“Massoneria e sette segrete” di Epiphanius: considerazioni di Carmelo Sciascia, filosofo

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Ho letto di malavoglia un grosso libro di mille pagine circa; uno dei motivi che mi ha fatto giungere alla fine è stato l’incipit della premessa, la frase di Honoré de Balzac: “Vi sono due storie: la storia ufficiale, menzognera, che ci viene insegnata, la storia ad ‘usum delphini’, e la storia segreta, dove si trovano le vere cause degli avvenimenti, una storia vergognosa”.
Vi sono due storie, ci dice lo scrittore francese: una ufficiale falsa, quella conosciuta, ed una veritiera che non conosciamo, ed appunto perché vera, vergognosa. Tipico caso che tutti conosciamo, il Risorgimento italiano. Il piccolo Piemonte, un indebitato stato retto dalla casa sabauda, che conquista tutti gli altri Stati della Penisola e meraviglia, il ricco e grande Regno delle due Sicilie, grazie alla potente Inghilterra. Qualcuno dice grazie proprio alla massoneria inglese guidata da Palmerston. Che il Piemonte sia stato un esercito di occupazione è innegabile, che sia stata tutta e solo opera massonica (Cavour, Garibaldi e Mazzini lo erano), non ne sarei così sicuro, anche se molti protagonisti del Risorgimento erano stati bollati, già da Gramsci, come “…banda di avventurieri senza coscienza e senza pudore che, dopo aver fatto l’Italia, l’hanno divorata” (da Il Risorgimento-Einaudi 1954). Essendo la massoneria un’associazione luciferina scopo finale dell’unità d’Italia sarebbe stato, più che la creazione di una nuova identità nazionale, l’abbattimento del potere temporale della chiesa di Roma. Comunque sia, è certo che al riguardo i libri di storia sono stati sempre reticenti, il più delle volte imbevuti di retorica ottocentesca. Riconoscere la verità, cioè che l’unità d’Italia sia stata opera solo della massoneria, sarebbe vergognoso. La falsificazione della storia, è un fatto oramai riconosciuto da tutti. La storia è scritta sempre e solo dai vincitori. Ne abbiamo avuti tanti di casi recenti, come l’attacco militare all’Iraq o i bombardamenti nella ex Jugoslavia. Per dichiarare una guerra, bisogna creare un mostro: l’iracheno Saddam Hussein o il serbo Milosevic, poco importa; importante è la tecnica di persuasione. “Come si è detto, in democrazia l’importante non è la realtà in sé, ma piuttosto l’immagine di essa che i manipolatori occulti delle folle impongono tramite i mezzi di comunicazione, in particolare attraverso il mezzo televisivo”. La prima affermazione è quella che conta, le smentite che seguono non hanno alcuna efficacia. Tutti ricordano Hussein come un feroce e criminale dittatore, nessuno ricorda più che in Iraq non esisteva nessun arsenale chimico di distruzione di massa, tantomeno nessun potenziale atomico. Così come la catastrofe umanitaria nell’ex Jugoslavia che non c’era ad inizio del conflitto regionale, è stata invece “creata ad arte”. Il dramma umanitario e la cosiddetta pulizia etnica sono diventati reali solo dopo i bombardamenti della NATO che, anziché pacificare le varie etnie, ne hanno determinato lo scontro.
Il libro che ho letto con fatica è a firma di un pseudonimo “Epiphanius”, il titolo “Massoneria e sette segrete”, ha anche un sottotitolo esplicativo: “La faccia occulta della storia”. Edito da Controcorrente edizioni, già alla terza edizione.
E, se alcune affermazioni come quelle citate possono essere condivise, su altre, qualche riserbo non nascondo possa esserci.
Intanto cerchiamo di capire lo scopo del libro: fare conoscere le società segrete antiche e moderne, ma soprattutto l’intreccio che lega la storia dell’umanità con quella del proliferare delle sette. La storia ha avuto un percorso determinato da precise scelte di ordine economico e politico di poche persone, nel nostro caso, decisioni prese dai cosiddetti “Maghi”, i gradi più alti della massoneria mondiale. Alcune di queste associazioni sono abbastanza note come La Trilateral Commission (fondata nel 1973 da David Rockefeller) o I Circoli Bilderberg (la prima riunione indetta dallo stesso David Rockefeller, si tenne il 29 maggio del 1954, nei Paesi Bassi), altre meno note come Il B’nai B’rith (associazione ebraica fondata negli USA nel 1843) o La Pilgrims’ Society (società anglo-americana fondata nel 1902).
Il principio filosofico che ispira queste associazioni massoniche e segrete è la “Gnosi”: la conoscenza non si fonda su basi razionali, ma sulla consapevolezza della propria individuale divinità. Ogni gnostico ha la convinzione di essere depositario di una rivelazione divina, destinata a pochi eletti.
L’uomo è Dio, figlio di Dio e non vi è altro Dio che l’uomo”. I mezzi per giungere a questa consapevolezza sono l’insegnamento esoterico e la magia. Quindi ben vengano tutte quelle attività psicofisiche che possono essere riassunte col termine di paranormale: astrologia, alchimia, yoga, chiaroveggenza, telepatia, parapsicologia ecc…
Fine ultimo della massoneria raggiungere un mondialismo sinarchico, cioè un potere assoluto dove l’elemento religioso e quello politico siano fusi assieme. Dove gli opposti si conciliano: fede e ragione, scienza e religione, autorità e libertà. Scopo ultimo del massone è il raggiungimento di un’armonia mondiale: il Regno di Dio sulla Terra. La moderna massoneria nasce il 24 giugno del 1717, giorno di San Giovanni evangelista, a Londra. Esempio storico di associazione massone sarebbero stati i Templari.
Tra le tante affermazioni contenute in questo libro che lasciano perplessi, vi è ad esempio il vedere la quasi totalità della simbologia che ha caratterizzato la storia, antica, moderna e contemporanea, quali manifestazioni massoniche. Ad esempio sono da interpretare come simboli massonici: la croce, simbolo prettamente cristiano; l’uomo vitruviano di Leonardo da Vinci; il bastone alato con i due serpenti simbolo di Hermes-Mercurio; il simbolo della pace (fate l’amore non la guerra); la falce e martello, simbolo del movimento operaio; la scritta UNESCO, simbolo della cultura internazionale; il simbolo della FAO, simbolo dell’alimentazione e della agricoltura mondiale; e via via di questo passo.
Si può capire invece come alcuni simboli, possano avere un significato diverso da quello comunemente attribuito ed avere quindi attinenza con la massoneria: l’occhio di Dio che tutto vede, derivazione dell’occhio di Horus del Mito di Osiride; la stella della bandiera israeliana, derivazione del sigillo di Salomone, simbolo dell’unione di cielo e terra; la svastica adottata dal nazionalsocialismo tedesco ma di origine indiana; resta inteso comunque che il simbolo per antonomasia della massoneria rimane il compasso e la squadra (simbologia massonica sarebbe il fregio presente nel Dollaro degli Stati Uniti d’America; la stessa Torre Eiffel sarebbe una rappresentazione della prometeica spiritualità massonica).
Il comunismo viene accomunato al nazismo, come sistemi politici che hegelianamente annullano l’individuo nella “massa” e come tali propedeutici alla fondazione di una Repubblica Universale.
Tutti i movimenti politici e tutte le rivoluzioni che si sono succedute, dalla Rivoluzione francese a quella Russa, sono a detta dell’Autore, riconducibili ad organizzazioni massoniche. Finanziate da gruppi dell’Alta finanza, in prevalenza anglo-giudaico-americana.
