“Hey Joe! Tanti auguri!” che fan SESSANTACINQUE stelle nell’azzurro del cielo blu

Erano i nostri anni, al baretto sulla spiaggia al juke box cantavamo e Jimi Hendrix suonava una chitarra illuminata dal fuoco (con gli auguri dell’amico Giovanni Soressi)

Dalila Ciavattini (moglie e compagna di vita): A te che sei il mio diamante in mezzo al cuore, le farfalle nello stomaco, il sole delle mie giornate, il respiro dell’anima, il mio tutto, a te che sei il mio Claudio, Buon compleanno

Emanuela Sala: Buon compleanno a te Claudio, gentiluomo e poeta; a te che potresti camminare fiero e arrogante per i tuoi meriti e la tua intelligenza, a te che non sottolinei mai i le vette a cui sei arrivato e di cui potresti giustamente vantarti, a te che porti a spasso la tua umiltà come una medaglia appesa al petto. Buon compleanno orgogliosa di conoscerti e aver condiviso con te parole, risate e tavola….😊

Franca Franky Cadura: Buon compleanno a te …. diamante 💎 che brilli nel cuore di Dalila

Rita Mura: A te che sei l’ amico di una vita, buon compleanno

Carmela Sciascia: augurissimi Poeta!!!

Ottavio Torresendi: Ciao Barbone, buon compleanno!

Giovanni Soressi: Hey Joe! (palese riferimento alla canzone di Jimi Hendrix) Tanti auguri!

Maurizio Berti: auguri giovanotto!!

Loredana Mazzocchi: Ebbene sì, gli anni passano.

Ludovico Lalatta Custerbosa: auguri vecchio amico

Marco Zannini: auguri, vecchio psiuppino

Dorotea Dorotea: ciao,ma e propio oggi compi i anni?? tantissimi auguri di buon compleanno figlio del amore!!

Carla Fornasari: Nel libro della vita, la copertina con gli anni si sciupa, le pagine con qualche ruga ingialliscono, ma il contenuto non cambia.Chi è bello dentro lo rimane per sempre.A dispetto del tempo.
Auguri amico caro

E così ancora decine e decine e centinaia di auguri, di torte, di cuori, di amici, di amiche, di musica, di poesia, di abbracci, di sorrisi.

Buon San Valenino Dalila, buon San Valentino a tutti. So long dear frends..

Rosa, olio su tela di Stan (amore e pace)

 

Saluto con botti al 2018 portatore di nonnitudine e altro, pace musica e amore per il 2019

Auguri da Piacenza (prima periferia)

