About arzyncampo

14 febbraio 1954, bassa pianura emiliana, Fiorenzuola d'Arda, quell'era le debut. Oggi vivo e lavoro a Piacenza. Giornalista pubblicista, il destino ha voluto mi impegnassi in tuttaltro campo, al servizio dei cittadini nella sanità pubblica. Tuttavia scrivere, per me, é vitale, divertente, essenziale, un mezzo per esprimere la mia presenza nel mondo e dir la mia. Così dal giornalismo sono passato, per passione e non per lavoro, alla poesia, alla narrativa, ai resoconti, agli appunti ovunque e su tutto, fino alla scoperta del blog. Basta scrivere, appunto, per dire di aver qualcosa da dire alla gente di questo nostro mondo. Fin quando avrò una penna, ci sarò.

“Diario minimo dalla clausura… e pensare che non volevo essere classificata “donna di casa””, intervento di Antonella Lenti da personal blog

Siamo alla seconda settimana di clausura forzata.

La prima settimana l’ho trascorsa bene. Quasi non me ne sono accorta. Sorprendentemente non ho avuto il solito slancio che mi prende ogni mattina intorno alle 9,30-10. Slancio che mi spinge a uscire per cercare di rattoppare le innate angosce esistenziali che mi accompagnano andando alla ricerca di una cosuccia da “gneeente”… da intascare e aggiungere alle decine di altre che si accumulando nella stanza-armadio che scoppia come un abito (tanto per restare in tema) diventato troppo stretto e… “scappato”

Nessuna spinta e per fortuna visto che tutti i negozi di merci non essenziali sono stati chiusi. Quindi nessuna crisi di astinenza e questo è già una bella cosa. E pensare che son proprio le merci non essenziali ad alzare la mia attenzione… Negozi chiusi – desiderio zero.

Come si può fare a meno di tutto quando non puoi avere nulla.

E’ la prima lezione utile da segnare sul taccuino delle buone pratiche da tenere in saccoccia. Credo come tutti, in queste situazione vivo anch’io su un’altalena di emozioni che mi fanno oscillare tra l’ipercinetico e l’abulìa più completa nella quale compaiono pensieri cupi. La calotta terrestre sprofonda su di me. Da un lato quasi lo spero dall’altro mi oppongo ed ecco che riprende la spinta ipercinetica.

Coronavirus non mi farai sclerare… giuro.

Seconda lezione per rinforzare l’inconscio talvolta distratto dalle sfighe che conosce copiose… Mai lasciarsi andare. Che cosa puoi fare se ti viene la spinta di muoverti e hai un perimetro di cento metri quadrati? In verità fossero anche duecento il problema non cambierebbe perché non è questione di superficie lo spazio sarebbe obbligato e sempre uguali di giorno in giorno. Una palla.

Torre d’avorio o capanna non conta: libertà personale uber alles!

Lezione numero tre da conquistare e difendere con tutte le proprie forze lo spazio libero fisico e interiore. Illuminazione! C’è un’unica maniera di muoversi in casa senza annoiarsi: mettersi a fare le pulizie. Ma di brutto. Senza risparmiarsi e senza graziare nessun angoletto nascosto. Rispolverare quegli insegnamenti che la mamma ti ha dato convinta che, in quanto femmina, il tuo destino sarebbe stato quella di donna di casa… e quindi mi diceva impara l’arte e mettila da parte. Quale arte ci volesse per spazzare, fregare, spolverare… Un po’ di anni sono passati da allora le convinzioni ideologiche si sono smussate e poi chi lo avrebbe immaginato che sarebbe arrivato il coronavirus a metterci in cattività?

Ho imparato l’arte, l’ho messa da parte e ora è caduta a fagiolo

Lezione numero quattro mai disprezzare di imparare qualcosa; imparare a rigovernare la propria casa non mi ha fatta una donna di casa, ma mi rende autosufficiente ed è sempre buona cosa. L’alternativa è fare le flessioni, alzarsi e abbassarsi ma alla lunga diventa assai noioso. Invece no, le pulizie, soprattutto se fatte senza metodo e alla rinfusa, danno soddisfazione e ti accorgi di aver vissuto per anni in un semiporcile ben sistemato ma sempre un porcile. E allora vai di alcol rosa a tutta birra. Ora dopo ora il livello nella bottiglia di plastica si abbassa, bisogna centellinarlo perché sugli scaffali del super non ci sono più bottiglie…

Come cavolo si fa a privare il prossimo di tanta ricchezza !

Lezione numero cinque pulisci e sconfiggi batteri e virus, ma non saccheggiare i supermercati. Metto in scena un cantiere perenne perché le pulizie, come le faccio io, portano caos dappertutto, le faccio in modo circolare che in pratica significa spostare tutto e non sistemare niente almeno per un po’ tanto che incappi in qualche esercizio fisico come il “salto a ostacoli” da ferma oppure rifarsi i muscoli quando mi cimento a pulire la libreria che è dall’ultima tinteggiata che non viene disturbata… La casa si anima, è come se prendesse vita di minuto in minuto. In un respiro la prima giornata di clausura è passata via liscia. Fuori è già buio. La libreria è nuda e i libri sono accatastati a terra. I tappeti sono appoggiati al balconcino. La scopa telescopica dell’ultima fiera di Sant’Antonino ammicca in un angolo. Osserva l’alto soffitto da cui penzolano una buon numero di ragnatele. Ignorate prima di questa clausura.

Premesse gettate, la seconda giornata di clausura darà buoni frutti

Lezione numero sei se hai dentro burrasca crea scompiglio intorno a te per confondere l’inquietudine. E’ sera da qualche ora. Non cessano le sirene che hanno fatto da sottofondo alla giornata di tutti i cittadini di Piacenza. Già alle sette del mattino ci ha avvisato che fuori, quel mostricciattolo continua ad agire. Nel corso della giornata le sirene hanno scandito le ore.

Per quanta evasione ti puoi creare la realtà bussa alla porta

Lezione numero sette non ci dobbiamo nascondere la realtà la consapevolezza è un passo per la cittadinanza.

