Piacenza, piazzale Velleia: nessun tocchi quella lapide partigiana!

“Nessun tocchi quella lapide partigiana”: lo scrivevo (leggi qui) il 16 marzo 2018 all’indomani dell’annuncio dei lavori di abbattimento dei vecchi capannoni e del muro di cinta tra piazzale Velleia e via Calciati per far posto ad un nuovo supermercato con tanto di ampio parcheggio. Ne seguì un dibattito in Consiglio Comunale e, all’unanimità di tutte le formazioni politiche, venne assicurato che la lapide restava al suo posto o, al limite, sarebbe stata ricollocata ma sempre nella stessa piazza.

La lapide ricorda che due giorni prima della Liberazione di Piacenza, il 26 aprile 1945, due giovani partigiani, Renato Gatti (nato il 16 marzo 1926) e Carlo Alberici (nato il 16 marzo 1922), scesi in città per una perlustrazione della zona e per verificare la presenza di tedeschi, arrivati in quella che all’epoca era estrema periferia, hanno trovato in agguato nell’attuale piazzale Velleia, un gruppo di nazisti (e forse di fascisti) che non hanno esitato a sparare uccidendoli.

La demolizione è iniziata da un paio di settimane e ieri ecco l’abbattimento del muro di cinta. La ‘sezione’ con la lapide però è effettivamente rimasta al suo posto: assicuriamoci che lì è e lì resti, non c’è infatti motivo per spostala o ‘ricollocarla’, lo spazio libero è più che sufficiente sia per il nuovo supermercato che per il programmato parcheggio.

“AnnaMaria capelli di stoppa”: ieri, manigoldo quel caffè al sapor di cioccolata ed eccola di nuovo

Manigoldo fu un caffè al sapor di cioccolata. Ieri, venerdì, al bar, poco prima d’andare al lavoro, con quella collega incontrata in via Taverna che ordinava un cappuccino e d’un tratto ecco un improvviso e inatteso viaggio a ritroso fino a quel 1° maggio 1970. Avevo chiesto un appuntamento ad AnnaMaria “capelli di stoppa” (come la chiamavano i miei amici per canzonarmi) e lei, incredibile, aveva accettato. Così avevo rinunciato a partire per il San Giorgio, il campo scout di primavera: i suoi occhi ne valevano ben la pena e i miei ragazzi, gli Scoiattoli, per una volta si sarebbero arrangiati da soli. C’incontrammo, nel primo pomeriggio, all’incrocio tra lo Stradone Farnese e Corso Vittorio Emanuele. Fatti pochi passi, entrati in un bar, ordinammo due cioccolate calde (la giornata era freddina e piovviginosa). Parlammo per ore, di tutto, di più, di tanto e di nulla. Alla fine, giunta l’ora (per lei) del ritorno a casa c’incamminammo verso la piazza, verso la fermata del bus e lì, in attesa, guardandoci con gli occhi sognanti, come i due innamoratini di Peynet, come vivessimo una poesia di Prévert, trovai il coraggio, emozionatissimo, di chiederle (parola più, parola meno) “vuoi essere la mia morosina?” e lei, emozionatissima a sua volta, sorridendo rispose d’un fiato ““. Avevamo sedici anni e fu un amore vissuto mano nella mano, dolcemente e con la delicatezza della prima volta, dei nostri primi passi nei campi verdi dell’amore. Ballando stretti stretti al suono del giradischi con Mina che cantava ‘Insieme‘. Seduti sulle panchine tra gli alberi del Facsal con la brezza primaverile che raccoglieva i nostri sogni e le nostre timide, prime parole d’amore. Con l’estate arrivò la fine della scuola e per noi vederci diventò complicato, gli incontri diradarono (lei abitava in periferia, io in centro città). Ai primi d’agosto, partito per il campo scout, alle falde del Monte Rosa, le scrissi una lettera, raccontando che la mia diserzione al San Giorgio di primavera mi costava il ruolo di caposquadriglia ma tra questo e quell’incontro con lei ovviamente non c’era partita: evidente omaggio a ribadire l’eternità del nostro Amore. La sua risposta fu una sorpresa e una tragedia: il babbo non stava bene e lei non se la sentiva di proseguire la nostra relazione. Tornato in città a metà agosto passai giorni seduto sulle poltroncine del Bar Gentilotti davanti all’ospedale nella speranza d’incontrarla ma così non voleva messer il Destino. Quell’Amore eterno, inutile illudersi, era giunto al capolinea. Il mio cuore era spezzato. Eppur venne settembre, l’amico Angelino organizzò una festa nella grande casa del nonno, alla fine di via Borghetto, nella Piacenza delle contrade popolaresche. Qualcuno propose il gioco della bottiglia che ruota, che gira, rigira e chi piglia, la pena se la piglia. Così il collo di quella bottiglia indicò Giuliana (che da poco usciva con Angelino) e la pena galeotta predefinita (non per mia scelta) era un mio bacio. Giuliana … subì senza resistenza alcuna e a quel bacio ne seguirono dieci, cento, mille e più, fino alla fine delle superiori. Così l’amore per AnnaMaria capelli di stoppa rimase un ricordo perché come si dice “morto un Amore eterno, n’arriva un altro” (mia madre ha sempre detto “dai un calcio a un sasso e di donne ne trovi dieci“). Certo, il primo Amore, un bel ricordo, eterno, che ancora con la sua innocenza scalda il cuore, ma nulla più: ci perdemmo di vista, non ho più saputo nulla di lei ma ieri, al bar prima del lavoro, bevendo quel caffè chissà perché al sapor di cioccolata, con la collega incontrata lungo lo stesso cammino che ordinava un cappuccino, l’imprevisto riaffiorare di quei giorni mi ha fatto sorridere, mi ha ancora ‘scaldato il cuore‘. Felice di rivivere quei ricordi del tempo ragazzino, l’età delle mele verdi. Quanto a Giuliana, pochi giorni fa scambiando quattro ‘chiacchiere’ via messenger con un amico virtuale di facebook, scoperto che vive nello stesso paese in provincia, ne abbiamo parlato e finalmente, dopo tanti anni, quell’amico virtuale mi ha rivelato il cognome assunto da maritata. Sempre perché “morto un secondo Amore eterno, (che stavolta era durato tre lunghi eterni anni) ne doveva arrivare un altro ancora“. E non sarebbe finita lì, la lunga e tortuosa strada n’aveva ancora di curve, rettilinei, intralci, sensi unici, deviazioni (del resto, dato il calcio al sasso, come diceva sin d’allora la mia mamma, di donne ne dovevan saltar fuori almeno dieci e i conti eran ancora ben lungi dal tornare) per alfine arrivare alla fine di questo 2018 col caffè manigoldo chissà come al sapor di cioccolata. Chissà come sono oggi i capelli di AnnaMaria.

