulla geometria non euclidea, e grazie a quegli studi astratti e disinteressati si è potuta formulare in seguito la teoria della Relatività. È con l’enorme accumulo di sapere teorico puro, considerato inutile, che i problemi pratici vengono oggi risolti dalla moderna tecnologia. «Il vero nemico della specie umana è chi cerca di plasmare lo spirito dell’uomo all’interno di uno stampo, impedendogli di spiegare le ali e volare» scrive Abraham Flexner nel suo già citato saggio, ieri il pericolo di questa omologazione negativa era rappresentato dalle dittature militari e totalitarie, oggi, ahinoi, dalle più sofisticate dittature economico-finanziarie.

“Piacenza: tre ritratti per l’adolescente Alessandro Farnese, raffigurato da adulto nel monumento del Mochi”, approfondimento di Carmelo Sciascia

In tutti i libri di storia e di storia dell’arte troviamo un bel ritratto di papa Paolo III opera di Tiziano Vecellio.  È stato proprio Paolo III ad accarezzare l’idea di un ducato per i propri eredi. Progetto che si realizzerà con il figlio Pier Luigi, primo Duca di Piacenza-Parma. Tiziano dipingerà anche un austero ritratto al primo Duca (attualmente al Museo di Capodimonte), come dipingerà per i Farnese un bellissimo ritratto a Ranuccio, il Cardinale, in costume di Cavaliere di Malta. Ma come tutti sappiamo il condottiero che comunque darà maggior lustro ai Farnese sarà il nipote di Pier Luigi, Alessandro, figlio di Ottavio e di Margherita d’Austria, figlia dell’imperatore Carlo V. Come il Bernini a Roma, il Mochi a Piacenza, proprio grazie al monumento equestre di Alessandro (un altro inconsapevole merito del Farnese), posto nella Piazza dei Cavalli, affermava il trionfo del nuovo gusto barocco nella scultura.Alessandro Farnese-4

.  Alla Galleria Nazionale di Parma troviamo due ritratti di Alessandro Farnese. Uno è di Anthonis Mor, proveniente dalla collezione Farnese: – “Sappiamo per certo che questo ritratto venne eseguito a Bruxelles nel 1557, dove il dodicenne Alessandro si trovava con la madre Margherita, che era stata nominata dal fratellastro Filippo II governatrice della turbolenta provincia delle Fiandre. Il giovane principe era presto destinato a raggiungere Madrid, come sorta di pegno della fedeltà di Ottavio Farnese alla causa della monarchia asburgica, e dove sarebbe stato educato secondo i rigidi canoni dell’etichetta spagnola, distinguendosi ben presto per la notevole attitudine all’arte militare. La duchessa si rivolse per il dipinto al più quotato ritrattista della corte di Bruxelles, Anthonis Mor (conosciuto nella forma italianizzata di Antonio Moro), protetto dal potente e raffinato cardinal Antoine Perrenot de Granvelle”. Si trova nella stessa Galleria, un altro quadro: stesso personaggio, raffigurato anziché in abito da gentiluomo di corte, con una splendida e lucente corazza. Quest’opera è attribuita ad Alonso Sanchez Coello, pittore della corte di Spagna, succeduto al Mor, di cui era allievo, quando questi lasciò la Spagna nel 1561. Indubbiamente Coello è stato un buon ritrattista e notevole è l’influsso del suo maestro, quel Mor, pittore di corte, che ha influenzato anche un altro artista allora presente in corte, la pittrice Sofonisba dama di compagnia della regina. Sofonisba, anche se nata a Cremona, discende dalla nobile famiglia piacentina degli Anguissola, ebbe una vita ricca come artista e travagliata sentimentalmente. Da Cremona alla Corte di Madrid, dalla Spagna alla Sicilia dove, nella chiesa di San Giorgio dei Genovesi in Palermo, è stata seppellita.

 Siamo quindi in presenza di tre ritratti dello stesso personaggio, il giovane Alessandro Farnese. Ritratti eseguiti in anni ravvicinati: il primo dovrebbe essere stato eseguito a Bruxelles nel 1557 dal Mor, il secondo in Spagna alla corte di Filippo II dal Coello nel 1559, il terzo anch’esso a Madrid, probabilmente nel 1560, dall’Anguissola. L’attribuzione del primo quadro a Mor sembra certa, documentata da un pagamento del tesoriere di Alessandro nel 19 novembre1557. L’attribuzione del secondo desta dei dubbi, prima attribuito al Mor, poi al Coello. Un terzo ritratto ad Alessandro Farnese è sicuramente della Sofonisba Anguissola e si trova adesso a Dublino, nella National Gallery of Ireland. Sta di fatto che nella corte di Filippo II negli stessi anni si trovarono tre pittori ed un giovane principe, Alessandro Farnese, nipote dell’imperatore, futuro Duca di Parma e Piacenza.

Sofonisba Anguissola

Alessandro era nato nel 1545, quindi nel 1557 avrebbe avuto solo 12 anni, nel ’59 appena 14 e nel ’60 15 anni. I tre pittori Mor, Coello e Sofonisba, si sono trovati contemporaneamente a corte i tre anni che vanno dal 1559 al 1561. L’età di Alessandro in quegli anni è compresa dai 14 ai 16 anni. Se si guardano attentamente i volti dei tre ritratti credo sia difficile potere con certezza stabilirne l’età, il volto è lo stesso, quello di un adolescente: lo sguardo fiero, i lineamenti gentili, elegante e sicuro il portamento, sia quando pone la mano sull’elsa di una spada come nei primi due quadri sia quando infila semplicemente un guanto come nel terzo. Questo terzo ritratto, quello dove Alessandro s’infila il guanto, della Sofonisba ce lo ritroviamo, come copia, nel Palazzo Farnese di Caprarola, in un affresco di Taddeo Zuccari. Di Coello non esiste una biografia e tanti quadri gli sono stati ora attribuiti, ora negati, perché quindi uno dei due che sono nella Galleria a Parma, tra l’altro acquistato a Piacenza nel 1898, non attribuirlo anch’esso alla Sofonisba? Non c’è solo il fattore cronologico e storico a supporto di tale tesi, ma anche una valutazione estetica e coloristica. Sofonisba è stata “… per bellezza e per le straordinarie doti di natura posta fra le donne illustri del mondo, e così insigne nel ritrarre le umane immagini, che nessuno della sua età poté esserle pari…” (dalla lapide posta nella chiesa di San Giorgio dei Genovesi in Palermo). Gli interrogativi che continuamente si pongono nel campo dell’arte possono essere paragonati a quelli storici, mutevoli e diversi: il revisionismo storico come il testacoda delle valutazioni e delle attribuzioni artistiche. Per Sofonisba, come per Pier Luigi Farnese?

Paolo III nomina Pier Luigi Farnese duca di Parma e Piacenza, olio su tela di Spolverini Pier Ilario

 

“Scuola, di riforma in riforma un mucchio di rovine. Smantellate regole e contenuti, l’autorità e i valori più strettamente culturali”,riflessione di Carmelo Sciascia (2)

Parte seconda: sull’uso pedagogico del metodo maieutico

Il problema è che vi sono ancora dei pedagogisti che continuano a proporre una “scuola maieutica” dove si impari dai compagni non dagli insegnanti, si impari con le domande non con lo studio, si impari solo nei laboratori non dalle spiegazioni che si potrebbero dare con le lezioni, si impari senza sottolineare e fare capire gli errori ma valutando solo i progressi, si impari sbagliando nelle applicazioni pratiche senza una buona premessa teorica, punto di partenza per qualsiasi conoscenza (soprattutto in campo scientifico), si impari lasciando gli alunni liberi ad esprimere il loro protagonismo e l’insegnate in disparte a “predisporre”: Permissivismo allo stato puro! Si impari divertendosi: si dimentica completamente che l’apprendimento e quindi lo studio è anche sacrificio, solitudine, fatica. (Lo diceva perfino Giorgio Amendola nel famigerato 1968!).

