“Carezzerò la neve”, lirica di Francesco Saverio Bascio, poeta in Carpaneto

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Alluvione, olio su tela, di Gabriele Mucchi

Ho preso in giro l’eterno
lì!…
scappando dalla città dei morti
vaghe giustizie
nei sospiri scampati per caso
odio … e bocche larghe
trafitte nelle umane pene.

Trappole ambigue
calpestate da ignari passi
cedono alle fruste dei giudici…
nel ritorno dalle fughe,
spingono all’orlo,
e nel bilico di quei massi
pongo cenere alle rughe.

Lontano,… il ricordo della brezza
sfuma nell’umido della brina
e lego il dardo alla speranza
scagliando in alto la mia freccia,
se colpirò l’aurora,
allora dammi la tua mano,…
quando saremo là…
anche la neve si lascerà accarezzare.

Inondazione, olio su tela, di Xenia Miranda

“Un terremoto a Borgo Propizio”, romanzo di Loredana Limone, Salani editore, 2015

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Terza ‘visita’ a Borgo Propizio, ambiziosa cittadina con ambizioni d’arte, di richiami turistici, di crescita culturale. Ma anche di vita quotidiana, l’ordinaria vita della beata provincia del BelPaese. Ora noiosa, ora triste, ora ammiccante. Invidie, gelosie, amori vissuti, amori negati, amori proibiti, interessi economici bustarelle comprese, un Sindaco, Felice Rondinella, particolarmente attivo, una signorina che lo ama e lui perdutamente innamorato dell’amico magistrato senza negarsi a qualche avventura amorosa magari all’estero, lontano dalle chiacchiere del paese. Ma un giorno un violento sisma, arriva inclemente a distruggere ampia parte del centro storico, gettando nella disperazione i propiziesi che tanto amano il loro paese. Ma non solo: camminando tra le macerie, nella nascosta Viottola Scura, ecco a terra l’assessore Tranquillo Conforti, quello che dichiarava espressamente la volontà di sostituire il Sindaco. Cadavere. Assassinato. Un assassino a Borgo Propizio? Non solo. A parte i sette travolti dai crolli, proseguendo nella lettura troveremo gli scandali tipici della provincia, le storie che tutti ignorano, i cuori palpitanti che danno argomenti per i sorrisi e gli ammiccamenti da bar. Certo, i personaggi sono forse un pò troppi, le vicende dell’uno e dell’altro si intrecciano con qualche passaggio che stona, qualche rimando che complica l’attenzione del lettore. Non sempre è facile orientarsi di capitoletto in capitoletto nei diversi scenari di litigi e tradimenti che si sviluppano paralleli all’indagine per capire chi sia l’assassino. Seguiamo le storie del sindaco Felice, il Maresciallo Saltalamacchia, Ruggero il costruttore, Francesco il cuoco e poi ancora Belinda, Mariolina, Marietta e naturalmente i soliti problemi italiani: sembra di vivere la situazione dei terremotati dell’Aquila o di Reggio Emilia che, a parte le promesse iniziali, restano poi nei grandi tendoni allestiti dalla Protezione Civile mentre già s’affaccia il gelo dell’inverno. La lettura inoltre mi ha riportato a quando, ragazzo a fine anni sessanta, ho trovato in libreria di casa ‘I peccati di Peyton Place‘, uno spaccato della provincia americana, un libro di rimando sociale che tuttavia venne apprezzato dai lettori (io curioso adolescente non certo escluso) per i fatti a sfondo sessuale. Sicuramente due strutture narrative molto diverse con la differenza che Loredana Simone, grazie ad un pizzico aggiunto di ironia, sa innanzitutto coinvolgere e divertire. Per questo, dopo aver letto il primo libro della serie, finito questo terzo, ho immediatamente ordinato il secondo e l’ultimo uscito, il quarto della serie, dei quali sicuramente prossimamente parleremo. Dunque, buone serena lettura e per quanto mi riguarda, buon ritorno nel Borgo Propizio.

