“Piacenza capitale dell’area fluviale, non semplice capitale italiana della cultura”, una proposta di Carmelo Sciascia

Conosco molto bene due città, accomunate oggi dall’essere state ambedue escluse dal titolo di capitale italiana della cultura per il 2020, una a nord, nella ricca ed opulenta pianura padana, l’altra all’estremo sud, un sud isolano, isolato ed emarginato. Sono Piacenza ed Agrigento. Una, Agrigento, per avervi fatto gli studi liceali e per legami parentali, l’altra per avervi lavorato e stabilito la mia residenza da quarant’anni. Diciamo che emotivamente mi spiace siano state escluse, pur essendo entrate nella rosa delle prime dieci. Ambedue le città hanno dei punti di forza innegabili, basti pensare alla data della loro fondazione. Akragas 580 a.c. fondazione della polis, Placentia 218 a.c. colonia romana. E qui mi fermo. Perché mentre nelle classifiche delle città, dove si vive meglio, Piacenza è stata spesso tra le prime, se non la prima addirittura come nel 1998, Agrigento è stata sempre tra le ultime. Negli ultimi tempi purtroppo Piacenza è andata scivolando sempre più giù, speriamo in una risalita che la riporti fra i primi posti, così come mi auguro che l’altra città esclusa, Agrigento, possa allontanarsi dagli ultimi posti!
Sono andato a spulciarmi il bando per il conferimento del titolo capitale italiana della cultura 2020. Tralasciando la parte meramente burocratica, procedure, criteri e giuria, mi è sembrato degno di nota quanto riportato nell’introduzione: “L’iniziativa è volta a sostenere, incoraggiare e valorizzare la autonoma capacità progettuale e attuativa delle città italiane nel campo della cultura, affinché venga recepito in maniera sempre più diffusa il valore della leva culturale per la coesione sociale, l’integrazione senza conflitti, la creatività, l’innovazione, la crescita e infine lo sviluppo economico e il benessere individuale e collettivo”. Frase che mi ha riportato alla memoria un’affermazione di Italo Calvino: “D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda». (Le città invisibili, Calvino, 1972)

Può una città governata da Lega Nord e Fratelli d’Italia con al seguito Forza Italia candidarsi al titolo di capitale della cultura quando pone il problema dell’immigrazione come un’invasione all’insegna dello slogan razzista “tutti a casa loro”?

Ecco il punto: può candidarsi una città che non dà ai cittadini risposte adeguate alle primarie esigenze della vita quotidiana, candidarsi ed aspirare ad essere capitale della cultura nazionale? L’etimologia del termine ci dice che capitale deriva dal latino caput, capo, essere cioè il primo. Ecco chi va premiato. Chi si pone ad essere la prima città nel dare risposte alle richieste dei suoi abitanti, nel campo della coesione sociale, dell’integrazione, nella crescita e nello sviluppo economico. Ad Agrigento, manca l’acqua, un giorno sì, un altro anche. Non parlo di acqua piovana, ma di acqua per uso domestico, quella che dovrebbe scorrere nelle condotte idriche. La raccolta dell’immondizia è una opzione, può esserci o non esserci, cambia poco, nel senso che rimane spesso dov’è. Quindi era non da escludere dal titolo, ma financo dalla rosa delle prime dieci (nonostante il sostegno di Camilleri o dell’Agnello). Non basta avere la valle dei templi (una delle sette o settantasette meraviglie) se poi come ci suggerisce Italo Calvino, non si dà una risposta concreta ai bisogni primari del cittadino. E Piacenza? città meritevole per tanti versi, almeno abbiamo sempre l’acqua nei rubinetti e la raccolta dei rifiuti viene effettuata, anche se sussistono, perplessità sulla qualità dell’acqua e forti dubbi sulla salubrità dell’inceneritore.

Breno è una frazione del Comune di Borgonovo Val Tidone, provincia di Piacenza

Mi ponevo alcuni interrogativi in un intervento dell’anno scorso sulla candidatura di Piacenza a capitale della cultura. Sostenevo allora e continuo a sostenere oggi che è necessario che la città preservi e valorizzi tutte le proprie ricchezze storiche, non basta Palazzo Farnese (una delle sette o settanta meraviglie) se poi si continua a lasciare nell’incuria tanti altri monumenti come ad esempio ciò che rimane del Castello Farnese. Non basta battezzare il Municipale con il nome Verdi se poi si continua a trascurare del musicista tutto il resto; Giuseppe Verdi è più piacentino (visto che ha vissuto quasi cinquant’anni a Sant’Agata) che di Parma. Anche se probabilmente ed involontariamente è stato proprio il maestro di Roncole a contribuire a far nominare Parma Capitale. Piacenza lascia ancora sciaguratamente nell’incuria l’ex albergo di via San Marco, albergo dove Verdi alloggiava nelle sue permanenze nella nostra città.

Nel cortile dell’ex albergo San Marco dove alloggiava il Maestro Giuseppe Verdi, all’epoca consigliere dell’Amministrazione Provinciale piacentina

I cittadini hanno bisogno di respirare aria composta di ossigeno più che di particelle nocive (PM10) e per questo c’è bisogno di aree verdi, di isolare gli effetti nocivi degli scarichi autostradali (A1 e A21) con barriere possibilmente ecologiche, delimitare le aree prossime con coltivazioni di alberi di alto fusto. Sono questi bisogni primari alla sopravvivenza umana: l’aria come l’acqua.

Un primato di Piacenza? L’inquinamento dell’aria e questa non è certo una ‘qualità’ che renda la città degna d’essere capitale, esempio per tutto il BelPaese

Piacenza con le sue sette o settanta meraviglie può ancora dare risposte ai suoi abitanti. Si può sperare, da cittadini, in una città che recuperi, preservi e valorizzi le sue ricchezze storiche, che smetta di cementificare e si attrezzi di verde pubblico, affinché possa migliorare la qualità dell’aria, che smetta di cementificare per mera speculazione come continua ad avvenire per l’area periferica della logistica.

Piacenza, cultura e qualità della vita: molta l’attenzione alla raccolta dei rifiuti ma non bisogna abbassare la guardia, basta poco perché l’inciviltà trionfi

La cultura è stata rappresentata da eventi come Carovane nei primi anni di questo millennio, dal Festival del diritto poi, eventi culturali che avevano avuto una risonanza nazionale, con personaggi di fama internazionale (Sepulveda, Bauman) che purtroppo scelte politiche nefaste hanno lasciato morire… in nome della cultura!

Festival del Diritto, iniziativa di taratura nazionale che la nuova giunta di centrodestra ha ben pensato di affossare in cambio del nulla. Insieme allo spazio 4 destinato ai giovani, a Pulcheria manifestazione per le donne a suo tempo voluta da Rosa Rita Mannina, 15 anni fa assessore in una giunta sempre di centrodestra ma non a guida leghista.

Piacenza antica capitale del Ducato, con un centro storico più ricco di Parma, continua a rimanere chiusa in consorterie, continua a defenestrare ogni giorno Pier Luigi Farnese nel nome di un ideale, quello dell’Impero allora, dietro altri particolari interessi oggi.
Una proposta che supera l’ambito limitato e ristretto di Capitale italiana della cultura:
Sarebbe auspicabile che Piacenza potesse essere “primus inter pares”. Città simile a tante altre città che si affacciano sulle acque di Eridano. Città che vanno da Torino a Pavia, da Piacenza a Cremona, da Ferrara al Delta del Po. Trovandosi a metà strada del percorso fluviale, Piacenza potrebbe assurgere a Capitale dell’intera area fluviale!

Piacenza: il ‘nostro’ Grande Placido fiume, il Po

È necessario superare qualsiasi campanilismo, fare i giusti investimenti per l’ambiente (aria e territorio), salvaguardare e valorizzare il patrimonio architettonico e culturale, rendere navigabile e balneabile il Po, lanciarsi in una gara solidale con tutte le altre città che si affacciano sul grande fiume.
Una sfida che va al di là dei confini cittadini (Parma o Piacenza), al di là dei confini regionali (la Lombardia anziché l’Emilia o il Piemonte), una grande area geografica con caratteristiche geografiche ed affinità storiche comuni che potrebbe portare ad un riconoscimento, al di là dei confini nazionali, da parte dall’Unesco.
Se il Delta del Po è stato dichiarato patrimonio dall’Unesco, perché non potrebbe venire dichiarato tutto il percorso del Po e delle città che ad esso si affacciano? E dell’intera area, primus inter pares, Piacenza esserne la Capitale?

Il Po (chiamato dai Greci Eridanus, presso i Liguri era chiamato Bodincus, che significa dal letto profondo, senza fondo, il latino Padus – da qui l’aggettivo padano – deriverebbe da una qualità di pini selvatici particolarmente abbondante presso le sue sorgenti) è con i suoi 652 km il fiume più lungo in Italia

Piacenza: l’antifascismo in piazza sabato 10 febbraio, considerazioni di Carmelo Sciascia (con le immagini del corteo promosso nella mattina dall’Anpi)

Piacenza, 10 febbraio 2018, il pacifico corteo promosso dall’Anpi in mattinata per protesta contro l’apertura di una sede di Casa Pound. Nel pomeriggio un secondo corteo promosso dai gruppi di ControTendenza vedeva scontri tra una ventina di esponenti dei centri sociali con le forze dell’ordine. Un Carabiniere, a terra, veniva vigliaccamente picchiato selvaggiamente e ferito

Circola nelle sale cinematografiche, in questi giorni, un film di Luca Miniero, “Sono tornato”, un remake come tanti ce ne sono stati e ce ne saranno, di altri film di successo. Tratta il film di un ipotetico ritorno del Duce, del film intendo riportare e sottolineare solo una frase pronunciata dallo pseudo Mussolini: “Eravate un popolo di analfabeti, dopo ottanta anni, torno e vi ritrovo un popolo di analfabeti”.Si, proprio così, di analfabeti, ma quello che è ancora più grave senza memoria. La memoria della storia degli italiani è corta, anzi cortissima! Alcune considerazioni a proposito di uno sconsiderato episodio avvenuto nella manifestazione del pomeriggio di sabato giorno dieci a Piacenza, una breve giornata invernale, ma intensa, talmente ricca di eventi da vedere le proprie strade attraversate da più cortei.

Piacenza, 10 febbraio 2018, il pacifico corteo promosso dall’Anpi in mattinata per protesta contro l’apertura di una sede di Casa Pound. Nella foto: Carmelo Sciascia

Analfabeti perché qualcuno a sproposito ha dato del fascista agli antifascisti. Vorrei ricordare a costoro che la frase è di Pasolini e va letta ed interpretata unitamente a tutto il suo discorso sul “fascismo degli antifascisti”. Allora specifichiamo: Pasolini ha usato questa espressione per criticare i partiti del cosiddetto arco costituzionale, erano gli anni settanta, ed era proprioil1974 quando in una intervista Pasolini così si espresse: “Continueranno a organizzare altri assassinii e altre stragi, e dunque a inventare i sicari fascisti; creando così una tensione antifascista per rifarsi una verginità antifascista, e per rubare ai ladri i loro voti; ma, nel tempo stesso, mantenendo l’impunità delle bande fasciste che essi, se volessero, liquiderebbero in un giorno”.

Piacenza, 10 febbraio 2018, il pacifico corteo promosso dall’Anpi in mattinata per protesta contro l’apertura di una sede di Casa Pound.

Ecco, si mantenevano, come si mantengono oggi, bande fasciste, che potrebbero essere liquidate in un solo giorno, perché queste associazioni erano utili allora ai partiti del cosiddetto arco costituzionale come continuano a essere utili adesso ai partiti, probabilmente a tutti i partiti oggi visto che l’arco costituzionale si è nel frattempo frantumato, non esiste semplicemente più.

Probabilmente ancora più utili, le organizzazioni fasciste, ritornano ad esserlo nel momento in cui si avvicinano le consultazioni elettorali. Si vorrebbe scaricare tutta la responsabilità dell’esistenza di gruppi fascisti ad una magistratura incapace di applicare le leggi di questo Stato Repubblicano nato dalla Resistenza. Le leggi previste sono infatti due: la legge Scelba e la legge Mancino. La prima del 1952, la seconda del 1993.

Piacenza, 10 febbraio 2018, il pacifico corteo promosso dall’Anpi in mattinata per protesta contro l’apertura di una sede di Casa Pound. Nella foto: in una manifestazione pacifica e democratica anche i poliziotti del servizio d’ordine sembrano passeggiare tranquillamente

La magistratura, si sa, deve fare osservare le leggi ma per farlo ha bisogno comunque di sostegno e consenso, un consenso che deve esprimersi in tutte le forme ed i modi permessi dagli strumenti democratici in possesso di questa società.

Già la nostra Costituzione approvata nel 1947 e promulgata nel 1948, al primo comma della XII disposizione finale così si è espressa: “E’ vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”.
Tutto ciò non è bastato a che rigurgiti fascisti risorgessero nel Paese.
Dopo il 1968, Piazza Fontana! Non sono state certo le lotte studentesche e l’estremismo di sinistra gli artefici di quella strage, come di tutte le altre che si sono succedute! Le stragi sono state le risposte di chi non voleva cambiamenti e conquiste sociali, frutto di lotte popolari, studentesche ed operaie. Questo per dire che gli eventi delittuosi avvengono sempre dopo o durante le grandi manifestazioni popolari, come è stato per Piazza della Loggia a Brescia negli anni settanta o più recentemente a Genova, per il G8 del 2001.
Torniamo a noi, ai giorni nostri, anzi al giorno nostro: sabato 10 febbraio dell’anno in corso.