“maièutica s. f. ([dal gr. μαιευτική (τέχνη), propr. «(arte) ostetrica», «ostetricia», der. di μαῖα«mamma, levatrice»]. – Termine con cui viene generalm. designato il metodo dialogico tipico di Socrate, il quale, secondo Platone (dialogo Teeteto), si sarebbe comportato come una levatrice, aiutando gli altri a «partorire» la verità: tale metodo consisteva nell’esercizio del dialogo, ossia in domande e risposte tali da spingere l’interlocutore a ricercare dentro di sé la verità, determinandola in maniera il più possibile autonoma.”  (Enciclopedia Treccani)

A proposito di Socrate cui si fa riferimento per il metodo maieutico, di cui si è riportata per una maggiore comprensione la definizione della Traccani, alcune considerazioni sono d’obbligo. Perché a questo punto è chiaro che il problema non è solo pedagogico ma diventa filosofico, se è vero che il metodo con cui si vuole risolvere qualsiasi problema di apprendimento scolastico ha forti connotati che riguardano il pensiero filosofico tout court.

Socrate storiograficamente costituisce “un caso” perché è ad un tempo esistito e non è esistito. Al di là del dato storico sulla sua esistenza, sarebbe meglio dire che vi sono diversi Socrate, visto che non abbiamo nessuna fonte diretta (non ha lasciato nessuno scritto), il suo pensiero dobbiamo ricavarlo mediato da altri pensatori, a lui contemporanei o postumi. Quindi avremo diversi Socrate a seconda delle fonti cui si fa, di volta in volta, riferimento (Aristofane, Platone, Senofonte, Aristotele). A ciò si deve aggiungere il fatto che ogni periodo storico ha dato una sua versione del pensiero socratico. L’interpretazione medioevale vede Socrate (attraverso Platone) come colui che ha preparato la venuta di Cristo, essendo stato un martire per scelta, per coerenza con le sue concezioni, quindi per fede. Socrate in questa ottica risulta essere una specie di profeta ed il principio socratico di “so di non sapere” diventa conseguenzialmente una ricerca della Verità, quindi la ricerca della verità assoluta, in ultima analisi la ricerca di Dio.

Così ogni periodo ha conosciuto un Socrate diverso ed Il metodo socratico è stato di volta in volta considerato un metodo valido sia dai pensatori liberi illuministi come dai mistici imbevuti di fede religiosa.  Già tutto questo dovrebbe fare venire qualche dubbio sulla vera essenza del metodo maieutico e quantomeno destare qualche dubbio sulla sua esatta interpretazione. Sicuramente è difficile attribuire un significato univoco al metodo maieutico in generale, a maggior ragione qualche dubbio in più dovrebbe suscitare la sua pretesa scientifica come metodologia pedagogica. Volgiamo lo sguardo a cosa hanno sostenuto alcuni filosofi, sicuramente non minori nel panorama della storia della filosofia, nei riguardi di Socrate. Per Soren Kierkegaard ad esempio, Socrate è l’affermazione della soggettività, la negazione della ragione perché il suo metodo maieutico sta alla base della sua ironia e la sua è fuor di dubbio una ironia distruttrice, una ironia che tende a scardinare qualsiasi verità. Il non sapere di Socrate per il filosofo danese è lo scacco della ragione e come tale conduce alla fede ed alla irrazionalità.

Non credo, così come proposto da Kierkegaard, sia il metodo socratico un buon metodo da adottare nel campo dell’istruzione, dove necessitano certezze e valori, non un’ironia costante che smantella (mette in dubbio) la funzione della stessa ragione. Un altro grande filosofo, che rimane ancora uno dei più attuali del nostro novecento, Friedrich Nietzsche va ancora oltre, condanna Socrate perché lo considera come colui che ponendo fine alla tragedia greca, ha posto fine alla civiltà dionisiaca.  E, se consideriamo che il comportamento tragico per l’uomo è l’unico atteggiamento di fronte alla vita, ci si rende conto di quale grave colpa si sia macchiato il Filosofo greco, negando la vera essenza della vita stessa. Ho riportato due giudizi sul pensiero socratico, di pensatori diversissimi tra loro, uno del religioso Kierkegaard, padre nobile dell’esistenzialismo contemporaneo, l’altro opposto del nichilista Nietzsche, l’anticristo.  Ma forse ci si vuole riferire, parlando di maieutica, al giudizio di Labriola che vede in Socrate un educatore della coscienza morale? Così come E. Boutroux che attribuisce a Socrate il merito di avere posto le fondamenta di una scienza morale? Ma se così fosse, si badi bene che sempre e solo nel campo della morale restiamo, lungi dall’essere considerato quindi il suo metodo, un metodo pedagogico, ma un metodo esclusivamente etico. Socrate in fin dei conti può essere considerato più che un individuo, un simbolo, una concezione dialettica derivata dalle opere dei sofisti, lungi dall’avere strutturato una metodologia scientifica valida in campo pedagogico.  Infatti: Il ragionamento maieutico aveva come logica conclusione un’aporia. L’aporia è quando nella soluzione di un dato problema si presentano due conclusioni incompatibili tra loro anche se logiche. È evidente come l’aporia socratica può rientrare nella cosiddetta “dimostrazione per assurdo” della scuola eleatica.  Ma anche Gorgia argomenta secondo lo stile degli Eleati, vogliamo allora usare un metodo pedagogico, come universale ed infallibile, un metodo usato già dai così tanto bistrattati Sofisti?

 

“Scuola, di riforma in riforma da istituzione che trasmetteva sapere a un mucchio di rovine”, riflessione di Carmelo Sciascia

Parte prima: Alcune considerazioni sulle Riforme della scuola e sull’uso pedagogico del metodo maieutico

Vi sono delle letture che non si sa, né perché né per come, si propongono in uno stesso momento. Succede allora che, leggendo contemporaneamente o in breve successione dei libri, si mettono in relazione dei concetti che altrimenti resterebbero isolati e sterili. Mi ha colpito particolarmente leggendo i Dialoghi di Confucio, una affermazione che è il titolo dato alla raccolta stessa “Io non credo tramando”. Sì, perché Confucio non si riteneva un inventore del sapere, uno che creava dal nulla la conoscenza bensì un divulgatore, cioè un uomo che aveva ordinato tutto ciò che la antica saggezza popolare aveva accumulato nel corso dei secoli.

Per dirla in parole semplici il Pensatore cinese si considerava una semplice cinghia di trasmissione, si era dato il ruolo di trasmettere una Tradizione. Lo stesso concetto viene attribuito da Paola Mastrocola al ruolo dell’insegnante. Si definisce come Tradizione (trans+ dare) Il complesso delle memorie, notizie e testimonianze trasmesse da una generazione all’altra. La cultura è un patrimonio che deve essere trasmesso, è costituita da conoscenze che devono essere date da chi le possiede a che ne prenderà il testimone, dagli insegnanti agli allievi che saranno i futuri cittadini. Ma questo ruolo, cioè quello del docente, è stato stravolto, sistematicamente. Non dal Sessantotto, come si dice con consapevole malizia, che fu per inciso un momento liberatorio in tutti campi e specialmente nella scuola. I giovani sessantottini si mossero per cambiare una scuola che era autoritaria, nozionistica ed elitaria. (Lo spiegò bene un prete di montagna con la sua “Lettera ad una professoressa” dei ragazzi di Barbiana).  

