“Nelle terre del Castello di Luzzano la Malvasia di Candia coltivata da Leonardo”, un articolo di Carmelo Sciascia

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Il toponimo Piacenza equivale a “Terra che Piace, per la fertilità delle sue terre e per la vicinanza con il Po”. Così per i Romani. Per i Romani che nel 218 a.c. la fondarono. Innumerevoli le testimonianze rinvenute, alcune visibili, altre ricoperte. Caratteristica della città è stata sempre quella di nascondersi (come l’aver dato nell’869 sepoltura nella chiesa di sant’Antonino, al re ed imperatore Lotario II) o di nasconderla (come per i resti del teatro romano, ricoperti da un nuovo edificio, costruito a dispetto della vicinanza dallo stesso Palazzo Farnese). Ma capita anche casualmente di imbattersi in testimonianze storiche – scoperte stavolta anziché ricoperte – anche nei luoghi più remoti della Provincia. Così è stato quando, guidati dalla proprietaria del Castello di Luzzano, signora Giovannella Fugazza, ci si è trovati, nelle cantine dove erano stati depositati ed ordinati, circondati da innumerevoli resti di manufatti in terracotta di epoca romana, che nella zona erano stati rinvenuti.  A testimonianza che già una preesistente villa, collegata alla via Emilia da una strada di cui se ne è rinvenuto il tracciato, il Fundus Lucianus, si occupava nella zona di attività agricole e di viti. Non è casuale il fatto che già Giulio Cesare, dopo avere soggiornato per un breve periodo nel piacentino ed avere sposato una ragazza del luogo, Calpurnia, tornato a Roma si riforniva del vino dei colli piacentini. Se Piacenza è per tradizione e vocazione terra di confine, nella fattispecie il Castello di Luzzano ne è la naturale rappresentazione simbolica. Infatti il Castello sorge su un crinale collinare: nel lato occidentale l’armonia delle vigne dell’Oltrepò Pavese, sull’altra parte, ad Est, l’incanto dei Colli Piacentini.

Che sia terra di confine lo testimonia anche, in prossimità del Castello, la presenza di una Dogana, un edificio che si presenta oggi, per scelta della Proprietà, dipinto in azzurro Saint Laurant ed in giallo solare.  La dogana, che in origine non aveva i ricercati colori odierni, era stata costruita dai Savoia quando ricevettero, in cambio di alcuni favori, dall’Austria di Maria Teresa, l’Oltrepò Pavese, nel 1747. Il passaggio di Luzzano dall’imperatrice Maria Teresa ai Savoia non fu ben visto dagli abitanti del luogo che in questo anticiparono i sentimenti di antipatia che si manifesteranno da parte di popolazioni di altre regioni della Penisola dopo l’Unità.

Ma la storia, che come dice Montale, si muove a caso: “La storia non si fa strada, si ostina, /detesta il poco a poco, non procede /né recede, si sposta di binario /e la sua direzione /non è nell’orario.” Sì la storia, a Luzzano ci ha rimesso lo zampino, anche in questi giorni. Anche se non era previsto, se non era nell’orario. Infatti non era nell’orario della storia che Luzzano avesse un altro incontro storico, quello con Leonardo Da Vinci!

Ma forse a ben vedere le premesse c’erano tutte. Andiamo con ordine. Nel 1495, Leonardo Da Vinci riceve l’incarico da Ludovico Maria Sforza detto il Moro di affrescare il refettorio del convento della chiesa di Santa Maria delle Grazie di Milano, scelta come mausoleo per la propria famiglia. Tre anni dopo il Duca concede al Pittore una vigna di 16 pertiche. In quella zona viene costruito, per volontà del Duca, un quartiere residenziale. Di tutte le costruzioni rimane in piedi solo la Casa degli Atellani. Questa famiglia era anche proprietaria del Castello di Luzzano. In questo modo, la vigna di Leonardo si lega alla casa degli Atellani e tramite la Famiglia degli Atellani, al Castello di Luzzano. Ma non basta! Un altro nome famoso lega le due località: l’architetto Piero Portaluppi.

Portaluppi ha lasciato il segno a Milano dal 1925 al 1940, basta ricordare l’Arengario ed il restauro di Santa Maria delle Grazie, proprio la chiesa del Cenacolo di Leonardo. A Piacenza ha lasciato un bell’esempio di architettura razionalista realizzando la Centrale termoelettrica “Emilia” – Società Generale Elettrica Adamello.

Piero Portaluppi, da proprietario restaura la casa degli Atellani negli anni ’40, negli stessi anni riceve l’incarico dalla famiglia Fugazza di restaurare il Castello di Luzzano che trasforma nella residenza moderna che ancora oggi possiamo ammirare.

Malvasia bianca di Candia

Siamo giunti alla quadratura del cerchio: dalla vigna di Leonardo, alla casa degli Antelami, dal Castello di Luzzano alla famiglia Fugazza, all’architetto Portaluppi. Questa la storia. Ma la cronaca è ancora più interessante. Nel 2015, a Milano c’è l’Expo. Per volontà degli attuali proprietari della casa Antelami e della Fondazione Portaluppi si promuovono, con il contributo dell’Università degli Studi di Milano le ricerche sul DNA della vigna di Leonardo, il responso: Malvasia di Candia. Fu così che il vitigno Malvasia di Candia coltivato nei Colli Piacentini è stato identificato come la vite del Pittore. Lo stesso vitigno messo a dimora nell’orto di via Magenta al civico 65, diventa la vigna di Leonardo!

Siamo in una calda giornata settembrina di questo 2018, nella corte del maniero di Luzzano, è arrivata da via Magenta in Milano, dove è stata vendemmiata, l’uva dell’orto di Leonardo. Mani esperte, diraspano l’uva a mano, un’antica tinozza in legno ne accoglie gli acini, mentre ragazzi sorridenti (ma titubanti) tolti i sandali, sono lesti ad immergere i piedi nel contenitore e pigiare. Da parte un grosso orcio toscano in terracotta aspettava d’essere riempito di mosto. Similmente avrebbe fatto (faceva) il toscano Leonardo. C’è solo da aspettare l’autunno, per potere brindare, con il suo stesso vino all’imperitura gloria del nostro Genio Leonardo: Prosit!

Cosa aggiungere, la realtà si trasfigura in poesia, la cronaca nel momento in cui si svolge richiama ed incarna la storia e la storia passata si ripresenta, si attualizza. Forse potrebbe aiutarci, in questo momento, in questo luogo, Benedetto Croce quando sostiene che ogni storia è storia contemporanea, perché pur remoti, gli avvenimenti possono essere considerati sempre attuali, la storia è sempre in rapporto alla situazione presente “nella quale quei fatti propagano le loro vibrazioni”, e di vibrazioni, questi fatti, questi luoghi, questi riferimenti storici che si sono sviluppati nell’arco di mezzo millennio ne propagano a iosa.

P.S. Grazie alla gentile ospitalità della signora Giovannella Fugazza ed alla sua instancabile opera di ricerca storica e valorizzazione dei vini di Luzzano ed in particolare della Malvasia di Candia Aromatica. Grazie agli attuali proprietari di Casa Atellani e dell’annessa vigna di Leonardo per la possibilità di rendere fruibile un bene di rilevanza storica. Grazie a Giorgio Picchioni per il contributo organizzativo all’evento ed il servizio fotografico.

 

“Considerazioni sulla poesia di Calogero Restivo”, intervento di Carmelo Sciascia

Si è concluso a Racalmuto l’appuntamento con “Estate Cultura 2018”, evento letterario promosso dall’Associazione Culturale “Humus”, che ha visto due autori originari del paese, Carmelo Sciascia e Calogero Restivo presentare i loro ultimi lavori. In questo caso Carmelo commenta il libro di Calogero.

La prima poesia del volume “Distratto da rondini in volo” di Calogero Restivo si intitola “Scorre il fiume”.
La prima strofa così recita: “Seduto sulla sponda/ umida di rugiada/ e fredda di notte non vinta/ vedo la corrente passare” e l’ultima:”Mi illudo di poterlo fermare/ ma sento o credo di sentire/ pur nell’assenza di voci/ che ride delle mie ansie e paure”.

Mi sono allora ricordato che leggendo un libro di Carofiglio, mi ero imbattuto in un titolo “Perché la vita accelera con l’età” di uno scrittore, di cui, Carofiglio stesso non ricordava il nome. Breve ricerca ed ecco individuato l’autore: un certo Douwe Draaisma. Cosa ci dice questo autore con questo libro?
Più andiamo avanti con l’età e più breve ci sembra il trascorrere del tempo, mentre nel ricordo, lunghissime erano le giornate della giovinezza! La risposta a questa osservazione la troviamo chiara e semplice nel libro, con una spiegazione riportata dall’autore del libro ma, che dell’autore non è, ma di un certo Carrel, biologo.


Alexis Carrel fu premio Nobel nel 1912 per la medicina. Molto ci sarebbe da discutere per le sue idee antidemocratiche e per il metodo “scientifico” usato per le sue ricerche: “poca osservazione e molto ragionamento portano all’errore, molta osservazione e poco ragionamento portano alla verità”, questa sua massima empirica, contraddice qualsiasi metodo scientifico in senso moderno, cioè da Galilei in poi. Tornando a noi ed a quello che qui più ci interessa e cioè alla domanda sul perché la vita accelera con l’età, la spiegazione sembra essere semplice: la nostra memoria è soggetta a un’illusione ottica, continuiamo cioè a misurare eventi con una unità di misura mutevole, quella degli orologi fisiologici, che essendo appunto mutevoli, misura non sono. Perché, se ci basassimo sulla percezione di detta memoria, dovremmo dire che abbiamo una lunga giovinezza ed una breve vecchiaia.
E viene riportato un esempio che tutto chiarisce: “Il tempo oggettivo, spiegò Carrel, quello dell’orologio, procede con un ritmo regolare, come un fiume attraverso la pianura. All’inizio della sua vita un essere umano corre ancora vispo lungo la sponda, più rapido della corrente. Intorno a mezzogiorno il suo ritmo è calato e coincide con la velocità del fiume. Verso sera, quando si è stancato, la corrente accelera e lui rimane attardato.
Alla fine si ferma e si stende, accanto a un fiume che prosegue imperturbabile il proprio corso con lo stesso ritmo con cui scorre dall’inizio della giornata”.
Mi sono ricordato di una frase di Leonardo da Vinci, che, già qualche secolo addietro al tempo ed all’acqua faceva riferimento: “L’acqua che tocchi dè fiumi è l’ultima di quella che andò, e la prima di quella che viene; così è il tempo presente”. Il tempo presente che potrebbe intendersi anche come memoria del tempo passato. Ed a me che accanto ad un fiume abito, un fiume divinizzato come Eridano (il nostro Po), tutto questo riferimento piace.

