“Scriverò di te …” lirica di Francesco Saverio Bascio

 Voglio scrivere di te ... e del tuo gentil fare
della tua durezza e del tuo curar fatica...
scriverò ancora del tuo mare...
e delle tue notti insonni
voglio ricordarne il cuore.
Scriverò di vita traboccante
e di lunghe barche nere
che sfidavano con te la luna
e grandi tonni all'orizzonte.
Voglio ... scriverò di te
e di capanne sulla spiaggia
di quei lunghi tronchi
e l'agave che li spingeva in alto
rubando vita...
all'arsura della grande sabbia.
Scriverò di te
e delle tue zappe ne farò lingotti
e mentre ancora caldi
li salderò al collo mio...
e per ricordarne amore
mi perderò
nei tuoi schiaffi mai arrivati.
Scriverò di te...
scriverò dei tuoi panieri colmi a quel telaio ...
e di quei pedali sempre rotti
che cigolano ancora nella mente
si... io ne scriverò di te...
nel tuo saper dare al mio andar per matti...
scriverò di te nel lungo avvio
ricorderò il miele e le tue api
non perderò mai il sentire del tuo canto
e ti grazierò per sempre o padre mio. ...

“Era l’11 marzo del 2020, le strade erano vuote”, lirica di Irene Vella, giornalista e poeta veneziana

Città fantasma aliena, olio su tela di Cristina De Biasio

Era l’11 marzo del 2020, le strade erano vuote, i negozi chiusi, la gente non usciva più.
Ma la primavera non sapeva nulla.
Ed i fiori continuavano a sbocciare
Ed il sole a splendere
E tornavano le rondini
E il cielo si colorava di rosa e di blu
La mattina si impastava il pane e si infornavano i ciambelloni
Diventava buio sempre più tardi e la mattina le luci entravano presto dalle finestre socchiuse
Era l’11 marzo 2020 i ragazzi studiavano connessi a discord
E nel pomeriggio immancabile l’appuntamento a tressette
Fu l’anno in cui si poteva uscire solo per fare la spesa
Dopo poco chiusero tutto
Anche gli uffici
L’esercito iniziava a presidiare le uscite e i confini
Perché non c’era più spazio per tutti negli ospedali
E la gente si ammalava
Ma la primavera non lo sapeva e le gemme continuavano ad uscire
Era l’11 marzo del 2020 tutti furono messi in quarantena obbligatoria
I nonni le famiglie e anche i giovani
Allora la paura diventò reale
E le giornate sembravano tutte uguali
Ma la primavera non lo sapeva e le rose tornarono a fiorire
Si riscoprì il piacere di mangiare tutti insieme
Di scrivere lasciando libera l’immaginazione
Di leggere volando con la fantasia
Ci fu chi imparò una nuova lingua
Chi si mise a studiare e chi riprese l’ultimo esame che mancava alla tesi
Chi capì di amare davvero separato dalla
vita
Chi smise di scendere a patti con l’ignoranza
Chi chiuse l’ufficio e aprì un’osteria con solo otto coperti
Chi lasciò la fidanzata per urlare al mondo l’amore per il suo migliore amico
Ci fu chi diventò dottore per aiutare chiunque un domani ne avesse avuto bisogno
Fu l’anno in cui si capì l’importanza della salute e degli affetti veri
L’anno in cui il mondo sembrò fermarsi
E l’economia andare a picco
Ma la primavera non lo sapeva e i fiori lasciarono il posto ai frutti
E poi arrivò il giorno della liberazione
Eravamo alla tv e il primo ministro disse a reti unificate che l’emergenza era finita
E che il virus aveva perso
Che gli italiani tutti insieme avevano vinto
E allora uscimmo per strada
Con le lacrime agli occhi
Senza mascherine e guanti
Abbracciando il nostro vicino
Come fosse nostro fratello
E fu allora che arrivò l’estate
Perché la primavera non lo sapeva
Ed aveva continuato ad esserci
Nonostante tutto
Nonostante il virus
Nonostante la paura
Nonostante la morte
Perché la primavera non lo sapeva
Ed insegnò a tutti
La forza della vita.

Karma 1, olio su lino di Andrea Chiesi

“Eclissi”, lirica di Francesco De Girolamo, poeta in Roma

Illustrazione di James R Eads

Non avere paura della notte;
attraverseremo questo buio
affiancati, silenziosi,
guardandoci negli occhi,
a malapena visibili
nell’ombra così cupa,
ad ogni nuovo tratto,
di questa sorda eclissi.

