“Fuori dal campo”: una storia dal lager di Terezin

Autrice: Serenella Quarello; Illustratrice: Noemi Agosti; Rapsodia Edizioni

Oggi 27 gennaio è la Giornata della Memoria. In questo giorno del 1945, le truppe sovietiche entrarono nel campo di concentramento di Auschwitz. Sono sicuro che tra i tanti libri pubblicati sul tema, quello scritto da Primo Levi (“La tregua”, scritto sedici anni dopo la prima edizione di “Se questo è un uomo”) sia insuperabile. Questo il suo racconto di quei momenti in cui, mentre sta portando con un compagno il corpo di un amico nella fossa comune, vede quattro soldati che da lontano stanno osservando il campo di concentramento. [ dalla pagina di Ivano Marchioni ]

La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945. Fummo Charles ed io i primi a scorgerla: stavamo trasportando alla fossa comune il corpo di Sómogyi, il primo dei morti fra i nostri compagni di camera. Rovesciammo la barella sulla neve corrotta, ché la fossa era ormai piena, ed altra sepoltura non si dava: Charles si tolse il berretto, a salutare i vivi e i morti. Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi…Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo. Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa…”

28 febbraio 2002: addio, amata £ira, compagna sognata voluttuosa amante d’una vita

Sono passati esattamente 18 anni da quando la mai dimenticata lira c’abbandonò, perse valore e fu sostituita dall’Euro che già era presente dall’inizio dell’anno. Il 1º gennaio 2002, con l’entrata in circolazione delle monete e banconote in euro, si aprì una fase di doppia circolazione: le monete e banconote in lire vennero ritirate definitivamente il 1º marzo 2002.

Inizialmente era stato fissato in 10 anni il termine per la prescrizione e di conseguenza monete e banconote potevano essere ancora cambiate presso le filiali della Banca d’Italia fino al 29 febbraio 2012. Tuttavia, la feroce manovra economica del governo del ben noto “DrakulMonti” (imposto dal disastro economico determinato dal Berluscone) decretò la prescrizione immediata delle monete e banconote al 7 dicembre 2011. Tale norma è stata poi dichiarata incostituzionale dalla sentenza del 7 ottobre 2015 della Corte Costituzionale, riaprendo di fatto i termini per il cambio, garantendo una chance a quanti avevano ritrovato fuori tempo massimo tesori nel materasso o nascosti sotto la classica mattonella del pavimento della cucina o del salotto sotto la vecchia poltrona dove s’accomodava per la pennichella pomeridiana l’ormai anziano nonno in veste di guardiano del malloppo frutto d’una vita d’accantonamenti. Anziano nonno nel frattempo serenamente deceduto per cause naturali senza informare del nascondiglio.

“Gli innocenti morti nelle foibe, ieri nascosti per convenienza politica, oggi esposti per convenienza politica”, intervento di Massimo Castelli, Sindaco di Cerignale (Pc)

Paesaggi di guerra: Paul Nash, We are Making a New World, 1918, olio su tela

Voglio dire la mia sulle Foibe. Purtroppo la storia è piena di ingiustizie, omissioni, coperture o letture di comodo ecc. Ricercare la verità storica è una impresa ardua e il perché spesso succedono cose incredibili anche. Partiamo però da un dato di fatto, gli imperi centrali causarono la prima guerra mondiale, che poi con l’ascesa del nazismo diede origine alla seconda. Mussolini si alleò con Hitler è così iniziarono le sciagure per Noi, l’Europa e il mondo. Noi diventammo invasori anche della penisola balcanica. Come tutte le invasioni anche le nostre portarono morte e distruzione sopratutto tra i civili, che in tutte le guerre sono quelli che pagano le follie di chi le provoca. Questa sciagurata guerra, per l’Italia ha portato in termini di estensione territoriale la perdita dell’Istria e di alcune aree della Dalmazia, oltre ad alcuni passi alpini ceduti alla Francia. La perdita di tali territori ha portato all’esodo Giuliano e anche alla vergogna delle foibe, dove innocenti sono stati vittime del rancore dei vincitori e della pulizia etnica che voleva rendere quelle terre solo slave. La colpa materiale è dei Titini, la colpa politica e morale è di Mussolini che pochi anni prima, con le stesse intenzioni e spesso gli stessi metodi invase le terre slave per renderle Italiane. Oggi nell’era della comunicazione, Mussolini per molti è un mito, per il 16% della popolazione l’Olocausto non è mai avvenuto e che il dramma dell’esodo Giuliano e delle foibe sia stato insabbiato dalla sinistra. Per la cronaca ricordo che il primo presidente del Consiglio fu Alcide De Gasperi e che la DC governò il nostro paese per 50 anni di fila, per cui se ci sono colpe e omissioni vanno allargate a tutto l’arco costituzionale. Dentro queste follie ci stanno i drammi umani di chi subisce ingiustizie e dentro il dramma della 2^ guerra mondiale abbiamo milioni di innocenti morti a causa di ideologie totalitarie. Se allarghiamo il pensiero al mondo l’uomo ha sempre invaso, ucciso conquistato. L’occidente per primo. Bisognerebbe cambiare l’uomo e il mondo, in primis raccontando la cruda verità che spesso non piace mai, è molto più semplice la verità di comodo che a seconda di come va vede l’olocausto, le foibe, gli sbarchi dei neri ecc. Infine un pensiero agli innocenti morti nelle foibe, ieri nascosti per convenienza politica, oggi esposti per convenienza politica. Spesso chi ha perso tutto cerca un colpevole e trova la storia usata da tutte le parti in causa per nascondere la follia della Guerra, vero cancro dell’umanità.

“Rab, la Auschwitz dimenticata dagli italiani”, articolo di Alessandro Marzo Magno

Mettiamola così: se un Paese mettesse in piedi un campo di concentramento rinchiudendovi in meno di 14 mesi circa 10mila persone, e facendone morire 1.500, passerebbe alla storia come aguzzino (il tasso di mortalità, del 15 per cento, è pari a quello del lager di Buchenwald). Se lo fa l’Italia, invece, niente.

Alzi la mano chi ha mai sentito parlare del campo di internamento di Arbe. Oppure di quelli di Gonars, Monigo, Renicci e vari altri. Probabilmente quasi nessuno. Eh già, perché l’Italia preferisce l’oblio quando il passato è imbarazzante. E invece bisogna ricordare. Anche gli italiani hanno commesso efferatezze, hanno ammazzato, hanno rinchiuso nei campi vecchi, donne e bambini facendoli morire di fame e di malattie.


L’isola di Rab oggi

Nel 1941 l’Italia invade la Jugoslavia e si annette una parte del territorio, nelle attuali Slovenia e Croazia. Alle popolazioni locali l’idea di essere dominati da una potenza straniera non piace granché e dopo quasi un anno di situazione relativamente tranquilla, comincia una furiosa guerriglia partigiana. La reazione italiana è durissima: rastrellamenti, fucilazioni, deportazione delle popolazioni civili dai villaggi delle zone dove sono attivi i partigiani. Viene creata una rete di campi di internamento (per chi volesse approfondire: Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce, Einaudi) dove sistemare le popolazioni deportate. Uno di questi campi sorge sull’isola di Arbe, nel golfo del Quarnero (oggi Rab, Croazia). Rispetto agli altri ha avuto un triste primato: quello di essere il più duro, quello dove sono morte più persone. È gestito dal Regio esercito, non da camice nere, milizie o quant’altro; non è un campo strettamente “fascista”, è un campo “italiano”.


Bambini internati a Rab

Il primo gruppo di internati (240) ci arriva esattamente settant’annifa, nel luglio 1942, poi ne giungono altri a gruppi, a fine agosto arrivano mille minori di 16 anni, tutti assieme. Quasi tutti sono vittime dei rastrellamenti in Slovenia, pochi i croati. Il campo sorge nel vallone di Sant’Eufemia, sul fondo della baia di Campora (Kampor), su un terreno paludoso, sottoposto all’azione dell’alta marea e a rischio inondazione (Arbe, contrariamente al resto della Dalmazia, è ricchissima d’acqua dolce). Gli internati, come detto soprattutto vecchi, donne e bambini, vengono sistemati all’interno di tende. Le condizioni di vita sono durissime: «Campo di concentramento non significa campo di ingrassamento», annota il generale Gastone Gambara, comandante dell’XI corpo d’armata che aveva giurisdizione sulla zona (naturalmente è morto senza mai dover rispondere delle sue azioni nei Balcani, e dopo esser stato reintegrato nell’esercito nel 1952). Condizioni di vita aggravate dal sadico comportamento del comandante del campo, il tenente colonnello dei carabinieri Vincenzo Cuiuli (condannato a morte dai partigiani, si taglierà le vene la notte prima dell’esecuzione). Gli interrogatori degli internati, dopo la liberazione del campo da parte degli jugoslavi, l’8 settembre 1943, sottolineeranno anche la crudeltà del cappellano, don Enzo Mondini, mentre rimarcheranno i tentativi messi in atto dagli ufficiali medici per alleviare almeno di un po’ le pene.