Piacenza, 10 febbraio 2018, il pacifico corteo promosso dall’Anpi in mattinata per protesta contro l’apertura di una sede di Casa Pound.

Piacenza, città medaglia d’oro della Resistenza, vede lo svolgersi di due manifestazioni aventi lo stesso tema: l’antifascismo. A quale partecipare? La prima di mattina era organizzata dall’ANPI vedeva la partecipazione dei sindacati CGIL-CISL-UIL e di vari partiti (visto che abbiamo richiamato gli anni settanta, si può usare ancora il termine dell’arco costituzionale?). Il percorso era stato stabilito e pubblicizzato: da piazzale Genova alla Prefettura, con sosta al monumento ai Partigiani. In prefettura sarebbe stata consegnata una petizione che chiedeva l’applicazione delle leggi già menzionate.

Piacenza, 10 febbraio 2018, il pacifico corteo promosso dall’Anpi in mattinata per protesta contro l’apertura di una sede di Casa Pound. Oltre 800 i partecipanti che hanno raccolto l’invito delle organizzazioni, dall’Anpi ai sindacati CGIL Cisl e Uil, ai partiti della sinistra democratica

Della seconda non era stato pubblicizzato il percorso, si sapeva che era stata organizzata con partenza dalla Stazione FS e vedeva tra i promotori organizzazioni giovanili di sinistra ed i Sindacati di Base, i Cobas.

Le manifestazioni erano la risposta popolare alla recente apertura di CasaPound a Piacenza, cui si aggiungeva la gravità dei fatti di Macerata.
A quale partecipare? Perché non a tutte e due. Se ho votato nel 2016, dopo anni di astensione, per la salvaguardia di questa Costituzione, dalla cosiddetta riforma Renzi-Boschi, a maggior ragione avrei dovuto partecipare a tutte e due le manifestazione che volevano vedere applicati i principi di questa nostra Costituzione.

Piacenza, 10 febbraio 2018, il pacifico corteo promosso dall’Anpi in mattinata per protesta contro l’apertura di una sede di Casa Pound.

Nulla da dire sulla manifestazione della mattina, come da copione tutto è filato liscio.

Il pomeriggio non è stato così, non tutto è filato liscio. Intanto alcune considerazioni.
La manifestazione pomeridiana vedeva un numero di giovani elevato, giovani molto più motivati a manifestare, non solo contro il fascismo, ma contro una società che li esclude di fatto da qualsiasi diritto di partecipazione, dal diritto al lavoro, il lavoro non ce l’hanno, per giungere al diritto al voto, visto che non c’è una reale prospettiva di alternanza tra i partiti. Molti non andranno a votare perché nessun partito li rappresenta più. Grave per una democrazia il venire meno alla vita politica la partecipazione di una intera fascia d’età, quella sotto i trent’anni. Di contro la fascia d’età della manifestazione mattutina era sui sessanta. L’Italia non è veramente più un paese per giovani, unica categoria che vede salvaguardati i propri diritti è proprio quella dei pensionati (anche se non si sa fino a quando). A conferma: unico partito presente era Potere al Popolo, un partito che rischia di non essere nemmeno presente in Parlamento.

Piacenza, 10 febbraio 2018, il pacifico corteo promosso dall’Anpi in mattinata per protesta contro l’apertura di una sede di Casa Pound.

La presenza dei giovani nelle piazze, le loro urla sono un segno positivo, un incitamento per tutte le organizzazioni politiche e sindacali affinché si sveglino. Direi che visto lo stato del mondo del lavoro, i giovani protestano poco! Ricordo che è stato il cosiddetto estremismo degli studenti sessantottini e le loro formazioni politiche extraparlamentari a svegliare i sindacati tradizionali, che hanno potuto raccoglierne i frutti. Le conseguenti lotte operaie degli anni appresso hanno permesso le grandi conquiste salariali e normative, anche per i lavoratori della polizia.

Piacenza, 10 febbraio 2018, il pacifico corteo promosso dall’Anpi in mattinata per protesta contro l’apertura di una sede di Casa Pound.

Oggi, si cerca di non cambiare nulla facendo finta di cambiare tutto. Il pomeriggio ho seguito il secondo corteo dall’inizio, dalle 15, da Piazza Marconi. Constatavo che ogni tanto il corteo faceva delle soste, pensavo preventivate come preventivato doveva essere stato il percorso. Il corteo, dopo avere percorso alcune strade fuori le mura, ha raggiunto Piazza Sant’Antonino. Sembrava dovesse finire lì, visto che non si poteva andare né verso via Scalabrini, né verso via Sant’Antonino. Nessuno aveva annunciato la fine della manifestazione, dopo un po’ il corteo ha ripreso a muoversi proprio verso via Sant’Antonino, percorrendo via Felice Frasi si raggiungeva vi XX Settembre e Piazza Cavalli, infine il corteo ripiegava e percorrendo tutta via XX settembre raggiungeva la stazione dove terminava la manifestazione.

Piacenza, 10 febbraio 2018, il pacifico corteo promosso dall’Anpi in mattinata per protesta contro l’apertura di una sede di Casa Pound.

Solo a sera, a casa, apprendevo dello scontro che c’era stato tra la testa del corteo e la polizia: “Un militare, rimasto isolato, è stato aggredito e picchiato dai manifestanti con il volto coperto e armati di bastoni e sassi”. Un militare è rimasto isolato. Perché lo hanno lasciato, visto che è caduto, isolato? È giusto che chi si è reso responsabile della violenza venga perseguito, tenendo presente che se alcuni colpivano il malcapitato altri, cercavano di fermarli e lo hanno aiutato ad alzarsi ed andare, senza il loro intervento sarebbe potuto finire in modo irrimediabile!

Piacenza, 10 febbraio 2018, il pacifico corteo promosso dall’Anpi in mattinata per protesta contro l’apertura di una sede di Casa Pound. Nella foto: i fiori posti al Dolmen, il monumento a ricordo dei partigiani caduti durante la Resistenza contro i nazifascisti

Anche qui, un ricordo di Pasolini, quando affermava, nello scontro tra polizia e studenti, di stare con i poliziotti. “Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti! Perché i poliziotti sono figli di poveri”. Mi è profondamente e sinceramente dispiaciuto, che un militare, un lavoratore delegato all’ordine pubblico, nell’esercizio dei propri compiti, si sia fatto male, gli abbiano fatto male, colpendolo mentre era a terra, caduto. Sarebbe bastato poco ad evitarlo. Bastava che qualcuno avesse detto che la manifestazione era terminata a Piazza Sant’Antonino, saremmo andati tutti via, sarebbero rimasti completamente isolati quei quattro facinorosi delle prime file… e sarebbero stati costretti anche loro a lasciare la Piazza! Poi… non ho capito, se la manifestazione si sarebbe dovuta concludere in Piazza Sant’Antonino, come mai si è permesso di andare fino a Piazza Cavalli e percorrere, per ben due volte via XX Settembre? Le vie centrali erano piene di gente ed i negozi erano rimasti aperti: non è successo nulla! Vuol dire che la totalità del corteo non aveva nessuna intenzione di creare tafferugli, l’unica volontà chiaramente espressa era quella di manifestare pacificamente, lo testimonia la presenza nel corteo di mamme e bambini. Pasolini diceva, schierandosi sempre da parte della Polizia, guardateli come li vestono, “con quella stoffa ruvida che puzza di rancio fureria e popolo”. I tempi sono cambiati, sono cambiati anche gli abiti e le divise, credo non sia cambiato “lo stato psicologico cui sono ridotti”, se guardiamo infatti le loro divise in assetto antisommossa, credo che anch’io sarei nella loro medesima condizione psicologica, in certi particolari situazioni, “l’essere odiati fa odiare”.

Piacenza, 10 febbraio 2018, il pacifico corteo promosso dall’Anpi in mattinata per protesta contro l’apertura di una sede di Casa Pound.

Quell’incidente non si sarebbe dovuto verificare, perché se è vero che il corteo ha cercato di cambiare percorso, ha sbagliato chi quei manifestanti guidava (o non ha voluto guidare). Allora sì, viene naturale dire che quattro scappellotti ci sarebbero stati bene, per fare rientrare i ragazzi delle prime file. Ci sarebbero voluti quei genitori che avevano manifestato pacificamente la mattina, in fondo sarebbe bastato poco! La politica dei nostri politicanti ha sbagliato ancora una volta, ha diviso le generazioni, non ha saputo trasmettere valori e creare legami. Il fascismo si combatte uniti, vecchi e giovani, uomini e donne, poliziotti e manifestanti, due manifestazioni di settecento persone l’una sarebbe diventata una sola, imponente di duemila partecipanti. Il fascismo prima che nelle piazze si combatte nelle nostre case, trasmettendo valori, creando legami.

Piacenza, 10 febbraio 2018, il pacifico corteo promosso dall’Anpi in mattinata per protesta contro l’apertura di una sede di Casa Pound. Nella foto: tra i partecipanti l’ex Sindaco Paolo Dosi

Intorno a questo episodio, vedo molto conformismo. Frasi fatte, soprattutto di chi non c’era. Speculazione politica di tanti partiti che sperano di raccogliere consenso da un episodio che dovrebbe farli tacere e… riflettere seriamente!

Se è vero, e lo è, che mentre discutiamo e ci dividiamo, continuano a proliferare le sedi di CasaPound, allora si potrebbe dire, a malincuore, perfino dolorosamente, con Guido Ceronetti: “C’è molta agitazione, ma le idee sono sbiadite e poche. Mentre le bambine schiamazzano i lupi hanno già fatto tutto”.
Carmelo Sciascia

Piacenza, 10 febbraio 2018, il pacifico corteo promosso dall’Anpi in mattinata per protesta contro l’apertura di una sede di Casa Pound.

 

“Il cinema: realtà o finzione?”, riflessioni di Carmelo Sciascia tra violenza, testamento biologico, condizioni dei lavoratori

Ho letto in un giornale – Il Foglio del 28 gennaio 2018-, la dichiarazione di un produttore (Pietro Valsecchi,), il quale sosteneva che nel nostro Paese non ci sono più gli scrittori: “Gli osservatori della realtà. Quel genere di uomini dall’udito lungo capaci di ascoltare all’origine il rumore dell’anima italiana”. Si riferiva chiaramente essendo un produttore, al cinema.
Per la verità credo ci siano tutti gli elementi per contraddirlo. Vi è una violenza che si riversa quotidianamente nelle sale cinematografiche e nelle nostre private abitazioni, una violenza spesso gratuita che si nutre di particolari piccanti e raccapriccianti, di truculente ed arbitrarie scene di sangue.
La maggioranza di queste produzioni sono generate dal cinema d’oltreoceano, è una visione culturale che ci viene imposta dalla grande disposizioni di mezzi che la distribuzione di quel paese può permettersi.
Anche noi scimmiottiamo a volte, con certi filoni malavitosi, quella scia.
Ma ho sempre sostenuto e continuo a sostenere che il cinema italiano è cosa diversa e che non è in crisi. Il volume di capitali non è paragonabile al cinema americano, ma le idee e le filosofie che riesce ad esprimere non sono certamente da meno. Anzi. Il cinema italiano ha un udito attento e sensibile a percepire i bisogni della società, a farsi portavoce di quelle esigenze primarie, di quei rumori che scaturiscono proprio dall’animo umano. Si è discusso tanto nel paese ed infine è stata promulgata dal Parlamento una legge sul testamento biologico. Tante dolorose vicende hanno segnato un dibattito che ha investito da tempo la nostra comunità. Contemporaneamente ha visto la luce un bellissimo film di un italianissimo Virzì: Ella e John.
Un film che ci parla di un amore coniugale: il marito (Donald Sutherland), un insegnante fisicamente forte ma in piena demenza senile o affetto dal morbo di Alzheimer (diverse le cause patologiche ma uguali gli effetti), la moglie (Helen Mirren) con un tumore in fase terminale, debole fisicamente ma lucidissima.
Intraprendono su un vecchio camper (il cui soprannome è il sottotitolo del film: The Leisure Seeker), un viaggio verso quei luoghi dove andavano in vacanza negli anni settanta, con i due figli. Il nostro professore, tra le afasie frequenti, ricorda lucidamente le sue lezioni su Hemingwey, forse avrebbe ripetuto con lo scrittore, che sottoposto ad elettroshock scrisse: “Che senso ha rovinare la mia mente e cancellare la mia memoria? Queste cose costituiscono il mio capitale e senza di esse sono disoccupato. È una buona cura, ma abbiamo perso il paziente”.
Per sfuggire ad un destino che li avrebbe visti separati ed in balia di inutili cure mediche, Ella sceglie di morire insieme a John, sullo stesso camper, con il quale avevano ripercorso la storia della loro vita in comune.
Quindi, la scrittura cinematografica è stata l’espressione di una esigenza e di un dibattito che ha investito la società tutta e che è sfociata in una legge (cui non entro nel merito) che per la prima volta in Italia, uno Stato ancora profondamente caratterizzato da una radicata cultura clericale, ha promulgato: il testamento biologico.
Italianissimo, specchio dell’odierna società nazionale, il film di Ligabue: Made in Italy. Si discute proprio in questi giorni di braccialetti elettronici da far indossare ai propri dipendenti da parte di Amazon, così come si è discusso di jobs act, e più in generale dello stato in cui versa il mondo del lavoro nel nostro paese. Ecco, credo che il film sia proprio un piccolo affresco della condizione in cui si vengono a trovare tutti i dipendenti oggi, quello che ai tempi della mia giovinezza si soleva chiamare la classe operaia (termine oramai desueto pur rimanendo la condizione economica identica, ops, peggiore!).
Il film è la storia personale di Riko (Stefano Accorsi), un operaio emiliano di una ditta di insaccati, costretto a svolgere un lavoro che non ha scelto (qualcuno è in grado oggi di potersi scegliere un lavoro?).
Il film è la storia di uno spaccato della provincia italiana, dei rapporti sociali e familiari che la animano, la storia di gente sconfitta e di gente che a qualunque costo cerca un riscatto dalla proprio condizione di emarginato dal mondo del lavoro. La provincia emiliana è oggi una immensa distesa logistica, governata dai colossi, per lo più stranieri, del trasporto e del commercio online. E noi a Piacenza che abitiamo questo estremo lembo d’Emilia ne sappiamo, non qualcosa ma purtroppo tanto!
Riko, casualmente si trova a partecipare ad una manifestazione a Roma, ma dalla televisione le sue istintive esternazioni vengono con determinata consapevolezza censurate. Così come in verità censurata è qualsiasi espressione della condizione operaia reale. La classe operaia era andata in paradiso, (come non ricordare il magistrale Gian Maria Volonté), adesso va ad annegare le proprie frustrazioni nel Po! Letteralmente nel film. Nella realtà ci si augura di no!
La speranza è il messaggio finale, anche quando si è costretti a lavorare all’estero, perché: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.
Ha fatto bene Ligabue a ricordarci Il Pavese de La luna ed i falò. Quel Pavese, che aveva lottato e condiviso “le pene di molti”. Alla speranza, nella vita come nel film, si contrappone purtroppo la rassegnazione.
La rassegnazione è una distesa di immondizia, ultima amara inquadratura: è la squallida e simbolica visione della periferia della nostre città che continua, ahinoi, ad avanzare.
Ah, dimenticavo, per riprendere il discorso iniziale, Valsecchi è il produttore di Checco Zalone…
Carmelo Sciascia

