A Case Bersani tornano gli artigiani ambulanti del mondo contadino dei tempi andati con le foto di Carlo Torregiani (3)

Il riparamobili (Foto di Carlo Torregiani)

Le immagini con i pupazzi che rappresentano i lavori del mondo contadino, scattate a Case Bersani, il piccolo villaggio a poca distanza da Castellana, in comune di Gropparello, mi riportano con la memoria alla mia infanzia, circa sessantanni orsono.

Il materassaio (Foto Carlo Torregiani)

Periodicamente, partendo dalla città, papà ci portava con la Vespa a  trovare i nonni (materni) in campagna, alla Bora, in Val Chero. Un piccolo agglomerato che comprendeva quattro abitazioni, poco più d’una decina di persone dedite ai lavori contadini: i campi, i vigneti, i pascoli, la stalla con un bue e un maiale, il pozzo per l’acqua, il fienile, il forno per il pane, gli orti, le galline, le arnie, i conigli, Brill piccolo vivace volpino, la cantina, i solai carichi di robivecchi da esplorare.

L’arrotino con la mola (Foto Carlo Torregiani)

Ogni tanto, salendo dalla strada giù a fondo valle dopo aver superato il torrente attraversando la passatoia in legno (quella che alla prima alluvione settembrina veniva portata via dalle acque gonfie) oppure scendendo dal crinale oltre il quale si trovava appunto Castellana, arrivava un artigiano ad offrire i suoi servizi.

L’ombrellaio (Foto Carlo Torregiani)

Poteva essere un impagliatore per sistemare qualche sedia consunta dal tempo, l’arrotino per affilare le lame delle falci, il materassaio: che ricordi, quei piumoni alti di spessore mezzo metro fatti di piume di gallina (solo i ricchi, i ‘signori’ potevano permettersi la lana) nei quali, di notte, si sprofondava con in fondo ai piedi un bel ‘prete‘ con la brace ardente (estratta dal camino o dalla stufa), coperta da uno strato leggero di cenere, che scaldava meglio e più di tutti gli scaldotti elettrici di oggi.

La lavandaia (Foto Carlo Torregiani)

Insomma, fino al 6 gennaio appunto salendo ai Bersani sembra di alzare un velo sul tempo ritornando, almeno nel mio caso, ad un passato, con la nostalgia per averlo vissuto. Non che fosse meglio, non che fossero tempi sereni, migliori, più facili. Semplicemente eravamo più giovani, con tutta la vita davanti. Magari per costruirci un futuro più agevole, più comodo, più facile. Senza dover camminare per chilometri, andando di casa in casa, per vendere o riparare un tappeto.

Ora di pranzo (Foto Carlo Torregiani)

 

I personaggi della tradizione contadina ai Bersani di Gropparello attraverso le foto di Carlo Torregiani (2)

Il pastore addormentato (Foto Carlo Torregiani)

Attraversato l’abitato di Castellana, si giunge al piccolo borgo di Bersani, frazione nel Comune di Gropparello, 440 metri sul livello del mare, secondo Italia.Indettaglio.it 33 abitanti, 18 maschi e 15 femmine, una immigrata da un paese europeo, una ragazza con meno di 14 anni e un anziano oltre i 70, undici celibi e cinque nubili, 11 coniugati e sei vedovi.

Il ciabattino (Foto Carlo Torregiani)

Già caratterizzato dalla presenza, per iniziativa dell’Associazione Arte Nostra, sulle facciate di diverse abitazioni di numerosi dipinti raffiguranti le fiabe tradizionali, fino al 6 gennaio passeggiando tra le case si può ammirare un suggestivo presepio (ne abbiamo parlato nel post della Vigilia grazie alle fotografie proposte dall’amico Carlo Torregiani) che comprende anche figure di mestieri legati alla tradizione locale.

Il lustrascarpe (Foto Carlo Torregiani)

Possibile dunque incontrare, in questo piccolo borgo della Val Vezzeno, Pinocchio e Cappuccetto Rosso dipinti su meravigliosi murales e poi ancora, rimanere a bocca aperta ammirando le abitazioni raffiguranti le magie di Alice nel Paese delle meraviglie e del Pifferaio Magico, di casa in casa restare incantati dalle raffigurazioni di Cenerentola, Peter Pan e da Hansel e Gretel.