A presto…

“Scriverò di te …” lirica di Francesco Saverio Bascio

 Voglio scrivere di te ... e del tuo gentil fare
della tua durezza e del tuo curar fatica...
scriverò ancora del tuo mare...
e delle tue notti insonni
voglio ricordarne il cuore.
Scriverò di vita traboccante
e di lunghe barche nere
che sfidavano con te la luna
e grandi tonni all'orizzonte.
Voglio ... scriverò di te
e di capanne sulla spiaggia
di quei lunghi tronchi
e l'agave che li spingeva in alto
rubando vita...
all'arsura della grande sabbia.
Scriverò di te
e delle tue zappe ne farò lingotti
e mentre ancora caldi
li salderò al collo mio...
e per ricordarne amore
mi perderò
nei tuoi schiaffi mai arrivati.
Scriverò di te...
scriverò dei tuoi panieri colmi a quel telaio ...
e di quei pedali sempre rotti
che cigolano ancora nella mente
si... io ne scriverò di te...
nel tuo saper dare al mio andar per matti...
scriverò di te nel lungo avvio
ricorderò il miele e le tue api
non perderò mai il sentire del tuo canto
e ti grazierò per sempre o padre mio. ...

“Voci e volti di donne dai territori d’Istria, Fiume e Dalmazia – (4) Donne al lavoro”, visita alla mostra (sospesa) a Palazzo Farnese, Piacenza

Gli italiani in Istria fino alla seconda guerra mondiale? Gente di mare, pescatori che lasciavano casa per, tempo permettendo, lanciare le reti sperando in un buon pescato. E le donne? Certo davano una mano. Per sistemare le reti, per la raccolta del pescato. Ma soprattutto il loro compito era quello del mercato dove si concentravano le venditrici delle più disparate mercanzie.

Il mercato: la venderigola (di Liliana Bamboschek)

Son de mestier la venderigola in piazza,
son triestina ma dona sincera,
mi tratto tutti con bella maniera,
solo uno scartoso no posso sofrir.

El vien, el palpa, el specola,
ghe tiro drio un limon;
co brazzi stagni e forti,
che nova? Sior paron!......
La tabachina (di Luigi Donorà)

Me levo alla mattina
bonora, inverno e istà,
perché son tabachina
e ciama "el dasparà";
ma no per questo a casa
no faso il mio dover:
mi meto duto a stasa
e lustro el foglèr.
Me porto ne la borsa
un pò de pan e vin:
xe quel che dà la forsa
e ne tiene sù el morbin!
E quando che a la sera
finido go el lavor,
spassiso par Carena
in serca del mi amor.
Per farme un bel coredo
go tanto sparagnà
e adesso me lo vedo
che 'l xè una rarità.
Xe tante signorine
che marcia in capilin
che de le tabachine
no le lo ga più fin!

Ritornello:
Ma no parleme de robe d'amor:
mi qua, credeme, ragiono col cor;
val più un bel omo che 'l me voia ben
che le sterline che duti ghe tien!
Il bucato - La lissia

Il bucato veniva fatto in casa dalle donne con mastèl, mastela e tola, tàvola de la lisia. La mastela aveva due manici che servivano per trasportarla ma anche per bloccare la tavola del bucato, che poi si appoggiava sulla donna fino quasi all'altezza del petto. Per i panni si faceva la “lissia”, cioè si metteva la cenere della legna nell’acqua e si mischiava con un bel bastone. Poi si lasciava decantare e si risciacquava.
Le sessolotte
Le sessolotte

Le sessolotte erano praticamente delle lavoranti a domicilio. Delle mondatrici di caffè, gomma arabica, pepe, mandorle, spezie. Magnifici tipi di popolane note per la schiettezza di carattere e di lingua. Pronte a menar le mani, ma più pronte ancora all'atto caritatevole. Cantatrici d'un orecchio invidiabile, erano dotate di sensibilità musicale. Le chiamavano sessolotte dal nome del loro oggetto di lavoro, la 'sessola', specie di grosso cucchiaio per caricare i sacchi.

Canzone delle sessolotte

Tutta la gomma la vien col vagòn,
'ste sessolotte le marcia in cordon.


Trichete, trachete, trichete trà
Trichete, trachete, zò per zità!


Ste sessolotte le marcia in zavatte,
per il moroso le xe come mate
trichete, trachete, trichete trà
Le pancogole

Così erano chiamate le villiche che ogni domenica venivano dal contado a vendere il buonissimo "pan de biga" davanti alle chiese. Un pane ottimo, fatto in casa e cotto nei forni di pietra riscaldati a legna.
4 – SEGUE

“Voci e volti di donne dai territori d’Istria, Fiume e Dalmazia – (3) Donna e Madre”, visita alla mostra (sospesa) a Palazzo Farnese, Piacenza

Scena da un matrimonio, sogno di molte donne di cultura italiana

Le donne di cultura italiana residenti in Istria e Dalmazia negli anni ’40 sono la fotografia dal punto di vista dei valori, dei sogni e delle speranze di vita delle ‘sorelle di sangue‘ che vivono nel BelPaese. Quindi innanzitutto l’essere angelo del desco e madre. Il matrimonio dunque costituisce non solo l’obiettivo ma il sogno di ogni istriana.

Scena da un matrimonio: si noti la posa ‘dominante’ del marito

Non va del resto sottovalutato che l’ideologia fascista all’epoca imperante vede nella procreazione il dovere primario della donna. Una serie di leggi mirano a costringere le donne italiane nuovamente ed esclusivamente al loro ruolo di mogli e madri: ad esempio, il Regio decreto 9 dicembre 1926, n. 2480 vietò alle donne l’insegnamento nei Licei (art. 11), dando l’esclusiva femminile all’istruzione degli istituti magistrali.

Le Donne sono poste in uno stato di totale sudditanza di fronte al marito: “la donna è semplice oggetto della scelta dell’uomo”. Non dimentichiamo che il Codice Penale prevedeva la riduzione di un terzo della pena per chiunque uccidesse la moglie, la figlia o la sorella per difendere l’onore suo o della famiglia (il cosiddetto “delitto d’onore”). La posizione del fascismo del resto è rafforzata dalla sua coincidenza con quella della Chiesa che nell’enciclica Casti Connubii (1930) ribadiva il ruolo primario della donna come madre e condannava come “contro natura” ogni idea di parità tra i sessi.

Madre con bambini
A mia madre (di Lidia Delton)

Quel fazzolettone bianco,
rinchiuso nel comò,
quante lacrime ha raccolto;
quando, stanca e affamata,
con i figli mocciosi,
hai salutato la tua Dignano
dal treno in corsa.
Quanti ricordi lasciati
tra gli ulivi e i muretti
di Visan,
quanti baci abbandonati,
tra le lenzuola
di Santa Caterina.
Ma tu,
madre,
con coraggio ci hai trascinati
per il mondo,
ci hai tenuto a bado,
e dopo anni,
siamo tornati indietro,
a baciare la reliquia di San Biagio,
a piangere,
e a vivere
sul nostro focolare.

