16 ottobre 1943: deportazione nazifascista degli ebrei romani, ma tutti gli italiani erano razzisti?

16 ottobre 1943: il rastrellamento nel ghetto di Roma

Il fascismo e gli ebrei in Italia e a Roma

Brano tratto e adattato dal volume “La resistenza silenziosa. Leggi razziali e occupazione nazista nella memoria degli ebrei di Roma” a cura di Marco Impagliazzo, Guerini e Associati, 1997

Il 16 ottobre 1943 è una data importante per la comunità ebraica di Roma, ma anche per la città intera. Per gli ebrei romani è l’ultima tappa di un triste itinerario iniziato nel settembre del 1938 con la promulgazione delle leggi razziali. Tra queste due date esiste un profondo legame: per molti ebrei romani infatti le leggi razziali hanno rappresentato l’anticamera dei campi di sterminio nazisti. Il 1938 è un anno cruciale. La vita cambia in tutti i suoi aspetti, pubblici e privati. È una svolta che coinvolge tutti gli ebrei, dai bambini agli anziani, da chi nasce a chi muore. Dal 1938, infatti, “ufficialmente” gli ebrei non muoiono più in Italia: è vietata anche la pubblicazione dei necrologi sui giornali. Dal 1938 gli ebrei in Italia devono diventare “invisibili”. Tuttavia, come avrebbe mostrato il 16 ottobre, gli ebrei erano molto visibili, facilmente reperibili: erano registrati in una lista, quindi perfettamente identificabili, per separare il loro destino dal resto della popolazione romana.

Si è discusso a lungo, in sede storica, su quest’atto discriminatorio di Mussolini: un’imitazione cedevole del sistema hitleriano o una scelta dettata dalla logica del regime? Le leggi razziali, con il loro risvolto antisemita, hanno avuto in Italia un “carattere blando” dovuto essenzialmente a un tipo di razzismo “perbene” rispetto a quello nazista? Gli italiani sono stati davvero antisemiti o piuttosto spettatori passivi della politica mussoliniana? Le domande si sono affollate in sede storiografica attorno a uno degli episodi più drammatici del Novecento italiano. Si è sostenuta una distinzione tra il periodo della “persecuzione dei diritti”, relativamente agli anni tra il 1938 e il 1943, e il periodo della “persecuzione delle vite”, tra il 1943 e il 1945.

Sta di fatto che i due periodi si saldarono tra loro, proprio in quel tragico ottobre 1943. La deportazione degli ebrei fu possibile in maniera così radicale e rapida perché questi italiani “invisibili” erano già stati isolati e ben identificati con le leggi razziali. L’assenza dello sterminio come obiettivo della politica razziale fascista non produce un antisemitismo innocuo, come si vede proprio nella tragica saldatura del 16 ottobre 1943.

In molte storie degli ebrei romani e italiani risuona l’interrogativo: perché le leggi razziali discriminavano senza motivo alcuno una parte degli italiani? Si legge nel diario inedito di un ufficiale delle Regie Forze Armate: «Perché anche da noi si è ripresa la persecuzione contro gli israeliti? E si sono emanate quelle leggi sulla difesa della razza che sono il disonore della moderna civiltà?». Migliaia di «perché» hanno risuonato nell’esistenza di quegli ebrei italiani che furono prima costretti ad adattarsi a una nuova e dura situazione, poi a lottare contro la morte.

Fu un tragico caso? A distanza di più di mezzo secolo, la maggior parte degli storici concorda nel ritenere che le leggi del 1938 non furono un caso, ma rappresentarono la prevalenza di alcuni elementi della storia italiana e del regime fascista.

Le vicende degli ebrei romani rivelano, infatti, la dolorosa e progressiva presa di coscienza della persecuzione, non come un’imposizione dello straniero, ma come un dramma italiano, quello di italiani contro italiani. Quando la razzia degli ebrei romani è compiuta dai tedeschi, compaiono sempre alcuni italiani come collaboratori, delatori, complici e, talvolta, veri persecutori.

In Italia furono eseguiti 1898 arresti di ebrei da parte di italiani, 2489 da parte di tedeschi, 312 vennero compiuti in collaborazione tra italiani e tedeschi, mentre non si conosce la responsabilità dei rimanenti 2314.

