17 febbraio 1992: arrestato Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio, socialista, mariuolo isolato secondo Bettino Craxi. Inizia così Tangentopoli

Mario Chiesa (Milano, 12 dicembre 1944) politico, dirigente d’azienda italiano, esponente milanese del Partito Socialista Italiano, il 17 febbraio 1992, quando ricopriva la carica di presidente del Pio Albergo Trivulzio, poco dopo le 17.30 venne colto in flagrante mentre accettava una tangente di sette milioni di lire dall’imprenditore Luca Magni, che gestiva una piccola società di pulizie e che voleva assicurarsi la vittoria nell’appalto per le pulizie dell’ospizio. In seguito a richieste sempre più esose, il piccolo imprenditore Magni aveva contattato il magistrato Antonio Di Pietro per denunciare il presidente Chiesa e insieme decisero di incastrarlo. Si trattò del primo arresto dell’inchiesta di Mani pulite che sfocerà in Tangentopoli. In seguito all’arresto, Chiesa venne espulso dal PSI e il segretario del partito socialista Bettino Craxi, il 3 marzo 1992, intervistato al TG3, definì Chiesa un mariuolo, sottolineando che il PSI milanese era composto di persone oneste (la realtà, lo sappiamo, era ben diversa e lo scandalo che uscì dalle indagini, rivelando il malaffare tra politica e imprenditoria porterà alla fine della Prima Repubblica e allo scioglimento del Psi, dei partiti laicisti e della Dc).

Mario Chiesa con Bettino Craxi

Quanto a Chiesa, laureato in ingegneria, iniziò a fare politica in una sezione del PSI di Quarto Oggiaro, nel quartiere Musocco-Vialba. Inizialmente vicino alla corrente di Francesco De Martino, successivamente si era avvicinato prima a Carlo Tognoli e poi a Paolo Pillitteri. Nel 1970 era stato nominato capogruppo del PSI nel consiglio provinciale di Milano; nel 1972 visto che la società per cui lavorava era intenzionata a mandarlo all’estero, attraverso il giro di conoscenze del partito socialista riuscì ad avere un posto di direttore tecnico all’ospedale Sacco di Milano. Nel 1980 fu assessore ai Lavori Pubblici del comune di Milano, e nel 1985 all’Edilizia Scolastica. Nel febbraio 1986 riuscì a ottenere la presidenza del Pio Albergo Trivulzio. Dal 1989 si mise in proprio, con l’obiettivo di diventare sindaco di Milano, abbandonando i vecchi protettori e legandosi alla famiglia Craxi: nelle elezioni amministrative del 1990 Chiesa in cambio della riconferma alla presidenza del Pio Albergo Trivulzio sostenne Bobo Craxi, figlio del segretario socialista.

Dopo l’arresto gli inquirenti scoprirono, grazie alla testimonianza della sua ex-moglie Laura Sala, diversi conti bancari in Svizzera, con diversi miliardi di lire intestati alla sua segretaria. Dopo cinque settimane di carcere, il 23 marzo 1992, Chiesa decise di parlare. L’interrogatorio durò più di una settimana e il 2 aprile 1992 gli vennero concessi gli arresti domiciliari. Lo stesso Bettino Craxi, in qualità di leader del PSI, definì Mario Chiesa un mariuolo isolato, una scheggia impazzita di un Partito Socialista che altrimenti – a suo dire – doveva essere integro.

Il magistrato Antonio Di Pietro

Scontata la pena, Chiesa si riavvicinò all’ambiente politico partecipando a convegni pubblici della Compagnia delle Opere, associazione imprenditoriale legata a Comunione e Liberazione. Il 31 marzo 2009 venne arrestato di nuovo, con l’accusa di essere stato il collettore delle tangenti nella gestione del traffico illecito di rifiuti nella Regione Lombardia. È stato definito “L’uomo del 10%” in quanto avrebbe avuto la capacità di far lievitare i costi di smaltimento dei rifiuti di un decimo rispetto al valore raggiunto a fine gara (d’appalto)

“Lager”, lirica per non dimenticare, scritta da una ragazzina in Trieste nel 1994 (dal blog ‘I gufi narranti’)

Bergen-Belsen, cncentration camp

Uno sguardo vuoto che guarda quel camino,
quel fumo che esce e che hai già visto uscire
è il corpo di un bambino.
Tu lo sai ma cosa puoi fare,
è tanto se hai la forza per poter camminare.
Non hai più un nome, sei senza capelli,
i giorni a casa tua quelli si erano belli.
Ora dentro al lager non ti resta che aspettare
silenzioso spento senza mai pensare
Questa a Belsen è la legge primaria,
se cominci a pensare sentirai mancarti l’ aria
l’odore acre, pungente e forte
è semplicemente quello della morte.
Ci son monti di cadaveri vicino ai tuoi piedi,
tu passi a testa bassa li senti, non li vedi.
Sono stati uccisi molto barbaramente,
ma non solo loro, migliaia di altra gente
Tu in silenzio giochi con la sorte,
purtroppo se perdi ti toccherà la morte