E non chiedermi la mano:
sarà già sul mio cuore
a controllare che batta
come un tamburo di latta,
per questa nostra guerra,
mite, d’un suo furore
estraneo ad ogni sangue,
per una nuova terra ,
mai davvero promessa,
ancora da conquistare,
sconosciuta allo sguardo,
ma non al nostro ricordo,
al suo lontano richiamo
sempre più forte.

È la vita o la morte
che sussurra in questo urlo,
tenace, di farfalle?
Non possiamo saperlo
come di fronte a grotte
cieche, su approdi o abissi,
al fondo della notte:
dai, non temere, andiamo.

“Fiore grigio”, lirica di Francesco De Girolamo, poeta in Roma

Una rosa rossa per te, olio su tela di Tatiana Busi

Dovremmo separarci ora,
prima di diventare l’uno per l’altra
un’abitudine,
prima che tutto torni nella norma
e ridiventi grigio e piccolo
e questo nostro miracoloso
appartenerci
divenga a poco a poco
un rifugio senza luce.

Dovremmo separarci ora
che i tuoi occhi sono ancora così pieni
di questa fiera tristezza
ed i miei volano verso te come falchi
e catturano così avidamente la tua immagine
che sembra non debba più sfuggirne
– per quanto il tempo dicono cancelli
ogni traccia d’incanto –

Dovremmo separarci ora
che quasi non conosciamo la noia
e l’orrore del mondo è fuori dalla porta
e ringhia minaccioso per entrare
– chissà per quanto ancora riusciremo
a tenerlo fuori da qui, da noi,
chissà per quanto ancora –

Sì, separarci ora e per sempre
per non separarci mai più.

“E dimmi una volta che m’ami”, lirica di Catherine Calcagni La Rose, poeta in Roma

Albert BESNARD (1849-1934)

E dimmi una volta che m’ami
dimmelo sincero
senza una piega di voce fallo scivolare
scivolare sinuoso
tra i capelli dolcemente
penetrarmi di linfa
fino al midollo
poi dimorare in un brivido
così…
Tra le curve della carne
nella dinamica dei sensi
la tua voce invadermi
come fossi già mio
come se già
parte nobile
fossi
del mio respiro…

“Ode all’Armenia”, lirica con traduzione di Boghos Levon Zekiyan

Martiros Saryan, artista armeno

Io della mia dolce Armenia amo la parola dal sapore di sole,
Della nostra antica lira amo le corde dai pianti di lamento,
Dei fiori color sangue e delle rose il profumo ardente
E delle fanciulle di Nayiri amo la danza morbida e agile.

Amo il nostro cielo turchese, le acque chiare, il lago di luce,
Il sole d’estate e d’inverno la fiera borea stanante il drago,
Le nostre pareti inospitali delle capanne sperdute nel buio
E delle antiche città amo la pietra dei millenni.

Non dimenticherò i nostri canti lamentosi, ovunque io sia,
Non dimenticherò i nostri libri incisi con lo stilo, divenuti preghiera,
Per quanto lacerino il cuore le nostre piaghe sprizzanti sangue,
Amerò ancor più la mia Armenia amorosa, orfana, ardente di sangue.

Non vi è alcun’altra leggenda per il mio cuore colmo di nostalgia,
Simile al Narekatsi e a Kučhak non vi è fronte luminosa,
Attraversa il mondo, non vi è simile all’Ararat vetta bianca,
Qual cammino di gloria inaccessibile, il mio monte Masis io amo.

“Era una stagione di schiavitù”, lirica di Ileana Zara, poeta in Cerredolo (RE)

L’oratore dello sciopero, olio su tela di Emilio Longoni

Era una stagione di schiavitù
e di lotta, una battaglia di rivalsa
per la dignità e l’orgoglio umiliato,
si è combattuto con le armi
della giustizia e del sacrificio.
Il fine non giustificava mai
la violenza dei mezzi, marciava
compatto col pugno alzato.
E quando mio padre scioperava e
tornava a casa con la faccia pulita,
il pane aveva un sapore più buono,
un profumo diverso che restava
per i giorni a venire, che si spargeva
in tutte le stanze, da tutte le case
fin dentro la miniera.

