Castel San Giovanni: “Ospedale a rischio” ma l’Ausl ribatte “non è vero”, un intervento di Thomas Trenchi

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Riportiamo l’articolo pubblicato dal blog di interviste, curiosità e approfondimenti “sportelloquotidiano”

È uno strappo irreversibile quello tra il comitato “I Castal I Disan No al depotenziamento dell’ospedale di Castel San Giovanni”, che da diverso tempo denuncia «una strategia in atto per smantellare la struttura ospedaliera del paese», e la direzione dell’Ausl di Piacenza, la quale ha ribadito attraverso una nota che «non è in atto nessun depotenziamento del nosocomio: nel corso del 2016, i servizi ai cittadini presso l’ospedale di Castel San Giovanni sono stati anzi potenziati. Le eccellenze costruite nel tempo dai professionisti dell’ospedale saranno mantenute».

Nelle prossime settimane, il direttore Baldino presenterà un piano di riorganizzazione del presidio ospedaliero, sul quale fino ad ora non è trapelato nulla, ma che preoccupa il gruppo di cittadini: «Abbiamo fonti interne, la situazione è chiara, già da quando venne abbattuta la chiesetta secolare nell’edificio, per far posto a dei locali di cui non conosciamo la finalità: mirano a mettere in difficoltà la sanità pubblica, in favore delle cliniche private». Il comitato, ormai sfiduciato nei confronti delle istituzioni, elenca i disagi che il bacino d’utenza di circa 50.000 abitanti sta subendo: «Nel 2012, è stata soppressa definitivamente l’operatività h24 del cardiologo. Nel maggio 2016, hanno tolto la reperibilità notturna del radiologo. Il punto nascita e la ginecologia di Castel San Giovanni erano una sicurezza, ma nei primi anni duemila sono stati anch’essi chiusi, privandoci della pediatria. È stata introdotta – in seguito ad un ingente investimento – una sala chirurgica detta “asco”, dove vengono fatti degli interventi su manichino, in modo virtuale: dopo circa tre anni, però, si sono tenuti solo sei corsi di aggiornamento. E vista la presenza della sala asco, è stata chiusa la centrale di sterilizzazione, che era altrettanto utile. Non solo: è stata inserita la chirurgia plastica e ricostruttiva, senza posti letto e senza accessi al Pronto Soccorso, non portando beneficio alla rianimazione e alla riabilitazione, bensì comportando enormi costi non contestualizzati, vista l’assenza della senologia o di un centro ustioni».

Uno schema che, a detta de “I Castlan I Disan No”, sarebbe ulteriormente confermato dal documentario di Giuliano Bugani, “Mani sulla sanità: la rivolta”, la cui proiezione verrà organizzata pubblicamente nelle prossime settimane, in collaborazione con il comitato “salva-ospedale” di Fiorenzuola: «Ci risulta che, per ordine del 118, molte patologie vengano volontariamente spostate a Piacenza, in modo da diminuire l’operatività del Pronto Soccorso di Castel San Giovanni, per poter dimostrare che non ci sarebbero più i parametri necessari per mantenerlo aperto. È un modus operandi subdolo e prestabilito, che è gia stato messo in scena in altre città della Toscana, dell’Emilia-Romagna e del Friuli Venezia Giulia».

Malgrado le rassicurazioni dell’Ausl, il comitato giudica in forte rischio le professionalità riconosciute a livello nazionale: «Il dottor Lucchini, con la sua specializzazione in proctologia, ha portato la nostra realtà a notevoli riconoscimenti, ma ad aprile andrà in pensione, e non è chiaro se si intenda sostituirlo con un dottore di pari livello, così da mantenere il livello dell’equipe, o piuttosto si preferisca lasciare il ruolo vacante». Una cosa è certa: il nucleo di castellani, sostenuto da quindicimila firme, vuole «dare ancora più peso alla voce della gente, con motivazione e determinazione, poiché siamo convinti di essere dalla parte giusta. La sanità appartiene a tutti, nell’interesse esclusivo del popolo».

