“La guerra è finita”, s’annunciò l’8 maggio 1945 e ieri a Carpaneto e Piacenza è tornata una colonna di pace

L’8 maggio 1945 viene ricordato (nel Regno Unito, in Germania Orientale, in Francia, in Slovacchia, nella Repubblica Ceca) come la giornata della vittoria in Europa degli alleati contro i nazifascisti. Fu il giorno in cui gli alleati accettarono formalmente la resa incondizionata delle forze armate della Germania nazista, decretando la fine di Adolf Hitler e del Terzo Reich. Il 30 aprile Hitler si era tolto la vita durante la battaglia di Berlino, così la resa fu autorizzata dal presidente tedesco l’ammiraglio Karl Dönitz a capo di una amministrazione passata alla storia come il governo di Flensburg. L’atto di capitolazione militare è stato firmato il 7 maggio a Reims, in Francia, e l’8 maggio a Berlino, Germania.

Nel nostro BelPaese in realtà siamo abituati a festeggiare il 25 aprile, quando i combattenti partigiani liberarono Milano e Torino mentre le truppe alleate ancora arrancavano all’inizio della via Emilia dalla parte del mare per cui questa manifestazione, giunta alla quarta edizione, ci coglie di sorpresa.

Ma quando c’accorgiamo che il messaggio è quello che più ci piace (“Mettete dei fiori nei vostri cannoni“) , non possiamo che applaudire questi collezionisti invitati, tra gli altri, dall’Associazione Terre Piacentine di Castell’Arquato per una manifestazione ammirata a Carpaneto (sabato) e a Piacenza domenica, ieri.

Ferma restando la gioia di vedere i camion transitare senza soldati infreddoliti stipati sul cassone con il fucile o il mitra stretto tra le mani e la fronte imperlata dal sudore in attesa di conoscere quale sarebbe stato il loro destino, inevitabile il brivido per quel signore ormai anziano che, avvicinandosi con la sua bicicletta, ha ricordato di quando gli alleati con i loro mezzi, carrarmati compresi, sono davvero entrati nella piazza, festeggiati da migliaia di piacentini finalmente liberi dall’occupazione tedesca e dai loro asserviti fascisti della Repubblica Sociale.

 

Il 25 aprile? Un giorno come un altro!”, parola di Tommaso Foti, deputato (ma che strano) Fratelli d’Italia

Nulla di nuovo alla luce del sole: arriva il 25 aprile, la Festa della Liberazione, ed ecco le consuete sortite dell’Italia conservatrice per quantomeno ridimensionare il ruolo dei combattenti partigiani riconoscendo il merito della sconfitta nazifascista agli americani: indicativo un peloso intervento caratterizzato da un anticomunismo viscerale di tal Carlo Giarelli sul quotidiano on line ‘ILPiacenza’.  Indicativo però anche l’intervento dell’attuale Sindaco di Piacenza, Patrizia Barbieri, accreditata come ersponente di Forza Italia. In piazza nella città medaglia al valore per la lotta di Resistenza, ha richiamato con un discorso ancor più peloso di quello del Giarelli, un’unità politica che in concreto significa non distinguere tra i protagonisti di quella lotta, ponendo sullo stesso piano chi, più o meno consapevolmente, sceglieva di allearsi con i nazisti dei campi di sterminio e chi invece combatteva per valori di giustizia e libertà. Senza che con questo qui si vogliano negare deviazionismi ed eccessi anche nella lotta partigiana che sono situazioni inevitabili in tutti i conflitti ma chiederne conto oggi, fuori da quel contesto storico, caro Sindaco ( Sindaca che dir si voglia, a suo gradimento), significa solo pescare nel torbido, tentare appunto di porre sullo stesso piano gli uni e gli altri e questo, prima di tutto, risulta antistorico, utile solo a piccoli interessi di bottega come ad esempio il dover tenere in piedi una giunta che vede uniti rappresentanti di quella destra per la quale il 25 aprile non è altro che il giorno dedicato a San Marco (così dichiara il deputato di Fratelli d’Italia Tommaso Foti) o che comunque mal digerisce (con l’esponente della Lega dottor Polledri in testa) quella che è stata appunto la lotta per un’Italia dalla parte del popolo e non del potere monarchico, della borghesia padronale o del vertice ecclesiastico che fosse. Date queste considerazioni credo utile ed importante riportare (con qualche commento alla fine dello stesso) l’intervento del predetto onorevole Foti pubblicato sulla sua pagina in facebook.

Tommaso Foti con Ignazio La Russa

L’INTERVENTO DI TOMMASO FOTI, ESPONENTE FRATELLI D’ITALIA

25 APRILE? FESTA PER ALTRI, NON PER ME. E adesso lo so, mi pioveranno addosso le solite critiche, i triti e tristi luoghi comuni. Diranno e scriveranno: Foti? un #fascista. Bella che data la risposta: sbrigativa e democratica, come si conviene a stupidi che neppure sanno di adularmi. Dicano ciò che vogliono, io non riesco a festeggiare, perché non accetto che si perpetui la divisione tra morti e morti. Perché mai chi è caduto nelle brigate partigiane deve essere per forza un eroe, e chi è morto indossando la divisa della Repubblica Sociale Italiana deve essere solo un dannato, un dimenticato, un derelitto? Perché mai dovrei accettare una siffatta e comoda distinzione quando, non io ma i fatti, dicono che molti di coloro che andarono a morire nelle brigate partigiane erano stati fascisti più di coloro che andarono invece a morire per il Duce? Perché mai dovrei, genuflettendomi alla cosiddetta politica corretta, disprezzare mio nonno paterno e mio padre per le scelte fatte, quando gli stessi – per avere combattuto per l’Onore – patirono poi di tutto e di più quando, dopo le radiose giornate dell’aprile ’45, fu loro riservata la galera o la clandestinità, pur non avendo mai commesso nulla di nulla? Perché dovrei pensare che il pianto di una madre che ha avuto il figlio morto nelle fila della Resistenza meriti più comprensione, rispetto, condivisione, di quello versato da una madre il cui figlio, magari quindicenne, decise di essere mascotte in una delle milizie fasciste? Lo so bene che mi si dirà che chi è morto per la libertà è morto per una giusta causa e chi è morto dall’altra parte è morto per difendere un’idea totalitaria, ma questi sono artifizi interessati. Quasi che non si sapesse che la componente più politica della Resistenza, quella di radice comunista, certo voleva chiudere la pagina del totalitarismo fascista, ma solo per incominciare quella del totalitarismo comunista. Eppure basterebbe poco perché il 25 Aprile potesse diventare il giorno della memoria condivisa: sarebbe sufficiente anziché esaltare la propria fazione, promuovere la pacificazione.Ma così non è e, temo, non sarà mai. Perché le immagini di quei poveri morti – degli uni e degli altri – più che emblema del Sacrificio supremo continuano ad essere agitate per mantenere in piedi una distinzione manichea tra vincitori e vinti, tra il sangue dei primi e quello degli ultimi. E finche’ sarà così, per me il 25 Aprile continuerà ad essere solo SAN MARCO.