Gepostet von Claudio Arzani am Dienstag, 1. Januar 2019

Volge al termine il mio 65° anno di vita vissuto che si concluderà alle ore 6.00 circa del 14 febbraio quando appunto taglierò il traguardo dei 64 anni all’anagrafe (ovvero 65 vissuti)con la ‘partenza’, subito dopo del mio 66° da vivere (65 all’anagrafe: ma che casino!).  Una veneranda età, non c’è che dire. Qualche giorno fa una simpatica anzi simpaticissima collega, Mara, affermava che dimostro sessantanni. Dopo un attimo di silenzio (e di apparente vigliacco sconcerto) i miei due figli, Fabrizio ed Edoardo, verificato il mio rapporto di governo dirigenziale delle attività di lavoro di Mara, si sono scatenati in gratuiti ed assolutamente ingiustificati commenti sulle finalità dell’affermazione della oltremodo simpaticissima collega alla quale mi riservo di presentare addolorate scuse per l’illazione assolutamente ingiustificata dei suddetti figli sapendo che il suo ‘interesse’ è ch’io ritardi il più possibile il mio pensionamento valutato che passato un Direttore chissà qualaltro arriverà. Ma detto questo, come chiudere l’anno appena trascorso? Questo 2018 nel quale tanto c’hanno ‘interessato’ e ‘coinvolto’ con la retorica del 1918 e della Grande Guerra, con quel 1968 fatto in buona parte dai figli della borghesia emergente per ottenere nelle aule i distributori di Coca-Cola e che sul fine dell’anno la Sergio Bonelli Editore (che per Edoardo nel 2018 ha significato l’inizio d’una collaborazione professionale come colorista per un fumetto che uscirà forse nel 2019) ha ritenuto di celebrare con un fumetto intitolandolo “Cani sciolti” (forse ignorando che questi senza gruppo e senza partito furono frutto del terribile 1977 pararivoluzionario e non del 1968 semplicemente protestatario). Beh, guardavo le immagini del Natale 2017: in casa festeggiavamo con Fabrizio, Elettra e la loro prima figlia, Fara, mia prima nipote capace (maga o strega o fata che sia) di rendermi nonno. Il 2018 ha portato la seconda nipote, Olimpia a sua volta capace di rendermi binonno. Festeggiavamo quel Natale ormai lontano presenti Edoardo e Daniela, allora dolci morosini oggi dal giugno 2018 just married.  Sono 40 i libri letti nell’anno ma in compenso quanto a pubblicazioni personali e rap-presentazioni il 2018 sarà ricordato come anno sabbatico. Nel cassetto (e negli appunti vergati nell’apposita agenda) ci sono tre testimonianze raccolte sul periodo 1943-1945 che costituiscono l’impianto di un potenziale prossimo libro. Vero che nell’estate, nel suggestivo ambiente della verde Val Trebbia, zona Perino, c’è stato un primo accenno di interesse da parte della collaboratrice di un editore piacentino, tuttavia altri due incontri di testimonianza sono andati deserti e comunque di mettere nero su bianco quanto già raccolto non se ne parla. Buio quasi totale anche in termini dei miei racconti in versi: esaurimento della vena? E, a questo proposito, va ricordato l’incidente di percorso del mio cuore scopertosi ammiratore di Little Tony e del suo ‘Cuore matto’, con tanto di ricovero in Utic, evento in fondo in fondo benefico visto che ha determinato una serie di correttivi nelle modalità di vita. Così, dopo aver toccato il ragguardevole livello dei 96,6 kg per 1,70 mt. d’altezza (livello obesità 2 iniziale), la lancetta della bilancia torna ad oscillare verso la sinistra del quadrante (al controllo di fine dicembre – invero prima del pranzo natalizio – siamo a livello sovrappeso, quindi abbandonato addirittura il livello obesità 1) mettendo in discussione il mio guardaroba in termini di taglie pantaloni e recupero maglioni dei tempi che parevano andati e dimenticati. Altri eventi caratterizzanti? Direi i danni alla mia auto aperta, mentre era placidamente parcheggiata, come una scatoletta di tonno (parafrasando il cinema) da un uomo in fuga senza copertura assicurativa ma, per sua sventura, un giovane di passaggio dotato di grande senso civico ha lasciato la sua testimonianza e, dopo tre mesi di tribulazioni, l’assicurazione ha pagato la riparazione avvalendosi del fondo di solidarietà garantito dallo Stato. Tagliato, a settembre, il nastro delle Nozze di Corallo (35 anni di vita comune condivisi con Dalila) con la consueta visita alla Villa dei Capolavori di Mamiano di Traversetolo e la successiva sosta al ristorante La Vecchia Fucina di Bannone. Diversi i colleghi e le colleghe Ausl che hanno salutato ed iniziato una nuova vita da pensionati ma, finalmente, sono state autorizzate sostituzioni senza le quali la Pubblica Amministrazione stava rischiando di soffocare e questo, per un ospedale, non è certo notizia buona perché non sono i muru nuovi a fare la salute dei cittadini ma il personale presente e l’attrezzatura a disposizione. Ma a questo punto rischio di polemizzare e come al solito remare controcorrente. Niente di nuovo, a dire il vero, ed anzi il copione si confermerà anche nell’anno nuovo: rassegnati non resta che viverlo e, ricordando il 50° anniversario di Woodstock, augurare buona musica per tutti.

“AnnaMaria capelli di stoppa”: ieri, manigoldo quel caffè al sapor di cioccolata ed eccola di nuovo

