Saluto all’immagine d’accompagno ad Arzyncampo, la chiesa di San Lorenzo a Cerignale

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Finise settembre ed ecco l’immagine (di copertina) che se ne va, ci abbandona, esaurito il suo tempo. Merita però un saluto affettuoso perché ha rappresentato l’estate. Cerignale, il secondo paese meno popolato della Regione Emilia dopo Zerba, entrambi tra i monti dell’Appennino piacentino, a pochi chilometri l’uno dall’altro ed entrambi a pochi kilometri dalla vicina Liguria. Difficile vivere lontano dalla società dei consumi, ritornare alle fatiche dell’agricoltura, dell’allevamento animale, dei pascoli, dei prodotti dei boschi. Certo qui tutto ha colori e soprattutto sapori diversi. Cespi di insalata, rossi pomodori, zucche, carote, uova, carni selvatiche. Nulla a che vedere con quanto troviamo sui banchi dei supermercati o sulle bancherelle dei mercati cittadini. Per tacere dell’aria, dell’ossigeno che tantissime piante sanno ‘elargire’ con generosità. Eppure i più se ne vanno. Muoiono gli anziani e i giovani sono già altrove, i figli in città o nei paesi della pianura, i nipoti negli States Hudson, Baltimora, Tuxon, oppure ad aprire ristoranti oltre Manica. Lungo la strada, quella statale 45 che ti porta a Zena, superato Bobbio e poi Marsaglia, non è raro imbattersi in case abbandonate che stanno proprio lì, sul ciglio. Case cantoniere, case di un passato contadino, case sulle quale ancora svetta la scritta ‘trattoria’ o una vecchia tabella arrugginita ‘Sali e Tabacchi’, capanni per attrezzi a disposizione di cantonieri in pensione da anni non sostituiti con una manutenzione conseguente, un tanto al kilometro ed erbacce trionfanti. Vetri delle finestre rotti, tapparelle serrate con pezzi mancanti, porte in legno chiuse e malridotte, pareti scrostate, erba imperante, qualche tetto già crollato e può capitare di ammirare una famiglia di cinghiali in transito, lucertole a godere del sole e serpentelli in attesa d’arrotamento. Fa tristezza, questa strada tra il monte da un lato e il dirupo dall’altro, il fiume a un centinaio di metri laggiù in fondo. Ma quando siamo arrivati, in una bella giornata di sole, a Cerignale per visitare una mostra organizzata in una stalla restaurata (leggi qui la cronaca), la tristezza è sparita. Tanti villeggianti nelle case ristrutturate e nelle stradine oppure seduti su panchine a disposizione, un albergo, fiori, fontane, un terrazzamento dal quale ammiri campi lavorati, balle di paglia, pascolo, verde, verde, tantissimo verde.  Pace e silenzio rotto solo dalle voci della gente. E da quel trattore in una vigna non troppo distante. Una vera e propria realtà da sogno anche se … temo ormai di essere contaminato, sono ormai troppo vecchio per pensare di abbandonare l’aria pesante della pianura, il caos assordante del traffico, lo stress, l’ansia, a tutto quello cui sono ormai purtroppo assuefatto. Purtroppo Cerignale non sarà la mia residenza permanente ma il ritorno, in questa splendida valle, sarà certo. Per un pranzo all’Albergo del Pino, per un saluto al Sindaco, per bere un bicchiere alla Fonte della Pace. Saluto così l’immagine della chiesa di San Lorenzo, simbolo imperante in testata ad ‘Arzyncampo’ in questo mese di settembre a rappresentare questa estate che ormai ha attaccato il sole e il caldo al chiodo. Alla prossima bella stagione, magari già a Primavera..  

 

“Uomo mesto lento s’allontanava col suo barbecue”, lirica di Claudio Arzani

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Giunse l’ora di chiudere la festa,
finite salamelle e anche l’insalata
per non parlare delle botti di vino
tutti i partecipanti stesi a dormire.
Restò semplicemente quell’uomo
in strada triste solo abbacchiato
uomo mesto senza neanche il frac
lento s’allontanava col suo barbecue.
Venne il buio e le luci spente
chiuse finestre, sprangate porte,
le strade vuote di lampioni illuminate
ma d’un tratto ecco, luce, sole, alba risorge.
Un occhiata al cielo, blublubbla caffè,
tutti in fila si riaccende carbonella,
musica, ballo, vino rosso, burtleina,
coppa, salame, di nuovo è dì di festa.

