“La marcia da Terrasini a Cinisi per ricordare Peppino Impastato”, intervento di Carmelo Sciascia

Dal balcone di casa Impastato

Con i primi caldi estivi cominciano i primi viaggi. Si sa che in primavera, uscendo dagli Inferi, Proserpina abbandona Plutone e ritorna dalla madre Demetra, secondo un divino accordo stipulato per mantenere l’equilibrio delle stagioni. Quest’anno assecondando anch’io questa consuetudine mi sono ritrovato in Sicilia. Casualmente a seguire il giro d’Italia: il giorno nove del mese di maggio il Giro iniziava ad Agrigento per giungere a Santa Ninfa nel cuore della Valle del Belice. Ma il mio scopo era giungere in altri luoghi, tant’è che finalmente dopo Sciacca, nella diramazione di Menfi, lasciata al suo destino la carovana ciclistica, si imboccava quell’arteria che virando a nord,  conduce a Terrasini, la parte ad est del golfo di Castellamare: nel  promontorio opposto dello stesso Golfo si trova San Vito lo capo.

Terrasini, Corso Vittorio Emanuele al numero 108 una targa formata da quattro mattoni in terracotta così recita: “Radio Aut – 98.800 Mhz – Giornale di controinformazione 1977-1980 – da questa sede PEPPINO IMPASTATO ha animato la lotta alla mafia”.

In realtà la voce di Peppino non poté essere ascoltata fino alla data della chiusura di Radio Aut, perché venne violentemente zittita la notte dall’otto al nove di due anni prima: la notte in cui venne massacrato.

Coincidenza volle che quello stesso giorno a Roma un’altra via divenisse tristemente famosa: via Caetani. Fu infatti in quella via che venne ritrovato nel bagagliaio di una Renault rossa il corpo di Aldo Moro. Dopo quaranta’anni quell’auto è tornata nella stessa via per il programma televisivo: “55 giorni. L’Italia senza Moro”, dove Luca Zingaretti ha letto l’ultima lettera dell’Onorevole Moro, il nove maggio di questo duemiladiciotto. Due cadaveri, di cui uno eccellente, l’altro sconosciuto ai più. La figura di Peppino Impastato sarà nota al grande pubblico solo dopo il film di Marco Tullio Giordana “I cento passi”. Non solo la coincidenza del giorno della morte legherà Moro e Peppino Impastato,  sono stati legati da un (misterioso ?) “fil rouge”, costituito dal modo in cui si sono mossi gli investigatori: il depistaggio!

Ad anni di distanza abbiamo saputo che mandante ed esecutore del delitto Impastato è stata la mafia, in primis quel Gaetano Badalamenti, parente dello stesso Peppino, la cui abitazione, a cento passi di distanza da quella degli Impastato, oggi come bene confiscato alla mafia è diventata una bellissima biblioteca pubblica.  Abbiamo saputo invece prontamente che ad uccidere materialmente Moro sono state le Brigate Rosse, ma istintivamente avvertiamo che “qualcosa non quadra”. C’è una verità sospetta, sottintesa, sottaciuta, mai declamata: “c’est un affaire”; diversamente non sarebbe un mistero italiano!

Ecco la differenza, ma nello stesso tempo la concordanza tra i due assassinii. C’è sempre dietro tutti i delitti politici (qualche volta anche dietro quelli di delinquenza comune), un livello cui difficilmente si riesce ad arrivare: possiamo definirlo  in mille modi ma il regista della tela di ragno, la mente, il  terzo (o quarto) livello, rimane quasi sempre inaccessibile. Irraggiungibile, rimane spesso impunito. Dicevo di Terrasini e di Radio Aut, perché da lì partiva giorno nove di questo mese di maggio il corteo per ricordare l’assassinio di Peppino Impastato. Il giornalista lo si può fare da una qualsiasi consolle computerizzata, oggi in rete trovi tutti i dati e le notizie necessarie a confezionare un pezzo su qualsiasi evento. Dare notizie, comunicare un evento, è impossibile se non lo si vive di persona, nei luoghi bisogna andare o esserci stati. Non si può fare il critico d’arte guardando delle semplici stampe. Bisogna vedere l’opera originale, la riproduzione è un semplice sussidio conseguente (o antecedente), un aiuto a mantenere vivo il ricordo (o stimolare la conoscenza). Così nel fare cronaca. Bisogna andare nei luoghi degli eventi, della memoria, nei luoghi delle stragi di Stato a cominciare da Piazza Fontana…

È marciare in corteo da Terrasini a Cinisi, vuol dire ripercorrere le strade che percorreva Peppino, renderci compartecipi della sua storia personale, della sua lotta politica ad un sistema sociale mafioso, a quella connivenza che continua ancora oggi: mancanza di denuncia e corruzione, i pilastri portanti.  La casa della famiglia Impastato, in Corso Umberto I, civico 220 a Cinisi, è diventata “La Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato”. Sì, Felicia, una madre che non si è mai arresa nel volere la verità sulla morte del figlio, quella verità che è arrivata “solo” 24 anni dopo l’assassinio, con la condanna di Gaetano Badalamenti, boss di Cinisi. Ecco perché non bisogna smettere di chiederla la verità. Mai. Come per la morte di un altro giovane, avvenuta nel 2016 in altri contesti, in altri luoghi, con modalità comunque sempre violente e misteriose. Bisogna continuare a chiedere, a volere fermamente, a gridare: Verità per la morte di Giulio Regeni. Perché come ha detto Giovanni Impastato nel discorso conclusivo la marcia, bisogna finalmente capire che i diritti non sono individuali ma collettivi. E quindi la lotta per ottenerli non può che essere comune. Dobbiamo farla assieme, tutti. 

Nella marcia dei quattro chilometri da Terrasini a Cinisi, dove erano presenti tanti testimoni di quel tempo, tantissimi giovani provenienti da scuole d’ogni parte d’Italia, uomini come don Ciotti e donne come Susanna Camusso, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, come tantissimi sindaci di altri Comuni siciliani, un editore come Ottavio Navarra ideatore ed organizzatore di una marina di libri,  personalità singolari come Ascanio Celestini ed un amico come Pippo, posso dire: c’ero anch’io!

Anch’io per camminare e contare insieme, come ci suggeriscono i Modena City Ramblers:

Era la notte buia dello Stato Italiano, quella del nove maggio settantotto..
La notte di via Caetani, del corpo di Aldo Moro, l’alba dei funerali di uno stato..
“Allora dimmi se tu sai contare, dimmi se sai anche camminare, contare, camminare insieme a cantare
la storia di Peppino e degli amici siciliani”..
Allora.. 1,2,3,4,5,10,100 passi!..1,2,3,4,5,10,100 passi!

 

“Quando Carovane invitò il giornalista Marc Cooper a parlare del regime di Pinochet”, intervento e riflessioni di Carmelo Sciascia

Si sa che ci sono stati e ci sono politici che del cambio di casacca ne hanno fatto abito quotidiano della propria esistenza. Spesso o forse solamente per opportunismo. Lo stesso è avvenuto per molti giornalisti, come per molti scrittori, anche se spero, il cambiamento sia avvenuto non per semplice opportunismo ma per motivazioni diverse. Alcuni ad esempio da esplicite e dichiarate posizioni internazionaliste sono passati a concezioni opposte, come il caso della scrittrice Oriana Fallaci che dopo l’11 settembre 2001 ha addebitato tutte le colpe del declino dell’occidente al fanatismo islamico. Così è stato per alcune personali prese di posizione di un singolare giornalista americano come Marc Cooper. Cooper a giustificazione di alcuni suoi punti di vista è stato definito un “contrarian”, cioè un giornalista ideologicamente agnostico.  Qualcuno ricorderà che nel 2003 Marc Cooper fu proprio a Piacenza, nell’ambito della manifestazione più vivace, aperta ed internazionale che la città abbia mai avuto e vissuto: Carovane. Oggi l’11 settembre è diventata una data sinonimo di stragi, non solo per quella delle torri gemelle che tutti ricordano, ma anche per la strage avvenuta sempre l’11 settembre ma del 1971, nella prigione di Attica, nello Stato di New York, quando la polizia uccise e ferì numerosissimi detenuti. O come il colpo di Stato cileno, stesso giorno diverso l’anno, il 1973.

