Omaggio a Giuseppe Scalarini, vignettista, pacifista, antimilitarista

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É considerato il creatore della vignetta satirica politica in Italia. Disegnatore satirico per il quotidiano del Partito Socialista Italiano, l’Avanti! dal 1911 al 1925, e fervente pacifista e antimilitarista, fu poi duramente perseguitato dal Fascismo. Lo ha ricordato Augusto Bottioni nella sua raccolta poetica ‘Rumore di tempo che passa‘ precisando che é possibile ammirare la sua opera in www.scalarini.it

“Rumore di tempo che passa”, le poesie di Augusto e le illustrazioni di Stefania presentate a Fiorenzuola

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Fiorenzuola d’Arda, 25 febbraio 2017. Nella Sala luminosa del bar dell’Ospedale incontro con il Gruppo di lettura della Biblioteca Comunale (coordinato da Paolo Mario Buttiglieri) per la presentazione di ‘Rumore di tempo che passa’, volume di poesie di Augusto Bottioni con illustrazioni della figlia Stefania. Introduzione di Claudio Arzani

Poesiole scritte tra i 18 e i 30 anni, “scritti che ritengo ingenui, sicuramente non degni della grande poesia, ma ricchi di afflato e passione, annotazioni istantanee rappresentano cioè una testimonianza di un periodo di vita che ho vissuto intensamente“. Con queste parole Augusto ha presentato il suo primo libro di poesie, sabato nella Sala luminosa del bar dell’Ospedale di Fiorenzuola.

Nella foto: Augusto Bottioni

Una location straordinaria nella quale si ritrovano al sabato e alla domenica pomeriggio, quando il bar é chiuso, gli aderenti al Gruppo di lettura della Biblioteca Comunale coordinato da Paolo Mario Buttiglieri. All’insegna del motto che un ospedale non necessariamente sia solo luogo di dolore e sofferenza. Luogo infatti decisamente interessante purtroppo con una storia di tristezza, anzi, con una visione che amareggia il cuore con la grande vetrata che s’affaccia sul cantiere (fermo) per la ricostruzione del fabbricato che ospitava buona parte dei reparti di degenza, fabbricato abbattuto per sospetto rischio sismico ed ora con futuro tutto da scrivere.

Stefania, autrice delle illustrazioni del libro

Con la poesia declamata come sogno di ritorno ad una storia diversa. “Chiudiamo gli occhi e, guardando oltre la vetrata, vediamo crescere il nuovo fabbricato, riempirsi di colori, di gente, di salute“. Purtroppo una simile visione ha ancora da venire, ruspe e gru sono ancora chissà in quale magazzino conservate, ferme, in attesa.

Il pubblico con la vetrata oltre la quale il fabbricato del nucleo ‘storico’ dell’ospedale semplicemente non c’è più

Per ora, sabato scorso, s’è parlato delle liriche di Augusto, liriche che esprimono emozioni, ora rispetto all’amore individuale, ora rispetto al nostro vivere in una società fatta di problemi, di notizie, di immagini che vediamo, immagini che ci trasmettono serenità oppure anche immagini che non vorremmo vedere. Importante é non girare mai la testa, non restare indifferenti. Poesia é questo, mantenere sempre la capacità d’emozione, saper trasmettere queste nostre sensazioni, saperle far vivere anche a chi legge. 

Una terra nella quale Augusto annuncia d’essere entrato, con la figlia Stefania che del libro ha realizzato le illustrazioni. Per cui, benevenuti, poeta della penna e Stefania poeta dell’immagine e, come ha commentato Paolo Mario Buttiglieri chiudendo la serata, “torna ancora, scrivi ancora, poeta Augusto perché le tue liriche sono piaciute“.

Paolo Mario Buttigilieri, coordinatore del Gruppo di lettura della Biblioteca Comunale con Augusto

“Le poesie di Augusto? Sono sogni, i nostri comuni sogni”, introduzione al libro con le poesie di Augusto Bottioni

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‘Rumore di tempo che passa’ é stato presentato ieri nella Sala luminosa del bar dell’Ospedale di Fiorenzuola d’Arda, presente Augusto, Stefania, Claudio e Paolo Mario Buttiglieri, del Gruppo di lettura della Biblioteca della città della Val d’Arda

