“Misteri, leggende, atmosfere del Grande Placido Fiume, il Magaton e altre storie della gente di fiume a Roncarolo di Caorso” (1)

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Roncarolo, scendendo in zona di golena, dall’altra parte del paese (la strada d’argine per arrivare fa da divisorio)

Lo si diceva nel post di ieri: se da Piacenza percorri la provinciale (ex statale 10) direzione Cremona, superata Roncaglia, superato Fossadello, prima di arrivare a Caorso, arrivati di fronte allo stabilimento della Saib, si gira a sinistra e si prosegue per qualche chilometro fino all’argine del Grande Placido Fiume che accosta la confluenza del Nure in Sua Maestà il Po, re di noi padani.

Là in fondo la grande ansa del fiume, dove il Nure confluisce nel nostro placido Po, re dei padani

Proseguendo, scendendo dall’argine a sinistra troveremo Roncarolo, paese ombra noto per la cipolla e, un tempo, per la pesca. Oggi con molte case vuote e abbandonate: dai mille abitanti degli anni cinquanta siamo passati ai 250 circa attuali ma, da qualche tempo, si registrano giovani ‘di ritorno’ che s’allontanano dai fumi, dallo smog, dai problemi della città.

Pesce fritto al Magaton

Prima di arrivare a Roncarolo, tuttavia, scendendo a destra in zona di golena, come indica un cartello in legno, troveremo il Magaton. Un luogo di magia? Una dimora secondaria di Morgana o di Amelia, la strega che ammalia? A prescindere dalla precisazione che il fiume di per sè rappresenta un luogo di magia, si tratta di una trattoria dove si arriva per un buon fritto di pesce. La patronne, la signora Rosa Bolzoni, ha ormai attaccato il paiolo al chiodo passando il testimone al figlio Enrico ma, a quanto mi si dice, c’è sempre da leccarsi i baffi ammirando l’ansa del fiume che letteralmente ti viene incontro. 

Dunque pesce di fiume, servito croccante e caldo, in una abbondante porzione e preparato su richiesta anche in bianco, al vapore, sempre servito con verdura fresca che proviene dall’orto di casa. Pesce gatto, filetto di pesce persico, alborella, anguilla (magari aromatizzata con aceto balsamico), talvolta luccio con salsa a base di verdure. Da bere vino bianco fresco, secco, semisecco o amabile, scelto con molta cura tra le produzioni della Val d’Arda. Per non sciupare il piacere del pesce è concesso solo un antipasto a base di salume stagionato nei locali della grande casa rustica. Infine arrivano i dolci, tutti preparati in casa con una pasta frolla burrosa e friabile: si tratta di biscottini, di crostate con la marmellata di prugne o arance e di una torta ripiena di frutta cotta.

La casa dove, nel 1937, ha visto la luce l’amico Benito Franco, oggi sede del Circolo Anspi organizzatore tra l’altro della settembrina Festa della Cipolla e, a giugno, della Festa del Pescatore

Ma attenzione: una sorpresa dietro l’angolo. Trattoria a parte, che cosa significa questa parola, Magaton? Per saperlo dobbiamo spingerci fino a Roncarolo ma, anzichè scendere in paese a sinistra, anche in questo caso scendiamo a destra, sempre in zona di golena, alla Tana di Roncarolo, per l’appunto. Sede del gruppo Anspi qui si raccolgono pescatori e appassionati di racconti del fiume, storie e leggende oltrechè, dice la malalingua divisa tra sarcasmo, ironia e invidia, esperti di clamorosi fotomontaggi.

Comunque il nostro amico, Benito Franco, racconta, a me e Dalila, che l’attuale sede del circolo era la casa dove è nato nel lontano 1937 ed ha visssuto i primi anni della sua vita. Bastano pochi passi ed eccoci sulla riva del fiume. Con una punta di nostalgia che gli fa vibrare la voce in gola, Franco racconta. “Vedete, dice, oggi la riva son tutte sterpaglie. Un tempo era sabbia, era pieno di barche per attraversare il fiume e per pescare“. Era una delle principali attività del posto: c’era chi lavorava la terra, chi si dedicava alla pesca e chi aveva un’avviata attività di traghettamento verso la sponda lombarda e ritorno (troppo lontani i ponti e troppo il tempo da perdere per raggiungerli, meglio pagare un piccolo obolo al traghettatore).