26 gennaio 1943: sono decine di migliaia i morti ma a Nikolajewka gli alpini spezzano l’accerchiamento russo

Il post che segue riproduce l’articolo dell’Associazione Nazionale Alpini pubbliato nel sito difesa.it a ricordo della tragedia e delle decine di migliaia di morti causati dalla follia di Benito Mussolini, del fascismo e della monarchia che ne favorì la conquista del potere

La Battaglia di Nikolajewka
Fronte russo, gennaio 1943
Dall’autunno 1942 il Corpo d’Armata Alpino, costituito dalle tre Divisioni alpine Cuneense, Tridentina e Julia, era schierato sul fronte del fiume Don, affiancato da altre Divisioni di fanteria italiane, da reparti tedeschi e degli altri alleati, rumeni e ungheresi. Il 15 dicembre, con un potenziale d’urto sei volte superiore a quello delle nostre Divisioni (basti pensare che impiegarono 750 carri armati e noi non avevamo né carri, né efficienti armi controcarro), i Russi dilagarono nelle retrovie accerchiando le Divisioni Pasubio, Torino, Celere e Sforzesca schierate più ad Est. Esse dovettero sganciarsi dalle posizioni sul Don, iniziando quella terribile ritirata che, su un terreno ormai completamente in mano al nemico, le avrebbe in gran parte annientate con una perdita di circa 55.000 uomini tra Caduti e prigionieri.
L’accerchiamento
Mentre le Divisioni della Fanteria si stavano ritirando, il Corpo d’Armata Alpino ricevette l’ordine di rimanere sulle posizioni a difesa del Don per non essere a sua volta circondato. Il 13 gennaio i Russi partirono per la terza fase della loro grande offensiva invernale e, senza spezzare il fronte tenuto dagli alpini, ma infrangendo contemporaneamente quello degli Ungheresi a Nord e quello dei Tedeschi a Sud, con una manovra a tenaglia, riuscirono a racchiudere il Corpo d’Armata Alpino in una vasta e profonda sacca.
Il ripiegamento
Davanti alla possibile catastrofe rimaneva un’unica alternativa: il ripiegamento immediato. La sera del 17 gennaio 1943, su ordine del generale Gabriele Nasci, ebbe inizio il ripiegamento dell’intero Corpo d’Armata Alpino di cui la sola Divisione Tridentina era ancora efficiente, quasi intatta in uomini, armi e materiali.
La marcia del Corpo d’Armata Alpino verso la salvezza fu un evento drammatico, doloroso ed allucinante, costellato da innumerevoli episodi di valore, di grande
solidarietà, in cui circa 40.000 uomini si batterono disperatamente, senza sosta, per 15 interminabili giorni e per 200 chilometri.
La battaglia di Nikolajewka
Fu così che dopo 200 chilometri di ripiegamento a piedi e con pochi muli e slitte, sempre aspramente contrastati dai reparti nemici e dai partigiani sovietici, il mattino del 26 gennaio 1943 gli alpini della Tridentina, alla testa di una colonna di 40.000 uomini quasi tutti disarmati e in parte congelati, giunsero davanti a Nikolajewka. Forti del tradizionale spirito di corpo gli alpini del generale Reverberi, dopo una giornata di lotta, espugnarono a colpi di fucile e bombe a mano il paese annientando gli agguerriti difensori annidati nelle case.
Per dare il colpo mortale al nemico in ritirata, i Russi si erano trincerati fra le case del paese che sorge su una modesta collinetta, protetti da un terrapieno della ferrovia che correva pressoché attorno all’abitato e che costituiva un’ottima protezione per il nemico. Le forze sovietiche che sbarravano il passo agli alpini ammontavano a circa una divisione. Verso le ore 9.30 venne ordinato di attaccare. In un primo tempo si lanciarono all’assalto gli alpini superstiti del Verona, del Val Chiese, del Vestone e del II Battaglione misto genio della Tridentina, appoggiati dal fuoco del gruppo artiglieria Bergamo e da tre semoventi tedeschi.
La ferrovia, dopo sanguinosi scontri, fu raggiunta; in più punti gli alpini riuscirono a salire la contro scarpata ed a raggiungere le prime isbe dell’abitato dove sistemarono immediatamente le mitragliatrici, ma le perdite furono gravissime per il violento fuoco dei Russi. Nonostante le sanguinose perdite, gli alpini continuarono a combattere con accanimento: fu un susseguirsi di assalti e contrassalti portati di casa in casa; venne conquistata la stazione ferroviaria e un plotone del Val Chiese riuscì ad arrivare alla chiesa. La reazione russa fu violentissima: gli alpini furono costretti ad arretrare e ad abbarbicarsi al terreno in attesa di rinforzi. Verso mezzogiorno giunsero in rinforzo i resti del battaglione Edolo, del Morbegno e del Tirano, i gruppi di artiglieria Vicenza e Val Camonica ed altre modeste aliquote di reparti della Julia col Battaglione L’Aquila:   anch’essi vennero inviati nel cuore della battaglia. Il nemico, appoggiato anche dagli aerei che mitragliavano a bassa quota, opponeva una strenua resistenza. Sul campanile della chiesa c’era una mitragliatrice che faceva strage di alpini. La neve era tinta di rosso: su di essa giacevano senza vita migliaia di alpini e moltissimi feriti. Nonostante gli innumerevoli atti di valore personale di ufficiali, sottufficiali e soldati, spinti sino al cosciente sacrificio della propria vita, la resistenza era ancora attivissima e l’esito della battaglia era non del tutto scontato.La situazione si faceva sempre più tragica perché il sole incominciava a scendere sull’orizzonte ed era evidente che una permanenza all’addiaccio nelle ore notturne, con temperature di 30-35 gradi sotto lo zero, avrebbe significato per tutti l’assideramento e la morte.
Quando ormai stavano calando le prime ombre della sera e sembrava che non ci fosse più niente da fare per rompere l’accerchiamento, il generale Reverberi, comandante della Tridentina, saliva su un semovente tedesco e, incurante della violenta reazione nemica, al grido di “Tridentina avanti!” trascinava i suoi alpini all’assalto.