“Piacenza 1938-45. Le leggi razziali”, mostra allestita a Borgo Faxhall fino al 23 gennaio 2019

A 80 anni dall’approvazione delle “leggi per la Difesa della Razza” l’Isrec propone una mostra nell’interrato di Borgo Faxhall che fa seguito ad un percorso di formazione scolastica che ha coinvolto diverse classi degli istituti piacentini sui temi dell’Antisemitismo e del razzismo.

L’impatto, devo evidenziare con una punta d’amarezza, non è positivo a partire dal fatto che, essendo allestita appunto nell’interrato del centro commerciale dove si susseguono vetrine deserte, inevitabilmente mi ritrovo in assoluta solitudine. In secondo luogo i fittissimi pannelli carichi di notizie e considerazioni storiche non sono certo di facile lettura imponendo un tempo dedicato di qualche ora. Probabilmente consigliabile organizzarsi per partecipare ad una visita guidata contattando l’Isrec telefondando allo 0523-330346 o scrivendo a [email protected]

Detto questo va però precisato che, con il tempo a disposizione (almeno una mezzoretta), prime informazioni adeguate arrivano dalle numerose immagini fotografiche dell’epoca e dai ritagli del quotidiano piacentino all’epoca ribatezzato (per volere del Regime) nel guerresco “La Scure” sopprimendo l’ambiguo “Libertà” certo non gradito ai gerarchi fascisti in camicia nera.

Ferma restando la possibilità di approfondire comodamente a domicilio acquistando il volume “Leggi razziali e antisemitismo a Piacenza” di Carla Antonini, Scritture (edizione gennaio 2019) nelle librerie in leggero anticipo proprio in questi giorni prenatalizi. Il libro, analogamente ai pannelli della mostra, come si legge nell’introduzione, approfondisce il processo persecutorio che precedette e determinò l’invio ai campi di morte, le conseguenze esistenziali, sociali ed economiche per tutti coloro che nella nostra provincia subirono le discriminazioni antisemite.

In realtà, la nostra, era una provincia quasi “senza ebrei”: se ne contavano poco più di un centinaio e, dalle carceri di Piacenza, solo sei persone vennero inviate ad Auschwitz. Tuttavia anche i piacentini furono coinvolti nella campagna di formazione al razzismo orchestrata dal Regime attraverso la stampa e la scuola (in prima fila i professori dei licei cittadini). Come reagirano i piacentini? Il libro e la mostra rimangono nell’indeterminatezza: la maggioranza, per paura o per adesione ai messaggi della propaganda, si mostrò sostanzialmente indifferente di fronte alle persecuzioni, diciamo che ‘lasciò fare‘ ai funzionari periferici dello Stato in camicia nera o agli organi di Polizia, al massimo partecipando in base ad un razzismo generico.

Particolarmente zelanti, dunque, più che la popolazione nel suo insieme furono i rappresentanti locali dello Stato attraverso i quali si arrivò alla spoliazione dei beni, all’obbligo di residenza coatta, alla perdita del lavoro e infine agli ordini d’arresto per l’invio ai Lager nazisti. Il contributo generosamente dato dagli ebrei piacentini, evidenzia Antonini nel suo libro, alle imprese risorgimentali fino alla Grande Guerra e alle stesse campagne coloniali del fascismo, le opere di benificenza, i contributi alla scuola, all’economia e alla cultura locali vennero dimenticati e sostituiti dagli antichi pregiudizi dell’ebreo usuraio, ricco e affamatore.

Ma, ci si domanda, come fu possibile che nessuna famiglia protestasse contro il licenziamento di Anita Levi, scrupolosa maesta ebrea; nessun medico o infermiere del ‘Civile’, l’ospedale Guglielmo da Saliceto, si oppose per le dimissioni imposte al collega di radiologia di razza ebraica. Bisogna purtroppo riconoscere l’addomesticamento delle coscienze abilmente realizzato dal fascismo con la collaborazione e il ferreo impegno (riconosciuto dallo stesso Mussolini) del quotidiano La Scure a istruire i piacentini ad una “sana coscienza razziale“.