Il raccontare quest’ultimo 11 settembre era il motivo del soggiorno piacentino del giornalista Marc Cooper. Riepilogando: siamo a Piacenza nel 2003, per ricordare l’11 settembre del 1973 sono chiamati a confrontarsi diversi giornalisti tra cui, Maurizio Chierici, Italo Moretti e Marc Cooper. Quest’ultimo era stato chiamato ad intervenire perché aveva scritto un libro “Io e Pinochet” essendo stato un diretto osservatore dei fatti in quanto interprete del Presidente cileno Salvador Allende. In questi giorni, casualmente ed inaspettatamente mi sono trovato, da mani cilene alle mie, proprio quel libro.  

Il valore del libro non sta tanto nel racconto dei fatti drammatici del colpo di Stato militare ad opera dell’esercito cileno con a capo il generale Augusto Pinochet, avvenuti appunto l’11 settembre 1973, quanto nell’analisi della società cilena, dopo venticinque anni, quando egli vi ritorna.

11 settembre 1973, gli aerei dei golpisti bombardano la Moneda

I fatti del 1973, quel giorno l’11 settembre, in breve: ore 11 il comunicato n.2 dei golpisti “il palazzo della Moneda dovrà essere evacuato entro le 11 di stamani; in caso contrario verrà attaccato dalle forze aeree cilene…” segue l’ultimo messaggio alla nazione del Presidente Allende: “…io non abbandonerò il mio posto… pagherò con la vita per difendere i principi cari alla nazione… la storia non può essere fermata dalla repressione o dalla violenza…”.  Così muore, ucciso, mentre oppone l’ultima estrema resistenza, con le armi in pugno il dottor Allende, il compagno Presidente. Muore la speranza di cambiamento di un popolo che aveva creduto nella democrazia e nel socialismo.  Muore (ucciso?) pochi giorni dopo anche un altro grande cileno il poeta Pablo Neruda, il quale profeticamente scrisse per sé, ma credo per tutti quelli che in Cile son morti in quegli anni, i seguenti versi “…non crediate che io muoia: / mi accade tutto il contrario: /accade che sto per vivere”.

Cooper era stato allontanato nel 1971 dalla California State University dal futuro presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, allora governatore della California. Due anni dopo era stato costretto ad allontanarsi dal Cile da un altro presidente americano Richard Nixon che tanto aveva contribuito alla realizzazione del colpo di stato in quel paese. Non a caso il segretario di stato Henry Kissinger così si era espresso: «Non vedo perché dovremmo restare con le mani in mano a guardare mentre un Paese diventa comunista a causa dell’irresponsabilità del suo popolo. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli». I giorni che seguirono il colpo di stato furono terribili, mi piace riportare quanto Leonardo Sciascia, a proposito dei fatti di Santiago, ebbe a scrivere in Cronachette: “E allora ecco il fatto più spaventoso, più disumano del carcere, della tortura, della fucilazione: si è voluto, con l’uomo dal passamontagna, creare una indelebile, ossessiva immagine del terrore. Il terrore della delazione senza volto, del tradimento senza nome. Si è voluto deliberatamente e con macabra sapienza evocare il fantasma dell’Inquisizione, di ogni inquisizione, dell’eterna e sempre più raffinata inquisizione”.

Il libro va letto non tanto per la descrizione del golpe, non è un libro storico, quanto vedere e descrivere la società cilena come era diventata (o non diventata) vent’anni dopo. Quando, il giornalista Marc Cooper riparte da questa visita nel 1998 dal Cile, c’è ancora Pinochet: festeggia gli ottantadue anni, anche se ha lasciato il potere nel 1990, è ancora il comandante delle forze armate. In seguito diventerà senatore a vita, godrà dell’immunità parlamentare fino al 2002 ed anche se accusato riuscirà in seguito ad evitare tutti i processi, non sarà mai condannato. Così come tanti politici in qualsiasi parte del mondo, anche da noi… ancora oggi!

Il sistema cileno è facile da capire: negli ultimi vent’anni 60 miliardi di dollari sono stati trasferiti dai salari ai profitti” (Orlando Caputo-economista); come da noi, con le dovute differenze quantitative, a dimostrazione che oggi non è più necessario un golpe militare, ne basta uno finanziario! Sì… così come da noi.

 

“Bisogna rendere fruibile il Castello di Piacenza”, intervento proposta di Carmelo Sciascia

Resti del Castello Farnesiano (Foto di Gregory)

L’identità genetica la riceviamo in dote per trasmissione ereditaria, l’identità storica ce la costruiamo invece quotidianamente – scriveva Leonardo Sciascia  – attraverso l’assimilazione e l’interiorizzazione dei luoghi storici che ci circondano ad iniziare dalla casa paterna per proseguire con i monumenti ed il tessuto della città che abitiamo. Il Castello di Pier Luigi Farnese e che vide Piacenza Capitale del Ducato, fa indubbiamente parte di questa realtà, per cui bisogna impegnarsi tutti, per includere e rendere fruibile questa tessera nel puzzle che rappresenta il circuito storico e culturale della città.

Ed ecco tornare alla memoria il ricordo dello scomparso castello di Piacenza, il castello voluto dal Pier Luigi Farnese primo Duca di Piacenza e Parma (sic!). Fu Pier Luigi Farnese il primo Duca della nostra città. Il ricordo che la capitale del ducato fosse Piacenza e non Parma, per noi non è secondario, come non lo è l’impulso dato allo sviluppo delle vie di comunicazione, il miglioramento degli scambi commerciali, le opere di bonifica nelle campagne, migliorando il regime delle acque ed abolendo la tassa sul bestiame, la riforma della giustizia e la diffusione delle strutture scolastiche. C’è di tanto in tanto qualche visita guidata in questo famoso castello, oggi luogo del Polo di mantenimento pesante che ha inglobato l’Arsenale Esercito e lo Staveco. Forse proprio questa destinazione d’uso ha fatto sì che si preservasse quella parte che era scampata alla distruzione, avvenuta per lo scoppio di una gran quantità di munizioni che vi erano state ammassate per l’esercito napoleonico. Imponenti le poche mura rimaste, destano ammirazione e sorpresa gli interni, ancora visitabili dei bastioni.

C’era diffusa, a ridosso del 2000, una vecchia réclame che tappezzava la città e che insisteva su una presunta parte mancante di Piacenza. Doveva essere questa il costruendo Borgo Faxhall. Che si era trasformato, lavori in corso, da una originaria destinazione a stazione di autobus, (si doveva eliminare la stazione di Piazza Cittadella) in una Galleria commerciale per divenire un vero Centro commerciale (non sono io a dirlo ma la dicitura ufficiale delle pagine bianche telefoniche: -Centro Commerciale Borgo-Faxhall Pl. Marconi -29121 Piacenza.

“Ebbene, sono persuaso sempre più che la vera parte mancante del centro storico della città non sia stato per nulla Borgo fax hall ma proprio il Castello, quel luogo che pensato da Pier Luigi Farnese più per sua difesa personale che a difesa della città, fu testimone della sua mala morte. Era morto assassinato da una congiura di nobili che dopo averlo pugnalato lo defenestrarono nel fossato. Personaggio discusso, crudele, dagli appetiti sessuali insaziabili e violenti, amava (forse sarebbe meglio dire violentava) sia donne che giovanetti (famoso l’episodio del vescovo di Fano). Ma siamo nel secolo dei Borgia, meraviglia non datur! In fondo morì in malo modo come maledettamente aveva vissuto. Di lui ci rimane, di contro, un bellissimo ritratto del Tiziano conservato nel Museo Capodimonte di Napoli. Tante sono le opere a vario titolo restituite ed oggi esposte al Palazzo Farnese, originaria sede dei “Fasti” che le opere avrebbero dovuto celebrare.