Internati nel campo di Rab

Gli internati di Arbe muoiono per denutrizione (la razione era 80 grammi di pane al giorno, più una brodaglia cucinata in ex bidoni di benzina), per malattie (il generale Gambara, enuncia il principio «internato ammalato uguale internato tranquillo» e fa distribuire paglia infestata dai pidocchi) e per calamità naturali. L’episodio più grave avviene nella notte tra il 29 e il 30 settembre 1942 quando un furioso temporale provoca un’inondazione alta un metro che devasta il settore femminile, trascinando in mare tende, donne e bambini. Il giorno dopo vengono recuperati dalla baia decine di corpicini galleggianti. La sezione femminile e quella maschile sono divise da un ruscello che però è talmente infestato dai pidocchi da rendere impossibile non solo berne l’acqua, ma persino usarla per lavarsi. 

Gli internati inscheletriti dalla fame, cotti dal sole, sporchi all’inverosimile, suscitano l’intervento del Vaticano che cerca di alleviarne le spaventose condizioni, viene costruita qualche baracca, ma nulla più. Herman Janez, allora un bambino di sette anni, ricorda il terribile inverno passato sull’isola: «Le guardie ogni giorno facevano l’appello di noi ragazzini per poi portarci nella rada di mare antistante al campo e farci fare il bagno. Ci nascondevamo, ma poi questi ci stanavano e ci costringevano ad andare in acqua. Eravamo già deboli, pieni di zecche e di pidocchi, di piaghe purulente, puzzavamo di sterco nostro e altrui, e dopo questi bagni un semplice mal di gola ha portato tanti di noi al camposanto». La mortalità maggiore si registra quando il freddo pungente della bora porta via gli internati a grappoli. 


80 grammi di pane al giorno

Non si sa esattamente quanti siano stati gli internati. Le stime vanno da 7.500 a 15.000. Teniamoci su una prudente via di mezzo e diciamo attorno ai 10mila. I morti accertati, con nome e cognome, sono 1.435, ma quasi certamente sono di più perché i sopravvissuti hanno testimoniato che poteva capitare di seppellire due salme in una tomba e che gli internati nascondessero il corpo di qualche deceduto per dividersi la sua porzione di brodaglia.

Gli ebrei, per lo più scampati agli ustascia croati, erano trattati meglio perché il Regio esercito non li considerava nemici, come invece accadeva per gli sloveni. Per esempio vivevano in baracche e non in tenda e non subivano le persecuzioni riservate agli altri. Evelyn Waugh li menziona in un suo racconto, “Compassione”: «Con improvvisa veemenza la donna, la signora Kanyi, tacitò i consiglieri e si mise a raccontare la sua storia. Quelli là fuori, spiegò, erano i sopravvissuti di un campo di concentramento italiano sull’isola di Rab. Per la maggior parte erano cittadini jugoslavi, ma alcuni, come lei, erano rifugiati dall’Europa centrale. Alla fuga del re, gli ustascia avevano cominciato a massacrare gli ebrei. E gli italiani li avevano radunati trasferendoli sull’Adriatico. Con la resa dell’Italia, i partigiani avevano tenuto la costa per qualche settimana, riportando gli ebrei sul continente, reclutando tutti quelli giudicati utilizzabili, e imprigionando il resto». 


Rab, il cimitero

Dal 1945 a oggi, mai un rappresentante ufficiale dello stato italiano è andato ad Arbe a deporre una corona di fiori, mai il console italiano della vicina Fiume (Rijeka) è andato a pronunciare un’orazione funebre, mai l’ambasciatore italiano a Zagabria ha sentito il dovere di chiedere scusa. Soltanto una volta un rappresentante dell’allora presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, è andato in forma ufficiale alle commemorazioni del campo di Gonars, in provincia di Udine. Ma mai l’Italia repubblicana ha preso definitivamente le distanze da quanto commesso ad Arbe e nei Balcani dall’Italia fascista.

“20 gennaio ’27, il governo fascista emana la legge che riduce i salari delle donne della metà rispetto agli uomini”, un articolo di Ilaria Romeo, Archivio Storico Cgil

L’intervento di Ilaria Romeo pubblicato in “Fortebraccio”, blog indipendente di informazione sindacale

Per la serie “hanno fatto anche cose buone”, il 20 gennaio del 1927, con un decreto, il Governo italiano interviene sui salari delle donne riducendoli alla metà rispetto alle corrispondenti retribuzioni degli uomini.

Del resto avrebbe scritto qualche anno dopo Ferdinando Loffredo nella sua Politica della famiglia (1938): “La indiscutibile minore intelligenza della donna ha impedito di comprendere che la maggiore soddisfazione può essere da essa provata solo nella famiglia, quanto più onestamente intesa, cioè quanto maggiore sia la serietà del marito […] La conseguenza dell’emancipazione culturale – anche nella cultura universitaria – porta a che sia impossibile che le idee acquisite permangano se la donna non trova un marito assai più colto di lei . […] deve diventare oggetto di disapprovazione, la donna che lascia le pareti domestiche per recarsi al lavoro, che in promiscuità con l’uomo gira per le strade, sui tram, sugli autobus, vive nelle officine e negli uffici […] Il lavoro femminile […] crea nel contempo due danni: la «mascolinizzazione» della donna e l’aumento della disoccupazione maschile. La donna che lavora si avvia alla sterilità; perde la fiducia nell’uomo; concorre sempre di più ad elevare il tenore di vita delle varie classi sociali; considera la maternità come un impedimento, un ostacolo, una catena; se sposa difficilmente riesce ad andare d’accordo col marito […]; concorre alla corruzione dei costumi; in sintesi, inquina la vita della stirpe”.

Diceva similmente Benito Mussolini su Il Popolo d’Italia del 31 agosto 1934 : “L’esodo delle donne dal campo di lavoro avrebbe senza dubbio una ripercussione economica su molte famiglie, ma una legione di uomini solleverebbe la fronte umiliata e un numero centuplicato di famiglie nuove entrerebbero di colpo nella vita nazionale. Bisogna convincersi che lo stesso lavoro che causa nella donna la perdita degli attributi generativi, porta all’uomo una fortissima virilità fisica e morale”.

La donna, dunque – per il bene della Patria! – deve essere collocata in casa, a fare figli.

La prima offensiva al lavoro femminile del Regime si avrà nell’insegnamento.

Con il Regio Decreto 2480 del 9 dicembre 1926 le donne saranno escluse dalle cattedre di lettere e filosofia nei licei, verranno tolte loro alcune materie negli istituti tecnici e nelle scuole medie, si vieterà loro di essere nominate dirigenti o presidi di istituto (già il Regio Decreto 1054 del 6 maggio – Riforma Gentile –  vietava alle donne la direzione delle scuole medie e secondarie.  Per estirpare il male veramente alla radice, saranno raddoppiate le tasse scolastiche alle studentesse, scoraggiando così le famiglie a farle studiare).

Una legge del 1934 (legge 221) limiterà notevolmente le assunzioni femminili, stabilendo sin dai bandi di concorso l’esclusione delle donne o riservando loro pochi posti, mentre un decreto legge del 5 settembre 1938 fisserà un limite del 10% all’impiego di personale femminile negli uffici pubblici e privati.

L’anno successivo, il Regio Decreto n. 989/1939 preciserà addirittura quali impieghi statali potessero essere alle donne assegnati: servizi di dattilografia, telefonia, stenografia, servizi di raccolta e prima elaborazione di dati statistici; servizi di formazione e tenuta di schedari; servizi di lavorazione, stamperia, verifica, classificazione, contazione e controllo dei biglietti di Stato e di banca, servizi di biblioteca e di segreteria dei Regi istituti medi di istruzione classica e magistrale; servizi delle addette a speciali lavorazioni presso la Regia zecca. L’articolo 4 della stessa legge, suggerirà altri impieghi “particolarmente adatti” alle donne: annunciatrici addette alle stazioni radiofoniche; cassiere (limitatamente alle aziende con meno di 10 impiegati); addette alla vendita di articoli di abbigliamento femminile, articoli di abbigliamento infantile, articoli casalinghi, articoli di regalo, giocattoli, articoli di profumeria, generi dolciari, fiori, articoli sanitari e femminili, macchine da cucire; addette agli spacci rurali cooperativi dei prodotti dell’alimentazione, limitatamente alle aziende con meno di 10 impiegati; sorveglianti negli allevamenti bacologici ed avicoli; direttrici dei laboratori di moda.

Del resto, scriveva Giovanni Gentile ne La donna nella coscienza moderna (1934): “La donna non desidera più i diritti per cui lottava […] (si torna) alla sana concezione della donna che è donna e non è uomo, col suo limite e quindi col suo valore […]. Nella famiglia la donna è del marito, ed è quel che è in quanto è di lui”.

