Come sostenere il progetto di “FRECCIA”, il fumetto di Emilio Alessandro Manzotti e Edoardo Arzani

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Fuggendo da un passato di sofferenza, Diego si trova a essere il bersaglio di una inaspettata caccia al ladro. Nell’Inferno sconvolto dalla lotta per il potere, il giovane diavolo Freccia accoglie il messaggio di speranza del suo Maestro. L’amore tra Diego e Alice rischia di essere annientato da un complotto infernale che ruota attorno a un tragico errore, e cambierà per sempre vita dei due ragazzi e dei loro amici.

Una storia universale in cui redenzione e perdono devono fare i conti con il desiderio di potere e la possibilità di avere un futuro. Una girandola di personaggi, terreni e ultra terreni, alla ricerca della libertà, che rifiutano un destino ineluttabile e sono pronti a superare il limite per cui tutto è solo gioco.

Questa storia parla di noi, delle scelte che siamo chiamati a compiere ogni giorno e di come esse dicano, inequivocabilmente, chi siamo veramente: angeli o diavoli.

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Il progetto prevede di realizzare la Graphic Novel sia in lingua italiana sia in inglese.

La realizzazione delle Tavole della Graphic Novel è a opera di Edoardo Arzani; la traduzione, come quella del Romanzo, è stata affidata a Jasmine Nicole Fauteux (profili in fondo alla pagina).

La richiesta di fondi è finalizzata a

  • Realizzazione delle illustrazioni (tavole) della Graphic Novel
  • Stampa della Graphic Novel in italiano
  • Realizzazione dei formati elettronici della Graphic Novel in Italiano e in Inglese

oltre a coprire i costi della traduzione.

Il target di raccolta della campagna è di 9.000,00€ sulla base dei costi che saranno sostenuti appena evidenziati. La formula di raccolta fondi è “flexible” perché il progetto verrà realizzato anche se il target non sarà raggiunto: i sostenitori riceveranno in ogni caso quanto compreso nel perk sottoscritto. Lo scopo della campagna, infatti, è di consentire alla Graphic Novel di rimanere nei target di mercato ipotizzati per consentirle la maggiore diffusione possibile.

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“Ricordo di Tallinn”, olio su tela opera di Carmelo Sciascia

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Da meta sconosciuta a località di grido: Tallinn attrae nuove forme giovani e curiose di  turismo, con una buona offerta culturale ed architettonica. E magari con un polmone verde fresco e rilassante. Tallinn, capitale dell’Estonia ha tutto questo, con prezzi sempre abbordabili e tanti collegamenti low-cost.

La splendida città baltica presenta un curioso collage architettonico di varie epoche. Da un lato il centro storico, dall’altro la “nuova city”, con grattacieli, uffici e centri commerciali. Il ricco patrimonio architettonico e storico, arroccato tra mura, palazzi d’epoca e chiese,  si chiama Città Vecchia (Vanalinn) ed è protetto dal patrimonio mondiale dell’Umanità dell’Unesco come la città meglio conservata del nord Europa.

 Percorrendo i vicoli del centro, si sale fino in cima alla collina di Toompea, uno dei punti panoramici più belli della città, con vista sui tetti aguzzi e viottoli sottostanti, ma anche sui grattacieli della città nuova e sul mare. Da non perdere la Piazza del Municipio con il Palazzo comunale gotico, e le chiese dello Spirito Santo, di Sant’Olaf e di San Nicola. Da visitare anche la magnifica cattedrale russo ortodossa Alexander Nevskij, sulla Piazza del Castello, sulla cui torre spicca la più grande campana d’Estonia, con i suoi 3 metri di altezza e 15 tonnellate di peso.

Poco distante da Tallinn poi tanti altri piccoli tesori: lunghe spiagge di sabbia bianca, pinete, antichi manieri e villaggi da scoprire, più di 200 specie di uccelli e circa 900 tipi diversi di piante: questo è Lahemaa, il Parco Nazionale più grande dell’Estonia. Vicina anche la riserva protetta di Kõrvemaa con tante foreste, paludi, misteriosi laghi e brughiera, dove vivono numerose specie protette tra cui l’aquila reale.