Vi furono, inutile negarlo, degli errori eclatanti (il sei politico, gli esami di gruppo), ma permise comunque quel movimento l’accesso a tanti giovani dei ceti bassi a facoltà prima precluse, grazie all’istituzione di un pre-salario e di una legislazione conseguenziale che in qualche modo garantiva il diritto allo studio. I guai veri della scuola italiana iniziano nel 1994, con il Ministro D’Onofrio del primo governo Berlusconi: con un decreto si aboliscono gli esami di riparazione. Dopodiché è un susseguirsi e rincorrersi incessante di provvedimenti legislativi con finalità devastanti. Si prosegue infatti con Berlinguer: l’Autonomia scolastica nel 1997, il Dirigente Scolastico, la Sperimentazione, i Progetti, il POF e via via si prosegue ancora a tutt’oggi, basti citare la “Buona Scuola” di renziana memoria.  Le Riforme sono state scritte spesso più che dai Ministri dell’Istruzione dai vari Ministri dell’Economia e delle Finanze. Seppure le Riforme talvolta siano state scritte dai Ministri preposti, qualsiasi fosse il loro colore politico, non si sono mai contraddette, tant’è che nel tempo abbiamo potuto appurare, ahinoi, che le finalità nel tempo coincidevano. Tacito ebbe a scrivere nel De Agricola: “Hanno fatto un deserto e lo hanno chiamato pace”, noi possiamo affermare di avere di Riforma in Riforma, dal 1994 ad oggi, trasformato la scuola, da una Istituzione dove si trasmetteva sapere, in un mucchio di rovine: hanno desertificato la Scuola!

Abbiamo reso la scuola permissiva, facile, aperta a qualsiasi contributo venisse dal sociale, dall’attualità, dal territorio… “Abbiamo smantellato le regole e i contenuti, l’autorità e i valori più strettamente culturali”. 

Se dovessi riassumere le rovine (perché di rovine si tratta) della scuola oggi, condividendo l’opinione di Paola Mastrocola, ne illustrerei due: il permissivismo che ha prodotto l’ineducazione scolastica (nessun insegnante è più in grado di tenere sotto controllo la disciplina di una classe) e la riduzione dei contenuti che ha prodotto l’ignoranza. 

La società liquida così come teorizzata da Bauman ha generato studenti liquidi. Cioè studenti con conoscenze tecniche (lingue e informatica), flessibilità e massima disponibilità a ricoprire i più svariati ruoli produttivi. Lo studente deve quindi essere sempre in movimento, dinamico, vivace. Lo studio richiede invece lo stare fermi, riflettere molto tempo sullo stesso argomento, ci costringe a pensare, riempire le mente di pensieri anziché vivere spensierati, senza pensieri, superficialmente.

Ulisse, ci dice la scrittrice Mastocola, è un personaggio che vive la sua vita, tra viaggi, amori, avventure. Il problema vero in tutta la storia di Odisseo, è costituito dagli abitanti di Itaca (di cui non si parla mai) loro sono rimasti soli, senza un capo ed alla mercé dei Proci. Gli abitanti di Itaca sono i nostri studenti, ingannati riforma dopo riforma, costretti a rimanere ignoranti, da una scuola che vuole essere divertente, flessibile, innovativa, moderna, permissiva, computerizzata. 

Segue…

“Sulla scia d’altre opere d’arte anche il dipinto del Castello Farnesiano ha lasciato Piacenza”, intervento di Carmelo Sciascia

Ci sono state, ci sono e ci saranno sempre delle opere pittoriche che faranno discutere, non tanto per il loro indiscusso e indiscutibile valore estetico ma perché elemento costitutivo, materia prima cui fare scaturire altre opere. Opere diverse, che nulla avranno a che fare con l’arte, saranno storie d’altro genere, appunto. Quadri che costituiranno il canovaccio per altre vicende, storie poco chiare che si tingeranno di giallo. E come tanti libri gialli tratteranno, a volte, anche veri e propri eventi criminali.

 A Piacenza, in epoca a noi lontana, abbiamo avuto il caso della Madonna Sistina del Raffaello, quadro famoso la cui scomparsa non ha generato nessuna storia particolare, ma soltanto una storia dolorosa avendo privato, Piacenza e l’Italia, di uno dei quadri più famosi di tutta la storia dell’arte. Nessun “giallo” tutto trasparente essendo stato, il quadro, semplicemente e legalmente venduto ad un certo Principe, Augusto di Sassonia, nel 1754.  Il quadro da Dresda trasferito a Mosca nel 1945, vi ritornò comunque dieci anni dopo.  Tutto sommato una storia semplice.

Madonna Sistina, opera di Raffello Sanzio

Rimanendo a Piacenza, dobbiamo dire che una storia più complicata l’ha avuta e l’ha ancora il quadro di Klimt, Ritratto di signora. Scomparso dalla Galleria Ricci Oddi nel febbraio del 1997, se ne son perse le tracce. Di tanto in tanto, una nuova pista, lo fa assurgere agli onori della cronaca cittadina (e nazionale) per farlo ritornare, svanite le tracce, qualche giorno dopo, nell’oblio. Ma ancora prima del furto aveva avuto un momento di gloria, quando una studentessa, Claudia Maga, aveva scoperto che il quadro ne celava un altro: un ripensamento dell’Autore che aveva ritoccato un precedente Ritratto realizzato nel 1910, dato per disperso. 

Ritratto di signora, olio su tela di Gustav Klimt

Come la vicenda della Madonna Sistina del Raffaello ci sembra lineare essendosi trattato di una vendita, di cui per altro se ne conosce la collocazione, così la scomparsa del Ritratto di signora di Klimt ci sembra altrettanto lineare: si tratta di un furto di cui, viceversa, non se ne conosce la destinazione. Comunque si giri e si rigiri la frittata, Piacenza ha continuato e continua a perdere pezzi importanti della sua “storia”.

Natività del Caravaggio

Anche il furto della Natività di Caravaggio avvenuto a Palermo il 18 ottobre del 1969 nell’oratorio di San Lorenzo, che diverrà in seguito l’oratorio più famoso di Sicilia, può ritenersi una storia lineare trattandosi di un furto? Come Fëdor Michajlovič Dostoevskij aveva richiamato in alcune sue opere la Madonna Sistina del Raffaello, così Leonardo Sciascia aveva preso ispirazione del furto della Natività del Caravaggio per scrivere “Una storia semplice”.

Con la solo differenza che quest’ultima storia, semplice non lo era affatto!  Diversamente non sarebbe potuto essere visto che la storia tratta di mafia, di droga, di furti di opere d’arte, di poliziotti conniventi e di uno Stato incapace. Tant’è che il regista Salvo Andò, prendendo lo spunto dal furto del quadro del Caravaggio, ci presenta, al cinema in questi giorni, una vicenda che è talmente complicata da non sapere come titolarla, per cui conseguentemente ed in modo del tutto appropriato: “Una storia senza nome”.

Del quadro rubato a Palermo si è detto di tutto e di più. Rubato dalla mafia come merce di scambio nella trattativa Stato-Mafia, secondo Brusca il furto è stato realizzato su commissione dai Corleonesi (Riina). Per altri era stato tenuto dal boss Gaetano Badalamenti, per Spatuzza il quadro venne abbandonato in una stalla dove in seguito venne mangiato dai maiali. Per il giornalista inglese Peter Watson il quadro sarebbe dovuto essere comprato da un mercante la sera del 23 novembre 1980, ma a causa del terremoto l’affare andò a monte.  Il film riprende tutte queste ipotesi e ne aggiunge altre, tanto da realizzare una spy story, dove personaggi reali ed immaginari convivono ed intrecciano legami, si scambiano ruoli. I personaggi ed i loro ruoli potrebbero sembrare un escamotage cinematografica per rendere interessante tutta la storia, peccato, malgrado noi, che di pura fantasia non c’è nulla (o molto poco) perché la realtà spesso la supera, nelle vicende criminali, come negli intrecci politici. 