 “Alla marina” pag.24 prima quartina:
 “ Ora che la vecchiaia/ mi cammina appresso/ come cane che ha fiutato l’osso/ faccio pace col mare”.

“Fiumi di parole” pag. 21 terza strofa:
 “Ora che sono lenti i passi condotti nella sera/ e i domani si contano sulle dita della mano/ anneghiamo in un mare di silenzio”.

 Il personaggio di un racconto di Borges. Un ragazzo Funes, che in seguito a caduta, diventa handicappato, ma il suo handicap, non è solo fisico ma anche mentale. La sua memoria è assoluta. La sua memoria era perfetta, ed una memoria perfetta è un handicap. È come restare sempre insonne, l’insonne vive il senso della memoria assoluta. E la memoria assoluta rende invalido chi la possiede: è la patologia della perfezione! Ed allora tutti noi, gente comune, che con gli anni vorremmo avere il tempo dilatato ed una buona memoria, abbiamo visto che nessuna delle due condizioni ci è data. Tutte le facoltà fisiche diminuendo ci costringono a “star seduti”, mentre il fiume della vita scorre. Avere una memoria assoluta, ci renderebbe invalidi, come affetti da una grave patologia, ed allora, logica conclusione è l’accettazione dell’invecchiamento, nel migliore dei modi possibile, stando “un po’ seduti”, a ricordare quel “poco” che ci è dato ricordare!

Ed adesso che in pensione si andrà sempre più tardi e si avrà meno tempo ed opportunità di riposare, ci resterà sempre meno tempo da dedicare anche ai ricordi (e meno male), pensate: sarebbe mostruoso poter ricordare infatti il diritto che si aveva di andare in pensione con 40 anni di lavoro, già adesso che questo diritto, come gran parte di altri diritti non ci sono più!

Torniamo a noi, al nostro libro. Leggiamo la seconda parte della poesia Che importa: “Il tempo cancella ad uno ad uno/ come spugna la scritta sulla lavagna/ i giorni e le stagioni/ ma non i sogni e i ricordi/ che la memoria conserva/ come cassapanca in soffitta/ le inutili piccole cose/ diario del tempo passato”. Se questa estate, pag. 97, ultimi versi: “ Se l’estate durasse solo attimi/ ci sarebbe solo il tempo/ di vederli nascere gli amori/ e non finire”.

La nostalgia può scardinare la routine, dice Marc Augè, un altro autore (quello dei non luoghi)che mi è venuto in mente leggendo i versi appena citati, e l’amore può rientrare in questo giuoco, può essere lo stimolo per uscire dalla propria solitudine. I ricordi sentimentali e gli amori, rimbalzano, ritornano sempre, sono il segno del tempo che non scompare e non vuole morire. L’amicizia, l’amore, il dolore, sono tutti segni che ci accompagnano per la vita e sono dovuti alla presenza degli altri, la presenza degli altri è una costante della nostra vita. E della poesia. Anche e soprattutto nella vecchiaia. Dove meglio si indaga sugli incontri. Con più consapevolezza. Ogni incontro non avviene come da copione, la scrittura dei nuovi incontri, quelli della maturità è un nuovo palinsesto, non il copione del dejà vù. Questo perché il tempo in cui si è immersi nell’età avanzata non è la semplice somma degli avvenimenti passati, ma anche l’esperienza nel momento presente nel suo divenire. Anche per questo la vecchiaia non esiste e “bisogna pure ammetterlo: tutti muoiono giovani”. “In qualche modo è ciò che sintetizza lo stesso citato aforisma lapalissiano : – Cinque minuti prima di morire, Monsieur de La Palisse era ancora in vita –“. E ciò che si dice sempre quando qualcuno ci lascia per sempre: cinque minuti prima che morisse era in vita. E questo mi fa venire in mente una poesia di Ignazio Buttitta che parlando dell’amore e dei vecchi, dice : “ L’amore è sempre giovane, / s’invecchia solo / un giorno prima di morire” e continua dicendo che “ se tu hai i capelli bianchi, / se cammini ed hai il fiatone; / …. non è vero che sei vecchio se il tuo cuore freme e batte…”. La poesia è in vernacolo siciliano, ho dovuto tradurla per renderla comprensibile a tutti. In realtà, il vivere ed il vivere pienamente come invitava a fare Cicerone, può essere fatto a qualsiasi età. Anzi maggiormente quando non si hanno impegni di “servizio”. Il pensionamento è il passaggio da una fase all’altra della vita, come il passaggio dalla vita adolescenziale del liceo a quella giovanile dell’Università. Prendersi più tempo per vivere, senza scadenze, impadronirsi del proprio tempo senza preoccuparsi dell’età. Basta continuare a coltivare i propri interessi o crearsene di nuovi, non incaponirsi a svolgere ruoli che oramai non ci appartengono più. Siamo più maturi, quindi più coscienti e preparati, dei laureati rispetto a dei liceali ancora costretti nei banchi delle aule scolastiche! L’unico modo che si conosce per vivere a lungo è non morire giovani. Così come l’unico modo per rimanere giovani è amare, perché come dice il poeta, il già citato Buttitta: “l’amuri è focu e ventu / e svampa u cori all’omini / sinu a l’ultimu mumentu.” (L’amore è fuoco e vento / ed infiamma il cuore degli uomini / fino all’ultimo respiro).

Io sono anche un pittore e che si nutre di poesia, quotidianamente. Il nutrimento è alimento indispensabile alla vita, alla vita interiore. Ma senza vita interiore potrebbe sussistere qualsiasi altra forma di vita umana? No! Checché ne dicano la scienza e la biologia. L’uomo si nutre di poesia perché la poesia è indispensabile alla vita. Nulla ci appartiene tranne i tesori accumulati con le esperienze e le conoscenze. Il viaggio della vita può avere valori antitetici: può essere il viaggio a Citera, il viaggio di Baudelaire dei Fiori del male o, un altro viaggio, quello verso Itaca indicato da Kafavis. Anche in questo caso si parla sempre di poesia: la bella e mitica isola di Venere, diventa per Baudelaire, una terra dove tutto è tenebre e sangue; “una forca da cui pendeva la mia (sua, di Baudelaire) immagine”. Io preferisco l’interpretazione che ci dà Kavafis del viaggio. Il viaggio è la vita stessa come arricchimento costante… nei mercati “acquista madreperle coralli e ambre, tutta merce fina, anche aromi… impara una quantità di cose dotte”, e quando sarai arrivato ad Itaca capirai che è stato importante il viaggio e non la meta. Ulisse giunto finalmente ad Itaca, riparte. Per noi uomini comuni, la vita è tutto ciò che ci fa viaggiare ed il viaggio stesso, i dolori della nostra anima ed il piacere della conoscenza, come profumo, quintessenza dell’esistenza. Questo è ciò che accomuna l’essere poeta e l’essere pittore, l’essere colui che nello stesso tempo esprime il bisogno della quotidianità e la necessità del sogno. Come con le parole, la poesia ci ha indicato il senso della vita come viaggio, lo stesso è avvenuto in pittura, dove attraverso il colore, l’artista compie il suo viaggio. Esempio drammatico ed epico di questo viaggio è stata la vita stessa di Van Gogh.. Sorge allora spontanea la domanda: cos’è l’immortalità nell’arte? L’immortalità è sicuramente in primis quella delle emozioni, è l’urlo di Munch che diventa l’urlo dell’umanità sofferente. L’immortalità è la vita che diventa sogno. “.. La vita è un brivido che vola via -è tutt’un equilibrio sopra la  follia! “. Questa canzone di Vasco Rossi è poesia. La canzone di un cantautore è poesia. Come a dimostrare che soprattutto i giovani amano e si nutrono di poesia perché amano le canzoni. Rainer Maria Rilke, viaggiatore, poeta sublime che componeva elegie, passeggiando sulle bianche falesie di Duino, scrisse in un’opera cosiddetta minore “Lettere ad un poeta” alcuni consigli da dare ai giovani poeti, perché al di là della data anagrafica, un poeta rimane sempre giovane!


