“FIKA, un viaggio, una riflessione”, a cura di Carmelo Sciascia

Un bel quaderno di cultura piacentina è stato, ed è, L’Urtiga. Questa rivista comunque non credo possa venirci incontro in merito al problema che andrò ad esporre. Ma, un incontro con qualche animatore instancabile e fattivo di questa stessa rivista, sicuramente potrebbe risultare risolutivo.
Perché una semplice conversazione, con chi possiede una conoscenza filologica, ha il merito di trasformare un incontro, in un confronto intessuto di rimandi, rimandi linguistici e letterari, locali e non. La relazione tra due o più individui, è sempre apportatrice di chiarificazioni, il solipsismo non sempre riesce, perché è difficile rimanere lucidi, quando si conversa con se stessi.
Avrei posto all’ipotetico esperto interlocutore il problema delle influenze linguistiche tra il dialetto piacentino derivato dal ceppo gallico e le lingue scandinave, lingue discendenti dall’antico ceppo germanico. Per capirne, ad esempio, le eventuali analogie: si tratta pur sempre di lingue discendenti di popolazioni barbare che tanta pratica quotidiana avevano in comune. Anche se è vero che tanta storia ne ha modificato la struttura originaria, innestando nuove lingue, proprie di popolazioni provenienti da altri territori. Semplificando: non a caso troviamo nel parlato piacentino, strutture latine insieme a francesismi. Ma può essere il dialetto piacentino nobilitato ed essere accolto come lingua? So di tanti studi in proposito; difficile poterlo affermare. Nemmeno la definizione contenuta nell’art. 1 della “Carta europea per le lingue regionali e minoritarie” ci può aiutare a sciogliere l’enigma.
Facendo comunque un sommario paragone con altri dialetti italiani, può darsi che, tra il piacentino e le lingue scandinave una qualche relazione possa esistere, comune è la radice storico-culturale della civiltà celtica ad esempio. Relazione che sicuramente non può avere e non ha il siciliano, cui l’UNESCO ha riconosciuto lo status di lingua madre, discendente direttamente dal latino volgare e prima lingua letteraria italiana con la Scuola siciliana, già nel XIII secolo.
Ha dato sulla lingua ed il dialetto, una definizione che taglia la testa al toro, il linguista lituano Max Weinreich: “una lingua è un dialetto con un esercito ed una marina“.
E preso atto che Piacenza non ha un esercito e nemmeno una marina che, tra l’altro, difficilmente potrebbe avere non avendo sbocchi al mare (al limite una flotta fluviale), non può essere tenutaria di una lingua, ma semplicemente di un dialetto. Possiamo ritenere il piacentino un dialetto o se vogliamo, potremmo darle una definizione più aulica e cioè considerarla una “lingua locale minoritaria”.
C’è un modo di dire, un intercalare, che i piacentini amano ripetere spesso.
È un intercalare che non ha nulla a che vedere con il suo significato lessicale. Come per i tanti modi di dire di varie parti d’Italia che fanno riferimento a parti anatomiche ed intime dell’uomo o della donna. Sono entità linguistiche munite di vita propria che di tanto in tanto fanno capolino nei discorsi quotidiani, discorsi comuni che nulla hanno di volgare, avendo perso il loro primitivo riferimento.
Un po’ come per le opere d’arte che al di là di ciò che rappresentano, restano avulse, distaccate dalla rappresentazione grafica, acquistano un diverso significato. Esempio classico “L’origine del mondo” di Gustave Courbet. Un quadro che nonostante una grafica esplicita non ha nulla di pornografico, grazie alla tonalità cromatica il messaggio diventa qualcosa d’altro: il significato anatomico si trasforma in messaggio allegorico. L’eros come rappresentazione della fecondità. L’origine del mondo diventa rappresentazione della forza creatrice generatrice di vita.
Così per le opere letterarie, in primis il nostro Dante Alighieri: “Al fine de le sue parole il ladro – le mani alzò con ambedue le fiche, gridando: Togli, Dio, ch’a te le squadro!” (Inferno, canto XXV).
Sul significato del gesto non vi è alcun dubbio, è una rappresentazione di un gesto che qualcuno definisce scurrile come quello cui le femministe ci mostreranno secoli appresso, accompagnando la rappresentazione gestuale con l’esplicita indicazione del possesso e della personale gestione.
Spunto di questa riflessione un volantino, che mi veniva offerto gentilmente dalle mani di una ragazza bionda ed alta, un prototipo di ragazza scandinava come siamo abituati a rappresentarcela nell’immaginario collettivo, infatti ero in Svezia, a Stoccolma, precisamente.

FIKA, l’esempio della felicità svedese

Il termine FIKA, intestazione del volantino, mi catapultava a Piacenza, al modo di dire, di intercalare. Tipica locuzione per rendere più incisiva un’espressione, rendere più colorita una qualsiasi affermazione. Come meravigliarsi, organi sessuali sono presenti nel linguaggio di tanti altri dialetti nazional-popolari.
Fika. Termine tante volte sentito pronunciare per le strade cittadine, termine nobilitato in poesia: l’abbiamo visto citato in Dante ed in tanta altra letteratura precedente e conseguente.
In pittura è stata rappresentata infinite volte (come non pensare agli affreschi pompeiani), come graffiti preistorici la ritroviamo nelle mura e nei cessi pubblici di ogni luogo dell’intero mondo creato ed abitato.
A proposito di Pompei: chi l’avrebbe mai detto che a Stoccolma il caffè è più apprezzato che a Napoli?
Fika con la cappa, da noi è indifferentemente scritto e pronunciato con la g o con la c, solo che con la k cambia completamente di significato: diventa un invidiabile stile di vita!
Fika è un happy hour, un break coffee, una pausa di lavoro, ma anche andare… ad un appuntamento.
Comunque al di là di qualsiasi facile ironia, abbiamo bisogno oggi di rallentare i ritmi frenetici dei nostri tempi, abbiamo bisogno di pause per vivere più serenamente, per riflettere, per apprezzare le tante piccole grandi cose che la vita ci offre. A Piacenza ogni volta che ci troviamo a pronunciarlo o a sentirlo, ricordiamoci il significato germanico della lingua scandinava, perché abbiamo bisogno, per dirla in svedese e come gli svedesi, oggi più che mai di FIKA!

Fika è un verbo svedese che significa “uscire a bere caffè”, solitamente accompagnato da un dolce. La parola è un esempio dello slang del XIX secolo dove le sillabe di una parola vengono invertite: fika deriva in effetti da kaffi, termine svedese arcaico che indica il caffè (oggi kaffe). Il fika è un’istituzione sociale in Svezia: significa prendere un caffè con i colleghi, gli amici o la famiglia, può indicare una pausa di lavoro, ma anche andare ad un appuntamento. La Svezia è tra i maggiori consumatori di caffè al mondo e la pratica di prendere una pausa caffè è molto importante nello stile di vita svedese. Sebbene il fika possa implicare “prendersi una pausa dal lavoro”, spesso in questo caso si usa il termine, più enfatico, fikapaus (pausa caffè) o fikarast (break per il fika). Fika può anche significare semplicemente prendere un caffè con un amico al bar. Il termine implica bere caffè, quindi mangiare un tramezzino al bar non è fika; d’altro canto è comune bere del tè, mentre i più giovani possono bere limonata drink analcolici o latte al posto del caffè. Nonostante questo, un vero fika richiede il caffè.  [ immagine di Stephen Arnold ]

“Il cinema, la società, il lavoro”, riflessioni di Carmelo Sciascia tra film e realtà