“La bottiglia e il bicchiere”, lirica di Antonin Artaud (1896 – 1948) da ‘Poesie della crudeltà’, Stampa Alternativa editore, 2002

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Bevitore di assenzio, olio su tela di Laszlo Mednyanszky

La lava verde dell’assenzio ha sommerso
la bella sera sospesa nell’aria con i suoi rami
e fatto salire nella bottiglia dalle calme ondate
le stelle di un giorno interiore e più leggero.
Negli specchi del bar dove la luna è nevicata
scorre la fontana della pubblica piazza
dove gira freneticamente la meccanica
di automobili che fuggono con occhi adamantini.
E io mi soffermo, nell’acqua verde dell’assenzio,
a seguire perdutamente tramite l’allettante inverno
e la neve dei loro bei corpi dai fiori spenti
le donne che l’amore ha trasformato.

“Je ne sais pas mais je sais que”, Ritratto ispirato alle parole di Antonin Artaud. Olio su tela, di Bruno Beccaro

“Piacenza: tre ritratti per l’adolescente Alessandro Farnese, raffigurato da adulto nel monumento del Mochi”, approfondimento di Carmelo Sciascia

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In tutti i libri di storia e di storia dell’arte troviamo un bel ritratto di papa Paolo III opera di Tiziano Vecellio.  È stato proprio Paolo III ad accarezzare l’idea di un ducato per i propri eredi. Progetto che si realizzerà con il figlio Pier Luigi, primo Duca di Piacenza-Parma. Tiziano dipingerà anche un austero ritratto al primo Duca (attualmente al Museo di Capodimonte), come dipingerà per i Farnese un bellissimo ritratto a Ranuccio, il Cardinale, in costume di Cavaliere di Malta. Ma come tutti sappiamo il condottiero che comunque darà maggior lustro ai Farnese sarà il nipote di Pier Luigi, Alessandro, figlio di Ottavio e di Margherita d’Austria, figlia dell’imperatore Carlo V. Come il Bernini a Roma, il Mochi a Piacenza, proprio grazie al monumento equestre di Alessandro (un altro inconsapevole merito del Farnese), posto nella Piazza dei Cavalli, affermava il trionfo del nuovo gusto barocco nella scultura.Alessandro Farnese-4

.  Alla Galleria Nazionale di Parma troviamo due ritratti di Alessandro Farnese. Uno è di Anthonis Mor, proveniente dalla collezione Farnese: – “Sappiamo per certo che questo ritratto venne eseguito a Bruxelles nel 1557, dove il dodicenne Alessandro si trovava con la madre Margherita, che era stata nominata dal fratellastro Filippo II governatrice della turbolenta provincia delle Fiandre. Il giovane principe era presto destinato a raggiungere Madrid, come sorta di pegno della fedeltà di Ottavio Farnese alla causa della monarchia asburgica, e dove sarebbe stato educato secondo i rigidi canoni dell’etichetta spagnola, distinguendosi ben presto per la notevole attitudine all’arte militare. La duchessa si rivolse per il dipinto al più quotato ritrattista della corte di Bruxelles, Anthonis Mor (conosciuto nella forma italianizzata di Antonio Moro), protetto dal potente e raffinato cardinal Antoine Perrenot de Granvelle”. Si trova nella stessa Galleria, un altro quadro: stesso personaggio, raffigurato anziché in abito da gentiluomo di corte, con una splendida e lucente corazza. Quest’opera è attribuita ad Alonso Sanchez Coello, pittore della corte di Spagna, succeduto al Mor, di cui era allievo, quando questi lasciò la Spagna nel 1561. Indubbiamente Coello è stato un buon ritrattista e notevole è l’influsso del suo maestro, quel Mor, pittore di corte, che ha influenzato anche un altro artista allora presente in corte, la pittrice Sofonisba dama di compagnia della regina. Sofonisba, anche se nata a Cremona, discende dalla nobile famiglia piacentina degli Anguissola, ebbe una vita ricca come artista e travagliata sentimentalmente. Da Cremona alla Corte di Madrid, dalla Spagna alla Sicilia dove, nella chiesa di San Giorgio dei Genovesi in Palermo, è stata seppellita.

