“La Mafia siciliana: organizzazione criminale o associazione patriottica?”, lettera di Giovanni Bongiorni al Direttore del quotidiano Libertà

Angela Maraventano, pasionaria leghista di Lampedusa. Nelle sue dichiarazioni la Mafia sembra un’associazione patriottica “sensibile e coraggiosa”, in grado di assumersi la difesa del “proprio territorio”

Gentile direttore (di Libertà, quotidiano di Piacenza, ndr), le affermazioni sulla mafia dell’ex senatrice della Lega Angela Maraventano, in occasione della recente manifestazione di Catania a sostegno di Salvini, non sono da sottovalutare. Posto che è da comprendere il disagio e lo stress vissuti dai lampedusani per essere la loro isola diventata il punto di approdo principale dell’emigrazione africana in atto ormai da decenni, è il caso di far luce su cosa sia veramente la Mafia siciliana, l’organizzazione criminale per antonomasia. Nelle frasi pronunciate da Maraventano sembra sia stata, ora non più, un’associazione patriottica “sensibile e coraggiosa”, in grado di assumersi la difesa del “proprio territorio”. Il pensiero della politica diventa qui meno oscuro. Lei intende proprio la difesa militare. La mafia è prima di tutto una forza armata. Si ascoltano spesso discussioni in materia dove brillano, per la loro assenza nel discorso, le armi: pugnali, pistole, kalashnikov, bombe, esplosivi. I mafiosi un mestiere ce l’hanno. Sono i discendenti, incredibile dictu, dei mercenari greci descritti nell'”Anabasi” (IV secolo a. C.) di Senofonte, da lui definiti validi solo per “le armi e il coraggio” (di farne uso). Soldati. Dell’antiesercito dell’Antistato. Marco Bellocchio lo sottolinea bene nell’ultima scena de “Il traditore”: Buscetta con grande rapidità raggiunge un avversario e lo ammazza a revolverate.Sono i discendenti dei mercenari cinquecenteschi licenziati dalle compagnie di ventura e rimasti senza lavoro e non intenzionati a far altro che la guerra. Niccolò Machiavelli (“Dell’arte della guerra”, 1520) li ritiene capaci di portare qualsiasi Stato alla rovina, perché votati solo a far soldi, rubare, violentare, uccidere. Essi considerano – osserva- i costumi della vita civile effeminati e li rifiutano. La stessa etica anima don Mariano, in “Il giorno della civetta” (1961) di Leonardo Sciascia. Quelli disposti a lavorare ma non a far uso delle armi, come lui, sono “mezz’uomini”, “ominicchi”, pigliainculo” e “quaquaraquà”. Un contributo importante per intendere cosa sia il fenomeno mafioso e individuare i mezzi per combatterlo è venuto da Carmelo Sciascia, già concittadino del più famoso omonimo racalmutese, il 2 ottobre in biblioteca, per iniziativa della “Dante” piacentina, diretta da Roberto Laurenzano. Il relatore, con “Scrittura come speranza”, ha mostrato in quale modo Leonardo Sciascia, assumendo la posizione di coscienza critica della società, abbia rivelato le “imprese” di quella parte di essa detta a sproposito “onorata”. Cosa non fatta, ha ricordato, dal premio Nobel 1934 Luigi Pirandello, anche lui agrigentino, pur essendo documentata l’esistenza della mafia in Sicilia da inizio Ottocento. Tale rivelazione ha portato molti maestri del cinema italiano a rappresentare con i loro film di denuncia le opere dello scrittore. Il quale, per spiegare l’irriducibilita’ del fenomeno, appunto, ha indicato l’ importanza dell’ambiente. Prima vi si abita e poi vi si nasce. Nonché dell’infanzia. Dove si passano i primi dieci anni di vita? In quale famiglia? Con quali parenti e con quali frequentazioni? Quale etica vi è condivisa? Sciascia, a rischio della vita, si è opposto alla distruzione dello Stato. Come ha fatto il Parlamento con le leggi sui pentiti, sul 41 bis, sulla confisca dei beni. Come ha fatto la magistratura, coi processi grandi e piccoli. Come hanno fatto e fanno tanti giornalisti e scrittori, alla maniera di Roberto Saviano, che vive scortato. Come hanno fatto e fanno tanti sacerdoti, sull’esempio di don Giuseppe Diana e don Giuseppe Puglisi, assassinati. Di don Luigi Ciotti, anche lui condannato dall’Antistato a vivere sotto scorta. Cordiali saluti.

Piacenza, 09.10.2020 Giovanni Bongiorni

“Elezioni 2020, incredibile! Un altro match senza gloria”, commento di Antonella Lenti, giornalista

Elezioni 2020, incredibile! Un altro match senza gloria. Match, ogni elezione è un match. Il match. Non c’è da stupirsi. Ogni elezione lo è, un match. (Che ci si sia ispirati a quelli nelle assemblee di condominio? E’ il primo pensiero).

Il match ha sempre uno sfondo che ci viene descritto nella fase di avvicinamento dalle innumerevoli colonne sui giornali e dalle infinite interpretazioni dei mezzibusti televisivi, social o radiofonici. Descrizioni che non lasciano tanto spazio alla fantasia anche perché quelle stesse interpretazioni sono l’una quasi la fotocopia dell’altra. Morale, raccontano tutti le stesse storie.

Tanto superflue (le storie) da popolare un universo parallelo in cui sono tuffati i protagonisti del match. Naturalmente il primo piano spetta ai politici che in una frazione di secondo illustrano il loro sentire quasi sempre teso a far leva sulla “pancia” di chi sta a guardare (pericoloso insistere troppo sulla pancia, se poi la pancia ti si ritorce contro sono dolori. Nel vero senso).

Elezioni 2020 – Match arricchito dell’antologia politica

Così, corposamente nutrito da questa antologia politica somministrata ad ogni ora del giorno: i social ne sono pieni basterebbe non guardare, ma come si fa a non inzuppare la curiosità in quel popò di polemica che è il sale della democrazia?

L’ignaro elettore-lettore si immagina che tutto si svolgerà su un ring. Con le regole del ring. Dove c’è chi deve difendere l’esistente (il primato politico posseduto) e chi vuole invece attaccare fino a sbaraccare l’avversario (conquistare il primato politico agognato spodestando i rivali).

Elezioni 2020- Match e l’immagine va a un ring

Un match le regionali 2020. E come in un match, prima dello scoccare del gong ci immaginiamo uno sfidante che saltella galvanizzato dagli incitamenti che gli arrivano dai sostenitori… virtuali o in carne e ossa non importa. Tutto fa massa, fa followers e più ne hai più parlano di te perché la benzina del successo è essere “seguiti” da qualcuno e più si moltiplicano i qualcuno più cresce la convinzione che il match si metta bene.

In tempo elettorale far parlare di sé è sempre una pubblicità gratuita che si riceve. E così ogni minuto la macchina cattura seguaci spinge su un tema o sull’altro ben sapendo che il lettore-elettore sarà catturato (non so quanto convinto) che la novità in rete è il nuovo filo da seguire per dimostrare di stare sulla notizia ed essere quindi (in politica) super performanti. E la corsa verso il match prosegue fino alla prossima breaking news da lanciare.

Per forza poi le campagne elettorali si riducono agli ultimi pochi giorni. Chi ce la può fare a sostenere tutto lo stress del “voto minuto per minuto” che i contendenti vorrebbero costringere a seguire il lettore-elettore.

Elezioni 2020 – Match: ciò che piaceva ora non piace più

Sarà così? Forse sì o forse no. Dipende dal messaggio che mandi dipende dalle onde che arrivano all’elettore. Può essere che quello che suonava intrigante prima oggi non lo sia più. Può darsi che le distrazioni di massa non piacciano più tanto, può darsi che l’ubriacatura della soluzione facile a portata di mano non sia così. Può darsi che le vele spinte dal vento della pandemia abbiano cambiato orizzonte.

Può essere che quello che era certo ora non lo è più. Può darsi che il vento riprenda a soffiare. Ma siamo in tempo di cambiamento climatico e il vento rischia di portare tempesta che non conosce buoni e cattivi. E’ tempesta e basta.

Elezioni 2020 – Match: non è andata come sperato

A match concluso scopri che non è andata come si era programmato. Ci dicono “E’ finita tre a tre” (…anche il risultato del match deve rispettare il linguaggio del match). Poi si aggiungono le interpretazioni che guardano al dopo. Alle conseguenze di un voto parziale ma che apre interrogativi.

Elezioni 2020- Match fattore uno – Un sospiro di sollievo del Pd

Il Pd può tirare un sospiro di sollievo? Come chi non ha studiato e si presenta all’interrogazione impreparato uscire col 6 è una soddisfazione; si aspettava di dover tornare a sostenere l’esame… Questa volta è andata bene ma le fortune non capitano mai due volte.