Alla fine, concludendo il percorso tra i pannelli della mostra, riflettendo sulle odierne posizioni di formazioni politiche italiane ed europee che sembrano riproporre atteggiamenti e slogan di quegli anni, ecco i nomi degli ebrei piacentini deportati nei campi di concentramento nazisti. Uno in particolare che qui vale la pena ricordare per non dimenticare l’orrore di quei giorni neri: Enrico Richetti, nato nel 1910, gestore in città di un negozio di macchine da scrivere, semplicemente ebreo. Arrestato a Firenze il 26 gennaio 1944, inviato a Fossoli, deportato ad Auschwitz con il convoglio n. 10 il 16 maggio 1944, muore a Dachau il 6 gennaio 1945.

7 dicembre 1941: attacco a Pearl Harbor! Migliaia di americani morti.

Attacco giapponese a Pearl Harbor

Oltre duemila militari americani muoiono in seguito all’attacco di oltre 350 veicoli da guerra giapponesi alla base militare di Pearl Harbor, nell’arcipelago delle Hawaii. E’ la dichiarazione di guerra nipponica a Stati Uniti e Gran Bretagna.

La USS Arizona in fiamme. Fu la nave che riportò il maggior numero di vittime tra l’equipaggio.

L’attacco fu concepito e guidato dall’ammiraglio Isoroku Yamamoto, il quale al momento dell’attacco si trovava nella baia di Hiroshima a bordo della corazzata Nagato, con lo scopo di distruggere la flotta statunitense del Pacifico. L’operazione fu un successo, limitato solo dal mancato affondamento delle portaerei che al momento dell’attacco non erano in porto; in poco più di un’ora i 350 aerei partiti dalle portaerei giapponesi inflissero pesanti danni alla flotta del Pacifico: una corazzata saltò in aria, una si capovolse, altre tre furono affondate; molte altre navi furono colpite. I danni inflitti alla flotta statunitense permisero al Giappone di ottenere momentaneamente il controllo del Pacifico ed aprirono la strada alle successive vittorie nipponiche, prima che gli Stati Uniti riuscissero ad allestire una flotta in grado di tenere testa a quella giapponese.

Cartolina italiana del 1941 dedicata all’attacco giapponese alla flotta americana a Pearl Harbor

Sui campi d’aviazione di Oahu furono distrutti 151 aerei; in volo gli statunitensi persero dieci aerei abbattuti dai caccia giapponesi. Le perdite umane ammontarono a 2.403 morti statunitensi (2.008 della marina, 109 dei Marines, 218 dell’esercito, 68 civili) e 1.178 feriti.

Aerei statunitensi danneggiati a Ford Island, sullo sfondo le fiamme della USS Shaw

L’attacco provocò una forte reazione negli Stati Uniti dove si sviluppò nell’opinione pubblica un forte sentimento di riprovazione e di odio verso il Giappone. Il presidente Franklin Delano Roosevelt parlò di Day of infamy (giorno dell’infamia) e, il giorno successivo, dichiarò l’entrata in guerra.

 

 

1917: Oltre 6mila profughi nel piacentino, “In fuga dalla guerra”, la mostra a Palazzo Farnese fino al 20 dicembre

La mostra, allestita nel corridoio dell’Archivio di Stato , al 2° piano di Palazzo Farnese, presenta una serie di pannelli che illustrano la realtà delle province emiliane

Nel sacrario di Sant’Antonio, a Caporetto, riposano in pace 7014 soldati italiani, vittime della disfatta del lontano novembre 1917 quando le truppe del Regio Esercito furono costrette ad una rovinosa ritirata fino al fiume Piave. Oggi Caporetto si trova oltre il confine tra Italia e Slovenia ed è mèta di un turismo ‘storico’ poiché il nome stesso del paese è sinonimo di disfatta: all’alba del 24 ottobre 1917 tonnellate di gas tossici e proiettili di artiglieria iniziarono a cadere sulle linee avanzate difese dall’esercito italiano. Nelle ore immediatamente successive migliaia di soldati austriaci e tedeschi attaccarono nella breccia aperta nello schieramento italiano. Dopo una giornata di combattimenti, i generali italiani ordinarono alle loro truppe di ripiegare. La ritirata si sarebbe fermata soltanto quattro settimane dopo, sulla famosa linea del Piave. Quarantamila soldati italiani furono uccisi o feriti e altri 365 mila furono fatti prigionieri.

Gli austriaci dunque penetrarono nel territorio italiano in Friuli e nel Veneto per più di 70 chilometri oltre i confini, un’enormità se si pensa che durante la Grande Guerra ci volevano settimane per conquistare qualche centinaio di metri, e questo rappresentò una vera catastrofe in termini sia militari che civili.

La famiglia Giobatta, proveniente dalla Valsugana, trova accoglienza a Bettola

I primi civili, spaesati e impauriti, se n’andarono da Cividale e da San Pietro al Natisone la mattina del 25 ottobre 1917, diretti verso Udine. Una decisione improvvisa presa quando alcuni soldati di passaggio avevano raccontato loro, con terrore, ciò che stava accadendo lungo il vicino fronte. Meglio la fuga quindi piuttosto che aspettare torme di tedeschi e di austro-ungarici pronti a saccheggiare le case, devastare le  terre, violentare donne, bambini e, come sarebbe effettivamente stato, preti.