Un tormentone di una estate, l’ultima estate in cui avevamo ancora la Lira. Era il 2001. Una canzone superficiale e leggera, imperversava. “Dammi tre parole: sole, cuore e amore” una semplice rima, una pennellata di citazioni estive e la ricetta per essere felici è cosa fatta. La banalità di questa rima, la sua sonora ed ossessiva ripetitività uccidevano qualsiasi richiamo a qualsivoglia forma di poesia. Succede anche nella vita reale. La dura ripetitività delle azioni quotidiane uccidono l’essenza della vita, a malapena garantiscono la sopravvivenza, non la vita. Quella vera. Questa l’analogia tra la canzone di Valeria Rossi ed il film di Daniele Vicari. “Sole, cuore e amore” è un film del 2016 ma che troviamo nelle sale cinematografiche solo da qualche mese, quest’anno. Ambientato in un preciso quartiere (zona Tuscolana) della sterminata città di Roma, la vicenda potrebbe svolgersi in qualsiasi altra città italiana. La storia è semplice: una giovane madre di quattro figli con un marito, muratore disoccupato, lavora in un bar fulltime sette giorni su sette. Eli, (Isabella Ragonese) il suo nome, non può nemmeno permettersi di prendere qualche giorno di riposo nonostante il consiglio del cardiologo. Così, tanto stringe i denti fino a lasciarci le penne: muore su una panchina di una anonima fermata del metrò. La sua è una vita come tante altre, una vita indegna d’essere vissuta, a causa di un lavoro senza dignità e rispetto, che pone il lavoratore al pari di criceti sulla ruota della sopravvivenza, (l’ho ricordato parlando de “La giostra dei criceti” di Antonio Manzini).
Nello stesso periodo un altro film: “Fortunata”di Sergio Castellitto ci inchiodava su una poltrona a masticare amaro. Fortunata (Jasmine Trinca) è una ragazza separata da un marito violento con una figlia adolescente, siamo sempre a Roma, una periferia degradata di Roma, come lo sono tutte le periferie delle città moderne. Per vivere, meglio direi per sopravvivere, fa la parrucchiera in nero. Anche qui, la precarietà del lavoro e la precaria condizione psicologica di madre, ne fanno una vittima sacrificale. Un criceto, privo di autostima, condannata alla “sfortuna”. Incapace di amare e di essere amata, perfino dalla figlia.
Non faccio recensione cinematografica, per cui non parlo dei film in quanto prodotto multimediale frutto di un copione, una scenografia, una colonna sonora e quant’altro, ma del cinema come pre-testo. Un testo anteposto a qualcos’altro e che questo qualcos’altro riproduce. Un testo che sia pretesto per una riflessione, ad esempio sul lavoro, su ciò che è diventato il rapporto di lavoro. Precario, sottopagato, privo di qualsiasi tutela sociale e giuridica (vedasi a proposito il Jobs act e l’eliminazione dell’art.18). Il problema oggi credo sia più grave di quello che si vuol fare credere. Perché non è un fenomeno, come qualche secolo fa solo del Sud, quando i braccianti agricoli venivano ingaggiati la mattina e licenziati la sera, a seconda delle simpatie del “gabelliere” di turno, oggi il problema è nazionale perché sempre più la manodopera è appannaggio del caporalato, un caporalato che vive e prolifera ad i margini della società, diventato essenziale al cosiddetto sistema produttivo e perciò da questo vezzeggiato. Ahimè come è salito e si è propagato in fretta il cosiddetto sistema della palma e del caffè ristretto, da superare i confini regionali e nazionali.
Se una riflessione dobbiamo e possiamo fare attraverso il cinema è doveroso ricordare anche “Io, Daniel Blake” di Ken Loach. (Non poteva iniziare con film migliore la stagione del cinema sotto le stelle al campo Daturi a Piacenza). Perché dicevo, il cinema è un pre-testo. Il neoliberalismo in Europa è iniziato in Gran Bretagna con la signora di ferro, la signora Thatcher, i suoi cavalli di battaglia: la deregolamentazione (in particolare del settore finanziario), il mercato del lavoro flessibili, la privatizzazione delle aziende statali e la limitazione del potere dei sindacati. Il personaggio di questo film, mister Daniel, ha perso il lavoro in seguito ad un attacco cardiaco, attraverso una malattia inizia un calvario che non è un problema sanitario stricto sensu, ma preludio di trappole burocratiche, di iter inconcludenti ed umilianti. (un po’ come le pratiche cui si sottopongono oggigiorno i nostri disoccupati e pensionati). La burocrazia è generata dalla società e dal potere politico vigente in un dato momento storico, non è mai neutrale, è come le scoperte scientifiche. In sé e per sé una scoperta scientifica è neutra, isolatamente considerata, può essere buona o cattiva a seconda dell’uso che se ne fa; così la burocrazia, utile per un corretto funzionamento della società, viene trasformata in un insensato labirinto atto a stritolare il comune cittadino, il quale diventa vittima da beneficiario quale doveva essere. Alla fine il risultato è il seguente: rendere inutile ed inutilizzabile qualsiasi forma di paracadute previdenziale ed assistenziale, con momentaneo risparmio delle casse pubbliche e sfoltimento “naturale” di rami secchi.
Il problema fisico, un malanno cardiaco accomunano i due personaggi cinematografici: la barista Eli di “sole, cuore e amore” ed il muratore di “Io, Daniel Blake”. Un problema che si sarebbe potuto risolvere con cure ed assistenza appropriate, diventa causa di morte. Socialmente alle cure si preferisce il lassez faire della malattia, per burocrazia, per necessità improcrastinabili, perché così è… se vi pare, perché così si è deciso debba essere, al di là del nostro e vostro insignificante parere!

“Frida e Diego: Viva la vida!”, riflessioni a cura di Carmelo Sciascia

È strano come da piccole storie personali, da brevi descrizioni di poche pagine venga fuori una grande storia, forse sarebbe più corretto dire la storia, quella storia che comprende i grandi movimenti politici, i grandi ideali, le aspirazioni di interi popoli.
La storia personale è quella di Frida Kahlo, il libro, Viva la vida! Il libro è un monologo immaginario della Frida, scritto da Pino Cacucci. (che va ringraziato anche per Puerto Escondido, un altro libro da cui Salvatores ha tratto il film omonimo).
Il monologo di Frida è la descrizione di una vita vissuta intensamente, un’esistenza tormentata e dolorosa, “una continua pioggia nell’anima e nel corpo”.
Il sesso, l’arte e la politica si fondono e si confondono. Di primo acchito questo connubio ci può sembrare strano ma non è stato così nel ’68? Chi non ricorda il libriccino di Lidia RaveraPorci con le ali”? Ed il movimento femminista non è stato tutto un rincorrersi tra privato e pubblico? In Messico, Stalin fa uccidere Trockij. Diego Rivera segretario e fondatore del Partito Comunista messicano accusa ed espelle dallo stesso partito se medesimo: il Diego Rivera pittore. Un assassinio politico reale si intreccia con un assassinio posticcio ed ironico, ma anch’esso reale. In comune hanno qualcosa di drammaticamente vero: l’ideologia comunista uccide l’utopia anarcoide. Diego Rivera, artista, era in realtà, nel modo di vivere e di concepire il mondo, un anarchico. Come cannibali, durante la guerra civile spagnola, comunisti estromisero e sacrificarono tanti anarchici.
Gli uomini quando cercano di realizzare i propri ideali, hanno la capacità di trasformare i sogni in incubi. E magnificamente ci riescono!
Diego, fu un traditore. Trockij, un traditore”. Si può dire che Frida si è sempre innamorata ed amato uomini che hanno vissuto una vita di fedeltà al proprio credo politico, talmente coerenti da essere considerati traditori. Come è avvenuto ed avviene, se non sempre, spesso, nei partiti, nei governi. Certo che in campo sentimentale non c’è ragione che tenga e l’amore non è certo un sentimento che possa essere addomesticato, quando si presenta non ci dà scampo, non c’è modo di uscirne, non c’è rimedio:“No hay remedio”, dice Frida, identificando il nome dell’amato con il concetto stesso d’amore: “Diego: nome d’amore”. “Ho amato Diego. L’ho odiato. È stato la causa e l’effetto. Il sole e la luna. Il giorno e la notte. La mia vita e la mia morte. la mia malattia, la mia guarigione”. Come hanno scritto e continuano imperterriti a scriverne i poeti! E quando si ama si prende dell’amato tutto in blocco, così come è, non si può amare una persona per quello che non è, quindi anche se brutto (un elefante, un rospo), anche se mente (un rospo bugiardo), anche se congenitamente infedele (il poeta Catullo, in questo senso, ci ha lasciato mirabili e memorabili esempi di un amore tormentato dal comportamento della sua Lesbia). Infedele Diego, infedele anche Frida. Diego diventa “un adorabile rospo bugiardo”, lei bisognosa d’attenzione, non trascura compagnie maschili e femminili: tradita, tradisce. Non per ripicca, ma per sentirsi fiera di se stessa, degna di attenzioni nonostante quel corpo, il corpo di una donna che aveva assistito al proprio funerale.
Diego ha una relazione con la cognata Cristina, la sorella cui Frida è più legata. È un momento drammatico e doloroso, inaspettata (per questo scontata) arriva la consolazione: “Diego è qualcosa di unico e irripetibile, malgrado tutto. Ed io ho avuto tutto, malgrado me”.
C’è dicevo all’inizio, nella storia personale di Frida, la storia di tutto il Messico.
La mexicanidad: sofferenze e speranze del popolo messicano. Quelle speranze che portano il nome di eroi popolari come Emiliano Zapara e Panchio Villa. Speranze e delusioni: amores y desamores.
Nella sua vita. Non nella sua pittura. Pablo Picasso aveva scritto, in una lettera indirizzata a Diego Rivera: “né tu né io saremo mai capaci di dipingere una testa come quelle di Frida Kahlo”.
Pittrice riconosciuta ed apprezzata lo fu senz’altro ma rimango dubbioso e sospendo qualsiasi giudizio in merito constatando peraltro quanta è distante la sua arte in rapporto ad un pittore delle terre nostre a lei contemporaneo come Ligabue, ambedue della prima metà del secolo scorso.
In questa vita – non è difficile – morire. – Vivere – è di gran lunga più difficile”. Così Majakovskij ricordando Esenin. A diciotto anni Frida, aveva sconfitto la Pelona (la morte). In seguito ad un incidente aveva urlato così forte il suo attaccamento alla vita da avere assordato la morte stessa.
E se vivere è difficile, figurarsi vivere con la costante consolatoria compagnia della morfina. Una donna Frida che, nonostante tutto e malgrado tutto, ha urlato sempre con quanto fiato poteva permetterle quel corpo martoriato: Viva la vida!