Pochi passi ed ecco una specie di totem, nei pressi dal piccolo approdo dal quale parte un giovane con la barca (rigorosamente a motore), dopo aver preparato le canne per la pesca: “se ne va oltre l’ansa, dove esiste una zona ricca di pesce“, precisa Franco. Lo guardiamo seduti sull’unica panchina, proprio di fianco al totem che, in cima, ha un’anatra in legno e qui Franco sorride sorgnone. Lo guardo come a chiedere che c’è da sorridere e lui indica l’anatra legnosa: “lei è il Magaton, la si metteva a galleggiare, le anatre quelle vere cadevano nell’inganno e il cacciatore sparava aggiudicandosi la cena per la famiglia intera“.

 

Una splendida giornata alla Festa della Cipolla a Roncarolo, tra ricordi di paesani dei tempi lontani che furono

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… sulla destra, ecco Roncarolo …

Quando arrivi da Piacenza, direzione Cremona, poco prima di Caorso giri a sinistra e ti ritrovi sull’argine che costeggia il Po. Dopo qualche chilometro sulla destra ecco Roncarolo, oggi retrocesso a frazione di Caorso ma un tempo importante Comune con tanto di castello fortificato per difendere Piacenza dalle incursioni dei cremonesi.

Personalmente non ho nulla a che vedere, con il paese e i roncarolesi salvo uno, tal Benito Franco Mezzadri, qui nato 81 anni orsono per poi trasferirsi, come tanti, in città e infine, per parte di consorte, metter radici in Val Trebbia dove tre anni fa ci siamo conosciuti.

Lui, del quale sono oggi custode delle memorie che mi ha raccontato e che forse, Dio volendo, un giorno vedranno la luce in un mio nuovo libro. Lui, dicevo, già due anni orsono mi ha invitato e portato alla ‘Festa della Cipolla‘, manifestazione di livello provinciale e non solo. 

Succulenti piatti ‘anomali’ con largo uso di cipolle bianche, rosse, dorate. Dalla frittata alla pasta con crema di cipolla, gran festa per baffi (da leccare) e palato senza negarsi i pisarei, il salame cotto, un buon spiedino nella miglior tradizione piacentina. Ma quel che conta alla fine è la compagnia.

Il paese, dicevo, ha avuto un passato di gloria: fino all’immediato dopoguerra, la popolazione ha superato i mille abitanti, con nuclei familiari di decine di persone: prova ne è l’edificio delle scuole elementari, che ha ospitato fino a 50 alunni per anno; dagli anni cinquanta la ricerca di condizioni di vita migliori ha svuotato le case, ed ora gli abitanti sono circa 250. La Festa dunque diventa un richiamo irresistibile per chi in questa terra di contadini e pescatori ha vissuto da bambino o da ragazzo.

Così io e Dalila, sempre grazie all’amico Benito Franco, ci siamo ritrovati ‘ospiti’ ad una tavolata di ‘reduci’ in vena di racconti e di ricordi di storie lontane. Di chi a quei tempi correva in bicicletta e dell’amico che semplicemente lo seguiva per solidarietà: s’andava ad Acquanegra, nel cremonese, una bella pedalata di 25 km. Giunti alla meta, nessuna traccia della manifestazione. Chiedono all’osteria in piazza ma tutti cadono dalle nuvole fino a quando un paesano dice che magari la corsa è a Acquanegra sì, ma nel mantovano. Così ai 25 km già macinati se n’aggiungono altri 51 e pedalare, per non rischiare di arrivare a gara già conclusa. In realtà tutto bene e il nostro amico ciclista si piazza 2°, ma che fatica! E poi via per il ritorno. A pedalare seguendo a ruota un camion, minimo 60 km/h e attenzione che se quello frena o anche solo molla un attimo il pedale dell’accelleratore son guai grossi. Invece tutto bene, la memoria ricorda, e alle 23.30 i due arrivano in paese dove trovano amici e parenti riuniti sul piazzale della chiesa preoccupatissimi e tutto, proprio come oggi, finì nella vicina osteria a festeggiare il ritorno e il trofeo portato a casa.

