“La poesia non ha bandiere”, lirica di Giuseppe Diodati, poeta in Pescara

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Tutti i bmbini del mondo, olio su tela di Alessandra Placucci

La poesia non ha bandiere
o razze asustere.
La poesia è il fiore
che il vento porta
sopra le frontiere.

Opera di Genesio Carnevale

“I cammelli dell’Epifania”, filastrocca di mamma Orsetta (pubblicata in filastrocche.it) ma attenzione: non fu la cometa a guidare i Magi!

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Viaggio dei Re Magi, James Jacques Joseph Tissot

Epifania, nell’aria quieta
guizza la coda d’una cometa
ferma all’ingresso d’una capanna
dove dolcissima canta una mamma.

Canta una mamma, lunghi ha i capelli,
immensi gli occhi tranquilli e belli,
lunghi capelli come di seta,
come la coda della cometa.

E tre cammelli, lungo la via
giungono proprio all’Epifania.
Tre re, tre magi portan con loro
in dono: mirra, incenso e oro.

Incenso mirra e una coppa d’oro
per un minuscolo, grande tesoro.
Anche se lunga, dolce e’ la via
ai tre cammelli dell’Epifania.

Disegno di Anna Formaggio

Ma attenzione, ci rivela nel suo blog Gaetani Umberto: Non è stata una cometa a guidare in Palestina i re Magi, che presumibilmente erano astronomi caldei o persiani, ma un insolito allineamento tra Giove e Saturno che, agli occhi dell’osservatore, crea un effetto ottico simile a quello di un’unica luminosissima stella. A rilanciare con forza la tesi sono alcuni studiosi iraniani, che smentiscono l’idea che sia stata una cometa a indirizzare i Magi verso la capanna dove nacque Gesù, come è nell’immaginario collettivo. I calcoli eseguiti dagli studiosi iraniani hanno confermato che a guidare i Magi in Palestina non è stata la cometa di Halley, indicata come la ‘stella-guida’ da Giotto, che fu il primo a raffigurare una cometa negli affreschi della cappella degli Scrovegni a Padova. La celebre cometa, infatti, fu visibile solo nel 12 a.C. per vui non sarebbe stato possibile avvistarla per i Magi. Ma in quegli anni si verificò un altro fenomeno ‘celeste’: una particolare congiunzione tra Giove e Saturno nella Costellazione dei Pesci, di cui parla anche il calendario stellare di Sippar, una tavoletta babilonese con scrittura cuneiforme dove sono riportati tutti i movimenti e le congiunzioni celesti.

Un evento anch’esso a suo modo storico, come la cometa di Halley, capace di attirare subito la curiosità di astronomi come probabilmente lo erano i Magi. L’allineamento Giove-Saturno nei Pesci si verifica una volta ogni 913 anni, ma solo nel 7 a.C. si sarebbero verificate tre congiunzioni dei due pianeti: il 29 maggio, il primo ottobre e il 5 dicembre. Secondo gli esperti, i Magi, che provenivano da Oriente rispetto alla Palestina, analizzando il quadro astrale capirono subito che si stava verificando un evento di portata storica. Giove era, infatti, il simbolo della ‘divinità’ e Saturno della ‘giustizia’, mentre la costellazione dei Pesci era il simbolo della ‘Casa di Davide’ e quindi di Israele. Sarebbe stata quindi una loro intuizione, frutto delle loro competenze astronomiche, a convincerli a mettersi in cammino dalla Persia verso la Palestina.