Frida Kahlo, autoritratto

Intervento di Carmelo Sciascia a Racalmuto alla premiazione del Concorso letterario ‘Il Contesto’

Perché un Concorso Letterario dovrebbe chiamarsi “Contesto”? abbiamo abbozzato, nella presentazione, una qualche spiegazione. Adesso vorrei ritornare sull’argomento e dire qualcosa in più.
Il Contesto è l’opera di Leonardo Sciascia, pubblicata nel 1971 dall’editore Einaudi, dove la confusione tra sinistra e destra, tra governo ed opposizione, è totale. Si descrive il potere. Un potere che organicamente usa qualsiasi opposizione, e spesso la crea in modo fittizio e strumentale, per restare arroccato alle proprie rendite di posizioni ( Brigate Rosse docet).
Ed allora si rende evidente il bisogno di parlare di democrazia.
Dicevo che l’opera è stata pubblicata nel 1971 ma l’anno in cui si diffuse e tanto se ne parlò fu il 1972.
Allora facciamo un piccolo riassunto di cosa successe quell’anno.
Nel 1972, la V Legislatura veniva varata e retta solamente dalla DC con a capo del governo Giulio Andreotti. Il Divo, com’è stato definito dal magnifico film di Sorrentino, regnava indisturbato, nonostante il 68, nonostante il 69, nonostante tutto e malgrado tutto. Il divino Giulio sosteneva che “bisogna amare così tanto Dio per capire come sia necessario il male” e di male ce n’era e ce n’è tanto!
Il 1972 prosegue con la VI legislatura, con un governo guidato da Andreotti e sostenuto da una coalizione DC-PLI-PSDI.
Sembrano tempi lontani, preistoria politica, ma oggi, se diamo un veloce sguardo ai componenti del governo ci si accorge che molti hanno chiara matrice democristiana, ciellina, liberale e … (mi sembra rivoluzionario dire anche socialdemocratica), allora abbiamo la quadratura del cerchio, secondo la visione propria de Il Contesto.
Capisco che attraverso una qualsiasi filosofia della storia riusciamo a trovare giustificazioni teoriche alla cronaca odierna, dalla teoria delle catastrofe di Arnold Joseph Toymbee, alla teoria dei corsi e ricorsi storici di Gian Battista Vico, oppure facendo riferimento all’eterno ritorno dell’eguale di Nietzsche: mi viene comunque difficile capire come siano stati buttati via più di 40 anni di storia per ritornare, come in un maldestro giuoco del caso, al tempo del “Contesto”; anzi, di esserci sempre stati.
La DC muore nel 1994 per implosione, con la fine della prima Repubblica. Magnifica la descrizione della DC in “Todo Modo” (altra opera di Sciascia più tarda di un paio d’anni dal Contesto, precisamente del 1974). Lo stesso Partito democristiano finito nel ’94, attraverso un mirabile giuoco di specchi e di rimandi, di fusioni e di separazioni, di apparenti divisioni, destroidi e sinistre (termine che rende bene il concetto). Rinasce.
La DC rinasce, sotto mentite spoglie, perché l’Italia è prevalentemente clericale e conservatrice, incapace di qualsiasi cambiamento radicale. L’Italia della prima o della seconda Repubblica rimane la Repubblica de Il Contesto.
Leonardo Sciascia l’aveva tenuto fermo due anni quel libro, aveva persino paura a pubblicarlo. E le reazioni virulente degli articoli scagliati al suo indirizzo l’hanno confermato. Sono stati più di venti gli articoli solo de L’unità e Rinascita (il nostro ex Presidente Napolitano sicuramente ricorderà anche chi li aveva firmati, quegli articoli). Descrivere l’Italia come luogo di omicidi eccellenti in nome di una ragione di Stato dove ci sono tutti, ma proprio tutti, opposizione compresa, è il tema preponderante del libro.
“Ho paura di dire cose che possono avvenire” (L. S.). Anch’io ho paura, paura di constatare cose che sono già avvenute e continuano ad accadere.
Constato che morta la DC, rinasce identica nella concezione di una gestione poco chiara del potere in tanti altri partiti a noi contemporanei.
Sciascia non capì la nuova mafia, Cosa Nostra. Aveva capito e descritto molto bene quella che in qualche modo era ancora legata alla terra, alla speculazione edilizia, alla politica. Non aveva capito le aristocrazie finanziarie, quelle che muovono un fatturato economico annuo di più di settanta miliardi di euro. Ma è giustificabile, è morto nel 1989, non c’era ancora l’Euro, non c’era come oggi la BCE, il Fondo Monetario Internazionale ed altre istituzioni economico-finanziarie di rilevanza internazionale (quando si parlava di signoraggio allora, si pensava ad una pratica medioevale!).
Nel Contesto, l’ispettore Rogas dice testualmente: “ Il potere in Sicilia, in Italia, nel mondo, sempre più degrada nella impenetrabile forma di una concatenazione che approssimativamente possiamo dire mafiosa”. Eravamo nel ‘71 in altre vicende affaccendati, ma non sembra che questo passo ci parli delle inchieste sulla trattativa mafia stato? E viene, anzi ritorna spontanea la domanda: ma che governi sono stati tutti quelli che da allora si sono succeduti?
Vorrei accennare, per simpatie professionali ad un filosofo siciliano come Sgalambro che molto bene ha tratteggiato lo stato d’animo isolano. Rinunciatario ed individualista.
Il filosofo siciliano Sgalambro scrisse: “Ciò che vedo intorno stimola in me pensieri d’odio … per questo rivendico la mia ascesi mentale”. La sua ascesi lo porta a formulare la metafora della nave. L’isola, la Sicilia è precaria, instabile come una nave. Ampliando prospettiva metaforicamente e per analogia, possiamo dire che oggi la nave da Isola è diventata Penisola, il “taedium” da isolano è diventato nazionale.
L’esproprio della speranza politica è stata lenta e continua. La politica è diventata l’arte di vedere il vetro e non di vedere attraverso il vetro. Il cinismo teologico di Sgalambro che può sembrare astratta filosofia può essere paragonato al cinismo monetario e finanziario che si vuol fare passare come unica verità filosofica del mondo contemporaneo. Mi ricordo, quando ragazzo lessi la teoria della palma. Il clima si fa sempre più caldo. Da sud verso nord, il clima si fa sempre più favorevole alla coltura della palma, circa cinquecento metri ogni anno. Alla linea della palma si aggiunse la teoria del caffè ristretto. Come scrisse Sciascia, la linea del caffè concentrato, forte degli scandali, sale su su per l’Italia, ed è già oltre Roma … (eravamo più di mezzo secolo fa). Oggi quella colonnina di mercurio è andata ben oltre Roma, ben oltre le Alpi. Così come il modo isolano di pensare, ce lo descrive cabalisticamente Sgalambro, così quello di governare ce lo ha scritto esplicitamente e bene Leonardo Sciascia.
Forse tutta l’Italia sta diventando Sicilia, si disse allora. Oggi quel forse, ahinoi, con i dovuti distinguo, probabilmente non c’è più, la previsione è diventata l’unica e onnicomprensiva realtà. Così nella politica prima, come adesso nella passiva e pessimistica forma del pensiero. Non più un pensiero teso ad una qualsiasi forma di cambiamento, ad una prospettiva che parta dai bisogni reali dell’uomo e ci ponga l’alterità di un qualche modello, ma una accettazione supina di scelte che vengono fatte da “altri” e fatte “oltre” i confini nazionali. Il potere non sta in Parlamento diceva Sciascia ma chi decide sta fuori, si colloca oltre, al di là ed al di fuori del Parlamento stesso. Cioè le decisioni, le scelte vengono fatte al di fuori dei partiti, e non sono scelte apolitiche ma politiche elevate all’ennesima potenza, fatte da uomini fuori dai partiti (tecnici) che stanno oltre qualsiasi schieramento, e forse proprio per questo dentro tutte le forze politiche, ne costituiscono l’humus.
Come lievito, come farina, come sale, comunque come forze inalienabili e vitali alla vita dello Stato, di questo Stato, che tutto comprende (nelle tasse e nei tagli) e tutto esclude (nelle scelte e nelle decisioni). La politica monetaria, la finanza, da strumento dei governi, sono diventati … governo. Ed ancora una volta e sempre, strumenti di qualcosa di “altro” e di decisioni prese “oltre” qualsiasi forma di rappresentanza democratica. La negatività di scelte politiche si è evidentemente fusa con una negatività del pensiero. Ne è venuto fuori un mixer di indistinto miscuglio bene-male, dove non esistono confini netti e ben delineati, dove scelte politiche si sono trasformate in astratte categorie dello spirito.
Se Sgalambro dice che pensare non gli ha dato gioia, pensate un po’ cosa ha procurato a noi, che filosofi non siamo ma semplici cittadini comuni!
Succede a volte di leggere dei libri e di vedere comparire davanti con gli occhi della memoria, insieme al testo che si sta leggendo, un altro libro. È quello che mi è successo leggendo “Siamo il 99%” di Noam Chomsky.
Il libro richiamato alla memoria è “Indignatevi” di Stephane Hessel.
Indignatevi è stata di una moderna guida per i giovani, cui l’autore si rivolgeva affinché si indignassero contro l’attuale dittatura finanziaria, perché “l’indifferenza è il peggiore di tutti gli atteggiamenti .… Creare è resistere. Resistere è creare”. Adesso ho scoperto con il libro di Chomsky un altro manuale di resistenza, rivolto stavolta non solo ai giovani ma a tutta la comunità. In questo piccolo libro, Siamo il 99%, quasi un opuscolo di propaganda, si prende in considerazione la soluzione reale che è possibile dare ai problemi politici, economici e sociali odierni, non solo in America ma nel mondo. Sono interviste e conferenze che hanno la capacità di mettere in luce alcune caratteristiche peculiari di una crisi mondiale.
Oggi la mancanza di qualsiasi prospettiva porta alla disperazione: chi lavora sa che il posto di lavoro è diventato precario, una volta perso, non ritornerà. Fenomeno determinato dallo spostamento dalle attività produttive alla manipolazione finanziaria. I mutamenti dagli anni ’70 in poi, hanno portato a deindustrializzare, delocalizzare ed a fare aumentare il potere delle istituzioni finanziarie. La concentrazione della ricchezza ha quasi eliminato la classe media ed il potere politico si è concentrato nelle mani di pochi: i partiti in vario modo si sono sciolti e dissolti.
Ed allora che fare?
Bisogna educare, organizzare, mobilitare. Significa “imparare le cose autonomamente”. Comprendere il mondo per cambiarlo. Ecco che ritorna preponderante il senso ed il significato di questo Concorso letterario. Si impara partecipando, confrontandosi con gli altri: si impara dalle persone con cui ci si relaziona. Questa l’essenza di una concezione politica anarchica. Spesso ci si interroga su come possa essere una società anarchica. Una definizione semplice è la seguente: una società anarchica è una società fondata sulla partecipazione libera e volontaria all’interno di un sistema altamente strutturato ed organizzato. Il contrario quindi di caos, termine spesso usato come sinonimo di anarchia.
Avevo letto in una versione dei pocket tascabili della Longanesi, negli anni del liceo, una definizione di Bertrand Russel : “il puro Anarchismo dovrebbe essere l’ideale supremo cui la società dovrebbe avvicinarsi di continuo, ma che per il presente esso è impossibile …”. Questo per il filosofo inglese, per noi va eliminata l’idea della sua impossibilità a realizzarsi. Anzi bisogna cercare di realizzarla attraverso la creazione di comunità solidali, di mutuo appoggio, di vera democrazia di base, è una risposta indispensabile per contrastare l’idea egemone della società odierna che ha fatto proprio il concetto espresso, un secolo fa da Mark Hanna, quando alla domanda di cosa fosse importante in politica, rispose: “La prima cosa è il denaro, la seconda è il denaro e la terza l’ho dimenticata”.
Così come la DC secondo Sciascia, aveva occupato lo Stato ed ad esso si era sostituito, oggi, il mondo è occupato e governato dalle multinazionali, dagli imperi commerciali, dalle enormi istituzioni finanziarie, che decidono al posto dei partiti e dei governi.
La loro massima: “tutto per noi e niente per gli altri”. Gli accordi economici come il TPP (Paternariato trans-pacifico) sono accordi che riconoscono tutele e diritti agli investitori privati camuffandoli come accordi di libero scambio. L’Unione Europea comincia a vacillare per gli effetti dei provvedimenti di rigore dettati dal F.M.I., la democrazia svigorita ha consegnato qualsiasi potere decisionale ai burocrati di Bruxelles, i leader politici nazionali devono sottostare alle istituzioni europee, alle banche ed alle multinazionali.
Ma il mondo ha anche bagliori di luce, bagliori dati dalla presa di coscienza dell’opinione pubblica. Ciò è vero se ricordiamo le grandi manifestazioni pacifiste che contribuirono dall’interno a sconfiggere l’imperialismo americano in Vietnam. O il movimento femminista, che da elite è diventato un movimento che ha cambiato non solo la visione dei rapporti fra i sessi ma la visione del mondo intero. Se lo hanno fatto le donne,solo le donne delle società progredite, perché un nuovo cambiamento non potrebbe farlo proprio l’opinione pubblica mondiale?

