“Ciò che ci lega: un film, forse due”, a cura di Carmelo Sciascia

Fare il vino non è impresa facile, richiede tempo, preparazione, impegno, credo sia una convinzione condivisa e condivisibile. Ma prima di parlare di vino si dovrebbe pensare all’uva e prima ancora alla pianta che la genera: il vigneto. Impiantare una vigna è stato il sogno di tante generazioni passate, per tanto tempo.
Ricordo che quando mio padre impiantò alcune centinaia di piantine si sentì completamente realizzato.
Realizzare un vigneto, seppur di piccole dimensioni era importante, voleva dire avere la possibilità di sopravvivere per più anni senza tener conto di quella proprietà, di quel terreno. Rappresentava più che un salto sociale, vedere realizzate le proprie aspirazioni di campagnuolo.
Lunghe le procedure per giungere alla piena produzione, anni di attesa. Dissodare il terreno, un’aratura profonda, una pulizia del terreno da pietre e residui arborei, la collocazione dei sostegni, la messa a dimora delle piantine, l’innesto delle stesse e via via di seguito finché la vite desse abbondanti grappoli, una quantità tale da essere portata al palmento dove l’uva pigiata da pesanti scarponi poteva essere trasformata in mosto.
Oggi, qualcosa sarà cambiato, ma io della vigna ho questo ricordo, ricordi del passato millennio. Lunghi tempi di attesa, anni di fatiche.
Deriverà da questi ricordi se nutro nei riguardi del vino un particolare riguardo, una attenzione quasi sacrale. O sarà perché da chierichetto dovevo fare parecchia attenzione nel porgere al prete l’ampolla contenete il vino per la transustanziazione durante la celebrazione eucaristica. Sembra, che nella ritualità di questo gesto, l’ufficialità della Chiesa venga a coincidere con quella di tantissimi frequentatori di taverne, di bettole, di semplici mescite di vino: “Il vino deve essere naturale, del frutto della vite e non alterato” (Diritto Canonico: Canone 924, paragrafo 3).
Molti come me sarebbero disposti a sottoscrivere l’affermazione del regista Cédric Klapisch: “Per me, il vino è mio padre. Conosco il vino attraverso mio padre…”. Credo sia stata questa ferma convinzione a persuadere il regista francese ha girare un film come “Ritorno in Borgogna”. Il film narra di una regione nel cuore della Francia, la Borgogna, dei suoi vigneti, delle colline, delle mutevoli stagioni e della poesia che ne deriva. La famiglia di Meursault, di questo paese della Borgogna che con il vino ha avuto ed avrà a che fare, dei ritrovati sentimenti dei tre fratelli, che alla morte del padre si trovano a dovere gestire l’intera proprietà, credo siano tutti elementi secondari, comparse. L’attore principale, il migliore attore del film è il vino, insieme alla terra ed ai vigneti che lo generano. Rimanere nella terra paterna, ritornare alle origine della propria cultura contadina questo è ciò che lega i tre fratelli, non a caso questo concetto è bene espresso dal titolo originale: “Ce qui nous lie”, ciò che ci lega.
Le colline francesi appaiono ricamate come certi lavori all’uncinetto delle nonne, i filari sembrano ornare il terreno: non lo sfruttano, gli fanno compagnia, lo accarezzano, lo completano. Il trascorso capodanno essendomi recato a Bordeaux, nella Gironda, restai meravigliato nel vedere filari di vite, perfino all’aeroporto di Mérignac.
Nella stessa settimana, ho avuto il piacere di assistere ad un altro film che di vino e di vigneti trattava.
Finché c’è prosecco c’è speranza” un’opera prima di Antonio Padovan, dall’omonimo libro di Fulvio Ervas, film girato nelle colline di Treviso, le colline del prosecco, tra le ville ed i borghi immersi nella splendida campagna veneta. Anche qui le colline appaiono come un ricco ricamo, “i filari sembrano ornare il terreno: non lo sfruttano, gli fanno compagnia, lo accarezzano, lo completano”. C’è un personaggio, il facoltoso Conte Desiderio Ancillotto che pur rimanendo poco sulla scena, prolunga come una lunga ombra, la sua presenza per tutta la durata del film. Tutto questo perché, come vuole la migliore tradizione contadina, bisogna sapere rispettare la terra ed il Conte sa, che per fare buon vino, bisogna amare la propria terra.
Erano i giovani nel film francese ad accusare il vicino di avvelenare i vigneti usando prodotti nocivi. I giovani che prendono coscienza di una tradizione che deve essere rispettata se si vuole continuare a fare una buona e sana produzione. Due film uniscono due generazioni: i giovani ereditieri francesi ed il maturo facoltoso nobile veneto. I vecchi ed i giovani che smentiscono la scontata contrapposizione ideologica tra generazioni. Un buon film esula dal genere, tant’è che come in questo caso possono andare a braccetto la “commedia” ed il “giallo”, importante contengano frammenti della nostra esistenza, della vita tout court.
È una commedia con un bel finale questo Ritorno in Borgogna, dove i rapporti parentali ed i sentimenti, maturano come il vino, lentamente; la Francia non è l’Australia, dove tutto avviene e si consuma velocemente.
Diciamo che il genere, così attuale nella produzione letteraria contemporanea del giallo poliziesco, ha una solida figura di riferimento nel poliziotto Stucky- Battiston che sa indagare nella giusta direzione perché i colpevoli alla fine saranno smascherati. Sono i proprietari di un cementificio che ha ammorbato l’aria, la campagna e tutto quanto era possibile avvelenare. Aveva visto giusto il vecchio conte Desiderio Ancillotto!
Al di là comunque di qualsiasi trama, avere visto i due film quasi in contemporanea, è stato come avere partecipato ad un brindisi, con, da una parte un buon vino francese e dall’altra un prosecco veneto.
Anche noi a Piacenza potremmo brindare, in fin dei conti, abbiamo problemi simili ai cugini francesi come abbiamo gli stessi problemi dei compatrioti veneti, ed in quanto a vini credo potrebbero bastare i nostri: un buon Gutturnio per chi ama i rossi, un frizzante Ortrugo per gli amanti del bianco.
Prosit: ai vecchi, ai giovani!
Carmelo Sciascia

Considerazioni di Carmelo Sciascia su “Accadde all’alba” di Silvano Messina

La nostra storia, la vita di ognuno di noi come la storia degli italiani tutti, volente o nolente, è storia della Chiesa. La religiosità è implicita in tutto il percorso della storia dell’arte, nell’architettura, nel pensiero e nelle coscienze, la si riceve col latte materno e nonostante i tanti rigurgiti (infantili o in età matura) rimane nel nostro sangue. La letteratura, le storie di cui si compone la letteratura, ci parlano di credenze. Manzoni, ad esempio, come massima espressione letteraria del romanzo in lingua italiana, ne è stato e ne rimane il simbolo.
In tempi a noi più prossimi possiamo ricordare “Il nome della rosa” del semiologo Umberto Eco. Un’opera che parla di religione, ambientata in un monastero benedettino nel 1327, dove si miscelano bene tutti gli ingredienti del pensiero filosofico e teologico del tempo. Un romanzo storico esemplare. Un giallo storico. Il libro di Eco mi è tornato in mente continuamente durante tutta la lettura di un altro libro edito quest’anno da Edizioni La Zisa di Silvano Messina dal titolo “Accadde all’alba”.
Il rapporto, della casa editrice e dell’autore di quest’opera, con l’altra precedentemente menzionata di Umberto Eco, è nella notorietà e credo lo sarà nelle vendite, inversamente proporzionale. Ma quante sono le opere cosiddette minori –tra queste sicuramente, anche le mie- che attendono ancora di essere studiate, valutate o rivalutate? Infinite. Obtorto collo: teniamo presente che senza di esse non ci sarebbero i cosiddetti capolavori, non ci sarebbe semplicemente né letteratura, né storia dell’arte!
Silvano Messina prende a pretesto un fatto di cronaca nera: l’uccisione nel 1622 del conte Girolamo II, del Casato dei Del Carretto, Signori di Racalmuto, feudo di quattromila anime posto allora in Val di Mazzara, libero comune di ottomila abitanti oggi in provincia di Agrigento.
È un pretesto, in realtà il libro è un affresco della vita feudale in un borgo del seicento siciliano, dove accanto all’autorità nobiliare iniziava a prendere piede una certa autonomia politica: l’Universitas.
Non a caso il sottotitolo dell’opera testualmente riporta: “Nella Sicilia feudale del Seicento primi cenni di modernità”. I fatti narrati sono contrariamente a quanto promesso dal cartiglio dello stemma comunale di Racalmuto “nel silenzio mi fortificai”, molto rumorosi. L’Autore presenta l’opera con il richiamo alle fonti: il Calogero Taverna de “La Signoria Racalmutese dei Del Carretto” e la tradizione orale della “Vox Populi”.
Ogni rappresentazione che si rispetti ha dei protagonisti, principali o meno che siano, così anche noi, tra i principali, annoveriamo: Girolamo II Del Carretto e la sua nobile famiglia, il giudice Pedro Enriquez de Guzman, il padre agostiniano Evodio della famiglia Paramo. Un altro componente della famiglia Paramo faceva parte della Congregatio pro doctrina fidei. Secondo le regole aristoteliche, si potrebbe dire che l’unità di luogo ci è dato dal borgo di Rahalmuto (da Rahal-maut, araba denominazione del paese), l’unità di tempo: dall’alba del primo maggio del 1622 (uccisione del Conte) al 1625 (testimonianza di Donna Beatrice al processo dell’Inquisizione per “sollecitatio ad turpia” del religioso Evodio), ed infine l’azione che, come ci suggerisce lo stesso Aristotele, può essere anche un’epopea e come tale illimitata nel tempo. L’azione nel nostro caso è concettualmente espressa nella ricerca del colpevole, di chi ha commesso l’assassinio materialmente e di chi ne è stato il mandante. È la ricerca, non tanto dell’esecutore materiale dei tanti fatti delittuosi, quanto dei mandanti. Sappiamo ancora oggi quanto essere lunga e difficile, tanto da potersi definire epica, la ricerca dei mandanti. È consuetudine infatti che le indagini si arenino subito dopo avere trovato gli esecutori materiali dei delitti, questo avveniva in epoche lontane come in età a noi contemporanee.
E qui rientriamo nel filone del libro giallo. Il libro giallo ha nobili antenati, noi per vicinanza temporale e locale, richiamiamo il compaesano Leonardo Sciascia. E più precisamente “Il giorno della civetta”. Il racconto della storia di questo libro è introdotta dalla scena di un omicidio: Salvatore Colasberna, presidente di una piccola impresa edilizia chiamata Santa Fara, viene ucciso in piazza Garibaldi, la piazza principale del paese, mentre sale su un autobus.
Lo stesso avviene per il libro del Messina che inizia con la scena di un omicidio: il conte Girolamo II viene ucciso mentre si affaccia dal balcone del suo castello. Semplice coincidenze letterarie.
Gli omicidi però continuano, in un crescendo di inquietante curiosità il lettore segue gli sviluppi delle indagini condotte con scrupolosa coscienza dal giudice, inviato da Palermo, su richiesta dei Del Carretto, Pedro Enriquez de Guzman.
I delitti continuano. Nell’opera di Leonardo Sciascia, dall’omicidio iniziale de “Il giorno della civetta”, giungiamo a “Il Contesto”. In questo libro la trama è diversa che in altre opere del Maestro di Racalmuto ed è costellata da numerosi ed oscuri delitti. Dal singolo omicidio mafioso con cui prende avvio “Il giorno della civetta” si giunge alla molteplicità di oscuri delitti politici con cui termina “Il contesto”.
Ed è la stessa aria che si respira in “Accadde all’alba”. L’elemento politico, il contrasto tra poteri forti, prende il sopravvento sull’omicidio d’onore, il tanto discusso e noto principio dello “ius primae noctis”!
L’evoluzione concettuale delle due opere di Sciascia la troviamo così condensata in quest’unica opera.
Ci sono qua e là delle frasi dialettali, il linguaggio è comunque lontano da quel “vigatese” colorito e forbito di Andrea Camilleri. Le espressioni servono in questo caso a tenerci ancorati al territorio, sono una sottolineatura linguistica, come le frasi latine del già citato romanzo di Eco “In nome della rosa”. Niente di più, niente di meno. Così come il giudice Pedro Enriquez de Guzman nulla ha da invidiare al frate francescano inglese, Guglielmo da Baskerville, tranne che l’essere privo del suo allievo Adso da Melk.
E sempre di religione e di frati si torna a parlare. Diciamo che con “Accadde all’alba”, la partita a Racalmuto tra frati buoni e frati furfanti, finisce in pareggio. Tant’è che da una parte abbiamo presente Fra’ Diego La Matina, un frate di “tenace concetto” come lo definisce Leonardo Sciascia e di cui ci aveva già fatto conoscere le gesta Luigi Natoli, eretico condannato al rogo dalla Santa Inquisizione (unico ad avere ucciso il proprio Inquisitore), dall’altra adesso abbiamo frate Evodio, anch’egli eretico ma non un uomo di tenace concetto, quanto un persuasore di consessi carnali, un rampante della politica di quel tempo. Coincidenze: stesso ordine religioso, sono entrambi agostiniani, medesimo il convento di San Giuliano, li accomuna un delitto d’onore (o presunto tale), e poi una data il 1622. Ma qui, ci vorrebbe l’intervento di Giuseppe Balsamo alias Cagliostro per spiegarcelo: Fra’ Diego La Matina nasce l’anno in cui viene assassinato il Conte Girolamo II Del Carretto, cioè proprio il 1622!
Rimandi e coincidenze sono le trame con cui è intessuta la storia, la storia di un Paese, di uno Stato e di un semplice Borgo. Rimandi e coincidenze sono i corsi e ricorsi del nostro Gian Battista Vigo, l’eterno ritorno dell’uguale di nietzschiana memoria, o più semplicemente il serpente che si morde la coda come è ben rappresentato dall’Uroboro.
Così è. Se vi pare.
Carmelo Sciascia