Manigoldo fu un caffè al sapor di cioccolata. Ieri, venerdì, al bar, poco prima d’andare al lavoro, con quella collega incontrata in via Taverna che ordinava un cappuccino e d’un tratto ecco un improvviso e inatteso viaggio a ritroso fino a quel 1° maggio 1970. Avevo chiesto un appuntamento ad AnnaMaria “capelli di stoppa” (come la chiamavano i miei amici per canzonarmi) e lei, incredibile, aveva accettato. Così avevo rinunciato a partire per il San Giorgio, il campo scout di primavera: i suoi occhi ne valevano ben la pena e i miei ragazzi, gli Scoiattoli, per una volta si sarebbero arrangiati da soli. C’incontrammo, nel primo pomeriggio, all’incrocio tra lo Stradone Farnese e Corso Vittorio Emanuele. Fatti pochi passi, entrati in un bar, ordinammo due cioccolate calde (la giornata era freddina e piovviginosa). Parlammo per ore, di tutto, di più, di tanto e di nulla. Alla fine, giunta l’ora (per lei) del ritorno a casa c’incamminammo verso la piazza, verso la fermata del bus e lì, in attesa, guardandoci con gli occhi sognanti, come i due innamoratini di Peynet, come vivessimo una poesia di Prévert, trovai il coraggio, emozionatissimo, di chiederle (parola più, parola meno) “vuoi essere la mia morosina?” e lei, emozionatissima a sua volta, sorridendo rispose d’un fiato ““. Avevamo sedici anni e fu un amore vissuto mano nella mano, dolcemente e con la delicatezza della prima volta, dei nostri primi passi nei campi verdi dell’amore. Ballando stretti stretti al suono del giradischi con Mina che cantava ‘Insieme‘. Seduti sulle panchine tra gli alberi del Facsal con la brezza primaverile che raccoglieva i nostri sogni e le nostre timide, prime parole d’amore. Con l’estate arrivò la fine della scuola e per noi vederci diventò complicato, gli incontri diradarono (lei abitava in periferia, io in centro città). Ai primi d’agosto, partito per il campo scout, alle falde del Monte Rosa, le scrissi una lettera, raccontando che la mia diserzione al San Giorgio di primavera mi costava il ruolo di caposquadriglia ma tra questo e quell’incontro con lei ovviamente non c’era partita: evidente omaggio a ribadire l’eternità del nostro Amore. La sua risposta fu una sorpresa e una tragedia: il babbo non stava bene e lei non se la sentiva di proseguire la nostra relazione. Tornato in città a metà agosto passai giorni seduto sulle poltroncine del Bar Gentilotti davanti all’ospedale nella speranza d’incontrarla ma così non voleva messer il Destino. Quell’Amore eterno, inutile illudersi, era giunto al capolinea. Il mio cuore era spezzato. Eppur venne settembre, l’amico Angelino organizzò una festa nella grande casa del nonno, alla fine di via Borghetto, nella Piacenza delle contrade popolaresche. Qualcuno propose il gioco della bottiglia che ruota, che gira, rigira e chi piglia, la pena se la piglia. Così il collo di quella bottiglia indicò Giuliana (che da poco usciva con Angelino) e la pena galeotta predefinita (non per mia scelta) era un mio bacio. Giuliana … subì senza resistenza alcuna e a quel bacio ne seguirono dieci, cento, mille e più, fino alla fine delle superiori. Così l’amore per AnnaMaria capelli di stoppa rimase un ricordo perché come si dice “morto un Amore eterno, n’arriva un altro” (mia madre ha sempre detto “dai un calcio a un sasso e di donne ne trovi dieci“). Certo, il primo Amore, un bel ricordo, eterno, che ancora con la sua innocenza scalda il cuore, ma nulla più: ci perdemmo di vista, non ho più saputo nulla di lei ma ieri, al bar prima del lavoro, bevendo quel caffè chissà perché al sapor di cioccolata, con la collega incontrata lungo lo stesso cammino che ordinava un cappuccino, l’imprevisto riaffiorare di quei giorni mi ha fatto sorridere, mi ha ancora ‘scaldato il cuore‘. Felice di rivivere quei ricordi del tempo ragazzino, l’età delle mele verdi. Quanto a Giuliana, pochi giorni fa scambiando quattro ‘chiacchiere’ via messenger con un amico virtuale di facebook, scoperto che vive nello stesso paese in provincia, ne abbiamo parlato e finalmente, dopo tanti anni, quell’amico virtuale mi ha rivelato il cognome assunto da maritata. Sempre perché “morto un secondo Amore eterno, (che stavolta era durato tre lunghi eterni anni) ne doveva arrivare un altro ancora“. E non sarebbe finita lì, la lunga e tortuosa strada n’aveva ancora di curve, rettilinei, intralci, sensi unici, deviazioni (del resto, dato il calcio al sasso, come diceva sin d’allora la mia mamma, di donne ne dovevan saltar fuori almeno dieci e i conti eran ancora ben lungi dal tornare) per alfine arrivare alla fine di questo 2018 col caffè manigoldo chissà come al sapor di cioccolata. Chissà come sono oggi i capelli di AnnaMaria.

Dalla pop art alla gustosa cucina: la magia di Mamiano di Traversetolo, cronaca di un appuntamento fisso

Ciascuno di noi ha diritto ad un luogo che rappresenti serenità. Un’oasi verde nel deserto (della vita) nel quale periodicamente ritornare per istanti di riposo dell’anima. Quel luogo, o almeno uno di quei luoghi, per quanto mi riguarda, si chiama Mamiano di Traversetolo, provincia di Parma.

Certo non sono tutte rose, non mancano le spine. Bisogna arrivarci: autostrada, tangenziale, strada provinciale ex statale. Per fortuna ora io e Dalila grazie a Google maps siamo presi per mano e condotti alla mèta con tranquillità: per anni non ci siamo fatti mancare un’uscita dalla tangenziale sbagliata, un bivio fallito, una parallela ingannatrice. Per tacere dei tanti improvvisi limiti di velocità. 90 all’ora poi 40, a tratti 70, in piena pianura forse per quelle tre case, 50 all’ora. Anche all’appuntamento di primavera, sfuggito alla vista uno degli innumerevoli cartelli col limite, non siamo sfuggiti al lettore di velocità e, dopo un paio di settimane, ecco nella cassetta postale di casa quella busta verde che non perdona. Maledetti parmigiani!