“Il nostro giorno verrà”, lirica di Francesco De Girolamo, poeta in Roma

Banksy

Il nostro giorno verrà
e sarà vera gloria:
non un effimero sciame
di stelle, nella livida notte,
ma un luminoso schioccare,
improvviso nell’ombra,
d’aurora vittoriosa.
E sarà silenziosa
la nostra parata, e non avrà
fanfare. Ce ne andremo per strada,
come sempre discreti, persino
vergognosi, quasi in punta di piedi,
con gli occhi assorti e la fronte cupa,
ma un po’ più alta e fiera,
come un timido fiore, a primavera,
che sia incerto se uscire,
o starsene a dormire
ancora nel germoglio:
un fiore d’agrifoglio,
dai petali socchiusi,
scompigliati e tremanti
per un soffio improvviso
di vento mattutino.

“Inno al sole”, lirica del popolo rosso

La danza del sole indiana è una delle più importanti e solenni cerimonie dei popoli di tutte le nazioni tribali del Nord America. Esprime tutta la spiritualità del popolo indiano. Il rito veniva effettuato di solito nei mesi di giugno o luglio, quando le tribù si incontravano per la caccia al bufalo; gli uomini facevano voto di “sofferenza” per augurare una caccia proficua e una vita lunga, e durante il loro voto ballavano la danza del sole e facevano voto di autosacrificio.

Di buon ora, al mattino,
Noi ci svegliamo, noi ci svegliamo,
Quando la madre Dio-Sole sorge.
Noi la salutiamo con gioia.
Lei ci accoglie con un viso radioso.
Lei ci incontra con un caldo bacio.
Così dolcemente, così dolcemente…
Ascoltate, ascoltate soltanto!
Da dove vengono quei suoni lontani?
Echi da dove la luce abbonda,
Torrenti di cristallo dal pallido mormorìo
Scintillante senza ritegno.
Sono i semi d’oro del pensiero,
I mormorii silenziosi, appena percepiti,
Che ci riempiono di gioia e di contentezza,
I sentieri per i quali l’anima si eleva.

“La porta”, lirica della paura di Michele Prenna, poeta in Varese

I poveri bussano alla porta, olio su tela di Migneco (1903-1997)

Bussano alla porta
infuriano gelo e tormenta
fuori del calore di casa
che il picchiare desidera.

L’entrata tieni sbarrata
un tempo subito aperta
alle novità che accoglieva
ora respinte dalla paura.

E’ un effetto della violenza
dell’insicurezza in ascesa
che per te chiami prudenza.

Bussano alla porta
e la mano va alla maniglia
per garantirsi ch’è chiusa.

“Ali nere”, lirica per la pace di Francesco De Girolamo

Non ho mai smesso di ostinarmi a credere
che un giorno il rombo nero dei mortai
sarebbe diventato un suono sordo
da ascoltare in Musei, dove la Storia
si potesse osservare con la lucida
legge del tempo, e non con quella antica,
prigioniera dei sogni del potere
che inabissa le chiavi di ogni tempio
come àncore rose dalla ruggine,
riarse in cupi gorghi di salsedine.
Ma sento troppe voci rassegnate
al ritorno dei barbari, al dominio
di queste loro onnipresenti armate,
con le insegne aggiornate di quell’odio
griffate sopra fibbie ed alamari.
Vorrei poterti dire, figlia mia,
che questo nero cigno sia allo stremo,
e che per il suo manto, così osceno,
l’ultima ora del canto sia vicina,
nonostante le grida che lo acclamano.
Speriamo di svegliarci, una mattina,
in cui il cielo riappaia nudo e sgombro,
sopra l’oro degli angeli, violato
da questa sordida, infiammata pece;
e le ali nere planino nel vuoto.

“E’ in arrivo un treno carico di …”, filastrocca di Capodanno di Gianni Rodari

Nella notte di Capodanno,
quando tutti a nanna vanno,
è in arrivo sul primo binario
un direttissimo straordinario,
composto di dodici vagoni
tutti carichi di doni…

Gennaio
Sul primo vagone, sola soletta,
c’è una simpatica vecchietta.
Deve amar molto la pulizia
perché una scopa le fa compagnia…
Dalla sua gerla spunta il piedino
di una bambola o d’un burattino.
– Ho tanti nipoti, – borbotta, – ma tanti!
E se volete sapere quanti,
contate tutte le calze di lana
che aspettano il dono della Befana.

Febbraio
Secondo vagone, che confusione!
Carnevale fa il pazzerellone:
c’è Arlecchino, c’è Colombina,
c’è Pierrot con la sua damina,
e accanto alle maschere d’una volta
galoppano indiani a briglia sciolta,
sceriffi sparano caramelle,

astronauti lanciano stelle
filanti, e sognano a fumetti
come gli eroi dei loro giornaletti.