Profughi che, per sopravvivere alla fame stante l’eseguità del sussidio, devono lavorare

Di fronte a questa minaccia, chi poteva aveva perciò deciso di raccattare le proprie cose e mettersi in cammino; si era mescolato alle lacere truppe in ritirata dal fronte, occupando le già ingombre strade. Dopo di loro, tra il 27 e il 28 ottobre molti abitanti di Udine, di Pordenone e di diversi paesini della Carnia fecero i bagagli in fretta e furia e abbandonarono le proprie case, chi a piedi, chi a bordo di carri, qualcuno con il treno, alla ricerca di un rifugio sicuro altrove. Meglio se al di là del Tagliamento. Insomma, tutti in rapida fuga per salvare la pelle: il sindaco e il prefetto di Udine, il deputato Giuseppe Girardini, l’arcivescovo  Antonio Anastasio Rossi (mentre molti preti sceglievano di restare con i loro parrocchiani subendo, in alcuni casi, la bestialità di violentatori austriaci) e naturalmente, mentre i soldati morivano, il generale Luigi Cadorna e il parigrado Carlo Porro che lasciarono Udine per Treviso e successivamente per Padova.

Iniziative di sostenzamento e di solidarietà

In pochissimi giorni diverse centinaia di migliaia di persone lasciarono dunque le province friulane e venete per riparare in altre regioni d’Italia; coloro che invece in quei territori, occupati e non, avevano deciso di restare, lo avevano fatto per i motivi più diversi ma tutti, indistintamente, venivano definiti dall’opinione pubblica, con spregio, «austriacanti», collaboratori della tirannia straniera. Alla fine si conteranno oltre 630mila profughi civili provenienti dalle province di Udine, Belluno, Treviso, Venezia, Vicenza, trentini, triestini, goriziani, istriani, fiumani e dalmati. Donne, bambini, talvolta anche gli anziani e gli invalidi poiché gli uomini, se abili, erano stati richiamati al fronte: a bordo di treni venivano inviati dal ministero dell’Interno in regioni lontane dalla guerra come la Lombardia, l’Emilia Romagna, il Piemonte, la Campania, la Sicilia, la Calabria. Poco più di 6mila di loro furono destinati nei comuni del piacentino.

Alloggiati in alberghi requisiti dai prefetti su ordine del ministero (fatto, questo, che suscitava lo scontento dei proprietari una volta arrivata la stagione estiva), all’interno di strutture religiose e in case sfitte, potevano contare su un sussidio giornaliero di una lira e 25 centesimi anticipato dai comuni. Tuttavia per vivere, per mangiare, per vestirsi, il sussidio non bastava e allora per molti di loro era necessario trovare un lavoro, perdendo però, così facendo, l’aiuto statale.

Inizialmente circondati dalla solidarietà della gente locale, i profughi avevano dovuto poi fare i conti con la diffidenza: un sentimento aspro divenuto col tempo pregiudizio, e infine aperta ostilità. Dalla prima metà del 1919 mezzo milione di loro poté fare ritorno ai propri paesi, alle proprie case, quando queste non fossero state distrutte dai bombardamenti. Ma in quel momento, in quei luoghi, un altro conflitto era appena scoppiato: quello contro i «rimasti» nei territori invasi, considerati dalla propaganda post bellica la «feccia della popolazione». Per la loro scelta, al tempo definita vigliacca e traditrice, vennero esclusi dall’assistenza, da tutti gli incarichi comunali e dalla possibilità di riutilizzare i tanti fabbricati dismessi.

Archivio di Stato, “In fuga dalla guerra. I profughi della Grande Guerra in Emilia Romagna” Orari della mostra: lunedì-venerdì 9,00 – 13,30 e mercoledì-giovedì 9,00 – 17,00. Ingresso libero e gratuito

 

“La leggenda di Schena e del suo mulo” (dal blog ‘Reparto Salmerie Vittorio Veneto’)

La tormenta, olio su tavola di Stefano Vavassori

L’artigliere alpino Schena, classe 1910, distretto militare di Belluno, era la macchietta dell’8° Reparto Salmerie della Divisione Julia.  Magro, lungo ed allampanato portava nelle carni il marchio delle privazioni e delle fatiche sopportate da sempre.  Le gote smunte ed incorniciate da una barbetta caprigna gli conferivano un’aria grottesca maggiormente accentuata dal peso della grande testa schiacciata tra le spalle cadenti.  Le braccia lunghe e magre, anche quando camminava, gli ciondolavano inerti lungo i fianchi e terminavano in due manone spesse e callose dello stesso colore del cuoio.  Al centro del capo, che portava pelato, spiccavano due lunghi ciuffi di capelli simili ai due ciuffetti di peli lasciati sulla criniera rasata dei muli della sua sezione (la 2a) per distinguerli.

 Schena era, infatti un conducente della 2° sezione e questo era la sua grande ambizione, il suo orgoglio.  Nino, il mulo che gli era stato assegnato, per una bizzarria del caso aveva più di un punto in comune con il suo conducente. Il modo stesso come era bardato (non erano serviti insegnamenti, consigli, ammonizioni) conferiva alla povera bestia una somiglianza quasi fisica con l’alpino. Affinità elettive……? Certo è che l’uno era fatto per l’altro; un affetto quasi umano li legava.

