7 dicembre 1941: attacco a Pearl Harbor! Migliaia di americani morti.

Attacco giapponese a Pearl Harbor

Oltre duemila militari americani muoiono in seguito all’attacco di oltre 350 veicoli da guerra giapponesi alla base militare di Pearl Harbor, nell’arcipelago delle Hawaii. E’ la dichiarazione di guerra nipponica a Stati Uniti e Gran Bretagna.

La USS Arizona in fiamme. Fu la nave che riportò il maggior numero di vittime tra l’equipaggio.

L’attacco fu concepito e guidato dall’ammiraglio Isoroku Yamamoto, il quale al momento dell’attacco si trovava nella baia di Hiroshima a bordo della corazzata Nagato, con lo scopo di distruggere la flotta statunitense del Pacifico. L’operazione fu un successo, limitato solo dal mancato affondamento delle portaerei che al momento dell’attacco non erano in porto; in poco più di un’ora i 350 aerei partiti dalle portaerei giapponesi inflissero pesanti danni alla flotta del Pacifico: una corazzata saltò in aria, una si capovolse, altre tre furono affondate; molte altre navi furono colpite. I danni inflitti alla flotta statunitense permisero al Giappone di ottenere momentaneamente il controllo del Pacifico ed aprirono la strada alle successive vittorie nipponiche, prima che gli Stati Uniti riuscissero ad allestire una flotta in grado di tenere testa a quella giapponese.

Cartolina italiana del 1941 dedicata all’attacco giapponese alla flotta americana a Pearl Harbor

Sui campi d’aviazione di Oahu furono distrutti 151 aerei; in volo gli statunitensi persero dieci aerei abbattuti dai caccia giapponesi. Le perdite umane ammontarono a 2.403 morti statunitensi (2.008 della marina, 109 dei Marines, 218 dell’esercito, 68 civili) e 1.178 feriti.

Aerei statunitensi danneggiati a Ford Island, sullo sfondo le fiamme della USS Shaw

L’attacco provocò una forte reazione negli Stati Uniti dove si sviluppò nell’opinione pubblica un forte sentimento di riprovazione e di odio verso il Giappone. Il presidente Franklin Delano Roosevelt parlò di Day of infamy (giorno dell’infamia) e, il giorno successivo, dichiarò l’entrata in guerra.

 

 

1917: Oltre 6mila profughi nel piacentino, “In fuga dalla guerra”, la mostra a Palazzo Farnese fino al 20 dicembre

La mostra, allestita nel corridoio dell’Archivio di Stato , al 2° piano di Palazzo Farnese, presenta una serie di pannelli che illustrano la realtà delle province emiliane

Nel sacrario di Sant’Antonio, a Caporetto, riposano in pace 7014 soldati italiani, vittime della disfatta del lontano novembre 1917 quando le truppe del Regio Esercito furono costrette ad una rovinosa ritirata fino al fiume Piave. Oggi Caporetto si trova oltre il confine tra Italia e Slovenia ed è mèta di un turismo ‘storico’ poiché il nome stesso del paese è sinonimo di disfatta: all’alba del 24 ottobre 1917 tonnellate di gas tossici e proiettili di artiglieria iniziarono a cadere sulle linee avanzate difese dall’esercito italiano. Nelle ore immediatamente successive migliaia di soldati austriaci e tedeschi attaccarono nella breccia aperta nello schieramento italiano. Dopo una giornata di combattimenti, i generali italiani ordinarono alle loro truppe di ripiegare. La ritirata si sarebbe fermata soltanto quattro settimane dopo, sulla famosa linea del Piave. Quarantamila soldati italiani furono uccisi o feriti e altri 365 mila furono fatti prigionieri.

Gli austriaci dunque penetrarono nel territorio italiano in Friuli e nel Veneto per più di 70 chilometri oltre i confini, un’enormità se si pensa che durante la Grande Guerra ci volevano settimane per conquistare qualche centinaio di metri, e questo rappresentò una vera catastrofe in termini sia militari che civili.

La famiglia Giobatta, proveniente dalla Valsugana, trova accoglienza a Bettola

I primi civili, spaesati e impauriti, se n’andarono da Cividale e da San Pietro al Natisone la mattina del 25 ottobre 1917, diretti verso Udine. Una decisione improvvisa presa quando alcuni soldati di passaggio avevano raccontato loro, con terrore, ciò che stava accadendo lungo il vicino fronte. Meglio la fuga quindi piuttosto che aspettare torme di tedeschi e di austro-ungarici pronti a saccheggiare le case, devastare le  terre, violentare donne, bambini e, come sarebbe effettivamente stato, preti.