Massimo teorico della massoneria sarebbe stato Jan Amos Kominsky conosciuto come Comenius o Comenio. Questo pedagogista appartenente ai Fratelli Moravi (già Fratelli Boemi), pastore hussita, ebbe una vita movimentata da fuoriuscito, intensa come pensatore e scrittore. Viene annoverato tra i massoni per aver posto a fondamento del concetto pedagogico di educazione, il concetto di “pansofia”: scienza universale che affratella l’umanità senza distinzione di religione e di nazionalità. Il suo programma così lo riassume Jean Piaget: unificazione del sapere (sistema scolastico internazionale), coordinamento politico (pace tra i popoli), riconciliazione delle Chiese. Conseguenza di queste scelte sarebbe, per i massoni il controllo dell’educazione ed un indottrinamento controllato su tutti i cittadini. Se è vero come sostiene Epiphanius e come dichiarato da Jacques Mitterand gran maestro della Loggia di Francia che “Le logge massoniche si sono battute perché la scuola sia obbligatoria, laica e gratuita.” Allora verrebbe da dire: che ben venga una ventata massonica in ogni angolo di questo mondo perché così si eliminerebbe l’insegnamento confessionale (religioso o politico), questo sì, foriero di dogmi e rassegnazione!
La seconda parte del libro credo sia quella più interessante, la storia europea dalla caduta del comunismo ad oggi.
Per compiere una rivoluzione l’alternativa democratica è la più desiderabile e la più permanente; il metodo puramente totalitario a lungo andare si autodistrugge” (Julian Huxley).
Non c’è dubbio che fino ad oggi sia andata così. E che quindi la massoneria abbia cercato di creare prima e di favorire poi i sistemi democratici dove possibile. Consapevoli di potere controllare i Partiti ed orientare l’opinione pubblica. Tutti siamo oggi consapevoli che una televisione ed una stampa indipendente non esistono. Già ad inizio novecento il redattore-capo del giornale per antonomasia, il New York Times, John Swinton rivolto ai giornalisti così dichiarava: “…Non c’è nessuno di voi che oserebbe scrivere le proprie vere opinioni, e già sapete anticipatamente che se lo facesse esse non verrebbero mai pubblicate. Il lavoro del giornalista è quello di distruggere la verità, di mentire spudoratamente, di corrompere, di diffamare, di scodinzolare ai piedi della ricchezza, e di vendere il proprio paese e la sua gente per il suo pane quotidiano. Noi siamo dei burattini, loro (i ricchi, dietro le quinte) tirano i fili e noi balliamo. I nostri talenti, le nostre possibilità, le nostre vite, sono tutto proprietà di altri. Noi siamo delle prostitute intellettuali”.
I massoni pensano così di educare le masse creando negli individui stati d’animo collettivi. A proposito rende bene l’idea Naom Chomsky quando afferma che il “gregge” viene convocato solo in tempo di elezioni per tenere viva nelle “pecore” l’impressione di vivere in democrazia e non in uno stato totalitario. Il popolo è diviso in una “classe specializzata” che rappresenta e difende i valori del potere privato e dello Stato che lo rappresenta ed il resto del branco che deve essere guidata dalle emozioni e dagli impulsi. La libertà sessuale e la droga favorirebbero uno stato di alienazione collettivo. I testi di psicologia sociale, come il testo sulla propaganda politica del prof. Serghei Ciacotin, sostengono che “l’ignoranza è dunque l’ambiente migliore per formare masse che si prestino facilmente alla suggestione”. (Sarà per questo che tutte le riforme della scuola italiana sembra abbiano come obiettivo lasciare i giovani nell’ignoranza e privarli di qualsiasi senso critico?). Anche la Chiesa non è immune dalla contaminazione dei principi massoni. Vengono a proposito riportate frasi del discorso pronunciato all’ONU nel 1965 di Paolo VI, mentre a Roma era in corso il Concilio Vaticano II: “…non si può concepire nulla di più elevato sul piano naturale, nella Costruzione ideologica dell’Umanità… Chi non vede la necessità di giungere così a instaurare una autorità mondiale in grado di agire con efficacia sul piano giuridico e politico?”. Sulla stessa scia Giovanni Paolo II. Sono le stesse massime autorità religiose che elogiano quegli organismi internazionali creati, secondo il Nostro, dai massoni per un governo mondiale della gnosi.
Riepilogando: sono molte le Associazioni che perseguono l’obiettivo di un Governo Mondiale, l’Europa Unita è una tappa in tal senso, l’ideologia della New Age plasma le coscienze preparandole ad una Nuova Era. Tralasciamo di elencare tutte queste associazioni mondialiste e citiamo i Parlamenti Transcontinentali che sono sostanzialmente due: i Circoli Bilderberg e la Trilateral Commission. Le decisioni di questi organismi vengono notificate dai vari G8, dall’Aspen Institute, dal Club di Roma o dal World Economic Forum di Davos. I Parlamenti Transcontinentali vengono affiancati da altre organizzazioni, tra le quali ricordiamo, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, la NATO. È interessante leggere come la concezione gramsciana dell’intellettuale organico sia stata presa a modello per la realizzazione di un blocco storico: “la Trilaterale deve porsi come il nucleo organizzativo di un blocco storico transnazionale” non finalizzato al riscatto proletario ma al “mantenimento di favorevoli condizioni per l’accumulazione di capitale su scala mondiale”, per l’egemonia di una classe capitalista supernazionale.
Lasciamo un momento da parte il libro di cui si è parlato finora e diamo una occhiata alla massoneria di casa nostra. In Italia abbiamo avuto l’esperienza della P2, una loggia massonica aderente al Grande Oriente d’Italia. Era stata fondata nel 1877, dal 1963 ne fa parte Licio Gelli, diventato poi Gran Maestro. Fascista, Agente della CIA, Organizzazione Gladio, Golpe Borghese, Strage Stazione di Bologna, scandalo Banco Ambrosiano, golpe in vari Stati dell’America Latina, queste alcune delle sue “onorificenze”. Disse di avere, con la P2 l’Italia in mano. ”Con noi c’era l’Esercito, la Guardia di Finanza, la Polizia, tutte nettamente comandate da appartenenti alla Loggia”. Ed ancora: “Il vero potere risiede nelle mani dei detentori dei Mass Media”: Berlusconi fu uno degli iscritti alla P2! Al di là dei giudizi di tutte le Commissioni Parlamentari, il più semplice ed immediato, quello di Pertini: “Nessuno può negare che la P2 sia un’associazione a delinquere”. Conseguentemente la P2 venne sciolta per legge nel 1982.
Ed oggi? Siamo nel Dicembre 2017, un’altra Commissione d’inchiesta, quella presieduta da Rosy Bindi, dopo mesi di audizioni ed indagini, sulla massoneria nostrana, così ha scritto: “Esiste un interesse delle associazioni mafiose verso la massoneria fino a lasciare ritenere a taluno che le due entità siano divenute una cosa sola. Ciò non significa criminalizzare le obbedienze”.
Il discorso sulla Massoneria rimane aperto e qualsiasi giudizio finale non può che rimanere sospeso, vorrei ricordare per concludere che delle organizzazioni citate, come i Circoli Bilderberg, la Commissione Trilaterale o Associazioni similari hanno fatto parte, secondo Epiphanius, personaggi pubblici che tanto hanno influenzato le scelte economiche come la politica italiana ed europea: Berlusconi, gli Agnelli, Giuliano Amato, Romano Prodi, Giorgio Napolitano, Giulio Tremonti, Enrico Letta, Mario Draghi, Carlo Azeglio Ciampi, Francesco Cossiga, Carlo Scognamiglio, Renato Ruggiero, Mario Monti.
Carmelo Sciascia