Questa nota non vuole essere una manifestazione di conoscenza storica e letteraria, ma semplicemente prendere spunto da una visita, da un luogo per perorare una richiesta: far tornare il Castello a luogo fruibile dai piacentini e di tutti gli amanti delle nostre radici e della storia. Perché non sarà certo la creazione di nuovi e moderni centri commerciali a darci il senso di appartenenza ad una comunità, di darci il senso profondo dell’appartenenza ad una città”.

L’uccisione di Pierluigi Farnese – dipinto di Lorenzo Toncini

 

 

“Il sistema economico globalizzato trasforma la democrazia da potere del popolo a dittatura monocratica”, intervento di Carmelo Sciascia

Furio Arte, Il potere del soldi (particolare, olio su tela)

L’Italia ha avuto periodi storici in cui è stata indiscutibilmente una potenza, ha avuto una egemonia mondiale in settori diversi, ricordiamo tutti: Roma e l’Impero romano, per la potenza militare, l’amministrazione, i trasporti, ed il Rinascimento per le arti, dalla pittura all’architettura, dalla scultura alla letteratura tout court. A questi due periodi lo storico Fernand Braudel ne aggiunge un terzo, quello che definisce come Il secondo Rinascimento che giunge fino a metà del XVII secolo. Sarei tentato di aggiungerne un quarto, il periodo del nostro Novecento che va dalla fine della seconda guerra mondiale a tutti gli anni settanta. Sì, gli anni della ricostruzione fino agli anni del boom economico, quell’Italia oggi descritta come “italietta”, che poi così piccola ed angusta, come lo si vuole far credere, non lo era affatto. L’Italia si era data un’ottima Costituzione ed aveva una sua moneta la Lira, la cosiddetta “liretta”, che priva di valore e significato non lo era affatto se è servita, in quegli anni, come un ottimo strumento di politica economica, per favorire crescita ed occupazione. Quando la finanza era al servizio della politica e non viceversa, come è avvenuto con la moneta unica europea.

La storia d’Italia è stata una storia di divisioni e di invasioni, fin dai tempi di Carlo VIII, che chiamato da Lodovico il Moro nel 1494, attraversò la penisola senza colpo ferire, costellando il suo avanzare con razzie e devastazioni ad opera del suo esercito e dei mercenari elvetici che ne costituivano una buona parte.

Da allora sono trascorsi più di cinque secoli ed il tempo sembra essersi fermato, ci troviamo di nuovo soggiogati da un esercito straniero, che non si presenta con le armi in mano ma che usa i sofisticati sistemi economici, finanziari soprattutto, per governare l’economia e sottomettere la politica, nella sua più nobile accezione.

Perché la democrazia, come ci spiega bene con la sua  ”Critica matematica della ragione politica” (Rizzoli – 2018) Piergiorgio Odifreddi, oggi semplicemente non esiste! Formalmente siamo ancora una democrazia parlamentare, nella realtà no. Nella concezione comune si definisce Democrazia quel sistema politico che si basa sui due termini costitutivi la sua etimologia: “kratos” governo e “demos” popolo. Quindi il governo del popolo. Ma vi è un’altra interpretazione che inverte il concetto di popolo, trasformandolo da soggetto attivo in passivo: da soggetto che governa a popolo che deve essere governato. Un popolo da governare quindi, che essendo governato, viene conseguentemente privato della sua podestà.

Odifreddi ci ricorda come Il rigore matematico del premio Nobel Kenneth Arrow dimostra l’impossibilità di potere avere un sistema di votazione equo, qualsiasi sistema di voto può essere manipolato o viceversa il solo sistema di voto non manipolabile è la dittatura. Prendendo le mosse da Arrow, anche un altro premio Nobel Amartya Kumar Sen dimostra che, c’è un conflitto insanabile tra libertà e diritti, possono crearsi delle situazioni in cui solo un individuo può avere garanzia dei suoi diritti assoluti, il conflitto tra democrazia e diritti quindi può risolversi nella figura di un dittatore, un solo individuo che può averli per tutti. Lo stesso Sen ha detto: “L’euro è stata un’idea orribile. Lo penso da tempo. Un errore che ha messo l’economia europea sulla strada sbagliata”. Ecco quindi come la democrazia si è trasformata: da potere del popolo a dittatura monocratica che anziché vestire i panni di un singolo personaggio veste i panni di un sistema economico globalizzato.

La democrazia non esiste soprattutto quando i poteri dello stato sono sottomessi alla finanza. La separazione Banca d’Italia e Tesoro, primi anni ‘80 era stato l’inizio di una impostazione di politica economica che permetteva un trasferimento di sovranità dagli Stati ai mercati.

In Italia c’è un allarme, lanciato da più parti e non da adesso, che teorizza l’insostenibilità della moneta comune, dell’euro. O meglio di una scelta che ci è stata imposta come strumento per sottometterci economicamente e conseguentemente politicamente.  La storia di Carlo VIII continua, solo che questa volta a chiamare lo straniero non è stato un principe lombardo ma tutta una classe politica, per suo stesso dire, incapace di governare. Che la classe politica italiana sia incapace di governare ce ne dà prova adesso come ce ne ha dato prova, in modo continuativo e sostanziale, negli ultimi decenni. Basta ricordare il cosiddetto Governo tecnico di Mario Monti, un golpe applaudito dai più, passato alla storia oggi per essere stato il più nefasto della storia dell’Italia contemporanea. Ma il problema oggi che più ci interessa è sottolineare come questa incertezza ed incapacità di governare, possa trascinare con sé alla deriva tutta la civiltà e la cultura italiana. Possa, in altri termini, rappresentare la fine di una civiltà, fenomeno che qualcuno indica con l’espressione di “genocidio culturale” concetto, non nuovo, usato già da Pasolini nel 1974. O suicido, come Don Giussani ebbe a scrivere sulla “scomparsa del senso di missione che ogni civiltà porta con sé. Come se l’occidente sentisse di aver esaurito il suo ciclo bimillenario”.

Diversi studi mettono in relazione la fine dell’impero romano con la fine della civiltà occidentale. Furono gli stessi soldati romani che aiutarono i Goti ad attraversare il limes, su comando imperiale. Le inefficienze e la corruzione dei funzionari fecero il resto, fino alla sconfitta nei pressi di Adrianopoli dove lo stesso imperatore Flavio Giulio Valente venne ucciso. Era il 9 agosto del 378 d.c. questo ci dice la storia ed il giornalista Antonio Socci lo sottolinea nella sua ultima opera: “Traditi sottomessi invasi” (Rizzoli – 2018).

Più canonico Silvano Messina che nel suo libro “L’ultimo canto del cigno” (Aletti Editore – 2018) pone la classica data storica del 476 come fine dell’impero romano. Di fatto sono bastati comunque non più di alcuni decenni per fare scomparire un impero, quello romano che dominava tutto il mondo civilizzato. In questa fenomenologia, si intrecciano fattori esterni ed interni prosegue il Nostro nel descrivere l’Agonia della Civiltà Occidentale, come sottotitola il libro. Fattori esterni: cambiamenti climatici ed idrogeologici, flussi migratori; fattori interni: la politica e le istituzioni, l’economia, l’evoluzione sociale e la legalità. La nostra storia contemporanea è quindi un dejà vu, le cause ci sono tutte, non ci rimarrà che aspettare la fine? Secondo la lingua accadica dei popoli mesopotamici l’Italia avrebbe lo stesso significato originario d’Europa: la terra dove tramonta il sole, l’occidente! La fine dell’Italia rappresenterebbe la logica fine di tutto l’occidente.

Già Spengler, aveva descritto la fine della civiltà occidentale, negli anni venti, come un periodo culturalmente arido e politicamente fragile. Un periodo dominato dal denaro, un periodo senza speranza futura. Ed oggi che siamo dominati dalla Finanza? Come abbandonare la drammatica ed angosciante postura, che tutti noi abbiamo assunto, dell’uomo urlante di Munch? Oppure dobbiamo credere che l’uomo sia sempre prigioniero del suo tempo, e che la fine dell’Italia coincida con la fine dell’Europa e dell’intero Occidente, per noi oggi, come lo è stato per i romani?  Unica risposta possibile: la ricerca di nuovi e credibili paradigmi.