“E’ qui che ti vengo a trovare”, lirica di Ileana Zara, poeta in Cerredolo (Re)

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Vista su cimitero, olio su tela, di Fabio Cipolla

Qui complici pini ed eucalipti
alti e poderosi proteggono
immobili il silenzio.

Qualche volta il vento
fa ballare rami e foglie
ma senza disturbare

I viali sono lunghi e stretti
mazzi di fiori e attrezzi
sporgono dalle braccia.

Passi leggeri e strascicati
quasi senza peso
timorosi sfiorano la terra.

È qui che ti vengo a trovare
mi accompagna il sole
a scaldare ossa e marmi

anche io col mio mazzo di fiori
e parole mute.

È qui che ci diamo appuntamento
ma è nel mistero dell’assenza
che il mi manchi ascolti.

“Settembre”, lirica di Silvana Trabanelli, poeta in Ferrara

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Settembre su fronde rosse, olio su tela di Paolo Salvati

Dorme il vento
in cespugli di sangue
fruscianti
dolce un canto
di malinconia
sulle trecce sciolte
della terra
che s’è data
a un bacio violento di sole
inebriante di rose incarnate
vago di promesse
sul labbro dischiuso
dei frutti maturi.
Caligine ambigua di sensi
vanisce
e una luce diffusa
di trasparenze che sanno
ritaglia il profilo
dei tetti
sotto un cielo sereno.
Odore forte
di tutte le cose disfatte.
Una stilla di lagrima
freme
in nere pupille di grappoli

“Piacenza ammonisce: c’è qualcosa che non va nel mondo del lavoro se si muore per difendere diritti”, di Carmelo Sciascia