Torniamo, da dove eravamo partiti, a Piacenza. Anche qui facciamo nuovamente riferimento ad un quadro. Un quadro che non è stato rubato, ma è come lo fosse stato. Nel senso che di proprietà di un istituto bancario cittadino che è stato assorbito da un’altra Banca con sede a Parma ne ha seguito le sorti. La Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza, già denominata Cariparma, dal 2016 diviene Credit Agricole Cariparma S.p.A. Ed è allora che nei locali della sede legale dell’Istituto di credito, gli stessi dal 1860, trova posto il quadro di Bernardino Massari: “La guarnigione austriaca abbandona il castello di Piacenza nel 1848”.

Bernardino Massari, scultore in Piacenza (1827-1913)

Bernardino Massari è stato un pittore dell’ottocento, nato a Piacenza nel 1827, dove muore nel 1913 all’età di 86 anni. Viene ricordato oggi, più che per i suoi meriti artistici, per avere dato lezioni di disegno a Stefano Bruzzi e perché un quadro del Bruzzi “Il passo difficile”, oggi alla Galleria Ricci Oddi, era appartenuto allo stesso Bernardino Massari.

Quello che a noi interessa è comunque il quadro del Massari che oggi si trova a Parma, mentre dovrebbe trovarsi a Piacenza, la città dove è stato eseguito e dove era destinato a rimanere. Il soggetto principale del quadro rappresenta, come ci suggerisce il titolo stesso, il Castello di Piacenza, quel Castello Farnese che è riemerso dopo secoli di oblio solo negli anni ’80. Nel 1848 gli austriaci lasciano Piacenza ed abbandonano il Castello, in seguito alle vittorie dell’esercito sardo-piemontese, proprio quel castello che era stato fatto costruire da Pier Luigi Farnese nel 1547. Sul Maniero dei Farnese, in questi ultimi anni, numerosi sono stati gli interventi del giornalista Renato Passerini che seguendo tutti gli eventi che hanno riguardato la storia piacentina ha testimoniato, con numerosi articoli, l’interesse crescente verso il Castello, ponendo insistentemente all’attenzione dell’opinione pubblica il problema del recupero di strutture architettoniche (in primis il Castello e la tagliata) rilevanti della nostra storia locale. Ed è quel quadro, una testimonianza storica importante, non tanto per la storia risorgimentale, quanto per la presenza e la raffigurazione proprio del Castello. Semplice logica deduzione vorrebbe che questo piccolo tassello di testimonianza storica sul Castello Farnesiano possa ritrovare a Piacenza la sua giusta e definitiva collocazione. 

Anche la storia del quadro di Bernardino Massari “La guarnigione austriaca abbandona il castello di Piacenza nel 1848” è quindi una storia semplice, come semplici sono tutte le storie che nel corso degli anni si sono complicate!

“Nelle terre del Castello di Luzzano la Malvasia di Candia coltivata da Leonardo”, un articolo di Carmelo Sciascia

L’articolo pubblicato è presente anche in IlPiacenza: clicca qui per collegarti anche per ammirare il servizio fotografico di Giorgio Picchioni

Il toponimo Piacenza equivale a “Terra che Piace, per la fertilità delle sue terre e per la vicinanza con il Po”. Così per i Romani. Per i Romani che nel 218 a.c. la fondarono. Innumerevoli le testimonianze rinvenute, alcune visibili, altre ricoperte. Caratteristica della città è stata sempre quella di nascondersi (come l’aver dato nell’869 sepoltura nella chiesa di sant’Antonino, al re ed imperatore Lotario II) o di nasconderla (come per i resti del teatro romano, ricoperti da un nuovo edificio, costruito a dispetto della vicinanza dallo stesso Palazzo Farnese). Ma capita anche casualmente di imbattersi in testimonianze storiche – scoperte stavolta anziché ricoperte – anche nei luoghi più remoti della Provincia. Così è stato quando, guidati dalla proprietaria del Castello di Luzzano, signora Giovannella Fugazza, ci si è trovati, nelle cantine dove erano stati depositati ed ordinati, circondati da innumerevoli resti di manufatti in terracotta di epoca romana, che nella zona erano stati rinvenuti.  A testimonianza che già una preesistente villa, collegata alla via Emilia da una strada di cui se ne è rinvenuto il tracciato, il Fundus Lucianus, si occupava nella zona di attività agricole e di viti. Non è casuale il fatto che già Giulio Cesare, dopo avere soggiornato per un breve periodo nel piacentino ed avere sposato una ragazza del luogo, Calpurnia, tornato a Roma si riforniva del vino dei colli piacentini. Se Piacenza è per tradizione e vocazione terra di confine, nella fattispecie il Castello di Luzzano ne è la naturale rappresentazione simbolica. Infatti il Castello sorge su un crinale collinare: nel lato occidentale l’armonia delle vigne dell’Oltrepò Pavese, sull’altra parte, ad Est, l’incanto dei Colli Piacentini.

Che sia terra di confine lo testimonia anche, in prossimità del Castello, la presenza di una Dogana, un edificio che si presenta oggi, per scelta della Proprietà, dipinto in azzurro Saint Laurant ed in giallo solare.  La dogana, che in origine non aveva i ricercati colori odierni, era stata costruita dai Savoia quando ricevettero, in cambio di alcuni favori, dall’Austria di Maria Teresa, l’Oltrepò Pavese, nel 1747. Il passaggio di Luzzano dall’imperatrice Maria Teresa ai Savoia non fu ben visto dagli abitanti del luogo che in questo anticiparono i sentimenti di antipatia che si manifesteranno da parte di popolazioni di altre regioni della Penisola dopo l’Unità.

Ma la storia, che come dice Montale, si muove a caso: “La storia non si fa strada, si ostina, /detesta il poco a poco, non procede /né recede, si sposta di binario /e la sua direzione /non è nell’orario.” Sì la storia, a Luzzano ci ha rimesso lo zampino, anche in questi giorni. Anche se non era previsto, se non era nell’orario. Infatti non era nell’orario della storia che Luzzano avesse un altro incontro storico, quello con Leonardo Da Vinci!

Ma forse a ben vedere le premesse c’erano tutte. Andiamo con ordine. Nel 1495, Leonardo Da Vinci riceve l’incarico da Ludovico Maria Sforza detto il Moro di affrescare il refettorio del convento della chiesa di Santa Maria delle Grazie di Milano, scelta come mausoleo per la propria famiglia. Tre anni dopo il Duca concede al Pittore una vigna di 16 pertiche. In quella zona viene costruito, per volontà del Duca, un quartiere residenziale. Di tutte le costruzioni rimane in piedi solo la Casa degli Atellani. Questa famiglia era anche proprietaria del Castello di Luzzano. In questo modo, la vigna di Leonardo si lega alla casa degli Atellani e tramite la Famiglia degli Atellani, al Castello di Luzzano. Ma non basta! Un altro nome famoso lega le due località: l’architetto Piero Portaluppi.

Portaluppi ha lasciato il segno a Milano dal 1925 al 1940, basta ricordare l’Arengario ed il restauro di Santa Maria delle Grazie, proprio la chiesa del Cenacolo di Leonardo. A Piacenza ha lasciato un bell’esempio di architettura razionalista realizzando la Centrale termoelettrica “Emilia” – Società Generale Elettrica Adamello.

