Da cittadino e da paziente, tanto di cappello al personale sanitario tutto dell’UTIC di Piacenza

Difficile ‘pesare’, ‘rappresentare’, ‘raccontare’ tre giorni in UTIC, Unità di Terapia Intensiva Cardiologica. Reparto ospedaliero specializzato nella gestione del paziente affetto da patologia cardiaca acuta (sindrome coronarica acuta, scompenso cardiaco acuto e cronico refrattario, aritmie ipercinetiche e ipocinetiche minacciose). Ospedale di Piacenza, primario Giovanni Quinto Villani, otto posti a porte chiuse salva una misera ora al giorno e magari, se la porta è chiusa nell’orario indicato e il parente suona, esce l’infermiera e ti cazzia perchè, se la porta è chiusa nonostante l’orario, c’è un motivo serio e il parente non può far altro che chiedere scusa. Del resto, qui non si scherza, chi è qui non è per gioco, non siamo su scherzi a parte, no, decisamente qui si fa sul serio, occorre monitorare costantemente i parametri vitali dei pazienti ‘ospiti’. Situazioni, anche psicologiche, difficili da gestire. Eppure il personale ti accoglie sin dal primo istante come fossi un amico di sempre, ti fa sentire a tuo agio nonostante tu sia pieno di sensori e di fili, immobilizzato sul letto che nemmeno ti puoi alzare per sgranchire le gambe, qui non esiste il bagno la tua condizione non ti consente di abbandonare letto e sensori vari, sopra la tua testa computer e video con lo schermo dove passano gli istanti della tua vita e la voce del tuo cuore. Non è detto che per tutti la situazione sia grave, magari il passaggio, pur senza negare la serietà del problema, per i più fortunati è ancora precauzionale, di ‘studio’ e di verifica di uno stato improvvisamente in discussione. Di mio ecco messe in gioco 46 ore. Un vissuto del tutto personale probabile conseguenza di qualche trascuratezza che poco interessa chi legge con un unico responsabile contro il quale va puntato il dito accusatorio. Ma un fatto va rilevato e reso pubblico in Arzyncampo: la percezione di impegno, di professionalità, di cordialità del personale tutto continuamente in movimento, continuamente a disposizione, esperto nell’assistenza ma anche nell’accoglienza, esperto come si dice di comunicazione informale che oggettivamente aiuta il paziente. Solo una settimana fa, incontrando il Primario della Cardiologia tutta, quando l’idea di un mio improvviso ‘passaggio in UTIC‘ non era nemmeno nell’aria, si parlava della sua prossima pensione. Mi diceva, con malcelato orgoglio, che potrà lasciare il reparto senza problemi perché i suoi collaboratori “sono tutti ottimi professionisti“. Avendo ‘toccato con mano’, per quanto riguarda medici, infermieri, operatori sociosanitari, ausiliari, coi quali sono venuto a contatto in UTIC, ringrazio e soprattutto, da cittadino e da paziente … confermo

 

Correva il 1983 e oggi fanno 35 anni, io e Dalila, nozze di corallo

35 anni da quel 10 settembre 1983. Come seguire il flusso della corrente di un fiume che corre verso il mare. Lentamente, sinuosa, placida, scendendo dalla fonte tra ponti, campagne, città industriali, piccoli paesi di pescatori. Talvolta invece facendosi tortuosa, con mulinelli, piccoli gorghi, lambendo gli argini, invadendo le zone di golena, strappando rabbiosa alberi e arbusti, allagando campi, strade, paesi. Ma la corsa continua, verso un mare che si spera ancora lontano.

Fu un giorno straordinario, quel giorno splendente di sole d’un settembre d’estate volgente al termine ma ancora generosa. A partire dalle vicende della preparazione, innanzitutto. Tanto per citare, scegliendo a caso tra i tanti aneddoti che ancora vivono nella memoria: abbiamo scelto una piccola chiesa di campagna, a Rezzanello, frazione di Gazzola. Letteralmente quattro case ma una stupenda vista sulla valle e un castello di grande suggestione per le foto di rito. Nessun problema nell’ottenere la dispensa dalla mia parrocchia. Necessaria invece un’offerta di 50mila lire per ottenerla dalla parrocchia di Dalila. Ovviamente, come disse il parroco, ‘offerta libera e convinta’. Mah, se lo pensava lui … .