Racalmuto, 4 giugno 2017

“23 maggio 2017, venticinquesimo anniversario della strage di Capaci: l’ antefatto”, intervento di Carmelo Sciascia

Il 1992 viene ricordato come l’anno di una memorabile sentenza: la Cassazione, a gennaio di quell’anno, confermava la sentenza del maxiprocessso a Cosa Nostra; convalidava quindi il lavoro che era stato svolto dal pool di Antonino Caponnetto.
Anno memorabile, quell’anno: a marzo a Mondello viene ucciso Salvo Lima eurodeputato andreottiano; a maggio Falcone, la moglie e la scorta; a luglio Borsellino e la scorta; settembre omicidio Ignazio Salvo, ex esattore legato a Lima ed Andreotti.
Il 23 di questo mese ricordiamo la stage di Capaci, l’uccisione di Falcone e di parte della sua scorta.
Di questa strage e su questa strage si sa tutto, sugli esecutori e sui mandanti: i capi della stessa organizzazione mafiosa. Sappiamo tutta la verità come ce l’hanno indicata i procedimenti giudiziari e le relative sentenze definitive, nel momento in cui l’inchiesta sui “mandanti occulti”, è stata archiviata nel 2013 dalla Procura di Caltanissetta.
Si sa ad esempio che la strage era stata decisa l’anno precedente dalla Commissione regionale di Cosa Nostra presieduta dal boss Salvatore Riina. Ricordando l’uccisione di Falcone, è giocoforza parlare del maxiprocesso: il processo in primo grado inizia nel 1986 e termina nel 1987, per concludersi con la sentenza definitiva della Cassazione nel gennaio del 1992.
Falcone si era valso della collaborazione di mafiosi, tra cui ricordiamo tutti Buscetta e Contorno.
Ricordiamo meno o per nulla altri due nomi: Giuseppe Di Cristina e Leonardo Vitale.
Nomi che si trovano nell’ Ordinanza-sentenza del maxiprocesso. Per quanto riguarda Giuseppe Di Cristina, il maggiore dei carabinieri Antonio Subranni così riporta: “Le notizie fornite dal Di Cristina rivelano anche una realtà occulta davvero paradossale; rivelano cioè, l’agghiacciante realtà che, accanto all’Autorità dello Stato, esiste un potere più incisivo e più efficace che è quello della mafia; una mafia che agisce, che si muove, che lucra, che uccide, che perfino giudica e tutto ciò alle spalle dei pubblici poteri.” Questo avviene sette anni dopo che un certo Leonardo Vitale, primo collaboratore di giustizia, si era deciso a rivelare tutto sull’organizzazione e sui crimini mafiosi a Bruna Contrada, allora Commissario della questura di Palermo.
(Contrada, personaggio discusso e dirigente SISDE, sarà arrestato nel 1992 ed in seguito condannato in via definitiva a 10 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa).
Tutto questo per poter parlare di Leonardo Vitale, della storia personale di un uomo d’onore che affronta il doloroso travaglio della sua coscienza ed il calvario della sofferenza fisica.
Così, come per il Di Cristina ho riportato il verbale di un colonnello dei carabinieri, per il Vitale riporto il giudizio proprio di Giovanni Falcone: “Scarcerato nel giugno 1984, fu ucciso dopo pochi mesi, il 2 dicembre, mentre tornava dalla Messa domenicale. A differenza della Giustizia dello Stato, la mafia percepì l’importanza delle sue rivelazioni e lo punì inesorabilmente per aver violato la legge dell’omertà. È augurabile che, almeno dopo morto, Vitale trovi il credito che meritava e che merita”.
Il libro che mi è capitato leggere su questo personaggio, in modo del tutto casuale (stava nello scaffale di una di quelle “baite” a Bosco dei Santi, dove si consuma il rito domenicale della pizza di Don Beppe) è di Salvatore Parlagreco, giornalista e scrittore, il titolo: L’uomo di vetro.
Un libro del 1998, edito Bompiani. Del libro nel 2007, con lo stesso titolo, ne è stato tratto anche un film, regia di Stefano Incerti.
Non fu creduto Leonardo Vitale nel 1973, i tempi non erano maturi. Probabilmente, circa dieci anni dopo, per lo stesso motivo (il rischio di non essere creduto), Buscetta non ha mai rivelato i nomi dei politici che con la mafia avevano avuto in qualche modo a che fare.
Non so come definire questo libro, nelle sue pagine c’è di tutto. Può essere considerato un libro di inchiesta, un libro sulla schizofrenia, perfino il libro di un martirio: una conversione religiosa che prelude alla santità?
È un libro e come ogni libro ha il merito di dirci delle verità esplicite, delle verità sottintese, di farci riflettere sulle cose dette come sulle cose taciute.
È interessante il collegamento in prefazione di Igor Man (pseudonimo del giornalista Igor Manlio Manzella), con il libro di Sciascia, I pugnalatori. Siamo nel 1862 a Palermo, vengono uccise tredici persone in altrettanti punti della città. Un assassino viene catturato con il pugnale ancora insanguinato. Questi, stremato dagli interrogatori, fa il nome del mandante : Trigonia, principe di Sant’Elia, senatore del Regno d’Italia. A questo punto la confessione dell’omicida diventa una pura calunnia, un affare di Stato che per tutti è meglio ignorare. Pura casualità si dirà, il libro di Leonardo Sciascia è del 1976, la confessione di Leonardo Vitale solo di qualche hanno prima. Qualche secolo dopo, la storia si ripete (Vico con i corsi e ricorsi o Nietzsche con l’eterno ritorno dell’eguale?), il pentito rivela una realtà che evidentemente è meglio ignorare: La società non era pronta ad accogliere una verità che solo qualche decennio dopo verrà invece accettata. Chi era allora il primo pentito di mafia? Un semplice pentito, uno schizofrenico, un mistico?
Come pentito schizofrenico non poté essere preso sul serio dagli organismi statuali e dalla giustizia togata, per salvarsi, i mafiosi facilitarono la sua depressione facendolo diventare pazzo, per sopravvivere al carcere ed agli ospedali psichiatrici divenne un mistico. L’uomo di vetro di Cervantes, vive nella paura ma libero nel pensiero e nei giudizi, è, ironia della sorte: espressione dolorosa della verità!
C’è un romanzo di Dürrenmatt “Giustizia” dove si sostiene l’impossibilità della giustizia stessa: un commissario impazzisce per amore della giustizia. Qui con Vitale abbiamo un pentito che impazzisce per avere detto la verità! La pazzia diventa l’ultimo rifugio, tutti vogliono che sia folle – la mafia, la madre, la difesa- e lui gliela concede.
Il processo contro i mafiosi da lui indicati, diventa il processo al suo stato psichico: uno schizofrenico non può essere preso sul serio. In altre parole fu psichiatrizzato, con le cure (l’elettroshock), con i ricoveri (nelle cliniche private prima e nei manicomi criminali poi), con il carcere. Un inciso. “Qualcuno ha tirato fuori la storia che (l’elettroshock) è tornata di moda. Una impostura. La verità è che la terapia taglia i costi ospedalieri, riducendo drasticamente la degenza. Negli Stati Uniti, privilegiano la risposta terapeutica immediata”. Stiamo attenti, visto come siamo messi con le spese sanitarie!