Thomas Trenchi

“1956, l’anno spatiacque”, di Luciano Canfora, Sellerio editore Palermo

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Un libro che, della Storia, fa romanzo ed aiuta a capire buona parte del presente. 1956, quando Krusciov denunciò le deviazioni del comunismo staliniano e nello stesso tempo Fidel Castro e Che Guevara portavano la rivoluzione a Cuba. A novembre i carrarmati russi superano il confine ungherese per sedare una rivolta nella quale grande responsabilità è riconducibile al Vaticano. L’Egitto nazionalizza il Canale di Suez superando la concessione franco-inglese ma pochi mesi dopo Israele, con l’appoggio di Parigi, occupa armi alla mano Porto Said. In Algeria scoppia la rivolta contro i colonialisti francesi che intanto vengono sconfitti anche nel lontano VietNam dai guerriglieri di Ho Chi Min. Gli Stati Uniti impongono basi militari in Islanda. E ancora crisi in Polonia, l’America latina considerata il cortile di casa degli Stati Uniti, le elezioni in Francia con un elettore su quattro che sceglie il PCF nonostante il clima da guerra fredda, l’avanzare di posizioni equidistanti dai due blocchi. Un libro da leggere per rivedere convinzioni non del tutto giustificate dalla realtà (emblematico il giudizio sull’invasione ungherese che, dall’approfondimento storico, risulta quantomeno da parzialmente revisionare) o addirittura stimolo per approfondire la conoscenza di un periodo fondamentale nell’evoluzione storica per una piena comprensione del nostro tempo.

1956 – Paracadutisti francesi invadono Port Said in Egitto

Soldati francesi catturati in Vietnam

Krusciov con Stalin: qualche anno dopo darà avvio al processo di revisione dello stalinismo

Fidel con i suoi guerriglieri

1956, Ungheria: i rivoltosi a caccia di iscritti e simpatizzanti comunisti

Soldati francesi in Algeria

“Questa sera esco con un gatto”, intendimento di Paolo Mario Buttiglieri

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Il mio gatto, olio su tela di Luigi Bonafede

