In libreria Gregory Hunter, il fumetto edizione cartonato di Antonio Serra, con i colori di Edoardo Arzani

Lo scorso 6 luglio è arrivato in libreria, fumetteria e nello Shop online della Bonelli editore (l’università del fumetto all’italiana), Gregory Hunter. I padroni della galassia, il volume che ristampa la prima avventura del Ranger dello Spazio creato da Antonio Serra.

In un universo dove l’uomo ha raggiunto i confini più estremi della galassia, il compito di mantenere la pace e la giustizia spetta ai Ranger dello Spazio. Il terrestre Gregory Hunter è uno di loro. Ex pirata e cacciatore di taglie, viaggia nello spazio profondo, dove ogni cosa può accadere, in compagnia del simpatico dongiovanni tallariano Badger.

Incaricati di catturare un pericoloso ladro interplanetario, i due si ritroveranno in un luogo sperduto lontanissimo dalla Terra, dove scopriranno la segreta ragione della scomparsa di un antico impero galattico!

Quello che tuttavia questo post di Arzyncampo vuole celebrare, a parte il fumetto, a parte il fatto del cartonato, a parte il prezzo ‘interessante’ (€ 28,00), a parte le 292 pagine, a parte il fatto della Bonelli editore ovvero quelli dell’intramontabile Tex, di Dylan Dog, di Martyn Myster, di Morgan Lost, a parte appunto l’essere la Magna Università del fumetto, a parte il grande Antonio Serra autore di Nathan Never, a parte i magnifici colori il punto sta proprio nel fatto che quello che possiamo ammirare sono i colori, realizzati oltreché da Virginia Chiabotti e Mariano De Biase, da Edoardo.

Mesi e mesi di lavoro, anni di sogni e di impegno, di speranze, di illusioni e di delusioni per entrare nel mondo magico delle nuvole bianche e finalmente … uno spiraglio s’è aperto. L’emozione ora di guardare alle spalle, ricordare il tanto sudore. Suo, di Edoardo. Ma anche mio e di Dalila, di Fabrizio (suo fratello), di Daniela, sua compagna, di Mariano, amico sin dai tempi della scuola di fumetto a Reggio Emilia, di Serra che due anni fa diciamo “l’ha preso a bottega“, di tutti quanti lo hanno sostenuto in questo difficile cammino fatto di tanta fatica, di ore ed ore a disegnare, ed ora finalmente l’emozione di vedere l’opera col suo lavoro a Milano, esposta in libreria, alla Mondadori. Impagabile, con le gambe che tremano, le farfalle che volano nello stomaco e fanno festa con i mille splendidi colori delle loro ali

 

1973: esame di maturità e il commissario mi disse “no, così è sbagliato”! Son certo, sbagliava lui!

Gli asini che fanno la Buona Scuola

Sono iniziate ieri le prove di maturità nelle scuole superiori. Per tanti studenti la fine di un ciclo importante di vita e comunque sia il salto in altre dimensioni, in una vita nuova fatta di lavoro oppure ancora di studio ma completamente diverso. Un momento che ho attraversato direi parecchi anni fa. Era il 1973. Per preparare quel momento così importante, filtro necessario per appunto passare ad una nuova vita, con Giuliana (la mia girlfriend d’allora) ed altri quattro o cinque eravamo andati a lezione da un’insegnante credo di ragioneria.

Contro il parere degli insegnanti alla conclusione del ciclo delle scuole medie anziché il liceo avevo scelto ragioneria: in casa lavorava solo papà ed era meglio uno studio ‘tecnico’ che se fosse servito mi poteva avviare al lavoro. Quanto all’università qualora le condizioni economiche della famiglia dopo il quinquennio l’avessero permesso, nulla vietava di farla.

Dunque erano passati i cinque anni di ragioneria ed io ero bravissimo in italiano e uno zuccone per quanto a tutte le materie tecniche, matematica in testa che del resto m’interessavano e m’appassionavano per nulla. Nel gruppo di lezioni preparatorie infatti il giudizio finale dell’insegnante fu lapidario: potevo sperare in un miracoloso 36, niente di più. Ma l’esame era tuttaltra cosa e le materie passavano dall’italiano al diritto. Pane per i miei denti, insomma.