Ivrea, il partigiano Ferruccio impiccato dai fascisti della “X Mas” di Junio Valeri Borghese

Riporto non tanto a titolo di risposta ma come intervento ‘parallelo’ rispetto sia alle tesi di Foti sia alle osservazioni del Sindaco Barbieri, quanto pubblicato dall’amico Nunzio Delpanno in un messaggio personale che mi preme condividere: “Molti revisionisti storici tendono a mettere in evidenza episodi negativi che, come in tutte le vicende umane esistono e sempre si verificheranno. Ma la straordinaria epopea della resistenza va considerata nel suo insieme. Una cosa è certa, ha reso a tutti la dignità perduta sia di chi ha combattuto e di chi è stato a guardare. Con la loro rivolta i PARTIGIANI hanno scritto la pagina più bella della nostra recente storia che continua a vivere nella democrazia riconquistata”.

Dunque: vero che tutti i morti meritano rispetto e cordoglio. Anche perché tutti i ragazzi di allora credevano in quello che facevano oppure subivano semplicemente i fatti che li coinvolgevano. Un mio parente acquisito ha indossato la divisa della R.S.I.. Orfano di  padre (Carabiniere) e di madre si ritrovava con sei fratellini da crescere e mantenere e per questo la diaria era fondamentale. Non è morto e credo non abbia ammazzato nessuno, ma per uscire dal carcere ha dovuto penare.

Insomma, condivido con l’onorevole Foti che tutti i morti meritano cordoglio e rimpianto per la vita persa. Però gli onori della festa non possono essere concessi a tutti.

Gli onori della festa del 25 aprile, giorno della liberazione di Torino e Milano da parte delle truppe combattenti partigiane mentre gli americani arrancavano ancora nel centro del BelPaese, vanno a chi ha creduto nei valori di giustizia e libertà da garantire alle generazioni future e per questo ha pagato con la vita.

Manifesto del Partito Socialista

 

 

25 aprile 1945: i gruppi partigiani combattenti liberano Torino e Milano

Il 25 aprile del 1945 i partigiani liberarono Milano e Torino, città industriali del nord, dalle truppe di Hitler e da quelle rimaste fedeli a Mussolini dopo che le forze alleate avevano preso il controllo di buona parte del paese.

Il 25 aprile è una festa patriottica che celebra le gesta di una minoranza armata. La festività fu introdotta nel 1946, mentre il Comitato di liberazione nazionale (Cln), composto tra gli altri dai rappresentati della Democrazia cristiana (Dc), del Partito socialista (Psi) e del Partito comunista (Pci), cercava d’identificarsi con i valori universali di libertà, democrazia e unità nazionale. In questo senso è significativo che la festa della liberazione ricorra nel giorno in cui il Comitato di liberazione nazionale alta Italia (Clnai) proclamò l’insurrezione in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, non nella data della liberazione finale del territorio italiano da parte degli alleati.

26 aprile 1945. Pertini tiene un affollato comizio nella Milano appena liberata.

Tuttavia, anche se i partiti del Cln sostenevano di rappresentare “un intero popolo in armi”, esclusi gli ultimi lealisti del regime fascista (considerati burattini della Germania e non veri patrioti), il 25 aprile non è mai davvero riuscito a essere un simbolo di unità nazionale. Non solo perché i battaglioni residui dell’estrema destra celebrano ancora oggi le loro commemorazioni nella cittadina natale di Mussolini, Predappio, ma anche perché nella cultura popolare la resistenza è stata sempre identificata principalmente con il Partito comunista italiano e questo ha costituito un cardine anticomunista utile alle vecchie élite che trovarono subito il modo di riaffermare il controllo dello stato.

Certo, dopo la liberazione i partiti del Cln governarono l’Italia insieme, scrivendo una nuova costituzione e fondando una repubblica, ma nel maggio del 1947 le pressioni legate alla guerra fredda costrinsero il Pci a uscire di scena. Nel 1946 il leader comunista Palmiro Togliatti, ministro della giustizia, nel tentativo di pacificare le tensioni sociali aveva voluto un’amnistia che riguardava anche i fascisti. Ma quando la sinistra comunista fu emarginata, i partigiani stessi diventarono il bersaglio di processi politici istruiti da ex fascisti nella magistratura e nella polizia.

La distanza tra i combattenti partigiani e l’establishment del dopoguerra era evidente già il 25 aprile del 1947, quando si sciolse la seconda forza tra quelle che avevano contribuito alla resistenza, il Partito d’azione, formato da repubblicani e socialisti. La controffensiva anticomunista dopo la liberazione raggiunse l’apice il 14 luglio del 1948, con l’attentato contro Togliatti. Il gesto, compiuto da un militante di estrema destra, scatenò non solo uno sciopero generale, ma nei giorni successivi spinse molti ex partigiani a riprendere le armi e occupare i luoghi di lavoro e i commissariati di polizia.