 

 

“Il Sessantotto è stata un’epopea, checché ne dica Mogol”, intervento di Carmelo Sciascia

I sessantottini?Un movimento autoreferenziale di figli di papà, con la spider posteggiata dietro l’angolo. Parola di Giulio Rapetti in arte Mogol, paroliere

Avevo scritto (leggi qui) che il ‘68 era terminato il 9 maggio 1978.  Forse mi sbagliavo, ma non di molto, un anno appena. Non è stata la prima volta e non sarà sicuramente l’ultima. Avevo intravisto la genesi della protesta del ‘68 nel movimento della beat generation americana del 1955 e la fine coincidente con l’assassinio di Aldo Moro: il 9 maggio del 1978. Sulla genesi rimango dell’avviso già espresso, per quanto riguarda la fine avrei da aggiungere qualcosa. Mi sono ricordato infatti del Festival Internazionale dei Poeti avvenuto a Castelporziano nel 1979 ed allora ho pensato che quell’asticella sarebbe dovuta essere spostata in avanti di un anno. Come la poesia della Six Gallery di San Francisco nel 1955 aveva dato inizio al grido di protesta della generazione che genericamente indichiamo come generazione del sessantotto, una generazione nata dalla contestazione della cultura bigotta e repressiva d’America, così si sarebbe potuto dire di un’altra manifestazione che ne avrebbe segnato la fine. Era successo che era crollato il palco, proprio nella manifestazione di quell’incontro sulla poesia del 1979, a Castelporziano. Un fatto avvenuto realmente, in questa Woodstock nostrana della poesia, ribadisco: il palco è veramente crollato, divenendo giocoforza rappresentazione simbolica della fine di un’epoca. Anche se spesso avviene l’opposto: l’elemento simbolico rappresenta concettualmente il fatto reale. A proposito di rimandi e coincidenze si deve dire che il Festival si era tenuto al lido di Ostia dove era stato cinque anni prima ucciso Pier Paolo Pasolini, una delle massime espressioni del 68 italiano, della contestazione politica e culturale del novecento tout court. Così come una delle più carismatiche presenze a San Francisco era stato nel 1955 Allen Ginsberg, lo stesso dicasi per il 1979 a Castelporziano, dove tra gli altri, era presente lo stesso Ginsberg: il suo “Urlo” iniziale aveva determinato la nascita del movimento, il suo “Mantra” in quel Festival del lontano ’79 ne aveva decretato la fine.

Il 1979, ventiquattro anni dopo, quasi il numero di anni perfetto che serve a caratterizzare una generazione, chiudeva un’epoca, un’epoca che era stata l’espressione della rivolta giovanile, un’epica epopea, quella del ’68, checché ne abbia detto un certo signor Giulio Rapetti in arte Mogol nell’incontro di giovedì, giorno cinque, in Fondazione, nell’ambito delle iniziative collaterali alla mostra di Lucas a Palazzo Pisaroni-Rota, dove il noto paroliere, rispondendo ad una domanda, ha dipinto un sessantotto solo come movimento autoreferenziale di figli di papà, con la spider posteggiata dietro l’angolo, che ripetevano all’infinito gli stessi slogan inneggianti addirittura a Ceausescu. Credo di poter sostenere a ragion veduta che la maggior parte dei giovani della mia generazione che a quel movimento ha partecipato, non era né figlio di papà né ha mai inneggiato ad un dittatore come Ceausescu. In questa nostra città, a volte triste, a volte vivace protagonista di iniziative culturali di respiro nazionale, di incontri strani se ne fanno per davvero, come pure sentire strane e fantasiose teorie (spacciate per reali osservazioni). Semmai va studiato ed analizzato come sia potuto accadere che una generazione, quella del sessantotto da protagonista, sia diventata in poco tempo una realtà marginale, una realtà chiusa ed avulsa dal resto della società stessa. Ma questa è un’altra storia.

Allo spostamento della data, di cui si è detto, mi ha fatto pensare una bellissima foto in bianco e nero, che ritrae proprio durante il festival della poesia a Castelporziano, Allen Ginsberg e Fernanda Pivano. Mi ha condotto a Fernanda Pivano la lettura della prefazione del libro di Alessandro Baricco “Castelli di rabbia”, titolata “L’ultima parola: America”. La curiosità è un tarlo benefico, ci fa giungere ad eventi e personaggi, spesso a caso, dove non avevamo minimamente pensato di arrivare. Ecco come leggendo il menzionato libro di Baricco ero arrivato a Fernanda Pivano, una scrittrice tra i migliori traduttori e conoscitori della letteratura americana. Così, partendo dalla Pivano, mi concedevo l’arbitrio (un lusso, ai nostri tempi) di prolungare di un anno la fine di quel movimento, il ‘68.  Per giungere infine a Rainer Maria Rilke. Qui non serve certo la celeberrima domanda “chi era costui?” di un qualsiasi Don Abbondio.

Troviamo dei versi in tedesco, ad inizio dei quattro capitoli dispari, di cui si compone il libro “Castelli di rabbia”. Questi versi sono tratti dalla raccolta Elegie Duinesi di Rilke, per la precisione costituiscono gli ultimi quattro versi della stessa raccolta, precisamente la decima elegia.

Il senso, semplificando una traduzione comparata: Noi che percepiamo la felicità come qualcosa che sale, rimaniamo sconvolti quando qualcosa di felice cade. Per molti che parteciparono al ’68, credo possa essere condivisibile una simile poetica intuizione, al di là dell’Autore e di qualsiasi poetica elegia. Se ne potrebbe dedurre: La ricerca della felicità, potrebbe allora essere il tema centrale del libro di Baricco? Non credo. È un libro invece dove si intrecciato tante vite e tutte diverse. Verrebbe di dire come in “Spon River Anthology” di Edgar Lee Masters. Non è un caso quindi che la Pivano ne abbia scritto la prefazione, sia per il libro di Baricco come per la pubblicazione dell’opera americana da lei stessa tradotta e pubblicata in Italia nel 1943.

Mi accorgo di agire e di scrivere come un personaggio del libro, un certo Pehnt: Le cose bisogna scriverle per non dimenticarle. Sì questo è il motivo principale per cui scrivo… Pehnt scriveva una frase al giorno “Se uno, via via che imparava le cose, se le scriveva avrebbe ottenuto alla fine un completo catalogo delle cose da sapere… scrivere una cosa significa possederla. Pensò a centinaia di pagine zeppe di parole e sentì che il mondo gli faceva molto meno paura”.

Il racconto ci dice come questo personaggio Pehnt, quando venne trovato infagottato in una giacca nera appoggiato alla porta di una chiesa, non aveva che due giorni di vita. E con quella giacca trascorse gran parte della sua giovinezza fino a quando la stessa giacca non gli stette bene ed allora partì in cerca di fortuna. Un po’ come tutti noi, partiamo lasciando la casa famigliare, quando finalmente la nostra “casacca” ci permette di essere autonomi. Per scoprire poi che non ne valeva la pena “…vivere allo scoperto, sempre pronti sul cornicione delle cose, a cercare l’impossibile, a spiare tutte le scappatoie per sgusciare via dalla realtà? E’ proprio obbligatorio essere eccezionali?”. Forse il ’68 voleva dire anche questo, un tentativo di sgusciare via dalla famiglia tradizionale, dalla società precostituita, dalla realtà!

Così come diventa inutile volere a tutti i costi realizzare i propri sogni, c’è un architetto in questa storia che sogna la realizzazione di un palazzo di vetro, il Crystal Palace. Succede che in un preciso momento della sua vita incontra una donna. Come capita o è capitato ad ognuno di noi: lo sguardo si incaglia nello sguardo di una donna ed è così che tutta la vita si incaglia, il proprio destino si incaglia. “…ci sono navi che si sono incagliate nei posti più assurdi. Una vita si può ben incagliare in una faccia qualunque”. Il Palazzo non si farà, la donna sarà sua moglie. Capita, è capitato, “la realtà ha una sua coerenza, illogica ma effettiva”.