Ricordo in particolare un episodio, vissuto con Augusto: avevamo entrambi superato la metà dei rispettivi percorsi universitari (ingegneria lui, legge io) ma stavamo vivendo l’incertezza di un futuro ancora da definire e molti sogni nel cassetto. Uno su tutti, il giornalismo e questo poteva spingerci ad abbandonare gli studi per costruire appunto un futuro diverso, vestito dei colori dei nostri sogni. Del resto, non si dice che i poeti sono sognatori che credono in un mondo migliore? Così di buona mattina prendemmo il treno, un locale che ci portava nella grande Milano, in stazione prima e finalmente destinazione piazza Duomo. Allora, eravamo sul finire degli anni settanta, non esistevano ancora corsi universitari di giornalismo. Avevamo notizia di una scuola privata ed eccoci dunque a bussare a quel portone. Ora i ricordi sfumano nel tempo passato, la nebbia ha ormai avvolto i dettagli per cui oggi tutto sfuma. Forse ci trovammo di fronte ad un vecchio ascensore utile per salire di piano quindi ad una porta, un campanello ed eccoci all’interno di una stanza, due poltroncine datate, noi due seduti di fronte ad una scrivania e ad un impiegato (non saprei dire se fosse il direttore del corso) che ascoltava le nostre speranze, le nostre aspettative, che forse ammirava quella luce accesa nei nostri occhi. Forse fu colpito dalle nostre illusioni e dalla nostra ingenuità nel disegnare, nell’immaginare un futuro che non sarebbe stato il nostro. “Quanti anni avete?”. Ecco la domanda chiave posta dal nostro interlocutore e, alla nostra risposta, il suo commento, pure regalato con un sorriso, fu lapidario: “cari miei, troppo tardi, dovevate entrare nell’ambiente molto prima, ora purtroppo è troppo tardi, rischiereste il classico buco nell’acqua”. Così rientrammo nei ranghi, ciascuno a casa sua, ciascuno a proseguire con gli studi chiudendo nel cassetto dei sogni dell’anima il tesserino che ci attestava giornalisti professionisti. Entrambi abbiamo alla fine raggiunto il giorno della laurea, entrambi abbiamo costruito un futuro professionale di tutto rispetto e di molte soddisfazioni. Altrettanti però i sogni rimasti in quel cassetto. Innanzitutto la speranza (sempre comune) di un mondo migliore, di un cambiamento in senso di giustizia ed equità, di una società a misura di chi lavora. Recentemente, alla presentazione di un mio libro fatta nel ‘paesello’ (Fiorenzuola) dove Augusto vive ed io sono nato, dove insieme da bambini abbiamo giocato tirando di scherma con le spade di legno, cavalieri d’onore combattenti per liberare dal grigio torrione le belle principesse dai lunghi capelli tenute prigioniere (che allora ancora non conoscevamo ma che sarebbero diventate, grate per la liberazione, le nostre compagne di vita), recentemente dicevo Augusto ha sottolineato che le mie posizioni erano (e sono) più ‘radicali’ delle sue ma le battaglie sono comuni, l’obiettivo uguale: l’impegno in attesa dell’alba nella quale finalmente sorgerà il Sol dell’Avvenire.

Sabato 25 febbraio 2017, Sala luminosa del bar dell’ospedale di Fiorenzuola. Presentazione di ‘Rumore di tempo che passa’ su iniziativa del Gruppo di lettura della Biblioteca

Forse la vedremo quell’alba, oppure forse anche questo resterà un sogno e allora lasceremo il testimone ai nostri figli consapevoli comunque di aver saputo trasmettere a loro i nostri valori, consapevoli che loro porteranno avanti il nostro impegno. Ed ecco finalmente il legame con questo libro che Augusto (alla buon’ora) ci regala dopo averlo tenuto per anni chiuso nel cassetto. Leggendo le sue poesie (che mi riportano alle mie) ritrovo tutti i nostri sogni, i nostri dubbi, le nostre delusioni, gli amori, le gioie, le amarezze di quello che è stato ed è un percorso comune. Un libro che diventa racconto e testimonianza, che rappresenta il passaggio del testimone, per chi i nostri sogni dovrà portare avanti, realizzandone quanti più possibile. Ultimo appunto: di poesia ne ho scritto anch’io, ne ho pubblicato e con i miei versi negli ultimi dieci anni ho girato di contrada in contrada com’era per gli antichi trovatori, contastorie di tempi lontani capaci di riempire ore ed istanti ora allegramente, ora nel senso della riflessione. Dunque, nelle stesse contrade, benvenuto Augusto.

