“La piazza”, lirica di Michele Prenna, poeta in Varese

Il comizio, olio su tela di Alessandro Pultrone
 Ho riempito la piazza 
di gente arrabbiata
facile alla protesta
esortandola alla lotta.


Parlavo dal palco
urlando nel microfono
a diffondere il verbo
insultando e accusando.


Ho sentito la forza
del potere che emanavo
sulla folla entusiasta.


Della piazza al centro
ero astro in ascesa
ora caduto lo vedo.

“Ridammi il rosa”, lirica di Pietro Ferrara contro la violenza sulle donne

Un abbraccio tutt’altro che amore 
mi hai dato forte
e ho provato un dolore profondo,
dell’anima.
Mi hai levato un po’ tutti i colori.
Compreso il rosa.
Son scomparsi i sapori vitali,
le favole.
Il mio sole è ormai freddo e oscurato,
vita gelata,
per l’istante rubato furtivo,
nell’intimo.
I tuoi segni lasciati flagranti,
stigma perpetua,
non nel corpo ma giù dentro al cuore,
eternità.
Troppo tempo è trascorso in silenzio,
pioggia dagli occhi,
per il bene di chi ci sta intorno,
più piccoli.
Oggi è tempo di uscir dalla nebbia,
quiete violata,
rivedere le stelle del cielo
che brillano.
Basta spalle voltate e silenzi,
porte serrate,
è un’orchestra che cerca strumenti,
incantesimo.
Non mi sento più sola e ferita,
stammi vicino,
anche tu coi tuoi mille da fare
ascoltami.

“Ridammi il rosa” è la poesia di Pietro Ferrara vincitrice nel 2018 del primo premio “Amalia Vilotta” a tema la violenza sulle donne: dalle pressioni psicologiche fino al femminicidio.

“Come ai giorni dell’oro”, lirica di Francesco De Girolamo, poeta in Roma

Abbraccio, olio su tela di Giuseppe Li velli
 Un febbrile ritorno avanza piano, 
stretto tra le nascoste pieghe vive
delle cose perdute, andate, prive
d’orme chiare, ma che un nuovo, lontano


sguardo riemerso sembra riuscire
a ridestare, come ai giorni dell'oro.
E sembra che le voci amiche, in coro,
ti sussurrino frasi da carpire

nel silenzio presente, sorda luce,
corolla di fermenti che si schiude

alla ferma fiducia, all'accoglienza

del tuo fertile vuoto, delle nude,
tenui trame, disperse nell'assenza,
che un filo inafferrabile ricuce.

“Luna”, lirica di Ale Caniggia Canova, poeta cantante artista in Brescia

Opera di Ale Caniggia Canova
  Metti tutti i dettagli che hai,
Raccontare un momento di lei,
Di cosa i suoi occhi
Si sono appoggiati al tuo,
Una sera d'estate
In un tramonto
Ti ha tagliato il fiato...
Metti tutte le parole dentro
Che hai imparato,
Sulle montagne irlandesi,
Il sole di Marsiglia,
Il grigio denso di Berlino....
Tu ne sai così tanto
Questo non basterà mai,
Nemmeno descrivere un grammo
Di quello che sa essere....
Mettere un vero sorriso,
In mezzo alle tante insidie
Che hai imparato ad usare,
Come attore qualificato,
In un film che ti lascia scappare,
Come l'acqua
Chi taglia le pietre.....
Metti il tuo cuore dentro,
un
Molto cazzo
Battito del tuo cuore vichingo,
Per un secondo del suo sorriso,
Per un momento della sua bellezza...
Mettere un cielo libero
Nuvole e stelle
Chi si disputa geloso,
Lottare per un po ',
Per un secondo dei tuoi occhi,
Come le onde del mare
Chi infuria sulle rocce,
Sentirsi protagonisti
Da un frammento dei vostri passi.....
Metti il cielo,
Solo per lei,
Perché sanno tutti come fare le stelle,
Ma solo lei
Sa essere la luna.....

