“L’eredità del Fantini”, romanzo di Marco Ghizzoni, Guanda editore, 2016

Terza prova dell’autore de Il cappello del maresciallo, Marco Ghizzoni. Naturalmente sempre ambientato nella placida provincia cremonese, nell’immaginario paesotto di Boscobasso. Nella villa dove abitava la bellissima Edwige Dalmasso s’insedia il nuovo acquirente, il notaio Ersilio Cristalli. Decisamente antipatico, presuntuoso, con la puzza sotto il naso e la tipica arroganza di chi la natura ha voluto bassotto, da subito entra in contrasto con quelli che considera i buzzurri del piccolo paese, a partire dal maresciallo Bellomo e così via fino al Sindaco. Buono invece il rapporto con don Fausto. Conseguenza del fatto che il parroco gli promette il ruolo principale nella recita di Natale e questo, per l’Ersilio, calcare l’assito del teatro, presentarsi come attore, è il sogno della vita da sempre. Ma ecco l’imprevisto: Amilcare Fantini, meccanico dal glorioso passato letteralmente con le mani nei motori dei bolidi dei gran premi (fatto che gli ha garantito una fortuna in soldoni), viene trovato stecchito steso sotto l’auto dell’impiegata comunale Gigliola Bittanti, in officina. Esecutore testamentario delle sue volontà naturalmente il notaio alla porta del quale si presenta Mirella Fantini, suora in quel di Brescia, perfettamente a conoscenza delle notevoli ricchezze delle zio. Totalmente priva di scrupoli di coscienza e senza alcuna intenzione di utilizzare quel denaro per un bene diverso dal proprio interesse. Insomma, le solite beghe di paese, ricatti a luci rosse che arrivano a coinvolgere don Fausto, invidie, tradimenti, l’auto della Gigliola che misteriosamente sparisce dall’officina, pettegolezzi ed equivoci, storie d’amore che nascono, altre sul punto di finire, il reggiseno dell’Edwige che  appare incastrato nel calorifero della villa del subentrato notaio, il brigadiere Mancuso sempre più impegnato in focose notti passate a letto, una lettura leggera che ti trascina di pagina in pagina grazie al metodo di raccontare ogni episodio in massimo due facciate che ti lasciano col fiato sospeso in attesa dell’evento immediatamente successivo destinato a sorprenderti. Insomma, una buona lettura, un simpatico romanzone a tinte gialle che ti lascia nell’attesa della prossima puntata che sicuramente Ghizzoni non ci farà mancare.

“In punta di penna”, concorso letterario a Sarmato (PC) con sezione e premio speciale ‘Piacenza scrive’

CONCORSO LETTERARIO NAZIONALE “IN PUNTA DI PENNA”
IX^ EDIZIONE 

Il Comitato Culturale “In punta di penna” indice la IX^ edizione del concorso letterario a carattere nazionale ed internazionale.

REGOLAMENTO

1 – Il concorso è aperto a tutti gli autori italiani e stranieri MAGGIORENNI e prevede quattro sezioni:
-A – RACCONTO A TEMA LIBERO di max tre fogli formato A4 (senza limiti di battute) dattiloscritto o al computer (max n° 2 racconti).
-B – POESIA A TEMA LIBERO di max un foglio formato A4 (senza limiti di versi) dattiloscritto o al computer (max n° 2 poesie).
-C – POESIA max un foglio formato A4 o RACCONTO di lunghezza non superiore a due fogli formato A4 (senza limiti di battute) dattiloscritto o al computer sul tema “Il viandante taumaturgo” dedicato alla figura di San Rocco, uomo di fede e di avventura (max 2 componimenti).
-D – POESIA max un foglio formato A4 o RACCONTO di lunghezza non superiore a due fogli formato A4 (senza limiti di battute o versi) dattiloscritto o al computer sul tema “Piacenza scrive” (Il territorio piacentino e/o le figure storiche e tipiche che hanno caratterizzato la città e/o la provincia o ricordi di vissuti in città e/o provincia) (max 2 componimenti).

NON SI ACCETTANO TESTI SCRITTI A MANO SI ACCETTANO SOLO TESTI IN LINGUA ITALIANA

2 –Gli elaborati di qualunque sezione dovranno pervenire in busta chiusa in cinque copie. All’interno inserire una ulteriore busta, intestata con la sezione, il titolo della poesia o del racconto e la scritta “DATI”, contenente un foglio con i dati degli autori (vedi allegato): nome – cognome –indirizzo – età – telefono/i – eventuale e-mail e la dichiarazione che l’opera è inedita. Inoltre aggiungere un’altra busta, anch’essa intestata come sopra e la scritta “PAGAMENTO”, contenente la ricevuta del pagamento effettuato o la quota in contanti.

3 – Ogni autore italiano o straniero maggiorenne (purché compia i 18 anni entro la data della premiazione) può partecipare alle sezioni A, B, C e D; anche a più sezioni purché versi il contributo per ogni sezione.