Claudio Arzani, poeta contastorie

 

Premio letterario “Il Contesto”, a Racalmuto, scadenza 31 marzo

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Perché un Concorso Letterario dovrebbe chiamarsi “Il Contesto”? Tante le risposte, cerchiamo di elencarne alcune. È un concorso che nasce a Racalmuto, un particolare paese di questa nostra Italia. Una realtà geograficamente piccola ma con un contesto socio-economico e politico che riflette comunque la confusione e le contraddizioni di tutta la realtà nazionale. Comprese le trame di potere e la corruzione.

Questo sperduto paese dell’agrigentino, è stato preso ad esempio come zenit della politica, nella sua accezione, purtroppo e spesso, negativa. Commissariato, quando veniva commissariato il governo nazionale, da Mario Monti. Ed amministrato da rappresentanti eletti dal popolo, quando si è dato la possibilità che libere elezioni potessero essere svolte. Ma quelle elezioni, hanno rappresentato una affermazione della democrazia, o sono state falsate, invalidate dalla realtà? “La seconda che hai detto!” avrebbe risposto il caricaturista Guzzanti, profeta di “Quelo”. Se è vero che poi unico gesto eclatante, sinonimo di cambiamento, è stata la rielezione dello stesso Presidente della Repubblica. Così come le elezioni locali hanno rappresentato un cambiamento formale, rimanendo immutabile il potere delle famiglie che comunque la cosa pubblica hanno gestito e continuano a gestire.

Il Contesto è l’opera di Leonardo Sciascia, dove la confusione tra sinistra e destra, tra governo ed opposizione, è totale. Si descrive il potere. Un potere che organicamente usa qualsiasi opposizione, e spesso la crea in modo fittizio e strumentale, per restare arroccato alle proprie rendite di posizioni (Brigate Rosse docet).

Ed allora si rende evidente il bisogno di parlare di democrazia. Oggi, più che negli anni 70, la interconnessione globale tra i destini degli uomini, la volontà dei loro governi e gli indirizzi sovranazionali che li guidano è ben più evidente, ma soprattutto è più evidente la sofferenza dei popoli che ne deriva, unico vero prodotto tangibile della globalizzazione. Mentre la più importante delle similitudini rimane la necessità di ricercare sempre, anche con appiglio dissacratorio, la verità.

Allora cerchiamo di comprendere, con inguaribile ottimismo, le dinamiche di questo “contesto” e di svelare i segreti meccanismi di funzionamento dei singoli ingranaggi, magari accarezzando l’ingenua illusione che alla fine la libera opinione possa in qualche modo esercitare qualche buona azione di miglioramento.

Perché allora semplicemente non affidare al ruolo della poesia e della scrittura se non l’ebbrezza, almeno l’illusione della libertà?

Gramsci ricorreva spesso ad una espressione, passata alla storia come sua, per spingere i giovani e la gente comune all’impegno attivo in politica, essere pessimisti nell’intelligenza, ottimisti nella volontà.

Ecco il senso di questo Concorso letterario, che voluto ed organizzato da cittadini comuni, ognuno impegnato nel proprio ambito culturale e sociale, pur consapevoli del Contesto in cui ci si trova ad operare, continuano a credere che lo scrivere è pur sempre un atto di speranza!

Regolamento

Scheda di partecipazione

 