La lussignana (di Elsa Bragato)

Eccola dolce e femminile intenta al ricamo, al pizzo o al punto rete con il quale rammenda gli attrezzi da pesca o eseguisce con lo stesso metodo un centro da tavola, e in tal caso il lavoro lo chiama 'filet'. Eccola al piano, eccola in chiesa che gorgheggia gli 'a solo' o fa parte del coro. Lussignani e stranieri ascoltano rapiti. Perché la donna è un essere imprevedibile; figurarsi la lussignana.
( 3 – SEGUE )

“I libri, il buon senso e il Coronavirus”, riflessioni di Carmelo Sciascia

I libri, veri o falsi, della memoria o dell’oblio possono aspettare. Tutti i libri del mondo. La vita è altrove. Anche altrove”. Così termina il racconto “Tutti i libri del mondo” di Gaetano Savatteri compreso nella raccolta “Cinquanta in blu” (otto racconti in giallo – Sellerio 2019). Sarà vero che la vita è altrove, anche altrove, cioè fuori dai libri, da tutti i libri del mondo? Questo il dubbio. Sarà questo dubbio una verità storica o una effimera e semplice manifestazione di scetticismo letterario?

In questo racconto di Savatteri troviamo un parallelo, tra la dimenticanza di Ponzio Pilato, il procuratore di Galilea, in merito al processo di Gesù, e la vicenda di un preciso caso giudiziario capitato ad un certo giudice Sabatini. Come il procuratore romano a proposito del Messia afferma di non ricordare (Gesù? – mormorò- Gesù il Nazzareno? No, non ricordo”). Così il giudice Sabatini a proposito di una condanna inflitta ad un solo imputato, avrebbe dovuto ricordarsi, essendo stati in molti gli imputati coinvolti in una storia di malasanità che, a poco a poco, si erano defilati dal processo. Il giudice ribadisce di non ricordare. Parallelo che scaturisce, quasi spontaneo, da un preciso riferimento letterario, dal libro di Anatole France: Il procuratore della Giudea. Un libro scritto nel 1902. Libro che Leonardo Sciascia ha contribuito a divulgare e che ha considerato un’apologia dello scetticismo.

Dunque Savatteri per farci comprendere bene un episodio contemporaneo (vero o finto poco importa) fa riferimento ad una storia contenuta in un libro di un secolo fa. Libro, quello di Anatole France, che prende le mosse dal libro terzo degli Annali di Tacito. Un episodio della storia romana degli anni venti dopo Cristo. Così da libro a libro, da un’epoca ad un’altra, si cerca una qualche giustificazione storica a dimenticanze che non dovrebbero essere dimenticate: per rilevanza storica, per coinvolgimento personale. Oggi di fronte ad un fenomeno infettivo, come quello rappresentato dal coronavirus, si ricercano nel nostro passato, prossimo o remoto, “pezze d’appoggio”, libri che hanno trattato problematiche simili, cui poter fare riferimento per trovare risposte ai tanti perché che l’infezione ci pone.

E noi li troviamo questi riferimenti. Nel laico Boccaccio, che circondato dalla peste si mette a raccontare leziose novelle nel Decamerone, come nel cattolico Manzoni. Il Manzoni che descrive la peste nei Promessi sposi, ma ancor di più e meglio nella “Storia della colonna infame”, che dei Promessi Sposi ne rappresenta la logica e significativa appendice. Allora potremmo dire che bastano pochi esempi per affermare che la vita non è fuori dai libri, ma è nei libri, ce lo ha spiegato molto bene uno scrittore come Borges il quale sostiene che è stato un solo autore ad avere scritto tutti i libri del mondo. Libri che riprendono storie, sempre le stesse. Chi è costui? Chi è Borges? Un autore che non ha letto nessuno, ma che tutti citano! Concetto ricordato da Savatteri che condivido e mi permetto di estendere: sono sempre più coloro che citano autori che ignorano (quando va bene in parte, spesso in toto).

S’invecchia solo un giorno prima di morire

Le storie del mondo sono scritte da un solo autore che ha scritto una sola storia: la storia dell’uomo. L’uomo nasce, cresce e poi muore, sembra lo si sia dimenticato. Tra la nascita e morte, avvengono una serie di fatti più o meno piacevoli, episodi che segnano tappe del percorso vitale. C’era bisogno di un’epidemia a ricordarcelo? A ricordarci che nulla ci è dovuto, né la salute, né la vita eterna. Ponzio Pilato, discutendo con l’amico Elio Lamia, mentre si trovano avvolti dai vapori dello zolfo, nei Campi Flegrei, espone le proprie condizioni di salute: “La mia mente non si è indebolita. Ma la vecchiaia non viene senza un corteo di dolori e di malattie”. In quel “corteo di dolori e di malattie” c’è riassunta in pochi termini essenziali la condizione della vecchiaia. Vecchiaia, termine che si tende a sostituire con terza età, età matura, perfino a rasentare il ridicolo con la definizione di diversamente giovane.

Cerca con le cure delle terme sulfuree, Ponzio Pilato, di alleviare i malanni della vecchiaia. Cioè di continuare a vivere e continuare a vivere bene, nel senso di aggiungere vita ai giorni, non giorni alla vita, come sostiene Enzo Bianchi, il fondatore della Comunità di Bose. Perché “Non è vero che sei vecchio/ se il tuo cuore freme e batte… s’invecchia solo un giorno prima di morire” come sostiene il poeta Ignazio Buttitta. Ponzio Pilato cerca nel “buen retiro” della sua tenuta in Sicilia di vivere con filosofia, quella filosofia che così “poca parte ha nell’azione degli uomini che governano”.  Uomini che governano, quindi governatori, nel senso pieno del termine, che si comportano con superficialità, vedasi l’uscita del governatore del Veneto che con una sua frase ha offeso un intero popolo o come lo scoordinato spettacolo in diretta con la mascherina del governatore della Lombardia. Peggio si comportano, quando con determinazione, gli stessi governatori privatizzano la sanità. Allora la discussione è giusto che si sposti, mettendo da parte una apparente contrapposizione tra vecchiaia e giovinezza, che potrebbe interessare la statistica ed il calcolo delle probabilità, e si ponga l’accento su una massima filosofica elementare, in questa come in tante altre occasione: usiamo il buon senso, perché come ci ha insegnato Goya in una sua splendida acquaforte “El sueño de la razón produce monstruos”.