Nella storia personale di un semplice mafioso-pentito come Leonardo Vitale ci sono tutti gli elementi culturali che storicamente hanno permesso al fenomeno mafioso di nascere, crescere e svilupparsi. (e che ne permetteranno l’estinsione?).
Senza la sua confessione, la sua “pazzia”, la sua “redenzione” e la sua morte, probabilmente non ci sarebbero stati tutti i successivi collaboratori, non ci sarebbe stato Di Cristina, nemmeno Buscetta e Contorno. Noi ricordiamo oggi il giudice Falcone e giustamente per il lavoro di indagine e la gestione dei procedimenti, per come ha saputo gestire il rapporto con i pentiti, per avere ridato speranza a chi scettico non aveva più fiducia nello Stato e nei suoi rappresentati. Falcone, citandolo, ci fa capire chiaramente che lui non avrebbe trascurato la sconvolgente confessione di Leonardo Vitale: “un uomo preso in giro dalla vita. Né vittima, né carnefice, né pazzo, né savio. Un uomo di vetro, ecco”.

“La giostra dei criceti” romanzo di Antonio Manzini, commento di Carmelo Sciascia

Non sapevo ci fosse un libro (pubblicato nel 1990 dall’organizzazione degli scrittori di gialli della Gran Bretagna) che contenesse un elenco con i cento migliori romanzi gialli finora scritti.
Quando ne ho avuta conoscenza sono andato a spulciarlo. Mi sono accorto che vi erano autori che personalmente non avrei inserito come scrittori di gialli ed altri, che pensavo lo fossero, ne erano esclusi.
Così va il mondo! Mi sono detto. Casualità ha voluto che mi trovassi in quei giorni tra le mani un libro di Antonio Manzini, scrittore di romanzi polizieschi e sceneggiature, creatore in particolare del personaggio Rocco Schiavone, vice questore della polizia di stato. Il suo successo, come spesso succede, e la popolarità da parte del grande pubblico, si è avuto quando la serie di questi romanzi polizieschi è stata tradotta in fiction televisiva.
Come era avvenuto con il commissario di polizia Montalbano di Camilleri, interpretato da Luca Zingaretti, così la storia si ripeteva con il vice questore di polizia Schiavone di Manzini, interpretato da Marco Giallini. Tra i due, chissà chi avrà la meglio a lungo termine, sia per audience che per successo editoriale e letterario, anche se parte storicamente avvantaggiato Montalbano, però non va dimenticato che, anche se successivo, Schiavone ricopre un grado gerarchicamente più elevato, quello di vice questore.

Marco Giannini interpreta il vicequestore Rocco Schiavone

Rappresentano ambedue i poliziotti realtà locali, antropologicamente e linguisticamen te diversi: l’uno la sicilianità, l’altro la romanità.
Lasciamo adesso qualsiasi altra considerazione sul paragone dei due personaggi e torniamo soltanto e semplicemente al nostro libro, pretesto con il quale si era iniziato a scrivere: La giostra dei criceti di Antonio Manzini.
Il libro è pubblicato nella collana La memoria della Sellerio, una collana che la dice lunga sui romanzi e sui gialli, se pensiamo solamente che il primo ed il centesimo volume sono stati: Dalla parte degli infedeli e Cronachette di Leonardo Sciascia.
C’è, a fare da colonna sonora al libro (dal titolo appropriato), il destino segnato e senza senso di tutti i personaggi del libro: un destino che somiglia proprio al continuo movimento della ruota dei criceti in gabbia.
Il libro racconta la storia o le storie, sarebbe meglio dire, di ladruncoli e ministri, di comuni impiegati (alienati e frustrati) e di servizi segreti (deviati).
In questa storia che ha per scenografia la periferia romana, si dipana la vicenda delinquenziale di una rapina finita male. Casualmente, più per istinto che per convinzione, un impiegato dell’INPS, che per il solo fatto di sentirsi giustiziere delle elargizioni previdenziali, si trova invischiato in un segreto ed inumano disegno politico di funzionari dello Stato (Ministri, Servizi Segreti, Direttori Generali).
Riporto la frase con cui chiude la riunione il nostro Ministro: “Lo so. È un’idea forte. All’inizio può sembrare sconcirtante. Ma pensateci bene. Quanta gente imbroduttiva manteniamo? Gente che neanche consuma. Occupa case, intasa i telefoni, infolte le file alle Poste. Parlo dei pensionati soli, statali. Noi non mireremo alla classe dirigente, nessuno andrà a colpire ex dirigenti, artisti, sportivi. No. Noi colpiremo solo le pirsone a cui l’opinione pubblica non bada. Quelli che troviamo morti putrefatti dopo giorni e giorni. Che riempiono i giardini e danno da mangià ai piccioni. Quelli sò il grosso del nostro deficit. E quelli vanno colpiti. Gli invisibili!” Gli errori lessicali sono lì, messi a bella posta, ad indicarci il livello culturale del politico.
Un’eco al discorso del Ministro lo troviamo nel semplice impiegato INPS quando parla con il suo Direttore: “Bé, per troppi anni abbiamo dato pensioni a tutti senza discernimento. Le baby pensioni a quarant’anni, reversibilità, falsi invalidi. Gente morta che continuava a prendere il mensile. Siamo stati il pozzo dal quale lo Stato ha attinto per anni ogni volta cassa integrazione lo esigeva. Siamo stati tartassati. e adesso cosa pretendono?”.
Sono quelli dell’uomo di potere, il politico di turno, come dell’ultimo semplice cittadino, pensieri coincidenti, purtroppo! Questo nel racconto, ma spesso è così anche nella società reale. La fine delle ideologie ha generato il predominio di un comune sentire, la nascita di una nuova ed uniforme ideologia: il sentire comune che fa leva sugli istinti prevalenti provenienti dall’apparato addominale!
La soluzione al problema previdenziale sarebbe l’eliminazione fisica di un target di persone, ben scelto, che usufruiscono di elargizioni (ben misere in verità) pubbliche!
Questa massa di miliardi non devono più uscire dalle casse dello Stato. E siccome nessun economista finora è riuscito ad arginare il problema, questa massa di persone, freni inibitori dell’economia, un vero e proprio cancro nel corpo dello Stato, deve essere eliminata, l’operazione viene chiamata “Anno Zero”.
La differenza a volte tra il fantastico ed il reale è veramente minima. Basta pensare come tanta gente facente parte di quel determinato target (vecchi con pensioni minime, soli) viene eliminata nella realtà, dalla quotidianità, per mancanza di cure ed assistenza adeguate!
Può essere che il problema può essere risolto anche per via legislativa: se alziamo il limite pensionistico, sia gli anni lavorativi che l’età cronologica e nello stesso tempo diminuiamo l’importo con un diverso calcolo monetario, l’effetto alla fin fine non potrà essere che lo stesso. E, per tenerci buona la coscienza possiamo sempre far ricorso alla presenza dell’iniquo nella storia dell’umanità come San Paolo ci ha insegnato nella lettera ai Tessalonicesi.
Potrebbe essere questa conclusione un’affermazione della personalità dello stesso vice questore Rocco Schiavone: pessimismo realista ed amore sviscerato per la scoperta della verità!
Carmelo Sciascia