Profughi che, per sopravvivere alla fame stante l’eseguità del sussidio, devono lavorare

Di fronte a questa minaccia, chi poteva aveva perciò deciso di raccattare le proprie cose e mettersi in cammino; si era mescolato alle lacere truppe in ritirata dal fronte, occupando le già ingombre strade. Dopo di loro, tra il 27 e il 28 ottobre molti abitanti di Udine, di Pordenone e di diversi paesini della Carnia fecero i bagagli in fretta e furia e abbandonarono le proprie case, chi a piedi, chi a bordo di carri, qualcuno con il treno, alla ricerca di un rifugio sicuro altrove. Meglio se al di là del Tagliamento. Insomma, tutti in rapida fuga per salvare la pelle: il sindaco e il prefetto di Udine, il deputato Giuseppe Girardini, l’arcivescovo  Antonio Anastasio Rossi (mentre molti preti sceglievano di restare con i loro parrocchiani subendo, in alcuni casi, la bestialità di violentatori austriaci) e naturalmente, mentre i soldati morivano, il generale Luigi Cadorna e il parigrado Carlo Porro che lasciarono Udine per Treviso e successivamente per Padova.

Iniziative di sostenzamento e di solidarietà

In pochissimi giorni diverse centinaia di migliaia di persone lasciarono dunque le province friulane e venete per riparare in altre regioni d’Italia; coloro che invece in quei territori, occupati e non, avevano deciso di restare, lo avevano fatto per i motivi più diversi ma tutti, indistintamente, venivano definiti dall’opinione pubblica, con spregio, «austriacanti», collaboratori della tirannia straniera. Alla fine si conteranno oltre 630mila profughi civili provenienti dalle province di Udine, Belluno, Treviso, Venezia, Vicenza, trentini, triestini, goriziani, istriani, fiumani e dalmati. Donne, bambini, talvolta anche gli anziani e gli invalidi poiché gli uomini, se abili, erano stati richiamati al fronte: a bordo di treni venivano inviati dal ministero dell’Interno in regioni lontane dalla guerra come la Lombardia, l’Emilia Romagna, il Piemonte, la Campania, la Sicilia, la Calabria. Poco più di 6mila di loro furono destinati nei comuni del piacentino.

Alloggiati in alberghi requisiti dai prefetti su ordine del ministero (fatto, questo, che suscitava lo scontento dei proprietari una volta arrivata la stagione estiva), all’interno di strutture religiose e in case sfitte, potevano contare su un sussidio giornaliero di una lira e 25 centesimi anticipato dai comuni. Tuttavia per vivere, per mangiare, per vestirsi, il sussidio non bastava e allora per molti di loro era necessario trovare un lavoro, perdendo però, così facendo, l’aiuto statale.

Inizialmente circondati dalla solidarietà della gente locale, i profughi avevano dovuto poi fare i conti con la diffidenza: un sentimento aspro divenuto col tempo pregiudizio, e infine aperta ostilità. Dalla prima metà del 1919 mezzo milione di loro poté fare ritorno ai propri paesi, alle proprie case, quando queste non fossero state distrutte dai bombardamenti. Ma in quel momento, in quei luoghi, un altro conflitto era appena scoppiato: quello contro i «rimasti» nei territori invasi, considerati dalla propaganda post bellica la «feccia della popolazione». Per la loro scelta, al tempo definita vigliacca e traditrice, vennero esclusi dall’assistenza, da tutti gli incarichi comunali e dalla possibilità di riutilizzare i tanti fabbricati dismessi.

Archivio di Stato, “In fuga dalla guerra. I profughi della Grande Guerra in Emilia Romagna” Orari della mostra: lunedì-venerdì 9,00 – 13,30 e mercoledì-giovedì 9,00 – 17,00. Ingresso libero e gratuito

 

“La leggenda di Schena e del suo mulo” (dal blog ‘Reparto Salmerie Vittorio Veneto’)

La tormenta, olio su tavola di Stefano Vavassori

L’artigliere alpino Schena, classe 1910, distretto militare di Belluno, era la macchietta dell’8° Reparto Salmerie della Divisione Julia.  Magro, lungo ed allampanato portava nelle carni il marchio delle privazioni e delle fatiche sopportate da sempre.  Le gote smunte ed incorniciate da una barbetta caprigna gli conferivano un’aria grottesca maggiormente accentuata dal peso della grande testa schiacciata tra le spalle cadenti.  Le braccia lunghe e magre, anche quando camminava, gli ciondolavano inerti lungo i fianchi e terminavano in due manone spesse e callose dello stesso colore del cuoio.  Al centro del capo, che portava pelato, spiccavano due lunghi ciuffi di capelli simili ai due ciuffetti di peli lasciati sulla criniera rasata dei muli della sua sezione (la 2a) per distinguerli.