“L’invisibile ovunque”, romanzo di Wu Ming, Einaudi editore

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Un romanzo del collettivo ‘Wu Ming’, ovvero cinque scrittori che, soprattutto nel primo decennio del secolo in corso hanno deciso di condividere parte della loro produzione letteraria fondando una Fondazione, un blog, un’officina di narrazione, attività musicale e altri gruppi di lavoro. ‘L’invisibile ovunque’ è costituito da quattro racconti dedicati alla prima guerra mondiale ispirati sia da testimonianze sia da ricerche d’archivio. Entusiasmanti i primi due racconti, il primo che segue le vicende di un piccolo uomo (piccolo nel senso di bassa statura con i problemi di accettazione sociale che possono derivare da questo dettaglio fisico) che si scopre vera e propria arma vivente ed indossa la divisa degli Arditi segnalandosi per ardore e, diciamola, gusto nell’uccidere il nemico affrontando a viso aperto le situazioni più pericolose. Il secondo racconto che invece esplora il mondo (diffusissimo nella realtà) dell’affermazione della deficenza psichiatrica finalizzata all’esonero dai combattimenti laddove però attenzione a quando la finzione rischia di trasformarsi in realtà. Un fatto che mi riconduce al mio periodo di naja e a quel ragazzo che manifestava comportamenti anomali, schizofrenici. Fingeva? Era veramente in bilico tra normalità e anormalità. Ricordo che era venuto tra noi dopo essere stato escluso dal corso per ufficiali, ricordo il giorno che lo prendemmo a forza e lo costringemmo alla doccia spogliandolo: indossava sette paia di mutande! Riuscì ad essere esonerato dall’esercito. Così come tanti ai tempi della Grande Guerra si sparavano volontariamente un colpo d’arma alla mano sinistra ma, dopo un pò di tempo, gli ufficiali medici sentenziarono che potevano sparare con la mano destra. Più ‘lenti’ gli ultimi due racconti, legati più a ricerche d’archivio rispetto all’esistenza sul Grappa di una misteriosa ‘brigata camaleonte’. Nata da una valutazione: le politiche d’assalto del generale Cadorna che, in nome di un malcelato ‘onore militare’ mandava migliaia di ragazzi all’assalto vero le trincee austo-ungariche poste in cima alle vette quando più logico sarebbe stato accerchiare le truppe nemiche semplicemente tagliando le strade per i rifornimenti alle loro spalle, in pianura. Invece ecco i battaglioni spediti all’assalto a viso aperto attraverso la terra di nessuno lungo le ripide salite delle montagne. Uccisi dalla mitraglia come mosche quasi senza sparare un colpo. Perchè, per i comandanti a partire dal comandante in capo, l’infame generale Cadorna, arrivando fino al Re, quei ragazzi non erano altro che carne da macello da sacrificare al Dio della guerra ottenendo tanti morti e corrispondente tanto onore per sè. Ma ecco l’idea, la valutazione di un modo diverso di condurre la guerra che comunque è una tragedia, che inevitabilmente fa morti ma potrebbe non essere un macello di vite umane. L’idea della brigata camaleonte che finirà chiusa e dimenticata in un archivio ma sarà determinante per i giorni nostri. I dettagli? Beh, il libro va pur letto!

“Prima delle parole/Primul dintre cuvinte”, lirica bilingue di Carla Delmiglio, trad. Daniel Dragomirescu, Editura Pim, Iasi

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Canto d’amore tra cielo e terra, olio su tela di Sara Stradi

Vorrei incontrarti
prima delle parole
al di là del tempo
oltre la forma
farti conoscere pensieri mai pensati
parole mai dette
frasi mai scritte
dove puoi leggermi l’anima
perché io sia io
per te
al di là di tutto

Carla, piacentina pubblicata da Editura Pim, editore rumeno in Iasi, sede universitaria, capoluogo della Moldavia in Romania

vrea să găsesc
primul dintre cuvinte
dincolo de timp
dincolo de formă
să te fac să cunoşti
gânduri niciodată gândite
vorbe niciodată rostite
fraze niciodată scrise
unde să-mi poti citi sufletul
pentru ca eu să fiu eu
pentru tine
dincolo de orice

“Baselicaduce: Terra di Rosa – U cantu ca vi cuntu”, commento di Carmelo Sciascia, ‘piacentino di Sicilia’

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La scuola di Baselica, frazione di Fiorenzuola, chiusa dal 1989 per mancanza di bambini, ritorna a nuova vita.