“Riflessioni semiserie su un fatto di cronaca locale”, di Carmelo Sciascia

Prendo spunto dalle attente puntualizzazioni dell’amico Vittorio Melandri che evidenzia le notizie giornalistiche con certosina precisione: Evidenzia, il Nostro, articoli di tutta la stampa nazionale e perfino di ciò che riporta la stampa nazionale delle notizie internazionali. L’attenzione a volte si posa sul giornale cittadino Libertà, ultima in ordine di tempo sull’edizione del 3 maggio. Siamo, sostiene Vittorio, in tempi di “fake news” ed a proposito si rimarca lo spazio dato alla notizia sulla messa di guarigione con Rinnovamento nello Spirito. Nello specifico: la testimonianza in Santa Maria di Campagna di un manager, con quattro figli, liberato dalla pornografia.
Niente da eccepire sul fatto “in sé e per sé”, penso dica il lettore, non lavandosene le mani, ma provando sollievo per quel buon padre di famiglia che rende pubblica una persuasione personale e visceralmente intima. La questione che incuriosisce è la messa in vetrina di un atto che richiama alla memoria pratiche che credevamo sepolte dalla storia e cancellate dall’ Illuminismo in poi. In particolare mi riferisco alla pratica dell’auto da fé, alla spagnola (anche se il nome deriva dal portoghese), o sermo generalis canonicamente inteso. Era questa una tipica manifestazione del periodo dell’Inquisizione (Inquisizione, tra l’altro, presente anche a Piacenza e precisamente in San Giovanni in Canale). Gli elementi caratteristici di questa espressione religiosa consistevano in diversi momenti: un processo, una processione, dove il pentito veniva mostrato pubblicamente (è bellissima una incisione di Goya al riguardo) e la lettura della sentenza.
Oggi che processi e processioni, aventi per oggetto atti di fede individuale, potrebbero risultare di difficile comprensione e generale condivisione, il tutto viene svolto nelle ristrette mura di un Tempio. Ma, affinché l’evento religioso abbia risonanza e sia socialmente rilevante, ha bisogno di una cassa di risonanza che in qualche modo sostituisca la pubblica esposizione del redento, ecco allora che entra in scena la funzione del giornale: rappresentazione moderna di quel “coram populo”, passaggio indispensabile della procedura inquisitoriale. Non dimentichiamo che la teatralità riveste una rilevanza sostanziale nelle funzioni religiose, figurarsi in quelle dell’Inquisizione. Come a proposito non citare il Guercino, visto il glorioso momento piacentino, esempio di quell’accecante realismo da palcoscenico tipico di tutti i pittori del barocco controriformista del XVII secolo.
Ed allora ecco che la questione da semplice fatto personale e religioso diventa caso editoriale.
Che un giornale debba avere la massima libertà di scrivere, di pubblicare e di prendere posizione(o di non prenderla) su qualsiasi evento è fuori da ogni appunto.
Che un giornale conseguentemente alle scelte editoriali , possa essere acquistato, seguito e fare opinione è invece connesso alla qualità intrinseca del prodotto offerto.
Nessuna teorizzazione di marketing, semplici considerazioni le mie, che riguardano il comune lettore, il semplice cittadino di strada che poco sa di editoria, di stampa e di giornalismo, con tutti i relativi annessi e connessi.
Diceva Wittgenstein: “su ciò di cui non si può parlare si deve tacere”. Varrà anche per il giornalismo? Mi spiego: il fatto di tacere per il nostro filosofo non vuol dire che non esistano le realtà taciute.
A proposito, un esempio: il Corriere della Sera è stato da sempre il giornale espressione tipica della borghesia colta della Nazione. Ci sono stati momenti in cui nelle sue pagine si sono sviluppati dibattiti significativi della cultura tout-court, pagine firmate da Pasolini o da Sciascia e momenti in cui, non solo i loro scritti non sono più comparsi ma perfino i loro ritratti sono scomparsi dalle pareti di via Solferino, sede del giornale.

Tribunale dell’Inquisizione, olio su tela di Goya

A tale proposito e con i dovuti distinguo, potrei affermare che Libertà ha primeggiato, nel decennio trascorso, nel panorama della stampa nazionale, per qualità e spessore culturale. E per partecipazione della comunità. Un ossimoro: un primato nazionale di una pubblicazione locale! Una di quelle espressioni che sarebbe certamente piaciuta a Borges, poeta di una realtà dei rimandi, una poetica degli specchi!
Torniamo da dove eravamo partiti, cioè da un episodio, cui il giornale dava rilevanza fotografica e scritturale e che per certi aspetti ci rimandava all’Inquisizione.
La crisi della carta stampata riguarda sicuramente tutti i giornali, ma non saranno certamente dieci centesimi a risollevare le sorti di un giornale, quanto la capacità di coinvolgere e di rappresentare i bisogni della collettività che rappresenta (che, nel nostro caso, non è una collettività di ignavi, tutt’altro).
Il Sole 24ore ha il suo picco di vendite la domenica pur costando il doppio degli altri giorni per il semplice fatto di avere un inserto culturale degno di essere letto, studiato e conservato.
Non interessa sicuramente la superficiale banalità del quotidiano, le paginate di foto prive di “segno e significato”, come un titolo a tutta pagina dal sapore scandalistico, ma la profondità e lo spessore con cui si fa cronaca e si esaminano gli eventi locali: un microcosmo, una monade, uno spicchio ed uno specchio di una rappresentazione nazionale ed internazionale.
Potrei riferire di un personaggio di “tenace concetto” (come fra Diego La Matina, per restare in tema inquisitoriale) ma preferisco terminare con una frase, scoperta dal Pitrè, in una cella di Palazzo Steri sede dell’Inquisizione di Palermo: « Innocens noli te culpare; si culpasti, noli te excusare; verum detege, et in Domine no confide. »
Innocente non accusarti; se ti accusi, non giustificarti; rivela la verità, e non confidare nel Signore.”
Carmelo Sciascia