Verona città d’amore: la statua di Liang ShanBo e Zhu YingTai, storia d’amore d’Oriente, di fronte alla Tomba di Giulietta

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Verona: la statua collocata di fronte all’ingresso della Tomba di Giulietta, “Trasformazione di Liang Shanbo e Zhu Yingtai in farfalle”

Se ami qualcuno, portalo a Verona / perché Verona è la città dell’amore“.

Lo si legge sul sito del Comune veneto che ha saputo tradurre in mito (e soldoni) l’opera di William Shakespeare dedicata alla tragica vicenda di Giulietta e Romeo. Milioni di visitatori ogni anno arrivano da tutto il mondo per vivere in coppia un sogno d’amore percorrendo gli itinerari proposti dalla città. Dal famoso balcone nella presunta casa dei Capuleti, alla casa di Romeo, fino addirittura alla presunta tomba dove Giulietta avrebbe trovato sepoltura. Il tutto nientaltro che una grande trovata novecentesca, un’attrazione turistica costruita su una semplice leggenda nemmeno originale (Shakespeare trovò ispirazione in una novella scritta un secolo prima, ambientata a Siena e legata ad un altro tragico amore, quello tra Giannozza e Mariotto). Ma quello che conta non è tanto il reale, la verità. L’amore stesso non è altro che un sogno e Verona ha saputo diventare essa stessa il sogno da vivere in due, richiamando appunto migliaia di coppie innamorate ogni anno. Insomma, Verona si conferma città d’amore  e oltre all’amore e ai luoghi cantati da Shakespeare, propone anche altri amori in particolare quello di Liang ShanBo e Zhu YingTai (definiti Giulietta e Romeo dell’Oriente) dei quali possiamo ammirare la statua fuori dal cortile all’ingresso della Tomba di Giulietta. Una storia dolcissima (e altrettanto tragica) che riprendiamo dal sito Associna.

Si narra che verso il 500 D.C. in una cittadina dello ZheJiang vivesse una fanciulla bella ed intelligente.

Fin da piccola aveva studiato con i fratelli e diventata grande voleva continuare a studiare ma in quell’epoca le scuole erano aperte solo per gli uomini. Allora la fanciulla, di nome Zhu YingTai si travestì da uomo e convinse il padre a mandarla nella famosa città di HangZhou a studiare. Il padre, dopo le mille insistenze dell’amata figlia, acconsentì, seppur a malincuore.

E così YingTai partì alla volta della città con la sua ancella anch’ella travestita da uomo. Durante il viaggio incontrarono, in un padiglione costruito per i viandanti, un giovane bello e gentile, anch’egli andava ad HangZhou per studiare. I due giovani ben presto diventarono amici e decisero, prima di arrivare in città, di fare una cerimonia che li avrebbe legati più di due fratelli, per caso passavano su un grazioso ponticello, s’inginocchiarono e fecero la cerimonia.

