“Oltre il buio il destino”: romanzo di Emanuela Arlotta, recensione a cura di Patrizia Palese

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Il primo contatto con un libro lo si ha dalla copertina, ma se poi leggendo la storia l’intreccio ti delude o anche ti lascia un sapore asprigno, allora quella copertina ti sembra quasi uno sberleffo.
Non così per il nuovo libro OLTRE IL BUIO IL DESTINO di Emanuela Arlotta.
Quella ragazza racchiusa in se stessa, senza colori, senza uno sguardo da ragazza che vediamo, racchiude tutto ciò che si leggerà, perché Sophie è una ragazza apparentemente normale, anzi per dire meglio, una ragazza di oggi, una giovane donna che non vuole dare soluzioni epocali ai problemi del mondo, ma solo vivere in una realtà fatta di piccole cose, in un mondo che sembra non avere troppi colori, un mondo che però è fatto di persone che non sembrano rendersi conto di quanto lei, in quel piccolo monolocale con le sue poesie, i suoi ricordi, i suoi sogni infranti, convive senza troppe illusioni.
Una donna che ancora non sa di esserlo, che accetta gli schiaffi che la vita le ha dato sentendosi responsabile di quasi tutto…ho scritto quasi, perché quel tutto, ciò che credeva migliore di lei, a cominciare da Marina, la titolare del negozio dove lavora come commessa, improvvisamente, per un banale incidente stradale mostra un altro aspetto…quel tutto cambia, quel tutto diventa speculare rispetto a quello che Sophie credeva immutabile e quel tutto diventa possibile e reversibile.
Non è una passeggiata in una pianura soleggiata ingentilita da papaveri ed erbe odorose quella che farà la ragazza, tutt’altro, ma Sophie non tentenna…a volte si ferma, ma solo per riprendere fiato…ha paura Sophie, ha paura di tutto, ma lo scoprire che anche altri hanno le sue stesse paure e non cercano di vincerle come fa lei, la rende più forte e questo indipendentemente se al suo fianco ci sarà un amore, un genitore o un’amica.
La donna che è dentro Sophie viene alla luce dopo un buio che temporalmente potrebbe essere durato anche poco, ma quel buio dove lei era sprofondata non l’ha schiacciata…lei è fuori, in un futuro che è cresciuto perché sia lei che chi l’ha riconosciuta come una persona, vivranno insieme.
Non è un lieto fine, perché nulla finisce, ma da questo momento inizia la nuova vita di Sophie…non sarà sempre facile, non avrà sempre delle fantastiche soluzioni, ma sarà una vita da vivere.
Lo stile di Emanuela in questa storia, diventa più attento alle sfumature, si sofferma nel trasmettere anche solo un respiro affannoso e perché esso avviene, diventa più descrittivo senza però mai essere stucchevole.
Un nuovo modo di raccontare che per Emanuela non credo si fermerà a questo racconto lungo, o libro breve a secondo di come lo si vuole intendere; probabilmente ci saranno altre Sophie, Ivano, Marina e, perché no, anche Matteo…mai mettere limiti alla voglia di emozionare di una scrittrice come Emanuela Arlotta.
Patrizia Palese

“È già successo … di fare un enorme balzo all’indietro”, di Vittorio Melandri

Nel mezzo del libro di Bruno Arpaia che propongo in immagine, si legge la pagina che faccio seguire.

Se mai qualcuno pensi ancora che la “letteratura” non serva, e che per capire il mondo occorra andare alla Leopolda, o accaparrarsi i kit rimasti del “giovane forzista” quelli con il consiglio di non mangiare aglio, o leggere le felpe di Salvini, o il blog di Grillo, o magari abbeverarsi alla prosa di Bertinotti, alla narrazione di Vendola, e da ultimo alla saggezza pragmatica di Pisapia, si prenda la briga di leggere questa paginetta e provi a riflettere.