 Siamo quindi in presenza di tre ritratti dello stesso personaggio, il giovane Alessandro Farnese. Ritratti eseguiti in anni ravvicinati: il primo dovrebbe essere stato eseguito a Bruxelles nel 1557 dal Mor, il secondo in Spagna alla corte di Filippo II dal Coello nel 1559, il terzo anch’esso a Madrid, probabilmente nel 1560, dall’Anguissola. L’attribuzione del primo quadro a Mor sembra certa, documentata da un pagamento del tesoriere di Alessandro nel 19 novembre1557. L’attribuzione del secondo desta dei dubbi, prima attribuito al Mor, poi al Coello. Un terzo ritratto ad Alessandro Farnese è sicuramente della Sofonisba Anguissola e si trova adesso a Dublino, nella National Gallery of Ireland. Sta di fatto che nella corte di Filippo II negli stessi anni si trovarono tre pittori ed un giovane principe, Alessandro Farnese, nipote dell’imperatore, futuro Duca di Parma e Piacenza.

Sofonisba Anguissola

Alessandro era nato nel 1545, quindi nel 1557 avrebbe avuto solo 12 anni, nel ’59 appena 14 e nel ’60 15 anni. I tre pittori Mor, Coello e Sofonisba, si sono trovati contemporaneamente a corte i tre anni che vanno dal 1559 al 1561. L’età di Alessandro in quegli anni è compresa dai 14 ai 16 anni. Se si guardano attentamente i volti dei tre ritratti credo sia difficile potere con certezza stabilirne l’età, il volto è lo stesso, quello di un adolescente: lo sguardo fiero, i lineamenti gentili, elegante e sicuro il portamento, sia quando pone la mano sull’elsa di una spada come nei primi due quadri sia quando infila semplicemente un guanto come nel terzo. Questo terzo ritratto, quello dove Alessandro s’infila il guanto, della Sofonisba ce lo ritroviamo, come copia, nel Palazzo Farnese di Caprarola, in un affresco di Taddeo Zuccari. Di Coello non esiste una biografia e tanti quadri gli sono stati ora attribuiti, ora negati, perché quindi uno dei due che sono nella Galleria a Parma, tra l’altro acquistato a Piacenza nel 1898, non attribuirlo anch’esso alla Sofonisba? Non c’è solo il fattore cronologico e storico a supporto di tale tesi, ma anche una valutazione estetica e coloristica. Sofonisba è stata “… per bellezza e per le straordinarie doti di natura posta fra le donne illustri del mondo, e così insigne nel ritrarre le umane immagini, che nessuno della sua età poté esserle pari…” (dalla lapide posta nella chiesa di San Giorgio dei Genovesi in Palermo). Gli interrogativi che continuamente si pongono nel campo dell’arte possono essere paragonati a quelli storici, mutevoli e diversi: il revisionismo storico come il testacoda delle valutazioni e delle attribuzioni artistiche. Per Sofonisba, come per Pier Luigi Farnese?

Paolo III nomina Pier Luigi Farnese duca di Parma e Piacenza, olio su tela di Spolverini Pier Ilario

 

“Io ti perdono”, romanzo noir di Elisabetta Bucciarelli, storia di bambini rapiti nei boschi, Kowalski editore 2009