Carmelo Sciascia, artista, filosofo, pittore, rende omaggio alla città con un’opera che ricorda la visita dei mesi scorsi.

 

Debutta domenica, a Borgonovo, “Il Signor sette per tre ventuno”

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Pietro Derba, classe 1921, detto più familiarmente ‘Piero’, aveva un sogno: raccontare la sua vita in un libro e domenica il sogno, grazie alla volontà della famiglia e alla disponibilità dell’editore Fabrizio Costa di Borgonovo, si realizza. 213 pagine di storie, aneddoti, fotografie, lettere scritte alla mamma Tina dal fronte, articoli tratti dal quotidiano locale Libertà.

Doveva essere un regalo per la sua veneranda età. Purtroppo ci ha lasciati prima, sul finire dell’anno scorso. Speriamo domenica, da lassù, abbia licenza per ‘lanciare un occhio‘ da questa nostra parte del cielo e ammirare le pagine dei suoi ricordi.

“Pubblicità!” manifesti in mostra a Mamiano di Traversetolo fino al 10 dicembre

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Consueto appuntamento di fine periodo estivo con la Villa dei Capolavori di Mamiano di Traverstolo (Pr) e le sue mostre, in questo caso manifesti, depliants, bozzetti dedicati alla ‘Storia della Pubblicità‘ nel nostro BelPaese dal 1890 al 1957. Innanzitutto un memo per non vagare a vuoto nella pur deliziosa e tranquillizzante pianura padana: per chi viaggia seguendo le indicazioni del navigatore di turno, inutile richiederle digitando appunto ‘Mamiano di Traversetolo’, mèta della nostra gita. Unico modo per ottenere adeguata risposta è quello di chiedere ‘portami a Fondazione Magnani a Mamiano’.

In ogni caso presto o tardi s’arriva e, in questo caso, ammiriamo i primi metodi di comunicazione di massa. Duecento opere dalla fine dell’Ottocento all’era di Carosello, con l’obiettivo di raccontare la nascita in Italia della pubblicità dalle sue prime forme di comunicazione semplici e dirette, all’introduzione dell’illustrazione, al rapporto tra illustrazione e messaggio pubblicitario attraverso i diversi media, dal più conosciuto manifesto, alla locandina, alla targa di latta e poi al packaging della confezione, fino all’arrivo della radio (durante la visita ci accompagnano dal sottofondo musichette che sono impresse nella nostra memoria infantile – chi non ricorda “Du du du du … Dufour, la caramelle che ci piace tanto” – ).

Curioso osservare abbigliamenti e cappelline delle signore rappresentate, di certo appartenenti a quella ricca borghesia che, per le italiane dell’epoca, in grande maggioranza procaci contadinotte col problema d’accompagnare pranzo con cena, potevano al massimo essere un sogno (impossibile, salvo fortunato ma improbabile accasamento matrimoniale) al quale aspirare e del resto sogno restava anche solo immaginare di poter arrivare ad acquistare quei colorati prodotti reclamizzati per tacer di vacanze irragiungibili a Capri, Portofino o sul Lago di Garda.

Ma, han ben compreso i maestri della pubblicità, chi non vive di sogni? Anzi, che vita sarebbe senza sogni? Ed ecco così l’acquirente dell’abito Facis che corre a casa per poterlo indossare al più presto. Ecco l’idea della pausa lavoro per sorseggiare il Punt & Mess, il Bitter Campari e, soprattutto, le bollicine dello Spumante Cinzano (come spiegare agli italiani d’allora che saremmo passati alle bollicine della Coca-Cola celebrate dal Vasco Rossi?).

