22 novembre 1718: ucciso il pirata Barbanera. Aveva catturato 140 navi

I dati sulla vita di Edward Teach (o Thatch), meglio noto come Barbanera, sono molto incerti e influenzati dalle leggende. Nacque probabilmente nel 1680, a Bristol secondo alcune fonti, a Port Royal secondo altre. Si sarebbe sposato 14 volte; l’ultima moglie sarebbe stata appena sedicenne e di origine hawaiana.

Il suo ingresso nella pirateria fu forse sulle navi corsare giamaicane che combattevano per mare contro i francesi. Nel 1716 si alleò con Benjamin Hornigold, con il quale assaltò circa 20 navi in 18 mesi. Si impossessò in particolare di un vascello proveniente dalla Guiana francese, il Concorde, per ribattezzarlo Queen Anne’s Revenge. Oltre ad arrembare le navi in alto mare, Barbanera assaltò porti in diverse regioni, fra cui Turkill, Grand Cayman, Bahamas, Carolina. Nel 1718 assediò il porto di Charleston nella Carolina del Sud; in quell’occasione catturò un amministratore della città con il figlio di quattro anni e chiese come riscatto un baule di medicine.

La bandiera di Barbanera

Aveva fama di essere uno dei pirati più feroci. I suoi modi terrorizzavano le sue vittime ma anche lo stesso equipaggio; si dice che usasse sparare con la pistola alle gambe dei suoi uomini come misura punitiva o semplicemente per mantenere la disciplina a bordo. Si dice che bevesse rum mischiato con polvere da sparo e che la sua barba fosse così lunga che egli se la attorcigliava attorno alle orecchie; che quando andava in battaglia si mettesse dei pezzi di miccia accesi sotto il cappello in modo da essere sempre avvolto da una fitta nuvola di fumo (particolare che rendeva il suo aspetto al tempo stesso bizzarro e spaventoso). I cronisti dicono che Barbanera “durante le azioni indossava una fascia intorno alle spalle con appese tre paia di pistole nelle loro fondine a mo’ di bandoliera“.

Il 20 luglio 1718 Barbanera rifiutò l’amnistia offertagli da Woodes Rogers, Governatore di Nassau e delle Bahamas. Il governatore della Virginia Alexander Spotswood ordinò al tenente di vascello della Marina inglese Robert Maynard di catturare Barbanera, vivo o morto. A bordo della nave da guerra Pearl, Maynard raggiunse Barbanera il 21 novembre del 1718, nell’insenatura di Ocracoke, e riuscì a ucciderlo dopo una sanguinosa battaglia. Si racconta che Barbanera non morì prima di aver subito 25 ferite, di cui 5 da arma da fuoco, e che il suo corpo fece tre volte il giro della nave prima di inabissarsi. La testa mozzata del pirata venne infissa sulla punta del bompresso della Pearl. Nella sua carriera Barbanera aveva catturato quasi 140 navi. Alla sua morte aveva 38 anni.

“1915-1918, e venne Novembre … ma non bastò”, pièce teatrale domenica a Castell’Arquato

A seguire dopo la presentazione del libro “Storia della Brigata Piacenza” di Filippo Lombardi e Ippolito Negri, domenica 5 alle ore 18.15 circa la pièce teatrale scritta da Arzani, Delmiglio, Isidori dedicata a quei mesi di novembre che furono tragedia. Nell’illustrazione (di Edoardo Arzani) il soldato chiamato al fronte e ad un futuro incerto, abbandona la bambola di stracci che rappresenta l’età dei giochi e della spensieratezza.

… Sabato 4 Novembre 1916, fronte italiano, termina la nona battaglia dell’Isonzo. Intemperie, fango e accanita resistenza austriaca hanno reso praticamente insignificanti le conquiste territoriali. Tra la settima e la nona battaglia gli italiani hanno perso 77.300 uomini, gli austriaci 74.300. Di fronte al malumore espresso dai soldati il Comando Supremo italiano conferma la Circolare che dispone fucilazioni e giustizia sommaria sul fronte italiano.

Non vi è altro mezzo per reprimere reati collettivi che quello di fucilare immediatamente i maggiori colpevoli e allorché accertamento identità personali dei responsabili non è possibile, rimane ai comandanti il diritto e il dovere di estrarre a sorte tra gli indiziati alcuni militari e punirli con la pena di morte“.

Furono almeno 350 i morti tra fucilazioni sommarie, decimazioni e bombardamenti e mitragliamenti di truppe che si sbandavano o si ritiravano arbitrariamente …

Una precedente rappresentazione alla libreria Fahrenheit 451 di Piacenza nel novembre 2015 della pièce teatrale.