Arrivano i cantastorie (Foto Carlo Torregiani)

Durante questo periodo però ai Bersani, il “paese delle fiabe“, sono presenti anche personaggi a grandezza naturale che, oltre al tradizionale e immancabile presepe, rappresentano i mestieri tradizionali antichi, che ci riportano ai tempi passati e ci mettono in contatto con le nostre tradizioni.

La fruttivendola (Foto Carlo Torregiani)

Sarà la magia del Natale ad aver scatenato la creatività degli abitanti di Case Bersani, pochi ma molto attivi. L’idea è stata di Mila Risoli che con Marisa Magnani ha realizzato un grande presepe con materiale di recupero, prevalentemente stoffe, che hanno rievocato la natività di Betlemme.

Sedie da riparare (Foto Carlo Torregiani)

Quattordici personaggi sapientemente preparati grazie alla volontà e alla creatività di Mila e Marisa ma la collaborazione del paese non ha tardato ad arrivare ed ecco che da ogni casa è spuntato un presepe e addirittura oggi i personaggi che ricordano i tempi andati della vita nelle campagne, sono ormai quasi cento.

Venite, venite, ecco le stoffe per i vostri vestiti (Foto Carlo Torregiani)

Il borgo dunque si illumina di musica e luci che danno vita ad uno scenario suggestivo arricchito nelle giornate di Natale e Capodanno dall’immancabile vin brulè per allietare le feste più attese dell’anno.

L’immancabile sartina (Foto Carlo Torregiani)

Ecco dunque i personaggi della Natività e gli antichi mestieri del passato, insieme ai magi e agli angioletti. Sembra veramente di tornare in un mondo antico, prima dell’avvento delle fabbriche, prima della ‘grande fuga’ dei giovani verso le città seguendo il sogno d’una vita pensata più facile e più comoda.

I nonni (Foto Carlo Torregiani)

Ne valeva la pena? Tutto è filato liscio? Ai Bersani non troveremo probabilmente la risposta ma certo soprattutto i giovani proveranno curiosità per quella vita a scartamento ridotto, lontana dal logorio, dai rumori, dai fumi inquinanti del modello industriale che abbiamo voluto e preferito. E chissà, forse un pò di nostalgia (e di pentimento?) ci stringerà il cuore.

Tempo di battipanni (Foto Carlo Torregiani)

 

Ai Bersani, tra i monti dell’Appennino, nasce un bel bambino, bianco, rosso e tutto piccolino (con le foto di Carlo Torregiani)

Foto Carlo Torregiani

Nel mese di dicembre il caratteristico Borgo dei Bersani, nel territorio di Gropparello, diventa meta di tutti gli appassionati che desiderano vivere il clima natalizio riscoprendo la magica atmosfera dei Natali passati.

Foto Carlo Torregiani

In occasione delle festività natalizie, il paese si trasforma in un grande presepe, popolato di statue ad altezza naturale, che sono realizzate dagli abitanti con materiali poveri, di riciclo e della tradizione popolare.

Foto Carlo Torregiani

Gli originali presepi – che vengono allestiti all’ingresso delle abitazioni, nei cortili, sulle finestre, nei giardini, sui muretti … – creano un’atmosfera unica, legata alle tradizioni del territorio.

Foto Carlo Torregiani

In mostra si possono ammirare i personaggi della Natività e gli antichi mestieri del passato, insieme ai magi e agli angioletti, che completano la suggestione del Natale.

Foto Carlo Torregiani

L’evento è visibile ogni giorno fino al 6 gennaio 2019.

Foto Carlo Torregiani

“La piuma sul baratro”, a Piacenza 25 ore di poesia: un onore essere invitato

Sono più di 100 i poeti che, a partire dalle ore 21 di sabato 13 ottobre e fino alle 22 di domenica 14, si susseguiranno senza intterruzione, all’insegna del Realismo Terminale, la corrente poetica promossa da Guido Oldani, con letture di poesie, proprie o di poeti famosi.  25 ore di poesia per affermare il bisogno e la scelta di un mondo ancora capace di sognare.