“Giancarlo Braghieri, una nota a fine mostra”, intervento di Carmelo Sciascia

Composizione mitologica, di Giancarlo Braghieri

Per trasmettere tutti gli elementi della pazzia del principe di Palagonia, eccone l’elenco. Uomini: mendicanti dei due sessi, spagnuoli e spagnuole, mori, turchi, gobbi, deformi di tutti i generi, nani, musicanti, pulcinella, soldati vestiti all’antica, dei e dee, costumi francesi antichi, soldati con giberne e uose, esseri mitologici con aggiunte comiche (…) Bestie: parti isolate delle stesse, cavalli con mani d’uomo, corpi umani con teste equine, scimmie deformi, numerosi draghi e serpenti, zampe svariatissime e figure di ogni genere, sdoppiamenti e scambi di teste”.
Così leggiamo nel Viaggio in Italia di Wolfgang von Goethe e si riferiva il poeta, alla visita fatta nell’aprile del 1787, alla villa del Principe di Palagonia a Bagheria, residenza estiva della nobiltà palermitana di quel tempo . E si riferiva, sempre il poeta germanico: alla bizzarria mostruosa delle pareti esterne dell’edificio. Chissà avrebbe fatto le stesse considerazione di fronte a certi quadri di Giancarlo Braghieri. In fondo le sculture come la pittura sono forme artistiche affini. Il linguaggio sarebbe stato sicuramente più sciolto e sarebbe potuto esserci qualche riferimento a noi più vicino considerato che siamo andati avanti di qualche secolo.
Ma credo che nella sostanza il suo giudizio (o meglio il suo descrivere) non si sarebbe discostato di molto. Tant’è che nel catalogo della mostra titolata “Rileggere il mito” del nostro Braghieri del 2008, l’allora Direttore della Galleria Ricci Oddi, Stefano Fugazza così sriveva:
“…i dipinti qui esposti, risalenti agli anni Novanta del Novecento, in cui gli uomini e le donne hanno subito una metamorfosi (non così estrema come in un racconto di Kafka) per cui le braccia si deformano e le gambe a volte si allungano in maniera spropositata, e le teste possono trasformarsi in crestine, in fiammelle, oppure assumono una rigidezza un po’ ottusa e scanalata, come in certi insetti. Altre volte, addirittura, le forme perdono i pur labili riferimenti umani: restano come manifestazioni di impulsi, cordame aggrovigliato, altro che non assomiglia a niente che conosciamo…”. Quindi di stranezze e mostruosità sempre si tratta.
Un’altra bellissima mostra si conclude in questi giorni all’Associazione Amici dell’Arte: “Giancarlo Braghieri. Opere dal 1960 al 2009”, una mostra di cui forse se ne è parlato poco: succede quando eventi contemporanei si accavallano. Il sovrastante dominio della comunicazione fagocita tutto ciò che non riguarda l’interesse primario e l’attenzione della città tutta, sappiamo essere incanalata verso un altro grande pittore che seppure non piacentino, nel Duomo della nostra città ha lasciato perenne testimonianza dell’essere stato uno dei maggiori pittori dell’arte barocca.
Braghieri è stato il primo pittore che ho conosciuto appena giunto a Piacenza, era il 1978, a casa della signora Rosetta, gentile coinquilina del condominio di via Capra, dove allora risiedevo, vidi un quadro che attirò tutta la mia attenzione, era un quadro di un certo Giancarlo Braghieri, per me allora uno sconosciuto Carneade dell’arte locale. Mi incuriosì la stranezza delle forme, ma a pensarci bene, anche il particolare uso del colore: una pittura che esprimeva inquietudine, messianica attesa (o futura certezza).
Ho visto innumerevoli mostre in città e fuori, in Italia ed all’estero, ma mai nessun pittore mi ha incuriosito come il nostro Braghieri Giancarlo. A proposito di mostri (di cui noi, attraverso il Goethe abbiamo all’inizio accennato), ricordo un grande quadro di Renato Guttuso che descrive un interno delimitato nella parte superiore dalle mostruosità di villa Palagonia.

Spes contra spem, di Renato Guttuso

Quel quadro, Spes contra spem, è un olio del 1982 del ciclo delle Allegorie. A proposito di quest’opera il critico Alain Jouffroy scrisse: “…questo quadro ha la forza drammatica di uno psicodramma trasformato in allegoria, e di un diario intimo trasformato in documento pubblico”.
Ecco, questo è ciò che si potrebbe scrivere e sottoscrivere oggi anche per il nostro Braghieri, anche perché a ben vedere coincide in qualche modo con quanto scritto da Stefano Fugazza nella già menzionata presentazione: “Una serie di opere ruota attorno al tema del Tempo, che è diventato una figura nera, tondeggiante, neanche particolarmente mostruosa. Il Tempo, il Kronos degli antichi, è una deità che percorre la terra strappando via le creature (se le mette sotto un braccio e le porta con sé), i loro sogni, i loro amori. Anche i miti, in questo mondo parallelo creato da Braghieri, sono riletti, interpretati, collegati alla nostra vita”. Ecco il punto comune a tutte le opere, di qualsiasi periodo, del nostro artista: il dispiegarsi di un diario, il diario della vita sua e di ognuno di noi, la vita come un appariscente dramma psichico, così come gli antichi lo hanno rappresentato attraverso il mito e che noi cerchiamo di decifrare attraverso un traballante sistema psicoanalitico.
Per descrivere, come il Nostro faceva, di miti e di drammi mitologici, bisognava avere un buona cultura classica, cultura come ricerca continua che il Braghieri alimentava con continui studi e letture: l’amore per la lettura era ed è evidente ad ogni pennellata. Questo lo sapeva bene il nostro direttore Fugazza, tant’è che un quadro del Braghieri, un’opera su carta “La lettura” del 2002 venne messa a copertina del numero I della rivista Leggere l’arte che la Ricci Oddi pubblicò quello stesso anno grazie al mecenatismo della Fondazione di Piacenza e Vigevano.
Giancarlo Braghieri rappresenta spesso un personaggio mitologico, più di ogni altro, il furbo Sisifo. A nulla è comunque valsa la sua furbizia se è costretto a salire una rupe, spingendo un enorme masso che giunto alla sommità, rotola nuovamente giù. È un personaggio che si prende giuoco della morte ma a Thanatos infine è costretto a soccombere. Sisifo, è il personaggio mitologico che più rappresenta l’uomo, un uomo furbo, senza scrupoli, alla ricerca di continue scoperte che possano farlo competere con la divinità. Cerchiamo tutti in fondo di raggiungere l’immortalità, con ogni mezzo possibile, l’arte è sicuramente, tra tutti gli strumenti, il mezzo che Giancarlo Braghieri è riuscito ad usare meglio a questo scopo!
P.S. Breve nota sulla mostra che si è tenuta dal 1° aprile al 23 aprile all’Associazione Amici dell’Arte in via San Siro, 13 a Piacenza. Chi non l’avesse vista può rimediare andando a visitare alla chiesa del borgo medioevale di Vigoleno una raccolta sintetica dello stesso Autore che si terrà più avanti.
Carmelo Sciascia

“Siamo il 99%” di Noam Chomsky. Recensione di Carmelo Sciascia

Succede a volte di leggere dei libri e di vedere comparire davanti con gli occhi della memoria, insieme al testo che si sta leggendo, un altro libro. È quello che mi è successo leggendo “Siamo il 99%” di Noam Chomsky edizioni nottetempo. Il libro richiamato alla memoria è “Indignatevi” di Stephane Hessel. Ne avevo scritto nel 2011, come di una moderna guida per i giovani, cui l’autore si rivolgeva affinché si indignassero contro l’attuale dittatura finanziaria, perché “l’indifferenza è il peggiore di tutti gli atteggiamenti .… Creare è resistere. Resistere è creare”. Adesso scopro con il libro di Chomsky un altro manuale di resistenza, rivolto stavolta non solo ai giovani ma a tutta la comunità. In un’altra opera, “Chi sono i padroni del mondo”, lo stesso autore aveva analizzato i problemi della società contemporanea, precisamente quella americana dagli anni settanta in poi. In questo piccolo libro, quasi un opuscolo di propaganda, si prende in considerazione la soluzione reale che è possibile dare ai problemi politici, economici e sociali odierni, non solo in America ma nel mondo. Sono interviste e conferenze che hanno la capacità di mettere in luce alcune caratteristiche peculiari di una crisi mondiale. In breve, la sua analisi è la seguente: qualsiasi crisi è stata superata ed affrontata (come quella del ’29), dalla convinzione che comunque ce l’avremmo fatta, convinzione condivisa da tutti, disoccupati compresi. Oggi la mancanza di qualsiasi prospettiva porta invece alla disperazione: chi lavora sa che il posto di lavoro è diventato precario, una volta perso, non ritornerà. Fenomeno determinato dallo spostamento dalle attività produttive alla manipolazione finanziaria. I mutamenti dagli anni ’70 in poi, hanno portato a deindustrializzare, delocalizzare ed a fare aumentare il potere delle istituzioni finanziarie. La concentrazione della ricchezza ha quasi eliminato la classe media ed il potere politico si è concentrato nelle mani di pochi: i partiti in vario modo si sono sciolti e dissolti.
Si parte da lontano, da Adam Smith di cui si cita “La ricchezza delle nazioni” e dall’economista David Ricardo, per dire che “Plutonomia” (categoria degna di rendita finanziaria) è la categoria di tutto ciò che fa riferimento ai ricchi mentre il concetto di “precariato” riguarda gli altri, tutti gli altri. E sul termine precariato e precario credo non ci sia nulla da aggiungere: l’economista Alan Greenspan sosteneva che il successo economico dipenda dalla “crescente insicurezza del lavoratore”. L’impossibilità di usare in modo indiscriminato la coercizione fisica in un sistema democratico ha fatto sì che si sviluppasse un apparato per la gestione dell’opinione pubblica, una vera e propria “industria per il controllo delle opinioni e degli atteggiamenti per diffondere il consumismo, la passività, l’apatia, la distrazione” . Ed allora che fare? Bisogna educare, organizzare,mobilitare. Significa “imparare le cose autonomamente”. Comprendere il mondo per cambiarlo. Si impara partecipando, confrontandosi con gli altri: si impara dalle persone con cui ci si relaziona. Questo credo sia l’essenza della sua concezione politica, anarchica in qualche modo. Nessuno ha in esclusiva, dice il Nostro,il concetto di Anarchismo. Spesso ci si interroga su come possa essere una società anarchica, questa è una domanda priva di significato ci dice Chomsky, tant’è che persone che si definiscono anarchiche hanno idee molto diverse tra loro. Il concetto comunque che accomuna i pensatori anarchici è semplice: una società fondata sulla partecipazione libera e volontaria all’interno di un sistema altamente strutturato ed organizzato. Il contrario quindi di caos, termine spesso usato come sinonimo di anarchia.
Una società democratica, organizzata dal basso, dove il controllo dei rappresentanti, la loro nomina e revoca, è di esclusiva appartenenza dei soggetti componenti la società medesima.
È lapalissiano l’esempio riportato. Quando un candidato politico si presenta agli elettori oggi, dice: “Guardate come sono bravo. Questo è quello che farò per voi”. Dovrebbe invece essere il candidato a dire: “voglio parlare con voi” e la gente rispondere: “Bé, se vuoi, puoi venire, noi ti diciamo cosa vogliamo, e potrai convincerci che lo farai; allora, forse, voteremo per te”. Da sottolineare che il mandato dovrebbe potere essere revocato in qualsiasi momento (altro che vitalizi e prebende innominabili)
Per spiegare la sua concezione estremamente democratica, non esita l’Autore a citare, oltre ad Adam Smith, l’ Aristotele delle considerazioni sulla “Politica”, i principi dell’Illuminismo: i ragionamenti si possono confutare non le opinioni, il filosofo David Hume (le cui opinioni accomuna a quelle di Gramsci: l’egemonia culturale viene imposta dai sistemi di potere). La sua idea di anarchia è lontana dalla concezione della filosofa americana Ayn Rand, che col suo individualismo esasperato ricorda Stirner de “L’unico e la sua proprietà”. Avevo letto in una versione dei pocket tascabili della Longanesi, negli anni del liceo, una definizione di Bertrand Russel : “il puro Anarchismo dovrebbe essere l’ideale supremo cui la società dovrebbe avvicinarsi di continuo, ma che per il presente esso è impossibile …”. Ecco la definizione che potrebbe darsi all’ ideale di Naon Chiosky, con la differenza che per il Nostro va eliminata l’idea della sua impossibilità a realizzarsi. Anzi, la creazione di comunità solidali, di mutuo appoggio, di vera democrazia di base, è una risposta indispensabile per contrastare l’idea egemone della società odierna che ha fatto proprio il concetto espresso, un secolo fa da Mark Hanna, quando alla domanda di cosa fosse importante in politica, rispose: “La prima cosa è il denaro, la seconda è il denaro e la terza l’ho dimenticata”.