Una vecchia scuola di una sperduta frazione fiorenzuolana, un gruppo di persone intenzionate a non chiudere la struttura. Basta poco a trasformare un angolo della nostra pianura, caratterizzata da una rada nebbiolina, che attenua ma non nasconde la campagna tutt’intorno, in un palcoscenico.
Sto parlando di Baselicaduce, della vecchia scuola e di un teatro.
Sconosciuto fino a stasera, appena scoperto, mi ha fatto innamorare, del posto e dell’attività culturale. L’occasione me l’ha data una serata teatrale: “Terra di Rosa” con la rappresentazione di “U cuntu ca vi cuntu”. Una rappresentazione che è un monologo, un monologo di Tiziana Vaccaro. La storia è semplice e complessa, la vita di Rosa Balistreri: una vita semplice e complicata. Una popolana di Licata che ha dato voce ad un popolo di esclusi ed oppressi, forse proprio perché anche lei era una donna esclusa ed oppressa. Esclusa perché povera, oppressa perché donna. Classe 1927 quella di Rosa, classe 1984 quella di Tiziana. Quasi 60 anni separano la cantante dall’attrice. Ma non si direbbe, tanta la bravura di Tiziana, che sembra averla veramente conosciuta e frequentata. Così come molti l’hanno conosciuta, anche solo occasionalmente come me.
Un pugno nello stomaco lo spettacolo che mi ha fatto rivivere parte della ma gioventù. I primi anni settanta. Un momento affascinante e doloroso, come per la maggior parte della gioventù. Un periodo in cui tutto si mischiava, politica, speranze, amori e delusioni. I poeti hanno la capacità di farci rivivere momenti significativi della nostra vita, così come le canzoni. Ed i poeti hanno scritto canzoni, così come tanti cantanti hanno recitato poesie. E poesie cantò con voce straziante, roca, profonda la nostra Rosa Balistreri. Come non ricordare le poesie scritte per lei da Ignazio Buttitta?
E le urlò al mondo le sue canzoni, sentimenti di un popolo sottomesso dalla storia ma mai vinto.
Girò il mondo, l’Europa e Lamerica, così tutto unito come lo scrivevano i nostri emigranti; era l’America la terra promessa di tanta povera gente, e lì andò a fare i suoi recital la Nostra cantante.
Come Edith Piaf cantò il dolore lacerante dell’abbandono e dell’amore, in una Parigi malfamata e raffinata, così Rosa Balistreri cantò la miseria della sua infanzia e della sua condizione di donna povera. Il padre di Rosa non voleva cantasse: “solo le buttane cantano” e giù botte! Il padre di Edith invece la faceva cantare per le strade, traendone guadagno. La condizione femminile era di sudditanza al padre, ma non solo, era sottomissione all’uomo. E di uomini che hanno approfittato del bisogno di lavoro delle donne, ce ne sono stati: la vita di queste due cantanti è stata caratterizzata da una continua negativa presenza maschile. Presenze che le hanno portate sull’orlo del suicidio. Sì, si va a vedere uno spettacolo teatrale e ci si ritrova immersi in un mondo di dolore e di sofferenza, quello dei poveri e delle donne, condizione quella femminile, che ha sempre storicamente raddoppiato il dolore e la sofferenza della povertà.
Ma il mondo di Rosa non è rassegnazione, emerge comunque una voglia di riscatto, la caparbietà di affermarsi come classe sociale e come donna. Firenze è stata una tappa importante della sua vita, il lavoro, l’inserimento nel mondo artistico e musicale. Grazie a Manfredi, al pittore Manfredi Lombardi, che la fece conoscere ad intellettuali come Ignazio Buttitta, Dario Fo ed al cantastorie Cicciu Busacca, suo conterraneo che con Dario Fo collaborava. Oltre a case discografiche che le permisero di incidere le sue canzoni e di farla conoscere al grande pubblico.
Manfredi fu un suo grande amore, un amore che la portò comunque al tentato suicidio, per il tradimento, dopo dodici anni, con una sua amica (più giovane, più bella).
Tornata in Sicilia, nei primi anni settanta Rosa canta nelle piazze, così come Buttitta recita le sue poesie, nei festival dell’Unità. E fu in quel periodo che la conobbi, a casa di Eugenio Napoleone Messana, già sindaco, poeta e storico del paese. Il paese era Racalmuto. Estrema periferia, allora come adesso, di uno Stato che si identificava con la capitale e le grandi città. Alla Fondazione Leonardo Sciascia, l’anno scorso, fece un bel discorso Moni Ovadia, rivolto agli studenti: è dalla periferia che sono venuti e vengono le idee nuove, nascono politici e letterati che possono cambiare l’Italia. Non dalla massificazione delle are metropolitane di questo nostro Paese. E, storicamente aveva ragione, così è stato finora e probabilmente così sarà. Tra l’altro, non è stato così ieri sera?
In una sperduta ed abbandonata scuola, di una frazione della nostra provincia, si è avverato un miracolo, un miracolo che solo la cultura può rendere possibile.

