“Ospedale: il tipo di edificio (vecchio o nuovo) non necessariamente determina la qualità del servizio”, intervento di Stefano Pareti, già Sindaco di Piacenza

Host di destinazione non consentito, sblocca la connessione nel pannello di AlterVista (Risorse > Impostazioni PHP)

Se l’obiettivo del servizio sanitario nazionale è quello di offrire sempre migliori trattamenti di cura ai pazienti, è su questo aspetto che occorre concentrare l’attenzione“. Non è dunque sul tipo di edificio (nuovo o vecchio che sia) che occorre concentrare l’attenzione. “Infatti non è dimostrato che una struttura ospedaliera costruita ex novo garantisca ricoveri, cure e accessibilità migliori di una struttura esistente ristrutturata e adattata alle nuove esigenze sanitarie“.

Sono parole e riflessioni che Stefano Pareti, già stimato Sindaco piacentino negli anni ’80, ha scritto in un lungo intervento sul quotidiano locale lunedì 16 luglio, puntualizzando in poche parole che “insomma la convenienza dell’operazione ospedale nuovo appare molto dubbia“.

Senza voler insegnare niente a chi pianifica e progetta, cerco di suggerire un approccio più prudente e attento prima di decidere su ciò che interessa la città e i cittadini“, ha proseguito Pareti ricordando che le aree per l’ampliamento dell’ospedale di via Taverna esisterebbero citando l’ipotesi di trasferimento dell’Arsenale nel Polo Logistico (“come già previsto nel PRG 1980“) e della possibilità di trasformare l’exz area Acna in un ampio parcheggio.

Ma non basta: “la sequenza corretta del percorso amministrativo per arrivare a decisioni di quest’importanza sarebbe: pianificare-programmare.finanziare. Il tutto con la massima informazione, partecipazione e trasparenza” anche perchè “decidere se, dove e come fare l’ospedale ha conseguenze sull’intera città e sulla vita di tutti i cittadini. L’ospedale è un tassello fondamentale del tessuto urbano, specialmente in una città medio-piccola come Piacenza”:

Ultimo appunto “occorre che la Regione si faccia garante dei finanziamenti per l’intero importo necessario alla edificazione del nuovo ospedale. E non solo di una parte“. Si parla infatti di una spesa stimata in 200 milioni di euro, cifra che sarebbe coperta per poco più della metà da Bologna. Senza del resto dimenticare che “i costi di costruzione di queste strutture sono sempre enormemente superiori alle previsioni“, infatti, ricorda Pareti, “sia l’ospedale di Ferrara, sia quello di Bergamo, di recente realizzazione, sono costati 500 milioni“.

Stefano Pareti, Sindaco di Piacenza dal 1980 al 1985. Nella foto in occasione della donazione di 1500 volumi all’Istituto Tecnico G.D. Romagnosi

Delitto Pasolini – Approfondimento di Alberto Zanini, 2^ parte (dal blog I gufi narranti)

Host di destinazione non consentito, sblocca la connessione nel pannello di AlterVista (Risorse > Impostazioni PHP)

Per leggere la prima parte dell’articolo clicca qui

E’ una storia di periferia (*)

è una storia da una botta e via

è una storia sconclusionata

una storia sbagliata

 

Tra buche e pozzanghere, in mezzo al campetto, giace un corpo prono di un uomo con il volto girato verso destra immerso nel sangue, ha il braccio sinistro sotto il corpo e l’altro scostato.

Il corpo di Pasolini trovato all’idroscalo di Roma

Il cadavere indossa una canottiera parzialmente sollevata, pantaloni jeans e scarpe infangate.

Il volto è completamente sfigurato, ricoperto di sangue raggrumato, la nuca presenta un’ampia lacerazione, vari ematomi ed abrasioni, le falangi della mano destra presentano delle fratture e la piramide nasale è schiacciata verso destra. Impronte di auto arrivano fino al corpo.

Un brigadiere trova vicino al corpo un anello d’oro sormontato da una pietra rossa e lo consegna a Masone.

anello di Pelosi

Molti ebbero il sospetto che Pelosi lasciò volutamente l’anello vicino alla vittima.

Nel frattempo la presenza di curiosi diventa sempre più numerosa, e nel campo regolamentare di calcio adiacente, ma diviso da una recinzione, incomincia una partita come se niente fosse successo.

La polizia comunque non ritiene opportuno delimitare la zona per eseguire i riscontri dettagliatamente e dei ragazzi giocano nella parte del campetto libero.

Negli anni settanta le attenzioni nel preservare la scena del crimine non erano ancora così ferree. Ma ci si limitava quasi esclusivamente a rilievi descrittivi e poco altro.

A settanta metri circa dal corpo vengono trovati due paletti di legno friabile. Uno completamente intriso di sangue con dei capelli della vittima, lungo una quarantina di centimetri, l’altro, sostanzialmente con scarsa presenza ematica, di circa sessanta centimetri. Nei pressi viene anche rinvenuta una tavoletta di legno, lunga circa settanta centimetri, spaccata in due parti imbrattata di sangue e capelli.

Vicino alla rudimentale porta di calcio per terra c’è una camicia inzuppata di sangue.

Dal riscontro autoptico risulta che la vittima ha subito un forte trauma contusivo ai testicoli che potrebbe aver impedito una reazione adeguata all’aggressione.

Sul tettuccio della macchina, dalla parte del passeggero, spicca un’impronta di sangue appartenente a Pasolini.

Tracce di pneumatici partono dal corpo dirigendosi verso l’uscita del campetto di calcio.

Sulla camicia c’è una targhetta della tintoria e il nome riportato sembra quello di Pasolini.

Infatti, verso le dieci del mattino, lo scrittore viene identificato dall’amico Ninetto Davoli con il quale era andato a mangiare la sera prima.

Il riconoscimento ufficiale viene effettuato dal cugino Nico Naldini.

DelittoPochi giorni dopo il ritrovamento del corpo alcune baracche vennero date alle fiamme da ignoti a scopo intimidatorio, mentre i rimanenti prefabbricati abusivi saranno abbattuti negli anni 80.

La causa del decesso di Pasolini non è il brutale pestaggio ma, come risulta dall’autopsia, dalla rottura del cuore, in seguito al passaggio di un’auto sul corpo che frattura anche dieci costole.