Non manca la testimonianza dei tempi duri della Grande Guerra, quella che doveva durare pochi giorni. Chissà come mai: i governanti che ci portano in guerra dichiarano sempre che al massimo durerà poche settimane e poi inevitabilmente il nemico s’arrenderà. Perché noi siamo i più forti, i più degni, i più giusti. Perché noi abbiamo ragione e la nostra bandiera è la più bella. Poi la guerra dura quattro anni, tanto la morte non è per i regnanti, a pagare son sempre i figli del popolo. Pagare in tutti i sensi perché occorrono sempre più soldi, occorrono armi, proiettili, fucili e cannoni, masserizie, ospedali, dottori e infermieri e tutti proprio tutti devono mangiare. Quanto costa il rancio dei soldati? Così chi paga (magari con la vita) combattendo al fronte e chi paga dalle retrovie sovvenzionando e tirando la cinghia.

Ultima riflessione quando troviamo un manifesto di propaganda realizzato all’indomani del plebiscito del 1934 dal quale il regime uscì ulteriormente consacrato. Il faccione soddisfatto del Benito nostro sembra osservarci col ghigno del trionfo. Ci si domanda: che questo manifesto sia apologia del fascismo? Ma no, keep calm, it’s only publicity.

 

 

 

 

‘Generale capelli gialli’: 3° premio nella sezione Storia nel concorso di poesia a Cortemaggiore

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Finalmente ritirato il premio ricevuto per la poesia (sezione ‘Storia’) al concorso organizzato a Cortemaggiore dal Circolo Hostaria delle Immagini (con la regia di Carla Maffini e il patrocinio dell’Amministrazione comunale). Premiazione avvenuta ‘in contumacia‘ in giugno con il riconoscimento (di tutto rispetto) di un 3° posto meritato dalla lirica “Generale capelli gialli” ispirata alla Costituzione, ai suoi valori, alla sua difesa (in precedenza fu letta alla ‘NOtte per il NO‘ organizzata a chiusura della campagna elettorale da CGIL presso la Camera del Lavoro di Piacenza a poche ore dalla votazione per il Referendum del 4 dicembre). Ovviamente livello alto di soddisfazione personale nei confronti di una giuria e di un’organizzazione che già aveva espresso ottimi giudizi rispetto al ‘mio metodo poetico’ con un 2° posto meritato nell’edizione 2016 e un 1° premio nell’edizione 2015. A prescindere comunque dai risultati personali quel che mi sembra giusto evidenziare è proprio il costante impegno culturale del Circolo e dell’Amministrazione che, con questa e con altre iniziative nell’ambito del sostegno all’arte (proprio in questi giorni sono in corso una mostra di quadri di diversi artisti e una mostra fotografica) riesce a coinvolgere ed interessare una ampia platea di persone arrivando ben oltre ai ristretti confini comunali e provinciali determinando un ‘confronto’ continuo che si trasforma in crescita comune e collettiva. Cortemaggiore? Forse, al contrario di altri (i cui meriti sono tutti da verificare: non basta un Guercino per far bottino), non ambisce ad essere capitale ma certo merita una medaglia al valore della cultura diffusa.

 

“Paure fuori luogo” di Mario Tozzi, Einaudi editore. Commento di Carmelo Sciascia