L’impegno sarà studiare di più, cercare di portare le persone a far capire (con più chiarezza) quale sia il progetto politico che guarda avanti e per il quale si chiede il voto. Altrimenti non resta che affidarsi al carisma, alla capacità attrattiva della persona che lo rappresenta nell’agone politico. Ed è un po’ quello che è successo. Non è nuovo il percorso che porta la persona a sopravanzare il partito.

Quasi sempre accade nell’elezione diretta dei sindaci, portatori di programmi più stringenti e vicini agli elettori di quanto possa avere un candidato regionale. Così è accaduto in Campania e anche in Puglia (tra l’altro è curioso che questa regione fino agli exit poll veniva data incerta e poi… invece è andata diversamente). Perse le Marche? Sembra che non importi molto al Pd l’aver perduto una regione governata da sempre. Si è detto che hanno avuto un peso gli errori commessi nella ricostruzione del terremoto del 2016.

Quindi sapevano di aver fallito e non hanno fatto nulla per rimettere in sesto la situazione? Curioso abbandonarsi al “tanto è persa”. Si sarebbe potuto agire con maggiore efficacia visto che la questione del terremoto stava in gran parte nelle mani della Regione.

Elezioni 2020- Match il fattore due – La delusione dei 5 Stelle

Due cifre ma con la virgola in mezzo non si addice a un movimento che solo due anni fa ha conquistato centinaia di parlamentari.

Non vale portare a giustificazione il fatto che nelle elezioni locali il M5s non ha mai brillato. E nelle regionali soprattutto. Tanto inutile l’argomento che nessuno in questa circostanza lo ha portato come lenitivo di ferite profonde e gravi. Al fondo c’è il tema di un movimento d’attacco a cui viene chiesto di governare.

Condizione nella quale viene richiesto di deporre le armi e sedersi a tavoli che per chi ha lavorato per anni intorno alle piazze e alle proteste non sembra essere un terreno amico. Si è detto che il movimento è di fronte a un momento di scelta: governo o protesta.

Ma all’interno di questa scelta c’è un’ulteriore postilla che interroga i pentastellati. Se si sceglie il governo (la condizione sembra piacere e soddisfare) occorre scendere a patti con cui è meno distante dalle proprie idee.

Una questione che ne richiama un’altra. Quella della equidistanza più volte espressa dai due blocchi tradizionali di destra e di sinistra come a voler rappresentare un terzo polo che ere politiche fa veniva collocato in un’area centrista ma che per i M5s potrebbe essere identificato con un movimentismo popolare che potrebbe modificarsi di volta in volta a seconda dell’andamento dello stesso sentire popolare.

Come si potrebbe declinare dunque la posizione del 5 stelle rispetto alle due coalizioni laterali? E domanda delle domande, dopo due esperimenti condotti come partito di governo prima con Lega e ora con Pd quanto di quell’appeal (perso lungo la strada in questi due anni) potrebbe essere recuperato? Tenuto conto del fatto che un conto sono le istanze che “legano” a un progetto per governare altre sono le istanze che “legano” un progetto movimentista. Un bel dilemma.

Elezioni 2020- Match il fattore tre – Lega di speranza

Quel vento in poppa che solo alle europee del 2019 faceva pensare a una maggioranza assoluta ha disertato la penisola. La tappa intermedia delle Regionali di settembre ha dato un altro responso. Alla lunga la politica urlata ha bisogno di rifarsi la voce altrimenti non penetra più le coscienze. Sarà questo il motivo?

Tra i presidenti eletti l’unico che appartiene alla tradizione della Lega è quello del Veneto. Ma non sembra provocatoria la domanda che in tanti hanno posto: il neo riconfermato per la terza volta presidente del Veneto è collegabile alla Lega?

A quella Lega che ha avviato il progetto di partito nazionale probabilmente per tentare di riempire il gap che la faceva un partito territorialmente minore se avesse mantenuto i riferimenti tracciati dal fondatore del Carroccio di fronte agli alleati Fratelli d’Italia e Forza Italia.

L’operazione è parsa a tanti una scelta geniale. Dalla Calabria, alla Sicilia, alla Basilicata, alla Sardegna i cittadini si sono scoperti leghisti. Lo erano nel profondo e non lo sapevano? Probabile. Hanno sposato appieno le poche, incisive, semplici, facili da ricordare parole d’ordine lanciate dal leader capaci di dare un messaggio rassicurante e con la garanzia che è possibile cancellare la complessità di questo momento.

Ma non è come usare la gomma su un quaderno. La complessità torna e chiede conto. Ora se nell’area del governo ci sono incognite sulle leadership anche nell’area del centrodestra queste elezioni (o match) di settembre hanno messo in rilievo un analogo tema.

Se col vento in poppa alla Lega si lasciava di buon grado il ruolo preminente ora, di fronte alla battuta d’arresto incontrata, alla condizione difficile di Forza Italia e alla silenziosa ma sostanziosa affermazione di Fratelli d’Italia siamo certi che tutto potrà restare come prima?

Elezioni 2020 – Match, il continuo match italiano

C’è poi un’altra considerazione da fare (l’ultima, prometto) da parte di chi ha scelto di evaporare dal reale e osservare da lontano senza aver voce in capitolo.

La considerazione riguarda le tanti parti in commedia (sempre uguali a se stesse) che interpretano via via i tanti match italiani. Dovrebbe essere arrivato il momento per il mondo politico di spogliarsi (finalmente) da tanta polverosa inconsistenza.

Un mondo politico sempre uguale a se stesso che pensa solo all’apparenza e che crede che solo parlando di argomenti importanti come ambiente (chi si ricorda dei giovani di Friday for future?), digitale, uguaglianza fra i sessi … si passi direttamente alla loro realizzazione. Sarebbe il momento (mai come una fase così difficile dovrebbe mettere di fronte alla franchezza delle azioni) di rimediare alle tante assenze. Non è semplice. Ma la vita non è semplice.

Anche la nostra vita di elettori, garantito, non è affatto semplice. Da qualche decennio ormai.

P.S.

Elezioni 2020 Match, il dilemma iniziale

Scrivo. No. E’ meglio non scrivere se non si hanno cose nuove da dire.

Poi mi domando: cosa penso di preciso delle elezioni di settembre e soprattutto che idea mi sono fatta dei risultati usciti? Sarebbero le solite cose. E rafforzo la mia idea: E’ così indispensabile pensarne qualcosa? Chi lo ha detto che si debba per forza scrivere. E poi, chi sei per scrivere… Nessuno. Dunque non scrivo. Mmmmh…

Infine scrivo…

Eccomi a scrivere. Sarà forse l’abitudine a farlo. O che non sia la presunzione di avere qualcosa da dire?… (anche solo a se stessi fa piacere). Il compiacimento di dimostrarsi che in fondo il cervello resta collegato a un reale che si tenta di giorno in giorno di non guardare da vicino perché troppo aggressivo, troppo superficiale, troppo ostentato, troppo stereotipato, troppo scontato… può diventare un ricostituente per la mente.

Guardare, sentire e pensare permette di restare lucidi.

Non perché si è scelto il gesto snobistico di trascendere da una realtà inospitale che non offre luoghi di espressione, si tende a evaporare dal tempo in cui si vive. Non con gesto snobistico o con spocchia, ma con la lucidità di stare a distanza per meglio vedere i confini in cui le cose concrete si confondono con il magma dell’indistinto.

Il magna dell’indistinto… Ecco quello che avvolge la politica da alcuni anni. Domanda fondamentale: quanto dell’indistinto politico si trasferisce nella società nel vivere quotidiano di tutti noi? Siamo noi stressi un magma indistinto, indecifrabile e senza contorni? Mi piacerebbe scoprirlo. E allora scandagliamo, scriviamo, interroghiamoci, sconformiamoci.

Scrivo del match elettorale su cui è calato il sipario ma da cui ci arrivano ancora i lamenti, le accuse, le recriminazioni, i veleni che potrebbero (perché no) influire sull’immediato futuro. Per tenersi in allenamento spesso a un match ne succede un altro. La connessione tra i due punti non è sempre coerente ma nel magma indistinto di match spesso capita. Si sa.

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“I socialisti al referendum votano a sinistra, votano NO”, intervento di Silvano Veronese

Ho letto l’intervista, apparsa sul “Il Foglio” a Federico Fornaro, capigruppo LeU alla Camera, che spesso è intervenuto sul nostro sito web e sui nostri profili FB fiancheggiatori della nostra Associazione. Il tema era centrato sul futuro della sinistra che – anche per Fornaro come per noi – ha bisogno di trovare una sua nuova fisionomia non riconoscendo – come anche noi da tempo andiamo affermando – al PD un ruolo cardine nell’ambito del centrosinistra e tanto meno della sinistra.

