“Una festa in collina, siamo (stati) tutti in compagnia”, rendiconto di Emanuela Sala

Qui è (stata) la festa. Claudio, Dalila, Emanuela, Francesco, Stefano, Marilina, Giulietta (detta Ginetta), Sandro, Franco, Giordano. Donceto di Travo, Val Trebbia, Appennino piacentino

Una sera d’agosto fresca, senza afa senza zanzare; qualche casetta di sasso tra il verde delle colline, un portico, quattro panche, un tavolo e seduti intorno, una manciata di amici. Quante chiacchiere, quante voci sonore, quante parole spezzate tra i denti dalle risate. Un rincorrersi di storie che parlano di casa, di lavoro, di figli, nipotini e cani. Una divisione naturale e spontanea in gruppi: gli uomini intenti intorno alla “carbonella” o impegnati a tagliare grosse fette di pane e salame; le donne, avanti e indietro dalla cucina, a due a due, o tutte insieme, ferme ogni tre passi per discorrer meglio. E poi tutto un urtarsi di anche e di spalle nel piccolo locale, con il profumo del sugo e il vapore che sale dalla pentola della pasta. Un rimbalzare di aiutami, passami, spostati e scoppi di risa. Alla fine, in processione, con la zuppiera fumante, si torna dagli uomini che aspettano, allungando colli e piatti. Una sera d’agosto che vorresti non finisse, perchè tutto intorno a te parla di serena semplicità, di voglia di vivere. Grazie amici di Donceto, per la vostra casa aperta, per il vostro modo di accoglierci sempre con entusiasmo. Firmato: Quella che ha fatto sparire, cucchiaino a cucchiaino, mezzo chilo di gelato.

Era qui, la festa. Domenica 12 agosto 2018, Donceto di Travo, casa contadina, Val Trebbia, Appennino piacentino

Quella volta che ho fumato sano, ho fumato pakistano. E non sono morto.

