4 agosto 1974: nella notte bomba fascista esplode sul treno Italicus

Quel 4 agosto ero da 24 ore arrivato in caserma a Cuneo, stavamo ricevendo le divise da alpino e ‘passavamo’ per il taglio dei capelli. Improvvisamente tutto si fermò, restammo due giorni in totale isolamento, chiusi in capannoni senza nulla da fare. Solo dopo 48 ore tutto tornò alla ‘normalità’ della naja che iniziava. Un sergente finalmente ci informò di quel treno, l’esercito era in allerta.

È la notte tra il 3 e il 4 di agosto del 1974: il treno Italicus, tratta Roma – Monaco di Baviera, compie il suo ultimo viaggio. Fa caldo, i vagoni stretti, la pelle attaccata ai sedili, la luce filtra appena e dai finestrini il nero avvolge ogni cosa. È un’estate come tante: le scuole sono chiuse, i lavoratori finalmente sono in ferie e gli studenti senza il pensiero degli esami: si va in vacanza, si raggiungono gli amici, i familiari, magari una persona cara. La terza classe è un inferno: bambini che piangono, gente ammassata che dorme; ma non importa, non importa perché è solo un viaggio in treno, un normalissimo viaggio in treno.

San Benedetto Val di Sambro: l’Italicus viaggia in ritardo. Una cosa normale. Sono esattamente le ore 01.23: sta uscendo da una galleria e l’Appennino tosco-emiliano a breve sarà soltanto un ricordo; s’intravede già la pianura, s’intravedono le luci della città.

Italicus: il treno della morte simbolo di una strage senza memoria
Carrozza del treno

Poi d’improvviso un rumore sordo.

Un ordigno, un maledetto ordigno composto da amatolo e termite esplode su quel maledetto treno. Nunzio Russo, Marco Russo, Maria Santina Carraro, Elena Donatini, Nicola Buffi, Herbert Kontriner, Tsugufumi Fukuda, Antidio Medaglia, Elena Celli, Raffaella Garosi, Wilhelmus Hanema perdono la vita drasticamente. Il macchinista, Silver Sirotti, cerca in tutti i modi di salvare quelle povere persone immerse tra le fiamme, ma di lì a poco anche la sua vita si spezzerà come quella degli altri passeggeri.

Per quelle dodici vittime vennero condannate all’ergastolo Mario Tuti e Luciano Franchi, esponenti del gruppo neofascista Ordine Nero. Dalle indagini risultò che l’ordigno venne piazzato sulla quinta carrozza alla stazione di Firenze Santa Maria Novella. Ordine Nero, un nome noto… eredi naturali di Ordine Nuovo, sciolto nel ’73 dopo i fatti di Piazza Fontana e per le pericolose attività della cellula veneta. Anni in cui l’estremismo fascista era dannatamente ben organizzato, anni in cui il tritolo si trovava come un qualsiasi tipo di merce, con una facilità disarmante.

Per le dodici vittime dell’Italicus non c’è stata giustizia: il 16 dicembre 1987 il giudice Corrado Carnevale della Corte di Cassazione, l’ammazza sentenze, rese nulle le condanne a Tuti e Franci emesse dalla Corte d’Assise d’Appello di Bologna. Successivamente, nel 1992, la Corte di Cassazione mise definitivamente la parola fine ai procedimenti a carico dei due neofascisti. Per la giustizia italiana i colpevoli della strage dell’Italicus non hanno ancora un nome.

Italicus: il treno della morte simbolo di una strage senza memoria
I corpi senza vita dei viaggiatori

Eppure tutti sanno quello che accadde su quel maledetto treno, così come tutti sanno cosa accade a piazza Fontana e nella questura milanese, a piazza della Loggia o a Gioia Tauro. Tutti sanno ma nessuno quasi ne parla più, come se i crimini commessi non meritassero un’attenzione particolare o il ricordo delle istituzioni e dei media. Ditelo alla famiglia Sirotti, che piange il defunto su una medaglia d’oro al valor civile, o a tutte quelle povere persone che nel giro di pochi minuti hanno perso i propri cari per via di un’azione compiuta nel nome di un’ideologia tanto stupida quanto violenta.