D’altronde, Fornaro – credo anche per tale ragione – tempo fa è uscito assieme ad altri dirigenti da quel Partito. In linea con tale scelta, Fornaro dice ad un certo punto dell’intervista “Bisogna superare il PD, ma senza tornare ai DS……….Margherita e DS appartengono ad una fase politica archiviata e non possono essere resuscitati……il PD metta in discussione sé stesso…..”

E’ un ragionamento che, sul piano dei contenuti e della piattaforma propositiva lo porta a coincidere con le recenti prese di posizione di Gianni Cuperlo e del documento programmatico che quest’ultimo ha recentemente elaborato in termini critici verso la gestione Zingaretti. Sono discorsi utili che arrivano tardivamente.

L’errore, a mio giudizio, fu la presunzione iniziale di DS e Margherita di costruire ex-novo una forza politica di centrosinistra che potesse essere sintesi delle idee di un centro moderato con vocazioni vagamente progressiste e quelle di una certa sinistra con ambizioni di governo, una forza nuova e composita   che, in quanto tale, avesse l’autosufficienza di candidarsi da sola al governo del Paese, grazie anche ad una legge maggioritaria che garantiva alla prima delle minoranze elettorali e del Paese di diventare maggioranza parlamentare.

Nessuna delle varie leggi maggioritarie varate dal 1993 in poi ha invece garantito stabilità politica e governabilità e nel frattempo è naufragata la “vocazione maggioritaria” del PD che da un insufficiente 32% di Veltroni (il 40% di Renzi alle europee è stato un dato effimero durato lo spazio di un mattino) è precipitato ad un 19/20 %.

L’amalgama  mal riuscito (la definizione è di D’Alema, uno dei soci fondatori!) ha evidenziato la criticità di questa  sintesi tra culture diverse, in certi momenti passati persino tra loro in forte conflitto, un fallimento  confermato dalle scissioni succedutesi.

La sinistra (o meglio le sinistre, perché come la storia ci insegna ce ne sono piu’ d’una) devono fare il loro mestiere (per noi sulla base di idee, posizioni  e valori socialisti) e i moderati, liberaldemocratici e di ispirazione cattolica, devono  fare il loro, senza alcuna commistione.

Nel rispetto del pluralismo culturale e politico, presente in tutta Europa e non solo in Italia,  saranno poi (e non prima)  gli esiti  elettorali a spingere per le soluzioni di governo possibili sulla base di precisi programmi condivisi.

L’illusione di poter offrire soluzioni di governo sulla base di operazioni di potere sganciate da programmi condivisi oppure frutto di modelli elettorali maggioritari non rappresentativi del pluralismo della società e degli interessi sociali presenti nel Paese rimane una illusione che confermerebbe il permanere dannoso di uno stato di criticità della politica determinato da insopportabili populismi e trasformismi nonché l’insolvenza della grave situazione di  non-governo del Paese.

La recente intervista di Zingaretti segretario PD al “Corriere della Sera” è un esempio illuminante tendente a giustificare l’ingiustificabile come l’adesione al SI al referendun confermativo per la riduzione sensibile dei parlamentari sganciata da qualsiasi altro elemento di riforma istituzionale, dopo che il suo Partito per ben tre volte nel recentissimo passato aveva votato in Parlamento contro questa sciagurata legge.

Un partito autodefinitosi  democratico che, anche per le culture alle quali dice di fare riferimento, dovrebbe essere il maggiore interprete della difesa delle Istituzioni rappresentative, finisce invece  per assoggettarsi al piu’ bieco e qualunquistico antiparlamentarismo del suo socio di governo con il quale fino ad un anno fa volavano gli stracci e  reciproci insulti.  Un partito che già quando con suoi esponenti guidava un esecutivo faceva un uso smodato della decretazione (anche quando non c’era la condizione di urgenza prevista dalla Costituzione), oggi subisce il continuo ricorso ai DPCM da parte del “premier” permettendo così che  il ruolo delle Camere sia relegato ad una  attività marginale nella quale prevale non un sapiente e costruttivo  lavoro legislativo ma la rissa continua tra opposizione e maggioranza che umilia l’Istituzione parlamentare. 

E’ evidente che ad un pubblico indifferenziato questo indegno procedere possa procurare un disgusto verso la “cattiva” politica, un disgusto che si puo’ tradurre  anche con l’adesione ad una legge di  riduzione massiccia della rappresentanza parlamentare che produrrà una sparizione delle presenze di vari partiti c.d. minori e della rappresentanza di territori e quindi si arriverà ad un Parlamento che rappresenterà la minoranza del Paese reale.

Un Parlamento, se ridotto alle dimensioni della legge voluta dal M5S, avrà difficoltà di legiferare nelle Commissioni, rafforzando – così a suo scapito –  il potere dell’Esecutivo, creando le condizioni per una “autocrazia” pur lasciando in vita formalmente il regime di democrazia parlamentare. Era ciò che stava nel disegno eversivo elaborato dalla PD di Lucio Gelli !!!

I socialisti, di ogni aggregazione, non potranno non combattere fino alla fine questa battaglia contro questa legge oscena, chiarendo i motivi della loro opposizione, votando e facendo votare NO! senza alcuna riserva.

“Il referendum del grande imbroglio”, intervento di Angelo Sollazzo del Comitato socialista per il NO

Attivisti Comitato per il NO di Piacenza

Ora basta con le falsità sugli effetti del referendum sul taglio dei parlamentari.
E’ falso dire che vi sarà un notevole risparmio con le Camere più snelle, in quanto il risparmio vero, con il taglio dei seggi del Parlamento, equivarrebbe solo al prezzo di un caffè all’anno per ogni cittadino. Ben altro risparmio si potrebbe ottenere dimezzando gli stipendi dei parlamentari e dei funzionari interni. Ma ciò non rientra più nel programma dei 5Stelle , dopo tanto blaterare attorno a tale proposta.
E’ falso dire che il parlamento cosi’ ridotto avrebbe maggiore funzionalità, in quanto per coprire le 14 Commissioni, con i nuovi numeri, sarà molto arduo, vi saranno ingorghi nelle votazioni e vi sarà la impossibilità di dibattiti approfonditi e chiarificatori. A ciò occorre aggiungere che se la qualità dei parlamentari dovesse continuare ad essere quella attuale, mai così bassa, le Camere non avranno più alcuna importanza e saranno solo chiamate a ratificare quanto già deciso dal Governo. D’altra parte i fautori di tale trovata geniale sono gli stessi che, con i Casaleggio, da sempre predicano il superamento della democrazia parlamentare, da sostituire con i click del computer e che con Grillo propongono un Parlamento scelto per sorteggio come in una lotteria. Da tali persone che potevamo attenderci?
E’ falso dire che l’Italia ha più parlamentari degli altri Paesi europei. Basta vedere i dati ufficiali. Con il taglio saremo il fanalino di coda, superati anche da Francia e Spagna.
Dopo aver dato prova di ignoranza politica e totale incapacità, per non parlare di quella culturale, con eletti che in gran parte non hanno mai realizzato nulla di buono nella loro vita, senza arte né parte, i risultati arrivati non potevano essere diversi.
Oggi non possono più addebitare colpe a chi li ha preceduti, dopo due anni di governo, sono stati messi alla prova con risultati catastrofici. Le performance ministeriali di Toninelli, di Di Maio, di Bonafede, di Azzolina etc, hanno procurato ilarità in mezzo mondo.
I cittadini vogliono essere rappresentati meglio, non meno.
Sulla rappresentatività vi sono falle gigantesche.
Con il taglio i senatori del TrentinoAA, saranno sei e cioè lo stesso numero di quelli della Calabria che però ha una popolazione dieci volte più grande. Si toglierà ad intere aree la possibilità di essere rappresentati in Parlamento.
In Lombardia per eleggere un senatore saranno necessari oltre trecentomila elettori contro i centosettantamila dello stesso Trentino.
Nella Circoscrizione Estera al Senato la Ripartizione Europa con duemilionieseicentottantacinquemila elettori eleggerà un solo senatore al pari di quella Africa-Asia che invece ha soli duecentosettantamila elettori. Questa sarebbe la democrazia coniugata dai 5Stelle. Già con la situazione attuale gli italiani all’estero venivano penalizzati con un numero di eletti stabiliti per legge, in barba alla rappresentatività proporzionale, di molto inferiore a quanto sarebbe loro spettato. Ora subiscono un nuovo scippo con una nuova riduzione. All’estero non vi è campagna elettorale, anche a causa del Covid che colpisce duramente i Paesi di accoglimento, non vi è informazione alcuna e quindi il voto libero, uguale e segreto rappresenta per loro solo una chimera.
La Costituzione verrà ancora violata ignorando l’art. 48 che recita anche che il voto deve essere personale. Con l’attuale situazione, e dopo il taglio, gli eletti non saranno scelti dai cittadini bensì nominati dalle segreterie dei Partiti, non esistendo più le preferenze. I segretari potranno fare le liste bloccate inserendo solo i fedelissimi, escludendo gli avversari interni. Insomma si rafforzeranno i partiti personali ed antidemocratici in cui il Segretario sarà padre padrone. Parlamentari nominati e non eletti. Siamo alla vera casta dei Segretari di partito, ad un Parlamento fatto dai signorsì, il cittadino che non sceglie ma subisce. Infine non meno importante è la constatazione che il Parlamento dimezzato, in seduta comune, con solo il 35% dei voti potrà eleggere il nuovo Capo dello stato ed i giudici della Corte Costituzionale. Siamo ad una deriva turca che dovrebbe far riflettere i veri democratici.
Una cattiva politica che produce una cattiva riforma, leggi e provvedimenti incostituzionali, voluti da odiatori sociali, politici improvvisati, dilettanti che stanno danneggiando l’Italia con azioni mirate all’ottenimento del consenso basato sui sussidi e sulle cattiverie.