La Villa dei Capolavori: interno

Di massima gli appuntamenti sono due all’anno, a primavera e in inverno. Per innanzitutto l’appuntamento con la Villa dei Capolavori, la Fondazione Magnani Rocca, che organizza regolarmente due mostre all’anno.

La mostra sulla pop art americana: chiude il 9 dicembre

In questo caso l’appuntamento è stato con l’arte di Roy Lichtenstein, maestro della pop art americana ma soprattutto con la magica atmosfera del parco della Villa dove, nonostante il tempo brumoso, non è mancato l’incontro con i colori sgargiandi di un pavone vanitoso.

La Villa dei Capolavori: il parco nella giornata brumosa, sabato 24 novembre 2018

Infine, dato che la serenità impone un momento con le gambe sotto il tavolo, eccoci a Bannone, al ristorante La Vecchia Fucina. All’esterno le insegne bar e tabacchi, per poi entrare in un ambiente con un’atmosfera che non può non incantarti. Insomma, un insieme d’arte e di cucina, cosa desiderare di più?

Ristorante La Vecchia Fucina, Bannone: Trifolini tartufati al nero di Fragno, da leccarsi i baffi

Trifolini tartufati al nero di Fragno, gnocchi di patate al tartufo, Savarin di tagliatelle con crudo di Parma e nero di Fragno, Battuta di frassona con tartufo nero e parmigiano, filetto di Black Angus, per tacer dei dolci. Senza parole, il silenzio c’avvolge, tintinnano le forchette, par d’essere in convento.

Ristorante La Vecchia Fucina, Bannone: Battuta di frassona con tartufo nero e parmigiano

Resta ancora qualcosa da aggiungere? Certo: arrivederci a primavera! A marzo la Villa riaprirà con la mostra su De Chirico e chi potrà mai mancare? Senza dimenticar, Bannone aspettaci tu!

Ristorante La Vecchia Fucina, Bannone

 

Da cittadino e da paziente, tanto di cappello al personale sanitario tutto dell’UTIC di Piacenza

Difficile ‘pesare’, ‘rappresentare’, ‘raccontare’ tre giorni in UTIC, Unità di Terapia Intensiva Cardiologica. Reparto ospedaliero specializzato nella gestione del paziente affetto da patologia cardiaca acuta (sindrome coronarica acuta, scompenso cardiaco acuto e cronico refrattario, aritmie ipercinetiche e ipocinetiche minacciose). Ospedale di Piacenza, primario Giovanni Quinto Villani, otto posti a porte chiuse salva una misera ora al giorno e magari, se la porta è chiusa nell’orario indicato e il parente suona, esce l’infermiera e ti cazzia perchè, se la porta è chiusa nonostante l’orario, c’è un motivo serio e il parente non può far altro che chiedere scusa. Del resto, qui non si scherza, chi è qui non è per gioco, non siamo su scherzi a parte, no, decisamente qui si fa sul serio, occorre monitorare costantemente i parametri vitali dei pazienti ‘ospiti’. Situazioni, anche psicologiche, difficili da gestire. Eppure il personale ti accoglie sin dal primo istante come fossi un amico di sempre, ti fa sentire a tuo agio nonostante tu sia pieno di sensori e di fili, immobilizzato sul letto che nemmeno ti puoi alzare per sgranchire le gambe, qui non esiste il bagno la tua condizione non ti consente di abbandonare letto e sensori vari, sopra la tua testa computer e video con lo schermo dove passano gli istanti della tua vita e la voce del tuo cuore. Non è detto che per tutti la situazione sia grave, magari il passaggio, pur senza negare la serietà del problema, per i più fortunati è ancora precauzionale, di ‘studio’ e di verifica di uno stato improvvisamente in discussione. Di mio ecco messe in gioco 46 ore. Un vissuto del tutto personale probabile conseguenza di qualche trascuratezza che poco interessa chi legge con un unico responsabile contro il quale va puntato il dito accusatorio. Ma un fatto va rilevato e reso pubblico in Arzyncampo: la percezione di impegno, di professionalità, di cordialità del personale tutto continuamente in movimento, continuamente a disposizione, esperto nell’assistenza ma anche nell’accoglienza, esperto come si dice di comunicazione informale che oggettivamente aiuta il paziente. Solo una settimana fa, incontrando il Primario della Cardiologia tutta, quando l’idea di un mio improvviso ‘passaggio in UTIC‘ non era nemmeno nell’aria, si parlava della sua prossima pensione. Mi diceva, con malcelato orgoglio, che potrà lasciare il reparto senza problemi perché i suoi collaboratori “sono tutti ottimi professionisti“. Avendo ‘toccato con mano’, per quanto riguarda medici, infermieri, operatori sociosanitari, ausiliari, coi quali sono venuto a contatto in UTIC, ringrazio e soprattutto, da cittadino e da paziente … confermo

