“Di Ilde ce n’è una sola”, romanzo di Andrea Vitali, Garzanti editore

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Ed eccoci qui, in un’estate di tutto riposo liberi da tutto, libri e letture comprese. Poi improvvisamente ti capita tra le mani un Vitali narrante da Bellano e in una giornata quel libro lo divori letteralmente. Perché non c’è niente da fare, quando ti ritrovi davanti agli occhi un bravo scrittore narrante la lettura diventa riposo e liberazione tantoché non riesci a chiudere rinviando al giorno dopo e piuttosto, pur con l’occhio cadente, non molli manco di notte. Questa è la storia di lui, Oscar, cassintegrato costretto a casa a far nulla, e lei l’Ilde appunto impiegata tutto pepe che non trascura di far notare al marito chi porta a casa lo stipendio quello buono, chi tutti i giorni va a lavoro, chi deve sopportare un lavoro che richiede sempre più disponibilità. Ed ecco il giorno che squilla il telefono. Non è l’Ilde che dispone sul da farsi in casa. Dall’altra parte del filo un’impiegata del Comune di Bellano che informa Oscar del ritrovamento della carta d’identità senza fotografia ma indiscutibilmente dell’Ilde. L’Ilde a Bellano? 68 chilometri dalla loro casa di Fino Mornasco, più di un’ora di strada? No, no, dice l’Oscar, non è la sua Ilde, chissà quante Ilde nate nello stesso giorno vivono a Fino Mornasco. Due, dieci, cento Ilde e quella carta d’identità ritrovata nelle acque poco dopo l’Orrido bellanese di certo non è della sua Ilde. Eppure. Nome, cognome, data di nascita, addirittura indirizzo, tutto coincide. Oscar nel dubbio durante la notte controlla la borsetta dell’Ilde e nel buio tutto bene, la carta d’identità è regolarmente al suo posto. Tutto a posto, dunque. Nientaffatto. Un secondo controllo alla luce del giorno rivela che la carta d’identità nella borsetta dell’Ilde risulta intestata al signor giometra Berghetti di Vertemate, nemmeno 3 km da Fino Mornasco. Così Oscar si trasforma in detective ispettore casalingo, una mattina di buona lena si mette sulla strada e a piedi percorre quei 3 km alla ricerca del giometra Berghetti. Una storia triste e divertente nello stesso tempo che mette in mostra la quotidianità della gente, con le sue piccole miserie, le illusioni, il realismo degli equilibri che portano ad accettare anche anomalie nel nome del vivere fuor di romanzi. Perché questo racconta il libro di Vitali: la storia di Oscar, dell’Ilde, del giometra Berghetti e della di lui moglie alle prese con la menopausa. Piccoli grandi uomini alle prese con la loro quotidianità che, alla fine, può essere quella di tutti noi.

Che esca la Meglio Italia in un grande abbraccio comune di solidarietà

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Lo scritto in facebook di Gabriele Ghezzi, al quale Arzyncampo s’associa:

Aspetterò che lo sciame delle imbecillità che ho letto sui social per il terremoto si esaurisca. Fino a quel momento non aprirò nessun social…
Imbecilli razzisti del “prima gli italiani“, improvvisati imbecilli geologi e sismologi, gli strumentali imbecilli che inseriscono la politica da per tutto, gli imbecilli che si accapigliano con altri imbecilli…
Imbecilli sciacalli del web…
Feccia…

“Esortazione”, lirica di Michele Prenna, poeta in Varese

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Terremoto, tempera su tela, di Mario Nigro

Trasformate le parole in mani!

che scavano
che salvano
che consolano

Non parlate invano!

ancora trema la terra
ancora vive la speranza
ancora c’è chi respira

E basta promesse bugiarde!

si provveda ai superstiti
si prevenga per il domani
si rassicuri coi fatti

“Le notti differenti”, lirica di Francesco Montella

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La luna di una notte d’Amore, olio su tela di Franco Blandino

Non temo quelle senza luce
ma le notti senza sogni
quelle notti che portano burrasca senz’acqua
dove rovinosi sono i venti
e tristi … gli ammaraggi disperati
per una pesca nel fango
che d’asciutto lascia solo il cuore.
Temo l’attesa d’un domani
che mi traghetta l’oggi clandestino,
temo oggi i colori
per uno sbiadito ritratto di futuro.
Perchè le notti son belle
si riempiono di stelle
illuminano l’immaginazione
e ti parlano di luna e d’amore …
queste sono le notti che voglio!