Il personaggio che mi ha colpito di più in questo libro, a parte Pehnt che come me scrive per ricordare, è Pekisch, era riuscito a far suonare una sola nota ad ogni abitante del suo paese, formando un coro capace di eseguire stupende e complesse sinfonie. Peccato che ad un certo momento gli fosse scoppiata la musica in testa e non c’era nulla da fare. Non si può vivere con tante orchestre che ti suonano in testa. Un po’ come i sogni. Impossibile potere realizzare i nostri sogni specialmente quando sono tanti e contemporaneamente si vogliono condividere con tutti. Ecco sarà successo così anche per il ’68, si volevano realizzare tanti sogni… ma probabilmente ha avuto il sopravvento la quotidianità mediocre: “la realtà ha una sua coerenza, illogica ma effettiva”.

Ecco deve essere andata così, come per il signor Rail che voleva realizzare una lunga e dritta ferrovia. Non ci riuscì, rimase immobile nel suo giardino solo una locomotiva, ferma ad arrugginire. “Scivolano via, le sue giornate, come parole di una liturgia antica. Scompigliate dall’immaginazione e riordinate al fedele compasso della quotidianità. Riposano immobili su se stesse, esattamente in bilico tra ricordi e sogni”. Così è rimasta in bilico una generazione, quella del sessantotto, tra ricordi e sogni!

Tante le chiavi di lettura di un anno spesso mitizzato più che analizzato

 

“Il ’68: rompere gli schemi della società apollinea basata sull’ordine, sul controllo, sulla razionalità”, un intervento di Carmelo Sciascia

Milano, 1971. Foto di Uliano Lucas

Nel mio libro Libertà di pensiero del 2010, a pagina 75, riportavo l’incontro avuto nel 1975 ad Aspra con il poeta Ignazio Buttitta. L’immagine scelta per l’appendice riportava un gruppetto di ragazzi che correvano con in mano delle svolazzanti bandiere, una foto che bene esprimeva lo spirito della protesta giovanile sessantottina. Non avevo riconosciuto il luogo, né l’autore di quello scatto, fintanto che ho rivisto la foto con la seguente didascalia: “Piazzale Accursio. Milano,1971”. L’ho scoperto solo in questi giorni visitando la mostra di Uliano Lucas organizzata dalla Fondazione di Piacenza e Vigevano a Palazzo Rota-Pisaroni: “68. Un anno di confine”.  Una mostra che bene documenta la vita di quegli anni, dalle strade alle scuole, dalle assemblee studentesche, alle valige di cartone degli emigranti, dalla città che sale (avrebbe detto Boccioni) alle periferie-dormitorio. E delle caserme militari ne documenta alcuni momenti. Alcune foto riprendono la vita quotidiana della Scuola Trasmissioni della Caserma Cecchignola a Roma; mi hanno incuriosito, perché nei primi anni settanta, in quella caserma c’ero anch’io. Impressionante la manifestazione dei ragazzi militari di leva proprio agli inizi anni settanta e proprio a Roma. Giungevano infatti in quegli anni nelle file dell’Esercito (leva obbligatoria), quei giovani che dopo le esperienze delle contestazioni studentesche erano costretti a vestire i panni di soldato, la coscienza di classe faceva sì che si ritenessero dei “proletari in divisa”. Ai  P.i.D. organizzati da Lotta Continua, aderivano giovani non solo della sinistra extraparlamentare ma anche giovani di diverse estrazioni ideologiche. Ci dice lo stesso Lucas: “E’ difficile oggi immaginarsi tutta questa vitalità… Allora fu davvero un moto corale, un’enorme autogestione, di un pezzo di giovane e nuova Italia che tentava di costruire, certo anche rabbiosamente e violentemente, forme alternative di società e socialità, di riprendersi la vita e la città”. La storicizzazione di quegli eventi mi ha fatto tornare alla memoria un film visto nel 2010, al Jolly di San Nicolò: l’Urlo. L’Urlo è un film girato a quattro mani, da due teste della moderna cinematografia americana: Rob Epstein e Jeffrey Friedman. La pellicola è in rigoroso bianco e nero e narra in maniera sperimentale la vita di Allen Ginsberg. Quindi in bianco e nero le foto di Lucas della mostra, in bianco e nero il film sul poeta americano. In bianco e nero il libro di Allen Ginsberg della casa editrice il Saggiatore che si compone di due raccolte poetiche: Urlo e Kaddish. Il libro mi è stato regalato nel 2017, appena edito. Mentre l’Urlo è la protesta contro l’America bigotta e repressiva, Kaddish esprime il dolore per la morte in manicomio della madre che si trasforma, grazie anche alla libertà del verso, in un canto d’amore filiale. Il ripercorrere le scene del film visto nel 2010 e la recente lettura del libro, mi hanno fatto persuaso come al di là di qualsiasi richiamo ideologico-filosofico, la premessa culturale del sessantotto sia proprio quest’opera: l’Urlo di Allen Ginsberg. E l’America nel suo insieme, dalla metà degli anni cinquanta. La protesta dei reduci delle guerre americane erano l’esempio da imitare, per dire no a qualsiasi forma di autoritarismo, per dire no alle armi tout court. Chi non ricorda certe canzonette come “mettete dei fiori nei vostri cannoni”? Non è certo casuale se gli incontri sul sessantotto hanno chiamato in causa personaggi del mondo musicale di allora come Giulio Rapetti (Mogol) e Mario Luzzatto Fegiz che, non a caso, ha cantato Addio Lugano bella.  Leggere l’Urlo è come ascoltare una musica jazz, da bassifondi: aspra, con accelerazioni e strozzature, una musica spontanea e liberatoria, non a caso il jazz degli anni sessanta fu il cosiddetto “free jazz”. Bisognava andare oltre, oltrepassare qualsiasi limite, rompere gli schemi di una società ancora razzista e sessuofobica, ed allora ecco “Il veggente” di Artur Rimbaud ritornare prepotentemente in soccorso: “Si tratta di arrivare all’ignoto mediante la sregolatezza di tutti i sensi”. Tutti i sensi quindi dovevano essere coinvolti per potere cambiare le concezioni sociali americane del tempo, per coinvolgere tutti i sensi non bastava solo la musica, ci voleva ben altro! Il peyote è stata la droga che ha usato Ginsberg, l’erba (marjuana,hashish)  quella usata dalla cosiddetta beat generation. Se oggi viene, l’uso di alcune droghe, ammesso legalmente per scopi terapeutici, credo che possa considerarsi terapeutico l’uso che se ne fece allora! Ginsberg era omosessuale, innamorato ed amante di Carl Solomon. La lotta per la parità e la libertà sessuale iniziata negli anni cinquanta negli States è ben testimoniata da una foto della mostra di Lucas: “Corsi facoltativi di educazione sessuale alla scuola media statale Tosi, Legnano, 5 febbraio 1969”. Retaggi culturali e religiosi relegavano la sessualità nella sfera del privato, ne facevano una questione individuale, era spesso usata come strumento repressivo e di controllo sociale. Le grandi battaglie per il divorzio e l’aborto dovevano ancora venire. Erano semplici battaglie liberali e libertarie che, da noi in Italia, acquistavano il significato di vere e proprie rivoluzioni bolsceviche. 

Allen Ginsberg

Berkeley nel 1964 è la miccia simbolica della rivolta studentesca americana ma senza i sei poeti della Six Gallery di San Francisco del 1955, ed in particolare i versi di Ginsberg non sarebbe stata possibile una qualsiasi forma di protesta radicale nella società già consumistica d’oltreoceano. Berkeley in America nel 64, Parigi in Europa nel maggio 68. Ma a noi interessano le foto di Lucas ed allora ecco le testimonianze di “Assemblea studentesca davanti all’Accademia di Belle Arti in via Ripetta, Roma, marzo 1968” oppure “Assemblea all’Università Statale in sostegno al popolo vietnamita, Milano, ottobre 1969” ed ancora foto di manifestazioni da Torino a Bologna dal 69 al 74.

