“Tokyo Express”, romanzo giallo di Matsumoto Seicho, Adelphi editore, 2018

Un giallo coinvolgente che parte dai due cadaveri trovati su una spiaggia rocciosa della baia di Hakata, estremo sud del Giappone, due giorni di viaggio (traghetto incluso) sull’espresso in partenza da Tokyo. Lui un funzionario del ministero oggetto di indagine per corruzione, lei una geisha, ovvero una ragazza giapponese attraente, colta e raffinata, addetta a intrattenere gli ospiti di una casa da tè, in altre parole un’entraîneuse che si poteva incontrare in un famoso locale nella capitale. Tutto sembra indicare un ‘semplice’ suicidio d’amore ma qualcosa non convince del tutto. Perché affrontare un viaggio del genere per arrivare in una località ignota ad entrambi? Ma non solo: lui non risulta abbia mai frequentato il locale dove lei lavorava e lei, nella casa dove viveva a Tokyo, non è mai stata vista entrare con un uomo. Insomma, gli elementi per un’indagine di approfondimento ci sono tutti e il racconto sa appassionarci nel condurci in un intrigo di orari e coincidenze ferroviarie che spaziano appunto dal profondo sud al lontano nord giapponese con Tokyo a far da mediana. Insomma, il piacere di seguire la trama ma anche un’occasione per aspetti finora ignorati di questa particolarissima civiltà rappresentata appunto dal Giappone e soprattutto dai giapponesi, un popolo che lavora, finora conosciuto per il fatto che, in caso di contestazioni sindacali, prima conclude il turno in fabbrica, poi esce dai cancelli e, nel suo tempo libero, manifesta nell’area antistante la fabbrica stessa evitando comunque di sbraitare o di disturbare più di tanto: ma come son bravi e diligenti codesti lavoratori, mica come quelli barbari italiani (questo l’ho visto anni fa in un filmato mostrato in Fiat a Torino in accompagno ad un altro episodio: un dirigente non certo tenero con i lavoratori che lasciava la fabbrica e le maestranze riunite nel cortile a piangere calde lacrime). A parte questo ecco finalmente scoprire che nel Kyūshū (l’isola dove vengono trovati i cadaveri dei due protagonisti) si trova Nagasaki e vien da chiedersi allora dove possa essere Hiroshima. Ed ecco la risposta: a 421 km, nel corpo diciamo centrale del Giappone e ne occorrono altri 807 per arrivare a Tokyo dove quindi l’effetto della bomba atomica amerikana non arrivò. In pratica morirono o furono contaminati migliaia e migliaia di ‘provincialotti’ mentre le loro grandi maestà, l’imperatore e i suoi nobili collaboratori se ne stavano tranquilli al sole splendente della capitale: tutto il mondo dei potenti e dei signori è paese. Ma a parte queste divagazioni che nulla c’azzeccano col libro, il consiglio è di leggerlo in quanto giallo assolutamente coinvolgente dal finale ottimamente congeniato. Buona lettura.

La mappa del Giappone: l’indagine del giallo ‘viaggia’ da Tokyo al Kyushu e dal Kyushu fino al lontano Hokkaido: leggerlo è un’occasione per conoscere un territorio da noi lontanissimo

“Il gioco delle tre carte”, secondo romanzo dal Bar Lume di Marco Malvaldi, Sellerio editore Palermo