Ma come mai il matrimonio religioso, in chiesa? Beh, allora come oggi non mi definirei ateo. Diciamo, da militante e dirigente socialista quale allora ero, in forte posizione di criticità rispetto alla Chiesa Istituzione. Per quanto mi riguarda poco importava celebrare di fronte a Dio o al Sindaco di qualche Comune. Ma avrei creato qualche problema a mia madre, ai genitori di Dalila, forse a Dalila stessa e non ne valeva la pena. Questa decisione mi costò la partecipazione al corso di preparazione. Con don Aldo Concari, prete lontano parente di Dalila che avevo conosciuto ai tempi dell’esperienza con gli scout, prete ‘rustico’, costantemente in giro a portare conforto ai bisognosi, che sapevo aveva più volte tentato di essere inviato in Colombia come missionario ma era stato rifiutato da quel governo perchè di eccessive simpatie per contadini e lavoratori. Bene. Quel prete, ben conoscendo le mie convinzioni politiche, … mi ha fatto rivedibile!!! Ovvero mi ha fatto ripetere il corso di preparazione in un’altra parrocchia. Certo fu poi un grande celebrante.

Lasciò parlare un testimone, segretario del Partito Socialista Italiano che sottolineò il necessario impegno per la giustizia nel lavoro e per la pace (e qui va ricordato che sull’altare stava un cesto con il pane e il grano, simboli del lavoro contadino, e che i nostri confetti erano contenuti in uno stelo a forma di spiga di grano).

C’era anche l’idea di tre colombe che prendessero il volo ma la cosa era troppo complicata e il richiamo alla pace fu affidato a Franco Benaglia, appunto sergretario del PSI. Mia nonna, allora ultra novantenne, chiese a mio padre, seduto al suo fianco, “ma l’è un mèssa o un cumisi?“. In compenso don Aldo non si fece mancare l’occasione per invitarci “a non aver paura di fare figli, amatevi senza paura e senza usare preservativi” e sentita la parola preservativi in chiesa addirittura dal celebrante, la nonna rischiò l’infarto.

E così eccoci qui, 35 anni dopo, noi due, ‘io e tu‘, due figli, due nuore, due nipotine, un cane e finchè l’acqua del fiume scorre, nessuna diga che la possa fermare. Rinnovando quel brindisi che fece da chiosa ad una splendida giornata, nostra primavera di vita.

La mia Chevrolet aperta come una scatola di sardine e il colpevole (non assicurato) si da alla fuga: 4 mesi di disavventura

In pratica: il 2 maggio poco dopo le 19 parcheggio l’auto in via B., a pochi passi da casa. Sono presenti auto su entrambi i lati per cui la carreggiata a disposizione per il transito è ridotta ma due auto possono incrociarsi tranquillamente senza problemi. Anche un Daily in uscita da un cortile non ha problemi, salvochè non si avventuri in un’inversione di marcia avventurosa e discutibile. Poco prima delle 20 esco per andare in stazione e infatti … trovo la mia povera vettura letteralmente aperta come una scatola di sardine sulla parte posteriore sinistra, lato strada. Sconcertato, vedo però un biglietto sistemato sul parabrezza e penso “l’autore del malfatto aveva fretta e mi ha lasciato i suoi dati“. Nientaffatto: il malfattore s’è dato alla fuga ma, ahi lui, qualcuno ha visto e ha segnato tutto, dalla targa al suo numero di telefono. Bene.