 Dopo il mulo Schena nutriva una devozione particolare per il tenente, il “suo” tenente, perché lui l’aveva capito! Il tenente aveva capito la sua fame atavica e gli passava i supplementi rancio e gli permetteva, cosa a cui ambiva in sommo grado, di intrufolarsi in cucina a pulire le marmitte (ci scappava sempre qualcosa per calmare la sua fame insaziabile). Il “suo” tenente gli leggeva le lettere della morosa e lo aiutava a sbrigare la rara corrispondenza che lo legava alla vecchia madre lasciata ad intristire in una baita del lontano villaggio di montagna.  Perché il “suo” tenente chiudeva un occhio su tante cose della “naja” che il povero Schena nella sua ingenua bonomia non riusciva a capire e che gli avrebbero potuto causare anche qualche grattacapo.

 Questo era il conducente Schena e questa che racconto la sua ultima avventura.

Ritirata di Russia, olio su tavola di Stefano Vavassori

….

 Finalmente a notte inoltrata arrivò l’ordine di ripiegare su Mariewka in direzione ovest verso Waluiki. Si camminò senza soste tutta la notte. L’alba ci sorprese impegnati in una marcia durissima, resa lenta dalle piste gelate e dal sovraccarico dei muli e delle slitte. Un vento gelido e tagliente soffiava da tramontana e mozzava il fiato; già si contavano i primi congelamenti. Ad Olichowatka fummo presi di mira dal cannoneggiamento di alcuni grossi carri armati russi.

Giungemmo a Mariewka verso l’imbrunire. Il freddo, la fame, la stanchezza ci avevano spossati. Si distribuì un po’ di rancio caldo approntato alla meno peggio e poi si ripartirono gli uomini sfiniti dal freddo e dalla fatica suddivisi per squadre nelle varie isbe del villaggio affinché potessero rinfrancarsi per affrontare le avversità che ancora li attendevano. Sentinelle venivano accuratamente disposte nei punti nevralgici del paese. Lo sfinimento ci fece piombare in un sonno profondo e pieno di incubi.

Ci giunse dall’esterno il crepitio rabbioso di alcune mitragliatrici. La notte era fonda; nell’aria gelida sfrecciavano le scie luminose tracciate dai proiettili. Di corsa ci radunammo in un punto precedentemente convenuto. Anche i nostri incominciarono a sparare; imbastimmo una debole difesa e ci riordinammo per proseguire verso ovest. Contammo le prime perdite, alcuni uomini infatti della squadra comando mancavano all’appello.

Verso l’alba si presentarono al Ten. Gilibert un ufficiale ed un caporale di sanità. Facevano parte di un ospedaletto da campo che operava nelle retrovie del fronte. Ci misero al corrente della loro situazione e quasi implorarono che venisse loro assegnata una slitta per trasportare due feriti gravi che la sera precedente avevano dovuto abbandonare in un’isba, affidandoli alle sole cure di un loro commilitone.

 L’ufficiale comandante la Sezione avrebbe potuto scegliere a caso ed ordinare a l’uno od all’altro dei conducenti di invertire la marcia. Il tenente Gilibert preferì invece parlare ai suoi Alpini; a loro prospettò la necessità, il dovere di soccorrere due commilitoni feriti che chiedevano, imploravano il loro aiuto: chi si sente di offrirsi volontariamente si faccia avanti”. Ci fu un attimo di incertezza, poi, ecco con il suo passo ciondolante avanzare il nostro Schena, seguito dal suo inseparabile mulo.

 “Agli ordini, sior tenente, se è solo per questo ghe vado mi. Mi go niente da perder….” E rivolto al mulo “elo vero, Nino?”.

 “Mandi” Schena, povero “vecio” Schena, umile e rozzo alpino del Cadore, ancora ti vediamo mentre sul bianco immacolato della neve ti allontanasti tenendo per la cavezza la tua “creatura”. Nei nostri occhi è rimasta impressa la tua goffa e sgraziata immagine che rimpiccioliva allontanandosi verso l’orizzonte. Eri divenuto un nero puntino che si perdeva nella candida e sconfinata desolazione della steppa gelata, fino a scomparire per sempre.

 (dalla bibliografia del Capitano Giliberti Gilberto di Prai)

I due ciuchini della neve o I due cugini, olio su tela di Stefano Bruzzi

“Ad Auschwitz superai la selezione per tre volte”, tratto da ‘Fino a quando la mia stella brillerà’, di Liliana Segre