Ultimo giorno dell’anno e ultimo romanzo (giallo) letto e recensito nell’anno. Per la precisazione la seconda prova della gente del Bar Lume, con Massimo che, insieme ad Aldo, si trova impegnato  in un catering di servizio ad un congresso partecipato da molti giapponesi. Ed uno di loro, dopo un leggero malessere che lo costringe in albergo, muore. Un bel mistero per il commissario Fusco che chiede aiuto proprio al barrista, Massimo per l’appunto, che diventa così protagonista di questa seconda prova letteraria (datata 2008) di Malvaldi. Relegando, contrariamente alle altre vicende lette, al ruolo di simpatiche comparse i quattro vecchietti abituali frequentatori del Lume, a partire dal nonno di Massimo, Ampelio. Ma, se dal punto di vista soggettivo la trama e la soluzione  finale hanno scarsa possibilità di entusiasmare (il punto di vista di Malvaldi è a metà strada tra un biologo informatico e un matematico, lontanissimo da un letterato quale ritengo d’essere), sono proprio gli interventi dei vecchietti o di Tiziana (la dipendente del bar) che s’impegna nel rinnovo del locale, a divertire il lettore in funzione anche di un buon principio di fine d’anno per cui, nel consigliare acquisto e lettura, non resta che lasciare a tutti quanti un buon anno nuovo, magari appunto con un brindisi al bar Lume, a Pineta, litorale di toscana.

“Il figlioccio della Regina”, la rivolta dei contadini della Val Tidone contro Napoleone, romanzo storico di Stefano Longeri, edizioni Lir, 2018

Di Agostino de’ Torri, il ribelle piacentino che osò sfidare le truppe napoleoniche che tra il 1796 e il 1814 occuparono militarmente la penisola, sono rare le fonti storiche che ne narrano le vicende. Con “il figlioccio della Regina” Stefano Longeri, già autore di altri romanzi a sfondo storico, colma la lacuna offrendoci una lettura a tratti non solo coinvolgente e partecipata ma di vera e propria indignazione nei confronti del còrso, in definitiva, dal momento che s’incorona imperatore e quindi primus inter pares, traditore degli ideali di libertà, uguaglianza, fraternità che avevano ispirato la Rivoluzione francese. Eccoci dunque proiettati tra i monti appenninici della Val Tidone, con un corteo che sta viaggiando verso la Rocca d’Olgisio per il battesimo appunto di Agostino. Al guado del Chiarone l’incrocio con un altro corteo, quello che segue la duchessa Maria Amalia, signora del ducato di Parma, Piacenza e Guastalla, in visita ai castelli della zona. La signora s’invaghisce di quell’infante e chiede di poter essere testimone al battesimo in chiesa, a Rocca Pulzana, e così nasce la leggenda “dal figlioss dla regina“. Un soprannome che porta fortuna ad Agostino: decisamente un bel e intelligente ragazzo, che ci sa fare soprattutto con le donne, maritate e non che siano, ma anche attivissimo col lavoro: conduce in affitto con i fratelli una fattoria di proprietà del conte Dal Verme allevando muli, asini, cavalli e buoi da vendere sui mercati. Quando i francesi arrivano nel BelPaese molti salutano con entusiasmo i valori della Rivoluzione ma ben presto, finito l’idillio, anche a Piacenza e per la precisione in Val Tidone parte la rivolta contro colui che nel frattempo si era incoronato imperatore dei francesi. Il motivo? Sicuramente la coscrizione obbligatoria decretata da Napoleone nell’estate del 1804. I piacentini non possono tollerare che i propri figli vengano strappati dalla propria terra per essere mandati a morire su lontani campi di battaglia, a gloria di un imperatore che non riconoscono. Ma non solo: In seguito al principio che i popoli “liberati” dalle truppe rivoluzionarie devono contribuire al mantenimento delle stesse, aumentano le imposte e tasse e questo determina grande malcontento tra gli italiani, che si trovano obbligati a pagare il costo della permanenza dell’esercito francese sulla penisola. In aggiunta i nuovi governi intaccarono i beni della chiesa e molte proprietà ecclesiastiche vengono incamerate nel patrimonio dei demani pubblici con crescente malcontento anche da parte del clero, compresi i parroci delle parrocchie agresti. Così, nel 1805, Castel San Giovanni insorge e, a sua volta, Agostino si pone a capo di un gruppo di montanari nascondendosi nelle grotte sotto la Rocca d’Olgisio e la Resistenza ha inizio. All’imperatore, reduce dalla vittoria di Austerlitz, non pare vero che un gruppo di montanari osi resistere a lui, vincitore d’Europa e da Parigi invia lettere di fuoco a Junot, generale governatore del Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla, ordinando di bruciare i villaggi e di fucilare gli insorti. All’inizialmente sparuto gruppo di Agostino via via si uniscono decine di contadini, molte piccole scaramucce li vedono trionfanti, ma il confronto specie per quanto ad armamenti con l’esercito francese ovviamente è improbabile. L’insorgenza, come racconta Longeri, dura alcuni mesi con clamorose vittorie da parte dei ‘briganti’ (come la liberazione di Bobbio) ma alla fine la conclusione è inevitabile. La repressione non conosce limiti, così l’intero villaggio di Mezzano Scotti viene deliberatamente dato alle fiamme quale terribile monito pe i ribelli e per i loro simpatizzanti e fiancheggiatori. Leggiamo di scontri, di incursioni, di episodi di guerriglia, di rapide e commoventi visite notturne ai parenti, della vita grama nelle grotte, nascosti, nel gelo dell’inverno. Leggiamo delle nefandezze dei francesi che, per fiaccare la resistenza, non esitano a colpire i parenti e le famiglie dei ribelli, ci lasciamo appassionare dall’amore tra Agostino e Sofia che trova le sue radici nella giovinezza dell’epoca nella quale erano ragazzini ma al quale la vita, la guerra e il destino non concedono le ali. Alla fine, come racconta la storia, Agostino viene catturato, portato a Piacenza e viene condannato a morte insieme ad altri venti ribelli fra i quali due parroci. Davanti a palazzo Farnese si concludono, sotto il fuoco del drappello di fucilatori, il racconto e la vita del ribelle che preferisce morire in nome dei principi di libertà e giustizia contro i traditori della Rivoluzione.