Giovedì 3 maggio passo in assicurazione e vengo informato che la targa corrisponderebbe ad un furgone immatricolato a Roma ma probabilmente non più assicurato da almeno nove anni!!!. Nel pomeriggio passo allora dalla Polizia Municipale. Viene preso nota del tutto, vengono fatte fotografie. Resta l’incognita però sulla correttezza della targa e sul fatto dell’immatricolazione. Mando allora un messaggio (sms) al testimone dopo aver invano tentato di chiamarlo al telefono.

Dopo le 19 sul cellulare mi arriva sms del testimone con foto del Daily Fiat del malfattore nuovamente parcheggiiato in via B. In effetti il primo rilievo della targa conteneva un piccolo errore. Chiamo immediatamente la Polizia Urbana e, dopo numerosi tentativi, reperito un numero per le urgenze finalmente qualcuno mi risponde. Preso nota dell’informazione (verrò a sapere in seguito) una pattuglia si reca sul posto, esegue gli accertamenti del caso, rileva il numero di targa corretto, evidenzia la compatibilità tra i segni presenti sul furgone e quelli presenti nella mia auto, evidenzia che il Daily risulta assicurato fino al 7 agosto. Naturalmente il proprietario nega il malfatto.

Martedì 8 vengo informato dell’accertamento. Quindi tutto bene? Nientaffatto: ritorno in assicurazione e sorpresa, il furgone risulta assicurato dal 7 maggio quindi nel momento dell’incidente non lo era! E qui inizia la via crucis. L’assicurazione ‘ovviamente’ non paga, mi viene semplicemente indicato un carrozziere di fiducia dell’assicuratore che peraltro lo contatta raccomandando un trattamento di favore. Che si risolve in un preventivo di circa 2mila euro di spesa evitando la sostituzione del paraurti posteriore: infatti la scocca dovrà essere letteralmente ‘tagliata’ a metà e sostituita. Temporeggio però nella decisione considerando che l’assicuratore si impegna a contattare la polizia municipale per poter avere il verbale di accertamento nel quale peraltro dovrà essere inserita la precisazione relativa al problema della mancanza di assicurazione.

Dunque resto in attesa di aggiornamenti e, dopo un paio di settimane, l’assicuratore mi informa che, analizzando la polizza sottoscritta ad inizio anno emerge l’inserimento della copertura anche in caso di sinistro con malfattori privi di assicurazione. Occorre però individuare il responsabile e diventa indispensabile il verbale di accertamento della polizia municipale che specifichi la compatibilità dei danni dei due veicoli. A questo punto, nuovamente contattati, i vigili piacentini informano di aver convocato il testimone che ha reso dettagliato resoconto dei fatti. Contemporaneamente sono stati coinvolti i colleghi competenti per territorio di residenza (un comune della provincia) dell’autore del maldestro comportamento che, dopo ulteriore tempo, inviano una raccomandata di convocazione all’interessato. In attesa concordo con il carrozziere una data per l’esecuzione di lavori ma, a mia insaputa, l’assicuratore interviene e, in assenza del verbale ufficiale, rinvia l’appuntamento per cui resto in vana attesa della concordata telefonata di conferma dell’incontro con la carrozzeria: solo a seguito di ulteriore contatto con l’assicuratore medesimo verrò informato del posticipo. 

Naturalmente la procedura legata alla raccomandata ha i suoi tempi: ovviamente il convocato non si presenta, forse nemmeno provvede al ritiro della raccomandata e la posta a sua volta ha i suoi tempi di giacenza. Passano così le settimane ma, alla fine, venerdì 10 agosto, ad oltre 3 mesi dal sinistro, a poche ore dalle mie ferie e dalla chiusura del carrozziere, arriva la telefonata dall’assicuratore: il verbale della polizia municipale è arrivato, tutto a posto, si può procedere. Telefono immediatamente in carrozzeria e concordiamo per un incontro il 29 agosto, ribadendo che ho assoluta necessità di un’auto di cortesia per il tempo di fermo della mia.

