Non di sole magliette rosse: quella bicicletta rottamata che fece solidarietà concreta

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La mia bici … il tuo muro. Olio su tela di Donatella Marraoni

Ricordo la bicicletta dello zio di Dalila, mia moglie: l’avevo ereditata e, confesso, ci tenevo. In memoria di quell’uomo con un passato travagliato. Durante la guerra, lui e altri sei tra fratelli e sorelle, si ritrovarono senza genitori con diversi di loro ancora troppo piccoli per poter pensare ad essere autonomi. Così alla chiamata di dover indossare la divisa repubblichina la risposta fu un obbligo (economico) e non una scelta. Non partecipò con sadica violenza ad azioni cruente oltre a quelle che fanno parte del vissuto dei soldati di ogni esercito e per questo, incarcerato alla Liberazione, venne poi rilasciato. Indubbiamente però quella esperienza, il carcere, la paura, ne aveva segnato la vita e nei tempi successivi preferì essere uno spettatore e non un protagonista. Significa che ai margini dei principali eventi che negli anni della ricostruzione e poi del boom economico segnarono la nostra comunità lo si vedeva spettatore. Appunto ai margini, appoggiato a quella bicicletta. In piazza Cavalli, in piazza Duomo, sul facsal. Per tutto questo ero orgoglioso di averla eredita e spesso la usavo per andare a riunioni o manifestazioni o comunque eventi dove, naturalmente, partecipavo attivamente o mi rendevo protagonista. Anche se il rapporto con la bicicletta non fu mai sereno, c’era sempre qualcosa che non andava. Nel giro della catena, nella regolarità del giro delle ruote, nell’adeguatezza dei freni. Insomma, alla fine, dopo mille vani tentativi di riparazione, decisi di separarmene. A malincuore. Ma era vecchia. La portai alla discarica, in via XXIV Maggio, lasciandola appoggiata al muro appena prima dell’ingresso perché, come mi disse un tizio lì in attesa, c’era sempre qualcuno che veniva ed eventualmente prendeva le cose che potevano servirgli. Nel pomeriggio la bicicletta era ancora lì tutta intera e dopo poco sarebbe stata presa dagli addetti, portata all’interno della discarica e da quel momento nessuno ne avrebbe più saputo nulla. Me ne tornai a casa un pò abbacchiato. Grandissima la sorpresa quando, un paio d’anni dopo, la vidi in un cortile interno dell’ospedale. Splendente, perfettamente in ordine, legata ad una ringhiera in modo che nessuno potesse portarla via. Indagai. Scoprendo che un italiano, disoccupato, emigrato dal meridione, padre di due figli, la moglie casalinga, l’aveva raccolta da quel muro dove l’avevo appoggiata praticamente alla chiusura dei cancelli della discarica, l’aveva risistemata dove i migliori meccanici piacentini non erano riusciti ed ora era il mezzo col quale quotidianamente andava a lavorare, finalmente assunto da una cooperativa a seguito dell’appalto per le pulizie in ospedale. Da allora ho imparato che tutto può essere riciclato, che noi abbandoniamo tante cose che riteniamo sia giunta l’ora di sostituire. Per qualche anno imparai a portarle appoggiandole a quel muro della discarica, trovando stranieri e italiani in attesa, poi imparai ad andare nelle sedi delle associazioni organizzate, Caritas e Parrocchie in testa. Soprattutto in occasione di eredità, quando mi sono ritrovato abiti, mobili, servizi di piatti, materiale di cucina che al massimo per me potevano rappresentare ricordi preziosi ma che per altri, stranieri, italiani, persone, potevano invece rappresentare cose preziose, utili, necessarie, indispensabili. Ecco perché gli istigatori all’odio in facebook, quelli che inveiscono contro chi ha indossato una maglietta rossa simbolica per l’auspicato recupero di umanità e solidarietà, quelli che parlano ma non fanno nulla, quelli che pontificano, quelli che, infastiditi, sanno solo accusarci d’essere inconcludenti radical chic sinistroidi non possono che essere commiserati: che ne sapete voi? Che cosa fate voi per chi soffre, per chi si trova in difficoltà? Ditelo. Magari lo faremo insieme.

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