Le bombe in Italia erano all’ordine del giorno in quel tempo: gli Anni di piombo e la strategia del terrore hanno caratterizzato e caratterizzano ancora la storia contemporanea del nostro Paese. La cosa che fa rabbia, oltre che rabbrividire, è che nonostante le tante fonti e prove, molti di questi casi siano stati archiviati o siano ancora aperti.

Il segno però, la ferita che hanno lasciato nell’opinione pubblica e nei parenti delle vittime è ancora aperta e brucia, brucia più che mai.

Giammarco Rossi per MIfacciodiCultura

20 luglio 1881: Bisonte Seduto si arrende agli americani

Bisonte Seduto (Sitting Bull in inglese – in lingua originale Sioux Tȟatȟaŋka Iyotȟaŋka, nome spesso impropriamente tradotto con Toro Seduto) (Grand River, 1831 – Fort Yates, 15 dicembre 1890) è stato un condottiero nativo americano dei Sioux Hunkpapa.
Famoso capo indiano americano, Bisonte Seduto è ricordato nella storia americana e dei nativi per aver mobilitato più di 3.500 guerrieri Sioux e Cheyenne nella famosa Battaglia di Little Bighorn, dove ottenne una schiacciante vittoria sul Colonnello George Armstrong Custer del Settimo cavalleggeri, il 25 giugno 1876.
Fu ucciso da un poliziotto pellerossa durante il tentativo di arrestarlo per prevenire la sua adesione alla Ghost Dance, il movimento millenaristico che alla fine dell’800, quando i nativi erano ormai stati sconfitti, profetizzava – disperatamente – la fine naturale del dominio dell’uomo bianco e la resurrezione della nazione indiana.

Al centro della foto, uno dei più celebri capi indiani, Toro Seduto (1831-1890). Alle sue spalle Julius Meyer, interprete e Nuvola Rossa.

Tatanka Yotanka was a brave chief.

Tatanka Yotanka was a brave chief.
But because he was an indian he had much to grieve.
White folks called him simply Sitting Bull.
White folks called him simply Sitting Bull.
But although he was an indian he was very powerful.

He was the big chief of the Hunkpapa Sioux.
He was the big chief of the Hunkpapa Sioux.
And keeping his people free is what he wanted to do.

Around the Bighorn Mountains and the Black Hills he used to roam.
Around the Bighorn Mountains and the Black Hills he used to roam.
Even after lots of other Sioux had to call a reservation their home.

When the white man wanted to buy the land that was his.
When the white man wanted to buy the land that was his.
He picked up a pinch of dust and said “not even as much as this!”

His friends Crazy Horse, Two Moon, Big Foot and more,
His friends Crazy Horse, Two Moon, Big Foot and more,
Joined him in the summer of 1876 at the banks of the Little Bighorn.

‘Long Hair’ Custer’s bluecoats came in search for red indian blood
‘Long Hair’ Custer’s bluecoats came in search for red indian blood
But the indians left nothin’ of them than their white bones in the mud.

Sitting Bull only defended his homeland
Sitting Bull only defended his homeland
And it was the only real indian victory over the white man.

But that battle turned the white man into a very angry mood
But that battle turned the white man into a very angry mood
So Sitting Bull left his homeland and went up to the Canadian woods.

He could find no peace there, so he left again.
He could find no peace there, so he left again.
But back with the other Sioux he was sourrounded by landhungry white men.

He didn’t gave them a single acre though.
He didn’t gave them a single acre though.
And his people idolized him as a great hero.

“He’s the one that causes all the trouble”, the white man did say.
“He’s the one that causes all the trouble”, the white man did say.
And so they sent some indians to take him away.

Sitting Bull’s people came to help him and a wild shooting began
Sitting Bull’s people came to help him and a wild shooting began
And in this shooting he was killed by a red man.