Così eccoci al 28 agosto, quando il carrozziere mi telefona informando che l’auto di cortesia è dal concessionario per un richiamo. Piuttosto demoralizzato non so che dire ma alla fine giovedì 30 agosto nuova telefonata e, alle 17.30 circa, ecco lo ‘scambio’ di vetture: consegno la Chevrolet e torno a casa con una ruspante Panda praticamente nuova. Sono passati quasi 4 mesi dall’incidente.

Tutto finito? Calma, incrociamo le dita e aspettiamo una settimana ancora, forse 15 giorni, a lavori finiti e fattura rimborsata, con una precisazione: il paraurti che non doveva essere cambiato nel frattempo, sarà per le vibrazioni o per il vento contrario, per ben tre volte si è staccato sul lato sinistro dell’auto ‘ballonzolando’ a terra in autostrada a 140 km/ora in pieno sorpasso di un Tir e quindi contrariamente alle previsioni dovrà essere cambiato per cui a maggior ragione speriamo che l’assicurazione provveda al rimborso. Per finire ci sarà da ‘regolare’ la pratica con il testimone: da ringraziare per il senso civico così raro ai giorni nostri e soprattutto da nominare Santo subito. Ma di questo parleremo a cose fatte.

 

 

“Una festa in collina, siamo (stati) tutti in compagnia”, rendiconto di Emanuela Sala

Qui è (stata) la festa. Claudio, Dalila, Emanuela, Francesco, Stefano, Marilina, Giulietta (detta Ginetta), Sandro, Franco, Giordano. Donceto di Travo, Val Trebbia, Appennino piacentino

Una sera d’agosto fresca, senza afa senza zanzare; qualche casetta di sasso tra il verde delle colline, un portico, quattro panche, un tavolo e seduti intorno, una manciata di amici. Quante chiacchiere, quante voci sonore, quante parole spezzate tra i denti dalle risate. Un rincorrersi di storie che parlano di casa, di lavoro, di figli, nipotini e cani. Una divisione naturale e spontanea in gruppi: gli uomini intenti intorno alla “carbonella” o impegnati a tagliare grosse fette di pane e salame; le donne, avanti e indietro dalla cucina, a due a due, o tutte insieme, ferme ogni tre passi per discorrer meglio. E poi tutto un urtarsi di anche e di spalle nel piccolo locale, con il profumo del sugo e il vapore che sale dalla pentola della pasta. Un rimbalzare di aiutami, passami, spostati e scoppi di risa. Alla fine, in processione, con la zuppiera fumante, si torna dagli uomini che aspettano, allungando colli e piatti. Una sera d’agosto che vorresti non finisse, perchè tutto intorno a te parla di serena semplicità, di voglia di vivere. Grazie amici di Donceto, per la vostra casa aperta, per il vostro modo di accoglierci sempre con entusiasmo. Firmato: Quella che ha fatto sparire, cucchiaino a cucchiaino, mezzo chilo di gelato.

Era qui, la festa. Domenica 12 agosto 2018, Donceto di Travo, casa contadina, Val Trebbia, Appennino piacentino

Quella volta che ho fumato sano, ho fumato pakistano. E non sono morto.