“Disfatta a Caporetto, le truppe austro tedesche dilagano in Friuli, dall’Isonzo al Piave”, analisi di Renzo Montagnoli

Viene pubblicata un’interessante riflessione sulla sconfitta di Caporetto in occasione dell’iniziativa dell’Associazione Culturale Terre Piacentine che domenica 5 novembre proporrà la presentazione del libro “Storia della Brigata Piacenza” (Marvia editore) e in particolare del 111° reggimento impegnato nelle Battaglie sull’Isonzo prima fino alla disfatta di Caporetto e poi sulla linea di difesa del Piave. Presenti gli autori Filippo Lombardi e Ippolito Negri, moderatore Claudio Arzani

Pochi giorni fa è caduto il primo centenario della battaglia di Caporetto, conosciuta anche come dodicesima battaglia dell’Isonzo. Il nome di questa località slovena, un piccolo paese di pochi abitanti sito nell’alta valle dell’Isonzo è diventato famoso perché, come tutti sanno anche dagli studi scolastici, quello scontro iniziato proprio il 24 ottobre rappresenta la più grave disfatta nella storia del nostro esercito, che di vittorie ne ha conseguite sempre pochissime. Si trattò di un vero e proprio disastro perché si corse il rischio che le truppe austro-tedesche arrivassero in Lombardia, a Milano, nel cuore industriale dell’ancora giovane Regno d’Italia. Furono fermate, invece, sulle sponde del Piave e sulle pendici del monte Grappa, grazie all’eroismo dei nostri soldati, tacciati, tuttavia, nel corso della ritirata, di vigliaccheria da un comandante in capo che di certo non meritavano.
Luigi Cadorna, il comandante supremo, subentrò al generale Pollio nel 1914, in seguito alla morte, in circostanze non del tutto chiare, di questi; al riguardo basti pensare che Pollio era filo tedesco, mentre Cadorna era decisamente avverso agli austriaci. Ma chi era veramente Luigi Cadorna? Quale era stata la sua carriera militare?
Figlio del generale conte Raffaele Cadorna, veterano della battaglia di San Martino della seconda guerra di indipendenza, nonché comandante delle truppe che nel 1870 presero Roma, il giovane Luigi fu avviato alla carriera militare, dimostrando nel suo curriculum una caratteristica che sarà messa in pratica nel corso della Prima guerra mondiale: l’offensiva a oltranza. Tuttavia già si delineavano alcuni aspetti negativi, causati dalla sua rigida interpretazione della disciplina militare, con il facile ricorso a dure sanzioni che provocheranno anche non poche note di biasimo dei suoi superiori. Comunque riuscì a salire di grado, sia pure con lentezza, diventando infine comandante di Corpo d’Armata e, appunto nel 1914, assumendo l’incarico di capo di stato maggiore. All’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria nell’anno successivo, dopo un inspiegabile ritardo iniziale nelle operazioni, ritardo che se non vi fosse stato avrebbe probabilmente comportato un decorso più breve e sicuramente favorevole del conflitto, impegnò il nemico con una serie di sanguinose battaglie sull’Isonzo in continui attacchi frontali e dispendio di risorse e vite, senza che tuttavia si uscisse da una situazione di stallo, come del resto accadeva anche sui fronti occidentali (anglo francesi contro tedeschi) e orientali (russi contro tedeschi e austriaci). Di questa tattica non gli si può quindi dare colpa, perché era la stessa per tutti i belligeranti, un po’ perché si era studiato Napoleone Bonaparte alle accademie militari e un po’ perché le nuove armi, particolarmente efficaci, non avevano ancora influenzato la ristretta mentalità dei comandanti. Quello che differenziava, però, Cadorna da questi ultimi era il suo eccessivo rigore, la convinzione che il soldato non fosse altro che un numero, l’incapacità di coinvolgere attivamente i subordinati alla preparazione dei piani di battaglia, la mania con la quale sostituire di colpo, anche durante un combattimento, chiunque dissentisse da lui. Nell’osservare oggi il suo comportamento viene da pensare che credesse di essere un Dio e in effetti reclamò più volte, senza ottenerla, la carica di generalissimo. Dunque miope nella sua strategia e monocorde nella tattica, feroce, al punto dall’essere soprannominato il macellaio, si può ben comprendere che, se teniamo conto delle orribili condizioni in cui viveva la truppa (cibo inadeguato, licenze pressoché inesistenti, avvicendamenti in prima linea scarsi, tanto che non pochi restavano nel fango delle trincee e nel lezzo dei cadaveri insepolti anche per più settimane, insomma un vero e proprio inferno) qualche sbandamento che si è avuto a Caporetto appare più che giustificato; in ogni caso non si tratta di una pavidità sediziosa, come quella che Cadorna attribuì ai suoi soldati. Come sempre, vigeva il principio che la vittoria è merito dei comandanti e la sconfitta è imputabile unicamente alle truppe. Le responsabilità dei comandanti a Caporetto ci sono e sono macroscopiche.
Innanzi tutto c’è da precisare che l’offensiva austro-tedesca non era ignota, che si sapeva anche l’ora in cui all’incirca sarebbe iniziata e il tratto del fronte in cui sarebbe stata più massiccia, tanto è vero che Cadorna, per tempo, diede l’ordine che i reparti passassero da una sistemazione offensiva a un’altra difensiva. Per dei soldati che da più di due anni andavano sempre all’attacco la cosa non fu per niente semplice e anche i comandanti delle armate ci misero del loro per complicare le cose, come Capello che assunse un ordinamento ibrido, cioè difensivo – offensivo, vale a dire pronti a un sicuro contrattacco. Se Cadorna avesse avuto un po’ più di acume strategico, ma niente di eccezionale, cioè alla portata di un normale militare che non creda di essere una divinità, avrebbe dovuto invece sfruttare l’occasione, mantenendo l’atteggiamento offensivo, aggredendo di sorpresa l’avversario nell’imminenza dell’ora prevista per il suo attacco. In questo caso infatti sarebbero stati totalmente scompaginati i piani austro tedeschi, si sarebbero colte le truppe scoperte, cioè già in prima linea e per giunta ammassate, insomma si sarebbe potuta ottenere una vittoria, se non definitiva, comunque di grande portata.
Sappiamo invece che tutti tirarono i remi in barca e in particolare il generale Badoglio, comandante dell’artiglieria, che si arrogò il diritto di dare l’ordine di far fuoco nel corso dell’attacco nemico, fuoco che non ci fu perché il breve bombardamento austriaco di preparazione sconvolse le nostre comunicazioni. A ciò aggiungiamo che allora Badoglio decise di spostarsi nel corso del primo giorno in diversi punti del territorio con allacciamenti telefonici provvisori, spostamento dovuti al fatto che sembrava che i cannoni nemici ce l’avessero in modo particolare con lui e solo a sera gli venne il dubbio che le nostre comunicazioni potessero essere intercettate.
Così la sconfitta iniziale di trasformò in un disastro, con una ritirata dalle posizioni sull’Isonzo, prima al Tagliamento e poi al Piave; per essere onesti va detto che Cadorna riuscì a gestire questa fuga in modo abbastanza valido, tanto che una larga parte delle truppe riparò oltre il Piave, dove, sotto il nuovo comandante in capo Armando Diaz, più sensibile ai rapporti umani, i nostri soldati si opposero eroicamente dapprima alle due offensive austriache (l’ultima nel giugno del 1918) e poi andarono decisamente all’attacco e ottennero la vittoria definitiva.
C’è da aggiungere che la rimozione di Cadorna fu voluta dagli alleati come contropartita ai massicci aiuti in uomini e armi; nonostante la contrarietà del re vi fu la sostituzione con Armando Diaz, che non piaceva al monarca, in quanto napoletano e non piemontese. Vittorio Emanuele III si fidava solo dei piemontesi e infatti tanto fece che un altro della sua regione, pure con notevoli responsabilità nella disfatta di Caporetto, diventasse sottocapo di stato maggiore: iniziava così il sodalizio con il generale Badoglio, un militare in cui, per quanto si cerchino, non si riescono a trovare pregi.