Angelo Sollazzo

“Non si cambia la Costituzione in modo superficiale”: l’ANPI per il NO al referendum del 29 marzo

Esprimiamo preoccupazione e dissenso sulla riforma costituzionale in corso di approvazione, che taglia drasticamente il numero di parlamentari.

La motivazione prevalente, se non esclusiva, di questa riforma, è un risparmio per le casse dello Stato. Tale risparmio in realtà è così esiguo da essere del tutto irrilevante per i conti pubblici; per di più sarà operativo fra anni, e comunque una riduzione dei costi non può essere l’obiettivo di una riforma che incide profondamente sulla natura della democrazia italiana. Questa motivazione rievoca una vecchia tara di una parte della politica italiana: l’antiparlamentarismo, cioè il vedere negli eletti non i rappresentanti del popolo, vale a dire coloro sui quali grava una delle più alte responsabilità nella costruzione delle regole del vivere comune, ma un gruppo di persone di scarsa qualità, il cui obiettivo dominante è quello della conservazione di un posto di privilegio. Si nega al parlamentare la dignità dell’istituzione che rappresenta, e questo è un colpo all’intera impalcatura della Repubblica, quando invece bisogna ribadire e rafforzare proprio la centralità del Parlamento.

Scompaiono le dimensioni che dovrebbero essere maggiormente curate e sollecitate, e cioè l’esperienza, l’efficienza, la competenza, la ricerca, la passione per il bene collettivo, e rimane una visione umiliante ed umiliata del ruolo del Parlamento, i cui ranghi ridotti più difficilmente garantiranno la rappresentanza popolare a tutto vantaggio di un esecutivo, il Governo, sempre più potente e meno controllato.

Il provvedimento, oltre ad indebolire il ruolo di rappresentanza del Parlamento, renderà precario e macchinoso il funzionamento delle commissioni e di ogni altro suo organo. Occorre una nuova legge elettorale proporzionale con sbarramento che riduca il danno di una riforma che, con l’attuale legge elettorale, cancellerebbe dal Parlamento varie forze politiche. In particolare occorre ridisegnare i collegi elettorali e rivedere i criteri di elezione del Presidente della Repubblica da parte dei grandi elettori delle Regioni. Ma tutto ciò non c’è ancora e comunque non basterebbe a sopperire ai danni di una riforma che pone l’Italia fra i Paesi europei col più alto rapporto fra numero di cittadini e numero di parlamentari, modificando radicalmente la volontà dei Costituenti che decisero quel numero di parlamentari proprio in rapporto al numero di abitanti e di elettori del tempo per garantire una corretta rappresentanza.

La Costituzione non è intoccabile, ma non si può cambiare in modo superficiale ed improvvisato, senza alcuna considerazione delle conseguenze istituzionali e pratiche di ogni sua modifica.

LA SEGRETERIA NAZIONALE ANPI

“Caorso: incidente nella centrale nucleare, durante il trasloco cade un fusto con le scorie radioattive”, segnalazione di Alberto Esse

“Radioaktive”, opera 3D di Fabrizio Arzani in ArtStation

Riportiamo il testo della segnalazione pubblicata in facebook da Alberto Esse per chiedere maggiore chiarezza e spiegazione in merito al non trascurabile incidente avvenuto nel corso del delicato trasloco di materiale radioattivo in partenza da Caorso con destinazione Slovacchia

Attenzione. Nei giorni scorsi a Caorso si è verificato un grave incidente (come ne da conto Libertà quotidiano di Piacenza, ma solo a pag. 31): durante le operazioni di trasloco con destinazione Slovacchia è caduto un fusto, contenente materiale radioattivo, danneggiandosi seriamente tanto da dovere essere sostituito. Sogin, responsabile dell’operazione (ed i suoi reggicoda come la fit cisl) si è affrettata a dire che non c’è alcun pericolo di contaminazione ambientale e che la situazione è completamente sotto controllo. Ma a parte che le dichiarazioni di chi ha tutto l’interesse a ridimensionare i fatti lasciano sempre molti dubbi (vorrei indagini di parti terze non coinvolte economicamente o politicamente) l’incidente c’è stato e questo dimostra come l’operazione di trasferimento dei fusti presenti seri pericoli e non va presa alla leggera. Come invece è stato fatto non informando preventivamente la popolazione anche attivando procedure di sicurezza in caso di contaminazione. Il fatto dimostra come abbiamo avuto ragione a condurre le battaglie e le lotte per la chiusura della centrale di Caorso, lotte conclusesi poi con il referendum contro il nucleare in Italia e come siano pericolose le rinascenti posizioni dei Neonuclearisti anche nostrani. Il pericolo del nucleare non si è certo concluso con la chiusura delle centrali ma continua tuttora con la sua coda velenosa e con i suoi enormi interessi economici. Dobbiamo pretendere la verità di quanto è realmente accaduto.

“Salvini: sconfitto! Bonaccini gli rovina la festa”, il commento di Giuseppe Alberto Falci in Huffpost

Doveva essere il muro da abbattere. Doveva essere il trofeo da sbandierare in mondo visione per dare la spallata definitiva al governo “dei Conte, dei Di Maio e dei Renzi”. La festa era già pronta. Le bollicine, rigorosamente italiane, erano al fresco. Da giorni i leghisti erano tutti sparati: “Citofoneremo a Palazzo Chigi e faremo sloggiare Giuseppe Conte”. Boom. Tutto questo non si verificherà perché Matteo Salvini si ritrova davanti alla prima sconfitta vera da quando è segretario della Lega. Avere “nazionalizzato” la tornata nella regione rossa per antonomasia non è servito a nulla. Avere strumentalizzato la vicenda dei bambini di Bibbiano ha innescato un fenomeno opposto, l’exploit del Pd nel paesino della Val d’Enza. Una linea politica da rivedere perché al quartiere Pilastro di Bologna con la trovata mediatica del citofono per mettere alla gogna una famiglia tunesina si è rivisto il Salvini del Papeete. Il Salvini dei pieni poteri, il Salvini “lepenizzato” che spaventa l’Europa e mezza Italia. Non a caso il referendum su stesso in Emilia Romagna, o con me o contro me, è stato implacabile.

E’ una sconfitta cocente, piena. Persino in Calabria il Carroccio perde undici punti percentuali rispetto alle europee del 2019. Così in un amen il Capitano del fu Carroccio è costretto a trasformarsi nel principe del fair play. Eccolo materializzarsi nella sala stampa dello Zanhotel, nella periferia di Bologna, già a mezzanotte. Dopo la prima proiezione che dà la candidata di destracentro, Lucia Borgonzoni, indietro di dieci punti.  “Sono entrato di nascosto per fregare Vespa e Mentana”, prova a sdrammatizzare.  Salvini è scuro in viso, gli occhi sono lucidi. La botta è di quelle che non si scordano. Per oltre un’ora è stato chiuso in una camera dell’albergone a ragionare sulla strategia. Scendere o non scendere in sala stampa? Cosa fare, come ridurre al minimo gli effetti di una sconfitta? Lo staff si aggira spaesato nella hall. “I dati sono preoccupanti, in provincia di Piacenza c‘è un’affluenza bassissima”, confidano. Alla fine la Bestia di Luca Morisi opta per la dichiarazione a spoglio appena iniziato, utile a veicolare un messaggio del tipo: “Anche in caso di sconfitta Matteo ci mette la faccia”.