Ottavo Alpini by Greatkingpest in Deviant Art

Il grido rimbalzò di schiera in schiera, passò sulle labbra da un alpino all’altro, scosse la massa enorme degli sbandati che, come una valanga, assieme ai combattenti ancora validi, si lanciarono urlando verso il sottopassaggio e la scarpata della ferrovia, la superarono travolgendo la linea di resistenza sovietica. I Russi sorpresi dalla rapidità dell’azione dovettero ripiegare abbandonando sul terreno i loro caduti, le armi ed i materiali. Il prezzo pagato dagli alpini fu enorme: dopo la battaglia rimasero sul terreno migliaia di caduti. Tutti gli alpini, senza distinzione di grado e di origine, diedero un esempio di coraggio, di spirito di sacrificio e di alto senso del dovere.
In salvo
Dopo Nikolajewka la marcia degli alpini proseguì fino a Bolscke Troskoye e a Awilowka, dove giunsero il 30 gennaio e furono finalmente in salvo, poterono alloggiare e ricevere i primi aiuti. Il 31 con il passaggio delle consegne ai Tedeschi termina ogni attività operativa sul fronte russo.
Fino al 2 febbraio continuarono ad arrivare i resti dei reparti in ritirata. I feriti gravi vennero avviati ai vari ospedali, poi a Schebekino alcuni furono caricati su un treno ospedale per il rimpatrio.
La colonna della Tridentina riprese la marcia il 2 febbraio per giungere a Gomel il 1° marzo. Gli alpini percorsero a piedi 700 km e solamente alcuni, nell’ultimo tratto, poterono usufruire del trasporto in ferrovia.
Il rimpatrio
Il 6 marzo 1943 cominciarono a partire da Gomel le tradotte che riportavano in Italia i superstiti del Corpo d’Armata Alpino; il giorno 15 partì l’ultimo convoglio e il 24 tutti furono in Patria. Mentre per il trasporto in Russia del Corpo d’Armata Alpino erano stati necessari 200 treni, per il ritorno ne bastarono 17. Sono cifre eloquenti, ma ancor più lo sono quelle dei superstiti: considerando che ciascuna divisione era costituita da circa 16.000 uomini, i superstiti risultarono 6.400 della Tridentina, 3.300 della Julia e 1.300 della Cuneense.

 

La Santa di oggi: Elizabeth Ann Bayley Seton, vedova e prima santa statunitense

Originaria di New York, figlia di un medico, Elisabetta Anna Bayley Seton, è nota per aver fondato le «Suore delle carità di san Giuseppe», Congregazione religiosa molto diffusa negli Stati Uniti. Nata il 28 agosto 1774, era di confessione episcopaliana ma dopo la morte del marito da cui aveva avuto 5 figli si convertì al cattolicesimo. Le Sister of charity come vengono chiamate negli Stati Uniti, rappresentarono la prima Congregazione femminile americana. Furono costituite il 1 giugno 1809 e la futura santa ne fu Superiora generale per quasi un decennio dedicandosi con grande impegno al servizio dei poveri e dei sofferenti. Parallelamente s’impegnò con grande dedizione alle scuole parrocchiali. L’Ordine crebbe rapidamente e il 17 gennaio 1912 ottenne l’autorizzazione a seguire, come regola, quello delle suore di san Vincenzo De’ Paoli. Elisabetta Anna Bayley vedova Seton morì il 4 gennaio 1821 a 46 anni. Beatificata nel 1963 da Papa Giovanni XXIII, fu canonizzata il 14 settembre 1975 da Paolo VI.