“Era l’11 marzo del 2020, le strade erano vuote”, lirica di Irene Vella, giornalista e poeta veneziana

Città fantasma aliena, olio su tela di Cristina De Biasio

Era l’11 marzo del 2020, le strade erano vuote, i negozi chiusi, la gente non usciva più.
Ma la primavera non sapeva nulla.
Ed i fiori continuavano a sbocciare
Ed il sole a splendere
E tornavano le rondini
E il cielo si colorava di rosa e di blu
La mattina si impastava il pane e si infornavano i ciambelloni
Diventava buio sempre più tardi e la mattina le luci entravano presto dalle finestre socchiuse
Era l’11 marzo 2020 i ragazzi studiavano connessi a discord
E nel pomeriggio immancabile l’appuntamento a tressette
Fu l’anno in cui si poteva uscire solo per fare la spesa
Dopo poco chiusero tutto
Anche gli uffici
L’esercito iniziava a presidiare le uscite e i confini
Perché non c’era più spazio per tutti negli ospedali
E la gente si ammalava
Ma la primavera non lo sapeva e le gemme continuavano ad uscire
Era l’11 marzo del 2020 tutti furono messi in quarantena obbligatoria
I nonni le famiglie e anche i giovani
Allora la paura diventò reale
E le giornate sembravano tutte uguali
Ma la primavera non lo sapeva e le rose tornarono a fiorire
Si riscoprì il piacere di mangiare tutti insieme
Di scrivere lasciando libera l’immaginazione
Di leggere volando con la fantasia
Ci fu chi imparò una nuova lingua
Chi si mise a studiare e chi riprese l’ultimo esame che mancava alla tesi
Chi capì di amare davvero separato dalla
vita
Chi smise di scendere a patti con l’ignoranza
Chi chiuse l’ufficio e aprì un’osteria con solo otto coperti
Chi lasciò la fidanzata per urlare al mondo l’amore per il suo migliore amico
Ci fu chi diventò dottore per aiutare chiunque un domani ne avesse avuto bisogno
Fu l’anno in cui si capì l’importanza della salute e degli affetti veri
L’anno in cui il mondo sembrò fermarsi
E l’economia andare a picco
Ma la primavera non lo sapeva e i fiori lasciarono il posto ai frutti
E poi arrivò il giorno della liberazione
Eravamo alla tv e il primo ministro disse a reti unificate che l’emergenza era finita
E che il virus aveva perso
Che gli italiani tutti insieme avevano vinto
E allora uscimmo per strada
Con le lacrime agli occhi
Senza mascherine e guanti
Abbracciando il nostro vicino
Come fosse nostro fratello
E fu allora che arrivò l’estate
Perché la primavera non lo sapeva
Ed aveva continuato ad esserci
Nonostante tutto
Nonostante il virus
Nonostante la paura
Nonostante la morte
Perché la primavera non lo sapeva
Ed insegnò a tutti
La forza della vita.

Karma 1, olio su lino di Andrea Chiesi

“Voci e volti di donne dai territori d’Istria, Fiume e Dalmazia – (2) I costumi delle donne”, visita alla mostra (sospesa) a Palazzo Farnese, Piacenza

All’indomani della ‘Primavera dei popoli’ (1848-49) in Istria e Dalmazia vivevano popolazioni di origini slave e italiane che convivevano pacificamente. L’Impero Austroungarico favorì l’affermarsi dell’etnia slava per contrastare l’irredentismo della popolazione italiana: “occupando opportunamente i posti degli impiegati pubblici, giudiziari, dei maestri come pure con l’influenza della stampa, si operi per la germanizzazione e la slavizzazione con energia e senza riguardo alcuno“. Gli effetti dell’editto? Espulsioni di massa, espatri volontari, deportazioni in campi di concentramento, squadracce di nazionalisti slavi, repressione poliziesca, immigrazione di slavi e tedeschi nei territori ‘italiani, chiusura delle scuole italiane, limitazione dei diritti politici e civili. Nel 1909 la lingua italiana venne vietata in tutti gli edifici pubblici. Dopo il primo conflitto mondiale il litorale austriaco e le città di Fiume e di Zara vennero assegnate al Regno d’Italia. Ciò determinò delle tensioni etniche che ebbero sfogo violento nel corso della seconda guerra mondiale, con esecuzioni sommarie e internamenti da parte italiana nei confronti delle componenti slave, e con uccisioni attraverso infoibamenti nei confronti degli italiani dall’altra parte. Ma la mostra piacentina non parla (se non indirettamente) di tutto questo ed eccoci così immersi nei costumi, nelle abitudini delle donne istriane e dalmate con la loro cultura espressa anche attraverso i vestiti popolari, d’origine palesemente veneta.

“Scogliana” o “scoiana” di Zara. – Il termine scogliane o scoiane indicava un tipo di contadine del territorio di Zara, di cui ci dà notizia l’abate Alberto Fortis nel suo ‘Viaggio in Dalmazia‘, edito a Venezia nel 1774: “Al mercato di Zara quotidianamente si allineano le scoiane (abitanti delle isole) con verdure, con frutta, con fiori, con recipienti d’olio; da un’altra parte si accoccolano le morlacche, contadine della terraferma con uova, galline, tacchini, pezzi di carne di maiale“.

La donna di Rovigno – Scrive il Carter: “è il rovignese di taglia vantaggiosa, agile e destro, ha lo sguardo penetrante e le donne posseggono l’eloquenza del corpo“. Nel 1650 il vescovo Tommasini di Cittanova confermava dicendo che a Rovegno c’è: “bellaria e così vi sono belle donne“. Ce n’erano anche di irrequiete tanto che nel 1782 il Consiglio dei Dieci di Venezia denunciò alla Curia Vescovile le troppe separazioni “provocati da viziosi censurabili oggetti” per rendersi “più sciolte e libere dalla podestà maritale, per seguire la scostumatezza scandalosa“. Ma il Benussi commenta che la colpa era anche dei mariti diventati “molli e dissoluti“.

Circondati dal mare, dalla natura incontaminata, dalla pietra pesante e dai terreni aridi, gli abitanti del piccolo continente fin dai tempi più antichi sono stati destinati a essere pescatori e agricoltori. Nel tentativo di approfittare di tutto ciò che gli veniva offerto, l’Istriano diventava un umile pastore, o si trasformava in agricoltore, o ancora in viticoltore e produceva la ben conosciuta Malvasia istriana, ma anche pescatore, che con paziente sapienza rammendava le reti al porto. Pertanto, dell’Istriano, spesso si può sentir dire che è un uomo mite, dai movimenti lenti, dalla forza nascosta, laborioso e riconoscente per il dono ricavato dal duro lavoro e consapevole del peso della vita, il che lo rende un po’diffidente e restio ad allacciare amicizie.