«E no, non mi convince, Dexter. Forse non lo ricordi, ma al mondo è già successo di tornare indietro…»

«Ah, sì? E quando?»

Le labbra di Andrea si incresparono impercettibilmente all’insù.

«Alessandria d’Egitto» disse alla fine, ancora sorridente. «Terzo secolo avanti Cristo: Archimede ed Euclide fondano la fisica e la matematica, Eratostene calcola esattamente la circonferenza della Terra e le distanze relative tra Sole, Terra e Luna, Apollonio di Perga studia le sezioni coniche, Erofilo di Calcedonia descrive l’anatomia del cervello e capisce che è al centro del sistema nervoso e della coscienza, Aristarco di Samo sa che la Terra ruota intorno al Sole, Ipparco di Nicea studia le maree dell’oceano Indiano e dell’oceano Atlantico e ne deduce che c’è un continente a dividerli: questo che calpestiamo, l’America.»

Fino a quel momento, aveva sciorinato la sua lista portando il conto sulle dita; poi, all’improvviso, allargò le braccia e cominciò a gesticolare.

«Invece arrivano i Romani, che della scienza se ne fregano. Guarda caso, la Biblioteca di Alessandria brucia per due volte, con i settecentomila libri che contiene.

E quel sapere accumulato in soli due secoli si perde del tutto, almeno in Occidente. Per dieci secoli l’Europa conta con i numeri romani e gli abachi, crede che la Terra sia piatta e che il Sole le giri intorno, non ha la minima idea della funzione del cervello… Bisognerà aspettare mille anni perché, attraverso gli arabi, quelle conoscenze vengano recuperate a poco a poco. Mille anni di buio, ci pensate? Se questo non è tornare indietro… »

“Lei”, una lirica di Fernanda Romagnoli, poeta nata il 25 febbraio 1916 a Roma

Lei non ha colpa se è bella,
se la luce accorre al suo volto,
se il suo passo è disciolto
come una riva estiva,
se ride come si sgrana una collana.
Lo so. Lei non ha colpa
del suo miele pungente di fanciulla,
della sua grazia assorta
che in sè non chiude nulla.
Se tu l’ami, lei non ha colpa.
Ma io – la vorrei morta.
Fernanda Romagnoli nasce a Roma nel 1916. Diplomata in pianoforte dal Conservatorio di S. Cecilia a diciotto anni, a venti conclude, da privatista, gli studi magistrali. Nel 1943 pubblica la sua prima raccolta di versi, Capriccio, con la prefazione di Giuseppe Lipparini. Rifugiatasi con la famiglia a Erba nel 1944, ritorna a Roma nel 1946. Il matrimonio con l’ufficiale di cavalleria Vittorio Raganella, la porterà dal 1948 a vivere in diverse città, da Firenze a Roma a Pinerolo, infine a Caserta, dove resterà dal 1961 al 1965. In questo periodo prende un impiego di maestra elementare. Nel 1965 esce il suo secondo libro di versi, Berretto rosso. A partire dai primi anni Settanta il suo isolamento letterario sarà confortato dall’amicizia di Carlo Betocchi e Nicola Lisi e quindi di Attilio Bertolucci che, nel 1973, farà uscire presso Guanda la sua terza raccolta, Confiteor. Intanto, dopo il definitivo rientro a Roma, ha iniziato a collaborare ad alcune riviste come «La Fiera Letteraria» e «Forum Italicum» e, per la radio, a «L’Approdo». D’altra parte, gli esiti di una epatite contratta durante la guerra hanno minato gravemente la sua salute, al punto di dover subire nel 1977 un serio intervento chirurgico al fegato, una temporanea salvezza che non le eviterà anni di dolorosa infermità. Quando il male lo consente continua a scrivere e raccoglie, con il consiglio di Bertolucci e Betocchi, le poesie che confluiranno nel volume, Il tredicesimo invitato, pubblicato da Garzanti nel 1980. Le verrà da quel libro, che comprendeva anche una scelta di poesie dalle opere precedenti, una breve gloria. Gli anni seguenti sono segnati da una sempre maggiore difficoltà a lavorare e da ripetuti ricoveri. Alcune sue poesie inedite furono tuttavia pubblicate, per interessamento di Ginevra Bompiani e Gianfranco Palmery, dal quotidiano «Reporter» nell’inserto «Fine Secolo» e dalla rivista «Arsenale», pochi mesi prima della sua morte, avvenuta a Roma, presso l’Ospedale Sant’Eugenio, il 9 giugno 1986.