 La poesia “Dopo i saluti” pag. 32 prima terzina: ”Dopo i saluti e gli abbracci/ conditi di lacrime/ se parti o se resti… sei solo”. Sosteneva il Rilke che ogni opera d’arte rappresenta l’unicità di un evento ed esprime la solitudine dell’autore, a volte la disperazione. Bisogna avvicinarsi ad un’opera d’arte in un modo semplice ed intenso, come si cercano gli amanti: opera d’arte e fruitore, direttamente senza mediazione alcuna! E questo è verissimo perché la chiarezza e l’intensità dell’atto creativo, come quello della comprensione, è un atto di puro soggettivismo interiore. Dicevo come amanti, per il coinvolgimento totale, perché diceva Rilke “l’esperienza artistica è così incredibilmente prossima a quella sessuale”. Infatti, anche l’esperienza sessuale, quale esperienza corporea è una esperienza dei sensi, di tutti i sensi. “…è una esperienza grande e senza fine che ci è data, una conoscenza del mondo, la pienezza e lo splendore di ogni conoscenza. “. Quando ascoltate una poesia o, meglio ancora ammirate un quadro io da pittore, devo suggerirvi di guardare quell’opera con occhio avido, attentamente e con Amore: incontratela se vi riesce, come l’amata, l’amato. Concetto espresso da Alda Merini: la poesia si identifica con l’amore tout-court. La concezione che sta alla base della sua visione poetica è una concezione panteista: tutto è alimentato dall’unica divinità, quinta essenza dell’uomo e dell’universo: l’amore! L’amore, per la Merini è una coperta avvolgente larga quanto il cielo ” A volte Dio / uccide gli amanti / perché non vuole / essere superato in amore”. Tutto è alimentato dall’amore che come lievito permea ogni singola esistenza. “Dio: si indigna del nostro piacere e sconvolgiamo/la terra, dibattendoci come due rettili infami/ mentre perdiamo l’anima”. Questo è quello che ne viene fuori dall’opera più bella ed immediata che della Merini, io abbia letto: “folle, folle, folle di amore per te”. Con la poesia si può morire, nel senso che non si vende, ma è anche vero che di poesia si vive. Con la poesia e l’arte in generale ci si può ammalare, ma a noi invece interessa edonisticamente il valore terapeutico. Il poeta spagnolo Jimenez scrive il suo Platero a Moguer 86 in Spagna, dove si era rifugiato in seguito ad una grave crisi depressiva e lì si riconcilia col mondo. Ecco un esempio di guarigione nell’esternare i propri sentimenti. Ma i sentimenti non hanno solo valenza individuale, spesso hanno significato politico nel senso che sono collettivi e sociali. Sono “le lucciole” nel senso pasoliniano, sono i valori della “responsabilità individuale” l’utopia dalla quale secondo Calvino bisognava ricominciare, sono “le verità” sempre ricercate da Leonardo Sciascia. I sentimenti sono bene espressi in poesia, perché sono come la poesia, sono la poesia. La poesia è immediata, gioca con le parole, usa le parole per prenderle in giro, per deformarle. La poesia prende in giro anche il foglio, il substrato da cui prende vita, lascia la pagina spesso in bianco, nemmeno si degna di segnarla. Lezione che ha appreso anche l’arte figurativa solo in tempi relativamente recenti. L’arte è il mezzo più elevato per tessere rapporti, a me piace pensare che ogni rapporto tra esseri umani possa essere un rapporto libero ed armonico. Libero come il movimento del fuoco ed armonico come la danza. Quindi, credo che da grande Calogero Restivo continuerà a fare tutto ciò che ha sempre fatto, in modi diversi ed anche se più lentamente, con lo stesso entusiasmo di sempre e con la stessa ingenuità, per amore del “bello”, quel bello rappresentato dai valori dell’arte poetica. Quei valori rappresentati così bene dai miti classici di Apollo e Dionisio. Come Nietzsche ce li ha indicati. Vorrei che ogni contesa, ogni lotta si concludesse senza vincitori ne’ vinti. Come la lotta tra Dionisio ed Apollo: “l’alternanza continua del pericolo e del controllo, della follia e dell’intelligenza, del desiderio e della pienezza.

“Da Piacenza a Racalmuto, il pomo dell’amore e i ragazzi con le dita tinte di rosso”, di Carmelo Sciascia

La prima fabbrica di conserva della provincia di Piacenza vedeva la luce agli inizi del Novecento, precisamente nel 1906. Nella località Ca’ Blatta, nel comune di Rivergaro, la Società Giuseppe Orsi & C. iniziava la lavorazione dell’“oro rosso”: la produzione della conserva del pomodoro. Bisogna arrivare agli anni sessanta per raggiungere il picco della produzione industriale con la Coop s.r.l. Agricoltori Riuniti Piacentini (A.R.P.). Fino a giungere ai giorni nostri dove, basta guardarsi intorno per ammirare campi sterminati della nostra pianura ricamati da un armonico intreccio di filamenti verdi e macchie rosse, quasi tele stese di un ispirato Pollock. Bene. È il caso di dire che un filo rosso, ma più che un filo, un vero fiume in piena ha unito, in questo Agosto, Piacenza a Racalmuto. Racalmuto ex paese minerario posto sull’altipiano dei monti Sicani, ha riscoperto il pomodoro e le sue qualità. Nessuna concorrenza, beninteso, sul piano commerciale ma vicinanza e condivisione di valori inerente la popolare bacca rossa, tanta condivisione. Nel caso specifico, a Racalmuto parliamo di produzione locale destinata ad un consumo prevalentemente familiare, dove la predominante caratteristica è la salvaguardia biologica del prodotto. La manifestazione del giorno della salsa faceva parte di un percorso sulla sana alimentazione, un progetto titolato ambiziosamente “Nessuno Escluso”.

Il pomodoro, importato dalle Americhe, alimento conosciuto dagli Inca e dagli Aztechi, si diffuse dapprima nel Sud Italia – in Sicilia era conosciuto come “pumu d’amuri” anche per recondite proprietà afrodisiache che gli si attribuivano –  solo dopo la spedizione dei Mille venne coltivato anche al Nord. Che coincidenza! Conosciuto come “pomo dell’amore”, il pomodoro non poteva essere celebrato che in una location che ricordava proprio l’Eden, il Paradiso Terrestre prima del peccato originale. Tant’è che le casse di pomodoro si assiepavano in un verdeggiante giardino con il terreno cosparso di gialla paglia che rimandava all’aia delle masserie. L’innocenza del nostro Paradiso era rappresentata da una moltitudine di bambini che seguivano i lavori di trasformazione del frutto, sporcandosi le mani di rosso ed imbrattando i vestiti con i tanti semini che schizzando aderivano alle magliette e disegnavano nuove costellazioni, cosicché man mano andavano avanti i lavori, universi sconosciuti si andavano disegnando. Questo Eden era il Giardino “Ad Maiora”, un centro ricreativo e culturale per ragazzi creato da una energica e preparata educatrice: Maria Mulè.  L’iniziativa è stata ancora più meritevole d’attenzione perché concludeva un percorso, l’African-Camp, durato due mesi, un viaggio alla scoperta del continente africano, della sua cultura, dei suoi colori, dei suoi suoni. E tutti noi sappiamo bene come serva tanta conoscenza per superare la diffidenza verso altri popoli, passo indispensabile per una integrazione necessaria, per una buona convivenza in una società multietnica come è diventata la nostra.

Numerosissime le varietà di pomodoro, circa duecento. Tutti conosciamo la varietà più diffusa nelle coltivazioni piacentine, qualità con una buona resa come il “Caliendo”, coltivato perché esprime al meglio le sue potenzialità in campi irrigati. All’opposto in Sicilia vengono coltivate varietà “siccagne”, piante che non hanno necessità di apporto idrico, è infatti cronica la mancanza d’acqua in molte zone agricole (e non solo).

Per il giovedì delle comari il piatto tipico dei racalmutesi sono i cavati fatti in casa conditi con sugo di pomodoro, salsiccia, patate, carne di maiale e polpette

Il deus ex machina dell’iniziativa va individuato nel “contadino” Lillo Bio. All’anagrafe Calogero Alaimo Di Loro presidente dell’Associazione Culturale Humus. Già noto a Piacenza perché divulgatore del prototipo EIOVI, progetto sulla biosostenibilità nella gestione della vite, sviluppato dall’ Università Cattolica di San Lazzaro in Piacenza, come riportato dal quotidiano Libertà del 24/3/2014 e dal libro “2014” di C. S.  

Piacenza e la Sicilia, un inscindibile binomio culturale che si esprime, come ogni volta ci è dato sottolineare, nelle più alte e svariate manifestazioni civili e religiose. Sulla polpa fresca come sulle conserve del pomodoro crudo sappiamo quasi tutto, quello che molti non sanno è il procedimento con cui si lavorava il pomodoro a secco, quello che potremmo paragonare al concentrato.

Come per la coltivazione del pomodoro nella pianura Padana si fa un uso costante della risorsa idrica, così in Sicilia per la conservazione a secco si ricorre alla risorsa più naturale a disposizione, il sole. Tant’è che “l’astrattu” si può definire un elioconcentrato. Il pomodoro una volta bollito e ristretto in un pentolone, passato a setaccio, si stende poi su una “tela”, una vera e propria tela di cotone sostenuta da una cornice di legno: un supporto degno di un vero capolavoro artistico. L’impasto cremoso della salsa, esposto al cocente sole estivo, viene girato con un cucchiaio molte volte, fino a raggiungere una consistenza tale da potere essere conservato in un barattolo o in appositi recipienti in ceramica e coperto da un filo d’olio d’oliva che ne preserva la fragranza. Era un rito. Un rito che è stato ripetuto. D’altronde, la sacralità era propria di ogni attività stagionale che si svolgeva nella scomparsa civiltà contadina.

Abbiamo parlato di pomodoro, di economia, di produzione biologica. Di tradizioni e di storia. A dimostrazione delle connesse attività umane e delle reciproche interdipendenze. Tutto per lanciare un chiaro messaggio alle presenti e future generazioni: bisogna preservare la natura. Gli elementi naturali che la compongono: l’acqua, il sole, la biodiversità. Senza una sana educazione alimentare ci si ammala e si sperperano risorse, questo il messaggio che spero sia stato raccolto e fatto proprio dai ragazzi presenti e stante le loro mani tinte di rosso ed i loro grembiuli imbrattati credo l’abbiano capito.

 

“Cancellata qualsiasi traccia delle peculiarità dalle quali è derivato il toponimo di Placentia”: si conclude il viaggio tra le frazioni di Piacenza di Carmelo Sciascia

Si potrebbe dire che Piacenza ha voltato le spalle al Po come le ha voltate a tante frazioni sulle quali ha aggiunto continue servitù, lapalissiano il caso del Capitolo! Altre frazioni già lontane ed isolate, sono state allontanate dai servizi ancor più di quanto lo fossero state per loro collocazione geografica, come il caso de Ivaccari, di Borghetto o di Mortizza.