In lei fu esaltata la donna: vergine, sposa, vedova e consacrata. Ecco le parole del papa Paolo VI nel momento della canonizzazione nel 1975: “E’ la prima degli Stati Uniti d’America glorificata da questo incomparabile titolo. Ma che vuol dire: è Santa? Noi abbiamo tutti facilmente l’intuizione circa il significato di questa superlativa qualifica; ma ci è poi difficile farne un’analisi esatta; Santa vuol dire perfetta, di una perfezione, che raggiunge il livello più alto che un essere umano possa conseguire. Santa è una creatura umana nella pienezza della sua conformità alla volontà di Dio. Santa è un’anima in cui ogni peccato, principio di morte, sia cancellato, e sostituito da uno splendore vivente di grazia divina“. [ …] “Piace a Noi rilevare la felice coincidenza tra questo evento e l’iniziativa delle Nazioni Unite: l’Anno Internazionale della Donna [ … ] la Chiesa esalta al massimo grado Elizabeth Ann Bayley Seton, elogiando il personale ed eccezionale contributo da lei reso come donna: moglie, cioè e madre e vedova e religiosa!“.

Nella chiesa di Santa Caterina, a Livorno, un’epigrafe ricorda che vi pregò Elizabeth Ann Bayley Seton tra il 1803 e il 1804 quando per motivi di cura si trasferì nella città toscana con il marito gravemente malato

28 dicembre 1979: l’Armata Rossa invade l’Afghanistan. E’ il Vietnam sovietico

La guerra in Afghanistan del 1979-1989, talvolta indicata anche come intervento sovietico in Afghanistan, vide contrapposte da un lato le forze armate della Repubblica Democratica dell’Afghanistan (RDA), sostenute da un massiccio contingente di truppe terrestri e aeree dell’Unione Sovietica, e dall’altro vari raggruppamenti di guerriglieri afghani collettivamente noti come mujaheddin, appoggiati materialmente e finanziariamente da un gran numero di nazioni estere.

Tradizionalmente di orientamento marxista-leninista, inserito nell’area di influenza sovietica già dal 1953, nel 1978 a seguito di una divisione all’interno del Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan il governo presieduto da Mohammed Daud Khan (di orientamento comunista) viene travolto dal malcontento con un colpo di Stato dello stesso PDPA che trova il pieno appoggio degli alti ufficiali delle forze armate, in maggioranza addestrati in Unione Sovietica: Il PDPA proclamò quindi la nascita della “Repubblica Democratica dell’Afghanistan” e le sue fazioni si spartirono il potere..

Il nuovo governo portò avanti i programmi di modernizzazione socio-economica con maggior decisione, abbandonando ogni cautela e seguendo un’impostazione di tipo socialista: le grandi proprietà terriere furono confiscate e redistribuite a famiglie di contadini poveri, fu abolita l’ushur (la decima dovuta ai latifondisti dai braccianti), le banche furono nazionalizzate e si tentò di porre un calmiere ai prezzi; in ambito sociale furono portati avanti programmi di alfabetizzazione, si tentò di sradicare la pratica dei matrimoni combinati e l’imposizione del burqa, cercando di riaffermare l’emancipazione delle donne confermando loro il diritto di voto e incoraggiandole a partecipare attivamente alla vita politica. Dopo la firma nel dicembre del 1978 di un nuovo trattato di amicizia tra le due nazioni, i sovietici furono invitati a collaborare ai programmi governativi afghani, realizzando strade e infrastrutture e avviando progetti di esplorazione delle vaste ma poco sfruttate risorse minerarie del paese.

Sebbene accolte con favore dalla quasi totalità della popolazione urbana, le politiche avviate dal PDPA furono un trauma per gli abitanti delle zone rurali, nettamente maggioritari nel paese: la natura stessa delle riforme, contrarie ai principi tradizionali e religiosi afghani, e l’eccessiva velocità con cui furono introdotte generarono una diffusa ostilità nei confronti del governo di Kabul; le idee del marxismo-leninismo stentarono a prendere piede in una popolazione prevalentemente rurale e analfabeta, assolutamente fedele ai precetti islamici. D’altro canto la leadership del PDPA, si dimostrò intransigente nel portare avanti i suoi programmi e contraria a ogni tipo di opposizione, che fu sistematicamente repressa tramite ondate di arresti ed esecuzioni; la repressione portata avanti dal governo di Kabul provocò una recrudescenza delle opposizioni a esso: mentre dal Pakistan i mullah e i leader islamici in esilio invocavano un jihād contro la RDA, a partire dalla fine del 1978 nelle zone montuose dell’Afghanistan presero a formarsi le prime bande di guerriglieri anti-governativi, ben presto ribattezzantesi mujaheddin (“combattenti per il jihād”). Già in ottobre i primi scontri tra truppe governative e ribelli nuristani presero vita nella provincia di Konar.