“Non c’è gusto”, recensione del libro di Gianni Mura a cura di Vittorio Melandri

IN UN MONDO DI SERVI CHE AMANO AVERE UN PADRONE, COME ETIENNE DE LA BOÉTIE DENUNCIAVA NEL SUO “DISCORSO SULLA SERVITÙ VOLONTARIA”, GIÀ NEL XVI SECOLO, INDICARE CHE ESISTE ANCHE IL PIACERE DELLA LIBERTÀ E LA LIBERTÀ DEL PIACERE, PUÒ RISULTARE INUTILE, E PROBABILMENTE LO È.

In un libro che sin dal titolo, “Non c’è gusto”, dichiara la sua vocazione autoironica, ovvero seria e responsabile, Gianni Mura riassume la sua pluridecennale esperienza di Cr (Critico responsabile) del vasto mondo della ristorazione, e arrivando a parlare dell’amico (Luigi) Gino Veronelli, detto da lui anche “sua Nasità” e pure anagrammato in, “le lion ivrogne” (il leone ubriacone), che a Veronelli piacque tanto da farne uno pseudonino, Mura ci regala un piccolo cameo su cui riflettere.

In questi tempi grami, in cui anche la piacevole sensazione che il “No” del Popolo greco possa segnalare che un mondo diverso è possibile, mi si spegne nel cuore e nella mente come capita in breve ad un moccolo di candela ormai consunto, lo offro alla lettura di chi passa di qua, insieme ad una canzone di un altro Luigi da tempo scomparso.

Gino Veronelli, scrive Mura …..

“Si dichiarava anarchico dal 1946, dopo aver ascoltato Benedetto Croce a Milano. Era stato tra i fondatori del movimento Terra e Libertà. Giorno dopo giorno era diventato quasi cieco, ma non è per questo che suonano profetiche alcune righe che scrisse nel 1998. Eccole:
«Solo oggi, più che settantenne, vedo con chiarezza: il potere ha utilizzato – con un vero e proprio capovolgimento dei propositi -ciò che era nei nostri sogni, anziché far l’uomo più libero con il progresso, la scienza, la macchina, la cultura ecc., renderne più rapido e sicuro l’asservimento. Ogni scoperta e ogni invenzione – nate tutte (oso credere) dal proposito di essere vantaggiose all’uomo – sono state deviate e utilizzate contro l’uomo. Basta guardarsi attorno, con un minimo di senso critico e morale e ci si accorge che tutto, ma proprio tutto, viene attuato per renderci servi. Un tentativo che – pur essendo tutt’altro che escluse le violenze e le atrocità dei vari fondamentalismi (sotto le tante maschere, religione ed etnia in primis) – aggredisce l’uomo, con i mezzi suadenti della comunicazione di massa. Chiaro e orrifico il fine: non più individui, non più cittadini, ma milioni di uomini e donne, senza volto né storia, servi».”

E per lasciare almeno uno spiraglio aperto alla speranza ricordo anche queste parole di Mura:

“Sui muri della prima Casa del popolo fondata in Italia, nel 1893 a Massenzatico, nel Reggiano, nell’ottobre 2010 è stata scoperta una lapide in marmo bianco di Carrara per ricordare Veronelli. Sopra c’è scritto:
«Insegnò al mondo il piacere della libertà e la libertà del piacere».”