Impossibile riportare tutti i dialoghi e i ricordi ascoltati. Uno solo per concludere: il ricordo di don Serafino, sanguigno prete di camapagna. Bambini e bambine precettati per la messa della domenica e guai a mancare: volevi giocare a pallone? Se mancavi l’appuntamento domenicale ben che t’andasse t’aspettava la panchina. Senza negarti un bello sganassone, un ceffone sulla testa, una dolorosissima saracca. Che se poi andavi a casa e lo raccontavi, ne prendevi anche a casa! Altri tempi: oggi don Serafino sarebbe rinchiuso in una gabbia in galera già al semplice gesto dello schiaffone ‘educativo’. Ma quella signora ricorda, con gli occhi ancora dolci, di quando il parroco le intimava di suonare il basso e lei per quanto s’impegnasse faceva quel che poteva con risultati che è meglio soprassedere. Ma quel che conta è l’impegno e il parroco non evitava di mandarla alla fine dal prete giovane che dal cassetto tirava fuori un cioccolatino quadrato. E così, alla fin del pranzo in compagnia, non è restato che aspettar il ballo della sera. Alla Festa della Cipolla, appuntamento da non mancare a settembre del ’19.

Insomma, arrivederci Roncarolo.

 

 

 

“Di archetto molle tra le labbra”, lirica di Catherine La Rose, poeta dell’amore in Roma

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Opera di Harry Holland

Starò qui
ad attendere
cielo a perdere costi
scapigliata Penelope
senza spiaggia
e senza risposte…
Mi strapperò le parole
amare di dosso
cuore a pezzi di rosso
fino al sollievo
sorriso di perdono
Poi tesserò cerchi d’Amore
col blu di tono
a rotolarti rotolarti
ai miei labiali poemi
fino ad averti
raggomitolato tutto tra le mani
abbracciato ed accoccolato
affogatami del tuo intero
senza nodi e grinze
raso a pelle che ci stringe
E quando
l’incubo d’Ulisse
sarà finito
e ormai sedotto
ti suonerò
di archetto molle tra le labbra
il mio sensuale eterno violino…

Opera di Renata Domagalska

 

 

“L’algoritmo”, lirica di Michele Prenna, poeta in Varese

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La maschera del potere, olio su tela di Babb. Il potere sta sempre camuffato dal bello (i decori del pavimento) ma quando si toglie la maschera ufficiale si scopre la verità (il pagliaccio). Tutto è stato consumato.

Vive di cambiamenti la lingua
riflettendo il cammino degli anni
e l’evolversi umano negli usi
di tecnologici prodotti di moda.

Così nasce a spiar l’algoritmo
ciò che pensi e magari desideri
dai like tuoi sui social impressi
diventando preda al suo occhio.

Lo governano occulti poteri
di politica di consensi in cerca
incuranti di farti dei danni.

È il profitto quello che conta
il dio d’oggi governante i mercati
che le scelte ora guida e controlla.

 

“San Martino del Carso”, lirica di Giuseppe Ungaretti ( 1888 – 1970 )

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Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

È il mio cuore
il paese più straziato

Cimitero al tramonto, olio su tela, di Luigi Lobba

 

“Nelle terre del Castello di Luzzano la Malvasia di Candia coltivata da Leonardo”, un articolo di Carmelo Sciascia

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L’articolo pubblicato è presente anche in IlPiacenza: clicca qui per collegarti anche per ammirare il servizio fotografico di Giorgio Picchioni

Il toponimo Piacenza equivale a “Terra che Piace, per la fertilità delle sue terre e per la vicinanza con il Po”. Così per i Romani. Per i Romani che nel 218 a.c. la fondarono. Innumerevoli le testimonianze rinvenute, alcune visibili, altre ricoperte. Caratteristica della città è stata sempre quella di nascondersi (come l’aver dato nell’869 sepoltura nella chiesa di sant’Antonino, al re ed imperatore Lotario II) o di nasconderla (come per i resti del teatro romano, ricoperti da un nuovo edificio, costruito a dispetto della vicinanza dallo stesso Palazzo Farnese). Ma capita anche casualmente di imbattersi in testimonianze storiche – scoperte stavolta anziché ricoperte – anche nei luoghi più remoti della Provincia. Così è stato quando, guidati dalla proprietaria del Castello di Luzzano, signora Giovannella Fugazza, ci si è trovati, nelle cantine dove erano stati depositati ed ordinati, circondati da innumerevoli resti di manufatti in terracotta di epoca romana, che nella zona erano stati rinvenuti.  A testimonianza che già una preesistente villa, collegata alla via Emilia da una strada di cui se ne è rinvenuto il tracciato, il Fundus Lucianus, si occupava nella zona di attività agricole e di viti. Non è casuale il fatto che già Giulio Cesare, dopo avere soggiornato per un breve periodo nel piacentino ed avere sposato una ragazza del luogo, Calpurnia, tornato a Roma si riforniva del vino dei colli piacentini. Se Piacenza è per tradizione e vocazione terra di confine, nella fattispecie il Castello di Luzzano ne è la naturale rappresentazione simbolica. Infatti il Castello sorge su un crinale collinare: nel lato occidentale l’armonia delle vigne dell’Oltrepò Pavese, sull’altra parte, ad Est, l’incanto dei Colli Piacentini.

