“Da Sant’Antonio a Quarto, continua il viaggio nelle frazioni piacentine (2)” a cura di Carmelo Sciascia

Sant’Antonio, frazione di Piacenza

Se è vero, e lo è, che diverse frazioni di Piacenza sono stati comuni autonomi, e se è vero, e lo è, che ogni comune di questa nostra terra ha una propria peculiarità, allora risulterà evidente come nel parlare di queste frazioni si dovrà fare riferimento, ogni volta, a duemila anni di storia. Se l’Italia è la terra dei campanili, Piacenza è la città delle Chiese, delle Caserme e dei Conventi. Molti di questi edifici sono sorti nelle frazioni. Borghi storici e nuove frazioni si alternano nel disegnare oggi un territorio disarmonico e variegato. Ma nel complesso armonico nella sua disorganicità. Anche perché mentre le altre città hanno delle periferie frutto di un’espansione edilizia a macchia d’olio, costituita tutta da nuovi insediamenti, più o meno popolari, più o meno residenziali, Piacenza ha una periferia costituita in gran parte da borghi antichi. Vecchi borghi dove si è continuato però a costruire: praticamente ad un nucleo storico, prevalentemente di origine medioevale, si sono alternate villette a schiera, abitazioni di edilizia popolare e residenziale. Le frazioni già periferie, sono diventate così delle periferie con l’aggiunta di altre periferie. Vediamone qualche esempio:

Sant’Antonio è un borgo nato intorno ad una chiesa fondata nel 1172, la chiesa di Sant’Antonio a Trebbia sorta accanto ad un preesistente Ospedale. Possiamo affermare che è affine storicamente a San Lazzaro anche se opposta geograficamente. Sant’Antonio si sviluppa sulla via Romea, anche se poi diventerà anch’essa via Emilia. Da supporre comunque che già in epoca romana una “statio” militare vigilava sul ponte del Trebbia. La presenza di un Ospedale fece sì che vi soggiornasse anche San Rocco, oltre a diversi ordini religiosi. Il territorio, anche per la presenza del Ponte sul Trebbia (gemello del Ponte sul Taro) ha visto il passaggio di tutti gli eserciti, dai Romani ai Francesi, dagli Austriaci ai Piemontesi. Comune per volontà napoleonica, è rimasto vivo il senso di appartenenza alla borgata. In epoca recente si è dovuta far carico di una viabilità sempre più invadente ed invasiva. Nel 1940 lo stabilimento militare della Pertite fece 47 morti, è rimasto uno dei tanti misteri italiani, oggi l’area dismessa è al centro di un vivace dibattito sulla sua destinazione di cui diremo in seguito. Stravolta nella sua originaria struttura urbanistica, la frazione, negli ultimi decenni del passato millennio, ha visto la realizzazione di una moderna e vasta appendice edilizia: che ha dapprima costeggiato e poi sorpassato la strada alla Veggioletta.

Borgotrebbia (‘Tobruk’) ai primi del 900 (foto da Piacenza Antica)

Borgotrebbia ha una sua antica storia che possiamo abbinare alla Chiesa degli Appestati, così detta perché nel seicento fu un Lazzaretto, ma era già conosciuto e frequentato centro religioso perché di transito sulla via Francigena. Dopo il primo decennio del secolo scorso nasce Tobruk, un villaggio costituito da capanne simili a tucul (tipica capanna africana), a ricordarci come la Cirenaica fosse diventata provincia del Regno d’Italia, un’esotica appendice che si svilupperà poi intorno ad una fornace di mattoni. La libica Tobruk aveva di fronte il mare, la nostrana Tobruk il Po ed il Trebbia. In tempi a noi più prossimi una serie di villette costeggiano via Trebbia e si espandono fiancheggiando l’autostrada e la ferrovia fino alla via Emilia. 

L’inceneritore di Piacenza visto dal Po, olio su tela di Carmelo Sciascia

A Mortizza, lontana borgata di pescatori, resiste all’incuria del tempo una stupenda residenza religiosa al Gargatano.  Molte testimonianze sono state rase al suolo come la chiesa di Sparavera e le antiche residenze di Bosco dei Santi, luogo di eremitaggio e carità cristiana. Sono sorte al loro posto, una serie di villette a schiera lungo l’argine che, senza una piazza dove possa svilupparsi un’aggregazione sociale ha generato una realtà anonima: una lontana doppia periferia.

Castello di Mucinasso

Mucinasso, orfana del suo antico e glorioso maniero risalente all’anno mille, è diventata una lunga propaggine della via Farnesiana, la chiesa di san Tommaso Apostolo che risale al 1537, una volta centro di aggregazione sociale è oramai chiusa.  Come la scuola di Barbiana di Don Milani aveva rappresentato per il sistema scolastico italiano negli anni ’60 una carica innovativa e piena di fermenti nuovi, così negli anni ’70 la scuola di Mucinasso si era resa protagonista, con la sperimentazione del tempo pieno, di una forte carica innovativa nel campo del sistema scolastico nazionale. Purtroppo quell’esperienza è oramai un lontano e dimenticato (ma non per tutti) ricordo. Unica innovazione dell’abitato le nuove costruzioni che ancora proseguono in modo lento ma continuativo. Dagli anni ottanta l’edilizia continua a togliere ottimi terreni all’agricoltura contribuendo a formare una frazione della frazione.

Poco dopo San Bonico al giovedi le apparizioni celesti della Madonna

San Bonico mi ricorda i quartieri delle periferie americane, quelle dove nei film risiede la “middle class”. Solo la chiesa dedicata a San Bartolomeo ha una aureola storica, la sua fondazione si fa risalire all’XI secolo. È la tipica frazione che, collocata tra Mucinasso e la Verza, potrebbe essere riposizionata in qualsiasi periferia urbana. Un tranquillo quartiere dormitorio, ben tenuto, molto curato e anche per questo anonimo. Gravato comunque dal continuo traffico stradale della Val Nure, che come la Val Trebbia, bella a monte ma problematica a valle.

La Verza di cui si è già accennato per la sua toponomastica romana, affonda la sua origine di piccolo borgo nel lontano 1218 con la fondazione di un monastero cistercense fondato da Franca da Vitalta. Esisteva comunque già nella vicina Pittolo dal 1056 una chiesa dedicata al nostro martire romano Sant’Antonino.  Più recente, ma siamo comunque intorno al XV secolo, l’origine di Vallera che deve la sua fortuna ad alcune famiglie aristocratiche che la scelsero come luogo di villeggiatura e di caccia. 

San Savino a Quarto

Più in là in direzione di Bobbio troviamo Quarto (la quarta pietra miliare dell’antica strada romana che attraversava la val Trebbia), la frazione più lontana ad ovest e meno integra di Piacenza. Un’ovvia boutade. Risulta infatti essere una frazione frazionata: un quarto (il nome della frazione Quarto) diviso in tre (i comuni di Piacenza, Gossolengo e Podenzano).  Quarto ha una rispettabile ed antica origine toponomastica ma concretamente il primo manufatto di rilievo risale al milleottocento ed è la chiesa di San Savino. Oggi, al di là di tutto, risultano frazioni di transito, senza caratteristiche peculiari, crocevia, soprattutto La Verza e Quarto, di tangenziali, raccordi e di una statale la Route 45, che sarà bella a monte ma a valle lascia solo gli scarichi automobilistici e gli ingorghi.

Come volevasi dimostrare, è lapalissiano l’esempio di queste frazioni: “Vecchi borghi dove si è continuato però a costruire: praticamente ad un nucleo storico, prevalentemente di origine medioevale, si sono alternate villette a schiera, abitazioni di edilizia popolare e residenziale. Le frazioni già periferie, sono diventate così delle periferie con l’aggiunta di altre periferie”.

