“Infame e Re. In una parola, Nero. In arte Basquiat” (in mostra a Roma)

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Prosegue fino al 30 luglio la mostra al Chiostro del Bramante a Roma con le opere della Mugrabi Collection da New York City, rappresentazione di un cambiamento nel mondo dell’arte gestito e voluto dal mercato negli anni tra i settanta e gli ottanta, quando tutto doveva cambiare. Sogni utili e sostenuti dai governanti dei popoli, per non cambiare nulla. Con buona pace dellìalternativo Jean-Michel Basquiat, osannato per interesse di mercato sull’onda delle pulsioni ‘alternative’ di quegli anni di ribellione da assecondare per poterla governare.
 
Erano passati i beat, erano passati gli hippie, arrivò il giovanissimo Basquiat, nero, artista senza accademia, disegnatore sui tovaglioli dei ristoranti fin da bambino, che spesso la madre accompagnava al Brooklyn Museum e che, ciononostante, restava nero.
 
Confesso: il mio è stato un avvicinamento di curiosità ‘con limite’, prudenza e un pizzico di diffidenza. Amo l’arte figurativa, quella dell’ottocento e del novecento, m’attizza poco e nulla l’arte contemporanea che rifugge dalla rappresentazione della figura e fa l’occhiolino ad una presunta visione fantastica di chi guarda, superando lo stesso intento dell’artista che produce.
 
Davvero è arte quella che tale viene definita e sostenuta dal merchandising? Il mercato, che a ventanni scopre le cartoline e i murales del giovane Basquiat, lo inneggia, lo eleva al rango di profeta di un nuovo modo, anticonformista, di essere dell’arte ‘vicina’ alle pulsioni di quel momento, alla necessità di superficialmente scoprire la cultura dei neri fino a quel momento semplicemente osteggiata, marginalizzata.
 
Investe Jean-Michel di migliaia, di centinaia di migliaia di sonanti dollari, lo porta all’onore dei principali luoghi dell’arte, dei ricevimenti, di quel mondo dove prima di tutto, ‘gira’ il dio verde, il dollaro. Le opere del giovane nero, s’inseriscono nell’organizzazione dei mercanti d’arte bianchi ruotando tra parole, simboli e immagini, muovono nel suggestivo mondo del graffitismo, sono il viatico per apparentemente superare le ‘vergognose’ pulsioni schiaviste dei bianchi verso gli afroamericani. Inevitabilmente, inesorabilmente, Neri!
 
Dell’eccentricità. Basquiat dorme sulle sue opere. Traccia sulle tele numeri di telefono degli amici. Cammina sulle sue opere. Nel suo studio circolano droghe di tutti i tipi, musica jazz a tutto volume, proprio come piace all’America dell’avanguardia di quegli anni attizzando anche i ricchi signori progressisti radical chic.
 
Lui arriva a produrre un quadro al giorno e New York, “quella” New York arriva a pagarli fino a diecimila dollari sonanti. Storia, medicina, musica, riti vudu, immagini televisive, eroi dei fumetti, protagonisti dello sport, frammenti dalla Bibbia, il tutto accompagnato da parole, frasi anche senza un senso, diventano una miscellanea che sembra irresistibile.
 
Regalità, eroismo, la strada sono i temi preferiti, accompagnati da figure scheletriche, mostruose, spesso scomposte. Sgocciolamenti, scomposizione disordinata delle tele, utilizzo di materiali di risulta. Denuncia delle ingiustizie e dei soprusi subiti dalle persone di colore, nella storia e nel presente.
 
Perché questa, alla fine, è la realtà del mondo occidentale dominato dalla cultura xenofoba dei bianchi. Ignora la cultura (spesso grande) dei diversi se non per considerarla fenomeno da baraccone. La nostra, ribatte Basquiat, è cultura dei Re. E la cultura dei mercanti dell’arte sostiene, ascolta, ribalta. In nome del grande dio, unico vero Re, il dollaro. Nel nome del quale la cultura dei bianchi è disposta anche a ricoprirne d’oro gli esponenti della cultura altra, all’interno dei circhi appositamente creati salvo poi negare agli stessi protagonisti, ai Neri, anche solo un passaggio in taxi.
 
Basquiat proveniva da una buona famiglia borghese di origine haitiano-dominicana ed era cresciuto in un contesto culturale di rilievo che lo aveva portato a considerare come grande e rilevante la cultura della sua terra e dei suoi antenati. Per questo le sue opere rappresentavano forme di rivendicazione di quella cultura e contemporaneamente rivolta degli schiavi contro l’oppressione bianca.
 
Lotta difficile che imporrebbe una forza d’animo, una convinzione che al giovane Jean-Michel mancava e quanto gli serviva per sostenersi, l’eroina gentilmente offerta dal mondo dei bianchi, alla fine lo ha mangiato. Era il 1988. Al mercato dell’arte governato dai bianchi serviva l’artista maledetto, alternativo, ammirato ed osannato ma abbandonato al suo declino, mai emulato. Un quadro acquistato lava la coscienza, poi la vita prosegue uguale e quel nero che sulla strada cerca di fermare il taxi, vada pure a piedi alla prima stazione underground! Del suo messaggio di uguaglianza e di ribellione ora ci restano le mostre dei suoi folli quadri. Infantili, come definiti da alcuni critici, In ogni caso valorizzati dal marketing ancora a suon di dollari. R.I.P. sereno, nero Basquiat, artista maledetto sepolto e dimenticato a 28 anni.

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