Un’iniziativa discutibile promossa all’insegna della ‘tolleranza zero’ dagli esponenti della Lega piacentina, oggi al governo dei Comuni di Piacenza e di Fiorenzuola d’Arda. Un titolo forte. Come tale fuoriluogo e controproducente. Inutile. Proprio come l’iniziativa. Che non si capisce se vuole colpire l’ambiente dello spaccio (che se la ride) o quello dei giovani consumatori ‘non allineati’ con l’oscurantismo di una destra da sempre, a partire dal vate Gabriele D’Annunzio, dedita all’uso di sostanze stupefacenti di ben altri effetti. E che, in ogni caso, esagerando, scegliendo il sensazionalismo, non aiuta e non insegna niente a nessuno. Voglio ricordare gli anni ’70. Ero in un momento di svolta della mia vita. Avevo 25 anni e la necessità di uscire da una ‘scoppola’ sentimentale piuttosto pesante. Un amico legato al mondo della musica, Alberto, mi disse “fatti una canna“. Come dire che non avrei risolto i miei problemi (a quelli dovevo comunque pensare io) ma mi avrebbe fatto passare una bella serata senza rischi di sorta o comunque non più dei rischi che potevo correre fumando una sigaretta di tabacco che, quella sì, presto o tardi m’avrebbe portato alla morte per cancro ai polmoni (così, ad esempio, se n’è andato mio padre, sia pure ad 86 anni e se ne va Sergio Marchionne che di anni ne fa appena 66). Ed eccomi dunque col mio bel pane di sano pakistano. L’ho tenuto per un pò ‘in stand by‘ fino all’occasione che si presentò un sabato sera. In provincia di Mantova sul prato di uno stadio ad ascoltare il concerto del grande Joe Cocker. Uso consentito approfittando del fatto che all’appuntamento musicale andammo in due e appunto Mino guidava completamente ‘pulito‘ (non si faceva nemmeno di birra o di vino). Fu un’esperienza fantastica. Con la musica ‘vissuta dall’interno‘ e una nuova visione della vita semplicemente serena. Credo, sdraiato nell’erba dello stadio, di aver riso per buona ora, completamente distaccato dai problemi, vivendo una specie di terapia di cura, di estraneità, di superamento delle malinconie comprese quelle sentimentali. In fondo era stata una storia assolutamente straordinaria che comunque aveva lasciato un segno indelebile nella mia vita. Come tale una storia che valeva la pena aver vissuta e che sarebbe stata seguita (come poi è stato) da altre storie o forse ancora meglio da un’altra storia dal destino diverso. Non che quella fumata avesse rimarginato le ferite, però fu un buon viatico per capire che un nuovo domani poteva esistere e sarebbe esistito. Anzi, la consapevolezza che credendoci sarebbe arrivato, senza rifugi virtuali, senza bisogno del ‘fumo’. Tornato così alla realtà quotidiana quel panetto (ciò che ne restava utile per almeno altre 5 o 6 fumate) l’ho nascosto nella cassettiera della mia scrivania lontano dagli occhi indiscreti (e sempre preoccupati) dei miei genitori. Dopo qualche anno, in prossimità di matrimonio con la mia attuale compagna, l’ho gettato via. Poteva essere troppo ‘pericoloso’. Nel senso che ti portava ad una visione della vita in azzurro e rosa mentre la realtà va affrontata con la massima lucidità, senza e oltre le illusioni dolci offerte da quel buon pakistano. Così ho affrontato la vita e oggi, 40 anni dopo, non sono morto. 17 anni fa ho invece smesso, dopo 30 anni di abusi, col tabacco che, a detta di un medico ospedaliero, Daniele, mi lasciava forse non più di un anno di vita e quello era un rischio vero, immediato, a scadenza brevissima. Sarebbero da citare anche i rischi corsi all’insegna del buon Bacco. Quando a Modena, ospite nella villa di una collega dell’ufficio personale della Fiat Trattori, un eccesso di libagioni, dopo pochi chilometri in autostrada sulla via del ritorno, ci volle poco a capire che o mi fermavo nell’area di sosta dell’Autogrill a dormire o salutavo amici, amiche, Venere e parenti per sempre. Lo stesso avvenne a notte inoltrata alla festa dell’Avanti nell’area del palazzetto dello sport invitato ad assaggiare due ‘beveroni’ (si legga potentissimi cocktail) offerti da Juan, esule cileno torturato dagli sgherri di Pinochet: salito in macchina, avviato il motore, bastarono dieci metri e, dopo aver rischiato di finire contro un lampione, spensi il tutto e via a dormire dove, verso le 5 del mattino venne a recuperarmi mio padre preoccupato ma, rassicurato dal vedermi dormiente, tornò a casa tranquillizzato. A proposito, di cannabis non è morto  neanche Alberto che con la sua attuale compagna vive coltivando l’orto e allevando un paio di caprette forse continuando a fumare qualche canna. Non è morto neppure Paolo che all’epoca fumava regolarmente e faceva il poliziotto e continua a farlo in vana attesa di pensione. Non è morto il giovane Enrico che, ormai cresciuto, vive mediamente realizzato nel mondo della produzione di video. Altri invece sono morti. Per effetto di ben altre droghe. Dell’eroina, della cocaina, del tabacco, delle troppe birre, del troppo vino, degli alcolici, della guida nella notte con la percezione della realtà alterata. Diciamo la verità: bene facevano i seguaci del movimento di Salvini a proporre una seria discussione sugli effetti di tutte le sostanze stupefacenti. Magari invitando esperti del settore e prescindendo dai titoli semplicemente ad effetto. Allora sarebbe stata una cosa seria, che magari poteva davvero aiutare qualche ragazzino a ‘scegliere con prudenza‘ quale strada di vita intraprendere. A questa iniziativa di scarsissima scientificità, invece, per quanto mi riguarda sceglierò l’alternativa della peggiore delle droghe: una serata in poltrona in salotto, davanti al televisore con un buon libro in mano e, ne sono sicuro, dopo qualche pagina e un orecchio distratto a seguire qualche programma, mi assopirò tranquillo per domani presentarmi pimpante al lavoro.