Certo non tutti gli italiani condividevano la persecuzione nei confronti degli ebrei: probabilmente la maggioranza era contraria. Non solo una diffusa contrarietà ma pure con significativi episodi di solidarietà verso i perseguitati. Lo Stato dichiaratamente antisemita era spesso contraddetto, a livello pratico, alla gente che non lo seguiva. Il vissuto degli ebrei mette anche in luce come niente fosse ideologicamente prestabilito nel comportamento dei romani.

Gli ebrei di Roma sono e si sentono romani e italiani. Sono cittadini a tutti gli effetti. Vivono con i non ebrei, con loro frequentano le scuole pubbliche, lavorano insieme, trascorrono insieme la villeggiatura. Non esistevano differenze, né volute, né provocate. Gli ebrei erano uomini e donne con cui si viveva, si studiava, si lavorava, si frequentavano le stesse scuole, gli stessi uffici, spesso senza quasi percepire la loro identità religiosa o culturale.

Esiste un pregiudizio, anzi diversi pregiudizi, ma puntualmente si infrangono e si sciolgono nel contatto con gli ebrei. I quali per origine, dialetto, tradizioni culturali e familiari, abitudini culinarie, e anche certo disincanto dinanzi a papi, imperatori e autorità, appaiono romani, capitolini, forse più di tanti abitanti della città. Inoltre godono di un variegato ventaglio di posizioni sociali, politiche, professionali, culturali, tanto simile a quello dei loro concittadini. Non sono, gli ebrei romani, un gruppo a parte, organizzato in lobby.

Molti, tra Ottocento e Novecento, prima della persecuzione, avevano già abbandonato il ghetto, luogo di oppressione secolare eppure caro al cuore e alla memoria. Si erano stabiliti in quartieri e appartamenti dovunque nella città. Nel ghetto restavano soprattutto i non benestanti. Molti avevano tentato, fuori dal ghetto, la via dell’ascesa sociale borghese. Un folto numero era rimasto in condizioni disagiate. I piccoli mestieri artigianali, o la vendita ambulante, erano rimasti prerogativa di una parte della comunità ebraica romana. I “robivecchi”, raccoglitori e venditori di qualsiasi oggetto, erano frequenti tra gli ebrei del ghetto.

La delusione per le leggi razziali del 1938 è accresciuta dal sentimento di avere contribuito alla formazione e allo sviluppo dell’Italia, magari con il sangue dei familiari caduti nella prima guerra mondiale. Come tanti ebrei tedeschi che si sentivano patrioti prima dell’avvento di Hitler, anche gli ebrei italiani avevano la loro patria. Solo il dieci per cento dei circa cinquantamila ebrei italiani emigra tra il 1938 e il 1945. Di questi, pochissimi, sono gli ebrei romani che concepiscono l’idea di lasciare Roma, considerata la città loro e dei loro da tempo immemorabile. Lo stare a Roma era un motivo di orgoglio, e ancora di più il fatto di abitarvi da un centinaio di generazioni, già nell’epoca di Giuda Maccabeo, ossia nel II secolo a.C.

Per richiamare le parole del rabbino Toaff: «Vi fu antisemitismo di Stato e non di popolo». Diversamente che in Europa orientale e centrale, in Italia e a Roma non c’era odio verso gli ebrei. Questo può spiegare la più favorevole percentuale di sopravvissuti.

 

7 ottobre 1992: Augusto Daolio, nel letto della sua Novellara, “è andato avanti”

A Orgosolo, paesino della Sardegna, un tempo rinomato solo per i briganti e per essere paese natale del bandito Grazianeddu Mesina, oggi sui muri delle case incontriamo personaggi che hanno fatto parte della storia locale e nazionale. Frida Kahlo e il compagno Diego Rivera, De Andrè, Gandhi, Gramsci, Garibaldi e, tra i tanti altri, il ricordo di Augusto Daolio, indimenticabile cantante dei Nomadi

La sua avventura nel mondo della musica comincia da adolescente quando assieme a Beppe Carletti fonda il primo gruppo con cui comincia ad ottenere una discreta fama locale, i Monelli. In seguito, nel 1963, con Franco Midili, Leonardo Manfredini, Gualberto Gelmini e Antonio Campari fonda il gruppo dei Nomadi.