La durezza della vita l’hanno provata anche le donne istriane, che si sobbarcavano sulle proprie spalle l’intero onere della casa, e non solo dei suoi quattro “angoli”. Le laboriose mani femminili non lavoravano solo in cucina ma si prendevano il carico anche dei lavori più difficile e faticosi. In rare occasioni sapevano rallegrarsi cantando a due voci, nella cosiddetta “scala istriana”, sottile e grossa, accompagnata da antichi strumenti suonati da pastori.

( 2 – SEGUE )

“Voci e volti di donne dai territori d’Istria, Fiume e Dalmazia – (1) La donna e il mare”, visita alla mostra (sospesa) a Palazzo Farnese, Piacenza

Una bellissima esperienza, di formazione storica e culturale, un salto nel passato per conoscere la realtà dei territori istriani e dalmati, macchiati da una guerra che trova le sue radici ai tempi dell’impero austriaco, vive il terrore dell’invasore fascista e conclude, dopo il terrore delle foibe, con il drammatico esodo del 1947 degli italiani residenti. Lo confesso. Mi ci sono avvicinato con fare critico: la solita storia, pensavo, usata e distorta a piacere secondo interessi di parte, quelli della destra italiana che vorrebbe rivalutare il ventennio fascista. Le foibe, dunque, ovvero le colpe ‘unilaterali’ dei partigiani comunisti titini. Sicuramente presenti ma tacendo dei crimini commessi dall’esercito italiano durante l’invasione voluta dal mascellone, il Mussolino. Invece. Niente di tutto questo. All’Archivio di Stato, nella sede al secondo piano di Palazzo Farnese in un mattino di mia libertà dal lavoro, un’esperienza di grande arricchimento che, presto o tardi, dovrò approfondire con qualche lettura. Il tema, innanzitutto, le donne, la loro storia, il loro essere parte della vita sociale, a partire dal profondo legame col mare.

Lottando controvento, un’altra nave si destreggia tra le onde giganti. La procella infuria ma il veliero avanza coraggioso al comando di Marietta Cosulich, moglie di Paolo Tarabochia. La situazione meteorologica peggiora e il capitano teme il naufragio. L’equipaggio, sempre più inquieto, si appella al comandante affinché convinca la consorte a deviare la rotta in cerca di acque più fide. Ma questo significa allungare il percorso, perdere tempo e quindi denaro. Tuttavia, egli tenta l’impresa, sale sul ponte di comando e, a nome della comunità, implora: “Marietta! Poggemo!” “No!” E’ la secca, ferma risposta che le discendenti volentieri ripetono, ricordando l’ava con ammirazione. (di Elsa Bragato in ‘Sempre Lussin‘)

Pia Hreglich con il marito Giuseppe Cosulich e Alice sorella di Giuseppe (in piedi), da ‘Ricordando Lussino‘ a cura di Neera Hreglich Mercanti

Dentice lesso e gradevole arrosto. Un povero dentice, lesso, senza lisca nè pelle, in un piatto grande, piangeva, punto da neri pappagalli in camicia bianca. “Lasciatemi in pace, per voi non sono che stoppa, disgraziati. Mi avete ucciso inutilmente; dal fresco mare, dalle tappezzate colorite secche e promontori mi avete rubato per portarmi in questa camera puzzolente e brutta, per i vostro stomachi gonfi e stanchi“. Nello stesso tempo due pescatori a San Giovanni arrostivano lucide grancevole: il profumo dell’arrosto si mescolava con l’aria dei pini, il colore dei loro gusci era lo stesso del sole, sul mare quieto. Prima di notte cenavano, per prendere forza, col cibo fresco. Prima d’una calma notte di remi e fiocina, al canto dell’usignolo innamorato.

La donna di Pirano (di J.Stadner, in ‘Signor, il marinaio l’aspetta‘)

La piranese cammina in maniera
graziosa come una veneziana, si veste
accuratamente come una francese e
pettina i suoi figli tutti i giorni come una
tedesca.

Ma non è così gaia come la veneziana,
non così frivola come la francese e non
altrettanto sentimentale come la tedesca.
( 1 – SEGUE )

“Cumparsita”, romanzo di Nicola Viceconti, Rapsodia edizioni, 2^ edizione 2015

Un viaggio che ci porta oltreoceano, in Argentina, terra dei sogni e delle speranze di tanti nostri compaesani emigrati già ai primi del novecento. Domenico Labriola, o Don Mimì come lo chiamano gli amici, ormai anziano, lo incontriamo ricoverato nell’ospedale di Buenos Aires, dove comincia a ricomporre i ricordi della sua lunga vita. Partendo dalla poverissima Basilicata, la famiglia di Domenico era arrivata in Argentina su una nave carica delle speranze e delle paure di migliaia di altri italiani in cerca di un futuro migliore. Racconta di aver saputo inserirsi adeguatamente. Aprendo con i fratelli un avviata impresa di costruzione edile e trovando amicizie e simpatie, specie con l’altra metà della mela, grazie alla sua simpatia ma anche alla passione per la musica e il ballo, il tango, la cumparsita in particolare. Racconta degli anni bui della dittatura argentina e dell’amicizia con Saverio che, ad un certo punto, misteriosamente e inspiegabilmente scompare nel nulla, abbandonando anche il figlio, Raul, che potrà trovare proprio in Domenico la sponda alla quale appoggiarsi. Così il romanzo racconta di come s’intreccia la vita degli immigrati di prima generazione, quelli che mai hanno dimenticato il legame con la terra d’origine, e quelli della seconda generazione, ormai argentini al cento per cento ma a loro volta ansiosi di conoscere i luoghi incacellabili nella nostalgica memoria dei genitori. Scorrendo (anzi, divorando) le pagine del romanzo di Viceconti non solo ci ritroveremo commossi ma scopriremo la passione per il tango, quella musica che cresce e si modifica in base al subentro di nuove generazioni ma che continua a ‘parlare’ di capelli impomatati, di sigaro nel taschino, di balere, di amori segreti e inconfessati, di passione, di amicizie incondizionate. Insomma, in altri termini, un’occasione e anzi un’opportunità di entrare in contatto con l’Argentina e “gli italiani come noi“.