Un’iniziativa discutibile promossa all’insegna della ‘tolleranza zero’ dagli esponenti della Lega piacentina, oggi al governo dei Comuni di Piacenza e di Fiorenzuola d’Arda. Un titolo forte. Come tale fuoriluogo e controproducente. Inutile. Proprio come l’iniziativa. Che non si capisce se vuole colpire l’ambiente dello spaccio (che se la ride) o quello dei giovani consumatori ‘non allineati’ con l’oscurantismo di una destra da sempre, a partire dal vate Gabriele D’Annunzio, dedita all’uso di sostanze stupefacenti di ben altri effetti. E che, in ogni caso, esagerando, scegliendo il sensazionalismo, non aiuta e non insegna niente a nessuno. Voglio ricordare gli anni ’70. Ero in un momento di svolta della mia vita. Avevo 25 anni e la necessità di uscire da una ‘scoppola’ sentimentale piuttosto pesante. Un amico legato al mondo della musica, Alberto, mi disse “fatti una canna“. Come dire che non avrei risolto i miei problemi (a quelli dovevo comunque pensare io) ma mi avrebbe fatto passare una bella serata senza rischi di sorta o comunque non più dei rischi che potevo correre fumando una sigaretta di tabacco che, quella sì, presto o tardi m’avrebbe portato alla morte per cancro ai polmoni (così, ad esempio, se n’è andato mio padre, sia pure ad 86 anni e se ne va Sergio Marchionne che di anni ne fa appena 66). Ed eccomi dunque col mio bel pane di sano pakistano. L’ho tenuto per un pò ‘in stand by‘ fino all’occasione che si presentò un sabato sera. In provincia di Mantova sul prato di uno stadio ad ascoltare il concerto del grande Joe Cocker. Uso consentito approfittando del fatto che all’appuntamento musicale andammo in due e appunto Mino guidava completamente ‘pulito‘ (non si faceva nemmeno di birra o di vino). Fu un’esperienza fantastica. Con la musica ‘vissuta dall’interno‘ e una nuova visione della vita semplicemente serena. Credo, sdraiato nell’erba dello stadio, di aver riso per buona ora, completamente distaccato dai problemi, vivendo una specie di terapia di cura, di estraneità, di superamento delle malinconie comprese quelle sentimentali. In fondo era stata una storia assolutamente straordinaria che comunque aveva lasciato un segno indelebile nella mia vita. Come tale una storia che valeva la pena aver vissuta e che sarebbe stata seguita (come poi è stato) da altre storie o forse ancora meglio da un’altra storia dal destino diverso. Non che quella fumata avesse rimarginato le ferite, però fu un buon viatico per capire che un nuovo domani poteva esistere e sarebbe esistito. Anzi, la consapevolezza che credendoci sarebbe arrivato, senza rifugi virtuali, senza bisogno del ‘fumo’. Tornato così alla realtà quotidiana quel panetto (ciò che ne restava utile per almeno altre 5 o 6 fumate) l’ho nascosto nella cassettiera della mia scrivania lontano dagli occhi indiscreti (e sempre preoccupati) dei miei genitori. Dopo qualche anno, in prossimità di matrimonio con la mia attuale compagna, l’ho gettato via. Poteva essere troppo ‘pericoloso’. Nel senso che ti portava ad una visione della vita in azzurro e rosa mentre la realtà va affrontata con la massima lucidità, senza e oltre le illusioni dolci offerte da quel buon pakistano. Così ho affrontato la vita e oggi, 40 anni dopo, non sono morto. 17 anni fa ho invece smesso, dopo 30 anni di abusi, col tabacco che, a detta di un medico ospedaliero, Daniele, mi lasciava forse non più di un anno di vita e quello era un rischio vero, immediato, a scadenza brevissima. Sarebbero da citare anche i rischi corsi all’insegna del buon Bacco. Quando a Modena, ospite nella villa di una collega dell’ufficio personale della Fiat Trattori, un eccesso di libagioni, dopo pochi chilometri in autostrada sulla via del ritorno, ci volle poco a capire che o mi fermavo nell’area di sosta dell’Autogrill a dormire o salutavo amici, amiche, Venere e parenti per sempre. Lo stesso avvenne a notte inoltrata alla festa dell’Avanti nell’area del palazzetto dello sport invitato ad assaggiare due ‘beveroni’ (si legga potentissimi cocktail) offerti da Juan, esule cileno torturato dagli sgherri di Pinochet: salito in macchina, avviato il motore, bastarono dieci metri e, dopo aver rischiato di finire contro un lampione, spensi il tutto e via a dormire dove, verso le 5 del mattino venne a recuperarmi mio padre preoccupato ma, rassicurato dal vedermi dormiente, tornò a casa tranquillizzato. A proposito, di cannabis non è morto  neanche Alberto che con la sua attuale compagna vive coltivando l’orto e allevando un paio di caprette forse continuando a fumare qualche canna. Non è morto neppure Paolo che all’epoca fumava regolarmente e faceva il poliziotto e continua a farlo in vana attesa di pensione. Non è morto il giovane Enrico che, ormai cresciuto, vive mediamente realizzato nel mondo della produzione di video. Altri invece sono morti. Per effetto di ben altre droghe. Dell’eroina, della cocaina, del tabacco, delle troppe birre, del troppo vino, degli alcolici, della guida nella notte con la percezione della realtà alterata. Diciamo la verità: bene facevano i seguaci del movimento di Salvini a proporre una seria discussione sugli effetti di tutte le sostanze stupefacenti. Magari invitando esperti del settore e prescindendo dai titoli semplicemente ad effetto. Allora sarebbe stata una cosa seria, che magari poteva davvero aiutare qualche ragazzino a ‘scegliere con prudenza‘ quale strada di vita intraprendere. A questa iniziativa di scarsissima scientificità, invece, per quanto mi riguarda sceglierò l’alternativa della peggiore delle droghe: una serata in poltrona in salotto, davanti al televisore con un buon libro in mano e, ne sono sicuro, dopo qualche pagina e un orecchio distratto a seguire qualche programma, mi assopirò tranquillo per domani presentarmi pimpante al lavoro.