Per quanto mi riguarda, un onore affacciarmi a Palazzo Farnese e declinare i miei racconti in versi, dedicati in questo caso alla realtà di questi giorni nei quali abbiamo tanto bisogno di solidarietà, di accoglienza, di rifiuto della violenza di fronte a quelli che sono i veri nuovi poveri.

Ne riparleremo ma, nell’attesa, grazie per l’invito, Massimo Silvotti.

“Misteri, leggende, atmosfere del Grande Placido Fiume, l’incontro con la Dea adespota e altre storie della gente di fiume a Roncarolo di Caorso” (2)

Continua la nostra passeggiata in zona di golena a Roncarolo di Caorso e, diciamo così, eccoci ad un inaspettato incontro che ci costringe a … prenderla un pò da lontano. La mitologia ci racconta di molte figure femminili poste a difesa e protezione dei fiumi e delle acque. Gli atzechi avevano Chalchiuhtlicue, dea delle acque, dei laghi e dei fiumi, ma anche  Opochtli, dea della caccia e della pesca. Da non dimenticare Sinnan, dea irlandese del fiume Shannon e Ehuang e Nuying, dee del fiume Xiang. Tra gli egizi Nefti, dea dei fiumi e Tefnut, dea dell’acqua e della fertilità mentre i greci propongono Teti, madre dei fiumi. Inevitabile infine la citazione di Ganga, dea del fiume Gange e della purezza.

Ma soffermiamoci su Teti che, secondo la leggenda, creò un fiume insieme ad Oceano e lo chiamò Eridano. Era una fiume che si trovava “nel lontano nord ovest” cioè, secondo i più, quello che oggi chiamiamo il nostro Po, ovvero il fiume fatto di stelle considerato che con lo stesso nome viene chiamata una costellazione dell’emisfero celeste australe, costituita da una sinuosa linea di stelle non molto luminose ma che sembra disegnare un percorso molto simile a quello del nostro Grande Placido Fiume.

Bene. Ma cosa succede passeggiando in zona di golena del nostro Po a Roncarolo di Caorso? Già ieri abbiamo parlato del totem con il Magaton, l’anatra di legno utile per ingannare le sue prelibatissime ma ingenue sorelle selvatiche e garantire ai cacciatori il pranzo e la cena per tutta la famiglia. Un pensiero che impone una piccola disgressione culinaria, sull’anatra, piatto dal gusto dolce e delicato che si può apprezzare in molti modi: arrosto, ripiena, in umido o al forno. Abbinata a contorni di verdura o alle patate, cucinata con salse al formaggio o con la classica salsa all’arancia e altre varianti che chi ha più fantasia la mette (ad esempio, non ho mai assaggiato l’anatra alle ciliegie). Ottimi abbinamenti sia con i sapori forti come con quelli più delicati: per questo spesso si accompagna alle carote con una foglia di alloro, aglio, senape, erbe aromatiche o grana padano. Da provare anche la squisitezza delle pappardelle con ragù d’anatra o le ali di anatra in padella. E qui il suggerimento, legato a curiosità da acquolina in bocca, è d’obbligo: uscire dalla zona di golena, attraversare l’argine e scendere sul lato sinistro entrando in paese dove, superata la chiesa, troveremo l’Antica Trattoria Tonoli specializzata in cucina piacentina tradizionale, sicuramente anitra arrosto compresa.

Petto d’anatra con salsa al vino rosso

Ma non di solo pesce, di anatra, di salame cotto: il Grande Placido Fiume non nega altre scoperte. Tornati in zona di golena, passato il piccolo porto d’approdo della Tana del pescatore, ecco i capanni di ristoro utili per la sosta ma anche per l’appostamento del cacciatore o per il deposito degli attrezzi per la pesca, ecco i tavoli di legno dove quattro accaniti giocatori si sfidano a briscola e volano insulti al primo grave sbaglio che pregiudica l’esito della partita e infine ecco l’incontro del tutto inaspettato nientedimenoche con la statua di una dea d’ignota origine.

Con una curiosità: l’autore della collocazione ha voluto precisare di chi si tratta e ha scritto sul torace a lettere maiuscole il nome Marilena. Strano a dirsi ma non esistono sante con questo nome per cui deve forse ritenersi che la statua rimandi ad epoche lontane, magari all’antica Etruria cioè all’epoca precristiana. Si tratta infatti di un nome adespota cioè, tornando all’antica grecia, ‘senza padrone‘, ‘senza santo protettore‘ per il culto cattolico.