Qualcuno ha avanzato l’ipotesi di spostare il tracciato delle autostrade per avvicinare la Città al suo fiume, o di spostare il tracciato dell’Alta Velocità per non allontanare le frazioni alle città. Sono proposte equiparabili a quella avanzata in una trasmissione televisiva dove si proponeva di “tagliare” le Alpi per evitare il formarsi della nebbia nella Pianura Padana.

Oramai queste opere è evidente che non possono essere più “deviate”, il tracciato come il destino è immodificabile. Bisognava pensarci in tempo, essere un po’ più lungimiranti sugli effetti che avrebbero avuto questi manufatti sul territorio. Nel caso dell’Alta velocità addirittura la ricaduta sulla città, in termini di trasporti e mobilità, è stata inesistente!

Si sa, è inutile piangere sul latte versato, comunque è logico che se sulle divine cose non ci è dato intervenire, sulle umane sì, soprattutto quando delle idee ci sono. I vari comitati che si sono formati, che si sono sciolti o che imperterriti (come quello de Ivaccari) da decenni continuano ad operare sul territorio, ne hanno avanzate tante. Dalle piste ciclabili e pedonali sicure, come sistema primitivo ed essenziale di collegamento con la città, alla richiesta di verdi spazi aperti come luoghi di aggregazione per giovani ed anziani, a strutture per attività assistenziali e ludiche – locali inutilizzati ce ne sono -. Servizi navetta che assicurino un collegamento continuo, tra le frazioni e tra queste e il centro cittadino. Favorire punti vendita o vendite ambulanti, con un sistema di esenzioni fiscale e di incentivi per quanto di competenza degli Enti Locali. Favorire la formazione di cooperative giovanili che possano supportare le esigenze di una popolazione sempre meno autosufficiente e sempre più isolata e sola.

Le Amministrazioni dovrebbero prestare più attenzione alla collocazione di attività produttive, soprattutto a quelle che, con le loro opere effettuano rilevanti trasformazioni ambientali sul suolo, come le attività estrattive che trasformano la pianura in una “regione di grandi laghi” (tra Mortizza e Roncaglia) o la lavorazione di inerti in golena (argine del Po, direzione est). Maggior controllo sugli insediamenti industriali che incidono sulla qualità dell’aria con le loro emissioni. Controllo su tutte quelle attività che comunque generano un indotto più che economico-occupazionale, dannoso per la collettività, generando un danno irreversibile alla salubrità dell’aria e conseguente danno per il sistema respiratorio dell’uomo.

L’isola di Lussino

Tutti conosciamo la storia de “L’uomo che piantava gli alberi” del francese Jean Giono, una storia forse inventata ma verosimile, tant’è che nell’ isola di Lussino in Croazia, un certo signor Ambroz Haračić, da pensionato, piantando tanti pini marittimi, ha trasformato la pietrosa isola in un meraviglioso e verde luogo turistico, quale oggi lo conosciamo. Una storia francese, una storia reale croata. (Avrà a vedere qualcosa col risultato finale del campionato del mondo di quest’anno? la Francia Campione del Mondo e la Croazia, seconda?).

Si potrebbe iniziare anche da noi. La Pianura Padana è stata desertificata, un’agricoltura intensiva ed estensiva hanno cancellato qualsiasi traccia di quei boschi che erano stati uno dei motivi cui è derivato il toponimo di “Placentia”. Nell’area golenale unica alberatura quella della coltura dei pioppi, destinati comunque ai previsti tagli periodici. Isolare tutte le vie di comunicazioni, strade, autostrade e linee ferrate, con delle bordure di alberi, ne basterebbero pochi filari, migliorerebbe l’estetica del paesaggio e la sostanziale pulizia dell’aria. Anche i sotto viadotti che circondano la città ed attraversano le frazioni potrebbero essere comunque utilizzati anziché abbandonati a depositi improvvisati ed invasi da sterpaglie.

Le boschine del Po

Come si può vedere la soluzione al miglioramento della vivibilità delle frazioni è connesso al miglioramento generale della città. Alcune scelte sono connesse ed interscambiabili. Caso emblematico la richiesta da parte della cittadinanza di far dell’area della Pertite un Parco Pubblico, utile alla frazione di Sant’Antonio e nello stesso tempo un polmone verde per la città intera.  Nella stessa area si era affacciata l’ipotesi di potervi costruire un nuovo ospedale, adesso sembra un’idea accantonata, ma non credo definitivamente, è necessario sempre un’attenta vigilanza da parte dei cittadini, di quei cittadini che in tutti i modi si sono mobilitati per potere acquisire un’area verde così importante per tutta la città. A proposito di sanità e di presidi, come la mettiamo con la loro quasi totale assenza nelle frazioni?

Per finire: siamo sicuri che il fegato etrusco, vanto del nostro museo, sia uno strumento usato dagli aruspici per le divinazioni? Secondo l’architetto Franco Purrini il fegato riproduce le mura di Roma, a ben vedere, per rimanere coerentemente in ambito locale (non a caso è stato ritrovato nella nostra provincia), sembra somigliare alle numerose frazioni piacentine, attraversate da un groviglio di vie (stradali, autostradali e ferroviarie) e da inconsapevoli corsi d’acqua!

 

“Piccole borgate cariche di storia e vita trasformate in eleganti dormitori o luoghi pieni di inquietanti presenze produttive”. Continua il viaggio tra le frazioni piacentine a cura di Carmelo Sciascia

Contrariamente a quanto sostenuto da Rousseau che la migliore abitudine è il non contrarne alcuna, tutte le Amministrazioni che si sono succedute negli ultimi trent’anni, forse anche più, sono state caratterizzate, come già precedentemente scritto, dalla classica verità, non scritta, né pensata, ma realizzata: promesse prima delle consultazioni, latitanza dopo l’insediamento. 

Quanto scritto finora sulle frazioni piacentine è semplicemente un’epitome. Non una trattazione completa sulla realtà socio-economica delle borgate, né tanto meno vuole essere un dettagliato atlante storico-geografico. È un compendio di ciò che si è letto, ma soprattutto di ciò che si è visto, avendo vissuto in alcune frazioni come residente, visitandone altre come curioso di questa nostra Città. Queste riflessioni sulle frazioni sono come intervento giornalistico anche troppo lunghe e dettagliate, troppo brevi per essere una esposizione esaustiva, sono tutt’al più un compendio che indica al forestiero (ed all’autoctono), quali e quante sono le frazioni di piacenza e qual è la loro caratteristica collocazione sul territorio. Il tutto è stato shakerato con qualche notizia sulla loro genesi storica e sullo sviluppo abitativo. Perché se è vero che lo spazio urbano è il risultato di una stratificazione storica, è anche vero che la pianificazione urbanistica ne qualifica la disposizione abitativa. E la pianificazione urbanistica è stata determinata da una volontà politico-amministrativa che non sempre ha tenuto conto delle esigenze delle periferie. 

Molti terreni agricoli delle periferie sono stati trasformati negli anni in aree edificabili, con considerevole movimentazione finanziaria (costi dei terreni, costi di fabbricazione, costi di urbanizzazione). Si sono così realizzati nuovi isolati agglomerati urbani a ridosso delle già isolate frazioni. Le piccole borgate, cariche di storia e di vita, avevano storicamente svolto una funzione precisa e rappresentato soluzioni ai problemi di una collettività preminentemente agricola ed artigianale. La nuova e rilevante presenza umana ed industriale, negli ultimi decenni del secolo scorso, ne stravolgevano la struttura abitativa e sociale, nuove frazioni si accostavano a quelle già esistenti, contemporaneamente imponenti attività industriali si inserivano nel già variegato tessuto extraurbano. 

Ogni frazione aveva un centro, una chiesa, dei negozi, delle scuole, erano tante comunità autosufficienti, tanti piccoli realtà paesane. Poi si affermò il principio che continuare ad avere tanti centri non andava bene perché erano realtà vetuste e dispendiose, realtà antistoriche da modernizzare. Lo slogan “Tanti centri, una città” divenne: tante periferie un solo centro, quello storico, il centro storico della città! Le frazioni allora vennero svuotate e private di tutte quelle strutture che le rendevano realtà vive ed autonome e trasformate in eleganti dormitori o luoghi da ingolfare con inquietanti presenze “produttive”. La città che dopo gli anni sessanta aveva voltato le spalle al fiume più maestoso d’Italia, voltava ora le spalle al suo passato: le frazioni anziché divenire parte integrante ed effettiva della città, venivano emarginate, diventavano aree funzionali a fornire ricchezza per la produzione industriale prima, aree per capannoni della logistica poi. Un’area, ad esempio come Le Mose, centro abitato più di seimila e cinquecento anni fa, ingabbiava o cancellava la propria peculiarità storico-monumentale (dai luogo di culto, alle testimonianze archeologiche, dalle cascine alle residenze signorili) per divenire un’anonima area di capannoni prefabbricati privo persino di qualsiasi punto vendita delle stesse attività commerciali: “a Piacenza non ci sono negozi Ikea” (così riporta il sito ufficiale della catena svedese e così è, anche se rimane il più grande centro europeo di smistamento della stessa holding!).

La superfice occupata supera quella di tanti Comuni della nostra Provincia. Non credo che la ricaduta in termini economici sulla collettività sia superiore ai costi che la stessa deve sopportare per traffico, inquinamento, degrado ambientale. Non mi risulta ci siano nella stessa frazione giardini, parchi, verde ed illuminazione, decentramento dei servizi, l’insieme di quelle strutture che tendono a migliorare la qualità della vita e ricompensare in qualche modo dei disagi patiti dai residenti. Anzi, ogni tanto, come una spada di Damocle sulla testa degli abitanti di altre frazioni attigue, come ad esempio Roncaglia, si affaccia la minaccia dell’estensione dell’area preposta alla logistica. La logistica era stata presentata una prima volta come un’occasione imperdibile di crescita per tutta la Città, un polo di alta tecnologia e di ricerca specialistica che avrebbe dovuto porre al centro una crescita costante delle nostre strutture scolastiche e universitarie. 