Misano Adriatico, Santa Monica Festival Rock, 1974

Una su mille ce la fa: Francesca Rossi in pensione dal Centralino dell’Ospedale

Tutta la gente del Centralino Unico Aziendale dell’Ospedale piacentino. Francesca è nell’ultima fila, partendo da sinistra la terza, quella con la testa … nel pallone: sarà l’emozione per la pensione?

Francesca, centralinista, lavorava nella squadra del 118, a Piacenza. Poi, quando il 118 se n’è andato trasferito a Parma per motivi di ‘razionalizzazione’ e ‘risparmio’ (sperando che il tutto non si traducesse in ‘minor servizio’) è rimasta impegnandosi nel Centralino Unico Aziendale in particolare però affiancandosi agli infermieri rimasti per l’organizzazione del Centro Unico Trasporti per organizzare sia i trasferimenti di pazienti sia il complesso delle ambulanze.

Francesca, seduta sul banco degli imputati, messa sottotorchio dalla collega Libera

Personalmente l’ho conosciuta all’incirca 15 anni fa. Tra i diversi miei compiti da Direttore di fresca nomina, c’era l’organizzazione del personale di centralino e delle funzioni a questi ricondotte. Non potrò mai dimenticarla: nella definizione dei pagamenti per straordinari di fine anno (in particolare Natale e Santo Stefano) i conti erano sbagliati, ne avevo pagati troppi e lei rimase tagliata fuori.

Si festeggia ma il telefono squilla: ogni giorno sono almeno 900 i cittadini che chiamano per informazioni, per un esame, per una lamentela, per parlare con un medico o un reparto. Dal centralino non manca mai un aiuto.

Non era certo contenta ma accettò le mie scuse, letteralmente ‘graziandomi’. Non è facile fare il direttore. Occorre sempre attenzione perché, in qualche modo, gestisci le vicende e i diritti di altri e qualunque disattenzione può creare ingiustizia. E, a me, capitò di sbagliare proprio con lei.

Francesca (al centro), bella tra le belle

In ogni caso Francesca, che forse semplicemente aveva capito le difficoltà di quei miei primi passi da Direttore, non ha mancato di invitarmi alla festa per il suo ultimo giorno di lavoro, ieri 13 luglio 2018: forse, spero, negli anni successivi, a quell’errore ho rimediato. Quindi: buon tempo a te, carissima collega, per la tua nuova vita a  tempo pieno con la tua famiglia.

Ed ora? Non resta che aspettare qualche mese e, Fornero o non Fornero, se ne andrà anche Andrea, con grande rammarico di tutti ma lasciando spazio per un altro giovane da assumere. Per cui: Santa Pensione!