Amazon vuole controllare le performance dei dipendenti con un braccialetto elettronico: annilichimento della classe dei lavoratori

“Il casellante” al Municipale di Piacenza: riflessioni di Carmelo Sciascia

Ci sono dei film, delle rappresentazioni teatrali, degli spettacoli in genere, che sembra non vogliano essere visti, si nascondono. I libri no, possono nascondersi ma possono, cercati, essere sempre recuperati e letti. Per gli spettacoli è diverso: un’opera teatrale la puoi vedere solo nel periodo in cui viene programmata ed in quel determinato luogo. Alcune di queste rappresentazioni, nonostante il nostro impegno, sembrano sgaiattolare, come se una volontà superiore faccia di tutto, a bella e posta, per renderci impossibile l’incontro.
A me è successo con l’0pera Il Casellante. Avevo letto, quando era stato pubblicato nel 2008 dall’editore Sellerio, il libro Il Casellante di Andrea Camilleri.
M’era piaciuto e ne avevo scritto nel mio libro “Libertà di pensiero”, accomunandolo ad altre due opere dello stesso Autore: “Maruzza Musumeci” ed “Il sonaglio”. Era una meravigliosa trilogia sull’amore: “donne che si trasformano, che amano e sono ricambiate, è l’eterna storia dei sentimenti e dell’amore, è la storia di Adamo ed Eva che si fa mito o viceversa, è comunque la storia dell’uomo e dei suoi sentimenti”. Oggi specificherei: sono storie più che d’uomini, di donne. Il personaggio femminile di questa storia è la moglie del casellante, una donna di nome Minica. La sua storia è in qualche modo l’emblema delle violenze subite, in ogni epoca, dalle donne, perché è una donna, insano oggetto di desiderio, che prima viene violentata e poi massacrata nel momento più bello nella sua vita; incinta, dopo tanta attesa, perderà contemporaneamente sia il bambino che la ragione. Non è un amore criminale come si direbbe oggi, ma semplicemente una violenza gratuita, frutto di una mente malata, che non ha nessun attenuante, nemmeno la scusante di un amore negato.
A compiere l’efferato assassinio, non è questa volta il coniuge o il fidanzato, ma un uomo considerato un amico, un collega del marito, che su altri avrebbe voluto far ricadere la colpa.
Ma torniamo a noi. L’opera Il casellante, rappresentata nel nostro Teatro Municipale, nei giorni 23 e 24, un martedì e un mercoledì di questo gennaio 2018, è la rivisitazione dell’opera letteraria di Camilleri, del regista Giuseppe Di Pasquale. Inutile negare la maestria di un artista quale Mario Incudine (il casellante). Incudine è in questa messa in scena attore e cantante. Autore di uno spartito che è colonna sonora alla lingua siciliana con cui si esprimono i personaggi, quel particolare siciliano usato dal Camilleri in quasi tutte le sue opere. C’è un attore, Moni Ovadia che alla maniera greca, impersona diversi personaggi della storia, tra i tanti, anche un ruolo femminile di una vecchia mammana-fattucchiera. Un riferimento naturalistico è d’obbligo parlando della terra natale di Camilleri: come la primavera trasforma gli alberi di mandorlo in nuvole di pizzo così il nostro Ovadia tesse ed intreccia le vite dei personaggi di tutta la narrazione.
Ma, dicevo, è un’opera che da me non voleva farsi vedere.
Rappresentata per la prima volta nel 2016 al Festival dei Due Mondi di Spoleto, fa l’anno dopo, il giro dei teatri siciliani. E qui l’ho inseguita senza poterla, per un motivo o per un altro raggiungerla. Quando io partivo da Racalmuto, uno dei poli, cui alternativamente mi muovo (l’altro è Piacenza) in Sicilia arrivava la Compagnia, quando la Compagnia si avvicinava a Piacenza, io ero in Sicilia. Così è stato per tutto l’anno appena trascorso il 2017, dapprima la rappresentazione al teatro Regina Margherita di Caltanissetta, debutto isolano, poi così è stato per il Teatro Pirandello di Agrigento e per finire con la rappresentazione al Teatro alle Vigne di Lodi.
Finalmente la sera del 24 sono per un pelo riuscito ad acciuffarlo. La mattina a Catania, pomeriggio a Piacenza, dove sono con largo anticipo arrivato per la rappresentazione serale nel nostro Municipale.
E ne valeva la pena. Avevo visto nel 2014 al teatro greco di Siracusa la rappresentazione “Le supplici” di Eschilo, dove Incudine ed Ovadia avevano creato una nuova opera, traducendo l’opera dal greco al siciliano, ed accompagnandola con struggenti melodie (già in NOTE 2015).
Ovadia era stato a Siracusa il cantastorie di un momento storico drammatico dell’antichità così come è stato al Municipale, in questa rappresentazione, il cantastorie di una realtà isolana degli anni quaranta.
Li ho rivisti, Ovadia ed Incudine, proprio mentre stavano lavorando alla realizzazione de Il casellante, nella Kermesse del Festival della lettura l’anno successivo, nel 2015 a Racalmuto. Era una dolce sera di maggio e così scrissi: “La serata di domenica conclude la kermesse da un palco illuminato in piazza Umberto: la musica e la parola si fondono in un omaggio alla cultura ed alla lettura. La musica di Mario Incudine e le parole di Moni Ovadia, un unico inno alla tradizione poetica popolare siciliana, che ha visto canti dialettali e l’ebreo sefarduta Salomone recitare in lingua siciliana. Sarà stato questo un atto di riconoscenza di Ovadia al popolo siciliano che con suppliche, si erta rivolto alla corona spagnola per trattenere gli ebrei che dovevano, secondo il decreto dell’Alhambra o editto di Granada del 1492 lasciare l’isola? Può darsi a me piace crederlo!” (Raccolta, Youcanprint -2017). Testualmente sottoscrivo, questa sera, per quest’opera.
Non restava, ieri sera, dopo lo spettacolo che andare ad incontrare e salutare gli attori, Incudine, Ovadia e la bravissima Valeria Contadino, la commovente Minica: la Dafne siciliana. Detto, fatto.
Sorpresa piacevole è stata quando dietro le quinte ho incontrato un caro amico Carmelo Marchese, direttore di scena del Teatro Stabile di Catania, che la stessa opera aveva contribuito a realizzare.
Il teatro dopotutto, come la vita, è anche questo: un abbraccio tra amici mentre la gente si allontana e dietro le quinte si smontano le scene.

“Massoneria e sette segrete” di Epiphanius: considerazioni di Carmelo Sciascia, filosofo