Insomma, storie della gente del nostro Grande Placido Fiume, fiume pagano, luogo antico origine e protagonista di culti antichi, dove Zeus fece precipitare il carro del Sole e l’imprudente Fetonte trovò la morte. Ma, questa, è tutta un’altra storia, una delle tante che il fiume porta con sè e se ti siedi sulla panchina e chiudi gli occhi, sentirai l’acqua lentamente scorrere e, se la sai ascoltare, raccontare. La voce del nostro Po. A Roncarolo di Caorso.

 

“Misteri, leggende, atmosfere del Grande Placido Fiume, il Magaton e altre storie della gente di fiume a Roncarolo di Caorso” (1)

Roncarolo, scendendo in zona di golena, dall’altra parte del paese (la strada d’argine per arrivare fa da divisorio)

Lo si diceva nel post di ieri: se da Piacenza percorri la provinciale (ex statale 10) direzione Cremona, superata Roncaglia, superato Fossadello, prima di arrivare a Caorso, arrivati di fronte allo stabilimento della Saib, si gira a sinistra e si prosegue per qualche chilometro fino all’argine del Grande Placido Fiume che accosta la confluenza del Nure in Sua Maestà il Po, re di noi padani.

Là in fondo la grande ansa del fiume, dove il Nure confluisce nel nostro placido Po, re dei padani

Proseguendo, scendendo dall’argine a sinistra troveremo Roncarolo, paese ombra noto per la cipolla e, un tempo, per la pesca. Oggi con molte case vuote e abbandonate: dai mille abitanti degli anni cinquanta siamo passati ai 250 circa attuali ma, da qualche tempo, si registrano giovani ‘di ritorno’ che s’allontanano dai fumi, dallo smog, dai problemi della città.

Pesce fritto al Magaton

Prima di arrivare a Roncarolo, tuttavia, scendendo a destra in zona di golena, come indica un cartello in legno, troveremo il Magaton. Un luogo di magia? Una dimora secondaria di Morgana o di Amelia, la strega che ammalia? A prescindere dalla precisazione che il fiume di per sè rappresenta un luogo di magia, si tratta di una trattoria dove si arriva per un buon fritto di pesce. La patronne, la signora Rosa Bolzoni, ha ormai attaccato il paiolo al chiodo passando il testimone al figlio Enrico ma, a quanto mi si dice, c’è sempre da leccarsi i baffi ammirando l’ansa del fiume che letteralmente ti viene incontro. 

Dunque pesce di fiume, servito croccante e caldo, in una abbondante porzione e preparato su richiesta anche in bianco, al vapore, sempre servito con verdura fresca che proviene dall’orto di casa. Pesce gatto, filetto di pesce persico, alborella, anguilla (magari aromatizzata con aceto balsamico), talvolta luccio con salsa a base di verdure. Da bere vino bianco fresco, secco, semisecco o amabile, scelto con molta cura tra le produzioni della Val d’Arda. Per non sciupare il piacere del pesce è concesso solo un antipasto a base di salume stagionato nei locali della grande casa rustica. Infine arrivano i dolci, tutti preparati in casa con una pasta frolla burrosa e friabile: si tratta di biscottini, di crostate con la marmellata di prugne o arance e di una torta ripiena di frutta cotta.

La casa dove, nel 1937, ha visto la luce l’amico Benito Franco, oggi sede del Circolo Anspi organizzatore tra l’altro della settembrina Festa della Cipolla e, a giugno, della Festa del Pescatore

Ma attenzione: una sorpresa dietro l’angolo. Trattoria a parte, che cosa significa questa parola, Magaton? Per saperlo dobbiamo spingerci fino a Roncarolo ma, anzichè scendere in paese a sinistra, anche in questo caso scendiamo a destra, sempre in zona di golena, alla Tana di Roncarolo, per l’appunto. Sede del gruppo Anspi qui si raccolgono pescatori e appassionati di racconti del fiume, storie e leggende oltrechè, dice la malalingua divisa tra sarcasmo, ironia e invidia, esperti di clamorosi fotomontaggi.