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“Quando Piacenza era più piccola di Mortizza: viaggio nelle frazioni (1)”, intervento di Carmelo Sciascia

In  Italia regnava Vittorio Emanuele III quando venne promulgato il Regio Decreto n.1729. Era precisamente l’otto luglio dell’ormai lontano 1923, il testo recava norme sull’Unione dei comuni di Piacenza, San Lazzaro Alberoni, Sant0Antonio Trebbia e Mortizza. È una data storica importante per Piacenza perché improvvisamente accresce notevolmente, in maniera esponenziale, la superfice del suo territorio e la popolazione stanziale. Il decreto Napoleonico del 10 settembre 1812, delimitava il territorio del comune di Piacenza praticamente alla città dentro le mura farnesiane, il confine era delimitato dalla circonvallazione che girava a pochi metri di distanza dalle antiche mura. L’unione con i comuni limitrofi ha determinato in realtà la loro soppressione come Enti autonomi e la conseguente annessione, perché di questo si è trattato: un po’ come era avvenuto con gli altri Stati della Penisola, al momento dell’Unità d’Italia. La necessità di detta unione era stata motivata da una presunta parassitaria rendita. Si disse infatti che per collocazione topografica (vicinanza), gli abitanti dei Comuni limitrofi beneficiavano, da parassiti “delle comodità e delle condizioni di vita, in cui la città si muove con i suoi servizi” (sic R.D. n.1729/23).

Una apparente contraddizione: nell’intestazione del decreto si parla di “Unione dei comuni di Piacenza, S. Lazzaro Alberoni, S. Antonio Trebbia e Mortizza” nel testo molto più bruscamente di “assorbimento” dei predetti Comuni, cosa che in effetti è puntualmente avvenuta. Un termine di paragone per tutti l’estensione territoriale di Mortizza che nei primi anni venti aveva una superfice territoriale maggiore del Capoluogo, essendo estesa dal Po al Nure, comprendeva le frazioni di Roncaglia, Bosco dei Santi, Gerbido e le Mose dove aveva sede il Palazzo del Comune.  Abbiamo avuto sempre in Italia un andirivieni politico-amministrativo tra accentramento e decentramento, tra uno Stato forte e centralizzato ad uno Stato come organo di sintesi e coordinamento delle varie realtà locali. Quello che la mia generazione ricorda bene è tutto un dibattito che si è sviluppato, fine anni novanta, intorno ad uno Stato federale a Costituzione invariata che ha portato alla riforma del Titolo V della Costituzione.  La montagna aveva partorito un topolino ed anche brutto. Questa nuova Legge portava più confusione che certezza sulle competenze dei vari Enti ed ha generato un contenzioso infinito tra Stato e Regioni. La stessa riforma garantisce l’istituzione o la modifica di nuovi comuni. Per questo a noi interessa, perché una conseguente legge regionale ha permesso la nascita nella nostra provincia di un nuovo comune: Alta Val Tidone.

Bosco dei Santi, olio su tela di Carmelo Sciascia

Il dibattito sull’organizzazione territoriale ha continuato fino a tempi recentissimi, basti pensare alla ulteriore riforma costituzionale del Governo Renzi, la cosiddetta riforma Boschi che riguardava anche le Province, bocciata da un referendum popolare nel 2016. Da una parte si dice che bisogna accentrare per ridurre i costi ed avere servizi migliori, dall’altra che bisogna decentrare per aver più controllo sociale e una forma di democrazia diretta con una partecipazione popolare altrimenti impensabile. Piacenza potrebbe rappresentare una cartina di tornasole per le precedenti e le attuali modifiche territoriali. Per le attuali sospendiamo qualsiasi forma di giudizio sarà la storia a suggerircelo. 

Per le passate, qualcosa potrebbe essere detto. Il pretesto a formulare queste considerazioni, la lettura di un nuovo libro che ci parla delle nostre frazioni. “Le nuove frazioni di Piacenza” di Mauro Molinaroli. Ognuno si sa, legge di ogni libro innanzitutto le pagine che lo interessano maggiormente in rapporto alle proprie esperienze personali o in rapporto alle proprie presunte conoscenze. Le nostre frazioni sono luoghi carichi di storia e di eventi, molte sono coeve alla nascita della stessa Placentia nel 218 a.c. Ce lo dimostrano molti resti storici territoriali, come molti termini rimasti nella toponomastica locale. 

Sui resti stendiamo pietosamente un velo, basti pensare al nuovo palazzo residenziale che ha preso il posto della vecchia sede Enel dirimpetto al Palazzo Farnese, dove c’erano i resti del teatro romano, coperti con il benestare di tutti gli organismi “competenti”. Bastava fare come si è fatto con la sede della dogana a Le Mose, dove sono ben visibili i resti di una fornace romana sulla via Postumia (l’odierna SS10). Cenno storico rilevato nel libro; come altri meritevoli comunque di maggiore approfondimento. Frazione La Verza; un cenno alla toponomastica: nome derivato, ci dice l’Autore, dal “latino medioevale aver+sa che sta a significare l’acqua che scorre, con riferimento al Rio comune che per secoli ha attraversato la frazione.” Se parliamo di toponomastica e di presenza dei romani, ineludibile dovrebbe essere il riferimento alla loro lingua, alla loro storia. Ed allora come non dedurne la derivazione da La Terza, involgaritosi in La Verza? Il terzo miglio della strada romana che attraversava la Val Trebbia. La distanza dalle mura romane (l’attuale via Sopramuro a Piacenza) e la frazione dista infatti 4 km e mezzo e se un miglio romano era derivato da “milia passuum” circa 1 Km e mezzo, ecco tornare i conti, la distanza verificata e verificabile: è esatta! Così dicasi per Quarto, Settima ed Ottavello, quest’ultimo abitato è addirittura citato nella Tavola alimentare Traiana come Octavum milium, ad otto miglia da Piacenza. 

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Santa Maria delle Mose

“Perché continuare a leggere, a scrivere e ad essere originale”, intervento di Carmelo Sciascia

Il peccato originale è per antonomasia quello di Adamo ed Eva o meglio quello in cui, alla prima tentazione cadde Eva tentata dal Serpente, per solidarietà condivisa con Adamo, inevitabilmente, essendo l’unica compagnia presente nell’Eden. “E la donna vide che il frutto dell’albero era buono a mangiarsi, ch’era bello a vedere, e che l’albero era desiderabile per diventare intelligente; prese del frutto, ne mangiò, e ne dette anche al suo marito ch’era con lei, ed egli ne mangiò” (La Sacra Bibbia – Genesi).

L’originalità di Eva consiste nell’essere stata la prima donna a concretizzare un atto istintivo, è infatti istintivo il cercare di realizzare un desiderio, primo scalino necessario all’intelligenza, per potere acquisire conoscenza. È originale quindi chiunque compia per primo un atto, anche per pura curiosità istintuale e lo testimonia con l’azione o in qualsiasi altro modo. Come ci suggerisce Sant’Agostino i libri della Bibbia sono stati scritti affinché l’uomo potesse capire l’amore di Dio. Noi lo prendiamo in parola e cercheremo di capire la realtà che ci circonda. Capire la realtà attraverso la scrittura ed il concetto di originalità.  Può dirsi originale qualsiasi atto creativo, come opera letteraria? E l’autore esserne considerato originale?  Andiamo con ordine. In linea di massima possiamo dire che il primo pensatore ad avere una nuova idea o l’intuizione di una nuova storia e la testimonia con la scrittura è un autore originale. L’originalità consiste quindi nel condurci attraverso un’opera, come Eva per mezzo del gesto e dell’azione, verso la conoscenza, verso qualcosa di nuovo.

Adamo ed Eva, olio su tela di Jacopo Tintoretto

L’altro giorno riassettando dei libri sparsi nella mia biblioteca, mi sono imbattuto in un libro che, stante l’affermazione precedente, originale non lo era affatto: Charles & Mary Lamb – Racconti da Shakespeare -.