Ho letto di malavoglia un grosso libro di mille pagine circa; uno dei motivi che mi ha fatto giungere alla fine è stato l’incipit della premessa, la frase di Honoré de Balzac: “Vi sono due storie: la storia ufficiale, menzognera, che ci viene insegnata, la storia ad ‘usum delphini’, e la storia segreta, dove si trovano le vere cause degli avvenimenti, una storia vergognosa”.
Vi sono due storie, ci dice lo scrittore francese: una ufficiale falsa, quella conosciuta, ed una veritiera che non conosciamo, ed appunto perché vera, vergognosa. Tipico caso che tutti conosciamo, il Risorgimento italiano. Il piccolo Piemonte, un indebitato stato retto dalla casa sabauda, che conquista tutti gli altri Stati della Penisola e meraviglia, il ricco e grande Regno delle due Sicilie, grazie alla potente Inghilterra. Qualcuno dice grazie proprio alla massoneria inglese guidata da Palmerston. Che il Piemonte sia stato un esercito di occupazione è innegabile, che sia stata tutta e solo opera massonica (Cavour, Garibaldi e Mazzini lo erano), non ne sarei così sicuro, anche se molti protagonisti del Risorgimento erano stati bollati, già da Gramsci, come “…banda di avventurieri senza coscienza e senza pudore che, dopo aver fatto l’Italia, l’hanno divorata” (da Il Risorgimento-Einaudi 1954). Essendo la massoneria un’associazione luciferina scopo finale dell’unità d’Italia sarebbe stato, più che la creazione di una nuova identità nazionale, l’abbattimento del potere temporale della chiesa di Roma. Comunque sia, è certo che al riguardo i libri di storia sono stati sempre reticenti, il più delle volte imbevuti di retorica ottocentesca. Riconoscere la verità, cioè che l’unità d’Italia sia stata opera solo della massoneria, sarebbe vergognoso. La falsificazione della storia, è un fatto oramai riconosciuto da tutti. La storia è scritta sempre e solo dai vincitori. Ne abbiamo avuti tanti di casi recenti, come l’attacco militare all’Iraq o i bombardamenti nella ex Jugoslavia. Per dichiarare una guerra, bisogna creare un mostro: l’iracheno Saddam Hussein o il serbo Milosevic, poco importa; importante è la tecnica di persuasione. “Come si è detto, in democrazia l’importante non è la realtà in sé, ma piuttosto l’immagine di essa che i manipolatori occulti delle folle impongono tramite i mezzi di comunicazione, in particolare attraverso il mezzo televisivo”. La prima affermazione è quella che conta, le smentite che seguono non hanno alcuna efficacia. Tutti ricordano Hussein come un feroce e criminale dittatore, nessuno ricorda più che in Iraq non esisteva nessun arsenale chimico di distruzione di massa, tantomeno nessun potenziale atomico. Così come la catastrofe umanitaria nell’ex Jugoslavia che non c’era ad inizio del conflitto regionale, è stata invece “creata ad arte”. Il dramma umanitario e la cosiddetta pulizia etnica sono diventati reali solo dopo i bombardamenti della NATO che, anziché pacificare le varie etnie, ne hanno determinato lo scontro.
Il libro che ho letto con fatica è a firma di un pseudonimo “Epiphanius”, il titolo “Massoneria e sette segrete”, ha anche un sottotitolo esplicativo: “La faccia occulta della storia”. Edito da Controcorrente edizioni, già alla terza edizione.
E, se alcune affermazioni come quelle citate possono essere condivise, su altre, qualche riserbo non nascondo possa esserci.
Intanto cerchiamo di capire lo scopo del libro: fare conoscere le società segrete antiche e moderne, ma soprattutto l’intreccio che lega la storia dell’umanità con quella del proliferare delle sette. La storia ha avuto un percorso determinato da precise scelte di ordine economico e politico di poche persone, nel nostro caso, decisioni prese dai cosiddetti “Maghi”, i gradi più alti della massoneria mondiale. Alcune di queste associazioni sono abbastanza note come La Trilateral Commission (fondata nel 1973 da David Rockefeller) o I Circoli Bilderberg (la prima riunione indetta dallo stesso David Rockefeller, si tenne il 29 maggio del 1954, nei Paesi Bassi), altre meno note come Il B’nai B’rith (associazione ebraica fondata negli USA nel 1843) o La Pilgrims’ Society (società anglo-americana fondata nel 1902).
Il principio filosofico che ispira queste associazioni massoniche e segrete è la “Gnosi”: la conoscenza non si fonda su basi razionali, ma sulla consapevolezza della propria individuale divinità. Ogni gnostico ha la convinzione di essere depositario di una rivelazione divina, destinata a pochi eletti.
L’uomo è Dio, figlio di Dio e non vi è altro Dio che l’uomo”. I mezzi per giungere a questa consapevolezza sono l’insegnamento esoterico e la magia. Quindi ben vengano tutte quelle attività psicofisiche che possono essere riassunte col termine di paranormale: astrologia, alchimia, yoga, chiaroveggenza, telepatia, parapsicologia ecc…
Fine ultimo della massoneria raggiungere un mondialismo sinarchico, cioè un potere assoluto dove l’elemento religioso e quello politico siano fusi assieme. Dove gli opposti si conciliano: fede e ragione, scienza e religione, autorità e libertà. Scopo ultimo del massone è il raggiungimento di un’armonia mondiale: il Regno di Dio sulla Terra. La moderna massoneria nasce il 24 giugno del 1717, giorno di San Giovanni evangelista, a Londra. Esempio storico di associazione massone sarebbero stati i Templari.
Tra le tante affermazioni contenute in questo libro che lasciano perplessi, vi è ad esempio il vedere la quasi totalità della simbologia che ha caratterizzato la storia, antica, moderna e contemporanea, quali manifestazioni massoniche. Ad esempio sono da interpretare come simboli massonici: la croce, simbolo prettamente cristiano; l’uomo vitruviano di Leonardo da Vinci; il bastone alato con i due serpenti simbolo di Hermes-Mercurio; il simbolo della pace (fate l’amore non la guerra); la falce e martello, simbolo del movimento operaio; la scritta UNESCO, simbolo della cultura internazionale; il simbolo della FAO, simbolo dell’alimentazione e della agricoltura mondiale; e via via di questo passo.
Si può capire invece come alcuni simboli, possano avere un significato diverso da quello comunemente attribuito ed avere quindi attinenza con la massoneria: l’occhio di Dio che tutto vede, derivazione dell’occhio di Horus del Mito di Osiride; la stella della bandiera israeliana, derivazione del sigillo di Salomone, simbolo dell’unione di cielo e terra; la svastica adottata dal nazionalsocialismo tedesco ma di origine indiana; resta inteso comunque che il simbolo per antonomasia della massoneria rimane il compasso e la squadra (simbologia massonica sarebbe il fregio presente nel Dollaro degli Stati Uniti d’America; la stessa Torre Eiffel sarebbe una rappresentazione della prometeica spiritualità massonica).
Il comunismo viene accomunato al nazismo, come sistemi politici che hegelianamente annullano l’individuo nella “massa” e come tali propedeutici alla fondazione di una Repubblica Universale.
Tutti i movimenti politici e tutte le rivoluzioni che si sono succedute, dalla Rivoluzione francese a quella Russa, sono a detta dell’Autore, riconducibili ad organizzazioni massoniche. Finanziate da gruppi dell’Alta finanza, in prevalenza anglo-giudaico-americana.
Massimo teorico della massoneria sarebbe stato Jan Amos Kominsky conosciuto come Comenius o Comenio. Questo pedagogista appartenente ai Fratelli Moravi (già Fratelli Boemi), pastore hussita, ebbe una vita movimentata da fuoriuscito, intensa come pensatore e scrittore. Viene annoverato tra i massoni per aver posto a fondamento del concetto pedagogico di educazione, il concetto di “pansofia”: scienza universale che affratella l’umanità senza distinzione di religione e di nazionalità. Il suo programma così lo riassume Jean Piaget: unificazione del sapere (sistema scolastico internazionale), coordinamento politico (pace tra i popoli), riconciliazione delle Chiese. Conseguenza di queste scelte sarebbe, per i massoni il controllo dell’educazione ed un indottrinamento controllato su tutti i cittadini. Se è vero come sostiene Epiphanius e come dichiarato da Jacques Mitterand gran maestro della Loggia di Francia che “Le logge massoniche si sono battute perché la scuola sia obbligatoria, laica e gratuita.” Allora verrebbe da dire: che ben venga una ventata massonica in ogni angolo di questo mondo perché così si eliminerebbe l’insegnamento confessionale (religioso o politico), questo sì, foriero di dogmi e rassegnazione!
La seconda parte del libro credo sia quella più interessante, la storia europea dalla caduta del comunismo ad oggi.
Per compiere una rivoluzione l’alternativa democratica è la più desiderabile e la più permanente; il metodo puramente totalitario a lungo andare si autodistrugge” (Julian Huxley).
Non c’è dubbio che fino ad oggi sia andata così. E che quindi la massoneria abbia cercato di creare prima e di favorire poi i sistemi democratici dove possibile. Consapevoli di potere controllare i Partiti ed orientare l’opinione pubblica. Tutti siamo oggi consapevoli che una televisione ed una stampa indipendente non esistono. Già ad inizio novecento il redattore-capo del giornale per antonomasia, il New York Times, John Swinton rivolto ai giornalisti così dichiarava: “…Non c’è nessuno di voi che oserebbe scrivere le proprie vere opinioni, e già sapete anticipatamente che se lo facesse esse non verrebbero mai pubblicate. Il lavoro del giornalista è quello di distruggere la verità, di mentire spudoratamente, di corrompere, di diffamare, di scodinzolare ai piedi della ricchezza, e di vendere il proprio paese e la sua gente per il suo pane quotidiano. Noi siamo dei burattini, loro (i ricchi, dietro le quinte) tirano i fili e noi balliamo. I nostri talenti, le nostre possibilità, le nostre vite, sono tutto proprietà di altri. Noi siamo delle prostitute intellettuali”.
I massoni pensano così di educare le masse creando negli individui stati d’animo collettivi. A proposito rende bene l’idea Naom Chomsky quando afferma che il “gregge” viene convocato solo in tempo di elezioni per tenere viva nelle “pecore” l’impressione di vivere in democrazia e non in uno stato totalitario. Il popolo è diviso in una “classe specializzata” che rappresenta e difende i valori del potere privato e dello Stato che lo rappresenta ed il resto del branco che deve essere guidata dalle emozioni e dagli impulsi. La libertà sessuale e la droga favorirebbero uno stato di alienazione collettivo. I testi di psicologia sociale, come il testo sulla propaganda politica del prof. Serghei Ciacotin, sostengono che “l’ignoranza è dunque l’ambiente migliore per formare masse che si prestino facilmente alla suggestione”. (Sarà per questo che tutte le riforme della scuola italiana sembra abbiano come obiettivo lasciare i giovani nell’ignoranza e privarli di qualsiasi senso critico?). Anche la Chiesa non è immune dalla contaminazione dei principi massoni. Vengono a proposito riportate frasi del discorso pronunciato all’ONU nel 1965 di Paolo VI, mentre a Roma era in corso il Concilio Vaticano II: “…non si può concepire nulla di più elevato sul piano naturale, nella Costruzione ideologica dell’Umanità… Chi non vede la necessità di giungere così a instaurare una autorità mondiale in grado di agire con efficacia sul piano giuridico e politico?”. Sulla stessa scia Giovanni Paolo II. Sono le stesse massime autorità religiose che elogiano quegli organismi internazionali creati, secondo il Nostro, dai massoni per un governo mondiale della gnosi.
Riepilogando: sono molte le Associazioni che perseguono l’obiettivo di un Governo Mondiale, l’Europa Unita è una tappa in tal senso, l’ideologia della New Age plasma le coscienze preparandole ad una Nuova Era. Tralasciamo di elencare tutte queste associazioni mondialiste e citiamo i Parlamenti Transcontinentali che sono sostanzialmente due: i Circoli Bilderberg e la Trilateral Commission. Le decisioni di questi organismi vengono notificate dai vari G8, dall’Aspen Institute, dal Club di Roma o dal World Economic Forum di Davos. I Parlamenti Transcontinentali vengono affiancati da altre organizzazioni, tra le quali ricordiamo, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, la NATO. È interessante leggere come la concezione gramsciana dell’intellettuale organico sia stata presa a modello per la realizzazione di un blocco storico: “la Trilaterale deve porsi come il nucleo organizzativo di un blocco storico transnazionale” non finalizzato al riscatto proletario ma al “mantenimento di favorevoli condizioni per l’accumulazione di capitale su scala mondiale”, per l’egemonia di una classe capitalista supernazionale.
Lasciamo un momento da parte il libro di cui si è parlato finora e diamo una occhiata alla massoneria di casa nostra. In Italia abbiamo avuto l’esperienza della P2, una loggia massonica aderente al Grande Oriente d’Italia. Era stata fondata nel 1877, dal 1963 ne fa parte Licio Gelli, diventato poi Gran Maestro. Fascista, Agente della CIA, Organizzazione Gladio, Golpe Borghese, Strage Stazione di Bologna, scandalo Banco Ambrosiano, golpe in vari Stati dell’America Latina, queste alcune delle sue “onorificenze”. Disse di avere, con la P2 l’Italia in mano. ”Con noi c’era l’Esercito, la Guardia di Finanza, la Polizia, tutte nettamente comandate da appartenenti alla Loggia”. Ed ancora: “Il vero potere risiede nelle mani dei detentori dei Mass Media”: Berlusconi fu uno degli iscritti alla P2! Al di là dei giudizi di tutte le Commissioni Parlamentari, il più semplice ed immediato, quello di Pertini: “Nessuno può negare che la P2 sia un’associazione a delinquere”. Conseguentemente la P2 venne sciolta per legge nel 1982.
Ed oggi? Siamo nel Dicembre 2017, un’altra Commissione d’inchiesta, quella presieduta da Rosy Bindi, dopo mesi di audizioni ed indagini, sulla massoneria nostrana, così ha scritto: “Esiste un interesse delle associazioni mafiose verso la massoneria fino a lasciare ritenere a taluno che le due entità siano divenute una cosa sola. Ciò non significa criminalizzare le obbedienze”.
Il discorso sulla Massoneria rimane aperto e qualsiasi giudizio finale non può che rimanere sospeso, vorrei ricordare per concludere che delle organizzazioni citate, come i Circoli Bilderberg, la Commissione Trilaterale o Associazioni similari hanno fatto parte, secondo Epiphanius, personaggi pubblici che tanto hanno influenzato le scelte economiche come la politica italiana ed europea: Berlusconi, gli Agnelli, Giuliano Amato, Romano Prodi, Giorgio Napolitano, Giulio Tremonti, Enrico Letta, Mario Draghi, Carlo Azeglio Ciampi, Francesco Cossiga, Carlo Scognamiglio, Renato Ruggiero, Mario Monti.
Carmelo Sciascia

“Capodanno a Pola (Croazia)”, dissertazioni di Carmelo Sciascia, viaggiatore filosofo

Parbleu, il Colosseo, Roma! Nintaffatto: anfiteatro romano, Pola, Croazia

Come tanti rimandi e collegamenti ci sono nelle vite degli uomini, così avviene spesso che tante coincidenze si manifestino pure tra città (non sono i paesi agglomerati di uomini?). Roma, tutti sappiamo sorgere su sette colli, non tutti sanno però che non è l’unica città a svilupparsi su un uguale numero di poggi. Avevo avuto modo di scoprirlo, anni addietro, visitando Lisbona: città fondata su sette colli. Questo capodanno ho potuto constatare che lo stesso destino è stato riservato alla città di Pola in Croazia. L’Arena della città istriana non può che rimandare al Colosseo di Roma: simboli di due città, città nello stesso tempo vicine eppure così lontane. L’una al centro e capitale della penisola italiana, l’altra fuori dai confini nazionali, città straniera.
Sì com’a Pola presso del Carnaro, ch’Italia chiude e i suoi termini bagna”, Dante cita Pola (Inferno, Canto IX, 113-14) come fosse città italiana di confine, ma sappiamo così non essere. Una sorte avversa avrebbe visto definitivamente assegnata all’ex Jugoslavia questa città: possibilmente più che la sconfitta militare, fu decisiva l’incapacità dei plenipotenziari, impegnati nelle trattative seguite all’armistizio, a disegnare gli odierni confini post-bellici; Benedetto Croce e Vittorio Emanuele Orlando indicarono costoro come affetti di un’ingiustificata “cupidigia di servilismo”.
Coincidenze: qualche anno fa ero stato nella città catalana di Alghero in Sardegna, una frazione di questa cittadina, dove oggi si trova l’aeroporto, si chiama Fertilia. Doveva, nelle intenzioni del governo fascista negli anni trenta, essere una città abitata da una parte della popolazione ferrarese in eccesso. È finita invece per essere, nel dopoguerra, popolata dagli esuli istriani!

Il ponte che univa Alghero e Fertilia. Si intrecciano con la storia di Alghero del Novecento le tragiche vicende degli esuli giuliani, istriani e dalmati, che giunti sulle coste catalane a partire dal 1947, in fuga dalle persecuzioni di Tito, popolarono la borgata di Fertilia.

La storia agisce “motu proprio”, non si sottomette ai progetti degli uomini, non è maestra di nulla: “La storia – non si fa strada, si ostina, – detesta il poco a poco, non procede – né recede, si sposta di binario-e la sua direzione- non è nell’orario”. Così potremmo dire, e diciamo, con Montale, e di Pola e di Fertilia.
Ho accennato all’affinità con Lisbona, per quanto riguarda i sette colli. Passeggiando per Lisbona avevo trovato, qualche anno addietro, seduto al caffè Brasileira, nell’antico e caratteristico quartiere Chiado, Fernando Pessoa: il maggiore autore della eteronimia. Stava seduto con i suoi baffetti, gli occhiali ed il suo cappello: sornionamente seduto.
Questo capodanno, a Pola, con l’Arena alle spalle, mi avviavo verso l’Arco dei Sergi, quando in Piazza Port’aurea, seduto al tavolino di un bar incontro un altro personaggio. Anche questo con baffi e cappello, anziché occhiali, un bastone da passeggio accanto alle gambe accavallate. Al Bar Uliks (il nome Ulisse, un omaggio alla sua opera più importante) c’è seduto James Joyce, tornato in quel posto dopo più di un secolo. C’era stato, lo scrittore irlandese, nel 1904 per due anni, città che non aveva per nulla amato e per questo l’aveva definita una Siberia con il mare, era voluto andare a Trieste quanto prima, adesso è costretto invece a rimanere a Pola!