La ribellione si estese anche alle forze armate, sempre più afflitte da diserzioni e defezioni: il 21 marzo 1979 l’intera 17ª Divisione fanteria si ammutinò sotto la guida del capitano Ismail Khan, prendendo possesso della città di Herat; furono necessari pesanti bombardamenti aerei prima che le unità scelte del governo potessero riprendere il centro abitato e reprimere l’insurrezione, lasciando sul terreno tra i 3.000 e i 5.000 morti compresi un centinaio di cittadini sovietici (consiglieri militari con le loro famiglie), trucidati e mutilati dagli insorti. Il 5 agosto 1979 una rivolta militare programmata nella capitale Kabul fu scoperta all’ultimo minuto, e diversi ufficiali anticomunisti furono arrestati; la guarnigione della cittadella di Bala Hissar, a sud della capitale, proseguì comunque con l’ammutinamento, e fu necessaria una battaglia di quattro ore prima che i reparti paramilitari del ministero degli Interni afghano, supportati da carri armati ed elicotteri da combattimento, potessero avere ragione degli insorti. Entro la metà del 1979, 25 delle 28 province dell’Afghanistan erano in aperta rivolta contro il governo.

Quando, a dicembre, le truppe dell’Armata Rossa sovietica entrano in Afghanistan con l’intenzione di deporre e rimpiazzare il presidente della Repubblica, l’intervento militare  provocò una ulteriore recrudescenza della guerriglia afghana contro il regime: i combattenti mujaheddin intrapresero quindi una lunga campagna di guerriglia a danno delle forze sovietico-afghane, spalleggiati in questo senso dagli armamenti, dai rifornimenti e dall’appoggio logistico fornito loro (in modo non ufficiale) da nazioni come gli Stati Uniti, il Pakistan, l’Iran, l’Arabia Saudita, la Cina e il Regno Unito.

Dopo più di nove anni di guerra, che provocarono vaste distruzioni all’Afghanistan nonché ampie perdite di vite civili, l’intervento sovietico nel conflitto ebbe termine con una ritirata generale delle proprie truppe conclusa il 15 febbraio 1989, dopo la firma degli accordi di Ginevra tra RDA e Pakistan; gli scontri tra mujaheddin e truppe governative proseguirono nell’ambito della guerra civile afghana, fino alla caduta del governo della RDA nell’aprile del 1992.

Oggi quegli stessi mujaheddin continuano la guerra contro le truppe di quegli americani che li avevano sostenuti e finanziati.

 

9 settembre 1943: il Re, Badoglio, la carovana dei conigli in fuga nella notte abbandonano l’esercito al suo destino

Vittorio Emanuele III con il maresciallo Pietro Badoglio

8 settembre 1943, un tranquillo mercoledì di quasi autunno, sono le cinque della sera e Vittorio Emanuele III comincia a prepararsi per lasciare Roma. Per il ministro della Real Casa, Acquarone, Villa Ada non è più sicura, meglio trasferirsi al Quirinale con l’ipotesi di un rapido trasferimento in Sardegna per sfuggire all’eventuale cattura da parte dei nazisti che, appena sapranno dell’armistizio firmato, inizieranno l’occupazione del BelPaese. Il piano di fuga è predisposto da tempo: due cacciatorpedinieri sono pronti alla partenza destinazione la Maddalena, beni e oggetti preziosi sono già in Svizzera, sedici milioni, per affrontare le prime esigenze, diciassette valigie per il viaggio, carte e documenti in una borsa.

Ma gli avvenimenti precipitano. In serata al Quirinale viene convocato il Consiglio della Corona: governo e militari cadono dalle nuvole, nessuno (a parole) sa dell’armistizio firmato, chiedono di invitare Eisenhower a temporeggiare almeno fino al giorno 12 per darne notizia ma la richiesta viene respinta e da Radio Algeri arriva l’annuncio ufficiale. Tutti perdono la testa, qualcuno arriva a proporre di sconfessare la firma già messa, “si dia la colpa a Badoglio che, si sostiene, ha agito all’insaputa del governo!“.

Il Re però nega:”si terrà la parola data!”. Così alle 19.45 Badoglio annuncia alla radio l’avvenuto armistizio. Si scatena il panico. Giunge notizia che i tedeschi attaccano dappertutto così alle 4.50 della notte del 9 settembre la carovana dei conigli prende il via con in testa l’auto del re e della regina.

Sul molo di Ortona, nella speranza di imbarcarsi sulla «Baionetta» col re, sono in duecento ma alla fine solo 59 riusciranno nell’intento: “non uno, scrive Silvio Bertoldo in Corriere.it, che abbia un moto di dignità, che abbia pensato che si sarebbe dovuto combattere anche se la causa era persa, e non abbandonare l’esercito al suo destino per salvare la pelle“.

La battaglia di Porta S.Paolo, all’indomani dell’armistizio. Roma cadde in mano ai tedeschi mentre il re e Badoglio erano già fuggiti.

Infatti sono 1.090.000 gli uomini in armi presenti sulla penisola e in Sardegna on una buona metà delle divisioni del tutto inefficienti, scarsamente dotate di mezzi corazzati e male armate, contro circa 400.000 soldati tedeschi perfettamente efficienti e fortemente dotati di mezzi corazzati.