Comunque il nostro amico, Benito Franco, racconta, a me e Dalila, che l’attuale sede del circolo era la casa dove è nato nel lontano 1937 ed ha visssuto i primi anni della sua vita. Bastano pochi passi ed eccoci sulla riva del fiume. Con una punta di nostalgia che gli fa vibrare la voce in gola, Franco racconta. “Vedete, dice, oggi la riva son tutte sterpaglie. Un tempo era sabbia, era pieno di barche per attraversare il fiume e per pescare“. Era una delle principali attività del posto: c’era chi lavorava la terra, chi si dedicava alla pesca e chi aveva un’avviata attività di traghettamento verso la sponda lombarda e ritorno (troppo lontani i ponti e troppo il tempo da perdere per raggiungerli, meglio pagare un piccolo obolo al traghettatore).

Pochi passi ed ecco una specie di totem, nei pressi dal piccolo approdo dal quale parte un giovane con la barca (rigorosamente a motore), dopo aver preparato le canne per la pesca: “se ne va oltre l’ansa, dove esiste una zona ricca di pesce“, precisa Franco. Lo guardiamo seduti sull’unica panchina, proprio di fianco al totem che, in cima, ha un’anatra in legno e qui Franco sorride sorgnone. Lo guardo come a chiedere che c’è da sorridere e lui indica l’anatra legnosa: “lei è il Magaton, la si metteva a galleggiare, le anatre quelle vere cadevano nell’inganno e il cacciatore sparava aggiudicandosi la cena per la famiglia intera“.

 

Una splendida giornata alla Festa della Cipolla a Roncarolo, tra ricordi di paesani dei tempi lontani che furono

… sulla destra, ecco Roncarolo …

Quando arrivi da Piacenza, direzione Cremona, poco prima di Caorso giri a sinistra e ti ritrovi sull’argine che costeggia il Po. Dopo qualche chilometro sulla destra ecco Roncarolo, oggi retrocesso a frazione di Caorso ma un tempo importante Comune con tanto di castello fortificato per difendere Piacenza dalle incursioni dei cremonesi.

Personalmente non ho nulla a che vedere, con il paese e i roncarolesi salvo uno, tal Benito Franco Mezzadri, qui nato 81 anni orsono per poi trasferirsi, come tanti, in città e infine, per parte di consorte, metter radici in Val Trebbia dove tre anni fa ci siamo conosciuti.

Lui, del quale sono oggi custode delle memorie che mi ha raccontato e che forse, Dio volendo, un giorno vedranno la luce in un mio nuovo libro. Lui, dicevo, già due anni orsono mi ha invitato e portato alla ‘Festa della Cipolla‘, manifestazione di livello provinciale e non solo. 

Succulenti piatti ‘anomali’ con largo uso di cipolle bianche, rosse, dorate. Dalla frittata alla pasta con crema di cipolla, gran festa per baffi (da leccare) e palato senza negarsi i pisarei, il salame cotto, un buon spiedino nella miglior tradizione piacentina. Ma quel che conta alla fine è la compagnia.

Il paese, dicevo, ha avuto un passato di gloria: fino all’immediato dopoguerra, la popolazione ha superato i mille abitanti, con nuclei familiari di decine di persone: prova ne è l’edificio delle scuole elementari, che ha ospitato fino a 50 alunni per anno; dagli anni cinquanta la ricerca di condizioni di vita migliori ha svuotato le case, ed ora gli abitanti sono circa 250. La Festa dunque diventa un richiamo irresistibile per chi in questa terra di contadini e pescatori ha vissuto da bambino o da ragazzo.