James Joyce, esule dalla sua Irlanda, seduto al bar Uliks a Pola

Tra eteronomia e flussi di coscienza il passo è breve. La letteratura divide ed unisce, continuamente ed imprevedibilmente! Esule volontario dalla sua Irlanda, Joyce stava adesso seduto immobile al bar Uliks, piazza Port’aurea a Pola. Esuli, costretti dalla storia, tanti italiani avevano lasciato Pola, clienti probabilmente di quello stesso locale.
Parafrasando Honorè de Balzac, si potrebbe dire che vi sono dietro ad ogni avvenimento due storie, una ufficiale, menzognera, ed una segreta, vergognosa. Nel nostro caso, da italiani riguardo l’Istria del dopoguerra, si potrebbe dire che c’è stata una storia menzognera e vergognosa insieme.

1947: gli italiani ridotti a profughi, cacciati da Pola

Ci sono state le malefatte dei fascisti e le crudeltà dei partigiani di Tito. L’olio di ricino e le nerbate a chi non usava la lingua italiana e le foibe e l’esilio per chi era semplicemente di etnia italiana. E l’una cosa e l’altra si respirano passeggiando sulla bianca pietra d’Istria con cui sono lastricate le sue strade.
Ah, la storia! La storia della Chiesa ad esempio, di questa parte del territorio istriano, da Pola ci porta a Parenzo, essendo unica la Diocesi, unica come unica è la Diocesi di Piacenza-Bobbio. Un viaggio è anche una storia di Campanili. I Campanili si sa possono dividere o unire le città. Nel nostro caso le unificano, culturalmente ed esteticamente. Tant’è che i campanili emergenti di questa regione ci riportano alla memoria il prototipo di campanile cui si sono ispirati: il campanile di Piazza San Marco a Venezia.

Chiesa Eufrasiana, Parenzo, Croazia: non sembra il campanile di piazza San Marco a Venezia (sia pur ingrigito)?

Così strada facendo ci troviamo a Rovigno dove superato l’Arco dei Balbi, l’antica porta della città, ammiriamo la chiesa di Sant’Eufemia ed il suo campanile che si staglia contro il cielo e caratterizza, da lontano, il profilo della città.
Giungiamo così alla sede vescovile della Diocesi cui Pola fa parte: la cattedrale della città di Parenzo, nota col nome di Basilica Eufrasiana. Luogo di culto paleocristiano già dal trecento quando la raffigurazione del pesce simboleggiava, perché acronimo, il Cristo. Strana rappresentazione questo pesce della Basilica di Parenzo con fauci spalancate e denti aguzzi: sembra volere rappresentare un Dio vendicativo più del Vecchio che del nuovo Testamento! Il Battistero di questa Diocesi testimonia la celebrazione del battesimo per immersione per la presenza di una fonte originale in pietra, oltre a testimoniarci la presenza bizantina con i suoi splendidi mosaici nell’abside e nella facciata. Il viaggio di Pola sarebbe esaurito, essendo giunti alla sede vescovile della Diocesi cui fa parte. Ma il confine con l’Italia è ancora da venire, bisogna attraversare anche un altro Stato, la Slovenia. Altri campanili ed altre targhe a Pirano, ci ripetono storie già viste. La presenza dell’Associazione Dante Alighieri, campanili di altre chiese e di architetture proprie della repubblica di Venezia, ci ricordano il fluire della storia.
La storia che agisce “motu proprio”, che non si sottomette ai progetti degli uomini, che non è maestra di nulla: “La storia – non si fa strada, si ostina, – detesta il poco a poco, non procede – né recede, si sposta di binario-e la sua direzione- non è nell’orario”.
Carmelo Sciascia

“Smetto quando voglio” ovvero lo “scuorno” della scuola, commento di Carmelo Sciascia

Di tanto in tanto si dice che il cinema italiano è finito, non ha più né autori, ne attori capaci di farci rivivere storie interessanti. Poi come d’incanto ecco un film che ci fa meravigliare, ci incuriosisce, fa discutere.
Se poi anziché essere solo uno, sono più d’uno, viene difficile negare l’affermazione che il cinema italiano è ancora in piena forma. Ma quando ciò avviene? Avviene ogniqualvolta il cinema rispecchia l’immagine della realtà quotidiana. Quella realtà che vorremmo allontanare perché ci intristisce, perché motivo di “scuorno”. “Scuorno” è un termine partenopeo, usato nelle commedie di Eduardo De Filippo e nel gergo comune del napoletano. La traduzione che potremmo usare non consiste in un solo termine, quanto nel richiamare uno stato d’animo: uno stato d’animo che rasenta l’umiliazione e la vergogna, accompagnate da un senso di ridicolo, per non essere riusciti in un intento. Scriveva Leonardo Sciascia nelle “Cronache scolastiche”, descrivendo la scuola degli anni cinquanta, di bambini che sgomitavano per andare a mensa, che avevano letteralmente e semplicemente fame, per loro era impossibile concepire la scuola come una via per un riscatto sociale, perché sapevano di essere comunque destinati, ancora ragazzini a lavori aberranti o costretti da giovani all’emigrazione. La scuola degli anni cinquanta, quella descritta dallo scrittore racalmutese era uno scuorno! Oggi la condizione sociale è cambiata notevolmente, non si ha la fame da paese terzomondista che si aveva nel dopoguerra, ma la scuola rimane uno scuorno! Perché oggi come allora i giovani sono destinati a lavori aberranti e sottopagati o costretti all’emigrazione.
Il cinema ci fa rivivere una condizione spiacevole di fine studi, del mondo universitario post laurea, piacevolmente, con il film “Smetto quando voglio”.
Il primo film con questo titolo è del 2014, a seguire altri due quest’anno, uno a febbraio l’ultimo a novembre. Una triade di film con lo stesso titolo che rende bene la situazione dei nostri giovani cervelli, laureati, specializzati, ricercatori, con una dedizione assoluta allo studio ed una mente brillante pronta a nuove intuizioni e scoperte. La regia è di un giovane Sydney Sibilia, giovane considerata la valutazione che se ne dà oggi dell’età anagrafica, e nonostante il nome Sydney, campano di Salerno. Il cast di questi tre film è prevalentemente composto da giovani (nell’accezione poc’anzi detta) e vista la tematica, diversamente non sarebbe potuto essere. Non parlerò comunque di cinema e dei film citati, dirò solamente che non è facile trattare temi complessi e tristemente reali, come la disoccupazione giovanile, la baronia universitaria, la fuga dei cervelli, con l’ironia che contraddistingue queste produzioni cinematografiche. Perché di questo si tratta ed è per questo che ne parlo.
Questi film ci catapultano in modo lieve in una realtà desolante: il fallimento della scuola in Italia.
L’Italia si sta riempiendo di giovani laureati, super specializzati, che vengono espulsi dalle università, dove i concorsi pubblici per i dottorati nelle università sono assegnati prima di essere espletati. Il proliferare di lauree e specializzazioni ha fatto sì che manca sempre qualcosa per potere partecipare ad un concorso, per fare una domanda, come semplicemente iscriversi ad una qualsiasi graduatoria per l’insegnamento, perché ci sono sempre crediti da recuperare (da pagare) per potere accedere a tirocini (non retribuiti).
L’attesa di un lavoro gratificante, anche se mal retribuito, si protrae sempre più nel tempo, tanto da diventare non più una speranza ma angoscia: angoscia di un presente senza futuro. Un’angoscia che si trasforma presto in rassegnazione (non so quale dei due termini sia meglio anteporre o posporre). La scuola ha preparato gli studenti alla consapevolezza di non avere più un avvenire. Unica prospettiva, che non sempre va a buon fine, l’emigrazione. Ho accennato ad un libro del dopoguerra di Sciascia e per restare in quel periodo si può fare riferimento ad un altro film di quegli anni “I soliti ignoti” di Mario Monicelli, film del ’58 tratto da un racconto di Italo Calvino. I personaggi sono prototipi dell’arte di arrangiarsi, ignoranti ed intraprendenti quanto basta a ricalcare la realtà sociale di quegli anni. Dopo il neorealismo, nasceva la commedia all’italiana: “ La commedia all’italiana è questo: trattare con termini comici, divertenti, ironici, umoristici degli argomenti che sono invece drammatici”. I personaggi della trilogia di “Smetto quando voglio” ricalcano quel copione, sessant’anni dopo troviamo un’Italia di laureati e super specializzati come i personaggi della trilogia di Sibilia costretti all’arte di arrangiarsi, unica differenza l’avere tante conoscenze in più ed una laurea in tasca.
Sono oramai decenni che si continua imperterriti a smantellare il sistema scolastico. Tutti i ministri che si sono succeduti negli ultimi venti anni si sono prodigati a fare la loro riforma, di governo in governo, una rincorsa dettata da esigenze preminentemente, se non esclusivamente, finanziarie. Contravvenendo la stessa Costituzione si è favorito il sistema privato, laico o clericale che fosse poco importa, purché si dirottassero fondi dalla scuola statale a quella privata.
Il sistema dell’Istruzione italiana ha mandato e continua a mandare una intera generazione di giovani alla cieca ricerca di un lavoro che non c’è. Altri Stati hanno riformato i loro sistemi scolastici ed i risultati si sono fatti vedere, vedi la Finlandia. Anche l’Italia ha riformato la scuola, ecco alcuni cambiamenti: accorpamento di ordini di scuole in Istituti Comprensivi, la figura del Direttore o del Preside che diventa Dirigente Scolastico, riduzione di personale dirigenziale, amministrativo ed educativo, aumento degli alunni per classe, l’introduzione di inutili sistemi di valutazione (Invalsi), registro elettronico e via di questo passo. Nulla di serio è stato fatto per favorire il processo di transizione scuola-lavoro, unico nodo essenziale e vitale per un sistema scolastico efficiente. Ecco le due facce della stessa medaglia. Siamo ultimi in Europa ad avere giovani che né studiano né lavorano. Di contro i primi ad esportare super specializzati, menti eccelse che vanno ad arricchire altri atenei, altri Paesi.
l’Italia è un paese con sempre meno giovani e non potrebbe, stando al buon senso, permettersi il lusso di sprecare una generazione di giovani, di lasciarli andare alla deriva. Che ciò avvenga, per colpa del sistema scolastico o per colpa di mancanza di idonee politiche per il lavoro, o per tutti e due i motivi, poco importa.
Dulcis in fundo. Uscendo dalla sala cinematografica, all’interno di un centro commerciale, trovo un banchetto con due giovani, una ragazza ed un ragazzo che mi porgono un volantino, si tratta della solita pubblicità, ho pensato. Leggo il pieghevole e vedo che si tratta di un Ente Regionale di Addestramento Professionale. Continuo la lettura: si propongono corsi di qualsiasi natura, anche corsi di laurea.
Incuriosito chiedo spiegazioni, sulla durata ed i costi dei corsi pubblicizzati.
Ebbene mi viene fornito un prezzario per qualsiasi tutolo di studio, ogni diploma ha un suo costo: un corso di laurea triennale è sui cinquemila euro, un corso di laurea magistrale si aggira sui seimila euro.
Ritorna lo “scuorno”: mi sono mortificato per quel volantino, mi sono vergognato di quelle proposte.
Ma, ahinoi, mi sono detto: ecco un altro circo Barnum, anche questo è la nostra scuola!
Carmelo Sciascia