“La collezione Marzolini ovvero l’arte del Novecento in mostra a Bobbio”.

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Rosa in piazza Duomo, olio su tela, di Georgein Raymond

Domenica Rosa Mazzolini da Brugnello (ma vissuta a Milano) qualche anno fa, nel 2005, ha donato alla Diocesi Piacenza-Bobbio una collezione composta da 872 dipinti e 27 sculture che rappresentano il Novecento artistico (realizzate tra gli anni ’30 e i ’60). Dallo scorso novembre buona parte delle opere sono visibili (sia pur purtroppo in ore e giorni limitati in base alle presenze turistiche ) a Bobbio in piazza Santa Fara nel Chiostro del Monastero di San Colombano.

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Carabinieri, olio su tela, di Rosai Ottone

Iniziativa straordinaria che rende onore al paese fondato da San Colombano nel medio appennino, in Val Trebbia. Che finalmente, 10 anni dopo la donazione ci consente di ammirare un consistente numero delle opere che fanno parte della collezione.

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Angoscia, olio su tela di Guidi Virgilio

Sono molte le iniziative culturali promosse dalla municipalità per volontà in particolare del Sindaco Roberto Pasquali: dalla settimana della letteratura al festival del cinema ed ecco appunto aggiungersi la mostra posta al primo piano del monastero e alla quale si arriva peraltro seguendo il percorso del Museo diocesano capace di riportarci ai secoli lontani, dal IX ad oggi attraverso paramenti, statue, reperti ecclesiali.

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Donne, olio su cartone di Maccari Mino

Sono 130 gli artisti rappresentati. Impossibile in questa sede dar conto di tutti loro per cui ci si limita ad una personalissima selezione partendo da Carlo Carrà (1881-1996) e citando i paesaggi luminosi e solari, le spiagge deserte, i monti sul mare, i capanni abbandonati ripresi nella sua amata Versilia.

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Gondoliere, olio su tela di Valenti Italo

Ovviamente inevitabile la citazione di Bruno Cassinari (1912-1992) di Gropparello, primo premio alla Biennale di Venezia nel 1952. Numerosi i volti di donna, espressione dell’amore materno. Uno stile che personalmente non ho mai ‘vissuto’ (perchè nell’arte non esiste il bello o il meno bello, esiste ciò che soggettivamente ognuno sa ‘vivere’ entrando nell’anima del dipinto) ma che proprio per questo va ammirata nella ricerca della comprensione.

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Esculapio Proctologo, olio su tela, Giorgio De Chirico

Giorgio De Chirico (1888-1978) presenta i suoi inquietanti manichini, le silenti Piazze d’Italia, i quadri ermetici, i rimandi alla mitologia, maestro del surrealismo.

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Passeggiata, olio su tela di Usellini Gianfilippo

Ecco Filippo De Pisis (1896-1956): nature morte, panorami cittadini realizzati in una luce diafana provocanti una sensazione di estatico estraniamento. Già visitato alla permanente di Ferrara, anche le sue opere, ribadendo il concetto della soggettività artistica, non sono mai entrate in simbiosi con la mia anima visiva. Ma ovviamente tanto di rispetto.

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Nascita, olio su tela di Recalcati Antonio

Citazione all’opposto per Léonor Fini, nato a Buenos Aires, ispirato dai pittori del ‘400 e dai manieristi del XVI secolo per arrivare ad una pittura ‘teatrale’ con paesaggi fantastici, giovani, donne calve, estraneazione sempre presente. Che, ad attirare la mia anima siano i richiami ad un erotismo sfacciato e ad un’atmosfera di mistero?