Anche se il 25 aprile è ancora contrassegnato da manifestazioni che chiedono di mantenere la promessa della costituzione di “una repubblica democratica fondata sul lavoro”, per quarant’anni lo stato italiano si è basato soprattutto sul dominio strutturale della Democrazia cristiana, il cardine anticomunista di tutti i governi italiani fino alla caduta del muro di Berlino. La Democrazia cristiana aveva collaborato con i comunisti all’interno del Cln e poi nel governo tra il 1943 e il 1947, ma il suo contributo militare alla resistenza era stato esiguo e nell’anniversario del 25 aprile enfatizzò sempre il ruolo dell’esercito statunitense nella liberazione dell’Italia.

Ancora oggi il 25 aprile sopravvive come un giorno della memoria, ma lo fa in assenza dei partiti che animarono quella lotta. Con i ranghi dei partigiani ancora in vita sempre più ridotti e la sinistra in una profonda crisi, il ruolo della resistenza nella vita pubblica italiana rischia d’essere sempre più secondario. Gli storici revisionisti hanno cercato con forza sempre maggiore di affermare l’equivalenza dei crimini commessi da entrambe la parti della “guerra civile”, e l’ultimo governo Berlusconi ha addirittura accarezzato l’idea di liberarsi della festa della liberazione.

Per tutto questo ancora oggi è fondamentale ribadire lo spirito di quel momento storico, contro ogni tentazione non tanto di ritorno al totalitarismo ma soprattutto di imposizione di una finta democrazia dove i pochi, depositari del potere economico, prevalgono sul popolo dei lavoratori cioè sulla maggioranza dei cittadini.

 

“68 un anno di confine”, in mostra a Piacenza le foto di Uliano Lucas (fino all’11 maggio)

Il sessantotto, in realtà, fu un fatto un po’ radical chic, espressione che definisce gli appartenenti alla borghesia che per vari motivi (seguire la moda, esibizionismo o per inconfessati interessi personali) ostentano idee e tendenze politiche affini alla sinistra radicale o comunque opposte al loro vero ceto di appartenenza.

Personalmente sono convinto che un’affermazione di questo tipo sia solo una (quella denigratoria degli esponenti della borghesia conservatrice) delle tante verità che possono definire quella realtà storica molto spesso mitizzata e che comunque appunto necessita di un’analisi complessiva, come un prisma fatto di tante sfaccettature tra loro anche contrastanti.

Quartiere Grotosoglio, Milano

All’epoca avevo 14 anni con alcune convinzioni radicate per tradizione familiare: il mondo si divideva in due, da una parte Usa e Urss, superpotenze guerrafondaie che si dividevano il mondo e facevano la guerra. In altri termini superpotenze ben poco inclini alla democrazia o comunque non certo dalla parte della democrazia partecipata di chi lavora.

Nell’ambito invece del nostro piccolo orticello italiano (l’Europa non esisteva) da un lato stavano i padroni (con i preti dalla loro parte), dall’altro i lavoratori e il bastone stava nelle mani dei primi per cui bisognava stare attenti a come ci si muoveva (lavorare ‘sotto traccia’) perché a rimetterci eravamo sempre e soltanto “noi”.

Immigrato sardo davanti al grattacielo Pirelli

Quando, al telegiornale, ho visto immagini di quei ragazzi che a Valle Giulia si scontravano con la polizia, ho fatto fatica a capire: erano tutti in giacca e cravatta, avevano i capelli corti e ben tagliati, erano appunto i figli della borghesia, di avvocati, medici, ingegneri, tutti ragazzi che studiavano all’Università per diventare (come sarebbero diventati) avvocati, giudici, medici, primari, ingegneri, cosa impensabile per “noi” figli di lavoratori per i quali l’accesso a quegli studi era ufficialmente precluso visto che i nostri genitori non potevano permettersi di iscriverci ai licei ipotecando almeno una decina d’anni di mantenimento agli studi.

Era insomma un’epoca di grandi discriminazioni. Ci stavano i palazzi popolari con i balconi a ringhiera e il bagno in comune con i vestiti lavati che riempivano di profumi (di sudore) tutti gli anfratti del caseggiato oltre agli effluvi del minestrone col brodo fatto col dado aromatizzato. Per gli “altri” i grattacieli, le ville con piscina, le visite alla fabbrica in elicottero.

In fabbrica c’erano i guardiani che controllavano quante volte un operaio andava in bagno, vigilando che non fumassero non perché il fumo facesse male e il padrone pensasse alla tua salute ma perché fumare faceva perdere tempo. In Fiat a Torino i Re.Po. compilavano schede a punti: 3 punti per operai Cgil o addirittura Pci, da eliminare. Per l’assunzione serviva oltre all’adeguata raccomandazione, il parere del parroco e il visto dei Carabinieri.

Il mio ’68? Mamma e papà lavoravano e mi hanno mandato a dopo scuola dai Gesuiti per istruirmi meglio, specie in matematica. Uno di loro (non ricordo il nome), proprio l’insegnante di matematica, un giorno mi prese da parte e, indicandomi un ragazzo, mi disse “stai attento, i suoi genitori sono comunisti“. Vade retro, falce e martello!

Assalto all’Università Statale occupata. Milano

In via Caccialupo ancora oggi c’è una caserma dei Carabinieri. Un giorno passavo in quella via dove tra l’altro alloggiavano gli ufficiali americani della Nato di stanza all’aereoporto militare di San Damiano. Un milite ai miei occhi un pò avanti con gli anni mi disse “stai attento ai socialisti, sono furbi quelli, stanno al governo con i democristiani ma fanno gli interessi dei rossi“. I rossi equivalevano agli operari e ai lavoratori.

Il mio ’68. Due anni dopo, in seconda superiore, a ragioneria, il mio primo sciopero finiva all’assemblea nel salone della Camera del Lavoro messa a disposizione dal sindacato Cgil, passando di fronte ai questurini abbardati con caschi, scudi e manganelli. Tre anni ancora e il governo a partecipazione socialista avrebbe aperto la possibilità di iscrizione all’università anche per “noi” figli di operai e lavoratori. Contemporaneamente approvava lo ‘Statuto dei lavoratori’ che cambiava la vita nelle grandi fabbriche riconoscendo appunto i diritti dei lavoratori. Eravamo sdoganati.