Arrivati in città i due amici naturalmente entrarono nella stessa scuola. Condividevano la stessa stanza e lo stesso letto. YingTai era sempre vestita da uomo ma aveva paura di essere scoperta, soprattutto di notte, escogitò allora uno stratagemma: ogni notte metteva un’ampolla d’acqua in mezzo al letto tra lei e ShanBo, di modo che se fosse successo qualcosa l’ampolla si sarebbe rovesciata e l’avrebbe bagnata svegliandola. Ma non successe mai niente.


L’amicizia tra i due giovani diventava sempre più profonda e YingTai a poco a poco si innamorò dell’amico. Ma non poteva rivelargli la sua vera identità, la fanciulla infatti si vergognava e in quel periodo la donna non poteva rivelare per prima l’amore. Solo che ShanBo non aveva la minima idea che l’amico in realtà fosse una donna e non provava per lei che pura amicizia. La sola persona che sapeva la verità era la moglie del loro maestro a cui YingTai si era rivolta per conforto e consiglio.

Passarono tre anni e il padre di YingTai le ordinò di tornare a casa perch? era ormai tempo che lei andasse in sposa. YingTai non potè fare altro che obbedire. ShanBo l’accompagnò per un lungo tratto, nessuno dei due voleva separarsi dall’altro e YingTai per tutto il tragitto escogitò tutti i mezzi che le venivano in mente per far capire a ShanBo che in realtà lei era una donna e che lo amava. Avrebbe voluto sapere se anche lui provava lo stesso sentimento e se era disposto a prenderla in sposa. Ma lui non capì e alla fine si separarono. YingTai era disperata.

ShanBo tornato alla scuola era molto abbattuto e ripensava alle strane parole che YingTai gli aveva rivolto e a tutte le strane situazioni in cui si erano trovati in quei tre anni, ma non riusciva a capire. La moglie del maestro, che passava per caso, lo vide, e commossa dalla loro storia raccontò a ShanBo la verità. Tutti i pezzi del puzzle andarono al loro posto e a poco a poco ShanBo si rese conto che il sentimento che provava per YingTai era profondo amore. Parti’immediatamente per raggiungere la fanciulla e chiederla in sposa.

Purtroppo, quando arrivò davanti al padre di YingTai si vide rifiutato con violenza: il clan dei Liang era povero mentre il clan dei Zhu era ricco, mai il padre avrebbe acconsentito ad una simile unione! Liang ShanBo e Zhu YingTai ebbero un ultimo colloquio, angosciato e pieno di dolore e nostalgia sul balcone della fanciulla e poi ShanBo dovette andarsene. Appena fuori dalla stanza della fanciulla, venne acciuffato dai servi e sbattuto fuori di casa.

Il padre di YingTai subito combinò un matrimonio per la figlia: sarebbe andata in moglie ad un figlio del clan dei Ma e nessuna supplica della figlia fece effetto. Intanto ShanBo era tornato al suo paese natale, prostrato dal dolore si ammalo’gravemente e non potè fare altro che giacere a letto. Quell’inverno, con in mente l’immagine sfavillante del suo amore, il suo corpo non ce la fece e l’anima volò via e ShanBo morì. Nel suo testamento chiedeva di essere sepolto nella cittadina dell’amata e almeno questo suo desiderio venne esaudito.

Udita la notizia della morte dell’amato YingTai quasi impazzì dal dolore e supplicò ancora e ancora il padre di non mandarla in sposa al clan dei Ma. Ma il padre fu irremovibile, allora YingTai acconsentì ma a due condizioni: voleva vestirsi di bianco (il bianco e’il colore del lutto in Cina. nda) e voleva che la processione nunziale passasse accanto alla tomba di ShanBo, prima di arrivare alla casa del futuro marito. Il padre, pur di farla sposare accettò queste condizioni e venne preparato il matrimonio.

Il giorno stabilito, YingTai, vestita di bianco e con il cuore a pezzi, salì sulla portantina nunziale. La processione arrivò di fianco alla tomba di Liang Shanbo. Zhu YingTai alzò la tenda della portantina e con la voce rotta dal pianto urlo’verso la tomba dell’amato:
se è rimasto qualcosa del tuo spirito e del tuo amore allora apri la tomba!
se nulla invece di te e del nostro amore e’ rimasto, allora sarò moglie di un’altro!


Improvvisamente il cielo si rannuvolò, fulmini e lampi saettarono nel vuoto. La tomba di Liang ShanBo si aprì e prima che chiunque avesse il tempo di reagire Zhu YingTai si gettò nella tomba aperta. E la tomba si richiuse dietro di lei.

Il cielo ridivenne sereno, lampi e fulmini sparirono, la tomba di Liang ShanBo si riaprì e uscirono due farfalle che volavano assieme e insieme sparirono all’orizzonte.

Erano Liang ShanBo e Zhu YingTai.

Verona: la statua collocata di fronte all’ingresso della Tomba di Giulietta, “Trasformazione di Liang Shanbo e Zhu Yingtai in farfalle”

 

Mariotto e Giannozza, amanti in Siena, ispiratori della storia d’amore tra Giulietta e Romeo a Verona inventata da William Shakespeare

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L’ultimo bacio di Giulietta e Romeo. In realtà la storia è stata ispirata da quella di Giannozza e Mariotto, gli amanti senesi la cui vicenda venne narrata un secolo prima

La storia di Giulietta e Romeo, dei Capuleti e dei Montecchi e il percorso a sospirar d’amore proposto dalla fatal Verona? Come scritto ieri, tutto falso. Almeno per quanto alla concreta esistenza dei due personaggi. Semplicemente una formidabile trovata novecentesca che comunque porta sulle rive dell’Adige migliaia di turisti alla ricerca d’un sogno o d’una affermazione d’amore. La realtà è invece un’altra. Lo ribadisce Antonio Socci in Libero del 9 dicembre (clicca qui per collegarti): la (vera?) storia ci riconduce ai racconti di Masuccio Salernitano scritti addirittura nel 1476, addirittura più d’un secolo prima di William Shakespeare. La vicenda è quella dei due amanti Giannozza Saraceni e Mariotto Mignarelli.