Come il sistema politico inglese che nonostante l’alternanza tra conservatori e liberali ha comunque mantenuto nel tempo la stessa politica economica interna e la stessa politica estera espansionistica, così è avvenuto nel tempo con le nostre amministrazioni cittadine: ad una iniziale presa di distanza dell’opposizione, seguiva poi nella realtà, quando raggiungevano la maggioranza, il proseguimento della stessa politica territoriale delle forze che erano già state, prima di loro, al governo della città: è avvenuto con Borgo Faxhall, con la logistica, come per la politica nei riguardi delle frazioni. 

Agosto 2017: il Sindaco Patrizia Barbieri all’incontro con le frazioni di Pittolo e La Verza: “nel 2018 realizzeremo una rotatoria tra la statale 45 e l’ingresso di Pittolo in via Galilei”. 11 mesi sono passati, ancora disponibili 5 mesi.

Ad onor del vero, gli incontri, prima come candidati e poi come sindaci, da parte degli amministratori della Città, ci sono sempre stati. Ad inizio millennio nelle “prime dieci cose importanti da fare” ci doveva essere anche la soluzione dei problemi delle frazioni. Oggi si attendono fatti concreti come riscontro a “subito delle risposte” di chi, per ultimo, ha programmato un mese di incontri con le borgate. Di libri se ne sarebbero potuti scrivere tanti quanti sono state le tornate elettorali per l’elezione del Sindaco a Piacenza. Tanti incontri che avrebbero comunque evidenziato sempre le stesse cose: mancanza di piste pedonali e ciclabili, cioè collegamenti sicuri per poter raggiungere il resto della città; mancanza di luoghi di aggregazione per giovani ed anziani, pur non mancando in loco edifici pubblici lasciati chiusi o abbandonati all’incuria; mancanza di giardini, parchi, aree verdi. Uniche frazioni ad avere una struttura scolastica pubblica funzionante sono Gerbido con la sua scuola materna circondata dal verde e Mucinasso che ha avuto un glorioso passato di sperimentazione pedagogica. Dovrebbe essere un dato logico che ogni frazione avesse un Ufficio Postale o comunque un Terminale Finanziario, invece a noi sembra paradossale che una delle più piccole frazioni Gerbido, oltre ad avere una scuola possa avere anche un ufficio Postale (anche se aperto a giorni alterni). La soluzione potrebbe essere l’istituzione di un Ufficio Postale Mobile, che potesse una volta a settimana, garantire presenza e servizi, ad ogni frazione. Di Paradossi le frazioni ne possono sfoggiare tanti, trattasi purtroppo di contraddizioni reali, non filosofiche come i famosi paradossi di Zenone, conosciuti da ogni studente liceale.

L’unica richiesta che negli anni era stata avanzata dagli abitanti di Gerbido, era stata di attrezzare una piccola area verde, già disponibile nel centro della frazione, naturalmente non ha avuto seguito.
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Aree verdi attrezzate, giardini, parchi, piste pedonali, piste ciclabili, ufficio postale mobile, luoghi di aggregazione per giovani e anziani utilizzando edifici pubblici in stato d’abbandono: sono i sogni delle nostre frazioni ridotte a semplici dormitori abbandonati

 

 

“Da Montale a San Lazzaro passando per Ivaccari: prosegue la storia delle nostre frazioni”, a cura di Carmelo Sciascia (4^ puntata)

Prosegue il tour tra le frazioni piacentine: quanti sapevano che a Montale esiste un Ostello? Intanto: per le precedenti puntate clicca qui per la 3^ dove trovi le indicazioni anche per le 2 precedenti

Montale è stato, delle frazioni cittadine, il luogo tradizionale di sosta di numerosi pellegrini in transito sulla via Francigena. Non a caso persiste una costruzione risalente all’ XI secolo: unico Ospitale superstite! Dal 1032 è ancora aperto e funzionante, sulle vie del pellegrinaggio religioso, raro, se non unico esempio, l’ostello di San Pietro a Montale. Di ostelli Piacenza e dintorni ne contavano in epoca medioevale più di 31 sicuramente, qualche fonte afferma essercene una quarantina. Molte sono le frazione che hanno la stessa denominazione, soprattutto nel centro Italia. Montale, quartiere della Città più che frazione, è un rettangolo dove i lati maggiori sono costituiti dalla linea ferroviaria e dalla via Emilia, i lati minori dalla tangenziale e dal Nure. Tolte le poche residenze che costeggiano a destra l’antica via Emilia, il più delle costruzioni sono conformi villette a schiera. La frazione dalla città è stata prima separata costruendo la Tangenziale, poi involontariamente riallacciata con la costruzione di nuovi centri commerciali. Diversamente dalla volontà Divina, ciò che l’uomo separa, l’uomo può riunire. Infatti punto di raccordo con il resto della città sono diventati proprio i nuovi centri commerciali. Una contraddizione in termini avrebbe sentenziato Marc Augé: un non luogo, il centro commerciale privo di identità storica, avrebbe messo in relazione alla città una frazione con peculiari caratteristiche antropologiche.

Dovendo parlare di Ivaccari, credo sia legittimo un dubbio amletico: il non sapere se inserire Ivaccari tra le frazione di Piacenza o come località del Piacentino, cioè una delle tante località della Provincia. Infatti, alcuni la inseriscono tra le frazioni, come amministrativamente corretto (vedasi il già citato “Le frazioni di Piacenza” di Mauro Molinaroli), altri come Aldo Bertozzi, la inseriscono tra gli “Altri luoghi non comuni del Piacentino”.  Anche la toponomastica non ci aiuta molto, essendo ambivalente: può scriversi I Vaccari separato o Ivaccari tutto unito. Comunque sia, basta intendersi. Pur giocandosela sulla distanza col centro della Città, con qualche altra frazione, Ivaccari dà la sensazione di essere la più distante di tutte. Non è sulle principali vie di transito, è una località posta tra la via Farnesiana e la via Emilia Parmense e confina con i comuni di Pontenure e San Giorgio. Due le presenze storiche rilevanti: la chiesa di San Martino al Nure (trecentesca, ricostruita nel XVI sec.), ed il palazzo Radini Tedeschi del XVII sec.  oggi annesso alla Casa del Fanciullo fondata da padre Gherardo. Anche qui due nomenclature per ogni edificio: la chiesa di San Martino è citata anche come Beata Vergine della Cintura, il Palazzo Radini Tedeschi col nome dei Conti Douglas Scotti di Vigoleno primi proprietari. 

La biblioteca del Collegio Alberoni a San Lazzaro

Un caso a parte il destino capitato a quella parte della città che prende il nome dall’ Ospedale per i lebbrosi dedicato a San Lazzaro. San Lazzaro, comune fino al 1923, è l’unico esempio di integrazione con la città, per la vicinanza e per la successiva presenza di un Collegio quale l’Alberoni. Dal Collegio Alberoni, fondato nel 1751, sono usciti personaggi come Gian Domenico Romagnosi e Melchiorre Gioia, ben cinque Cardinali tra cui il segretario di Stato Agostino Casaroli. Nella Pinacoteca è conservato il famoso “Ecce Homo” di Antonello da Messina, il più intenso e drammatico capolavoro dell’artista siciliano. La presenza dell’Università Cattolica e dell’Ente Fiere hanno completato l’opera di integrazione al tessuto cittadino. Da libero Comune di confine (con Rimini delimitava la via Emilia) a periferia di città. Resto dell’avviso che sarebbe stato meglio fosse rimasto un libero comune che periferia cittadina. – Malo hic esse primus quam Romae secundus -.

Ripulitura da parte di volontari dell’area verde che sarebbe in seguito diventato il ‘giardino di Tino il Marziano’, all’anagrafe Ernesto Maestroni

Non ho finora parlato dei personaggi delle varie frazioni ed alcuni lo meritano sinceramente, basti pensare al “Tinu al luc” all’anagrafe Ernesto Maestroni, di Tobruk: «Diceva di essere in contatto con gli extraterrestri – scrivono Maurizio Sesenna e Bruna Milani nel commovente “ricordo a più voci” intitolato “Al Tinu” – ma forse intuiva che gli alieni eravamo noi». Aveva la sua base logistica nella frazione ma comunicava con l’intero universo attraverso fili e transistor che assemblava come strampalate sculture che poi così insolite non l’erano se oggi noi spesso le ammiriamo in certe esposizioni di arte plastiche contemporanee. È meritevole l’avere pensato di dedicargli un’area verde a Borgotrebbia, proprio quest’anno, da parte di un gruppo di volontari della frazione che di quel verde se ne sono fatti carico, rendendola fruibile alla cittadinanza.

La festa della mietitrebbia promossa da Antonio Marchini a Bosco dei Santi di Mortizza

Non ho parlato di Antonio Marchini, agricoltore ed organizzatore di eventi. Il suo recitare “barzellette” è un fine poetare, che si esprima in lingua o in vernacolo. La risata finale è garantita, ma dietro ad ogni storiella allegra c’è sempre un’amara riflessione sulla realtà politica e sociale contemporanea. È stato l’ideatore del tendone di Mortizza, una struttura smontabile come un tendone da circo, che fino a qualche anno fa animava una periferica frazione, ponendola al centro non solo di Piacenza, ma d’Italia. Oltre a Sindaci, Prefetti, erano presenti Primari di Presidi Ospedalieri di varie regioni, Direttori di testate giornalistiche, Politici e Cardinali, Ministri della repubblica. Mortizza diventava, come il mondo piccolo di Guareschi, l’ombelico del mondo. Creatore dell’associazione “La mietitrebbia” che intendeva valorizzare, partendo dalle macchine agricole, lo sviluppo dell’agricoltura, è stato protagonista insieme al cardiochirurgo Mario Viganò dell’annuale premio “Cuore d’oro città di Piacenza”. Tutte le premiazioni terminavano infine con una popolare, tradizionale ed abbondante cena nei locali della Canonica della Chiesa di Santa Maria Nascente di Bosco dei Santi. Se è vera l’affermazione del Guareschi che il Po inizia a Piacenza, allora sarà vera l’affermazione che il Cavaliere Antonio Marchini da autentico emiliano, potrebbe ben figurare solo nelle storie del mondo piccolo di Giovannino.
Cavaliere sì, perché Antonio Marchini  ha ricevuto l’onorificenza dal presidente della Repubblica  Oscar Luigi Scalfaro nel 1998.