In un tempo in cui al Festival di Sanremo viene invitata una donna perché è bella e “sa stare un passo indietro al proprio uomo” forse sarebbe opportuno non dimenticare…

Accadde oggi, nel 1943: l’Armata Rossa costringe alla resa la 6^ Armata tedesca a Stalingrado

I sovietici combattono per le strade di Stalingrado

Tra l’estate del 1942 e il 2 febbraio 1943, i soldati dell’Armata Rossa resistono contro le forze tedesche, italiane, rumene ed ungheresi che vogliono il controllo della regione strategica tra il Don e il Volga e dell’importante centro politico ed economico di Stalingrado. Vassilij Chuikov, l’ufficiale sovietico comandante della 62^ armata sovietica, riesce prima a difendere la città di Stalingrado dall’invasore pur disponendo di un numero di uomini e mezzi assai inferiore, resiste all’assedio nemico e alla fine sconfigge un’armata che sembrava invincibile. Nato nel febbraio del 1900, a Tula, città industriale nei pressi di Mosca da una famiglia di umili e poveri contadini, ad appena 12 anni, lascia la città natia e si reca a Leningrado (San Pietroburgo) per cercare un lavoro. Trascorre diversi mesi lavorando in un’officina, per poi finire in una bottega come strigliatore di cavalli ma il destino di artigiano non fa per lui. Nel 1917 scoppia la Rivoluzione, l’istruzione di Chuikov è pressochè inesistente, non conosce le teorie di Marx, non conosce la politica e non ha la minima idea di quale sia il motivo detonante della ribellione, ma si identifica con il popolo in rivolta. Si arruola nell’Armata Rossa, prima sotto il comando di Kerenskij, poi di Lev Trockij, le sue qualità non tardano a mettersi in mostra quando, nella primavera del 1918, è proprio lui, al comando di un gruppo di commilitoni, a sedare una rivolta a Mosca, da parte di un gruppo ostile alla rivoluzione, un intervento che gli vale la promozione ad ufficiale. La carriera prosegue, ottiene incarichi sempre più prestigiosi e, allo scoppio della guerra in Europa lo troviamo, su incarico dello stesso Stalin, in Cina. Ma, come sappiamo, Hitler, dopo aver conquistato Polonia, Cecoslovacchia, Norvegia, Belgio, Olanda, Jugoslavia e Francia, vista la resistenza della Gran Bretagna, rivolge il suo sguardo ad est, verso l’Unione Sovietica, invadendola con la volontà di sfruttare la tattica della Guerra Lampo in modo da concludere velocemente il confronto in armi. In effetti le difese sovietiche non riescono a reggere l’urto, e in pochi mesi la Wermacht arriva alle porta di Stalingrado, la città simbolo di Stalin. E lì si consuma l’Inizio della Fine per Adolf Hitler. Inizialmente una armata nazista di oltre 250.000 soldati professionisti e ben equipaggiati, supportati da centinaia di mezzi corazzati, pezzi d’artiglieria e aerei da guerra, si contrappone ad un piccolo esercito mal equipaggiato, composto per lo più da reclute inesperte che non hanno mai affrontato una battaglia. Tocca proprio a Vassilij Chuikov affrontare la situazione disperata. Lancia un grido di guerra che diventa una sorta di comandamento per i suoi soldati: “Nessun Passo Indietro!”

A Stalingrado si combatte per ogni centimetro, si combatte in ogni strada, in ogni piazza, casa per casa e, contro ogni previsione, i sovietici resistono. Chuikov capisce che attaccare frontalmente i tedeschi è un suicidio, per cui viene adottato un tipo di guerra perfetto per una città intricata e in rovina come Stalingrado: la furtività e l’attacco a sorpresa. I suoi uomini, servendosi di trincee scavate durante la notte, strisciano senza farsi notare a due passi dalle postazioni nemiche, per poi piombargli addosso prima che se ne accorgano. Vassilij considera l’arma migliore e l’alleato più fedele di ogni soldato sovietico la bomba a mano: ad essa dedica una frase celebre, “La bomba a mano è tua alleata, in ogni stanza prima entra lei e poi tu! Una bomba a mano, una raffica di mitra e poi avanti!”. A Stalingrado, in ogni casa, in ogni stanza, ogni giorno si consumano feroci combattimenti corpo a corpo, si combatte con tutto quello che si ha a disposizione, coltelli, baionette, mitra, bombe a mano o addirittura martelli, una guerra nuova, a cui i soldati nazisti non sono preparati, e lentamente i soldati dell’Armata Rossa prevalgono contro un nemico che sembrava inesorabile. Il 2 febbraio del 1943, finalmente, la battaglia finisce, al feldmaresciallo Paulus non resta che riconoscere la sconfitta: nessuna resistenza è più possibile per l’armata tedesca. Chuikov è il vincitore, con un esercito improvvisato di reclute, trasformate da lui in macchine da guerra, ha sconfitto la più potente armata militare dell’epoca, ha protetto la città simbolo di Stalin, ed è pronto per il contrattacco. Dopo due anni di dura lotta, la situazione si è ribaltata, inizia la marcia dell’Armata Rossa destinazione Berlino dove il 2 maggio di due anni dopo sventola la bandiera rossa dei liberatori: l’Europa è libera, inizia la stagione della libertà e della democrazia.

La bandiera dell’Unione Sovietica sventola sul Reichstag, 2 maggio 1945.

“Piasintein dal sass”, che cosa significa? Lo spiega Alessandro Ballerini

Il Tino, personaggio della ‘Piacenza popolaresca’: quadro esposto al Bar Tobruk di BorgoTrebbia (quindi “arius”)

Il testo riportato risulta tratto dalla raccolta “Proverbi dei 48 Comuni della terra piacentina” di Alessandro Ballerini, edizioni Lir

Un tempo gli abitanti della città si distinguevano dagli abitanti della campagna, nonostante l’ uniformità degli abbigliamenti. Ma una volta, quando le strade erano strette ed impolverate, bastava guardare le scarpe: i “rurali” le avevano impolverate, mentre i cittadini le avevano belle lustre perché abituati a camminare su strade lastricate o acciottolate di sassi. Non bisogna trascurare poi il fatto che i contadini molte volte all’ingresso della città si cambiavano le scarpe e mettevano quelle lucide, nascondendo le impolverate sotto un tombino imbrogliando così la loro provenienza, ed evitando di essere apostrofati come “ arius “, epiteto che i cittadini usano volentieri per chi viene da fuori città. La battuta “piasintein dal sass” risale alla notte dei tempi ed è giusto venga citata. Occorre andare al di là della versione espressa da alcuni studiosi ( Cesare Zilocchi ) , i quali vogliono che tale definizione si riferisca ai piacentini che abitano il centro della città cioè nell’ antico centro abitato sorto ” suppongono ” su una grossa pietra “promontorio”.

Un’ antica memoria del 1321 ricorda che a quell’ epoca si cominciò a ” selciare” per abbellirlo il centro del borgo. Sarà quindi nato in quella occasione il detto piasintein dal sass?

Comunque sia viene definito dal sass, chi è nato, cresciuto e vissuto all’ interno delle mura della città.

Tale definizione peraltro è usata a Parma, Reggio Emilia e in altri centri emiliani dove è dal sass chi è nato entro le mura dove esiste la pavimentazione fatta a ciottoli, sampietrini, o lastre di granito.

Un’ altra qualità che contraddistingue il vero ” piasintein dal sass ” è la parlata, cioè il dialetto stretto, cantelinoso e caratteristico, un tempo parlato da chi era nato e abitava in centro. Va precisato che lo stesso dialetto, tra quartiere e quartiere ha diversità di accenti con sfumature che solo i cittadini colgono in quanto impercettibili….Ad esempio un abitante di S. Agnese, riconosceva chi abitava in via San Bartolomeo o in San Raimondo. Ricordo che il giornalista Concarotti da poco scomparso, che era nato in fondo a ” strä alvä “, parlava un dialetto diverso da chi abitava dopo l’ ospedale verso piazza Cavalli, anche se era la stessa via…Oggi tutto è cambiato e l’ evoluzione dei tempi relega tutto ad un puro ricordo. Una volta per vedere se eri piasintein dal sass lo si sottoponeva ad un esame linguistico e gli si faceva pronunciare tre parole in dialettotette, bicicletta e sigaretta“. Queste parole devono essere dette con l’ accento e l’ enfasi propria di chi parla il vero idioma piacentino di una volta, e cioè : “tëtt, bicicletta,sigarëtta“, difficilmente uno non dal sass passava l’ esame….

“Absorta est mors in victoria”, gli opuscoli di necrologio dei caduti della Grande Guerra in mostra a Piacenza

Pubblichiamo estratti dalla guida illustrativa redatta dal dottor Filippo Lombardi a disposizione dei visitatori della mostra allestita fino al 31 gennaio presso il Salone Monumentale della Biblioteca Passerini Landi

La Prima Guerra Mondiale, oltre a lasciare nuovi equilibri geo-politici in una Europa ridisegnata dalla scomparsa di imperi centenari e dalla nascita di nuove potenze, produsse un fortissimo interesse e coinvolgimento emotivo nei confronti dei caduti nelle trincee e negli assalti frontali. L’incontro dell’individuo con la morte è generalmente considerato la fondamentale e tragica esperienza della guerra, e nel primo conflitto l’incontro con la morte di massa assume una dimensione nuova, mai vista prima di allora, colpendo non solamente il singolo combattente ma compenetrando la vita pubblica e portando a conseguenze politiche di epocale importanza negli anni seguenti. Nella Grande Guerra morì un numero di uomini più che doppio rispetto al totale di tutti i conflitti di rilievo svoltisi tra il 1790 e il 1914. I numeri della sofferenza italiana sono impressionanti, soprattutto in considerazione della popolazione dell’epoca che, secondo il censimento del 1911, era di circa 36 milioni di abitanti.