 

E’ una storia vestita di nero (*)

è una storia da basso impero

è una storia mica male insabbiata

è una storia sbagliata.

 

Alle 12 e 40 del 2 novembre inizia, in carcere, il primo interrogatorio di Pelosi.

Il ragazzo, messo alle strette, racconta che la sera, del primo novembre, alle 22.30 in piazza dei Cinquecento, di fronte alla stazione Termini, viene avvicinato da Pasolini che si offre di portarlo a

fare un giro in macchina.

Giunti all’Idroscalo i due si appartano nello spiazzo di un campetto di calcio, ma ad una richiesta di Pasolini, il ragazzo si nega scatenando la rabbia del regista che incomincia a picchiarlo, inseguendolo anche fuori dalla macchina con un bastone. La colluttazione diventa feroce con il ragazzo che si difende colpendo violentemente l’uomo prima con un calcio al basso ventre, quindi con una tavoletta di legno trovata per terra, fino a ridurlo all’impotenza. Risalito in macchina Pelosi, forse senza accorgersene, passa sul corpo esanime di Pasolini, quindi prende la via Ostiense contromano attirando l’attenzione dei carabinieri che alla fine di un inseguimento riescono a bloccare il ragazzo.

Alla fine della deposizione il magistrato ordina di condurre il ragazzo provvisoriamente a Regina Coeli in isolamento.

Stupisce la lettura del verbale in quanto, sebbene il ragazzo sia poco più che analfabeta, durante la confessione dimostra una notevole padronanza di linguaggio e di termini tecnici.

Per la difesa di Pelosi viene nominato l’avvocato d’ufficio Piergiorgio Manca, ma il suo mandato dura appena ventiquattr’ore.

Polizia e carabinieri nel frattempo hanno collegato l’episodio del furto e il rinvenimento del corpo di Pasolini all’Idroscalo.

Il 5 novembre Pelosi, detto Pino la Rana, alle 10 di mattina viene interrogato, dal Pm Luigi Tranfo, nel carcere minorile di Casal del Marmo. E’ il secondo interrogatorio, e il ragazzo conferma quello che ha dichiarato tre giorni prima, aggiungendo al racconto anche la sosta che avrebbero fatto alle 23.00 presso la trattoria Biondo Tevere, dove Pino consuma la cena. Alle 23.20 risalgono in macchina e prendono la direzione dell’Idroscalo di Ostia.

Un racconto che viene, in parte, smentito da Vincenzo Panzironi, proprietario del locale.

In via Ostiense, vicino alla Garbatella c’è un ristorante con una terrazza che si affaccia sul Tevere offrendo una splendida vista.

Alle 23.15 del primo novembre 1975, Pasolini, accompagnato da un ragazzo, fa una sosta in questa famosa e storica trattoria romana: il Biondo Tevere.

Il locale sta chiudendo, ma il “Maestro” è un cliente abituale e Vincenzo Panzironi accetta di riaprire la cucina per il suo amico. La moglie di Vincenzo, Giuseppina Sardegna, prepara per il ragazzo un piatto di spaghetti aglio ed olio e un quarto di pollo al forno con patate, mentre lo scrittore, avendo già cenato, si limita a bere una birra e mangiare una banana.

A mezzanotte e cinque Pasolini paga 4000 lire in contanti e con la sua Alfa Romeo, parcheggiata proprio davanti al locale, si allontana con il suo accompagnatore.

Panzironi nel pomeriggio del 2 novembre viene convocato in Questura a deporre, in quanto sembrerebbe fosse stato l’ultimo ad aver visto Pasolini vivo.

L’orario è molto importante perché il 5 novembre, durante il secondo interrogatorio Pelosi afferma che, dopo aver espresso il desiderio di mangiare qualcosa, Pasolini decise di portarlo alla trattoria Biondo Tevere, dove vi giunsero alle 23 e dopo solo 20 minuti uscirono.. Un tempo decisamente troppo breve per preparare una cena e consumarla. Il locale si apprestava a chiudere e il personale era già andato a casa mentre Pelosi afferma che i camerieri fossero ancora presenti. Il ragazzo continua con le amnesie sostenendo di aver mangiato al piano di sopra, mentre Giuseppina sostiene che essendo ormai il ristorante chiuso, venne approntato un tavolo vicino alla cucina.

L’identikit rilasciato da Panzironi, e confermato anni dopo dalla moglie Giuseppina, rimasta nel frattempo vedova, parla di un ragazzo giovane di corporatura normale, alto almeno 1 metro e 70, con i capelli biondi lunghi e pettinati all’indietro, mentre Pelosi è un ragazzo di corporatura gracile, con i capelli scuri, corti e ricci. Anche le scarpe con il tacco alto di Pelosi non corrispondono a quelle del biondino che la moglie sostiene fossero strane.

Il 2 novembre 1975 non esistevano ancora foto segnaletiche di Pelosi, malgrado questo particolare, a Vincenzo, in Questura, vengono fatte vedere delle foto che lui controfirma riconoscendo l’accompagnatore di Pasolini della sera precedente.

Ma Panzironi e sua moglie sostengono che il ragazzo con Pasolini fosse completamente diverso da Pelosi, allora che foto avranno fatto vedere al proprietario del Biondo Tevere? Come mai esiste ancora il verbale firmato dal ristoratore, invece della foto si sono perse le tracce?

Per la polizia la confessione di Pelosi chiude il caso.

Un triste e drammatico episodio riconducibile al mondo degli omosessuali.

Vengono fatte molte omissioni per chiudere in fretta un caso che potrebbe diventare spinoso.

Emerge la risoluta e forte volontà di veicolare la sentenza in modo che soddisfacesse l’opinione pubblica, bieca e bigotta, figlia inequivocabile di quel periodo storico.

 

E’ una storia da carabinieri (*)

È una storia per parrucchieri

È una storia un po’ sputtanata

o è una storia sbagliata.

 

Malgrado il segreto istruttorio non lo consenta, il verbale dell’interrogatorio a Pelosi viene comunicato ai giornalisti.

Tutti devono sapere che un “frocio” è morto per colpa della sua perversione, perché se lo è andato a

cercare.