“Quando le caserme sfamavano i piacentini”, di Giuseppe Romagnoli (racconto tratto da IlPiacenza on line)

Durante la prima guerra mondiale e dopo la pace presso le caserme (il 22° fanteria di via Castello, il 21 artiglieria da campagna sullo Stradone Farnese, il Genio Pontieri in via S. Sisto e Piazza Cittadella, presso l’Ospedale militare a Porta S. Raimondo) appena terminato il rancio dei soldati, si aprivano le porte secondarie e dalle cucine, miracolo quotidiano, sortiva la grande marmitta con i resti del rancio (sempre ottimo e soprattutto abbondante!) che veniva distribuito alla gente in fila con qualche pagnotta. Nessuno si vergognava per quell’elemosina, la fame era troppa.

Questa situazione si ripeté puntualmente durante la seconda guerra mondiale e subito dopo, nel ’45, quando tante famiglie dai rioni più popolari, Borghetto, S. Agnese ecc, mandavano soprattutto donne e bambini alle porte di quelle stesse caserme che trent’anni prima avevano sfamato i loro padri. Come allora le latte di conserva con i manici di filo di ferro accoglievano la brodaglia ormai tiepida o i “famigerati suflòn”, la pastasciutta avanzata dai soldati, una vera e propria manna per tante “locuste” affamate. Fino a non molti anni fa, tanti anziani che erano scampati alla fame grazie a questa silenziosa e discreta solidarietà, si vergognavano un po’ a raccontare del cibo ricevuto ma poi, per fortuna, i tempi erano mutati.

La caserma di via Castello

Per chi fosse interessato alla lettura dell’articolo nella sua interezza clicchi qui.

 

“Caporetto”, lirica di Michele Prenna in occasione del centenario della disfatta

Cosa sono cento anni?
Nulla nella scia del Tempo
eppure ci sta Caporetto
su quel gradino di morti.
E’ memoria indelebile
nella Storia d’Italia
con i lutti e i veleni
sulla tragica rotta.
Ah, gli errori dei capi
e le colpe dei soldati!
Caporetto ora torna
perché vuole ricordo
il dolore di allora.

All’alba del 24 ottobre 1917 Luigi Cadorna, nella sede del Comando Supremo di Udine, venne informato del pesante bombardamento sulla linea Plezzo-Tolmino. Fedele alle sue convinzioni, il generale la ritenne una simulazione per distogliere l’attenzione dal fronte carsico.