“Fermati e sogna”, il tema del concorso di poesia Il SirmioneLugana

Il concorso si avvale del patrocinio della Provincia di Brescia
 
Premio di poesia
IL SIRMIONELUGANA 2020


Iniziativa letteraria riservata a:
poesia in lingua italiana & poesia in lingua dialettale e straniera
TEMA DEL CONCORSO: “FERMATI E SOGNA”

scadenza iscrizioni: 30 settembre 2020

cerimonia di premiazione: 5 dicembre 2020

   
 
“Fermati e sogna” può apparire un tema inusuale
per una iniziativa di poesia,
anche se la poesia può essere paragonata ad un sogno.
Nella frenesia di una vita e di una società ormai assolutamente

“di corsa”, dove rimane sempre meno spazio per il sogno,
per la fantasia, per la grande bellezza di potersi fermare
per guardarsi attorno e ammirare la bellezza della natura o per incrociare i sorrisi della gente,
pensiamo che fermarsi e sognare sia una ricchezza alla quale dobbiamo e possiamo attingere e poi trasformare in versi poetici quelle immagini che ci catturano.
Per visionare e scaricare il bando completo di partecipazione
e la scheda di adesione:
http://www.circumnavigarte.it/sl2020—bando-.html
   

“Eclissi”, lirica di Francesco De Girolamo, poeta in Roma

Illustrazione di James R Eads

Non avere paura della notte;
attraverseremo questo buio
affiancati, silenziosi,
guardandoci negli occhi,
a malapena visibili
nell’ombra così cupa,
ad ogni nuovo tratto,
di questa sorda eclissi.

E non chiedermi la mano:
sarà già sul mio cuore
a controllare che batta
come un tamburo di latta,
per questa nostra guerra,
mite, d’un suo furore
estraneo ad ogni sangue,
per una nuova terra ,
mai davvero promessa,
ancora da conquistare,
sconosciuta allo sguardo,
ma non al nostro ricordo,
al suo lontano richiamo
sempre più forte.

È la vita o la morte
che sussurra in questo urlo,
tenace, di farfalle?
Non possiamo saperlo
come di fronte a grotte
cieche, su approdi o abissi,
al fondo della notte:
dai, non temere, andiamo.

“Il Pums alla luce di una riflessione filosofica”, l’intervento di Carmelo Sciascia per lo sviluppo della città

Piacenza, 3018: le persone lasciano l’automobile in garage e salgono sulla bicicletta, pedalando fino a scuola, al lavoro o a ristorante. Le piste ciclabili sono comode, larghe, estese, collegate ai punti nevralgici della città. E, soprattutto, non si rischia di centrare una buca e capitombolare per terra. Oslo, 2018: succede già, o quasi.

Mi è stato segnalato da Renato Passerini un incontro che si è tenuto alla Biffi questo mese di febbraio a cui non ho potuto partecipare. Un incontro proposto da Anspi Domus e Domus Justinae per promuovere ulteriori riflessioni sullo sviluppo della nostra città per gli anni a venire. L’argomento mi è sempre interessato, anche perché credo che ogni cittadino dovrebbe sentirsi parte in causa ogniqualvolta si discuta sulle linee di sviluppo della propria città. Implicito nel concetto stesso di cittadinanza è l’essere partecipe della vita della comunità “in pensieri, parole ed opere”. Qualche anno addietro avevo scritto sullo sviluppo della città da quando Piacenza era più piccola di Mortizza a causa del decreto napoleonico del 1812, che delimitava la città entro le mura farnesiane. Solo un secolo dopo e cioè con il Regio decreto del 1923 Piacenza “assorbe” i comuni di San Lazzaro Alberoni, Sant’Antonio Trebbia e Mortizza per prendere la configurazione dell’attuale estensione territoriale.

Se è vero, come già suggerito da Leibniz, ripreso da Linneo, che la “natura non facit saltus”, lo stesso non si può dire per le opere dell’uomo, delle sue costruzioni. Infatti contrariamente alla natura, per quanto riguarda le espansioni delle città e la relativa edilizia, pubblica e privata, di salti l’uomo ne ha fatti e continua a farne. A Piacenza noi ci fregiamo di possedere uno dei reperti più importanti della storia etrusca: il fegato. Fegato che oltre ad essere uno strumento usato dagli aruspici per le divinazioni a me sembra essere una odierna cartina geografica del territorio piacentino: un nucleo cittadino e le sue frazioni, un territorio attraversato da un groviglio di strade, autostrade, linee ferroviarie e da inconsapevoli corsi d’acqua!

Come dicevo c’è stata una vera e propria rivoluzione territoriale nel 1812, nel 1923, adesso circa cent’anni dopo un’altra rivoluzione ha sconvolto la struttura urbanistica della città. Bando a fronzoli e giri di parole, la scelta dello sviluppo economico della città basato sulla logistica. L’indiscriminato aumento della movimentazione delle merci nella nostra provincia ha avuto delle conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti: Impermeabilizzazione del suolo, eliminazione di aree verdi ed agricole, incremento del traffico pesante, incremento della cattiva qualità dell’aria.

Avevo dato uno sguardo al PUMS: il Piano Urbano della Mobilità Sostenibile, presentato mesi fa in Comune. Oggi, alla luce di un sempre rinnovato interesse, mi piacerebbe fare delle semplici riflessioni. Il Piano che si dovrebbe occupare dello sviluppo della mobilità cittadina, di tutta la città, comprese tutte le frazioni, in realtà si occupa solo in parte del tessuto urbanistico di Piacenza. Premesso che vi è una certa confusione tra punti di forza e punti di debolezza del Piano, quelli che vengono considerati punti di forza sono spesso dei punti di debolezza.

Come può affermarsi ad esempio che la viabilità del polo logistico non interferisce con la viabilità di tutto il sistema viario cittadino? Forse i camion non intasano le vie di accesso alla città? O forse che non contribuiscono a peggiorare con i loro tubi di scarico l’aria di tutta l’area urbana?

Il termine interferire vuol dire sovrapporsi, ostacolarsi a vicenda, intromettersi. E credo che la circolazione da e per le Mose sia un punto di debolezza per il sistema di traffico che riguarda tutta la viabilità del Comune.

Si sostiene che la città è dotata di “una buona rete ciclabile, anche se in larga parte si tratta di percorsi promiscui ciclo-pedonali”. Purtroppo bisogna constatare che la rete ciclabile non è affatto capillare, è vero, come si sostiene, che i percorsi esistenti sono promiscui ma quel che è peggio è che sono spesso assenti totalmente in molte zone. Si sostiene che il Progetto è “un Piano che dialoga con il suo territorio”, sarebbe stato meglio specificare, un Piano che dialoga con una parte del suo territorio, visto che da questo progetto è esclusa tutta l’area e le frazioni del sud-est del territorio comunale. Tranne che appesantire quest’area con altre strutture che peggioreranno la condizione dell’habitat territoriale come la prevista realizzazione del parcheggio camion nelle vicinanza di Gerbido, il cosiddetto Truck Center a Borgoforte.