Assemblea alla facoltà diarchitettura, Milano. Foto di Uliano Lucas

La testimonianza fotografica ricalca una visione politica ben precisa del fenomeno storico, a me che ho accennato alla genesi non rimane che citare alcune amicizie del nostro Allen, amicizie che spaziano da Keruac l’autore di On the Road del 1957 a Bob Dylan, il menestrello premio Nobel.Tutta l’opera letteraria, come il modo in cui è vissuto Allen Ginsberg, è un continuo rimando al culto dionisiaco, direbbe Nietzsche, una continua tensione tesa al raggiungimento di uno stato capace di liberare la propria creatività.
Questo è un aspetto prorompente di tutto il sessantotto, l’aspetto dionisiaco, rompere gli schemi della società apollinea basata sull’ordine, sul controllo, sulla razionalità. Mauro Rostagno è il prototipo di quest’aspetto del 68, la sua Comunità Saman nel trapanese si era ispirata ai valori di Osho, così come Ginsberg aveva aderito al movimento Hare Krishna. Ricordate a proposito George Harrison col suo My sweet lord?

George Harrison

Nei primi anni settanta, gli anni in cui frequentavo l’Università a Palermo, c’era assistente nella cattedra di sociologia proprio Mauro Rostagno. C’era negli stessi anni alla Facoltà di Filosofia, un altro ragazzo Peppino Impastato, in comune con Rostagno avevano avuto la stessa militanza politica in Democrazia Proletaria ed avranno in comune l’essere stati uccisi dalla mafia a dieci anni di distanza.  Personalità ed esperienze diverse, come diverse ed irripetibili sono le esperienze di ognuno di noi. Per me, come già scrissi nel 2008 in Libertà di pensiero, il ’68 è stato il barlume iniziale della conoscenza, lo splendore di ogni conoscenza ed il dolore che da essa deriva; la Primavera di Praga; Guccini e le sue canzoni, Buttitta e le sue poesie; le donne che abbiamo amato; ciò che ci fa riempire di sdegno di fronte alle ingiustizie e ciò che ci fa porgere la mano al diverso; la poesia del mondo che ancora, malgrè tout, ci fa vivere! 
Le foto del nostro Lucas che ci accompagnano a capire questo passato prossimo ma storicamente lontano, riprendono il quotidiano, rappresentano la cronaca di quei giorni, oramai storia. Una breve genesi la mia di una realtà ancora da scoprire, da capire, da studiare. Di sicuro c’è solo la data finale di quel periodo storico, il 1978, precisamente: 9 maggio 1978. 

Così, il corpo di Moro quel maledetto 9 maggio 1978

 

“Festa di San Giuseppe in Sicilia”, racconto e commenti di Carmelo Sciascia

Festa di San Giuseppe a Cianciana

Questo mese e precisamente il 19 marzo, mi sono trovato in Sicilia. Si sa, tante ricorrenze religiose vengono sfarzosamente festeggiate in tutte le regioni italiane, e particolarmente sono sentite in Sicilia, dove quasi ogni paese vanta primati in una gara di campanile, dove il profano si fonde con il religioso, il paganesimo con il cristianesimo: indissolubilmente, indistinguibilmente. Non a caso molti templi dorici sono stati inglobati in maestose cattedrali, in talune se ne intravedono le forme, in altre si sono fusi in un’unica fabbrica.

La ricorrenza di San Giuseppe, festa dalle antiche origini, la cui celebrazione fu formalizzata durante il pontificato di Papa Sisto IV nel ‘400, mi vedeva moderno pellegrino percorrere l’altopiano dei monti Sicani. Oltrepassata la valle del fiume Platani (l’Halycos, questo il nome originario del fiume, che antichi popoli di invasori risalivano dal mare fino a raggiungere l’entroterra isolano), si incontra Cianciana.  Prima di giungere in paese, una sosta: un ritrovo naturalistico, in una ben ristrutturata casa rurale.  Amici del mio amico Pippo, Giovanni e Benedetto, avevano programmato un incontro per parlare di micologia e flora spontanea commestibile: il pane dei poveri. L’amicizia, mi confidava Pippo, con i fratelli Alessi, era nata in seno al Partito Comunista, negli anni settanta. Un’amicizia che si protraeva al di là di qualsiasi condivisione politica, di qualsiasi scelta futura. Ecco allora come negli anni settanta, l’appartenenza ad un Partito diventava collante di rapporti amicali e come questi sarebbero rimasti immutati nel tempo. Tanti anni oramai sono trascorsi dalla scomparsa del vecchio Partito Comunista Italiano, il cui simbolo delle bandiere sovrapposte, quella italiana e quella rossa con falce e martello, era stato dipinto da Renato Guttuso. Per tanti anni la storia di quel partito si era intrecciata ed era diventata la storia di tanti uomini e donne che ne avevano fatto parte.

Questa nota è la testimonianza del mio coinvolgimento emotivo per questa festa di San Giuseppe. Un libro, un film, un incontro, ho capito essere per me interessanti e rilevanti quando avendoli letti, visti, vissuti mi fanno venire voglia di scriverne. La scrittura come testimonianza dell’esserci stato, di aver capito, dell’esserne stato a volte rapito! Il pranzo, essendo la logica conclusione di un incontro sulle erbe spontanee commestibili, sarebbe consistito in un piatto di legumi, ceci, cardi ed asparagi; non poteva essere diversamente. Il tutto veniva innaffiato da Nero d’Avola ed addolcito da fresche e succose arance. Ma bisognava fare in fretta, ci attendeva in piazza una sorpresa: la cavalcata. Infatti, nella transennata via principale, una processione di scalpitanti cavalli procedeva rumorosamente tra due file di popolo. La gente non curante di qualsiasi nozione d’equitazione, esprimeva saccenti giudizi sull’andamento, più o meno calcitrante, di questo o quel cavallo, sulla dondolante postura di un giovane cavaliere o del dolce dondolio di una bella amazzone. Seguendo un incessante andirivieni, salendo su per dei gradini, sotto lo sguardo di una antica torre, ecco finalmente la Tavola di San Giuseppe! Una tavola lunga quanto una via del paese, imbandita con piatti della tradizione contadina, verdure e pietanze frutto di tradizioni secolari. Da un antico portone ecco venir fuori: la sacra famiglia.

I loro costumi sono come il Pitrè ce li ha descritti agli inizi del secolo scorso, in “Usi, costumi, credenze popolari siciliane”: “Un vecchio una donna e un bambino; S. Giuseppe, Maria e Gesù, il primo in tunica gialla con sandali ed alle mani un lungo bastone fiorito, l’altra con veste azzurra e il bambino posto a sedere su un asinello”.  Unico neo quest’oggi un asino recalcitrante che mal sopportava portare in soma, sul suo basto addobbato a festa, il ragazzino bambin Gesù, che ha dovuto (credo con suo ed anche nostro malgrado) procedere a piedi.

La Tavola e l’offerta di cibo rappresentavano una forma di carità verso gli indigenti, verso i poveri del paese, oggi riaffermano un indiscusso principio d’ospitalità: verso i pellegrini, verso i profughi. Dopo Cianciana, a pochi chilometri un altro paese, Alessandria della Rocca. Un altro incontro. Casualmente si rivedeva Giuseppe Cimino, per trent’anni segretario della locale sezione del PCI, passate alla storia le sue battaglie contro interessi mafiosi che volevano l’istallazione di un inquinante bitumificio in zona (qualcosa sappiamo anche noi con l’impianto di Gossolengo). Altri incontri, altri abbracci, come quello con il professore Pino, vecchio militante per nemesi storica diventato cieco dopo essere stato estimatore di tante letture. Anche qui, ma questa volta nella chiesa del Crocifisso, imbandita a ferro di cavallo, la maestosa Tavola di San Giuseppe. Profumi e colori, forme e fragranze si sprigionano da piatti preparati con tradizionale bizzarria.