5 luglio 1946: grazie a una bomba nucleare, arriva il bikini, sarà una bomba da spiaggia

A Parigi esordisce il costume da bagno in due pezzi. Opera dello stilista Louis Reard prende il nome ‘bikini’ dall’atollo del Pacifico dove qualche giorno prima è stata sperimentata la bomba atomica, poichè il creatore lo ritiene ‘esplosivo’.

Micheline Bernardini indossa il primo bikini – 5 luglio 1946 (Getty)

 

 

“La guerra è finita”, s’annunciò l’8 maggio 1945 e ieri a Carpaneto e Piacenza è tornata una colonna di pace

L’8 maggio 1945 viene ricordato (nel Regno Unito, in Germania Orientale, in Francia, in Slovacchia, nella Repubblica Ceca) come la giornata della vittoria in Europa degli alleati contro i nazifascisti. Fu il giorno in cui gli alleati accettarono formalmente la resa incondizionata delle forze armate della Germania nazista, decretando la fine di Adolf Hitler e del Terzo Reich. Il 30 aprile Hitler si era tolto la vita durante la battaglia di Berlino, così la resa fu autorizzata dal presidente tedesco l’ammiraglio Karl Dönitz a capo di una amministrazione passata alla storia come il governo di Flensburg. L’atto di capitolazione militare è stato firmato il 7 maggio a Reims, in Francia, e l’8 maggio a Berlino, Germania.

Nel nostro BelPaese in realtà siamo abituati a festeggiare il 25 aprile, quando i combattenti partigiani liberarono Milano e Torino mentre le truppe alleate ancora arrancavano all’inizio della via Emilia dalla parte del mare per cui questa manifestazione, giunta alla quarta edizione, ci coglie di sorpresa.

Ma quando c’accorgiamo che il messaggio è quello che più ci piace (“Mettete dei fiori nei vostri cannoni“) , non possiamo che applaudire questi collezionisti invitati, tra gli altri, dall’Associazione Terre Piacentine di Castell’Arquato per una manifestazione ammirata a Carpaneto (sabato) e a Piacenza domenica, ieri.

Ferma restando la gioia di vedere i camion transitare senza soldati infreddoliti stipati sul cassone con il fucile o il mitra stretto tra le mani e la fronte imperlata dal sudore in attesa di conoscere quale sarebbe stato il loro destino, inevitabile il brivido per quel signore ormai anziano che, avvicinandosi con la sua bicicletta, ha ricordato di quando gli alleati con i loro mezzi, carrarmati compresi, sono davvero entrati nella piazza, festeggiati da migliaia di piacentini finalmente liberi dall’occupazione tedesca e dai loro asserviti fascisti della Repubblica Sociale.

 

Il 25 aprile? Un giorno come un altro!”, parola di Tommaso Foti, deputato (ma che strano) Fratelli d’Italia

Nulla di nuovo alla luce del sole: arriva il 25 aprile, la Festa della Liberazione, ed ecco le consuete sortite dell’Italia conservatrice per quantomeno ridimensionare il ruolo dei combattenti partigiani riconoscendo il merito della sconfitta nazifascista agli americani: indicativo un peloso intervento caratterizzato da un anticomunismo viscerale di tal Carlo Giarelli sul quotidiano on line ‘ILPiacenza’.  Indicativo però anche l’intervento dell’attuale Sindaco di Piacenza, Patrizia Barbieri, accreditata come ersponente di Forza Italia. In piazza nella città medaglia al valore per la lotta di Resistenza, ha richiamato con un discorso ancor più peloso di quello del Giarelli, un’unità politica che in concreto significa non distinguere tra i protagonisti di quella lotta, ponendo sullo stesso piano chi, più o meno consapevolmente, sceglieva di allearsi con i nazisti dei campi di sterminio e chi invece combatteva per valori di giustizia e libertà. Senza che con questo qui si vogliano negare deviazionismi ed eccessi anche nella lotta partigiana che sono situazioni inevitabili in tutti i conflitti ma chiederne conto oggi, fuori da quel contesto storico, caro Sindaco ( Sindaca che dir si voglia, a suo gradimento), significa solo pescare nel torbido, tentare appunto di porre sullo stesso piano gli uni e gli altri e questo, prima di tutto, risulta antistorico, utile solo a piccoli interessi di bottega come ad esempio il dover tenere in piedi una giunta che vede uniti rappresentanti di quella destra per la quale il 25 aprile non è altro che il giorno dedicato a San Marco (così dichiara il deputato di Fratelli d’Italia Tommaso Foti) o che comunque mal digerisce (con l’esponente della Lega dottor Polledri in testa) quella che è stata appunto la lotta per un’Italia dalla parte del popolo e non del potere monarchico, della borghesia padronale o del vertice ecclesiastico che fosse. Date queste considerazioni credo utile ed importante riportare (con qualche commento alla fine dello stesso) l’intervento del predetto onorevole Foti pubblicato sulla sua pagina in facebook.