Una opinione sostenuta anche da Andreotti: “Lui (Pasolini) andava cercandosi dei guai”, riferendosi non tanto alle sue opere ma alla sua vita privata.

Pasolini è un corpo dato in pasto alla gente. I giornali indugiano con la foto del corpo martoriato, una oscena visione per consolidare una morale immorale.

Ma la conclusione dell’indagine non convince quasi nessuno.

fine seconda parte

 

 

15 luglio 2000: finisce un’epoca, chiude l’Unità quotidiano di Gramsci, del PCI, dei DS

Host di destinazione non consentito, sblocca la connessione nel pannello di AlterVista (Risorse > Impostazioni PHP)

L’Unità, storico giornale della sinistra italiana, viene messo in liquidazione per la disastrosa situazione debitoria. I poligrafici annunciano che la carta per stampare il quotidiano si esaurirà in pochi giorni.

Amarcord 1982: Enrico Berlinguer alla Festa dell’Unità a Tirrenia

Una su mille ce la fa: Francesca Rossi in pensione dal Centralino dell’Ospedale

Host di destinazione non consentito, sblocca la connessione nel pannello di AlterVista (Risorse > Impostazioni PHP)

Tutta la gente del Centralino Unico Aziendale dell’Ospedale piacentino. Francesca è nell’ultima fila, partendo da sinistra la terza, quella con la testa … nel pallone: sarà l’emozione per la pensione?

Francesca, centralinista, lavorava nella squadra del 118, a Piacenza. Poi, quando il 118 se n’è andato trasferito a Parma per motivi di ‘razionalizzazione’ e ‘risparmio’ (sperando che il tutto non si traducesse in ‘minor servizio’) è rimasta impegnandosi nel Centralino Unico Aziendale in particolare però affiancandosi agli infermieri rimasti per l’organizzazione del Centro Unico Trasporti per organizzare sia i trasferimenti di pazienti sia il complesso delle ambulanze.

Francesca, seduta sul banco degli imputati, messa sottotorchio dalla collega Libera

Personalmente l’ho conosciuta all’incirca 15 anni fa. Tra i diversi miei compiti da Direttore di fresca nomina, c’era l’organizzazione del personale di centralino e delle funzioni a questi ricondotte. Non potrò mai dimenticarla: nella definizione dei pagamenti per straordinari di fine anno (in particolare Natale e Santo Stefano) i conti erano sbagliati, ne avevo pagati troppi e lei rimase tagliata fuori.

Si festeggia ma il telefono squilla: ogni giorno sono almeno 900 i cittadini che chiamano per informazioni, per un esame, per una lamentela, per parlare con un medico o un reparto. Dal centralino non manca mai un aiuto.

Non era certo contenta ma accettò le mie scuse, letteralmente ‘graziandomi’. Non è facile fare il direttore. Occorre sempre attenzione perché, in qualche modo, gestisci le vicende e i diritti di altri e qualunque disattenzione può creare ingiustizia. E, a me, capitò di sbagliare proprio con lei.

Francesca (al centro), bella tra le belle

In ogni caso Francesca, che forse semplicemente aveva capito le difficoltà di quei miei primi passi da Direttore, non ha mancato di invitarmi alla festa per il suo ultimo giorno di lavoro, ieri 13 luglio 2018: forse, spero, negli anni successivi, a quell’errore ho rimediato. Quindi: buon tempo a te, carissima collega, per la tua nuova vita a  tempo pieno con la tua famiglia.

Ed ora? Non resta che aspettare qualche mese e, Fornero o non Fornero, se ne andrà anche Andrea, con grande rammarico di tutti ma lasciando spazio per un altro giovane da assumere. Per cui: Santa Pensione!

Nella calura la vera protagonista: Acqua Oligominerale frizzante dalle fresche Alpi Venete per tutti e per tutte

Host di destinazione non consentito, sblocca la connessione nel pannello di AlterVista (Risorse > Impostazioni PHP)

(foto Michele Cinotti)

In questi giorni di calura estiva, gente in ferie e posti auto liberi in ospedale nel cortile riservato ai dipendenti, con la via per arrivare (via Taverna) chiusa nella parte iniziale per lavori, tavolini liberi nel bar di fronte all’ospedale per il primo caffè della giornata, assenze nei corridoi ed uffici vuoti, colleghe in ferie a Zurigo, colleghi spaparanzati all’ombra dell’ombrellone al mare e colleghe spaparanzate al sole del solleone, colleghe in malattia e colleghe pure anzianotte col timore d’essere incinta, avarie nel collegamento informatico con l’Agenzia delle Entate, pazienti che vanno, pazienti che vengono, patemi d’animo che qui vince la Francia, #Salvdellazzo coi suoi neri propositi d’abbandonare a mare tutte le navi e i gommoni, preso atto che la camicia nera di quel tal collega può essere verde ma nemmeno per recupero di umanità diventerà mai rossa, ecco una foto colorata di sorrisi e d’allegria con Carla, mia vice, e Katia, quella che fu mia segretaria ed ora, passata part-time, fa la mamma. E dunque? Buona estate: fresca Acqua Oligominerale con aggiunta di anidride carbonica, ce n’è per tutti e per tutte!

 

“Il canto del marinaio”, lirica di Franco Paolucci

Host di destinazione non consentito, sblocca la connessione nel pannello di AlterVista (Risorse > Impostazioni PHP)

Siamo tutti velisti solitari
con l’Anima che tende sempre al volo
come la prora della barca a vela
che in parte è immersa
greve e prigioniera
nel “Mare della vita”,
ma in gran parte
alta s’eleva al Cielo
e a lui sospira.

 

Delitto Pasolini – Approfondimento di Alberto Zanini pt.1 (dal blog I gufi narranti)

Host di destinazione non consentito, sblocca la connessione nel pannello di AlterVista (Risorse > Impostazioni PHP)

Pasolini è stato un poeta, scrittore, regista, giornalista nato a Bologna nel 1922. Figlio di un ufficiale di fanteria e di una maestra. Uno dei più grandi intellettuali del novecento, un attento testimone del nostro tempo, osservatore acuto e critico della società.

Un grande fustigatore e penna al vetriolo che con coraggio portò avanti le sue idee in un momento storico difficile e controverso, fino a sacrificare la vita per le sue idee senza subire condizionamenti.