Piero Portaluppi, da proprietario restaura la casa degli Atellani negli anni ’40, negli stessi anni riceve l’incarico dalla famiglia Fugazza di restaurare il Castello di Luzzano che trasforma nella residenza moderna che ancora oggi possiamo ammirare.

Malvasia bianca di Candia

Siamo giunti alla quadratura del cerchio: dalla vigna di Leonardo, alla casa degli Antelami, dal Castello di Luzzano alla famiglia Fugazza, all’architetto Portaluppi. Questa la storia. Ma la cronaca è ancora più interessante. Nel 2015, a Milano c’è l’Expo. Per volontà degli attuali proprietari della casa Antelami e della Fondazione Portaluppi si promuovono, con il contributo dell’Università degli Studi di Milano le ricerche sul DNA della vigna di Leonardo, il responso: Malvasia di Candia. Fu così che il vitigno Malvasia di Candia coltivato nei Colli Piacentini è stato identificato come la vite del Pittore. Lo stesso vitigno messo a dimora nell’orto di via Magenta al civico 65, diventa la vigna di Leonardo!

Siamo in una calda giornata settembrina di questo 2018, nella corte del maniero di Luzzano, è arrivata da via Magenta in Milano, dove è stata vendemmiata, l’uva dell’orto di Leonardo. Mani esperte, diraspano l’uva a mano, un’antica tinozza in legno ne accoglie gli acini, mentre ragazzi sorridenti (ma titubanti) tolti i sandali, sono lesti ad immergere i piedi nel contenitore e pigiare. Da parte un grosso orcio toscano in terracotta aspettava d’essere riempito di mosto. Similmente avrebbe fatto (faceva) il toscano Leonardo. C’è solo da aspettare l’autunno, per potere brindare, con il suo stesso vino all’imperitura gloria del nostro Genio Leonardo: Prosit!

Cosa aggiungere, la realtà si trasfigura in poesia, la cronaca nel momento in cui si svolge richiama ed incarna la storia e la storia passata si ripresenta, si attualizza. Forse potrebbe aiutarci, in questo momento, in questo luogo, Benedetto Croce quando sostiene che ogni storia è storia contemporanea, perché pur remoti, gli avvenimenti possono essere considerati sempre attuali, la storia è sempre in rapporto alla situazione presente “nella quale quei fatti propagano le loro vibrazioni”, e di vibrazioni, questi fatti, questi luoghi, questi riferimenti storici che si sono sviluppati nell’arco di mezzo millennio ne propagano a iosa.

P.S. Grazie alla gentile ospitalità della signora Giovannella Fugazza ed alla sua instancabile opera di ricerca storica e valorizzazione dei vini di Luzzano ed in particolare della Malvasia di Candia Aromatica. Grazie agli attuali proprietari di Casa Atellani e dell’annessa vigna di Leonardo per la possibilità di rendere fruibile un bene di rilevanza storica. Grazie a Giorgio Picchioni per il contributo organizzativo all’evento ed il servizio fotografico.

 

“Considerazioni sulla poesia di Calogero Restivo”, intervento di Carmelo Sciascia

Si è concluso a Racalmuto l’appuntamento con “Estate Cultura 2018”, evento letterario promosso dall’Associazione Culturale “Humus”, che ha visto due autori originari del paese, Carmelo Sciascia e Calogero Restivo presentare i loro ultimi lavori. In questo caso Carmelo commenta il libro di Calogero.

La prima poesia del volume “Distratto da rondini in volo” di Calogero Restivo si intitola “Scorre il fiume”.
La prima strofa così recita: “Seduto sulla sponda/ umida di rugiada/ e fredda di notte non vinta/ vedo la corrente passare” e l’ultima:”Mi illudo di poterlo fermare/ ma sento o credo di sentire/ pur nell’assenza di voci/ che ride delle mie ansie e paure”.

Mi sono allora ricordato che leggendo un libro di Carofiglio, mi ero imbattuto in un titolo “Perché la vita accelera con l’età” di uno scrittore, di cui, Carofiglio stesso non ricordava il nome. Breve ricerca ed ecco individuato l’autore: un certo Douwe Draaisma. Cosa ci dice questo autore con questo libro?
Più andiamo avanti con l’età e più breve ci sembra il trascorrere del tempo, mentre nel ricordo, lunghissime erano le giornate della giovinezza! La risposta a questa osservazione la troviamo chiara e semplice nel libro, con una spiegazione riportata dall’autore del libro ma, che dell’autore non è, ma di un certo Carrel, biologo.


Alexis Carrel fu premio Nobel nel 1912 per la medicina. Molto ci sarebbe da discutere per le sue idee antidemocratiche e per il metodo “scientifico” usato per le sue ricerche: “poca osservazione e molto ragionamento portano all’errore, molta osservazione e poco ragionamento portano alla verità”, questa sua massima empirica, contraddice qualsiasi metodo scientifico in senso moderno, cioè da Galilei in poi. Tornando a noi ed a quello che qui più ci interessa e cioè alla domanda sul perché la vita accelera con l’età, la spiegazione sembra essere semplice: la nostra memoria è soggetta a un’illusione ottica, continuiamo cioè a misurare eventi con una unità di misura mutevole, quella degli orologi fisiologici, che essendo appunto mutevoli, misura non sono. Perché, se ci basassimo sulla percezione di detta memoria, dovremmo dire che abbiamo una lunga giovinezza ed una breve vecchiaia.
E viene riportato un esempio che tutto chiarisce: “Il tempo oggettivo, spiegò Carrel, quello dell’orologio, procede con un ritmo regolare, come un fiume attraverso la pianura. All’inizio della sua vita un essere umano corre ancora vispo lungo la sponda, più rapido della corrente. Intorno a mezzogiorno il suo ritmo è calato e coincide con la velocità del fiume. Verso sera, quando si è stancato, la corrente accelera e lui rimane attardato.
Alla fine si ferma e si stende, accanto a un fiume che prosegue imperturbabile il proprio corso con lo stesso ritmo con cui scorre dall’inizio della giornata”.
Mi sono ricordato di una frase di Leonardo da Vinci, che, già qualche secolo addietro al tempo ed all’acqua faceva riferimento: “L’acqua che tocchi dè fiumi è l’ultima di quella che andò, e la prima di quella che viene; così è il tempo presente”. Il tempo presente che potrebbe intendersi anche come memoria del tempo passato. Ed a me che accanto ad un fiume abito, un fiume divinizzato come Eridano (il nostro Po), tutto questo riferimento piace.

 “Alla marina” pag.24 prima quartina:
 “ Ora che la vecchiaia/ mi cammina appresso/ come cane che ha fiutato l’osso/ faccio pace col mare”.

“Fiumi di parole” pag. 21 terza strofa:
 “Ora che sono lenti i passi condotti nella sera/ e i domani si contano sulle dita della mano/ anneghiamo in un mare di silenzio”.

 Il personaggio di un racconto di Borges. Un ragazzo Funes, che in seguito a caduta, diventa handicappato, ma il suo handicap, non è solo fisico ma anche mentale. La sua memoria è assoluta. La sua memoria era perfetta, ed una memoria perfetta è un handicap. È come restare sempre insonne, l’insonne vive il senso della memoria assoluta. E la memoria assoluta rende invalido chi la possiede: è la patologia della perfezione! Ed allora tutti noi, gente comune, che con gli anni vorremmo avere il tempo dilatato ed una buona memoria, abbiamo visto che nessuna delle due condizioni ci è data. Tutte le facoltà fisiche diminuendo ci costringono a “star seduti”, mentre il fiume della vita scorre. Avere una memoria assoluta, ci renderebbe invalidi, come affetti da una grave patologia, ed allora, logica conclusione è l’accettazione dell’invecchiamento, nel migliore dei modi possibile, stando “un po’ seduti”, a ricordare quel “poco” che ci è dato ricordare!