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Figura, tempera, di Fini Leonor

Ultime citazioni per poi lasciar spazio alla visita di persona: Lucio Fontana (1899-1968), Achille Funi (1890-1972), Virgilio Guidi (1891-1984), Umberto Lilloni (1898-1980), Mino Maccari (1898-1989), Piero Manzoni (1933-1963). Concludendo con un appunto: per ancora tutto settembre una parte dello spazio espositivo è occupato con un allestimento di opere provenienti dalla Galleria d’Arte Ricci Oddi, realizzando un binomio di confronto di grande interesse. Un’occasione che si spera ripetibile nel futuro ma intanto da non perdere: la qualità val ben la pena di affrontare quei 45 km che separano Piacenza da Bobbio. Buona visione.

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Tramonto, olio su tela di Recalcati Antonio

“Come eravamo negli anni di guerra – La vita quotidiana degli italiani tra il 1940 e il 1945” di Arrigo Petacco, Utet editore

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La domanda sorge spontanea, in chi non c’era: ma com’è possibile che dal consenso quasi totale alla dittatura mussoliniana gli italiani siano passati dalla parte dei partigiani sostenendoli, foraggiandoli, nascondendoli? Petacco con le 324 pagine del libro ci offre un’interessante chiave di lettura esponendo una serie di fatti estrapolati dalla lettura dei giornali dell’epoca sulla quotidianità del popolo lungo quei cinque anni. Certo da un lato ci sono i 300mila soldati morti o dispersi e catturati, figli, mariti di persone che comunque la guerra, fino al 1942, a parte il dolore per quei morti in terre lontane, la vivono apparentemente appunto da lontano, senza seri rischi personali. E infatti in realtà la partecipazione c’era, inizialmente gioiosa, attiva, convinta. Nell’agosto 1940 parte la raccolta del ferro e i cittadini, a partire dai cancelli, contibuiscono con entusiasmo e a Milano il ferro raccolto basta per costruire due incrociatori o mille carri armati. Dunque illusione, sacrificio, partecipazione che arriverà fino alla consegna delle fedi matrimoniali. Dicembre 1940: mentre si diffonde la voce di una grande vittoria italiana in Libia la gente esulta ma in verità l’esercito è in rotta e gli inglesi minacciano Tobruk. Il regime, attraverso la propaganda, mente. L’inverno è freddo e il combustibile è razionato, in Grecia i soldati sono bloccati tra le montagne, sotto le tende, tra la neve. In Italia moltissime stufe funzionano a legna o a carbone fossile, la lignite che provoca forti emicranie. In molte scuole i ragazzi devono portarsi la legna da casa. Ottobre 1941: in Sicilia si muore letteralmente di fame, a Roma il Campidoglio viene ribatezzato Campid’aria. Vengono distribuite tessere per l’acquisto del pane. Viene introdotto un sistema a punti per l’acquisto di vestiario: ogni cittadino ha diritto a 120 punti l’anno, con 80 punti acquisti un paio di scarpe, 60 punti un vestito da donna, 80 punti un cappotto tipo lana, 3 punti un fazzoletto, 30 punti una valigia, 10 punti un paio di calze. Sono i primi segnali di un dover ‘tirar la cinghia’ che porterà alla nascita del mercato nero e, per un tozzo di pane, gli italiani venderanno tutto: gioielli, abiti, mobili. Naturalmente esclusi gerarchi, industriali, nobili sulle tavole dei quali, tessere o non tessere, non mancheranno mai derrate alimentari in abbondanza. Ma alla fine la guerra, con tutta la sua terrificante potenza e crudeltà, arriva tra i civili, sulle città. Luglio 1943: Napoli nel giro di ventiquattro ore subisce cinque incursioni aeree e sotto la tempesta di bombe ci sono La Spezia, Reggio Emilia, Nola, Afragola, Latina, Ciampino. Il centro di Catania viene bombardato dal mare. Il 19 luglio bombe anche a Roma, i bombardieri radono al suolo un intero quartiere, distruggono la basilica di San Lorenzo. Sono 166 i morti, 1659 i feriti. Purtroppo non saranno i soli, ad ogni bombardamento s’accompagna la conta di centinaia di morti tra la popolazione civile. Fatti che parlano di una situazione d’essere parte attiva in una guerra senza averne adeguata preparazione e in assenza di una struttura industriale pronta a supportare lo sforzo bellico. Così il fascismo lentamente perde credibilità agli occhi degli italiani e altrettanto lentamente, passando attraverso migliaia di morti, svanisce quel consenso quasi totale che aveva accompagnato buona parte del ventennio. Un dato: come ricorda Petacco sono stati 300mila i militari morti. A questi però vanno aggiunti almeno 150mila civili che, senza potersi difendere, senza nemmeno sapere il perchè, hanno subito la stessa sorte spesso finendo sepolti nel crollo dei palazzi nelle città bombardate.

