“Capodanno a Pola (Croazia)”, dissertazioni di Carmelo Sciascia, viaggiatore filosofo

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Parbleu, il Colosseo, Roma! Nintaffatto: anfiteatro romano, Pola, Croazia

Come tanti rimandi e collegamenti ci sono nelle vite degli uomini, così avviene spesso che tante coincidenze si manifestino pure tra città (non sono i paesi agglomerati di uomini?). Roma, tutti sappiamo sorgere su sette colli, non tutti sanno però che non è l’unica città a svilupparsi su un uguale numero di poggi. Avevo avuto modo di scoprirlo, anni addietro, visitando Lisbona: città fondata su sette colli. Questo capodanno ho potuto constatare che lo stesso destino è stato riservato alla città di Pola in Croazia. L’Arena della città istriana non può che rimandare al Colosseo di Roma: simboli di due città, città nello stesso tempo vicine eppure così lontane. L’una al centro e capitale della penisola italiana, l’altra fuori dai confini nazionali, città straniera.
Sì com’a Pola presso del Carnaro, ch’Italia chiude e i suoi termini bagna”, Dante cita Pola (Inferno, Canto IX, 113-14) come fosse città italiana di confine, ma sappiamo così non essere. Una sorte avversa avrebbe visto definitivamente assegnata all’ex Jugoslavia questa città: possibilmente più che la sconfitta militare, fu decisiva l’incapacità dei plenipotenziari, impegnati nelle trattative seguite all’armistizio, a disegnare gli odierni confini post-bellici; Benedetto Croce e Vittorio Emanuele Orlando indicarono costoro come affetti di un’ingiustificata “cupidigia di servilismo”.
Coincidenze: qualche anno fa ero stato nella città catalana di Alghero in Sardegna, una frazione di questa cittadina, dove oggi si trova l’aeroporto, si chiama Fertilia. Doveva, nelle intenzioni del governo fascista negli anni trenta, essere una città abitata da una parte della popolazione ferrarese in eccesso. È finita invece per essere, nel dopoguerra, popolata dagli esuli istriani!

Il ponte che univa Alghero e Fertilia. Si intrecciano con la storia di Alghero del Novecento le tragiche vicende degli esuli giuliani, istriani e dalmati, che giunti sulle coste catalane a partire dal 1947, in fuga dalle persecuzioni di Tito, popolarono la borgata di Fertilia.

La storia agisce “motu proprio”, non si sottomette ai progetti degli uomini, non è maestra di nulla: “La storia – non si fa strada, si ostina, – detesta il poco a poco, non procede – né recede, si sposta di binario-e la sua direzione- non è nell’orario”. Così potremmo dire, e diciamo, con Montale, e di Pola e di Fertilia.
Ho accennato all’affinità con Lisbona, per quanto riguarda i sette colli. Passeggiando per Lisbona avevo trovato, qualche anno addietro, seduto al caffè Brasileira, nell’antico e caratteristico quartiere Chiado, Fernando Pessoa: il maggiore autore della eteronimia. Stava seduto con i suoi baffetti, gli occhiali ed il suo cappello: sornionamente seduto.
Questo capodanno, a Pola, con l’Arena alle spalle, mi avviavo verso l’Arco dei Sergi, quando in Piazza Port’aurea, seduto al tavolino di un bar incontro un altro personaggio. Anche questo con baffi e cappello, anziché occhiali, un bastone da passeggio accanto alle gambe accavallate. Al Bar Uliks (il nome Ulisse, un omaggio alla sua opera più importante) c’è seduto James Joyce, tornato in quel posto dopo più di un secolo. C’era stato, lo scrittore irlandese, nel 1904 per due anni, città che non aveva per nulla amato e per questo l’aveva definita una Siberia con il mare, era voluto andare a Trieste quanto prima, adesso è costretto invece a rimanere a Pola!

James Joyce, esule dalla sua Irlanda, seduto al bar Uliks a Pola

Tra eteronomia e flussi di coscienza il passo è breve. La letteratura divide ed unisce, continuamente ed imprevedibilmente! Esule volontario dalla sua Irlanda, Joyce stava adesso seduto immobile al bar Uliks, piazza Port’aurea a Pola. Esuli, costretti dalla storia, tanti italiani avevano lasciato Pola, clienti probabilmente di quello stesso locale.
Parafrasando Honorè de Balzac, si potrebbe dire che vi sono dietro ad ogni avvenimento due storie, una ufficiale, menzognera, ed una segreta, vergognosa. Nel nostro caso, da italiani riguardo l’Istria del dopoguerra, si potrebbe dire che c’è stata una storia menzognera e vergognosa insieme.

1947: gli italiani ridotti a profughi, cacciati da Pola

Ci sono state le malefatte dei fascisti e le crudeltà dei partigiani di Tito. L’olio di ricino e le nerbate a chi non usava la lingua italiana e le foibe e l’esilio per chi era semplicemente di etnia italiana. E l’una cosa e l’altra si respirano passeggiando sulla bianca pietra d’Istria con cui sono lastricate le sue strade.
Ah, la storia! La storia della Chiesa ad esempio, di questa parte del territorio istriano, da Pola ci porta a Parenzo, essendo unica la Diocesi, unica come unica è la Diocesi di Piacenza-Bobbio. Un viaggio è anche una storia di Campanili. I Campanili si sa possono dividere o unire le città. Nel nostro caso le unificano, culturalmente ed esteticamente. Tant’è che i campanili emergenti di questa regione ci riportano alla memoria il prototipo di campanile cui si sono ispirati: il campanile di Piazza San Marco a Venezia.

Chiesa Eufrasiana, Parenzo, Croazia: non sembra il campanile di piazza San Marco a Venezia (sia pur ingrigito)?

Così strada facendo ci troviamo a Rovigno dove superato l’Arco dei Balbi, l’antica porta della città, ammiriamo la chiesa di Sant’Eufemia ed il suo campanile che si staglia contro il cielo e caratterizza, da lontano, il profilo della città.
Giungiamo così alla sede vescovile della Diocesi cui Pola fa parte: la cattedrale della città di Parenzo, nota col nome di Basilica Eufrasiana. Luogo di culto paleocristiano già dal trecento quando la raffigurazione del pesce simboleggiava, perché acronimo, il Cristo. Strana rappresentazione questo pesce della Basilica di Parenzo con fauci spalancate e denti aguzzi: sembra volere rappresentare un Dio vendicativo più del Vecchio che del nuovo Testamento! Il Battistero di questa Diocesi testimonia la celebrazione del battesimo per immersione per la presenza di una fonte originale in pietra, oltre a testimoniarci la presenza bizantina con i suoi splendidi mosaici nell’abside e nella facciata. Il viaggio di Pola sarebbe esaurito, essendo giunti alla sede vescovile della Diocesi cui fa parte. Ma il confine con l’Italia è ancora da venire, bisogna attraversare anche un altro Stato, la Slovenia. Altri campanili ed altre targhe a Pirano, ci ripetono storie già viste. La presenza dell’Associazione Dante Alighieri, campanili di altre chiese e di architetture proprie della repubblica di Venezia, ci ricordano il fluire della storia.
La storia che agisce “motu proprio”, che non si sottomette ai progetti degli uomini, che non è maestra di nulla: “La storia – non si fa strada, si ostina, – detesta il poco a poco, non procede – né recede, si sposta di binario-e la sua direzione- non è nell’orario”.
Carmelo Sciascia

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