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La piccola Arianna vede un cagnolino biondo che, tra gli alberi del bosco, sembra chiamarla, invitarla a giocare con lui. Lo insegue. E così s’allontana dai genitori che si stanno divertendo alla ricerca di castagne. E scompare. Non è il primo bambino che si perde tra i monti della verde Val d’Aosta. Per, dopo qualche giorno, ritornare portando con sè gli inequivocabili segni della violenza subita. Eppure alla stazione dei Carabinieri non arriva nessuna denuncia, tutti i genitori coinvolti tacciono, tengono i drammi psicologici che inevitabilmente vivono i loro figli all’interno delle mura di casa. Per proteggerli, per evitare che il peso delle prevedibili pressioni da parte dei media gli faccia rivivere le ore passate tra torture e violenze, peggiorando ulteriormente la loro situazione. Ma non tutti. La madre di Arianna non regge al dolore, non vedrà il ritorno della figlia, muore di crepacuore. Proprio quando il parroco del paese, Don Paolo, ha chiamato Maria Dolores Vergani, ispettore di Polizia a Milano, non tanto per indagare (non è sua la competenza) quanto per assistere come ex psicologa la povera donna. Inevitabilmente la donna viene coinvolta nonostante ben altre siano le sue preoccupazioni ed impegni. Un’indagine, insieme al collega Pietro Corsari, per quella donna della quale in area industriale dismessa a Milano vengono trovati i resti, indagine che la portano a contatto con il mondo della prostituzione nei locali periferici dell’hinterland. Oltre alle sue vicissitudini d’amore, divisa tra il suo compagno e quel milite della Guardia di Finanza, sposato con figli, che le telefona continuamente senza che lei riesca a negarsi a quel contatto profondo, sia pur non fisico. La bambina, il cadavere della prostituta milanese, il mondo della Lap Dance, Don Paolo che, si scopre, venne allontanato dal servizio in Liguria per il sospetto di pedofilia e che viene trovato nella sua stanza impiccato tanto da convincere il maresciallo dei Carabinieri che il colpevole per la sparizione dei bambini è trovato, il caso è chiuso. Ma Maria Dolores non demorde, va in Liguria, scopre che forse il prete era innocente, colpito dai pettegolezzi della gente e come tale invitato dalla Curia ad accettare il trasferimento non per perdono ma semplicemente per non attizzare le chiacchiere. Quindi torna in quei boschi dove a sua volta ha camminato da bambina, qualcuno la colpisce alle spalle, il buio l’avvolge. Un bel noir, intrigante, per gli amanti del genere, con continui riflessi psicologici. Un finale con alcuni segnali premonitori in corso di lettura. Interessante. Anche come riflessione sulle motivazioni psicologiche ed umane che possono stare alla base di un mal risposto ed equivoco amaore per i bambini.

 

“Ascolta il cuore di chi ti ama”, lirica di Catherine La Rose, poeta in Roma

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Dai tuoi occhi si nota
l’opale spento
dell’abbandono
lo smarrimento
Se ti fermi un istante
anche solo vagare nei miei
d’Amore t’illumino
e ti faccio ritrovare

Potrai di nuovo
il sorriso inarcare
liberare alle parole e musica
l’infinito

Sarà spuntare il sole
da dietro una montagna
e sarà respirare tutto di più bello
che è la vita

Ascolta il cuore
di chi ti ama…

Apri le braccia al tuo Amore
rampicante del tuo giardino
che ti sviolina al sorgere
di un finalmente sospiro
la danza del cuore.

Sarà radiosa
tua stella del cielo
tua zavorra brilla di luce
d’appuntare al petto
fuoco mare e venti 

al tuo cospetto

E sarà solo…
perderti in me.

“Ad Auschwitz superai la selezione per tre volte”, tratto da ‘Fino a quando la mia stella brillerà’, di Liliana Segre