Marzo
Sul terzo vagone
viaggia la Primavera
col vento marzolino.
Gocce ridono e piangono
sui vetri del finestrino.
Una rondine svola,
profuma una viola…
Tutta roba per la campagna.
In città, fra il cemento,
profumano soltanto
i tubi di scappamento.

Aprile
Il quarto vagone è riservato
a un pasticcere rinomato
che prepara, per la Pasqua,
le uova di cioccolato.
Al posto del pulcino c’è la sorpresa.
Campane di zucchero
suoneranno a distesa.

Maggio
Un carico giocondo
riempie il quinto vagone:
tutti i fiori del mondo,
tutti i canti di Maggio…
Buon viaggio! Buon viaggio!

Giugno
Giugno, la falce in pugno!
Ma sul sesto vagone
10 non vedo soltanto
le messi ricche e buone…
Vedo anche le pagelle:
un po’ brutte, un po’ belle,
un po’ gulp, un po’ squash!
Ah, che brutta invenzione,
amici miei,
quei cinque numeri prima del sei.

Luglio
Il settimo vagone
è tutto sole e mare:
affrettatevi a montare!
Non ci sono sedili, ma ombrelloni.
Ci si tuffa dai finestrini
meglio che dai trampolini.
C’è tutto l’Adriatico,
c’è tutto il Tirreno:
non ci sono tuttii bambini…
ecco perché il vagone non è pieno.

Agosto
Sull’ottavo vagone
ci sono le città:
saranno regalate
a chi resta in città
tutta l’estate.
Avrà le strade a sua disposizione:
correrà, svolterà, parcheggerà
da padrone.
A destra e a sinistra
sorpasserà se stesso…
Ma di sera sarà triste lo stesso.

Settembre
Osservate sul nono vagone
gli esami di riparazione.
Severi, solenni come becchini…
e se la pigliano con i bambini!
Perché qualche volta, per cambiare,
non sono i grandi a riparare?

Ottobre
Sul decimo vagone
ci sono tanti banchi,
c’è una lavagna nera
e dei gessetti bianchi.
Dai vetri spalancati
il mondo intero può entrare:
è un ottimo maestro
per chi lo sa ascoltare.

Novembre
Sull’undicesimo vagone
c’è un buon odore di castagne,
paesi grigi, grige campagne
già rassegnate al primo nebbione,
e buoni libri da leggere a sera
dopo aver spento la televisione.

Dicembre
Ed ecco l’ultimo vagone,
è fatto tutto di panettone,
ha i cuscini di cedro candito
e le porte di torrone.
Appena in stazione sarà mangiato
di buon umore e di buon appetito.
Mangeremo anche la panca
su cui siede a sonnecchiare
Babbo Natale con la barba bianca.

“Sulla luna”, lirica di Gianni Rodari

Danzando sulla luna, olio su tela di Ciro Palumbo

Sulla luna, per piacere,
non mandate un generale:
ne farebbe una caserma
con la tromba e il caporale.

Non mandateci un banchiere
sul satellite d’argento,
o lo mette in cassaforte
per mostrarlo a pagamento.

Non mandateci un ministro
col suo seguito di uscieri:
empirebbe di scartoffie
i lunatici crateri.

Ha da essere un poeta
sulla Luna ad allunare:
con la testa nella luna
lui da un pezzo ci sa stare…

A sognar i più bei sogni
è da un pezzo abituato:
sa sperare l’impossibile
anche quando è disperato.

Or che i sogni e le speranze
si fan veri come fiori,
sulla luna e sulla terra
fate largo ai sognatori!

“Agli amici”, lirica di Primo Levi

Trittico della vita, olio su tela di Angelo Morbelli

Cari amici, qui dico amici

Nel senso vasto della parola:

Moglie, sorella, sodali, parenti,

Compagne e compagni di scuola,

Persone viste una volta sola

O praticate per tutta la vita:

Purché fra noi, per almeno un momento,

Sia stato teso un segmento,

Una corda ben definita.

Dico per voi, compagni d’un cammino

Folto, non privo di fatica,

E per voi pure, che avete perduto

L’anima, l’animo, la voglia di vita.

O nessuno, o qualcuno, o forse un solo, o tu

Che mi leggi: ricorda il tempo,

Prima che s’indurisse la cera,

Quando ognuno era come un sigillo.

Di noi ciascuno reca l’impronta

Dell’amico incontrato per via

In ognuno la traccia di ognuno.

Per il bene od il male

In saggezza o in follia

Ognuno stampato da ognuno.

Ora che il tempo urge da presso,

Che le imprese sono finite,

A voi tutti l’augurio sommesso

Che l’autunno sia lungo e mite.