“Ciò che ci lega: un film, forse due”, a cura di Carmelo Sciascia

Fare il vino non è impresa facile, richiede tempo, preparazione, impegno, credo sia una convinzione condivisa e condivisibile. Ma prima di parlare di vino si dovrebbe pensare all’uva e prima ancora alla pianta che la genera: il vigneto. Impiantare una vigna è stato il sogno di tante generazioni passate, per tanto tempo.
Ricordo che quando mio padre impiantò alcune centinaia di piantine si sentì completamente realizzato.
Realizzare un vigneto, seppur di piccole dimensioni era importante, voleva dire avere la possibilità di sopravvivere per più anni senza tener conto di quella proprietà, di quel terreno. Rappresentava più che un salto sociale, vedere realizzate le proprie aspirazioni di campagnuolo.
Lunghe le procedure per giungere alla piena produzione, anni di attesa. Dissodare il terreno, un’aratura profonda, una pulizia del terreno da pietre e residui arborei, la collocazione dei sostegni, la messa a dimora delle piantine, l’innesto delle stesse e via via di seguito finché la vite desse abbondanti grappoli, una quantità tale da essere portata al palmento dove l’uva pigiata da pesanti scarponi poteva essere trasformata in mosto.
Oggi, qualcosa sarà cambiato, ma io della vigna ho questo ricordo, ricordi del passato millennio. Lunghi tempi di attesa, anni di fatiche.
Deriverà da questi ricordi se nutro nei riguardi del vino un particolare riguardo, una attenzione quasi sacrale. O sarà perché da chierichetto dovevo fare parecchia attenzione nel porgere al prete l’ampolla contenete il vino per la transustanziazione durante la celebrazione eucaristica. Sembra, che nella ritualità di questo gesto, l’ufficialità della Chiesa venga a coincidere con quella di tantissimi frequentatori di taverne, di bettole, di semplici mescite di vino: “Il vino deve essere naturale, del frutto della vite e non alterato” (Diritto Canonico: Canone 924, paragrafo 3).
Molti come me sarebbero disposti a sottoscrivere l’affermazione del regista Cédric Klapisch: “Per me, il vino è mio padre. Conosco il vino attraverso mio padre…”. Credo sia stata questa ferma convinzione a persuadere il regista francese ha girare un film come “Ritorno in Borgogna”. Il film narra di una regione nel cuore della Francia, la Borgogna, dei suoi vigneti, delle colline, delle mutevoli stagioni e della poesia che ne deriva. La famiglia di Meursault, di questo paese della Borgogna che con il vino ha avuto ed avrà a che fare, dei ritrovati sentimenti dei tre fratelli, che alla morte del padre si trovano a dovere gestire l’intera proprietà, credo siano tutti elementi secondari, comparse. L’attore principale, il migliore attore del film è il vino, insieme alla terra ed ai vigneti che lo generano. Rimanere nella terra paterna, ritornare alle origine della propria cultura contadina questo è ciò che lega i tre fratelli, non a caso questo concetto è bene espresso dal titolo originale: “Ce qui nous lie”, ciò che ci lega.
Le colline francesi appaiono ricamate come certi lavori all’uncinetto delle nonne, i filari sembrano ornare il terreno: non lo sfruttano, gli fanno compagnia, lo accarezzano, lo completano. Il trascorso capodanno essendomi recato a Bordeaux, nella Gironda, restai meravigliato nel vedere filari di vite, perfino all’aeroporto di Mérignac.
Nella stessa settimana, ho avuto il piacere di assistere ad un altro film che di vino e di vigneti trattava.
Finché c’è prosecco c’è speranza” un’opera prima di Antonio Padovan, dall’omonimo libro di Fulvio Ervas, film girato nelle colline di Treviso, le colline del prosecco, tra le ville ed i borghi immersi nella splendida campagna veneta. Anche qui le colline appaiono come un ricco ricamo, “i filari sembrano ornare il terreno: non lo sfruttano, gli fanno compagnia, lo accarezzano, lo completano”. C’è un personaggio, il facoltoso Conte Desiderio Ancillotto che pur rimanendo poco sulla scena, prolunga come una lunga ombra, la sua presenza per tutta la durata del film. Tutto questo perché, come vuole la migliore tradizione contadina, bisogna sapere rispettare la terra ed il Conte sa, che per fare buon vino, bisogna amare la propria terra.
Erano i giovani nel film francese ad accusare il vicino di avvelenare i vigneti usando prodotti nocivi. I giovani che prendono coscienza di una tradizione che deve essere rispettata se si vuole continuare a fare una buona e sana produzione. Due film uniscono due generazioni: i giovani ereditieri francesi ed il maturo facoltoso nobile veneto. I vecchi ed i giovani che smentiscono la scontata contrapposizione ideologica tra generazioni. Un buon film esula dal genere, tant’è che come in questo caso possono andare a braccetto la “commedia” ed il “giallo”, importante contengano frammenti della nostra esistenza, della vita tout court.
È una commedia con un bel finale questo Ritorno in Borgogna, dove i rapporti parentali ed i sentimenti, maturano come il vino, lentamente; la Francia non è l’Australia, dove tutto avviene e si consuma velocemente.
Diciamo che il genere, così attuale nella produzione letteraria contemporanea del giallo poliziesco, ha una solida figura di riferimento nel poliziotto Stucky- Battiston che sa indagare nella giusta direzione perché i colpevoli alla fine saranno smascherati. Sono i proprietari di un cementificio che ha ammorbato l’aria, la campagna e tutto quanto era possibile avvelenare. Aveva visto giusto il vecchio conte Desiderio Ancillotto!
Al di là comunque di qualsiasi trama, avere visto i due film quasi in contemporanea, è stato come avere partecipato ad un brindisi, con, da una parte un buon vino francese e dall’altra un prosecco veneto.
Anche noi a Piacenza potremmo brindare, in fin dei conti, abbiamo problemi simili ai cugini francesi come abbiamo gli stessi problemi dei compatrioti veneti, ed in quanto a vini credo potrebbero bastare i nostri: un buon Gutturnio per chi ama i rossi, un frizzante Ortrugo per gli amanti del bianco.
Prosit: ai vecchi, ai giovani!
Carmelo Sciascia

Considerazioni di Carmelo Sciascia su “Accadde all’alba” di Silvano Messina

La nostra storia, la vita di ognuno di noi come la storia degli italiani tutti, volente o nolente, è storia della Chiesa. La religiosità è implicita in tutto il percorso della storia dell’arte, nell’architettura, nel pensiero e nelle coscienze, la si riceve col latte materno e nonostante i tanti rigurgiti (infantili o in età matura) rimane nel nostro sangue. La letteratura, le storie di cui si compone la letteratura, ci parlano di credenze. Manzoni, ad esempio, come massima espressione letteraria del romanzo in lingua italiana, ne è stato e ne rimane il simbolo.
In tempi a noi più prossimi possiamo ricordare “Il nome della rosa” del semiologo Umberto Eco. Un’opera che parla di religione, ambientata in un monastero benedettino nel 1327, dove si miscelano bene tutti gli ingredienti del pensiero filosofico e teologico del tempo. Un romanzo storico esemplare. Un giallo storico. Il libro di Eco mi è tornato in mente continuamente durante tutta la lettura di un altro libro edito quest’anno da Edizioni La Zisa di Silvano Messina dal titolo “Accadde all’alba”.
Il rapporto, della casa editrice e dell’autore di quest’opera, con l’altra precedentemente menzionata di Umberto Eco, è nella notorietà e credo lo sarà nelle vendite, inversamente proporzionale. Ma quante sono le opere cosiddette minori –tra queste sicuramente, anche le mie- che attendono ancora di essere studiate, valutate o rivalutate? Infinite. Obtorto collo: teniamo presente che senza di esse non ci sarebbero i cosiddetti capolavori, non ci sarebbe semplicemente né letteratura, né storia dell’arte!
Silvano Messina prende a pretesto un fatto di cronaca nera: l’uccisione nel 1622 del conte Girolamo II, del Casato dei Del Carretto, Signori di Racalmuto, feudo di quattromila anime posto allora in Val di Mazzara, libero comune di ottomila abitanti oggi in provincia di Agrigento.
È un pretesto, in realtà il libro è un affresco della vita feudale in un borgo del seicento siciliano, dove accanto all’autorità nobiliare iniziava a prendere piede una certa autonomia politica: l’Universitas.
Non a caso il sottotitolo dell’opera testualmente riporta: “Nella Sicilia feudale del Seicento primi cenni di modernità”. I fatti narrati sono contrariamente a quanto promesso dal cartiglio dello stemma comunale di Racalmuto “nel silenzio mi fortificai”, molto rumorosi. L’Autore presenta l’opera con il richiamo alle fonti: il Calogero Taverna de “La Signoria Racalmutese dei Del Carretto” e la tradizione orale della “Vox Populi”.
Ogni rappresentazione che si rispetti ha dei protagonisti, principali o meno che siano, così anche noi, tra i principali, annoveriamo: Girolamo II Del Carretto e la sua nobile famiglia, il giudice Pedro Enriquez de Guzman, il padre agostiniano Evodio della famiglia Paramo. Un altro componente della famiglia Paramo faceva parte della Congregatio pro doctrina fidei. Secondo le regole aristoteliche, si potrebbe dire che l’unità di luogo ci è dato dal borgo di Rahalmuto (da Rahal-maut, araba denominazione del paese), l’unità di tempo: dall’alba del primo maggio del 1622 (uccisione del Conte) al 1625 (testimonianza di Donna Beatrice al processo dell’Inquisizione per “sollecitatio ad turpia” del religioso Evodio), ed infine l’azione che, come ci suggerisce lo stesso Aristotele, può essere anche un’epopea e come tale illimitata nel tempo. L’azione nel nostro caso è concettualmente espressa nella ricerca del colpevole, di chi ha commesso l’assassinio materialmente e di chi ne è stato il mandante. È la ricerca, non tanto dell’esecutore materiale dei tanti fatti delittuosi, quanto dei mandanti. Sappiamo ancora oggi quanto essere lunga e difficile, tanto da potersi definire epica, la ricerca dei mandanti. È consuetudine infatti che le indagini si arenino subito dopo avere trovato gli esecutori materiali dei delitti, questo avveniva in epoche lontane come in età a noi contemporanee.
E qui rientriamo nel filone del libro giallo. Il libro giallo ha nobili antenati, noi per vicinanza temporale e locale, richiamiamo il compaesano Leonardo Sciascia. E più precisamente “Il giorno della civetta”. Il racconto della storia di questo libro è introdotta dalla scena di un omicidio: Salvatore Colasberna, presidente di una piccola impresa edilizia chiamata Santa Fara, viene ucciso in piazza Garibaldi, la piazza principale del paese, mentre sale su un autobus.
Lo stesso avviene per il libro del Messina che inizia con la scena di un omicidio: il conte Girolamo II viene ucciso mentre si affaccia dal balcone del suo castello. Semplice coincidenze letterarie.
Gli omicidi però continuano, in un crescendo di inquietante curiosità il lettore segue gli sviluppi delle indagini condotte con scrupolosa coscienza dal giudice, inviato da Palermo, su richiesta dei Del Carretto, Pedro Enriquez de Guzman.
I delitti continuano. Nell’opera di Leonardo Sciascia, dall’omicidio iniziale de “Il giorno della civetta”, giungiamo a “Il Contesto”. In questo libro la trama è diversa che in altre opere del Maestro di Racalmuto ed è costellata da numerosi ed oscuri delitti. Dal singolo omicidio mafioso con cui prende avvio “Il giorno della civetta” si giunge alla molteplicità di oscuri delitti politici con cui termina “Il contesto”.
Ed è la stessa aria che si respira in “Accadde all’alba”. L’elemento politico, il contrasto tra poteri forti, prende il sopravvento sull’omicidio d’onore, il tanto discusso e noto principio dello “ius primae noctis”!
L’evoluzione concettuale delle due opere di Sciascia la troviamo così condensata in quest’unica opera.
Ci sono qua e là delle frasi dialettali, il linguaggio è comunque lontano da quel “vigatese” colorito e forbito di Andrea Camilleri. Le espressioni servono in questo caso a tenerci ancorati al territorio, sono una sottolineatura linguistica, come le frasi latine del già citato romanzo di Eco “In nome della rosa”. Niente di più, niente di meno. Così come il giudice Pedro Enriquez de Guzman nulla ha da invidiare al frate francescano inglese, Guglielmo da Baskerville, tranne che l’essere privo del suo allievo Adso da Melk.
E sempre di religione e di frati si torna a parlare. Diciamo che con “Accadde all’alba”, la partita a Racalmuto tra frati buoni e frati furfanti, finisce in pareggio. Tant’è che da una parte abbiamo presente Fra’ Diego La Matina, un frate di “tenace concetto” come lo definisce Leonardo Sciascia e di cui ci aveva già fatto conoscere le gesta Luigi Natoli, eretico condannato al rogo dalla Santa Inquisizione (unico ad avere ucciso il proprio Inquisitore), dall’altra adesso abbiamo frate Evodio, anch’egli eretico ma non un uomo di tenace concetto, quanto un persuasore di consessi carnali, un rampante della politica di quel tempo. Coincidenze: stesso ordine religioso, sono entrambi agostiniani, medesimo il convento di San Giuliano, li accomuna un delitto d’onore (o presunto tale), e poi una data il 1622. Ma qui, ci vorrebbe l’intervento di Giuseppe Balsamo alias Cagliostro per spiegarcelo: Fra’ Diego La Matina nasce l’anno in cui viene assassinato il Conte Girolamo II Del Carretto, cioè proprio il 1622!
Rimandi e coincidenze sono le trame con cui è intessuta la storia, la storia di un Paese, di uno Stato e di un semplice Borgo. Rimandi e coincidenze sono i corsi e ricorsi del nostro Gian Battista Vigo, l’eterno ritorno dell’uguale di nietzschiana memoria, o più semplicemente il serpente che si morde la coda come è ben rappresentato dall’Uroboro.
Così è. Se vi pare.
Carmelo Sciascia

“I viaggi nel tempo: Storia di un lungo viaggio, tra letteratura e paradossi filosofici”, intervento di Carmelo Sciascia

Arzyncampo pubblica l’intervento di Carmelo Sciascia del 14 ottobre a Piacenza in Biblioteca Passerini-Landi