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“Ad Auschwitz superai la selezione per tre volte. Quando ci chiamavano sapevamo che era per decidere se eravamo ancora utili e potevamo andare avanti, o se eravamo vecchi pezzi irrecuperabili. Da buttare. Era un momento terribile. Bastava un cenno ed eri salvo, un altro ti condannava. Dovevamo metterci in fila, nude, passare davanti a due SS e a un medico nazista. Ci aprivano la bocca, ci esaminavano in ogni angolo del corpo per vedere se potevamo ancora lavorare. Chi era troppo stanca o troppo magra, o ferita, veniva eliminata. Bastavano pochi secondi agli aguzzini per capire se era meglio farci morire o farci vivere. Io vedevo le altre, orrendi scheletri impauriti, e sapevo di essere come loro. Gli ufficiali e i medici erano sempre eleganti, impeccabili e tirati a lucido, in pace con la loro coscienza. Era sufficiente un cenno del capo degli aguzzini, che voleva dire “avanti”, ed eri salva. Io pensavo solo a questo quando ero lì, a quel cenno. Ero felice quando arrivava, perché avevo tredici anni, poi quattordici. Volevo vivere. Ricordo la prima selezione. Dopo avermi analizzata il medico notò una cicatrice. «Forse mi manderà a morte per questa…» pensai e mi venne il panico. Lui mi chiese di dove fossi e io con un filo di voce ma, cercando di restare calma, risposi che ero italiana. Trattenevo il respiro. Dopo aver riso, insieme agli altri, del medico italiano che mi aveva fatto quella orrenda cicatrice, il dottore nazista mi fece cenno di andare avanti. Significava che avevo passato la selezione! Ero viva, viva, viva! Ero così felice di poter tornare nel campo che tutto mi sembrava più facile. Poi vidi Janine. Era una ragazza francese, erano mesi che lavoravamo una accanto all’altra nella fabbrica di munizioni. Janine era addetta alla macchina che tagliava l’acciaio. Qualche giorno prima quella maledetta macchina le aveva tranciato le prime falangi di due dita. Lei andò davanti agli aguzzini, nuda, cercando di nascondere la sua mutilazione. Ma quelli le videro subito le dita ferite e presero il suo numero tatuato sul corpo nudo. Voleva dire che la mandavano a morire. Janine non sarebbe tornata nel campo. Janine non era un’estranea per me, la vedevo tutti i giorni, avevamo scambiato qualche frase, ci sorridevamo per salutarci. Eppure non le dissi niente. Non mi voltai quando la portarono via. Non le dissi addio. Avevo paura di uscire dall’invisibilità nella quale mi nascondevo, feci finta di niente e ricominciai a mettere una gamba dietro l’altra e camminare, pur di vivere. Racconto sempre la storia di Janine. È un rimorso che mi porto dentro. Il rimorso di non aver avuto il coraggio di dirle addio. Di farle sentire, in quel momento che Janine stava andando a morire, che la sua vita era importante per me. Che noi non eravamo come gli aguzzini ma ci sentivamo, ancora e nonostante tutto, capaci di amare. Invece non lo feci. Il rimorso non mi diede pace per tanto, tanto tempo. Sapevo che nel momento in cui non avevo avuto il coraggio di dire addio a Janine, avevano vinto loro, i nostri aguzzini, perché ci avevano privati della nostra umanità e della pietà verso un altro essere umano. Era questa la loro vittoria, era questo il loro obiettivo: annientare la nostra umanità.”

Liliana aveva 13 anni quando entrò ad Auschwitz.

La liberazione di Auschwitz

Post proposto in facebook da Marco Leoni

“Scuola, di riforma in riforma un mucchio di rovine. Smantellate regole e contenuti, l’autorità e i valori più strettamente culturali”,riflessione di Carmelo Sciascia (2)

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Parte seconda: sull’uso pedagogico del metodo maieutico

Il problema è che vi sono ancora dei pedagogisti che continuano a proporre una “scuola maieutica” dove si impari dai compagni non dagli insegnanti, si impari con le domande non con lo studio, si impari solo nei laboratori non dalle spiegazioni che si potrebbero dare con le lezioni, si impari senza sottolineare e fare capire gli errori ma valutando solo i progressi, si impari sbagliando nelle applicazioni pratiche senza una buona premessa teorica, punto di partenza per qualsiasi conoscenza (soprattutto in campo scientifico), si impari lasciando gli alunni liberi ad esprimere il loro protagonismo e l’insegnate in disparte a “predisporre”: Permissivismo allo stato puro! Si impari divertendosi: si dimentica completamente che l’apprendimento e quindi lo studio è anche sacrificio, solitudine, fatica. (Lo diceva perfino Giorgio Amendola nel famigerato 1968!).