Ed adesso che in pensione si andrà sempre più tardi e si avrà meno tempo ed opportunità di riposare, ci resterà sempre meno tempo da dedicare anche ai ricordi (e meno male), pensate: sarebbe mostruoso poter ricordare infatti il diritto che si aveva di andare in pensione con 40 anni di lavoro, già adesso che questo diritto, come gran parte di altri diritti non ci sono più!

Torniamo a noi, al nostro libro. Leggiamo la seconda parte della poesia Che importa: “Il tempo cancella ad uno ad uno/ come spugna la scritta sulla lavagna/ i giorni e le stagioni/ ma non i sogni e i ricordi/ che la memoria conserva/ come cassapanca in soffitta/ le inutili piccole cose/ diario del tempo passato”. Se questa estate, pag. 97, ultimi versi: “ Se l’estate durasse solo attimi/ ci sarebbe solo il tempo/ di vederli nascere gli amori/ e non finire”.

La nostalgia può scardinare la routine, dice Marc Augè, un altro autore (quello dei non luoghi)che mi è venuto in mente leggendo i versi appena citati, e l’amore può rientrare in questo giuoco, può essere lo stimolo per uscire dalla propria solitudine. I ricordi sentimentali e gli amori, rimbalzano, ritornano sempre, sono il segno del tempo che non scompare e non vuole morire. L’amicizia, l’amore, il dolore, sono tutti segni che ci accompagnano per la vita e sono dovuti alla presenza degli altri, la presenza degli altri è una costante della nostra vita. E della poesia. Anche e soprattutto nella vecchiaia. Dove meglio si indaga sugli incontri. Con più consapevolezza. Ogni incontro non avviene come da copione, la scrittura dei nuovi incontri, quelli della maturità è un nuovo palinsesto, non il copione del dejà vù. Questo perché il tempo in cui si è immersi nell’età avanzata non è la semplice somma degli avvenimenti passati, ma anche l’esperienza nel momento presente nel suo divenire. Anche per questo la vecchiaia non esiste e “bisogna pure ammetterlo: tutti muoiono giovani”. “In qualche modo è ciò che sintetizza lo stesso citato aforisma lapalissiano : – Cinque minuti prima di morire, Monsieur de La Palisse era ancora in vita –“. E ciò che si dice sempre quando qualcuno ci lascia per sempre: cinque minuti prima che morisse era in vita. E questo mi fa venire in mente una poesia di Ignazio Buttitta che parlando dell’amore e dei vecchi, dice : “ L’amore è sempre giovane, / s’invecchia solo / un giorno prima di morire” e continua dicendo che “ se tu hai i capelli bianchi, / se cammini ed hai il fiatone; / …. non è vero che sei vecchio se il tuo cuore freme e batte…”. La poesia è in vernacolo siciliano, ho dovuto tradurla per renderla comprensibile a tutti. In realtà, il vivere ed il vivere pienamente come invitava a fare Cicerone, può essere fatto a qualsiasi età. Anzi maggiormente quando non si hanno impegni di “servizio”. Il pensionamento è il passaggio da una fase all’altra della vita, come il passaggio dalla vita adolescenziale del liceo a quella giovanile dell’Università. Prendersi più tempo per vivere, senza scadenze, impadronirsi del proprio tempo senza preoccuparsi dell’età. Basta continuare a coltivare i propri interessi o crearsene di nuovi, non incaponirsi a svolgere ruoli che oramai non ci appartengono più. Siamo più maturi, quindi più coscienti e preparati, dei laureati rispetto a dei liceali ancora costretti nei banchi delle aule scolastiche! L’unico modo che si conosce per vivere a lungo è non morire giovani. Così come l’unico modo per rimanere giovani è amare, perché come dice il poeta, il già citato Buttitta: “l’amuri è focu e ventu / e svampa u cori all’omini / sinu a l’ultimu mumentu.” (L’amore è fuoco e vento / ed infiamma il cuore degli uomini / fino all’ultimo respiro).

Io sono anche un pittore e che si nutre di poesia, quotidianamente. Il nutrimento è alimento indispensabile alla vita, alla vita interiore. Ma senza vita interiore potrebbe sussistere qualsiasi altra forma di vita umana? No! Checché ne dicano la scienza e la biologia. L’uomo si nutre di poesia perché la poesia è indispensabile alla vita. Nulla ci appartiene tranne i tesori accumulati con le esperienze e le conoscenze. Il viaggio della vita può avere valori antitetici: può essere il viaggio a Citera, il viaggio di Baudelaire dei Fiori del male o, un altro viaggio, quello verso Itaca indicato da Kafavis. Anche in questo caso si parla sempre di poesia: la bella e mitica isola di Venere, diventa per Baudelaire, una terra dove tutto è tenebre e sangue; “una forca da cui pendeva la mia (sua, di Baudelaire) immagine”. Io preferisco l’interpretazione che ci dà Kavafis del viaggio. Il viaggio è la vita stessa come arricchimento costante… nei mercati “acquista madreperle coralli e ambre, tutta merce fina, anche aromi… impara una quantità di cose dotte”, e quando sarai arrivato ad Itaca capirai che è stato importante il viaggio e non la meta. Ulisse giunto finalmente ad Itaca, riparte. Per noi uomini comuni, la vita è tutto ciò che ci fa viaggiare ed il viaggio stesso, i dolori della nostra anima ed il piacere della conoscenza, come profumo, quintessenza dell’esistenza. Questo è ciò che accomuna l’essere poeta e l’essere pittore, l’essere colui che nello stesso tempo esprime il bisogno della quotidianità e la necessità del sogno. Come con le parole, la poesia ci ha indicato il senso della vita come viaggio, lo stesso è avvenuto in pittura, dove attraverso il colore, l’artista compie il suo viaggio. Esempio drammatico ed epico di questo viaggio è stata la vita stessa di Van Gogh.. Sorge allora spontanea la domanda: cos’è l’immortalità nell’arte? L’immortalità è sicuramente in primis quella delle emozioni, è l’urlo di Munch che diventa l’urlo dell’umanità sofferente. L’immortalità è la vita che diventa sogno. “.. La vita è un brivido che vola via -è tutt’un equilibrio sopra la  follia! “. Questa canzone di Vasco Rossi è poesia. La canzone di un cantautore è poesia. Come a dimostrare che soprattutto i giovani amano e si nutrono di poesia perché amano le canzoni. Rainer Maria Rilke, viaggiatore, poeta sublime che componeva elegie, passeggiando sulle bianche falesie di Duino, scrisse in un’opera cosiddetta minore “Lettere ad un poeta” alcuni consigli da dare ai giovani poeti, perché al di là della data anagrafica, un poeta rimane sempre giovane!