“Ad Auschwitz superai la selezione per tre volte. Quando ci chiamavano sapevamo che era per decidere se eravamo ancora utili e potevamo andare avanti, o se eravamo vecchi pezzi irrecuperabili. Da buttare. Era un momento terribile. Bastava un cenno ed eri salvo, un altro ti condannava. Dovevamo metterci in fila, nude, passare davanti a due SS e a un medico nazista. Ci aprivano la bocca, ci esaminavano in ogni angolo del corpo per vedere se potevamo ancora lavorare. Chi era troppo stanca o troppo magra, o ferita, veniva eliminata. Bastavano pochi secondi agli aguzzini per capire se era meglio farci morire o farci vivere. Io vedevo le altre, orrendi scheletri impauriti, e sapevo di essere come loro. Gli ufficiali e i medici erano sempre eleganti, impeccabili e tirati a lucido, in pace con la loro coscienza. Era sufficiente un cenno del capo degli aguzzini, che voleva dire “avanti”, ed eri salva. Io pensavo solo a questo quando ero lì, a quel cenno. Ero felice quando arrivava, perché avevo tredici anni, poi quattordici. Volevo vivere. Ricordo la prima selezione. Dopo avermi analizzata il medico notò una cicatrice. «Forse mi manderà a morte per questa…» pensai e mi venne il panico. Lui mi chiese di dove fossi e io con un filo di voce ma, cercando di restare calma, risposi che ero italiana. Trattenevo il respiro. Dopo aver riso, insieme agli altri, del medico italiano che mi aveva fatto quella orrenda cicatrice, il dottore nazista mi fece cenno di andare avanti. Significava che avevo passato la selezione! Ero viva, viva, viva! Ero così felice di poter tornare nel campo che tutto mi sembrava più facile. Poi vidi Janine. Era una ragazza francese, erano mesi che lavoravamo una accanto all’altra nella fabbrica di munizioni. Janine era addetta alla macchina che tagliava l’acciaio. Qualche giorno prima quella maledetta macchina le aveva tranciato le prime falangi di due dita. Lei andò davanti agli aguzzini, nuda, cercando di nascondere la sua mutilazione. Ma quelli le videro subito le dita ferite e presero il suo numero tatuato sul corpo nudo. Voleva dire che la mandavano a morire. Janine non sarebbe tornata nel campo. Janine non era un’estranea per me, la vedevo tutti i giorni, avevamo scambiato qualche frase, ci sorridevamo per salutarci. Eppure non le dissi niente. Non mi voltai quando la portarono via. Non le dissi addio. Avevo paura di uscire dall’invisibilità nella quale mi nascondevo, feci finta di niente e ricominciai a mettere una gamba dietro l’altra e camminare, pur di vivere. Racconto sempre la storia di Janine. È un rimorso che mi porto dentro. Il rimorso di non aver avuto il coraggio di dirle addio. Di farle sentire, in quel momento che Janine stava andando a morire, che la sua vita era importante per me. Che noi non eravamo come gli aguzzini ma ci sentivamo, ancora e nonostante tutto, capaci di amare. Invece non lo feci. Il rimorso non mi diede pace per tanto, tanto tempo. Sapevo che nel momento in cui non avevo avuto il coraggio di dire addio a Janine, avevano vinto loro, i nostri aguzzini, perché ci avevano privati della nostra umanità e della pietà verso un altro essere umano. Era questa la loro vittoria, era questo il loro obiettivo: annientare la nostra umanità.”

Liliana aveva 13 anni quando entrò ad Auschwitz.

La liberazione di Auschwitz

Post proposto in facebook da Marco Leoni

6 novembre 1917: inizia la rivoluzione bolscevica con l’attacco al Palazzo d’Inverno a Pietroburgo

6 novembre 1917: Assalto da parte dei bolscevichi al Palazzo d’Inverno – Inizia la Rivoluzione russa

La rivoluzione russa è stato un evento sociopolitico, occorso in Russia nel 1917, che portò al rovesciamento dell’Impero russo e alla formazione inizialmente della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa e, nel 1922, in seguito alla guerra civile russa, dell’Unione Sovietica; fu un tentativo di applicazione delle teorie sociali ed economiche di Karl Marx e Friedrich Engels.

All’inizio del 1917 l’Impero russo, che da tre anni combatteva nella prima guerra mondiale come membro della Triplice intesa, era stremato: le perdite ammontavano a più di sei milioni tra morti, feriti e prigionieri e tranne alcune vittorie sul fronte austriaco, ormai vanificate dagli eventi, la Russia aveva subito una grave serie di sconfitte che avevano comportato la perdita della Polonia, di una parte di Paesi Baltici e dell’Ucraina, portando così il fronte all’interno dei suoi stessi confini, mentre le condizioni del popolo si aggravavano fortemente.

Il regime zarista aveva ormai perso del tutto il contatto con la realtà della Russia. A Pietrogrado scoppiò la rivolta con la rivoluzione di febbraio e il 2 marzo (calendario giuliano) Duma e soviet di operai e soldati si accordarono per la deposizione dello zar, e l’istituzione di un governo provvisorio formato da cadetti, menscevichi e socialisti rivoluzionari.

Si formò il governo provvisorio di Georgij Evgen’evič L’vov, che indusse Nicola II ad abdicare. Mentre lo zar e la sua famiglia venivano arrestati, nel Paese si formarono due poteri: quello del governo provvisorio, e quello dei Soviet, formato da delegati eletti compresi i bolscevichi. Il leader bolscevico Lenin, tornato dall’esilio sostenne la necessità di trasformare la rivoluzione borghese di febbraio in Rivoluzione Proletaria, guidata dai Soviet e che mirava alla instaurazione di una società comunista. Nell’ottobre (calendario giuliano) i bolscevichi occuparono i punti nevralgici della capitale dando vita alla rivoluzione d’ottobre.

La vittoria dei bolscevichi portò al rovesciamento del Governo provvisorio russo e alla nascita della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa, governata dal Consiglio dei commissari del popolo. Dal 1917 al 1921 esplose la guerra civile russa che avrebbe visto la vittoria dell’Armata Rossa (bolscevichi) sull’Armata Bianca (contro-rivoluzionari) e ciò portò nel 1922 all’istituzione dell’Unione Sovietica.