Il complesso diventerà uno dei più importanti nella storia della musica italiana. Cantante e leader del gruppo, i testi delle sue canzoni, col passare degli anni, cominciano ad assumere un carattere sempre più politico.

Opera olio su tela di Augusto Daolio

Nel 1972 è l’anno di Io vagabondo, canzone simbolo dei Nomadi e del loro leader che amava identificarsi in questa canzone.

Agli inizi del 1992 le sue condizioni di salute iniziano a deteriorarsi, le sue condizioni, a partire dall’estate di quell’anno, si aggravano ulteriormente. Augusto fumava e muore il 7 ottobre 1992, all’età di 45 anni, per un cancro ai polmoni.

E’ stato anche pittore e scultore autodidatta. I suoi quadri, vengono spesso esposti ancora oggi in mostre organizzate con il patrocinio dell’associazione Augusto Per La Vita, fondata dalla compagna Rosanna Fantuzzi per utilizzare al meglio le offerte devolute da amici e fans dopo la scomparsa del cantante. La finalità principale è quella di aiutare la ricerca oncologica e la formazione di medici specializzati.

Concludendo: Augusto e i Nomadi, con le loro canzoni, hatto fatto parte indissolubile con la mia formazione culturale, sociale, politica. “La canzone del bambino nel vento” ancora oggi l’ascolto e l’emozione quasi mi toglie il fiato. Spesso una lacrima, nel ricordo dei racconti di Fabrizio quando è stato a Mathausen e di quando con Edoardo sono stato ad Auschwitz.

Per arrivare ai concerti ai quali sono stato e in particolare una sera a Cortemaggiore, era una festa dell’Avanti! socialista e Augusto me lo sono trovato di fronte, abbracciato ad una ragazza. Scambiammo quattro chiacchiere. Era il tempo della ricerca di una terza via, era il tempo dell’eurosocialismo: “sperando non sia di seconda mano”, come lui cantava.

20 settembre 1958: entra in vigore la legge Merlin, chiudono le case di tolleranza, si passa alla strada

Un modello di catalogo con il quale si poteva scegliere la donna con la quale ‘appartarsi’

È il 20 febbraio 1958 quando la legge Merlin, dal nome della promotrice nonché prima firmataria della norma, la senatrice Angelina Merlin, viene approvata. Il 20 settembre, invece, entra in vigore. Una norma che sancisce l’abolizione della regolamentazione della prostituzione con la conseguente chiusura delle case chiuse. In realtà l’iter che porta alla legge inizia dieci anni prima. Ma le varie resistenze ne fanno slittare l’approvazione che avviene soltanto nel ’58 con il parere contrario dei missini e dei monarchici.
In quel momento le “case chiuse” sono 560 e ospitano circa 2.700 prostitute. A imporre la legge Merlin fu la tenacia della senatrice socialista, ex partigiana, Lina Merlin che presentò l’unico progetto di legge in materia. Le nuove norme misero fine alla prostituzione di stato, ai controlli sanitari obbligatori e introdussero sanzioni per chi sfruttava le prostitute. Però la vendita del proprio corpo non era considerata reato.

Italiani: sporchi, puzzolenti, brutti, ignoranti, tardi di comprendonio, stupratori, accoltellatori e assassini

L’articolo proposto riproduce in parte scritti di Luciano Rimini e di Francesco Di Silvestre

Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura.
Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane.
Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.
Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.
Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.
Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.
Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti.
Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali…
…….Si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare.
Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano purché le famiglie rimangano unite e non contestano il salario.
Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia.
Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più.
La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione.

1891: linciaggio di italiani a New Orleans

Quel­lo che ave­te ap­pe­na let­to non è uno dei so­li­ti pro­cla­mi di Sal­vi­ni, né un ar­ti­co­lo di “Li­be­ro”, “Il Gior­na­le” o di qual­che sito di estre­ma de­stra.