Questo libro, scritto nel 1807 venne pubblicato presso la Children’s Library, la libreria dei ragazzi, appunto perché rende in forma semplice e comprensibile, in forma appunto di racconti indirizzati ai ragazzi, le opere di William Shakespeare, opere che in originale, al lettore sprovveduto e di primo acchito, possono sembrare astruse. Qualcosa si potrebbe dire anche sulla vera identità del Bardo, perché col passare degli anni e degli studi, sembra plausibile la storia che non fosse inglese ma siciliano, tal Michel Agnolo (o Michelangelo) Florio Crollalanza da Messina. (Il cognome risulterebbe composto e tradotto in questo modo: scrolla = shake, lanza/lancia=speare», si consiglia a proposito l’opera di Camilleri e Di Pasquale: “Troppu trafficu ppi nenti”).  Non c’è nulla di più meravigliosamente siciliano che il poter complicare una vicenda fino a renderla surreale!

Torniamo al nostro libro e diciamo subito che l’opera dei fratelli Lamb, i Racconti da Shakespeare, potrebbe essere, secondo i principi espressi nell’introduzione, considerata non originale, visto che ripropone anche se con parole proprie, storie già scritte. Ma sappiamo d’altronde molto bene che rielaborare in forma narrativa un’opera, in realtà vuol dire riscrivere l’opera stessa. Questo vale per la scrittura come per qualsiasi altra realizzazione artistica, basti pensare alle cinquantotto reinterpretazioni de Las Meninas di Velasquez realizzate da Picasso. Cioè prendendo a pretesto un’opera del seicento che rappresenta la famiglia reale, Pablo Picasso ci regala (ha realmente regalato le opere al Museo di Barcellona!) cinquantotto quadri, uno diverso dall’altro, che nulla hanno a che vedere con la pittura barocca del Velasquez, sono opere modernissime che rappresentano la più fresca e radicale avanguardia del novecento. Così La scrittura dei fratelli Lamb. La fedeltà al testo originale non impedisce ai nostri autori di compiere una miracolosa trasformazione, ci regalano attraverso la semplicità della scrittura un’opera nuova, più vicina allo spirito del loro tempo (ed al nostro), di facile comprensione, più moderna.

Las Meninas, Velasquez

Più di qualsiasi critica letteraria, I Racconti di Charles & Mary Lamb sono stati lo strumento indiscusso per la divulgazione, la diffusione e la critica del dramma shakespeariano. Con le dovute differenze, ho cercato e continuo a fare proprio questo, suggerire la lettura di quei libri, che ho ritenuto personalmente interessanti, sperando potessero esserlo anche per altri.

Oggi il mondo dell’immagine ha tolto spazio alla lettura, per cui l’ambito d’influenza credo sia abbastanza ristretto, può darsi sia meno dei venticinque lettori di manzoniana memoria.

L’ originalità consiste nello scrivere di saggistica, reinterpretando le opere e nello stesso tempo rimanere fedele alle concezioni degli autori, contribuendo così a fare conoscere scrittori e testi che sarebbero probabilmente rimasti meno noti, con la consapevolezza che aver comunque conquistato un lettore in più, sia stato già un successo.

Un vecchio film del 1951 “Domani è un altro giorno” di Lèonide Moguy termina con la scritta: “Se questo film avrà salvato la vita anche ad una sola persona, il fine dell’autore sarà raggiunto”. La lettura delle mie note non credo possa salvare delle vite! Ma se avrà costretto almeno un lettore ad una severa riflessione sulla realtà circostante, il fine sarà stato raggiunto.

Noi viviamo in una epoca senza chiavi di lettura, quelle che avevamo si sono arrugginite, di nuove è meglio non prenderne in considerazioni. La mancanza di quadri certi di riferimento, ci fa vivere nell’incertezza. L’incertezza genera insicurezza, l’insicurezza la paura e la paura non fa ragionare, isola, emargina.

 Allora, torniamo ad essere originali, come Eva o come i fratelli Lamb o come Picasso, poco importa, riscriviamo favole, storie, credenze da usare come strumento per interpetrare questo terzo millennio che ci trova, come gli uomini di ogni precedente millennio, nudi, impauriti ed impreparati!

 

“Aulla, un capitello con il diavolo e una piazza che accomuna due personaggi diversi”, riflessioni di Carmelo Sciascia

Si sa, l’Italia è un paese da percorrere a piedi, perché ogni contrada è un luogo carico di storia. La storia comprende ogni impronta lasciata dall’uomo, tutto ciò che è stato capace di costruire, in positivo come nel degrado. In base a questa convinzione, ogni mio viaggio comprende una sosta intermedia, decisa al momento, in itinere. Una sosta casuale, decisa in base a reminiscenze o a semplici coincidenze. Come dire, può bastare una semplice assonanza linguistica. Un’ assonanza che è spesso la base costitutiva di un neologismo. Come nel caso di Tangentopoli. Sarà per questo inconscio richiamo linguistico che di ritorno dal mare di Liguria mi sono fermato ad Aulla. Giunto infatti nella piazza prospicente il Comune un insolito monumento, anzi due! Iniziamo per dire che, sulla stessa Piazza, due cartelli affiancati indicano direzioni opposte: Piazza Bettino Craxi e Piazza Antonio Gramsci. Se ne deduce, a rigore di logica, che la stessa Piazza sia stata divisa per farne due, con una toponomastica paritaria. Come se Benedetto Craxi, dichiarato latitante il 21 luglio del 1995, per sottrarsi alle condanne penali che gli erano state inflitte dal cosiddetto pool milanese di “Mani pulite” potesse avere la stessa dignità politica di quell’Antonio Sebastiano Francesco Gramsci morto nel 1937 in seguito alla persecuzione e carcerazione fascista. Un politico latitante ed un intellettuale martire per le sue convinzioni politiche credo siano personaggi diversissimi da non potere essere in nessun modo accomunate.

Ho capito di essere in uno strano paese quando ho visto un altro monumento, simile ad una stele che ricorda i caduti di tutte le guerre, un obelisco che reca la scritta: “Città di Aulla alle vittime di tangentopoli”. Sì, Aulla è uno strano paese. Non a caso nel libro “La casta”, il libro-inchiesta pubblicato nel 2007 e scritto da Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, due giornalisti del Corriere della Sera, è riportato l’episodio della richiesta di togliere il malocchio, da parte del Comune di Aulla, a due maghe. Questo episodio è riportato come una delle tante folli consulenze, uno dei tanti sprechi della Pubblica Amministrazione: si assoldavano due maghe per liberare Aulla dal malocchio che impediva alla città di diventare un centro prospero e ricco! Stranezze che avvengono nelle periferie d’Italia come nella Capitale. Infatti c’è poco da meravigliarsi, se l’ex Ministro di Giustizia il leghista Roberto Castelli, come riportato nello stesso libro, aveva assunto come esperto di edilizia carceraria un suo amico, un venditore di pesce (Giuseppe Magni).

Il monumento a Craxi è di marmo bianco di Carrara, lo stesso credo da cui Michelangelo ha ricavato la Pietà, alto un metro e ottantotto, sul basamento è stata scolpita la stessa frase scritta sulla sua tomba ad Hammamet: “La mia libertà equivale alla mia vita”.  Il monumento è stato inaugurato nel 2010, alla presenza del figlio Bobo, della sorella e del cognato Pillitteri, di Gianni De Michelis e di altri onorevoli. Tra questi altri onorevoli, (onorevole lo si è per sempre, visto che il titolo non decade con il mandato), un ex deputato come Vincenzo Milioto, già presidente del Nuovo PSI, di Racalmuto. Racalmuto si sa è il paese di Leonardo Sciascia, scrittore sulla cui tomba leggiamo: “ce ne ricorderemo di questo pianeta”, sì ce ne ricorderemo sicuramente, non fosse altro per le tante stranezze!

