“Una medium, due bovary e il mistero di Bocca di Lupo”, romanzo di Gaetano Cappelli, Marsilio editore

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Cosa dire quando, arrivato alla terza pagina ti sembra di vivere un deja vù? Nessun commento. Prosegui fino a pagina dieci e devi riconoscere il fatto compito: quel libro l’hai già letto. Troppi arretrati e far confusione è decisamente facile. Ringrazi il cielo di non averne acquistato due copie ma quanto a rimetterlo in libreria non se ne parla nemmeno: troppo avvincente e, così, te lo rileggi in un amen perdonando l’autore anche per quelle parti in dialetto pugliese incomprensibile (che comunque generosamente viene tradotto). Siamo di fronte ad uno scrittore di medio successo che, a causa di corna procurate, ormai ha perso buona parte del suo pubblico ma la fortuna lo accarezza: una nobildonna col sogno di scrivere un romanzo chiede aiuto col marito pronto a pagare la disponibilità. Ma il fatto si rivelerà non certo di gran facilità: intanto il romanzo riguarderà la storia di una medium defunta almeno un secolo prima ma che, dall’aldilà, starà ben attenta a quel che i due scrivono di lei. Da non sottovalutare anche l’invidia di una pseudo amica già autrice di due romanzetti a dimensione locale, amante di un cantante rivale di Al Bano anche lui fallito per fatto di corna (sognate) con Rosanna Fratello. Di mezzo infine ecco subentrare anche un paio di gangster paramafiosi. Insomma, di tutto un po’ per un libro avvincente, coinvolgente, divertente fino alla fine. Riusciranno nell’impresa i nostri due eroi? Chi leggerà lo saprà.  Buona lettura.

“Un treno per l’inferno e altri racconti”, di Giorgio Scerbanenco, I libri della domenica de ‘Il Sole 24 ore’

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Scerbanenco, ovvero un maestro del genere poliziesco che è sempre un piacere leggere. Nato a Kiev nel 1911, a 16 anni si stabilisce con la mamma a Milano dove muore per arresto cardiaco nel 1969, all’apice del successo. Alla sua memoria è dedicato il più importante premio italiano per la letteratura noir e poliziesca, il Premio Scerbanenco. In effetti ogni occasione è buona per leggere i suoi romanzi e i suoi racconti che periodicamente l’editoria italiana ancora ci propone. In questo caso leggiamo tre racconti racchiusi in un centinaio di pagine che prima di tutto ci riportano all’Italia degli anni cinquanta e sessanta. In primo luogo con il racconto “L”uomo più solo del mondo, storia della fuga da casa di due ragazzi, 20 anni lui, 16 anni lei. Si preoccupano di mascherare la fuga fingendo di essere sposati e per questo acquistano due fedi. Ma non solo. Dormono in auto perché così, dice lui, meglio resiste alla tentazione di ‘rovinarla’. Era proprio così, all’epoca. Due ‘bravi ragazzi’ così dovevano fare. Oggi vien da sorridere ma è bello leggere per ricordare ‘come eravamo’. Insomma come sempre uno Scerbanenco impareggiabile. 

“La briscola in cinque”, romanzo di Marco Malvaldi, Sellerio editore Palermo

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Circa 3 mesi. Il tempo per giungere all’ultima parola delle 163 pagine di questo giallo toscano, maremma maiala! Noioso? Per nulla accattivante? Banale? Niente affatto. Semplicemente l’avvicinamento a Malvaldi ha coinciso con una di quelle periodiche crisi fa lettura per cui riesci a malapena a leggere poche righe per volta per poi sopravvenire il trascorrere del tempo. Tutto nasce in un alba in riviera quando il barrista, avvertito da quel ragazzo ‘pieno come un uovo, trova il cadavere di una ragazza nel cassonetto verde della nettezza urbana. Per la polizia nessun dubbio, l’assassino è proprio quel ragazzo ma Massimo, il barrista di cui si diceva, ha intuizioni diverse. Che naturalmente alla fine si riveleranno sbagliate ma utili per arrivare comunque alla verità e all’individuazione dell’assassino e delle sue motivazioni. Per la gioia di Ampelio e degli altri anziani frequentatori del bar che, tra una partita a carte e l’altra, trovano le chiacchiere per passare il tempo. Insomma, un buon libro col quale ha debuttato Marco Malvaldi, oggi prolifico scrittore capace di dipingere luoghi, persone, abitudini della ‘maremma maiala.