Tra gli obiettivi del Piano viene indicato come meritevole l’avere dato seguito alle priorità indicate dalla comunità locale, sembra in verità che dei suggerimenti proposti negli anni dai cittadini (testimonianze pubbliche), come di tante Associazioni (proclamate e conclamate prese di posizioni) siano caduti nel vuoto. Se è vero, come si è detto che l’urbanistica della città a Piacenza è cambiata ogni cento anni, non vorrei aspettarne altri cento per vedere un diverso indirizzo politico sullo sviluppo cittadino.

Non si può più aspettare. Non si tratta più di privilegiare solo un aspetto economico, etico o puramente estetico dello sviluppo cittadino. Questo è un falso problema, le diverse esigenze, non sono incompatibili tra loro, ma vi è la necessità che il potere politico ed economico ne prenda atto e si adoperi per una loro fusione, unica prospettiva che ci può salvare da un degrado che così continuando non potremmo evitare. Come riporta Remo Bodei nella sua opera “La filosofia del Novecento” sul contadino ed il suo aratro: l’aratro per il contadino era bello perché utile, quindi buono. Bisogna capire che bisogna costruire una città dove l’utile (interesse economico) si coniughi al bello (armonia architettonica) ed al buono (qualità dell’aria). Ancora una volta ce ne fosse di bisogno è la filosofia a venirci incontro, a darci soluzioni. Perfino il bistrattato Croce ci ha indicato come le categorie di bello, vero, utile, buono non si negano, né si superano l’un l’altro: sono semplicemente dei “distinti”, nei quali si articola l’attività dello Spirito (che poi sarebbe l’agire dell’uomo).  Parafrasando uno scrittore a noi contemporaneo mi verrebbe da dire: “Ho tentato di raccontare qualcosa sullo sviluppo di una città che amo, e spero di aver dato il senso di quanto lontano sia questo sviluppo dall’interesse dei suoi abitanti e dei suoi cittadini, cioè dalla ragione”.

“E Piacenza diventerebbe zona rossa, vietato entrare ed uscire”, cronaca di una giornata ai tempi dell’epidemia

L’esame dell’ipotesi di allargamento della Zona Rossa all’intera Lombardia e a 11 Province

Sono giorni che, ad ogni ora, passano ambulanze a sirene spiegate. Quelle che vanno verso San Polo, San Giorgio, Carpaneto. Ma a poca distanza da casa mia si trova anche via Colombo e da lì sento le sirene di quelle che arrivano dalla Val d’Arda. Inquietante, impossibile non provare un senso d’ansia, di timore. Del resto, bene: la paura spinge a rispettare cautele e in questo momento questa è tutta salute. Infatti ‘ascolto’ costantemente la situazione portando la mano alla fronte, talvolta ai lobi delle orecchie. Valuto con sospetto i colpi di tosse, gli starnuti. Per ora comunque tutto bene. Guardo con sospetto i ragazzi ‘neri’, quelli che sputacchiano abitualmente per terra. Una curiosità: portano mascherine soprattutto persone d’origine straniera. Più ‘aperti’ gli italiani. Alcuni però usano periodicamente Amuchina. Vorrei sapere se già esiste un florido mercato nero. Mi stupisco di fronte alle serrande abbassate da giorni dei bar gestiti da cinesi. A tutte hanno appeso un foglio di spiegazioni ma non mi sono mai avvicinato, quelle chiusure credo per paura delle reazioni di noi italiani mi fanno tristezza. Ieri mattina con Dalila siamo andati in Val Trebbia, a portare legna nel nostro piccolo eremo in affitto. Transitando a Travo ho visto diversi bar chiusi. Del resto ho sentito che anche il Municipio è chiuso. Come a Borgonovo e Pianello. Sempre per contagio innanzitutto del Sindaco. Come anche per il Sindaco di Piacenza, Patrizia Barbieri, e i servizi comunali a ritmo ridotto. Un fatto positivo della ‘trasferta’ temporanea? Niente ambulanze, niente sirene, una stupenda panoramica sui monti dell’appennino, sulle acque azzurre del tortuoso percorso della Trebbia. Con tanto di splendidi riflessi di un sole caldo, quasi primaverile. Oltre ad un buon traffico sulla statale 45: le macchine circolano, la gente esce di casa, il terrore e il panico sono forse passati o comunque limitati. Il quotidiano della provincia, Libertà, guidato dal direttore Pietro Visconti, pochi giorni fa ha titolato “il giorno dei 6 morti”, suscitando qualche polemica. Del resto l’attenzione resta e deve restare alta ed è meglio una verità un pò brutale piuttosto che un silenzio omertoso. Tornati in città sosta all’IperCoop. Parcheggio con occupazione parziale ma comunque buona. Presenza di avventori inferiore alla normalità ma comunque buona. Limitata al supermercato: per decreto governativo tutte le vetrine degli altri negozi sono spente. Il gioielliere, abiti e vestiti, prodotti elettronici, la libreria, la parrucchiera, l’erboristeria, l’edicola: che tristezza. I bar aperti ma servizio limitato ai tavoli. Nessuna ressa al bancone. Abbiamo acquistato per complessive tre borse della spesa, anche approfittando delle offerte: sui prodotti Coop sconti dal 25 al 50%. Uscendo ho incontrato Roberto, collega in pensione da più di un anno che non vedevo da allora. Naturale il gesto di allungargli la mano gioiosamente. Mi ha redarguito: “dovresti essere tu ad insegnarmi che questo non si fa“. Tempo di contagio. Ci siamo avviati verso l’uscita fianco a fianco, chiacchierando amabilmente. Nessun metro di distanza. Incoscienti? Sottovalutazione della situazione? Non siamo ancora assuefatti ad abitudini nuove, di prudenza. Tornando verso casa, inevitabile sosta all’edicola. Dalila voleva sapere se nella vicina chiesa si celebra Messa. Niente da fare, probabilmente quest’anno Gesù non muore più a Pasqua, se ne riparlerà a Ferragosto. Scaricate le tre borse sotto casa, una signora di passaggio ha chiesto se era l’accapparramento di viveri e vivande. Comunque all’IperCoop nessuno scaffale vuoto. Idem al Lidl davanti a casa però parcheggio con molti spazi disponibili. Mentre Dalila saliva in casa con le tre borse ne ho approfittato per tornare in macchina e andare a parcheggiare. In quel momento è passata un’ambulanza diretta verso la periferia da dove probabilmente era arrivata l’ennesima chiamata. Mentre, lasciata l’auto, attraversavo la strada eccone un’altra in direzione opposta, diretta verso l’ospedale. Sirene a gogò, ritorno alla realtà. Nel pomeriggio notizie di aggiornamento: 426 contagiati a Piacenza, 876 in Regione, 24 i decessi (ma entro la serata dovrebbero essere diventati oltre 30), dei quali 19 piacentini e 5 lodigiani, tutti con patologie pregresse ed età avanzata. Poco prima di cena passano Edoardo e Daniela come di consueto. Tutto normale. Al TG la notizia che Nicola Zingaretti, segretario del PD e governatore del Lazio, è positivo al coronavirus. Entrerà in quarantena, per un buon tempo non sentiremo più i suoi commenti. ‘Tamponati’ e in attesa d’esito anche due ministri. Solo dopo le 21 si diffonde la notizia di una bozza di decreto che trasforma in zona rossa l’intera Lombardia e le province di Modena, Parma, Piacenza, Reggio Emilia, Rimini, Pesaro e Urbino, Venezia, Padova, Treviso, Asti, Alessandria, Verbano Cusio Ossola, Novara, Vercelli. Poco prima di mezzanotte mi scrive via WhatsApp il collega Giovanni: è in Svizzera con la famiglia, come potrà tornare a Piacenza non potendo attraversare la Lombardia?