A queste forze, numericamente notevoli, vanno sommate le unità italiane dislocate nei vari settori fuori dei confini metropolitani: 230 mila uomini in Francia (e Corsica), 300 mila circa in Slovenia, Dalmazia, Croazia, Montenegro e Bocche di Cattaro, più di 100 mila in Albania e circa 260 mila soldati in Grecia e nelle isole dell’Egeo: in totale 900 mila uomini circa, in teoria una forza formidabile, ma solo in teoria. In realtà si tratta di un esercito assolutamente inadeguato ai tempi, su cui non si può in alcun modo fare affidamento.

Abbandonati al loro destino, senza ordini e disposizioni, in breve avviene lo sfacelo e dove viene tentata una resistenza la vendetta tedesca è tanto inutile quanto feroce: così in Trentino-Alto Adige e in Francia le truppe alpine, a Cefalonia la divisione Acqui che sceglie la lotta e la conseguente distruzione (9646 morti), i marinai della corazzata ammiraglia Roma colpita da due bombe-razzo e colata a picco in 28 minuti insieme a 1253 (su 1849) uomini dell’equipaggio.

Nel dopoguerra coloro che sono fuggiti nel momento del pericolo, buona parte dei fuggitivi della carovana dei conigli, tornarono alla testa delle Istituzioni. Nessun colpevole per quei ragazzi morti, abbandonati al loro destino.

 

15 dicembre 1890: assassinato Toro Seduto, capo Sioux vincitore al Little Big Horn

La Danza degli spiriti, ballare per scacciare l’uomo bianco

Toro Seduto, il vincitore di Little Big Horne (25 giugno 1876), ritornò nella Riserva Indiana di Standing Rock nel Dakota del Sud. Temendo che progettasse di fuggire dalla Riserva assieme ai praticanti della Danza degli spiriti, le autorità dell’Agenzia Indiana decisero di arrestarlo con alcuni suoi uomini, anche se Toro Seduto non era un loro sostenitore. Durante lo scontro tra i pellerossa e la Polizia locale, generato dal tentativo di portare via il capo indiano all’alba del 15 dicembre 1890, Toro Seduto e suo figlio Piede di Corvo vennero assassinati a colpi di pistola da alcuni componenti del comando incaricato della cattura. Aveva 59 anni.

Il giovane Toro Seduto in lingua originale lakota Tatanka Yotanka o Tatanka Iyotake (che, tradotto letteralmente, significa Bisonte Seduto)

22 novembre 1718: ucciso il pirata Barbanera. Aveva catturato 140 navi

I dati sulla vita di Edward Teach (o Thatch), meglio noto come Barbanera, sono molto incerti e influenzati dalle leggende. Nacque probabilmente nel 1680, a Bristol secondo alcune fonti, a Port Royal secondo altre. Si sarebbe sposato 14 volte; l’ultima moglie sarebbe stata appena sedicenne e di origine hawaiana.

Il suo ingresso nella pirateria fu forse sulle navi corsare giamaicane che combattevano per mare contro i francesi. Nel 1716 si alleò con Benjamin Hornigold, con il quale assaltò circa 20 navi in 18 mesi. Si impossessò in particolare di un vascello proveniente dalla Guiana francese, il Concorde, per ribattezzarlo Queen Anne’s Revenge. Oltre ad arrembare le navi in alto mare, Barbanera assaltò porti in diverse regioni, fra cui Turkill, Grand Cayman, Bahamas, Carolina. Nel 1718 assediò il porto di Charleston nella Carolina del Sud; in quell’occasione catturò un amministratore della città con il figlio di quattro anni e chiese come riscatto un baule di medicine.

La bandiera di Barbanera

Aveva fama di essere uno dei pirati più feroci. I suoi modi terrorizzavano le sue vittime ma anche lo stesso equipaggio; si dice che usasse sparare con la pistola alle gambe dei suoi uomini come misura punitiva o semplicemente per mantenere la disciplina a bordo. Si dice che bevesse rum mischiato con polvere da sparo e che la sua barba fosse così lunga che egli se la attorcigliava attorno alle orecchie; che quando andava in battaglia si mettesse dei pezzi di miccia accesi sotto il cappello in modo da essere sempre avvolto da una fitta nuvola di fumo (particolare che rendeva il suo aspetto al tempo stesso bizzarro e spaventoso). I cronisti dicono che Barbanera “durante le azioni indossava una fascia intorno alle spalle con appese tre paia di pistole nelle loro fondine a mo’ di bandoliera“.

Il 20 luglio 1718 Barbanera rifiutò l’amnistia offertagli da Woodes Rogers, Governatore di Nassau e delle Bahamas. Il governatore della Virginia Alexander Spotswood ordinò al tenente di vascello della Marina inglese Robert Maynard di catturare Barbanera, vivo o morto. A bordo della nave da guerra Pearl, Maynard raggiunse Barbanera il 21 novembre del 1718, nell’insenatura di Ocracoke, e riuscì a ucciderlo dopo una sanguinosa battaglia. Si racconta che Barbanera non morì prima di aver subito 25 ferite, di cui 5 da arma da fuoco, e che il suo corpo fece tre volte il giro della nave prima di inabissarsi. La testa mozzata del pirata venne infissa sulla punta del bompresso della Pearl. Nella sua carriera Barbanera aveva catturato quasi 140 navi. Alla sua morte aveva 38 anni.