Rosa in un quadro di Andrea Carisi del 1992

Uno spettacolo della rassegna di teatro contemporaneo “Base Off” grazie ad una brava e giovane attrice, Tiziana Vaccaro, ha rievocato la vita di una cantante folk. Gli occhi, scuri e profondi, dell’attrice mi hanno fatto rivedere quelli di Rosa, le sue espressioni e gesti mi hanno fatto rivivere un periodo della mia vita, della mia storia, della storia della Sicilia e dell’Italia intera. Sì, perché se nella prima metà del novecento c’era miseria al Sud, al Nord non si nuotava nell’abbondanza, se si emigrava dalla Sicilia, si emigrava anche dal Veneto e dai nostri Appennini. Si dormiva, nelle cascine della nostra pianura nei sottotetti, guardando le stelle, con cappotti umidi e freddi a fare da coperte. E la vita delle donne non era facile, era una vita di sacrificio e di rinunce, spesso di abusi e di soprusi.
L’associazione di promozione sociale Matassa, ha dato nuova vita ad una scuola abbandonata, è un esempio di come l’istruzione si riappropria dei luoghi che le sono assegnati (come in natura, la vegetazione).
Aveva ragione Moni Ovadia, oggi la cultura si trova e si vive in periferia, Baselicaduce ne è stata la dimostrazione, in una comune serata invernale, ce ne fosse stato di bisogno!
Carmelo Sciascia

Fiorenzuola: Augusto Bottioni presenta le sue poesie raccolte in “Rumore di tempo che passa”

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Augusto con la figlia Stefania e il libro ‘Rumore del tempo che passa’

Sabato 25 febbraio ore 17 presso la sala Luminosa del bar dell’ospedale di Fiorenzuola d’Arda (PC) a cura del Gruppo Di Lettura della Biblioteca Comunale Presentazione del libro “Rumore di Tempo che passa”. Poesie di Augusto Bottioni e illustrazioni della figlia Stefania. Prefazione di Claudio Arzani

Della vocazione poetica e del libro di Augusto se n’era già parlato qui riprendendo l’articolo pubblicato da Libertà, quotidiano di Piacenza

Una precedente iniziativa del GDL della Biblioteca che si riunisce nel salone dell’ospedale della Val d’Arda

In occasione della presentazione nella sua Fiorenzuola d’Arda (dove vive) riportiamo alcune sue riflessioni ‘introduttive’

Ho scritto la maggior parte delle poesiole pubblicate in questo volume tra i 18 ed i 30 anni. Alcune sono state pubblicate in raccolte tipo “I poeti dell’invito”, altre singolarmente, in varie circostanze. Sono tutti scritti che ritengo ingenui, sicuramente non degni della grande poesia, ma ricchi di afflato e passione. Rappresentano una testimonianza di un periodo di vita che ho vissuto intensamente e che ora, sicuramente, non ho intenzione di rivedere come un…reduce della giovinezza. L’occasione per ritirare fuori queste note emotive è venuta quando mia figlia Stefania, ha scoperto, in un raccoglitore, alcuni manoscritti (vergati rigorosamente con stilografica, come mia abitudine).

La sera mi ha accolto con un sorriso, misto di soddisfazione e canzonatura…che tuttavia faceva intendere il raggiungimento di una certa complicità. Non nascondo che la sensazione è stata piacevole ed a tutto tondo, anche se la mia privacy era stata violata. Nei giorni seguenti ci siamo trovati sovente a parlare delle poesie. E’ stato un po’ come se gli scritti fossero fotografie di un tempo che fu. Il risultato più gratificante ovviamente è stato il recupero di un più intenso rapporto figlia-padre: un coinvolgimento che mi ha impegnato, meravigliato, stordito e affascinato. Ma la soddisfazione sia come padre che come poetastro, Stefania, me l’ha data quando mi ha mostrato un disegno ispirato dalle mie parole. Ha accompagnato la presentazione del suo lavoro con questa affermazione: “Mi sono specchiata, confrontata; ho riflettuto, apprezzato e valutato positivamente questo metterti allo scoperto, questa tua disponibilità e fragilità. La tua creatività ha stimolato la mia vena di disegnatrice…e così, quasi automaticamente, mi sono trovata a illustrare il mio punto di vista, nella maniera che mi è più congeniale, sugli argomenti da te trattati”. Naturalmente ho incoraggiato (Stefania è molto ritrosa, modesta e timida) e sostenuto questa iniziativa: un dialogo tra generazioni. Un po’ quello che Stefania aveva già fatto parlando ed interagendo con il nonno, mio padre, e realizzando poi il volume di fumetti sulle vicende partigiane, dal titolo “Ti lascio la mia storia”. Perché no, abbiamo provato a pensare ad una pubblicazione fatta di immagini e parole, di immagini che scaturiscono dalle parole, facendole divenire più attuali, moderne, ma soprattutto mettendo a confronto due mondi diversi che con grande sorpresa, da parte di entrambi, alla fine si sovrappongono. L’idea è piaciuta ed eccoci qui con “Rumore di Tempo che passa”.