Alle 12 della stessa giornata i ponti sull’Isonzio vennero fatti saltare condannando centinaia di ufficiali e migliaia di soldati all’isolamento sulla riva sinistra dell’Isonzo, all’accerchiamento e alla disfatta da parte delle truppe austrogermaniche.

Infatti alle 12 del 26 ottobre 1917 la montagna venne conquistata dai tedeschi. In due soli giorni avevano percorso 18 chilometri catturando 150 ufficiali, 9mila soldati e perdendo appena 39 uomini.

Poche ore dopo a Roma iniziarono a circolare le notizie di quanto stava succedendo nell’Alto Isonzo. La Seconda Armata venne totalmente abbandonata dai propri ufficiali e migliaia di soldati si diressero senza alcun ordine verso la pianura friulana. Molti gettarono con sollievo le armi convinti che la guerra fosse terminata. Contemporaneamente, nelle strade riempite dai militari in rotta, si aggiunsero i primi civili friulani, costretti ad abbandonare le proprie case dall’avanzata austro-germanica.

Cadorna cercò di nascondere la verità al Paese con dei bollettini ottimistici ma ormai era chiaro: l’azione compiuta tra Plezzo e Tolmino da parte degli austro-germanici aveva portato ad una disfatta del fronte italiano. Gli stessi vertici, nonostante le palesi mancanze ed errori, si gettarono in una “corsa convulsa a scrollarsi di dosso ogni responsabilità e mantenere così intatti il prestigio e l’onorabilità”. Due giorni dopo venne diffuso in tutta Italia un nuovo bollettino, sempre firmato da Cadorna: “La mancata resistenza di reparti della Seconda Armata, vilmente ritiratisi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico, ha permesso alle forze armate austro-germaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla fronte giulia”. Queste gravi accuse segnarono definitivamente la fine della sua carriera ai vertici dell’esercito italiano.

 

 

9 Ottobre 1967: “hanno ucciso Che Guevara, in Bolivia”. Tradimento?

Muore Ernesto “Che” Guevara, ucciso per mano di un gruppo di militari boliviani che il giorno prima lo avevano catturato. Nato nel 1928, a Rosario, in Argentina, il medico Ernesto Guevara si unisce a Fidel Castro a metà del 1950, diventando presto il suo fidato braccio destro. Insieme, guidano la vittoriosa rivoluzione cubana. Dopo il 1965, lascia Cuba per portare la scintilla della rivoluzione in altri paesi, prima nell’ex Congo Belga poi in Bolivia.

Racconta l’ultimo testimone di un’esecuzione ancora oggi oscura, Dariel Alarcón Ramírez, detto “Benigno”, ex guerrigliero della rivoluzione cubana: “Cienfuegos e Guevara facevano ombra a Fidel. C’erano contrasti nel gruppo dirigente. Poi Cienfuegos morì, in un misterioso incidente. Ero con Guevara in Congo, quando Fidel rese pubblica una lettera in cui Guevara dichiarava di rinunciare ad ogni incarico e alla nazionalità cubana. Il Che prese a calci la radio e urlò: ecco dove porta il culto della personalità! Il comandante aveva scritto la lettera dopo il discorso di Algeri in cui aveva messo in guardia i Paesi africani dall’imperialismo sovietico. Credo che quel discorso fu la sua condanna a morte. Quando tornammo all’Avana, Fidel gli propose di andare a combattere in Sud America». «Il líder máximo —ricorda Benigno—partecipò ai preparativi. Veniva al campo d’addestramento, ci garantiva l’appoggio del partito comunista boliviano, la copertura degli agenti segreti, la formazione di nuove colonne. Avremmo dovuto sbarcare nel nord del paese, in territorio favorevole alla guerriglia. Imparammo anche il dialetto locale. Quando Fidel era presente, il Che se ne stava in disparte. Capimmo poi il perché“.

Nell’ottobre 1967 scatta l’operazione. Il commando di rivoluzionari cubani penetrò in una foresta infestata da insetti e agenti segreti, isolata, dove si parlava un altro dialetto. “Scoprimmo che il partito comunista boliviano non ci sosteneva, probabilmente su istruzioni di Mosca. Il Che non era più lui. Sembrava disperato e depresso. Ci lasciò liberi di continuare o rinunciare. Rimanemmo, ma alla fine eravamo ridotti a diciassette, circondati da tremila soldati. Ci dividemmo in tre gruppi e una mattina cominciò la battaglia finale. Il Che fu fatto prigioniero. Lo ammazzarono il giorno dopo“.