Era un libero pensatore che combatteva la sua battaglia isolato, solo contro tutti, contro la morale corrente, contro la società, contro il consumismo e contro i poteri forti.

Pasolini non si faceva condizionare da nessun credo politico, le sue idee personali le portava avanti sempre e comunque.

Le sue radici contadine affondavano in una cultura politicamente multicolore.

Il suo amore per il sottoproletariato, in quanto ritenuto espressione genuina della società, lo vedeva spesso a fianco della povera gente. Opinione che in realtà il poeta modificò nel tempo, quando si rese conto che i suoi borgatari incomincivano a far parte della malavita romana.

Pasolini riteneva l’opinione pubblica condizionata dalla violenza che impregnava la società.

disegno di Davide Toffolo

L’estremismo delle sue opinioni lo resero inviso sia alle forze politiche che in gran parte della società. Nel 1975 lo scrittore, sulle pagine del Corriere della sera, espresse un risoluto parere contrario al referendum sull’aborto, ricevendo aspre critiche anche dagli intellettuali solitamente al suo fianco. Pasolini stigmatizzava il rischio evidente di una paralisi dei valori, associando l’aborto ad una libertà sessuale figlia di una società dei consumi estremizzata.

Il Corriere della Sera il 14 novembre 1974 pubblica un editoriale intitolato il “Romanzo delle stragi (Io so…)” dove lo scrittore crede in un filo nero che collega i politici democristiani corrotti con la destra terrorista, i servizi segreti e la Cia.

Pasolini sostiene di conoscere i nomi dei responsabili della strage di Piazza Fontana, di piazza della Loggia, del treno Italicus ma di non aver le prove per denunciarli.

Nel 1972 “per motivi di ordine pubblico” il processo di Piazza Fontana venne spostato da Milano a Catanzaro dove, in seguito, tutto il materiale giudiziario prodotto: interrogatori, fotografie deposizioni ecc rimase dimenticato nei sotterranei del Palazzo di Giustizia.

L’incuria mise a rischio centinaia di faldoni conservati, finché nel 2004, grazie alla meritevole opera dello storico calabrese Fabio Cuzzola, si decise di digitalizzare. Questa encomiabile iniziativa ha permesso di riportare alla luce la corrispondenza tra il terrorista nero Giovanni Ventura e lo scrittore Pier Paolo Pasolini.

Nella penultima lettera, datata 24 settembre 1975, lo scrittore non nasconde la propria irritazione per l’ambiguità del terrorista nelle risposte a certe domande.

Gentile Ventura, (…) Vorrei che le sue lettere fossero meno lunghe e più chiare. Una cosa è essere ambigui, un’altra è essere equivoci. Insomma, almeno una volta mi dica sì se è sì no se è no. La mia impressione è che lei voglia cancellare dalla sua stessa coscienza un errore che oggi non commetterebbe più. Fatto sta che lei resta sospeso ancora – e ai miei occhi di ‘corrispondente’ scelto da lei – in quell’atroce penombra dove destra e sinistra si confondono. Si ricordi che la verità ha un suono speciale, e non ha bisogno di essere né intelligente né sovrabbondante (come del resto non è neanche né stupida né scarsa). Suo, Pier Paolo Pasolini

Pasolini durante i 7 mesi di scambi di missive con il terrorista, spera in una confessione che possa dirimere la nebbia sulla strage di Piazza Fontana.

Tra i documenti di Catanzaro viene trovato anche un fascicolo, con il numero di protocollo 2942, del Sid dove risulta evidente il controllo da parte dei Servizi Segreti sulla vita pubblica e privata dello scrittore.

Tra l’altro si scopre che a Roma esisteva un “ufficio stragi”, diretto da Adelio Maletti, che si avvaleva della collaborazione del capitano Antonio Labruna per far sparire le prove contro i terroristi neri ai quali erano destinati dei soldi per riparare all’estero tranquillamente.

Sia Maletti che Labruna, iscritti entrambi alla P2, sono stati condannati definitivamente per favoreggiamento.

Giovanni Ventura venne assolto in appello, per insufficienza di prove, per l’attentato del 12 dicembre 1969 presso la Banca dell’Agricoltura a Milano, ma condannato comunque per 16 attentati preparatori con il sodale Franco Freda.

Nel 1974 Pasolini inizia a scrivere “Petrolio”, ma la morte drammatica e improvvisa gli impedisce di completarlo.“Petrolio” è il romanzo delle stragi, un libro particolare, pieno di note dell’autore, che prende spunto dalla cronaca e ipotizza un filo nero che lega economia, politica, terrorismo di Stato e massoneria. Pasolini, nel suo romanzo, profetizza addirittura una strage, descritta come una visione, che sarebbe avvenuta 5 anni dopo la sua morte, quella della stazione di Bologna.

La bomba è fatta scoppiare: un centinaio di persone muoiono, i loro cadaveri restano sparsi e ammucchiati in un mare di sangue, che inonda, tra brandelli di carne, banchine e binari. (…) La bomba viene messa alla stazione di Bologna”.

Parla anche dell’Eni, di Enrico Mattei e di Eugenio Cefis. I nomi sono volutamente cambiati ma facilmente individuabili.

Cefis che è legato ai servizi segreti, muove la finanza e con essa anche il potere politico è la vera ossessione di Pasolini.

Nel libro manca un capitolo, l’appunto 21, intitolato “Lampi sull’Eni”. Di questo paragrafo, che Pasolini ha sicuramente scritto, in quanto rimanda il lettore alla sua visione, se ne sono perse le tracce misteriosamente. Sottratto da sconosciuti e non più trovato.

Cefis, da documenti del Sismi, risulta essere il vero fondatore della P2 e nel 1971, quando diventa il presidente della Montedison, sono Gelli e Ortolani a prenderne il posto, portando avanti il progetto del fondatore e consolidando gli intrecci nascosti tra politica, servizi segreti, mafia, finanza e controllo dell’informazione.

Un mese prima del suo omicidio il “Corriere della Sera” pubblica, il 28 settembre 1975, l’articolo che diventerà il suo più disperato e violento attacco a quella che ormai era diventato un’ossessione.

Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sifar.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sid.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo della Cia.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere fino a che punto la Mafia abbia partecipato alle decisioni del governo di Roma o collaborato con esso.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia la realtà dei cosiddetti golpe fascisti.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere da quali menti e in quale sede sia stato varato il progetto della «strategia della tensione» (prima anticomunista e poi antifascista, indifferentemente).
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi ha creato il caso Valpreda.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi sono gli esecutori materiali e i mandanti, connazionali, delle stragi di Milano, di Brescia, di Bologna…

In questo compendio Pasolini mette da parte la paura e scaglia definitivamente gli strali contro tutti i poteri.

Lo scrittore ha sempre subito attacchi feroci da parte della stampa di destra, ma ultimamente le minacce diventano pressanti, quotidiane e insopportabili.

Alle minacce di morte telefoniche si sostituiscono anche aggressioni fisiche. Pasolini si vede costretto a cambiare il numero di telefono della sua abitazione in via Eufrate, all’Eur, dove vive con sua madre e sua cugina Graziella Chiarcossi.

La paura di essere ucciso cresce quotidianamente. Il 13 ottobre, pochi giorni prima della drammatica fine, una bomba mette fuori uso la centralina della Sip situata a pochi metri dal portone di via Eufrate, isolando telefonicamente la zona.

Il primo novembre 1975, il giorno prima di morire Pasolini rilascia una intervista, tra le 16 e le 18, a Furio Colombo giornalista della Stampa.

“Siamo tutti in pericolo” è il titolo che propose lo stesso Pasolini

Tra le varie domande, alcune sono molte significative.

D- Che cos’è il potere secondo te, dov’è, come sta, come lo stani?

R- Il potere è un sistema di educazione che ci divide in soggiogati e soggiogatori. Ma attento. Uno stesso sistema educativo che ci forma tutti, dalle cosiddette classi dirigenti, giù fino ai poveri. Ecco perché tutti vogliono le stesse cose e si comportano nello stesso modo. Se ho tra le mani un consiglio di amministrazione o una manovra di Borsa uso quella. Altrimenti una spranga. E quando uso una spranga faccio la mia violenza per ottenere ciò che voglio. Perché lo voglio? Perché mi hanno detto che è una virtù volerlo. Io esercito il mio diritto-virtù. Sono assassino e sono buono.

D-Ti hanno accusato di non distinguere politicamente e ideologicamente, di avere perso il segno della differenza profonda che deve pur esserci fra fascisti e non fascisti, per esempio fra i giovani.

R- Ecco io vedo così la bella truppa di intellettuali, sociologi, esperti e giornalisti delle intenzioni più nobili, le cose succedono qui e la testa guarda di là. Non dico che non c’è il fascismo. Dico: smettete di parlarmi del mare mentre siamo in montagna. Questo è un paesaggio diverso. Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale. Piacerebbe anche a me se tutto si risolvesse nell’isolare la pecora nera. Le vedo anch’io le pecore nere. Ne vedo tante. Le vedo tutte. Ecco il guaio, ho già detto a Moravia: con la vita che faccio io pago un prezzo. È come uno che scende all’inferno. Ma quando torno – se torno – ho visto altre cose, più cose. Non dico che dovete credermi. Dico che dovete sempre cambiare discorso per non affrontare la verità.

D- Perché pensi che per te certe cose siano talmente più chiare?

R- Non vorrei parlare più di me, forse ho detto fin troppo. Lo sanno tutti che io le mie esperienze le pago di persona. Ma ci sono anche i miei libri e i miei film. Forse sono io che sbaglio. Ma io continuo a dire che siamo tutti in pericolo.

Nell’intervista si percepisce la disperazione dello scrittore per il futuro dell’umanità. Un pessimismo ormai irreversibile per la perdita dei valori tradizionali.

L’ultima domanda del giornalista:

D- Pasolini, se tu vedi la vita così, (Siamo tutti in pericolo”) come pensi di evitare il pericolo e il rischio?

Pasolini chiese a Colombo di lasciargli il tempo di rispondere:

«Ci sono punti che mi sembrano un po’ troppo assoluti. Fammi pensare, fammeli rivedere. E poi dammi il tempo di trovare una conclusione. Ho una cosa in mente per rispondere alla tua domanda. Per me è più facile scrivere che parlare. Ti lascio le note che aggiungo per domani mattina».

Ma il destino aveva deciso diversamente. Per Pasolini non ci fu l’indomani.

E’ una storia da dimenticare (*)

è una storia da non raccontare

è una storia un po’ complicata

è una storia sbagliata

All’una e mezzo del mattino di domenica 2 novembre 1975 il silenzio della notte viene infranto dal rombo di un auto, che velocemente percorre il lungomare Duilio di Ostia contromano. La manovra attira l’attenzione di una pattuglia dei carabinieri che si lancia immediatamente all’inseguimento dell’Alfa Romeo 2000 GT grigia metallizzata.

Dopo un lungo inseguimento i carabinieri riescono a bloccare la vettura guidata da un ragazzo di 17 anni, di nome Pino Pelosi, conosciuto dalle forze dell’ordine per furti d’auto.

La macchina risulta intestata a Pier Paolo Pasolini e il ragazzo ammette di averla rubata nel quartiere Tiburtino.

Pelosi, che è in libertà provvisoria, viene arrestato.

Questo è la versione ufficiale che tutti i media hanno riportato.

La cugina di Pasolini, Graziella Chiarcossi, in una intervista rilasciata a Repubblica nel 2015 afferma che la notte del 2 novembre 1975 fu la polizia e non i carabinieri ad informarla del ritrovamento dell’Alfa Romeo in zona Tiburtina, a circa quaranta chilometri da Ostia. Ritrovamento debitamente verbalizzato. Una dichiarazione che contraddice clamorosamente la versione ormai ufficializzata, da parte dei carabinieri, dell’arresto di Pelosi per furto della medesima auto sul lungomare di Ostia. Ritrovamento della polizia o furto di auto? Qualcuno mente o la macchina ha il dono dell’ubiquità.

Questa nuova dichiarazione avrebbe potuto in parte squarciare il velo di bugie, ma la Procura di Roma si è rifiutata di prenderla in considerazione.