Mirta Quagliaroli insieme a Silvana Gnecchi e Gloria Luzzani, candidate consiglieri della lista 5 Stelle Piacenza nel 2012, incontrano Cesare Fadda, Comitato pro Ivaccari e Mucinasso

In data 27 dicembre 2006, riceve la stessa onorificenza il ragioniere Cesare Fadda: Cavaliere al merito della Repubblica Italiana. Non si può parlare di frazioni e non citare Cesare Fadda. L’onorificenza gli è stata conferita dal Presidente Giorgio Napolitano per essersi distinto proprio nell’impegno profuso per migliorare le condizioni di vita delle frazioni oltre che promuovere diverse iniziative benefiche. La coerenza del personaggio può essere colta nella motivazioni della sua decisione a non ritirare il Riconoscimento come protesta per la mancanza di volontà politica a risolvere i problemi delle frazioni. Attivo nella frazione già dal 1975, ideatore e creatore del Comitato di cittadini Ivaccari nel 1990, ha costituito nel 2004 il Comitato “Pro Ivaccari – Mucinasso”.  Gli Uffici del Comune credo siano colmi delle sue lettere, delle sue petizioni e si conoscano i suoi numerosi interventi in tutte le pubbliche assemblee cittadine. Non a caso è stato citato in diverse pubblicazioni che di frazioni e di luoghi del piacentino si sono occupati. Qualche testo ha anche riportato infatti le sue osservazioni sulle criticità delle frazioni e le proposte avanzate per la soluzione dei relativi problemi. È un referente sicuro (oltre che Cavaliere è stato anche un Ufficiale dell’Esercito) per chiunque voglia documentarsi sulla storia delle Amministrazioni che si sono succedute negli ultimi trent’anni: delle loro promesse prima delle consultazioni e della loro latitanza dopo l’insediamento!
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“Buon 2018 di accoglienza, protezione, promozione ed integrazione a tutte e a tutti!”. È l’augurio che le monache Carmelitane di San Lazzaro (Piacenza) hanno inviato at urbi et orbi

 

“Da Roncaglia a Borghetto passando per Gerbido e il Capitolo: prosegue la storia delle nostre frazioni”, a cura di Carmelo Sciascia (3^ puntata)

Roncaglia ( per i romani ‘runcalis ovvero luogo umido’): l’alluvione del 2015

Roncaglia, frazione lontana dal centro, di confine e dalle mille contraddizioni, ad iniziare dal nome. Tanto lontana da essere stata una specie di comune (Mairie) dal 1806 al 1821, grazie ad un decreto napoleonico.  Il termine Roncaglia può avere un’origine celtica da “run” collina o derivare dal termine romano “runcalis” luogo umido. Considerato il territorio di cui stiamo parlando, il cuore della pianura attraversata dal Po e dai suoi affluenti, è più logico accogliere la seconda, anche se l’uno non esclude l’altro, la toponomastica è spesso sovrapposizione di termini e significati, elisione e troncamento. La toponomastica latina trova maggiore giustificazione storica essendo una località attraversata proprio da una delle maggiori vie di comunicazione romane: la via Postumia che collegava Genova ad Aquileia. Altra contraddizione ritenerla la Roncaglia delle Diete. Quelle per intenderci che vanno dal 1154 al 1158. Nulla di più falso. L’unico territorio piacentino interessato dalle Diete del Barbarossa è Cotrebbia, dove sorgeva il monastero benedettino di San Pietro, come è ben testimoniato dall’opera di Fabio Bianchi: “Cotrebbia – Origine e storia di una comunità – “. Che dire di questa frazione di confine? Che è percorsa incessantemente da un traffico automobilistico e di autoarticolati, essendo attraversata dalla SP10? Di essere in prossimità della A21? Di soccombere alle esondazioni fluviali, come avvenne nel 2015? Ma di tutto questo parleremo in seguito, come anche della continua minaccia di essere invasa da un allargamento della logistica.

Gerbido: veduta del centro

Gerbido, tra le frazioni rimane la più anonima, condannata a non avere avuto mai una sua personalità giuridico-amministrativa, è sempre stata una frazione. Prima di Roncaglia (1812-1821), poi di Mortizza (1821-1923), infine di Piacenza dal 1923 a oggi. Anonima nella stessa imprecisa denominazione topografica. Nessuna certezza nemmeno su due colonne di granito che potrebbero essere collegate alla “Tagliata” che proteggeva il Castello di Pier Luigi Farnese che da tempo sono posizionate all’ingresso di un giardino a Gerbido, come riportato dall’articolo di Renato Passerini del 2 giugno c.a. La tagliata non arrivava certamente fino a Gerbido, ma lì potrebbero essere state trasportate. 
Ha chiuso i battenti la vecchia cooperativa ed il negozio alimentare. Chiusa la scuola elementare. Rimane la scuola materna, attrezzata e immersa nel verde e L’Ufficio Postale aperto però solo a giorni alterni. Unica nota positiva della frazione l’avere dato i natali, negli anni novanta, al coro “La Perfetta Letizia”. Adagiata su una striscia di terra che va dall’inceneritore, all’Autostrada, pardon alle autostrade la A21 (Torino-Brescia) e la A1 (Autosole), potrebbe essere considerata un simbolo dello sviluppo della Bassa, dove più la volontà che la realtà ne permettono la sopravvivenza. 

Antica Cascina Ostello di Borghetto

Borghetto, piccolo borgo lontano dalla città, è stata separata da qualsiasi altro centro abitato, allontanata quasi dal centro cittadino al di là di quanto la distanza reale ci faccia pensare. Frazione delimitata dalla via Emilia, dalle linee ferroviarie (la Milano-Bologna e la Piacenza-Cremona), dal torrente Nure, dalla strada provinciale 587 che porta a Cortemaggiore e dulcis in fundo attraversata dall’Alta Velocità. A proposito della valutazione dell’impatto ambientale previsto dalla legislazione vigente in materia di nuovi interventi edilizi, è significativo il caso della villa Radini Tedeschi, edificata nella seconda metà del XVII secolo, sottoposta a tutela della Soprintendenza, è stata attraversata proprio dalla nuova linea ferrata. Nel corso dei secoli è stato fatto di tutto per allontanarla dalla città. Ad onore del vero un tentativo di omologazione alla città è avvenuto: l’intervento di Alessio Tramello (l’architetto di Santa Maria di Campagna) che ha nel Settecento modificato la chiesa di San Giacomo Maggiore risalente al 1309!  

Una protesta degli abitanti del Capitolo

L’origine storica del Capitolo può farsi risalire alla realizzazione del cimitero in seguito alle Leggi napoleoniche. La chiesa di Santa Maria del Suffragio che sorge nell’area cimiteriale nobilita storicamente la frazione essendo stata costruita per volontà di Maria Luigia d’Austria e progettata dall’architetto Lotario Tomba.  Ovunque a Piacenza si nota la presenza di Lotario Tomba che è intervenuto, con la sua opera, sui più noti monumenti cittadini, da Santa Maria di Campagna a San Giovanni in Canale, dal Palazzo del Governatore al Teatro. Come non era riuscito Alessio Tramello ad avvicinare Borghetto alla Città, nonostante il suo intervento nella chiesa di San Giacomo, lo stesso dicasi per Lotario tomba: il Capitolo era e rimane una realtà lontana e diversa dal Centro cittadino. In questa frazione insistono tante realtà produttive che, se da una parte arricchiscono il tessuto economico della collettività, dall’altra scaricano sulla frazione stessa tutte le conseguenze negative. E non sono poche! Dalla Cementirossi alla Safta, dalla Finarda all’inceneritore, dall’autostrada alla Caorsana e dulcis in fundo: la logistica. Di tutto questo ne parleremo in modo più dettagliato in seguito. Adesso credo possa bastare, per chi non conosce bene il territorio, questo breve compendio riassuntivo.

Santa Maria delle Mose

Potrebbe sembrare ad un primo sguardo che la frazione di le Mose possa essere sorta intorno alla chiesa di San Giorgio Martire. Luogo di culto in bella vista che si affaccia sulla caorsana, la SS 10. Ma così non è. Potrebbe sembrare che possa essere sorta intorno alla chiesa di Santa Maria delle Mose, chiesa di origine romanica, ricostruita nel XV secolo. Ma così non è. La frazione potrebbe sembrare essere sorta intorno alla cascina San Savino, bene vincolato ma oramai fatiscente rudere abbandonato a se stesso. Ma così non è. Le Mose potrebbe avere origini coeve alla stessa città di Piacenza. Ce lo testimoniano i resti di una fornace romana, visibile dagli Uffici delle Dogane. Ma così non è. La verità è che la frazione di le Mose c’era già come centro abitato più di seimila e cinquecento anni fa. Ce lo testimoniano le ventisei tombe portate alla luce durante gli scavi per la realizzazione del capannone dell’Ikea. I resti rinvenuti fanno parte del Museo archeologico di Palazzo Farnese. Il sito credo sia stato cancellato! Riepilogando potremmo dire che pur essendo stata la più antica frazione di una città, che probabilmente non c’era ancora, è finita per esserne diventata la periferia più anonima e malsana. Logistica, Autostrade, strada Caorsana, insediamenti industriali (Astra, Mandelli), ex Ente Mostre oggi Piacenza Expo, il Palabanca, sono realtà che hanno reciso qualsiasi legame con la storia, antica e nobile, della frazione col proprio passato, facendola diventare, tra l’altro, un crocevia di degrado morale, che avrebbe fatto impallidire perfino gli autori dell’Enfer de la Bibliotheque National di Parigi!
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Per le precedenti puntate clicca qui e qui