“Il testamento del greco”, recensione di Alberto Zanini del romanzo di Bruno Morchio

L’uomo era davanti al Pc e batteva veloce sui tasti, quando improvvisamente il cellulare, appoggiato sulla scrivania, incominciò a vibrare. Numero sconosciuto. L’indecisione durò un attimo, quindi decise di rispondere. <<Pronto?>> <<Bruno ti disturbo?>> <<Kos…>> <<No, niente nomi, il tuo cellulare potrebbe essere intercettato>> <<Ok, dimmi tutto>> <<Stamani un uomo è stato fermato in città dai Gis mentre trascinava un trolley sospetto. All’interno, oltre agli effetti personali è stato trovato un plico con dentro un foglio che ti riguarda e indirettamente anche me. Te lo mando via fax. A presto Bruno>> <<Ciao a presto>>
Chiusa la comunicazione, lo strano interlocutore abbandonò il cellulare in un cestino dopo aver tolto e distrutto la Sim. La ragazza che era con lui, a bassa voce, disse: <<E’ il 18esimo cellulare che elimini negli ultimi 2 mesi>> <<Lo so, cara, ma piace al pubblico tutto questo mistero>> disse ammiccando l’uomo misterioso.
Nel frattempo Bruno ricevette il fax, ed incuriosito si mise a leggere …
Considerazioni su “Il testamento del greco”
Morchio ha un pregio raro, che purtroppo non è così scontato trovare in altri autori. Le sue storie si dipanano chiaramente e alle sue trame coinvolgenti e accattivanti abbina una scrittura semplice e di facile apprendimento. Il lettore ne guadagna notevolmente in godibilità. I tratteggi psicologici sono particolarmente curati. Nel romanzo c’è il passato che ritorna e condiziona il presente, e la storia è tessuta su una trama attuale e reale. Io, come nelle storie di Bacci, ci vedo un pretesto per parlare di Genova e della conservazione della storia della città. Non a caso Morchio non nasconde l’avversione per l’oblio che “corrompe il senso della vita stessa”.
Un bel romanzo con un finale scoppiettante di colpi di scena che fino all’ultimo disorientano il lettore. E adesso aspetto Bacci. Il mitico Bacci.

Piacenza: per una lastra a mammà 40 giorni in clinica e 50 in ospedale.

La zona di Bobbio già abitata nell’Età della pietra e viene successivamente popolata da insediamenti liguri. Ai liguri subentrarono i Galli e poco dopo Bobbio entra definitivamente nell’orbita Romana. La sua storia si identifica con quella dell’Abbazia fondata nel 614 da San Colombano, che nell’Alto Medioevo diviene una delle principali sedi della cultura religiosa medioevale in Italia, con un famoso scriptorium ed una celebre biblioteca.