Sono i pas­si più si­gni­fi­ca­ti­vi del­la re­la­zio­ne del­l’I­spet­to­ra­to per l’im­mi­gra­zio­ne del Con­gres­so ame­ri­ca­no su­gli im­mi­gra­ti ita­lia­ni ne­gli Sta­ti Uni­ti, scrit­ta nel­l’ot­to­bre 1912. In que­gli anni, tra l’al­tro, il New York Ti­mes pub­bli­ca­va di fre­quen­te ar­ti­co­li di que­sto te­no­re e, ad­di­rit­tu­ra, an­che mol­to più duri su­gli im­mi­gra­ti ita­lia­ni. “L’i­ta­lia­no di re­go­la è un gran­de cri­mi­na­le. L’I­ta­lia è pri­ma in Eu­ro­pa con i suoi cri­mi­ni vio­len­ti. Il cri­mi­na­le ita­lia­no è una per­so­na tesa, ec­ci­ta­bi­le, è di tem­pe­ra­men­to agi­ta­to quan­do è so­brio e ubria­co fu­rio­so dopo un paio di bic­chie­ri. Quan­do è ubria­co ar­ri­va lo sti­let­to. Di re­go­la i cri­mi­na­li ita­lia­ni non sono solo la­dri e ra­pi­na­to­ri ma ac­col­tel­la­to­ri e as­sas­si­ni. Que­sti sono co­lo­ro che il no­stro go­ver­no ci ha por­ta­to in casa” scri­ve­va il New York Ti­mes il 14 mag­gio 1909.

Controlli medici su emigrati italiani alla stazione di Briga nel 1956

Cose non mol­to dif­fe­ren­ti su­gli im­mi­gra­ti ita­lia­ni si scri­ve­va­no e si so­ste­ne­va­no an­che in Sviz­ze­ra, Ger­ma­nia, Fran­cia, Bel­gio. “Noi pro­te­stia­mo con­tro l’in­gres­so nel no­stro Pae­se di per­so­ne i cui co­stu­mi e sti­li di vita ab­bas­sa­no il no­stro stan­dard di vita e il cui ca­rat­te­re, che ap­par­tie­ne a un or­di­ne di in­tel­li­gen­za in­fe­rio­re, ren­de im­pos­si­bi­le con­ser­va­re gli idea­li più alti del­la mo­ra­li­tà e del­la ci­vil­tà bel­ga” scri­ve­va “Cro­ni­que pu­bliée dan Bel­gi­que” nel gen­na­io del 1956.

Un qua­dro mol­to in­te­res­san­te e as­so­lu­ta­men­te fe­de­le alla real­tà su come ve­ni­va­no con­si­de­ra­ti e trat­ta­ti gli im­mi­gra­ti ita­lia­ni in Bel­gio emer­ge dal film “Ma­ri­na”, la sto­ria del can­tan­te ita­lia­no Roc­co Gra­na­ta emi­gra­to in Bel­gio da bam­bi­no in­sie­me alla fa­mi­glia e au­to­re del­la can­zo­na “Ma­ri­na” di­ve­nu­ta poi un suc­ces­so mon­dia­le. Il film (gi­ra­to nel 2013) de­scri­ve alla per­fe­zio­ne i so­pru­si e le di­scri­mi­na­zio­ni che era­no co­stret­ti a su­bi­re gli im­mi­gra­ti ita­lia­ni, a cui ad­di­rit­tu­ra era vie­ta­to l’in­gres­so in al­cu­ni lo­ca­li e che ve­ni­va­no in­col­pa­ti per pri­mi, pur se sen­za al­cun fon­da­men­to, in oc­ca­sio­ne di qual­sia­si cri­mi­ne.

E’ fa­ci­le ed è co­mo­do di­men­ti­car­lo ma la sto­ria, per chi la vuo­le co­no­sce­re, rac­con­ta come per de­cen­ni gli im­mi­gra­ti era­va­mo noi ita­lia­ni, vit­ti­me de­gli stes­si pre­giu­di­zi, del­le stes­se in­vet­ti­ve che ora ri­vol­gia­mo a chi vie­ne nel no­stro pae­se. In tan­ti lo han­no di­men­ti­ca­to (o for­se pre­fe­ri­sco­no igno­rar­lo), così come ab­bia­mo di­men­ti­ca­to che al­l’e­po­ca an­che noi sia­mo sta­ti col­pi­ti e sia­mo sta­ti vit­ti­me di tra­ge­die in mare, con al­cu­ne dram­ma­ti­che scia­gu­re del­le im­bar­ca­zio­ni che, come ve­ni­va chia­ma­to il ca­ri­co di emi­gran­ti al­lo­ra, tra­spor­ta­va­no la “ton­nel­la­ta uma­na”.