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21 settembre, vigilia autunnale di una delle più calde estati, Piacenza ha salutato la salma di Abd Elsalam Ahmed Eldanf, operaio della logistica, investito da un camion durante una trattativa sindacale, tra l’Unione Sindacale di Base e la dirigenza della GLS. L’episodio come tutti sanno ha generato un moto d’indignazione popolare che è sfociato nella manifestazione del 17 cm proclamata dal sindacato USB, cui faceva parte l’operaio egiziano. Abbiamo tutti noi piacentini un rendiconto preciso e completo della manifestazione, già descritta dalla stampa, dalle registrazioni audio visive o, come nel mio caso, da una diretta partecipazione. Sui fatti credo ci sia poco da aggiungere, non ci rimane che attendere la conclusione delle procedure legali e giudiziarie per porre la parola fine all’episodio particolare. Ma nel frattempo credo che alcune considerazione possono essere formulate, anche perché ci sarebbe da scindere la storia di questo episodio “stricto sensu” con la rappresentazione simbolica dello stesso.
Il fatto indiscutibile è che siamo in presenza della morte di un operaio che si trovava nel suo luogo di lavoro per portare avanti le proprie rivendicazioni sindacali.
Comunque si siano svolti i fatti è sembrato prematuro che la versione degli organismi ufficiali parlasse, seduta stante, di “incidente”. Una versione che si stenta a credere, dopo le tante precise e dettagliate versioni cui siamo stati abituati in seguito a tanti fatti delittuosi che hanno martoriato la nostra penisola, da Piazza Fontana, fino ai fatti di Genova. Visti i precedenti “storici”, i casi noti e meno noti, sarebbe stato opportuno astenersi da qualsiasi versione ufficiale da dare subito alle agenzie di stampa, sarebbe stato meglio un più razionale e ponderato attendismo: c’era da sentire tutti i testimoni, visionare tutte le registrazioni, fare tutti i rilievi sul mezzo e sul luogo, in meno di mezza giornata sarebbe stato impossibile potere fare tutto ciò.
Un altro fattore di immediato impatto sull’opinione pubblica è stato diffondere un facile allarmismo. Se ad una versione ufficiale che chiudeva il caso come semplice incidente si fosse aggiunto un senso diffuso di paura – può darsi sarebbe prevalso il primitivo istinto di sopravvivenza – la manifestazione poteva andare deserta. Vedere una città privata delle sue vetrine, dei negozi del centro, è stato alquanto deprimente. Negativo per i negozianti che si sono visti decurtati dell’incasso di un giorno settimanale come il sabato, disastroso per l’immagine della città nel suo insieme, se teniamo conto che molti erano venuti da altre città, ed hanno visto solo fogli di carta coprire le vetrine e le insegne. Sarebbe stata bastevole la carta a proteggere i negozi da eventuali danneggiamenti? La città avrebbe mostrato con quei fogli appiccicati con lo scotch il suo aspetto più “accogliente”?
Terza osservazione, l’assenza di qualsiasi altra sigla sindacale che non fosse quella dei Sindacati di base. Porre all’attenzione dell’opinione pubblica un fatto delittuoso che si è verificato su un posto di lavoro, credo vada al di là di qualsiasi sigla sindacale, ed avrei visto come inalienabile la presenza di chi crede di rappresentare i lavoratori. La presenza di altre sigle sindacali sarebbe dovuta esserci: è necessario condividere, a qualsiasi costo, ciò in cui si crede, correndo il rischio anche di venire contestati, se ci si crede davvero.
Altra constatazione, l’assenza di qualsiasi rappresentanza delle istituzioni, a qualsiasi livello. L’istituzione più vicina ai cittadini dovrebbe essere il Comune. L’Ente locale sarebbe dovuto esserci per due motivi: il fatto è avvenuto nel proprio territorio ed in un ambito, quello della logistica, fortemente voluto dalla politica municipale. Quello che comunque risaltava all’occhio del cittadino comune non era l’assenza tout-court di rappresentanti ma l’ immagine che dava di sé l’istituzione comunale: asserragliata nella sala consiliare. Tutti conosciamo la bella architettura di palazzo dei mercanti, quel giorno appariva ancora più maestoso, perché imbandierato, ma spettrale nello stesso tempo, perché il portone principale era presidiato, come sigillato, da una camionetta e da poliziotti in assetto antisommossa. No! Il Comune doveva rimanere aperto, è il presidio che rappresenta tutti i cittadini, tutti i piacentini, comunitari o extracomunitari, che a qualsiasi titolo risiedono e lavorano in questa città, e non dimentichiamo che si manifestava perché un operaio di questa città, in questa città, era morto! Di contro, se le porte del Comune erano sbarrate dai poliziotti, ricordo che al passaggio del corteo in Piazza Duomo, le porte della Cattedrale sono rimaste aperte.
Dicevo all’ inizio: ci sarebbe da scindere la storia di questo episodio “stricto sensu” con la rappresentazione simbolica dello stesso. Ed allora quale il valore simbolico di questo episodio? Credo siamo lontani oramai dal latino “Festina lente” (affrettati lentamente: pensa velocemente senza soccombere al ritmo della velocità quotidiana ) e sia rimasto solo il senso della velocità. Credo che l’operaio ucciso sia una vittima, come lo sono i tanti autotrasportatori che devono essere “veloci”: gli uni e gli altri ,vittime sacrificali della cultura dell’efficientismo e del profitto. Se oltre ad Elsalam, in questi giorni si è continuato a morire sul lavoro, c’è qualcosa che non va nel mondo del lavoro, in particolare nelle leggi sul lavoro che tolgono continuamente salvaguardie, espongono i lavoratori a turni sempre più estenuanti ed a continui ricatti. Ecco per tutto questo io c’ero e, c’ero anche per qualche altra organizzazione che ci sarebbe dovuta essere, quale rappresentante delle vittime, del e sul lavoro, che purtroppo presente in tante altre occasioni, era quel giorno assente.
Carmelo Sciascia

“Il soffio del vento – Da Chernobyl a Caorso”, resoconto di rap-presentazione a Cerignale, monti dell’Appennino

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Da sinistra: Massimo Castelli, Sindaco di Cerignale, Adele Mazzari, già Preside del Comprensorio Scolastico di Bobbio, Claudio Arzani, autore de ‘Il soffio del vento’, Dalila Ciavattini in veste di ‘lettora’

Massimo Castelli, Sindaco di Cerignale, in apertura di serata mi ha ringraziato per aver scelto di presentare “Il soffio del vento – Da Chernobyl a Caorso trent’anni dopo” in una location (come s’usa dire oggidì) tra i monti dell’Appennino, a 725 m. s.l.m., nel piccolo Comune di Cerignale (127 anime) anziché in ambienti sicuramente di maggiore attrattiva come, ha citato, il Salone Sant’Ilario a Piacenza, facilmente raggiungibile. Del resto, ho risposto, uno dei tanti messaggi proposti nel libro è appunto che ogni scelta che possa definirsi ‘progresso’ non può prescindere dalla qualità e dal rispetto della vita. Due valori non certo ottimali in pianura, nell’industriosa Piacenza, e invece sicuramente presenti a Cerignale, un ambiente incontaminato, un paese immerso nel verde, caratterizzato dal recupero di ambienti legati alle tradizioni contadine: dal forno del pane, al lavatoio, alle fontane, alla stalla oggi destinata ad esposizioni artistiche.