40 giorni di attesa in clinica, 50 in ospedale. Per una pur “banale” lastra radiologica al torace per verificare lo stato dei polmoni della mamma, ottantasette primavere, una vera ‘roccia’, per fortuna sua e soprattutto mia. Tuttavia, mi ha informato l’operatrice, l’attesa potrebbe limitarsi a soli 7 giorni scegliendo come sede d’esecuzione l’ospedale di Bobbio, 45 km dal capoluogo, 250 metri s.l.m., prime pendici dell’Appennino tra Liguria ed Emilia. Diciamolo subito: la diagnosi alla fine è risultata positiva, la salute della mamma non è in discussione e questo consente di valutare la situazione con molta serenità. Perché il viaggio fino al paese del Ponte Gobbo (o del Diavolo che dir si voglia) è stato emozionalmente e sentimentalmente una grande opportunità. Nel logorio dei frenetici tempi moderni, una giornata passata insieme con la mamma, un’occasione più unica che rara, quasi un  ritornar bambini. Appuntamento fissato alle 11.30, partenza dal capoluogo in macchina un’ora prima, guida senza fretta chiacchierando con tranquillità di tutto e di niente, arrivo con qualche minuto d’anticipo, nessuna coda, personale gentilissimo, grande attenzione, anche sul piano umano per la mamma. Poi c’era da aspettare che il Primario, da Piacenza, dall’ospedale provinciale, quello dei 50 giorni d’attesa per eseguire lo stesso esame, refertasse la proiezione eseguita con le immagini trasmesse in via telematica. Così s’è approfittato per una passeggiata nella centrale Contrada di Porta Nuova, visitando un paio di negozi, acquistando olio al tartufo e un paio di confezioni di funghi. E il miele? Per quello niente da fare, tutto esaurito, se non vuoi accontentarti di quello industriale bisogna aspettare la nuova produzione, non prima di metà giugno. Naturalmente non ci siamo negati, io e mammà, anche un buon pasto al ristorante, all’Hotel Giardino, quello sulla curva che porta al Penice, cucina tradizionale, porzioni abbondanti, costo contenuto. Ecco, potrei chiamarla un’occasione di “turismo sanitario”, un modo a misura d’uomo di vivere l’esperienza della prestazione, dell’esame clinico diagnostico. Certo mi è costato un giorno di ferie ma dipende dal punto di vista. Se lo vedessimo come l’opportunità di passare qualche ora con la mamma, quasi vivendo una giornata ritornando bambino laddove si scopre che ora è la mamma ad essere bambina, lei che s’appoggia al figlio divenuto adulto? Certo non è giusto, non è normale pensare a quell’attesa di 40 o 50 giorni. Mettiamo il caso che l’esito evidenziasse qualche problema: l’attesa sarebbe decisamente fuori luogo e per questo è giusto l’impegno di chi governa la sanità per migliorare i tempi di prestazione ma nel caso capitato io allargo la riflessione sulla volontà più volte dichiarata da parte del Ministro della Salute di chiudere i piccoli ospedali laddove costi e benefici valutati sui grandi numeri non coincidono esattamente. Bene. Talvolta però la prestazione sanitaria proprio nei piccoli ospedali risulta un’esperienza ancora ‘a misura d’uomo’ e come tale non da sottovalutare. Non si vive insomma di soli numeri, di grandi numeri: economia e salute può essere un binomio in termini di razionalizzazione (‘spendere meglio, sprecare meno’) ma sicuramente però l’aspetto meramente economico non può mai essere quello prevalente, anzi. E comunque, costi o non costi, per una anziana mammà 87 primavere, pur ringraziando per la bella opportunità offerta d’una stupenda giornata insieme in quel di Bobbio, per una ‘banale’ lastra al torace 40 giorni d’attesa in clinica e 50 giorni nell’ospedale provinciale non è una bella risposta da sentirsi dare.

A Poetry Break, rubrica di Radio Sound Piacenza, Ottavio Torresendi e la Spoon River Piacentina

Piacenza (articolo a cura di Giusy Cafari Panico, resoconto della trasmissione di Radio Sound Piacenza del 1° febbraio) – Lo scrittore e poeta piacentino Ottavio Torresendi, ospite a Poetry Break domenica primo febbraio, ci ha portato nel mondo evocativo di una Piacenza antica e misteriosa della raccolta di scritti che lo vedono tra gli autori. Si tratta del volume “L’Antologia del Fiume Po. Una Spoon River piacentina”, a cura di Gabriele Dadati e Giovanni Battista Menzani, Edizioni Gutemberg.