Sarà pur vero ma lui non si aspettava questi numeri. Anzi, era convinto, come osava ripetere da giorni, “di stravincere”, “di liberare l’Emilia dai comunisti”. “Non c’è partita”, spargeva ottimismo solo due giorni fa con alcuni fan di Ravenna. Si era giocato un caffè con mezza regione, una cena con diversi amici, era insomma sicuro di destabilizzare il sistema politico. “Regione dopo regione costringeremo i nostri eroi del governo ad accomodarsi fuori dal Palazzo”. Ora è qui davanti una sala stampa stracolma di giornalisti, senza un colonnello al suo fianco, e senza “Lucia Borgonzoni” che, secondo molti, è stata l’anello debole di questa campagna elettorale. Non a caso la lista della candidata governatrice sprofonda all′1,6 per cento. 

Frastornato dalle percentuali di Bonaccini, il leader della Lega guarda in faccia tutti i cronisti e la mette così: “Chiunque vincerà che sia Lucia o Stefano, vorrà dire che avrà meritato, perché il popolo ha sempre ragione”. E’ il discorso di chi non è ancora consapevole della sconfitta, di chi vuole provare a esternare un messaggio moderato in un contesto cui non è abituato, il terreno dei perdenti: “In Emilia Romagna è stata una cavalcata eccezionale commovente e sono orgoglioso. Per me è un’emozione che dopo 70 anni ci sia stata una partita qui”. Questa volta il principe della propaganda si accontenta di partecipare. E non basta, come afferma, che la Lega  sia il primo partito. Non basta prendere di mira l’ex compagno di avventure del governo gialloverde, vale a dire Luigi Di Maio, quando appunto Salvini sottolinea che “il M5S è scomparso in Emilia Romagna e Calabria. Due regioni nelle quali è nato”. E di certo non basta la vittoria in Calabria dove la candidata, la berlusconianissima Jole Santelli, non è salvinian-leghista, e dove la spinta arriva dai partiti della coalizione di rito moderato. 

Salvini è ferito, ha il volto di un pugile che è stato steso da un gancio dall’avversario. TQuesto è il suo stato d’animo e lo si comprende quando scandisce: “Se perderemo in dirittura d’arrivo? Nella vita si vince e si perde e quindi se vinco sono felice, se perdo sono ugualmente felice anzi lavoro il doppio, visto che qualcuno da’ la Lega per morta da 20 anni, deve aspettare almeno i prossimi 20 anni per vedermi stufo e stanco”. Che significa tutto o niente. E allora forse ha ragione una giovane attivista presente in sala che allarga le braccia: “Più di così non si poteva fare”. Alcuni dei suoi accusano i pentastellati del voto disgiunto. Altri invece se la prendono con la mancanza di una classe dirigente locale all’altezza. E allora è anche per queste ragioni se dopo avere ringraziato tutti il Capitano leghista non risponde ai giornalisti e si rifugia in camera. Sconsolato e sconfitto. Con davanti la nottata più lunga della sua vita. 

“Bersani: sinistra, adesso umiltà. Guai a crogiolarsi dopo le regionali”: l’intervista di Pietro Visconti, direttore di Libertà

Pier Luigi Bersani, deputato

Ha messo in ordine le idee su un foglietto. Appunti dal passaggio di sesto grado in cui c’era in gioco “la mia mamma”, la Regione Emilia-Romagna di cui per sedici anni (’80-’96) è stato pluriassessore e poi presidente. Il foglietto è lì sul tavolino del salotto e Pier Luigi Bersani – una vita a sinistra nei suoi vari stadi, tante volte ministro e leader di partito (Pd, prima di andarsene Renzi regnante) senza mai perdere contatto e confidenza con il popolo – lo usa come una specie di bussola per essere esatto in un giorno speciale. Il giorno in cui l’Emilia si salvò dal naufragio.

Onorevole Bersani, ma lei ha avuto paura davvero di perdere la Regione simbolo della sinistra?

Tre secondi di silenzio. Non dice sì ma è come se. “Oh, all’inizio della campagna eravamo al pelo. Ho parlato di ‘apocalisse’ in caso di sconfitta. Lo facevo anche per stimolare una reazione. Al di là di tutto, comunque, la montagna la dovevamo scalare noi, lui Salvini era davanti o almeno lo sembrava”.

E quando ha capito che Bonaccini poteva farcela?

“Ormai càpita sempre così: negli ultimi due giorni, girando e incrociando sguardi e frasi, acchiappi i veri movimenti di fondo. Ho messo insieme qualche sorriso al supermercato e sul Corso, un messaggio sul telefonino di una persona che sta nel centrodestra ma vedendo Salvini al citofono mi ha scritto, in dialetto, ‘Adess l’è tropp, chemò spo mia pò’ – adesso è troppo, qui non se ne può più. Lì ho capito che il vento stava girando”.

C’è una parola che da sola fotografa il risultato?

“Il mondo dei valori, semplicemente quello. Ma prima di arrivare lì vorrei dire due cose”.

Quali?

“Premessa: festeggiamo pure, ma poi mettiamoci subito umiltà. Negli ultimi anni, all’incrocio tra ondata di destra di portata mondiale e cura renziana, noi centrosinistra eravamo finiti sotto. Questo risultato finalmente positivo ha due strati. Il primo è il valore del buon governo, che ha convinto tanta gente consapevole. Parlo soprattutto di chi nei servizi nella sanità e nelle imprese ha rapporti con la Regione e pur orientato a destra o al centro ha capito cosa era in gioco. L’altro strato è l’onda dei valori”.

Che tipo di valori?

“Quelli democratico-costituzionali e quelli atavici di socialità. Tanta gente li ha sentiti toccati e ha rifiutato sdegnosamente l’irruzione di Salvini, sentendo note indigeribili nella sua proposta. Il che dimostra che Salvini ha fatto il turista incantato ma non ha capito questa regione. Sì, la piadina, la Ferrari… Non si è reso conto di cosa andava a smuovere”.

A proposito di “note indigeribili”. Non pochi hanno evocato tratti da neofascista in alcune performance del capo della Lega. È esagerato? È giustificato?

“A me piaceva chi diceva: chiamala come vuoi, ma è fascismo. Non lo è tecnicamente, storicamente. Ovvio. Ma è una picconata su dei valori basici, costituzionali e di convivenza”.

Esempio?

“I bambini. Andare a fare polemica proprio nei posti dove nel dopoguerra ne furono accolti 70 mila, poveri, di famiglie del Sud… Ma come si fa? Sono i posti dove sono stati inventati gli asili nido, è detto tutto”.

E quindi, un po’ per merito del buon governo e un po’ per l’autogol di Salvini, Bonaccini ce l’ha fatta. E ora?

“Ora – Bersani quasi sillaba le parole – la sinistra nazionale non pensasse mai di crogiolarsi in questo risultato. Per l’amor di dio…”.

A cosa allude? Alla forza della destra ammaccata in Emilia ma tutt’altro che in calando un po’ ovunque?

“Naturale. Se la sinistra non vuole guardare la Calabria, guardi qui a Piacenza oppure a Ferrara. Questo risultato è solo l’occasione per alzarsi in piedi e mettere in moto un processo. Quei valori vincenti ci sono dappertutto in Italia, qui in Emilia poi abbiamo un presidio. Ma hanno bisogno di un aggancio programmatico e politico, hanno bisogno di gambe per camminare. Oggi questo strumento non c’è”.

E quindi, in pratica, cosa dovrebbe accadere per non buttar via la chance che l’Emilia offre ai progressisti?

“Occorre una grande chiamata a tutte le sensibilità del nostro campo. Un appuntamento programmatico che porti a una sinistra dei tempi nuovi”.

A chi tocca la mossa?

“È ovvio che il fratello maggiore è il Pd. Ma tutte le forze organizzate devono mettersi a disposizione. E nessuno deve dire ‘venite’. Devono dire ‘facciamo una cosa insieme’, ‘andiamo’. I terreni programmatici sono lì, naturali. Le tre grandi transizioni: ecologica, tecnologica, demografica. Poi chi ci avrà lavorato deciderà l’esito politico, un partitone, una federazione… vedremo”.

Restiamo però qui dalle nostre parti onorevole. C’è un vasto pezzo di popolo che, come lei ha accennato, è voltato dall’altra parte. 