Ben 576 ita­lia­ni mor­ti nel nau­fra­gio da­van­ti al por­to di Gi­bil­ter­ra, 549 ita­lia­ni mor­ti nel­la tra­ge­dia del “Bour­go­gne” al lar­go del­la Nuo­va Sco­zia, 550 emi­gra­ti ita­lia­ni mor­ti nel nau­fra­gio del “Si­rio” in Spa­gna, 314 ita­lia­ni mor­ti (ma se­con­do i bra­si­lia­ni le vit­ti­me fu­ro­no più di 600) nel nau­fra­gio del­la “Prin­ci­pes­sa Ma­fal­da” al lar­go del Bra­si­le…

Una vignetta razzista anti-italiani del 1888

1 settembre 1939: le truppe tedesche entrano in Polonia, inizia la Seconda Guerra Mondiale

All’alba del 1 settembre del 1939, 60 divisioni tedesche invadono la Polonia mentre la Luftwaffe distrugge basi aeree, ponti e vie di comunicazione. Il 7 settembre, i tedeschi arriveranno in vista di Varsavia che però resisterà. Ma il 17 le due ali dell’esercito nazista si riuniranno a Vlodawa, 200 km a est di Varsavia, circondando il grosso dell’esercito polacco.

Intanto in quello stesso 17 settembre l’armata sovietica invaderà a sua volta la Polonia in base ad uno scellerato patto di divisione sottoscritto tra Russia e Germania il 23 agosto. Con l’ingresso delle truppe sovietiche la situazione dell’esercito polacco diventerà praticamente disperata e la soluzione individuata sarà quella di far uscire dal Paese il maggior numero possibile di soldati in modo che essi potessero poi combattere, su altri fronti, al fianco degli Alleati: alla fine 30.000 soldati ed aviatori riusciranno a raggiungere la Romania, mentre altri 60.000 si rifugeranno in Ungheria.

Il 29 settembre i tedeschi entreranno a Varsavia, la guerra lampo può definirsi conclusa.

4 agosto 1974: nella notte bomba fascista esplode sul treno Italicus

Quel 4 agosto ero da 24 ore arrivato in caserma a Cuneo, stavamo ricevendo le divise da alpino e ‘passavamo’ per il taglio dei capelli. Improvvisamente tutto si fermò, restammo due giorni in totale isolamento, chiusi in capannoni senza nulla da fare. Solo dopo 48 ore tutto tornò alla ‘normalità’ della naja che iniziava. Un sergente finalmente ci informò di quel treno, l’esercito era in allerta.

È la notte tra il 3 e il 4 di agosto del 1974: il treno Italicus, tratta Roma – Monaco di Baviera, compie il suo ultimo viaggio. Fa caldo, i vagoni stretti, la pelle attaccata ai sedili, la luce filtra appena e dai finestrini il nero avvolge ogni cosa. È un’estate come tante: le scuole sono chiuse, i lavoratori finalmente sono in ferie e gli studenti senza il pensiero degli esami: si va in vacanza, si raggiungono gli amici, i familiari, magari una persona cara. La terza classe è un inferno: bambini che piangono, gente ammassata che dorme; ma non importa, non importa perché è solo un viaggio in treno, un normalissimo viaggio in treno.

San Benedetto Val di Sambro: l’Italicus viaggia in ritardo. Una cosa normale. Sono esattamente le ore 01.23: sta uscendo da una galleria e l’Appennino tosco-emiliano a breve sarà soltanto un ricordo; s’intravede già la pianura, s’intravedono le luci della città.

Italicus: il treno della morte simbolo di una strage senza memoria
Carrozza del treno

Poi d’improvviso un rumore sordo.

Un ordigno, un maledetto ordigno composto da amatolo e termite esplode su quel maledetto treno. Nunzio Russo, Marco Russo, Maria Santina Carraro, Elena Donatini, Nicola Buffi, Herbert Kontriner, Tsugufumi Fukuda, Antidio Medaglia, Elena Celli, Raffaella Garosi, Wilhelmus Hanema perdono la vita drasticamente. Il macchinista, Silver Sirotti, cerca in tutti i modi di salvare quelle povere persone immerse tra le fiamme, ma di lì a poco anche la sua vita si spezzerà come quella degli altri passeggeri.