Esplicitamente riferito all’opera di Edgar Lee Master, il volume, che annovera diciassette autori nati all’ombra del Gotico, è una raccolta di brevi scritti, anche poetici, ispirati a un cimitero clandestino sorto in riva al Po nei primi anni dell’Ottocento in seguito all’editto napoleonico di Saint Cloud, nascosto ai vivi e dimenticato dalle generazioni successive. Nel volume, scritto con la stessa struttura di Spoon River, vive ( anzi…dorme in pace) un mondo di personaggi di tutti i tipi: mercanti, truffatori, pescatori di frodo, bracconieri, guardie e soldati, ladri e matrone del periodo, ognuno tratteggiato in modo fantastico e evocativo dagli autori piacentini. Il tutto corredato da foto dell’epoca e da “falsi” digitali d’autore che ne rendono piacevolissima la lettura.

Nato da una scommessa tra amici in riva al fiume è un’opera originalissima che coniuga cultura e piacentinità.

A presentarlo per primo (ma contiamo di avere presto ospiti i curatori e altri autori) Ottavio Torresendi, membro come me del gruppo di scrittori “Volatori Rapidi” che negi anni si è distinto per la partecipazione, spesso con ottimi risultati, a concorsi letterari di qualità. Suoi componimenti sono presenti nelle raccolte “365” di Delos Book e ha vinto concorsi letterari nazionali. Come poeta scrive liriche d’amore ed è particolarmente specializzato nell’invenzione di Haiku, le brevi poesie giapponesi dedicate alla natura anche se la sua specializzazione sono le storie e le poesie che parlano di problemi concreti della società di oggi, della disoccupazione, delle problematiche italiane e non solo, tanto che tra gli amici è soprannominato “social writer”

In questa antologia propone una lirica ispirata a un mestiere antichissimo e dimenticato, il calafatore di barche. Da internet ho cercato il significato “ Il calafataggio è una tecnica di impermeabilizzazione dello scafo in legno, eseguita dal mastrocalafatore. Essa crea una giunzione tra le tavole del fasciame in grado di reggere il mare e resistere nel tempo”

Un mestiere che forse ricordavano i nostri nonni, descritto in questa bella poesia, dedicata alla tomba di un ignoto artigiano delle barche del Po.

Ecco la poesia, letta dallo stesso Ottavio.

Il Calafatore di Barche

Calafatare le barche non è un lavoro dignitoso.
Costruire le barche, farle navigare, ti da dignità.
Condurle nelle anse che il Po disegna verso il delta, a caccia di anatre, ti da dignità.
Gettare dalla prua le reti, sperando in una pesca fortunata , ti da dignità.
Calafatarle no!
E’ tutta colpa della pece, puzzolente, bollente , appiccicosa che usi.
Un odore immondo, penetrante, che assomiglia all’inferno.
Alla fine la barca è impermeabile, ma un po’ lo diventi anche tu, alla vita.
La gente ti evita.
Le donne ti evitano.
Ti additano e dicono –E’ quello che usa la malabestia-.
Con quella spingi la canapa, impregnata e  sudicia di pece, in mezzo ad ogni tavola.
Riempi ogni fessura nella barca, ma si aprono crepe nella tua solitudine.
Bevi, alla fine bevi, con la scusa del sudore, della fatica, del sole cocente o del freddo penetrante.
Bevi anche quando non hai scuse.
Nel vuoto della tua vita il vino è meglio della pece.
Nel calderone fumante e bollente, ubriaco e svenuto, alla fine ci sono entrato anch’io, insieme agli stracci di canapa.
Mi hanno seppellito così, nel mio bozzolo nero e solido.
Il mio destino : impermeabile alla vita, impermeabile alla morte.
 
(Artemio Barbieri 10 Agosto 1808 -12 Novembre 1848
Seppellito a San Nazaro –PC-
Calafatore di barche)

Ottavio Torresendi alla lettura della curiosa ed interessante Antologia

A questa lirica non ho potuto fare a meno di abbinare un brano del grande Fabrizio De André che, lesse Spoon River a diciotto anni, scelse nove poesie dall’intera raccolta e, con la collaborazione del Premio Oscar Nicola Piovani scrisse nove canzoni nell’album “Non al denaro non all’amore né al cielo”, liberamente tratto dall’Antologia di Spoon River”.  