Misano Adriatico, Santa Monica Festival Rock, 1974

Una su mille ce la fa: Francesca Rossi in pensione dal Centralino dell’Ospedale

Tutta la gente del Centralino Unico Aziendale dell’Ospedale piacentino. Francesca è nell’ultima fila, partendo da sinistra la terza, quella con la testa … nel pallone: sarà l’emozione per la pensione?

Francesca, centralinista, lavorava nella squadra del 118, a Piacenza. Poi, quando il 118 se n’è andato trasferito a Parma per motivi di ‘razionalizzazione’ e ‘risparmio’ (sperando che il tutto non si traducesse in ‘minor servizio’) è rimasta impegnandosi nel Centralino Unico Aziendale in particolare però affiancandosi agli infermieri rimasti per l’organizzazione del Centro Unico Trasporti per organizzare sia i trasferimenti di pazienti sia il complesso delle ambulanze.

Francesca, seduta sul banco degli imputati, messa sottotorchio dalla collega Libera

Personalmente l’ho conosciuta all’incirca 15 anni fa. Tra i diversi miei compiti da Direttore di fresca nomina, c’era l’organizzazione del personale di centralino e delle funzioni a questi ricondotte. Non potrò mai dimenticarla: nella definizione dei pagamenti per straordinari di fine anno (in particolare Natale e Santo Stefano) i conti erano sbagliati, ne avevo pagati troppi e lei rimase tagliata fuori.

Si festeggia ma il telefono squilla: ogni giorno sono almeno 900 i cittadini che chiamano per informazioni, per un esame, per una lamentela, per parlare con un medico o un reparto. Dal centralino non manca mai un aiuto.

Non era certo contenta ma accettò le mie scuse, letteralmente ‘graziandomi’. Non è facile fare il direttore. Occorre sempre attenzione perché, in qualche modo, gestisci le vicende e i diritti di altri e qualunque disattenzione può creare ingiustizia. E, a me, capitò di sbagliare proprio con lei.

Francesca (al centro), bella tra le belle

In ogni caso Francesca, che forse semplicemente aveva capito le difficoltà di quei miei primi passi da Direttore, non ha mancato di invitarmi alla festa per il suo ultimo giorno di lavoro, ieri 13 luglio 2018: forse, spero, negli anni successivi, a quell’errore ho rimediato. Quindi: buon tempo a te, carissima collega, per la tua nuova vita a  tempo pieno con la tua famiglia.

Ed ora? Non resta che aspettare qualche mese e, Fornero o non Fornero, se ne andrà anche Andrea, con grande rammarico di tutti ma lasciando spazio per un altro giovane da assumere. Per cui: Santa Pensione!

Nella calura la vera protagonista: Acqua Oligominerale frizzante dalle fresche Alpi Venete per tutti e per tutte

(foto Michele Cinotti)

In questi giorni di calura estiva, gente in ferie e posti auto liberi in ospedale nel cortile riservato ai dipendenti, con la via per arrivare (via Taverna) chiusa nella parte iniziale per lavori, tavolini liberi nel bar di fronte all’ospedale per il primo caffè della giornata, assenze nei corridoi ed uffici vuoti, colleghe in ferie a Zurigo, colleghi spaparanzati all’ombra dell’ombrellone al mare e colleghe spaparanzate al sole del solleone, colleghe in malattia e colleghe pure anzianotte col timore d’essere incinta, avarie nel collegamento informatico con l’Agenzia delle Entate, pazienti che vanno, pazienti che vengono, patemi d’animo che qui vince la Francia, #Salvdellazzo coi suoi neri propositi d’abbandonare a mare tutte le navi e i gommoni, preso atto che la camicia nera di quel tal collega può essere verde ma nemmeno per recupero di umanità diventerà mai rossa, ecco una foto colorata di sorrisi e d’allegria con Carla, mia vice, e Katia, quella che fu mia segretaria ed ora, passata part-time, fa la mamma. E dunque? Buona estate: fresca Acqua Oligominerale con aggiunta di anidride carbonica, ce n’è per tutti e per tutte!