La cometa di Halley che, secondo Giotto, guidò i re Magi (dipinto presente nella Cappella degli Scrovegni a Padova). Semplicemente, un errore

“Riva Marion!”, racconto (in dialetto piacentino) proposto in fb da Francesco Ghezzi

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Suonatore di fisarmonica, olio su tela di Clara Nicese

L’era la fëin d’agust , sut sira, in d’un ustarìa ad muntagna. Gh’era cul ca buiva al bianch , cü ca zughèva a briscùla, cü ca ciciarèva dal pù e dal menu. Sèlta sö vöi e al fa :
-Ragass, riva Mariòn!
E tütt is giran a guardè un vacèttu mia tant èlt, ca da distant l’era drè rivè a l’ustarìa cu la fisarmonica a tracòla.
– Ragass, riva Mariòn e al ma fa una sunèda!.
Al fatt l’è ca Mariòn , tant me al sò solit, l’èva zamò buì parchè l’era in gir par i’ustarii da la matëina e l’andèva via cui pass long par caschè mia a l’innanz.
L’ustaria l’era in fond a una strè in discesa e Marion, cu la so fisarmonica a tracòla l’ha tachè a ciapè l’onda e a curr sëimpar pössè fort .
La gint in dl’ustarìa ian pinsè bëin da vèragh la porta par fè in manèra cas ga spatassès mia contra , sinnò adìu sunèda par cul dè lè . E atzè i’han fatt , ma però Mariòn e la sò fisarmonica i’èvan zamò ciapè una velucitè tant forta da pudèi mia farmès. Veloce me al vëint , prima la fisarmonica e po’ Mariòn ien piumbè in dl’ustaria , i’han travarsè la stanza e ribaltè un taulëin. Gh’era un mür ad sass in fond, e s’è sintì una müsica e un culp ad tambùro. La müsica i’eran i butòn ad la fisarmonica sunè tütt in d’na vöta e al culp ad tambùro l’era al ciocc’ ad la tastè putentissima ca Mariòn l’èva piantè contra al mür ad sass .
-Al se massè , poar nöi , al s’è rutt la testa!
Ma intant ca vöi l’ha ditt atzè Mariòn , par fè mia brütta figùra, l’era zamò in pè e via cu la sunèda . E zu un bicèr ad bianch.

“Accadde alla befana”, filastrocca di Maria Loretta Giraldo (da filastrocche.it)

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Mentre andava la befana
nella casa di un bambino,
s’impigliò con la sottana
sopra il bordo del camino.

Per lo strappo il grosso sacco
le sfuggì, cadde di sotto,
non restò nemmeno un pacco
che non fosse tutto rotto.

“Che disastro, che disdetta”
sotto il cielo cupo e bigio,
mormorava la vecchietta.
“Ci vorrebbe un bel prodigio”.

Poi, facendo un gran sorriso,
verso il cielo volse gli occhi
ed il sacco, all’improvviso,
fu ancor pieno di balocchi.

“Che un bambino attenda invano
non sia mai, parola mia”
disse la befana, piano.
Poi riprese la sua via.

“Il bagno”, “Domenica”, “Gitana”, “Donna nel giardino”, omaggio all’arte di Francisco Iturrino, pittore del gruppo fauve (1864-1924)

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Il bagno, olio su tela di Francisco Iturrino

Francisco Nicolás Iturrino González è stato un pittore spagnolo. Nel 1872, la sua famiglia si trasferì a Bilbao; quando egli era ancora bambino, ricevette il suo primo insegnamento di pittura da suo zio, Elviro González, poeta, pittore e musicista. In seguito, ricevette la sua laurea in pittura. Alla fine di questo studio andò a lavorare come pittore a Parigi assieme a Henri Evenepoel, suo amico conosciuto durante gli anni in accademia.

Domenica, olio u tela di Francisco Iturrino

Successivamente stabilì un suo studio, a Siviglia, dove poteva fare la sue pitture. Nel 1906 si sposò con Marie Joséphine Delwit Schwartz, conosciuta in Belgio. Visitò molti paesi come il Paese basco, la Francia e la Andalusia, suo posto preferito per la sua bellezza paesaggistica, anche se le sue pitture non ritrassero questo ma bensì feste e ritratti di donne. Sempre in questo periodo cambiò il modo di dipingere: non usò colori scuri ma usò colori più accesi e allegri.

Gitana, olio su tela di Francisco Iturrino

Dal 1911 al 1912 passò un po’ di tempo in Marocco assieme a Henri Matisse, un amico di cui aveva molto legato. Nel 1920 sviluppò una cancrena sulle gambe e fu constretto ad operarsi ma, due anni dopo, morì.