Tommaso Foti con Ignazio La Russa

L’INTERVENTO DI TOMMASO FOTI, ESPONENTE FRATELLI D’ITALIA

25 APRILE? FESTA PER ALTRI, NON PER ME. E adesso lo so, mi pioveranno addosso le solite critiche, i triti e tristi luoghi comuni. Diranno e scriveranno: Foti? un #fascista. Bella che data la risposta: sbrigativa e democratica, come si conviene a stupidi che neppure sanno di adularmi. Dicano ciò che vogliono, io non riesco a festeggiare, perché non accetto che si perpetui la divisione tra morti e morti. Perché mai chi è caduto nelle brigate partigiane deve essere per forza un eroe, e chi è morto indossando la divisa della Repubblica Sociale Italiana deve essere solo un dannato, un dimenticato, un derelitto? Perché mai dovrei accettare una siffatta e comoda distinzione quando, non io ma i fatti, dicono che molti di coloro che andarono a morire nelle brigate partigiane erano stati fascisti più di coloro che andarono invece a morire per il Duce? Perché mai dovrei, genuflettendomi alla cosiddetta politica corretta, disprezzare mio nonno paterno e mio padre per le scelte fatte, quando gli stessi – per avere combattuto per l’Onore – patirono poi di tutto e di più quando, dopo le radiose giornate dell’aprile ’45, fu loro riservata la galera o la clandestinità, pur non avendo mai commesso nulla di nulla? Perché dovrei pensare che il pianto di una madre che ha avuto il figlio morto nelle fila della Resistenza meriti più comprensione, rispetto, condivisione, di quello versato da una madre il cui figlio, magari quindicenne, decise di essere mascotte in una delle milizie fasciste? Lo so bene che mi si dirà che chi è morto per la libertà è morto per una giusta causa e chi è morto dall’altra parte è morto per difendere un’idea totalitaria, ma questi sono artifizi interessati. Quasi che non si sapesse che la componente più politica della Resistenza, quella di radice comunista, certo voleva chiudere la pagina del totalitarismo fascista, ma solo per incominciare quella del totalitarismo comunista. Eppure basterebbe poco perché il 25 Aprile potesse diventare il giorno della memoria condivisa: sarebbe sufficiente anziché esaltare la propria fazione, promuovere la pacificazione.Ma così non è e, temo, non sarà mai. Perché le immagini di quei poveri morti – degli uni e degli altri – più che emblema del Sacrificio supremo continuano ad essere agitate per mantenere in piedi una distinzione manichea tra vincitori e vinti, tra il sangue dei primi e quello degli ultimi. E finche’ sarà così, per me il 25 Aprile continuerà ad essere solo SAN MARCO.