Il tema di italiano riguardava i problemi dell’ambiente, già allora all’attenzione di un mondo in forte sviluppo tecnologico ma con tanti saluti appunto alla tutela della salute attraverso l’attenzione e il rispetto della natura nella quale viviamo. Iniziai il tema con i versi di una canzone di Adriano Celentano, “Mondo in Mi settima”. La commissione mi considerò novello poeta limitandosi a correggere la cadenza dei versi. Purtroppo poi avevo scritto che si trattava appunto di una canzone così l’entusiasmo degli esaminatori calò leggermente. Comunque il voto finale restò alto, in questo caso per il contenuto in generale dell’elaborato.

A seguire ottimo andamento anche con l’orale e in particolare con diritto. Tuttavia alla credo quarta domanda il commissario disse “no, così è sbagliato!”. Comunque l’errore non inficiò un buon giudizio, solo a me ancora oggi resta la convinzione che non era un errore. Ma all’insegna del meglio tacere di fronte all’autorità per non soccombere, restai zitto accettando l’errore che per me era suo, del commissario.

Insomma, alla fine rispetto al profetizzato 36 me ne tornai a casa con un discreto 48. Tra tutti i partecipanti al corso di preparazione, il voto più alto. Alla faccia della conduttrice del corso, insegnate -ripeto- di tecnica e ragioneria.

Gli anni delle superiori erano finiti e tutto cambiava. Di lì a pochi mesi la storia con Giuliana, durata quattro anni, sarebbe finita. All’incontro con l’università, scienze politiche a Pavia, non capii nulla. Chiesi quali libri dovevo studiare. Il bidello mi disse che dipendeva dal piano di studi ed io mi ritrovai a brancolare nel buio. Trovai lavori temporanei in ufficio, a fare il contabile. Arrivò la naja e poco prima della fine la lettera di assunzione della SIP, l’azienda telefonica di Stato ed io dissi no. Mi sono iscritto a Giurisprudenza, a Parma, quella era la mia strada.

Ottima la partenza con voti tra il 27 (diritto privato) e il 30. Quando ho affrontato Diritto Costituzionale, alla quarta domanda il docente urlò letteralmente “no, così è sbagliato!”. Sul libretto segnò un 23, il voto che sarebbe stato il più basso di tutti condizionando alla fine il 104 finale, un voto che mi avrebbe escluso dalla carriera diplomatica (il minimo indispensabile per accedere era il 105) ma mi avrebbe aperto le altre strade ovvero il sentiero del mio percorso di vita che è stato.

Trent’anni di tessera da giornalista e ancora confermo, ma che fatica!

Ne davo conto il 12 gennaio scorso: all things must pass, tutte le cose devono finire soprattutto se non adempi a nuove precise disposizioni di legge (leggi qui). Per tutti i giornalisti, pubblicisti o professionisti che siano è d’obbligo la formazione professionale permanente e continua, 60 crediti da acquisire in un triennio e precisamente il triennio 2014-2016. Non l’ho fatto, scrivevo a gennaio, e così eccomi deleded, cancellato dall’albo (a mio parere). Del resto, ormai da anni la mia attività è limitata a questo blog e sempre da anni la tessera è defunta nel vano della lavatrice. A malincuore ma che potevo mai fare se non prendere atto?

Dunque è stato con un certo stupore quando sempre in gennaio dall’Ordine ho ricevuto l’invito a rinnovare l’iscrizione con la consueta tassa di un centinaio di euri. Ma come? Ho telefonato ed ho scoperto che talvolta si viene perdonati della propria negligenza, della propria disattenzione.

Certo, ogni cosa ha un suo prezzo. In questo caso la condizione per il perdono, mi diceva la voce di una simpatica signora (o signorina, non lo saprò mai), era l’apertura di una casella di posta elettronica pec e naturalmente l’adempiere all’obbligo triennale della formazione entro giugno.