I Bolscevichi non avevano avuto un ruolo da protagonisti nella rivoluzione di febbraio; infatti, il partito, praticamente clandestino, benché avesse cinque rappresentanti alla Duma, era privo dei suoi dirigenti migliori, tutti in volontario esilio all’estero o deportati in Siberia. Anche nei soviet che si andavano ricostituendo in tutta la Russia, dopo l’esperienza del 1905, la maggioranza era quasi sempre costituita da Menscevichi e Socialisti Rivoluzionari.

Non appena appreso dei fatti di febbraio Lenin, capo del partito, che da alcuni anni si trovava in Svizzera, decise di tornare in Russia.

Il 3 aprile Lenin arrivò alla stazione di Pietrogrado: ad attenderlo vi era una folla enorme a riprova della rilevanza che le tesi dei bolscevichi cominciavano ad avere all’interno del movimento rivoluzionario.

Fra la metà di settembre e la metà di ottobre del 1917, Lenin riuscì a convincere anche le parti meno convinte del proprio partito, della necessità di tentare la presa del potere prima delle elezioni per la Costituente. Anzi, stabilì che la cosa migliore sarebbe stata ottenerlo prima dell’apertura del Secondo Congresso dei Soviet, che avrebbe potuto legittimare così il nuovo ordine. Il controllo, da parte del neocostituito Consiglio Militare Rivoluzionario, della guarnigione di Pietrogrado e dei marinai della flotta del Baltico, si sarebbe rivelato fondamentale per rovesciare con uno sforzo relativamente modesto, il governo provvisorio. Quest’ultimo disponeva in città di poche centinaia di uomini delle scuole ufficiali.

Il 24 ottobre i bolscevichi cominciarono ad occupare i punti nevralgici della capitale, senza incontrare quasi resistenza. Il passaggio della città nelle mani degli insorti fu quindi abbastanza pacifico, ed avvenne senza che la cittadinanza (e nemmeno il governo) se ne rendessero conto. Nella giornata del 25 ottobre (6 novembre in base al nostro calendario) la situazione era ormai disperata per Kerenskij, che fuggì dalla città a bordo di un’automobile dell’ambasciata americana per cercare rinforzi nelle caserme lontane dalla capitale. I ministri invece si barricarono nel Palazzo d’Inverno, ma la loro resistenza venne sopraffatta in poche ore. La maggior parte di loro venne arrestata e condotta alla fortezza di Pietro e Paolo. La sera dello stesso giorno, 25 ottobre, Lenin poté annunciare la presa del potere al Secondo Congresso dei Soviet, di cui fino a quel momento si era cercato di rallentare i lavori. In questa sede vennero quindi approvati i primi provvedimenti, come il trasferimento del potere ai soviet, ed i provvedimenti sulla pace con la Germania e la distribuzione della terra ai contadini.

 

Piacenza: “La Grande Guerra”, mostra a Palazzo Gotico fino al 30 dicembre

E’ allestita a palazzo Gotico dal 4 novembre al 30 dicembre la mostra dedicata alla Grande Guerra. L’esposizione vede la presenza di oltre 40 uniformi e centinaia di cimeli tra cui equipaggiamenti, decorazioni, documenti e vari oggetti personali utilizzati dai militari italiani durante la guerra, tutti rigorosamente originali. I cimeli sono stati raccolti e custoditi negli anni con cura e rispetto da quattro collezionisti privati (tra i quali l’amico Filippo Lombardi) che in occasione del centenario della vittoria hanno deciso di esporli, con il fine di preservare e tramandare nel tempo i sacrifici compiuti da coloro che hanno combattuto sui vari campi di battaglia esattamente 100 anni fa.

Particolarmente interessante, in apertura, una camicia rossa garibaldina: del resto furono molti i reduci delle guerre risorgimentali che avevano ‘fatto l’Italia‘ a partire per i fronte, in genere volontari, nonostante fossero ‘fuori età‘.

All’allestimento hanno collaborato il 2° reggimento genio Pontieri e il Polo di mantenimento pesante nord, esponendo propri materiali e cimeli che vanno ad arricchire ulteriormente la varietà dei reperti messi in mostra.

Una riflessione mentre passiamo letteralmente da una divisa all’altra: non dimentichiamo che la prima guerra mondiale è stata e rimane uno dei miti fondativi dello stato-nazione, soprattutto nei paesi vincitori. Gli anni tra il 1914 e il 1918 sono stati avvolti da un’aura di sacralità che ancora oggi si può cogliere nei monumenti, nei cimiteri e nelle cerimonie che ricordano la grande guerra. Un’atmosfera che permea anche la mostra a Palazzo Gotico.

Per anni il conflitto è stato sottratto ad analisi obiettive ed è stato letto solo attraverso la lente deformante dell’eroismo, dell’onore, della patria, della propaganda bellica. Da questa visione sono stati cancellati episodi sgraditi alla retorica ufficiale come le renitenze, il pacifismo, le fraternizzazioni tra nemici, le diserzioni, gli ammutinamenti, le rivolte. Pagine che però sono fondamentali per capire meglio quell’immensa carneficina che fu la prima guerra mondiale, a cent’anni dalla sua fine e, questo, risulta sicuramente un limite per la mostra piacentina.

In realtà, l’interventismo fu un fenomeno assolutamente minoritario. Come racconta Marco Rossi in Gli ammutinati delle trincee, i volontari furono appena 8.171, spesso del tutto emarginati dai commilitoni che li consideravano fanatici e spie degli ufficiali. La maggioranza della popolazione accettò con rassegnazione il conflitto.