 

Non di sole magliette rosse: quella bicicletta rottamata che fece solidarietà concreta

La mia bici … il tuo muro. Olio su tela di Donatella Marraoni

Ricordo la bicicletta dello zio di Dalila, mia moglie: l’avevo ereditata e, confesso, ci tenevo. In memoria di quell’uomo con un passato travagliato. Durante la guerra, lui e altri sei tra fratelli e sorelle, si ritrovarono senza genitori con diversi di loro ancora troppo piccoli per poter pensare ad essere autonomi. Così alla chiamata di dover indossare la divisa repubblichina la risposta fu un obbligo (economico) e non una scelta. Non partecipò con sadica violenza ad azioni cruente oltre a quelle che fanno parte del vissuto dei soldati di ogni esercito e per questo, incarcerato alla Liberazione, venne poi rilasciato. Indubbiamente però quella esperienza, il carcere, la paura, ne aveva segnato la vita e nei tempi successivi preferì essere uno spettatore e non un protagonista. Significa che ai margini dei principali eventi che negli anni della ricostruzione e poi del boom economico segnarono la nostra comunità lo si vedeva spettatore. Appunto ai margini, appoggiato a quella bicicletta. In piazza Cavalli, in piazza Duomo, sul facsal. Per tutto questo ero orgoglioso di averla eredita e spesso la usavo per andare a riunioni o manifestazioni o comunque eventi dove, naturalmente, partecipavo attivamente o mi rendevo protagonista. Anche se il rapporto con la bicicletta non fu mai sereno, c’era sempre qualcosa che non andava. Nel giro della catena, nella regolarità del giro delle ruote, nell’adeguatezza dei freni. Insomma, alla fine, dopo mille vani tentativi di riparazione, decisi di separarmene. A malincuore. Ma era vecchia. La portai alla discarica, in via XXIV Maggio, lasciandola appoggiata al muro appena prima dell’ingresso perché, come mi disse un tizio lì in attesa, c’era sempre qualcuno che veniva ed eventualmente prendeva le cose che potevano servirgli. Nel pomeriggio la bicicletta era ancora lì tutta intera e dopo poco sarebbe stata presa dagli addetti, portata all’interno della discarica e da quel momento nessuno ne avrebbe più saputo nulla. Me ne tornai a casa un pò abbacchiato. Grandissima la sorpresa quando, un paio d’anni dopo, la vidi in un cortile interno dell’ospedale. Splendente, perfettamente in ordine, legata ad una ringhiera in modo che nessuno potesse portarla via. Indagai. Scoprendo che un italiano, disoccupato, emigrato dal meridione, padre di due figli, la moglie casalinga, l’aveva raccolta da quel muro dove l’avevo appoggiata praticamente alla chiusura dei cancelli della discarica, l’aveva risistemata dove i migliori meccanici piacentini non erano riusciti ed ora era il mezzo col quale quotidianamente andava a lavorare, finalmente assunto da una cooperativa a seguito dell’appalto per le pulizie in ospedale. Da allora ho imparato che tutto può essere riciclato, che noi abbandoniamo tante cose che riteniamo sia giunta l’ora di sostituire. Per qualche anno imparai a portarle appoggiandole a quel muro della discarica, trovando stranieri e italiani in attesa, poi imparai ad andare nelle sedi delle associazioni organizzate, Caritas e Parrocchie in testa. Soprattutto in occasione di eredità, quando mi sono ritrovato abiti, mobili, servizi di piatti, materiale di cucina che al massimo per me potevano rappresentare ricordi preziosi ma che per altri, stranieri, italiani, persone, potevano invece rappresentare cose preziose, utili, necessarie, indispensabili. Ecco perché gli istigatori all’odio in facebook, quelli che inveiscono contro chi ha indossato una maglietta rossa simbolica per l’auspicato recupero di umanità e solidarietà, quelli che parlano ma non fanno nulla, quelli che pontificano, quelli che, infastiditi, sanno solo accusarci d’essere inconcludenti radical chic sinistroidi non possono che essere commiserati: che ne sapete voi? Che cosa fate voi per chi soffre, per chi si trova in difficoltà? Ditelo. Magari lo faremo insieme.