4 – Gli elaborati dovranno essere inviati entro e non oltre il 15 GIUGNO 2019 al seguente indirizzo: 9° Concorso letterario “In punta di penna” Sez.___ (indicare sezione) c/o Maurizio Berti via Garibaldi, 3/A 29010 SARMATO (PC).Farà fede la data del timbro postale. NON INVIARE RACCOMANDATE

5 – Il contributo da versare per tutte le sezioni è di € 15,00 da versare in contanti (preferibilmente), giroconto o bonifico oppure con bollettino sul c.c.p. 1003363353IBAN IT-39-C-07601-12600-001003363353 intestato a Berti Maurizio (tesoriere del Comitato) con la seguente causale: 9° CONCORSO LETTERARIO “IN PUNTA DI PENNA” sez. …….

6 – Per ogni sezione si possono inviare n° 2 (due) elaborati, nel rispetto del formato e del numero di pagine previste al punto 1. Per le sezioni C e D è possibile inviare fino a un massimo di due racconti, due poesie oppure un racconto e una poesia.

7 – Gli elaborati delle sezioni A e B saranno valutati ad insindacabile giudizio della Giuria. Per la sezione C verrà designato il vincitore da parte di una giuria appositamente creata. Per la sezione D, dopo una selezione della giuria per individuare i migliori quattro elaborati, la classifica sarà determinata dai voti del pubblico presente nella serata della premiazione.

8 – Gli elaborati non saranno restituiti. Per quelli oggetto di pubblicazione sull’antologia si intende tacito il consenso degli autori selezionati senza alcun compenso.

9 – La segreteria del premio avviserà personalmente i finalisti d’ogni sezione almeno dieci giorni prima della premiazione sia telefonicamente che con email.

10– I dati personali dei partecipanti saranno tutelati ai sensi della L. 675/96 e dal Reg. Europeo 679/2016 sulla privacy.

11 – La partecipazione al concorso implica l’accettazione del presente regolamento in ogni sua parte.

12 – La premiazione avverrà il 14 settembre 2019, ora da definirsi, con ubicazione che verrà comunicata ai vincitori e agli invitati successivamente. In tale serata sarà reso noto il nome del vincitore d’ogni sezione.

PREMI

SEZIONI A e B
-PRIMO CLASSIFICATO – € 250,00 e DIPLOMA DI PARTECIPAZIONE + Assortimento prodotti tipici del territorio
-SECONDO CLASSIFICATO- € 150,00 e DIPLOMA DI PARTECIPAZIONE
-TERZO CLASSIFICATO Assortimento prodotti tipici del territorio
SEZIONE C
1° PREMIO SPECIALE “Il viandante taumaturgo” sulla figura di S. Rocco da Montpellier
-PRIMO CLASSIFICATO -MEDAGLIA D’ORO e DIPLOMA DI PARTECIPAZIONE
SEZIONE D
2° PREMIO SPECIALE “Piacenza scrive” sul tema “Racconti del territorio”
-PRIMO CLASSIFICATO Assortimento prodotti tipici del territorio
-PER TUTTI – DIPLOMA DI PARTECIPAZIONE
Tra tutte le opere pervenute delle sezioni A e B verrà altresì selezionata la vincitrice del 6° PREMIO SPECIALE “Prassede Chiusa Capelli” (alla memoria)
-TARGA RICORDO (con il titolo dell’opera), DIPLOMA DI PARTECIPAZIONE+ PREMIOIMPORTANTE-
N.B. I dettagli della cerimonia della premiazione verranno specificati successivamente, con inserimento sul sito www.concorsiletterari.it e i social (FACEBOOK). In ogni caso i premiati verranno avvertiti con congruo anticipo telefonicamente e via e-mail. La premiazione avverrà il 14 settembre 2019 I premi dovranno essere ritirati personalmente o con delega a terzi. In caso di mancata presenza non verranno spediti. I finalisti e i vincitori delle varie sezioni saranno invitati a spedire anticipatamente via e-mail il file.pdf delle loro opere al fine di editare e pubblicare l’antologia del concorso che sarà possibile acquistare nella serata di premiazione o successivamente da tutti i concorrenti su sito di vendita online.
Sarmato, 29 GENNAIO 2019 Il Presidente del Comitato Culturale “In punta di penna”
P.S.: Per informazioni Maurizio Berti – Via Garibaldi 3/A 29010 SARMATO (PC) TEL. 0523 887757 – 347 7650405 [email protected] [email protected] COMITATO CULTURALE “IN PUNTA DI PENNA” Gruppo letterario su FACEBOOK
MODULO DI PARTECIPAZIONE
AL CONCORSO LETTERARIO “IN PUNTA DI PENNA”
ANNO …………… EDIZIONE NR. ……….. …….COGNOME__________________________NOME_____________________________ Nato il_________________________ Residente a____________________________________________ Prov. ___________ CAP____________ Via____________________________________________________ Tel. ________________________ Cell. _______________________ [email protected]__________________________PARTECIPANTE ALLA SEZIONE (contrassegnare le caselle)
A Prosa (racconto breve)
B Poesia tema libero
C Premio Spec. a tema “Il viandante taumaturgo”
D Premio Spec. a tema “Piacenza scrive”
Titolo 1______________________________________________________________ Titolo 2______________________________________________________________ DICHIARAZIONE Il sottoscritto dichiara che le opere presentate sono frutto della mia creatività e del mio ingegno, non sono mai state premiate con uno dei primi premi in altri concorsi letterari e che si tratta di opere inedite alla data di spedizione; di essere consapevole che qualsiasi falsa attestazione configura un illecito; di esonerare gli organizzatori da ogni responsabilità per eventuali danni o incidenti che potrebbero derivargli nel corso della premiazione; di autorizzare la pubblicazione delle proprie opere nella raccolta antologica delle opere premiate, rinunciando a qualsiasi compenso. Data………………………. Firma…………………………………….
Consento al trattamento dei dati personali (D. Lgs. 30 giugno 2003 n. 196 “Codice in materia dei dati personali”), autorizzando l’organizzazione del Premio all’utilizzo degli stessi per le finalità indicate nel Regolamento
Firma………………………………………….
Il/la sottoscritto/a___________________________________ autorizza in qualità di genitore esercitante la patria potestà _____________________________________ a partecipare al concorso in intestazione.
Data………………………….. Firma…………………………………………….