 Schena era, infatti un conducente della 2° sezione e questo era la sua grande ambizione, il suo orgoglio.  Nino, il mulo che gli era stato assegnato, per una bizzarria del caso aveva più di un punto in comune con il suo conducente. Il modo stesso come era bardato (non erano serviti insegnamenti, consigli, ammonizioni) conferiva alla povera bestia una somiglianza quasi fisica con l’alpino. Affinità elettive……? Certo è che l’uno era fatto per l’altro; un affetto quasi umano li legava.

 Dopo il mulo Schena nutriva una devozione particolare per il tenente, il “suo” tenente, perché lui l’aveva capito! Il tenente aveva capito la sua fame atavica e gli passava i supplementi rancio e gli permetteva, cosa a cui ambiva in sommo grado, di intrufolarsi in cucina a pulire le marmitte (ci scappava sempre qualcosa per calmare la sua fame insaziabile). Il “suo” tenente gli leggeva le lettere della morosa e lo aiutava a sbrigare la rara corrispondenza che lo legava alla vecchia madre lasciata ad intristire in una baita del lontano villaggio di montagna.  Perché il “suo” tenente chiudeva un occhio su tante cose della “naja” che il povero Schena nella sua ingenua bonomia non riusciva a capire e che gli avrebbero potuto causare anche qualche grattacapo.

 Questo era il conducente Schena e questa che racconto la sua ultima avventura.

Ritirata di Russia, olio su tavola di Stefano Vavassori

….

 Finalmente a notte inoltrata arrivò l’ordine di ripiegare su Mariewka in direzione ovest verso Waluiki. Si camminò senza soste tutta la notte. L’alba ci sorprese impegnati in una marcia durissima, resa lenta dalle piste gelate e dal sovraccarico dei muli e delle slitte. Un vento gelido e tagliente soffiava da tramontana e mozzava il fiato; già si contavano i primi congelamenti. Ad Olichowatka fummo presi di mira dal cannoneggiamento di alcuni grossi carri armati russi.

Giungemmo a Mariewka verso l’imbrunire. Il freddo, la fame, la stanchezza ci avevano spossati. Si distribuì un po’ di rancio caldo approntato alla meno peggio e poi si ripartirono gli uomini sfiniti dal freddo e dalla fatica suddivisi per squadre nelle varie isbe del villaggio affinché potessero rinfrancarsi per affrontare le avversità che ancora li attendevano. Sentinelle venivano accuratamente disposte nei punti nevralgici del paese. Lo sfinimento ci fece piombare in un sonno profondo e pieno di incubi.

Ci giunse dall’esterno il crepitio rabbioso di alcune mitragliatrici. La notte era fonda; nell’aria gelida sfrecciavano le scie luminose tracciate dai proiettili. Di corsa ci radunammo in un punto precedentemente convenuto. Anche i nostri incominciarono a sparare; imbastimmo una debole difesa e ci riordinammo per proseguire verso ovest. Contammo le prime perdite, alcuni uomini infatti della squadra comando mancavano all’appello.

Verso l’alba si presentarono al Ten. Gilibert un ufficiale ed un caporale di sanità. Facevano parte di un ospedaletto da campo che operava nelle retrovie del fronte. Ci misero al corrente della loro situazione e quasi implorarono che venisse loro assegnata una slitta per trasportare due feriti gravi che la sera precedente avevano dovuto abbandonare in un’isba, affidandoli alle sole cure di un loro commilitone.

 L’ufficiale comandante la Sezione avrebbe potuto scegliere a caso ed ordinare a l’uno od all’altro dei conducenti di invertire la marcia. Il tenente Gilibert preferì invece parlare ai suoi Alpini; a loro prospettò la necessità, il dovere di soccorrere due commilitoni feriti che chiedevano, imploravano il loro aiuto: chi si sente di offrirsi volontariamente si faccia avanti”. Ci fu un attimo di incertezza, poi, ecco con il suo passo ciondolante avanzare il nostro Schena, seguito dal suo inseparabile mulo.

 “Agli ordini, sior tenente, se è solo per questo ghe vado mi. Mi go niente da perder….” E rivolto al mulo “elo vero, Nino?”.

 “Mandi” Schena, povero “vecio” Schena, umile e rozzo alpino del Cadore, ancora ti vediamo mentre sul bianco immacolato della neve ti allontanasti tenendo per la cavezza la tua “creatura”. Nei nostri occhi è rimasta impressa la tua goffa e sgraziata immagine che rimpiccioliva allontanandosi verso l’orizzonte. Eri divenuto un nero puntino che si perdeva nella candida e sconfinata desolazione della steppa gelata, fino a scomparire per sempre.