“…gli insorti, la domenica, scendevano dal monte Giogo e dal monte Moria, ove avevano i loro accampamenti, in paese(…)entravano in chiesa: vi udivano messa, e più tardi riprendevano per alpestri passi la via ai loro eccelsi rifugi…” [dal blog ‘I quaderni della ValTolla’

“I peccati della bocciofila”, romanzo di Marco Ghizzoni, Guanda editore, 2015

Dopo “il cappello del maresciallo” eccoci di nuovo a Boscobasso, bassa lombarda, provincia di Cremona, la città del violino e delle tre T, torrone, torrazzo e tettasse. Placida provincia del BelPaese, tra la nebbia del Po, il caldo afoso che fa aloni sulle camicie sotto le ascelle e gli appettiti dei soliti vecchiacci che non si rassegnano al passar del tempo e, di fronte ad un signor paio di tette, strabuzza gli occhi, sbava peggio d’un cane davanti all’osso negato e si rammarica perchè il coso dentro le mutande ormai pensa ad altro. O dorme i sonni del giusto ignorando la voluttà montante lasciando spazio solo al rammarico e al ricordo. Un dramma. Visto che il bar annesso al bocciodromo di nuova costruzione voluto dal sindaco Ferraroni e dal parroco don Franco è gestito da una coppia di brasiliani. Lui, Antonio Da Silva, il marito, sempre chiuso in cucina, già con un bel paio di cornazze maturate altrove, a Milano, la grande città che proprio per quel paio di corna ha scelto d’abbandonare. Lei, al bancone, la Juliana generosa di una gran bella scollatura: e chi può negarsi al sogno di portarsela a letto? Non certo il Dermille, anzianotto capitano dell’Alma Mater, la squadra delle bocce che vuole qualificarsi per il campionato provinciale. Offre da bere, beve a sua volta senza limiti, per ingraziarsi la bella banconiera ma quella fa la smofiosa col bel Rinaldi, giovane e prestante, simil Alain Delon, la gelosia la fa da padrona, ecco la rissa, il bel Rinaldi molla un cazzottone che manda a terra il capitano della squadra. Anzi, il Dermille finisce con la testa proprio sulle scarpe di maresciallo Bellomo, appena entrato nel bar destinazione bagno per una sana pisciata. Salva così la crapa ma intanto nessuno ha capito e visto la causa dello scontro, il maresciallo non sa letteralmente che pesci prendere mentre l’Antonio sussurra nell’orecchio dell’appuntato Cannizzaro che è scomparso l’incasso della serata. Vicende, boccaccesche ma non troppo, che s’intrecciano con le storie della bella Elena e quelle della di lei madre, la Franca, la perpetua che, ormai alle soglie dei sessanta, riscopre quel vecchio amore giovanile per il Raffaele, l’oste nel frattempo cresciuto di chili e di pancia. Per tacere del Mancuso, ancora giovane brigadiere che, mentre altri miseramente falliscono, s’intrufola nel talamo della sessantenne Gigliola a scaldarle notti tra sudore e bollori. Il tutto intrecciato con le indagini del Bellomo, il successivo avvenelamento del Dermille, la squadra che perde la partita della vita ma il sindaco presenta ricorso alla FIB per la ripetizione della stessa. Insomma, 320 pagine di risate, colpi di scena, una suspence che ti trascina pagina dopo pagina senza capacità di mollare la lettura per abbandonarti nelle braccia di Morfeo.