“Pinaccio 98 giri di Ballerini”, vita, opere e mostre di un artista poliedrico, Pontegobbo edizioni

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Mi chiamo Giuseppe Ballerini, ma tutti mi conoscono come Pino nonché Pinaccio. Sì, il 20 novembre 2011 saranno 98 e … che dire! mi sento secolare come le querce robuste dei monti dalla mia amata Valtrebbia. Sono nato a Bobbio e qui ho sempre vissuto, se si eccettuano gli anni di guerra e di prigionia. Sono stato contandino, cantoniere, musicista e cantautore ad orecchio, scultore e pittore autodidatta, poeta e … inventore. La mia ultima opera risale ai novant’anni. Li ho festeggiati pubblicando un cd (L’eco dei Sansoni) e un libro di poesie.”

Così si raccontava ‘Pinaccio’ Ballerini nel libro proposto da Pontegobbo edizioni a luglio 2011 in prossimità dei suoi 98 giri (anni) che appunto sarebbero stati 98 e non più (per chi desidera approfondire cliccando qui trova l’ultimo saluto pubblicato da PiacenzaSera) mentre il libro continua ad accompagnare le mostre con le opere di questo artista naif ed oggi giunge alla seconda edizione con alcune integrazioni (scritti, immagini e un intervento di Giangiacomo Schiavi, editorialista del Corriere della Sera).

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Opera di Giuseppe Pino Ballerini

Si tratta di appunti di vita, qualche fotografia familiare e di gruppi di lavoranti bobbiesi d’epoca, alcune poesie di un artista poliedrico e autodidatta che vanta sculture, performance, dipinti. Creazioni senza fine di lucro ma realizzate per il gusto di provare ogni volta uno stile nuovo, che mettesse alla prova. Qualcuno, mi racconta una delle tre figlie, proponeva opere su commissione ma niente da fare, non riusciva, non gli venivano. Le sue opere arrivavano dall’anima, dal cuore e se non arrivavano, non se ne parlava. Forse per questo erano sempre nuove, diverse, mai ripetitive.

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Ponte Organasco, opera di Giuseppe Pino Ballerini

In tutta franchezza probabilmente dal libro m’aspettavo qualcosa di più. Mi sono domandato: ma con una vita così intensa, a partire dai sette anni vissuti in prigionia nelle mani degli inglesi, quante pagine poteva riempire? Invece bisogna sapersi accontentare e del resto lui era uomo di poche parole, addirittura timido e come di poche parole ha vissuto così in poche pagine ci porta lungo il suo lungo percorso di vita. Con semplicità, senza enfasi e men che meno vanagloria.

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I mangiatori di legno, opera di Giuseppe Pino Ballerini

Salvoché si abbia voglia e pazienza di ‘integrare’ ed allora armati di santa pazienza e buona volontà possiamo avventurarci nella ricerca di copia di “Le mie poesie”, libro pubblicato dalla ‘Stamperia della luna nel pozzo’ di Roberto Tonelli nel 2004 oppure ancora seguire le mostre promosse dall’Associazione Quinto Quarto Pino Ballerini promossa dalle tre figlie (qui il link che porta alla pagina di facebook).