Il castello di Sarmato, acquerello di Luana Baldrighi

“Piacenza in giallo”, undici autori alle prese con furti e omicidi tra le vie della città a cura di Gabriele Dadati, Officine Gutenberg editore

Il fatto straordinario di un libro di racconti ambientati nella tua città, scritti da gente che vive nella tua stessa città (sono undici autori, tutti piacentini), ti porta inevitabilmente a ritrovarti nelle vie, tra le case, tra le genti, tra storie che vivi e ascolti tutti i giorni. Eccoci dunque sullo Stradone Farnese, nei sotterranei di chiese e conventi, magari proprio quegli ambienti nei quali, ragazzino, andavo all’asilo dalle suore. Chi ha ammazzato quella suora? Forse potevo essere io bambino, quando all’ora di pranzo, finiti i bavaglioli azzurri una suora ha risolto allacciandomene uno rosa destinato alle femminucce! Ed io mi son sentito morire, vilmente assassinato? Per tacer del cadavere di quel frate rinvenuto nel budello che collega il convento delle suore con la magione appunto dei frati (par di rivivere storie del Boccaccio e del suo Decameron) e il pensiero va a quella volta che proprio un frate al termine della confessione complice un bacio sulle labbra di quella ragazzina, mi costrinse a recitar 20 Ave o Maria e 20 Pater Nostrum in ginocchio su quella panca che pareva lastricata di ceci. Ma andiamo avanti ed eccoci in viale Dante, nel cortile della caserma dei pompieri e anche qui un altro cadavere, un cinese morto defunto stecchito. Ovviamente il commissario sospetta dei poveri militi e il cerchio par stringersi al collo d’uno di loro. Ma forse quel vecchietto, ormai costretto tra le mura di casa, che passa il suo tempo alla finestra a rimirar il mondo che gira e che vive, forse ha visto un’ombra estranea introdursi nottetempo in quel cortile mentre, in assenza d’allarmi di fuoco, i nostri vigili tranquilli e forse innocenti se la dormivano della grossa? Ma attenzione, dove abita quel vecchietto: in via Pordenone, dove si trova il negozio di quell’idraulico, Grisi, per il quale anni fa mio padre teneva la contabilità e il cuore s’illumina di ricordi e di nostalgia. Anche perché proprio lì viveva Marilena, amore eterno di quel lontano 1977 in breve finito nel breve volgere d’una manciata di mesi: un amore eterno di quelli necessari per far tornare i conti della mia mamma che m’aveva garantito “basta che tiri un calcio ad un sasso e di donne te ne escono dieci!” ed io, ad ogni amore finito, pensavo a contare e a dar calci ai sassi, per arrivar e magari superare quel fatidico dieci (per inciso Marilena, tra amori eterni e flirt d’immenso azzurro, era ancora semplicemente la quinta e quindi i conti ancor non tornavano dato che calci e sassi eran già innumerevoli). Perché Piacenza è un piccolo grande paesone, ci si conosce tutti e tutti conoscono tutto di questa città placidamente assisa in pianura, a due passi dal Grande Placido Fiume dove, sulle rive, di sassi se ne trovano quanti ne vuoi. Ecco, per un piacentino, il pregio di questo libro: farti trovare a casa tua, tra le tue cose ed ho pensato che chissà, magari tra una pausa e l’altra esco a passeggiare sul facsal e invece d’un cadavere incontro Marilena. Invece niente, del resto d’anni ne son passati tanti, ciascuno di noi ha già calciato altri sassi, così rieccomi tuffato tra le pagine, dove ci si chiede chi ha imbrattato di scritte ingiuriose i muri del quartiere di San Sepolcro? Oggi li chiamano writers, un tempo erano ribelli magari carichi d’ironia, e chi non li conosceva in quel quartiere dove si son giocati tanti tornei di pallone nel campo in cemento del prete? Per tacer di quel giovine col foular rosso al collo, in procinto di segnar le sue idee sul muro di casa mia, con la mamma che, scese le scale, l’ha preso a brutto muso intimandogli “cosa scrivi sui muri delle case? Vai più in là che c’è pieno di muri delle chiese!“. Grande, incontenibile, meravigliosa mamma! Insomma letteralmente un piccolo scrigno dal quale, anche a prescindere dai racconti stessi, escono decine di ricordi personali, i tanti vissuti di chi in questa città è cresciuto tra gioie, dolori, delusioni, amori, avventure, storie finite bene, storie finite male, cortei, notturne affissioni abusive, amicizie, speranze. Certo, da un punto di vista letterario puro qualche racconto stimola, qualche autore giostra maestralmente con penna, manette, trama e pistola, per qualcun altro soggettivamente vien da suggerire “provaci ancora, Sam” perché il giallo par facile ma in realtà non é genere che s’improvvisa. Ma tutto ci sta e, per metter piede (e mente) nei quartieri della nostra città acquisto e lettura valgono decisamente la pena.