Una maglietta rossa contro i tempi dei distinguo e dell’odio

Con la maglietta rossa perché mettersi nei panni degli altri cominciando da quelli dei bambini – che sono patrimonio dell’umanità – è un primo passo per costruire un mondo più giusto

Una semplice maglietta rossa per ribadire il sentimento d’umanità. Il rosso è il colore molto spesso delle magliette che le mamme indossano ai bambini nel momento dell’imbarco sulle navi carretta o sui gommoni con i quali dovrebbero attraversare il Mediterraneo: la speranza che, in caso di naufragio, possano essere meglio avvistati e salvati da qualche angelo che scende dal cielo. Una maglietta per affermare di essere dalla loro parte, di non condividere i giochi politici pericolosi di Matteo Salvini e le chiusure di molti paesi europei che pretendono di scaricare solo sul nostro paese il problema di un esodo che si sta facendo epocale. Certo. Niente più di un gesto simbolico che però ha rivelato l’odio latente che scorre alla base dei sostenitori dell’attuale governo a trazione Lega e Salvini in particolare: nessuna umanità, non disturbate il manovratore e se quelli annegano non è colpa di nessuno, “non siamo noi che li abbiamo spinti a mare“.

Anzi, al dire degli odiatori di face book, forse sono proprio gli indossatori di magliette, niente altro che annoiati radical scic, i veri delinquenti magari perchè “non prendono immigrati a casa loro“. L’iniziativa, non dimentichiamolo, è partita da un sacerdote, Don Ciotti, nel nome di tutte quelle associazioni che quotidianamente affrontano in concreto e non a parole i problemi dell’emarginazione e della fame (mi vengono in mense le tante mense che ogni giorno erogano pasti con i volontari della Caritas, la distribuzione di vestiti, gli aiuti per le bollette, l’accoglienza di intere famiglie italiane sfrattate). Bene, io sto con loro, io sabato ho indossato la mia maglietta rossa. Nel nome dei disgraziati che affrontano il mare, nel nome degli italiani che vivono in difficoltà perché sfrattati, disoccupati, malati. Ne sono orgoglioso anche perché quella maglietta, idealmente e di fatto, l’indosso ogni giorno della mia vita, orientando il mio fare (nel mio piccolo quotidiano, nel lavoro) alla solidarietà e all’aiuto a chi ha bisogno.

 

Oggi, 7 luglio, si ricorda San Claudio martire ad Ostia per ordine dell’imperatore Diocleziano e si festeggia l’onomastico di quelli che di nome fan Claudio

San Claudio si convertì al Cristianesimo e, seguendo il suo esempio, si convertirono anche la moglie Prepedigna ed i figli Alessandro e Cuzia.

Secondo quanto scritto nel Martirologio Romano, San Claudio adottò lo stile di vita del buon cristiano, dedicando la vita al Signore, pregando, facendo opere di bene e dedicando se stesso e tutti i suoi averi ai poveri e ai bisognosi.

Nel frattempo l’imperatore Diocleziano era piuttosto favorevole al matrimonio tra il proprio figlio Massimiano con la nipote di san Claudio, Susanna. Ma da fervente cristiano Claudio non appoggiò le nozze volute dall’imperatore. Quest’ultimo, vista l’opposizione del santo, lo fece arrestare insieme alla sua famiglia, esiliandoli ad Ostia. Qui la loro sorte fu atroce: furono arsi vivi e le loro ceneri buttate in mare. 