 (dalla bibliografia del Capitano Giliberti Gilberto di Prai)

I due ciuchini della neve o I due cugini, olio su tela di Stefano Bruzzi

“Ad Auschwitz superai la selezione per tre volte”, tratto da ‘Fino a quando la mia stella brillerà’, di Liliana Segre

“Ad Auschwitz superai la selezione per tre volte. Quando ci chiamavano sapevamo che era per decidere se eravamo ancora utili e potevamo andare avanti, o se eravamo vecchi pezzi irrecuperabili. Da buttare. Era un momento terribile. Bastava un cenno ed eri salvo, un altro ti condannava. Dovevamo metterci in fila, nude, passare davanti a due SS e a un medico nazista. Ci aprivano la bocca, ci esaminavano in ogni angolo del corpo per vedere se potevamo ancora lavorare. Chi era troppo stanca o troppo magra, o ferita, veniva eliminata. Bastavano pochi secondi agli aguzzini per capire se era meglio farci morire o farci vivere. Io vedevo le altre, orrendi scheletri impauriti, e sapevo di essere come loro. Gli ufficiali e i medici erano sempre eleganti, impeccabili e tirati a lucido, in pace con la loro coscienza. Era sufficiente un cenno del capo degli aguzzini, che voleva dire “avanti”, ed eri salva. Io pensavo solo a questo quando ero lì, a quel cenno. Ero felice quando arrivava, perché avevo tredici anni, poi quattordici. Volevo vivere. Ricordo la prima selezione. Dopo avermi analizzata il medico notò una cicatrice. «Forse mi manderà a morte per questa…» pensai e mi venne il panico. Lui mi chiese di dove fossi e io con un filo di voce ma, cercando di restare calma, risposi che ero italiana. Trattenevo il respiro. Dopo aver riso, insieme agli altri, del medico italiano che mi aveva fatto quella orrenda cicatrice, il dottore nazista mi fece cenno di andare avanti. Significava che avevo passato la selezione! Ero viva, viva, viva! Ero così felice di poter tornare nel campo che tutto mi sembrava più facile. Poi vidi Janine. Era una ragazza francese, erano mesi che lavoravamo una accanto all’altra nella fabbrica di munizioni. Janine era addetta alla macchina che tagliava l’acciaio. Qualche giorno prima quella maledetta macchina le aveva tranciato le prime falangi di due dita. Lei andò davanti agli aguzzini, nuda, cercando di nascondere la sua mutilazione. Ma quelli le videro subito le dita ferite e presero il suo numero tatuato sul corpo nudo. Voleva dire che la mandavano a morire. Janine non sarebbe tornata nel campo. Janine non era un’estranea per me, la vedevo tutti i giorni, avevamo scambiato qualche frase, ci sorridevamo per salutarci. Eppure non le dissi niente. Non mi voltai quando la portarono via. Non le dissi addio. Avevo paura di uscire dall’invisibilità nella quale mi nascondevo, feci finta di niente e ricominciai a mettere una gamba dietro l’altra e camminare, pur di vivere. Racconto sempre la storia di Janine. È un rimorso che mi porto dentro. Il rimorso di non aver avuto il coraggio di dirle addio. Di farle sentire, in quel momento che Janine stava andando a morire, che la sua vita era importante per me. Che noi non eravamo come gli aguzzini ma ci sentivamo, ancora e nonostante tutto, capaci di amare. Invece non lo feci. Il rimorso non mi diede pace per tanto, tanto tempo. Sapevo che nel momento in cui non avevo avuto il coraggio di dire addio a Janine, avevano vinto loro, i nostri aguzzini, perché ci avevano privati della nostra umanità e della pietà verso un altro essere umano. Era questa la loro vittoria, era questo il loro obiettivo: annientare la nostra umanità.”

Liliana aveva 13 anni quando entrò ad Auschwitz.

La liberazione di Auschwitz

Post proposto in facebook da Marco Leoni

6 novembre 1917: inizia la rivoluzione bolscevica con l’attacco al Palazzo d’Inverno a Pietroburgo

6 novembre 1917: Assalto da parte dei bolscevichi al Palazzo d’Inverno – Inizia la Rivoluzione russa

La rivoluzione russa è stato un evento sociopolitico, occorso in Russia nel 1917, che portò al rovesciamento dell’Impero russo e alla formazione inizialmente della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa e, nel 1922, in seguito alla guerra civile russa, dell’Unione Sovietica; fu un tentativo di applicazione delle teorie sociali ed economiche di Karl Marx e Friedrich Engels.

All’inizio del 1917 l’Impero russo, che da tre anni combatteva nella prima guerra mondiale come membro della Triplice intesa, era stremato: le perdite ammontavano a più di sei milioni tra morti, feriti e prigionieri e tranne alcune vittorie sul fronte austriaco, ormai vanificate dagli eventi, la Russia aveva subito una grave serie di sconfitte che avevano comportato la perdita della Polonia, di una parte di Paesi Baltici e dell’Ucraina, portando così il fronte all’interno dei suoi stessi confini, mentre le condizioni del popolo si aggravavano fortemente.

