“La carrozza”, lirica di Michele Prenna, poeta in Varese

Antica favola zucca, produttore BuEnn
Vi dirò che mi preferisco zucca
ma la fatina volle diversamente
e mi fece carrozza per Cenerentola.

Adesso che lo sanno le altre zucche
sapeste come mi vengono a noia
con tutte le loro domande curiose.

Come le fiabe mi credete bugiarda?
Eppure l'anima si nutre d'immaginazione
e ben poco le serve una saggezza sciocca.

[E chi ha detto che le zucche 
non fanno poesia?]

“Lo sguardo”, lirica di Michele Prenna, poeta in Varese

L'ho visto passando
nel prato dietro il cancello
l'erba a mangiare intento
il grosso gatto nero.

Mi sono fermato a osservare
le abili manovre feline
senza farmi notare
nemmeno quasi a fiatare.

Ma il micio ha sentito
l'odore dall'aria portato
dell'intruso ficcanaso.

Così s'è messo a fissare
con verde sguardo graffiante:
invito a farmi sgombrare.

“Se piovesse un pò”, lirica di Francesco Saverio Bascio, poeta in Carpaneto

Se piovesse a volte...
quel filo di speranza
e riportasse in vita quelle già distrutte
porterei forse un pò pazienza...
e di quella linfa
ne vorrei soltanto un pò
o magari qualche goccia,
e per non restarne senza
ne farei unguenti
da risanar morale alle mie secche braccia.
Se piovesse la coscienza
di noi stessi,
o su ciò che in realtà noi siamo
e accettarci gli uni agli altri
nello specchio dei colori
o nel riflesso della pelle...
o per assurdo nelle gioie
mischiandoci ai dolori
e non sentirne
o vederne alcuna differenza.
Se piovesse la ragione
e sentirmi in ciò che sono
forse greco o un pò cinese
o africano...
o soltanto un pò più scuro...
arabesco ... o pechinese
e sentirmi poi alla fine
proprio uguale come a loro
o soltanto ... un pò più folle.
Ti prego o pioggia...
vieni giù copiosa...
vieni dentro...bagna la mia fronte
e imprimi le tue gocce al cuore
o in tutto ciò che riconosci in noi
ecco... fuori forse sta già piovendo...
su quello che noi siamo...
e se piove un pò di amore
apro al cielo la mia mano...

“Lago d’Averno”, lirica di Mariella Tafuto, poeta in Pozzuoli

Lago d’Averno, olio su tela di Jacob Philipp Hackert
Ho l’aura che sprigionano
tutte le cose immote
l’occhio ben spalancato
sul nulla che ti illude
di essere pieno

Così di vita sa il mare oltre la duna

Ha lo sguiscìo dei pesci nelle squame
un luccichio di sole nell’azzurro
e un gioco di correnti nelle vene

Io non rifletto il cielo

Ho il verde corrotto dall’attesa
di un pallido lichene abbarbicato
a zolle di silenzio

Prendo colore dal fondo

Tra i canneti delle mie sponde
nuotano quiete le folaghe

Il lago d’Averno è un lago vulcanico che si trova nel comune di Pozzuoli, precisamente tra la frazione di Lucrino e il sito archeologico di Cuma.

“Croci”, lirica di Francesco De Girolamo, poeta in Roma

E’ dove tutto riverbera in un’ombra mutevole
che vedrai riaffiorare i confini del tempo,
gli accordi dei silenzio che negli occhi vibravano,
in quella sospensione nuda tra buio e luce
che la febbre casta addolcisce di preghiere.

Come un sogno da sveglio che tarda a dileguarsi,
ecco il dio che non crede nascondere la croce
su cui si è edificata la bugia del suo regno,
ritroso a rilevarsi, ostinato a celarsi,
seppellire nel vento ogni traccia, ogni segno.