 

“”No, non dite nulla della Russia, degli italiani e dei tedeschi”, di Nuto Revelli (proposto in fb da Italiani Brava Gente)

Foto proposte in facebook da ‘Italiani Brava Gente’

Ricordo esattamente quando ho capito tutto: il pomeriggio del 20 gennaio, dopo due tre giorni di ritirata. Nel pomeriggio c’era ancora un pò di luce, la mia colonna era ferma sulla piana di Postoialy in attesa di ordini. Il reparto aveva un centinaio di uomini recuperabili. Il comando del corpo d’armata, con il generale Nasci, aveva perso ogni contatto con la Cuneense e la Julia poiché non c’era più una sola radio funzionante, non sapeva in che direzione farci andare. Eravamo fermi, con 8.000 tedeschi sbandati e altrettanti ungheresi. Formavamo una scia nera lunga chilometri e larga 70 metri. In quella situazione, quasi buio, è arrivato un aereo sovietico a mitragliare. Vedevo uomini, soldati che saltavano in aria. Ricordo che i miei alpini avevano appena acceso un fuoco con della paglia. C’erano 25 gradi sottozero. In quel momento ero lì con due colleghi, ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti: “Madonna santa, qui è la fine“. E ho pensato: “Non credo più in niente“. Ho maledetto la monarchia, il fascismo, i generali, la guerra.

Ricordare per non ricaderci: fu Benito Mussolini in persona a decidere, per fame di potere, l’intervento in una guerra inutile contro gente che non c’aveva fatto nulla. Partirono 200mila ragazzi. 100mila non fecero ritorno. Morti ammazzati. Tanti morti semplicemente congelati. Tanti tornarono con gravissime mutilazioni.

Ho capito tutto, ho avuto la percezione di essere uscito totalmente dalla mia ignoranza iniziale. Però era tardi. Infatti, da allora in poi,  mischiato in questa colonna rumorosa dove c’era chi vaneggiava, chi parlava da solo, chi si agitava per scaldarsi, ho cominciato a dire la mia. La memoria visiva mi fa rivedere il volto delle persone, e quel fuoco di paglia che venne spento in fretta e furia all’arrivo dell’aereo sovietico.

Quel collega che mi diceva “Chissà se a Roma sanno“. Ma cosa vuoi che sappiano, a Roma ci hanno già dimenticato. Me lo sono detto tante volte dopo questo episodio: se esco vivo di qui lascio l’esercito. Non sopportavo più la divisa, gli ordini, s’era rotto qualcosa. Guardavo la popolazione durante quelle marce: la guardavo con il rimorso di aver partecipato a quella guerra sbagliata e poi la guardavo con tenerezza, una popolazione fatta quasi tutta di anziani. Mi aggrappavo a quel mondo, il mondo della popolazione civile, perchè vedevo in esso uno spiraglio di pace e forse vedevo anche la mia famiglia. Quando siamo arrivati a Slobin siamo stati tre o quattro giorni in una casa non povera dove c’era un vecchio che mi ricordava tanto mio padre: un uomo alto, severo, con due bambini sui cinque anni. C’erano due o tre stanze e a noi ne avevano assegnata una, eravamo in 3. Loro vivevano da soli. Ho cercato di avere un dialogo con il vecchio, usando quelle poche parole di russo che avevo imparato. Noi eravamo molto gentili, però lui ci faceva capire che ci sopportava, ma ognuno doveva stare al suo posto: Allora ci siamo messi a cantare, cercando di coinvolgere i bambini. Il vecchio li ha portati via. Dopo un pò però dall’altra stanza è arrivato l’eco del loro canto.

Io mi aggrappavo a queste cose. Il mio generale aveva fatto un volantino con sù scritto “Ricordare e raccontare”, ma appena arrivati in Italia non facevano che ripeterci: “No, non dite niente della Russia, degli italiani e dei tedeschi“.

“La polveriera di S.Giuseppe (ovvero due ragazzi sul campanile di Sant’Anna)”, lirica di Germana Sandalo a ricordo dell’esplosione della polveriera Pertite a Piacenza l’8 agosto 1940

8 agosto 1940: i ragazzi che salirono sul campanile di S.Anna e che solo dopo molto tempo raccontarono la loro prodezza, erano poco più che decenni e lo fecero all’insaputa dei genitori e del curato. [ Nota: il ricordo e la lirica sono ripresi dal volume ‘Graffiti piacentini e altre cose’ pubblicato per i tipi dell’Editrice Farnesiana nel dicembre 1990 ]

Ancor oggi
Giorgio si chiede
chi dei due ebbe fulminea,
l’idea di correre lassù ai primi
scoppi e salire
fino all’ultimo, i ripidi
gradini del campanile:
Un rigoglio di fuochi artificiali
che non attesero notte per fiorire.
E nascondersi
dietro le colonne
e tapparsi gli orecchi quando
lo sguardo all’orizzonte intuiva
il boato.
Cinque secondi per sentire
antichi mattoni tremare sotto i piedi
e il successivo espandersi di nubi
sovrapposte,
di purpurei e d’aranci, di violetti
e di gialli e gli archi sibilanti
degli spezzoni, una magia
di guerra.
E quei due, apprendisti
stregoni di un’opera micidale
non erano forse un pò tutti noi,
o non avremmo voluto esserlo?