San Francesco d’Assisi tra le altre cose è passato alla storia per il rapporto che aveva con gli animali. Contrariamente alle abitudini dei suoi contemporanei egli comprava gli uccelli per liberarli dalla gabbia.
Con gli animali aveva lo stesso rapporto dolce che aveva con esseri umani o cose. Oggi San Francesco, qualora si ritrovasse a dover rinascere, susciterebbe ancora scandalo e di sicuro non andrebbe a genio alle associazioni animaliste e a tutte quelle persone che la sera portano il cane a fare due passi per strada o che coccolano il gatto sul divano della sala da pranzo.
La società odierna sembra più rispettosa degli animali solo in apparenza. Sempre più gente diventa vegetariana, aumentano produzione, allevamento e vendita di animali domestici, ci sono persone che ideologicamente o politicamente si qualificano come animalisti con lo stesso spirito con cui una volta ci si qualificava come umanisti.
Con cani e gatti si sta meglio che con animali della stessa razza umana. Chi soffre di solitudine preferisce comprarsi un gatto piuttosto che fare amicizia con un essere umano. Le uniche sorprese che riserva il gatto sono la localizzazione dei suoi escrementi, che non sempre vengono depositati nell’apposita cassetta con ghiaia, ma che si possono ritrovare sul divano o sul letto o più semplicemente per terra.
Al gatto a volte viene anche voglia, senza invito o preavviso, di fare un salto sulla tavola imbandita per farsi una scorpacciata degli alimenti “umani”.
La compagnia del gatto è tutta particolare e soprattutto poco ingombrante. Il gatto è sempre morbido e si lascia accarezzare e vi si strofina addosso. Per una donna è una fonte di intimità notevole, molto diversa dall’intimità ansiogena del maschio umano, invadente, possessiva e inevitabilmente preliminare all’ attività sessuale.
Con l’animale la donna riesce a vivere un rapporto intimo molto rilassato improntato al gioco e alle carezze e in ogni caso informale e quindi gratificante.
Il rapporto con l’animale domestico è rilassante, non è problematico, non è fonte di stress e tensione. L’animale non parla, non contesta, non recrimina, non fa menate, non rompe le scatole e soprattutto è sempre pronto a ricevere e a dare affetto.
Non fa scenate di gelosia, di sesso non se ne parla, insomma è quasi il partner ideale. Per chi è logorroico poi non c’è ascoltatore migliore di un cane o di un gatto, sempre pronto a mostrarsi docile in cambio del pasto quotidiano assicurato.
Alla base dell’attuale boom dell’animale domestico c’è la difficoltà sempre maggiore da parte delle persone di sviluppare relazioni intime con le altre persone. Questa difficoltà sono legate al sistema di vita e di lavoro che non favorisce l’interazione sociale informale, all’incremento del rapporto passivo con macchine di produzione o di ricreazione e infine allo stress che accumulano le menti indebolite della gente.
L’animale domestico da questo rapporto surrogante non ne esce però del tutto incolume. Lo stress, le nevrosi, le paranoie del suo padrone sconvolgono la semplicità del suo equilibrio mentale. Da qui la nascita della figura dello Psicoveterinario, che si va ad affiancare allo Psicologo che tiene in cura il proprietario dell’animale.
Sempre più gente preferisce il possesso-amicizia di animali all’amicizia senza possesso di altre persone. Gli uomini, non intesi nel senso di maschi, hanno una psicologia più complicata di quella animale, non sono sempre disponibili e remissivi e soprattutto quando vogliamo troncare una relazione con loro ci sono grosse resistenze.
Insomma gli esseri umani non sono oggetti completamente manipolabili come gli animali. Rispettare gli animali non significa addomesticarli e usarli come surrogato dell’amicizia umana, significa rispettare il loro e nostro ambiente naturale in modo che per nutrirsi non abbiano bisogno di cibo in scatola. Così, paradossalmente, mentre il Partito Radicale metteva la banda nera al proprio simbolo in segno di lutto per i milioni di morti per fame ogni anno nel terzo mondo, milioni di persone senza battere ciglio spendevano oltre mezzo milione di lire all’anno per nutrire il proprio gatto con i bocconcini di fegato in scatola.
Una volta gli animali interessavano all’uomo solo come nutrimento o per qualche sadico gioco, oggi come riempitivo della solitudine e per alleviare lo stress.
E’ ora di riscoprire la dolcezza degli esseri umani, di superare la diffidenza, di accettare di rapportarsi con esseri simili senza tentare di prevaricarli e lasciare che gli animali vivano tra di loro le loro storie in santa pace.
Mentre è facile entrare in un negozio per comprarsi un cagnolino e poi portarselo a casa per giocarci insieme in modo rilassante, non è cosi facile superare le barriere formali della diffidenza e della paura che ci separano da chi si trova di fianco a noi sull’autobus o nella scrivania accanto.
Naturalmente dietro a queste barriere formali a volte si nasconde qualcuno che di rapporti rilassati e dolci non ne vuol sapere. In questi casi non conviene insistere, anche perché il mondo è grande e con tanta gente in cerca di dolcezza.