Sesto San Giovanni (Milano)

Il diavolo nel convento delle suore: la storia di suor Madeleine de Demandolx de la Palude

Incontro galante tra un monaco e una suora

Nei primi anni del 1600 una giovane suora orsolina di nome Madeleine de Demandolx de la Palud, che sembra fosse stata amante di  Padre Louis Gaufridi, un amico della sua famiglia, inviata in convento a Marsiglia prima e nella lontana Aix-en-provence poi proprio per allontanarla dal prete, a 19 anni cominciò ad avere attacchi, gridando oscenità, e affermando di essersi impegnata in osceni atti sessuali con demoni e streghe. Iil suo corpo era contorto e in un accesso di rabbia distrusse un crocifisso.

La pratica del convento comune all’epoca prescriveva un esorcismo per bandire i demoni di Madeleine. Non solo i primi tentativi furono vani, ma ulteriori tentativi portarono ad accuse nei confronti di padre Gaufridi, accusato di essere un adoratore del diavolo che l’aveva copulata da quando aveva 17 anni. Altre suore furono presto possedute dai demoni e alla fine dell’anno quel numero era salito a otto. Suor Louise Capeau era considerata la più afflitta; i suoi vaneggiamenti e le contorsioni fisiche erano più orribili di quelli di Madeleine.

Possessioni demoniache

Un esorcista fiammingo, padre Domptius, fu chiamato a continuare i tentativi di rimuovere i demoni dalle suore possedute. Durante questo periodo, la posseduta suor Louise Capeau insistette a voce alta sul fatto che Gaufridi avesse commesso ogni forma immaginabile di perversione sessuale. Nel 1611 Gaufridi fu portato davanti ad un tribunale di Aix.

Durante iI processo Madeleine e Louise hanno tenuto comportamenti che, per gli standard del XVII secolo, erano considerati evidenza di uno stato avanzato di possessione demoniaca. La condanna del prete, dopo confessioni ottenute con una serie di torture fisiche e mentali, era scontata. A nulla servirono le ritrattazioni in aula, per l’Inquisizione e per i cristiani la sentenza non poteva che essere la condanna a morte con il fuoco.

Opera di Heinrich Lossow

Il 30 aprile 1611 fu il giorno dell’esecuzione di Padre Gaufridi. Con la testa e i piedi nudi, una corda intorno al collo, Gaufridi ha chiesto ufficialmente il perdono di Dio. Al prete fu concessa la grazia dello strangolamento prima che il suo corpo fosse ridotto in cenere.

Suor Madeleine Demandolx de la Palud ha invece rinunciato a Dio e ai santi davanti alla chiesa, e immediatamente dopo l’esecuzione di Gaufridi è stata improvvisamente libera da ogni possesso. La sua compagna demoniaca, Suor Louise Capeau, invece fu posseduta fino alla sua morte. Entrambe le sorelle furono bandite dal convento, ma Madeleine rimase sotto la sorveglianza dell’Inquisizione. Fu accusata di stregoneria nel 1642 e di nuovo nel 1652. Durante il suo secondo processo, Madeleine fu nuovamente trovata con il marchio del Diavolo e fu condannata al carcere. In età avanzata, fu rilasciata sotto la custodia di un parente e morì nel 1670 all’età di 77 anni.

Danza delle streghe, olio su tela di Lando Landozzi

 

14 aprile 1958: rientra dallo spazio lo Sputnik 2 con a bordo Laika, “piccolo abbaiatore”

Primo essere vivente terrestre ad entrare nello spazio il 3 novembre 1957, ha viaggiato per centosessantadue giorni ma in realtà era morta dopo appena 5 ore dal lancio (forse per arresto cardiaco, forse per problemi tecnici nell’impianto di riscaldamento) tanto da rendere quasi inutile da punto di vista scientifico la missione (studiare appunto gli effetti della permanenza nello spazio di un essere vivente).

Il suo vero nome era Kudrjavka, “ricciolina”. Il nome con cui è nota in Occidente deriva da un fraintendimento tra un giornalista occidentale e una responsabile della missione. Il giornalista chiese quale fosse il nome del cane, ma l’intervistata capí che la domanda si riferisse alla razza, e rispose “Laika”. I laika sono cani siberiani simili agli husky, e fu scelta questa razza perché molto resistente alle condizioni estreme, specialmente alle basse temperature. 

Il satellite come si diceva rientrò in atmosfera 5 mesi più tardi, il 14 aprile 1958, dopo aver compiuto 2.570 giri intorno alla Terra. Il satellite andò completamente distrutto durante il rientro poiché privo di schermo tecnico di protezione.

Perché un essere vivente lanciato nello spazio tornasse sano e salvo bisognava aspettare il 20 agosto 1960 quando le cagne Belka e Strelka rientrarono a terra da una missione spaziale a bordo del satellite Sputnik 5.

Piacenza: visita solitaria al Museo del Risorgimento a Palazzo Farnese

Nella primavera del 1862 Giuseppe Garibaldi è a Piacenza, il popolo lo acclama con entusiasmo, tutta la città è in festa.

Nelle elezioni politiche del 1865 vengono eletti diversi rappresentanti del partito garibaldino: a Piacenza Giacinto Carini, generale, amato dal popolo e ritenuto luogotenente di Garibaldi, a Castel San Giovanni Nino Bixio, a Fiorenzuola l’avvocato Antonio Oliva e a Bettola il Conte Carlo Boncompagni.

Nel 1866 molti piacentini partono volontari per la terza guerra d’indipendenza combattuta contro l’Austria; nelle file garibaldine se ne contano almeno quattrocento. Nel tentativo di prendere Roma Garibaldi è sconfitto a Mentana dalle truppe franco-pontificie e anche in questa occasione tra i garibaldini si contano numerosi piacentini, tra cui Tancredi Raffo.