Siena, Piazza del Campo, acquerello di Thomas W. Schaller

1340: Siena era divisa tra le due potenti famiglie dei Tolomei (guelfi) e dei Salimbeni (ghibellini) e con questi ultimi era schierata la famiglia di Giannozza, promessa in sposa ad un nobile Salimbeni. La scintilla dell’amore scocca improvvisa, inizialmente tra sguardi, parole sussurrate, in altre parole amor platonico che ben prestoperò  lascia spazio ad un velato erotismo (siamo ai tempi, ricordiamolo, del Decameron di Boccaccio). Il ritrovamento durante uno scavo della statua d’una donna bellissima posta sulla fonte di Piazza del Campo diventa agli occhi di Mariotto il buon auspicio che spinge i due giovani a sposarsi segretamente tantoché continuano a vedersi clandestinamente. Malauguratamente un giorno Mariotto sente rivolgere da un giovane nobile apprezzamenti non proprio lusinghieri rivolti a Giannozza, non riesce a trattenersi, gli molla una bastonata che lo uccide. Non resta altro che la fuga perché non può giustificarsi rivelando che Giannozza è la sua sposa. Viene così condannato in contumacia.

La sua fuga lo porta ad Alessandria d’Egitto, dove ha uno zio. Da lì scrive a Giannozza che però, nel frattempo, viene promessa sposa, dalla famiglia, a un rampollo dei Salimbeni. 
La ragazza dice di no al padre, va a cercare aiuto dal frate che l’aveva segretamente unita in matrimonio a Mariotto. Il frate s’inventa il trucco della pozione per inscenare la finta morte per tre giorni di Giannozza. La ragazza beve e il giorno dopo è davvero creduta morta e viene sepolta nella chiesa di Sant’Agostino dove quella notte stessa il frate la disseppellisce e la rianima. Lei si traveste da frate e s’imbarca per Alessandria d’Egitto. Prima però provvede a inviare una lettera a Mariotto dove lo informa di tutto. Purtroppo colui che avrebbe dovuto recare la missiva viene ucciso dai corsari, mentre il giovane innamorato riceve il biglietto del fratello che lo informa della morte di Giannozza. 
Mariotto sconvolto s’imbarca alla volta dell’Italia. A Napoli si traveste da povero pellegrino e arriva a Siena. Trascorre giorni a piangere sulla tomba dell’amata, finché pazzo di dolore una notte si fa chiudere nella chiesa deciso ad aprire il sepolcro e lasciarsi morire accanto alla fanciulla. Il sacrestano però lo scambia per un ladro, così Mariotto viene catturato e riconosciuto. Davanti al Podestà stavolta deve rivelare tutto, ma viene egualmente condannato a morte. 
Giannozza nel frattempo arriva ad Alessandria e scopre dallo zio il malinteso delle lettere. Così torna precipitosamente indietro. Arrivata a Siena  scopre che tre giorni prima Mariotto è stato impiccato. Distrutta dal dolore decide segretamente di entrare in un monastero a piangere la sua tragedia con poco cibo e niente dormire fino alla fine della sua vita. E dopo pochi giorni la giovane muore. 

 

La storia di Giulietta e Romeo? Una formidabile trovata novecentesca. Dal balcone, alla casa, alla famiglia, alla tomba, tutto falso.

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Un’immagine esposta nella ‘casa dei Capuleti’, la presunta famiglia veronese che mai ha abitato in quel di Verona

Bella, Verona. E bella la tanta gente, d’ogni età, che s’aggira per ponti, vicoli e strade, nel nome del reciproco o del desiderato amore. Ovunque cuori, lucchetti, poesie, d’amore atteso, d’amore verso, d’amore terso, d’amore intenso, d’amor negato. E paccottaglia. Magliette, cuori di plastica, statuette, magneti, anelli, guide, cartoline. Merchandising.

La statua di Giulietta all’ingresso della casa di fronte alla scala che porta al famoso balcone

Una grande capacità di evocazione turistica, un simbolo che richiama gente da tutto il mondo perché poco importa che la storia sia vera o falsa, quel che conta è il saper parlare, da parte dell’industria turistica veronese, al cuore che ha bisogno d’amore.

Il cortile interno ove s’affaccia il famoso balcone e in centinaia di migliaia portano il loro omaggio all’amor contrastato

E il tutto, allora? Semplicemente falso. Forse leggenda ma più realisticamente fantasia del narratore. Anzi, dei narratori. A partire dal balcone sul quale Giulietta sospirava e in centinaia di migliaia salgono, dopo il restauro e la riapertura dello scorso dicembre.

Il balcone, proveniente da Castelvecchio, parte integrante della furba trovata novecentesca dell’industria turistica veronese

Il balcone, scrive Francesca Fontanili, proviene da Castelvecchio come si può vedere in una foto che ritrae Vittorio Emanuele III nel 1926. Venne successivamente inserito diventando una fantastica trovata novecentesca.

L’allestimento di una stanza da letto di fattezza tardo medioevale dove nessuna Giulietta Capuleti ha mai dormito nè vissuto

Ma oltre al balcone si visita, alla ‘modica’ cifra di 6 euro, la casa, con tanto di dipinti, statua di Giulietta, affreschi, camera da letto ammobiliata, abiti dell’epoca ed altre (fasulle) amenità (pur caratteristiche ed allettanti). Scoprendo che non solo il balcone è un falso ma falsa è pura la casa poiché la famiglia dei Capuleti, se mai esistita, non ha mai dimorato in quel di Verona e l’abitazione (forse) può essere ricondotta per assonanza ad una famiglia Dal Cappello all’interno della quale di nessuna tragedia d’amore vissuta è dato di sapere.