“Salvate l’ospedale di Villanova!”, Forza Italia invita la Regione a riflettere

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L’ospedale di Villanova, deputato alla riabilitazione fisica, sarebbe secondo la Regione Emilia da chiudere trasferendo la funzione nella vicina Fiorenzuola. In pieno centro cittadino. Senza un parco verde dove i pazienti che spesso restano ricoverati per mesi possano respirare un pò d’aria buona. Il problema nella gestione sanitaria diventa: qualità della vita o valutazione meramente economicistica? I conti devono sicuramente tornare, non ci sono più le risorse per tutto, ma diritto alla salute non è solo il diritto alla cura del corpo.

L’on.  Elio Massimo Palmizio Coordinatore Regionale di Forza Italia – Emilia Romagna ha trasmesso al Ministro della Salute lettera in relazione all’importante presidio ospedaliero “Giuseppe Verdi” di Villanova Sull’Arda (Piacenza).
L’on. Palmizio, in relazione a tale importante nosocomio riconosciuto come Centro di eccellenza in Italia per l’ottima assistenza ai mielolesi nonché struttura per riabilitazione intensiva con posti di unità spinale caratterizzati da un’alta intensità di cura, fa presente che è in atto la decisione del trasferimento di tutta l’attività di riabilitazione e di recupero a Fiorenzuola d’Arda, nonostante Sindaci dei Comuni di Parma e Piacenza, forti della petizione in atto contro tale trasferimento abbiano sollecitato più volte la Regione sulla delicata questione.
L’on. Palmizio chiede quindi al Ministro preposto se intende adottare iniziative per scongiurare il trasferimento dell’Unità spinale a Fiorenzuola d’Arda mantenendo inalterate struttura, funzioni e organico attualmente in forza all’ospedale, sia per l’importanza storico – culturale dell’ospedale e del Centro di Recupero che ospita, sia per l’eccellenza a livello nazionale in termini di riabilitazione di lesioni da traumi gravissimi, nonchè per l’importanza sociale, economica e strategica che riveste per il paese di Villanova sull’Arda.
Fabio Callori – Coordinatore Provinciale Forza Italia Parma e Provincia – Regione Emilia Romagna –  interviene sulla delicata situazione: “la scelta politica di chiudere l’Ospedale di Villanova, sempre ritenuto fiore all’occhiello della sanità soprattutto per la cura e per l’assistenza a persone con funzioni motorie compromesse a seguito di lesioni midollari, deve necessariamente essere rivista; l’Azienda USL e la Conferenza Socio Sanitaria devono impedire che questo accada. La convenzione approvata e sottoscritta da anni in merito all’ospedale di Fiorenzuola ne prevedeva la ricostruzione quantomeno con tutte le caratteristiche già insite. Fiorenzuola deve pertanto restare punto di riferimento di tutto il territorio.
Non è quindi concepibile e accettabile la decisione del trasferimento di tutta l’attività di riabilitazione e di recupero dell’ospedale di Villanova riconosciuta peraltro anche a livello regionale. La stessa deve quindi assolutamente essere mantenuta e addirittura potenziata con i necessari investimenti e i vertici hanno l’obbligo di impedirne la dislocazione e di rivedere le loro discusse e discutibili posizioni”.

“Politica 2.0”, lirica di Nando Mainardi, poeta in Fiorenzuola d’Arda

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Paesaggio con ombrellone verde a fiori, olio su tela di Ezio Sanapo

Pensava:
ormai i partiti
come luoghi
collettivi e partecipati
sono finiti.
Perché:
faticare
intervenire
ascoltare
litigare
interagire
organizzare?
Meglio:
postare
taggare
linkare
twittare
chattare.
Alla fine fondò
il partito monopersonale,
e quando si presentava
diceva: “Piacere,
Comitato Centrale”.