Ivrea, il partigiano Ferruccio impiccato dai fascisti della “X Mas” di Junio Valeri Borghese

Riporto non tanto a titolo di risposta ma come intervento ‘parallelo’ rispetto sia alle tesi di Foti sia alle osservazioni del Sindaco Barbieri, quanto pubblicato dall’amico Nunzio Delpanno in un messaggio personale che mi preme condividere: “Molti revisionisti storici tendono a mettere in evidenza episodi negativi che, come in tutte le vicende umane esistono e sempre si verificheranno. Ma la straordinaria epopea della resistenza va considerata nel suo insieme. Una cosa è certa, ha reso a tutti la dignità perduta sia di chi ha combattuto e di chi è stato a guardare. Con la loro rivolta i PARTIGIANI hanno scritto la pagina più bella della nostra recente storia che continua a vivere nella democrazia riconquistata”.

Dunque: vero che tutti i morti meritano rispetto e cordoglio. Anche perché tutti i ragazzi di allora credevano in quello che facevano oppure subivano semplicemente i fatti che li coinvolgevano. Un mio parente acquisito ha indossato la divisa della R.S.I.. Orfano di  padre (Carabiniere) e di madre si ritrovava con sei fratellini da crescere e mantenere e per questo la diaria era fondamentale. Non è morto e credo non abbia ammazzato nessuno, ma per uscire dal carcere ha dovuto penare.

Insomma, condivido con l’onorevole Foti che tutti i morti meritano cordoglio e rimpianto per la vita persa. Però gli onori della festa non possono essere concessi a tutti.

Gli onori della festa del 25 aprile, giorno della liberazione di Torino e Milano da parte delle truppe combattenti partigiane mentre gli americani arrancavano ancora nel centro del BelPaese, vanno a chi ha creduto nei valori di giustizia e libertà da garantire alle generazioni future e per questo ha pagato con la vita.

Manifesto del Partito Socialista

 

 

25 aprile 1945: i gruppi partigiani combattenti liberano Torino e Milano

Il 25 aprile del 1945 i partigiani liberarono Milano e Torino, città industriali del nord, dalle truppe di Hitler e da quelle rimaste fedeli a Mussolini dopo che le forze alleate avevano preso il controllo di buona parte del paese.

Il 25 aprile è una festa patriottica che celebra le gesta di una minoranza armata. La festività fu introdotta nel 1946, mentre il Comitato di liberazione nazionale (Cln), composto tra gli altri dai rappresentati della Democrazia cristiana (Dc), del Partito socialista (Psi) e del Partito comunista (Pci), cercava d’identificarsi con i valori universali di libertà, democrazia e unità nazionale. In questo senso è significativo che la festa della liberazione ricorra nel giorno in cui il Comitato di liberazione nazionale alta Italia (Clnai) proclamò l’insurrezione in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, non nella data della liberazione finale del territorio italiano da parte degli alleati.

26 aprile 1945. Pertini tiene un affollato comizio nella Milano appena liberata.

Tuttavia, anche se i partiti del Cln sostenevano di rappresentare “un intero popolo in armi”, esclusi gli ultimi lealisti del regime fascista (considerati burattini della Germania e non veri patrioti), il 25 aprile non è mai davvero riuscito a essere un simbolo di unità nazionale. Non solo perché i battaglioni residui dell’estrema destra celebrano ancora oggi le loro commemorazioni nella cittadina natale di Mussolini, Predappio, ma anche perché nella cultura popolare la resistenza è stata sempre identificata principalmente con il Partito comunista italiano e questo ha costituito un cardine anticomunista utile alle vecchie élite che trovarono subito il modo di riaffermare il controllo dello stato.

Certo, dopo la liberazione i partiti del Cln governarono l’Italia insieme, scrivendo una nuova costituzione e fondando una repubblica, ma nel maggio del 1947 le pressioni legate alla guerra fredda costrinsero il Pci a uscire di scena. Nel 1946 il leader comunista Palmiro Togliatti, ministro della giustizia, nel tentativo di pacificare le tensioni sociali aveva voluto un’amnistia che riguardava anche i fascisti. Ma quando la sinistra comunista fu emarginata, i partigiani stessi diventarono il bersaglio di processi politici istruiti da ex fascisti nella magistratura e nella polizia.