 

La volta di Mimmo, a sua volta giunto alla fine della lunga e tortuosa strada lavorativa

Mimmo, fcon il regalo di saluto dei colleghi e delle colleghe

Ho conosciuto Mimmo molti anni fa, quando lavoravo per gli ospedali di Castel San Giovanni e Borgonovo e lui appunto era fisioterapista nel paese della Val Tidone.

Anni dopo ci siamo ritrovati a Piacenza, lui sindacalista, io dirigente. Era il tempo dell’avvenuta aziendalizzazione della sanità, dell’accorpamento delle Asl a livello provinciale e della nuova definizione dei contratti per la dirigenza così avevo partecipato al tavolo della trattativa in rappresentanza della UIL.

Organizzazione che avevo però abbandonato quando la segreteria nazionale in occasione del secondo referendum si era schierata a favore della scelta nucleare. Mimmo allora mi chiese di impegnarmi, con lui, allo stesso tavolo trattante (quello della dirigenza) per conto della sua organizzazione, la Cisl.

Si dia il via alla festa

Possibile il passaggio da una sigla sindacale all’altra? Sinceramente sono da sempre per l’unità sindacale per cui il fatto non mi creava particolari problemi d’identità. Tuttavia l’esperienza non durò a lungo: come Mimmo ha raccontato venerdì alla festa di saluto dal lavoro, ad un certo punto qualcuno gli disse che ‘teneva famiglia’, che l’esperienza sindacale andava ridimensionata e doveva rientrare a pieno titolo al lavoro attivo.

Del resto anche per quanto mi riguardava l’esperienza di rappresentanza sindacale non era più compatibile con la mia posizione in Azienda per cui i nostri sentieri si divisero.

Non per molto, invero: dopo poco lo ritrovai nello mio stesso corridoio di lavoroo sia pure in un sevizio diverso, lui afferente al S.P.P., il Servizio di Prevenzione e Protezione diretto dall’amico Franco Pugliese.

Mimmo con Franco Pugliese, direttore del Servizio di Prevenzione e Protezione aziendale

Così l’interlocuzione, il confronto sul tema del lavoro (e della situazione politica purtroppo orientata sempre più verso una destra becera) sono proseguiti, incontrandoci nel cortile, al timbratore, sulle scale, nel corridoio, in ufficio (più che altro il mio).

Fino a venerdì, quando ha festeggiato l’ultimo giorno di lavoro con i suoi colleghi, associandomi tra gli invitati per cui, anche per lui, dopo Mirella e Andrea, un affettuoso saluto. So long, Mimmo.

Quelli del S.P.P., al servizio dei lavoratori

Con una sola domanda: ma ora che arriva quota 100, se come pare tantissimi se ne andranno, chi resta al lavoro, chi garantirà i servizi che servono ai cittadini? Chi lascia, sarà veramente sostituito? E il sistema previdenziale potrà reggere? Teniamo conto che un lavoratore anziano contribuisce al sistema in base a uno stipendio di almeno 38mila euro e chi lo sostituirà, in quanto giovane, lo farà con supponiamo uno stipendio base di 18mila. Quindi, per pagare la pensione di Mimmo avremo la necessità di contributi da almeno due nuovi assunti?

Insomma, Mimmo, il tuo impegno serve ancora. Per il futuro nostro, per i colleghi che ti seguiranno e anche il tuo. Un abbraccio e un sorriso.

Ed ecco il passaggio del testimone: ancora poche settimane e anche Nuccia, indomita segretaria del Servizio, seguirà le orme del nostro Mimmo

Doctor Andrea’s love & peace magical centralino’s rock band: il saluto di Andrea del Centralino Unico Aziendale

Il caldo saluto di Donatella

Ed ecco, una nuova festa, un altro che ce la fa: Andrea Sartori, dominus del centralino unico aziendale per le strutture sanitarie della provincia, ierlaltro ha salutato amici e colleghe, raccolto armi e bagagli e con un groppo in gola è tornato a casa per sempre, pensionato felice e contento.

Lasciando una postazione vuota, per ora senza sostituzione, con gran sconforto di colleghi e colleghe perchè Andrea aveva il compito di organizzare la presenza nei vari turni. Cosa che faceva prima di tutto con grande onestà, come gli è stato riconosciuto con un quadretto affisso nel locale.