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Ho un amico, Mino, che potrei definire il mio angelo custode delle letture consigliate. Consigliate, non perché semplicemente mi suggerisce nuovi o vecchi testi, ma in un modo insindacabile: di tanto in tanto mi regala dei libri.
Sa di questa mia debolezza verso i libri e delle mie preferenze, diciamo che nell’assecondare i miei gusti ne determina l’orientamento o viceversa. In qualsiasi modo lo si interpreti, gli sono ugualmente grato. A lui devo la conoscenza di testi ed autori che mi sarebbero rimasti sconosciuti o di altri che, pur conoscendoli, mai avrei letto.
L’ultimo libro di una lunga serie, in ordine di tempo ”Paure fuori luogo” (G. Einaudi editore, 2017) di Mario Tozzi geologo e divulgatore scientifico, collaboratore di diversi programmi televisivi (per questo conosciuto). Ricercatore presso il CNR.
Il libro è quanto mai attuale, in una terra come la nostra Italia, afflitta da continue catastrofi. Cercheremo di dire qualcosa degli eventi naturali descritti nel libro e di episodi ad essi annessi e connessi.
Cominciamo a riflettere sul termine catastrofe che accomuniamo per analogia al termine disastro.
Il disastro è un termine composto da un prefisso “dis” che ha valore peggiorativo e dal termine “astro”. L’astro è la sede delle divinità, di ciò che non è comunque determinabile dalla volontà dell’uomo, in sostanza il suo significato è cattiva stella, sfortuna dovuta al caso o al capriccio delle divinità. L’uomo infatti si è spiegato gli eventi naturali ricorrendo ai miti. Il fulmine era uno strumento incontrollabile nelle mani di Zeus, il Vulcano era la sede di Ade, come Poseidone era la divinità marina dai cui umori dipendevano tutti i cataclismi che con le acque avevano a che fare. Oggi molti fenomeni ce li spieghiamo grazie alle moderne scoperte scientifiche, frutto di speculazioni filosofiche e di indagini matematiche.
Ma è logico che l’uomo debba avere ancora paura dei tanti disastri con cui la natura si manifesta?
Ecco questa è la domanda cruciale che ognuno di noi dovrebbe porsi. E poi ancora, è la natura a provocare disastri, oppure sono gli uomini a trasformare eventi naturali in eventi nefasti, che determinano vere e proprie ecatombe?
Iniziamo a dire che le catastrofi, i cataclismi, gli sconvolgimenti, ci sono sempre stati, senza la loro virulenta manifestazione probabilmente non ci sarebbe stata nemmeno la comparsa dell’uomo sulla terra, così come non sarebbero scomparsi i dinosauri. Già il Diluvio Universale, altro non è che la descrizione mitica di un maremoto, che sconvolse il Mediterraneo. Un fenomeno avvenuto circa nel 5600 a.C., quando una massa enorme d’acqua si è riversata in quello che era un piccolo lago, creando il Mar Nero. “Le acque scacciano gli uomini verso un esodo che crea i miti e informa le religioni”.
Così per Atlante, una terra scomparsa di cui ci parla Platone nel “Crizia”. Potrebbe trattarsi secondo le ultime ipotesi della stessa Sardegna, inondata più di 36oo anni fa da uno tsunami che ha spazzato via i nuraghi fino alla reggia di Barumini. “Il mito crea la storia dei popoli. Ed è spesso storia di catastrofi”. A proposito di storia, siamo nel 1815, una violenta esplosione del vulcano Tambora, fa offuscare il sole su tutta l’Europa, si scatenano continui temporali anche in Belgio e Waterloo diventa un enorme pantano, la cavalleria francese di Ney è impossibilitata a muoversi e Napoleone viene sconfitto. Ancora una volta una catastrofe determina la storia, la storia dell’uomo. Oggi un’altra catastrofe come la desertificazione di intere regioni africane provoca l’emigrazione di intere popolazioni. Popoli che una casa ed un terreno agricolo non ce l’hanno più, poco importa se poi i responsabili che hanno provocato l’impoverimento delle risorse siamo stati noi popoli progrediti. Il paradosso è che oggi a farci paura sono gli emigranti non il fenomeno che ha originato l’esodo: l’innalzamento della temperatura mondiale e la conseguente desertificazione. Un altro paradosso: nel mondo manca l’acqua ma l’acqua continua a martoriare le nostre città. Semplicemente perché l’uomo non ha capito che i fiumi non possono scomparire sotto una colata di cemento, se ci sono case in terreni di loro pertinenza, prima o poi se li riprendono: nel posto sbagliato ci stanno le case, non l’acqua! Gli antichi Romani queste cose le sapevano, tant’è che la famosa Bocca della Verità altro non era che un inghiottitoio d’acqua, un capiente tombino.