Letteralmente: Cerignale by night (foto di Milena Gardella)

Lo stesso non può certo dirsi del nucleare: troppi gli incidenti (Chernobyl, Fukushima, ma almeno altri 130 spesso ignorati dal mondo, taciuti dai governanti), troppi i drammi con i quali dovremo convivere per decine d’anni. Sono passati trent’anni dall’esplosione della centrale V.I. Lenin di Chernobyl eppure ancora oggi i campi dell’Ucraina e soprattutto della Bielorussia rivelano la presenza di cesio 137. Viene così condizionato il ciclo alimentare in paesi basati sulla coltivazione e sull’agricoltura: veri e propri dammi per l’economia e soprattutto per i bambini che continuano a nascere risulta sempre alto il rischio di tumori alla tiroide o di ammalarsi di leucemia.

Per questo è importante continuare a credere nei programmi di assistenza grazie ai quali diverse associazioni accolgono bambini che per un mese vivono affidati a famiglie italiane e basta quel mese per migliorare il loro sistema di difese immunitarie. Questo è il vero messaggio del libro come ha ribadito Adele Mazzari, Preside del Comprensorio scolastico di Bobbio, con la testimonianza della sua esperienza pluriennale di accoglienza di Cristina, oggi diciannovenne neodiplomata già inserita al lavoro (tutto un altro sistema, rispetto alla nostra presunta ‘civiltà’.

Ed è importante far conoscere alle nuove generazioni ciò che non hanno vissuto ma che ancora minaccia il mondo: alla fine della serata, al momento dell’acquisto del libro, un signore indubbiamente ‘avanti con gli anni’, ne ha chiesto copia, autografata naturalmente e, una volta avuto il libro tra le mani candidamente ha dichiarato “lo compro ma non lo leggerò” ovviamente sorprendendomi.

Scusi, ma come mai?”

Sorridendo ha risposto “perché quei giorni li ho vissuti, ricordo tutto, non potrò scordarli mai”.

Bene, allora lo faccia leggere alle sue nipoti”.

Certo, ha risposto la moglie, l’abbiamo preso proprio per quello”.

Insomma, una serata d’emozione. Dalle funeree previsioni del tardo pomeriggio, quando in pianura fino alle prime pendici appenniniche si scatenava la tempesta d’acqua di grandine ed arrivava un sms dall’amica Carla Zoni di Piacenza: “affrontavo volentieri i 66 km per venire ma con il tempo che c’è …”.

Ma niente panico: il ‘riequilibrio’ si chiama Livia Arduino che, mentre con Dalila si sta per arrivare a Cerignale, telefona per annunciare l’arrivo da Agazzano, 61 km di curve e serpentine “grazie al passaggio che mi ha offerto un amico, Luigi”.

All’arrivo in paese ci accoglie Paola Nobile che qui è nata, che ha voluto e creduto nell’iniziativa, l’ha promossa, la sostiene, che alla fine dirà “davvero una serata speciale! Chissà … magari la prossima estate vedremo correre i bimbi di Chernobyl lungo le stradine del paese”. Nell’attesa si cena all’Albergo del Pino, con Adele Mazzari al desco comune con il fratello e altri quattro amici, che ribadisce la necessità di assistenza per questi bambini: “anche quest’anno siamo dovuti intervenire garantendo assistenza sanitaria di prevenzione”.

Altra sorpresa, stavolta per Dalila: Filippo Vitelli e Milena Gardella, del tutto inaspettati, mentre conclusa la cena poco prima delle 21.00 ci stiamo incamminando verso l’Auditorium del salone ‘Don Gallo’, arrivano da Caverarso, 30 km ma tutti tra i monti tantochè difficile pensare a meno di un’ora di viaggio per sentire i brani che vengono poi letti.