All we need is love. Giuramento d’amore eterno a Castelvecchio

Scopri anche che nemmeno puoi ricondurre la vicenda esclusivamente alla fantasia di William Shakespeare. Secondo ad esempio Antonio Socci i veri protagonisti della storia ‘originale’ sarebbero Giannozza Saraceni e Mariotto Mignarelli, un tragico amore vissuto in terra di Siena e narrato da Masuccio Salernitano nel 1476, ovvero un secolo prima rispetto all’opera di William. Per tacer di altri narratori che, appunto, nel tempo ‘aggiornarono’ la storia fino al trasferimento dalla piazza del Campo senese in quel della fatal Verona.

Il lucchetto solitario senza sigle e iniziali, forse aspirazione per un amore atteso ma non ancora fiorito

Insomma, il segreto del luogo, della casa, della storia, é il simbolo per quanto farlocco dell’amore appassionato e tragico. Una furbata novecentesca veronese che tuttavia accarezza il cuore di tutti ad ogni età perché, come sempre nel novecento cantavano i Beatles, “all we need is love”, tutti noi sogniamo amore.

E per completare l’opera, l’allestimento della tomba di Giulietta. Un catafalco senza simboli e insegne come s’usava realmente con i suicidi nell’epoca dei secoli bui in bilico tra alto medioevo e rinascimento

“Fernando Botero” con le sue opere dell’abbondanza, riflessioni alla mostra in corso a Verona

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Fernando Botero Angulo, nato a Medellin in Columbia, uno stile originalissimo che lo rende se non proprio inviso quantomeno guardato con sufficienza da molti critici. I suoi personaggi? “Semplicistiche caricature di figure in carne“, sostiene Charmaine Picard.

Ma perché appunto i suoi personaggi sono sempre grassi? Attenzione. Tutto nei suoi dipinti è voluminoso: la banana, le arance, la lampadina, la palma, gli animali e, ovviamente, gli uomini e le donne. Botero usa la trasformazione o la deformazione come simbolo della trasformazione della realtà in arte. La sua creatività e il suo ideale estetico sono basati sulla forma e sul volume, per lui la deformazione deriva sempre dal desiderio di incrementare la sensualità dei suoi dipinti.

Dalle forme abbondanti dei suoi soggetti deriva, secondo l’artista, piacere, esaltazione della vita, perché l’abbondanza comunica positività, vitalità, energia, desiderio: sensualità, intesa come espressione di piacere. Insomma, ‘grasso, abbondante, è bello‘. Si tratta del resto di una concezione ancestrale, per la quale bellezza e abbondanza sono concetti strettamente collegati (ancora oggi per molti sudamericani e non solo una bella donna è considerata tale in virtù delle sue forme generose). Concetti del resto che hanno avuto valore (o continuano ad averlo?) anche per noi italiani, soprattutto negli anni successivi alla guerra fino all’inizio del boom economico: un bambino o una bambina grassottelli erano orgoglio e vanto per la famiglia, superamento delle tribolazioni degli anni della fame e degli stenti.

Certo, come ci suggerisce (e ‘indirizza’) la mostra in corso a Verona, le sue opere subirebbero l’influsso della sua gioventù ‘parrocchiale’ per cui nella realtà deformata non intravedremmo tentativi di giudizi, che, secondo Botero, sarebbero di competenza di qualcuno più ‘alto’ e non di un semplice artista del pennello e della tela. Al più a Verona vediamo, con una punta di ironia, rappresentare il ‘peso’ di ciascuno nella dimensione e nell’altezza prospettica dei diversi personaggi. Il Presidente (potere politico), poco più alto del generale, il prelato in parziale secondo piano, ancora più bassini gli industriali, quasi nani i lavoratori, bassissima la segretaria donna, posta all’ultimo gradino della scala sociale.

E il lavoratori del circo? Colori sgargianti, pieni d’allegria ma i volti? Seri, tristi. Insomma, allora non basta alla fine l’abbondanza del corpo? Allora un maggior coraggio, una maggiore chiarezza nel messaggio e nella scelta di campo dell’artista non avrebbe deluso perché non di sola apparenza e superficialità, vive l’arte? Ma non sarebbero, quelli che abbiamo appena evidenziato, chiarissime ‘scelte di campo’, sostanziali denunce sociali?

Infatti, devo dire, forse la parziale delusione di fronte alle opinioni ascoltate dall’audioguida (compresa nel prezzo del biglietto) nasce dalla selezione dei quadri proposta dal curatore, una selezione piuttosto ‘equilibrata’, diciamo all’acqua di rosa, apparentemente opere che non disturbano, non criticano, mostrano la potenza e la forza dell’abbondanza senza mai ‘disturbare il manovratore‘.

Dunque vero che non siamo al livello dell’arte che denuncia apertamente, Botero non arriva dal Messico rivoluzionario ma a ben guardare a sua volta, con buona pace di certa critica, turba gli schemi. Con buona pace del voluto ‘buonismo’ della mostra di via Forti che, di fatto, si schiera con chi vorrebbe l’artista e la sua opera relegati (abbondanza delle forme a parte) nella nebbia dell’anonimato.

Ovviamente nulla vieta che la valutazione di ciascuno di fronte ad ogni opera esposta possa essere positiva o negativa, che si possa pensare che altre opere più significative meritavano l’esposizione ma tant’è: in realtà l’artista, critici o non critici, ‘parla molto chiaro‘ e comunque sia l’occasione non può essere persa. Quindi, alla fine, Verona val bene un viaggio per incontrare l’arte “dei grassi” e dell’ottantacinquenne Fernando Botero che festeggia i suoi 50 anni d’attività con le sue opere che comunque sia lo pongono ai più alti ed originali livelli della contemporaneità.

 

 

 

“Amore, amore, oh, eterno amore”, oggi a Verona con le più belle frasi di Giulietta e Romeo

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Quando non sarai più parte di me ritaglierò dal tuo ricordo tante piccole stelle, allora il cielo sarà così bello
che tutto il mondo si innamorerà della notte.

Ama, ama follemente, ama più che puoi e se ti dicono che è peccato ama il tuo peccato e sarai innocente.

Buonanotte, buonanotte! Separarsi è un sì dolce dolore, che dirò buonanotte finché non sarà mattino.