Complimenti agli ideatori e agli autori: Emanuela Albanese, Gabriella Brunini, Brunello Buonocore, Paola Cerri, Gabriele Dadati, Melania Dadati, Chiara Ferrari, Marco Ferrari, Domenico Ferrari Cesena, Patricia Ferro, Paolo Garetti, Piera Marchioni, Giovanni Battista Menzani, Manuela Merli, Marco Murgia, Claudio Sesenna, Barbara Tagliaferri, Ottavio Torresendi, Fabrizio Tummolillo.

Un’altra bella prova poetica della nostra bella città!

Alla prossima!
Giusy Cafari Panico comelalunadigiorno.blogspot.com
© Radio Sound Piacenza

Piacenza, Museo della Poesia: presentazione dei libri della collana “Le Hasard”

Fernanda Fedi e Gino Gini: oggi a Piacenza al Piccolo Museo della Poesia di via Pace, 5 come annunciato nell’articolo di Libertà quotidiano di Piacenza a firma Betty Paraboschi che riportiamo

Continuano gli appuntamenti proposti ai piacentini dal Piccolo Museo della Poesia “Incolmabili fenditure” di via Pace 5 (guardando la Cattedrale di piazza Duomo, sulla destra dopo pochi passi, ndr). Infatti oggi alle 17 nella sede museale saranno presentati sei numeri della collana Le Hasard edita dall’Archivio Libri d’Artista: per l’occasione saranno presenti Gino Gini e Fernanda Fedi che sono gli autori dei libri, i poeti Amedeo Anelli, Guido Oldani, Alain Freixe che invece sono gli autori dei testi. L’iniziativa si inserisce nell’ambito di una suggestiva mostra di Fedi e di Gini, curata appunto da Anelli, che è stata inaugurata recentemente al Piccolo Museo della Poesia con il titolo Un cammino tra sacralità e poesia, opere e libri d’artista.
Artisti di fama internazionale, Gino Gini e Fernanda Fedi dagli anni Settanta del Novecento hanno dato origine ad una serie di esperienze sul sociale e sulla verbo-visualità, che li ha portati, fra l’altro, negli anni Ottanta alla fondazione dell’Archivio Internazionale del Libro d’Artista di Milano: la mostra che i piacentini hanno occasione di visitare in queste settimane intende ripercorrere alcune fasi recenti di questo itinerario attraverso la presentazione di vere e proprie opere d’arte di rara bellezza e di straordinaria fattura. Per chi volesse visitare l’esposizione si ricorda che gli orari di apertura della mostra sono dal mercoledì al sabato dalle 11 alle 19, mentre la domenica, il lunedì e il martedì su prenotazione dalle 17 alle 22.

“Happiness (Il trucco delle nuvole)”, lirica da Diario Costante dei Giorni di Luca Isidori da Piacenza

“La poesia riesce ad arrivare dritta nell’animo delle persone, perché parla una lingua fatta di emozioni, di slanci, di riflessioni. Così, nel nostro percorrere la vita lungo i sentieri del sole, possiamo far in modo che, attraverso questa profonda indagine verso la conoscenza di sé e del mondo, tutto si elevi ad uno stato piu’ puro, piu’ intenso, piu’ vero.” Parole di Luca Isidori, nato a Piacenza il 16 novembre 1980.

Col mio incauto
sogno di leggerezza
ancora intatto.
Col mio impavido 
ideale di libertà
ancora dentro a scalciare.
Nel perfetto disegno di idee
pronte ad imbrattare
di necessità il mondo,
in cerca di equilibrio. 
 
Io resisto, non mollo,
perché esisto.
 
Perché qualcosa
dentro i miei passi
non vuole tacere né arrendersi.
Rifiutandosi sempre di annuire,
di patteggiare alcun compromesso.
Continuando a rivendicare
porzioni di regno di luce per sé:
happiness … felicità.
 