Si sa che la storia è posta sempre a continua revisione. Renzo De Felice, ad esempio, fu il primo ed autorevole studioso a rivisitare il fascismo in Italia, col suo “Intervista sul fascismo” (Laterza-1975).  Operazione legittima, da un punto di vista storico. Lo stesso può essere fatto con Craxi, non era sicuramente l’unico partito il suo ad usufruire di finanziamenti illeciti, fu il capro espiatorio, fatto questo che non lo assolve comunque dalle condanne definitive che furono promulgate da tribunali della Repubblica e che non ne fa di certo un eroe monumentale.

Ottobre 1985: L’aereo con i terroristi palestinesi circondato dagli americani a sua volta circondati da forze speciali dei carabinieri

Una delle poche decisioni ancora adesso condivisibili della sua politica fu senza dubbio la decisa presa di posizione sui fatti di Sigonella, l’aeroporto militare siciliano, teatro di un duro confronto tra le forze militari americane e quelle italiane, in seguito ai fatti che erano avvenuti sulla nave Achille Lauro. Presa di posizione unica nel panorama della sudditanza politica e militare dell’Italia agli USA ed alla NATO. Ma, a scanso di equivoci, non dimentichiamo il taglio della scala mobile, l’aumento del debito pubblico di cui ancora oggi ne paghiamo le conseguenze, i decreti Berlusconi sulle reti televisive, i condoni, la politica del CAF (Craxi, Andreotti, Forlani) che segnarono la fine delle conquiste operaie e l’inizio della decadenza della stessa democrazia italiana.

Il volto della politica, come sinonimo di corruzione e malaffare, può essere paragonato ad un reperto che è stato ritrovato sempre ad Aulla, negli scavi dell’abbazia di San Caprasio. Come non ricordare i capitelli della chiesa di San Giorgio nella nostra vicina Vigoleno? I capitelli di questa chiesa, come le sculture di tante altre chiese romaniche, erano sculture didascaliche. La Biblia pauperum, ovvero la bibbia dei poveri, erano tutte quelle rappresentazioni che servivano per spiegare ai popolani le sacre scritture, anche se, con immagini a volte poco ortodosse.

Torniamo ad Aulla, il nostro momentaneo ombelico del mondo, dove come si diceva, negli scavi di San Caprasio era stato trovato un capitello raffigurante il volto del diavolo che mangia un giglio. Una riflessione conseguente ed istintiva: Il diavolo sarà mica l’allegoria della mala politica? Ed il giglio il popolo che viene continuamente e da sempre spolpato dalla stessa “diabolica” politica?

Aulla, abbazia di Aan Pancrazio, capitello con il diavolo

 

“Gli stregoni della notizia e le fake news”: riflessioni sulla rete di Carmelo Sciascia

Solitamente la mattina si guardava la cassetta della posta per vedere la corrispondenza che Poste Italiane consegnava a domicilio tutti i giorni. In seguito alla razionalizzazione dei servizi (tagli al personale), la posta viene recapitata oltre che ad intervalli di tempo irregolari, anche e sempre in quantità più limitata. Il terzo millennio ci ha fornito di strumenti sempre più sofisticati, con riduzione del consumo cartaceo, grazie ad internet. Cosicché la prima operazione giornaliera che compiamo è accendere il telefonino o il portatile per vedere le email e le novità dei siti cui siamo iscritti.

La prima considerazione è la presenza di una marea di pubblicità, pubblicità arbitraria e spesso di cattivo gusto. Da questa inondazione è facile salvarsi, facilmente identificabile ed eliminabile. Quello cui è più difficile salvarsi è la certezza delle notizie. L’esperto del colpo ad effetto, è sempre in agguato. È quello che viene definito “spin doctor”, cioè colui che fabbrica notizie per conto terzi, dietro compenso, per l’impresa privata come per il partito politico. Tanto si è detto e scritto sulla comunicazione, poco sulla facoltà di “avvelenare” le informazioni. Premesso che la falsità e gratuità dell’informazione non è un dato recente, ma è nata con la comunicazione stessa, possiamo affermare che si è sviluppata parallelamente all’evoluzione dei mezzi di comunicazione di massa. I giornali già da tempo immemore sono stati pieni di titoli forzati e tendenziosi, a volte a loro stessa insaputa, si sono resi spesso complici di piani predisposti da manipolatori del consenso. Mi piace ricordare come Edward Bernays, nipote di Sigmund Freud, riuscì a trasformare la sigaretta da elemento dannoso alla salute a simbolo di emancipazione femminile. Bernays organizzò su commissione nel 1929, per contrastare gli attacchi all’industria del tabacco, una manifestazione pubblica: la Fiaccolata della Brigata della Libertà, dove decine di ragazze fumavano ostentatamente. L’avere abbinato l’idea di libertà e di rivolta, con il fumo, portò tantissime donne ad emulare le suffragette newyorchesi: il consumo di tabacco venne triplicato in breve tempo. Può sembrare strano ma ancora oggi è così, grazie al cinema ed alla fotografia la sigaretta viene vista come simbolo dell’emancipazione femminile.  Nel mondo occidentale il consumo di tabacco è, ancora oggi, maggiore presso la popolazione femminile che maschile.

Coloro che regolano i meccanismi nascosti della società costituiscono un governo invisibile, che rappresenta il vero potere dominante. Questo è il risultato logico del modo in cui la nostra società democratica è organizzata”. Così teorizzava in “Propaganda” il nipote di Freud. Così è stato negli anni e così è ancora oggi. Quindi la democrazia per non venire manipolata ha bisogno di veri e propri cani da guardia, i cosiddetti “watchdog”, ruolo che dovrebbero avere gli organi di informazione di massa.  Controllo delle notizie, controllo sulla provenienza delle notizie. Ma se finora non è stato possibile farlo, figuriamoci farlo adesso con la proliferazione di infinite sorgenti sparse per il mondo. Ma poi controllare cosa, se sono gli stessi Stati a generarle? Penso alle infinite fake news a livello mondiale costruite ad arte, come ad esempio la mucca pazza, l’influenza aviaria, l’influenza suina, alle armi di distruzione di massa attribuite a Saddam Hussein o alla Siria. Ecco il punto cui volevo arrivare. Molti gridano contro le false notizie, le notizie spazzatura, si vogliono leggi severe che condannino chi le fa circolare, alcuni governi le hanno già, altri sono sulla stessa strada. In Italia il disegno di legge Gambaro prevedeva fino a due anni di carcere per chi diffondeva notizie false e tendenziose.  Questa legge avrebbe colpito anche i giornalisti che scrivevano di un viaggio trionfale in treno nel 2017 di Renzi che annunciava: ”Siamo in anticipo, Il Pd è sempre avanti”, mentre invece veniva contestato ad ogni stazione, ad ogni fermata? Non credo proprio!

Avrebbero cercato di imbavagliare solo quei blog che davano fastidio al politico di turno, come il blogger Luca Donadel che mostrava di strani salvataggi di migranti nelle coste libiche (faceva parte del famigerato accordo Triton: tutti i migranti dovevano essere sbarcati solo in Italia).  Sicuramente, sia stato giusto o meno, senza la spinta della comunicazione informatica, non sarebbe stato eletto Trump e la Gran Bretagna non sarebbe uscita dall’Europa. Sostenevano Hillary 530 testate, 28 erano schierate con Trump. La stampa riteneva la multietnica Londra europeista, mentre la provincia, la maggioranza inglese, rimaneva ostile al Continente. Vi è oramai diffusa la convinzione che una certa globalizzazione, come una certa idea di Europa, porti solo maggiori divisioni economiche e politiche, pertanto la gente se ne vuole allontanare, come risulta da una sbirciatina in rete. Quella rete che si è sostituita alla carta stampata, ed è più diventata la vera “vox populi”.