Così io e Dalila, sempre grazie all’amico Benito Franco, ci siamo ritrovati ‘ospiti’ ad una tavolata di ‘reduci’ in vena di racconti e di ricordi di storie lontane. Di chi a quei tempi correva in bicicletta e dell’amico che semplicemente lo seguiva per solidarietà: s’andava ad Acquanegra, nel cremonese, una bella pedalata di 25 km. Giunti alla meta, nessuna traccia della manifestazione. Chiedono all’osteria in piazza ma tutti cadono dalle nuvole fino a quando un paesano dice che magari la corsa è a Acquanegra sì, ma nel mantovano. Così ai 25 km già macinati se n’aggiungono altri 51 e pedalare, per non rischiare di arrivare a gara già conclusa. In realtà tutto bene e il nostro amico ciclista si piazza 2°, ma che fatica! E poi via per il ritorno. A pedalare seguendo a ruota un camion, minimo 60 km/h e attenzione che se quello frena o anche solo molla un attimo il pedale dell’accelleratore son guai grossi. Invece tutto bene, la memoria ricorda, e alle 23.30 i due arrivano in paese dove trovano amici e parenti riuniti sul piazzale della chiesa preoccupatissimi e tutto, proprio come oggi, finì nella vicina osteria a festeggiare il ritorno e il trofeo portato a casa.

Impossibile riportare tutti i dialoghi e i ricordi ascoltati. Uno solo per concludere: il ricordo di don Serafino, sanguigno prete di camapagna. Bambini e bambine precettati per la messa della domenica e guai a mancare: volevi giocare a pallone? Se mancavi l’appuntamento domenicale ben che t’andasse t’aspettava la panchina. Senza negarti un bello sganassone, un ceffone sulla testa, una dolorosissima saracca. Che se poi andavi a casa e lo raccontavi, ne prendevi anche a casa! Altri tempi: oggi don Serafino sarebbe rinchiuso in una gabbia in galera già al semplice gesto dello schiaffone ‘educativo’. Ma quella signora ricorda, con gli occhi ancora dolci, di quando il parroco le intimava di suonare il basso e lei per quanto s’impegnasse faceva quel che poteva con risultati che è meglio soprassedere. Ma quel che conta è l’impegno e il parroco non evitava di mandarla alla fine dal prete giovane che dal cassetto tirava fuori un cioccolatino quadrato. E così, alla fin del pranzo in compagnia, non è restato che aspettar il ballo della sera. Alla Festa della Cipolla, appuntamento da non mancare a settembre del ’19.

Insomma, arrivederci Roncarolo.

 

 

 

Di quando Surus, l’elefante di Annibale addormentato a Cerignale in Val Trebbia finalmente mi ha concesso di immortalarlo

Il profilo di Surus, pacificamente addormentato in alta Val Trebbia (purtroppo la posizione non ha permesso di evidenziare la zampa e soprattutto la proboscite)

Risalendo l’alta Val Trebbia per rinnovare l’incontro con Cerignale (e soprattutto per una sosta con i piedi sotto il tavolo all’ombra della topia dell’albergo del Pino dell’amico Massimo Castelli e della mamma, la signora Teresa, maestra nell’arte dei fornelli) al km 76,400 ecco l’incontro con Surus, l’elefante sul dorso del quale Annibale attraversò l’Appennino per scendere verso la pianura nei pressi di Rivergaro e qui scontrarsi e sconfiggere le truppe romane. Era il 218 a.C.

La piazzola di sosta dalla quale è possibile ammirare Surus

Come ci racconta Paolo Guglielmetti (clicca qui), colui che ha saputo ‘individuare’ con la sua Nikon il profilo di Surus dormiente trasformandolo in un simbolo di quella che, come pare, Ernest Hemingway ha definito “la valle più bella del mondo” (in realtà una fake news, inventata da un giornalista piacentino, Ennio Concarotti), erano 36 gli elefanti al seguito di Annibale ma tutti sono morti sopraffatti dall’inverno prima e dalla battaglia poi. Solo Surus, pure ferito, è sopravvissuto e, dopo la battaglia, è tornato in alta valle per esserne guardiano e protettore.

L’incontro con l’elefante di Annibale? No, non si tratta di un colpo di sole: dal sole al ristorante albergo del Pino a Cerignale ci aveva protetti questa splendida topia

Dunque il viaggio fino ai 750 metri di Cerignale val ben la pena, non solo per l’incontro con Surus (che, per una volta, mi ha concesso d’immortalarlo concedendo una piazzola di sosta con una buona vista solitamente sempre occupata da altri) con una buona vista. Ed ecco così il ‘mio’ Surus. Oltre a tante altre stupende visioni di una valle che, se non è la più bella del mondo, di certo ti entra nel cuore.