L’Italia ebbe dunque a lamentare circa 650.000 caduti (il 12% degli arruolati …) e 984.000 feriti, tra i quali una alta percentuale di mutilati e di invalidi destinati ad una vita di sofferenze e limitazioni. Questi numeri incisero sulle generazioni future in quanto era difficile trovare una famiglia che non avesse avuto, in modo diretto o indiretto, una perdita irreversibile legata alla guerra. E non troviamo infatti località … che non abbia avuto un alto e imprevisto numero di morti e di dispersi.

Ogni paese pose con orgoglio la propria stele, il proprio cippo, il proprio bassorilievo … Il monumento ai caduti, assumendo il compito di cicatrizzazione delle ferite morali, divenne così, oltre che luogo di commemorazione dei morti, un luogo di aggregazione sociale, specificità che oggi è andata perduta sostituita da fine piazze all’interno di posticci centri commerciali. … Ma monumenti (e parchi della rimembranza) riguardano la dimensione pubblica e collettiva del culto dei morti e della memoria bellica. Un’altra cosa è invece il lutto individuale, il lutto che prende origine in ambito familiare e viene vissuto in una dimensione più ristretta,

In Italia si ebbe un particolare tipo di culto dei caduti, che trovò la sua espressione nella pubblicazione di opuscoli commemorativi dedicati a singoli caduti. E’ un argomento che è rimasto spesso ignorato dalla ricerca storica fino al 1998 quando .. [venne] .. effettuato un censimento … catalogando circa 2300 titoli … Circa un quarto di questi titoli è dedicato a figure simboliche a livello nazionale come gli irredenti Cesare Battisti, Fabio Filzi, Guglielmo Oberdan … I rimanenti opuscoli, circa 1300, sono invece dedicati a singoli caduti del tutto sconosciuti, senza notorietà, e sono pubblicati a cura delle famiglie o, in numero minore, da amici, commilitoni o colleghi.

Queste pubblicazioni offrono lo spunto per uno studio completamente differente del lutto e del culto dei morti in guerra. Se monumenti e comiteri sono forme di culto pubbliche e istituzionalizzate, negli opuscoli familiari invece si ricordano singoli caduti: il lutto e l’elaborazione del trauma conseguente sono vissuti dal punto di vista personale e privato dei parenti. Si tratta di pubblicazioni dalle caratteristiche estremamente variabili: si va dai fascicoletti di pochiessime pagine, realizzati in grandi economia, a veri e propri volumi di lusso. In questi opuscoli è presente la vita privata del caduto: possiamo leggere le lettere spedite dal fronte ai familiari, gli annunci di morte dati alle famiglie, i ricordi personali di parenti e amiciintimi, le lettere di condoglianze inviate dalla comunità in lutto …

Gli opuscoli di necrologio italiani … sono stati in maggioranza realizzati ed editi a cura della famiglia, e in numero minore da amici, colleghi, ex insegnanti, associazioni … di cui il morto aveva fatto parte. La famiglia ha quindi sempre rivestito un ruolo fondamentale nella genesi di queste pubblicazioni … Gli opuscoli sono quindi al servizio del lutto e non della pedagogia patriottica …

Questo tipo di commemorazione riguarda … il ceto borghese medio-alto nei suoi segmenti colti .. [mentre].. le opere dedicate a soldati semplici o a graduati di truppa, che statisticamente provenivano dalle classi sociali più basse, rappresentanto una percentuale significativamente minoritaria

Ma che significato dobbiamo attribuire a queste pubblicazioni? Il dottor Filippo Lombardi (curatore della mostra) nell’opuscolo a disposizione nel Salone Monumentale della Biblioteca dove la mostra è allestita, propone alcune interessantissime riflessioni. Sul concetto di morte di massa, di morte violenta come tale difficile da accettare per i congiunti. Sulla necessità di elaborare il lutto per la morte inaspettata in genere di un giovane, di un figlio (solo un terzo dei caduti erano uomini sposati). Sulla considerazione che quando interviene una morte in guerra i familiari sopravvissuti sono esclusi dall’atto della morte e spesso anche dalle esequie; quando il soldato muore i congiunti non possono vederlo, non possono assistere alla sepoltura e questo rende ancora più difficile l’accettazione di quella che viene vissuta come una tragedia. In tal modo, riflette Lombardi, gli opuscoli diventano veri e propri monumenti di carta, simulano la cerimonia funebre, erigono un monumento al caduto. Spesso il monumento di carta è pubblicato in occasioni di cerimonie funebri celebrate in chiesa con catafalco vuoto.

Ultimo ‘capitolo’ della mostra, gli opuscoli di necrologio piacentini. Sono dieci, dedicati a otto caduti piacentini (di cui sette ufficiali appartenenti al famiglie nobili o della buona borghesia) e ad una contessa per il servizio reso come infermiera e dama volontaria in numerosi ospedali di guerra. Unica eccezione i due opuscoli dedicati a Giovanni Nicelli, sottufficiale dell’aeronautica figlio di agricoltori di Lugagnano che lasciò la scuola dopo la IV elementare ma, chiosa il dottor Lombardi, “il suo essere divenuto un asso dell’aviazione con all’attivo numerosi abbattimenti di aerei nemici” lo pone nell’empireo degli eroi e come tale ‘merita’ i due opuscoli.

Immagine pubblicata (clicca qui) da Emilio Nicelli, nipote di Giovanni: Ho il piacere di fornire una documentazione fotografica relativa a mio zio, Asso della prima guerra mondiale,a cui è intitolato l`Aeroporto del Lido di Venezia. L`epigrafe sulla sua tomba recita così: “La sua vita fu volo impeto assalto incontenibile per la grandezza d`Italia. La sua tomba è generatrice immortale di eroi”. Con ossequi. Emilio Nicelli

Verrà gennaio con i giorni della Signora Merla

I giorni della merla: se son freddi l’estate sarà calda, se son caldi l’estate sarà fredda

Verranno gli ultimi giorni di gennaio e saranno i più freddi dell’anno, i giorni della merla e, questo, lo san tutti. Forese non tutti sanno che a ricordare questa ‘leggenda popolare’ sta una tragica storia padana. Un giovane stradellino, di cognome signor Merlo, s’era innamorato d’una fanciulla che viveva sull’altra sponda del Po. Convolarono a nozze il 29 gennaio nella parrocchia della sposa: tre meravigliosi giorni di festa e d’amore e di freddo crescente. Il giorno 31 i due sposi dovettero tornare a Stradella, ma il grande fiume s’era ghiacciato. Essendo impossibile navigarlo, s’arrischiarono di passarlo a piedi. Purtroppo, prossimi alla riva, il ghiaccio si ruppe e inghiottì la novella sposina, il cui corpo fu in seguito rinevenuto a Piacenza con le mani congiunte sul petto. Come si usa nel piacentino, la signora Merlo fu detta la Merla e ricordata in eterno per essere stata uccisa nei giorni suoi più felici dal crudele colpo di coda dell’algido gennaio.

Versione della leggenda riportata dal periodico della Banca di Piacenza “Banca flash”, ripresa da ‘Vocabolarietto di curiosità piacentine’ di Cesare Zilocchi

Accadde oggi: 18 dicembre 1935, gli italiani donano la Fede d’oro per sostenere l’invasione dell’Etiopia

Il 2 ottobre 1935 Benito Mussolini dichiarò guerra all’Etiopia. Il 18 novembre i cinquantadue Paesi facenti parte della Società delle Nazioni imposero l’assedio economico all’Italia, colpevole di aver aperto le ostilità contro l’Etiopia. Le grandi adunate per la campagna d’Etiopia furono probabilmente le occasioni in cui si realizzò la più forte comunanza di intenti tra il fascismo e la società italiana. I successi delle prime operazioni di guerra e le sanzioni inflitte dalla Società delle Nazioni avevano suscitato nel Paese ondate di patriottismo. Per ovviare alle difficoltà economiche derivanti dalle sanzioni il regime istituì la Giornata della Fede.

Il 18 dicembre, in una giornata gelida e piovosa, gli italiani donarono alla Patria i loro anelli nuziali e al loro posto ricevettero anelli di metallo senza valore realizzati dall’autorità governativa con la dicitura oro alla patria.
Per sostenere i costi della guerra furono offerti, oltre alle fedi nuziali d’oro, anche altri oggetti in oro e in argento come bracciali, collane, ecc., in rame e in bronzo come pentole, brocche, candelabri, ecc.