“Andare o venire?”, lirica di Catherine Calcagni La Rose, dell’amor poeta in Roma

Dipinto opera di Hodges Soileau

Qualche lecito dubbio ce l’ho
Se andare o venire
Che mi dà
Da pensareSe era previsto o
prevedibile è…

E sarà la storia
Che farà la memoria
Oppure è solamente…
Un sorso ebbro di vino
Che inventa
A fare nostalgia e certezza
Ma ho tanta voglia di te

E questo momento
Lo prendo a schiaffi di vento alla rinfusa
Come un aquilone impazzito
E comunque andare…
Per viverlo con te
Cuor mio
Indecente

“Fratello”, lirica di Gilbert Douville, poeta Lakota

Non aver paura di esser solo. / Le aquile volano sole … / i piccioni volano in gruppo. (Proverbio Lakota)

Quando le cose vanno male,
come a volte succede,
volgi lo sguardo a quell’intima visione
che arde di dentro
Lì troverai il senso delle cose

Odo un’aquila nel cielo
e ponies scalpitanti a Ovest

Vedo il rosso cielo del mattino
e il fulmine saettare abbagliante

Sento il profumo della fresca rugiada mattutina
e quello della pioggia in un pomeriggio della tarda primavera

Godo della freschezza dell’aria
e gioisco alla mezzanotte di una notte di luna

Sento cuori pulsare tutt’intorno
La terra è calda sotto i miei piedi

Quando le cose vanno male
come a volte succede.

“Venne la notte”, lirica di Giuseppe Diodati, poeta in Pescara

Notte di foschia, olio su tela di Nicola Nannini

Venne la notte
Una notte di fine settembre
Con il vento stupido perverso
Mentre un gatto lanciava una serenata
Venne la notte e qualche pesce nel mare saltava
Mentre tracce rosse di aerei nel cielo
Portavano amori a Belgrado tra le stelle
Venne la notte, una notte insonne
Un bambino piangeva nella culla
Un operaio usciva per il turno
Un metronotte si accendeva una sigaretta
Una puttana telefonava a sua madre lontana

Poi il botto di due auto tra un drogato e un operaio
Mentre una vita nasceva in un ospedale semivuoto
E un’altra moriva per errore.

Nessun altro vide il vecchio sul ciglio della strada
Aveva perso il suo paradiso quella notte

“Il grande fiume Po”, lirica di Elio Zago

Si muove lento
maestoso
attratto dal mare.
Accarezza le sponde
crogiolandosi al sole.
Tiepido è il giorno
il cielo sereno.
La gente lo ammira
come sempre incantata.
Ma quando tutto s’abbuia
con nuvole piene di pioggia
e il vento sibila forte
le onde s’ingrossano
e sbattono le barche ormeggiate.
Allora nessuno è tranquillo.Già a metà Novecento
aveva tradito
la terra polesana.
La pioggia caduta abbondante
a monte
ne aveva aumentato
la regolare portata.
Il fiume in piena
sfidava gli argini
alti
sui fianchi.
Ma un’ondata inattesa
rompendo ogni difesa

aveva allagato
con imprevedibili vortici
la circostante pianura.
Erano stati giorni tremendi
le case allagate
il bestiame disperso
la gente sui tetti
in attesa d’aiuto.
Ingenti danni alle cose
i raccolti distrutti
una distesa d’acqua uniforme
e tanta paura.
Rialzate le barriere
e rese più forti
nuovo amore esplose
per tanto splendore.
Ora il fiume
placido
si finge domato
ma è sempre in agguato.

La poesia è tratta dal sito ‘La Recherche.it’, rivista letteraria on line. Le immagini sono scatti di Dalila Ciavattini a Roncarolo di Caorso

“Frammento – Fronte russo 1918”, lirica di Franco Perego

Dedicato agli alpini, olio su tela di Giuliano Penco

Io resto qui. Addio. Stanotte mi coprirà la neve. E voi che ritornate a casa pensate qualche volta a questo cielo di Certkowo.

Io resto qui con gli amici in questa terra. E voi che ritornate a casa sappiate che anche qui, dove riposo in questo campo vicino al bosco di betulle, verrà la primavera.

Io resto qui. Addio. Stanotte mi coprirà la neve. E voi che ritornate a casa pensate qualche volta a questo cielo di Certkowo.

Io resto qui con gli amici in questa terra. E voi che ritornate a casa sappiate che anche qui, dove riposo in questo campo vicino al bosco di betulle, verrà la primavera.

Gli Alpini tornano a Piacenza: la nostra città ospiterà infatti il Raduno del Secondo Raggruppamento del Nord Italia (Emilia e Lombardia) i prossimi 19 e 20 ottobre. Per l’occasione si prevede l’arrivo in città di circa 25mila persone.