“I viaggi nel tempo: Storia di un lungo viaggio, tra letteratura e paradossi filosofici”, intervento di Carmelo Sciascia

Arzyncampo pubblica l’intervento di Carmelo Sciascia del 14 ottobre a Piacenza in Biblioteca Passerini-Landi

Inizio questa conversazione partendo da Sciascia, Leonardo si intende. Perché, oggi come ieri, Sciascia è ancora attuale. Lo spunto iniziale, un libro che mi è stato recapitato un po’ di tempo fa: “Per la giustizia in terra” di Andrea Verri, con prefazione della piacentina Ricciarda Ricorda, docente dell’Università Cà Foscari di Venezia. Il Verri, un sincero e giovane studioso dello scrittore racalmutese, sviscera alcuni suoi scritti, tra questi il racconto “Il lungo viaggio”. Leonardo Sciascia scrisse una serie di racconti, tra il 1959 ed il 1972, che pubblicò nel 1973 con l’editore Einaudi, con il titolo “Il Mare colore del vino”. Il mare ed il vino, due elementi naturali e primordiali che hanno tanto in comune. Nel piacere e nel dolore. Più nel dolore in questi ultimi tempi per il sangue delle migliaia di vittime che hanno visto nel Mediterraneo la loro fine: il mare, non come mezzo, strada per raggiungere una qualche parte, ma ultima meta dell’esistenza umana.
A proposito di questo libro, Sciascia scrive: «… mi pare di aver messo assieme una specie di sommario della mia attività fino ad ora e da cui vien fuori (e non posso nascondere che ne sono in un certo modo soddisfatto, dentro la mia più generale e continua insoddisfazione) che in questi anni ho continuato per la mia strada, senza guardare né a destra né a sinistra (e cioè guardando a destra e a sinistra), senza incertezze, senza dubbi, senza crisi (e cioè con molte incertezze, con molti dubbi, con profonde crisi); e che tra il primo e l’ultimo di questi racconti si stabilisce come una circolarità: una circolarità che non è quella del cane che si morde la coda».
Ecco in sintesi, elencati come programma politico tutti gli elementi di un viaggio: letterario (soddisfatto, dentro la mia più generale e continua insoddisfazione), politico (senza guardare né a destra né a sinistra e cioè guardando a destra e a sinistra) morale (senza tentennamenti e cioè con molte incertezze, con molti dubbi, con profonde crisi). Perché un viaggio può essere un percorso letterario, un percorso politico, una scelta morale: contenere solo alcuni di questi elementi come contenerli tutti. All’alternarsi del movimento dei passi che si fanno per iniziare un viaggio corrisponde un altro movimento, incostante, a volte in modo costante, il movimento (o meglio il momento) dell’intelligenza: la riflessione.
Questo libro “Il mare colore del vino”, contiene un racconto titolato “Il lungo viaggio”, che narra la storia di una sconfitta. Una sconfitta come quelle subite dagli umili di verghiana memoria ne “I Malavoglia”. I personaggi de “Il Lungo viaggio” e dei Malavoglia hanno diverse affinità, sono della stessa estrazione sociale, hanno la stessa diffidenza verso il mare, hanno semplicemente e più d’ogni altra affinità, la stessa povertà. Andiamo al dunque del viaggio che ci interessa.
La vicenda narra di un gruppo di persone che partono dalla costa siciliana compresa tra Licata e Gela per recarsi in America, negli Stati Uniti, allora, dai primi del Novecento agli anni Cinquanta, meta agognata di tanti emigranti italiani. Dopo dieci giorni di navigazione, queste persone, convinti di essere arrivati a “Nuovaiorche,” vengono sbarcati su un’altra costa isolana, sempre in Sicilia.
È un racconto amaro, sarcastico, è la narrazione di una cocente delusione: il fallimento di un’aspettativa.
Gli emigranti sono stati presi in giro, non solo perché non sono andati in America, ma perché, cosa ancora più grave, sono rimasti in Sicilia. Un’analisi attenta avrebbe messo in risalto il fattore tragico di questo viaggio. Gli aspiranti emigranti sarebbero stati comunque presi in giro ugualmente dai fatti, anche se fossero sbarcati in America, perché, nella realtà avrebbero continuato a condurre la stessa vita che conducevano nell’isola prima di partire, una vita fatta di stenti, privazioni e rinunce. Come in realtà è successo veramente a molti connazionali emigrati all’estero e come succede con molti emigrati oggi.
Questo è uno dei paradossi dell’emigrazione di tutti i tempi, allora per gli Italiani, come oggi per gli emigranti di altre regioni africane e mediorientali.
Si fugge dalla miseria politica ed umana per una meta messianica, una città ideale, una “civitas dei” che appunto perché divina, quindi immaginaria, è esclusa agli uomini e ci si imbatte in un’altra realtà, spesso misera come, se non ancora peggiore, di quella che si era lasciata alle spalle. Oggi l’attesa di tanti profughi s’infrange nella triste realtà dei campi di prima accoglienza, realtà sicuramente peggiore delle loro tribù di provenienza, anche perché questi campi sono destinati spesso a trasformarsi in dimore a lungo termine. Oppure, nel migliore dei casi, ospitati in strutture dove sono costretti all’inoperosità. E sappiamo che il cosiddetto “dolce far nulla” non è una condizione ottimale per nessuno, perché conduce all’apatia, alla sfiducia, alla mancanza di senso, di vuoto, all’inutilità dell’esistenza (negativo, questo amaro “dolce far nulla” tanto per gli emigranti quanto per le popolazioni autoctone).
La storia, non è per nulla maestra di vita. La storia non ci ha insegnato nulla e nulla continua ad insegnarci, perché quando si ripete, lo fa nella forma che le è più congeniale: negativamente come il luogo della violenza e del sopruso. A proposito della storia non posso non ricordare e consigliare di leggere (o rileggere) “La storia”, una significativa lirica scritta nel 1969 da Eugenio Montale.
La storia dell’emigrazione, come viaggio del bisogno o dal bisogno, può farsi risalire alla cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre.
Adamo ed Eva vengono allontanati da Dio in persona, quel Dio che non avendo nessun altro essere subordinato a disposizione se la prende con le sole creature che Egli stesso ha creato, le uniche ad avere sottomano. Un incipit che sarà avvalorato dal girovagare nel mondo degli Ebrei (che non dimentichiamo era il popolo eletto) per gran parte della loro storia.
Adamo ed Eva, creature forgiate ad immagine e somiglianza del Creatore, vengono fatte sloggiare dall’unico luogo che conoscevano e dove si trovavano a loro agio. Il popolo ebraico scelto da Dio, quindi il popolo eletto, il suo popolo, viene costretto alla diaspora. In altre parole possiamo affermare che l’emigrazione ha origine biblica, ma possiamo anche dire che, per i non credenti, inizia con la comparsa dell’uomo sulla terra. L’uomo compare sulla terra tra i 500.000 ed i 250.000 anni fa e sembra proprio in Africa, è del 1974 la scoperta di un austrolopiteco, cui hanno dato il nome Lucy. Quindi l’uomo compare in Africa e, ironia della sorte, sarcasticamente possiamo dire che dall’Africa continua ancora oggi ad emigrare, ad occupare altri continenti.
Tutta la storia dell’uomo sapiens è quindi storia di migrazioni. Ma non solo, i cosiddetti “fossili climatici” testimoniano come nel Mediterraneo sono giunti, più di diecimila anni fa i cosiddetti “ospiti caldi” che sono molluschi di acque tropicali e gli “ospiti freddi”, molluschi provenienti dai mari del Nord, a causa di opposte condizioni climatiche. Oggi il disastro ecologico, provoca condizioni climatiche avverse tali da causare lo spostamento di interi popoli. Ci dice giustamente il ricercatore Mario Tozzi: “La colpa (dell’emigrazione dei popoli della fascia circumsahariana) è soprattutto del clima che cambia. Ma il paradosso è che non ci fa paura il fenomeno imponente che lo origina, ma il suo prodotto, cioè il migrante, come se fosse colpa sua”.
Gli emigranti sono coloro che, per un motivo o per un altro si spostano, viaggiano. L’elenco degli emigranti comprende anche gli esuli. Gli esuli sono coloro che vengono espulsi o fuggono semplicemente perché il loro sapere, il loro agire, la loro cultura, può mettere in discussione i presupposti dell’organizzazione del potere dello Stato in cui vivono. Del popolo degli esuli citiamo qualche esempio storicamente recente, qualcuno ancora in atto: gli Armeni sotto i Turchi, i Musulmani in Croazia, i Tutsi in Africa, i Curdi in Iraq, i Palestinesi in Medio Oriente. Popoli esuli, popoli ingiustamente perseguitati nelle loro stesse terre, popoli costretti a mettersi in viaggio, a lasciare i propri territori, come Adamo ed Eva o proprio a causa di Adamo ed Eva! Così come Adamo ed Eva rappresentano la diretta discendenza divina, Adamo ed Eva, cioè l’uomo delle prime civiltà, come forma di riconoscimento, faceva discendere tutto da Dio.
I primi tentativi di spiegare la natura e l’agire umano, comprese le migrazioni, hanno una concezione mitica, teologica: tutto si spiega con il ricorso alla divinità, meglio alle divinità al plurale. Infatti un’antica classificazione teologica divideva gli Dei in tre categoria: gli Dei delle città venerati nel culto pubblico; gli Dei dei poeti cioè le divinità dei miti; gli Dei della natura, quelli studiati dai filosofi.