Per dare l’esempio anche la regina Elena consegnò all’Altare della Patria la fede nuziale. Ad attenderla vi erano le madri e le vedove dei caduti della Grande Guerra mentre i corazzieri schierati sulla scalinata del Vittoriano sorreggevano l’enorme corona che sarebbe stata deposta sulla tomba del Milite Ignoto. La sovrana depose la sua fede nunziale e quella del re in uno dei due giganteschi tripodi collocati sulla sommità della scalinata; in cambio delle fedi un alto prelato le porse, dopo averle benedette, due fedi di acciaio. La regina Elena pronunciò un breve discorso nel quale, oltre alla commemorazione dei caduti, si auspicavano nuove guerre vittoriose.
Dopo di lei fu Rachele Mussolini a donare le fedi nuziali.
Un ruolo centrale nella cerimonia spettò alle madri e alle vedove di guerra, il cui gesto assunse particolare valenza simbolica poichè sanciva la continuità tra i caduti della
Grande Guerra e quelli delle guerre del fascismo.
Lo stesso fecero a Napoli Maria José e a Torino Jolanda di Savoia. Umberto donò il proprio
collare dell’Annunziata, il re alcuni lingotti d’oro e d’argento, Luigi Pirandello la medaglia del Premio Nobel, Benedetto Croce la sua medaglia di senatore, come pure Vittorio Emanule Orlando e Luigi Albertini. Gabriele D’Annunzio spedì la sua vera e una cassa d’oro, Guglielmo Marconi l’anello nuziale e la medaglia da senatore.

Dal popolo arrivarono cose di poco valore, ma ci furono anche oggetti preziosi, braccialetti, catene e coccarde d’oro zecchino. In tutto il Paese si raccolsero 33.622 chili d’oro e 93.473 d’argento.

L’assedio portò l’Italia all’autarchia, le cui linee guida furono delineate da Mussolini il 23 marzo 1936 in Campidoglio nel discorso all’Assemblea Nazionale delle Corporazioni che alimentò il mito dell’italianità e dell’autosufficienza. Per il fascismo, colpito dalle sanzioni, fu un plebiscito, un trionfo e una rivincita.
La
Giornata della fede fu un rituale di massa ad alta intensità emotiva: uno dei più efficaci tra quelli elaborati dal fascismo per fondare una nuova liturgia della Nazione.
La solennità del rito venne esaltata dalla riproduzione in simultanea della cerimonia in ogni parte del Paese; anche nel più piccolo comune d’Italia le donne si raccolsero presso il monumento ai caduti o il cimitero di guerra per donare la fede alla patria.

La Giornata della fede del 18 dicembre entrò nel calendario delle festività fasciste e venne celebrata con solennità fino al 1938. Al termine delle sanzioni ci furono grandi festeggiamenti in tutto il Paese, vennero posate lapidi e monumenti per ricordare questo periodo di penuria. Con questa iniziativa il fascismo diede l’illusione di possedere la capacità di far superare al popolo italiano tutte le difficoltà in cui si sarebbe potuto imbattere, e ciò ne incrementò ulteriormente il consenso.

Accadde oggi: nel 1943 l’eccidio nazista di Pietransieri

E’ stata una strage commessa dai nazisti durante il periodo di occupazione in Italia, avvenuta il 21 novembre 1943 a Pietransieri, oggi frazione del comune di Roccaraso in provincia di L’Aquila. In località bosco di Limmari (Valle della Vita) i soldati tedeschi trucidarono 128 persone, di cui 60 donne, senza motivazioni documentate, ma per il semplice sospetto che la popolazione civile sostenesse i partigiani. 

La zona in cui avvenne il massacro rappresentava uno dei capisaldi della linea difensiva Gustav su cui le forze armate tedesche si attestarono dopo lo sbarco alleato a Salerno. Hitler ordinò alle forze tedesche di stanza in Italia centrale di mantenere le proprie posizioni, facendo terra bruciata attorno alle formazioni partigiane operanti, ed il maresciallo il 30 ottobvre 1943 Albert Kesselring fece affiggere un manifesto, nelle località: Rivisondoli, Pescocostanzo, Roccaraso, Roccacinquemiglia e Pietransieri, che recitava in lingua tedesca: “Tutti coloro che si troveranno ancora in paese o sulle montagne circostanti saranno considerati ribelli e ad essi sarà riservato il trattamento stabilito dalle leggi di guerra dell’esercito germanico”: la fucilazione sul posto, che fu probabilmente ignorato dalla popolazione.

Ubbidirono in pochi al messaggio dei tedeschi, molti pietransieresi si rifuggiarono nei boschi dei limmari convinti di essere al riparo, ma fu proprio li il luogo della strage. 

La rappresaglia dei tedeschi, comandati dal tenente Schulemburg, si accanì in un primo momento contro il bestiame razziato, mitragliato e abbandonato nei boschi circostanti. In un secondo momento contro la popolazione. Alcuni pietransieresi, vennero sorpresi e fatti saltare all’interno dei casolari (testimonianza di Cocco Pia superstite della stage, figlia di Maria Cordisco morta sotto una mina nazista all’interno di un casolare). Molti altri vennero uccisi, con fucilazioni di massa, l’unica superstite fu Virginia Macerelli, una bambina di sei anni che fu occultata e protetta dalle vesti della mamma.

Le vittime furono 128: tra essi 34 bambini al di sotto dei 10 anni e un bimbo di un mese. I corpi restarono a lungo abbandonati nella boscaglia, sepolti dalla neve sino alla primavera del 1944. Sul luogo della strage fu edificato un piccolo tempio le cui pareti sono coperte di targhette di pietra che recano il nome e l’età di tutti i caduti. Le vittime della Strage, ora riposano all’interno del sacrario realizzato a Pietransieri in via XXI Novembre in loro memoria, per non dimenticare.

“Absorta est mors in victoria (inghiottito nella vittoria)”: una mostra di opuscoli di necrologi della Grande Guerra a Piacenza

“Absorta est mors in victoria” è una mostra di opuscoli di necrologio della Grande Guerra conservati nella collezione Lombardi e nella Biblioteca comunale Passerini-Landi. Il percorso espositivo è a cura di Filippo Lombardi.
La mostra è visitabile fino al 31 gennaio 2020 presso il Salone Monumentale, al piano primo della Biblioteca Passerini-Landi, il lunedì dalle 14 alle 19 e dal martedì al sabato dalle 9 alle 19.

Inaugurazione mercoledì 20 novembre, ore 17 presso il Salone Monumentale della Biblioteca Passerini-Landi.

Scrive Filippo Lombardi: “Sono felice di condividere con voi un momento importante per me: da tanti anni raccolgo con costanza e anche con emozione gli opuscoli commemorativi dei caduti, libretti che le famiglie e le istituzioni produssero per ricordare e onorare i soldati che durante la guerra incontrarono la morte al servizio della Patria. Si tratta di una produzione molto varia, da cui emerge il ricordo dei sopravvissuti: sentimenti di rimpianto e dolore, ma anche di speranza. Circa venti anni fa ebbi il piacere di visitare una mostra del ricordo all’Altare della Patria a Roma in cui erano esposti alcuni di questi scritti. Da allora sono riuscito a mettere insieme una grande quantità di materiale: una passione collezionistica certo, ma anche il piacere e l’orgoglio di recuperare la storia di tanti giovani caduti che era (ahimè) finita in soffitta e da lì spesso dimenticata in mucchi di scartoffie…
Con sorpresa ho scoperto che molti di questi opuscoli commemorativi sono stati illustrati con produzioni artistiche importanti, altri sono più semplici, ma sempre affascinanti. Alcuni non sono mai stati catalogati perché pubblicati in pochissime copie.
Per me è un piacere mettere a disposizione di tutti il risultato di tanti anni di ricerca e collezionismo in collaborazione con la Biblioteca Passerini Landi, una delle più prestigiose istituzioni culturali della città.
Oggi i miei ritrovamenti vengono esposti unitamente a quelli conservati alla Passerini Landi
“.

Accadde oggi: il prezzo della pace. Attentato terroristico a Nassirya contro la base militare Maestrale

12 novembre 2003: Attentato suicida contro i carabinieri italiani a Nassirya in Iraq dove erano in missione di pacificazione. Due terroristi fanno esplodere un camion cisterna davanti alla base militare Maestrale, causando la morte di ventotto persone di cui diciannove sono italiane.

Una preghiera e un ultimo saluto a:
 
PIETRO PETRUCCI: 22 annidi Casavatore (Napoli), caporale dell’Esercito.  Ne era stata dichiarata la morte cerebrale poche ore dopo la strage. Poi è stata staccata la spina della macchina che lo teneva in vita. Petrucci era un volontario in ferma breve e in missione in Iraq con l’incarico di conduttore di automezzi.

DOMENICO INTRAVAIA: 46 anni, di Monreale, appuntato dei CC in servizio al comando provinciale di Palermo; sposato e con due figli di 16 e 12 anni. Lascia anche l’anziana madre, il fratello gemello e due sorelle. Era partito per l’Iraq quattro mesi fa e sarebbe dovuto rientrare fra tre giorni. Era già stato in missione a Sarajevo. I due figli tenevano un calendario da cui cancellavano i giorni che mancavano al ritorno del padre. La notizia ha gettato la moglie nella disperazione: «Voglio morire, senza mio marito la mia vita non ha senso».