Pelosi, prima di essere condotto in carcere, chiede ai carabinieri di poter recuperare, all’interno dell’Alfa Romeo, l’accendino, le sigarette e il suo anello d’oro con una pietra rossa, ma la ricerca risulta vana.

Nella vettura, parcheggiata nella rimessa dei carabinieri, vengono rinvenuti il giaccone grigio di Pasolini, due libretti degli assegni intestati al poeta, alcune banconote sotto i tappetini e inoltre, di provenienza sconosciuta, sul sedile posteriore, un maglione verde sporco e sotto un sedile un plantare numero 41 di una scarpa destra con due lettere visibili: una M e una T e altre illeggibili.

Graziella Chiarcossi, dichiara che la sera del 31 ottobre ha fatto lavare la vettura e all’interno non c’erano né il maglione né il plantare.

Dalla macchina però è sparito il testo della sceneggiatura che, la sera del primo novembre, Ninetto Davoli consegna allo scrittore durante la cena al Pommidoro.

Sono dei fogli ciclostilati, sottratti da ignoti, probabilmente scambiati per documenti importanti.

L’auto, rimane aperta e sotto la pioggia fino al giovedì seguente, quando la scientifica avrà modo di esaminarla.

Pelosi viene condotto nel Carcere minorile di Casal del Marmo alle 4 e 30, dove passa la notte, e stranamente confida al compagno di cella di aver ucciso Pier Paolo Pasolini, ancora prima di essere accusato di omicidio.

Cominciò con la luna sul posto (*)

e finì con un fiume d’inchiostro

è una storia un poco scontata

è una storia sbagliata

Ostia.

Foce del Tevere. Giorno dei Morti.

In una zona degradata chiamata Idroscalo sorgono dei prefabbricati abusivi e alle 6 e 30 del mattino del 2 novembre, la signora Maria Teresa Lollobrigida vede un corpo senza vita vicino alla sua casetta, scambiandolo in un primo momento per un sacco dell’immondizia.

La donna, con il marito Alfredo Principessa e i tre figli, ha passato la notte nella baracca, come altri che hanno visto e sentito cosa accadde quella notte.

Misha Bessendorf è un ebreo russo che vive a New York dove insegna matematica e nel 2012 rilascia una intervista a Paolo Brogi del “Corriere della Sera”.

Misha, il 2 novembre 1975 abita, insieme con altri esuli, in una appartamento poco distante dal campetto di calcio.

E’ una notte buia senza luna con un forte vento e alcune macchine, con i fari accesi, illuminano una scena inquietante. Misha attirato dalle urla, vede dalla finestra degli uomini e un uomo per terra.

Quando scende in strada, trova i carabinieri e parecchia gente nei pressi del corpo senza vita

La Procura di Roma nell’indagine preliminare svolta tra il 2010 e il 2015 non ha mai ritenuto opportuno sentire come testimone Misha Bessendorf.

Questa racconto confermerebbe la versione del comandante dei carabinieri di Roma, il generale Antonio Cornacchia (tessera P2 n°871 anche se il generale ha sempre smentito la sua appartenenza alla loggia massonica), che dopo aver ricevuto una segnalazione dal Comando di Compagnia di Ostia, giunge all’idroscalo prima dell’arrivo della polizia. Dopo aver fatto i consueti rilievi i carabinieri trovano scarsa collaborazione da parte dei testimoni.

La mattina del 2 novembre 1975 il giornale radio delle 6 e 30 dà la notizia della morte di Pasolini, quasi in contemporanea con la scoperta del cadavere da parte della signora Maria Teresa.

All’epoca non c’erano i cellulari e i telefoni si trovavano in alcuni posti pubblici, quindi il figlio maggiore Gianfranco, di Alfredo Principessa, sale in macchina e va al commissariato di pubblica sicurezza di Ostia per denunciare il ritrovamento del cadavere.

Il commissario Gianfranco Marieni, della polizia di Ostia, alle sei e quarantacinque arriva sul posto e trova della gente sulla scena del crimine, presumibilmente sono coloro che hanno passato la notte nelle baracche adiacenti al campetto di calcio.

Alle 8 arriva anche il capo della Squadra Mobile di Roma Fernando Masone.

Fine prima parte

Non di sole magliette rosse: quella bicicletta rottamata che fece solidarietà concreta

Host di destinazione non consentito, sblocca la connessione nel pannello di AlterVista (Risorse > Impostazioni PHP)