Busto di Giuseppe Mazzini

Nel 1870 il Comitato centrale dell’Alleanza repubblicana cerca di dar vita ad una insurrezione italiana che prenda l’avvio da Piacenza; il moto è fissato per il 22 marzo poi rinviato al 24. I settanta uomini riuniti al Molino degli Orti tentano di entrare nella caserma “Sant’Anna”, ma i soldati riescono a reagire. Con l’insuccesso gli insorti si danno alla fuga, seguono vari arresti, ma al termine del processo tenuto tra il 15 e il 20 dicembre, vengono tutti assolti.

Sono notizie che leggiamo nelle quattro stanze del Museo del Risorgimento allestito a Palazzo Farnese dove si documenta il ruolo della città e delle sue genti nell’epopea risorgimentale. Certo, non troviamo moltissimo materiale. Intanto già alla richiesta di poter salire al piano intramezzo non dico che generiamo stupore ma una ragazza gentilissima deve venire ad aprire la porta chiusa a chiave, tanto pochi sono i visitatori.

Maria Luigia d’Austria, duchessa di Parma, Piacenza e Guastalla

Ancora più deludente l’acquisto del catalogo, realizzato dal Comune di Piacenza nel 1985 grazie al contributo finanziario della Banca di Piacenza e all’impegno dell’allora assessore alla cultura Aldo Lanati e del sindaco Angelo Tansini: nel frattempo sono notevolmente aumentate le acquisizioni grazie a diversi donatori per cui una riedizione illustrata con la riproduzione oltreché dei documenti dei quadri, dei cimeli, delle camice rosse (ma quanto erano piccoli e magri quei ragazzi?) e con un buon supporto storico non guasterebbe certo.

Non si pretende certo che si racconti di Camillo Benso di Cavour che disistimava il Re, considerato donnaiolo a suo parere di gusti di basso profilo (amava la conquista di corporute contadinelle). Non si pretende si parli di Garibaldi quando prometteva  le terre ai contadini siciliani salvo poi, seguendo i voleri dei finanziatori inglesi (che in Sicilia vantavano enormi interessi economici in particolare con riferimento alle attività gestite nel porto di Marsala ), reprimere nel sangue le proteste degli stessi per il mancato mantenimento delle promesse. Non si pretende si racconti della corruzione (antico vezzo italico) a suon di moneta piemontese dei generali borbonici perché non ostacolassero l’avanzata delle giubbe rosse verso la Napoli di Francesco II e nemmeno della successiva repressione da parte delle truppe piemontesi dei resistenti chiamati briganti per giustificarne lo sterminio. Nulla di tutto questo ma un Museo moderno, adeguato ai tempi e che possa coinvolgere o richiamare le nuove generazioni, Museo certo comunque di sicuro interesse (visitare per provare) che tuttavia dovrebbe dar voce a tutte le verità di quell’epoca troppo spesso raccontata con l’enfasi del vincitore tacendo invece gli interessi che hanno mosso e portato ad azioni ben diverse dal trionfalismo dei libri di storia ‘partigiani’. Un suggerimento per l’assessore alla cultura dei giorni nostri.

 

“Ma cosa diavolo sta succedendo? Ieri, 16 marzo 1978 …”, racconto di Claudio Arzani

1978, Roma, Manifestazione femminista. Foto di Gabriella Mercadini

Ma cosa diavolo sta succedendo?
Pietro mi guarda, si stringe nelle spalle, gli occhi tristi da triglia bollita. Doveva andare da Wilma, è già un po’ che se la fila ed oggi finalmente ci stava a studiare diritto pubblico dell’economia, ma ormai è troppo tardi, l’ora è fuggita via.

I portoni chiusi. E’ la prima volta. Il tempio della cultura, la cattedrale del sapere, del diritto, della libertà.
Le cancellate del passo carraio chiuse. Non le avevo mai notate. Non più di tanto, almeno. Forse con distrazione, senza farci caso. Non le ricordo chiuse, ed ora, ora mi sento soffocare.

A volte le giornate hanno il colore della nostra anima, dei nostri umori, del nostro sentire. Sento il cielo scuro, plumbeo, opprimente, il peso delle catene, delle libertà negate.
C’è da aspettare.

Fabio sta seduto sulla panca del giardino dove a volte si studia, a volte si parla, qualcuno amoreggia. Non c’è nulla da fare, il tempo è scandito da chi si è impadronito del nostro destino.
Torno nei corridoi, nelle aule, nelle biblioteche che custodiscono gelosamente i volumi delle storie di secoli di lotte, di pensieri, di confronti. Silenzio. E’ sparito anche il bidello, Luigi.

Apro la porta dell’Istituto di diritto ecclesiastico, di lì s’arriva alle spalle dell’aula magna di Medicina. L’armadio è aperto, le toghe rosse aspettano la prossima sessione di laurea. Mi lascio tentare, guardo d’attorno, non c’è nessuno, ne sfilo una dall’appendino, l’indosso, è pesa, fa un certo effetto, la ripongo, non è cosa mia, per ora, domani chissà.

C’è da aspettare. Nel cortile saranno ancora venticinque o trenta ragazzi. Passano uno alla volta e per ciascuno ci vogliono quindici minuti buoni.
Nei corridoi rumori di passi, qualcuno scende dallo scalone di Giurisprudenza.
Lo sciacquio dello scarico di un cesso, si apre la porta, esce Marina, lo sguardo perso, forse spaventata, incerta, non capisce, ma cosa diavolo succede? Almeno la troveranno pulita. Peccato, troppi soldi gettati nel cesso ed è fatica procurarseli. Il babbo ha un negozio in piazza a Guastalla, sotto i portici, non si nuota nell’oro, è già un dolore spenderli per pochi istanti di viaggio, non bisognerebbe, ma così è, magari verrà un tempo che non si potrà sognare più e intanto così fan tutti.

Un’ora, due ore d’inutili domande, d’attesa senza perché.