Per fermare un mediatico tam tam popolare o populista si vorrebbe, con la scusa di fermare le fake news, limitare l’informazione. Si vorrebbe aprire l’era della certificazione di Stato sulle notizie: si potrebbero oscurare pagine scomode di blogger dissenzienti, introducendo di fatto la censura. Già Apple, Google, Facebook, Microsoft e Twitter collaborano con l’Agenzia della Sicurezza del Governo Americano, contribuendo alla manipolazione dell’opinione pubblica. “Come profetizzato da Orwell, siamo a un passo dal ministero della Verità. Per il nostro bene, naturalmente; solo per il nostro bene”.  Così Marcello Foa col suo “Gli stregoni della notizia”, dalla cui lettura ho ricavato alcune riflessioni descritte in questa nota.  Riguardo alla censura Macron ha annunciato prossima una legge, l’unione Europea un gruppo di lavoro. Siamo alle solite. Il ricorso a leggi speciali, ad una legislazione eccezionale. Come per combattere le Brigate Rosse, come per combattere la delinquenza comune o mafiosa. Le fake news sono una truffa, sono la diffusione di notizie false e tendenziose e come tale dovrebbero essere trattate. Ci sono leggi sulla diffamazione che dovrebbero essere applicate come quelle sulla pedopornografia, sullo stolking, sulla violenza o il terrorismo. Per eliminare le fake news basta scoraggiare l’anonimato e riportare sempre le fonti. Altro che formulare “algoritmi sulla verità”, come suggerito da Marco Carrai consigliere di Renzi. Qualsiasi legge al riguardo sarebbe pericolosa per la libertà d’opinione e di pensiero. La rete oltre a rimanere libera dovrebbe essere anche gratuita, come strumento di conoscenza e di partecipazione di tutti i cittadini. Le leggi speciali sono demagogiche, inutili, pericolose per la democrazia, offendono la dignità umana e svuotano la democrazia stessa da qualsiasi forma di partecipazione attiva. 

 

“L’Eracle di Euripide, regia di Emma Dante, teatro greco di Siracusa”, resoconto di Carmelo Sciascia

A Piacenza Emma Dante c’è pure stata. Non ditemi precisamente l’anno, in questo terzo millennio sicuramente. Anzi: più di una volta al teatro Filodrammatici, una volta al Municipale, precisamente, mi suggerisce una breve ricerca in internet, nell’inverno del 2014, con lo spettacolo “Le sorelle Macaluso”. 

Una rappresentazione in cui i personaggi ricamavano la loro esistenza come in bilico tra presenza ed assenza, tra vita e morte.

Una donna ammalata, nel delirio chiede alla figlia: “ma io sono viva o morta?”, la figlia di rimando: “viva! Sei viva mamma!” e la madre: “sì, viva! Io sono morta da un pezzo e voi non me lo dite per non spaventarmi”. La regista attraverso questo racconto, che gli aveva riferito un amico, ci spiegava ed oggi ci rappresenta teatralmente, il senso tragico e grottesco della vita.

Tutto il suo teatro è un andirivieni tra sogno e realtà, tra la vita e la morte, tra oppressione e liberazione, tra tradizione e innovazione.

Conferma ne ho avuto quest’anno. In questo mese di maggio 2018. Al Teatro greco di Siracusa in occasione del cinquantaquattresimo festival del dramma antico. L’Eracle di Euripide viene rappresentato con la regia di Emma Dante.

Mi son tornate alla memoria scene di funerali cui ho assistito nella mia infanzia: lunghe gonne nere ornate di pizzi, velette ricamate, le espressioni e le movenze dei presenti, la musica straziante che la banda di paese eseguiva, le diverse tonalità dei lamenti di chi seguiva il corteo funebre e che diventavano una unica litania.

Questa la componente tradizionale che viene riproposta nella rappresentazione di questa tragedia euripidea. L’innovazione sta nel cambiare nella rappresentazione il genere dei personaggi, soprattutto quelli maschili che vengono impersonati da donne, donne dal capo calvo o dai lunghi capelli, tanto lunghi da coprirne il volto.

La regista, Emma Dante

Gli eroi, si sa, sono tutti giovani maschietti, che succede se invece sono donne? E se il coro, il popolo di Tebe, è rappresentato da uomini dalle espressioni grottesche, anziché da leggiadre fanciulle? L’eroe per antonomasia Eracle, impersonato da Mariagiulia Colace, nel nostro caso, è donna! Come tutti gli altri, da Lyco (Patricia Zanco) il tiranno usurpatore, ad Anfitrione (Serena Barone) che con Zeus ne condivide la paternità.

L’Eracle di Euripide è un eroe dimezzato, tant’è che dopo avere compiuto le sue fatiche, diventa un uomo mite che si lascia guidare dall’amico Teseo. Gloriose le sue fatiche, tranne l’ultima: lo sterminio della sua stessa famiglia. Ma se è la sua mano a commettere una simile nefandezza, non lo è la sua coscienza. La sua mente viene offuscata dalla Pazzia, una pazzia procurata da Lyssa ed Iride su commissione di Era, la gelosa e vendicatrice moglie di Zeus.

L’eroe greco, l’uomo greco, non è artefice del proprio destino. Saranno i latini a coniare la famosa frase “Faber est suae quisque fortunae”, ripresa e fatta propria dall’Umanesimo, ad affermare che ciascun uomo è artefice del proprio destino: Ed oggi? L’uomo, il cittadino, ha perso qualsiasi potere decisionale, siamo un po’ tutti manovrati da realtà esterne alle nostre coscienze, che le convinzioni stesse modellano a loro piacimento. Siamo un po’ tutti burattini, consapevoli o meno, manovrati dal Grande Fratello. L’opera dei Pupi da rappresentazione folcloristica è diventata quotidiana realtà.  La perdita della capacità politica di operare delle scelte diventa la perdita della coscienza: la pazzia di affidarsi alla finanza ha snaturato il senso ed il significato a qualsiasi forma di democrazia.

Questa la lezione che può venirci data oggi da una rilettura dell’Eracle di Euripide, una rivisitazione in termini politico-sociali.

Non a caso la scenografia è costituita da una bianca cava di marmo, un muro funebre tappezzato di fotografie, come un cimitero. Monotono, incolore, insignificante (nel suo profondo significato) come le periferie delle nostre città.  Città fredde, tappezzate di foto: di morti per incidenti, di morti bianche, di crimini consumati nelle pareti domestiche, di foto in bianco e nero, di foto colorate, di immagini violente che rappresentano di tutto e di più (anche le patinate immagini pubblicitarie sono spesso immagini sanguigne e sanguinolente).

In fondo la danza dei personaggi di questo dramma antico è l’eterna danza tra la ragione e l’irrazionale, tra Apollo e Dionisio, sentimenti opposti che agitano da sempre l’animo di ogni uomo. Il suono ritmico dei tamburi sottolinea il significato della danza stessa: estasi e sgomento! Come in Wagner, come in ogni opera lirica classica.

E che dire delle grezze croci di legno che come pale eoliche agitano la scena per tutta la durata della rappresentazione? Sarà un richiamo alle mostruose ed enormi pale eoliche che violentano quotidianamente le colline dell’isola o rappresentano solo un richiamo al dolore del Golgota?

Lascio qualsiasi libera interpretazione al lettore, su questa come su tutte le altre questioni accennate in questa nota, rimandando qualsiasi affermazione a quanto Calvino ha scritto sul “Perché leggere i classici”: “Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”. Così è anche per quest’opera: l’Eracle di Euripide scritta e rappresentata ad Atene nel 420 a.C.

“La marcia da Terrasini a Cinisi per ricordare Peppino Impastato”, intervento di Carmelo Sciascia

Dal balcone di casa Impastato

Con i primi caldi estivi cominciano i primi viaggi. Si sa che in primavera, uscendo dagli Inferi, Proserpina abbandona Plutone e ritorna dalla madre Demetra, secondo un divino accordo stipulato per mantenere l’equilibrio delle stagioni. Quest’anno assecondando anch’io questa consuetudine mi sono ritrovato in Sicilia. Casualmente a seguire il giro d’Italia: il giorno nove del mese di maggio il Giro iniziava ad Agrigento per giungere a Santa Ninfa nel cuore della Valle del Belice. Ma il mio scopo era giungere in altri luoghi, tant’è che finalmente dopo Sciacca, nella diramazione di Menfi, lasciata al suo destino la carovana ciclistica, si imboccava quell’arteria che virando a nord,  conduce a Terrasini, la parte ad est del golfo di Castellamare: nel  promontorio opposto dello stesso Golfo si trova San Vito lo capo.