Nella calura la vera protagonista: Acqua Oligominerale frizzante dalle fresche Alpi Venete per tutti e per tutte

(foto Michele Cinotti)

In questi giorni di calura estiva, gente in ferie e posti auto liberi in ospedale nel cortile riservato ai dipendenti, con la via per arrivare (via Taverna) chiusa nella parte iniziale per lavori, tavolini liberi nel bar di fronte all’ospedale per il primo caffè della giornata, assenze nei corridoi ed uffici vuoti, colleghe in ferie a Zurigo, colleghi spaparanzati all’ombra dell’ombrellone al mare e colleghe spaparanzate al sole del solleone, colleghe in malattia e colleghe pure anzianotte col timore d’essere incinta, avarie nel collegamento informatico con l’Agenzia delle Entate, pazienti che vanno, pazienti che vengono, patemi d’animo che qui vince la Francia, #Salvdellazzo coi suoi neri propositi d’abbandonare a mare tutte le navi e i gommoni, preso atto che la camicia nera di quel tal collega può essere verde ma nemmeno per recupero di umanità diventerà mai rossa, ecco una foto colorata di sorrisi e d’allegria con Carla, mia vice, e Katia, quella che fu mia segretaria ed ora, passata part-time, fa la mamma. E dunque? Buona estate: fresca Acqua Oligominerale con aggiunta di anidride carbonica, ce n’è per tutti e per tutte!

 

Non di sole magliette rosse: quella bicicletta rottamata che fece solidarietà concreta

La mia bici … il tuo muro. Olio su tela di Donatella Marraoni

Ricordo la bicicletta dello zio di Dalila, mia moglie: l’avevo ereditata e, confesso, ci tenevo. In memoria di quell’uomo con un passato travagliato. Durante la guerra, lui e altri sei tra fratelli e sorelle, si ritrovarono senza genitori con diversi di loro ancora troppo piccoli per poter pensare ad essere autonomi. Così alla chiamata di dover indossare la divisa repubblichina la risposta fu un obbligo (economico) e non una scelta. Non partecipò con sadica violenza ad azioni cruente oltre a quelle che fanno parte del vissuto dei soldati di ogni esercito e per questo, incarcerato alla Liberazione, venne poi rilasciato. Indubbiamente però quella esperienza, il carcere, la paura, ne aveva segnato la vita e nei tempi successivi preferì essere uno spettatore e non un protagonista. Significa che ai margini dei principali eventi che negli anni della ricostruzione e poi del boom economico segnarono la nostra comunità lo si vedeva spettatore. Appunto ai margini, appoggiato a quella bicicletta. In piazza Cavalli, in piazza Duomo, sul facsal. Per tutto questo ero orgoglioso di averla eredita e spesso la usavo per andare a riunioni o manifestazioni o comunque eventi dove, naturalmente, partecipavo attivamente o mi rendevo protagonista. Anche se il rapporto con la bicicletta non fu mai sereno, c’era sempre qualcosa che non andava. Nel giro della catena, nella regolarità del giro delle ruote, nell’adeguatezza dei freni. Insomma, alla fine, dopo mille vani tentativi di riparazione, decisi di separarmene. A malincuore. Ma era vecchia. La portai alla discarica, in via XXIV Maggio, lasciandola appoggiata al muro appena prima dell’ingresso perché, come mi disse un tizio lì in attesa, c’era sempre qualcuno che veniva ed eventualmente prendeva le cose che potevano servirgli. Nel pomeriggio la bicicletta era ancora lì tutta intera e dopo poco sarebbe stata presa dagli addetti, portata all’interno della discarica e da quel momento nessuno ne avrebbe più saputo nulla. Me ne tornai a casa un pò abbacchiato. Grandissima la sorpresa quando, un paio d’anni dopo, la vidi in un cortile interno dell’ospedale. Splendente, perfettamente in ordine, legata ad una ringhiera in modo che nessuno potesse portarla via. Indagai. Scoprendo che un italiano, disoccupato, emigrato dal meridione, padre di due figli, la moglie casalinga, l’aveva raccolta da quel muro dove l’avevo appoggiata praticamente alla chiusura dei cancelli della discarica, l’aveva risistemata dove i migliori meccanici piacentini non erano riusciti ed ora era il mezzo col quale quotidianamente andava a lavorare, finalmente assunto da una cooperativa a seguito dell’appalto per le pulizie in ospedale. Da allora ho imparato che tutto può essere riciclato, che noi abbandoniamo tante cose che riteniamo sia giunta l’ora di sostituire. Per qualche anno imparai a portarle appoggiandole a quel muro della discarica, trovando stranieri e italiani in attesa, poi imparai ad andare nelle sedi delle associazioni organizzate, Caritas e Parrocchie in testa. Soprattutto in occasione di eredità, quando mi sono ritrovato abiti, mobili, servizi di piatti, materiale di cucina che al massimo per me potevano rappresentare ricordi preziosi ma che per altri, stranieri, italiani, persone, potevano invece rappresentare cose preziose, utili, necessarie, indispensabili. Ecco perché gli istigatori all’odio in facebook, quelli che inveiscono contro chi ha indossato una maglietta rossa simbolica per l’auspicato recupero di umanità e solidarietà, quelli che parlano ma non fanno nulla, quelli che pontificano, quelli che, infastiditi, sanno solo accusarci d’essere inconcludenti radical chic sinistroidi non possono che essere commiserati: che ne sapete voi? Che cosa fate voi per chi soffre, per chi si trova in difficoltà? Ditelo. Magari lo faremo insieme.

