“Migrazioni. Il lungo viaggio”, sessantanni di storia nelle immagini di Uliano Lucas in mostra a Genova

Immigrazione. La mostra di Genova con le immagini di Uliano Lucas

Il viaggio. Quando la finalizzazione non è il piacere ma la necessità. La ricerca di un lavoro, la fuga dalla repressione politica, dalla persecuzione razziale, dalla guerra, dalla fame. Il viaggio indotto dalla disperazione, dalla fine della speranza contestuale ad una nuova speranza. Questa è la migrazione, la motivazione che spinge ad abbandonare le proprie consuetudini, le conoscenze, gli affetti, le sicurezze del noto e del conosciuto, la cultura nella quale si è cresciuti.
 
Migrazione e bisogno si fondono, la speranza viene spostata altrove, in una terra, in una dimensione, tra gente nuova. Talvolta giusto per incontrare una realtà alla meno peggio diffidente, se non proprio dichiaratamente ostile. Infastidita dalla diversità del migrante. Il quale, inevitabilmente, dove può, si trincera tra i simili. Nel ghetto della comune diversità.

Migrazioni. La mostra di Genova con le immagini di Uliano Lucas

 Storie che si sovrappongono sempre uguali. Così la grande migrazione dal Sud verso le industrie del Nord tra gli anni ’50 e ’60, mete predilette Milano, Torino ma anche Francia, Inghilterra, Germania, naturalmente Svizzera. Da ricordare le scoramento degli italiani durante il campionato mondiale del 1974 in Germania, quando Gianni Rivera incespica nel pallone contro i pellegrini di Haiti. Poteva essere la riaffermazione di un’identità, di una forza collettiva, di un riscatto rispetto alle umiliazioni, alle emarginazioni quotidiane. Niente da fare.
 
Oggi italiani e meridionali sono saliti di qualche gradino: al fondo della scala sociale stanno altri. Marocchini, tunisini, slavi, equadoregni, albanesi, romeni, ucraini. Ma si badi bene. L’integrazione è comunque ancora ben lontana dall’essere raggiunta. Qualche scalino conquistato non significa uguaglianza. Il migrante rimane tale, forse per generazioni intere.

Dalle grandi migrazioni al Nord degli anni ‘50/60, agli italiani nelle fabbriche di Germania, Svizzera e nelle miniere belghe alle nuove migrazioni del Sud del mondo: un racconto per immagini. Neòòa foto: Immigrato sardo davanti al grattacielo Pirelli, Milano, 1968

 Mio figlio, Fabrizio, dallo scorso settembre vive nei pressi di Londra. Una laurea triennale in tasca, diversi corsi professionalizzanti nel mondo del cinema, saltuarie ma significative esperienze di lavoro, certo fuggiva dalla mancanza di una prospettiva stabile. Vedeva l’OltreManica come la terra dell’Eden.
 
Non ha avuto difficoltà a trovar lavoro. A quel livello riservato agli italiani: lavapiatti in un ristorante. Deriso, fino a qualche mese fa, per via di Berlusconi. Guardato con sospetto perché ruba lavoro agli inglesi (che il lavapiatti nemmeno si sognano, di fare) e sicuramente vorrà vivere di sussidi alle spalle del welfare state, il sistema di previdenza.
 
Poche settimane fa ha avuto l’ardire di invitare una signora inglese purosangue a rispettare la fila alla cassa del supermercato. Irripetibili gli insulti. I più modesti “vai a studiare, vai a lavorare al tuo Paese, italiano”. Per tacere delle risatine sulla mafia, le occhiate d’intesa e di sufficienza per l’arretratezza di un popolo troppo attaccato a retrogradi valori religiosi.
 
Meglio un nero a cena che un italiano sull’uscio di casa. Certo, non per tutti. Non solo di razzismo, si vive in questa nostra Europa ma le formazioni xenofobe come la Lega Nord rappresentano spesso il 20% delle popolazioni autoctone. Segnali preoccupanti.
 
Interessante dunque la mostra con gli scatti di Uliano Lucas che ci ricorda dei nostri migranti degli anni del boom economico e lentamente, seguendo lo scorrere del tempo, ci porta alle stesse situazioni di chi oggi arriva nel nostro BelPaese da mondi lontani per fare quei lavori che noi consideriamo insopportabili. Badanti, lavavetri, manovali, facchini, uomini di fatica, lavoro in nero e paghe da fame senza nessun ammortizzatore sociale. Quel che gli italiani, oramai diplomati e laureati, non vorrebbero nemmeno pensare, piuttosto meglio disoccupati con l’assegno della sussistenza. Epperquanto a quelli, se ne tornino a casa, ladri di lavoro!!!

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