Il regime zarista aveva ormai perso del tutto il contatto con la realtà della Russia. A Pietrogrado scoppiò la rivolta con la rivoluzione di febbraio e il 2 marzo (calendario giuliano) Duma e soviet di operai e soldati si accordarono per la deposizione dello zar, e l’istituzione di un governo provvisorio formato da cadetti, menscevichi e socialisti rivoluzionari.

Si formò il governo provvisorio di Georgij Evgen’evič L’vov, che indusse Nicola II ad abdicare. Mentre lo zar e la sua famiglia venivano arrestati, nel Paese si formarono due poteri: quello del governo provvisorio, e quello dei Soviet, formato da delegati eletti compresi i bolscevichi. Il leader bolscevico Lenin, tornato dall’esilio sostenne la necessità di trasformare la rivoluzione borghese di febbraio in Rivoluzione Proletaria, guidata dai Soviet e che mirava alla instaurazione di una società comunista. Nell’ottobre (calendario giuliano) i bolscevichi occuparono i punti nevralgici della capitale dando vita alla rivoluzione d’ottobre.

La vittoria dei bolscevichi portò al rovesciamento del Governo provvisorio russo e alla nascita della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa, governata dal Consiglio dei commissari del popolo. Dal 1917 al 1921 esplose la guerra civile russa che avrebbe visto la vittoria dell’Armata Rossa (bolscevichi) sull’Armata Bianca (contro-rivoluzionari) e ciò portò nel 1922 all’istituzione dell’Unione Sovietica.

I Bolscevichi non avevano avuto un ruolo da protagonisti nella rivoluzione di febbraio; infatti, il partito, praticamente clandestino, benché avesse cinque rappresentanti alla Duma, era privo dei suoi dirigenti migliori, tutti in volontario esilio all’estero o deportati in Siberia. Anche nei soviet che si andavano ricostituendo in tutta la Russia, dopo l’esperienza del 1905, la maggioranza era quasi sempre costituita da Menscevichi e Socialisti Rivoluzionari.

Non appena appreso dei fatti di febbraio Lenin, capo del partito, che da alcuni anni si trovava in Svizzera, decise di tornare in Russia.

Il 3 aprile Lenin arrivò alla stazione di Pietrogrado: ad attenderlo vi era una folla enorme a riprova della rilevanza che le tesi dei bolscevichi cominciavano ad avere all’interno del movimento rivoluzionario.

Fra la metà di settembre e la metà di ottobre del 1917, Lenin riuscì a convincere anche le parti meno convinte del proprio partito, della necessità di tentare la presa del potere prima delle elezioni per la Costituente. Anzi, stabilì che la cosa migliore sarebbe stata ottenerlo prima dell’apertura del Secondo Congresso dei Soviet, che avrebbe potuto legittimare così il nuovo ordine. Il controllo, da parte del neocostituito Consiglio Militare Rivoluzionario, della guarnigione di Pietrogrado e dei marinai della flotta del Baltico, si sarebbe rivelato fondamentale per rovesciare con uno sforzo relativamente modesto, il governo provvisorio. Quest’ultimo disponeva in città di poche centinaia di uomini delle scuole ufficiali.

Il 24 ottobre i bolscevichi cominciarono ad occupare i punti nevralgici della capitale, senza incontrare quasi resistenza. Il passaggio della città nelle mani degli insorti fu quindi abbastanza pacifico, ed avvenne senza che la cittadinanza (e nemmeno il governo) se ne rendessero conto. Nella giornata del 25 ottobre (6 novembre in base al nostro calendario) la situazione era ormai disperata per Kerenskij, che fuggì dalla città a bordo di un’automobile dell’ambasciata americana per cercare rinforzi nelle caserme lontane dalla capitale. I ministri invece si barricarono nel Palazzo d’Inverno, ma la loro resistenza venne sopraffatta in poche ore. La maggior parte di loro venne arrestata e condotta alla fortezza di Pietro e Paolo. La sera dello stesso giorno, 25 ottobre, Lenin poté annunciare la presa del potere al Secondo Congresso dei Soviet, di cui fino a quel momento si era cercato di rallentare i lavori. In questa sede vennero quindi approvati i primi provvedimenti, come il trasferimento del potere ai soviet, ed i provvedimenti sulla pace con la Germania e la distribuzione della terra ai contadini.

 

Notizie dal fronte: Bollettino 2 Novembre 1916, firmato Luigi Cadorna, l’uomo della disfatta di Caporetto e dei soldati fucilati senza processo

Sulla fronte Giulia nella giornata di ieri le nostre truppe attaccarono le forti difese dell’ avversario sulle alture ad oriente di Gorizia ed una nuova linea di multipli trinceramenti ad est del Vallone sul Carso. Nella mattinata artiglierie e bombarde con violenti e precisi fuochi distruttivi apersero larghi squarci nella linea nemica. Alle 11 le nostre fanterie vennero lanciate all’ assalto. Nella zona di Gorizia, superando gravi difficoltà di terreno impaludato dalle recenti pioggie e l’accanita resistenza dell’avversario furono conquistati estesi trinceramenti sulle pendici occidentali di Tivoli e di San Marco e sulle alture ad est di Sober.