Una maglietta rossa contro i tempi dei distinguo e dell’odio

Con la maglietta rossa perché mettersi nei panni degli altri cominciando da quelli dei bambini – che sono patrimonio dell’umanità – è un primo passo per costruire un mondo più giusto

Una semplice maglietta rossa per ribadire il sentimento d’umanità. Il rosso è il colore molto spesso delle magliette che le mamme indossano ai bambini nel momento dell’imbarco sulle navi carretta o sui gommoni con i quali dovrebbero attraversare il Mediterraneo: la speranza che, in caso di naufragio, possano essere meglio avvistati e salvati da qualche angelo che scende dal cielo. Una maglietta per affermare di essere dalla loro parte, di non condividere i giochi politici pericolosi di Matteo Salvini e le chiusure di molti paesi europei che pretendono di scaricare solo sul nostro paese il problema di un esodo che si sta facendo epocale. Certo. Niente più di un gesto simbolico che però ha rivelato l’odio latente che scorre alla base dei sostenitori dell’attuale governo a trazione Lega e Salvini in particolare: nessuna umanità, non disturbate il manovratore e se quelli annegano non è colpa di nessuno, “non siamo noi che li abbiamo spinti a mare“.

Anzi, al dire degli odiatori di face book, forse sono proprio gli indossatori di magliette, niente altro che annoiati radical scic, i veri delinquenti magari perchè “non prendono immigrati a casa loro“. L’iniziativa, non dimentichiamolo, è partita da un sacerdote, Don Ciotti, nel nome di tutte quelle associazioni che quotidianamente affrontano in concreto e non a parole i problemi dell’emarginazione e della fame (mi vengono in mense le tante mense che ogni giorno erogano pasti con i volontari della Caritas, la distribuzione di vestiti, gli aiuti per le bollette, l’accoglienza di intere famiglie italiane sfrattate). Bene, io sto con loro, io sabato ho indossato la mia maglietta rossa. Nel nome dei disgraziati che affrontano il mare, nel nome degli italiani che vivono in difficoltà perché sfrattati, disoccupati, malati. Ne sono orgoglioso anche perché quella maglietta, idealmente e di fatto, l’indosso ogni giorno della mia vita, orientando il mio fare (nel mio piccolo quotidiano, nel lavoro) alla solidarietà e all’aiuto a chi ha bisogno.