I tre livelli rappresentavano: il primo, la politica, quindi i tre sistemi politici conosciuti: la tirannia, l’oligarchia e la democrazia; il secondo livello si occupava della poesia (letteratura e tragedia) in ultimo troviamo il livello della filosofia. I primi due sistemi contrapponevano visioni contrastanti e le loro argomentazioni non potevano giungere a valutazioni definitive. Solo la filosofia, dialetticamente e secondo logica, poteva giungere ad una visione unitaria sul bene e la verità (anche diverse). Cioè, Se è vero (e lo è) che la tragedia greca è un lungo elenco di personaggi distrutti dai propri scriteriati errori, se è vero (e lo è) che la politica è violenza e inganno; sarà allora vero che solo la filosofia cerca di far vivere l’uomo in armonia con la natura e con se stesso, questo almeno il tentativo. Se vi sia riuscita o meno, è questione insoluta a tutt’oggi, lascio perciò anche a voi la possibilità di ulteriori verifiche ed approfondimenti.
La filosofia non nasce in Grecia, come comunemente si crede, ma nelle coste mediterranee della Turchia e dell’Italia meridionale. Tant’è che appena giunta in Grecia, ad Atene, venne presa di mira e ridicolizzata, chi non ricorda “Le nuvole” di Aristofane? La politica comprende tutta la potenzialità persuasiva e se ne impadronisce (Pericle), non a caso il massimo sviluppo del pensiero filosofico antico è concentrato nell’Atene del IV secolo a. C.
Una parentesi: la politica nel tempo ha saputo strumentalizzare ogni forma di sapere fino ad un certo periodo molto recente, fino al terzo millennio, quando poi è stata fagocitata dalla finanza.
Le migrazioni dei tanti filosofi in tutte le epoche, hanno posto le basi per una moderna disamina del problema politico e sociale dello spostarsi, del viaggiare, dell’emigrazione.
Fatto sta che i filosofi, voci afone, oggi, come spesso è accaduto anche ieri, restano inascoltati, perché prevale in questo nostro mondo la corruzione della politica e la spettacolarità dell’apparire (la nuova forma del teatro, della tragedia). Restano inascoltati, perché non hanno voce in capitolo, per scelta o perché il loro sapere è oramai incomprensibile, incomunicabile. E quindi, messe da parte la politica e la religione, diventa difficile capire il senso del viaggio, delle migrazioni, le ragioni degli esuli, anche attraverso il pensiero come riflessione, così come si esprime in filosofia.
Molti, per scelta, come il filosofo Secondo, celebre pensatore dell’antichità, spontaneamente non parlano più. – (Secondo dopo un errore giovanile, aveva fatto voto di silenzio e per tutta la vita non aveva detto più nulla, esprimendo le sue convinzioni solo con i gesti ed i comportamenti) -.
Altri perché ancor più sapienti, sono incomprensibili, incapaci di comunicare come il maestro Cassiodoro. Flavio Magno Aurelio Cassiodoro Senatore, ultimo degli antichi pensatori, visse nel VI secolo d.C. Cassiodoro ritiratosi nel convento di Vivario vicino Squillace, pur circondato di allievi che ne ammiravano il suo sapere, rimaneva un incompreso.
Incompreso perché Il senso della cultura che l’impero romano aveva espresso era diventato incomprensibile. Il sapere di Roma era andato perduto.
Tutto questo per dire che siamo frutto di una storia millenaria ma che oggi restiamo orfani del sapere, perché tutto ciò che ci è stato detto ed è stato scritto in passato, non riusciamo più a capirlo ed a leggerlo (Cassiodoro). E coloro i quali potrebbero ancora insegnarci qualcosa sono costretti, per volontà altrui o per scelta, a tacere (Secondo).
Abbiamo parlato di due filosofi e della loro concezione sulla comunicazione come viaggio e proseguimento di valori culturali. Sembra di primo acchito, che alla base delle riflessioni filosofiche sul viaggio ci sia la civiltà greca, Odisseo ne è infatti un prototipo. Ma un chiarimento al riguardo è d’obbligo: la prima vera cultura del viaggio come percorso stabile e sicuro ci viene dalla civiltà romana, spesso bistrattata perché così ci ha insegnato a considerarla la religione cristiana. I Romani per la prima volta nella storia hanno costruito le strade, strade che sono veri e propri “monumenti alla bellezza dell’andare”, così Ida Magli nel libro “Dopo l’Occidente”: “Quelle dei Romani erano, per la prima volta nella storia strade nel senso pieno del termine: non soltanto strumenti per il commercio e per la guerra, ma prima di tutto monumenti alla bellezza dell’andare”. Il desiderio di “cammina, cammina” per loro era istintivo; per i Romani le strade erano la conferma dell’esserci stato, che partendo da Roma, grazie alla consapevolezza della loro forza bellica e legislativa, raggiungevano ogni punto delle terre conquistate. Non a caso ancora oggi molti ponti costruiti dai romani sopportano un traffico impegnativo.
Ma non solo, il loro agire, il loro fare strade veniva documentato volta per volta, si storicizzava la strada incidendo nella pietra il nome e la data. Non a caso abbiamo nomi nella statale 45 che da Piacenza percorre la val Trebbia fino a Bobbio nomi coma La Verza (la terza), Settima e così via di seguito.
L’avvento del medioevo e della religione cristiana porta all’abbandono di queste strade, il viaggio diventa individuale e pericoloso, quasi un’espiazione del peccato originale, una rinascita della coscienza attraverso l’acquisizione di nuova conoscenza. Il viandante diventava pellegrino, la nuova conoscenza era una meta che ricambiava la fatica con l’indulgenza.
Il viaggio (compreso quello del sapere) ha delle forze avverse che come demoni cercano di impedirne il proseguimento, l’inganno ne “Il lungo viaggio” di Sciascia, il mare nel romanzo di Verga. Contro le speranze dell’uomo, la rabbia del mare o l’inganno, fanno ricadere l’umile in uno stato di dolorosa prostrazione. Ma accanto alle tante forze negative che ostacolano il percorso intrapreso vi è una speranza di riuscita che è alimentata dalla nostalgia.
I migranti lasciano tutto: casa, famiglia, terra per una prospettiva ignota. Nell’attesa di un futuro, spesso si rifugiano nel passato, nel loro passato. Alimentano le speranze nutrendosi di nostalgia.
Ma la nostalgia è un sentimento rivoluzionario o mero ritorno al passato, pura e semplice categoria della conservazione? È sicuramente una situazione di disagio e di inadeguatezza a farla nascere.
Per i Brasiliani la saudade, termine lusitano, sta ad indicare solitudine e malinconia insieme.
Per molti emigrati la nostalgia acquista un significato mistico: desiderio di rivivere il passato, di possederlo. È comunque prendere coscienza del passato per usare l’esperienza vissuta come una leva per andare avanti.
Il viaggio, come avventura, novità, esplorazione, ha connaturato in sé questo elemento, l’elemento costitutivo della nostalgia!
Sembra contraddittorio, ma non lo è. Infatti se si dà uno sguardo ad ogni teoria rivoluzionaria ci si accorge come ogni teoria di rottura, di cambiamento, contiene un elemento di nostalgia, una qualche teoria di ritorno al passato. Pasolini nella sua radicale critica alla società consumistica ci ricorda le lucciole della terra friulana, le lucciole che costellavano le campagne nella sua infanzia. Rousseau col suo mito del buon selvaggio, volendo cambiare il modo di relazionarsi della sua epoca, teorizza un ritorno al comportamento genuino come solo un’infanzia scevra da sovrastrutture sociali sa esprimere.
Allora, la nostalgia può renderci tristi e sofferenti, ma solo per un momento, perché a ben riflettere può proiettarci in avanti alla ricerca di mondi nuovi, tipico delle teorie rivoluzionarie.
Erri de Luca, conferma questa visione: “Quando ti viene nostalgia non è mancanza. È presenza di persone, luoghi, emozioni che tornano a trovarti”. È il tuo passato, i tuoi avi, i tuoi familiari, la tua storia personale e sociale che si pongono accanto a te, dietro di te, per sostenerti e spingere il tuo cammino.
I Siciliani nel racconto “Il lungo viaggio” idealizzano l’America (Lamerica), l’emigrazione, il viaggio come risoluzione dei problemi che assillavano il contadino che tutto s’era venduto per pagarsi il viaggio. La tendenza ad esaltare realtà lontane era ed è una costante del viaggio, allora come ora. Il sogno, il miraggio dell’Eldorado. Per Marco Polo, per i Conquistadores, per l’Islam o per i Crociati. Sì l’Eldorado può essere anche la terra promessa o il paradiso, la ricchezza terrena o la felicità eterna dell’aldilà. “Il marinaio siciliano altro non è che il contadino costretto al mare per necessità”. Al mare per necessità si offrono i profughi africani oggi. Attraverso il deserto prima ed il mare dopo, scoprono il viaggio.