Ride delle cicatrici colui che non è mai stato ferito.

Guarda come appoggia la guancia alla sua mano: Oh, potessi essere io il guanto di quella mano e poter così sfiorare quella guancia!

Che cosa c’è in un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo.

 

“Silenzioso tormento”, lirica di Catherine LaRose, poeta in Roma

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Immagine di Thomas Dodd

Quando un pensiero d’Amore
invade la mente
si fa materia
brivido
scuote i sensi
ti annoda a morsi lo stomaco
lo si stringe a sé
con tutta la forza del cuore
fino soffocare
Il respiro
fino sentire dell’anima
Il dolore
come lo si vorrebbe trattenere
se fosse lì
accanto a te
senza che lui lo sappia
mentre dagli occhi
già
gli stai scoppiando dentro

“Ma che bei caprioli / al riposo quotidiano”, foto di Maria Grisanti, poeta della natura

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Tre caprioli rilassati e dormienti..io la solita guastafeste appena mi hanno visto sono fuggiti ma mi sono goduta l’attimo..di vera fortuna!

Maria Grisanti

 

“Capodanno a Pola (Croazia)”, dissertazioni di Carmelo Sciascia, viaggiatore filosofo

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Parbleu, il Colosseo, Roma! Nintaffatto: anfiteatro romano, Pola, Croazia

Come tanti rimandi e collegamenti ci sono nelle vite degli uomini, così avviene spesso che tante coincidenze si manifestino pure tra città (non sono i paesi agglomerati di uomini?). Roma, tutti sappiamo sorgere su sette colli, non tutti sanno però che non è l’unica città a svilupparsi su un uguale numero di poggi. Avevo avuto modo di scoprirlo, anni addietro, visitando Lisbona: città fondata su sette colli. Questo capodanno ho potuto constatare che lo stesso destino è stato riservato alla città di Pola in Croazia. L’Arena della città istriana non può che rimandare al Colosseo di Roma: simboli di due città, città nello stesso tempo vicine eppure così lontane. L’una al centro e capitale della penisola italiana, l’altra fuori dai confini nazionali, città straniera.
Sì com’a Pola presso del Carnaro, ch’Italia chiude e i suoi termini bagna”, Dante cita Pola (Inferno, Canto IX, 113-14) come fosse città italiana di confine, ma sappiamo così non essere. Una sorte avversa avrebbe visto definitivamente assegnata all’ex Jugoslavia questa città: possibilmente più che la sconfitta militare, fu decisiva l’incapacità dei plenipotenziari, impegnati nelle trattative seguite all’armistizio, a disegnare gli odierni confini post-bellici; Benedetto Croce e Vittorio Emanuele Orlando indicarono costoro come affetti di un’ingiustificata “cupidigia di servilismo”.
Coincidenze: qualche anno fa ero stato nella città catalana di Alghero in Sardegna, una frazione di questa cittadina, dove oggi si trova l’aeroporto, si chiama Fertilia. Doveva, nelle intenzioni del governo fascista negli anni trenta, essere una città abitata da una parte della popolazione ferrarese in eccesso. È finita invece per essere, nel dopoguerra, popolata dagli esuli istriani!

Il ponte che univa Alghero e Fertilia. Si intrecciano con la storia di Alghero del Novecento le tragiche vicende degli esuli giuliani, istriani e dalmati, che giunti sulle coste catalane a partire dal 1947, in fuga dalle persecuzioni di Tito, popolarono la borgata di Fertilia.

La storia agisce “motu proprio”, non si sottomette ai progetti degli uomini, non è maestra di nulla: “La storia – non si fa strada, si ostina, – detesta il poco a poco, non procede – né recede, si sposta di binario-e la sua direzione- non è nell’orario”. Così potremmo dire, e diciamo, con Montale, e di Pola e di Fertilia.
Ho accennato all’affinità con Lisbona, per quanto riguarda i sette colli. Passeggiando per Lisbona avevo trovato, qualche anno addietro, seduto al caffè Brasileira, nell’antico e caratteristico quartiere Chiado, Fernando Pessoa: il maggiore autore della eteronimia. Stava seduto con i suoi baffetti, gli occhiali ed il suo cappello: sornionamente seduto.
Questo capodanno, a Pola, con l’Arena alle spalle, mi avviavo verso l’Arco dei Sergi, quando in Piazza Port’aurea, seduto al tavolino di un bar incontro un altro personaggio. Anche questo con baffi e cappello, anziché occhiali, un bastone da passeggio accanto alle gambe accavallate. Al Bar Uliks (il nome Ulisse, un omaggio alla sua opera più importante) c’è seduto James Joyce, tornato in quel posto dopo più di un secolo. C’era stato, lo scrittore irlandese, nel 1904 per due anni, città che non aveva per nulla amato e per questo l’aveva definita una Siberia con il mare, era voluto andare a Trieste quanto prima, adesso è costretto invece a rimanere a Pola!

James Joyce, esule dalla sua Irlanda, seduto al bar Uliks a Pola

Tra eteronomia e flussi di coscienza il passo è breve. La letteratura divide ed unisce, continuamente ed imprevedibilmente! Esule volontario dalla sua Irlanda, Joyce stava adesso seduto immobile al bar Uliks, piazza Port’aurea a Pola. Esuli, costretti dalla storia, tanti italiani avevano lasciato Pola, clienti probabilmente di quello stesso locale.
Parafrasando Honorè de Balzac, si potrebbe dire che vi sono dietro ad ogni avvenimento due storie, una ufficiale, menzognera, ed una segreta, vergognosa. Nel nostro caso, da italiani riguardo l’Istria del dopoguerra, si potrebbe dire che c’è stata una storia menzognera e vergognosa insieme.