La lirica della Sandalo è dedicata alla Pertite, ovvero lo stabilimento militare piacentino tristemente famoso poiché l’8 agosto 1940 fu teatro di una violentissima esplosione alle 14:42 che causò 47 morti e 795 feriti tra ricoverati in ospedale e assistiti in ambulatorio.
Racconta la signora Maria Luisa Gabbiani, che nella esplosione ha perso il padre: “C’erano fiamme altissime, il fuoco arrivava al cielo e nella città c’era il panico“. La lirica di Germana Sandalo evidenzia di come, agli occhi di due intraprendenti ed inconsapevoli ragazzini, una grande tragedia che ha funestato la storia della città potesse diventare uno sfolgorante spettacolo di luci, “una magia di guerra“.
La cronaca dell’epoca non riuscì a far chiarezza su quanto avvenne, e ancora oggi non sappiamo se si trattò di un incidente o di un attentato ai danni di un Paese che si affacciava ad una guerra inutile e sconsiderata. Per leggere un approfondimento di Stefano Pareti, clicca qui.

Salvador Allende e l’11 Settembre 1973 nei ricordi di Bettino Craxi

Di seguito l’articolo di Filippo Bovo in memoria di Salvador Allende pubblicato in www.opinione-pubblica.com

Nel 1970 Salvador Allende, a capo della coalizione di Unidad Popular, vinse le elezioni e divenne Presidente del Cile, dando immediatamente inizio alla cosiddetta “Via cilena al Socialismo”, che prevedeva una pacifica transizione del paese al socialismo usando strumenti democratici e parlamentari. La posta in gioco era molto alta: dovevano essere nazionalizzate le principali industrie del paese, in particolari quelle dedite all’estrazione e alla lavorazione del rame, in gran parte a guida statunitense; bisognava poi riformare il sistema scolastico e quello sanitario, anche in questo organizzandoli sotto il controllo dello Stato; infine si doveva procedere alla riforma agraria, spezzando il latifondo ereditato dal colonialismo spagnolo e dal neocolonialismo statunitense, e creare nuovo lavoro attraverso un vasto piano di lavori pubblici.

 Malgrado i forti boicottaggi operati fin da subito dai latifondisti, dalla Chiesa Cattolica e dall’estrema destra incarnata dal Partito Nazionale, in ogni caso coadiuvato dalla locale Democrazia Cristiana, i risultati che Allende s’era prefissato vennero raggiunti in breve tempo: già dopo un anno il Cile poteva vantare una forte crescita industriale, l’aumento del PIL, ed il declino dell’inflazione e della disoccupazione. In aggiunta a tutto ciò, nel 1970 e nel 1971 Allende rialzò anche più volte i salari.

Ma, a partire dal 1972, si registrò una nuova e letale offensiva economica da parte del mercato borsistico verso il Cile di Allende. L’inflazione riprese a salire, vorticosamente, mentre malgrado l’ordine governativo di calmierare i prezzi dei vari prodotti, soprattutto quelli di prima necessità, si registrava il ritorno della borsa nera. Il Cile d’allora dipendeva in gran parte dall’esportazione del rame per le sue entrate, e gli Stati Uniti le avevano in larghissima parte bloccate. Il fatto di non aver altre fonti d’approvigionamento, per così dire compensative, per la propria economia, lasciò di fatto il Cile a secco di capitali paralizzandone quindi la vita economica: fateci caso, è quello che sta avvenendo oggi col Venezuela, col crollo del prezzo del petrolio da cui dipende in via quasi esclusiva e che anche in questo caso è stato provocato dagli Stati Uniti.

Così a partire dal 1972 si susseguirono ondate di scioperi, molto spesso organizzati da formazioni politiche e sindacali legate a Washington, che paralizzarono la vita del paese. Partito Nazionale e della Democrazia Cristiana diedero vita al Movimento Gremialista, che presto divenne un vero e proprio movimento di massa forte in particolare fra i ceti borghesi, ma dotato anche di una significativa componente sindacale tra i minatori e i trasportatori. Insieme ad esso agiva il gruppo Patria y Libertad, finanziato direttamente dalla CIA, che al pari della AAA in Argentina agiva da movimento extraparlamentare dell’estrema destra dedito a violenze e soprusi contro i sostenitori e i membri del governo Allende. Per blindare il governo, Allende dovette accettare che il capo dell’esercito, il Generale Carlos Prats, divenisse dapprima Ministro degli Interni e quindi Vicepresidente. Con tutto ciò, alle elezioni parlamentari d’inizio 1973 la coalizione di Unidad Popular aumentò i propri voti registrando una crescita importante: anche questo ricorda molto da vicino certe dinamiche venezuelane. Prats venne allontanato e sostituito da Augusto Pinochet a seguito di un primo, fallimentare tentativo di golpe.