Donna nel giardino

 

“Capodanno”, lirica di Michele Prenna, poeta in Varese con d’accompagno un valzer sul bel Danubio blu

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Charles Wilda: Joseph Lanner e Johann Strauss (particolare), olio su tela, 1906.

Un Sole tiepido viene al balcone
d’augurio carezza l’anno neonato
qui dove appena ho pranzato
coi cibi delle ricorrenze festose.

La musica m’accompagna viennese
il magico blu del Danubio
m’incanta sognante un bel tempo
nel valzer che piace all’amore.

Che resti sereno al cuore
da sempre desidera l’Uomo
anche se segreto lo tiene.

Che di versi dolci sia dono
capace di lungo durare
il Sole ridente fa segno.

Saluto con botti al 2018 portatore di nonnitudine e altro, pace musica e amore per il 2019

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Auguri da Piacenza (prima periferia)

Gepostet von Claudio Arzani am Dienstag, 1. Januar 2019

Volge al termine il mio 65° anno di vita vissuto che si concluderà alle ore 6.00 circa del 14 febbraio quando appunto taglierò il traguardo dei 64 anni all’anagrafe (ovvero 65 vissuti)con la ‘partenza’, subito dopo del mio 66° da vivere (65 all’anagrafe: ma che casino!).  Una veneranda età, non c’è che dire. Qualche giorno fa una simpatica anzi simpaticissima collega, Mara, affermava che dimostro sessantanni. Dopo un attimo di silenzio (e di apparente vigliacco sconcerto) i miei due figli, Fabrizio ed Edoardo, verificato il mio rapporto di governo dirigenziale delle attività di lavoro di Mara, si sono scatenati in gratuiti ed assolutamente ingiustificati commenti sulle finalità dell’affermazione della oltremodo simpaticissima collega alla quale mi riservo di presentare addolorate scuse per l’illazione assolutamente ingiustificata dei suddetti figli sapendo che il suo ‘interesse’ è ch’io ritardi il più possibile il mio pensionamento valutato che passato un Direttore chissà qualaltro arriverà. Ma detto questo, come chiudere l’anno appena trascorso? Questo 2018 nel quale tanto c’hanno ‘interessato’ e ‘coinvolto’ con la retorica del 1918 e della Grande Guerra, con quel 1968 fatto in buona parte dai figli della borghesia emergente per ottenere nelle aule i distributori di Coca-Cola e che sul fine dell’anno la Sergio Bonelli Editore (che per Edoardo nel 2018 ha significato l’inizio d’una collaborazione professionale come colorista per un fumetto che uscirà forse nel 2019) ha ritenuto di celebrare con un fumetto intitolandolo “Cani sciolti” (forse ignorando che questi senza gruppo e senza partito furono frutto del terribile 1977 pararivoluzionario e non del 1968 semplicemente protestatario). Beh, guardavo le immagini del Natale 2017: in casa festeggiavamo con Fabrizio, Elettra e la loro prima figlia, Fara, mia prima nipote capace (maga o strega o fata che sia) di rendermi nonno. Il 2018 ha portato la seconda nipote, Olimpia a sua volta capace di rendermi binonno. Festeggiavamo quel Natale ormai lontano presenti Edoardo e Daniela, allora dolci morosini oggi dal giugno 2018 just married.  Sono 40 i libri letti nell’anno ma in compenso quanto a pubblicazioni personali e rap-presentazioni il 2018 sarà ricordato come anno sabbatico. Nel cassetto (e negli appunti vergati nell’apposita agenda) ci sono tre testimonianze raccolte sul periodo 1943-1945 che costituiscono l’impianto di un potenziale prossimo libro. Vero che nell’estate, nel suggestivo ambiente della verde Val Trebbia, zona Perino, c’è stato un primo accenno di interesse da parte della collaboratrice di un editore piacentino, tuttavia altri due incontri di testimonianza sono andati deserti e comunque di mettere nero su bianco quanto già raccolto non se ne parla. Buio quasi totale anche in termini dei miei racconti in versi: esaurimento della vena? E, a questo proposito, va ricordato l’incidente di percorso del mio cuore scopertosi ammiratore di Little Tony e del suo ‘Cuore matto’, con tanto di ricovero in Utic, evento in fondo in fondo benefico visto che ha determinato una serie di correttivi nelle modalità di vita. Così, dopo aver toccato il ragguardevole livello dei 96,6 kg per 1,70 mt. d’altezza (livello obesità 2 iniziale), la lancetta della bilancia torna ad oscillare verso la sinistra del quadrante (al controllo di fine dicembre – invero prima del pranzo natalizio – siamo a livello sovrappeso, quindi abbandonato addirittura il livello obesità 1) mettendo in discussione il mio guardaroba in termini di taglie pantaloni e recupero maglioni dei tempi che parevano andati e dimenticati. Altri eventi caratterizzanti? Direi i danni alla mia auto aperta, mentre era placidamente parcheggiata, come una scatoletta di tonno (parafrasando il cinema) da un uomo in fuga senza copertura assicurativa ma, per sua sventura, un giovane di passaggio dotato di grande senso civico ha lasciato la sua testimonianza e, dopo tre mesi di tribulazioni, l’assicurazione ha pagato la riparazione avvalendosi del fondo di solidarietà garantito dallo Stato. Tagliato, a settembre, il nastro delle Nozze di Corallo (35 anni di vita comune condivisi con Dalila) con la consueta visita alla Villa dei Capolavori di Mamiano di Traversetolo e la successiva sosta al ristorante La Vecchia Fucina di Bannone. Diversi i colleghi e le colleghe Ausl che hanno salutato ed iniziato una nuova vita da pensionati ma, finalmente, sono state autorizzate sostituzioni senza le quali la Pubblica Amministrazione stava rischiando di soffocare e questo, per un ospedale, non è certo notizia buona perché non sono i muru nuovi a fare la salute dei cittadini ma il personale presente e l’attrezzatura a disposizione. Ma a questo punto rischio di polemizzare e come al solito remare controcorrente. Niente di nuovo, a dire il vero, ed anzi il copione si confermerà anche nell’anno nuovo: rassegnati non resta che viverlo e, ricordando il 50° anniversario di Woodstock, augurare buona musica per tutti.