“Nebbia grigia”, lirica di Francesco Saverio Bascio, poeta in Carpaneto (Pc)

Il Rio Grande scorre
ignaro…
e il fumo vi si ferma
e nel mormorio dell’acqua…
sulla riva
la carne vi si smembra
e perde il sangue che il fiume lava.

Lì …dove adesso tutto fuma
e il cielo non esiste
o non lo trovo…
lì … adesso…
dove ardono le lacrime
ed evapora la nebbia
lì forse…muore anche la luna.

Da tutto quell’immenso fumo
un bimbo…piccolo … gracile… oltre il male
oltre la foresta…
forse anche oltre il tutto
si asciuga il naso… e mi si accosta
e le piccole pupille fisse
cercano nelle mie guance
in mezzo ai solchi del dolore
le somiglianze perse…

Dice di sè Francesco: ” Provengo da un piccolo paesino che si affaccia allo splendido mare del grande golfo di Sciacca di fronte all’isola di Pantelleria (TRE FONTANE), ma da tanto tempo vivo fuori dal mio amato paese (Svizzera, Olanda) e da 22 anni a Carpaneto Piacentino. Quando lavoravo, nonostante i miei impegni, andavo per terremoti a dare una mano di mia iniziativa. Dopo essermi ripreso da un bruttissimo e invalidante infortunio dedico la mia vita e il mio tempo a dei bimbi, a della gente talvolta invisibile sotto i portici delle città o persa al calduccio tra i scaffali di qualche supermercato, o raccogliendo e distribuendo beni di prima necessità. Questa è una mia scelta fino a quando avrò la forza di farlo.”

“La mattanza degli orsi (1874)”, lirica di Alberto Bellocchio

Il compito della rassegna/ispezione

toccava all’Ispràvnik, il Capo Distretto;

accompagnato dal farmacista fecero un giro

lungo la fila dei condannati. Gli orsi

non erano del tutto tranquilli: la folla enorme,

gli strani preparativi, quell’insolito ammassamento

di loro in un solo posto, gli attaccava

un grande stato di eccitazione; si agitavano

nelle loro catene, sordamente ruggivano.

Il vecchio Ivan stava presso il suo enorme

orso cieco da un occhio. Su, vecchio

  • disse l’ Ispràvniktocca a te cominciare.

Nella folla di spettatori si fece un silenzio mortale.

Disse il vecchio Ivan: Tra un anno compirò

novant’anni e in tutto il campo non c’è fiera

vecchia come la mia. Non pensavo che sarei giunto

a un tale dolore … né che tu, mio Potàp,

avresti tanto a lungo campato. Dunque ci tocca

questo destino, che ti devo uccidere di mia mano,

te, mio sostentatore e benefattore!

Ora staccatelo, mettetelo in libertà;

non fuggirà. Io e lui, vecchi non possiamo

sfuggire alla morte, ma non voglio ucciderti

come un bruto alla catena. L’enorme fiera

venne slegata; si sedette sulle zampe di dietro,

e si dondolava da una parte all’altra, respirando

con grande fatica; l’orso era infatti vecchissimo.

L’esecuzione degli orsi era fissata per un mercoledì.

Dai quattro distretti era convenuti i disgraziatissimi

zingari a Bjelsk, con le masserizie, i cavalli e gli orsi.

Più di cento belve, sbilenche, in pelli grigie

e stinte, dagli orsacchiotti agli enormi vecchioni,

riuniti in un pascolo fuori città. Un accampamento

colorito e cencioso, di tende, di fuochi, batter di martelli..

Agli zingari erano stati concessi cinque anni

di immunità dal Decreto Imperiale che poneva

fine all’industria degli orsi ammaestrati.

Cinque anni per mettersi in regola.

Scaduto il termine, gli zingari erano convenuti

nella città di Bjelsk per procedere alla grande esecuzione.

Nel raggiungere il luogo del radunamento

gli zingari andarono per i villaggi, per l’ultima

rappresentazione. Per l’ultima volta gli orsi

mostrarono la loro abilità artistica: danzavano

al ritmo dello strumento, facevano la lotta,

imitavano nel camminare la vecchia e il giovane,

bevevano il bicchierino di vodka e poi si leccavano

in segno di soddisfazione … mentre sotto le tende

le contadine allungavano la mano grinzosa, timidamente

vogliose di apprendere il loro destino, e i rimedi

acquistavano contro i malanni e la malasorte.

Così, mestamente, lentamente erano giunti

al luogo della loro disgrazia.