Il paese marciava ormai apertamente incontro ad una grave crisi costituzionale. L’11 settembre 1973 avvenne ciò che ormai è entrato nella memoria di molti: i caccia dell’esercito cileno, su ordine del Generale Pinochet, bombardarono il Palazzo de La Moneda, sede della Presidenza, dove Allende tenne un ultimo e disperato discorso d’incoraggiamento al proprio popolo. Secondo le ricostruzioni ufficiali Allende s’uccise sparandosi sotto il mento con un mitra che gli era stato donato da Fidel Castro, ma a quanto pare sarebbe stato ucciso dagli uomini di Pinochet entrati nel palazzo, mentre tentava un’estrema e coraggiosa resistenza. Come ultima beffa, per infangare la memoria di Allende, gli sgherri foderarono il suo studio di riviste pornografiche, per far credere al mondo intero che fosse un pervertito.

Lo Stadio Nazionale fu trasformato in un enorme campo di concentramento provvisorio dov’erano raccolte migliaia di oppositori alla Giunta via via catturati ed in cui avvenivano torture, interrogatori violentissimi e stupri da parte dei militari addetti alla sorveglianza. Approssimativamente 130mila persone vennero arrestate nei tre anni seguenti, ed il numero di desaparecidos o scomparsi raggiunse le migliaia nel giro di pochi mesi. Moltissime persone furono uccise: alcune vennero lanciate dagli aerei in stato semicomatoso, altre scomparvero nel nulla. Un rapporto recente conta in totale per il periodo 1973 – 1988 più di 40.000 vittime e 600.000 sequestri temporanei con sistematica violazione dei diritti umani. Accertato è anche il rapimento di molti bambini di famiglie che avevano appoggiato Unidad Popular, affidati a sostenitori del regime. Molti di loro avrebbero scoperto solo da adulti la verità sui loro genitori, sia naturali che adottivi.

La Giunta di Pinochet, appena insediatasi, iniziò immediatamente a disfare tutto il lavoro sociale e politico di Allende, introducendo nel paese un vero e proprio “capitalismo da legge della giungla”: delegò il proprio programma economico, infatti, ai giovani “tecnici” cileni formatisi all’Università di Chicago, noti ai più come i Chicago Boys, fortemente influenzati dalle dottrine neoliberiste dell’economista Milton Friedman: privatizzazione, taglio della spesa pubblica e legislazione anti-sindacale erano le loro parole d’ordine. Per le classi cilene più deboli fu l’inizio della fine.

La lotta contro la barbarie portata dal regime di Pinochet non ebbe comunque termine. Grande fu, per esempio, il sostegno portato dal PSI di Bettino Craxi ai compagni cileni, spesso ospitati in Italia a spese del partito, oppure finanziati in Cile sottobanco per continuare la loro resistenza. Come chiosa finale di quest’articolo, pubblichiamo volentieri un appunto scritto di proprio pugno da Craxi nel dicembre del 1998, e rinvenuto ad Hammamet, dove il leader socialista ricorda il proprio viaggio nel Cile appena caduto nelle mani del sanguinario dittatore Pinochet, fra la fine di settembre e l’inizio dell’ottobre del 1973. La preziosa testimonianza è stata pubblicata, dietro gentile concessione della Fondazione Craxi, anche da “Il Giornale” nel 2013.

Bettino Craxi visita la tomba di Salvador Allende, vigilata dai militari, pochi giorni dopo il golpe di Pinochet (1973)

“Di buon mattino eravamo partiti da Santiago e avevamo raggiunto Viña del Mar che è a un centinaio di chilometri dalla capitale. Eravamo un folto gruppo. Quando arrivammo al cimitero di Santa Ines alla periferia di Viña e dove Allende è sepolto nella tomba della famiglia Grove (i Grove sono i parenti della moglie di Allende) tutto pareva calmo, regolare. Le prime avvisaglie di quello che doveva succedere, si sono avute all’ingresso del cimitero, quando mi rivolsi all’impiegato dicendogli in spagnolo: “Siamo qui per visitare la tomba del presidente Allende”. L’uomo, un giovane, mi guardò come sorpreso, poi abbassò gli occhi senza rispondere. Ho insistito più energicamente, alzando un poco la voce. E lui zitto. Faceva finta di riordinare certe sue carte e non osava alzare lo sguardo. Ho capito che aveva paura.

In quel momento arrivò un ragazzino, un bambino anzi, non avrà avuto più di cinque o sei anni, uno di quei bambini tragici e meravigliosi che si incontrano in tutti i paesi sottosviluppati e che si guadagnano la vita a far da guida agli stranieri davanti alle chiese o ai monumenti o ai bazar o appunto davanti ai cimiteri. Il bambino ci dice: “Vi insegno io dov’è la tomba del presidente”. E così ci incamminiamo lungo un grande viale deserto. Era una giornata splendida e il cimitero di Santa Ines appariva quasi allegro nella luce limpida e fresca del mattino. Questa atmosfera idilliaca durò poco. Avremo fatto sì e no cinquanta passi che si parò davanti a noi un manipolo di “carabineros”, faccia truce e mitra puntati. Io ero in fondo alla fila e sulle prime non mi resi ben conto di cosa stesse succedendo. Quando mi avvicinai udii chiaramente, sinistramente il “clic” della pallottola in canna. Era il più giovane dei soldati che, piantato a gambe larghe, puntava il mitra carico contro di noi. In spagnolo ci ordinò di andarcene. Qualcuno non aveva capito e fece l’atto di proseguire. “Un paso mas y tiro” fu la risposta del militare, la canna del mitra ormai a pochi centimetri da noi. Allora abbiamo deposto i fiori sulla ghiaia del viale, e siamo tornati verso l’uscita. Ho avuto paura? Forse. Ma più che paura era rabbia. Rabbia per il senso di impotenza, un senso di impotenza che mi accompagnò, devo dire, per tutto il tempo in cui sono rimasto in Cile.