(da “La radice e l’ala” – Edizioni del Leone, 2000)

“Non dovevi morire”, lirica di Stefano Drakul Canepa, poeta gotico in Pavia

she_crowned_with_darkness_of_night_by_nataliadrepina
 No, non guardare 
tu non sai come sono ora
 e i respiri che sogno
 non sono quelli che avevo

 No, non devi sapere
che ora i segni del tempo
hanno scavato solchi
di dolore sul mio viso

E che le tenebre
hanno occupato ogni cosa
anche l'amore
e le stelle di questo cielo

No, non dovevi morire
senza un'ultima carezza
 e con i rimpianti
 dei baci mai vissuti

Oltre i mattini del cuore.

“Che bell’inganno”, lirica di Catherine Calcagni La Rose, poeta in Roma

Olio su tela, opera di Mara Light

Questa nebulosa densa
di pensieri
annodati al buio
senza tempo
un tempo infinito
non è altro che
un respiro d’aria libera
che in fumo tenta di
fuggire
ma come un paradosso
i pensieri
rimangono lì
vigliacchi e soli
in silenzio
ancora più imprigionati alla mente
in attesa
d’essere toccati
se mai accadrà…
Che bell’inganno…

“Scriverò di te …” lirica di Francesco Saverio Bascio

 Voglio scrivere di te ... e del tuo gentil fare
della tua durezza e del tuo curar fatica...
scriverò ancora del tuo mare...
e delle tue notti insonni
voglio ricordarne il cuore.
Scriverò di vita traboccante
e di lunghe barche nere
che sfidavano con te la luna
e grandi tonni all'orizzonte.
Voglio ... scriverò di te
e di capanne sulla spiaggia
di quei lunghi tronchi
e l'agave che li spingeva in alto
rubando vita...
all'arsura della grande sabbia.
Scriverò di te
e delle tue zappe ne farò lingotti
e mentre ancora caldi
li salderò al collo mio...
e per ricordarne amore
mi perderò
nei tuoi schiaffi mai arrivati.
Scriverò di te...
scriverò dei tuoi panieri colmi a quel telaio ...
e di quei pedali sempre rotti
che cigolano ancora nella mente
si... io ne scriverò di te...
nel tuo saper dare al mio andar per matti...
scriverò di te nel lungo avvio
ricorderò il miele e le tue api
non perderò mai il sentire del tuo canto
e ti grazierò per sempre o padre mio. ...

“Era l’11 marzo del 2020, le strade erano vuote”, lirica di Irene Vella, giornalista e poeta veneziana

Città fantasma aliena, olio su tela di Cristina De Biasio

Era l’11 marzo del 2020, le strade erano vuote, i negozi chiusi, la gente non usciva più.
Ma la primavera non sapeva nulla.
Ed i fiori continuavano a sbocciare
Ed il sole a splendere
E tornavano le rondini
E il cielo si colorava di rosa e di blu
La mattina si impastava il pane e si infornavano i ciambelloni
Diventava buio sempre più tardi e la mattina le luci entravano presto dalle finestre socchiuse
Era l’11 marzo 2020 i ragazzi studiavano connessi a discord
E nel pomeriggio immancabile l’appuntamento a tressette
Fu l’anno in cui si poteva uscire solo per fare la spesa
Dopo poco chiusero tutto
Anche gli uffici
L’esercito iniziava a presidiare le uscite e i confini
Perché non c’era più spazio per tutti negli ospedali
E la gente si ammalava
Ma la primavera non lo sapeva e le gemme continuavano ad uscire
Era l’11 marzo del 2020 tutti furono messi in quarantena obbligatoria
I nonni le famiglie e anche i giovani
Allora la paura diventò reale
E le giornate sembravano tutte uguali
Ma la primavera non lo sapeva e le rose tornarono a fiorire
Si riscoprì il piacere di mangiare tutti insieme
Di scrivere lasciando libera l’immaginazione
Di leggere volando con la fantasia
Ci fu chi imparò una nuova lingua
Chi si mise a studiare e chi riprese l’ultimo esame che mancava alla tesi
Chi capì di amare davvero separato dalla
vita
Chi smise di scendere a patti con l’ignoranza
Chi chiuse l’ufficio e aprì un’osteria con solo otto coperti
Chi lasciò la fidanzata per urlare al mondo l’amore per il suo migliore amico
Ci fu chi diventò dottore per aiutare chiunque un domani ne avesse avuto bisogno
Fu l’anno in cui si capì l’importanza della salute e degli affetti veri
L’anno in cui il mondo sembrò fermarsi
E l’economia andare a picco
Ma la primavera non lo sapeva e i fiori lasciarono il posto ai frutti
E poi arrivò il giorno della liberazione
Eravamo alla tv e il primo ministro disse a reti unificate che l’emergenza era finita
E che il virus aveva perso
Che gli italiani tutti insieme avevano vinto
E allora uscimmo per strada
Con le lacrime agli occhi
Senza mascherine e guanti
Abbracciando il nostro vicino
Come fosse nostro fratello
E fu allora che arrivò l’estate
Perché la primavera non lo sapeva
Ed aveva continuato ad esserci
Nonostante tutto
Nonostante il virus
Nonostante la paura
Nonostante la morte
Perché la primavera non lo sapeva
Ed insegnò a tutti
La forza della vita.