 La poesia “Dopo i saluti” pag. 32 prima terzina: ”Dopo i saluti e gli abbracci/ conditi di lacrime/ se parti o se resti… sei solo”. Sosteneva il Rilke che ogni opera d’arte rappresenta l’unicità di un evento ed esprime la solitudine dell’autore, a volte la disperazione. Bisogna avvicinarsi ad un’opera d’arte in un modo semplice ed intenso, come si cercano gli amanti: opera d’arte e fruitore, direttamente senza mediazione alcuna! E questo è verissimo perché la chiarezza e l’intensità dell’atto creativo, come quello della comprensione, è un atto di puro soggettivismo interiore. Dicevo come amanti, per il coinvolgimento totale, perché diceva Rilke “l’esperienza artistica è così incredibilmente prossima a quella sessuale”. Infatti, anche l’esperienza sessuale, quale esperienza corporea è una esperienza dei sensi, di tutti i sensi. “…è una esperienza grande e senza fine che ci è data, una conoscenza del mondo, la pienezza e lo splendore di ogni conoscenza. “. Quando ascoltate una poesia o, meglio ancora ammirate un quadro io da pittore, devo suggerirvi di guardare quell’opera con occhio avido, attentamente e con Amore: incontratela se vi riesce, come l’amata, l’amato. Concetto espresso da Alda Merini: la poesia si identifica con l’amore tout-court. La concezione che sta alla base della sua visione poetica è una concezione panteista: tutto è alimentato dall’unica divinità, quinta essenza dell’uomo e dell’universo: l’amore! L’amore, per la Merini è una coperta avvolgente larga quanto il cielo ” A volte Dio / uccide gli amanti / perché non vuole / essere superato in amore”. Tutto è alimentato dall’amore che come lievito permea ogni singola esistenza. “Dio: si indigna del nostro piacere e sconvolgiamo/la terra, dibattendoci come due rettili infami/ mentre perdiamo l’anima”. Questo è quello che ne viene fuori dall’opera più bella ed immediata che della Merini, io abbia letto: “folle, folle, folle di amore per te”. Con la poesia si può morire, nel senso che non si vende, ma è anche vero che di poesia si vive. Con la poesia e l’arte in generale ci si può ammalare, ma a noi invece interessa edonisticamente il valore terapeutico. Il poeta spagnolo Jimenez scrive il suo Platero a Moguer 86 in Spagna, dove si era rifugiato in seguito ad una grave crisi depressiva e lì si riconcilia col mondo. Ecco un esempio di guarigione nell’esternare i propri sentimenti. Ma i sentimenti non hanno solo valenza individuale, spesso hanno significato politico nel senso che sono collettivi e sociali. Sono “le lucciole” nel senso pasoliniano, sono i valori della “responsabilità individuale” l’utopia dalla quale secondo Calvino bisognava ricominciare, sono “le verità” sempre ricercate da Leonardo Sciascia. I sentimenti sono bene espressi in poesia, perché sono come la poesia, sono la poesia. La poesia è immediata, gioca con le parole, usa le parole per prenderle in giro, per deformarle. La poesia prende in giro anche il foglio, il substrato da cui prende vita, lascia la pagina spesso in bianco, nemmeno si degna di segnarla. Lezione che ha appreso anche l’arte figurativa solo in tempi relativamente recenti. L’arte è il mezzo più elevato per tessere rapporti, a me piace pensare che ogni rapporto tra esseri umani possa essere un rapporto libero ed armonico. Libero come il movimento del fuoco ed armonico come la danza. Quindi, credo che da grande Calogero Restivo continuerà a fare tutto ciò che ha sempre fatto, in modi diversi ed anche se più lentamente, con lo stesso entusiasmo di sempre e con la stessa ingenuità, per amore del “bello”, quel bello rappresentato dai valori dell’arte poetica. Quei valori rappresentati così bene dai miti classici di Apollo e Dionisio. Come Nietzsche ce li ha indicati. Vorrei che ogni contesa, ogni lotta si concludesse senza vincitori ne’ vinti. Come la lotta tra Dionisio ed Apollo: “l’alternanza continua del pericolo e del controllo, della follia e dell’intelligenza, del desiderio e della pienezza.

“Da Piacenza a Racalmuto, il pomo dell’amore e i ragazzi con le dita tinte di rosso”, di Carmelo Sciascia

La prima fabbrica di conserva della provincia di Piacenza vedeva la luce agli inizi del Novecento, precisamente nel 1906. Nella località Ca’ Blatta, nel comune di Rivergaro, la Società Giuseppe Orsi & C. iniziava la lavorazione dell’“oro rosso”: la produzione della conserva del pomodoro. Bisogna arrivare agli anni sessanta per raggiungere il picco della produzione industriale con la Coop s.r.l. Agricoltori Riuniti Piacentini (A.R.P.). Fino a giungere ai giorni nostri dove, basta guardarsi intorno per ammirare campi sterminati della nostra pianura ricamati da un armonico intreccio di filamenti verdi e macchie rosse, quasi tele stese di un ispirato Pollock. Bene. È il caso di dire che un filo rosso, ma più che un filo, un vero fiume in piena ha unito, in questo Agosto, Piacenza a Racalmuto. Racalmuto ex paese minerario posto sull’altipiano dei monti Sicani, ha riscoperto il pomodoro e le sue qualità. Nessuna concorrenza, beninteso, sul piano commerciale ma vicinanza e condivisione di valori inerente la popolare bacca rossa, tanta condivisione. Nel caso specifico, a Racalmuto parliamo di produzione locale destinata ad un consumo prevalentemente familiare, dove la predominante caratteristica è la salvaguardia biologica del prodotto. La manifestazione del giorno della salsa faceva parte di un percorso sulla sana alimentazione, un progetto titolato ambiziosamente “Nessuno Escluso”.

Il pomodoro, importato dalle Americhe, alimento conosciuto dagli Inca e dagli Aztechi, si diffuse dapprima nel Sud Italia – in Sicilia era conosciuto come “pumu d’amuri” anche per recondite proprietà afrodisiache che gli si attribuivano –  solo dopo la spedizione dei Mille venne coltivato anche al Nord. Che coincidenza! Conosciuto come “pomo dell’amore”, il pomodoro non poteva essere celebrato che in una location che ricordava proprio l’Eden, il Paradiso Terrestre prima del peccato originale. Tant’è che le casse di pomodoro si assiepavano in un verdeggiante giardino con il terreno cosparso di gialla paglia che rimandava all’aia delle masserie. L’innocenza del nostro Paradiso era rappresentata da una moltitudine di bambini che seguivano i lavori di trasformazione del frutto, sporcandosi le mani di rosso ed imbrattando i vestiti con i tanti semini che schizzando aderivano alle magliette e disegnavano nuove costellazioni, cosicché man mano andavano avanti i lavori, universi sconosciuti si andavano disegnando. Questo Eden era il Giardino “Ad Maiora”, un centro ricreativo e culturale per ragazzi creato da una energica e preparata educatrice: Maria Mulè.  L’iniziativa è stata ancora più meritevole d’attenzione perché concludeva un percorso, l’African-Camp, durato due mesi, un viaggio alla scoperta del continente africano, della sua cultura, dei suoi colori, dei suoi suoni. E tutti noi sappiamo bene come serva tanta conoscenza per superare la diffidenza verso altri popoli, passo indispensabile per una integrazione necessaria, per una buona convivenza in una società multietnica come è diventata la nostra.

Numerosissime le varietà di pomodoro, circa duecento. Tutti conosciamo la varietà più diffusa nelle coltivazioni piacentine, qualità con una buona resa come il “Caliendo”, coltivato perché esprime al meglio le sue potenzialità in campi irrigati. All’opposto in Sicilia vengono coltivate varietà “siccagne”, piante che non hanno necessità di apporto idrico, è infatti cronica la mancanza d’acqua in molte zone agricole (e non solo).

Per il giovedì delle comari il piatto tipico dei racalmutesi sono i cavati fatti in casa conditi con sugo di pomodoro, salsiccia, patate, carne di maiale e polpette

Il deus ex machina dell’iniziativa va individuato nel “contadino” Lillo Bio. All’anagrafe Calogero Alaimo Di Loro presidente dell’Associazione Culturale Humus. Già noto a Piacenza perché divulgatore del prototipo EIOVI, progetto sulla biosostenibilità nella gestione della vite, sviluppato dall’ Università Cattolica di San Lazzaro in Piacenza, come riportato dal quotidiano Libertà del 24/3/2014 e dal libro “2014” di C. S.  