Il ponte ferroviario sul Po dell’Alta Velocità, notturno, olio su tela di Carmelo Sciascia

 

“Da Sant’Antonio a Quarto, continua il viaggio nelle frazioni piacentine (2)” a cura di Carmelo Sciascia

Sant’Antonio, frazione di Piacenza

Se è vero, e lo è, che diverse frazioni di Piacenza sono stati comuni autonomi, e se è vero, e lo è, che ogni comune di questa nostra terra ha una propria peculiarità, allora risulterà evidente come nel parlare di queste frazioni si dovrà fare riferimento, ogni volta, a duemila anni di storia. Se l’Italia è la terra dei campanili, Piacenza è la città delle Chiese, delle Caserme e dei Conventi. Molti di questi edifici sono sorti nelle frazioni. Borghi storici e nuove frazioni si alternano nel disegnare oggi un territorio disarmonico e variegato. Ma nel complesso armonico nella sua disorganicità. Anche perché mentre le altre città hanno delle periferie frutto di un’espansione edilizia a macchia d’olio, costituita tutta da nuovi insediamenti, più o meno popolari, più o meno residenziali, Piacenza ha una periferia costituita in gran parte da borghi antichi. Vecchi borghi dove si è continuato però a costruire: praticamente ad un nucleo storico, prevalentemente di origine medioevale, si sono alternate villette a schiera, abitazioni di edilizia popolare e residenziale. Le frazioni già periferie, sono diventate così delle periferie con l’aggiunta di altre periferie. Vediamone qualche esempio:

Sant’Antonio è un borgo nato intorno ad una chiesa fondata nel 1172, la chiesa di Sant’Antonio a Trebbia sorta accanto ad un preesistente Ospedale. Possiamo affermare che è affine storicamente a San Lazzaro anche se opposta geograficamente. Sant’Antonio si sviluppa sulla via Romea, anche se poi diventerà anch’essa via Emilia. Da supporre comunque che già in epoca romana una “statio” militare vigilava sul ponte del Trebbia. La presenza di un Ospedale fece sì che vi soggiornasse anche San Rocco, oltre a diversi ordini religiosi. Il territorio, anche per la presenza del Ponte sul Trebbia (gemello del Ponte sul Taro) ha visto il passaggio di tutti gli eserciti, dai Romani ai Francesi, dagli Austriaci ai Piemontesi. Comune per volontà napoleonica, è rimasto vivo il senso di appartenenza alla borgata. In epoca recente si è dovuta far carico di una viabilità sempre più invadente ed invasiva. Nel 1940 lo stabilimento militare della Pertite fece 47 morti, è rimasto uno dei tanti misteri italiani, oggi l’area dismessa è al centro di un vivace dibattito sulla sua destinazione di cui diremo in seguito. Stravolta nella sua originaria struttura urbanistica, la frazione, negli ultimi decenni del passato millennio, ha visto la realizzazione di una moderna e vasta appendice edilizia: che ha dapprima costeggiato e poi sorpassato la strada alla Veggioletta.

Borgotrebbia (‘Tobruk’) ai primi del 900 (foto da Piacenza Antica)

Borgotrebbia ha una sua antica storia che possiamo abbinare alla Chiesa degli Appestati, così detta perché nel seicento fu un Lazzaretto, ma era già conosciuto e frequentato centro religioso perché di transito sulla via Francigena. Dopo il primo decennio del secolo scorso nasce Tobruk, un villaggio costituito da capanne simili a tucul (tipica capanna africana), a ricordarci come la Cirenaica fosse diventata provincia del Regno d’Italia, un’esotica appendice che si svilupperà poi intorno ad una fornace di mattoni. La libica Tobruk aveva di fronte il mare, la nostrana Tobruk il Po ed il Trebbia. In tempi a noi più prossimi una serie di villette costeggiano via Trebbia e si espandono fiancheggiando l’autostrada e la ferrovia fino alla via Emilia. 

L’inceneritore di Piacenza visto dal Po, olio su tela di Carmelo Sciascia

A Mortizza, lontana borgata di pescatori, resiste all’incuria del tempo una stupenda residenza religiosa al Gargatano.  Molte testimonianze sono state rase al suolo come la chiesa di Sparavera e le antiche residenze di Bosco dei Santi, luogo di eremitaggio e carità cristiana. Sono sorte al loro posto, una serie di villette a schiera lungo l’argine che, senza una piazza dove possa svilupparsi un’aggregazione sociale ha generato una realtà anonima: una lontana doppia periferia.

Castello di Mucinasso

Mucinasso, orfana del suo antico e glorioso maniero risalente all’anno mille, è diventata una lunga propaggine della via Farnesiana, la chiesa di san Tommaso Apostolo che risale al 1537, una volta centro di aggregazione sociale è oramai chiusa.  Come la scuola di Barbiana di Don Milani aveva rappresentato per il sistema scolastico italiano negli anni ’60 una carica innovativa e piena di fermenti nuovi, così negli anni ’70 la scuola di Mucinasso si era resa protagonista, con la sperimentazione del tempo pieno, di una forte carica innovativa nel campo del sistema scolastico nazionale. Purtroppo quell’esperienza è oramai un lontano e dimenticato (ma non per tutti) ricordo. Unica innovazione dell’abitato le nuove costruzioni che ancora proseguono in modo lento ma continuativo. Dagli anni ottanta l’edilizia continua a togliere ottimi terreni all’agricoltura contribuendo a formare una frazione della frazione.

Poco dopo San Bonico al giovedi le apparizioni celesti della Madonna

San Bonico mi ricorda i quartieri delle periferie americane, quelle dove nei film risiede la “middle class”. Solo la chiesa dedicata a San Bartolomeo ha una aureola storica, la sua fondazione si fa risalire all’XI secolo. È la tipica frazione che, collocata tra Mucinasso e la Verza, potrebbe essere riposizionata in qualsiasi periferia urbana. Un tranquillo quartiere dormitorio, ben tenuto, molto curato e anche per questo anonimo. Gravato comunque dal continuo traffico stradale della Val Nure, che come la Val Trebbia, bella a monte ma problematica a valle.

La Verza di cui si è già accennato per la sua toponomastica romana, affonda la sua origine di piccolo borgo nel lontano 1218 con la fondazione di un monastero cistercense fondato da Franca da Vitalta. Esisteva comunque già nella vicina Pittolo dal 1056 una chiesa dedicata al nostro martire romano Sant’Antonino.  Più recente, ma siamo comunque intorno al XV secolo, l’origine di Vallera che deve la sua fortuna ad alcune famiglie aristocratiche che la scelsero come luogo di villeggiatura e di caccia. 

San Savino a Quarto

Più in là in direzione di Bobbio troviamo Quarto (la quarta pietra miliare dell’antica strada romana che attraversava la val Trebbia), la frazione più lontana ad ovest e meno integra di Piacenza. Un’ovvia boutade. Risulta infatti essere una frazione frazionata: un quarto (il nome della frazione Quarto) diviso in tre (i comuni di Piacenza, Gossolengo e Podenzano).  Quarto ha una rispettabile ed antica origine toponomastica ma concretamente il primo manufatto di rilievo risale al milleottocento ed è la chiesa di San Savino. Oggi, al di là di tutto, risultano frazioni di transito, senza caratteristiche peculiari, crocevia, soprattutto La Verza e Quarto, di tangenziali, raccordi e di una statale la Route 45, che sarà bella a monte ma a valle lascia solo gli scarichi automobilistici e gli ingorghi.

Come volevasi dimostrare, è lapalissiano l’esempio di queste frazioni: “Vecchi borghi dove si è continuato però a costruire: praticamente ad un nucleo storico, prevalentemente di origine medioevale, si sono alternate villette a schiera, abitazioni di edilizia popolare e residenziale. Le frazioni già periferie, sono diventate così delle periferie con l’aggiunta di altre periferie”.

Continua….

 

“Quando Piacenza era più piccola di Mortizza: viaggio nelle frazioni (1)”, intervento di Carmelo Sciascia

In  Italia regnava Vittorio Emanuele III quando venne promulgato il Regio Decreto n.1729. Era precisamente l’otto luglio dell’ormai lontano 1923, il testo recava norme sull’Unione dei comuni di Piacenza, San Lazzaro Alberoni, Sant0Antonio Trebbia e Mortizza. È una data storica importante per Piacenza perché improvvisamente accresce notevolmente, in maniera esponenziale, la superfice del suo territorio e la popolazione stanziale. Il decreto Napoleonico del 10 settembre 1812, delimitava il territorio del comune di Piacenza praticamente alla città dentro le mura farnesiane, il confine era delimitato dalla circonvallazione che girava a pochi metri di distanza dalle antiche mura. L’unione con i comuni limitrofi ha determinato in realtà la loro soppressione come Enti autonomi e la conseguente annessione, perché di questo si è trattato: un po’ come era avvenuto con gli altri Stati della Penisola, al momento dell’Unità d’Italia. La necessità di detta unione era stata motivata da una presunta parassitaria rendita. Si disse infatti che per collocazione topografica (vicinanza), gli abitanti dei Comuni limitrofi beneficiavano, da parassiti “delle comodità e delle condizioni di vita, in cui la città si muove con i suoi servizi” (sic R.D. n.1729/23).