Il delicato lavoro del centralino unico a disposizione dei bisogni dei cittadini: ecco Simona e Carmelo

Perché al centralino l’importante è porsi al servizio dei cittadini (e sono 1200 le telefonate che ogni giorno chiedono), cittadini che spesso hanno necessità di essere ascoltati e di essere guidati in quella che per molti è una selva semioscura tanta è la complessità del mondo della salute.

Maurizio (coautore turnistica), Andrea, Dorotea Magdalena, Sergio

Importante quindi, per il centralinista, porsi al servizio di medici e infermieri e tecnici e ingenieri e amministrativi perchè ognuno di loro, quando si rivolge al centralino, sta affrontando una necessità con ricaduta sui cittadini.

Due grandi di nome Andrea

Fondamentale, infine, come compito specifico e diretto di Andrea, organizzare ascoltando e tenendo conto nei limiti del possibile delle particolarità, delle necessità, delle situazioni di bisogno dei colleghi e delle colleghe perchè un lavoratore ‘ascoltato’ inevitabilmente lavora e si dedica al lavoro con quella serenità che gli consente un approccio ottimale con l’utenza.

Indispensabile centralinista D.O.C.: incoronato e adeguatamente vestito da Libera

Ma, giusto per non correre il rischio di scivolare nella retorica celebrativa, due parole ancora ma sulla festa di saluto organizzata dai colleghi con, in prima fila nel ruolo di splendida e geniale animatrice, la bravissima Libera Maria, testimone di un ottimo affiatamento di gruppo che, se non sfocia nell’amicizia vera, poco ci manca e questo inevitabilmente ricade positivamente sulla qualità del lavoro.

Il ricordo dei tempi con il settore tecnico: con Valerio Tagliaferri, ingeniere

Ecco dunque tutte le ragazze celebrare gli anni delle figlie dei fiori, anni di musica e di libertà. Ma perchè, quale il senso oltre a consentire agli ometti di lustrarsi gli occhi? Lo si è scoperto nel finale, quando Libera si è avvicinata, prima nominando Andrea “indimenticabile centralinista doc“, proseguendo poi con quello che sembrava un regalo, una camicia tutta colorata. Alla quale si sono aggiunti gli occhiali stile John Lennon e per finire … l’esilarante sorpresa.

Anche Andrea figlio dei fiori, con lunga chioma e occhialini alla John Lennon, tanto, tanto, tanto tempo fa

Insomma, So long, Andrea, non ti scordar di qualche volta ripassare nel tuo centralino. Naturalmente d’ora in poi non per parlare di lavoro ma per abbracciare amici e amiche.

La solita band: doctor Andrea’s love & peace magical centralino’s rock band

 

 

Mirella ce l’ha fatta: ieri in Chirurgia il saluto per la sua nuova vita (da pensionata)

Così anche Mirella ha tagliato il traguardo, meritando il diritto ad una nuova vita. Tutta sua, dal risveglio senza la fissa del timbratore, del cartellino, dell’attesa delle ferie. Quanti anni sono passati da quando quelli dell’ufficio personale l’hanno assegnata al supporto del reparto di Chirurgia?

Mirella con il primario chirurgo, Patrizio Capelli

Personalmente l’ignoro. Forse trenta, forse di più. Quando, nel 2001, sono stato nominato responsabile delle funzioni amministrative ospedaliere dell’Azienda Usl, lei già era al suo posto. A garantire il completamento corretto delle cartelle cliniche dei pazienti, a disposizione di medici e infermieri per ogni necessità organizzativa, a supporto dei pazienti per tutte quelle informazioni che sono indispensabili nel rapporto con il reparto.

Mirella con alcune colleghe della Direzione Amminstrativa di Rete Ospedaliera: Lidia, Raffaella, Mirella, Katia, Carla, Graziella, Marina

Da Direttore non posso che ringraziarla: un vero gioiello. Mai un problema, mai assenze di rilievo. Fattori importanti, rispetto al mio impegno: se tutto in un ambito delicato come la chirurgia filava liscio mi sono potuto dedicare ad altri settori problematici ma non solo.

Eccola con Giovanna, una coppia formidabile di professionalità

Grazie a lei (e alla sua collega Giovanna, factotum nelle medicine) ho potuto conoscere e imparare quali siano le necessità amministrative di un reparto e del personale sanitario raggiungendo l’obiettivo fondamentale del nostro servizio: facilitare i percorsi dei pazienti quando vengono a contatto con i problemi della salute.

Con il dottor Palli, professionista senologo

E, in questo, Mirella è stata come dicevo un vero gioiello: non sarà facile sostituirla. In ogni caso, come va detto in questi momenti, So Long, buona vita nuova, carissima collega.