L’orgoglio della corrispondenza con il quotidiano del socialismo italiano negli anni 80

All’apertura della pec ho provveduto rapidamente al costo di circa 5 euri, ho pagato la tassa annuale di rinnovo iscrizione all’Ordine poi … ecco il ritorno “in sonno” stile massonico. Fino a fine marzo quando l’Ordine con una raccomandata mi ha ricordato la mia inadempienza sottolineando che, se non provvedevo entro fine giugno, sarei stato segnalato alla Commissione di disciplina e chi s’è visto s’è visto.

Diciamo la verità. La mia vita professionale, blog a parte, non ha nulla a che vedere con il giornalismo per cui … “a che ti serve, padre“, mi ha detto mio figlio. Beh, nella vita non si vive di sola razionalità. Ci sono i sogni, i ricordi di quanto fatto per ottenere quel benedetto tesserino, i trentanni tascorsi da quel momento, trentanni scaduti proprio in questo mese di giugno.

Così … gambe in spalla e sudore della fronte. Tra fine aprile e giugno ho ‘frequentato’ 8 corsi. 7 online e 1 con partecipazione diretta, a Milano. Oggi pomeriggio ho concluso le prove online appunto dell’8° ottenendo il relativo certificato di presenza e raggiungendo quota 61 punti sui 60 necessari.

Ora devo solo scrivere all’Ordine, inviare due fotografie formato tessera, la ricevuta del pagamento di 25 euri, una nota di spiegazione di come sia andata distrutta la tessera originaria e attendere la nuova, col rammarico che non sarà possibile mantenere il vecchio numero acquisito trent’anni fa.

Bene. Cosa dire del ritorno (sia pure limitato alla formazione) in quel mondo nella mia valutazione ‘dorato’? Molte osservazioni. Per quei direttori di giornali che, in quanto tali, non ritengono di avere necessità di formazione: che farà l’Ordine, li espelle? Se fosse vivo, al bando Montanelli?

Il manifesto simbolo del corso ‘Bufale, manipolazione dell’informazione e odio in rete. Etica e “nuove regole” per contrastare le fake news’ organizzato alle Unicredit Towers di Milano

Per le regole di deontologia che impongono grandi attenzioni ai minori e agli stranieri salvo poi che quando un noto quotidiano titola ‘Islamici bastardi‘ riceve un semplice rimbrotto, un’ammonizione che non è nemmeno sanzione disciplinare.

Il filosofeggiare della libertà e della coscienza del giornalista quando poi, in quanto spesso precario, o scrive quel che detta il padrone editore o fa la fame. L’urlare contro le indegne e indecorose fake news (notizie false, ipocrite, devianti, finalizzate a tesi precostituite) salvo poi doverle sostenere se così decide l’editore.

Ma quel che più mi ha stupito è l’aver sentito che in tanti non solo non fanno formazione ma nemmeno, pur scrivendo sulla carta stampata o collaborando con reti radiotelevisive regolarmente, nemmeno si pongono il problema di iscriversi all’Ordine “perché tanto non è quello, non è la tessera che serve“. Personalmente non so che dire.

Un ricordo, tra i tanti: nel 1982 ho scritto e pubblicato un libro, titolo “Eroina di Stato e somministrazione controllata di eroina – La diffusione di droghe nel piacentino“. Dall’editore si presentarono militi credo della Guardia di Finanza (o dell’Arma, non saprei) chiedendo notizie dell’autore che nemmeno era giornalista. Per fortuna l’editore rispose “ma quello è un libro, un saggio, non un giornale!” e, per il momento, la cosa finì lì..