Terrasini, Corso Vittorio Emanuele al numero 108 una targa formata da quattro mattoni in terracotta così recita: “Radio Aut – 98.800 Mhz – Giornale di controinformazione 1977-1980 – da questa sede PEPPINO IMPASTATO ha animato la lotta alla mafia”.

In realtà la voce di Peppino non poté essere ascoltata fino alla data della chiusura di Radio Aut, perché venne violentemente zittita la notte dall’otto al nove di due anni prima: la notte in cui venne massacrato.

Coincidenza volle che quello stesso giorno a Roma un’altra via divenisse tristemente famosa: via Caetani. Fu infatti in quella via che venne ritrovato nel bagagliaio di una Renault rossa il corpo di Aldo Moro. Dopo quaranta’anni quell’auto è tornata nella stessa via per il programma televisivo: “55 giorni. L’Italia senza Moro”, dove Luca Zingaretti ha letto l’ultima lettera dell’Onorevole Moro, il nove maggio di questo duemiladiciotto. Due cadaveri, di cui uno eccellente, l’altro sconosciuto ai più. La figura di Peppino Impastato sarà nota al grande pubblico solo dopo il film di Marco Tullio Giordana “I cento passi”. Non solo la coincidenza del giorno della morte legherà Moro e Peppino Impastato,  sono stati legati da un (misterioso ?) “fil rouge”, costituito dal modo in cui si sono mossi gli investigatori: il depistaggio!

Ad anni di distanza abbiamo saputo che mandante ed esecutore del delitto Impastato è stata la mafia, in primis quel Gaetano Badalamenti, parente dello stesso Peppino, la cui abitazione, a cento passi di distanza da quella degli Impastato, oggi come bene confiscato alla mafia è diventata una bellissima biblioteca pubblica.  Abbiamo saputo invece prontamente che ad uccidere materialmente Moro sono state le Brigate Rosse, ma istintivamente avvertiamo che “qualcosa non quadra”. C’è una verità sospetta, sottintesa, sottaciuta, mai declamata: “c’est un affaire”; diversamente non sarebbe un mistero italiano!

Ecco la differenza, ma nello stesso tempo la concordanza tra i due assassinii. C’è sempre dietro tutti i delitti politici (qualche volta anche dietro quelli di delinquenza comune), un livello cui difficilmente si riesce ad arrivare: possiamo definirlo  in mille modi ma il regista della tela di ragno, la mente, il  terzo (o quarto) livello, rimane quasi sempre inaccessibile. Irraggiungibile, rimane spesso impunito. Dicevo di Terrasini e di Radio Aut, perché da lì partiva giorno nove di questo mese di maggio il corteo per ricordare l’assassinio di Peppino Impastato. Il giornalista lo si può fare da una qualsiasi consolle computerizzata, oggi in rete trovi tutti i dati e le notizie necessarie a confezionare un pezzo su qualsiasi evento. Dare notizie, comunicare un evento, è impossibile se non lo si vive di persona, nei luoghi bisogna andare o esserci stati. Non si può fare il critico d’arte guardando delle semplici stampe. Bisogna vedere l’opera originale, la riproduzione è un semplice sussidio conseguente (o antecedente), un aiuto a mantenere vivo il ricordo (o stimolare la conoscenza). Così nel fare cronaca. Bisogna andare nei luoghi degli eventi, della memoria, nei luoghi delle stragi di Stato a cominciare da Piazza Fontana…

È marciare in corteo da Terrasini a Cinisi, vuol dire ripercorrere le strade che percorreva Peppino, renderci compartecipi della sua storia personale, della sua lotta politica ad un sistema sociale mafioso, a quella connivenza che continua ancora oggi: mancanza di denuncia e corruzione, i pilastri portanti.  La casa della famiglia Impastato, in Corso Umberto I, civico 220 a Cinisi, è diventata “La Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato”. Sì, Felicia, una madre che non si è mai arresa nel volere la verità sulla morte del figlio, quella verità che è arrivata “solo” 24 anni dopo l’assassinio, con la condanna di Gaetano Badalamenti, boss di Cinisi. Ecco perché non bisogna smettere di chiederla la verità. Mai. Come per la morte di un altro giovane, avvenuta nel 2016 in altri contesti, in altri luoghi, con modalità comunque sempre violente e misteriose. Bisogna continuare a chiedere, a volere fermamente, a gridare: Verità per la morte di Giulio Regeni. Perché come ha detto Giovanni Impastato nel discorso conclusivo la marcia, bisogna finalmente capire che i diritti non sono individuali ma collettivi. E quindi la lotta per ottenerli non può che essere comune. Dobbiamo farla assieme, tutti. 

Nella marcia dei quattro chilometri da Terrasini a Cinisi, dove erano presenti tanti testimoni di quel tempo, tantissimi giovani provenienti da scuole d’ogni parte d’Italia, uomini come don Ciotti e donne come Susanna Camusso, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, come tantissimi sindaci di altri Comuni siciliani, un editore come Ottavio Navarra ideatore ed organizzatore di una marina di libri,  personalità singolari come Ascanio Celestini ed un amico come Pippo, posso dire: c’ero anch’io!

Anch’io per camminare e contare insieme, come ci suggeriscono i Modena City Ramblers:

Era la notte buia dello Stato Italiano, quella del nove maggio settantotto..
La notte di via Caetani, del corpo di Aldo Moro, l’alba dei funerali di uno stato..
“Allora dimmi se tu sai contare, dimmi se sai anche camminare, contare, camminare insieme a cantare
la storia di Peppino e degli amici siciliani”..
Allora.. 1,2,3,4,5,10,100 passi!..1,2,3,4,5,10,100 passi!

 

“Quando Carovane invitò il giornalista Marc Cooper a parlare del regime di Pinochet”, intervento e riflessioni di Carmelo Sciascia

Si sa che ci sono stati e ci sono politici che del cambio di casacca ne hanno fatto abito quotidiano della propria esistenza. Spesso o forse solamente per opportunismo. Lo stesso è avvenuto per molti giornalisti, come per molti scrittori, anche se spero, il cambiamento sia avvenuto non per semplice opportunismo ma per motivazioni diverse. Alcuni ad esempio da esplicite e dichiarate posizioni internazionaliste sono passati a concezioni opposte, come il caso della scrittrice Oriana Fallaci che dopo l’11 settembre 2001 ha addebitato tutte le colpe del declino dell’occidente al fanatismo islamico. Così è stato per alcune personali prese di posizione di un singolare giornalista americano come Marc Cooper. Cooper a giustificazione di alcuni suoi punti di vista è stato definito un “contrarian”, cioè un giornalista ideologicamente agnostico.  Qualcuno ricorderà che nel 2003 Marc Cooper fu proprio a Piacenza, nell’ambito della manifestazione più vivace, aperta ed internazionale che la città abbia mai avuto e vissuto: Carovane. Oggi l’11 settembre è diventata una data sinonimo di stragi, non solo per quella delle torri gemelle che tutti ricordano, ma anche per la strage avvenuta sempre l’11 settembre ma del 1971, nella prigione di Attica, nello Stato di New York, quando la polizia uccise e ferì numerosissimi detenuti. O come il colpo di Stato cileno, stesso giorno diverso l’anno, il 1973.