L’accoglienza? Non è un valore assoluto

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Accogliere migliaia di immigrati non è un dogma della sinistra. Giusto porre limiti e distinzioni. Accogliere per poi relegare persone in condizioni di degrado in assenza di prospettive di sviluppo e integrazione è in primo luogo denigrare per chi fugge da situazioni di guerra o dalla fame. Accogliere senza tener conto dei timori e delle preoccupazioni di un popolo ‘ricevente’ significa creare situazioni di disagio sociale per gli uni e per gli altri. Per questo mi associo all’azione intrapresa dal ministro Minniti e dal governo. Questo significa abbandonare nelle mani dei libici centinaia di profughi? Se questa è la prepccupazione interveniamo su questo ma smettiamola di finanziare i trafficanti di esseri umani.

“Il soffio del vento, da Chernobyl a Caorso trent’anni dopo” … un anno dopo all’Ipercoop

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A fine luglio 2016 alla Settimana della Letteratura a Bobbio si presentava “Il soffio del vento, da Chernobyl a Caorso trent’anni dopo“, edito con Pontegobbo editore. Storia del piccolo Luca, dell’arrivo della invisibile nube radioattiva e, a seguire, immagini, testimonianze, resoconti, poesie. Un anno dopo la sorpresa di trovarlo esposto in una piccola vetrinetta all’Ipercoop ‘Gotico’ di Piacenza.

Sinceramente, impareggiabile.

Incontro di compagni in compagnia con dolce prodotto di pasticceria

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Eccellente serata ricordando la sinistra che fu.

Al punto la sinistra che è e che sarà la linea finallora condivisa ha rivelato soluzioni infinite tanti quanti eravamo e per fortuna la torta spuntò.

Noi due autori con la prima ‘prova tipografica’ del nostro prossimo libro: “Il Signor 7 x 3 21, storie di Pietro Derba”

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Claudio Arzani e Fausto Chiesa, con la prova tipografica de “Il Signor Sette per Tre Ventuno, storie di Pietro Derba”, edizioni Costa di Borgonovo Val Tidone

E finalmente, eccolo: dopo un buon anno di lavoro, il nostro prossimo libro. Noi autori, io e Fausto Chiesa, di massima (salvo imprevisti sempre in agguato) il prossimo 24 settembre saremo nell’Auditorium della Rocca di Borgonovo Val TIdone con le “Storie di Pietro Derba, Il Signor sette per tre ventuno“.

Il 7 marzo 1921, a Brogonovo, nasceva Pietro Derba. Per l’appunto, come amava scherzarne, il ‘Signor 7 x 3 21’. Sono anni difficili. Tanto il lavoro ma ben pochi i soldi che arrivano nelle case e, a questo, si aggiungono i tempi difficili seguiti alla fine della Grande Guerra con un Paese sostanzialmente in ginocchio sul piano economico e spaccato in due a livello sociale. Per questo molti se ne vanno a cercar fortuna oltre oceano e, tra questi, Arturo Riccardo, padre di Pietro. Un’assenza che, come spesso succede, spinge il nostro giovane borgonovese a sognare una vita e una famiglia unita e costantemente presente in tutte le sue componenti. Una vita che, passando poi attraverso la tragedia del secondo conflitto mondiale (Pietro vestirà la divisa del bel marinaretto), si caratterizza con il ferreo legame del lavoro, appunto della famiglia e il corollario di qualche passione: il calcio con l’amore per la Juventus e gli incontri con i reduci combattenti per condividere le esperienze nel segno della pace da tutelare. Potremmo definirla una storia “di uno di noi, anche lui nato per caso in campagna”, andato a lavorare in bicicletta in quel di Milano, strappato ai suoi cari per combattere una guerra non voluta, finito prigioniero e finalmente “passano gli anni ma lui non dimentica, torna col treno nella sua casa”, a Borgonovo, ad abbracciare la madre, Tina, immancabilmente in lacrime, e la sorella, Marisa. E gli amici, per far festa sotto un tetto di stelle a suon di salame, coppa, buon vino e qualche sigaretta. Per poi qualche anno dopo, eccolo all’altare con Anna Lucia che gli darà quattro figli: Donatella, Flavia, Monica e Angelo. Tutto questo lo si legge nelle pagine del libro voluto dalla famiglia e nato dall’incontro dei ricordi di Pietro ascoltati da Claudio e da Fausto: doveva essere un regalo per la sua veneranda età, ci ha lasciato prima, speriamo abbia licenza per ‘lanciare un occhio’ da questa nostra parte del cielo e ammirare le pagine dei suoi ricordi.