“Giornalista che fui”. Storia di una decadenza per colpevole inadempienza

Tutte le favole giungono a conclusione. Talvolta lieta, talvolta inattesa, talvolta sgradita ma tutte le favole (come tutte le cose, all things must pass) giungono a conclusione. Sognavo di fare il giornalista e, in quel mondo, sono entrato dallo spioncino. Collaborazioni col quotidiano locale (Libertà, quotidiano di Piacenza), poi con mensili politici locali (L’Opinione socialista di Piacenza, Cronache Padane), un’attività organica con il settimanale Corriere Padano per un anno circa, una corrispondenza per l’Avanti! edizione nazionale con la punta di diamante della pubblicazione di una pagina intera dedicata alla centrale nucleare di Caorso, una collaborazione occasionale per Italia Oggi. Correvano gli anni ’80 e, più o meno nel 1987, finalmente ottenevo l’iscrizione all’albo dei giornalisti sezione pubblicisti. Con il decennio successivo maturavo scelte professionali diverse che dallo spioncino del mondo della carta stampata mi allontanavano ma alla tessera non ho mai rinunciato e, grazie a questo, sono rimasto direttore responsabile del periodico ricreativo culturale Il Pellicano. Fino al 2014 quando le pubblicazioni sono cessate causa il venir meno del contratto di spedizione agevolata con le poste italiane a seguito di quella maledetta nuova legge che imponeva un adempimento burocratico all’editore purtroppo trascurato. E così, nel 2016, ho ‘scoperto’ che, a seguito di un’altra nuova legge, avrei dovuto aprire un indirizzo di posta PEC e soprattutto acquisire nel triennio precedente un certo numero di crediti ECM a seguito di formazione (e non bastava cumulare tutti i punti nel solo 2016). Colpevole disattenzione. Così, con il 31 dicembre 2016, dopo 30 anni giusti giusti la favola è finita, l’iscrizione all’albo è giunta al capolinea. Deleded, cancellato. Non lo nego: mi spiace, ma all things must pass. Restano bei ricordi. Eppoi, come mi ha detto un’amica, più che giornalista, tra blog e libri vari, sono ormai scrittore consolidato (sia pur nel limite della mia realtà territoriale). Vabbè, facciamo come la volpe famosa: quella tessera era (ancora) verde (e poco importa che lo sia sempre stata, non stiamo a sottilizzare). Però, però, però … quel sogno ora è definitivamente finito e i sogni finiti lasciano comunque sempre un vuoto, fatto di ricordi, speranze, gratificazioni, delusioni cioè la vita che è stata, che poteva essere ma non è stata, che, che, che … Amen. R.I.P.

Buon tempo, cara Mafalda, nel tuo nuovo Altraltrove ove fioriscono luminosi girasoli

Girasoli, olio su tela di Roberto Bernabini

Stamattina sono stato in ospedale, al letto di Mafalda, mia suocera, imparando a chiamarla col tu, ad accarezzarle la mano, ad accudirla. Mi sono allontanato quando è arrivata Dalila. Alle 17 ha iniziato il suo cammino, chiamata, come diceva, da Nostro Signore. Buon tempo, Mafalda, nel tuo nuovo Altraltrove ove fioriscono luminosi girasoli, ovunque sia.

Quando un collega amico se ne va, è gran festa luci colori libagioni

16-1Quando un collega amico se ne va è allegria, gran festa luci colori libagioni. Quando un amico se ne va alla fine libero felice ti ritrovi egoista con la voglia di non accettare. Ma lui insiste, non t’ascolta e se ne va. Maledetto Carter! … e l’ultimo chiuda la porta

img_7365Fausto ha fatto i suoi conti, s’è guardato allo specchio, alla fine ha deciso: chissene di JenaFornero e delle sue regole, meglio tanti abbracci di saluto

img_7389E naturalmente son tanti ad aver accolto l’invito per l’ultimo saluto da colleghi fermo restando che per il collega che se ne va, l’amico sarà sempre lì

img_7402Semprechè naturalmente, come da regalo significativo, mentre noi tutti ogni mattina ci ritroveremo davanti all’orologio marcatempo, lui se ne volerà con la sua compagna verso mète di sole e allegria, altrochè grigi uffici. Non resta che dire buon tempo a te, amico Fausto, che la tua nuova libertà ti sorrida