Che sia terra di confine lo testimonia anche, in prossimità del Castello, la presenza di una Dogana, un edificio che si presenta oggi, per scelta della Proprietà, dipinto in azzurro Saint Laurant ed in giallo solare.  La dogana, che in origine non aveva i ricercati colori odierni, era stata costruita dai Savoia quando ricevettero, in cambio di alcuni favori, dall’Austria di Maria Teresa, l’Oltrepò Pavese, nel 1747. Il passaggio di Luzzano dall’imperatrice Maria Teresa ai Savoia non fu ben visto dagli abitanti del luogo che in questo anticiparono i sentimenti di antipatia che si manifesteranno da parte di popolazioni di altre regioni della Penisola dopo l’Unità.

Ma la storia, che come dice Montale, si muove a caso: “La storia non si fa strada, si ostina, /detesta il poco a poco, non procede /né recede, si sposta di binario /e la sua direzione /non è nell’orario.” Sì la storia, a Luzzano ci ha rimesso lo zampino, anche in questi giorni. Anche se non era previsto, se non era nell’orario. Infatti non era nell’orario della storia che Luzzano avesse un altro incontro storico, quello con Leonardo Da Vinci!

Ma forse a ben vedere le premesse c’erano tutte. Andiamo con ordine. Nel 1495, Leonardo Da Vinci riceve l’incarico da Ludovico Maria Sforza detto il Moro di affrescare il refettorio del convento della chiesa di Santa Maria delle Grazie di Milano, scelta come mausoleo per la propria famiglia. Tre anni dopo il Duca concede al Pittore una vigna di 16 pertiche. In quella zona viene costruito, per volontà del Duca, un quartiere residenziale. Di tutte le costruzioni rimane in piedi solo la Casa degli Atellani. Questa famiglia era anche proprietaria del Castello di Luzzano. In questo modo, la vigna di Leonardo si lega alla casa degli Atellani e tramite la Famiglia degli Atellani, al Castello di Luzzano. Ma non basta! Un altro nome famoso lega le due località: l’architetto Piero Portaluppi.

Portaluppi ha lasciato il segno a Milano dal 1925 al 1940, basta ricordare l’Arengario ed il restauro di Santa Maria delle Grazie, proprio la chiesa del Cenacolo di Leonardo. A Piacenza ha lasciato un bell’esempio di architettura razionalista realizzando la Centrale termoelettrica “Emilia” – Società Generale Elettrica Adamello.

Piero Portaluppi, da proprietario restaura la casa degli Atellani negli anni ’40, negli stessi anni riceve l’incarico dalla famiglia Fugazza di restaurare il Castello di Luzzano che trasforma nella residenza moderna che ancora oggi possiamo ammirare.

Malvasia bianca di Candia

Siamo giunti alla quadratura del cerchio: dalla vigna di Leonardo, alla casa degli Antelami, dal Castello di Luzzano alla famiglia Fugazza, all’architetto Portaluppi. Questa la storia. Ma la cronaca è ancora più interessante. Nel 2015, a Milano c’è l’Expo. Per volontà degli attuali proprietari della casa Antelami e della Fondazione Portaluppi si promuovono, con il contributo dell’Università degli Studi di Milano le ricerche sul DNA della vigna di Leonardo, il responso: Malvasia di Candia. Fu così che il vitigno Malvasia di Candia coltivato nei Colli Piacentini è stato identificato come la vite del Pittore. Lo stesso vitigno messo a dimora nell’orto di via Magenta al civico 65, diventa la vigna di Leonardo!