La distanza tra i combattenti partigiani e l’establishment del dopoguerra era evidente già il 25 aprile del 1947, quando si sciolse la seconda forza tra quelle che avevano contribuito alla resistenza, il Partito d’azione, formato da repubblicani e socialisti. La controffensiva anticomunista dopo la liberazione raggiunse l’apice il 14 luglio del 1948, con l’attentato contro Togliatti. Il gesto, compiuto da un militante di estrema destra, scatenò non solo uno sciopero generale, ma nei giorni successivi spinse molti ex partigiani a riprendere le armi e occupare i luoghi di lavoro e i commissariati di polizia.

Anche se il 25 aprile è ancora contrassegnato da manifestazioni che chiedono di mantenere la promessa della costituzione di “una repubblica democratica fondata sul lavoro”, per quarant’anni lo stato italiano si è basato soprattutto sul dominio strutturale della Democrazia cristiana, il cardine anticomunista di tutti i governi italiani fino alla caduta del muro di Berlino. La Democrazia cristiana aveva collaborato con i comunisti all’interno del Cln e poi nel governo tra il 1943 e il 1947, ma il suo contributo militare alla resistenza era stato esiguo e nell’anniversario del 25 aprile enfatizzò sempre il ruolo dell’esercito statunitense nella liberazione dell’Italia.

Ancora oggi il 25 aprile sopravvive come un giorno della memoria, ma lo fa in assenza dei partiti che animarono quella lotta. Con i ranghi dei partigiani ancora in vita sempre più ridotti e la sinistra in una profonda crisi, il ruolo della resistenza nella vita pubblica italiana rischia d’essere sempre più secondario. Gli storici revisionisti hanno cercato con forza sempre maggiore di affermare l’equivalenza dei crimini commessi da entrambe la parti della “guerra civile”, e l’ultimo governo Berlusconi ha addirittura accarezzato l’idea di liberarsi della festa della liberazione.

Per tutto questo ancora oggi è fondamentale ribadire lo spirito di quel momento storico, contro ogni tentazione non tanto di ritorno al totalitarismo ma soprattutto di imposizione di una finta democrazia dove i pochi, depositari del potere economico, prevalgono sul popolo dei lavoratori cioè sulla maggioranza dei cittadini.

 

“68 un anno di confine”, in mostra a Piacenza le foto di Uliano Lucas (fino all’11 maggio)

Il sessantotto, in realtà, fu un fatto un po’ radical chic, espressione che definisce gli appartenenti alla borghesia che per vari motivi (seguire la moda, esibizionismo o per inconfessati interessi personali) ostentano idee e tendenze politiche affini alla sinistra radicale o comunque opposte al loro vero ceto di appartenenza.

Personalmente sono convinto che un’affermazione di questo tipo sia solo una (quella denigratoria degli esponenti della borghesia conservatrice) delle tante verità che possono definire quella realtà storica molto spesso mitizzata e che comunque appunto necessita di un’analisi complessiva, come un prisma fatto di tante sfaccettature tra loro anche contrastanti.

Quartiere Grotosoglio, Milano

All’epoca avevo 14 anni con alcune convinzioni radicate per tradizione familiare: il mondo si divideva in due, da una parte Usa e Urss, superpotenze guerrafondaie che si dividevano il mondo e facevano la guerra. In altri termini superpotenze ben poco inclini alla democrazia o comunque non certo dalla parte della democrazia partecipata di chi lavora.

Nell’ambito invece del nostro piccolo orticello italiano (l’Europa non esisteva) da un lato stavano i padroni (con i preti dalla loro parte), dall’altro i lavoratori e il bastone stava nelle mani dei primi per cui bisognava stare attenti a come ci si muoveva (lavorare ‘sotto traccia’) perché a rimetterci eravamo sempre e soltanto “noi”.