Karma 1, olio su lino di Andrea Chiesi

“Eclissi”, lirica di Francesco De Girolamo, poeta in Roma

Illustrazione di James R Eads

Non avere paura della notte;
attraverseremo questo buio
affiancati, silenziosi,
guardandoci negli occhi,
a malapena visibili
nell’ombra così cupa,
ad ogni nuovo tratto,
di questa sorda eclissi.

E non chiedermi la mano:
sarà già sul mio cuore
a controllare che batta
come un tamburo di latta,
per questa nostra guerra,
mite, d’un suo furore
estraneo ad ogni sangue,
per una nuova terra ,
mai davvero promessa,
ancora da conquistare,
sconosciuta allo sguardo,
ma non al nostro ricordo,
al suo lontano richiamo
sempre più forte.

È la vita o la morte
che sussurra in questo urlo,
tenace, di farfalle?
Non possiamo saperlo
come di fronte a grotte
cieche, su approdi o abissi,
al fondo della notte:
dai, non temere, andiamo.

“Fiore grigio”, lirica di Francesco De Girolamo, poeta in Roma

Una rosa rossa per te, olio su tela di Tatiana Busi

Dovremmo separarci ora,
prima di diventare l’uno per l’altra
un’abitudine,
prima che tutto torni nella norma
e ridiventi grigio e piccolo
e questo nostro miracoloso
appartenerci
divenga a poco a poco
un rifugio senza luce.

Dovremmo separarci ora
che i tuoi occhi sono ancora così pieni
di questa fiera tristezza
ed i miei volano verso te come falchi
e catturano così avidamente la tua immagine
che sembra non debba più sfuggirne
– per quanto il tempo dicono cancelli
ogni traccia d’incanto –

Dovremmo separarci ora
che quasi non conosciamo la noia
e l’orrore del mondo è fuori dalla porta
e ringhia minaccioso per entrare
– chissà per quanto ancora riusciremo
a tenerlo fuori da qui, da noi,
chissà per quanto ancora –

Sì, separarci ora e per sempre
per non separarci mai più.

“E dimmi una volta che m’ami”, lirica di Catherine Calcagni La Rose, poeta in Roma

Albert BESNARD (1849-1934)

E dimmi una volta che m’ami
dimmelo sincero
senza una piega di voce fallo scivolare
scivolare sinuoso
tra i capelli dolcemente
penetrarmi di linfa
fino al midollo
poi dimorare in un brivido
così…
Tra le curve della carne
nella dinamica dei sensi
la tua voce invadermi
come fossi già mio
come se già
parte nobile
fossi
del mio respiro…