“Il gioco delle tre carte”, secondo romanzo dal Bar Lume di Marco Malvaldi, Sellerio editore Palermo

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Ultimo giorno dell’anno e ultimo romanzo (giallo) letto e recensito nell’anno. Per la precisazione la seconda prova della gente del Bar Lume, con Massimo che, insieme ad Aldo, si trova impegnato  in un catering di servizio ad un congresso partecipato da molti giapponesi. Ed uno di loro, dopo un leggero malessere che lo costringe in albergo, muore. Un bel mistero per il commissario Fusco che chiede aiuto proprio al barrista, Massimo per l’appunto, che diventa così protagonista di questa seconda prova letteraria (datata 2008) di Malvaldi. Relegando, contrariamente alle altre vicende lette, al ruolo di simpatiche comparse i quattro vecchietti abituali frequentatori del Lume, a partire dal nonno di Massimo, Ampelio. Ma, se dal punto di vista soggettivo la trama e la soluzione  finale hanno scarsa possibilità di entusiasmare (il punto di vista di Malvaldi è a metà strada tra un biologo informatico e un matematico, lontanissimo da un letterato quale ritengo d’essere), sono proprio gli interventi dei vecchietti o di Tiziana (la dipendente del bar) che s’impegna nel rinnovo del locale, a divertire il lettore in funzione anche di un buon principio di fine d’anno per cui, nel consigliare acquisto e lettura, non resta che lasciare a tutti quanti un buon anno nuovo, magari appunto con un brindisi al bar Lume, a Pineta, litorale di toscana.

“#Street art e Visioni Metropolitane”, biennale a Piacenza Expo (oggi ultimo giorno)

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Angel, di Jean Michel Basquiat

Ultimo giorno per una visita (gratuita dalle 14.30) a Piacenza Expo dove è allestita la mostra #Street, prima Biennale della Street Art e delle Visioni Metropolitane, curata dal Prof. Giorgio Gregorio Grasso.