Val Trebbia, appennino piacentino: il monte Lesima (1724 mt) visto da Cerignale

E’ tornata! Una vecchia panchina in piazzale Libertà a Piacenza. Nell’inerzia comunale, chi sia stato non si sa!

Erano sette o otto le panchine collocate nel giardino di piazzale Libertà che qualche anno fa la giunta comunale di centrosinistra aveva realizzato per sostituire due distributori di benzina e tanti parcheggi in un’area a grande traffico inquinante. Una bellissima idea sfruttatissima dagli abitanti delle case popolari e dai bambini che invero poco sedevano e molto giocavano con gli spruzzi della fontana. Poi lentamente quelle panchine, stroncate dal superuso da parte del Clan dei culi grossi (mamme, nonne, single avanti con gli anni, nonni ed io compreso) hanno ceduto il passo. Piegate a terra come elefanti o balene spiaggiate, recuperate dagli operai della manutenzione comunale, portate chissà dove per l’ultimo viaggio ma il loro ricordo non s’è perso. Oh, nostalgia canaglia! L’ultima se n’andò più d’un anno fa, da tutti rimpianta. Ma ora ecco, mano ignota ha ben pensato di portarne una nuova. Pardon, una vecchia, di legno, recuperata da chissà quale discarica o da quale magazzino dove era da tutti dimenticata. Così in piazzale Libertà una vecchia panchina è ritornata a nuova vita, sembra una giovane nel pieno della bellezza e sa far felice di nuovo il Clan dei culi grossi. Neri, gialli, verdi, bianchi, per la panchina non fa differenza, per lei tutti uguali sono e a tutti offre una pausa di sopravvivenza dal gran caldo. A proposito, non manca il richiamo al cuore: un messaggio d’eterno amore per Giuseppe, scritto chissà quando, chissà da chi, chissà per Giuseppe chi, chissà se quell’amore è sbocciato e se dura ancora, chissà se bianco, nero, giallo, se al mare, in montagna o nella bassa padana. Ed ora che dirà la giunta comunale? Arriveranno le ruspe per rancar via la vecchia panchina fuor d’ordinanza che chissà chi ha portato di tutti a disposizione?

Passeggiando a Castell’Arquato, storico borgo medievale

Le prime notizie riguardanti la pieve di Castell’Arquato sono dell’VIII secolo d.C. costruita da un “nobile e potente Signore nomato Magno”. Magno fece edificare il castello a base quadrata e una chiesa in onore della gran Madre di Dio (756-758).

Magno dona alla sua morte nel 789 al vescovo di Piacenza il paese, la chiesa di Santa Maria (Ponzini ha ampiamente dimostrato, documenti a mano, che la chiesa-pieve di Castell’Arquato era dedicata a Sant’Antonino) e i beni annessi e Castell’Arquato assume un’importante indipendenza come Pieve. Con la donazione di Magno, Castell’Arquato passa sotto il dominio del vescovo di Piacenza.

Ci sono testimonianze che negli ultimi decenni del I millennio il borgo arquatese godesse di notevole vitalità. Il vescovo godeva per il territorio arquatese del fodro (diritto di esazione delle imposte dirette) su tutti gli uomini, nobiles, burgenses o castellani che posseggono case e terreni e sugli ecclesiastici di Santa Maria.

Dal 1204 al 1207 Grimerio, vescovo di Piacenza, scelse come dimora Castell’Arquato. Il borgo assume una maggiore autonomia rispetto al comune di Piacenza. La concessione del governo autonomo avviene ufficialmente nell’estate del 1220.

Il primo documento dell’archivio storico della comunità arquatese è del 10 agosto 1220 e certifica che il vescovo Vicedomio cede al comune e agli homines di Castell’Arquato tutti i suoi beni nel borgo e nel territorio, dandoli in enfiteusi per 700 lire piacentine. Per 200 lire e un piccolo canone annuo cede anche “a titolo di investitura in perpetuo tutte le giurisdizioni, onori e ragioni di decimare” di Castell’Arquato, Lusurasco, San Lorenzo e Vernasca.

Castell’Arquato viene retta da un podestà nominato dal Comune di Piacenza tra i membri più illustri delle famiglie piacentine e restava in carica tre anni. Il podestà aveva funzioni civili, politiche e amministrava la giustizia.