Siamo di solito portati ad immaginarci il viaggio come necessità, come percorso indispensabile per la sopravvivenza, in ultima analisi come libertà dal bisogno. Ma è esistito, esiste e credo continuerà ad esistere, un altro viaggio, un viaggio che anziché dal bisogno, parte dal benessere, in qualche modo un viaggio a ritroso, alla ricerca di arcani e reconditi significati da dare all’esistenza stessa.
Un paradosso può aiutarci a capire questo particolare percorso che da un certo benessere condiviso ci porta a rincorrere miraggi: il paradosso del tetto. Solitamente una casa si inizia a costruire dalle fondamenta, poi i muri ed infine i tetti. I tetti lo sanno tutti, non bisogna essere esperti, sono la parte più difficile da realizzare: ne hanno saputo qualcosa il Michelangelo (la cupola di San Pietro) come il Brunelleschi (la cupola di Santa Maria del Fiore di Firenze). Il paradosso contraddice l’esperienza comune, è quell’ esame teorico ed attento che dimostra la sua validità critica contro ogni logica apparente, esempio antico il paradosso di Zenone (Achille e la tartaruga, Achille non potrà raggiungere mai la tartaruga, se consideriamo lo spazio divisibile all’infinito) esempio moderno il paradosso di Einstein (la diversa crescita cronologica dei gemelli, uno che viaggia nello spazio alla velocità della luce, l’altro che se ne sta sulla terra).
Il paradosso del tetto ci dice che la costruzione di una casa può iniziare dal tetto e poi a scendere all’ingiù fino alle fondamenta.
Così, una migrazione che rappresenta un viaggio alla ricerca dalla libertà dal bisogno materiale, viaggio indispensabile per la sopravvivenza fisica, come per i migranti, può diventare per chi, le libertà dai bisogni li ha avuti dalla nascita, un viaggio a ritroso nel tempo o nell’altrove, un andare alla ricerca che solo un qualcos’altro può darci. Un viaggio liberatorio che come meta ha spesso la ricerca di un presunto paradiso perduto. Sono i viaggi di tutti coloro che abbandonano la sicurezza e la certezza di una casa costruita dalle fondamenta, di coloro i quali non hanno programmi politici preconfezionati, coloro che intendono sottrarsi al controllo della famiglia e della società. In questi viaggi sono presenti tutti gli ingredienti delle parentali contraddizioni freudiane: Edipo ritorna prepotentemente ad imporre il rapporto con la madre e la simbolica uccisione del padre. I valori sono ben rappresentati dai miti classici: Apollo e Dioniso. Dalla loro lotta che rappresenta l’alternanza continua del pericolo e del controllo, della follia e dell’intelligenza, del desiderio e della pienezza. Le mete allora diventano le Indie, le popolazioni tribali, mete spirituali in alture isolate o spiagge deserte dove abbandonarsi ad interminabili feste alla luce lunare.
Il viaggio allora diventa ricerca spasmodica di avventura, ricerca di illusioni, più semplicemente e spesso si riduce ad un autoinganno.
Kerouac sosteneva che importante è il muoversi, andare sulle strade in qualsiasi direzione, non importa la meta, diceva: da qualche parte, lungo il percorso, è nascosta una perla.
Ma non l’aveva già detto qualcun altro che importante era il viaggio e non la meta? Ma sì, il poeta Kavafis!
Il poeta greco con Itaca aveva sottolineato l’importanza del viaggio fine a se stesso, non la meta ti appagherà, ma il viaggio sarà la meta: Ulisse giunto ad Itaca, ripartirà. Ma di Ulisse non si era già conosciuta la fama di viaggiatore fin dai remoti tempi omerici?
Ma ancora prima di Omero, l’uomo si era spostato, come abbiamo già detto l’uomo viaggia fin dai tempi di Adamo ed Eva e se stanziale aspetta altri che si muovano per lui.
Un individuo o una società, per raggiunto benessere, possono trovarsi nell’incapacità di affrontare qualsiasi spostamento. L’essere stanziale ci pone in un’altra condizione, una condizione passiva, di attesa.
Un popolo stanziale ha allora bisogno che arrivi qualcuno, aspetta i barbari! Cioè altra gente, che si muove, gente diversa che sappia rigenerare una cultura debole, decadente.
I barbari come risposta ad un Parlamento che non riesce più a legiferare (nel senso del buon governo), i barbari come linguaggio nuovo, semplice, da contrapporre alla vuota retorica degli oratori di Stato, questo ci dice il poeta, ma ahinoi la poesia di Kavafis “Aspettando i barbari” ci dice qualcosa di più minaccioso, quasi il preludio del fallimento dell’umanità, una sventura storica.
Se qualcuno ci venisse a dire che di barbari alle frontiere non ce ne sono più, a qualcuno potrebbe sorgere la domanda: “Cosa sarà di noi?” E la risposta: “Era la soluzione, quella gente”.
La globalizzazione contiene un virus micidiale: il rischio che proprio i barbari possano scomparire. Il rischio consiste nel fatto che il mondo si uniformi, così come l’uomo occidentale ha fatto con se stesso. Il pensiero dell’uomo contemporaneo è lo stesso per ogni singolo individuo, è un non pensiero. Come i non luoghi.
Tutti sappiamo che le moderne architetture hanno uniformato il paesaggio. Ce lo ha spiegato molto bene l’antropologo Marc Augè, descrivendoci tutti quei luoghi che indifferenti a qualsiasi territorio dove sorgono, sono identici in qualsiasi parte del mondo, al nord come al sud, ad est come ad ovest: gli aeroporti, le autostrade, i centri commerciali. Negano queste costruzioni qualsiasi carattere peculiare, qualsiasi dialogo con il paesaggio, qualsiasi soggettività. Sono oggettivamente utili e funzionali, rispondono solo a canoni di economicità e praticità. Così l’uomo di quest’epoca digitale. Era stato Herbert Marcuse a parlarne per primo, in tempi non sospetti, con il suo “L’uomo ad una dimensione”. Oggi sono diventate comuni le teorie in tal senso.
Se dovessero scomparire i barbari, potrebbero scomparire i migranti e con loro qualsiasi idea di rigenerazione umana, di nuove civiltà. Faremmo la fine di quelle famiglie che pur di non disperdere il loro capitale continuano a sposarsi con consanguinei, con risultati nefasti, come è avvenuto per tante case reali, ma anche per molti piccoli villaggi.
Il viaggio è stato storicamente concepito come spostamento fra due punti, oggi considerata la velocità con cui viaggiano le notizie e con cui si possono effettuare gli spostamenti, si potrebbe considerare non veritiera questa definizione. Ci muoviamo praticamente all’unisono con lo stesso movimento rotatorio del globo terrestre. Riempiamo spazi, occupiamo il tempo. Il viaggio diventa un non viaggio. Come non esiste più un pensiero personale, ma prevale un pensiero unico, così non esiste il viaggio personale, ma un viaggio universale, di tutti gli uomini, un viaggio all’unisono dell’umanità. Quindi un non viaggio! L’uomo che è sempre alla ricerca della verità, rimane spesso imbrigliato in una ragnatela di menzogne artefatte che non gli permettono di realizzarsi compiutamente, se non nella menzogna stessa …. Così con il viaggio. L’uomo è sempre in cammino, ma rimane imbrigliato in un dedalo di strade, in un labirinto talmente intricato da non essere capace di uscirne più, il suo viaggio diventa effimero, è il percorso che non ha una via d’uscita. E se una via d’uscita deve proprio averla, allora è il ritorno al punto di partenza, un cammino circolare. Tornerei alla storiella de “Il Lungo viaggio”, un viaggio durato dieci giorni che ha riportato gli aspiranti migranti nella stessa isola da cui volevano partire. È un racconto amaro, sarcastico, è la narrazione di una amara delusione: il fallimento di un’aspettativa. Gli emigranti sono stati presi in giro perché non sono andati in America, ma sono rimasti in Sicilia. Lì sono stati truffati dal signor Melfa, qui adesso i migranti vengono ingannati dalla storia. Non ci sono strade che conducano ad una meta certa e sicura. Solo nelle religioni ci sono strade e vie predefinite, “Mostrami, Signore, la tua via, perché nella tua verità io cammini” (Salmo 85) o, ancora, il capitolo Giovanni 14: “Io sono la via, la verità e la vita”.
Questo è il viaggio che ha una meta ben precisa, è il viaggio dei credenti. Sono rivelazioni che fanno parte della religione, quindi del mito, siamo in un campo minato, nel terreno teologico della metafisica.
A noi esseri umani, qui ed ora, ci interessa il mondo finito, il mondo fisico, dove siamo stati abituati e siamo costretti a vivere ed a muoverci. Il viaggio che forse ci affascina di più oggi è il viaggio che ognuno si costruisce da sé giorno per giorno, come la vita. Da stanziale o da emigrante. Quel mondo che ci dice che non ci sono strade segnate ma che il cammino si fa camminando. “No hay caminos, hay que caminar”, non ci sono cammini, solo il camminare. Ce lo ricorda il poeta Antonio Machado: “Viandante, le tue orme sono -il cammino e niente più; -viandante, non esiste il cammino,- Il cammino si crea camminando”.
La vita si affronta vivendola, il viaggio camminando, unica condizione: essere nato per affrontare la vita, per camminare basta aprire la porta. Come con il primo vagito iniziamo il nostro percorso di vita così aprendo la porta iniziamo, ognuno il proprio viaggio. Così semplicemente: Niente di più, niente di meno.
Carmelo Sciascia