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Opera di Giuseppe Pino Ballerini

In questo caso proponiamo alcune opere riprese (da Dalila) alla mostra “Mangiatori di legno” organizzata dal 6 al 12 agosto su iniziativa del Comune di Cerignale nella suggestiva location della Stalla dei Barbetti che il Sindaco Massimo Castelli ha voluto ristrutturare destinandola appunto ad iniziative culturali.

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Opera di Giuseppe Pino Ballerini esposta a Cerignale

Da ricordare, concludendo, che nel periodo estivo (da giugno a settembre) le opere del Pino sono in esposizione a Bobbio, in vicolo Borghetto 1/3, e in particolare al momento  a cura di Chiara Gatti, critica e storica dell’arte, viene proposta la mostra “Sognai intensamente“, una raccolta visionaria per un diario di viaggio in un mondo vergine, nelle conche delle valli del Trebbia, un sentimento del sacro in natura. Ne vale la pena ed oltretutto è possibile l’acquisto del libro autobiografico e anche della citata raccolta di poesie.

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Opera di Giuseppe Pino Ballerini

Il 2 settembre al Museo della Poesia di Piacenza le liriche di Vittorio Zanetto

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Venerdì 2 settembre, alle ore 17,30, in via Pace 5, a Piacenza

Il Piccolo Museo della Poesia Incolmabili Fenditure presenta:

Vittorio Zanetto, la poesia che lascia suonare le piogge

introduce: Guido Oldani

legge alcune poesie: Massimo Silvotti

Vittorio Zanetto, che è il ritratto di una semplicità lombarda, la sa lunga e sa cosa dire e fare a questo mondo. Nato sui colli che chiameremo i Colli di Zanetto, nel luogo di Montichiari, vede ciò che guarda, trascrive quel che ha visto. Come una tovaglia che scuote le briciole da un lato, così è anche questa Lombardia che scuote genti nascenti e provenienti ad accatastarsi nelle città. Se dunque il paesaggio è una tovaglia, Zanetto si situa dalla parte delle mani che la scuotono. Nel tempo si vedrà ma, al momento, lui resta fuori dalla mischia. Sta nella casa avita e, con la matita dei suoi testi poetici, mormora, dice e ridice i suoi fiori di bosco, i frutti, i silenzi, le irrigazioni che vogliono appalesarsi. Zanetto, con mano fine, lascia suonare le piogge come si conviene. È lo spartito del sottobosco e di una periferia che in un’altra esistenzialità sarebbe forse l’ombelico del mondo. Lui sa che la natura sembra farsi da parte ma solo per riprendere fiato e poi, forse, sopraffare la metropolitaneità. Così Zanetto colleziona, edita, dà voce ai poeti come ai fiori di campo dell’universo mondo naturale. La sua casetta che stampa, che raccoglie e significa è un fortilizio di indispensabile ruvida propizia testimonianza

Guido Oldani

Vittorio Zanetto, nasce a Borgo Frissino di Montichiari durante la Seconda guerra mondiale e vive a Borgosotto di Montichiari (Brescia), dove nel 1964 ha fondato la Libreria Zanetti. Dal 1974 inizia l’attività della Casa Editrice Zanetti (poi mutata in Zanetto), dalla quale nel 2010 nasce la Fondazione Zanetto, di cui è presidente, sempre legata al territorio d’origine, anima del poeta. Libraio, editore, bibliofilo, poeta, storico, amico di Roberto Roversi, Mario Luzi, Alda Merini e Attilio Bertolucci, ha pubblicato Poesie (Gastaldi, 1973),Ed è quasi un sorriso (L’Italia letteraria, 1977), Guizzi (Vallecchi, 1983), Sabbie di fiume (Zanetto Ed., 1998), Trilli del nascosto inverno (Zanetto Ed., 2010), Poesia, ciò di dolcezza c’è… (Fondazione Zanetto, 2012). Le sue poesie sono state tradotte in spagnolo, tedesco, inglese e francese.