Inizio questa conversazione partendo da Sciascia, Leonardo si intende. Perché, oggi come ieri, Sciascia è ancora attuale. Lo spunto iniziale, un libro che mi è stato recapitato un po’ di tempo fa: “Per la giustizia in terra” di Andrea Verri, con prefazione della piacentina Ricciarda Ricorda, docente dell’Università Cà Foscari di Venezia. Il Verri, un sincero e giovane studioso dello scrittore racalmutese, sviscera alcuni suoi scritti, tra questi il racconto “Il lungo viaggio”. Leonardo Sciascia scrisse una serie di racconti, tra il 1959 ed il 1972, che pubblicò nel 1973 con l’editore Einaudi, con il titolo “Il Mare colore del vino”. Il mare ed il vino, due elementi naturali e primordiali che hanno tanto in comune. Nel piacere e nel dolore. Più nel dolore in questi ultimi tempi per il sangue delle migliaia di vittime che hanno visto nel Mediterraneo la loro fine: il mare, non come mezzo, strada per raggiungere una qualche parte, ma ultima meta dell’esistenza umana.
A proposito di questo libro, Sciascia scrive: «… mi pare di aver messo assieme una specie di sommario della mia attività fino ad ora e da cui vien fuori (e non posso nascondere che ne sono in un certo modo soddisfatto, dentro la mia più generale e continua insoddisfazione) che in questi anni ho continuato per la mia strada, senza guardare né a destra né a sinistra (e cioè guardando a destra e a sinistra), senza incertezze, senza dubbi, senza crisi (e cioè con molte incertezze, con molti dubbi, con profonde crisi); e che tra il primo e l’ultimo di questi racconti si stabilisce come una circolarità: una circolarità che non è quella del cane che si morde la coda».
Ecco in sintesi, elencati come programma politico tutti gli elementi di un viaggio: letterario (soddisfatto, dentro la mia più generale e continua insoddisfazione), politico (senza guardare né a destra né a sinistra e cioè guardando a destra e a sinistra) morale (senza tentennamenti e cioè con molte incertezze, con molti dubbi, con profonde crisi). Perché un viaggio può essere un percorso letterario, un percorso politico, una scelta morale: contenere solo alcuni di questi elementi come contenerli tutti. All’alternarsi del movimento dei passi che si fanno per iniziare un viaggio corrisponde un altro movimento, incostante, a volte in modo costante, il movimento (o meglio il momento) dell’intelligenza: la riflessione.
Questo libro “Il mare colore del vino”, contiene un racconto titolato “Il lungo viaggio”, che narra la storia di una sconfitta. Una sconfitta come quelle subite dagli umili di verghiana memoria ne “I Malavoglia”. I personaggi de “Il Lungo viaggio” e dei Malavoglia hanno diverse affinità, sono della stessa estrazione sociale, hanno la stessa diffidenza verso il mare, hanno semplicemente e più d’ogni altra affinità, la stessa povertà. Andiamo al dunque del viaggio che ci interessa.
La vicenda narra di un gruppo di persone che partono dalla costa siciliana compresa tra Licata e Gela per recarsi in America, negli Stati Uniti, allora, dai primi del Novecento agli anni Cinquanta, meta agognata di tanti emigranti italiani. Dopo dieci giorni di navigazione, queste persone, convinti di essere arrivati a “Nuovaiorche,” vengono sbarcati su un’altra costa isolana, sempre in Sicilia.
È un racconto amaro, sarcastico, è la narrazione di una cocente delusione: il fallimento di un’aspettativa.
Gli emigranti sono stati presi in giro, non solo perché non sono andati in America, ma perché, cosa ancora più grave, sono rimasti in Sicilia. Un’analisi attenta avrebbe messo in risalto il fattore tragico di questo viaggio. Gli aspiranti emigranti sarebbero stati comunque presi in giro ugualmente dai fatti, anche se fossero sbarcati in America, perché, nella realtà avrebbero continuato a condurre la stessa vita che conducevano nell’isola prima di partire, una vita fatta di stenti, privazioni e rinunce. Come in realtà è successo veramente a molti connazionali emigrati all’estero e come succede con molti emigrati oggi.
Questo è uno dei paradossi dell’emigrazione di tutti i tempi, allora per gli Italiani, come oggi per gli emigranti di altre regioni africane e mediorientali.
Si fugge dalla miseria politica ed umana per una meta messianica, una città ideale, una “civitas dei” che appunto perché divina, quindi immaginaria, è esclusa agli uomini e ci si imbatte in un’altra realtà, spesso misera come, se non ancora peggiore, di quella che si era lasciata alle spalle. Oggi l’attesa di tanti profughi s’infrange nella triste realtà dei campi di prima accoglienza, realtà sicuramente peggiore delle loro tribù di provenienza, anche perché questi campi sono destinati spesso a trasformarsi in dimore a lungo termine. Oppure, nel migliore dei casi, ospitati in strutture dove sono costretti all’inoperosità. E sappiamo che il cosiddetto “dolce far nulla” non è una condizione ottimale per nessuno, perché conduce all’apatia, alla sfiducia, alla mancanza di senso, di vuoto, all’inutilità dell’esistenza (negativo, questo amaro “dolce far nulla” tanto per gli emigranti quanto per le popolazioni autoctone).
La storia, non è per nulla maestra di vita. La storia non ci ha insegnato nulla e nulla continua ad insegnarci, perché quando si ripete, lo fa nella forma che le è più congeniale: negativamente come il luogo della violenza e del sopruso. A proposito della storia non posso non ricordare e consigliare di leggere (o rileggere) “La storia”, una significativa lirica scritta nel 1969 da Eugenio Montale.
La storia dell’emigrazione, come viaggio del bisogno o dal bisogno, può farsi risalire alla cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre.
Adamo ed Eva vengono allontanati da Dio in persona, quel Dio che non avendo nessun altro essere subordinato a disposizione se la prende con le sole creature che Egli stesso ha creato, le uniche ad avere sottomano. Un incipit che sarà avvalorato dal girovagare nel mondo degli Ebrei (che non dimentichiamo era il popolo eletto) per gran parte della loro storia.
Adamo ed Eva, creature forgiate ad immagine e somiglianza del Creatore, vengono fatte sloggiare dall’unico luogo che conoscevano e dove si trovavano a loro agio. Il popolo ebraico scelto da Dio, quindi il popolo eletto, il suo popolo, viene costretto alla diaspora. In altre parole possiamo affermare che l’emigrazione ha origine biblica, ma possiamo anche dire che, per i non credenti, inizia con la comparsa dell’uomo sulla terra. L’uomo compare sulla terra tra i 500.000 ed i 250.000 anni fa e sembra proprio in Africa, è del 1974 la scoperta di un austrolopiteco, cui hanno dato il nome Lucy. Quindi l’uomo compare in Africa e, ironia della sorte, sarcasticamente possiamo dire che dall’Africa continua ancora oggi ad emigrare, ad occupare altri continenti.
Tutta la storia dell’uomo sapiens è quindi storia di migrazioni. Ma non solo, i cosiddetti “fossili climatici” testimoniano come nel Mediterraneo sono giunti, più di diecimila anni fa i cosiddetti “ospiti caldi” che sono molluschi di acque tropicali e gli “ospiti freddi”, molluschi provenienti dai mari del Nord, a causa di opposte condizioni climatiche. Oggi il disastro ecologico, provoca condizioni climatiche avverse tali da causare lo spostamento di interi popoli. Ci dice giustamente il ricercatore Mario Tozzi: “La colpa (dell’emigrazione dei popoli della fascia circumsahariana) è soprattutto del clima che cambia. Ma il paradosso è che non ci fa paura il fenomeno imponente che lo origina, ma il suo prodotto, cioè il migrante, come se fosse colpa sua”.
Gli emigranti sono coloro che, per un motivo o per un altro si spostano, viaggiano. L’elenco degli emigranti comprende anche gli esuli. Gli esuli sono coloro che vengono espulsi o fuggono semplicemente perché il loro sapere, il loro agire, la loro cultura, può mettere in discussione i presupposti dell’organizzazione del potere dello Stato in cui vivono. Del popolo degli esuli citiamo qualche esempio storicamente recente, qualcuno ancora in atto: gli Armeni sotto i Turchi, i Musulmani in Croazia, i Tutsi in Africa, i Curdi in Iraq, i Palestinesi in Medio Oriente. Popoli esuli, popoli ingiustamente perseguitati nelle loro stesse terre, popoli costretti a mettersi in viaggio, a lasciare i propri territori, come Adamo ed Eva o proprio a causa di Adamo ed Eva! Così come Adamo ed Eva rappresentano la diretta discendenza divina, Adamo ed Eva, cioè l’uomo delle prime civiltà, come forma di riconoscimento, faceva discendere tutto da Dio.
I primi tentativi di spiegare la natura e l’agire umano, comprese le migrazioni, hanno una concezione mitica, teologica: tutto si spiega con il ricorso alla divinità, meglio alle divinità al plurale. Infatti un’antica classificazione teologica divideva gli Dei in tre categoria: gli Dei delle città venerati nel culto pubblico; gli Dei dei poeti cioè le divinità dei miti; gli Dei della natura, quelli studiati dai filosofi.
I tre livelli rappresentavano: il primo, la politica, quindi i tre sistemi politici conosciuti: la tirannia, l’oligarchia e la democrazia; il secondo livello si occupava della poesia (letteratura e tragedia) in ultimo troviamo il livello della filosofia. I primi due sistemi contrapponevano visioni contrastanti e le loro argomentazioni non potevano giungere a valutazioni definitive. Solo la filosofia, dialetticamente e secondo logica, poteva giungere ad una visione unitaria sul bene e la verità (anche diverse). Cioè, Se è vero (e lo è) che la tragedia greca è un lungo elenco di personaggi distrutti dai propri scriteriati errori, se è vero (e lo è) che la politica è violenza e inganno; sarà allora vero che solo la filosofia cerca di far vivere l’uomo in armonia con la natura e con se stesso, questo almeno il tentativo. Se vi sia riuscita o meno, è questione insoluta a tutt’oggi, lascio perciò anche a voi la possibilità di ulteriori verifiche ed approfondimenti.
La filosofia non nasce in Grecia, come comunemente si crede, ma nelle coste mediterranee della Turchia e dell’Italia meridionale. Tant’è che appena giunta in Grecia, ad Atene, venne presa di mira e ridicolizzata, chi non ricorda “Le nuvole” di Aristofane? La politica comprende tutta la potenzialità persuasiva e se ne impadronisce (Pericle), non a caso il massimo sviluppo del pensiero filosofico antico è concentrato nell’Atene del IV secolo a. C.
Una parentesi: la politica nel tempo ha saputo strumentalizzare ogni forma di sapere fino ad un certo periodo molto recente, fino al terzo millennio, quando poi è stata fagocitata dalla finanza.
Le migrazioni dei tanti filosofi in tutte le epoche, hanno posto le basi per una moderna disamina del problema politico e sociale dello spostarsi, del viaggiare, dell’emigrazione.
Fatto sta che i filosofi, voci afone, oggi, come spesso è accaduto anche ieri, restano inascoltati, perché prevale in questo nostro mondo la corruzione della politica e la spettacolarità dell’apparire (la nuova forma del teatro, della tragedia). Restano inascoltati, perché non hanno voce in capitolo, per scelta o perché il loro sapere è oramai incomprensibile, incomunicabile. E quindi, messe da parte la politica e la religione, diventa difficile capire il senso del viaggio, delle migrazioni, le ragioni degli esuli, anche attraverso il pensiero come riflessione, così come si esprime in filosofia.
Molti, per scelta, come il filosofo Secondo, celebre pensatore dell’antichità, spontaneamente non parlano più. – (Secondo dopo un errore giovanile, aveva fatto voto di silenzio e per tutta la vita non aveva detto più nulla, esprimendo le sue convinzioni solo con i gesti ed i comportamenti) -.
Altri perché ancor più sapienti, sono incomprensibili, incapaci di comunicare come il maestro Cassiodoro. Flavio Magno Aurelio Cassiodoro Senatore, ultimo degli antichi pensatori, visse nel VI secolo d.C. Cassiodoro ritiratosi nel convento di Vivario vicino Squillace, pur circondato di allievi che ne ammiravano il suo sapere, rimaneva un incompreso.
Incompreso perché Il senso della cultura che l’impero romano aveva espresso era diventato incomprensibile. Il sapere di Roma era andato perduto.
Tutto questo per dire che siamo frutto di una storia millenaria ma che oggi restiamo orfani del sapere, perché tutto ciò che ci è stato detto ed è stato scritto in passato, non riusciamo più a capirlo ed a leggerlo (Cassiodoro). E coloro i quali potrebbero ancora insegnarci qualcosa sono costretti, per volontà altrui o per scelta, a tacere (Secondo).
Abbiamo parlato di due filosofi e della loro concezione sulla comunicazione come viaggio e proseguimento di valori culturali. Sembra di primo acchito, che alla base delle riflessioni filosofiche sul viaggio ci sia la civiltà greca, Odisseo ne è infatti un prototipo. Ma un chiarimento al riguardo è d’obbligo: la prima vera cultura del viaggio come percorso stabile e sicuro ci viene dalla civiltà romana, spesso bistrattata perché così ci ha insegnato a considerarla la religione cristiana. I Romani per la prima volta nella storia hanno costruito le strade, strade che sono veri e propri “monumenti alla bellezza dell’andare”, così Ida Magli nel libro “Dopo l’Occidente”: “Quelle dei Romani erano, per la prima volta nella storia strade nel senso pieno del termine: non soltanto strumenti per il commercio e per la guerra, ma prima di tutto monumenti alla bellezza dell’andare”. Il desiderio di “cammina, cammina” per loro era istintivo; per i Romani le strade erano la conferma dell’esserci stato, che partendo da Roma, grazie alla consapevolezza della loro forza bellica e legislativa, raggiungevano ogni punto delle terre conquistate. Non a caso ancora oggi molti ponti costruiti dai romani sopportano un traffico impegnativo.