 

“Tokyo Express”, romanzo giallo di Matsumoto Seicho, Adelphi editore, 2018

Un giallo coinvolgente che parte dai due cadaveri trovati su una spiaggia rocciosa della baia di Hakata, estremo sud del Giappone, due giorni di viaggio (traghetto incluso) sull’espresso in partenza da Tokyo. Lui un funzionario del ministero oggetto di indagine per corruzione, lei una geisha, ovvero una ragazza giapponese attraente, colta e raffinata, addetta a intrattenere gli ospiti di una casa da tè, in altre parole un’entraîneuse che si poteva incontrare in un famoso locale nella capitale. Tutto sembra indicare un ‘semplice’ suicidio d’amore ma qualcosa non convince del tutto. Perché affrontare un viaggio del genere per arrivare in una località ignota ad entrambi? Ma non solo: lui non risulta abbia mai frequentato il locale dove lei lavorava e lei, nella casa dove viveva a Tokyo, non è mai stata vista entrare con un uomo. Insomma, gli elementi per un’indagine di approfondimento ci sono tutti e il racconto sa appassionarci nel condurci in un intrigo di orari e coincidenze ferroviarie che spaziano appunto dal profondo sud al lontano nord giapponese con Tokyo a far da mediana. Insomma, il piacere di seguire la trama ma anche un’occasione per aspetti finora ignorati di questa particolarissima civiltà rappresentata appunto dal Giappone e soprattutto dai giapponesi, un popolo che lavora, finora conosciuto per il fatto che, in caso di contestazioni sindacali, prima conclude il turno in fabbrica, poi esce dai cancelli e, nel suo tempo libero, manifesta nell’area antistante la fabbrica stessa evitando comunque di sbraitare o di disturbare più di tanto: ma come son bravi e diligenti codesti lavoratori, mica come quelli barbari italiani (questo l’ho visto anni fa in un filmato mostrato in Fiat a Torino in accompagno ad un altro episodio: un dirigente non certo tenero con i lavoratori che lasciava la fabbrica e le maestranze riunite nel cortile a piangere calde lacrime). A parte questo ecco finalmente scoprire che nel Kyūshū (l’isola dove vengono trovati i cadaveri dei due protagonisti) si trova Nagasaki e vien da chiedersi allora dove possa essere Hiroshima. Ed ecco la risposta: a 421 km, nel corpo diciamo centrale del Giappone e ne occorrono altri 807 per arrivare a Tokyo dove quindi l’effetto della bomba atomica amerikana non arrivò. In pratica morirono o furono contaminati migliaia e migliaia di ‘provincialotti’ mentre le loro grandi maestà, l’imperatore e i suoi nobili collaboratori se ne stavano tranquilli al sole splendente della capitale: tutto il mondo dei potenti e dei signori è paese. Ma a parte queste divagazioni che nulla c’azzeccano col libro, il consiglio è di leggerlo in quanto giallo assolutamente coinvolgente dal finale ottimamente congeniato. Buona lettura.

La mappa del Giappone: l’indagine del giallo ‘viaggia’ da Tokyo al Kyushu e dal Kyushu fino al lontano Hokkaido: leggerlo è un’occasione per conoscere un territorio da noi lontanissimo

“Riva Marion!”, racconto (in dialetto piacentino) proposto in fb da Francesco Ghezzi