Il raccontare quest’ultimo 11 settembre era il motivo del soggiorno piacentino del giornalista Marc Cooper. Riepilogando: siamo a Piacenza nel 2003, per ricordare l’11 settembre del 1973 sono chiamati a confrontarsi diversi giornalisti tra cui, Maurizio Chierici, Italo Moretti e Marc Cooper. Quest’ultimo era stato chiamato ad intervenire perché aveva scritto un libro “Io e Pinochet” essendo stato un diretto osservatore dei fatti in quanto interprete del Presidente cileno Salvador Allende. In questi giorni, casualmente ed inaspettatamente mi sono trovato, da mani cilene alle mie, proprio quel libro.  

Il valore del libro non sta tanto nel racconto dei fatti drammatici del colpo di Stato militare ad opera dell’esercito cileno con a capo il generale Augusto Pinochet, avvenuti appunto l’11 settembre 1973, quanto nell’analisi della società cilena, dopo venticinque anni, quando egli vi ritorna.

11 settembre 1973, gli aerei dei golpisti bombardano la Moneda

I fatti del 1973, quel giorno l’11 settembre, in breve: ore 11 il comunicato n.2 dei golpisti “il palazzo della Moneda dovrà essere evacuato entro le 11 di stamani; in caso contrario verrà attaccato dalle forze aeree cilene…” segue l’ultimo messaggio alla nazione del Presidente Allende: “…io non abbandonerò il mio posto… pagherò con la vita per difendere i principi cari alla nazione… la storia non può essere fermata dalla repressione o dalla violenza…”.  Così muore, ucciso, mentre oppone l’ultima estrema resistenza, con le armi in pugno il dottor Allende, il compagno Presidente. Muore la speranza di cambiamento di un popolo che aveva creduto nella democrazia e nel socialismo.  Muore (ucciso?) pochi giorni dopo anche un altro grande cileno il poeta Pablo Neruda, il quale profeticamente scrisse per sé, ma credo per tutti quelli che in Cile son morti in quegli anni, i seguenti versi “…non crediate che io muoia: / mi accade tutto il contrario: /accade che sto per vivere”.

Cooper era stato allontanato nel 1971 dalla California State University dal futuro presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, allora governatore della California. Due anni dopo era stato costretto ad allontanarsi dal Cile da un altro presidente americano Richard Nixon che tanto aveva contribuito alla realizzazione del colpo di stato in quel paese. Non a caso il segretario di stato Henry Kissinger così si era espresso: «Non vedo perché dovremmo restare con le mani in mano a guardare mentre un Paese diventa comunista a causa dell’irresponsabilità del suo popolo. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli». I giorni che seguirono il colpo di stato furono terribili, mi piace riportare quanto Leonardo Sciascia, a proposito dei fatti di Santiago, ebbe a scrivere in Cronachette: “E allora ecco il fatto più spaventoso, più disumano del carcere, della tortura, della fucilazione: si è voluto, con l’uomo dal passamontagna, creare una indelebile, ossessiva immagine del terrore. Il terrore della delazione senza volto, del tradimento senza nome. Si è voluto deliberatamente e con macabra sapienza evocare il fantasma dell’Inquisizione, di ogni inquisizione, dell’eterna e sempre più raffinata inquisizione”.

Il libro va letto non tanto per la descrizione del golpe, non è un libro storico, quanto vedere e descrivere la società cilena come era diventata (o non diventata) vent’anni dopo. Quando, il giornalista Marc Cooper riparte da questa visita nel 1998 dal Cile, c’è ancora Pinochet: festeggia gli ottantadue anni, anche se ha lasciato il potere nel 1990, è ancora il comandante delle forze armate. In seguito diventerà senatore a vita, godrà dell’immunità parlamentare fino al 2002 ed anche se accusato riuscirà in seguito ad evitare tutti i processi, non sarà mai condannato. Così come tanti politici in qualsiasi parte del mondo, anche da noi… ancora oggi!

Il sistema cileno è facile da capire: negli ultimi vent’anni 60 miliardi di dollari sono stati trasferiti dai salari ai profitti” (Orlando Caputo-economista); come da noi, con le dovute differenze quantitative, a dimostrazione che oggi non è più necessario un golpe militare, ne basta uno finanziario! Sì… così come da noi.

 

“Bisogna rendere fruibile il Castello di Piacenza”, intervento proposta di Carmelo Sciascia

Resti del Castello Farnesiano (Foto di Gregory)

L’identità genetica la riceviamo in dote per trasmissione ereditaria, l’identità storica ce la costruiamo invece quotidianamente – scriveva Leonardo Sciascia  – attraverso l’assimilazione e l’interiorizzazione dei luoghi storici che ci circondano ad iniziare dalla casa paterna per proseguire con i monumenti ed il tessuto della città che abitiamo. Il Castello di Pier Luigi Farnese e che vide Piacenza Capitale del Ducato, fa indubbiamente parte di questa realtà, per cui bisogna impegnarsi tutti, per includere e rendere fruibile questa tessera nel puzzle che rappresenta il circuito storico e culturale della città.

Ed ecco tornare alla memoria il ricordo dello scomparso castello di Piacenza, il castello voluto dal Pier Luigi Farnese primo Duca di Piacenza e Parma (sic!). Fu Pier Luigi Farnese il primo Duca della nostra città. Il ricordo che la capitale del ducato fosse Piacenza e non Parma, per noi non è secondario, come non lo è l’impulso dato allo sviluppo delle vie di comunicazione, il miglioramento degli scambi commerciali, le opere di bonifica nelle campagne, migliorando il regime delle acque ed abolendo la tassa sul bestiame, la riforma della giustizia e la diffusione delle strutture scolastiche. C’è di tanto in tanto qualche visita guidata in questo famoso castello, oggi luogo del Polo di mantenimento pesante che ha inglobato l’Arsenale Esercito e lo Staveco. Forse proprio questa destinazione d’uso ha fatto sì che si preservasse quella parte che era scampata alla distruzione, avvenuta per lo scoppio di una gran quantità di munizioni che vi erano state ammassate per l’esercito napoleonico. Imponenti le poche mura rimaste, destano ammirazione e sorpresa gli interni, ancora visitabili dei bastioni.

C’era diffusa, a ridosso del 2000, una vecchia réclame che tappezzava la città e che insisteva su una presunta parte mancante di Piacenza. Doveva essere questa il costruendo Borgo Faxhall. Che si era trasformato, lavori in corso, da una originaria destinazione a stazione di autobus, (si doveva eliminare la stazione di Piazza Cittadella) in una Galleria commerciale per divenire un vero Centro commerciale (non sono io a dirlo ma la dicitura ufficiale delle pagine bianche telefoniche: -Centro Commerciale Borgo-Faxhall Pl. Marconi -29121 Piacenza.

“Ebbene, sono persuaso sempre più che la vera parte mancante del centro storico della città non sia stato per nulla Borgo fax hall ma proprio il Castello, quel luogo che pensato da Pier Luigi Farnese più per sua difesa personale che a difesa della città, fu testimone della sua mala morte. Era morto assassinato da una congiura di nobili che dopo averlo pugnalato lo defenestrarono nel fossato. Personaggio discusso, crudele, dagli appetiti sessuali insaziabili e violenti, amava (forse sarebbe meglio dire violentava) sia donne che giovanetti (famoso l’episodio del vescovo di Fano). Ma siamo nel secolo dei Borgia, meraviglia non datur! In fondo morì in malo modo come maledettamente aveva vissuto. Di lui ci rimane, di contro, un bellissimo ritratto del Tiziano conservato nel Museo Capodimonte di Napoli. Tante sono le opere a vario titolo restituite ed oggi esposte al Palazzo Farnese, originaria sede dei “Fasti” che le opere avrebbero dovuto celebrare.

Questa nota non vuole essere una manifestazione di conoscenza storica e letteraria, ma semplicemente prendere spunto da una visita, da un luogo per perorare una richiesta: far tornare il Castello a luogo fruibile dai piacentini e di tutti gli amanti delle nostre radici e della storia. Perché non sarà certo la creazione di nuovi e moderni centri commerciali a darci il senso di appartenenza ad una comunità, di darci il senso profondo dell’appartenenza ad una città”.