E per concludere Mirella con il “suo” grande Direttore

 

“Misteri, leggende, atmosfere del Grande Placido Fiume, l’incontro con la Dea adespota e altre storie della gente di fiume a Roncarolo di Caorso” (2)

Continua la nostra passeggiata in zona di golena a Roncarolo di Caorso e, diciamo così, eccoci ad un inaspettato incontro che ci costringe a … prenderla un pò da lontano. La mitologia ci racconta di molte figure femminili poste a difesa e protezione dei fiumi e delle acque. Gli atzechi avevano Chalchiuhtlicue, dea delle acque, dei laghi e dei fiumi, ma anche  Opochtli, dea della caccia e della pesca. Da non dimenticare Sinnan, dea irlandese del fiume Shannon e Ehuang e Nuying, dee del fiume Xiang. Tra gli egizi Nefti, dea dei fiumi e Tefnut, dea dell’acqua e della fertilità mentre i greci propongono Teti, madre dei fiumi. Inevitabile infine la citazione di Ganga, dea del fiume Gange e della purezza.

Ma soffermiamoci su Teti che, secondo la leggenda, creò un fiume insieme ad Oceano e lo chiamò Eridano. Era una fiume che si trovava “nel lontano nord ovest” cioè, secondo i più, quello che oggi chiamiamo il nostro Po, ovvero il fiume fatto di stelle considerato che con lo stesso nome viene chiamata una costellazione dell’emisfero celeste australe, costituita da una sinuosa linea di stelle non molto luminose ma che sembra disegnare un percorso molto simile a quello del nostro Grande Placido Fiume.

Bene. Ma cosa succede passeggiando in zona di golena del nostro Po a Roncarolo di Caorso? Già ieri abbiamo parlato del totem con il Magaton, l’anatra di legno utile per ingannare le sue prelibatissime ma ingenue sorelle selvatiche e garantire ai cacciatori il pranzo e la cena per tutta la famiglia. Un pensiero che impone una piccola disgressione culinaria, sull’anatra, piatto dal gusto dolce e delicato che si può apprezzare in molti modi: arrosto, ripiena, in umido o al forno. Abbinata a contorni di verdura o alle patate, cucinata con salse al formaggio o con la classica salsa all’arancia e altre varianti che chi ha più fantasia la mette (ad esempio, non ho mai assaggiato l’anatra alle ciliegie). Ottimi abbinamenti sia con i sapori forti come con quelli più delicati: per questo spesso si accompagna alle carote con una foglia di alloro, aglio, senape, erbe aromatiche o grana padano. Da provare anche la squisitezza delle pappardelle con ragù d’anatra o le ali di anatra in padella. E qui il suggerimento, legato a curiosità da acquolina in bocca, è d’obbligo: uscire dalla zona di golena, attraversare l’argine e scendere sul lato sinistro entrando in paese dove, superata la chiesa, troveremo l’Antica Trattoria Tonoli specializzata in cucina piacentina tradizionale, sicuramente anitra arrosto compresa.

Petto d’anatra con salsa al vino rosso

Ma non di solo pesce, di anatra, di salame cotto: il Grande Placido Fiume non nega altre scoperte. Tornati in zona di golena, passato il piccolo porto d’approdo della Tana del pescatore, ecco i capanni di ristoro utili per la sosta ma anche per l’appostamento del cacciatore o per il deposito degli attrezzi per la pesca, ecco i tavoli di legno dove quattro accaniti giocatori si sfidano a briscola e volano insulti al primo grave sbaglio che pregiudica l’esito della partita e infine ecco l’incontro del tutto inaspettato nientedimenoche con la statua di una dea d’ignota origine.

Con una curiosità: l’autore della collocazione ha voluto precisare di chi si tratta e ha scritto sul torace a lettere maiuscole il nome Marilena. Strano a dirsi ma non esistono sante con questo nome per cui deve forse ritenersi che la statua rimandi ad epoche lontane, magari all’antica Etruria cioè all’epoca precristiana. Si tratta infatti di un nome adespota cioè, tornando all’antica grecia, ‘senza padrone‘, ‘senza santo protettore‘ per il culto cattolico.

Insomma, storie della gente del nostro Grande Placido Fiume, fiume pagano, luogo antico origine e protagonista di culti antichi, dove Zeus fece precipitare il carro del Sole e l’imprudente Fetonte trovò la morte. Ma, questa, è tutta un’altra storia, una delle tante che il fiume porta con sè e se ti siedi sulla panchina e chiudi gli occhi, sentirai l’acqua lentamente scorrere e, se la sai ascoltare, raccontare. La voce del nostro Po. A Roncarolo di Caorso.