Siamo in una calda giornata settembrina di questo 2018, nella corte del maniero di Luzzano, è arrivata da via Magenta in Milano, dove è stata vendemmiata, l’uva dell’orto di Leonardo. Mani esperte, diraspano l’uva a mano, un’antica tinozza in legno ne accoglie gli acini, mentre ragazzi sorridenti (ma titubanti) tolti i sandali, sono lesti ad immergere i piedi nel contenitore e pigiare. Da parte un grosso orcio toscano in terracotta aspettava d’essere riempito di mosto. Similmente avrebbe fatto (faceva) il toscano Leonardo. C’è solo da aspettare l’autunno, per potere brindare, con il suo stesso vino all’imperitura gloria del nostro Genio Leonardo: Prosit!

Cosa aggiungere, la realtà si trasfigura in poesia, la cronaca nel momento in cui si svolge richiama ed incarna la storia e la storia passata si ripresenta, si attualizza. Forse potrebbe aiutarci, in questo momento, in questo luogo, Benedetto Croce quando sostiene che ogni storia è storia contemporanea, perché pur remoti, gli avvenimenti possono essere considerati sempre attuali, la storia è sempre in rapporto alla situazione presente “nella quale quei fatti propagano le loro vibrazioni”, e di vibrazioni, questi fatti, questi luoghi, questi riferimenti storici che si sono sviluppati nell’arco di mezzo millennio ne propagano a iosa.

P.S. Grazie alla gentile ospitalità della signora Giovannella Fugazza ed alla sua instancabile opera di ricerca storica e valorizzazione dei vini di Luzzano ed in particolare della Malvasia di Candia Aromatica. Grazie agli attuali proprietari di Casa Atellani e dell’annessa vigna di Leonardo per la possibilità di rendere fruibile un bene di rilevanza storica. Grazie a Giorgio Picchioni per il contributo organizzativo all’evento ed il servizio fotografico.

 

“Battelli sulla Senna”, “Ristorante a Marly-le-Roi”, “La ballerina del Rat Mort”, omaggio all’arte di Maurice de Vlaminck, pittore fauve (1876 – 1958)

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Battelli sulla Senna, olio su tela di Maurice de Vlaminck

Vlaminck fu un fiero autodidatta: la sua arte vuole essere libera e immediata, senza interpretazioni filosofiche o letterarie; anche se in un primo tempo si ispirò all’impressionismo, in breve tempo se ne allontanò e guardò con interesse ai colori forti e puri di André Derain e Henri Matisse. Nelle sue prime opere i colori sono accesi e gli elementi del paesaggio sono semplificati in linee contrastate, che danno un grande senso del ritmo e del movimento con poca grazia e molto dinamismo: le pennellate non comunicano armonia, ma forza ed energia. Su consiglio di Henri Matisse, presentò al pubblico i suoi primi dipinti al Salon des Indépendants, poi nel 1905 partecipò al Salon d’Automne e i critici lo inserirono a pieno diritto nel gruppo dei fauves: per il suo stile decisamente aggressivo e per l’uso di colori puri, talvolta spremuti direttamente dal tubetto sulla tela, si affermò come l’esponente più radicale del gruppo.

Ristorante a Marly-le-Roi, olio su tela di Maurice de Vlaminck

L’unione dei fauves fu fragile e breve: dopo il 1907 il gruppo si sciolse e ogni artista intraprese un percorso autonomo. Anche Vlaminck mostrò una pittura diversa da quella degli anni precedenti: dopo aver conosciuto l’opera di Paul Cézanne, la sua pittura si compone di paesaggi e di nature morte dai colori meno accesi e da un cromatismo drammaticamente espressivo. I contorni sono meno marcati, le pennellate sono meno nervose, il disegno è semplificato, le linee curve si affiancano a quelle rette dando un maggior senso di profondità e d’armonia.

Per approfondire clicca qui

La ballerina del Rat Mort, olio su tela di Maurice de Vlaminck

Festa della Cipolla a Roncarolo di Caorso dal 15 al 17 settembre con il ricordo dell’eccidio del settembre 1944 alla Cascina Baracca

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Festa della Cipolla (ovvero Festa dell’alito leggero), dal 15 al 17 settembre 2018 a Roncarolo di Caorso, a 2 passi dal Po. Il tradizionale evento provinciale giunto alla 12^ edizione, organizzato dal Circolo Anspi San Lorenzo di Roncarolo di Caorso propone stand gastronomici con piatti tipici a base di cipolla, salumi, torte, danze, esposizione di macchine per la coltivazione della cipolla e tante iniziative collaterali.