“Viaggio in Grecia (Atene e Delfi)”, a cura di Carmelo Sciascia

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Il termine coincidenza in matematica è usato quando due espressioni numeriche, non correlate tra di loro, hanno un valore molto simile. Coincidenza matematica sta ad indicare l’uguaglianza tra insiemi o funzioni. Posso, partendo da questo presupposto scientifico affermare di aver assistito, nel passaggio tra la fine dell’anno appena trascorso e quello in corso, ad una coincidenza straordinaria. Coincidenza di due elementi raramente correlati. Uno di carattere storico: trovarmi sull’Acropoli ad Atene. La seconda meteorologica: ammirare la neve che cadeva sulle divine rovine. Ed è stata proprio una magnifica coincidenza potere ammirare il Partenone accarezzato dai fiocchi bianchi della neve, un po’ come lo si vede nelle agitate bolle di vetro.
Spesso alle coincidenze non diamo nessuna importanza, le lasciamo cadere nel momento stesso in cui ci si presentano. Siamo stati abituati ad essere dei freddi razionalisti, tutto ciò che rimanda a certe coincidenze siamo portati a scartarle immediatamente, chissà quale sortilegio possano nascondere. Invece c’è chi ha sostenuto da illuminista, che le sole cose sicure in questo mondo siano proprio le coincidenze. Una coincidenza ad esempio è, da piacentino, leggere ad una fermata della metro di Atene il termine Plakentias. Mera assonanza fonetica con Piacenza o cos’altro? Un piccolo approfondimento per capacitarmi che il nome completo della fermata è Doukessis Plakentias, Duchessa di Plaisance ed ecco che detto in francese, come era l’esatto riferimento storico, il suo significato sembra più vicino a noi, alla nostra storia, ai legami che Piacenza ha avuto con la Francia ed i francesi, nobili e meno nobili, titolati e non titolati, che abbiano avuto a che fare con il nostro territorio o se ne sono rimasti lontani (come in questo caso).
Passeggiando ho capito da dove possano originarsi queste mie speculazioni intorno alle coincidenze. Sempre ad Atene, dopo avere salutato, lui in macchina ed io sul marciapiede, il Presidente della Repubblica greca Prokopīs Paulopoulos che entrava nel Palazzo presidenziale, per cerimonie dovute alla festività di inizio d’anno, mi sono incamminato in via Rigilis. Dimenticavo: sarà un caso se anche lui, il Presidente, ha avuto a che fare con dei francesi visto che si è laureato a Parigi? Ero dicevo in via Rigilis dove si trova il Liceo di Aristotele. Il pensiero aristotelico ha contribuito a tutte le riflessioni, considerazioni, coincidenze, tra fatti ed eventi di questo mondo che a volte sono sembrate così distanti geograficamente e nel tempo. Mentre Platone nella sua Accademia spiegava la sua concezione ideale extraterrestre, Aristotele ci dice di guardare all’umano divenire, al fenomeno non al noumeno. Diversità speculativa bene raffigurata nell’affresco pontificio della Scuola di Atene di Raffaello, dove Platone con l’indice rivolto in aria indica l’iperuranio, mentre Aristotele indica la terra, il mondo reale.
Emozionante per me, come credo per tutti coloro che hanno fatto il Liceo, trovarsi a calpestare la terra che lo stesso Aristotele calpestava nell’area del colonnato, mentre dissertava con i suoi discepoli (Alessandro Magno fu uno di questi) di filosofia. O mentre scriveva, perché furono scritte proprio nei suoi anni di permanenza al Liceo, L’Etica Nicomachea e la Politica.
In quel labirinto di resti archeologici ho capito, ancora di più, perché mi piacciono i voli pindarici, discutere e scrivere di letteratura e di poesia, di politica e di filosofia. Ho capito perché mi piacciono i collegamenti azzardati, come quelli toponomastici o onomatopeici, ma anche quelli logici, come lo strangolamento dell’economia greca e dei paesi mediterranei da una Europa che ha tradito qualsiasi principio democratico per affidarsi solo a mere speculazioni finanziarie.
Ed allora ho continuato a pensare a tutte quelle coincidenze che questa terra greca mi ha fatto vedere e capire, al pensiero che partendo da qui ha generato tutta la cultura occidentale.
Ho pensato alla religione, a quella religione ricca di umane deità. Ermes era protettore del commercio e dei ladri, giunge a Roma col nome di Mercurio e diviene protettore oltre dei ladri anche dei banchieri: anche qui, non mi sembra poi tanto azzardato sottolineare questa coincidenza.
Da buon epicureo, sono fatalista al cinquanta per cento, nel senso che sono convinto che metà degli accadimenti dipendano dalla nostra volontà ma che per il rimanente cinquanta siamo in balia del fato. Sono d’altronde un prodotto culturale della Magna Grecia (ho frequentato il liceo nella città dei templi, Akragas) ed allora mi sono chiesto se sarebbe stato utile andare anche a Delfi per capacitarmi del mio essere fatalista, seppure al cinquanta per cento. Già lo scrittore svizzero Durrenmatt, con La Morte della Pizia, ci aveva erudito sulla casualità della verità: l’oracolo di Edipo era l’esempio eclatante di un fatto (incesto e parricidio) che non sarebbe potuto mai accadere ad essere umano ed invece accadde! Ed allora via, alla volta del tempio di Apollo, a Delfi. Ad ascoltare cosa ha ancora da dirci l’appollaiata vecchia Pizia.
Una Pizia che avvolta dai fumi delle droghe diceva e non diceva, gesticolava e pronunciava suoni incomprensibili, cosa avrebbe potuto dirmi oggi? Come prevedibile, non c’era ad aspettarmi la Pizia, né il suo trespolo. C’erano i resti di tutto ciò che era stato. Quei resti stavano lì ad aspettarci da secoli, da millenni anzi. Dovevano giungere fino a noi, all’uomo moderno, affinché la loro testimonianza lo liberasse da tutte quelle superstizioni che imprigionano la verità. Ma l’uomo che è sempre alla ricerca della verità, rimane spesso imbrigliato in una ragnatela di menzogne artefatte che non gli permettono di realizzarsi compiutamente, se non nella menzogna stessa…forse.
Carmelo Sciascia