“Fischia il vento ed urla la bufera perché portiamo la camicia nera”, storie della parte sbagliata a cura di Mario Bernardi Guardi, Nuove Idee editore

Storie di quei ragazzi nati e cresciuti con il fascismo, piccoli balilla prima, giovani del littorio poi, ignari delle violenze del biennio rosso, dell’olio di ricino e del manganello, delle azioni punitive, del volto becero delle camice nere, delle squadracce armate che, negli anni venti, giravano di paese in paese per colpire gli oppositori. Un malposto senso dell’onore, un legame indissolubile con i valori con i quali sono cresciuti, la mancanza di un riferimento, di un’analisi critica. Come potevano evitare di credere fino alla fine, di scegliere di morire ammazzati piuttosto che, dal loro punto di vista distorto, disonorati: meglio continuare a combattere al fianco degli invasori tedeschi piuttosto che seguire il Re e i suoi generali rei di tradimento l’8 settembre. Tutto questo, peraltro estremamente prevedibile e tuttosommato risaputo, alla base di questo libro, 85 pagine con la promessa di raccontare ‘Storie della parte sbagliata‘, obbiettivo in buona parte mancato o solo in parte assolto. In realtà l’autore certo racconta ma letteralmente attorcigliandosi attorno ad un filo di riflessioni nel tentativo di spiegare la scelta di entrare nella milizia della Repubblica Sociale, di continuare a garantire fedeltà al gran capo, al Benito ridotto ad un fantoccio nelle mani dei nazisti, di sparare, di ammazzare l’amico d’infanzia che, dopo l’8 settembre, dismessa la divisa di un esercito senza più guida, semplicemente è rientrato nella terra d’origine per resistere contro l’invasore. E alla fine, a liberazione avvenuta? Molti dei sopravvissuti, ci viene raccontato, trovano accoglienza anche in tempo di democrazia restando comunque fedeli agli ideali della destra: nessun revisionismo, nessuna autocritica rispetto ai tempi della gioventù. Così la parte scelta che si legge in copertina è quella sbagliata ma solo perché alla fine perdente ad armi in pugno mentre nulla si legge per quanto alle ragioni di chi ha invece combattuto per la libertà e la democrazia. Insomma, un libro che rivendica e riafferma la cultura della destra, magari rimodulandola, adeguandola ai nostri tempi: nessuna nostalgia ma pur sempre e soltanto inno alla cultura di destra. In buona sostanza, un acquisto … assolutamente improprio. 

“Mettimi in un sacco e spediscimi a casa”, un cult sulla guerra in Vietnam di Tim O’Brien, Piemme editore, 2011

Gli americani nel pantano della guerra in Vietnam. Una guerra, per il giovane O’Brien, comunque sbagliata e per questo, ricevuta la chiamata, pensa di scappare, di passare il confine e rifugiarsi in Canada. Salvo, alla fine, non avere il coraggio di una scelta da disertore che forse sarebbe stata vissuta come disonorevole dalla stessa famiglia. Un anno di ingaggio e, come cantava Gianni Morandi (e poi Joan Baez), niente più Beatles, niente più Rolling Stones, regalata a qualche amico la chitarra, eccolo marciare nelle risaie affondando nell’acqua e nel fango per arrivare a villaggi popolati esclusivamente da anziani, donne, bambini. Nessuna traccia dei vietcong combattenti ma mine piazzate ovunque e basta un passo falso per perdere una gamba o per vedere un amico, un compagno, finirla lì. Non dicono ammazzato. Si dice fottuto.