1947: gli italiani ridotti a profughi, cacciati da Pola

Ci sono state le malefatte dei fascisti e le crudeltà dei partigiani di Tito. L’olio di ricino e le nerbate a chi non usava la lingua italiana e le foibe e l’esilio per chi era semplicemente di etnia italiana. E l’una cosa e l’altra si respirano passeggiando sulla bianca pietra d’Istria con cui sono lastricate le sue strade.
Ah, la storia! La storia della Chiesa ad esempio, di questa parte del territorio istriano, da Pola ci porta a Parenzo, essendo unica la Diocesi, unica come unica è la Diocesi di Piacenza-Bobbio. Un viaggio è anche una storia di Campanili. I Campanili si sa possono dividere o unire le città. Nel nostro caso le unificano, culturalmente ed esteticamente. Tant’è che i campanili emergenti di questa regione ci riportano alla memoria il prototipo di campanile cui si sono ispirati: il campanile di Piazza San Marco a Venezia.

Chiesa Eufrasiana, Parenzo, Croazia: non sembra il campanile di piazza San Marco a Venezia (sia pur ingrigito)?

Così strada facendo ci troviamo a Rovigno dove superato l’Arco dei Balbi, l’antica porta della città, ammiriamo la chiesa di Sant’Eufemia ed il suo campanile che si staglia contro il cielo e caratterizza, da lontano, il profilo della città.
Giungiamo così alla sede vescovile della Diocesi cui Pola fa parte: la cattedrale della città di Parenzo, nota col nome di Basilica Eufrasiana. Luogo di culto paleocristiano già dal trecento quando la raffigurazione del pesce simboleggiava, perché acronimo, il Cristo. Strana rappresentazione questo pesce della Basilica di Parenzo con fauci spalancate e denti aguzzi: sembra volere rappresentare un Dio vendicativo più del Vecchio che del nuovo Testamento! Il Battistero di questa Diocesi testimonia la celebrazione del battesimo per immersione per la presenza di una fonte originale in pietra, oltre a testimoniarci la presenza bizantina con i suoi splendidi mosaici nell’abside e nella facciata. Il viaggio di Pola sarebbe esaurito, essendo giunti alla sede vescovile della Diocesi cui fa parte. Ma il confine con l’Italia è ancora da venire, bisogna attraversare anche un altro Stato, la Slovenia. Altri campanili ed altre targhe a Pirano, ci ripetono storie già viste. La presenza dell’Associazione Dante Alighieri, campanili di altre chiese e di architetture proprie della repubblica di Venezia, ci ricordano il fluire della storia.
La storia che agisce “motu proprio”, che non si sottomette ai progetti degli uomini, che non è maestra di nulla: “La storia – non si fa strada, si ostina, – detesta il poco a poco, non procede – né recede, si sposta di binario-e la sua direzione- non è nell’orario”.
Carmelo Sciascia

“Conta fino a dieci”, romanzo di Paolo Cammilli, Sperling & Kupfer editori

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Fortunato, Diletta, Rosa, Nino, Pietro, Salvatore. Sei bambini chiusi in un cerchio, come per proteggersi. Sette anni il più grande, quattro e mezzo la più piccola. Isolato numero 4, un palazzo popolare del comprensorio Cielo Rosso, a sud di Catania, come da tutte le parti del mondo si gioca a nascondino, dietro le colonne, nel buio dei sotterranei. Così scompaiono due bambini, a pochi mesi l’uno dall’altro. Come, dieci anni prima, era sparita una bambina, poi ritrovata in fin di vita lungo i binari della ferrovia che lambisce i palazzi. Un solo elemento, macabro e beffardo, accomuna i tre casi: i piccoli si perdono nel buio mentre stanno giocando a nascondino. Nessuno ha visto niente, nessuno sa niente. Centinaia di famiglie, impantanate nella miseria, hanno e fanno paura. Le indagini, mollicce e pavide, imboccano vicoli ciechi e marciscono come le ringhiere dei ballatoi. Oscar Baldisserri, un quarantacinquenne senza capo né coda, una vita senza costrutto, attività molteplici (da ultimo impresario teatrale, protagonista dell’ennesimo fallimento), su chiamata del Procuratore viene catapultato fra quelle squallide muraglie di cemento, giusto perché, dieci anni prima, nel giorno della scomparsa di quella bambina, era stato visto gironzolare al Cielo Rosso. Ma chi al Cielo Rosso non ci è cresciuto resta un estraneo e per lui le cose son subito chiare: vien preso a sassate dai ragazzini che incontra solo perché chiede chi ha ammazzato quel cane la cui carcassa resta nella polvere, a poca distanza dal chiosco che vende bibita e birra. Ma non si arrende. Nemmeno quando Matilde, una ragazzina di 15 o 16 anni che già sembra donna vissuta, gli sputa in faccia. Così riuscirà a farsela amica anche grazie all’intercessione di Fortunato, il più piccolo e il più dileggiato di tutti i bambini, quello che tutti gli altri deridono perché ci vuol poco a spaventarlo e allora lui si piscia addosso. Non molla, Oscar, non molla nemmeno di fronte alle reticenze dello stesso Procuratore che, pur avendolo incaricato, lo depista, gli nega la verità, soprattutto mente sulle motivazioni che hanno indirizzato la scelta per indagare su di lui, come se lui potesse con facilità dialogare con quella gente chiusa in se stessa che, davanti alle divise, si chiude in un insuperabile silenzio in odore di complicità. Chi era quella bambina, Chiara, che dieci anni prima venne lasciata per morta sui binari della ferrovia in attesa del passaggio del treno? Chi la strappò alla morte certa? Dove è stata riportata, nascosta dalla Polizia? Esiste un collegamento tra la sua vicenda e la improvvisa nuova scomparsa dei due bambini? Siamo di fronte ad un serial killer tornato dal nulla? E se l’assassino fosse lo stesso Oscar la cui mente rigetta e rifiuta una verità nascosta? No, non può essere, grida Oscar a un passo dal lanciarsi nel vuoto, a un passo dal suicidio. Un istante prima, per sua fortuna, arriva il piccolo Fortunato che lo supplica di fermarsi, di non compiere quel gesto estremo. Ma allora chi? Ecco un libro letteralmente da divorare, con tanto di complimenti e di soddisfazione per aver conosciuto un eccellente scrittore. Consigliato, senza se e senza ma, agli amanti del thriller ma non solo.