ORAZIO MAJORANA:29 anni, di Catania, Carabiniere scelto in servizio nel battaglione Laives-Leifers in provincia di Bolzano. L’anziano padre ha appreso la notizia in Svizzera, dove si trovava per sottoporsi ad alcune visite mediche. È rientrato d’urgenza a Catania.

GIUSEPPE COLETTA:38 anni, originario di Avola (Siracusa) ma da tempo residente a San Vitaliano, in Campania, Vice Brigadiere in servizio al comando provinciale di Castello di Cisterna (Napoli); sposato e padre di una bambina di due anni.  Aveva perso un figlio di 5 anni per leucemia.

GIOVANNI CAVALLARO: 47 anni, nato in provincia di Messina e residente a Nizza Monferrato, Maresciallo in servizio al comando provinciale Carabinieri di Asti. Era noto con il soprannome di “Serpico”. Lascia la moglie e la piccola Lucrezia, 4 anni. Era già stato impegnato in altre missioni in Kosovo e in Macedonia. Era da tre mesi in Iraq e stava per rientrare a casa. La sera prima aveva telefonato alla moglie: «Sto preparando la mia roba, sabato finalmente torno da te e da Lucrezia. Ho voglia di abbracciarvi».

ALFIO RAGAZZI: 39 anni, maresciallo dei carabinieri in servizio al Ris di Messina, sposato e con due figli di 13 e 7 anni. Era partito in luglio e sarebbe dovuto rientrare a Messina sabato prossimo: i familiari stavano già preparando la festa. Era specializzato nelle tecniche di sopralluogo e rilevamento e il suo compito era quello di istruire la polizia locale.

IVAN GHITTI: 30 anni milanese, carabiniere di stanza al 13/mo Reggimento Gorizia. Era alla sua quarta missione di pace all’estero, dopo essere stato tre volte in Bosnia. Lascia i genitori e una sorella. Ieri sera lo hanno sentito per l’ultima volta al telefono: «Era assolutamente sereno e tranquillo».

DANIELE GHIONE:30 anni, di Finale Ligure (Savona), maresciallo dei carabinieri in servizio nella compagnia Gorizia. Era Sposato da poco. Era stato ausiliario dell’Arma, poi si era congedato e iscritto all’Associazione carabinieri in congedo. Era ritornato ad indossare la divisa vincendo un concorso per maresciallo.

ENZO FREGOSI:56 anni, ex comandante dei NAS di Livorno dove viveva con la famiglia. Lascia moglie e due figli, un maschio, anche lui carabiniere, e una ragazza che studia all’Università. Era partito per l’Iraq il 17 luglio scorso e stava rientrare in Italia. A casa stavano già preparando la festa
per il suo ritorno.

ALFONSO TRINCONE:44 anni, era originario di Pozzuoli (Napoli) ma risiedeva a Roma con la moglie e i tre figli. Il sottufficiale era in forze al NOE, il Nucleo operativo ecologico che dipende dal Ministero dell’Ambiente.  

MASSIMILIANO BRUNO:40 anni, maresciallo dei carabinieri di origine bolognese, biologo in forza al Raggruppamento Investigazioni scientifiche (Racis) di Roma. Viveva con la moglie a Civitavecchia. I genitori e un fratello vivono a Bologna.

ANDREA FILIPPA: 33 anni, torinese, carabiniere dall’età di 19. Era esperto di missioni all’estero che lo tenevano costantemente lontano da casa. Prestava servizio a Gorizia presso il 13° Battaglione Carabinieri. Viveva a San Pier D’ Isonzo insieme alla giovane moglie, sposata nel 1998.

FILIPPO MERLINO:40 anni, originario di Sant’ Arcangelo (Potenza), sposato. Con il grado di Maresciallo comandava la stazione dei Carabinieri di Viadana (Mantova). È morto nell’ospedale di Nassirya dove era stato portato gravemente ferito.

MASSIMO FICUCIELLO:35 anni, tenente dell’esercito, figlio del Gen. Alberto Ficuciello. Funzionario di banca, aveva chiesto di poter tornare in servizio attivo con il suo grado di tenente proprio per partecipare alla missione «Antica Babilonia». Grazie alla sua conoscenza delle lingue era stato inserito nella cellula Pubblica Informazione del Col. Scalas. Questa mattina aveva avuto l’incarico di accompagnare nei sopralluoghi i produttori di un film-documentario sui «Soldati di pace». Prima dell’attentato, il titolo, provvisorio, era stato cambiato in «Babilonia terra fra due fuochi».

SILVIO OLLA: 32 anni, dell’isola Sant’ Antioco (Cagliari), Sottufficiale in servizio al 151° Reggimento della Brigata Sassari. Figlio di un Maresciallo e fratello di un carrista. Laureato in Scienze Politiche, Olla era in forza alla cellula Pubblica Informazione. È morto insieme al Ten. Ficuciello mentre accompagnava nei sopralluoghi i produttori del film. La conoscenza dell’inglese e dei rudimenti dell’arabo lo avevano fatto diventare uno dei punti di riferimento per i giornalisti.

EMANUELE FERRARO: 28 anni, di Carlentini (Siracusa), caporal maggiore scelto in servizio permanente di stanza nel 6° Reggimento trasporti di Budrio (Bologna).

ALESSANDRO CARRISI: 23 anni, di Trepuzzi (Lecce), caporale volontario in ferma breve, anche lui in servizio nel 6/o Reggimento trasporti di Budrio. Era partito per l’Iraq da poche settimane. Lascia i genitori, un fratello e una sorella. Ieri sera l’ultima telefonata a casa: «Tutto va bene. Sto andando a letto».

LE DUE VITTIME CIVILI Nell’attentato sono stati coinvolti anche due civili. Si tratta dell’aiuto regista STEFANO ROLLA, 65 anni di Roma che stava facendo i sopralluoghi per un film documentario che avrebbe dovuto girare il regista Massimo Spano e di MARCO BECI, 43 anni, funzionario della cooperazione italiana in Iraq.

Era novembre e si faceva San Martino

Fare San Martino è un modo di dire usato nel territorio a vocazione agricola della pianura padana. Significa “cambiare lavoro e luogo di lavoro” o, in senso più ampio, “traslocare”. L’origine di questa espressione risale ad alcuni secoli or sono e aveva un riscontro pratico sino a qualche decennio fa, quando una significativa parte della popolazione attiva nella pianura padana era occupata nel settore agricolo in qualità di braccianti o mezzadri. L’anno lavorativo dei contadini terminava agli inizi di novembre, dopo la semina. Qualora il datore di lavoro, proprietario dei campi e della cascina, non avesse rinnovato il contratto con il contadino per l’anno successivo, questi era costretto a trovare un nuovo impiego altrove, presso un’altra cascina.

All’epoca, in assenza di efficienti mezzi di trasporto, il lavoro era organizzato in modo tale che il contadino abitasse sul luogo di lavoro in un’abitazione messa a disposizione dal padrone del fondo agricolo. Un cambio di lavoro comportava quindi un trasloco per il contadino e la sua famiglia. La data scelta per il trasferimento, per tradizione e per ragioni climatiche ( il tempo stabile e soleggiato di solito contraddistingue i giorni della prima decade di novembre ed è per questo che si parla di estate di San Martino), era quasi sempre l’11 novembre, giorno in cui la Chiesa ricorda San Martino di Tours.

E’ caduto il contratto, non ce lo rinnova più nessuno. Questo modo di abitare il mondo, ora, va cambiato.

In molte località, la piazza dove contadini e proprietari si ritrovavano in tale data al fine di stipulare i contratti per l’anno seguente era spesso quella di fronte all’omonima chiesa o ha preso successivamente il nome di “piazza San Martino”. Un riscontro storico della diffusione di questa locuzione è legato alla battaglia di Solferino e San Martino. Si tramanda che il re Vittorio Emanuele II, preoccupato per l’andamento della battaglia di San Martino, si fosse rivolto nel comune dialetto ad una formazione di soldati piemontesi della Brigata “Aosta”, di passaggio da Castelvenzago, con la celebre frase: «Fieuj, o i pioma San Martin o j’auti an fa fé San Martin a noi!» («Ragazzi, o prendiamo San Martino o gli altri fan fare San Martino a noi!»).