Con la radio si chiama un Dust Off e arriva un eleicottero, carica il ferito che forse arriverà all’ospedale e forse è già fottuto e muore appena l’elicottero riparte. Ore e ore appiattiti nelle trincee in agguato in attesa di un nemico invisibile, ore e ore di noia nelle retrovie in attesa di un nuovo attacco, di una nuova missione. Coca cola, droga e prostitute facendo attenzione perchè quelle sono soldatesse e nella vagina nascondono lamette. Ferocia.

Coraggio e paura, gli eroi non esistono, i soldati hanno paura e qualcuno si spara in un piede sperando che l’ufficiale creda sia stato il nemico. Arrivi nel villaggio e basta trovare un vecchio fucile per metterlo a ferro e fuoco, per prendere gli anziani e legarli ad una pianta per tutta la notte, provocando i combattenti ad intervenire, a scoprirsi.

Oppure chiamare l’aviazione che sputa napalm sul villaggio e ammazza donne, vecchi, bambini perchè quelli non sono fottuti, quelli muoino ammazzati, quelli sono il nemico, anche se non sappiamo nulla di loro e non hanno fatto nulla a nessun americano finchè il giovane soldato se ne stava in America a flirtare con le ragazze bionde. Gli eccessi.

Il villaggio di My Lai dove nel 1968 gli abitanti ad uno ad uno vengono accoppati come fossero capponi. Succede un anno prima che O’Brien arrivi in Vietnam e la guerra è così già segnata ma nessuno stupore, è la guerra, non una passeggiata, ammiri il tramonto, canti le tue canzoni e pesti una mina sepolta sul sentiero da qualche ragazzino. Perché il nemico non ha età, non ha volto diverso, non ha divisa, tutti i gialli basta siano nati in Vietnam sono nemici, o tu fotti loro o loro fottono te.

Così quando, alla fine dell’anno di leva finalmente sali sull’aereo che ti riporta a centinaia di chilometri, che riporta a casa, O’Brien lancia l’ultima occhiata dal finestrino alla terra, alle risaie, al fango e da tutti parte un urlo, un applauso, la guerra inutile, per loro, è finita e mentre l’aereo si stacca da terra, s’alza verso il cielo, un altro atterra, scarica un nuovo carico di ragazzi in arrivo. Bianchi, rossi, neri, ufficiali, soldati. Molti non rivedranno le verdi praterie americane.

 

“Un terremoto a Borgo Propizio”, romanzo di Loredana Limone, Salani editore, 2015