“1915-1918, e venne Novembre … ma non bastò”, pièce teatrale domenica a Castell’Arquato

A seguire dopo la presentazione del libro “Storia della Brigata Piacenza” di Filippo Lombardi e Ippolito Negri, domenica 5 alle ore 18.15 circa la pièce teatrale scritta da Arzani, Delmiglio, Isidori dedicata a quei mesi di novembre che furono tragedia. Nell’illustrazione (di Edoardo Arzani) il soldato chiamato al fronte e ad un futuro incerto, abbandona la bambola di stracci che rappresenta l’età dei giochi e della spensieratezza.

… Sabato 4 Novembre 1916, fronte italiano, termina la nona battaglia dell’Isonzo. Intemperie, fango e accanita resistenza austriaca hanno reso praticamente insignificanti le conquiste territoriali. Tra la settima e la nona battaglia gli italiani hanno perso 77.300 uomini, gli austriaci 74.300. Di fronte al malumore espresso dai soldati il Comando Supremo italiano conferma la Circolare che dispone fucilazioni e giustizia sommaria sul fronte italiano.

Non vi è altro mezzo per reprimere reati collettivi che quello di fucilare immediatamente i maggiori colpevoli e allorché accertamento identità personali dei responsabili non è possibile, rimane ai comandanti il diritto e il dovere di estrarre a sorte tra gli indiziati alcuni militari e punirli con la pena di morte“.

Furono almeno 350 i morti tra fucilazioni sommarie, decimazioni e bombardamenti e mitragliamenti di truppe che si sbandavano o si ritiravano arbitrariamente …

Una precedente rappresentazione alla libreria Fahrenheit 451 di Piacenza nel novembre 2015 della pièce teatrale.

“Disfatta a Caporetto, le truppe austro tedesche dilagano in Friuli, dall’Isonzo al Piave”, analisi di Renzo Montagnoli

Viene pubblicata un’interessante riflessione sulla sconfitta di Caporetto in occasione dell’iniziativa dell’Associazione Culturale Terre Piacentine che domenica 5 novembre proporrà la presentazione del libro “Storia della Brigata Piacenza” (Marvia editore) e in particolare del 111° reggimento impegnato nelle Battaglie sull’Isonzo prima fino alla disfatta di Caporetto e poi sulla linea di difesa del Piave. Presenti gli autori Filippo Lombardi e Ippolito Negri, moderatore Claudio Arzani