“Le catastrofi sono elementi di discontinuità spaziotemporali ciclici”. Come i terremoti, ci sono stati e sempre ci saranno. La religione ha creato un Santo per l’occasione: Sant’Emidio, venerato in Abruzzo, specialmente ad Avezzano fino al 1915 quando un terremoto la rase al suolo, da allora (giustamente) venne bandito dalla città. I danni maggiori in caso di terremoti li fa proprio l’uomo, le sue opere.
Nel 2011 a Fukushima, dopo il maremoto, i danni maggiori sono venuti dalla centrale atomica, più che dal terremoto, per la semplice ragione che nessun reattore è intrinsecamente sicuro, nemmeno quelli funzionanti nel previgente Giappone. Dopo le bombe di Hiroshima e Nagasaki, dopo Cernobyl, dopo i tanti incidenti avvenuti nelle centrali del mondo l’uomo avrebbe dovuto capire che bisogna aver paura dell’atomo, più che dei terremoti, da quest’ultimi in qualche modo ci si può difendere, dalle reazioni nucleari è impossibile. (Vedasi a proposito di centrali nucleari, compresa quella di Caorso, l’opera di Claudio Arzani “Il soffio del vento” – ed. Pontegobbo, 2016). Dai terremoti ci si può difendere: lo hanno dimostrato i Giapponesi con i loro sistemi di educazione e prevenzione, così come noi lo confermiamo ogni volta ce ne fosse di bisogno, negativamente, ampliandone gli affetti catastrofici e distruttivi. Sembra che l’unica economia possibile in Italia sia l’attività dell’edilizia. E visto che siamo a Piacenza, i primi i n Regione per consumo di suolo, diamo impulso all’economia continuando a costruire capannoni (che resteranno inutilizzati) per la logistica. Un paese l’Italia a crescita zero con oltre trenta milioni di vani sfitti! Già Hammurabi, re di Babilonia, aveva promulgato un ferreo regolamento edilizio per costruire correttamente. Noi abbiamo derogato e condonato, rendiamo inutili i piani regolatori, perché anche quando corretti da un punto di visto geofisico, disapplicati: troviamo, da furbi, sempre una scappatoia che ci permette di costruire.
L’uomo dovrebbe avere imparato che non si può e non si deve avere paura di fenomeni naturali come il terremoto, considerato l’evento più catastrofico per definizione. I terremoti ed i vulcani opportunamente conosciuti, possono essere neutralizzati nelle conseguenze dannose che conosciamo. Alcune elementari precauzioni per limitare i danni: costruire meglio ed evitare zone ad alta densità sismica. Non ci manca di certo la conoscenza teorica, non dimentichiamo che il primo osservatorio vulcanologico del mondo è nato in Italia, costruito da Ferdinando II di Borbone, nel Regno delle due Sicilie (anche se in tempi recenti, ahinoi, la Campania è diventata la terra dei fuochi). Oggi ciò che ci dovrebbe realmente far paura non è la caduta di un meteorite sulla terra o altre immaginarie apocalissi spaziali, nei confronti dei quali l’uomo nulla può, ma elementi a noi molto più prossimi come il clima e l’ambiente, dove possiamo e dobbiamo operare un’inversione di tendenza. Noi siamo ancora in tempo a recuperare, a ricucire le lacerazioni che abbiamo inflitto agli elementi naturali, basta risparmiare sulle risorse ancora disponibili, fermare l’impoverimento della vita, eliminare il cibo spazzatura, salvaguardare gli ecosistemi, ridurre l’inquinamento, fermare il consumo di territorio (la pianura Padana è tutta una città continua), proteggere le risorse ittiche bloccando la pesca industriale, causa prima dell’impoverimento dei nostri mari. Per finire, nonostante tutto e malgrado tutto, in Italia possiamo dirci ancora fortunati: il nostro è il Paese con maggiore biodiversità in Europa. Un primato di cui essere orgogliosi e che dovremmo conservare. Se ce ne importasse ancora qualcosa….
Carmelo Sciascia