Nell’aula Salvator Allende campeggia ancora la scritta “Evviva Furia, cavallo del west”, dedica speciale al magnifico rettore, chiarissimo professor, con l’augurio di cavalcare per tutta la notte fino a Durango: anche i rettori hanno un cuore, si racconta nelle notti buie all’ombra argentea d’una luna assente. Sarà poi vero?
E intanto son passate più di due ore, mi si è fermato l’orologio, non si sa più cosa pensare, né a che santo votarsi. Ardua scelta tra Santo Antonio e Santo Domingo.

Ma alla fin fine arriva il mio turno, si apre il cancello, entro nell’androne, devo passare la sacca attraverso la seconda cancellata, mani sconosciute l’esplorano, la svuotano. Una consunta agendina tascabile con la copertina azzurra, regalo di Daniela, fazzoletti di carta per il naso e per pulire gli occhiali, l’immancabile fascia di stoffa perché non si sa mai, metti di trovarti nel bel mezzo di un lancio di fumogeni, il libretto universitario con i miei trenta (pochi) e il più basso, ventiquattro, un pacchetto di crackers, la biro, copia dell’Avanti! e di Lotta Continua.
Il giornale sta morendo, rischia di finire un’epoca, dobbiamo sostenerlo, difendere un presente troppo breve, già confuso nella nebbia del passato, l’ha detto anche Riccardo Lombardi.

Mani nervose, sguardi d’apparente fermezza carichi di tensione, aprono la seconda cancellata, mi ripassano la sacca, raccolgo l’adesivo con il sole che ride, caduto a terra, nella polvere che arriva da lontano, portata dal vento, da luoghi ancora sconosciuti, Three Mile Island, Chernobyl.

Mani nervose richiudono la cancellata alle mie spalle, resta ancora una porta di sbarre, ancora un chiavistello serrato, ancora mani nervose che scrutano, indagano, cercano chissà che.

Ma cosa diavolo sta succedendo? Tre uomini con la fascia rossa al braccio, Confederazione Italiana Generale Lavoratori, un mostro sacro, devo alzare le braccia, grazie, prego, ma cosa diavolo sta succedendo? Scusi, vuol ballare con me? Grazie, preferisco di no. Silenzio, nessuna risposta.

Con lo stridio del ferro contro il ferro scorre l’ultimo chiavistello, l’ultima barriera.
Libero.
Le scarpe da ginnastica (marca rigorosamente sconosciuta, laboratorio di produzione artigianale democratico in gruppo cooperativo, banco del mercato domenicale di Carpaneto, che più conveniente non ce n’è) volano nella galleria per arrivare in via Mazzini, col fiato sospeso, col timore dei carri armati, di mitra spianati, la fine del mondo, la Rosa dei Venti, l’ombra nera d’una dittatura che dopo trent’anni ritorna ghignante ed ancor più feroce.
Invece tram, gente in bicicletta, il viale lungo il fiume, viale Basetti a sinistra, viale Toschi a destra, oltre il ponte s’intravvedono le cime del verde del Parco Ducale, tutto normale, m’infilo da Filippo, ordino focaccia e mortadella. Da bere? Minerale, grazie. Ma non ho il coraggio di chiedere cosa diavolo sta succedendo.

Supero la Pilotta, oltrepasso Lettere e Filosofia, un elicottero bianco e blu continua a sorvolare le nostre teste, ma nessuno ci bada, si conversa al bar, ci si intrattiene all’edicola, un tizio paga il posteggiatore per ritirare l’auto. Nella vetrina di Franco Maria Ricci i libri in mostra sono sempre opere d’arte e via Garibaldi è sempre viva della solita gente.
Un juke box racconta la storia disperata di Lilly. La solita banda suona il rock, un cavallo galoppa senza sosta fino a Samarcanda ad incontrare la nera Signora, Capitan Uncino s’azzuffa con Peter Pan. E allora, cosa diavolo sta succedendo?

Arrivo in stazione, è un po’ come tana liberi tutti, un sospiro di sollievo, m’infilo in sala d’attesa, il solito Lecce ha un abisso di ritardo (40 minuti ufficiali, segnala il tabellone, ma alla fine son sempre di più). Toh, han tolto la vetrinetta con le violette di Parma, non c’è più religione.

La signora seduta sulla panca di fronte mi guarda un po’ di sottecchi, forse non mastica bene Lotta Continua. Il giornale non morde, non mordo neanch’io, ma la signora se ne va.
Con fretta composta raccoglie le sue cose, la borsa della spesa, la copia di Gente, se ne va nell’ombra dell’ultimo sole con un sorriso sul bel viso.

La guardo distrattamente uscire, un po’ seccato, e sulla porta appare la prima giacca blu con tanto di armi ed alti pennacchi (presi in prestito dai cugini dell’Arma?).
Guardo agli altri due ingressi. Altre due giacche blu si appostano, si accertano che non abbia vie di fughe, e finalmente arriva Mangiafuoco in giacca grigia e cravatta, mi invita al ballo nel suo paese dei balocchi.
Ma cosa diavolo sta succedendo?
Una processione.

Mangiafuoco mi offre il braccio, mi accompagna al castello, due giacche blu alle spalle, una davanti, tutta la stazione mi guarda con gli occhi gonfi d’invidia, vado a raggiunger Lucignolo. Si, sono preoccupato. Rassegnato.
Ma cosa diavolo sta succedendo?

Altre ore, facce di gente curiosa, documenti di qui, chi sei di là, ti conosco mascherina, solo in una stanza con troppi rumori d’attorno, un silenzio che t’assorda, un’altra ora, ancora due eppoi tre ore. A casa saran preoccupati, si, son preoccupato anch’io, vorrei capire, anzi, vorrei andare, rinuncio a capire, voglio solo andare.

Le ombre della sera hanno già avvolto le banchine e i binari, è l’ora in cui sono chiusi i bar e sembra morta la città, mi vien da piangere, sono ore che vorrei piangere, non ho più risposte, non ho mai avuto domande, la giacca blu che arriva con un sorriso stampato sul volto illuminato dalla lampada e l’etichetta in bella mostra Digos mi sembra una fata azzurra, sono magiche le parole che mi riportano sul treno, l’ultimo appena arrivato, poi avrei passato la notte in una città non mia, senza sapere dove dormire.
Mi accomodo sul vecchio sedile di velluto, tra una bruciatura e l’altra: sigaretta per bruciare il tempo, qualche macchia di caffè, turutun turutun, sessanta chilometri di strada ferrata e finalmente le alte ciminiere dell’Enel, piazzale Marconi, mi accoglie la mia città, un marocco nero mi sussurra ammicante do you want fly with me?, casa dolce casa, si torna da mammà, ancora sveglia, fuori dalla grazia di Dio per questo figlio perso chissà dove.