Sul Carso le valorose truppe dell ‘XI Corpo d’ Armata espugnarono le ripide boscose alture del Veliki Hribach (Quota 343) e di Quota 376 ad est della precedente, il monte Pecinka e l’altura di Quota 308, ad oriente di esso si spinsero sino ad un chilometro circa ad est di Segeti. A mezzodì della strada da Oppacchiasella a Castegnevizza la forte linea nemica fu in più punti superata e mantenuta poi contro i gli insistenti ritorni offensivi dell’ avversario.

Nel complesso della giornata prendemmo 4731 prigionieri, dei quali 132 ufficiali, due batterie di cannoni da 105 di tre pezzi ciascuna, mitragliatrici, molti quadrupedi e materiali da guerra di ogni specie. Velivoli nemici lanciarono bombe su alcune località del Basso Isonzo. In Pieris fu ucciso un milite e feriti un capitano medico e quattro militi tutti della Croce Rossa. Una poderosa squadriglia di sedici Caproni, scortati da Nieuport, bombardò accantonamenti nemici nella vallata di Frigido, sui quali furono lanciate due tonnellate di esplosivo. Nonostante il fuoco di numerose batterie controaeree e gli insistenti attacchi di velivoli nemici, gli arditi aviatori ritornarono tutti incolumi ai propri campi.

Firmato: CADORNA (dal sito www.notiziedalfronte.it)

Tomba di un caduto

Comandante e autocrate dell’esercito il conte Luigi Cadorna era il capo di Stato Maggiore. I soldati lo avevano in poca simpatia e lo citavano in canzonette irriverenti («Il general Cadorna / ha detto alla regina: / se vuol veder Trieste / la guardi in cartolina»). Fra gli ufficiali in trincea aveva fama di iettatore: «Nominare Cadorna in un crocchio di camerati sollevava un coro di esclamazioni e produceva uno scompiglio di braccia e di mani che cercavano lo scongiuro in un pezzo di ferro o negli attributi maschili», attesta un ufficiale della brigata Alessandria. Luigi Cadorna è stato criticato per la scarsa intuizione psicologica e l’indifferenza al morale della truppa, per la convinzione fors’anche ottusa che l’esercito dovesse obbedire e basta, e che per ottenere l’obbedienza bastasse la disciplina, col risultato che nell’esercito italiano si fucilavano gli uomini, talvolta anche senza processo, molto più facilmente di quanto non accadesse in tutti gli altri eserciti del fronte occidentale.

“Le macchie della Grande Guerra”, una lettera al quotidiano Libertà di Guido Guasconi

Egregio direttore, mi riescono incomprensibili le parole del comandante il Secondo Reggimento Genio Pontieri, a proposito della partecipazione dei piacentini alla Grande guerra: “… con il loro sacrificio ci hanno donato la libertà” . Scusi comandante, intende dire che nel 1915 non eravamo liberi e che dopo il 1918 lo siamo diventati? In questi giorni è tutto un fiorire di eventi celebrativi per il centenario dell’“Inutile strage (Benedetto XV°)” . Non uno nel quale si dica perché la guerra la facemmo, chi la volle, come la popolazione la visse, cosa accadde al fronte. La guerra l’avremmo fatta “per liberare Trento e Trieste” (che l’Austria era disposta a regalarci purché ne rimanessimo fuori), soldati e popolo erano solidali insomma, essa fu “giusta” come tutte le guerre che si vincono. Nessuno dice che l’Italia aggredì le alleate Austria e Germania, che dopo la firma (segreta) del Patto di Londra appartenemmo per un mese a due schieramenti contrapposti, che nella sola Sicilia vagavano alla macchia non meno di 100.000 disertori (fonte: Ufficio storico dello Stato Maggiore Esercito); nessuno rammenta il migliaio di sentenze di morte pronunciate dalle corti marziali (750 delle quali eseguite), oltre a circa 2.000 soldati fucilati per decimazione e circa 5.000 sbandati fucilati sul campo nei giorni della rotta di Caporetto. Valga per tutti l’episodio accaduto il 3 novembre 1917 a Noventa di Piave, dove il generale Andrea Graziani fece fucilare seduta stante, dopo averlo bastonato, l’artigliere da montagna Alessandro Ruffini, reo di averlo salutato senza levarsi il sigaro di bocca (crf. l’”Avanti!” del 29 luglio 1919 e il volume “Fucilazioni di guerra” di Massimiliano Magli a pag. 40 – Nordpress 2007). Si noti che nella Seconda guerra, quella “fascista”, fucilazioni fra le truppe non ve ne saranno. Talvolta i soldati, quando venivano spinti fuori dalle trincee per andare all’assalto, belavano. Era l’estremo atto di protesta dei morituri, l’unico che veniva tollerato. Insomma: la guerra 1940-45 è considerata uno sbaglio e una tragedia: quella del 1915-’18 che fece il doppio dei morti, una cosa tutto sommato passabile. Eppure ci vorrebbe poco per porre rimedio alla mistificazione: basterebbe rendere obbligatoria, nelle scuole di ogni ordine e grado, la proiezione del film “Uomini contro” di Francesco Rosi e la lettura del libro “Un anno sull’Altipiano” di Emilio Lussu.”