Il medioevo di Angelo Frasconi, in via Caolzio nel borgo di Castell’Arquato (Pc)

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Che s’arrivi da Piacenza o da Fiorenzuola d’Arda eccoti nel bel mezzo di Castell’Arquato passando il semaforo e da lì t’immetti in via Dante, prosegui lasciando alla sinistra piazza San Carlo e alla destra l’omonimo albergo. Così fino alla prima curva a sinistra che ti permette di oltrepassare l’arco di immissione in via Sforza Caolzio.

Strada tutta in salita diretta verso il borgo medioevale con la Rocca Viscontea, la Collegiata, il Palazzo del Podestà. Una casa, 160 mq., in sasso, 4 locali, 3 camere, 2 bagni,  costruita nel 1990, al numero 147 costa 160mila euro. Una villa costruita nel 2000, 300 mq., 3 locali, 2 camere, 1 bagno, quota 680mila euro. Insomma, un ambiente di tutto rispetto.

Giunto a metà salita, una vetrina. Là dove un tempo trovavi Tabaccheria e distributore VHS, la piccola stanza è stata trasformata in un angolo di medioevo in linea con il resto del paese.

Spade, lance, elmi, armature, coltelli, daghe, manette, archi, frecce da caccia, frecce da guerra, immancabili una mazza ed una frusta, balestre, cappucci per falchi, cotte di maglia, un elmo normanno: ci si ritrova a cavallo tra il 1100 e il 1450, pieno periodo delle crociate.

Si tratta di copie filologiche fatte su reperti dell’epoca da Angelo Frasconi (l’ideatore e realizzatore del piccolo ‘Museo’), da due fabbri, uno di Fidenza ed uno di Langhirano, oppure acquistate nei mercati medioevali durante le manifestazioni d’ambientazione storica dove Angelo incontrava i produttori di armature provenienti dalla Polonia, dall’Ucraina, dalla Cecoslovacchia.

Ai muri dipinti ispirati o riproduzione delle miniature che precedono o accompagnano le diverse liriche del Codice Manesse, ovvero la raccolta realizzata a Zurigo tra il 1300 e il 1340 delle pergamene con le canzoni profane e le poesie d’amor cortese della tradizione tedesca fino a quel momento espresse solo oralmente.

La guida, si è detto, Angelo Frasconi, romano che, nel 1995, ha conosciuto Castell’Arquato, ne è rimasto letteralmente folgorato dall’atmosfera che sembra di tornare in un’epoca lontana, quella dell’epica leggendaria cavalleresca e il ‘nostro’ decide di dar vita ad una scuola d’arme che oggi s’avvale di circa quaranta appassionati, si chiama “Gens Innominabilis” e gira per l’Europa per esibirsi in tornei cortesi dove, sottolinea Angelo, “si rispetta molto l’avversario”.

Altro modo d’affrontarsi. Scontri che durano pochi minuti perché occorre una grande resistenza fisica, spade, spadoni ed armature sono molto pesanti e oltretutto “si respira male, non c’è ricambio d’aria”. Ma si tratta di un combattere in qualche modo onorevole per una sfida che poteva certo risultare mortale ma che, in un certo senso, avveniva alla pari.

Con il subentro delle armi da fuoco tutto è cambiato, si uccide da lontano, non sai neanche chi uccidi e tutto questo “è immorale”.

Con l’avvento delle armi da fuoco, appunto, l’epopea cavalleresca finisce. Restano i poemi che raccontano e tramandano i ricordi delle gesta dei cavalieri medioevali e a Castell’Arquato quel passato lontano, grazie ad Angelo Frasconi, ritorna e rivive nella piccola vetrina di via Sforza Caolio. Da non perdere.

“Emozioni. Le storie di Pietro Derba sono stampate, il libro è bellissimo”, mi annuncia Fausto Chiesa da Borgonovo