Pochi giorni fa è caduto il primo centenario della battaglia di Caporetto, conosciuta anche come dodicesima battaglia dell’Isonzo. Il nome di questa località slovena, un piccolo paese di pochi abitanti sito nell’alta valle dell’Isonzo è diventato famoso perché, come tutti sanno anche dagli studi scolastici, quello scontro iniziato proprio il 24 ottobre rappresenta la più grave disfatta nella storia del nostro esercito, che di vittorie ne ha conseguite sempre pochissime. Si trattò di un vero e proprio disastro perché si corse il rischio che le truppe austro-tedesche arrivassero in Lombardia, a Milano, nel cuore industriale dell’ancora giovane Regno d’Italia. Furono fermate, invece, sulle sponde del Piave e sulle pendici del monte Grappa, grazie all’eroismo dei nostri soldati, tacciati, tuttavia, nel corso della ritirata, di vigliaccheria da un comandante in capo che di certo non meritavano.
Luigi Cadorna, il comandante supremo, subentrò al generale Pollio nel 1914, in seguito alla morte, in circostanze non del tutto chiare, di questi; al riguardo basti pensare che Pollio era filo tedesco, mentre Cadorna era decisamente avverso agli austriaci. Ma chi era veramente Luigi Cadorna? Quale era stata la sua carriera militare?
Figlio del generale conte Raffaele Cadorna, veterano della battaglia di San Martino della seconda guerra di indipendenza, nonché comandante delle truppe che nel 1870 presero Roma, il giovane Luigi fu avviato alla carriera militare, dimostrando nel suo curriculum una caratteristica che sarà messa in pratica nel corso della Prima guerra mondiale: l’offensiva a oltranza. Tuttavia già si delineavano alcuni aspetti negativi, causati dalla sua rigida interpretazione della disciplina militare, con il facile ricorso a dure sanzioni che provocheranno anche non poche note di biasimo dei suoi superiori. Comunque riuscì a salire di grado, sia pure con lentezza, diventando infine comandante di Corpo d’Armata e, appunto nel 1914, assumendo l’incarico di capo di stato maggiore. All’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria nell’anno successivo, dopo un inspiegabile ritardo iniziale nelle operazioni, ritardo che se non vi fosse stato avrebbe probabilmente comportato un decorso più breve e sicuramente favorevole del conflitto, impegnò il nemico con una serie di sanguinose battaglie sull’Isonzo in continui attacchi frontali e dispendio di risorse e vite, senza che tuttavia si uscisse da una situazione di stallo, come del resto accadeva anche sui fronti occidentali (anglo francesi contro tedeschi) e orientali (russi contro tedeschi e austriaci). Di questa tattica non gli si può quindi dare colpa, perché era la stessa per tutti i belligeranti, un po’ perché si era studiato Napoleone Bonaparte alle accademie militari e un po’ perché le nuove armi, particolarmente efficaci, non avevano ancora influenzato la ristretta mentalità dei comandanti. Quello che differenziava, però, Cadorna da questi ultimi era il suo eccessivo rigore, la convinzione che il soldato non fosse altro che un numero, l’incapacità di coinvolgere attivamente i subordinati alla preparazione dei piani di battaglia, la mania con la quale sostituire di colpo, anche durante un combattimento, chiunque dissentisse da lui. Nell’osservare oggi il suo comportamento viene da pensare che credesse di essere un Dio e in effetti reclamò più volte, senza ottenerla, la carica di generalissimo. Dunque miope nella sua strategia e monocorde nella tattica, feroce, al punto dall’essere soprannominato il macellaio, si può ben comprendere che, se teniamo conto delle orribili condizioni in cui viveva la truppa (cibo inadeguato, licenze pressoché inesistenti, avvicendamenti in prima linea scarsi, tanto che non pochi restavano nel fango delle trincee e nel lezzo dei cadaveri insepolti anche per più settimane, insomma un vero e proprio inferno) qualche sbandamento che si è avuto a Caporetto appare più che giustificato; in ogni caso non si tratta di una pavidità sediziosa, come quella che Cadorna attribuì ai suoi soldati. Come sempre, vigeva il principio che la vittoria è merito dei comandanti e la sconfitta è imputabile unicamente alle truppe. Le responsabilità dei comandanti a Caporetto ci sono e sono macroscopiche.
Innanzi tutto c’è da precisare che l’offensiva austro-tedesca non era ignota, che si sapeva anche l’ora in cui all’incirca sarebbe iniziata e il tratto del fronte in cui sarebbe stata più massiccia, tanto è vero che Cadorna, per tempo, diede l’ordine che i reparti passassero da una sistemazione offensiva a un’altra difensiva. Per dei soldati che da più di due anni andavano sempre all’attacco la cosa non fu per niente semplice e anche i comandanti delle armate ci misero del loro per complicare le cose, come Capello che assunse un ordinamento ibrido, cioè difensivo – offensivo, vale a dire pronti a un sicuro contrattacco. Se Cadorna avesse avuto un po’ più di acume strategico, ma niente di eccezionale, cioè alla portata di un normale militare che non creda di essere una divinità, avrebbe dovuto invece sfruttare l’occasione, mantenendo l’atteggiamento offensivo, aggredendo di sorpresa l’avversario nell’imminenza dell’ora prevista per il suo attacco. In questo caso infatti sarebbero stati totalmente scompaginati i piani austro tedeschi, si sarebbero colte le truppe scoperte, cioè già in prima linea e per giunta ammassate, insomma si sarebbe potuta ottenere una vittoria, se non definitiva, comunque di grande portata.
Sappiamo invece che tutti tirarono i remi in barca e in particolare il generale Badoglio, comandante dell’artiglieria, che si arrogò il diritto di dare l’ordine di far fuoco nel corso dell’attacco nemico, fuoco che non ci fu perché il breve bombardamento austriaco di preparazione sconvolse le nostre comunicazioni. A ciò aggiungiamo che allora Badoglio decise di spostarsi nel corso del primo giorno in diversi punti del territorio con allacciamenti telefonici provvisori, spostamento dovuti al fatto che sembrava che i cannoni nemici ce l’avessero in modo particolare con lui e solo a sera gli venne il dubbio che le nostre comunicazioni potessero essere intercettate.
Così la sconfitta iniziale di trasformò in un disastro, con una ritirata dalle posizioni sull’Isonzo, prima al Tagliamento e poi al Piave; per essere onesti va detto che Cadorna riuscì a gestire questa fuga in modo abbastanza valido, tanto che una larga parte delle truppe riparò oltre il Piave, dove, sotto il nuovo comandante in capo Armando Diaz, più sensibile ai rapporti umani, i nostri soldati si opposero eroicamente dapprima alle due offensive austriache (l’ultima nel giugno del 1918) e poi andarono decisamente all’attacco e ottennero la vittoria definitiva.
C’è da aggiungere che la rimozione di Cadorna fu voluta dagli alleati come contropartita ai massicci aiuti in uomini e armi; nonostante la contrarietà del re vi fu la sostituzione con Armando Diaz, che non piaceva al monarca, in quanto napoletano e non piemontese. Vittorio Emanuele III si fidava solo dei piemontesi e infatti tanto fece che un altro della sua regione, pure con notevoli responsabilità nella disfatta di Caporetto, diventasse sottocapo di stato maggiore: iniziava così il sodalizio con il generale Badoglio, un militare in cui, per quanto si cerchino, non si riescono a trovare pregi.