Immigrato sardo davanti al grattacielo Pirelli

Quando, al telegiornale, ho visto immagini di quei ragazzi che a Valle Giulia si scontravano con la polizia, ho fatto fatica a capire: erano tutti in giacca e cravatta, avevano i capelli corti e ben tagliati, erano appunto i figli della borghesia, di avvocati, medici, ingegneri, tutti ragazzi che studiavano all’Università per diventare (come sarebbero diventati) avvocati, giudici, medici, primari, ingegneri, cosa impensabile per “noi” figli di lavoratori per i quali l’accesso a quegli studi era ufficialmente precluso visto che i nostri genitori non potevano permettersi di iscriverci ai licei ipotecando almeno una decina d’anni di mantenimento agli studi.

Era insomma un’epoca di grandi discriminazioni. Ci stavano i palazzi popolari con i balconi a ringhiera e il bagno in comune con i vestiti lavati che riempivano di profumi (di sudore) tutti gli anfratti del caseggiato oltre agli effluvi del minestrone col brodo fatto col dado aromatizzato. Per gli “altri” i grattacieli, le ville con piscina, le visite alla fabbrica in elicottero.

In fabbrica c’erano i guardiani che controllavano quante volte un operaio andava in bagno, vigilando che non fumassero non perché il fumo facesse male e il padrone pensasse alla tua salute ma perché fumare faceva perdere tempo. In Fiat a Torino i Re.Po. compilavano schede a punti: 3 punti per operai Cgil o addirittura Pci, da eliminare. Per l’assunzione serviva oltre all’adeguata raccomandazione, il parere del parroco e il visto dei Carabinieri.

Il mio ’68? Mamma e papà lavoravano e mi hanno mandato a dopo scuola dai Gesuiti per istruirmi meglio, specie in matematica. Uno di loro (non ricordo il nome), proprio l’insegnante di matematica, un giorno mi prese da parte e, indicandomi un ragazzo, mi disse “stai attento, i suoi genitori sono comunisti“. Vade retro, falce e martello!

Assalto all’Università Statale occupata. Milano

In via Caccialupo ancora oggi c’è una caserma dei Carabinieri. Un giorno passavo in quella via dove tra l’altro alloggiavano gli ufficiali americani della Nato di stanza all’aereoporto militare di San Damiano. Un milite ai miei occhi un pò avanti con gli anni mi disse “stai attento ai socialisti, sono furbi quelli, stanno al governo con i democristiani ma fanno gli interessi dei rossi“. I rossi equivalevano agli operari e ai lavoratori.

Il mio ’68. Due anni dopo, in seconda superiore, a ragioneria, il mio primo sciopero finiva all’assemblea nel salone della Camera del Lavoro messa a disposizione dal sindacato Cgil, passando di fronte ai questurini abbardati con caschi, scudi e manganelli. Tre anni ancora e il governo a partecipazione socialista avrebbe aperto la possibilità di iscrizione all’università anche per “noi” figli di operai e lavoratori. Contemporaneamente approvava lo ‘Statuto dei lavoratori’ che cambiava la vita nelle grandi fabbriche riconoscendo appunto i diritti dei lavoratori. Eravamo sdoganati.

Sesto San Giovanni (Milano)

Il diavolo nel convento delle suore: la storia di suor Madeleine de Demandolx de la Palude

Incontro galante tra un monaco e una suora

Nei primi anni del 1600 una giovane suora orsolina di nome Madeleine de Demandolx de la Palud, che sembra fosse stata amante di  Padre Louis Gaufridi, un amico della sua famiglia, inviata in convento a Marsiglia prima e nella lontana Aix-en-provence poi proprio per allontanarla dal prete, a 19 anni cominciò ad avere attacchi, gridando oscenità, e affermando di essersi impegnata in osceni atti sessuali con demoni e streghe. Iil suo corpo era contorto e in un accesso di rabbia distrusse un crocifisso.