Suonatore di fisarmonica, olio su tela di Clara Nicese

L’era la fëin d’agust , sut sira, in d’un ustarìa ad muntagna. Gh’era cul ca buiva al bianch , cü ca zughèva a briscùla, cü ca ciciarèva dal pù e dal menu. Sèlta sö vöi e al fa :
-Ragass, riva Mariòn!
E tütt is giran a guardè un vacèttu mia tant èlt, ca da distant l’era drè rivè a l’ustarìa cu la fisarmonica a tracòla.
– Ragass, riva Mariòn e al ma fa una sunèda!.
Al fatt l’è ca Mariòn , tant me al sò solit, l’èva zamò buì parchè l’era in gir par i’ustarii da la matëina e l’andèva via cui pass long par caschè mia a l’innanz.
L’ustaria l’era in fond a una strè in discesa e Marion, cu la so fisarmonica a tracòla l’ha tachè a ciapè l’onda e a curr sëimpar pössè fort .
La gint in dl’ustarìa ian pinsè bëin da vèragh la porta par fè in manèra cas ga spatassès mia contra , sinnò adìu sunèda par cul dè lè . E atzè i’han fatt , ma però Mariòn e la sò fisarmonica i’èvan zamò ciapè una velucitè tant forta da pudèi mia farmès. Veloce me al vëint , prima la fisarmonica e po’ Mariòn ien piumbè in dl’ustaria , i’han travarsè la stanza e ribaltè un taulëin. Gh’era un mür ad sass in fond, e s’è sintì una müsica e un culp ad tambùro. La müsica i’eran i butòn ad la fisarmonica sunè tütt in d’na vöta e al culp ad tambùro l’era al ciocc’ ad la tastè putentissima ca Mariòn l’èva piantè contra al mür ad sass .
-Al se massè , poar nöi , al s’è rutt la testa!
Ma intant ca vöi l’ha ditt atzè Mariòn , par fè mia brütta figùra, l’era zamò in pè e via cu la sunèda . E zu un bicèr ad bianch.

“Il gioco delle tre carte”, secondo romanzo dal Bar Lume di Marco Malvaldi, Sellerio editore Palermo

Ultimo giorno dell’anno e ultimo romanzo (giallo) letto e recensito nell’anno. Per la precisazione la seconda prova della gente del Bar Lume, con Massimo che, insieme ad Aldo, si trova impegnato  in un catering di servizio ad un congresso partecipato da molti giapponesi. Ed uno di loro, dopo un leggero malessere che lo costringe in albergo, muore. Un bel mistero per il commissario Fusco che chiede aiuto proprio al barrista, Massimo per l’appunto, che diventa così protagonista di questa seconda prova letteraria (datata 2008) di Malvaldi. Relegando, contrariamente alle altre vicende lette, al ruolo di simpatiche comparse i quattro vecchietti abituali frequentatori del Lume, a partire dal nonno di Massimo, Ampelio. Ma, se dal punto di vista soggettivo la trama e la soluzione  finale hanno scarsa possibilità di entusiasmare (il punto di vista di Malvaldi è a metà strada tra un biologo informatico e un matematico, lontanissimo da un letterato quale ritengo d’essere), sono proprio gli interventi dei vecchietti o di Tiziana (la dipendente del bar) che s’impegna nel rinnovo del locale, a divertire il lettore in funzione anche di un buon principio di fine d’anno per cui, nel consigliare acquisto e lettura, non resta che lasciare a tutti quanti un buon anno nuovo, magari appunto con un brindisi al bar Lume, a Pineta, litorale di toscana.

“Il figlioccio della Regina”, la rivolta dei contadini della Val Tidone contro Napoleone, romanzo storico di Stefano Longeri, edizioni Lir, 2018