“maièutica s. f. ([dal gr. μαιευτική (τέχνη), propr. «(arte) ostetrica», «ostetricia», der. di μαῖα«mamma, levatrice»]. – Termine con cui viene generalm. designato il metodo dialogico tipico di Socrate, il quale, secondo Platone (dialogo Teeteto), si sarebbe comportato come una levatrice, aiutando gli altri a «partorire» la verità: tale metodo consisteva nell’esercizio del dialogo, ossia in domande e risposte tali da spingere l’interlocutore a ricercare dentro di sé la verità, determinandola in maniera il più possibile autonoma.”  (Enciclopedia Treccani)

A proposito di Socrate cui si fa riferimento per il metodo maieutico, di cui si è riportata per una maggiore comprensione la definizione della Traccani, alcune considerazioni sono d’obbligo. Perché a questo punto è chiaro che il problema non è solo pedagogico ma diventa filosofico, se è vero che il metodo con cui si vuole risolvere qualsiasi problema di apprendimento scolastico ha forti connotati che riguardano il pensiero filosofico tout court.

Socrate storiograficamente costituisce “un caso” perché è ad un tempo esistito e non è esistito. Al di là del dato storico sulla sua esistenza, sarebbe meglio dire che vi sono diversi Socrate, visto che non abbiamo nessuna fonte diretta (non ha lasciato nessuno scritto), il suo pensiero dobbiamo ricavarlo mediato da altri pensatori, a lui contemporanei o postumi. Quindi avremo diversi Socrate a seconda delle fonti cui si fa, di volta in volta, riferimento (Aristofane, Platone, Senofonte, Aristotele). A ciò si deve aggiungere il fatto che ogni periodo storico ha dato una sua versione del pensiero socratico. L’interpretazione medioevale vede Socrate (attraverso Platone) come colui che ha preparato la venuta di Cristo, essendo stato un martire per scelta, per coerenza con le sue concezioni, quindi per fede. Socrate in questa ottica risulta essere una specie di profeta ed il principio socratico di “so di non sapere” diventa conseguenzialmente una ricerca della Verità, quindi la ricerca della verità assoluta, in ultima analisi la ricerca di Dio.

Così ogni periodo ha conosciuto un Socrate diverso ed Il metodo socratico è stato di volta in volta considerato un metodo valido sia dai pensatori liberi illuministi come dai mistici imbevuti di fede religiosa.  Già tutto questo dovrebbe fare venire qualche dubbio sulla vera essenza del metodo maieutico e quantomeno destare qualche dubbio sulla sua esatta interpretazione. Sicuramente è difficile attribuire un significato univoco al metodo maieutico in generale, a maggior ragione qualche dubbio in più dovrebbe suscitare la sua pretesa scientifica come metodologia pedagogica. Volgiamo lo sguardo a cosa hanno sostenuto alcuni filosofi, sicuramente non minori nel panorama della storia della filosofia, nei riguardi di Socrate. Per Soren Kierkegaard ad esempio, Socrate è l’affermazione della soggettività, la negazione della ragione perché il suo metodo maieutico sta alla base della sua ironia e la sua è fuor di dubbio una ironia distruttrice, una ironia che tende a scardinare qualsiasi verità. Il non sapere di Socrate per il filosofo danese è lo scacco della ragione e come tale conduce alla fede ed alla irrazionalità.