Terza ‘visita’ a Borgo Propizio, ambiziosa cittadina con ambizioni d’arte, di richiami turistici, di crescita culturale. Ma anche di vita quotidiana, l’ordinaria vita della beata provincia del BelPaese. Ora noiosa, ora triste, ora ammiccante. Invidie, gelosie, amori vissuti, amori negati, amori proibiti, interessi economici bustarelle comprese, un Sindaco, Felice Rondinella, particolarmente attivo, una signorina che lo ama e lui perdutamente innamorato dell’amico magistrato senza negarsi a qualche avventura amorosa magari all’estero, lontano dalle chiacchiere del paese. Ma un giorno un violento sisma, arriva inclemente a distruggere ampia parte del centro storico, gettando nella disperazione i propiziesi che tanto amano il loro paese. Ma non solo: camminando tra le macerie, nella nascosta Viottola Scura, ecco a terra l’assessore Tranquillo Conforti, quello che dichiarava espressamente la volontà di sostituire il Sindaco. Cadavere. Assassinato. Un assassino a Borgo Propizio? Non solo. A parte i sette travolti dai crolli, proseguendo nella lettura troveremo gli scandali tipici della provincia, le storie che tutti ignorano, i cuori palpitanti che danno argomenti per i sorrisi e gli ammiccamenti da bar. Certo, i personaggi sono forse un pò troppi, le vicende dell’uno e dell’altro si intrecciano con qualche passaggio che stona, qualche rimando che complica l’attenzione del lettore. Non sempre è facile orientarsi di capitoletto in capitoletto nei diversi scenari di litigi e tradimenti che si sviluppano paralleli all’indagine per capire chi sia l’assassino. Seguiamo le storie del sindaco Felice, il Maresciallo Saltalamacchia, Ruggero il costruttore, Francesco il cuoco e poi ancora Belinda, Mariolina, Marietta e naturalmente i soliti problemi italiani: sembra di vivere la situazione dei terremotati dell’Aquila o di Reggio Emilia che, a parte le promesse iniziali, restano poi nei grandi tendoni allestiti dalla Protezione Civile mentre già s’affaccia il gelo dell’inverno. La lettura inoltre mi ha riportato a quando, ragazzo a fine anni sessanta, ho trovato in libreria di casa ‘I peccati di Peyton Place‘, uno spaccato della provincia americana, un libro di rimando sociale che tuttavia venne apprezzato dai lettori (io curioso adolescente non certo escluso) per i fatti a sfondo sessuale. Sicuramente due strutture narrative molto diverse con la differenza che Loredana Simone, grazie ad un pizzico aggiunto di ironia, sa innanzitutto coinvolgere e divertire. Per questo, dopo aver letto il primo libro della serie, finito questo terzo, ho immediatamente ordinato il secondo e l’ultimo uscito, il quarto della serie, dei quali sicuramente prossimamente parleremo. Dunque, buone serena lettura e per quanto mi riguarda, buon ritorno nel Borgo Propizio.

“Io ti perdono”, romanzo noir di Elisabetta Bucciarelli, storia di bambini rapiti nei boschi, Kowalski editore 2009

La piccola Arianna vede un cagnolino biondo che, tra gli alberi del bosco, sembra chiamarla, invitarla a giocare con lui. Lo insegue. E così s’allontana dai genitori che si stanno divertendo alla ricerca di castagne. E scompare. Non è il primo bambino che si perde tra i monti della verde Val d’Aosta. Per, dopo qualche giorno, ritornare portando con sè gli inequivocabili segni della violenza subita. Eppure alla stazione dei Carabinieri non arriva nessuna denuncia, tutti i genitori coinvolti tacciono, tengono i drammi psicologici che inevitabilmente vivono i loro figli all’interno delle mura di casa. Per proteggerli, per evitare che il peso delle prevedibili pressioni da parte dei media gli faccia rivivere le ore passate tra torture e violenze, peggiorando ulteriormente la loro situazione. Ma non tutti. La madre di Arianna non regge al dolore, non vedrà il ritorno della figlia, muore di crepacuore. Proprio quando il parroco del paese, Don Paolo, ha chiamato Maria Dolores Vergani, ispettore di Polizia a Milano, non tanto per indagare (non è sua la competenza) quanto per assistere come ex psicologa la povera donna. Inevitabilmente la donna viene coinvolta nonostante ben altre siano le sue preoccupazioni ed impegni. Un’indagine, insieme al collega Pietro Corsari, per quella donna della quale in area industriale dismessa a Milano vengono trovati i resti, indagine che la portano a contatto con il mondo della prostituzione nei locali periferici dell’hinterland. Oltre alle sue vicissitudini d’amore, divisa tra il suo compagno e quel milite della Guardia di Finanza, sposato con figli, che le telefona continuamente senza che lei riesca a negarsi a quel contatto profondo, sia pur non fisico. La bambina, il cadavere della prostituta milanese, il mondo della Lap Dance, Don Paolo che, si scopre, venne allontanato dal servizio in Liguria per il sospetto di pedofilia e che viene trovato nella sua stanza impiccato tanto da convincere il maresciallo dei Carabinieri che il colpevole per la sparizione dei bambini è trovato, il caso è chiuso. Ma Maria Dolores non demorde, va in Liguria, scopre che forse il prete era innocente, colpito dai pettegolezzi della gente e come tale invitato dalla Curia ad accettare il trasferimento non per perdono ma semplicemente per non attizzare le chiacchiere. Quindi torna in quei boschi dove a sua volta ha camminato da bambina, qualcuno la colpisce alle spalle, il buio l’avvolge. Un bel noir, intrigante, per gli amanti del genere, con continui riflessi psicologici. Un finale con alcuni segnali premonitori in corso di lettura. Interessante. Anche come riflessione sulle motivazioni psicologiche ed umane che possono stare alla base di un mal risposto ed equivoco amaore per i bambini.