Di Agostino de’ Torri, il ribelle piacentino che osò sfidare le truppe napoleoniche che tra il 1796 e il 1814 occuparono militarmente la penisola, sono rare le fonti storiche che ne narrano le vicende. Con “il figlioccio della Regina” Stefano Longeri, già autore di altri romanzi a sfondo storico, colma la lacuna offrendoci una lettura a tratti non solo coinvolgente e partecipata ma di vera e propria indignazione nei confronti del còrso, in definitiva, dal momento che s’incorona imperatore e quindi primus inter pares, traditore degli ideali di libertà, uguaglianza, fraternità che avevano ispirato la Rivoluzione francese. Eccoci dunque proiettati tra i monti appenninici della Val Tidone, con un corteo che sta viaggiando verso la Rocca d’Olgisio per il battesimo appunto di Agostino. Al guado del Chiarone l’incrocio con un altro corteo, quello che segue la duchessa Maria Amalia, signora del ducato di Parma, Piacenza e Guastalla, in visita ai castelli della zona. La signora s’invaghisce di quell’infante e chiede di poter essere testimone al battesimo in chiesa, a Rocca Pulzana, e così nasce la leggenda “dal figlioss dla regina“. Un soprannome che porta fortuna ad Agostino: decisamente un bel e intelligente ragazzo, che ci sa fare soprattutto con le donne, maritate e non che siano, ma anche attivissimo col lavoro: conduce in affitto con i fratelli una fattoria di proprietà del conte Dal Verme allevando muli, asini, cavalli e buoi da vendere sui mercati. Quando i francesi arrivano nel BelPaese molti salutano con entusiasmo i valori della Rivoluzione ma ben presto, finito l’idillio, anche a Piacenza e per la precisione in Val Tidone parte la rivolta contro colui che nel frattempo si era incoronato imperatore dei francesi. Il motivo? Sicuramente la coscrizione obbligatoria decretata da Napoleone nell’estate del 1804. I piacentini non possono tollerare che i propri figli vengano strappati dalla propria terra per essere mandati a morire su lontani campi di battaglia, a gloria di un imperatore che non riconoscono. Ma non solo: In seguito al principio che i popoli “liberati” dalle truppe rivoluzionarie devono contribuire al mantenimento delle stesse, aumentano le imposte e tasse e questo determina grande malcontento tra gli italiani, che si trovano obbligati a pagare il costo della permanenza dell’esercito francese sulla penisola. In aggiunta i nuovi governi intaccarono i beni della chiesa e molte proprietà ecclesiastiche vengono incamerate nel patrimonio dei demani pubblici con crescente malcontento anche da parte del clero, compresi i parroci delle parrocchie agresti. Così, nel 1805, Castel San Giovanni insorge e, a sua volta, Agostino si pone a capo di un gruppo di montanari nascondendosi nelle grotte sotto la Rocca d’Olgisio e la Resistenza ha inizio. All’imperatore, reduce dalla vittoria di Austerlitz, non pare vero che un gruppo di montanari osi resistere a lui, vincitore d’Europa e da Parigi invia lettere di fuoco a Junot, generale governatore del Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla, ordinando di bruciare i villaggi e di fucilare gli insorti. All’inizialmente sparuto gruppo di Agostino via via si uniscono decine di contadini, molte piccole scaramucce li vedono trionfanti, ma il confronto specie per quanto ad armamenti con l’esercito francese ovviamente è improbabile. L’insorgenza, come racconta Longeri, dura alcuni mesi con clamorose vittorie da parte dei ‘briganti’ (come la liberazione di Bobbio) ma alla fine la conclusione è inevitabile. La repressione non conosce limiti, così l’intero villaggio di Mezzano Scotti viene deliberatamente dato alle fiamme quale terribile monito pe i ribelli e per i loro simpatizzanti e fiancheggiatori. Leggiamo di scontri, di incursioni, di episodi di guerriglia, di rapide e commoventi visite notturne ai parenti, della vita grama nelle grotte, nascosti, nel gelo dell’inverno. Leggiamo delle nefandezze dei francesi che, per fiaccare la resistenza, non esitano a colpire i parenti e le famiglie dei ribelli, ci lasciamo appassionare dall’amore tra Agostino e Sofia che trova le sue radici nella giovinezza dell’epoca nella quale erano ragazzini ma al quale la vita, la guerra e il destino non concedono le ali. Alla fine, come racconta la storia, Agostino viene catturato, portato a Piacenza e viene condannato a morte insieme ad altri venti ribelli fra i quali due parroci. Davanti a palazzo Farnese si concludono, sotto il fuoco del drappello di fucilatori, il racconto e la vita del ribelle che preferisce morire in nome dei principi di libertà e giustizia contro i traditori della Rivoluzione.

“…gli insorti, la domenica, scendevano dal monte Giogo e dal monte Moria, ove avevano i loro accampamenti, in paese(…)entravano in chiesa: vi udivano messa, e più tardi riprendevano per alpestri passi la via ai loro eccelsi rifugi…” [dal blog ‘I quaderni della ValTolla’

“I peccati della bocciofila”, romanzo di Marco Ghizzoni, Guanda editore, 2015

Dopo “il cappello del maresciallo” eccoci di nuovo a Boscobasso, bassa lombarda, provincia di Cremona, la città del violino e delle tre T, torrone, torrazzo e tettasse. Placida provincia del BelPaese, tra la nebbia del Po, il caldo afoso che fa aloni sulle camicie sotto le ascelle e gli appettiti dei soliti vecchiacci che non si rassegnano al passar del tempo e, di fronte ad un signor paio di tette, strabuzza gli occhi, sbava peggio d’un cane davanti all’osso negato e si rammarica perchè il coso dentro le mutande ormai pensa ad altro. O dorme i sonni del giusto ignorando la voluttà montante lasciando spazio solo al rammarico e al ricordo. Un dramma. Visto che il bar annesso al bocciodromo di nuova costruzione voluto dal sindaco Ferraroni e dal parroco don Franco è gestito da una coppia di brasiliani. Lui, Antonio Da Silva, il marito, sempre chiuso in cucina, già con un bel paio di cornazze maturate altrove, a Milano, la grande città che proprio per quel paio di corna ha scelto d’abbandonare. Lei, al bancone, la Juliana generosa di una gran bella scollatura: e chi può negarsi al sogno di portarsela a letto? Non certo il Dermille, anzianotto capitano dell’Alma Mater, la squadra delle bocce che vuole qualificarsi per il campionato provinciale. Offre da bere, beve a sua volta senza limiti, per ingraziarsi la bella banconiera ma quella fa la smofiosa col bel Rinaldi, giovane e prestante, simil Alain Delon, la gelosia la fa da padrona, ecco la rissa, il bel Rinaldi molla un cazzottone che manda a terra il capitano della squadra. Anzi, il Dermille finisce con la testa proprio sulle scarpe di maresciallo Bellomo, appena entrato nel bar destinazione bagno per una sana pisciata. Salva così la crapa ma intanto nessuno ha capito e visto la causa dello scontro, il maresciallo non sa letteralmente che pesci prendere mentre l’Antonio sussurra nell’orecchio dell’appuntato Cannizzaro che è scomparso l’incasso della serata. Vicende, boccaccesche ma non troppo, che s’intrecciano con le storie della bella Elena e quelle della di lei madre, la Franca, la perpetua che, ormai alle soglie dei sessanta, riscopre quel vecchio amore giovanile per il Raffaele, l’oste nel frattempo cresciuto di chili e di pancia. Per tacere del Mancuso, ancora giovane brigadiere che, mentre altri miseramente falliscono, s’intrufola nel talamo della sessantenne Gigliola a scaldarle notti tra sudore e bollori. Il tutto intrecciato con le indagini del Bellomo, il successivo avvenelamento del Dermille, la squadra che perde la partita della vita ma il sindaco presenta ricorso alla FIB per la ripetizione della stessa. Insomma, 320 pagine di risate, colpi di scena, una suspence che ti trascina pagina dopo pagina senza capacità di mollare la lettura per abbandonarti nelle braccia di Morfeo.