Riot, di Jean Michel Basquiat

Imperdibili le due stupende tele di Basquiat, re della street art quindi, a seguire, si ammirano artisti emergenti, compresi diversi locali, da Giuseppe Tirelli ad Elisabetta Falsetti a Diego Maria Gradali.

Dream, tecnica mista su tela di Anna Maria Falsetti

Mille metri quadrati di esposizione con nella prima parte opere capaci di interpretare le tensioni, le vitalità, le opportunità dell’esistenza metropolitana contemporanea e nella seconda parte del padiglione invece si esprimono con live performance alcuni tra i più importanti street artist italiani.

Il giaguaro, l’animale sacro nella mitologia Maya, opera di Tiziana Sanna

Questa Biennale ha un grande valore storico-culturale poiché cerca di colmare il limite connaturato alla street art, ovvero la mancata storicizzazione. Trattandosi, sin dalle origini, di opere pittoriche destinate ad essere rimosse, coperte, cancellate, resta solo una minima parte, nel mondo, di quanto realizzato.

Opera di Rocco Loparco

Oggi un pubblico attento comincia a comprendere il valore espressivo ed estetico di questa forma d’arte, restituendo piena dignità e conferendo agli artisti più apprezzati incarichi di assoluto prestigio, in dimore private, hotel, spazi pubblici.

Opera di Tiziana Tardito

Questa piccola esposizione dunque fissa un preciso momento, attraverso artisti riconosciuti,  affinché, sostengono gli organizzatori, resti nella storia di Piacenza che la street art insieme alle visioni metropolitane, sono state ospitate, spiegate, celebrate e catalogate.

Opera di Orlando Tocco

 Piacenza Expo si propone dunque come luogo espositivo privilegiato per queste forme di espressione artistica e la visita è consigliabile sia per la visione delle opere sia per l’eventuale acquisto.

Nel sogno, acrilico su tela, di Carla Pistola: Sogno un mondo fantastico / Senza sbavature, / Dove la musica suona / La speranza canta soave / E la vita / Respira

Un solo rammarico: la mostra avrebbe meritato un maggior respiro ed una durata adeguata alla qualità e all’interesse che vanno ben oltre l’ambito territoriale piacentino. In pratica si vorrebbe che, dopo la storicizzazione della street art, si storicizzasse anche la mostra, partendo dalla realizzazione di un catalogo che degnamente rappresenti opere e artisti consegnandoli alla memoria dei posteri.

Donna, opera di Claudio Lai

Un invito e un impegno per il 2020 rivolto alle principali istituzioni attualmente impegnate, nell’assordante assenza degli enti locali, nel campo dell’arte sovvenzioni alla mano: banche in prima fila.

Volto metropolitano, di Giulio Giannotta

“AnnaMaria capelli di stoppa”: ieri, manigoldo quel caffè al sapor di cioccolata ed eccola di nuovo