A futura memoria (se la memoria ha un senso). Intervento di Carmelo Sciascia

L’Associazione Amici di Leonardo Sciascia e l’incontro “Sul caso giustizia, sul caso Sciascia, e sui casi nostri” – A futura memoria (se la memoria ha un futuro)
Ero rimasto colpito dal vedere una mia riflessione, contenuta nel libro Raccolta appena pubblicata quest’anno, comparire per volontà della redazione nel sito degli Amici di Leonardo Sciascia. Era, ed è, un commento al libro curato da Paolo Squillacioti “Fine del carabiniere a cavallo”; la redazione titolava l’intervento “Cosa può diventare un giornale di provincia”, ed era quanto mai azzeccato quel titolo, perché ciò che si voleva sottolineare in quelle righe era proprio il ruolo che potrebbero avere oggi i giornali, nei riguardi della cultura, sull’esempio di quanto era accaduto alla Gazzetta di Parma negli anni cinquanta con l’inserto Il Raccoglitore. Esperienza ricordata da Leonardo Sciascia nell’articolo che era stato scritto in occasione degli ottant’anni di Borges.
Siamo al primo aprile di questo 2017 e ritroviamo lo stesso Paolo Squillacioti in uno dei luoghi dove meglio non si potrebbe pensare accadesse, presentare “A futura memoria (se la memoria ha un futuro)”: la Fondazione Leonardo Sciascia a Racalmuto.
La presentazione dell’opera è inserita nell’ambito di una tavola rotonda titolata: “Sul caso giustizia, sul caso Sciascia, e sui casi nostri”. Burocraticamente e per dovere di cronaca si dirà quanto segue. La tavola rotonda è stata condotta da Giusepper Di Leo di Radio Radicale, giornalista vaticanista, dopo i saluti di rito del presidente dell’Associazione, del Sindaco e dell’assessore alla cultura, sono intervenuti: Paolo Squillacioti, Ricciarda Ricorda nata a Piacenza, dell’università Cà Foscari di Venezia, Gianfranco Spadaccia parlamentare già segretario del Partito Radicale, Valter Vecellio giornalista televisivo e direttore di testate telematiche e Felice Cavallaro giornalista del Corriere della Sera.
L’incontro è stato quanto mai interessante e vivace: diversamente non poteva essere, considerato il tono degli articoli contenuti nel libro in questione, cui hanno fatto riferimento tutte le personalità intervenute.
Sciascia fu l’ultimo libro che vergò di suo pugno: novembre 1989, appose all’Introduzione. Morì il venti dello stesso mese. Era, quel libro, un testamento, un ultimo tentativo di sottolineare le sue affermazioni (analisi ed intuizioni) pubblicate su vari giornali dal 1979 al 1988. Sappiamo tutti di quale virulenza furono capaci i detrattori ed i mistificatori nei riguardi del suo impegno politico nella lotta alla mafia e non solo. Quegli scritti contenevano anche la famosa querelle sui professionisti dell’antimafia. L’intervento sui professionisti dell’antimafia puntualmente torna alla ribalta della cronaca ad ogni anniversario, qualsiasi scusa sembra buona per parlar (alcuni sparlare) di quell’intervento che, malgrado noi, dimostra ancora ad ogni piè sospinto, ce ne fosse di bisogno, la sua attualità e verità. E del suo impuntarsi nella puntigliosa descrizione di una verità fine ultimo, non solo della giustizia ma, ferma convinzione di Sciascia, della scrittura tout court, il libro ne è completo e consapevole testimone!
Una società civile si dovrebbe basare semplicemente e costantemente sul concetto di “diritto”, un diritto che fonda la sua ragion d’essere “nel ragionare” , nei ragionamenti che si possono condividere ma anche confutare e criticare ma mai sulle opinioni che sono istintive, spesso irrazionali e come tali fuori da ogni logica.
Il diritto come valore, oltre che giuridico, culturale soprattutto, diretto discendente della razionalità illuminista (parliamo del Montesquieu dello Spirito delle leggi,e di Voltaire del Trattato sulla tolleranza).
Sappiamo invece come è stato applicato (o meglio disapplicato) il diritto e conseguentemente quanti e quali mostri ha invece generato in una Repubblica costituzionale e democratica come si presume essere quella italiana. Si diceva che l’incontro era dedicato alla giustizia, leitmotiv dell’opera sciasciana che di diritto e di giustizia ha sempre trattato, ragionando e scrivendo di mafia, come sul pentitismo o sull’errore giudiziario.
Dopo più di mezzo secolo, Il giorno della civetta fu pubblicato nel 1961, c’è ancora chi sostiene che don Mariano Arena è figura apologetica della mafia, una sorta di illustrazione positiva del mafioso o, chi si indigna ancora nel conoscere la verità sulla figura del capitano Bellodi: non era Dalla Chiesa il referente storico ma un altro ufficiale dei carabinieri, Renato Candida, pugliese, comandante del raggruppamento di Agrigento.
Questo ed altro contiene il libro, fatti e misfatti conosciuti da tutti (o quasi), un testamento da leggere e rileggere perché la verità se è tale (e nel nostro caso lo è) rimane tale nel tempo, non potendo essere ricostruita a piacere, né ipotizzata secondo pareri personali.
L’occasione di questo incontro pubblico su Sciascia è stata fornita dai lavori della venticinquesima Assemblea dei Soci degli Amici di Leonardo Sciascia, che hanno scelto quest’anno come sede per riunirsi proprio Racalmuto, alla Fondazione dello scrittore.
Parlare e descrivere le innumerevoli iniziative di questa Associazione sarebbe lavoro arduo e faticoso, considerando la valanga di iniziative già realizzate e di quelle programmate, chi mosso da interesse può sbirciare il loro sito, meglio sarebbe studiarselo, perché la scrittura come la lettura ha bisogno di tempo e riflessione e le loro iniziative ne meritano.
Un’Associazione, codesta che, promuovendo Sciascia, promuove la scrittura e la letteratura tutta, costituita da uomini e donne ”segni di una civiltà intellettuale che dalle nostre parti -come diceva Sciascia – è ignota” purtroppo!