“Fischia il vento ed urla la bufera perché portiamo la camicia nera”, storie della parte sbagliata a cura di Mario Bernardi Guardi, Nuove Idee editore

Storie di quei ragazzi nati e cresciuti con il fascismo, piccoli balilla prima, giovani del littorio poi, ignari delle violenze del biennio rosso, dell’olio di ricino e del manganello, delle azioni punitive, del volto becero delle camice nere, delle squadracce armate che, negli anni venti, giravano di paese in paese per colpire gli oppositori. Un malposto senso dell’onore, un legame indissolubile con i valori con i quali sono cresciuti, la mancanza di un riferimento, di un’analisi critica. Come potevano evitare di credere fino alla fine, di scegliere di morire ammazzati piuttosto che, dal loro punto di vista distorto, disonorati: meglio continuare a combattere al fianco degli invasori tedeschi piuttosto che seguire il Re e i suoi generali rei di tradimento l’8 settembre. Tutto questo, peraltro estremamente prevedibile e tuttosommato risaputo, alla base di questo libro, 85 pagine con la promessa di raccontare ‘Storie della parte sbagliata‘, obbiettivo in buona parte mancato o solo in parte assolto. In realtà l’autore certo racconta ma letteralmente attorcigliandosi attorno ad un filo di riflessioni nel tentativo di spiegare la scelta di entrare nella milizia della Repubblica Sociale, di continuare a garantire fedeltà al gran capo, al Benito ridotto ad un fantoccio nelle mani dei nazisti, di sparare, di ammazzare l’amico d’infanzia che, dopo l’8 settembre, dismessa la divisa di un esercito senza più guida, semplicemente è rientrato nella terra d’origine per resistere contro l’invasore. E alla fine, a liberazione avvenuta? Molti dei sopravvissuti, ci viene raccontato, trovano accoglienza anche in tempo di democrazia restando comunque fedeli agli ideali della destra: nessun revisionismo, nessuna autocritica rispetto ai tempi della gioventù. Così la parte scelta che si legge in copertina è quella sbagliata ma solo perché alla fine perdente ad armi in pugno mentre nulla si legge per quanto alle ragioni di chi ha invece combattuto per la libertà e la democrazia. Insomma, un libro che rivendica e riafferma la cultura della destra, magari rimodulandola, adeguandola ai nostri tempi: nessuna nostalgia ma pur sempre e soltanto inno alla cultura di destra. In buona sostanza, un acquisto … assolutamente improprio. 

“Fliça, il primo fumetto in lengua lombarda” ispirato dal romanzo Freccia di Emilio Alessandro Manzotti, disegnato e colorato da Edoardo Arzani, tradotto in lingua da Simona Scuri e Lissander Brasca

Ed ecco un’iniziativa editoriale che mi coinvolge direttamente come padre (orgoglione) di Edoardo, illustratore, disegnatore, colorista di un fumetto ispirato al romanzo Freccia di Emilio Alessandro Manzotti, attualmente scrittore ed editore in Reggio Emilia. Partiamo appunto dal romanzo che è possibile acquistare on line sia attraverso BookTribu sia chiedendo ad altri siti di sostegno alle pubblicazioni letterarie sia al consueto Amazon

Ma qual’é il contenuto, la trama del romanzo? Ecco a seguire la sinossi:
Fuggendo da un passato di sofferenza, Diego si trova a essere il bersaglio di una inaspettata caccia al ladro. Nell’Inferno sconvolto dalla lotta per il potere, il giovane diavolo Freccia accoglie il messaggio di speranza del suo Maestro.
L’amore tra Diego e Alice rischia di essere annientato da un complotto infernale che ruota attorno a un tragico errore, e cambierà per sempre vita dei due ragazzi e dei loro amici.
Una storia universale in cui redenzione e perdono devono fare i conti con il desiderio di potere e la possibilità di avere un futuro. Una girandola di personaggi, terreni e ultra terreni, alla ricerca della libertà, che rifiutano un destino ineluttabile e sono pronti a superare il limite per cui tutto è solo gioco.
Questo libro parla di noi, delle scelte che siamo chiamati a compiere ogni giorno e di come esse dicano, inequivocabilmente, chi siamo veramente: angeli o diavoli.