Da buon Claudio mi sento di confermare la scarsa propensione a chinare il capo di fronte ai potenti di turno quando calpestano i diritti dei deboli, dei lavoratori, dei ‘figli di nessuno’, quando negano la giustizia, la solidarietà, l’umanità. Per mia fortuna, le vendette degli stessi non arrivano più al martirio. Magari lasciano vivere ovviamente negando non solo privilegi ma anche quanto dovuto e meritato favorendo chi da buon asservito sostiene, condivide, approva la malagestio del potere. Del resto che farci? Così siam fatti noi, quelli di nome Claudio.

Edoardo e Daniela sposi: emozioni di padre tra lustrini, confetti, bolle di sapone e salatini oltre agli immancabili tortellini

Dalila, mamma dello sposo, con Edoardo sul camminamento esterno che porta alla sala delle cerimonie del Comune di Bettola. Con lei Edoardo negli ultimi istanti di celibato: ci ripenserà? Oppure sarà lei, Daniela, a riprogrammare il suo futuro? Intanto alle spalle Fabrizio, fratello di Edoardo e testimone di nozze, si accorge del distacco della suola della scarpa già utilizzata per il suo matrimonio cinque anni orsono.

Mentre, seduto al tavolo nell’agriturismo che ti hanno riservato, guardi i tanti ragazzi giovani che brindano agli sposi, a Edoardo, tuo figlio, e Daniela, pensi che al Giro della Vita sei al traguardo di una faticosa tappa di montagna.

Bettola, sala delle cerimonie, domenica 24 giugno 2018: Daniela avvolta nel bianco è arrivata accompagnata da Sandro (di spalle), il padre. Sullo sfondo il Sindaco, sulla destra i testimoni dello sposo, sulla sinistra (in verde, colore da sempre amato da Daniela) le testimoni della sposa tra le quali la sorella Silvia

Una delle tante tappe: alle spalle quella di quando lo sposo era Fabrizio, il tuo primo figlio, quella ancora più ripida e in salita della sua partenza per Londra, quelle tutte pianeggianti che ti hanno portato due nipoti con la prima che ti chiama nonno mentre la seconda è ancora troppo piccola anche solo per riconoscerti.

Nessun ripensamento, il Sindaco ha celebrato e dato lettura degli articoli ufficiali che sanciscono l’unione ed ecco i due ragazzi che firmano gli atti ufficiali

Il Giro della Vita e ti viene da pensare alle tappe legate al lavoro dei tuoi due ragazzi: li hai sostenuti perchè potessero trovare prima di tutto realizzazione di quello in cui credono e sono state tappe durissime, piene di insidie, di difficoltà, che li ha costretti al massimo dell’impegno senza mai dover sottostare, in nome della coerenza e talvolta della libertà (intellettuale), a scorciatoie che prescindessero dalle loro capacità.

Ed eccoli immortalati con lo sguardo che par domandare: “ma davvero l’abbiamo fatto? Nessun difetto, nessun errore?”

Oggi Edoardo sta entrando nel magico mondo dei fumetti, ma quanto sudare. Per anni. Ricordando che lungo il percorso non sono mancate forature delle gomme, brutte cadute, curve sbagliate e nei momenti più neri, ecco il sostegno di Daniela, da domenica 24 giugno sua compagna lungo il percorso della vita.

L’agguato

Ecco, mentre volava il solito riso che gli amici di sempre, da Luca a Pietro in particolare, avevano preparato esagerando e senza pietà, mentre si passava al solito taglio della cravatta (ovviamente sostituita) quando la festa volgeva al termine e dei sessanta convitati ne restavano meno d’una decina, beh, lo confesso, ho pensato di essere riuscito, con Dalila, a far crescere i nostri due ragazzi, Fabrizio ed Edoardo, secondo valori dei quali non dovranno mai vergognarsi e che alla fine comunque li ricompenseranno. Senza regali e senza ricevere nulla (appartamenti vista colosseo, orologi di gran marca ed altra mercanzia di super lusso) ‘a loro insaputa’.