Alba di San Martino, di Roberto Viesi (da pitturiamo.com)

Accadde oggi: 9 novembre 1938, la notte dei cristalli, centinaia di ebrei ammazzati, migliaia di sinagoghe bruciate dai nazisti tedeschi, austriaci, cecoslovacchi

Un violentissimo pogrom contro gli ebrei tedeschi. Joseph Goebbels regista principale. Circa 400 morti. Sull’intero territorio di lingua tedesca dell’Europa centrale, nei giorni successivi la terribile contabilità sfiora le 1.500 vittime. È l’anno dell’avvio di una lunga politica di espansione territoriale della Germania

Gli antefatti

La Kristallnacht, «notte dei cristalli», fu un feroce pogrom nel novembre del 1938 che coinvolse tutte le comunità ebraiche tedesche, sue vittime dirette ed immediate. La filiera organizzativa era chiara. Ad istigarlo fu il ministro della propaganda Joseph Goebbels ma a realizzarlo furono soprattutto le milizie paramilitari delle SA, in ciò attivamente aiutate da alcuni cittadini tedeschi. Il consenso era diffuso, tra le élite così come nella società. La motivazione occasionale, addotta come scusa, era lo «sdegno» e la «rabbia» per il ferimento, e poi la morte, di un funzionario diplomatico tedesco impiegato a Parigi, Ernst Eduard vom Rath, per mano di un giovanissimo rifugiato polacco, di origini ebraiche, Herschel Grünspan. Si trattava per l’appunto di un pretesto, che fu addotto per dare corso ad un’inenarrabile ondata di violenze contro gli ebrei tedeschi.

I fatti

Nella notte tra il 9 e il 10 novembre 1938 il pogrom antisemitico, organizzato da una parte del regime hitleriano contro gli ebrei tedeschi, raggiunse il suo culmine. Si trattava di una finta sollevazione popolare, in realtà organizzata, diretta e fomentata da esponenti del partito nazista, dalle milizie armate in camicia bruna, dalla «gioventù hitleriana» e coordinata dal collerico ministro della propaganda Joseph Goebbels, regista principale delle violenze. Già il 7 novembre, nei territori della Germania e dell’Austria, quest’ultima da pochi mesi annessa al Reich tedesco, così come di quella parte della Cecoslovacchia che stava cadendo sotto il tallone nazista, erano iniziate manifestazioni antiebraiche, culminate in atti violenti fino all’omicidio di civili indifesi. Ad esse si erano accompagnati assalti e poi incendi ai danni delle sinagoghe, dei luoghi di riunione, dei commerci e delle abitazioni ove risiedevano cittadini ebrei. In un cupo crescendo, nelle ore e nei due giorni successivi si arrivò ad una escalation di violenze fino ad allora ancora senza pari. Nella mattinata del 10 novembre, l’intero territorio di lingua tedesca dell’Europa centrale sottoposto alla signoria nazista risultava essere stato attraversato come da una scossa tellurica, con non meno di 400 cittadini ebrei assassinati. Le vittime, calcolando anche quelle dei giorni immediatamente successivi, avrebbero poi raggiunto una cifra complessiva variabile tra i 1.300 e i 1.500 individui, nella quasi totalità maschi. Alla tragedia umana si accompagnavano le distruzioni materiali. Più di 1.400 luoghi di culto ebraici furono saccheggiati, devastati e poi in buona parte bruciati. La medesima sorte toccò ad una grande parte dei cimiteri e agli esercizi commerciali, in una sorta di sabba del vandalismo di Stato.

La notte dei cristalli infranti

L’uso convenzionale dell’espressione Kristallnacht o Reichskristallnacht ma anche Reichspogromnacht («notte del pogrom del Reich») o Novemberpogrom, più comunemente intesa e tradotta come «notte dei cristalli», nacque in quei giorni tra gli stessi nazisti per definire – in termini di massimo scherno per le vittime – l’insieme delle violenze, attraverso il richiamo all’immagine della miriade di vetri e cristalli distrutti dalla furia dei manifestanti, durante le infinite le aggressioni. Nei giorni immediatamente successivi al 9 novembre (data che indicava anche la sconfitta della Germania guglielmina nella Prima guerra mondiale, nel 1918, quando il Kaiser Guglielmo II abdicò, fuggendo in Olanda mentre veniva proclamata la Repubblica) le milizie di partito, coadiuvate della polizia tedesca, si adoperarono per arrestare arbitrariamente almeno 30mila cittadini ebrei, con il duplice obiettivo di intimidire la comunità ebraica, radicalizzando le violenze, ed estorcerne una parte dei beni. Un ricatto che effettivamente riuscì. Degli arrestati, poi deportati nei campi di concentramento, soprattutto nei lager di Sachsenhausen, Dachau e Buchenwald, 700 di essi vi perì, mentre ad una parte restante fu restituita temporaneamente la libertà, a patto che si impegnassero ad abbandonare la Germania. Nel complesso, durante le violenze “popolari”, la polizia non intervenne, limitandosi a vigilare a distanza i luoghi in cui si consumavano i tumulti, affinché, tra quanti non vi partecipavano, non si registrassero feriti. I vigili del fuoco, a loro volta, furono invitati a circoscrivere gli incendi, evitando che si estendessero ai fabbricati e agli edifici “ariani” limitrofi.

I tragici risultati

Non vi furono processi a carico dei vandali e degli assassini se non nei casi, piuttosto rari, di alcune violenze sessuali ai danni delle vittime di sesso femminile. Il capo di imputazione, in questo caso, non era costituito dallo stupro ma dall’«attentato alla purezza della razza» che gli aggressori avevano compiuti ai danni della “nazione ariana”. Le comunità ebraiche tedesche furono obbligate a risarcire il controvalore economico dei danni arrecatigli dagli aggressori, dovendo rimborsare quello stesso Stato tedesco che aveva fomentato le violenze. Al pari della surreale condizione di una persona scippata che deve pagare lo scippatore dei beni che questi gli ha sottratto. Benché la responsabilità politica e morale delle inaudite violenze e degli assassini ricadesse interamente sull’intero regime, una parte dei suoi esponenti non fu direttamente coinvolta nella loro esecuzione, esprimendo semmai disapprovazione non verso gli atti criminali in sé ma per il modo – ovvero il saccheggio indiscriminato – con il quale si erano consumati e conclusi. Nella dinamica dei fatti, così come tra le pieghe della storia, è poi emerso il conflitto di potere che si consumò in quei giorni tra Goebbels, da una parte, ed altri esponenti del regime nazista, come Heinrich Himmler, comandante delle SS e delle polizie tedesche, o Hermann Göring, potente capo dell’aviazione e diretto fiduciario di Hitler. Ancora una volta, l’oggetto del contendere non era la criminosità degli atti ma il fatto, in questo caso, che a prendere l’iniziativa fosse stato un singolo ministro, accusato dai suoi omologhi di bramosia di potere, causando danni sì agli ebrei ma, di riflesso, anche notevoli disagi al resto dei tedeschi. Di Goebbels si disse quindi da parte di costoro che fosse stato un «irresponsabile». La dimensione, a tratti quasi catastrofica, del saccheggio era evidente. Una parte delle élite nazionalsocialiste temeva che ciò avrebbe causato danno al prestigio germanico dinanzi agli occhi del mondo. Come dire: violenze sì, ma non sulle pubbliche piazze. Da subito la Germania dovette confrontarsi con i contraccolpi economici del pogrom, che si rivelarono decisamente seri, essendo stati colpiti gangli vitali delle sue attività, soprattutto di quelle commerciali. Questo, benché sarebbero state le stesse vittime a pagare il conto dei danni subiti, fu un fatto in parte sancito già il 12 novembre 1938, con una conferenza presieduta da Göring, il quale esordì affermando rabbiosamente: «ne ho abbastanza di queste manifestazioni. Non è agli ebrei che fanno torto, ma a me, perché io sono l’autorità responsabile del coordinamento dell’economia tedesca. Se oggi si distrugge un negozio ebreo, se si getta la mercanzia sulla strada, la compagnia di assicurazioni pagherà i danni e l’ebreo non avrà perso niente […] È insensato saccheggiare tutti i magazzini ebrei e bruciarli, perché in seguito una compagnia di assicurazione tedesca sia chiamata a regolare il conto. E si bruciano i prodotti di cui si ha disperatamente bisogno, intere partite di vestiario e altro ancora, e tutto quanto di cui abbiamo necessità. Potrei anche dar fuoco alle materie prime quando ancora non sono state trasformate in prodotti!».

Il bilancio politico

Nel complesso, la partecipazione della popolazione tedesca al pogrom fu molto contenuta se non assente, benché il tutto fosse poi presentato come una spontanea manifestazione antiebraica. Ma l’opinione pubblica si rivelò sostanzialmente assenziente rispetto a quei misfatti, non manifestando alcuna opposizione di fatto. Lasciò che le cose avvenissero. In una miscela di risentimento (contro gli ebrei, visti ora come un pericoloso corpo estraneo rispetto alla “nazione razziale” germanica), di compiaciuto asservimento (alle direttive e alle istigazioni provenienti dagli apparati di regime), di falsa rispettabilità (qualcosa del tipo: “se ce la prendiamo con gli ebrei una ragione ci sarà pure”). Il nazismo si era già sufficientemente radicato in Germania ed era visto da molti tedeschi come un regime duro e spietato ma motivato da fini più che condivisibili; soprattutto, indirizzato a restituire al paese l’«onore», la potenza e la forza perduti con la fine della Prima guerra mondiale. Di sé dava l’idea che avrebbe comunque tutelato gli interessi nazionali. In cinque anni, dalla sua ascesa al potere e dalla trasformazione del suo cancellierato in dittatura, Hitler aveva enormemente consolidato la credibilità personale, e del suo sistema di potere, agli occhi di molti tedeschi. Per proseguire nel suo programma politico doveva però indicare, in misura sempre più spasmodica e radicalizzata, dei nemici, interni ed esterni, contro i quali adoperarsi. Passando, laddove possibile, alla violenza e quindi alle vie di fatto. L’intenzione di arrivare ad una guerra europea era già stata espressa, d’altro canto, da Hitler medesimo ai vertici delle forze armate germaniche. Era solo una questione di tempo, necessitando un’organizzazione non solo militare ma anche civile e sociale adeguata all’obiettivo di scardinare i già traballanti equilibri europei. Su questo, in fondo, molti tedeschi si sarebbero rivelati consenzienti. Così come con l’idea di una «guerra tra concezioni del mondo», un conflitto ideologico tra il bene (la Germania «ariana») e il male (il «giudaismo internazionale», al quale erano attribuite le peggiori nequizie). La «notte dei cristalli», tra il 9 e il 10 novembre, si inseriva in questo processo di feroce progressione verso la catastrofe europea.