“Lo vedo, altroché. Piacenza, Ferrara, pezzi di Appennino e di costiera. C’è un rischio: che in questi territori dove prevale la destra si crei una sindrome di autoesclusione, della serie noi-con-questa-Regione-non-c’entriamo. Non va bene. Suggerisco alla sinistra di qui, di Piacenza e di Ferrara per esempio: riconoscersi minoranza e essere amichevoli verso quel gran pezzo di popolo che non sei riuscito a convincere. Secondo: con santa pazienza ritessere dal basso le trame del consenso. Pensare che ci siano scorciatoie è un errore. Serve scarpinare, con le forze che ci sono”.

Un’impresa. Qui a Piacenza la destra per esempio è oltre il 60%. 

“Ah, ma ce n’è da fare anche per la sinistra nazionale. Bisogna farle capire che la dicotomia città-contado è una questione centrale. La campagna si sente emarginata, avverte che le strade dello sviluppo si concentrano nelle città. Vedo in montagna, in tutt’Italia non soltanto qui, un sentimento da sconfitti. Va ripreso in mano il tema delle Province, che sono state smontate e basta”.

Torniamo a Salvini, che vi ha fatto tremare. È stato battuto in una partita, sia pur importante, o si può pensare che sia il primo atto di un declino?

“Beh, è il primo alt grosso che gli arriva. Paga anche la sindrome dell’uomo solo. Sono un predicatore di questo rischio mortale. Di me dicevo anche da segretario che ero solo ‘moderatamente bersaniano’. Ma comunque, mettiamoci bene in testa che, nonostante l’ammaccatura in Emilia, la destra c’è ancora eccome. Mentre la sinistra non c’è ancora come alternativa vera, nazionale. Può esserlo dandosi una mossa”.

Nella “mossa” c’è la chiamata di cui lei ha parlato prima. Tra gli alleati ci sono ancora i 5 Stelle, numericamente ridotti in polvere? Lei nel 2013 fece una scommessa, andata a vuoto, sul carattere duraturo del Movimento. 

“I 5 Stelle esistono ancora, indeboliti. Sono il 15 per cento nei sondaggi, ma al di là di questo in Parlamento sono un esercito. Devono darsi un modo di discutere e capire che se non si prende mai nessuna strada si va a finire in un vicolo cieco. L’idea che non c’è né destra né sinistra è destituita di qualsiasi fondamento. Sei ambiente-scettico o la prendi sul serio? L’immigrazione è solo disturbo o va trovato un modo per renderla socialmente accettata? Sono nodi che non ammettono diserzioni”.

Immigrazione, appunto. Il 90 per cento del consenso di Salvini viene da lì, dall’inquietudine per il carattere disordinato del fenomeno o per il timore, da parte dei penultimi, di avere nuovi “concorrenti” nella scala sociale. È un nervo scoperto della sinistra. Come contrapporre a quella della Lega una narrazione alternativa? E quali proposte?

“Non c’è discussione sul fatto che l’immigrazione è disordinata: è vero. E Bersani non è buonista. Dobbiamo come sinistra avere il coraggio di dire in modo chiaro la nostra ricetta. Sugli sbarchi, poi, bisognerà pur dire che in Spagna e Grecia negli ultimi anni ne hanno avuti molti di più. Il problema non è questo. Invece, dati del ministero degli Interni, abbiamo 660 mila irregolari, anche a causa della cura-Salvini che ha smontato alcuni meccanismi di integrazione e di controllo. Non si può accettare che un paese abbia 660 mila ‘fantasmi’. Non sarà ora di separare l’acqua buona da quella problematica? Regolarizzarli uno a uno, quelli che raccolgono la frutta eccetera? Altra cosa, lo ius culturae. La cittadinanza a chi ha studiato ed è cresciuto qui va data. E gli italiani, se glielo spieghi, sono d’accordo. Sennò tireremo su della gente cattiva. Non ci conviene. La differenza è che noi vogliamo risolverli i problemi, lui vuol camparci”.

Ma non c’è anche il timore di dire ad alta voce alcune cose “ruvide” che potrebbero suonare affini alle “cattiverie” di Salvini, e quindi la sinistra le omette per quieto vivere interno?

“Capisco. Il difetto vero nostro è la perdita di allenamento a discutere nei bar. Se hai fiducia che alla fine il popolo ragiona, non devi aver paura di accettare il confronto. Abbiamo dei problemi da mettere in fila, senza remore. Per esempio sulle case popolari: ne abbiamo troppo poche, e così diventano terra di propaganda e di tensioni. Poi ci sono i pronto soccorso…”.

E i controllori sui treni, gli autisti sugli autobus. 

“Ovunque dove può scattare la guerra tra poveri dobbiamo mettere il massimo di attenzione. Cerchiamo di regolarizzare il regolarizzabile. C’è anche la mafia nigeriana, lo so benissimo. Ora Salvini butta tutto nel mucchio, i bambini e la criminalità. Io voglio distinguere. Nel flusso dell’immigrazione c’è anche del fango: setaccialo! La Lega cosa fa? Dice ‘basta immigrati’. E si ferma lì”.

Bonaccini l’ha fermato. Chi è questo governatore al secondo mandato? Un po’ anche figlio politico di Bersani?

“L’ho incoraggiato io all’inizio, sì, è stato segretario regionale quando io ero segretario nazionale del Pd”.

È un politico “vecchia scuola Emilia”?

“Basicamente sì, poi c’ha messo un po’ di nuovismo”.

Quanto hanno aiutato le Sardine?

“Hanno aiutato nel risvegliare i valori di base: antifascismo, umanità sui temi dell’ordine, socialità. Non c’entrano neanche i partiti, c’entra la storia di come si è venuti fuori dalla miseria, che ha sedimentato un patrimonio ineliminabile”.

Onorevole Bersani, c’è ancora qualcuno che la risolve così, con occhiali fuori dal tempo: in Emilia sono rimasti i soliti comunisti. Le viene di rispondere o di lasciar perdere?

Cinque secondi di incertezza. “No, sinceramente non risponderei. Però mi viene in mente Gnassi…”.

Gnassi chi?

Il sindaco di Rimini. L’ho conosciuto nei miei anni in Regione, più giovane di me, ne avevo visto le doti. Ci rivediamo e mi chiede se mi ricordo di una certa cosa che gli avevo detto una volta e gli era rimasta impressa. Gli rispondo che no, non me la ricordo. La frase era questa: ‘Rimanendo noi, cambiamo tutti i giorni’”.

Domenica? Io voto Emilia-Romagna Coraggiosa, io sto con Bonaccini, io voto per la mia Regione

Emilia-Romagna Coraggiosa: i candidati piacentini, Franco Pastorelli, Benedetta Corso, Massimo Castelli, Serena Groppelli

Il progetto è sostenuto dall’ex europarlamentare bolognese Elly Schlein, da alcuni consiglieri regionali uscenti e da partiti come Articolo 1, Sinistra Italiana, È Viva-Primavera europea, così come da molte realtà civiche, associative e sociali, che hanno scelto di mettere in comune le loro competenze ed esperienze in un percorso nuovo che individui e sostenga in tutti i territori le persone più credibili per rappresentarlo.

Abbiamo lanciato Coraggiosa in un partecipatissimo evento il 9 novembre al Dumbo Space di Bologna, in cui quasi mille persone hanno accolto l’invito a costruire una visione condivisa del futuro della regione Emilia-Romagna con proposte concrete sulla transizione ecologica, l’innovazione e la lotta alle diseguaglianze.

Si avvicina un momento decisivo per il futuro dell’Emilia-Romagna. Anche nella nostra regione corriamo il rischio di consegnare alle prossime generazioni una società diseguale ed ecologicamente compromessa. Quest’emergenza climatica e sociale ci riguarda tutte e tutti e dobbiamo essere all’altezza della sfida.

In pochi decenni il nostro territorio è stato protagonista di trasformazioni epocali. Il lavoro, l’inventiva e il pragmatismo delle cittadine e dei cittadini emiliano-romagnoli, sostenuti da valori irrinunciabili – la solidarietà, la cooperazione e la centralità di servizi universali come sanità e scuola – hanno garantito per anni crescita sociale e benessere. Questo circolo virtuoso fatto di lotte sindacali, emancipazione sociale, sviluppo economico e redistribuzione della ricchezza, si è però interrotto con l’avvento della crisi che anche nella nostra regione ha prodotto forti diseguaglianze. Tanto da far largo, in alcuni territori, ad una sensazione di abbandono, di aver perso il controllo sul proprio futuro, di aver visto peggiorare le proprie condizioni materiali. Un disagio che non va sottovalutato, ma ascoltato, cercando di individuare nuove risposte a nuovi bisogni, per non lasciare nessuno indietro.