La pratica del convento comune all’epoca prescriveva un esorcismo per bandire i demoni di Madeleine. Non solo i primi tentativi furono vani, ma ulteriori tentativi portarono ad accuse nei confronti di padre Gaufridi, accusato di essere un adoratore del diavolo che l’aveva copulata da quando aveva 17 anni. Altre suore furono presto possedute dai demoni e alla fine dell’anno quel numero era salito a otto. Suor Louise Capeau era considerata la più afflitta; i suoi vaneggiamenti e le contorsioni fisiche erano più orribili di quelli di Madeleine.

Possessioni demoniache

Un esorcista fiammingo, padre Domptius, fu chiamato a continuare i tentativi di rimuovere i demoni dalle suore possedute. Durante questo periodo, la posseduta suor Louise Capeau insistette a voce alta sul fatto che Gaufridi avesse commesso ogni forma immaginabile di perversione sessuale. Nel 1611 Gaufridi fu portato davanti ad un tribunale di Aix.

Durante iI processo Madeleine e Louise hanno tenuto comportamenti che, per gli standard del XVII secolo, erano considerati evidenza di uno stato avanzato di possessione demoniaca. La condanna del prete, dopo confessioni ottenute con una serie di torture fisiche e mentali, era scontata. A nulla servirono le ritrattazioni in aula, per l’Inquisizione e per i cristiani la sentenza non poteva che essere la condanna a morte con il fuoco.

Opera di Heinrich Lossow

Il 30 aprile 1611 fu il giorno dell’esecuzione di Padre Gaufridi. Con la testa e i piedi nudi, una corda intorno al collo, Gaufridi ha chiesto ufficialmente il perdono di Dio. Al prete fu concessa la grazia dello strangolamento prima che il suo corpo fosse ridotto in cenere.

Suor Madeleine Demandolx de la Palud ha invece rinunciato a Dio e ai santi davanti alla chiesa, e immediatamente dopo l’esecuzione di Gaufridi è stata improvvisamente libera da ogni possesso. La sua compagna demoniaca, Suor Louise Capeau, invece fu posseduta fino alla sua morte. Entrambe le sorelle furono bandite dal convento, ma Madeleine rimase sotto la sorveglianza dell’Inquisizione. Fu accusata di stregoneria nel 1642 e di nuovo nel 1652. Durante il suo secondo processo, Madeleine fu nuovamente trovata con il marchio del Diavolo e fu condannata al carcere. In età avanzata, fu rilasciata sotto la custodia di un parente e morì nel 1670 all’età di 77 anni.

Danza delle streghe, olio su tela di Lando Landozzi

 

14 aprile 1958: rientra dallo spazio lo Sputnik 2 con a bordo Laika, “piccolo abbaiatore”

Primo essere vivente terrestre ad entrare nello spazio il 3 novembre 1957, ha viaggiato per centosessantadue giorni ma in realtà era morta dopo appena 5 ore dal lancio (forse per arresto cardiaco, forse per problemi tecnici nell’impianto di riscaldamento) tanto da rendere quasi inutile da punto di vista scientifico la missione (studiare appunto gli effetti della permanenza nello spazio di un essere vivente).

Il suo vero nome era Kudrjavka, “ricciolina”. Il nome con cui è nota in Occidente deriva da un fraintendimento tra un giornalista occidentale e una responsabile della missione. Il giornalista chiese quale fosse il nome del cane, ma l’intervistata capí che la domanda si riferisse alla razza, e rispose “Laika”. I laika sono cani siberiani simili agli husky, e fu scelta questa razza perché molto resistente alle condizioni estreme, specialmente alle basse temperature. 

Il satellite come si diceva rientrò in atmosfera 5 mesi più tardi, il 14 aprile 1958, dopo aver compiuto 2.570 giri intorno alla Terra. Il satellite andò completamente distrutto durante il rientro poiché privo di schermo tecnico di protezione.

Perché un essere vivente lanciato nello spazio tornasse sano e salvo bisognava aspettare il 20 agosto 1960 quando le cagne Belka e Strelka rientrarono a terra da una missione spaziale a bordo del satellite Sputnik 5.