Nell’atrio del cimitero trovammo altri soldati e altri mitra. Cominciarono a perquisirci e a sequestrare tutte le macchine fotografiche. L’operatore italiano della Rai si sedette su una tomba e cambiò, con straordinaria rapidità e senza farsi accorgere, il rullino. Poi mi venne vicino e mi disse: “Mi dà una sigaretta, onorevole?”, e poi mi buttò il rullino nel giubbotto. Io mi apersi la camicia e feci girare il rullino sulla schiena. Tutto si svolse così velocemente che i “carabineros” non si accorsero di nulla. Negli uffici del cimitero rimanemmo due ore, sotto strettissima sorveglianza. Nemmeno la pipì ti lasciavano fare senza seguirti. Alla fine ci lasciarono andare.

All’uscita dal cimitero ci fu una scena che mi colpì profondamente. Il quartiere dove si affaccia il cimitero di Santa Ines è un quartiere pieno di vita, come può esserlo un quartiere popolare la mattina. Si vedevano, attraverso le porte aperte, gli uomini intenti al lavoro nelle officine, e le donne sulle porte delle case, e i ragazzi che giocavano. Bene. Tutti quanti sapevano o immaginavano quello che stava succedendo. Avevano visto il corteo delle macchine, avevano visto i militari, avevano visto i gipponi. Ma nessuno si era avvicinato. Non osavano neanche guardarci. Lo facevano solo con la coda dell’occhio stando ben attenti a non farsi vedere dai militari. A un certo punto, io ero già salito in macchina, vidi staccarsi da un portone una donna, una popolana sui quarantacinque anni. Mise la testa nel finestrino e disse tutto di un fiato: “Clemencia por los chilenos en sus Paises”. Chiedete solidarietà per i cileni nei vostri Paesi. Poi si è girata ed è tornata di corsa in casa.

A Santiago vedevo paura e odio. I volti degli abitanti di Santiago erano pallidi di paura e di odio. E non solo nei quartieri bassi, ma anche nel Barrio Alto, nei quartieri ricchi, residenziali. Io non ho visto, come invece scrissero, che i quartieri bene erano imbandierati, allegri, in festa. No, non è vero. Anche fra i ricchi c’era paura e odio. Per ragioni diverse, ovviamente. Perché temevano che la “Junta” potesse essere rovesciata, perché temevano la vendetta dei figli, dei fratelli, dei compagni degli uomini di sinistra che erano stati massacrati e fucilati per le strade di Santiago e in tutto il Cile. Del resto la moglie di un senatore che era al confino all’isola di Dawson, o almeno si presumeva che fosse a Dawson, perché dal giorno del suo arresto non se ne sapeva più nulla, mi disse che fra le “poblaciones” circolavano volantini che dicevano: “Chi colpirà gli uomini di Unità Popolare subirà, prima o poi, vendetta spietata e senza appello”. Perciò i cileni si guardavano tutti, l’un l’altro, con sospetto. Tra tutti i tragici aspetti di una guerra civile, questo è forse il più orribile. Non si può immaginare cosa sia una città, grande come Santiago alle sei e mezzo di sera quando il coprifuoco è fissato per le otto. È tutto un correre, un affannarsi, un fuggi fuggi generale. Vedi passare i pullman, i piccoli pullman zeppi di gente, con le persone a grappoli avvinghiate alle portiere. Sembrava di rivivere certe scene dell’Italia della guerra o dell’immediato dopoguerra.

E nessuno può immaginare, se non l’ha visto con i propri occhi, che cosa sia una città cinque minuti prima del coprifuoco. I pochi passanti che corrono disperatamente, le porte degli alberghi e degli uffici pubblici chiuse a metà, mentre già si sentono i passi delle pattuglie, mitra contro il cielo. Una atmosfera da incubo, allucinante. E poi la notte l’eco degli spari; le grida, i comandi secchi degli ufficiali. E all’alba cominciano a circolare le notizie dei morti che erano stati trovati nel fiume o nei prati della periferia. Proprio il giorno in cui arrivammo un giornalista mi raccontò di aver visto con i suoi occhi cinque cadaveri galleggiare sul Mapocho. Io stesso contai nei pochi giorni che sono stato in Cile trenta fucilazioni. E nel giorno in cui ripartimmo per Buenos Aires ne uccisero altri sedici. E questi erano dati ufficiali forniti dalla “Junta” che tendeva ovviamente a minimizzare e mascherare la realtà”.

Cile, repressione durante il golpe dell’11 settembre 1973 © Reuters