Ma allora cosa impedisce
di sbraitare frastuono,
di mordere sangue?
Di camminare sospeso
oltre gli spilli centrifughi del dolore,
unito al proprio centro,
leva del proprio fulcro … ?
 
Io resisto, non mollo,
perché esisto!
 
Generoso scalatore di esperienze,
altruista di occhi,
egocentrico di talento,
selvaggio mancato,
bandito,
stupratore di cervelli,
sicario del destino,
violinista di tendini
(nella smorfia condita di dolore,
abnegazione, estasi, liberazione,
annullamento di sé),
virtuoso a mezz’aria nel vuoto,
padrone della sfida
tra l’asfalto e il divino,
corda d’equilibrista.
 
Fossi farfalla,
petali danzanti nell’aria
tra lo zucchero filato del cielo,
nel lieve, lento fluire
del vento ballerino sulle ali,
la mia pelle …
 
Spavaldo
rimarrò in piedi
eroso dal vento
(still standing again and forever),
come l’ultima sentinella
dell’ultimo baluardo
dell’impero romano al collasso.
Ad impedire al medioevo di iniziare.
 
Nella propria esistestenza
molte cose se ne vanno,
alcune rimangono,
altre ritornano.
 
Happiness … felicità.
Di nuovo libera,
dentro di me.

Il libro di Luca Isidori é reperibile presso la libreria dell’Ipercoop Il Gotico di Piacenza oppure in internet presso il sito ilmiolibro.it

Novità letterarie da InfiniteStorie.it (44/13) con il west di Robert Hagan, pittore impressionista

Per gli amanti degli animali

* I miei animali e l’altra famiglia * di Clare Balding (Ed. Vallardi, trad. di Maddalena Togliani, pp. 334, euro 14.90, anche in eBook). Clare Balding è cresciuta in una famiglia non comune. Il padre, americano, era un famoso allenatore di cavalli da corsa, mentre la madre era un’aristocratica inglese. Clare ha imparato fin da piccola che, nella sua famiglia, lei veniva dopo molte altre priorità. Ha allora scelto come suoi maestri e compagni di vita i tanti animali che riempivano la grande tenuta di famiglia, in special modo i suoi preferiti: cavalli adulti, giumente e puledri, pony, cani di tutte le taglie e razze, cuccioli in crescita come lei. Nel libro ci racconta come sia stata proprio questa famiglia allargata a insegnarle tutto sulla vita: l’amore, la perdita, la tristezza, la gioia, l’aggressività, la dolcezza, la sconfitta, il recupero. 

* Ti amo così come sei * di Lisa Rogak (Ed. tre60, trad. di Nicoletta Russo Del Santo, pp. 160, euro 12.90). Una raccolta di storie delicate e commoventi che vedono protagonisti animali che hanno adottato cuccioli di altre specie e se ne prendono cura: l’orango e i leoncini, il labrador e l’anatroccolo, mamma coniglio e i gattini, il dalmata e l’agnellino, la gatta e lo scoiattolino, e molte altre “famiglie” tanto improbabili quanto irresistibili. Sono tutte storie vere, raccolte dall’autrice in giro per il mondo e documentate da una serie di scatti fotografici che fanno sorridere, suscitano tenerezza e soprattutto ci ricordano di quale amore disinteressato e incondizionato siano capaci gli animali.

Per gli amanti dei piaceri della vita

* Cucina smart con Jamie Oliver * di Jamie Oliver (Ed. Tea, trad. di Manuela Carozzi e Maddalena Togliani, pp. 288, euro 26.00). È ora della cucina intelligente! Questo libro vi insegnerà come cucinare cibi gustosi e nutrienti con poca spesa. Piatti saporiti, colorati e che danno allegria, per coccolarvi, stare bene ed essere felici. Ogni ricetta è di alta qualità e più economica di qualsiasi piatto pronto.