 

 

Cronaca di un giorno a Cerignale, 725 m s.l.m., Alta Val Trebbia

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Merita decisamente l’immagine di Dalila pensierosa che si chiede “ma dove mi hai portata?”. Semplice, a Cerignale, piccolo Comune dell’Alta Val Trebbia, 127 abitanti, 725 m s.l.m., situato in una conca boscosa sulle pendici del monte delle Tane.

Piccolo borgo a vocazione contadina, messo a ferro e fuoco dai nazifascisti nell’agosto 1944 nel corso del grande rastrellamento lanciato contro i partigiani, particolarmente valorizzato da un Sindaco, Massimo Castelli, pieno d’energia ed inventiva capace di valorizzare la montagna richiamando un turismo sia stanziale che di passaggio.

Una “Transumanza” di libri e lettori l’interessante tre giorni proposta per iniziativa comunale in collaborazione con due librerie piacentine ed una casa editrice bobbiese, per sottolineare che montagna, cultura contadina e cultura possono andare a braccetto attirando i soliti divoratori di carta stampata (io e Dalila in primis).

Ovviamente, dopo i libri, d’obbligo ammirare alcune opere dedicate alla volontà di pace e, in questo caso, ecco la FOnte di Francesco dedicata allo spirito di fratellanza francescano (cosa che non è certo esclusiva di Beppe Grillo e del suo Movimento).

Interessantissimo anche ammirare antichi strumenti agricoli collocati nelle strade del paese che di fatto costituiscono un vero e proprio “Museo a cielo aperto”.

Un a/traversamento, quello delle vie del paese, di estremo interesse e curiosità con apparizioni a sorpresa, letteralmente di tutto un pò tanto da rendere impossibile una rendicontazione completa: per meglio capire non resta che ‘fare un salto’ ed è questo un invito rivolto a tutti quanti possono, ora arrivando da Piacenza, ora da Genova o appunto intraprendere una ‘transumanza’ che, partendo da Genova, arrivi fino a Piacenza con sosta obbligata.

E se subentra la stanchezza tra una via e l’altra? No problem! Il Comune ha ben pensato di sistemare pacnhine aduse alla bisogna.

Senza peraltro tralasciare il rifacimento dell’antico lavatoio utile al transitante per calmare la calura e dissetarsi.

Per tacer della piazzetta del pane quotidiano, straordinaria realizzazione a disposizione per chi voglia cimentarsi con l’arte del far il pane come usava ai tempi dei nostri nonni.

Oppure, più placidamente, non resta che una sosta d’obbligo all’albergo ristorante Del Pino, difesi dal sole dalla pergola carica di magnifici grappoli d’uva a gustare antipasto d’ottimo salume e zucchine fritte.

Ma attenzione a moderare i piatti in arrivo. Seguono i primi che qui chiamano “pin” (forse in onore all’albergo?) cui s’aggiungono tagliolini verdi coi funghi, con Dalila in estasi nell’ammirare l’anziana ‘radzdura’ (88 anni), la signora Teresa, mamma del proprietario, a ‘tirare’ la pasta.

Ovviamente, dopo cotanto ben di Dio, come farcela ad accettare anche lo straordinario piatto che viene proposto, una fumante porzione di cinghiale in umido con polenta? Impossibile, ovviamente per cui non resta che rinviare ad altra occasione, ripromettendosi un ritorno magari settembrino. Senza però trascurare un passaggio alla ‘bottega della Bruna’, altro risultato dell’impegno del Sindaco riuscito ad evitare la chiusura del negozio d’alimentari che avrebbe messo in forte difficoltà la piccola comunità specie nei mesi invernali (il paese più vicino, Ottone, è a diversi chilometri di distanza). Così, per quanto ci riguarda, oltre all’acquisto del quotidiano, non ci neghiamo un ottimo salame fatto ‘alla piacentina’. Quindi, concludendo, “a presto, piccolo borgo di montagna, a presto Cerignale“.