Tacendo infine di Adele Andreoni disponibile ad immortalare la serata (le immagini del post sono scatti suoi), di chi già aveva assistito alla presentazione di Bobbio e stavolta ha voluto portare la giovanissima nipote.

Insomma, partecipazione con 21 presenti in sala e obiettivo garantito: nucleare e progresso non vanno a braccetto, Hiroshima, Nagasaki, Chernobyl, Fukushima sono stati prezzi troppo alti, con conseguenze permanenti che pagheremo (e soprattutto sono i nostri figli, il nostro futuro, a pagare) per troppi anni ancora.

Un messaggio finale, dunque: non roviniamo quegli angoli felici del nostro mondo dove ancora si vive ‘a misura d’uomo’, non roviniamo Cerignale, le piante che ci regalano respiro puro, i prodotti locali della terra, i panorami, un modo di vivere sereno in salute. Il progresso significa no ai bambini in ospedale, no alla terra avvelenata, no alle acque inquinate, no alle mutazioni genetiche di pesci, uccelli e animali del bosco, no al finto progresso rappresentato dal nucleare.

“Il delitto del conte Neville”, romanzo di Amélie Nothomb, Voland editore

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Leggere Amélie Nothomb è sempre una sorpresa appassionante: riesce a trasportare il lettore in un mondo surreale dove tuttavia l’immaginario (impossibile) diventa reale. Che dire di questo signor Conte, aristocratico belga decaduto, costretto a vendere il castello degli avi, che organizza una lussuosissima festa d’addio per quel mondo dorato e decadente che un tempo dominava e definiva i nostri destini? In realtà poco da dire, si tratta di un mondo che possiamo osservare dall’esterno, leggere con il distacco di quella borghesia che ne ha eroso il potere sostituendosi alla dorata nobiltà. Insomma, niente di speciale. Senonchè qualche giorno prima della grande festa la figlia minore, Sérieuse, quella meno bella, meno interessante, decide di fuggire di casa e si rifugia nella foresta. Dove, morente di freddo, viene trovata da una misteriosa chiaroveggente che chiama il padre affinché la riporti a casa. Ma fin qui ancora nulla di straordinario. Se non fosse che la stessa chiaroveggente fa una clamorosa e spaventosa profezia: il Conte Neville, nel corso del ricevimento, ucciderà un invitato. E, diciamo la verità. Ancora fin qui nulla da dire di fronte a tale sciocchezzuola. Purtroppo invece Neville ci crede, si convince, inizia la ricerca del modo per sfuggire alle tragiche parole. Un romanzo breve, 93 pagine, che tuttavia si legge d’un fiato per la grande intensità, la partecipazione emotiva, la sorpresa nel trovarsi di fronte a continue situazioni al limite dell’incredibile fino alla sorprendente conclusione tra i clamori di un ricevimento che la nobiltà belga sicuramente ricorderà per lungo tempo.

“Festa dell’alito leggero” (ufficialmente della cipolla) a Roncarolo di Caorso, argine maestro del Grande Placido Fiume

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Una festa sui prati é una canzone di Adriano Celentano

Una festa sui prati
Una bella compagnia
Panini, vino un sacco di risate
E luminosi sguardi di ragazze innamorate

Ma che bella giornata
siamo tutti buoni amici
Ma chi lo sa perché domani questo puo finire
vorrei sapere perché domani ci dobbiamo odiare

Incominca la gara
La battaglia del denaro
Non c’ piu tempo
Né per ridere né per amare
Chi vou’ vincere dever saper’ lottare

Allora io do colpo a te, e tu ridai,
due colpi a me, ed io ridò,
tre colpi a te finche c’è forza per colpire fino a che
Un’altra festa c’è!!

Nuova festa sui prati
Nuova bella compagnia
Panini, vino, un sacco di risate
E luminosi sguardi di ragazze inamorate

No, non deve finire
Questa bella passegiata
Deve durare un’intera vita
Se c’è ‘na gara
Solo quella dell’ amor

Allora dò una mano a te, e tu la dai,
due volte a me, ed io la dò
Tre volte a te, finche c’è forza per amare fino a che

Un’altra festa c’è!!!