Bene. In realtà il fumetto, pure concluso, deve ancora uscire nella versione in italiano (i tempi, come sempre avviene, li stabilisce l’editore). Per ora è disponibile come interessantissima ed originale iniziativa la versione in dialetto lumbard (lengua lombarda) suddiviso in 6 episodi dei quali appunto è fresco di stampa il sesto ed ultimo volumetto.

Seguiamo dunque da vicino, passo dopo passo, quella che possiamo definire una ‘strana’ ma avvincente avventura iniziando ovviamente dal primo fascicolo.

Freccia, il romanzo urban fantasy di Emilio Alessandro Manzotti, diventa fumetto tramite la realizzazione della graphic novel a cura di Edoardo Arzani.
La scelta della Casa Editrice BookTribu è stata di dare vita all’universo immaginario del romanzo con la rappresentazione grafica dei suoi mondi terreno e ultraterreno che, con la forza delle immagini e del colore, rendono la trama di Freccia ancora più avvincente.
Il fumetto viene proposto in 6 episodi formato cartaceo con cadenza trimestrale e tradotto in lingua lombarda (UNESCO ISO 639-3lmo) da Simona Scuri, responsabile dell’Ufficio Estero della casa editrice 24 ORE Cultura, e da Lissander Brasca, linguista e autore del libro Scriver Lombard. Un’ortografia polinomeg-local per la lengua lombarda.

Ed ecco la sinossi del secondo numero, stavolta direttamente in lengua lombarda:
A l’Inferna, sit traumatizad de la guerra per el domini, el joven diavol Fliça al ciapa a cor el messaj de speranza del so Maester. L’amor intra el Dieg e l’Alix al ris’cia de vesser destrugad de un complot infernal qe al jira intorna a un error dramateg qe al cambiarà per semper la vita dei duu joven e dei so amix.Una storia universal indovè qe redenzion e perdon g’hann de far i cunts cont el desideri de domini e la possibilitaa de haver-g un futur. Un jirasol de personaj terren e ultra- terren, in cerca de libertaa, qe refuden un destin inevitabel e inn pronts a passar el limit per el qual tut a l’è domà un jog. Qell liber qì al parla de nun, dei cerne qe sem obligads a far tuts i dì e de comè qe i nostre cerne dixen, senza fall, qilè qe sem debon: anjol o diavol.

Fliça ha riscontrato numerosi apprezzamenti e ricevuto premi importanti.

Tra questi va ricordato il premio letterario “Salva la tua lingua locale“, che si propone la tutela e la valorizzazione del patrimonio immateriale dei dialetti e delle lingue locali, il quale ha nominato FLIÇA nella sezione MENZIONI SPECIALI!

Altro importante riconoscimento per Fliça è stata la menzione in un articolo di Ogmios, organo di comunicazione della Foundation For Endangered Languages. La preziosa citazione è un omaggio che Fliça riceve da Christopher Moseley, editor dell’Atlante mondiale UNESCO delle lingue in pericolo.

Fliça dunque è il nome lombardo di Freccia, il protagonista del romanzo urban fantasy FRECCIA di Emilio Alessandro Manzotti. Si propone come la prima Graphic Novel in lingua lombarda. Il lombardo è censito dall’UNESCO (UNESCO ISO 639-3lmo) come lingua in pericolo d’estinzione poiché parlata da un numero sempre minore di persone. Motivo determinante per cui l’autore e i traduttori di Freccia hanno scelto di esserne ambasciatori.

La scelta della Casa Editrice BookTribu è stata di dare vita all’universo immaginario del romanzo con la rappresentazione grafica dei suoi mondi terreno e ultraterreno che, con la forza delle immagini e del colore, hanno reso la trama di Freccia ancora più avvincente. La storia è diventata dunque fumetto tramite il talento del disegnatore Edoardo Arzani:
Freccia è un lavoro che mi porterò sempre nel cuore, perché mi ha permesso di esprimermi come autore completo lavorando sia alla storia che ai disegni.” 

Fliça è, a quanto ci risulta, il primo caso di fumetto edito in lingua lombarda, commentano i traduttori.
Lo si può acquistare, come si diceva, su BookTribu, Amazon,
Ibs e, per chi abita in Lombardia, nei seguenti punti vendita:
Libreria Il Gabbiano, Trezzo (MI)
Libreria Ticinum, Voghera (PV)
Fumetteria WOT, via Adige 7, Milano
Infinity Comics, via Noe 8, Milano
Supergulp 2, via della Palla 3, Milano
Antica Osteria Cavacurta (CR)
Per concludere, lo sguardo allucinato di Edoardo che finalmente vede concluso il lavoro durato due intensi anni.