“Il coraggio della signora maestra ovvero Storia partigiana di ordinario eroismo”, romanzo di Renzo Bistolfi, TEA editore

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Una storia partigiana. 1944, Genova. Vittoria Barabino, giovane maestra, decide di sfollare con la figlia tra le colline per evitare i continui bombardamenti, mentre resta in città il marito. Troverà un contatto con una banda partigiana e, con la scusa di tornare periodicamente dal marito, diventa staffetta porta messaggi. Ma non solo: riesce ad evitare una rappresaglia nazifascista, un attentato contro un treno carico di passeggeri e, a quanto pare, un carico d’armi destinato ai partigiani. Un gesto eroico capace di salvare la vita a decine di ignari passeggeri, un gesto che, diciassette anni dopo, a Sestri Ponente, durante una celebrazione il vescovo riporta alla memoria elogiando pubblicamente Vittoria. E qui iniziano i guai: qualcuno non gradisce che quei fatti tornino alla luce, che Vittoria possa ricordare, rivelare che nella banda partigiana si nascondeva un traditore, un infiltrato che appunto aveva ‘passato’ la notizia del carico d’armi ai nazisti. La verità però è che Vittoria ignora chi fosse quell’infiltrato, non sa come difendersi e, a questo punto, riecco le simpatiche signorine Devoto, già protagoniste di un romanzo loro proprio (“I garbati maneggi delle signorine Devoto“), che indagano, osservano, deducono.  Un romanzo insomma dal tratto leggero, che si legge con facilità e gradevolezza.

“Una bottiglia nel mare della lettura”. Con messaggio ritrovato da Roberto Tonelli

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Libro aperto, olio su tela di Federico Maria Sardelli

Comprando libri usati è facile trovare all’interno note a margine o foglietti di appunti: dalle note della spesa ai conti di casa o elenchi di cose da fare.
Spesso i segnalibri abbandonati all’interno sono cartoline illustrate, biglietti di auguri, inviti ad eventi.
Sempre tutti questi segnali lasciati in una bottiglia nel mare della lettura ti fanno pensare alle vite di altri e ispirano congetture e storie.
Mi piace oggi condividere con voi il testo di un augurio di fine anno 1984 che ho trovato scritto sul retro di una cartolina liberty in cui è rappresentata una figura femminile che da una veranda guarda un paesaggio fatto di una distesa d’acqua con case e alberi all’orizzonte.
La destinataria è una certa Mary.
Per chi ha voglia di farlo, buona lettura.