La mia bici … il tuo muro. Olio su tela di Donatella Marraoni

Ricordo la bicicletta dello zio di Dalila, mia moglie: l’avevo ereditata e, confesso, ci tenevo. In memoria di quell’uomo con un passato travagliato. Durante la guerra, lui e altri sei tra fratelli e sorelle, si ritrovarono senza genitori con diversi di loro ancora troppo piccoli per poter pensare ad essere autonomi. Così alla chiamata di dover indossare la divisa repubblichina la risposta fu un obbligo (economico) e non una scelta. Non partecipò con sadica violenza ad azioni cruente oltre a quelle che fanno parte del vissuto dei soldati di ogni esercito e per questo, incarcerato alla Liberazione, venne poi rilasciato. Indubbiamente però quella esperienza, il carcere, la paura, ne aveva segnato la vita e nei tempi successivi preferì essere uno spettatore e non un protagonista. Significa che ai margini dei principali eventi che negli anni della ricostruzione e poi del boom economico segnarono la nostra comunità lo si vedeva spettatore. Appunto ai margini, appoggiato a quella bicicletta. In piazza Cavalli, in piazza Duomo, sul facsal. Per tutto questo ero orgoglioso di averla eredita e spesso la usavo per andare a riunioni o manifestazioni o comunque eventi dove, naturalmente, partecipavo attivamente o mi rendevo protagonista. Anche se il rapporto con la bicicletta non fu mai sereno, c’era sempre qualcosa che non andava. Nel giro della catena, nella regolarità del giro delle ruote, nell’adeguatezza dei freni. Insomma, alla fine, dopo mille vani tentativi di riparazione, decisi di separarmene. A malincuore. Ma era vecchia. La portai alla discarica, in via XXIV Maggio, lasciandola appoggiata al muro appena prima dell’ingresso perché, come mi disse un tizio lì in attesa, c’era sempre qualcuno che veniva ed eventualmente prendeva le cose che potevano servirgli. Nel pomeriggio la bicicletta era ancora lì tutta intera e dopo poco sarebbe stata presa dagli addetti, portata all’interno della discarica e da quel momento nessuno ne avrebbe più saputo nulla. Me ne tornai a casa un pò abbacchiato. Grandissima la sorpresa quando, un paio d’anni dopo, la vidi in un cortile interno dell’ospedale. Splendente, perfettamente in ordine, legata ad una ringhiera in modo che nessuno potesse portarla via. Indagai. Scoprendo che un italiano, disoccupato, emigrato dal meridione, padre di due figli, la moglie casalinga, l’aveva raccolta da quel muro dove l’avevo appoggiata praticamente alla chiusura dei cancelli della discarica, l’aveva risistemata dove i migliori meccanici piacentini non erano riusciti ed ora era il mezzo col quale quotidianamente andava a lavorare, finalmente assunto da una cooperativa a seguito dell’appalto per le pulizie in ospedale. Da allora ho imparato che tutto può essere riciclato, che noi abbandoniamo tante cose che riteniamo sia giunta l’ora di sostituire. Per qualche anno imparai a portarle appoggiandole a quel muro della discarica, trovando stranieri e italiani in attesa, poi imparai ad andare nelle sedi delle associazioni organizzate, Caritas e Parrocchie in testa. Soprattutto in occasione di eredità, quando mi sono ritrovato abiti, mobili, servizi di piatti, materiale di cucina che al massimo per me potevano rappresentare ricordi preziosi ma che per altri, stranieri, italiani, persone, potevano invece rappresentare cose preziose, utili, necessarie, indispensabili. Ecco perché gli istigatori all’odio in facebook, quelli che inveiscono contro chi ha indossato una maglietta rossa simbolica per l’auspicato recupero di umanità e solidarietà, quelli che parlano ma non fanno nulla, quelli che pontificano, quelli che, infastiditi, sanno solo accusarci d’essere inconcludenti radical chic sinistroidi non possono che essere commiserati: che ne sapete voi? Che cosa fate voi per chi soffre, per chi si trova in difficoltà? Ditelo. Magari lo faremo insieme.

“Da Sant’Antonio a Quarto, continua il viaggio nelle frazioni piacentine (2)” a cura di Carmelo Sciascia

Host di destinazione non consentito, sblocca la connessione nel pannello di AlterVista (Risorse > Impostazioni PHP)

Sant’Antonio, frazione di Piacenza

Se è vero, e lo è, che diverse frazioni di Piacenza sono stati comuni autonomi, e se è vero, e lo è, che ogni comune di questa nostra terra ha una propria peculiarità, allora risulterà evidente come nel parlare di queste frazioni si dovrà fare riferimento, ogni volta, a duemila anni di storia. Se l’Italia è la terra dei campanili, Piacenza è la città delle Chiese, delle Caserme e dei Conventi. Molti di questi edifici sono sorti nelle frazioni. Borghi storici e nuove frazioni si alternano nel disegnare oggi un territorio disarmonico e variegato. Ma nel complesso armonico nella sua disorganicità. Anche perché mentre le altre città hanno delle periferie frutto di un’espansione edilizia a macchia d’olio, costituita tutta da nuovi insediamenti, più o meno popolari, più o meno residenziali, Piacenza ha una periferia costituita in gran parte da borghi antichi. Vecchi borghi dove si è continuato però a costruire: praticamente ad un nucleo storico, prevalentemente di origine medioevale, si sono alternate villette a schiera, abitazioni di edilizia popolare e residenziale. Le frazioni già periferie, sono diventate così delle periferie con l’aggiunta di altre periferie. Vediamone qualche esempio:

Sant’Antonio è un borgo nato intorno ad una chiesa fondata nel 1172, la chiesa di Sant’Antonio a Trebbia sorta accanto ad un preesistente Ospedale. Possiamo affermare che è affine storicamente a San Lazzaro anche se opposta geograficamente. Sant’Antonio si sviluppa sulla via Romea, anche se poi diventerà anch’essa via Emilia. Da supporre comunque che già in epoca romana una “statio” militare vigilava sul ponte del Trebbia. La presenza di un Ospedale fece sì che vi soggiornasse anche San Rocco, oltre a diversi ordini religiosi. Il territorio, anche per la presenza del Ponte sul Trebbia (gemello del Ponte sul Taro) ha visto il passaggio di tutti gli eserciti, dai Romani ai Francesi, dagli Austriaci ai Piemontesi. Comune per volontà napoleonica, è rimasto vivo il senso di appartenenza alla borgata. In epoca recente si è dovuta far carico di una viabilità sempre più invadente ed invasiva. Nel 1940 lo stabilimento militare della Pertite fece 47 morti, è rimasto uno dei tanti misteri italiani, oggi l’area dismessa è al centro di un vivace dibattito sulla sua destinazione di cui diremo in seguito. Stravolta nella sua originaria struttura urbanistica, la frazione, negli ultimi decenni del passato millennio, ha visto la realizzazione di una moderna e vasta appendice edilizia: che ha dapprima costeggiato e poi sorpassato la strada alla Veggioletta.

Borgotrebbia (‘Tobruk’) ai primi del 900 (foto da Piacenza Antica)

Borgotrebbia ha una sua antica storia che possiamo abbinare alla Chiesa degli Appestati, così detta perché nel seicento fu un Lazzaretto, ma era già conosciuto e frequentato centro religioso perché di transito sulla via Francigena. Dopo il primo decennio del secolo scorso nasce Tobruk, un villaggio costituito da capanne simili a tucul (tipica capanna africana), a ricordarci come la Cirenaica fosse diventata provincia del Regno d’Italia, un’esotica appendice che si svilupperà poi intorno ad una fornace di mattoni. La libica Tobruk aveva di fronte il mare, la nostrana Tobruk il Po ed il Trebbia. In tempi a noi più prossimi una serie di villette costeggiano via Trebbia e si espandono fiancheggiando l’autostrada e la ferrovia fino alla via Emilia. 