Guido Oldani, ha pubblicato sulle principali Riviste Letterarie del secondo Novecento e ha rappresentato l’Italia in numerosi consessi internazionali di Poesia: ai Festival Mondiali della Poesia di Medellin (Colombia, 2009) e Granada (Nicaragua, 2010). E’ autore delle raccolte Stilnostro (CENS, 1985; con prefazione di Giovanni Raboni), Sapone (Kamen, 2001), La betoniera (Lieto Colle, 2005). È stato curatore dell’Annuario di Poesia Crocetti ed è presente in alcune antologie, tra cui Il pensiero dominante (Garzanti, 2001), Tutto l’amore che c’è (Einaudi, 2003) e Almanacco dello specchio (Mondadori, 2008). Con Mursia ha inaugurato la Collana Argani, che dirige, pubblicando Il cielo di lardo e, nel 2010, Il Realismo Terminale. Nel 2013, sempre per Mursia, è uscita la raccolta di scritti sullo stesso Realismo terminale, dal titolo La Faraona ripiena (a cura degli italianisti Elena Salibra e Giuseppe Langella). È direttore del Festival Internazionale “Traghetti di Poesia” e fondatore del “Tribunale della poesia”; collabora con alcuni quotidiani nazionali, tra cui L’Avvenire e Affari Italiani. Ha vinto i premi “National Talent Gold 2012”, “Spoleto Festival Art 2012”, Premio alla carriera “Acqui Terme 2010”. È l’ideatore del Realismo Terminale e l’inventore della similitudine rovesciata.

Ma la sanità piacentina a trazione regionale, dove va a finire?

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Gianluca Zilocchi, segretario generale Cgil Piacenza

Ma la sanità piacentina a trazione regionale, dove va a finire? Una domanda sostanzialmente posta da Gianluca Zilocchi, segretario Cgil, subito dopo l’elezione del nuovo Presidente della Conferenza sociosanitaria, un nome che finalmente, dopo non poche vicissitudini e sottomanovre di corridoio, è uscito dal cilindro della politica piacentina e dalle mani alzate dei 48 Sindaci della provincia.

Un nome, ha detto Zilocchi, del quale si prende atto ma quali sono le linee di indirizzo della Conferenza? Quale il programma che delinea la sanità piacentina del futuro? Viene forse semplicemente preso atto del programma di riorganizzazione presentato dall’Ausl?

La Conferenza socio sanitaria territoriale piacentina

Insomma, i lavoratori Cgil, per il tramite del loro segretario, lamentano scarsa chiarezza e ancor meno trasparenza da parte della politica locale accusata di assenza, di mancanza di proposta e quindi in sostanza di immobilismo e di sudditanza rispetto ai piani di ridimensionamento che forse sono custoditi nei cassetti della giunta regionale e del Presidente Bonaccini.

Intanto proseguono le raccolte di firme da parte di comitati spontanei di cittadini che a loro volta chiedono chiarezza circa il destino della rete ospedaliera: vero che verrà ridimensionato l’ospedale di Castel San Giovanni? Che cosa succederà all’ospedale di Fiorenzuola? Vero che le strutture di Villanova verranno trasferite a Fiorenzuola? Esiste una politica di crescita del personale oppure prosegue il blocco totale delle sostituzioni in particolare con riferimento al personale di supporto amministrativo? Quale il futuro del nosocomio piacentino nel caso di unificazione con Parma? Sono credibili le parole del Sindaco Paolo Dosi che promette la posa della prima pietra dell’ospedale nuovo di Piacenza o sono solo parole in vista delle prossime elezioni amministrative da dimenticare il giorno dopo?

Oggi i rappresentanti del Comitato a difesa dell’ospedale di Villanova hanno consegnato al Presidente Bonaccini diecimila firme di cittadini mentre Zilocchi, come ha riportato il quotidiano Libertà nell’edizione del 9 agosto, è esplicito: “nella nostra città ci sono troppe situazioni sottovalutate che ci porteranno in autunno a combattere battaglie nel linguaggio a noi più consono: quello delle piazze”.