Oggi l’Emilia Romagna è alle prese con l’emergenza climatica e i suoi effetti disastrosi, come gli eventi climatici sempre più estremi, l’aumento del rischio idrogeologico e dell’inquinamento. Anche qui abbiamo conosciuto il calo dei redditi e la svalutazione del lavoro, l’indebolimento dei servizi pubblici e l’allentamento della coesione sociale. Questi problemi, a cui si aggiungono persino rigurgiti fascisti e nazionalisti, proiettano incertezze pesanti sul futuro. Il diverso e lo straniero sono diventati il capro espiatorio di ogni rabbia e frustrazione: smentiamo una volta per tutte il pregiudizio per cui le difficoltà dei giovani a costruirsi un futuro dignitoso che valorizzi le loro competenze dipendano da chi viene salvato dal mare o vive al margine nelle nostre città. Il miglior antidoto alla paura e all’odio è dare più sicurezza sociale, più opportunità e certezze sul futuro.

È il momento di avere il coraggio di riconoscere che il modello di sviluppo che abbiamo conosciuto in questi decenni a livello globale si sta rivelando insostenibile dal punto di vista ambientale e sociale. Dobbiamo ripensare il futuro a partire da qui, senza rifugiarci nella confortevole narrazione del “modello Emilia-Romagna” ma tracciando una strada di vera svolta, che possa essere seguita e condivisa anche da altri.

Proprio da qui, da questa regione che ha un tessuto sociale straordinariamente vivo e dinamico, una storia di innovazione importante e una consolidata tradizione di dialogo tra tutte le parti sociali, può e deve partire un ripensamento radicale del modello di sviluppo in senso sostenibile, che parta da scelte coraggiose per rendere le politiche regionali e locali coerenti con i 17 Nuovi obiettivi dello Sviluppo Sostenibile al 2030. La nostra è anche una regione a forte vocazione europeista, capace di cogliere le opportunità europee a partire da un utilizzo virtuoso dei fondi strutturali. Dobbiamo fare ancora meglio, investendo sulle competenze necessarie ad amministrazioni, imprese e associazioni per scrivere progetti e trasformare quelle opportunità europee in benefici concreti per le comunità locali.

Per riuscire a fare tutto questo serve un progetto per il futuro, credibile e capace di unire le esperienze migliori della nostra terra. Un progetto civico e politico insieme, da costruire a più mani, mettendo insieme competenze e sensibilità diverse per costruire una visione comune di futuro per i prossimi cinque, dieci, vent’anni. Non è impossibile, non partiamo da zero. Contiamo sul contributo di tutte e tutti coloro che sentono la stessa urgenza e vogliono mettere al centro di questa visione le due grandi sfide su cui ci giochiamo la responsabilità che abbiamo verso le prossime generazioni: la questione ambientale e quella sociale.

A partire dalla transizione ecologica e dal Green New Deal, per salvare il pianeta – come chiedono milioni di giovani in tutto il mondo – e per rilanciare l’occupazione di qualità, investendo sull’economia verde e circolare. Insieme alla lotta alle disuguaglianze, che comporta il rafforzamento dei servizi alle persone, la valorizzazione dei beni comuni, un piano straordinario per le aree interne e di montagna, il riconoscimento dei diritti e delle differenze e il raggiungimento di una vera parità di genere. Sfide che passano anche per la capacità di governare, e non subire, i processi di innovazione tecnologica, rendendoli davvero a servizio delle persone e redistribuendone il valore aggiunto nella società.

Vogliamo riappropriarci del futuro e appassionarci a una sfida che possa cambiare davvero il volto della regione, valorizzando ciò che di positivo è stato fatto ma chiedendo discontinuità su quello che non ha funzionato.

Costruiamo insieme proposte concrete che migliorino la vita delle persone attraverso la transizione ecologica, la lotta alle disuguaglianze e l’innovazione tecnologica. Proposte da mettere con forza al centro del dibattito in vista delle prossime regionali, per chiedere a tutto il campo delle forze ecologiste, progressiste, civiche, riformiste e di sinistra di essere all’altezza di queste nuove sfide con una prospettiva di cambiamento reale. Verso un futuro sostenibile per tutte e tutti.

“Craxi, Hammamet, il socialismo negato, gli eredi di Berlinguer”: dall’intervento di Piersergio Serventi in facebook

Socialdemocrazia, c’è molto da difendere e da ricostruire

Non resisto a dire la mia su Hammamet, dopo aver visto il film, letto i post dei miei amici coetanei socialisti, letto Bobo Craxi, Intini ecc. La prendo alla lontana. Per la mia generazione (ma forse anche prima e anche oggi) la passione politica era ciò che solo oggi mi sembra abbastanza chiaro: un modo di vedere il presente e il futuro del mondo e di collocare se stessi in questa visione, alimentato da miti e pulsioni (la psicoanalisi potrebbe aiutare) che avevano e hanno poco a che fare con il razionale. Ho letto quasi tutte le biografie dei grandi della storia degli ultimi 200 anni. Retrospettivamente oggi so che nessuno le ha fatte tutte giuste (cit. Bersani). Ergo, anche oggi nessuno le fa tutte giuste. E forse neppure tutte sbagliate. Ma la passione politica travolge anche la capacità di “vivere” davvero questa banale considerazione. Se ascolto l’Internazionale che ho nella versione diretta da Toscanini nel 1944 a New York, non riesco a trattenere la commozione, nonostante la realtà storica delle concrete azioni di Lenin (si, anche Lenin, non solo Stalin), Stalin, Mao…Nonostante il Togliatti per molti connivente di Stalin. Emotivamente non sopporto chi mi tocca Fidel Castro. Per non parlare dei partigiani. Anche di quelli che, tra il 1945 e il 1947, “giustiziarono” senza processo, circa 3000 ex fascisti, che “senza dubbio” se lo meritavano. Che dire dei 2-3 milioni di italiani che, fino agli anni ’70, votavano il MSI, quando questo non aveva nulla da offrire se non la fedeltà agli “ideali” del fascismo, nonostante i crimini acclarati del Duce? La passione politica trascende la razionalità. Anche ieri e oggi: Berlusconi, Renzi, Grillo, Salvini sono stati e sono oggetto di questo tipo di “passione”, anche se è notorio che non le hanno fatte e non le fanno tutte giuste. Io oggi sono senza passioni, ma per stato di necessità. E non so se sia un bene o meno. Perciò innanzitutto capisco e non mi sento di biasimare gli amici socialisti che, memori della loro antica passione, ancora “si risentono” per la fine di Craxi e approfittano del film, per rivendicarne la statura politica. Per parte mia ne ho apprezzato (anche quando era in vita e io ero fra i “miglioristi” nel PCI) l’iniziativa di aver proposto l’autonomia del PSI come riferimento per una transizione compiutamente socialdemocratica della sinistra italiana, mentre il PCI commise l’errore (con Berlinguer) di contrapporgli improbabili “terze vie” ed “eurocomunismi”. Fino al peccato originale che ancora ricade sul PD di oggi, subito dopo la caduta del muro, di aver dato vita ad un partito (Occhetto, D’Alema, Veltroni ecc.) senza la parola “socialista” nel suo nome. Il fallimento politico di Craxi ha, a mio parere, anche queste origini e queste concause. Poi c’è Tangentopoli che io non considero l’errore principale, nè causa di particolari demonizzazioni, proprio per la verità storica (benchè in parte diversa da quella giudiziaria) che, sul tema, ha riguardato non solo il PSI: a mio parere l’errore principale è stato non accettare, da parte del Craxi liberal-socialista-democratico e quindi consapevole della ineluttabilità della divisione dei poteri, il dato di fatto che anche la Magistratura poteva “non farle tutte giuste”, come in effetti non le fece tutte giuste. Per dirne una, un certo Davigo ancora oggi rilascia dichiarazioni inquietanti, anche se è altrettanto vero che la corruzione e i corrotti ancora oggi dilagano e inquietano del pari. Se il Craxi politico avesse prevalso sull’uomo e si fosse fatto processare, avrebbe scontato la sua condanna nei modi di legge, non sarebbe stato qualificato “latitante”, non sarebbe morto “in esilio” e forse avrebbe perfino salvato il PSI e il futuro della sinistra in Italia. Il Craxi uomo (lascio a chi lo ha conosciuto da vicino di giudicare se ben descritto nel film), con i suoi limiti e caratteristiche umane, ha scelto diversamente. Comprensibile per chi non pretende di giudicare l’uomo e, per i suoi “compagni” di allora, oggi anche legittimamente commovente, ma questa sua scelta non ne fa un martire politico di chissà quali “speciali” complotti. Tuttavia sul piano emotivo capisco, anche se non li condivido quando sono causa di passaggio nel campo delle destre, i risentimenti di molti (non tutti) ex socialisti.