“Il lato oscuro dei giorni” di Stefano Ghigna a Rivergaro con i dipinti d’arte sacra conservati nelle chiese della Valle

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IMG_6802Cronaca breve di un doppio incontro: la presentazione all’Auditorium della Casa del Popolo di Rivergaro del libro di Stefano Ghigna “Il lato oscuro dei giorni” (Pontegobbo Edizioni) e la mostra “Immagini e documenti raccontano”, documenti e opere d’arte dalle chiese e dagli archivi parrocchiali della Valtrebbia.

Stefano, insegnante in pensione, ci porta nel Medioevo, epoca di violenze, stupri, scontri, esecuzioni. I precetti della Chiesa impregnano gli animi, scandiscono il tempo, guidano persone e atti. Un servo della gleba, intelligente e curioso, in fuga dal feudo dei Landi di Niviano (siamo in Val Trebbia, ovviamente, terra di vita di Ghigna), tra avventurose vicende e incontri significativi, sale oltre il livello di strumentale oggetto di lavoro.
IMG_6799Passioni travolgenti e dolorose complicazioni si intrecciano a serene ore di lavoro e di studio presso l’Abbazia di Bobbio. Finché nel 1348 la Peste Nera si abbatte sui destini umani. Corpi di ogni rango e di ogni età, a migliaia, colmano le fosse comuni. Il notaio De Mussi, dolente cronista di quei giorni, dà a Piacenza il merito di testimonianze, ovviamente rare, e all’autore gli stimoli per imbastire storia e fantasia lungo le vallate del Trebbia.

IMG_6808Un libro che quantomeno definirei … “stimolante”, assolutamente da inserire tra le letture da affrontare. Nello stesso tempo come si diceva il Centro di Lettura rivergarese ha sviluppato una ricerca approfondita delle testimonianze che lo stesso periodo medievale ha lasciato nella Valle, attraverso documenti e dipinti conservati nelle chiese, proponendo una mostra di grande interesse (purtroppo conclusa).

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San Pietro guarisce il paralitico, olio su tela, sec. XVIII, opera di Luigi Mussi, chiesa parrocchiale di Pieve Dugliara (Rivergaro)

Non deve in ogni caso scoraggiare la conclusione della mostra che anzi può diventare stimolo per un piccolo viaggio tra le chiese della Valle e le opere esposte, magari con il libro di Stefano in tasca, rivivendo il fascino e il mistero di quell’epoca lontana nella quale disattendere i precetti della Chiesa significava la sicura emarginazione sociale, sia che si fosse contadino sia che si fosse Imperatore. Dunque in viaggio, visitiamo la chiesa di Santa Maria Assunta a Settima di Gossolengo dove sta esposto il Polittico con Madonna e Santi, la chiesa di San Bartolomeo Apostolo a Ottavello per ammirare il Martirio di San Lorenzo del cremonese Gervasio Gatti, la chiesa di Santa Margherita e Liberata di Rivergaro dove troviamo esposto il Martirio di Santa Margherita  di Sebastiano Galeotti.
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Polittico con la Madonna e i Santi, dipinto su tavola opera di anonimo, sec. XVI, Chiesa di Santa Maria Assunta, Settima (Gossolengo)

“Il liutaio di Cracovia”, romanzo di Maria Angels Anglada, Rizzoli editore

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Ci sono libri che non vorresti aver letto. Non importa se belli o brutti, se scritti bene, se scritti male. Sono libri reali, che raccontano verità purtroppo vissute. Poco importa se vissute veramente o se di pura fantasia collocata in un ambito di vissuto reale. Sono stato ad Auschwitz, conosco quel posto e la sua atmosfera. Questa è la storia di Daniel, liutaio a Cracovia, che combatte, pur allo stremo, per non morire. Ad Auschwitz in genere si moriva se non immediatamente, se ritenuto abile al lavoro, si moriva comunque nel giro massimo di un mese, di fame, di stenti, di fatica. Per Daniel un colpo di fortuna: il comandante ama la musica, ascolta la magia di Bronislaw, provetto musicista. Purtroppo il suo violino necessita di riparazione, la musica che ne fuoriesce non soddisfa il carnefice. Ci provi Daniel: se riuscirà a realizzare uno strumento nuovo, avrà (forse) salva la vita insieme al suo amico musicista. Ma se non riuscirà, per entrambi si apriranno le porte delle docce. Un libro, ripeto, che non vorresti aver letto, un libro che ribadisce una verità purtroppo nota: nessuna pietà, ad Auschwitz. Eppure, mai comunque abbandonare la speranza.