La fase podestarile termina nel 1290 quando Alberto Scotti, sostenuto dal partito guelfo, dal ceto mercantile e dalle corporazioni degli artigiani, diventa signore di Piacenza. Anche Castell’Arquato diventa una signoria vera e propria. Scotti si lega alla famiglia Visconti ed estende il proprio dominio al territorio di Piacenza. A Castell’Arquato insedia il podestà Tedesio de’ Spectinis. L’alleanza coi Visconti finisce nel 1302; il figlio di Matteo Visconti, Galeazzo Visconti, sposa Beatrice d’Este e sposta il peso delle alleanze, dando il via ad un periodo di scontri che porteranno gli Scotti a Milano.

Sotto il dominio degli Scotti Castell’Arquato acquista prestigio politico e si arricchisce di molte delle costruzioni che si possono ammirare ancora oggi, tra cui il Palazzo di Giustizia, nucleo di quello che oggi è il Palazzo del Duca e il Palazzo del Podestà.

Nel 1304 Alberto Scotti viene cacciato da Castell’Arquato dal comune di Piacenza, ma vi tornò tre anni dopo nel 1307. Dopo la discesa di Arrigo VII del 1310, Scotti governerà il borgo a fasi alterne fino al 1316, quando Galeazzo Visconti assediò Castell’Arquato che capitolò l’anno seguente.

Galeazzo Visconti concesse al borgo “grazie speciali”: facoltà di emanciparsi giuridicamente da Piacenza, privilegio di dotarsi di un autonomo corpus di norme legislative: sarà il fondamento degli statuti quattrocenteschi. Iniziò il dominio visconteo che durerà fino al 1450.

Nel 1324 Castell’Arquato viene ceduta al comune di Piacenza, soggetta anch’essa al dominio della Chiesa, che governa sul borgo per dodici anni. Piacenza torna ai Visconti nel 1336 con Azzone Visconti, che favorisce l’autonomia degli arquatesi da Piacenza, insediando un podestà di sua fiducia, Galvagno de’ Comini, e facilitando la fortificazione di una zona così importante dal punto di vista strategico e militare. Galvagno de’ Comini muore a trentasette anni. A Luchino Visconti, suo successore, si deve la costruzione della Rocca (dal 1342), promossa dal comune di Piacenza.

Nel 1403 Gian Galeazzo Visconti investe Borromeo de’ Borromei e la sua discendenza dei poteri feudali su Castell’Arquato, con annesse rendite fiscali. Minacciati dalla potente famiglia fiorenzuolana degli Arcelli, cedono i loro diritti agli arquatesi, che li rimettono a Filippo Maria Visconti, duca di Milano. Dal 1416 al 1470 il borgo si chiamerà Castel Visconti.

Nel 1438 Filippo Maria Visconti offre il feudo al condottiero Niccolò Piccinino. Sotto il suo governo vengono promulgati gli statuti comunali, gli Statuta et decreta Terrae Castri Arquati. Da Niccolò il borgo passa ai figli Francesco e Jacopo. Il cupo periodo del dominio visconteo si chiude senza eredi con la morte di Filippo Maria Visconti. Su Milano si allunga la mano di suo genero Francesco I Sforza, che viene proclamato dopo il 1447 anche signore di Piacenza e del contado. Francesco, a sua volta, cede Castell’Arquato a Tiberio Brandolini da Forlì.

Nel 1541 papa Paolo III Farnese concede l’indipendenza al borgo, avendone già gettato le premesse nel 1538. Rende anche visita al borgo nella primavera del 1543 in cui è acclamato dalla popolazione, riconoscente poiché l’indipendenza da Piacenza comportava anche alleggerimenti economici.

Il governo della dinastia Sforza continua fino al 1707, quando il territorio arquatese entra a far parte del Ducato di Parma e Piacenza, è il momento dei Farnese e dei Borboni.

Fino al 1860 il Ducato di Parma e Piacenza diventa parte dapprima dei domini di Maria Luisa d’Austria e poi torna ai Borboni. In seguito alle vicende della Seconda guerra per l’Indipendenza (1859), i Borboni abbandonano il Ducato, che entra a far parte dapprima dei domini sabaudi e poi del stato unitario dei Savoia.