6 agosto 1945, ore 8:16, ad Hiroshima esplode Little boy, porta per mano americana la morte nucleare

L’amica Graziana, da qualche mese pensionata, è in viaggio con il marito Edoardo: stanno visitando le terre del sol levante. Ieri, via whatsapp, mi ha mandato testimonianza del loro passaggio ad Hiroshima.

Alle 8:16 e 8 secondi …

Hiroshima fu risparmiata dai bombardamenti statunitensi per tutta la durata del conflitto.
Tuttavia, il 6 agosto 1945, alle 8:16 e 8 secondi (ora locale) Little Boy, il nome dato alla prima bomba atomica ad essere utilizzata in un conflitto militare, esplose ad un’altitudine di 576 metri, con una potenza pari a 12.500 tonnellate di tritolo.

Little boy

L’esplosione nucleare provocò immediatamente circa 60.175 morti, saliti poi a circa 100.000 nei mesi immediatamente successivi, a causa del fallout radioattivo. Altre persone si ammalarono e/o morirono per i danni da esposizione radioattiva a breve-medio termine, ma il cui numero non fu esattamente stimabile, a causa del fatto che circa 180.000 abitanti sfollarono e si dispersero altrove nelle settimane successive all’attacco.

16 ottobre 1943: deportazione nazifascista degli ebrei romani, ma tutti gli italiani erano razzisti?

16 ottobre 1943: il rastrellamento nel ghetto di Roma

Il fascismo e gli ebrei in Italia e a Roma

Brano tratto e adattato dal volume “La resistenza silenziosa. Leggi razziali e occupazione nazista nella memoria degli ebrei di Roma” a cura di Marco Impagliazzo, Guerini e Associati, 1997

Il 16 ottobre 1943 è una data importante per la comunità ebraica di Roma, ma anche per la città intera. Per gli ebrei romani è l’ultima tappa di un triste itinerario iniziato nel settembre del 1938 con la promulgazione delle leggi razziali. Tra queste due date esiste un profondo legame: per molti ebrei romani infatti le leggi razziali hanno rappresentato l’anticamera dei campi di sterminio nazisti. Il 1938 è un anno cruciale. La vita cambia in tutti i suoi aspetti, pubblici e privati. È una svolta che coinvolge tutti gli ebrei, dai bambini agli anziani, da chi nasce a chi muore. Dal 1938, infatti, “ufficialmente” gli ebrei non muoiono più in Italia: è vietata anche la pubblicazione dei necrologi sui giornali. Dal 1938 gli ebrei in Italia devono diventare “invisibili”. Tuttavia, come avrebbe mostrato il 16 ottobre, gli ebrei erano molto visibili, facilmente reperibili: erano registrati in una lista, quindi perfettamente identificabili, per separare il loro destino dal resto della popolazione romana.

Si è discusso a lungo, in sede storica, su quest’atto discriminatorio di Mussolini: un’imitazione cedevole del sistema hitleriano o una scelta dettata dalla logica del regime? Le leggi razziali, con il loro risvolto antisemita, hanno avuto in Italia un “carattere blando” dovuto essenzialmente a un tipo di razzismo “perbene” rispetto a quello nazista? Gli italiani sono stati davvero antisemiti o piuttosto spettatori passivi della politica mussoliniana? Le domande si sono affollate in sede storiografica attorno a uno degli episodi più drammatici del Novecento italiano. Si è sostenuta una distinzione tra il periodo della “persecuzione dei diritti”, relativamente agli anni tra il 1938 e il 1943, e il periodo della “persecuzione delle vite”, tra il 1943 e il 1945.

Sta di fatto che i due periodi si saldarono tra loro, proprio in quel tragico ottobre 1943. La deportazione degli ebrei fu possibile in maniera così radicale e rapida perché questi italiani “invisibili” erano già stati isolati e ben identificati con le leggi razziali. L’assenza dello sterminio come obiettivo della politica razziale fascista non produce un antisemitismo innocuo, come si vede proprio nella tragica saldatura del 16 ottobre 1943.