Sabato 15 settembre alle 20,15 esibizione di ballo con Punto Danza Piacenza e alle 21,00 si balla con l’orchestra Renzo e i Menestrelli.

Domenica 16 settembre dal mattino:

bancarelle con prodotti enogastronomici e di artigianato, vendita cipolle, camminata, pranzo, giro a cavallo con il Circolo Ippico Las Tapas .

Ore 09,00 in occasione del 74° anniversario dell’eccidio della cascina Baracca, si svolgerà una camminata in collaborazione con ANPI. Al rientro alle 11,30 ricordo e commemorazione davanti alla lapide.

La Baracca di Roncarolo, Caorso (PC)

A fine settembre 1944, nel contesto generale dei tentativi di acquisire il controllo delle vie di comunicazione, ad iniziare dagli attraversamenti sul Po, viene messo in atto da parte di truppe miste italo-tedesche, al comando del Maresciallo SS della sede di Cremona un vasto rastrellamento nella zona di Roncarolo-Caorso (territori di Muradolo, Roncarolo, Caorso, Pontenure e Monticelli), avente come obiettivo primario la cattura del nucleo SAP raccoltosi attorno al Colonnello Minetti che aveva la propria base operativa alla “Baracca”. Al rastrellamento parteciparono 2 plotoni di SS di Cremona, 31 uomini e un ufficiale della GNR e della Brigata Nera di Piacenza “Pippo Astorri” al comando del capitano Renato Barrera, guidati da un ragazzo di 17 anni, poi processato come delatore e spia.

Nonostante una ragazza del posto riesca ad avvisare dell’arrivo dei rastrellatori e a consentire ai sapisti di mettersi in salvo, tre sospetti vengono immediatamente passati per le armi, la “Baracca” è data alle fiamme dopo aver asportato radiotrasmittente, materiali sovversivi e, dalla casa del colonnello e della moglie, catturati dopo poco, quadri e suppellettili quali “diritto di saccheggio”. Sono arrestati 46-60 civili: 4 verranno inviati ai Campi di concentramento in Germania. Tra di loro Fulco Marchesi, l’anziano agricoltore possidente che sosteneva economicamente i sappisti, subirà una morte atroce a Gusen (Mauthausen). Il parroco di Roncarolo, don Francesco Chiesa e la madre di un partigiano verranno trattenuti in prigione a Piacenza per qualche mese. Il responsabile delle truppe fasciste dei rastrellatori dichiara che: “il comportamento dei legionari fu veramente encomiabile sotto ogni rapporto tanto che si meritarono lo spontaneo e sincero elogio dell’Ufficiale germanico che mi fece tradurre le sue espressioni di compiacimento” .

ore 10,00 Santa Messa a Roncarolo

ore 12,30 Apertura stand gastronomici a pranzo e a cena

ore 16,00 Torneo di tiro alla fune a squadre e giochi campestri per i bambini

ore 21,00 danze con l’orchestra Roberto Polisano.

Lunedì  17 settembre  Serata a scopo benefico a favore di Associazioni operanti nell’assistenza ai malati

ore 21,00 danze con l’orchestra Angelo Caravaggio.

foto circolo anspi san lorenzo

Correva il 1983 e oggi fanno 35 anni, io e Dalila, nozze di corallo

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35 anni da quel 10 settembre 1983. Come seguire il flusso della corrente di un fiume che corre verso il mare. Lentamente, sinuosa, placida, scendendo dalla fonte tra ponti, campagne, città industriali, piccoli paesi di pescatori. Talvolta invece facendosi tortuosa, con mulinelli, piccoli gorghi, lambendo gli argini, invadendo le zone di golena, strappando rabbiosa alberi e arbusti, allagando campi, strade, paesi. Ma la corsa continua, verso un mare che si spera ancora lontano.