Piacenza e la Sicilia, un inscindibile binomio culturale che si esprime, come ogni volta ci è dato sottolineare, nelle più alte e svariate manifestazioni civili e religiose. Sulla polpa fresca come sulle conserve del pomodoro crudo sappiamo quasi tutto, quello che molti non sanno è il procedimento con cui si lavorava il pomodoro a secco, quello che potremmo paragonare al concentrato.

Come per la coltivazione del pomodoro nella pianura Padana si fa un uso costante della risorsa idrica, così in Sicilia per la conservazione a secco si ricorre alla risorsa più naturale a disposizione, il sole. Tant’è che “l’astrattu” si può definire un elioconcentrato. Il pomodoro una volta bollito e ristretto in un pentolone, passato a setaccio, si stende poi su una “tela”, una vera e propria tela di cotone sostenuta da una cornice di legno: un supporto degno di un vero capolavoro artistico. L’impasto cremoso della salsa, esposto al cocente sole estivo, viene girato con un cucchiaio molte volte, fino a raggiungere una consistenza tale da potere essere conservato in un barattolo o in appositi recipienti in ceramica e coperto da un filo d’olio d’oliva che ne preserva la fragranza. Era un rito. Un rito che è stato ripetuto. D’altronde, la sacralità era propria di ogni attività stagionale che si svolgeva nella scomparsa civiltà contadina.

Abbiamo parlato di pomodoro, di economia, di produzione biologica. Di tradizioni e di storia. A dimostrazione delle connesse attività umane e delle reciproche interdipendenze. Tutto per lanciare un chiaro messaggio alle presenti e future generazioni: bisogna preservare la natura. Gli elementi naturali che la compongono: l’acqua, il sole, la biodiversità. Senza una sana educazione alimentare ci si ammala e si sperperano risorse, questo il messaggio che spero sia stato raccolto e fatto proprio dai ragazzi presenti e stante le loro mani tinte di rosso ed i loro grembiuli imbrattati credo l’abbiano capito.

 

“Cancellata qualsiasi traccia delle peculiarità dalle quali è derivato il toponimo di Placentia”: si conclude il viaggio tra le frazioni di Piacenza di Carmelo Sciascia

Si potrebbe dire che Piacenza ha voltato le spalle al Po come le ha voltate a tante frazioni sulle quali ha aggiunto continue servitù, lapalissiano il caso del Capitolo! Altre frazioni già lontane ed isolate, sono state allontanate dai servizi ancor più di quanto lo fossero state per loro collocazione geografica, come il caso de Ivaccari, di Borghetto o di Mortizza.

Qualcuno ha avanzato l’ipotesi di spostare il tracciato delle autostrade per avvicinare la Città al suo fiume, o di spostare il tracciato dell’Alta Velocità per non allontanare le frazioni alle città. Sono proposte equiparabili a quella avanzata in una trasmissione televisiva dove si proponeva di “tagliare” le Alpi per evitare il formarsi della nebbia nella Pianura Padana.

Oramai queste opere è evidente che non possono essere più “deviate”, il tracciato come il destino è immodificabile. Bisognava pensarci in tempo, essere un po’ più lungimiranti sugli effetti che avrebbero avuto questi manufatti sul territorio. Nel caso dell’Alta velocità addirittura la ricaduta sulla città, in termini di trasporti e mobilità, è stata inesistente!

Si sa, è inutile piangere sul latte versato, comunque è logico che se sulle divine cose non ci è dato intervenire, sulle umane sì, soprattutto quando delle idee ci sono. I vari comitati che si sono formati, che si sono sciolti o che imperterriti (come quello de Ivaccari) da decenni continuano ad operare sul territorio, ne hanno avanzate tante. Dalle piste ciclabili e pedonali sicure, come sistema primitivo ed essenziale di collegamento con la città, alla richiesta di verdi spazi aperti come luoghi di aggregazione per giovani ed anziani, a strutture per attività assistenziali e ludiche – locali inutilizzati ce ne sono -. Servizi navetta che assicurino un collegamento continuo, tra le frazioni e tra queste e il centro cittadino. Favorire punti vendita o vendite ambulanti, con un sistema di esenzioni fiscale e di incentivi per quanto di competenza degli Enti Locali. Favorire la formazione di cooperative giovanili che possano supportare le esigenze di una popolazione sempre meno autosufficiente e sempre più isolata e sola.

Le Amministrazioni dovrebbero prestare più attenzione alla collocazione di attività produttive, soprattutto a quelle che, con le loro opere effettuano rilevanti trasformazioni ambientali sul suolo, come le attività estrattive che trasformano la pianura in una “regione di grandi laghi” (tra Mortizza e Roncaglia) o la lavorazione di inerti in golena (argine del Po, direzione est). Maggior controllo sugli insediamenti industriali che incidono sulla qualità dell’aria con le loro emissioni. Controllo su tutte quelle attività che comunque generano un indotto più che economico-occupazionale, dannoso per la collettività, generando un danno irreversibile alla salubrità dell’aria e conseguente danno per il sistema respiratorio dell’uomo.

L’isola di Lussino

Tutti conosciamo la storia de “L’uomo che piantava gli alberi” del francese Jean Giono, una storia forse inventata ma verosimile, tant’è che nell’ isola di Lussino in Croazia, un certo signor Ambroz Haračić, da pensionato, piantando tanti pini marittimi, ha trasformato la pietrosa isola in un meraviglioso e verde luogo turistico, quale oggi lo conosciamo. Una storia francese, una storia reale croata. (Avrà a vedere qualcosa col risultato finale del campionato del mondo di quest’anno? la Francia Campione del Mondo e la Croazia, seconda?).

Si potrebbe iniziare anche da noi. La Pianura Padana è stata desertificata, un’agricoltura intensiva ed estensiva hanno cancellato qualsiasi traccia di quei boschi che erano stati uno dei motivi cui è derivato il toponimo di “Placentia”. Nell’area golenale unica alberatura quella della coltura dei pioppi, destinati comunque ai previsti tagli periodici. Isolare tutte le vie di comunicazioni, strade, autostrade e linee ferrate, con delle bordure di alberi, ne basterebbero pochi filari, migliorerebbe l’estetica del paesaggio e la sostanziale pulizia dell’aria. Anche i sotto viadotti che circondano la città ed attraversano le frazioni potrebbero essere comunque utilizzati anziché abbandonati a depositi improvvisati ed invasi da sterpaglie.

Le boschine del Po

Come si può vedere la soluzione al miglioramento della vivibilità delle frazioni è connesso al miglioramento generale della città. Alcune scelte sono connesse ed interscambiabili. Caso emblematico la richiesta da parte della cittadinanza di far dell’area della Pertite un Parco Pubblico, utile alla frazione di Sant’Antonio e nello stesso tempo un polmone verde per la città intera.  Nella stessa area si era affacciata l’ipotesi di potervi costruire un nuovo ospedale, adesso sembra un’idea accantonata, ma non credo definitivamente, è necessario sempre un’attenta vigilanza da parte dei cittadini, di quei cittadini che in tutti i modi si sono mobilitati per potere acquisire un’area verde così importante per tutta la città. A proposito di sanità e di presidi, come la mettiamo con la loro quasi totale assenza nelle frazioni?

Per finire: siamo sicuri che il fegato etrusco, vanto del nostro museo, sia uno strumento usato dagli aruspici per le divinazioni? Secondo l’architetto Franco Purrini il fegato riproduce le mura di Roma, a ben vedere, per rimanere coerentemente in ambito locale (non a caso è stato ritrovato nella nostra provincia), sembra somigliare alle numerose frazioni piacentine, attraversate da un groviglio di vie (stradali, autostradali e ferroviarie) e da inconsapevoli corsi d’acqua!