In molte storie degli ebrei romani e italiani risuona l’interrogativo: perché le leggi razziali discriminavano senza motivo alcuno una parte degli italiani? Si legge nel diario inedito di un ufficiale delle Regie Forze Armate: «Perché anche da noi si è ripresa la persecuzione contro gli israeliti? E si sono emanate quelle leggi sulla difesa della razza che sono il disonore della moderna civiltà?». Migliaia di «perché» hanno risuonato nell’esistenza di quegli ebrei italiani che furono prima costretti ad adattarsi a una nuova e dura situazione, poi a lottare contro la morte.

Fu un tragico caso? A distanza di più di mezzo secolo, la maggior parte degli storici concorda nel ritenere che le leggi del 1938 non furono un caso, ma rappresentarono la prevalenza di alcuni elementi della storia italiana e del regime fascista.

Le vicende degli ebrei romani rivelano, infatti, la dolorosa e progressiva presa di coscienza della persecuzione, non come un’imposizione dello straniero, ma come un dramma italiano, quello di italiani contro italiani. Quando la razzia degli ebrei romani è compiuta dai tedeschi, compaiono sempre alcuni italiani come collaboratori, delatori, complici e, talvolta, veri persecutori.

In Italia furono eseguiti 1898 arresti di ebrei da parte di italiani, 2489 da parte di tedeschi, 312 vennero compiuti in collaborazione tra italiani e tedeschi, mentre non si conosce la responsabilità dei rimanenti 2314.

Certo non tutti gli italiani condividevano la persecuzione nei confronti degli ebrei: probabilmente la maggioranza era contraria. Non solo una diffusa contrarietà ma pure con significativi episodi di solidarietà verso i perseguitati. Lo Stato dichiaratamente antisemita era spesso contraddetto, a livello pratico, alla gente che non lo seguiva. Il vissuto degli ebrei mette anche in luce come niente fosse ideologicamente prestabilito nel comportamento dei romani.

Gli ebrei di Roma sono e si sentono romani e italiani. Sono cittadini a tutti gli effetti. Vivono con i non ebrei, con loro frequentano le scuole pubbliche, lavorano insieme, trascorrono insieme la villeggiatura. Non esistevano differenze, né volute, né provocate. Gli ebrei erano uomini e donne con cui si viveva, si studiava, si lavorava, si frequentavano le stesse scuole, gli stessi uffici, spesso senza quasi percepire la loro identità religiosa o culturale.

Esiste un pregiudizio, anzi diversi pregiudizi, ma puntualmente si infrangono e si sciolgono nel contatto con gli ebrei. I quali per origine, dialetto, tradizioni culturali e familiari, abitudini culinarie, e anche certo disincanto dinanzi a papi, imperatori e autorità, appaiono romani, capitolini, forse più di tanti abitanti della città. Inoltre godono di un variegato ventaglio di posizioni sociali, politiche, professionali, culturali, tanto simile a quello dei loro concittadini. Non sono, gli ebrei romani, un gruppo a parte, organizzato in lobby.

Molti, tra Ottocento e Novecento, prima della persecuzione, avevano già abbandonato il ghetto, luogo di oppressione secolare eppure caro al cuore e alla memoria. Si erano stabiliti in quartieri e appartamenti dovunque nella città. Nel ghetto restavano soprattutto i non benestanti. Molti avevano tentato, fuori dal ghetto, la via dell’ascesa sociale borghese. Un folto numero era rimasto in condizioni disagiate. I piccoli mestieri artigianali, o la vendita ambulante, erano rimasti prerogativa di una parte della comunità ebraica romana. I “robivecchi”, raccoglitori e venditori di qualsiasi oggetto, erano frequenti tra gli ebrei del ghetto.

La delusione per le leggi razziali del 1938 è accresciuta dal sentimento di avere contribuito alla formazione e allo sviluppo dell’Italia, magari con il sangue dei familiari caduti nella prima guerra mondiale. Come tanti ebrei tedeschi che si sentivano patrioti prima dell’avvento di Hitler, anche gli ebrei italiani avevano la loro patria. Solo il dieci per cento dei circa cinquantamila ebrei italiani emigra tra il 1938 e il 1945. Di questi, pochissimi, sono gli ebrei romani che concepiscono l’idea di lasciare Roma, considerata la città loro e dei loro da tempo immemorabile. Lo stare a Roma era un motivo di orgoglio, e ancora di più il fatto di abitarvi da un centinaio di generazioni, già nell’epoca di Giuda Maccabeo, ossia nel II secolo a.C.

Per richiamare le parole del rabbino Toaff: «Vi fu antisemitismo di Stato e non di popolo». Diversamente che in Europa orientale e centrale, in Italia e a Roma non c’era odio verso gli ebrei. Questo può spiegare la più favorevole percentuale di sopravvissuti.