 

“Giorni di guerra”, memorie di Giovanni Comisso, Longanesi & C. editore

Il giornalista e scrittore Giovanni Comisso scrisse Giorni di guerra tra il 1923 e il 1928 per poi vederlo pubblicato in prima edizione nel 1930. Si tratta di un libro di memorie, legato alla sua partecipazione (convinta, come interventista) alla Grande Guerra ma non aspettiamoci polemica sull’assurdità della guerra (che pure, rileggendo i fatti che racconta, traspare) e sull’impreparazione degli ufficiali italiani. Comisso, partito come soldato, successivamente ammesso ad un corso ufficiali, diventato tenente, non si trova in prima linea dove si soffre e si muore. Fa parte del genio trasmissioni, vive l’esperienza da posizione privilegiata ma, data la giovane età, non cerca di ‘imboscarsi’ di approfittare della sua posizione come invece fanno tanti suoi colleghi. Nei diversi comandi dove il giovane ufficiale passa per ricevere ordini e disposizioni troviamo Generali, Colonnelli, Maggiori. Nessuno di loro in prima linea: gli ordini vengono trasmessi per via telefonica. Comisso invece familiarizza con i soldati, sfiora la prima linea, non esita ad affrontare i pericoli della guerra. Siamo nel 1917, poco prima della battaglia di Caporetto, che costringe l’esercito italiano, dopo una bruciante sconfitta, a ritirarsi in disordine lungo la linea del Piave. L’ambiente è quello dell’alto Isonzo, dove soldati e ufficiali stanchi occupano da oltre due anni le stesse linee senza riuscire ad avanzare. Comisso, incaricato di controllare le linee telefoniche che collegano gli avamposti ai Comandi arretrati, non esita a raggiungere la prima linea, a solidarizzare, dormire, cantare, dividere cibo e soprattutto vino con i soldati coi quali troppi alti ufficiali parlano solo per telefono. Così il giovane tenentino conquista la fiducia in se e la stima dei propri compagni. Arrivando fino all’inversione dei destini della guerra, con gli italiani che ritrovano slancio, di nuovo superano il Piave, parlano i cannoni mentre dal nemico lentamente risponde il silenzio. E’ la vittoria, arriva la notizia che la guerra è finita. I soldati accendono fuochi tra le montagne, sparano gli ultimi colpi per aria, la notte è illuminata dalle esplosioni delle bombe esplose per la gioia. Sulle porte delle case contadine, alle finestre s’affacciano le ragazze festanti e, finalmente, quei giovani mandati a combattere e a morire, tornano alla vita.
La guerra è finita.

 

“Appunti fotografici” di Carmen Artocchini, a cura del Museo per la fotografia e la Comunicazione Visiva di Piacenza

La fortuna di aver avuto la professoressa Artocchini come insegnante nei primi due anni delle superiori. Devo confessarlo: molto più ho imparato dall’insegnante sempre di italiano delle medie, il professor Botti (non ricordo il nome) ma sicuramente l’amore e l’interesse per la cultura contadina hanno avuto un deciso sviluppo non solo dalle origini della famiglia di mia madre ma anche grazie alle ‘annotazioni’ (verbali), ai rimandi, ai racconti della signorina Carmen.