Fu un giorno straordinario, quel giorno splendente di sole d’un settembre d’estate volgente al termine ma ancora generosa. A partire dalle vicende della preparazione, innanzitutto. Tanto per citare, scegliendo a caso tra i tanti aneddoti che ancora vivono nella memoria: abbiamo scelto una piccola chiesa di campagna, a Rezzanello, frazione di Gazzola. Letteralmente quattro case ma una stupenda vista sulla valle e un castello di grande suggestione per le foto di rito. Nessun problema nell’ottenere la dispensa dalla mia parrocchia. Necessaria invece un’offerta di 50mila lire per ottenerla dalla parrocchia di Dalila. Ovviamente, come disse il parroco, ‘offerta libera e convinta’. Mah, se lo pensava lui … .

Ma come mai il matrimonio religioso, in chiesa? Beh, allora come oggi non mi definirei ateo. Diciamo, da militante e dirigente socialista quale allora ero, in forte posizione di criticità rispetto alla Chiesa Istituzione. Per quanto mi riguarda poco importava celebrare di fronte a Dio o al Sindaco di qualche Comune. Ma avrei creato qualche problema a mia madre, ai genitori di Dalila, forse a Dalila stessa e non ne valeva la pena. Questa decisione mi costò la partecipazione al corso di preparazione. Con don Aldo Concari, prete lontano parente di Dalila che avevo conosciuto ai tempi dell’esperienza con gli scout, prete ‘rustico’, costantemente in giro a portare conforto ai bisognosi, che sapevo aveva più volte tentato di essere inviato in Colombia come missionario ma era stato rifiutato da quel governo perchè di eccessive simpatie per contadini e lavoratori. Bene. Quel prete, ben conoscendo le mie convinzioni politiche, … mi ha fatto rivedibile!!! Ovvero mi ha fatto ripetere il corso di preparazione in un’altra parrocchia. Certo fu poi un grande celebrante.

Lasciò parlare un testimone, segretario del Partito Socialista Italiano che sottolineò il necessario impegno per la giustizia nel lavoro e per la pace (e qui va ricordato che sull’altare stava un cesto con il pane e il grano, simboli del lavoro contadino, e che i nostri confetti erano contenuti in uno stelo a forma di spiga di grano).

C’era anche l’idea di tre colombe che prendessero il volo ma la cosa era troppo complicata e il richiamo alla pace fu affidato a Franco Benaglia, appunto sergretario del PSI. Mia nonna, allora ultra novantenne, chiese a mio padre, seduto al suo fianco, “ma l’è un mèssa o un cumisi?“. In compenso don Aldo non si fece mancare l’occasione per invitarci “a non aver paura di fare figli, amatevi senza paura e senza usare preservativi” e sentita la parola preservativi in chiesa addirittura dal celebrante, la nonna rischiò l’infarto.

E così eccoci qui, 35 anni dopo, noi due, ‘io e tu‘, due figli, due nuore, due nipotine, un cane e finchè l’acqua del fiume scorre, nessuna diga che la possa fermare. Rinnovando quel brindisi che fece da chiosa ad una splendida giornata, nostra primavera di vita.

“Zoccoli e …”, mostra di Claudio Zoncati a Piacenza in piazzale Libertà fino al 23 settembre

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Opera di Claudio Zoncati

Claudio Zoncati ha frequentato il liceo artistico Brera di Milano e si è diplomato all’istituto d’arte Gazzola di Piacenza. Ieri, sabato, ha inaugurato presso lo spazio espositivo ‘Libertà 6’ una personale intitolata “Zoccoli e …”

Artista versatile capace di passare dall’informale al figurativo senza perdere il suo tratto e la sua originalità. Le vibrazioni cromatiche sono cariche ma ben bilanciate: i viola, gli azzurri, i blu sono utilizzati con maestria, mentre i colori caldi bilanciano la composizione.

Opera di Claudio Zoncati

In evidenza i dipinti con cavalli che avevo avuto occasione di fotografare nei giorni scorsi (riproducendoli in facebook) in fase di allestimento della vetrina: straordinaria la capacità dell’artista di rendere un senso di movimento capace di coinvolgere l’osservatore che quasi sente e ascolta lo scalpitare dei cavalli, il rumore degli zoccoli che calpestano il terreno.

La mostra, che presenta anche opere con scene di vita quotidiana, si potrà visitare fino a domenica 23 settembre dal lunedi al sabato dalle 10:00 alle 12:30 e dalle 16:30 alle 19:00, domenica per appuntamento La mostra sarà aperta anche dal 23/09/2018 al 31/09/18 su appuntamento. Info: 320/7576467.

Milano stazione centrale, opera di Claudio Zoncati