Quel che resta del 1938

Il 1938 fu nel suo complesso, per l’ebraismo ma anche per l’Europa ancora libera, un anno tragico, segnando definitivamente la fine delle ultime, residue speranze di un assestamento dell’antisemitismo di Stato dei nazisti su posizioni non troppo estremistiche. Gli ebrei tedeschi, e quelli dei Paesi che sarebbero stati conquistati di lì a non molto dalle truppe tedesche, venivano non solo discriminati ed emarginati ma perseguitati in maniera sempre più aperta e radicale. Quello stesso anno era stato contrassegnato dall’avvio di una lunga politica di espansione territoriale della Germania: l’annessione dell’Austria, l’inizio dello smembramento della Cecoslovacchia, il ripetersi delle pretese naziste su altri territori europei, rivendicati poiché abitati anche da persone di lingua tedesca. La campagna isterica contro gli ebrei si inseriva in questo quadro di patologica enfatizzazione del diritto della “nuova Germania”, tale poiché unità razzista, di stabilire una progressiva, indiscutibile signoria sul Continente. Stavano per smottare i vecchi equilibri geopolitici sanciti dagli accordi di pace del primo dopoguerra e stavano per cadere, con essi, anche i diritti dei popoli.

Claudio Vercelli, storico, Università cattolica del Sacro Cuore in un articolo da patriaindipendente.it

Piacenza: “Il tempo di Rosa Luxemburg, tra riforme e rivoluzione”, incontri sulla vita e l’impegno della Rosa Rossa

Cento anni fa veniva uccisa con un colpo di pistola alla testa la Rosa rossa della sinistra che aveva dedicato tutta la sua esistenza alla lotta per l’emancipazione dei lavoratori

Rosa Luxemburg nacque in Polonia nel 1871, anno della Comune di Parigi. Nel corso della sua breve vita, conobbe tre grandi rivoluzioni e prese parte ai più importanti dibattiti tra i socialisti internazionali che erano alle prese con il problema dei lavoratori e del come essi avrebbero dovuto lottare e prendere coscienza del bisogno di cambiamento della società. Rosa fu marxista, creativa e ragionevole, pronta a difendere le idee di Marx ed Engels ma predisposta a svilupparle, se necessario. All’età di 18 anni, una repressione di Stato la forzò all’esilio presso Zurigo. Quando si trasferì in Germania, nel 1898, si era già affermata tra i socialisti internazionali come pensatrice marxista. Si attivò all’interno del partito socialdemocratico tedesco, il più grande partito a favore della classe operaia del mondo. Schieratasi fermamente nel 1914 contro l’adesione della Socialdemocrazia alla guerra, abbandonò il partito, giudicandolo ormai un “cadavere maleodorante”; e nel 1915 fondò insieme a Karl Liebknecht la Lega di Spartaco, un movimento collocato sull’estrema Sinistra e che prendeva il nome da quello Spartaco che aveva condotto la rivolta degli schiavi a Roma e che tanto caro era a Marx stesso. Proprio la Lega di Spartaco, dopo il conflitto, promuoverà la fondazione del Partito comunista tedesco. Quando nel 1919 partecipò all’insurrezione operaia, la Luxemburg fu brutalmente massacrata dai soldati inviati dal governo socialdemocratico a soffocare tale insurrezione. Mentre veniva condotta in carcere, il suo cranio fu sfondato a colpi di calcio di fucile e il suo corpo fu gettato in un fiume, per poi ricomparire parecchio tempo dopo.  Al cuore della riflessione della Luxemburg sta il problema di come stia evolvendo il capitalismo nella cornice della nuova epoca, caratterizzata dall’imperialismo più sfrenato, dalla politica coloniale condotta ferocemente dalle potenze europee, dalla sempre più forte tendenza alla formazione di monopoli. Questi tratti peculiari del capitalismo novecentesco, portano la Luxemburg a trarre le seguenti conclusioni: la crisi definitiva del capitalismo, che lo porterà inevitabilmente al crollo, è rappresentata dall’imperialismo, che s’impadronisce gradatamente di sempre nuove aree di mercato nei paesi che ancora non conoscono lo sviluppo capitalistico. Questa dinamica, però, determina al tempo stesso il limite di sviluppo del capitalismo, che a un certo punto si trova privo di possibilità di espansione del mercato: in questa situazione diventa non possibile, ma necessario il crollo del capitalismo di fronte alla rivoluzione proletaria. La transizione dal regime capitalistico al socialismo non può secondo la Luxemburg avvenire mediante il dibattito parlamentare ma soltanto per via rivoluzionaria, mediante la sollevazione spontanea delle masse e non attraverso la guida dall’alto di un partito. Proprio per questa ragione, nel 1917, la Luxemburg saluterà dapprima con grande entusiasmo la Rivoluzione Russa per la sua spontaneità, ma ben presto ne condannerà gli sviluppi dittatoriali, già embrionalmente presenti nel fatto che essa era stata guidata dall’alto da un partito e non dalla base delle masse spontaneamente organizzate. Nell’attenta analisi della Luxemburg, viene dato molto peso al militarismo: esso ha svolto, da sempre, un ruolo decisivo nello sviluppo del capitalismo, rendendo possibile la conquista manu militari di interi continenti e la proletarizzazione degli indigeni; il militarismo ha poi giocato un ruolo decisivo come arma della lotta di concorrenza fra paesi capitalistici per il controllo di aree non ancora capitalisticizzate. Il militarismo è dunque il più fruttuoso alleato del capitalismo. Sicché, secondo la Luxemburg, è la guerra (come esito necessario del capitalismo), ancor più delle crisi economiche, a rendere necessaria la rivoluzione. Il marxismo della Luxemburg rifiuta l’idea dell’inevitabilità del socialismo, il quale è a suo avviso una possibilità all’interno della storia; e però accetta l’idea dell’inevitabilità del crollo del capitalismo: quando il capitalismo sarà (e lo sarà necessariamente) crollato, si potrà scegliere tra l’alternativa del socialismo o quella dell’anarchia, intesa negativamente come degenerazione. L’alternativa si configura allora come “socialismo o barbarie”, secondo un’espressione cara alla Luxemburg. nche se non “destinale”. Ciò significa che nella storia non c’è nulla di fatale, ma neanche nulla di arbitrario. Proprio per questo motivo, è necessaria una lotta quotidiana del proletariato per favorire il crollo del sistema capitalistico. La Luxemburg si trova (seppur solo provvisoriamente) d’accordo con Lenin nel propugnare la versione rivoluzionaria e dialettica del marxismo: come abbiamo detto, quando la Rivoluzione Russa si capovolgerà in dittatura sul proletariato, ella dissentirà dal rivoluzionario russo. Ma ella si era già schierata apertamente contro Lenin allorché ne aveva aspramente criticato l’opera Che fare?. Contro le tesi di Lenin, ella aveva sostenuto che nessun comitato centrale del partito è in grado di supplire all’assenza o all’immaturità di un movimento operaio sviluppato. Perché ci possa essere una rivoluzione, ci vuole un movimento operaio ben organizzato: non basta (come s’illudeva Lenin) un ben organizzato partito fatto di pochi intellettuali. La Luxemburg fa sempre e di nuovo leva sulla spontaneità del movimento operaio, dalla cui iniziativa dipende la rivoluzione. Dopo lo scoppio della rivoluzione del 1905 in Russia, ella sostenne a più riprese che si trattava di far sviluppare il più possibile i soviet, da lei intesi come espressioni di una più alta forma di democrazia rispetto a quella borghese. Nello scritto La rivoluzione russa (1918), composto in carcere, la Luxemburg conduce una sferzante requisitoria contro il leninismo, accusandolo di essersi presto capovolto in una dittatura e di aver erroneamente inteso come reciprocamente elidentisi democrazia e dittatura: si tratta invece di coniugare queste due componenti, dando vita ad una dittatura di classe caratterizzata dalla massima partecipazione delle masse popolari in una “democrazia senza limiti”.