Non credo, così come proposto da Kierkegaard, sia il metodo socratico un buon metodo da adottare nel campo dell’istruzione, dove necessitano certezze e valori, non un’ironia costante che smantella (mette in dubbio) la funzione della stessa ragione. Un altro grande filosofo, che rimane ancora uno dei più attuali del nostro novecento, Friedrich Nietzsche va ancora oltre, condanna Socrate perché lo considera come colui che ponendo fine alla tragedia greca, ha posto fine alla civiltà dionisiaca.  E, se consideriamo che il comportamento tragico per l’uomo è l’unico atteggiamento di fronte alla vita, ci si rende conto di quale grave colpa si sia macchiato il Filosofo greco, negando la vera essenza della vita stessa. Ho riportato due giudizi sul pensiero socratico, di pensatori diversissimi tra loro, uno del religioso Kierkegaard, padre nobile dell’esistenzialismo contemporaneo, l’altro opposto del nichilista Nietzsche, l’anticristo.  Ma forse ci si vuole riferire, parlando di maieutica, al giudizio di Labriola che vede in Socrate un educatore della coscienza morale? Così come E. Boutroux che attribuisce a Socrate il merito di avere posto le fondamenta di una scienza morale? Ma se così fosse, si badi bene che sempre e solo nel campo della morale restiamo, lungi dall’essere considerato quindi il suo metodo, un metodo pedagogico, ma un metodo esclusivamente etico. Socrate in fin dei conti può essere considerato più che un individuo, un simbolo, una concezione dialettica derivata dalle opere dei sofisti, lungi dall’avere strutturato una metodologia scientifica valida in campo pedagogico.  Infatti: Il ragionamento maieutico aveva come logica conclusione un’aporia. L’aporia è quando nella soluzione di un dato problema si presentano due conclusioni incompatibili tra loro anche se logiche. È evidente come l’aporia socratica può rientrare nella cosiddetta “dimostrazione per assurdo” della scuola eleatica.  Ma anche Gorgia argomenta secondo lo stile degli Eleati, vogliamo allora usare un metodo pedagogico, come universale ed infallibile, un metodo usato già dai così tanto bistrattati Sofisti?

 

“Scuola, di riforma in riforma da istituzione che trasmetteva sapere a un mucchio di rovine”, riflessione di Carmelo Sciascia

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Parte prima: Alcune considerazioni sulle Riforme della scuola e sull’uso pedagogico del metodo maieutico

Vi sono delle letture che non si sa, né perché né per come, si propongono in uno stesso momento. Succede allora che, leggendo contemporaneamente o in breve successione dei libri, si mettono in relazione dei concetti che altrimenti resterebbero isolati e sterili. Mi ha colpito particolarmente leggendo i Dialoghi di Confucio, una affermazione che è il titolo dato alla raccolta stessa “Io non credo tramando”. Sì, perché Confucio non si riteneva un inventore del sapere, uno che creava dal nulla la conoscenza bensì un divulgatore, cioè un uomo che aveva ordinato tutto ciò che la antica saggezza popolare aveva accumulato nel corso dei secoli.

Per dirla in parole semplici il Pensatore cinese si considerava una semplice cinghia di trasmissione, si era dato il ruolo di trasmettere una Tradizione. Lo stesso concetto viene attribuito da Paola Mastrocola al ruolo dell’insegnante. Si definisce come Tradizione (trans+ dare) Il complesso delle memorie, notizie e testimonianze trasmesse da una generazione all’altra. La cultura è un patrimonio che deve essere trasmesso, è costituita da conoscenze che devono essere date da chi le possiede a che ne prenderà il testimone, dagli insegnanti agli allievi che saranno i futuri cittadini. Ma questo ruolo, cioè quello del docente, è stato stravolto, sistematicamente. Non dal Sessantotto, come si dice con consapevole malizia, che fu per inciso un momento liberatorio in tutti campi e specialmente nella scuola. I giovani sessantottini si mossero per cambiare una scuola che era autoritaria, nozionistica ed elitaria. (Lo spiegò bene un prete di montagna con la sua “Lettera ad una professoressa” dei ragazzi di Barbiana).  