In realtà, come ha precisato dopo le 2 di notte il Presidente del Consiglio si parla di una STRETTA, “non c’è più una zona rossa, non è un divieto assoluto“, spiega, “non si ferma tutto“, non si bloccano treni e aerei: sarà possibile muoversi per comprovate esigenze lavorative o per emergenze e motivi di salute. Ma la polizia potrà fermare i cittadini e chiedere loro perché si stiano spostando in territori dove la crescita dei casi di contagio porta il governo a disporre misure mai così restrittive.

“Tarocchi magici e cavallereschi – La vera storia di Rolando”, di Marcello Simoni, Add editore, 2019

Un viaggio nel mondo cavalleresco letteralmente alla scoperta della vera storia di Rolando (Orlando). L’autore stesso, perso in una biblioteca-labirinto, si aggira alla ricerca di un raro codice medioevale e, alla luce di una candela, si imbatte in un curioso personaggio, seduto su un cavallo a dondolo. È Turpino o, meglio, il suo ectoplasma, autore della “Historia Karoli Magni et Rotholandi”. Turpino, come sostiene e rivela, era presente quando avvennero i fatti, fu proprio lui il maestro di Rolando, colui che gli insegnò a essere un cavaliere astuto e proprio lui combatté al fianco di Carlo Magno nelle sue mille battaglie. Prende così avvio un dialogo ovviamente surreale nel tentativo di ricostruire la “verità” sulla figura di Rolando (Orlando), tra storia, mito e letteratura. Naturalmente Simoni dubita assai della credibilità dei racconti del presunto Turpino che tuttavia, seduto sul suo cavallo a donodolo, spiega attraverso i diversi tarocchi appesi al suo scudo le verità di quell’epoca lontana dalla quale sostiene di arrivare. Ecco dunque l’avvicendarsi – via tarocchi – dei racconti con protagonisti ora un grande cavaliere, poi un incredibile nemico, una città da espugnare, immancabilmente il re, un gigante – Ferraù -, la bellissima Angelica, e non può certo mancare il mago. Si conquista Pamplona, si sconfigge Agolante, e mentre il racconto prosegue fino alla sconfitta di Rocinsvalle altri protagonisti s’affacciano: l’ombra di Italo Calvino, lo storico carolingio Eginardo, Turoldo (l’autore della “Chanson de Roland”), e ognuna dirà la propria tra scherzi ed erudizione. Undici capitoli di divertissement con tuttavia qualche pretesa di rilettura storica conseguente alla notevole conoscenza storica di Simoni.

“In tempi di coronavirus, tra i monti, a Cerignale”, riflessione di Massimo Castelli

Gepostet von Massimo Castelli am Freitag, 6. März 2020

In tempi di coronavirus la dimensione semplice della vita nei paesi trova una sua nuova dimensione culturale e sociale. Ieri a Cerignale abbiamo fatto su il “maiale”. Gesti antichi, maestria tramandata da generazioni.. odore di spezie miscelate, un pausa un bicchiere di vino.. Il tempo che non ti insegue.. e una grande massima filosofica.. “Se non finiamo questa sera finiamo domani”..

Una festa vicino ad una stufa accesa.. La festa della semplicità.. e se il telefonino non prende chi se ne frega🤷🏻‍♀️… Ora guardando i salami che devono asciugare.. fuori la neve.. mi sovviene una riflessione.. Siamo sulla strada giusta?

Non rispettiamo più i tempi e i ritmi della natura, inseguiamo traguardi effimeri.. non socializziamo più.. vediamo nemici dappertutto e non riconosciamo più il valore della solidarietà e dell’amicizia.. . Globalizzazione esasperata.. una corsa contro un muro.. e basta un virus per renderlo drammaticamente più vicino.. Le nostre certezze vacillano.. la paura ci assale.. e non abbiamo più valori solidi di riferimento.. La tradizione, il recupero dell’identità.. la voglia di stare insieme, il rispetto della natura e dell’ambiente e’ la vera grande rivoluzione culturale davanti a noi.. Sono qua da solo con i miei salami.. ma mi sento amico del mondo.. e ogni ammalato.. e chiunque in difficoltà mio fratello.

Massimo Castelli, Sindaco di Cerignale, appennino piacentino

“Piacenza, contagio: ‘Il giorno dei 6 morti’, titola il quotidiano”, lirica di Claudio Arzani

Lunga quella strada, la scuola interdetta,
vetrine spente, anche i bar sono chiusi,
luci soffuse s'allungano sui marciapiedi,
selciato silente, non passano vetture.


Persiane chiuse, parla un televisore,
la voce contratta del Presidente,
saranno chiusi gli stadi affollati,
sospesi abbracci per tacere dei baci.


Ieri il treno nero ha sostato all'ospedale,
il capotreno col fischietto ha sollecitato
quei sei anziani a salire in vettura,
consegna non richiesta del ticket di viaggio.


Sola andata, destinazione l'Altr/ove,
sulla banchina del reparto di degenza
l'ultimo saluto di medici e infermieri,
ingresso negato a parenti e visitatori.


In quarantena il vicino del condominio,
in isolamento con moglie e figlia,
diagnosi polmonite, febbre a 39,
alla ringhiera sosta libero il merlo nero.


Suona allarmata l'ennesima sirena,
nel silenzio delle strade deserte
sfreccia veloce un'altra ambulanza
l'autista bardato sente la fronte calda.


Sulla città sembra stesa una mano nera
non risparmia i cuori della gente,
li sfiora, li avvolge, non li lascia,
si vive d'angoscia, di senso di paura.