Il castello di Sarmato

Ricordo la soddisfazione quando ho ‘ereditato’ da mio zio Remo Bonomini, prematuramente scomparso, i volumi in prima edizione “I Castelli del piacentino” e “Il folklore piacentino” che ancora oggi arricchiscono la mia libreria. Per tacere delle “400 ricette della cucina piacentina”, edizione 1985, che Dalila certo non si è fatta mancare. Letteralmente pietre miliari della Piacenza che fu, delle nostre tradizioni, base culturale del nostro essere odierno.

Wanda mostra come si fa il burro con il burlaro (Selva di Cerignale, anni settanta)

L’Artocchini, e questo volumetto ne è testimonianza, ha prestato particolare attenzione alla tutela e alla valorizzazione della cultura rurale con un riguardo ai territori collinari e montani delle valli piacentine e in particolare della Val Trebbia. Sotto la lente d’ingrandimento Comuni come Cerignale, Coli, Ottone  ma quello che incide nel profondo è la ricerca del rapporto di forte interazione tra l’uomo e la natura.

Trasporto della legna col mulo (Cariseto di Cerignale, 1967)

Da parte mia tornano alla mente le sensazioni e le immagini dei giorni passati, bambino, in Val Chero. Le notti a dormire sotto il portico, tra la paglia ad ammirare il cielo carico di stelle, con il cugino Giorgio e il cane Brill, un volpino mezzosangue, un meticcio, che alla mattina arrivava a leccare il viso per svegliarci, per giocare.

Lavatoio (Salsominore di Ferriere)

Poco distante dal granaio stava il pozzo capace di garantire un’acqua freschissima, un vero piacere far scendere il secchio e dissetarsi nella calura estiva. Per tacere di quando il nonno, con quello stesso secchio, mungeva la Nerina, una vacca chiazzata che forniva un latte buonissimo con tanto di schiuma che bevevo ora col mestolo, ora direttamente dal secchio.

Buoi con lesa (Selva di Cerignale)

Una vita idilliaca? In realtà una vita dura, la terra non lasciava spazio per vacanze, pretendeva tanto e i risultati erano quelli che erano. Zio Giovanni comprò una moto per andare a lavorare in città. Diventando un bravo muratore. Riuscì ad acquistare una Topolino e per sette anni guidò senza patente, regolarmente bocciato all’esame ma, all’epoca, di vigili, poliziotti e Carabinieri nelle valli non c’era nemmeno l’ombra.

Museruole per buoi in vimini, gerla e forca in legno per l’erba (Cassimoreno di Ferriere, 1972)

La nonna, già vecchia a 50 anni, sempre vestita di scuro, leggermente con la schiena piegata, spesso con lo scialle sulle spalle oppure a coprire il capo. La ricordo al forno a preparare il pane, ad impastare la farina, ad armeggiare al camino, a badare alle galline nell’aia, a raccogliere le uova, a badare alla casa, a rammendare calze, calzoni, camicie, mentre gli uomini stavano nei campi di grano, nei vigneti, al pascolo, nel bosco a procurare la legna, a seminare, ad irrigare, a raccogliere, a lavorare, alla sosta per il pranzo passando di mano in mano la pagnotta, il salame, la boccia di vino rosso, quello che macchiava il fondo del bottiglione.

La Nicentin mentre fila (Lisore di Cerignale)

Insomma, il ‘racconto fotografico’ di Carmen Artocchini rappresenta uno stimolo per ricordare la vita di quegli anni ormai lontani, una vita contadina ormai superata. Dalle fabbriche, dai richiami delle città, dalle macchine ma che, per chi ha vissuto quegli anni da bambino comunque non può dimenticarli. Anche se il mondo è cambiato e quei paesi sono ormai spopolati, preda del vento che per fortuna ancora racconta di storie ormai lontane che rischiamo di dimenticare. Così questo libro s’unisce al vento e sa scaldarci il cuore.

Sentiero tra vecchie case in sasso (Lisore di Cerignale)