Festa di San Giuseppe in Sicilia: la sacra famiglia, una processione di scalpitanti cavalli un piatto di legumi, ceci, cardi e asparagi
„Nella chiesa Madre un prete di colore declama un’omelia che rimane sospesa, aleggia incompresa sulle teste dei tanti fedeli che vista la festività affollano il tempio. Ancora più in là Bivona un altro paese, famoso per la pesca, dell’altipiano sicano, sta festeggiando il suo San Giuseppe, una ritualità che si ripete quasi identica in tutti i paesi di questa parte dell’entroterra agrigentino. Bivona, da “bis bona “due volte buona, un territorio rimasto come immobile a testimoniare il suo glorioso passato di Ducato, titolo conferitogli da Carlo V nel 1554. Così l’anno prima, scriveva ad Ignazio di Loyola, il padre gesuita Domenech: “E poiché è terra sana e molto abbondante di frumento, carni e legna, e quanto ai costumi molto migliore di Palermo e Messina, si crede che dai paesi circonvicini molti genitori vi manderanno a studio i figlioli piuttosto che nelle due predette città. È inoltre ricca di fontane e giardini, sano n’è il clima e gode fama di essere la migliore fra le montagne di questo regno». Così si può dire di tutti i paesi appollaiati sull’altipiano dei Monti Sicani, primitivo e schivo altopiano dell’entroterra agrigentino.  Questo è il territorio rimasto fuori dal mondo patinato della comunicazione di massa, questi gli incontri ed i rapporti umani che il mio amico Pippo ha avuto e continua a mantenere e che Montalbano nemmeno si sogna di avere. E San Giuseppe? Un falegname, un umile carpentiere, diventato santo perché ha accettato una paternità non sua: per questo anche saggio. E, solo Dio sa, quanto il mondo oggi abbia bisogno di uomini saggi!“

 

La presentazione di “Viaggi nel tempo”, ultimo libro di Carmelo Sciascia, nell’articolo di Renato Passerini

Gaetano Rizzuto ha presentato il nuovo libro di Sciascia. A seguire l’articolo di Renato Passerini pubblicato dal quotidiano on line IlPiacenza.it

Carmelo Sciascia ha una personalità poliedrica, sempre attento al dibattito culturale di Piacenza e non solo. Indaga per capire, per conoscere. E’ moderno. Fa cultura scrivendo libri in modo tradizionale, ma anche attraverso internet, con frequenza crescente è presente sul nostro quotidiano on line.

Platea esaurita alla Galleria Biffi Arte per la presentazione del suo l’ultimo libro: “Viaggio nel tempo”, edito da Youcaprint, 104 pagine fresche di stampa che raccolgono ricordi, memorie, osservazioni su eventi del nostro tempo filtrati dalle concezioni politiche ed estetiche dell’autore; un pozzo di annotazioni intelligenti. L’incontro, oltre ad essere interessante per sé stesso, è stato caratterizzato dalla lettura di pagine del libro rese dalla bella voce narrante dell’attrice Tiziana Mezzadri e dall’amabilità dei dialoghi tra Gaetano Rizzuto e l’autore che ad una prima domanda risponde con le parole che Consolo ha usato in Retablo:  “tutti quanti vogliamo rappresentare questo mondo: il musico, il poeta, il cantore, il pintore… stiamo ai margini, ai bordi della strada, guardiamo esprimiamo, e talvolta, con invidia, con nostalgia struggente, allunghiamo la mano per toccare la vita che ci scorre davanti”.

Il primo capitolo, o meglio, il primo saggio filosofico del libro, ha titolo “I viaggi nel tempo: storia di un lungo viaggio, tra letteratura e paradossi filosofici”, è il testo della “lectio magistralis” tenuta da Sciascia alla Biblioteca “Passerini Landi” il 14 ottobre 2017, introdotta da Roberto Laurenzano Presidente della Società Dante Alighieri intervallata dalle letture di Tiziana Mezzadri.

Sciascia, incalza Rizzuto, viaggia per conoscere nuove culture, scoprire nuovi mondi. Questi viaggi Carmelo li fa da intellettuale, da siciliano e da piacentino.  Li fa da scrittore, saggista, pittore e anche filosofo. Da filosofo disincantato. “Piacentino di Sicilia”, l’ho definito più volte.  E’ questo il suo bel biglietto da visita. 

Alcuni capitoli del libro sono dedicati alla Sicilia. Incontriamo Gaetano Savatteri con “Non c’è più la Sicilia di una volta”. Un capitolo è dedicato a Rosa Balistreri una donna straordinaria che Rizzuto ha conosciuto negli anni 70 in Sicilia: “Cantava la Sicilia, la Sicilia che si ribellava, la Sicilia povera e oppressa. Dava voce alle donne. Il mondo di Rosa Balistreri non era fatto di rassegnazione, ma da una grande voglia di riscatto e di affermarsi come donna”.

Un capitolo è anche dedicato alla scuola, anzi allo “scuorno” della scuola. Lo fa attraverso il cinema che ci fa rivivere una condizione di fine studi del mondo universitario post laurea con il film “Smetto quando voglio”. Film che ci parlano del fallimento della scuola in Italia e Sciascia sostiene che l’Italia si sta riempiendo di giovani laureati super specializzati che vengono espulsi dalle università. Affronta il problema delle influenze linguistiche tra il dialetto Piacentino derivato dal ceppo Gallico e le lingue scandinave discendenti dall’antico ceppo germanico e si chiede: ma può essere il dialetto Piacentino nobilitato ed essere accolto come lingua? Altra domanda: Può proporsi Piacenza città della cultura se non riesce a valorizzare i luoghi come l’ex albergo che ospitò tante volte Verdi in via San Marco?

Carmelo Sciascia e Tiziana Mezzadri

Poi anche il tema della politica prendendo a spunto provocazioni del candidato-sindaco di Piacenza Stefano Torre, tra le quali la proposta di demolire Palazzo Farnese per permettere al Palazzo costruito sui resti di un anfiteatro romano di acquistare visibilità e dignità.

Ci sono accostamenti su film che trattano argomenti simili, su libri che affrontano temi finanziari ed economici, sui continui imperterriti attacchi tesi a smantellare il sistema scolastico e quello delle pensioni, sulla democrazia oggi (Realtà o apparenza?); è ricordato anche il pittore piacentino Giancarlo Braghieri con i suoi viaggi nella mitologia, infine, la storia inverosimile ma vera di  un quadro di Sant’Agata donato alla chiesa del Carmine di Bivona, terra natale della moglie di Carmelo, la cui immagine illustra la copertina del libro.

Scrivo – confida Sciascia – per cercare di capire la storia e la verità: la storia che non è per nulla maestra di vita, come ci suggerisce Montale e la verità, così come l’ha rappresentata Dürrenmatt in tutta la sua opera. E poi perché non vorrei fare la fine di quei due filosofi Cassiodoro e Secondo che ho richiamato nel mio saggio sui paradossi del viaggio. Cassiodoro rimaneva un incompreso perché il senso della cultura che l’impero romano aveva espresso era diventato incomprensibile, mentre Secondo rinuncia per un errore giovanile a parlare ed a scrivere. Io vorrei essere ancora compreso, diversamente da Cassiodoro, cercando di affermare i valori in cui credo. E vorrei continuare a scrivere, diversamente da Secondo, anche se qualche errore ho commesso e qualcuno sicuramente ne commetterò.

Ho poca speranza – termina l’autore – che le cose cambino, sono fondamentalmente uno scettico e un epicureo, ma voglio caparbiamente credere che qualcosa possa un domani cambiare, ed allora scrivo perché la scrittura è comunque un atto di speranza, la testimonianza di rimanere legati alla storia ed alla vita. Tra gli interventi di apprezzamento espressi pubblicamente quelli del consigliere comunale Nelio Pavesi, di Roberto Laurenzano e del pittore William Xerra.

Il pubblico nella foto di Macellari

 

Oggi alle 18 da Biffi Arte la presentazione del libro “Viaggi nel tempo” di Carmelo Sciascia

Un ormai tradizionale appuntamento che da diversi anni si ripete annualmente: Carmelo Sciascia presenta alla Galleria Biffi Arte l’ultimo suo libro VIAGGI NEL TEMPO, edito da Youcaprint.
Si tratta di 104 pagine fresche di stampa che raccolgono ricordi, memorie, osservazioni su eventi del nostro tempo filtrati dalle concezioni politiche ed estetiche dell’autore; un pozzo di annotazioni intelligenti – parte delle quali pubblicate qui in Arzyncampo – che inducono a riflettere.