“Viaggi nel Tempo”, incontro con Carmelo Sciascia sabato ore 17, Biblioteca Passerini-Landi a Piacenza

Biblioteca Passerini Landi, “Viaggi nel tempo”. Nella immagine: dipinto a olio 120×100 di Carmelo Sciascia e scorcio del salone monumentale della Passerini Landi, sede della conferenza.“

Sabato 14 ottobre alle ore 17, presso il Salone Monumentale della Biblioteca Passerini Landi a Piacenza, Carmelo Sciascia sarà protagonista della conversazione “Viaggi nel Tempo – Storia di un lungo viaggio: considerazioni letterarie e paradossi filosofici”.
Coordina l’incontro il presidente della associazione Dante Alighieri di Piacenza dott. Roberto Laurenzano, con letture da parte  dell’attrice Tiziana Mezzadri.

Carmelo Sciascia, da anni collaboratore di Arzyncampo con interessanti saggi di storia, politica, attualità, critica letteraria e cinematografica, definito da Gaetano Rizzuto, già direttore del quotidiano locale Libertà, “piacentino di Sicilia“, nasce a Hornu in Belgio nel Novembre del 1953; trasferitosi in giovane età in Sicilia a Racalmuto, dal 1979 vive a Piacenza.

È filosofo, scrittore e pittore. Dipinge e scrive per solipsismo, termine che indica l’atteggiamento filosofico secondo il quale il soggetto pensante non può affermare che la propria individuale esistenza in quanto ogni altra realtà si risolve nel suo pensiero: tutto quello che l’individuo percepisce è creato dalla propria coscienza.

Di conseguenza, tutte le azioni e tutto quello che fa l’individuo è parte di una morale prestabilita dal proprio io, ubbidendo pertanto solamente a quello che quest’ultimo dice, al di là delle leggi prestabilite dal mondo esterno e da altre soggettività.

Carmelo Sciascia ad una precedente iniziativa in Libreria Fahrenheit di via Legnano

“Ricordo di Tallinn”, olio su tela opera di Carmelo Sciascia

Da meta sconosciuta a località di grido: Tallinn attrae nuove forme giovani e curiose di  turismo, con una buona offerta culturale ed architettonica. E magari con un polmone verde fresco e rilassante. Tallinn, capitale dell’Estonia ha tutto questo, con prezzi sempre abbordabili e tanti collegamenti low-cost.

La splendida città baltica presenta un curioso collage architettonico di varie epoche. Da un lato il centro storico, dall’altro la “nuova city”, con grattacieli, uffici e centri commerciali. Il ricco patrimonio architettonico e storico, arroccato tra mura, palazzi d’epoca e chiese,  si chiama Città Vecchia (Vanalinn) ed è protetto dal patrimonio mondiale dell’Umanità dell’Unesco come la città meglio conservata del nord Europa.

 Percorrendo i vicoli del centro, si sale fino in cima alla collina di Toompea, uno dei punti panoramici più belli della città, con vista sui tetti aguzzi e viottoli sottostanti, ma anche sui grattacieli della città nuova e sul mare. Da non perdere la Piazza del Municipio con il Palazzo comunale gotico, e le chiese dello Spirito Santo, di Sant’Olaf e di San Nicola. Da visitare anche la magnifica cattedrale russo ortodossa Alexander Nevskij, sulla Piazza del Castello, sulla cui torre spicca la più grande campana d’Estonia, con i suoi 3 metri di altezza e 15 tonnellate di peso.

Poco distante da Tallinn poi tanti altri piccoli tesori: lunghe spiagge di sabbia bianca, pinete, antichi manieri e villaggi da scoprire, più di 200 specie di uccelli e circa 900 tipi diversi di piante: questo è Lahemaa, il Parco Nazionale più grande dell’Estonia. Vicina anche la riserva protetta di Kõrvemaa con tante foreste, paludi, misteriosi laghi e brughiera, dove vivono numerose specie protette tra cui l’aquila reale.

Carmelo Sciascia, artista, filosofo, pittore, rende omaggio alla città con un’opera che ricorda la visita dei mesi scorsi.

 

“A cosa servono i viaggi?”, riflessione semiseria di Carmelo Sciascia da Stoccolma

Seconda riflessione semiseria su un viaggio a Stoccolma (la prima riguardava il termine Fika, clicca qui per leggere)
A cosa servono i viaggi? Mi chiese a bruciapelo Paolo, un amico che amava ed ama viaggiare, appena tornati da Stoccolma. A parte qualsiasi distinzione tra l’essere un viaggiatore o un semplice turista (disputa nella quale non mi avventuro), a lui piace muoversi, visitare delle città, un modo come un altro per riempire il suo tempo (questo nostro tempo). Prima della rivoluzione operata dalla fisica teorica del novecento, lo spazio ed il tempo erano considerati delle variabili separate per lo studio dei tanti fenomeni naturali.
Non solo in fisica ma in ogni campo, netta era la loro separazione: da una parte il tempo, dall’altra lo spazio. Semplicemente ogni viaggiatore compiva uno spostamento tra due luoghi geografici in un determinato lasso di tempo.
Oggi che le due entità sono unite in un’unica variabile c’è, a completamento della tridimensionalità delle grandezze geometriche l’unicità dello spazio-tempo.
Ecco allora la posizione comune a molti viaggiatori oggi, che viaggiano non per effettuare uno spostamento in un determinato tempo, ma per riempire il “tempo” che è dato loro vivere. Contemporaneamente il viaggio diventa un unicum spazio-temporale: il tempo (il trascorrere della nostra esistenza) viene consumato dallo spazio (i luoghi geografici che visitiamo) e viceversa. E vista l’offerta allettante di certe compagnie aeree perché non farlo in continuazione?
Questa potrebbe essere la risposta che avrei dovuto dare al mio amico e che non ho dato. Credo comunque che il viaggio non sia solo uno spostamento fisico, spesso è costringerci a riflettere sulle cose che accadono o sono accadute intorno a noi, nel luogo dove viviamo abitualmente.
Visitare il museo Vasa a Stoccolma mi ha fatto riflettere sulla sua storia (e sulla nostra!). Vicende che sono tra loro lontane geograficamente e storicamente diventano fatti vicini e contemporanei.
Il viadotto “Scorciavacche” sulla Statale121 Palermo-Agrigento, inaugurato la vigilia di Natale del dicembre 2014 crolla i primi di gennaio dell’anno successivo, dopo solo dieci giorni.
Siamo invece nell’estate del 1626, precisamente il giorno dieci agosto, quando il galeone svedese Vasa affonda dopo poche miglia, nello stesso specchio d’acqua da dove era partita.
Oggi, la nave è stata recuperata ed intorno è stato costruito un bel museo, il museo Vasa nell’isola di Djurgarden, una delle quattordici isole che compongono la Venezia del Nord (con buona pace di Amsterdam e di un ben po’ di altre città).
Oggi del viadotto “Scorciavacche” non credo ci sia un museo, né si farà, così come tutte le indagini sulle responsabilità del crollo non approderanno a nulla, anche se il Presidente del Consiglio Renzi aveva testualmente affermato: “Ho chiesto a ANAS il nome del responsabile: è finito il tempo degli errori che non hanno mai un padre. Pagheranno tutto”.
Sì, finirà come al tempo di Gustavo di Svezia, sentito un notabile sulle cause dell’affondamento della nave questi ebbe a dire: “Solo Dio … ed il re, possono conoscere le cause” e la commissione chiuse il caso senza individuare alcun colpevole. Oggi si potrebbe dire che solo Dio può saperlo, visto che il politico di turno che ha reso possibile l’appalto e l’impresario che se lo è aggiudicato ne escono sempre candidamente puliti. Credo sia successo e succede così per le tante “disavventure” dei lavori pubblici nel nostro Paese. Quest’anno, il trenta aprile un ponte nel cuneese crolla su una macchina dei carabinieri, sbriciolandola.
Immagine che ha riportato alla memoria, a noi piacentini, il ponte crollato sul Po. Era l’aprile del 2009. Nel gennaio del 2015 il tribunale di Lodi ha assolto gli imputati (dirigenti della società concessionaria) “perché il fatto non sussiste”. Nel frattempo tanti altri manufatti sono continuati e continuano a crollare in tutta la nostra splendida penisola!
Un evento si collega a tanti altri episodi, basta iniziare e la memoria (quando c’è) fa il resto. I fatti si susseguono come grani di rosario, basta aver voglia di pregare! La visita al Museo Vasa di Stoccolma mi ha sollecitato ancestrali ricordi, come l’analogia tra le sculture lignee che adornavano la fiancata e la prua della nave e le sculture lignee dei carretti siciliani.
Narrano, le sculture lignee poste ai fianchi e sulla prua della nave, della casa reale svedese e della sua missione nell’ambito della guerra di religione che impegnava l’Europa tutta in quel periodo.
Rappresentazione allegorica e didattica, ma soprattutto una rappresentazione teatrale che incutesse paura ai nemici e coraggio agli alleati. Un po’ come le sculture lignee che adornavano i caratteristici carretti siciliani. Episodi che richiamavano motivi religiosi (San Giorgio che uccide il drago), motivi tratti dalle gesta del Ciclo Carolingio, per giungere all’Epopea Garibaldina o ad episodi popolari quale la Cavalleria Rusticana.
Qui non servono più le parole per descriverne le corrispondenze artistiche plastico-cromatiche, basta un semplice confronto fotografico a soddisfare qualsiasi curiosità: l’espressionismo delle forme e la vivacità dei colori sono lapalissiani.
Ecco, tutte queste cose avrei dovuto dire all’amico Paolo, sul viaggio appena concluso, più che aggrapparmi alla fisica teorica del novecento. Ma sarebbe stato ed è un discorso lungo. Un discorso che potrebbe continuare ancora adesso, con altre analogie, con altri riferimenti . Stante comunque il discorso appena accennato, si può chiosare con un dubbio:
Il tramonto dell’occidente, in particolare dell’Europa, può darsi sia iniziato, checché ne abbia scritto Spengler, dall’inabissarsi di quel galeone nel 1626? Così come la decadenza dell’Italia, possa essere dipesa dalla stretta analogia delle sculture lignee del Vasa con la scultura artigianale e popolare dei carretti siciliani?
Carmelo Sciascia