Ma non solo, il loro agire, il loro fare strade veniva documentato volta per volta, si storicizzava la strada incidendo nella pietra il nome e la data. Non a caso abbiamo nomi nella statale 45 che da Piacenza percorre la val Trebbia fino a Bobbio nomi coma La Verza (la terza), Settima e così via di seguito.
L’avvento del medioevo e della religione cristiana porta all’abbandono di queste strade, il viaggio diventa individuale e pericoloso, quasi un’espiazione del peccato originale, una rinascita della coscienza attraverso l’acquisizione di nuova conoscenza. Il viandante diventava pellegrino, la nuova conoscenza era una meta che ricambiava la fatica con l’indulgenza.
Il viaggio (compreso quello del sapere) ha delle forze avverse che come demoni cercano di impedirne il proseguimento, l’inganno ne “Il lungo viaggio” di Sciascia, il mare nel romanzo di Verga. Contro le speranze dell’uomo, la rabbia del mare o l’inganno, fanno ricadere l’umile in uno stato di dolorosa prostrazione. Ma accanto alle tante forze negative che ostacolano il percorso intrapreso vi è una speranza di riuscita che è alimentata dalla nostalgia.
I migranti lasciano tutto: casa, famiglia, terra per una prospettiva ignota. Nell’attesa di un futuro, spesso si rifugiano nel passato, nel loro passato. Alimentano le speranze nutrendosi di nostalgia.
Ma la nostalgia è un sentimento rivoluzionario o mero ritorno al passato, pura e semplice categoria della conservazione? È sicuramente una situazione di disagio e di inadeguatezza a farla nascere.
Per i Brasiliani la saudade, termine lusitano, sta ad indicare solitudine e malinconia insieme.
Per molti emigrati la nostalgia acquista un significato mistico: desiderio di rivivere il passato, di possederlo. È comunque prendere coscienza del passato per usare l’esperienza vissuta come una leva per andare avanti.
Il viaggio, come avventura, novità, esplorazione, ha connaturato in sé questo elemento, l’elemento costitutivo della nostalgia!
Sembra contraddittorio, ma non lo è. Infatti se si dà uno sguardo ad ogni teoria rivoluzionaria ci si accorge come ogni teoria di rottura, di cambiamento, contiene un elemento di nostalgia, una qualche teoria di ritorno al passato. Pasolini nella sua radicale critica alla società consumistica ci ricorda le lucciole della terra friulana, le lucciole che costellavano le campagne nella sua infanzia. Rousseau col suo mito del buon selvaggio, volendo cambiare il modo di relazionarsi della sua epoca, teorizza un ritorno al comportamento genuino come solo un’infanzia scevra da sovrastrutture sociali sa esprimere.
Allora, la nostalgia può renderci tristi e sofferenti, ma solo per un momento, perché a ben riflettere può proiettarci in avanti alla ricerca di mondi nuovi, tipico delle teorie rivoluzionarie.
Erri de Luca, conferma questa visione: “Quando ti viene nostalgia non è mancanza. È presenza di persone, luoghi, emozioni che tornano a trovarti”. È il tuo passato, i tuoi avi, i tuoi familiari, la tua storia personale e sociale che si pongono accanto a te, dietro di te, per sostenerti e spingere il tuo cammino.
I Siciliani nel racconto “Il lungo viaggio” idealizzano l’America (Lamerica), l’emigrazione, il viaggio come risoluzione dei problemi che assillavano il contadino che tutto s’era venduto per pagarsi il viaggio. La tendenza ad esaltare realtà lontane era ed è una costante del viaggio, allora come ora. Il sogno, il miraggio dell’Eldorado. Per Marco Polo, per i Conquistadores, per l’Islam o per i Crociati. Sì l’Eldorado può essere anche la terra promessa o il paradiso, la ricchezza terrena o la felicità eterna dell’aldilà. “Il marinaio siciliano altro non è che il contadino costretto al mare per necessità”. Al mare per necessità si offrono i profughi africani oggi. Attraverso il deserto prima ed il mare dopo, scoprono il viaggio.
Siamo di solito portati ad immaginarci il viaggio come necessità, come percorso indispensabile per la sopravvivenza, in ultima analisi come libertà dal bisogno. Ma è esistito, esiste e credo continuerà ad esistere, un altro viaggio, un viaggio che anziché dal bisogno, parte dal benessere, in qualche modo un viaggio a ritroso, alla ricerca di arcani e reconditi significati da dare all’esistenza stessa.
Un paradosso può aiutarci a capire questo particolare percorso che da un certo benessere condiviso ci porta a rincorrere miraggi: il paradosso del tetto. Solitamente una casa si inizia a costruire dalle fondamenta, poi i muri ed infine i tetti. I tetti lo sanno tutti, non bisogna essere esperti, sono la parte più difficile da realizzare: ne hanno saputo qualcosa il Michelangelo (la cupola di San Pietro) come il Brunelleschi (la cupola di Santa Maria del Fiore di Firenze). Il paradosso contraddice l’esperienza comune, è quell’ esame teorico ed attento che dimostra la sua validità critica contro ogni logica apparente, esempio antico il paradosso di Zenone (Achille e la tartaruga, Achille non potrà raggiungere mai la tartaruga, se consideriamo lo spazio divisibile all’infinito) esempio moderno il paradosso di Einstein (la diversa crescita cronologica dei gemelli, uno che viaggia nello spazio alla velocità della luce, l’altro che se ne sta sulla terra).
Il paradosso del tetto ci dice che la costruzione di una casa può iniziare dal tetto e poi a scendere all’ingiù fino alle fondamenta.
Così, una migrazione che rappresenta un viaggio alla ricerca dalla libertà dal bisogno materiale, viaggio indispensabile per la sopravvivenza fisica, come per i migranti, può diventare per chi, le libertà dai bisogni li ha avuti dalla nascita, un viaggio a ritroso nel tempo o nell’altrove, un andare alla ricerca che solo un qualcos’altro può darci. Un viaggio liberatorio che come meta ha spesso la ricerca di un presunto paradiso perduto. Sono i viaggi di tutti coloro che abbandonano la sicurezza e la certezza di una casa costruita dalle fondamenta, di coloro i quali non hanno programmi politici preconfezionati, coloro che intendono sottrarsi al controllo della famiglia e della società. In questi viaggi sono presenti tutti gli ingredienti delle parentali contraddizioni freudiane: Edipo ritorna prepotentemente ad imporre il rapporto con la madre e la simbolica uccisione del padre. I valori sono ben rappresentati dai miti classici: Apollo e Dioniso. Dalla loro lotta che rappresenta l’alternanza continua del pericolo e del controllo, della follia e dell’intelligenza, del desiderio e della pienezza. Le mete allora diventano le Indie, le popolazioni tribali, mete spirituali in alture isolate o spiagge deserte dove abbandonarsi ad interminabili feste alla luce lunare.
Il viaggio allora diventa ricerca spasmodica di avventura, ricerca di illusioni, più semplicemente e spesso si riduce ad un autoinganno.
Kerouac sosteneva che importante è il muoversi, andare sulle strade in qualsiasi direzione, non importa la meta, diceva: da qualche parte, lungo il percorso, è nascosta una perla.
Ma non l’aveva già detto qualcun altro che importante era il viaggio e non la meta? Ma sì, il poeta Kavafis!
Il poeta greco con Itaca aveva sottolineato l’importanza del viaggio fine a se stesso, non la meta ti appagherà, ma il viaggio sarà la meta: Ulisse giunto ad Itaca, ripartirà. Ma di Ulisse non si era già conosciuta la fama di viaggiatore fin dai remoti tempi omerici?
Ma ancora prima di Omero, l’uomo si era spostato, come abbiamo già detto l’uomo viaggia fin dai tempi di Adamo ed Eva e se stanziale aspetta altri che si muovano per lui.
Un individuo o una società, per raggiunto benessere, possono trovarsi nell’incapacità di affrontare qualsiasi spostamento. L’essere stanziale ci pone in un’altra condizione, una condizione passiva, di attesa.
Un popolo stanziale ha allora bisogno che arrivi qualcuno, aspetta i barbari! Cioè altra gente, che si muove, gente diversa che sappia rigenerare una cultura debole, decadente.
I barbari come risposta ad un Parlamento che non riesce più a legiferare (nel senso del buon governo), i barbari come linguaggio nuovo, semplice, da contrapporre alla vuota retorica degli oratori di Stato, questo ci dice il poeta, ma ahinoi la poesia di Kavafis “Aspettando i barbari” ci dice qualcosa di più minaccioso, quasi il preludio del fallimento dell’umanità, una sventura storica.
Se qualcuno ci venisse a dire che di barbari alle frontiere non ce ne sono più, a qualcuno potrebbe sorgere la domanda: “Cosa sarà di noi?” E la risposta: “Era la soluzione, quella gente”.
La globalizzazione contiene un virus micidiale: il rischio che proprio i barbari possano scomparire. Il rischio consiste nel fatto che il mondo si uniformi, così come l’uomo occidentale ha fatto con se stesso. Il pensiero dell’uomo contemporaneo è lo stesso per ogni singolo individuo, è un non pensiero. Come i non luoghi.
Tutti sappiamo che le moderne architetture hanno uniformato il paesaggio. Ce lo ha spiegato molto bene l’antropologo Marc Augè, descrivendoci tutti quei luoghi che indifferenti a qualsiasi territorio dove sorgono, sono identici in qualsiasi parte del mondo, al nord come al sud, ad est come ad ovest: gli aeroporti, le autostrade, i centri commerciali. Negano queste costruzioni qualsiasi carattere peculiare, qualsiasi dialogo con il paesaggio, qualsiasi soggettività. Sono oggettivamente utili e funzionali, rispondono solo a canoni di economicità e praticità. Così l’uomo di quest’epoca digitale. Era stato Herbert Marcuse a parlarne per primo, in tempi non sospetti, con il suo “L’uomo ad una dimensione”. Oggi sono diventate comuni le teorie in tal senso.
Se dovessero scomparire i barbari, potrebbero scomparire i migranti e con loro qualsiasi idea di rigenerazione umana, di nuove civiltà. Faremmo la fine di quelle famiglie che pur di non disperdere il loro capitale continuano a sposarsi con consanguinei, con risultati nefasti, come è avvenuto per tante case reali, ma anche per molti piccoli villaggi.
Il viaggio è stato storicamente concepito come spostamento fra due punti, oggi considerata la velocità con cui viaggiano le notizie e con cui si possono effettuare gli spostamenti, si potrebbe considerare non veritiera questa definizione. Ci muoviamo praticamente all’unisono con lo stesso movimento rotatorio del globo terrestre. Riempiamo spazi, occupiamo il tempo. Il viaggio diventa un non viaggio. Come non esiste più un pensiero personale, ma prevale un pensiero unico, così non esiste il viaggio personale, ma un viaggio universale, di tutti gli uomini, un viaggio all’unisono dell’umanità. Quindi un non viaggio! L’uomo che è sempre alla ricerca della verità, rimane spesso imbrigliato in una ragnatela di menzogne artefatte che non gli permettono di realizzarsi compiutamente, se non nella menzogna stessa …. Così con il viaggio. L’uomo è sempre in cammino, ma rimane imbrigliato in un dedalo di strade, in un labirinto talmente intricato da non essere capace di uscirne più, il suo viaggio diventa effimero, è il percorso che non ha una via d’uscita. E se una via d’uscita deve proprio averla, allora è il ritorno al punto di partenza, un cammino circolare. Tornerei alla storiella de “Il Lungo viaggio”, un viaggio durato dieci giorni che ha riportato gli aspiranti migranti nella stessa isola da cui volevano partire. È un racconto amaro, sarcastico, è la narrazione di una amara delusione: il fallimento di un’aspettativa. Gli emigranti sono stati presi in giro perché non sono andati in America, ma sono rimasti in Sicilia. Lì sono stati truffati dal signor Melfa, qui adesso i migranti vengono ingannati dalla storia. Non ci sono strade che conducano ad una meta certa e sicura. Solo nelle religioni ci sono strade e vie predefinite, “Mostrami, Signore, la tua via, perché nella tua verità io cammini” (Salmo 85) o, ancora, il capitolo Giovanni 14: “Io sono la via, la verità e la vita”.
Questo è il viaggio che ha una meta ben precisa, è il viaggio dei credenti. Sono rivelazioni che fanno parte della religione, quindi del mito, siamo in un campo minato, nel terreno teologico della metafisica.
A noi esseri umani, qui ed ora, ci interessa il mondo finito, il mondo fisico, dove siamo stati abituati e siamo costretti a vivere ed a muoverci. Il viaggio che forse ci affascina di più oggi è il viaggio che ognuno si costruisce da sé giorno per giorno, come la vita. Da stanziale o da emigrante. Quel mondo che ci dice che non ci sono strade segnate ma che il cammino si fa camminando. “No hay caminos, hay que caminar”, non ci sono cammini, solo il camminare. Ce lo ricorda il poeta Antonio Machado: “Viandante, le tue orme sono -il cammino e niente più; -viandante, non esiste il cammino,- Il cammino si crea camminando”.
La vita si affronta vivendola, il viaggio camminando, unica condizione: essere nato per affrontare la vita, per camminare basta aprire la porta. Come con il primo vagito iniziamo il nostro percorso di vita così aprendo la porta iniziamo, ognuno il proprio viaggio. Così semplicemente: Niente di più, niente di meno.
Carmelo Sciascia