Insomma, per la sanità piacentina si preannuncia un autunno decisamente caldo. Salvochè i rappresentanti della politica, locale e regionale, non definiscano con chiarezza e metodo partecipato, il punto di arrivo del futuro prossimo venturo.

Alla Rovere Grande di Pieve di Montarsola, tra druidi e monaci seduti a meditare

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16 - 12Pieve di Montarsola, lungo la strada che porta al Passo del Brallo, una laterale alla statale 45 che da Piacenza attraversando l’Appennino sale sale per poi scendere fino al mare di Genova. D’un tratto incontri il passato remoto. La Rovere Grande.

16 - 18Una pianta che rifiuta la logica della sopravvivenza limitata alla fase dello sfruttamento da parte dell’uomo. Un rifiuto che probabilmente qui, tra la poesia delle foreste e dei boschi dei monti, è possibile. Purtroppo non in pianura, dove il progresso industriale non conosce pietà per gli alberi secolari, ormai inutili.

16 - 20In verità anche la rovere non è propriamente all’apice della salute: da quanti secoli svetta al centro del bosco? Tanti ed ora può a buona ragione vantare il diritto alla stanchezza. Peraltro colpita da un fulmine resta ormai in piedi solo grazie alle funi che la sorreggono tenendola immobile. Le ferite ci sono e sono ben evidenti. Eppur non cade. Resta come un santuario, un tempio che racconta (a chi sa leggere e ascoltare) di tempi lontani.

16 - 23Fin dalle origini, furono i boschi i primi luoghi del culto. Nella foresta risiedevano gli dei. Scriveva Plinio il Vecchio: “Non meno che le statue divine dove splendono oro e avorio, adoriamo i boschi sacri e, in questi boschi, il silenzio”; e ancora, come recita un’antica preghiera lituana rilanciando il medesimo concetto: gli alberi sono un dono. “Non permettere che io tagli alcun albero senza una sacra necessità… Concedimi di piantare sempre alberi, perché gli Dei guardano con benevolenza coloro che piantano alberi lungo le strade, in casa, nei luoghi sacri, agli incroci…”.

16 - 22In tutto il pianeta, la sacralizzazione delle foreste fu all’origine di molte civiltà. L’albero, immagine di rinascita e promessa di immortalità, fu un simbolo universale, trasversale al tempo e allo spazio. “Nel più lontano passato, molto prima che l’uomo facesse la sua comparsa sulla terra, un albero gigantesco s’innalzava fino al cielo. Fonte di ogni vita, l’albero dava riparo e nutrimento a migliaia di esseri. Tra le sue radici strisciavano i serpenti, gli uccelli si posavano sui suoi rami. Anche gli dei lo sceglievano per soggiornarvi”.

16 - 10Nelle foreste meditavano i druidi, sacerdoti dei popoli d’origine celtica e l’area della Rovere Grande non è escluso li vedesse passeggiare, seduti qua e là sotto gli alberi, immersi nella contemplazione o nella divinazione. Secoli dopo nelle foreste sorsero i monasteri. Nel VI secolo, in Irlanda, San Colombano costruì il suo primo convento in una radura consacrata agli dei e, a settantanni compiuti, venne incaricato di realizzare proprio in Val Trebbia il monastero di Bobbio, sovrapponendo la cultura cattolica al paganesimo dei residenti d’origine celtica.
16 - 14La pieve di Montarsola sorse nel IX secolo come dipendenza del monastero bobbiese divenendo in seguito oratorio dedicato a San Giacomo e infine santuario dedicato alla Beata Vergine della Guardia ma, ne sono certo, nel bosco del Parco Roverella dove si trova la Rovere Grande, davanti ai miei occhi sono apparsi quegli uomini con lunghi bianchi capelli e barba grigia intenti nella conversazione ad un gruppo di giovani ragazzetti seduti in cerchio: stavano trasmettendo del sapere sacro e profano, uno dei compiti dei sacerdoti, i druidi. Ed io, in silenzio, nonostante lo sguardo severo dei due monaci poco distanti, mi sono seduto nel cerchio, ad ascoltare.
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