“FIKA, un viaggio, una riflessione”, a cura di Carmelo Sciascia

Un bel quaderno di cultura piacentina è stato, ed è, L’Urtiga. Questa rivista comunque non credo possa venirci incontro in merito al problema che andrò ad esporre. Ma, un incontro con qualche animatore instancabile e fattivo di questa stessa rivista, sicuramente potrebbe risultare risolutivo.
Perché una semplice conversazione, con chi possiede una conoscenza filologica, ha il merito di trasformare un incontro, in un confronto intessuto di rimandi, rimandi linguistici e letterari, locali e non. La relazione tra due o più individui, è sempre apportatrice di chiarificazioni, il solipsismo non sempre riesce, perché è difficile rimanere lucidi, quando si conversa con se stessi.
Avrei posto all’ipotetico esperto interlocutore il problema delle influenze linguistiche tra il dialetto piacentino derivato dal ceppo gallico e le lingue scandinave, lingue discendenti dall’antico ceppo germanico. Per capirne, ad esempio, le eventuali analogie: si tratta pur sempre di lingue discendenti di popolazioni barbare che tanta pratica quotidiana avevano in comune. Anche se è vero che tanta storia ne ha modificato la struttura originaria, innestando nuove lingue, proprie di popolazioni provenienti da altri territori. Semplificando: non a caso troviamo nel parlato piacentino, strutture latine insieme a francesismi. Ma può essere il dialetto piacentino nobilitato ed essere accolto come lingua? So di tanti studi in proposito; difficile poterlo affermare. Nemmeno la definizione contenuta nell’art. 1 della “Carta europea per le lingue regionali e minoritarie” ci può aiutare a sciogliere l’enigma.
Facendo comunque un sommario paragone con altri dialetti italiani, può darsi che, tra il piacentino e le lingue scandinave una qualche relazione possa esistere, comune è la radice storico-culturale della civiltà celtica ad esempio. Relazione che sicuramente non può avere e non ha il siciliano, cui l’UNESCO ha riconosciuto lo status di lingua madre, discendente direttamente dal latino volgare e prima lingua letteraria italiana con la Scuola siciliana, già nel XIII secolo.
Ha dato sulla lingua ed il dialetto, una definizione che taglia la testa al toro, il linguista lituano Max Weinreich: “una lingua è un dialetto con un esercito ed una marina“.
E preso atto che Piacenza non ha un esercito e nemmeno una marina che, tra l’altro, difficilmente potrebbe avere non avendo sbocchi al mare (al limite una flotta fluviale), non può essere tenutaria di una lingua, ma semplicemente di un dialetto. Possiamo ritenere il piacentino un dialetto o se vogliamo, potremmo darle una definizione più aulica e cioè considerarla una “lingua locale minoritaria”.
C’è un modo di dire, un intercalare, che i piacentini amano ripetere spesso.
È un intercalare che non ha nulla a che vedere con il suo significato lessicale. Come per i tanti modi di dire di varie parti d’Italia che fanno riferimento a parti anatomiche ed intime dell’uomo o della donna. Sono entità linguistiche munite di vita propria che di tanto in tanto fanno capolino nei discorsi quotidiani, discorsi comuni che nulla hanno di volgare, avendo perso il loro primitivo riferimento.
Un po’ come per le opere d’arte che al di là di ciò che rappresentano, restano avulse, distaccate dalla rappresentazione grafica, acquistano un diverso significato. Esempio classico “L’origine del mondo” di Gustave Courbet. Un quadro che nonostante una grafica esplicita non ha nulla di pornografico, grazie alla tonalità cromatica il messaggio diventa qualcosa d’altro: il significato anatomico si trasforma in messaggio allegorico. L’eros come rappresentazione della fecondità. L’origine del mondo diventa rappresentazione della forza creatrice generatrice di vita.
Così per le opere letterarie, in primis il nostro Dante Alighieri: “Al fine de le sue parole il ladro – le mani alzò con ambedue le fiche, gridando: Togli, Dio, ch’a te le squadro!” (Inferno, canto XXV).
Sul significato del gesto non vi è alcun dubbio, è una rappresentazione di un gesto che qualcuno definisce scurrile come quello cui le femministe ci mostreranno secoli appresso, accompagnando la rappresentazione gestuale con l’esplicita indicazione del possesso e della personale gestione.
Spunto di questa riflessione un volantino, che mi veniva offerto gentilmente dalle mani di una ragazza bionda ed alta, un prototipo di ragazza scandinava come siamo abituati a rappresentarcela nell’immaginario collettivo, infatti ero in Svezia, a Stoccolma, precisamente.

FIKA, l’esempio della felicità svedese

Il termine FIKA, intestazione del volantino, mi catapultava a Piacenza, al modo di dire, di intercalare. Tipica locuzione per rendere più incisiva un’espressione, rendere più colorita una qualsiasi affermazione. Come meravigliarsi, organi sessuali sono presenti nel linguaggio di tanti altri dialetti nazional-popolari.
Fika. Termine tante volte sentito pronunciare per le strade cittadine, termine nobilitato in poesia: l’abbiamo visto citato in Dante ed in tanta altra letteratura precedente e conseguente.
In pittura è stata rappresentata infinite volte (come non pensare agli affreschi pompeiani), come graffiti preistorici la ritroviamo nelle mura e nei cessi pubblici di ogni luogo dell’intero mondo creato ed abitato.
A proposito di Pompei: chi l’avrebbe mai detto che a Stoccolma il caffè è più apprezzato che a Napoli?
Fika con la cappa, da noi è indifferentemente scritto e pronunciato con la g o con la c, solo che con la k cambia completamente di significato: diventa un invidiabile stile di vita!
Fika è un happy hour, un break coffee, una pausa di lavoro, ma anche andare… ad un appuntamento.
Comunque al di là di qualsiasi facile ironia, abbiamo bisogno oggi di rallentare i ritmi frenetici dei nostri tempi, abbiamo bisogno di pause per vivere più serenamente, per riflettere, per apprezzare le tante piccole grandi cose che la vita ci offre. A Piacenza ogni volta che ci troviamo a pronunciarlo o a sentirlo, ricordiamoci il significato germanico della lingua scandinava, perché abbiamo bisogno, per dirla in svedese e come gli svedesi, oggi più che mai di FIKA!

Fika è un verbo svedese che significa “uscire a bere caffè”, solitamente accompagnato da un dolce. La parola è un esempio dello slang del XIX secolo dove le sillabe di una parola vengono invertite: fika deriva in effetti da kaffi, termine svedese arcaico che indica il caffè (oggi kaffe). Il fika è un’istituzione sociale in Svezia: significa prendere un caffè con i colleghi, gli amici o la famiglia, può indicare una pausa di lavoro, ma anche andare ad un appuntamento. La Svezia è tra i maggiori consumatori di caffè al mondo e la pratica di prendere una pausa caffè è molto importante nello stile di vita svedese. Sebbene il fika possa implicare “prendersi una pausa dal lavoro”, spesso in questo caso si usa il termine, più enfatico, fikapaus (pausa caffè) o fikarast (break per il fika). Fika può anche significare semplicemente prendere un caffè con un amico al bar. Il termine implica bere caffè, quindi mangiare un tramezzino al bar non è fika; d’altro canto è comune bere del tè, mentre i più giovani possono bere limonata drink analcolici o latte al posto del caffè. Nonostante questo, un vero fika richiede il caffè.  [ immagine di Stephen Arnold ]

“Il cinema, la società, il lavoro”, riflessioni di Carmelo Sciascia tra film e realtà

Un tormentone di una estate, l’ultima estate in cui avevamo ancora la Lira. Era il 2001. Una canzone superficiale e leggera, imperversava. “Dammi tre parole: sole, cuore e amore” una semplice rima, una pennellata di citazioni estive e la ricetta per essere felici è cosa fatta. La banalità di questa rima, la sua sonora ed ossessiva ripetitività uccidevano qualsiasi richiamo a qualsivoglia forma di poesia. Succede anche nella vita reale. La dura ripetitività delle azioni quotidiane uccidono l’essenza della vita, a malapena garantiscono la sopravvivenza, non la vita. Quella vera. Questa l’analogia tra la canzone di Valeria Rossi ed il film di Daniele Vicari. “Sole, cuore e amore” è un film del 2016 ma che troviamo nelle sale cinematografiche solo da qualche mese, quest’anno. Ambientato in un preciso quartiere (zona Tuscolana) della sterminata città di Roma, la vicenda potrebbe svolgersi in qualsiasi altra città italiana. La storia è semplice: una giovane madre di quattro figli con un marito, muratore disoccupato, lavora in un bar fulltime sette giorni su sette. Eli, (Isabella Ragonese) il suo nome, non può nemmeno permettersi di prendere qualche giorno di riposo nonostante il consiglio del cardiologo. Così, tanto stringe i denti fino a lasciarci le penne: muore su una panchina di una anonima fermata del metrò. La sua è una vita come tante altre, una vita indegna d’essere vissuta, a causa di un lavoro senza dignità e rispetto, che pone il lavoratore al pari di criceti sulla ruota della sopravvivenza, (l’ho ricordato parlando de “La giostra dei criceti” di Antonio Manzini).
Nello stesso periodo un altro film: “Fortunata”di Sergio Castellitto ci inchiodava su una poltrona a masticare amaro. Fortunata (Jasmine Trinca) è una ragazza separata da un marito violento con una figlia adolescente, siamo sempre a Roma, una periferia degradata di Roma, come lo sono tutte le periferie delle città moderne. Per vivere, meglio direi per sopravvivere, fa la parrucchiera in nero. Anche qui, la precarietà del lavoro e la precaria condizione psicologica di madre, ne fanno una vittima sacrificale. Un criceto, privo di autostima, condannata alla “sfortuna”. Incapace di amare e di essere amata, perfino dalla figlia.
Non faccio recensione cinematografica, per cui non parlo dei film in quanto prodotto multimediale frutto di un copione, una scenografia, una colonna sonora e quant’altro, ma del cinema come pre-testo. Un testo anteposto a qualcos’altro e che questo qualcos’altro riproduce. Un testo che sia pretesto per una riflessione, ad esempio sul lavoro, su ciò che è diventato il rapporto di lavoro. Precario, sottopagato, privo di qualsiasi tutela sociale e giuridica (vedasi a proposito il Jobs act e l’eliminazione dell’art.18). Il problema oggi credo sia più grave di quello che si vuol fare credere. Perché non è un fenomeno, come qualche secolo fa solo del Sud, quando i braccianti agricoli venivano ingaggiati la mattina e licenziati la sera, a seconda delle simpatie del “gabelliere” di turno, oggi il problema è nazionale perché sempre più la manodopera è appannaggio del caporalato, un caporalato che vive e prolifera ad i margini della società, diventato essenziale al cosiddetto sistema produttivo e perciò da questo vezzeggiato. Ahimè come è salito e si è propagato in fretta il cosiddetto sistema della palma e del caffè ristretto, da superare i confini regionali e nazionali.
Se una riflessione dobbiamo e possiamo fare attraverso il cinema è doveroso ricordare anche “Io, Daniel Blake” di Ken Loach. (Non poteva iniziare con film migliore la stagione del cinema sotto le stelle al campo Daturi a Piacenza). Perché dicevo, il cinema è un pre-testo. Il neoliberalismo in Europa è iniziato in Gran Bretagna con la signora di ferro, la signora Thatcher, i suoi cavalli di battaglia: la deregolamentazione (in particolare del settore finanziario), il mercato del lavoro flessibili, la privatizzazione delle aziende statali e la limitazione del potere dei sindacati. Il personaggio di questo film, mister Daniel, ha perso il lavoro in seguito ad un attacco cardiaco, attraverso una malattia inizia un calvario che non è un problema sanitario stricto sensu, ma preludio di trappole burocratiche, di iter inconcludenti ed umilianti. (un po’ come le pratiche cui si sottopongono oggigiorno i nostri disoccupati e pensionati). La burocrazia è generata dalla società e dal potere politico vigente in un dato momento storico, non è mai neutrale, è come le scoperte scientifiche. In sé e per sé una scoperta scientifica è neutra, isolatamente considerata, può essere buona o cattiva a seconda dell’uso che se ne fa; così la burocrazia, utile per un corretto funzionamento della società, viene trasformata in un insensato labirinto atto a stritolare il comune cittadino, il quale diventa vittima da beneficiario quale doveva essere. Alla fine il risultato è il seguente: rendere inutile ed inutilizzabile qualsiasi forma di paracadute previdenziale ed assistenziale, con momentaneo risparmio delle casse pubbliche e sfoltimento “naturale” di rami secchi.
Il problema fisico, un malanno cardiaco accomunano i due personaggi cinematografici: la barista Eli di “sole, cuore e amore” ed il muratore di “Io, Daniel Blake”. Un problema che si sarebbe potuto risolvere con cure ed assistenza appropriate, diventa causa di morte. Socialmente alle cure si preferisce il lassez faire della malattia, per burocrazia, per necessità improcrastinabili, perché così è… se vi pare, perché così si è deciso debba essere, al di là del nostro e vostro insignificante parere!