Per ragioni ideologiche o anche solo per salvarsi la pelle, molti reclutati cercarono rifugio nella neutrale Svizzera. Gli anarchici organizzarono canali di espatrio per renitenti e disertori. Il sistema più diffuso per sfuggire all’arruolamento fu però quello di non presentarsi alla visita di leva. Il numero dei renitenti in Italia fu più alto che in altri paesi: ben 470mila persone non si presentarono. In Sicilia i renitenti furono circa 100mila, il 61 per cento dei richiamati.

Per i soldati l’arrivo al fronte fu un trauma, sia per le devastazioni causate dalle nuove tecnologie militari, sia per la totale impreparazione dell’esercito italiano. Dopo i primi giorni in cui gli italiani conquistarono facilmente il Friuli austriaco – spesso usando metodi repressivi di tipo coloniale contro le popolazioni locali – alle pendici del Carso, fortificato dagli austriaci, cominciò la guerra di posizione fatta di trincee, bombardamenti, assalti frontali.  

Il capo di stato maggiore Luigi Cadorna ripropose le stesse inefficaci strategie già sperimentate su altri fronti, con carneficine che costarono la vita a centinaia di migliaia di soldati senza quasi nessun risultato pratico. A Cercivento, sulle Alpi carniche, quattro alpini rifiutarono di andare all’attacco del monte Cellon in pieno giorno, consigliando il capitano di attaccare di notte per approfittare della nebbia. L’ufficiale, un calabrese, nemmeno capì la proposta dei quattro che parlavano friulano e li mise al muro. Il monte fu poi conquistato di notte, dopo centinaia di morti caduti negli assalti condotti alla luce del sole.

Prima dell’uscita dei fanti dalle trincee le artiglierie martellavano le postazioni nemiche per eliminare ogni resistenza. Ciò avrebbe dovuto permettere ai soldati di lanciarsi all’attacco delle fortificazioni nemiche sguarnite, ma la strategia spesso non funzionava: le artiglierie sbagliavano il tiro e bombardavano le proprie linee; oppure le comunicazioni con i comandi si interrompevano e l’attacco della fanteria veniva sferrato troppo presto, quando i cannoni stavano ancora bombardando, o troppo tardi, quando i nemici erano già tornati in posizione.

Il Piave mormorava e gli italiani rinfrancati dopo la sconfitta di Caporetto andavano all’assalto? Macchè: alle spalle avevano i Carabinieri che sparavano a chi, di fronte alla carneficina, arretrava o esitava.

Nel marzo del 1917 soldati della brigata Ravenna si rivoltarono sparando in aria per la revoca delle licenze e l’ordine di raggiungere di nuovo la prima linea. In luglio due reggimenti della brigata Catanzaro, in retrovia da pochi giorni, rifiutarono di tornare in prima linea: uccisero alcuni ufficiali e cercarono di attaccare la villa dov’era ospitato D’Annunzio, che si trovava lì vicino. La protesta sfociò in una vera e propria rivolta al grido di “Abbasso la guerra”, “Morte a D’Annunzio”, “Vogliamo la pace!”, ma fu repressa da carabinieri, reparti di cavalleria, artiglieria e perfino aerei.

Dopo Caporetto i militari italiani che si stavano ritirando furono fermati sul Piave da uno schieramento di carabinieri e di giovani reclute appena arruolate. I soldati in rotta, convinti che la guerra ormai fosse finita, avevano gettato le armi: non furono dunque in grado di reagire e furono costretti a riprendere la guerra. Qualcosa di simile successe tra gli austriaci l’anno successivo: in estate ormai 230mila avevano abbandonato le armi ed erano tornati a casa.

In pratica la guerra si concluse con una diserzione di massa: milioni di soldati spossati cessarono semplicemente di combattere. Ma questa versione dei fatti non poteva essere ammessa dalle gerarchie militari che mascherarono quest’epilogo raccontando di epici scontri finali che in realtà non ci furono. Quando con la battaglia di Vittorio Veneto gli italiani sfondavano le linee nemiche, spesso le trovarono deserte.

La storia della prima guerra mondiale, dunque, è tutt’altro che la storia di trionfi, di eroismo e di battaglie epiche raccontata dalla propaganda nazionalista e militare. Tolto il velo di retorica, restano i massacri, le fucilazioni sommarie, le punizioni dei soldati, ma anche gli episodi di fraternizzazione tra nemici, che dimostrano come tantissimi soldati riuscirono a restare umani nonostante fossero obbligati a combattersi.

Precisata una verità storica che purtroppo continuiamo a non trovare scritta nei libri di scuola, resta la mostra che vale comunque la pena visitare, proprio in onore a chi comunque ha dovuto sacrificare la propria vita e la propria gioventù per combattere la guerra che lo stesso Papa Benedetto XV definì “un’inutile strage“.

Programma e orari di apertura della mostra
Tutti i mercoledì e i venerdì solo pomeriggio dalle 15.30 alle 18.00.
Tutti i sabati e le domeniche mattina e pomeriggio nei seguenti orari: 09.30 – 12.00 e 15.30 – 18.00 
Apertura straordinaria lunedì 24 dicembre nei seguenti orari: 09.30 – 12.00 e 15.30 – 18.00