I vecchi andarono in delegazione, raffazzonati

un tantino per presentarsi al Capo della Polizia

in aspetto decente. Nell’attesa i vecchi sussurravano

e contavano i soldi. Non se ne fa nulla.

In tutti i posti abbattono gli orsi. Proviamo.

Provare si può; lui si prenderà i nostri quattrini

e non rimedierà nulla. Giunse l’Ispràvnik.

Vostra alta nobiltà – parlò Ivan

per tutti loro – giudicate voi stesso, da che parte

andremo ora, cosa faremo? Avevamo gli orsi,

si viveva quieti, non s’offendeva nessuno.

Il vecchio cadde in ginocchio e si inchinò

fino a terra davanti all’autorità. Vostra nobiltà,

i nostri padri e i nonni menavano gli orsi,

noi la terra non la sappiamo lavorare … e ai nostri

giovani non resterà che rubare cavalli.

Come dinnanzi a Dio io lo dico: han fatto

un gran male a toglierci gli orsi. Voi forse

ci aiuterete … Ma non c’era niente da fare;

l’ordine veniva da Pietroburgo. L’Ispràvnik

rifiutò il loro denaro, ma questo fece per loro:

di consentirgli di vendere al farmacista il grasso

degli orsi, ottimo per una pomata per rafforzare

i capelli (e gliene vennero dieci copechi la libbra)

e un qualcosa per le pelli e i prosciutti.

Persa ogni speranza, tutta la città radunata

per lo spettacolo, l’uomo e l’orso sono di fronte.

Disse il vecchio: Datemi il fucile. Potàp,

io ti devo uccidere; voglia il cielo che la mia

vecchia mano non tremi, che la palla ti colga nel cuore.

Non voglio straziarti, non l’hai meritato,

mio buon compagno. Ti presi che eri un orsacchiotto,

avevi un occhio accecato, il naso marcito

dall’anello, eri malato e sciupato. Io ti accudii

come un figlio, e tu sei venuto su grosso e forte.

Sei cresciuto e non hai dimenticato il mio bene:

non ho avuto tra gli uomini un amico

come l’ebbi in te. Tu …mansueto e intelligente;

non ho mai visto una bestia più buona,

e hai tutto imparato. Cos’ero senza di te?

Tutta la mia famiglia è viva per tuo lavoro.

Tu m’hai procurato carri e cavalli, la capanna

per l’inverno, la mia famiglia tu l’hai nutrita.

E io ti amavo profondamente, e non ti ho battuto

se non qualche volta, e se ho qualche torto

verso di te, perdonami, m’inchino a te fino a terra.

Ivan cadde ai piedi dell’orso, singhiozzava

tremava con tutto il corpo. La fiera ruggì piano

e lamentosamente. Colpisci, bàtjuska – disse

il figlio – non ci spezzare il cuore! Il vecchio

riprese in mano il fucile. Adesso io devo ucciderti,

m’è stato imposto di fucilarti; non puoi vivere oltre

al mondo. Che Dio in cielo giudichi noi e loro!

E puntò l’arma. L’orso capì; dalle sue fauci partì

un disperato lamentoso ruggito, poi s’impennò

alzando le zampe davanti come a coprirsene gli occhi

per non vedere il tremendo fucile. Il vecchio

con un singhiozzo gettò a terra l’arma e si abbatté

privo di forze. Il figlio soccorse il vecchio,

poi prese il fucile. Basta! Gridò con voce selvaggia,

puntò la canna a bruciapelo contro l’orecchio

e sparò. L’orso cadde come una massa priva di vita,

solo le zampe sussultarono convulsamente

e le fauci si aprirono come sbadigliando.

Ora per tutto il campo crepitavano le fucilate.

La mattanza degli orsi é stata pubblicata in “Le avventure del Testalunga”, Moretti & Vitali editori, 2016

“Aspettando la luna”, lirica di Michele Prenna, poeta in Varese

Sera d’agosto quieta
perfino le zanzare in vacanza
di massa al mare e in montagna
tra poco verrà a trovarmi la Luna
amica della poesia
e penso alla musica giusta
la serenata stupenda
che l’intrattenga
a illuminare la stanza
ove un’anima stanca
per la visione s’incanta.

Immagine d’accompagno ‘Chiaro di luna’, olio su tela di Salvo mentre, per inciso, stassera sarò anch’io ad attendere la luna leggendo poesia tra il ‘mio’ fiume e i ‘miei’ monti