L’inceneritore di Piacenza visto dal Po, olio su tela di Carmelo Sciascia

A Mortizza, lontana borgata di pescatori, resiste all’incuria del tempo una stupenda residenza religiosa al Gargatano.  Molte testimonianze sono state rase al suolo come la chiesa di Sparavera e le antiche residenze di Bosco dei Santi, luogo di eremitaggio e carità cristiana. Sono sorte al loro posto, una serie di villette a schiera lungo l’argine che, senza una piazza dove possa svilupparsi un’aggregazione sociale ha generato una realtà anonima: una lontana doppia periferia.

Castello di Mucinasso

Mucinasso, orfana del suo antico e glorioso maniero risalente all’anno mille, è diventata una lunga propaggine della via Farnesiana, la chiesa di san Tommaso Apostolo che risale al 1537, una volta centro di aggregazione sociale è oramai chiusa.  Come la scuola di Barbiana di Don Milani aveva rappresentato per il sistema scolastico italiano negli anni ’60 una carica innovativa e piena di fermenti nuovi, così negli anni ’70 la scuola di Mucinasso si era resa protagonista, con la sperimentazione del tempo pieno, di una forte carica innovativa nel campo del sistema scolastico nazionale. Purtroppo quell’esperienza è oramai un lontano e dimenticato (ma non per tutti) ricordo. Unica innovazione dell’abitato le nuove costruzioni che ancora proseguono in modo lento ma continuativo. Dagli anni ottanta l’edilizia continua a togliere ottimi terreni all’agricoltura contribuendo a formare una frazione della frazione.

Poco dopo San Bonico al giovedi le apparizioni celesti della Madonna

San Bonico mi ricorda i quartieri delle periferie americane, quelle dove nei film risiede la “middle class”. Solo la chiesa dedicata a San Bartolomeo ha una aureola storica, la sua fondazione si fa risalire all’XI secolo. È la tipica frazione che, collocata tra Mucinasso e la Verza, potrebbe essere riposizionata in qualsiasi periferia urbana. Un tranquillo quartiere dormitorio, ben tenuto, molto curato e anche per questo anonimo. Gravato comunque dal continuo traffico stradale della Val Nure, che come la Val Trebbia, bella a monte ma problematica a valle.

La Verza di cui si è già accennato per la sua toponomastica romana, affonda la sua origine di piccolo borgo nel lontano 1218 con la fondazione di un monastero cistercense fondato da Franca da Vitalta. Esisteva comunque già nella vicina Pittolo dal 1056 una chiesa dedicata al nostro martire romano Sant’Antonino.  Più recente, ma siamo comunque intorno al XV secolo, l’origine di Vallera che deve la sua fortuna ad alcune famiglie aristocratiche che la scelsero come luogo di villeggiatura e di caccia. 

San Savino a Quarto

Più in là in direzione di Bobbio troviamo Quarto (la quarta pietra miliare dell’antica strada romana che attraversava la val Trebbia), la frazione più lontana ad ovest e meno integra di Piacenza. Un’ovvia boutade. Risulta infatti essere una frazione frazionata: un quarto (il nome della frazione Quarto) diviso in tre (i comuni di Piacenza, Gossolengo e Podenzano).  Quarto ha una rispettabile ed antica origine toponomastica ma concretamente il primo manufatto di rilievo risale al milleottocento ed è la chiesa di San Savino. Oggi, al di là di tutto, risultano frazioni di transito, senza caratteristiche peculiari, crocevia, soprattutto La Verza e Quarto, di tangenziali, raccordi e di una statale la Route 45, che sarà bella a monte ma a valle lascia solo gli scarichi automobilistici e gli ingorghi.

Come volevasi dimostrare, è lapalissiano l’esempio di queste frazioni: “Vecchi borghi dove si è continuato però a costruire: praticamente ad un nucleo storico, prevalentemente di origine medioevale, si sono alternate villette a schiera, abitazioni di edilizia popolare e residenziale. Le frazioni già periferie, sono diventate così delle periferie con l’aggiunta di altre periferie”.

Continua….

 

Una maglietta rossa contro i tempi dei distinguo e dell’odio

Host di destinazione non consentito, sblocca la connessione nel pannello di AlterVista (Risorse > Impostazioni PHP)

Con la maglietta rossa perché mettersi nei panni degli altri cominciando da quelli dei bambini – che sono patrimonio dell’umanità – è un primo passo per costruire un mondo più giusto

Una semplice maglietta rossa per ribadire il sentimento d’umanità. Il rosso è il colore molto spesso delle magliette che le mamme indossano ai bambini nel momento dell’imbarco sulle navi carretta o sui gommoni con i quali dovrebbero attraversare il Mediterraneo: la speranza che, in caso di naufragio, possano essere meglio avvistati e salvati da qualche angelo che scende dal cielo. Una maglietta per affermare di essere dalla loro parte, di non condividere i giochi politici pericolosi di Matteo Salvini e le chiusure di molti paesi europei che pretendono di scaricare solo sul nostro paese il problema di un esodo che si sta facendo epocale. Certo. Niente più di un gesto simbolico che però ha rivelato l’odio latente che scorre alla base dei sostenitori dell’attuale governo a trazione Lega e Salvini in particolare: nessuna umanità, non disturbate il manovratore e se quelli annegano non è colpa di nessuno, “non siamo noi che li abbiamo spinti a mare“.

Anzi, al dire degli odiatori di face book, forse sono proprio gli indossatori di magliette, niente altro che annoiati radical scic, i veri delinquenti magari perchè “non prendono immigrati a casa loro“. L’iniziativa, non dimentichiamolo, è partita da un sacerdote, Don Ciotti, nel nome di tutte quelle associazioni che quotidianamente affrontano in concreto e non a parole i problemi dell’emarginazione e della fame (mi vengono in mense le tante mense che ogni giorno erogano pasti con i volontari della Caritas, la distribuzione di vestiti, gli aiuti per le bollette, l’accoglienza di intere famiglie italiane sfrattate). Bene, io sto con loro, io sabato ho indossato la mia maglietta rossa. Nel nome dei disgraziati che affrontano il mare, nel nome degli italiani che vivono in difficoltà perché sfrattati, disoccupati, malati. Ne sono orgoglioso anche perché quella maglietta, idealmente e di fatto, l’indosso ogni giorno della mia vita, orientando il mio fare (nel mio piccolo quotidiano, nel lavoro) alla solidarietà e all’aiuto a chi ha bisogno.