Vi furono, inutile negarlo, degli errori eclatanti (il sei politico, gli esami di gruppo), ma permise comunque quel movimento l’accesso a tanti giovani dei ceti bassi a facoltà prima precluse, grazie all’istituzione di un pre-salario e di una legislazione conseguenziale che in qualche modo garantiva il diritto allo studio. I guai veri della scuola italiana iniziano nel 1994, con il Ministro D’Onofrio del primo governo Berlusconi: con un decreto si aboliscono gli esami di riparazione. Dopodiché è un susseguirsi e rincorrersi incessante di provvedimenti legislativi con finalità devastanti. Si prosegue infatti con Berlinguer: l’Autonomia scolastica nel 1997, il Dirigente Scolastico, la Sperimentazione, i Progetti, il POF e via via si prosegue ancora a tutt’oggi, basti citare la “Buona Scuola” di renziana memoria.  Le Riforme sono state scritte spesso più che dai Ministri dell’Istruzione dai vari Ministri dell’Economia e delle Finanze. Seppure le Riforme talvolta siano state scritte dai Ministri preposti, qualsiasi fosse il loro colore politico, non si sono mai contraddette, tant’è che nel tempo abbiamo potuto appurare, ahinoi, che le finalità nel tempo coincidevano. Tacito ebbe a scrivere nel De Agricola: “Hanno fatto un deserto e lo hanno chiamato pace”, noi possiamo affermare di avere di Riforma in Riforma, dal 1994 ad oggi, trasformato la scuola, da una Istituzione dove si trasmetteva sapere, in un mucchio di rovine: hanno desertificato la Scuola!

Abbiamo reso la scuola permissiva, facile, aperta a qualsiasi contributo venisse dal sociale, dall’attualità, dal territorio… “Abbiamo smantellato le regole e i contenuti, l’autorità e i valori più strettamente culturali”. 

Se dovessi riassumere le rovine (perché di rovine si tratta) della scuola oggi, condividendo l’opinione di Paola Mastrocola, ne illustrerei due: il permissivismo che ha prodotto l’ineducazione scolastica (nessun insegnante è più in grado di tenere sotto controllo la disciplina di una classe) e la riduzione dei contenuti che ha prodotto l’ignoranza. 

La società liquida così come teorizzata da Bauman ha generato studenti liquidi. Cioè studenti con conoscenze tecniche (lingue e informatica), flessibilità e massima disponibilità a ricoprire i più svariati ruoli produttivi. Lo studente deve quindi essere sempre in movimento, dinamico, vivace. Lo studio richiede invece lo stare fermi, riflettere molto tempo sullo stesso argomento, ci costringe a pensare, riempire le mente di pensieri anziché vivere spensierati, senza pensieri, superficialmente.

Ulisse, ci dice la scrittrice Mastocola, è un personaggio che vive la sua vita, tra viaggi, amori, avventure. Il problema vero in tutta la storia di Odisseo, è costituito dagli abitanti di Itaca (di cui non si parla mai) loro sono rimasti soli, senza un capo ed alla mercé dei Proci. Gli abitanti di Itaca sono i nostri studenti, ingannati riforma dopo riforma, costretti a rimanere ignoranti, da una scuola che vuole essere divertente, flessibile, innovativa, moderna, permissiva, computerizzata. 

Segue…

Al Circolo ‘Al 32 dal Masan’ a Castelvetro in esposizione il mio “Il soffio del vento, da Chernobyl a Caorso trent’anni dopo”

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Non lo posso negare: presentarmi stamane alle 8.33 al piccolo bar del Circolo Culturale ‘Al 32 dal Masan‘ a Castelvetro mi ha emozionato. Obiettivo l’incontro col signor Pietro, 96 anni, per raccogliere i racconti della sua esperienza in tempo di guerra. Nell’attesa ho ammirato i quadri in esposizione. Per poi arrivare alla piccola vetrinetta e, sorpresa, ammirare la copia del mio “Il soffio del vento, da Chernobyl a Caorso trent’anni dopo“.

Purtroppo l’incontro con Pietro è sfumato nella giornata bigia con punte di nebbia in zona golenale del vicino Grande Placido Fiume, ma la possibilità di ammirrare dipinti in mostra e soprattutto, praticamente tre anni dopo l’uscita, ritrovare il mio libro in bella esposizione, è stata una gradevole impareggiabile emozione . Il viaggio dunque valeva comunque la pena e, semplicemente, l’incontro è posticipato. Del resto, così è la vita dell’oscuro scrittorello.