Una apparente contraddizione: nell’intestazione del decreto si parla di “Unione dei comuni di Piacenza, S. Lazzaro Alberoni, S. Antonio Trebbia e Mortizza” nel testo molto più bruscamente di “assorbimento” dei predetti Comuni, cosa che in effetti è puntualmente avvenuta. Un termine di paragone per tutti l’estensione territoriale di Mortizza che nei primi anni venti aveva una superfice territoriale maggiore del Capoluogo, essendo estesa dal Po al Nure, comprendeva le frazioni di Roncaglia, Bosco dei Santi, Gerbido e le Mose dove aveva sede il Palazzo del Comune.  Abbiamo avuto sempre in Italia un andirivieni politico-amministrativo tra accentramento e decentramento, tra uno Stato forte e centralizzato ad uno Stato come organo di sintesi e coordinamento delle varie realtà locali. Quello che la mia generazione ricorda bene è tutto un dibattito che si è sviluppato, fine anni novanta, intorno ad uno Stato federale a Costituzione invariata che ha portato alla riforma del Titolo V della Costituzione.  La montagna aveva partorito un topolino ed anche brutto. Questa nuova Legge portava più confusione che certezza sulle competenze dei vari Enti ed ha generato un contenzioso infinito tra Stato e Regioni. La stessa riforma garantisce l’istituzione o la modifica di nuovi comuni. Per questo a noi interessa, perché una conseguente legge regionale ha permesso la nascita nella nostra provincia di un nuovo comune: Alta Val Tidone.

Bosco dei Santi, olio su tela di Carmelo Sciascia

Il dibattito sull’organizzazione territoriale ha continuato fino a tempi recentissimi, basti pensare alla ulteriore riforma costituzionale del Governo Renzi, la cosiddetta riforma Boschi che riguardava anche le Province, bocciata da un referendum popolare nel 2016. Da una parte si dice che bisogna accentrare per ridurre i costi ed avere servizi migliori, dall’altra che bisogna decentrare per aver più controllo sociale e una forma di democrazia diretta con una partecipazione popolare altrimenti impensabile. Piacenza potrebbe rappresentare una cartina di tornasole per le precedenti e le attuali modifiche territoriali. Per le attuali sospendiamo qualsiasi forma di giudizio sarà la storia a suggerircelo. 

Per le passate, qualcosa potrebbe essere detto. Il pretesto a formulare queste considerazioni, la lettura di un nuovo libro che ci parla delle nostre frazioni. “Le nuove frazioni di Piacenza” di Mauro Molinaroli. Ognuno si sa, legge di ogni libro innanzitutto le pagine che lo interessano maggiormente in rapporto alle proprie esperienze personali o in rapporto alle proprie presunte conoscenze. Le nostre frazioni sono luoghi carichi di storia e di eventi, molte sono coeve alla nascita della stessa Placentia nel 218 a.c. Ce lo dimostrano molti resti storici territoriali, come molti termini rimasti nella toponomastica locale. 

Sui resti stendiamo pietosamente un velo, basti pensare al nuovo palazzo residenziale che ha preso il posto della vecchia sede Enel dirimpetto al Palazzo Farnese, dove c’erano i resti del teatro romano, coperti con il benestare di tutti gli organismi “competenti”. Bastava fare come si è fatto con la sede della dogana a Le Mose, dove sono ben visibili i resti di una fornace romana sulla via Postumia (l’odierna SS10). Cenno storico rilevato nel libro; come altri meritevoli comunque di maggiore approfondimento. Frazione La Verza; un cenno alla toponomastica: nome derivato, ci dice l’Autore, dal “latino medioevale aver+sa che sta a significare l’acqua che scorre, con riferimento al Rio comune che per secoli ha attraversato la frazione.” Se parliamo di toponomastica e di presenza dei romani, ineludibile dovrebbe essere il riferimento alla loro lingua, alla loro storia. Ed allora come non dedurne la derivazione da La Terza, involgaritosi in La Verza? Il terzo miglio della strada romana che attraversava la Val Trebbia. La distanza dalle mura romane (l’attuale via Sopramuro a Piacenza) e la frazione dista infatti 4 km e mezzo e se un miglio romano era derivato da “milia passuum” circa 1 Km e mezzo, ecco tornare i conti, la distanza verificata e verificabile: è esatta! Così dicasi per Quarto, Settima ed Ottavello, quest’ultimo abitato è addirittura citato nella Tavola alimentare Traiana come Octavum milium, ad otto miglia da Piacenza. 

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Santa Maria delle Mose

“Perché continuare a leggere, a scrivere e ad essere originale”, intervento di Carmelo Sciascia

Il peccato originale è per antonomasia quello di Adamo ed Eva o meglio quello in cui, alla prima tentazione cadde Eva tentata dal Serpente, per solidarietà condivisa con Adamo, inevitabilmente, essendo l’unica compagnia presente nell’Eden. “E la donna vide che il frutto dell’albero era buono a mangiarsi, ch’era bello a vedere, e che l’albero era desiderabile per diventare intelligente; prese del frutto, ne mangiò, e ne dette anche al suo marito ch’era con lei, ed egli ne mangiò” (La Sacra Bibbia – Genesi).

L’originalità di Eva consiste nell’essere stata la prima donna a concretizzare un atto istintivo, è infatti istintivo il cercare di realizzare un desiderio, primo scalino necessario all’intelligenza, per potere acquisire conoscenza. È originale quindi chiunque compia per primo un atto, anche per pura curiosità istintuale e lo testimonia con l’azione o in qualsiasi altro modo. Come ci suggerisce Sant’Agostino i libri della Bibbia sono stati scritti affinché l’uomo potesse capire l’amore di Dio. Noi lo prendiamo in parola e cercheremo di capire la realtà che ci circonda. Capire la realtà attraverso la scrittura ed il concetto di originalità.  Può dirsi originale qualsiasi atto creativo, come opera letteraria? E l’autore esserne considerato originale?  Andiamo con ordine. In linea di massima possiamo dire che il primo pensatore ad avere una nuova idea o l’intuizione di una nuova storia e la testimonia con la scrittura è un autore originale. L’originalità consiste quindi nel condurci attraverso un’opera, come Eva per mezzo del gesto e dell’azione, verso la conoscenza, verso qualcosa di nuovo.

Adamo ed Eva, olio su tela di Jacopo Tintoretto

L’altro giorno riassettando dei libri sparsi nella mia biblioteca, mi sono imbattuto in un libro che, stante l’affermazione precedente, originale non lo era affatto: Charles & Mary Lamb – Racconti da Shakespeare -.

Questo libro, scritto nel 1807 venne pubblicato presso la Children’s Library, la libreria dei ragazzi, appunto perché rende in forma semplice e comprensibile, in forma appunto di racconti indirizzati ai ragazzi, le opere di William Shakespeare, opere che in originale, al lettore sprovveduto e di primo acchito, possono sembrare astruse. Qualcosa si potrebbe dire anche sulla vera identità del Bardo, perché col passare degli anni e degli studi, sembra plausibile la storia che non fosse inglese ma siciliano, tal Michel Agnolo (o Michelangelo) Florio Crollalanza da Messina. (Il cognome risulterebbe composto e tradotto in questo modo: scrolla = shake, lanza/lancia=speare», si consiglia a proposito l’opera di Camilleri e Di Pasquale: “Troppu trafficu ppi nenti”).  Non c’è nulla di più meravigliosamente siciliano che il poter complicare una vicenda fino a renderla surreale!

Torniamo al nostro libro e diciamo subito che l’opera dei fratelli Lamb, i Racconti da Shakespeare, potrebbe essere, secondo i principi espressi nell’introduzione, considerata non originale, visto che ripropone anche se con parole proprie, storie già scritte. Ma sappiamo d’altronde molto bene che rielaborare in forma narrativa un’opera, in realtà vuol dire riscrivere l’opera stessa. Questo vale per la scrittura come per qualsiasi altra realizzazione artistica, basti pensare alle cinquantotto reinterpretazioni de Las Meninas di Velasquez realizzate da Picasso. Cioè prendendo a pretesto un’opera del seicento che rappresenta la famiglia reale, Pablo Picasso ci regala (ha realmente regalato le opere al Museo di Barcellona!) cinquantotto quadri, uno diverso dall’altro, che nulla hanno a che vedere con la pittura barocca del Velasquez, sono opere modernissime che rappresentano la più fresca e radicale avanguardia del novecento. Così La scrittura dei fratelli Lamb. La fedeltà al testo originale non impedisce ai nostri autori di compiere una miracolosa trasformazione, ci regalano attraverso la semplicità della scrittura un’opera nuova, più vicina allo spirito del loro tempo (ed al nostro), di facile comprensione, più moderna.

Las Meninas, Velasquez

Più di qualsiasi critica letteraria, I Racconti di Charles & Mary Lamb sono stati lo strumento indiscusso per la divulgazione, la diffusione e la critica del dramma shakespeariano. Con le dovute differenze, ho cercato e continuo a fare proprio questo, suggerire la lettura di quei libri, che ho ritenuto personalmente interessanti, sperando potessero esserlo anche per altri.

Oggi il mondo dell’immagine ha tolto spazio alla lettura, per cui l’ambito d’influenza credo sia abbastanza ristretto, può darsi sia meno dei venticinque lettori di manzoniana memoria.

L’ originalità consiste nello scrivere di saggistica, reinterpretando le opere e nello stesso tempo rimanere fedele alle concezioni degli autori, contribuendo così a fare conoscere scrittori e testi che sarebbero probabilmente rimasti meno noti, con la consapevolezza che aver comunque conquistato un lettore in più, sia stato già un successo.

Un vecchio film del 1951 “Domani è un altro giorno” di Lèonide Moguy termina con la scritta: “Se questo film avrà salvato la vita anche ad una sola persona, il fine dell’autore sarà raggiunto”. La lettura delle mie note non credo possa salvare delle vite! Ma se avrà costretto almeno un lettore ad una severa riflessione sulla realtà circostante, il fine sarà stato raggiunto.

Noi viviamo in una epoca senza chiavi di lettura, quelle che avevamo si sono arrugginite, di nuove è meglio non prenderne in considerazioni. La mancanza di quadri certi di riferimento, ci fa vivere nell’incertezza. L’incertezza genera insicurezza, l’insicurezza la paura e la paura non fa ragionare, isola, emargina.

 Allora, torniamo ad essere originali, come Eva o come i fratelli Lamb o come Picasso, poco importa, riscriviamo favole, storie, credenze da usare come strumento per interpetrare questo terzo millennio che ci trova, come gli uomini di ogni precedente millennio, nudi, impauriti ed impreparati!