“Frida e Diego: Viva la vida!”, riflessioni a cura di Carmelo Sciascia

È strano come da piccole storie personali, da brevi descrizioni di poche pagine venga fuori una grande storia, forse sarebbe più corretto dire la storia, quella storia che comprende i grandi movimenti politici, i grandi ideali, le aspirazioni di interi popoli.
La storia personale è quella di Frida Kahlo, il libro, Viva la vida! Il libro è un monologo immaginario della Frida, scritto da Pino Cacucci. (che va ringraziato anche per Puerto Escondido, un altro libro da cui Salvatores ha tratto il film omonimo).
Il monologo di Frida è la descrizione di una vita vissuta intensamente, un’esistenza tormentata e dolorosa, “una continua pioggia nell’anima e nel corpo”.
Il sesso, l’arte e la politica si fondono e si confondono. Di primo acchito questo connubio ci può sembrare strano ma non è stato così nel ’68? Chi non ricorda il libriccino di Lidia RaveraPorci con le ali”? Ed il movimento femminista non è stato tutto un rincorrersi tra privato e pubblico? In Messico, Stalin fa uccidere Trockij. Diego Rivera segretario e fondatore del Partito Comunista messicano accusa ed espelle dallo stesso partito se medesimo: il Diego Rivera pittore. Un assassinio politico reale si intreccia con un assassinio posticcio ed ironico, ma anch’esso reale. In comune hanno qualcosa di drammaticamente vero: l’ideologia comunista uccide l’utopia anarcoide. Diego Rivera, artista, era in realtà, nel modo di vivere e di concepire il mondo, un anarchico. Come cannibali, durante la guerra civile spagnola, comunisti estromisero e sacrificarono tanti anarchici.
Gli uomini quando cercano di realizzare i propri ideali, hanno la capacità di trasformare i sogni in incubi. E magnificamente ci riescono!
Diego, fu un traditore. Trockij, un traditore”. Si può dire che Frida si è sempre innamorata ed amato uomini che hanno vissuto una vita di fedeltà al proprio credo politico, talmente coerenti da essere considerati traditori. Come è avvenuto ed avviene, se non sempre, spesso, nei partiti, nei governi. Certo che in campo sentimentale non c’è ragione che tenga e l’amore non è certo un sentimento che possa essere addomesticato, quando si presenta non ci dà scampo, non c’è modo di uscirne, non c’è rimedio:“No hay remedio”, dice Frida, identificando il nome dell’amato con il concetto stesso d’amore: “Diego: nome d’amore”. “Ho amato Diego. L’ho odiato. È stato la causa e l’effetto. Il sole e la luna. Il giorno e la notte. La mia vita e la mia morte. la mia malattia, la mia guarigione”. Come hanno scritto e continuano imperterriti a scriverne i poeti! E quando si ama si prende dell’amato tutto in blocco, così come è, non si può amare una persona per quello che non è, quindi anche se brutto (un elefante, un rospo), anche se mente (un rospo bugiardo), anche se congenitamente infedele (il poeta Catullo, in questo senso, ci ha lasciato mirabili e memorabili esempi di un amore tormentato dal comportamento della sua Lesbia). Infedele Diego, infedele anche Frida. Diego diventa “un adorabile rospo bugiardo”, lei bisognosa d’attenzione, non trascura compagnie maschili e femminili: tradita, tradisce. Non per ripicca, ma per sentirsi fiera di se stessa, degna di attenzioni nonostante quel corpo, il corpo di una donna che aveva assistito al proprio funerale.
Diego ha una relazione con la cognata Cristina, la sorella cui Frida è più legata. È un momento drammatico e doloroso, inaspettata (per questo scontata) arriva la consolazione: “Diego è qualcosa di unico e irripetibile, malgrado tutto. Ed io ho avuto tutto, malgrado me”.
C’è dicevo all’inizio, nella storia personale di Frida, la storia di tutto il Messico.
La mexicanidad: sofferenze e speranze del popolo messicano. Quelle speranze che portano il nome di eroi popolari come Emiliano Zapara e Panchio Villa. Speranze e delusioni: amores y desamores.
Nella sua vita. Non nella sua pittura. Pablo Picasso aveva scritto, in una lettera indirizzata a Diego Rivera: “né tu né io saremo mai capaci di dipingere una testa come quelle di Frida Kahlo”.
Pittrice riconosciuta ed apprezzata lo fu senz’altro ma rimango dubbioso e sospendo qualsiasi giudizio in merito constatando peraltro quanta è distante la sua arte in rapporto ad un pittore delle terre nostre a lei contemporaneo come Ligabue, ambedue della prima metà del secolo scorso.
In questa vita – non è difficile – morire. – Vivere – è di gran lunga più difficile”. Così Majakovskij ricordando Esenin. A diciotto anni Frida, aveva sconfitto la Pelona (la morte). In seguito ad un incidente aveva urlato così forte il suo attaccamento alla vita da avere assordato la morte stessa.
E se vivere è difficile, figurarsi vivere con la costante consolatoria compagnia della morfina. Una donna Frida che, nonostante tutto e malgrado tutto, ha urlato sempre con quanto fiato poteva permetterle quel corpo martoriato: Viva la vida!

Frida Kahlo, autoritratto

Intervento di Carmelo Sciascia a Racalmuto alla premiazione del Concorso letterario ‘Il Contesto’