I piacentini di Emilia-Romagna Coraggiosa che sostengono Bonaccini

I candidati piacentini di Emilia-Romagna Coraggiosa. Da sinistra: Franco Pastorelli, Benedetta Corso, Massimo Castelli, Serena Groppelli

Presentati a palazzo Ghizzoni Nasalli i candidati piacentini di Emilia-Romagna Coraggiosa in lizza per le elezioni regionali del 26 gennaio 2020. Si tratta di Massimo Castelli, 57 anni, sindaco di Cerignale e coordinatore nazionale Anci Piccoli Comuni; Serena Groppelli, 40, laureata in Storia e di professione fotografa; Benedetta Corso, 45 anni, ingegnere e consulente; Franco Pastorelli, 63 anni, consulente informatico e attivo nell’associazionismo.

Francesco Cacciatore ha illustrato il senso del progetto: “una lista civica e politica che mette al centro le grandi questioni del nostro tempo: la questione ambientale e la questione sociale, e le problematiche delle aree interne e marginali che rappresentano l’ossatura del nostro paese”.

La lista – ha precisato Cacciatore – si colloca a sostegno del presidente uscente Bonaccini e il motivo è semplice: in queste elezioni sono in gioco due visioni differenti del mondo e dell’Emilia-Romagna, e non si può rimanere indifferenti. I candidati sono espressione di mondi diversi, rappresentativi dei punti programmatici della lista”.

I CANDIDATI

Massimo Castelli
57 anni, sposato con una figlia, perito agrario, funzionario della Regione Emilia Romagna, già presidente della Comunità Montana dell’Appennino Piacentino è attualmente Sindaco di Cerignale e Coordinatore Nazionale ANCI per i piccoli comuni. Da sempre si batte in difesa dei territori montani e delle aree marginali, che non trovano spazio nelle politiche nazionali e comunitarie.

Benedetta Corso
45 anni, sposata con un figlio, ingegnere e consulente, si occupa di progettazione sociale nei processi di trasformazione urbanistica ed insegna matematica nelle scuole superiori. Ha diretto per 5 anni una cooperativa sociale di servizi socio-educativi. Da sempre coltiva passione per la politica, per l’arte, il disegno e per i suoi gatti.

Serena Groppelli
40 anni, sposata con un figlio in arrivo, fotografa. Laureata in storia contemporanea, da sempre si interessa della politica e se ne occupa attivamente, “perché nel nostro ieri sta la radice del nostro futuro“. Nella vita professionale e politica ha maturato competenze sul funzionamento degli organi amministrativi che regolano la vita democratica “e per questo voglio mettere tutto il mio coraggio nella costruzione di un’Emilia Romagna ancora più forte, per tutti“.

Franco Pastorelli
63 anni, sposato con un figlio, diploma di perito elettronico attualmente svolge attività di consulente informatico. Da 15 anni presidente di una associazione sportiva che promuove lo sport come pratica portatrice di valori sociali, educativi, di salute e di integrazione. Impegnato come volontario in varie associazioni locali di tutela della salute di assistenza e valorizzazione sociale degli anziani.

Massimo Castelli, Sindaco di Cerignale, candidato per “Emilia-Romagna Coraggiosa” ed io voterò per lui, un amministratore capace

Cari amici di FB, ho dato la mia disponibilità a candidarmi alle regionali con la lista civica Emilia Romagna Coraggiosa. Lo faccio perché da sindaco ho constatato quanto ha lavorato bene Bonaccini, ma per i temi a me cari c’è ancora tanto da fare. Voglio portare a servizio di Piacenza la mia esperienza di amministratore che ha sempre lottato e lotta per gli ultimi. Purtroppo gli ultimi non sono solo sui monti ma anche in collina, in pianura e in centro città. Dunque scendo in campo a viso aperto. Se sarò candidato, non chiedo a tutti di sostenermi, ho tanti amici che non la pensano come me, ma vi chiedo di comprendermi. Il senso di riconoscenza verso questa Regione è infinito e io voglio dare una mano. La lista si chiama Coraggiosa e io non voglio essere da meno. Un abbraccio a tutti. Massimo Castelli

“Le Sardine possono sconfiggere l’estrema destra”, lo scrive ‘The Guardian’, quotidiano britannico

Il quotidiano britannico “The Guardian” nota come attraverso il movimento delle “Sardine” , si stia cercando di  sconfiggere l’idea che per oltre un decennio ha dominato nel panorama politico dell’Europa. Combattere la paura, si può secondo il giornale inglese. Infatti grazie a queste nuove parole chiave lanciate dal gruppo si cerca di ovviare al problema di un centro-sinistra incapace di individuare un vocabolario per sfidare efficacemente la retorica divisiva e spesso violenta di figure come il leader della Lega, Matteo Salvini.

Aldilà dell’obiettivo immediato l’unicità delle “Sardine” consiste nel registro del linguaggio usato per diffondere il proprio messaggio: bandiere e altri simboli di affiliazione partitica sono banditi dalle manifestazioni. Si tratta di una scelta intesa a simbolizzare lo spirito inclusivo del movimento, ma anche per enfatizzare la dimensione civica della protesta. Il fine primario delle manifestazioni infatti è riaffermare i valori di tolleranza e di moderazione. Per tale motivo, i partecipanti sono incoraggiati ad ignorare gli insulti ricevuti, di persona o sui social media, invece di rispondere a tono.

Secondo un recente sondaggio, la maggioranza degli intervistati è convinta che il potere sovversivo delle “Sardine” sia, per le ambizioni di Salvini, una minaccia più grande di quella costituita dal Partito democratico (Pd). Qualsiasi cosa il futuro abbia in serbo, secondo il “Guardian”, si potranno trarre delle “Sardine” delle utili lezioni che vanno ben aldilà dell’Italia.

“- Salvini + anolini”, stava scritto in un cartello in piazza Duomo a Piacenza

Tra Bella Ciao e l’inno di Mameli, oltre mille persone si sono date appuntamento in piazza Duomo per partecipare alla mobilitazione promossa dalle Sardine di Piacenza. Presenti persone di tutte le età: chi ha sicuramente partecipato alle manifestazioni del ’68 così come tante famiglie con bambini.

“- Salvini + anolini” stava scritto in un cartello
che teneva in mano una ragazza,
col sorriso smagliante accattivante
e tutti cantavano l’Emilia libera non si Lega

“Sardine senza bandiere? Rischio di antipolitica e qualunquismo?”, dubbi di Alberto Esse

Lettera aperta ai movimenti di “Friday for future”, “Le sardine”
“Uomini in difesa delle donne” e femministi
Perché alle manifestazione pubbliche da voi promosse parteciperò portando la bandiera rossa partigiana e di Gramsci.

Cari compagni e compagne o amici ed amiche (fate voi) di Friday for future, del movimento delle sardine, del movimento femminista, degli uomini per le donne ecc ecc :
Voglio innanzitutto chiarire che sono completamente dalla vostra parte nel vostro impegno in difesa dell’ambiente, contro il salvinismo, indifesa dei diritti delle donne ecc. Come ho dimostrato sempre, nella pratica e non semplicemente cliccando mi piace, appoggio le vostre lotte contro quelli che considero frutti del capitalismo e del liberismo e ribadisco il mio impegno a collaborare attivamente con voi e partecipare alle vostre mobilitazioni ed iniziative pubbliche.
Detto questo non posso nascondere una certa preoccupazione nel fatto che sempre più spesso pretendiate di VIETARE di principio QUALSIASI bandiera o simbolo di Partito. Al di là della vostra buona fede (che non metto in discussione) e della preoccupazione di non farsi strumentalizzare di fatto, OGGETTIVAMENTE il dilagare di questa posizione finisce per diventare una manifestazione pericolosa di ANTIPOLITICA (mascherata da antipartitica) una manifestazione di QUALUNQUISMO che mette sullo stesso piano quei partiti criminali (fascisti, berlusconiani, leghisti, renziani ecc. e sottolineo ecc.) che sono i veri responsabili politici dei mali contro cui vi battete e tutti quei partiti, organizzazioni e movimenti politici che invece da sempre sono stati e sono in prima linea, pur con mille limiti ed errori, nella difesa di quegli obbiettivi per cui vi state battendo. Questo non fare distinzioni è inaccettabile e pericoloso.
Per queste ragioni, non per spirito polemico, ma come un invito concreto a riflettere su questo tema ho deciso che nelle mobilitazioni pubbliche da voi promosse ed aperte ai cittadini parteciperò portando la bandiera rossa dei Partigiani e di Gramsci.
P.S:
Per inciso,nel movimento di lotta del 68 uno dei nostri principali slogan era “Vietato Vietare”.