Per quelle dodici vittime vennero condannate all’ergastolo Mario Tuti e Luciano Franchi, esponenti del gruppo neofascista Ordine Nero. Dalle indagini risultò che l’ordigno venne piazzato sulla quinta carrozza alla stazione di Firenze Santa Maria Novella. Ordine Nero, un nome noto… eredi naturali di Ordine Nuovo, sciolto nel ’73 dopo i fatti di Piazza Fontana e per le pericolose attività della cellula veneta. Anni in cui l’estremismo fascista era dannatamente ben organizzato, anni in cui il tritolo si trovava come un qualsiasi tipo di merce, con una facilità disarmante.

Per le dodici vittime dell’Italicus non c’è stata giustizia: il 16 dicembre 1987 il giudice Corrado Carnevale della Corte di Cassazione, l’ammazza sentenze, rese nulle le condanne a Tuti e Franci emesse dalla Corte d’Assise d’Appello di Bologna. Successivamente, nel 1992, la Corte di Cassazione mise definitivamente la parola fine ai procedimenti a carico dei due neofascisti. Per la giustizia italiana i colpevoli della strage dell’Italicus non hanno ancora un nome.

Italicus: il treno della morte simbolo di una strage senza memoria
I corpi senza vita dei viaggiatori

Eppure tutti sanno quello che accadde su quel maledetto treno, così come tutti sanno cosa accade a piazza Fontana e nella questura milanese, a piazza della Loggia o a Gioia Tauro. Tutti sanno ma nessuno quasi ne parla più, come se i crimini commessi non meritassero un’attenzione particolare o il ricordo delle istituzioni e dei media. Ditelo alla famiglia Sirotti, che piange il defunto su una medaglia d’oro al valor civile, o a tutte quelle povere persone che nel giro di pochi minuti hanno perso i propri cari per via di un’azione compiuta nel nome di un’ideologia tanto stupida quanto violenta.

Le bombe in Italia erano all’ordine del giorno in quel tempo: gli Anni di piombo e la strategia del terrore hanno caratterizzato e caratterizzano ancora la storia contemporanea del nostro Paese. La cosa che fa rabbia, oltre che rabbrividire, è che nonostante le tante fonti e prove, molti di questi casi siano stati archiviati o siano ancora aperti.

Il segno però, la ferita che hanno lasciato nell’opinione pubblica e nei parenti delle vittime è ancora aperta e brucia, brucia più che mai.

Giammarco Rossi per MIfacciodiCultura

20 luglio 1881: Bisonte Seduto si arrende agli americani

Bisonte Seduto (Sitting Bull in inglese – in lingua originale Sioux Tȟatȟaŋka Iyotȟaŋka, nome spesso impropriamente tradotto con Toro Seduto) (Grand River, 1831 – Fort Yates, 15 dicembre 1890) è stato un condottiero nativo americano dei Sioux Hunkpapa.
Famoso capo indiano americano, Bisonte Seduto è ricordato nella storia americana e dei nativi per aver mobilitato più di 3.500 guerrieri Sioux e Cheyenne nella famosa Battaglia di Little Bighorn, dove ottenne una schiacciante vittoria sul Colonnello George Armstrong Custer del Settimo cavalleggeri, il 25 giugno 1876.
Fu ucciso da un poliziotto pellerossa durante il tentativo di arrestarlo per prevenire la sua adesione alla Ghost Dance, il movimento millenaristico che alla fine dell’800, quando i nativi erano ormai stati sconfitti, profetizzava – disperatamente – la fine naturale del dominio dell’uomo bianco e la resurrezione della nazione indiana.

Al centro della foto, uno dei più celebri capi indiani, Toro Seduto (1831-1890). Alle sue spalle Julius Meyer, interprete e Nuvola Rossa.

Tatanka Yotanka was a brave chief.

Tatanka Yotanka was a brave chief.
But because he was an indian he had much to grieve.
White folks called him simply Sitting Bull.
White folks called him simply Sitting Bull.
But although he was an indian he was very powerful.

He was the big chief of the Hunkpapa Sioux.
He was the big chief of the Hunkpapa Sioux.
And keeping his people free is what he wanted to do.