Non è facile farti gli auguri, con il tempo che fugge e lascia sempre meno spazi per vedersi, per mettere in comune come un tempo i pensieri e un po’ anche le vite…non è facile per questa vita varia, ricca, imprevedibile che ci prende inaspettata con nuove storie, nuovi sentimenti, prospettive e sogni ogni volta da reinterpretare…
Eppure, al di là di questo, resta l’affetto, la partecipazione alla vita dell’altro, il voler esserci comunque, ogni volta, agli appuntamenti importanti della vita; anche solo con un augurio, una confidenza, un pensiero. Davvero di cuore, Mary, tanti auguri per questo nuovo anno che comincia, perché ti porti serenità e pace, a te che tanto tieni a che la pace non sia solo una parola…
Un bacione Cris

“Senza indicazioni di tempo”, lirica di Francesco De Girolamo, poeta in Roma

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Venere, olio su tela di Giovanni Boffa

Dovunque sia, ti troverò.
Se ti desidero, è segno che ci sei.
Anche fra mille ti distinguerei;
e come un cieco ti accarezzerò
l’orma del viso, per essere sicuro
che tu sia proprio tu.
Non ti dirò nemmeno una parola;
o forse un grido improvviso,
sfuggito alla mia gola,
volerà via come un cigno ferito.
E sarà notte, e sarà giorno:
ed io, sperduto nell’universo,
troverò finalmente in te il mio posto.
E sarò uomo, donna, bambino,
sarò tuo figlio, sarò tuo padre,
sarò una tua piccola cosa,
come un gingillo dentro le tue mani.
Le mie catene diverranno ali
infinite, quando mi legheranno
per sempre al tuo richiamo
Sconosciuto.

***
(Il suono non avrà nessuna musica
della voce più flebile al tuo fianco,
e nessun cielo all’alba avrà il chiarore
di due occhi limpidi dentro i tuoi occhi.
L’ombra di un cuore sopra le tue mani
nessun bosco di platani nasconde,
con il pianto felice del tuo sangue
nell’impeto tranquillo delle onde.
Il giustiziere della tua tristezza
avrà un riccio di sole tra i capelli;
avrà la rabbia fredda sulla fronte
di un fiero cervo sfuggito alla morte.)

“Sarà il destino a condurmi lì”, lirica di Catherine La Rose, poeta in Roma

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Opera di Giacomo Grosso, olio su tela

 Se ti raggiungerò un giorno
sarà il destino a condurmi lì..
E non è solo un sogno 
credimi…
i miei silenzi t’accarezzano già
 
e non è solo per memoria
che le mie furie già t’investono
se voleranno gli occhi miei nei tuoi
sarà per liberarli di sincerità
e se oserò ancora sfiorarti
sarà per portarmi ogni respiro
in ogni lembo
in ogni morbido sei
tra cielo e terra
ad Amarti…

“Nuovo ospedale a Piacenza? Forse che si, forse che no”, interventi di Edmondo Ioannilli e Roberto Bassi