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La telefonata a mezzo pomeriggio. Fausto (Chiesa). Per annunciare la fine della stampa del libro. “Il Signor Sette per Tre Ventuno, storie di Pietro Derba“. Dalla nascita (il 7 marzo 1921, appunto) al padre che s’imbarca per l’Argentina per non ritornare mai più (“per politica o per fame? Non lo so“, mi ha confessato Piero), la vita con la mamma e la sorella a Borgonovo, la bicicletta acquistata con i soldi mandati dal padre da oltroceano, il lavoro nella Milano da raggiungere in bicicletta, la chiamata alle armi in piena epopea di una guerra inutile che poteva solo vederci perdenti, lo sbarco a Tripoli con la richiesta alla mamma di dentifricio (‘Chlorodont’, ovviamente) perché manca di tutto, la prigionia, il ritorno nel BelPaese mesi dopo la fine del conflitto, il lavoro in banca, la famiglia, le figlie, il figlio, le nipoti, i nipoti, la pensione, la voglia di raccontare. Emozioni. “Io ho già 5 copie”, prosegue Fausto dribblando un insulto targato invidia ma non potendo evitare una replica accorata, “a proposito, siete proprio MESSI male voi juventini” (la gobba nei giorni scorsi ha subito un pesante 3-0 dal Barcellona, con doppietta di Messi, appunto). Cattiveria dalla quale comunque esonero il Piero, a sua volta bianconero fino alla radice dei capelli. Purtroppo ci ha lasciati, non vedrà il libro con le sue storie, libro voluto dalla famiglia per onorarlo e ricordarlo e noi, io e Fausto, siamo protagonisti del racconto della sua vita. Emozioni. Libro che, conferma Fausto, andrà in onda pubblicamente domenica 24, tra poco più d’una settimana, all’Auditorium della Rocca a Borgonovo, paese dove la famiglia Derba vive. “La famiglia ha già fatto stampare i manifesti della presentazione, alle ore 17 con noi due protagonisti. Poi forse parleranno il Sindaco, la figlia Donatella, un generale amico di Pietro, il vicepresidente dell’associazione alpini provinciale PierLuigi Forlini“. Stampate anche cartoline, presi contatti con la stampa, insomma un battage pubblicitario finalizzato a mobilitare tutto il paese e zone limitrofe. Quante persone avremo di fronte, viste dal palco? Forse ‘ottantagente’. “Verrà sicuramente gente anche da Piacenza“. Insomma. Emozioni: un libro è come un figlio. Ed è nato. 

“La regina Elena (Queen Eleanor)”, omaggio all’arte di Anthony Frederick Augustus Sandys (preraffaellita)

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Anthony Frederick Augustus Sandys (nato con il nome Antonio Frederic Augustus Sands) ma più noto come Frederick Sandys (1829-1904) è stato un pittore e disegnatore inglese appartenente al movimento dei preraffaelliti.

Ricevute le prime lezioni di disegno dal padre, anche lui pittore, dimostrò doti naturali nella cura e nella bellezza del disegno.Dimostrò le sue doti di disegnatore ottenendo un riconoscimento con la sua parodia del Sir Isumbras at the Ford di John Everett Millais nel 1857. Nel disegno il cavallo si era trasformato in una scimmia marchiata con la scritta J. R., Oxon riferita a John Ruskin, sopra questa c’era la figura del cavaliere che era rappresentata da Millais e dei due bambini che erano Dante Gabriel Rossetti e William Holman Hunt.

Sir Isumbras at the Ford

Rossetti e Sandys divennero amici intimi e per più di un anno, fino all’estate del 1867, Sandys visse con Rossetti alla Tudor House (ora Queens House) nel Cheyne Walk a Chelsea. Il lavoro di Sandys fu profondamente influenzato da quello dall’amico concentrandosi maggiormente su soggetti mitologici e ritratti.

Negli anni 60 cominciò a esporre le sue opere pittoriche, le più conosciute sono Vivien del 1863, Morgan le Fay (la fata Morgana) del 1864, Cassandra e Medea del 1868.

Si sposò con Georgiana Creed, ma il suo matrimonio durò solo tre anni, sebbene in verità non si siano mai divorziati. Sandys ebbe una lunga relazione con Keomi Gray, una rom che posò come modella per Medea e altri dipinti. Alla fine ebbe una relazione stabile con Mary Emma Jones (conosciuta come “Mrs Sandys”) che durò per il resto della sua vita. Morì nel quartiere di Kensington a Londra nel 1904.

“La bandiera”, filastrocca di Renzo Pezzani (1898-1951)

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Francesco Saverio Altamura, La prima bandiera italiana portata a Firenze nel 1859, olio su tela

Di tre colori cucita
così piena di vita
anche un bimbo la può portare,
orna la terra e corre il mare.
E il cuore che la vede
brillare come una fiamma
agitata dal vento,
si fa subito contento
come vedesse la mamma.

Senza titolo, tecnica mista su tela di Giuliano Della Casa