Around the Bighorn Mountains and the Black Hills he used to roam.
Around the Bighorn Mountains and the Black Hills he used to roam.
Even after lots of other Sioux had to call a reservation their home.

When the white man wanted to buy the land that was his.
When the white man wanted to buy the land that was his.
He picked up a pinch of dust and said “not even as much as this!”

His friends Crazy Horse, Two Moon, Big Foot and more,
His friends Crazy Horse, Two Moon, Big Foot and more,
Joined him in the summer of 1876 at the banks of the Little Bighorn.

‘Long Hair’ Custer’s bluecoats came in search for red indian blood
‘Long Hair’ Custer’s bluecoats came in search for red indian blood
But the indians left nothin’ of them than their white bones in the mud.

Sitting Bull only defended his homeland
Sitting Bull only defended his homeland
And it was the only real indian victory over the white man.

But that battle turned the white man into a very angry mood
But that battle turned the white man into a very angry mood
So Sitting Bull left his homeland and went up to the Canadian woods.

He could find no peace there, so he left again.
He could find no peace there, so he left again.
But back with the other Sioux he was sourrounded by landhungry white men.

He didn’t gave them a single acre though.
He didn’t gave them a single acre though.
And his people idolized him as a great hero.

“He’s the one that causes all the trouble”, the white man did say.
“He’s the one that causes all the trouble”, the white man did say.
And so they sent some indians to take him away.

Sitting Bull’s people came to help him and a wild shooting began
Sitting Bull’s people came to help him and a wild shooting began
And in this shooting he was killed by a red man.

5 luglio 1946: grazie a una bomba nucleare, arriva il bikini, sarà una bomba da spiaggia

A Parigi esordisce il costume da bagno in due pezzi. Opera dello stilista Louis Reard prende il nome ‘bikini’ dall’atollo del Pacifico dove qualche giorno prima è stata sperimentata la bomba atomica, poichè il creatore lo ritiene ‘esplosivo’.

Micheline Bernardini indossa il primo bikini – 5 luglio 1946 (Getty)

 

 

“La guerra è finita”, s’annunciò l’8 maggio 1945 e ieri a Carpaneto e Piacenza è tornata una colonna di pace

L’8 maggio 1945 viene ricordato (nel Regno Unito, in Germania Orientale, in Francia, in Slovacchia, nella Repubblica Ceca) come la giornata della vittoria in Europa degli alleati contro i nazifascisti. Fu il giorno in cui gli alleati accettarono formalmente la resa incondizionata delle forze armate della Germania nazista, decretando la fine di Adolf Hitler e del Terzo Reich. Il 30 aprile Hitler si era tolto la vita durante la battaglia di Berlino, così la resa fu autorizzata dal presidente tedesco l’ammiraglio Karl Dönitz a capo di una amministrazione passata alla storia come il governo di Flensburg. L’atto di capitolazione militare è stato firmato il 7 maggio a Reims, in Francia, e l’8 maggio a Berlino, Germania.

Nel nostro BelPaese in realtà siamo abituati a festeggiare il 25 aprile, quando i combattenti partigiani liberarono Milano e Torino mentre le truppe alleate ancora arrancavano all’inizio della via Emilia dalla parte del mare per cui questa manifestazione, giunta alla quarta edizione, ci coglie di sorpresa.

Ma quando c’accorgiamo che il messaggio è quello che più ci piace (“Mettete dei fiori nei vostri cannoni“) , non possiamo che applaudire questi collezionisti invitati, tra gli altri, dall’Associazione Terre Piacentine di Castell’Arquato per una manifestazione ammirata a Carpaneto (sabato) e a Piacenza domenica, ieri.

Ferma restando la gioia di vedere i camion transitare senza soldati infreddoliti stipati sul cassone con il fucile o il mitra stretto tra le mani e la fronte imperlata dal sudore in attesa di conoscere quale sarebbe stato il loro destino, inevitabile il brivido per quel signore ormai anziano che, avvicinandosi con la sua bicicletta, ha ricordato di quando gli alleati con i loro mezzi, carrarmati compresi, sono davvero entrati nella piazza, festeggiati da migliaia di piacentini finalmente liberi dall’occupazione tedesca e dai loro asserviti fascisti della Repubblica Sociale.