Senza pietà

Coerenza, rispetto degli altri, professionalità, dignità.

Hai voluto la bicicletta …

Domenica scorsa, dicevo, nel municipio di Bettola Edoardo e Daniela si sono uniti in matrimonio. Una giornata e una scelta e una festa, tutto emozionante. Un’emozione della quale, come padre, ringrazio il mio bambino, quello piccolo, con la sua compagna che ora posso chiamare Daniela, mia nuova nuora.

Una festa sui prati siamo tutti in compagnia / panini, vino, un sacco di risate / e luminosi sguardi di ragazze innamorate

E oggi? Dicevo del Giro della Vita, un pò come il Giro d’Italia.
Campioni che tappa dopo tappa sono diventati leggenda, come Coppi, Bartali, Gimondi, Pantani. Campioni che, finiti i tempi della gloria, riempita la bacheca di casa di trofei conquistati, sanno farsi gregari, sostenere altri, giovani, e con la loro esperienza, portarli fino al traguardo, vederli campioni a loro volta, per tagliare per primi il traguardo come, sempre domenica, hanno fatto appunto Edoardo e Daniela su una durissima, faticosa ma meravigliosa tappa di montagna.

The white brothers

Con qualche piccolo aneddoto: lei, Daniela, è figlia di Sandro. Siamo stati compagni di scuola negli ultimi due anni alle superiori, ai banchi dei poli opposti dell’aula, lui rampante giocatore sui campi da rugby, io socialmente impegnato per una società giusta e solidale, poi ognuno per la sua strada, non ci siamo più incontrati per un buon 42 anni circa. Chi avrebbe mai detto che i rispettivi figli ci avrebbero portati in quell’agriturismo nei pressi di Vigolzone allo stesso tavolo (quello dei genitori, appunto) imbandito tra lustrini, confetti, bolle di sapone e salatini oltre agli immancabili tortellini?

Finita la festa, la sposa ha tolto il vestito, inizia per gli sposi l’avventura della vita insieme

 

 

Quando Robin si presentò al Crazy Horse, il sezy shop di Piacenza, annunciando che Edoardo si sposa

Quando ti dicono che Robin, l’amico di Batman, è stato immortalato sulla pagina facebook del “Crazy Horse”, il famoso sexy shop piacentino e tu non ci credi, vai a vedere ed eccolo lì, insieme all’amico Pietro, al fratello Fabrizio, all’amico Luca. Con in mano il film porno con protagonisti i super eroi, un video che non avrei mai pensato di vedere nelle mani del mio bambino, gentilmente regalato dalla signora del negozio. L’addio al celibato, orchestrato dal malefico fratello e dagli ancor più malefici amici di Edoardo, portato in fumetteria alla Soffitta di via Dante, in piazza Cavalli per far disegni (sempre di supereroi) ai bambini e ai ragazzini, infine appunto al Crazy Horse per motivi che, da padre, preferisco ignorare. Che dire? Non ci son più i tranquilli addii al celibato di una volta ma tant’è: anche Edoardo si sposa! Unico dubbio: ma da quando Robin, s’è fatto crescere la barba? Un mysterioso messaggio per Batman?

 

Piacenza: due giorni di fumetti nel cuore della città e tra gli autori piacentini, Edoardo

E domenica, dalle 14, un buon caffè con gli autori piacentini.

Anche Edoardo Arzani, fumettista piacentino collaboratore Sergio Bonelli Editore, sarà con noi a Piacenza Comics & Games! Vi aspettiamo!

Tra questi Edoardo (ovviamente Arzani) e, da padre orgoglione, unitamente alla madre, lasciatemelo dire: che soddisfazione.

In particolare presso l’ex chiesa del Carmelo, in via Nova, ci sarà l’asta benefica (beneficiaria la Casa del fanciullo di Ivaccari) con i disegni di Freghieri, Genzianella, Bisi, Arduini, De Biase, Treré, Zoni, Gandolfi, Cropera, Anelli, Chiappini, Garioni e appunto Edoardo.