Perché un Concorso Letterario dovrebbe chiamarsi “Contesto”? abbiamo abbozzato, nella presentazione, una qualche spiegazione. Adesso vorrei ritornare sull’argomento e dire qualcosa in più.
Il Contesto è l’opera di Leonardo Sciascia, pubblicata nel 1971 dall’editore Einaudi, dove la confusione tra sinistra e destra, tra governo ed opposizione, è totale. Si descrive il potere. Un potere che organicamente usa qualsiasi opposizione, e spesso la crea in modo fittizio e strumentale, per restare arroccato alle proprie rendite di posizioni ( Brigate Rosse docet).
Ed allora si rende evidente il bisogno di parlare di democrazia.
Dicevo che l’opera è stata pubblicata nel 1971 ma l’anno in cui si diffuse e tanto se ne parlò fu il 1972.
Allora facciamo un piccolo riassunto di cosa successe quell’anno.
Nel 1972, la V Legislatura veniva varata e retta solamente dalla DC con a capo del governo Giulio Andreotti. Il Divo, com’è stato definito dal magnifico film di Sorrentino, regnava indisturbato, nonostante il 68, nonostante il 69, nonostante tutto e malgrado tutto. Il divino Giulio sosteneva che “bisogna amare così tanto Dio per capire come sia necessario il male” e di male ce n’era e ce n’è tanto!
Il 1972 prosegue con la VI legislatura, con un governo guidato da Andreotti e sostenuto da una coalizione DC-PLI-PSDI.
Sembrano tempi lontani, preistoria politica, ma oggi, se diamo un veloce sguardo ai componenti del governo ci si accorge che molti hanno chiara matrice democristiana, ciellina, liberale e … (mi sembra rivoluzionario dire anche socialdemocratica), allora abbiamo la quadratura del cerchio, secondo la visione propria de Il Contesto.
Capisco che attraverso una qualsiasi filosofia della storia riusciamo a trovare giustificazioni teoriche alla cronaca odierna, dalla teoria delle catastrofe di Arnold Joseph Toymbee, alla teoria dei corsi e ricorsi storici di Gian Battista Vico, oppure facendo riferimento all’eterno ritorno dell’eguale di Nietzsche: mi viene comunque difficile capire come siano stati buttati via più di 40 anni di storia per ritornare, come in un maldestro giuoco del caso, al tempo del “Contesto”; anzi, di esserci sempre stati.
La DC muore nel 1994 per implosione, con la fine della prima Repubblica. Magnifica la descrizione della DC in “Todo Modo” (altra opera di Sciascia più tarda di un paio d’anni dal Contesto, precisamente del 1974). Lo stesso Partito democristiano finito nel ’94, attraverso un mirabile giuoco di specchi e di rimandi, di fusioni e di separazioni, di apparenti divisioni, destroidi e sinistre (termine che rende bene il concetto). Rinasce.
La DC rinasce, sotto mentite spoglie, perché l’Italia è prevalentemente clericale e conservatrice, incapace di qualsiasi cambiamento radicale. L’Italia della prima o della seconda Repubblica rimane la Repubblica de Il Contesto.
Leonardo Sciascia l’aveva tenuto fermo due anni quel libro, aveva persino paura a pubblicarlo. E le reazioni virulente degli articoli scagliati al suo indirizzo l’hanno confermato. Sono stati più di venti gli articoli solo de L’unità e Rinascita (il nostro ex Presidente Napolitano sicuramente ricorderà anche chi li aveva firmati, quegli articoli). Descrivere l’Italia come luogo di omicidi eccellenti in nome di una ragione di Stato dove ci sono tutti, ma proprio tutti, opposizione compresa, è il tema preponderante del libro.
“Ho paura di dire cose che possono avvenire” (L. S.). Anch’io ho paura, paura di constatare cose che sono già avvenute e continuano ad accadere.
Constato che morta la DC, rinasce identica nella concezione di una gestione poco chiara del potere in tanti altri partiti a noi contemporanei.
Sciascia non capì la nuova mafia, Cosa Nostra. Aveva capito e descritto molto bene quella che in qualche modo era ancora legata alla terra, alla speculazione edilizia, alla politica. Non aveva capito le aristocrazie finanziarie, quelle che muovono un fatturato economico annuo di più di settanta miliardi di euro. Ma è giustificabile, è morto nel 1989, non c’era ancora l’Euro, non c’era come oggi la BCE, il Fondo Monetario Internazionale ed altre istituzioni economico-finanziarie di rilevanza internazionale (quando si parlava di signoraggio allora, si pensava ad una pratica medioevale!).
Nel Contesto, l’ispettore Rogas dice testualmente: “ Il potere in Sicilia, in Italia, nel mondo, sempre più degrada nella impenetrabile forma di una concatenazione che approssimativamente possiamo dire mafiosa”. Eravamo nel ‘71 in altre vicende affaccendati, ma non sembra che questo passo ci parli delle inchieste sulla trattativa mafia stato? E viene, anzi ritorna spontanea la domanda: ma che governi sono stati tutti quelli che da allora si sono succeduti?
Vorrei accennare, per simpatie professionali ad un filosofo siciliano come Sgalambro che molto bene ha tratteggiato lo stato d’animo isolano. Rinunciatario ed individualista.
Il filosofo siciliano Sgalambro scrisse: “Ciò che vedo intorno stimola in me pensieri d’odio … per questo rivendico la mia ascesi mentale”. La sua ascesi lo porta a formulare la metafora della nave. L’isola, la Sicilia è precaria, instabile come una nave. Ampliando prospettiva metaforicamente e per analogia, possiamo dire che oggi la nave da Isola è diventata Penisola, il “taedium” da isolano è diventato nazionale.
L’esproprio della speranza politica è stata lenta e continua. La politica è diventata l’arte di vedere il vetro e non di vedere attraverso il vetro. Il cinismo teologico di Sgalambro che può sembrare astratta filosofia può essere paragonato al cinismo monetario e finanziario che si vuol fare passare come unica verità filosofica del mondo contemporaneo. Mi ricordo, quando ragazzo lessi la teoria della palma. Il clima si fa sempre più caldo. Da sud verso nord, il clima si fa sempre più favorevole alla coltura della palma, circa cinquecento metri ogni anno. Alla linea della palma si aggiunse la teoria del caffè ristretto. Come scrisse Sciascia, la linea del caffè concentrato, forte degli scandali, sale su su per l’Italia, ed è già oltre Roma … (eravamo più di mezzo secolo fa). Oggi quella colonnina di mercurio è andata ben oltre Roma, ben oltre le Alpi. Così come il modo isolano di pensare, ce lo descrive cabalisticamente Sgalambro, così quello di governare ce lo ha scritto esplicitamente e bene Leonardo Sciascia.
Forse tutta l’Italia sta diventando Sicilia, si disse allora. Oggi quel forse, ahinoi, con i dovuti distinguo, probabilmente non c’è più, la previsione è diventata l’unica e onnicomprensiva realtà. Così nella politica prima, come adesso nella passiva e pessimistica forma del pensiero. Non più un pensiero teso ad una qualsiasi forma di cambiamento, ad una prospettiva che parta dai bisogni reali dell’uomo e ci ponga l’alterità di un qualche modello, ma una accettazione supina di scelte che vengono fatte da “altri” e fatte “oltre” i confini nazionali. Il potere non sta in Parlamento diceva Sciascia ma chi decide sta fuori, si colloca oltre, al di là ed al di fuori del Parlamento stesso. Cioè le decisioni, le scelte vengono fatte al di fuori dei partiti, e non sono scelte apolitiche ma politiche elevate all’ennesima potenza, fatte da uomini fuori dai partiti (tecnici) che stanno oltre qualsiasi schieramento, e forse proprio per questo dentro tutte le forze politiche, ne costituiscono l’humus.
Come lievito, come farina, come sale, comunque come forze inalienabili e vitali alla vita dello Stato, di questo Stato, che tutto comprende (nelle tasse e nei tagli) e tutto esclude (nelle scelte e nelle decisioni). La politica monetaria, la finanza, da strumento dei governi, sono diventati … governo. Ed ancora una volta e sempre, strumenti di qualcosa di “altro” e di decisioni prese “oltre” qualsiasi forma di rappresentanza democratica. La negatività di scelte politiche si è evidentemente fusa con una negatività del pensiero. Ne è venuto fuori un mixer di indistinto miscuglio bene-male, dove non esistono confini netti e ben delineati, dove scelte politiche si sono trasformate in astratte categorie dello spirito.
Se Sgalambro dice che pensare non gli ha dato gioia, pensate un po’ cosa ha procurato a noi, che filosofi non siamo ma semplici cittadini comuni!
Succede a volte di leggere dei libri e di vedere comparire davanti con gli occhi della memoria, insieme al testo che si sta leggendo, un altro libro. È quello che mi è successo leggendo “Siamo il 99%” di Noam Chomsky.
Il libro richiamato alla memoria è “Indignatevi” di Stephane Hessel.
Indignatevi è stata di una moderna guida per i giovani, cui l’autore si rivolgeva affinché si indignassero contro l’attuale dittatura finanziaria, perché “l’indifferenza è il peggiore di tutti gli atteggiamenti .… Creare è resistere. Resistere è creare”. Adesso ho scoperto con il libro di Chomsky un altro manuale di resistenza, rivolto stavolta non solo ai giovani ma a tutta la comunità. In questo piccolo libro, Siamo il 99%, quasi un opuscolo di propaganda, si prende in considerazione la soluzione reale che è possibile dare ai problemi politici, economici e sociali odierni, non solo in America ma nel mondo. Sono interviste e conferenze che hanno la capacità di mettere in luce alcune caratteristiche peculiari di una crisi mondiale.
Oggi la mancanza di qualsiasi prospettiva porta alla disperazione: chi lavora sa che il posto di lavoro è diventato precario, una volta perso, non ritornerà. Fenomeno determinato dallo spostamento dalle attività produttive alla manipolazione finanziaria. I mutamenti dagli anni ’70 in poi, hanno portato a deindustrializzare, delocalizzare ed a fare aumentare il potere delle istituzioni finanziarie. La concentrazione della ricchezza ha quasi eliminato la classe media ed il potere politico si è concentrato nelle mani di pochi: i partiti in vario modo si sono sciolti e dissolti.
Ed allora che fare?
Bisogna educare, organizzare, mobilitare. Significa “imparare le cose autonomamente”. Comprendere il mondo per cambiarlo. Ecco che ritorna preponderante il senso ed il significato di questo Concorso letterario. Si impara partecipando, confrontandosi con gli altri: si impara dalle persone con cui ci si relaziona. Questa l’essenza di una concezione politica anarchica. Spesso ci si interroga su come possa essere una società anarchica. Una definizione semplice è la seguente: una società anarchica è una società fondata sulla partecipazione libera e volontaria all’interno di un sistema altamente strutturato ed organizzato. Il contrario quindi di caos, termine spesso usato come sinonimo di anarchia.
Avevo letto in una versione dei pocket tascabili della Longanesi, negli anni del liceo, una definizione di Bertrand Russel : “il puro Anarchismo dovrebbe essere l’ideale supremo cui la società dovrebbe avvicinarsi di continuo, ma che per il presente esso è impossibile …”. Questo per il filosofo inglese, per noi va eliminata l’idea della sua impossibilità a realizzarsi. Anzi bisogna cercare di realizzarla attraverso la creazione di comunità solidali, di mutuo appoggio, di vera democrazia di base, è una risposta indispensabile per contrastare l’idea egemone della società odierna che ha fatto proprio il concetto espresso, un secolo fa da Mark Hanna, quando alla domanda di cosa fosse importante in politica, rispose: “La prima cosa è il denaro, la seconda è il denaro e la terza l’ho dimenticata”.
Così come la DC secondo Sciascia, aveva occupato lo Stato ed ad esso si era sostituito, oggi, il mondo è occupato e governato dalle multinazionali, dagli imperi commerciali, dalle enormi istituzioni finanziarie, che decidono al posto dei partiti e dei governi.
La loro massima: “tutto per noi e niente per gli altri”. Gli accordi economici come il TPP (Paternariato trans-pacifico) sono accordi che riconoscono tutele e diritti agli investitori privati camuffandoli come accordi di libero scambio. L’Unione Europea comincia a vacillare per gli effetti dei provvedimenti di rigore dettati dal F.M.I., la democrazia svigorita ha consegnato qualsiasi potere decisionale ai burocrati di Bruxelles, i leader politici nazionali devono sottostare alle istituzioni europee, alle banche ed alle multinazionali.
Ma il mondo ha anche bagliori di luce, bagliori dati dalla presa di coscienza dell’opinione pubblica. Ciò è vero se ricordiamo le grandi manifestazioni pacifiste che contribuirono dall’interno a sconfiggere l’imperialismo americano in Vietnam. O il movimento femminista, che da elite è diventato un movimento che ha cambiato non solo la visione dei rapporti fra i sessi ma la visione del mondo intero. Se lo hanno fatto le donne,solo le donne delle società progredite, perché un nuovo cambiamento non potrebbe farlo proprio l’opinione pubblica mondiale?

Racalmuto, 4 giugno 2017