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L’intervento di Edmondo Ioannilli in facebook:
Perplessità in merito alla proposta di nuovo Ospedale, per due ragioni principali:
– sembra insuperabile la difficoltà di dare una destinazione degna alle strutture attualmente occupate, in una fase storica in cui nel Centro Storico di Piacenza esiste una sovrabbondante offerta di edifici e aree da riqualificare: si pensi al settore di Nord Est, comprensivo delle aree di proprietà del Comune e del Consorzio Agrario, al Laboratorio Pontieri e alle altre aree militari, alle proposte del Demanio, ai fabbricati adibiti ad uffici comunali in via di ricollocazione per l’accordo su Borgo Faxhall!!
CHE FARE allora del grande complesso ospedaliero attuale se abbandonato, con i suoi vincoli architettonici??
– Pur non essendo tecnico del settore, ho dubbi sulla effettiva necessità di “superamento “ dell’attuale “struttura a padiglioni” avanzata dalla AUSL: non si è mai sentito che occorre abbandonare le strutture base degli ospedali storici delle grandi città, spesso proprio “a padiglioni”( pensiamo al Policlinico di Roma!): possibile che non si riesca a fare gli opportuni aggiornamenti e modifiche senza dover riallocare tutto il complesso, utilizzando i fondi pubblici che si dicono disponibili….lasciamo perdere l’obbligatorietà della destinazione…sono soldi pubblici destinati alla Sanità Regionale!
– Per l’accessibilità e i parcheggi, si potrebbero studiare e realizzare altre soluzioni, ad esempio un parcheggio interrato sotto l’attuale di Via XXI Aprile/ Via Campagna?
Il commento di Roberto Bassi:
Argomento molto interessante e importante, che sarà sicuramente al centro della prossima campagna elettorale. Detto questo merita sicuramente un approfondimento tecnico molto profondo, in tutte e due le soluzioni sono presenti elementi positivi e negativi. Sicuramente va visto con gli occhi che non guardano alla punta delle scarpe e non sia un discorso con al solito tra Guelfi e Ghibellini, dove non ci sia il solito siparietto se tu dici si io dico no, insomma una partita importante di lungo respiro. Personalmente,ma ripeto le opinioni in questo caso vanno supportate da rilevanze tecniche, sono favorevole alla costruzione del nuovo ospedale, ma come dice Edmondo e del resto che ne facciamo? Potrebbe essere un idea spendere un po di tempo e chiederlo anche ai cittadini in modo molto laico portando loro un aiuto tecnico di supporto alle due alternative.

“Giornalista che fui”. Storia di una decadenza per colpevole inadempienza

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Tutte le favole giungono a conclusione. Talvolta lieta, talvolta inattesa, talvolta sgradita ma tutte le favole (come tutte le cose, all things must pass) giungono a conclusione. Sognavo di fare il giornalista e, in quel mondo, sono entrato dallo spioncino. Collaborazioni col quotidiano locale (Libertà, quotidiano di Piacenza), poi con mensili politici locali (L’Opinione socialista di Piacenza, Cronache Padane), un’attività organica con il settimanale Corriere Padano per un anno circa, una corrispondenza per l’Avanti! edizione nazionale con la punta di diamante della pubblicazione di una pagina intera dedicata alla centrale nucleare di Caorso, una collaborazione occasionale per Italia Oggi. Correvano gli anni ’80 e, più o meno nel 1987, finalmente ottenevo l’iscrizione all’albo dei giornalisti sezione pubblicisti. Con il decennio successivo maturavo scelte professionali diverse che dallo spioncino del mondo della carta stampata mi allontanavano ma alla tessera non ho mai rinunciato e, grazie a questo, sono rimasto direttore responsabile del periodico ricreativo culturale Il Pellicano. Fino al 2014 quando le pubblicazioni sono cessate causa il venir meno del contratto di spedizione agevolata con le poste italiane a seguito di quella maledetta nuova legge che imponeva un adempimento burocratico all’editore purtroppo trascurato. E così, nel 2016, ho ‘scoperto’ che, a seguito di un’altra nuova legge, avrei dovuto aprire un indirizzo di posta PEC e soprattutto acquisire nel triennio precedente un certo numero di crediti ECM a seguito di formazione (e non bastava cumulare tutti i punti nel solo 2016). Colpevole disattenzione. Così, con il 31 dicembre 2016, dopo 30 anni giusti giusti la favola è finita, l’iscrizione all’albo è giunta al capolinea. Deleded, cancellato. Non lo nego: mi spiace, ma all things must pass. Restano bei ricordi. Eppoi, come mi ha detto un’amica, più che giornalista, tra blog e libri vari, sono ormai scrittore consolidato (sia pur nel limite della mia realtà territoriale). Vabbè, facciamo come la volpe famosa: quella tessera era (ancora) verde (e poco importa che lo sia sempre stata, non stiamo a sottilizzare). Però, però, però … quel sogno ora è definitivamente finito e i sogni finiti lasciano comunque sempre un vuoto, fatto di ricordi, speranze, gratificazioni, delusioni cioè la vita che è stata, che poteva essere ma non è stata, che, che, che … Amen. R.I.P.