 

“Misteri, leggende, atmosfere del Grande Placido Fiume, il Magaton e altre storie della gente di fiume a Roncarolo di Caorso” (1)

Roncarolo, scendendo in zona di golena, dall’altra parte del paese (la strada d’argine per arrivare fa da divisorio)

Lo si diceva nel post di ieri: se da Piacenza percorri la provinciale (ex statale 10) direzione Cremona, superata Roncaglia, superato Fossadello, prima di arrivare a Caorso, arrivati di fronte allo stabilimento della Saib, si gira a sinistra e si prosegue per qualche chilometro fino all’argine del Grande Placido Fiume che accosta la confluenza del Nure in Sua Maestà il Po, re di noi padani.

Là in fondo la grande ansa del fiume, dove il Nure confluisce nel nostro placido Po, re dei padani

Proseguendo, scendendo dall’argine a sinistra troveremo Roncarolo, paese ombra noto per la cipolla e, un tempo, per la pesca. Oggi con molte case vuote e abbandonate: dai mille abitanti degli anni cinquanta siamo passati ai 250 circa attuali ma, da qualche tempo, si registrano giovani ‘di ritorno’ che s’allontanano dai fumi, dallo smog, dai problemi della città.

Pesce fritto al Magaton

Prima di arrivare a Roncarolo, tuttavia, scendendo a destra in zona di golena, come indica un cartello in legno, troveremo il Magaton. Un luogo di magia? Una dimora secondaria di Morgana o di Amelia, la strega che ammalia? A prescindere dalla precisazione che il fiume di per sè rappresenta un luogo di magia, si tratta di una trattoria dove si arriva per un buon fritto di pesce. La patronne, la signora Rosa Bolzoni, ha ormai attaccato il paiolo al chiodo passando il testimone al figlio Enrico ma, a quanto mi si dice, c’è sempre da leccarsi i baffi ammirando l’ansa del fiume che letteralmente ti viene incontro. 

Dunque pesce di fiume, servito croccante e caldo, in una abbondante porzione e preparato su richiesta anche in bianco, al vapore, sempre servito con verdura fresca che proviene dall’orto di casa. Pesce gatto, filetto di pesce persico, alborella, anguilla (magari aromatizzata con aceto balsamico), talvolta luccio con salsa a base di verdure. Da bere vino bianco fresco, secco, semisecco o amabile, scelto con molta cura tra le produzioni della Val d’Arda. Per non sciupare il piacere del pesce è concesso solo un antipasto a base di salume stagionato nei locali della grande casa rustica. Infine arrivano i dolci, tutti preparati in casa con una pasta frolla burrosa e friabile: si tratta di biscottini, di crostate con la marmellata di prugne o arance e di una torta ripiena di frutta cotta.

La casa dove, nel 1937, ha visto la luce l’amico Benito Franco, oggi sede del Circolo Anspi organizzatore tra l’altro della settembrina Festa della Cipolla e, a giugno, della Festa del Pescatore

Ma attenzione: una sorpresa dietro l’angolo. Trattoria a parte, che cosa significa questa parola, Magaton? Per saperlo dobbiamo spingerci fino a Roncarolo ma, anzichè scendere in paese a sinistra, anche in questo caso scendiamo a destra, sempre in zona di golena, alla Tana di Roncarolo, per l’appunto. Sede del gruppo Anspi qui si raccolgono pescatori e appassionati di racconti del fiume, storie e leggende oltrechè, dice la malalingua divisa tra sarcasmo, ironia e invidia, esperti di clamorosi fotomontaggi.

Comunque il nostro amico, Benito Franco, racconta, a me e Dalila, che l’attuale sede del circolo era la casa dove è nato nel lontano 1937 ed ha visssuto i primi anni della sua vita. Bastano pochi passi ed eccoci sulla riva del fiume. Con una punta di nostalgia che gli fa vibrare la voce in gola, Franco racconta. “Vedete, dice, oggi la riva son tutte sterpaglie. Un tempo era sabbia, era pieno di barche per attraversare il fiume e per pescare“. Era una delle principali attività del posto: c’era chi lavorava la terra, chi si dedicava alla pesca e chi aveva un’avviata attività di traghettamento verso la sponda lombarda e ritorno (troppo lontani i ponti e troppo il tempo da perdere per raggiungerli, meglio pagare un piccolo obolo al traghettatore).

Pochi passi ed ecco una specie di totem, nei pressi dal piccolo approdo dal quale parte un giovane con la barca (rigorosamente a motore), dopo aver preparato le canne per la pesca: “se ne va oltre l’ansa, dove esiste una zona ricca di pesce“, precisa Franco. Lo guardiamo seduti sull’unica panchina, proprio di fianco al totem che, in cima, ha un’anatra in legno e qui Franco sorride sorgnone. Lo guardo come a chiedere che c’è da sorridere e lui indica l’anatra legnosa: “lei è il Magaton, la si metteva a galleggiare, le anatre quelle vere cadevano nell’inganno e il cacciatore sparava aggiudicandosi la cena per la famiglia intera“.