L’uccisione di Pierluigi Farnese – dipinto di Lorenzo Toncini

 

 

“Il sistema economico globalizzato trasforma la democrazia da potere del popolo a dittatura monocratica”, intervento di Carmelo Sciascia

Furio Arte, Il potere del soldi (particolare, olio su tela)

L’Italia ha avuto periodi storici in cui è stata indiscutibilmente una potenza, ha avuto una egemonia mondiale in settori diversi, ricordiamo tutti: Roma e l’Impero romano, per la potenza militare, l’amministrazione, i trasporti, ed il Rinascimento per le arti, dalla pittura all’architettura, dalla scultura alla letteratura tout court. A questi due periodi lo storico Fernand Braudel ne aggiunge un terzo, quello che definisce come Il secondo Rinascimento che giunge fino a metà del XVII secolo. Sarei tentato di aggiungerne un quarto, il periodo del nostro Novecento che va dalla fine della seconda guerra mondiale a tutti gli anni settanta. Sì, gli anni della ricostruzione fino agli anni del boom economico, quell’Italia oggi descritta come “italietta”, che poi così piccola ed angusta, come lo si vuole far credere, non lo era affatto. L’Italia si era data un’ottima Costituzione ed aveva una sua moneta la Lira, la cosiddetta “liretta”, che priva di valore e significato non lo era affatto se è servita, in quegli anni, come un ottimo strumento di politica economica, per favorire crescita ed occupazione. Quando la finanza era al servizio della politica e non viceversa, come è avvenuto con la moneta unica europea.

La storia d’Italia è stata una storia di divisioni e di invasioni, fin dai tempi di Carlo VIII, che chiamato da Lodovico il Moro nel 1494, attraversò la penisola senza colpo ferire, costellando il suo avanzare con razzie e devastazioni ad opera del suo esercito e dei mercenari elvetici che ne costituivano una buona parte.

Da allora sono trascorsi più di cinque secoli ed il tempo sembra essersi fermato, ci troviamo di nuovo soggiogati da un esercito straniero, che non si presenta con le armi in mano ma che usa i sofisticati sistemi economici, finanziari soprattutto, per governare l’economia e sottomettere la politica, nella sua più nobile accezione.

Perché la democrazia, come ci spiega bene con la sua  ”Critica matematica della ragione politica” (Rizzoli – 2018) Piergiorgio Odifreddi, oggi semplicemente non esiste! Formalmente siamo ancora una democrazia parlamentare, nella realtà no. Nella concezione comune si definisce Democrazia quel sistema politico che si basa sui due termini costitutivi la sua etimologia: “kratos” governo e “demos” popolo. Quindi il governo del popolo. Ma vi è un’altra interpretazione che inverte il concetto di popolo, trasformandolo da soggetto attivo in passivo: da soggetto che governa a popolo che deve essere governato. Un popolo da governare quindi, che essendo governato, viene conseguentemente privato della sua podestà.

Odifreddi ci ricorda come Il rigore matematico del premio Nobel Kenneth Arrow dimostra l’impossibilità di potere avere un sistema di votazione equo, qualsiasi sistema di voto può essere manipolato o viceversa il solo sistema di voto non manipolabile è la dittatura. Prendendo le mosse da Arrow, anche un altro premio Nobel Amartya Kumar Sen dimostra che, c’è un conflitto insanabile tra libertà e diritti, possono crearsi delle situazioni in cui solo un individuo può avere garanzia dei suoi diritti assoluti, il conflitto tra democrazia e diritti quindi può risolversi nella figura di un dittatore, un solo individuo che può averli per tutti. Lo stesso Sen ha detto: “L’euro è stata un’idea orribile. Lo penso da tempo. Un errore che ha messo l’economia europea sulla strada sbagliata”. Ecco quindi come la democrazia si è trasformata: da potere del popolo a dittatura monocratica che anziché vestire i panni di un singolo personaggio veste i panni di un sistema economico globalizzato.

La democrazia non esiste soprattutto quando i poteri dello stato sono sottomessi alla finanza. La separazione Banca d’Italia e Tesoro, primi anni ‘80 era stato l’inizio di una impostazione di politica economica che permetteva un trasferimento di sovranità dagli Stati ai mercati.

In Italia c’è un allarme, lanciato da più parti e non da adesso, che teorizza l’insostenibilità della moneta comune, dell’euro. O meglio di una scelta che ci è stata imposta come strumento per sottometterci economicamente e conseguentemente politicamente.  La storia di Carlo VIII continua, solo che questa volta a chiamare lo straniero non è stato un principe lombardo ma tutta una classe politica, per suo stesso dire, incapace di governare. Che la classe politica italiana sia incapace di governare ce ne dà prova adesso come ce ne ha dato prova, in modo continuativo e sostanziale, negli ultimi decenni. Basta ricordare il cosiddetto Governo tecnico di Mario Monti, un golpe applaudito dai più, passato alla storia oggi per essere stato il più nefasto della storia dell’Italia contemporanea. Ma il problema oggi che più ci interessa è sottolineare come questa incertezza ed incapacità di governare, possa trascinare con sé alla deriva tutta la civiltà e la cultura italiana. Possa, in altri termini, rappresentare la fine di una civiltà, fenomeno che qualcuno indica con l’espressione di “genocidio culturale” concetto, non nuovo, usato già da Pasolini nel 1974. O suicido, come Don Giussani ebbe a scrivere sulla “scomparsa del senso di missione che ogni civiltà porta con sé. Come se l’occidente sentisse di aver esaurito il suo ciclo bimillenario”.

Diversi studi mettono in relazione la fine dell’impero romano con la fine della civiltà occidentale. Furono gli stessi soldati romani che aiutarono i Goti ad attraversare il limes, su comando imperiale. Le inefficienze e la corruzione dei funzionari fecero il resto, fino alla sconfitta nei pressi di Adrianopoli dove lo stesso imperatore Flavio Giulio Valente venne ucciso. Era il 9 agosto del 378 d.c. questo ci dice la storia ed il giornalista Antonio Socci lo sottolinea nella sua ultima opera: “Traditi sottomessi invasi” (Rizzoli – 2018).

Più canonico Silvano Messina che nel suo libro “L’ultimo canto del cigno” (Aletti Editore – 2018) pone la classica data storica del 476 come fine dell’impero romano. Di fatto sono bastati comunque non più di alcuni decenni per fare scomparire un impero, quello romano che dominava tutto il mondo civilizzato. In questa fenomenologia, si intrecciano fattori esterni ed interni prosegue il Nostro nel descrivere l’Agonia della Civiltà Occidentale, come sottotitola il libro. Fattori esterni: cambiamenti climatici ed idrogeologici, flussi migratori; fattori interni: la politica e le istituzioni, l’economia, l’evoluzione sociale e la legalità. La nostra storia contemporanea è quindi un dejà vu, le cause ci sono tutte, non ci rimarrà che aspettare la fine? Secondo la lingua accadica dei popoli mesopotamici l’Italia avrebbe lo stesso significato originario d’Europa: la terra dove tramonta il sole, l’occidente! La fine dell’Italia rappresenterebbe la logica fine di tutto l’occidente.

Già Spengler, aveva descritto la fine della civiltà occidentale, negli anni venti, come un periodo culturalmente arido e politicamente fragile. Un periodo dominato dal denaro, un periodo senza speranza futura. Ed oggi che siamo dominati dalla Finanza? Come abbandonare la drammatica ed angosciante postura, che tutti noi abbiamo assunto, dell’uomo urlante di Munch? Oppure dobbiamo credere che l’uomo sia sempre prigioniero del suo tempo, e che la fine dell’Italia coincida con la fine dell’Europa e dell’intero Occidente, per noi oggi, come lo è stato per i romani?  Unica risposta possibile: la ricerca di nuovi e credibili paradigmi.