Sono le due della notte del 17 marzo 1978, cosa diavolo è successo?
Ieri, 16 marzo, le Brigate Rosse hanno rapito Aldo Moro, il gioco è finito, Furia non galoppa più, ci hanno azzoppato.

 


Piacenza: “Nessun tocchi quella lapide!” Non si cancella la memoria di quanti hanno combattuto per la nostra democrazia

Piacenza, piazzale Velleia: la lapide che ricorda i due giovani partigiani fucilati dai tedeschi il 26 aprile 1945, due giorni prima della Liberazione della città

Due giorni prima della Liberazione di Piacenza, il 26 aprile 1945, due giovani partigiani, Renato Gatti (nato il 16 marzo 1926) e Carlo Alberici (nato il 16 marzo 1922), sono stati fucilati alle porte della città dai tedeschi in fuga.

Ancora oggi una lapide a loro ricordo è posta sul muro di cinta dell’area ex Mazzoni in piazzale Velleia.

I capannoni e il muro dell’area verranno abbattuti (così ha decretato di recente il Consiglio Comunale a maggioranza di centrodestra) per far spazio ad un nuovo supermercato, il terzo collocato a poche decine di metri da altri due che già determinano un traffico notevole nella zona. Ma non di questo voglio parlare.

Quel che voglio affermare è evidente: nessun tocchi quella lapide!!!

E nell’occasione riporto la lettera che hanno ricevuto le famiglie dei due giovani pochi giorni dopo l’avvenuta Liberazione dal nazifascismo:

“Care famiglie Gatti e Alberici,

sono un caro amico di Renato e di Carlo. È con gigantesca tristezza che vi comunico che a causa di una grandissima sfortuna i vostri figli sono stati vittime di una fucilazione.

Molti di noi, quando hanno iniziato a nascondersi tra le colline e le montagne, erano consapevoli del rischio a cui stavano andando incontro ma, convinti di fare ciò che più era giusto, erano pronti a una morte prematura. Soltanto pochi, però, si erano preparati alla sofferenza della perdita di amici e io non sono uno di quelli e adesso soffro come mai ho sofferto nella mia vita e sono accanto a tutti voi che piangete per la perdita dei nostri meravigliosi ragazzi.

Tutto è avvenuto di sera , eravamo ormai rilassati poiché consapevoli che entro pochi giorni avremmo potuto smettere di nasconderci e avremmo potuto ricominciare le nostre vite a casa con le famiglie. Questa probabilmente è la causa della morte di Carlo e di Renato. Ci trovavamo nel buio appena fuori città quando vedemmo i tedeschi. Non riesco ancora a spiegarmi quale sia il motivo per cui si trovassero lì: fu casualità, una soffiata o furono attratti da qualcosa? Io ero rimasto indietro con un altro piccolo gruppo di persone, quando i tedeschi iniziarono a fare fuoco, potemmo vedere i nostri compagni scappare da tutte le parti. Io rimassi immobile scioccato e feci in tempo a vedere Carlo e Renato fuggire nella stessa direzione prima di essere scrollato da un mio compagno e cominciare, anch’io, a sparare fuggendo. Ormai sapevo di essere in salvo, ero lontano ma potevo ancora udire il rumore degli spari. Rimasi in ascolto e quando non udii più nulla mi diressi nel luogo vicino allo scontro. C’eravamo tutti tranne Renato e Carlo. Li aspettammo tutta la notte e, a notte inoltrata, ci dividemmo in piccoli gruppi a cercarli. Fui proprio io a riconoscere i corpi, ancora circondati dagli ultimi tedeschi, grazie al fazzoletto rosso che Carlo stringeva in mano. Il fazzoletto a cui era tanto affezionato e che stringeva per sentirsi più vicino a voi.

Soffro a raccontarvi quanto accaduto ma mi sembra giusto che voi conosciate tutto. Ero molto legato a loro, erano persone fantastiche, si volevano un gran bene a vicenda e riuscivano ad andare avanti l’uno con l’aiuto dell’altro. Per questo probabilmente hanno deciso di volare via insieme.

Le più sentite condoglianze

Marco”

Gli uomini dell’VIII Brigata della Divisione “Piacenza” al comando di Enrico Rancati entrano in città la mattina del 28 aprile 1945

 

 

“Cotrebbia, piccola comunità che richiama alla mente Dieta di Roncaglia, Calendasco e Ponderosa”, riflessioni di Carmelo Sciascia

Cartolina di Cotrebbua Nuova

Ci sono delle curiosità che ci rimangono impresse nella memoria fin dalla prima volta che le abbiamo sentite nominare o lette. E dall’infanzia, dalla lettura dei primi libri scolastici, ci si arrovella. Una di queste personali curiosità è legata ad un evento storico, da tutti studiato e conosciuto: la Dieta di Roncaglia. 

Il termine Roncaglia può avere un’origine celtica da “run” collina o derivare dal termine romano “runcalis” luogo umido. Considerato il territorio di cui stiamo parlando, il cuore della pianura attraversata dal Po e dai suoi affluenti, è più logico accogliere la seconda, anche se l’uno non esclude l’altro, la toponomastica è spesso sovrapposizione di termini e significati, elisione e troncamento.

Così come Calendasco, nome con una radice romana ed un suffisso longobardo, che lo definiscono come luogo vicino ad una grande foresta. Più interessante ancora la definizione di Cotrebbia, frazione della stessa Calendasco: caput trebiae o meglio in capo al Trebbia, dove principia o finisce il fiume. Località tutte che hanno visto la presenza di stazioni romane nelle vicinanze del grande Po: Apud Padum.