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Manigoldo fu un caffè al sapor di cioccolata. Ieri, venerdì, al bar, poco prima d’andare al lavoro, con quella collega incontrata in via Taverna che ordinava un cappuccino e d’un tratto ecco un improvviso e inatteso viaggio a ritroso fino a quel 1° maggio 1970. Avevo chiesto un appuntamento ad AnnaMaria “capelli di stoppa” (come la chiamavano i miei amici per canzonarmi) e lei, incredibile, aveva accettato. Così avevo rinunciato a partire per il San Giorgio, il campo scout di primavera: i suoi occhi ne valevano ben la pena e i miei ragazzi, gli Scoiattoli, per una volta si sarebbero arrangiati da soli. C’incontrammo, nel primo pomeriggio, all’incrocio tra lo Stradone Farnese e Corso Vittorio Emanuele. Fatti pochi passi, entrati in un bar, ordinammo due cioccolate calde (la giornata era freddina e piovviginosa). Parlammo per ore, di tutto, di più, di tanto e di nulla. Alla fine, giunta l’ora (per lei) del ritorno a casa c’incamminammo verso la piazza, verso la fermata del bus e lì, in attesa, guardandoci con gli occhi sognanti, come i due innamoratini di Peynet, come vivessimo una poesia di Prévert, trovai il coraggio, emozionatissimo, di chiederle (parola più, parola meno) “vuoi essere la mia morosina?” e lei, emozionatissima a sua volta, sorridendo rispose d’un fiato ““. Avevamo sedici anni e fu un amore vissuto mano nella mano, dolcemente e con la delicatezza della prima volta, dei nostri primi passi nei campi verdi dell’amore. Ballando stretti stretti al suono del giradischi con Mina che cantava ‘Insieme‘. Seduti sulle panchine tra gli alberi del Facsal con la brezza primaverile che raccoglieva i nostri sogni e le nostre timide, prime parole d’amore. Con l’estate arrivò la fine della scuola e per noi vederci diventò complicato, gli incontri diradarono (lei abitava in periferia, io in centro città). Ai primi d’agosto, partito per il campo scout, alle falde del Monte Rosa, le scrissi una lettera, raccontando che la mia diserzione al San Giorgio di primavera mi costava il ruolo di caposquadriglia ma tra questo e quell’incontro con lei ovviamente non c’era partita: evidente omaggio a ribadire l’eternità del nostro Amore. La sua risposta fu una sorpresa e una tragedia: il babbo non stava bene e lei non se la sentiva di proseguire la nostra relazione. Tornato in città a metà agosto passai giorni seduto sulle poltroncine del Bar Gentilotti davanti all’ospedale nella speranza d’incontrarla ma così non voleva messer il Destino. Quell’Amore eterno, inutile illudersi, era giunto al capolinea. Il mio cuore era spezzato. Eppur venne settembre, l’amico Angelino organizzò una festa nella grande casa del nonno, alla fine di via Borghetto, nella Piacenza delle contrade popolaresche. Qualcuno propose il gioco della bottiglia che ruota, che gira, rigira e chi piglia, la pena se la piglia. Così il collo di quella bottiglia indicò Giuliana (che da poco usciva con Angelino) e la pena galeotta predefinita (non per mia scelta) era un mio bacio. Giuliana … subì senza resistenza alcuna e a quel bacio ne seguirono dieci, cento, mille e più, fino alla fine delle superiori. Così l’amore per AnnaMaria capelli di stoppa rimase un ricordo perché come si dice “morto un Amore eterno, n’arriva un altro” (mia madre ha sempre detto “dai un calcio a un sasso e di donne ne trovi dieci“). Certo, il primo Amore, un bel ricordo, eterno, che ancora con la sua innocenza scalda il cuore, ma nulla più: ci perdemmo di vista, non ho più saputo nulla di lei ma ieri, al bar prima del lavoro, bevendo quel caffè chissà perché al sapor di cioccolata, con la collega incontrata lungo lo stesso cammino che ordinava un cappuccino, l’imprevisto riaffiorare di quei giorni mi ha fatto sorridere, mi ha ancora ‘scaldato il cuore‘. Felice di rivivere quei ricordi del tempo ragazzino, l’età delle mele verdi. Quanto a Giuliana, pochi giorni fa scambiando quattro ‘chiacchiere’ via messenger con un amico virtuale di facebook, scoperto che vive nello stesso paese in provincia, ne abbiamo parlato e finalmente, dopo tanti anni, quell’amico virtuale mi ha rivelato il cognome assunto da maritata. Sempre perché “morto un secondo Amore eterno, (che stavolta era durato tre lunghi eterni anni) ne doveva arrivare un altro ancora“. E non sarebbe finita lì, la lunga e tortuosa strada n’aveva ancora di curve, rettilinei, intralci, sensi unici, deviazioni (del resto, dato il calcio al sasso, come diceva sin d’allora la mia mamma, di donne ne dovevan saltar fuori almeno dieci e i conti eran ancora ben lungi dal tornare) per alfine arrivare alla fine di questo 2018 col caffè manigoldo chissà come al sapor di cioccolata. Chissà come sono oggi i capelli di AnnaMaria.