Piacenza, sabato 25 marzo 2017. Da Biffi Arte Carmelo Sciascia presenta la ‘Raccolta’ dei suoi interventi pubblicati sul quotidiano Libertà in un ambiente illuminato dalle ‘Anime leggere’ di Cristina Costanzo. — Nella foto: Gaetano Rizzuto, Carmelo Sciascia e Maura Mezzadri

 

 

“Cotrebbia, piccola comunità che richiama alla mente Dieta di Roncaglia, Calendasco e Ponderosa”, riflessioni di Carmelo Sciascia

Cartolina di Cotrebbua Nuova

Ci sono delle curiosità che ci rimangono impresse nella memoria fin dalla prima volta che le abbiamo sentite nominare o lette. E dall’infanzia, dalla lettura dei primi libri scolastici, ci si arrovella. Una di queste personali curiosità è legata ad un evento storico, da tutti studiato e conosciuto: la Dieta di Roncaglia. 

Il termine Roncaglia può avere un’origine celtica da “run” collina o derivare dal termine romano “runcalis” luogo umido. Considerato il territorio di cui stiamo parlando, il cuore della pianura attraversata dal Po e dai suoi affluenti, è più logico accogliere la seconda, anche se l’uno non esclude l’altro, la toponomastica è spesso sovrapposizione di termini e significati, elisione e troncamento.

Così come Calendasco, nome con una radice romana ed un suffisso longobardo, che lo definiscono come luogo vicino ad una grande foresta. Più interessante ancora la definizione di Cotrebbia, frazione della stessa Calendasco: caput trebiae o meglio in capo al Trebbia, dove principia o finisce il fiume. Località tutte che hanno visto la presenza di stazioni romane nelle vicinanze del grande Po: Apud Padum.

Reminiscenze queste di letture casuali, che tornavano alla memoria mentre andavo, ormai “in illo tempore”, tanti anni addietro a “Ponderosa”. Un laghetto di pesca sportiva, dove si aveva modo di osservare il lento movimento dell’acqua con i suoi cangianti riflessi ed il paesaggio intorno, piatto ma non monotono, di tanto in tanto interrotto da filari di pioppi che ne chiudevano l’orizzonte.  Non tutti i mali vengono per nuocere. Infatti mentre i pesci, che non abboccavano, continuavano a disegnare le loro scie, io avevo modo di fantasticare. Fantasticare di reminiscenze storiche, una tra tutte la Dieta di Roncaglia, e non ne capivo il motivo.

Novembre 2017 – Nuovo lago per la pesca alla trota nell’area piacentina. Più precisamente nel comune di Calendasco a pochissime centinaia di metri dalla confluenza tra Fiume Po e Trebbia. L’impianto in questione rinasce dalle ceneri del vecchio Lago Ponderosa, che da ormai almeno vent’anni era stato abbandonato.

Avevo cercato da tempo un libro che di quei posti me ne narrasse la storia. L’ho trovato, l’altro giorno, nella Parrocchia di Calendasco. Un libro di quelli che piacciono a me: sintetico, scorrevole, tascabile. Il libro che mi è stato donato con dedica personale dallo stesso autore l’architetto Fabio Bianchi, tratta proprio l’origine e la storia della comunità di Cotrebbia. Pescando, o facendo finta di pescare “in quel tempo”, guardavo spesso il rudere di un vecchio edificio religioso che si trova a Malpaga, sulla strada che porta in località Puglia. L’ho rivisto fotografato nel libro, subito riconosciuto, è l’ex Oratorio del Mastruzzo. È piacevole riconoscere un luogo, è come incontrare un vecchio amico e ricordarsene il nome. Ho appreso così della rilevanza storica di un luogo silenzioso e tranquillo che oggi ben si presta ad attività come la pesca sportiva o la passeggiata ippica.

Sicuramente è stato il Monastero di San Pietro, un polo importante di quei prati di Roncaglia che si estendevano, “in gran parte a sinistra del Po, dai pressi di Cotrebbia, a mezzogiorno, fino a Castelnuovo di Roncaglia, come estremo limite settentrionale”. Ecco spiegato, per me (per altri lo sarà già apparso chiaro da tempo) il mistero di Roncaglia: non un luogo in particolare ma una intera e vasta estensione di territorio. Compreso oggi tra Somaglia, di cui Castelnuovo è frazione, e Calendasco, di cui Cotrebbia è frazione, sorgeva il Castrum novum del Ronchalia. Infatti in molti documenti viene così riportato: in Roncalia super Padum, in campo Roncaliae super Padum, in pratis Ronchaliae, apud Runchalias.

Particolare di mappa del tardo Cinquecento ove si vede bene il paese con il castello, la chiesa e l’hospitio dei pellegrini.

Nulla a vedere dunque con la Roncaglia frazione di Piacenza. Mentre quindi nella parte a nord, al di là del fiume, nel basso lodigiano, stazionava l’esercito del Barbarossa, nella località a sud, proprio nel monastero benedettino di San Pietro a Cotrebbia erano alloggiati i quattro Cardinali della Curia romana, interlocutori dell’imperatore. Il luogo venne scelto perché centrale nel regno d’Italia e per la presenza delle principali vie di comunicazione: la Placentia-Ticinum, verso Pavia, la Postumia (la Genova Aquileia), la via Emilia ed un ponte sul Po. Un po’ come oggi per la logistica è stata scelta strategicamente Piacenza perché al centro delle maggiori vie di comunicazioni nazionali ed europee.

Stabilito il luogo, rimane di stabilire l’anno. Le Diete di Roncaglia per antonomasia sono quelle che vanno dal 1154 al 1158. Nel 1154 abbiamo la prima discesa in Italia del Barbarossa, questi, pretese in quell’occasione di ristabilire le regalie, i diritti riservati all’imperatore. La seconda discesa avvenne nel 1158, e vide la sconfitta e distruzione di Milano. Potremmo dire che qui possiamo fermarci perché tutto ciò che avviene dopo non riguarda più direttamente il territorio di Cotrebbia, la nostra Roncaglia. Anzi no! Una piccola appendice, bisogna comunque ricordare che i preliminari della pace di Costanza che segue la sconfitta dell’imperatore ad opera dei comuni, vengono sottoscritti a Piacenza, nella basilica di Sant’Antonino nel 1183. Stabilito il luogo, dicevo, bisogna stabilire, oltre quelle menzionate del Barbarossa, quante sono state in tutto le Diete che si sono svolte a Roncaglia. Tante, in verità, ad iniziare dall’anno 996, dalla prima voluta da Ottone III, a quelle volute da Enrico III, da quella voluta da Enrico V fino a quelle decise da Lotario II, per non citare altre due Diete curate dall’arcivescovo di Milano.

Federico Barbarossa

Non è qualità da poco essere riuscito un piccolo libro, a chiarire uno spaccato della storia piacentina. Ancora di più: l’avere fatto conoscere un’abbazia, quella di San Pietro, in località Cotrebbia, che è stata per tanti anni, al centro delle vicende politiche dell’Europa medioevale. Le note, non sono una semplice appendice al libro, ma una vera e propria guida, ci chiariscono gli avvenimenti e ci suggeriscono dove trovare gli strumenti per una indagine più approfondita, dagli Storici (dal Campi al Solmi) agli Archivi (di Parma e di Piacenza). Se consideriamo lo stato periferico in cui si trova oggi l’Italia rispetto alla politica della Comunità Europea, allora riusciamo a comprendere maggiormente l’importanza della storia di una piccola comunità come quella di Cotrebbia, frazione di Calendasco, paese in provincia di Piacenza!

Oratorio del Mastruzzo tra Cotrebbia e Puglia. Clicca qui per leggere l’interessante articolo di Fabio Bianchi