Reminiscenze queste di letture casuali, che tornavano alla memoria mentre andavo, ormai “in illo tempore”, tanti anni addietro a “Ponderosa”. Un laghetto di pesca sportiva, dove si aveva modo di osservare il lento movimento dell’acqua con i suoi cangianti riflessi ed il paesaggio intorno, piatto ma non monotono, di tanto in tanto interrotto da filari di pioppi che ne chiudevano l’orizzonte.  Non tutti i mali vengono per nuocere. Infatti mentre i pesci, che non abboccavano, continuavano a disegnare le loro scie, io avevo modo di fantasticare. Fantasticare di reminiscenze storiche, una tra tutte la Dieta di Roncaglia, e non ne capivo il motivo.

Novembre 2017 – Nuovo lago per la pesca alla trota nell’area piacentina. Più precisamente nel comune di Calendasco a pochissime centinaia di metri dalla confluenza tra Fiume Po e Trebbia. L’impianto in questione rinasce dalle ceneri del vecchio Lago Ponderosa, che da ormai almeno vent’anni era stato abbandonato.

Avevo cercato da tempo un libro che di quei posti me ne narrasse la storia. L’ho trovato, l’altro giorno, nella Parrocchia di Calendasco. Un libro di quelli che piacciono a me: sintetico, scorrevole, tascabile. Il libro che mi è stato donato con dedica personale dallo stesso autore l’architetto Fabio Bianchi, tratta proprio l’origine e la storia della comunità di Cotrebbia. Pescando, o facendo finta di pescare “in quel tempo”, guardavo spesso il rudere di un vecchio edificio religioso che si trova a Malpaga, sulla strada che porta in località Puglia. L’ho rivisto fotografato nel libro, subito riconosciuto, è l’ex Oratorio del Mastruzzo. È piacevole riconoscere un luogo, è come incontrare un vecchio amico e ricordarsene il nome. Ho appreso così della rilevanza storica di un luogo silenzioso e tranquillo che oggi ben si presta ad attività come la pesca sportiva o la passeggiata ippica.

Sicuramente è stato il Monastero di San Pietro, un polo importante di quei prati di Roncaglia che si estendevano, “in gran parte a sinistra del Po, dai pressi di Cotrebbia, a mezzogiorno, fino a Castelnuovo di Roncaglia, come estremo limite settentrionale”. Ecco spiegato, per me (per altri lo sarà già apparso chiaro da tempo) il mistero di Roncaglia: non un luogo in particolare ma una intera e vasta estensione di territorio. Compreso oggi tra Somaglia, di cui Castelnuovo è frazione, e Calendasco, di cui Cotrebbia è frazione, sorgeva il Castrum novum del Ronchalia. Infatti in molti documenti viene così riportato: in Roncalia super Padum, in campo Roncaliae super Padum, in pratis Ronchaliae, apud Runchalias.

Particolare di mappa del tardo Cinquecento ove si vede bene il paese con il castello, la chiesa e l’hospitio dei pellegrini.

Nulla a vedere dunque con la Roncaglia frazione di Piacenza. Mentre quindi nella parte a nord, al di là del fiume, nel basso lodigiano, stazionava l’esercito del Barbarossa, nella località a sud, proprio nel monastero benedettino di San Pietro a Cotrebbia erano alloggiati i quattro Cardinali della Curia romana, interlocutori dell’imperatore. Il luogo venne scelto perché centrale nel regno d’Italia e per la presenza delle principali vie di comunicazione: la Placentia-Ticinum, verso Pavia, la Postumia (la Genova Aquileia), la via Emilia ed un ponte sul Po. Un po’ come oggi per la logistica è stata scelta strategicamente Piacenza perché al centro delle maggiori vie di comunicazioni nazionali ed europee.

Stabilito il luogo, rimane di stabilire l’anno. Le Diete di Roncaglia per antonomasia sono quelle che vanno dal 1154 al 1158. Nel 1154 abbiamo la prima discesa in Italia del Barbarossa, questi, pretese in quell’occasione di ristabilire le regalie, i diritti riservati all’imperatore. La seconda discesa avvenne nel 1158, e vide la sconfitta e distruzione di Milano. Potremmo dire che qui possiamo fermarci perché tutto ciò che avviene dopo non riguarda più direttamente il territorio di Cotrebbia, la nostra Roncaglia. Anzi no! Una piccola appendice, bisogna comunque ricordare che i preliminari della pace di Costanza che segue la sconfitta dell’imperatore ad opera dei comuni, vengono sottoscritti a Piacenza, nella basilica di Sant’Antonino nel 1183. Stabilito il luogo, dicevo, bisogna stabilire, oltre quelle menzionate del Barbarossa, quante sono state in tutto le Diete che si sono svolte a Roncaglia. Tante, in verità, ad iniziare dall’anno 996, dalla prima voluta da Ottone III, a quelle volute da Enrico III, da quella voluta da Enrico V fino a quelle decise da Lotario II, per non citare altre due Diete curate dall’arcivescovo di Milano.

Federico Barbarossa

Non è qualità da poco essere riuscito un piccolo libro, a chiarire uno spaccato della storia piacentina. Ancora di più: l’avere fatto conoscere un’abbazia, quella di San Pietro, in località Cotrebbia, che è stata per tanti anni, al centro delle vicende politiche dell’Europa medioevale. Le note, non sono una semplice appendice al libro, ma una vera e propria guida, ci chiariscono gli avvenimenti e ci suggeriscono dove trovare gli strumenti per una indagine più approfondita, dagli Storici (dal Campi al Solmi) agli Archivi (di Parma e di Piacenza). Se consideriamo lo stato periferico in cui si trova oggi l’Italia rispetto alla politica della Comunità Europea, allora riusciamo a comprendere maggiormente l’importanza della storia di una piccola comunità come quella di Cotrebbia, frazione di Calendasco, paese in provincia di Piacenza!

Oratorio del Mastruzzo tra Cotrebbia e Puglia. Clicca qui per leggere l’interessante articolo di Fabio Bianchi