L’anno nuovo che a febbraio arriverà

Ho un sogno, olio su tela di Francesco Ferrulli

Ieri ho aperto gli occhi al nuovo anno, consapevole che l’anno precedente se n’era andato. Insomma, tra tortelli, vin bianco, cotechini al tartufo, panettoni e torroni, l’anno era cambiato. Ma attenzione, la straordinaria illuminazione! Improvvisamente s’è aperta la mente, mi sono reso conto che anche il mese, era cambiato. Non più dicembre ma ero nel mese nuovo, gennaio! Dunque, cambiato l’anno, cambiato il mese. E se questo succedesse tutti i mesi? Sarà questa la buona nuova che ci porteranno l’anno e il mese nuovo? Dunque a febbraio saluteremo questo 2017 e sarà 2018! Dalle finestre come tradizione getteremo i piatti vecchi e così a marzo, ad aprile, maggio, giugno. Nel 2023 che s’accompagnerà a luglio avremo la grande crisi, tutti i piatti finiti e, dopo un momento di sconcerto, sarà grande festa per tutti. Apriranno decine di fabbriche nuove, la produzione andrà alle stelle e tutti ma proprio tutti tutti avremo un buon posto di lavoro, i giovani potranno aprire mutui e acquistare auto e case, l’edilizia vivrà una stagione d’oro, Marchionne annuncerà nuove linee di produzione che riporterà nel BelPaese abbandonando i lontani Stati Uniti. E i tanti cocci? Nessun problema, s’impegneranno nelle strade a spazzolare gli extracomunitari nigeriani, gli albanesi, persino i romeni e gli slavi, i profughi e gli immigrati da ogni dove che col lavoro assicurato potranno ottenere cittadinanza senza nemmeno dover sposare attempate signore italiane alle quali a titolo di consolazione garantiremo crociere consolatorie nelle isole in mezzo ai mari. Insomma, che meraviglioso anno nuovo, che meraviglioso mese nuovo! Felice come la Pasqua che verrà, ieri a quel punto mi sono riaddormentato mentre dalla finestra vedevo lassù tra le nuvole spuntare una vecchia signora vestita di stracci in groppa ad una sfavillante scopa con un sorriso sul viso che pareva un ghigno divertito e, nella mano sinistra, una bottiglia di quel buon champagne col quale ho salutato l’anno nuovo che nella notte s’era presentato all’uscio di casa.

“Al can dal Diavùl”, racconto di Claudio Arzani

Passeggiavo con lui, my doggy, Akira, incrocio tra mamma setter di probabili facili costumi e padre ignoto, sospettato un pastore belga in occasionale passaggio al canile municipale. Lungo il tratto della statale ormai abbandonato da anni a favore di una percorso più adatto alle corse domenicali di centauri in vena di emulare i vari Valentino Rossi, non sempre soppesando nella giusta misura i rischi annessi e connessi. Da poco avevamo superato il cimitero realizzato sul declivio della collina, un paio di chilometri prima del paese, i defunti rivolti verso il fondo valle, a salutare e dialogare col fiume che, della valle, da sempre era centro della vita. Un legame indissolubile, tra valligiani e l’acqua azzurra che scorre lungo un percorso sinuoso molto suggestivo, ricorda l’ondulante movimento delle anguille. Me li immaginavo, tutti quei morti, ad uscire dai loculi nelle notti di luna piena, giocare a carte, far quattro chiacchiere cullati dal lento ma giocoso scorrere dell’acque e dall’ululato lontano di qualche lupo tornato a popolare i boschi dell’appennino. Ammiravo un gruppo di storni tranquilli tra i rami delle piante in zona di golena e più in basso, appunto ad altezza fiume, tre splendidi aironi bianchi volteggiare tranquillamente da una riva all’altra. La vista, passando oltre la torre campanaria del paese nascosto tra le frasche che ci separavano dalle prime case, si perdeva sulle alture appenniniche che rappresentavano l’alta valle e proprio da lì, improvvisamente, scavalcando le cime, balzò feroce quel cane, al can dal Diavùl. Le zampe protese, le unghie letteralmente sguainate come spade affilate, un ringhio feroce che sembrava tuono, le zanne sinistramente bianche sulle quali si frangeva e si spegneva la luce di un raggio di sole, l’ultimo raggio del sole che muore, le orecchie tese, occhi infuocati, non lasciò scampo alcuno. Balzò sull’azzurro cielo e ne fece sol boccone senza pietà alcuna. In breve, con l’azzurro agonizzante, montò rapido implacabile il nero, tutto fu oscuro, parve d’entrare nel mondo fatto di buio, il Regno del dolore, il Regno senza speranza. Gli aironi sparirono tra le frasche sperando invano in un rifugio, gli storni s’alzarono in volo fuggendo in stormo vociante, due enormi ratti (parevano marmotte) dalla lunga coda e dal pelo grigio scuro attraversarono la strada senza nemmeno guardarci, Akira abbaiò come un forsennato ma i due ratti entrarono rapidamente tra l’erba alta del vicino campo a foraggio, scavalcando il corpo d’una volpe dal pelo arancione con la testa spappolata dall’impietosa pallottola d’un cacciatore senza pietà. Un vento freddo spazzò le tombe del cimitero, creando mulinelli di foglie, vecchi gambi di plastica lasciati giusto per creanza da lontani parenti e rari petali di fiori che furon freschi ormai secchi rinsecchiti strappati dai vasi. Una bianca capretta, forse scampata alla ‘pulizia etnica’ decretata qualche tempo prima dalla municipalità che aveva disposto la caccia e lo sterminio delle sue oltre cinquanta consimili viventi allo stato brado libere anarchiche tra colline e balzi delle prime cime appenniniche brucando l’erba dei campi contadini senza alcun rispetto di limiti, confini e legittima proprietà privata. Quella capretta, tremante, terrorizzata, balzò fuori dal loculo ancora libero dai morti dove s’era rifugiata e, belando disperatamente, uscì di corsa dai cancelli del cimitero. Akira le abbaiò forsennatamente ma venne ignorato. Un vaso mal collocato cadde andando in frantumi e la terra, sparsa sulla tomba, venne afferrata dal vento unendosi al mulinello di foglie e petali di rose fresche che l’amante aveva lasciato a ricordo del compianto bene amato in clandestinità, deponendoli senza che la legittima consorte, nonostante appostamenti con tanto di robusta verga da utilizzare alla bisogna sulla schiena della fedifraga, fosse mai riuscita ad identificarla. Anche sulla strada il vento imperversò sollevando nubi di polvere che entravano negli occhi e sulle labbra umide con notevole disagio sia da parte mia che di doggy. Un uomo in bicicletta, vecchio medico in pensione, passò pedalando forsennatamente mancando per un nonnulla di investirci. Akira guaì, mi guardò cercando salvezza e protezione. Gridai a quell’uomo di fare attenzione, perdiana, ma era già sparito oltre la curva e comunque il vento disperdeva la mia voce e la polvere mulinante m’entrò in gola facendomi tossire forsennatamente. Akira, guardandomi, abbaiò. Ma che potevo fare io, contro quel maledetto can dal Diavùl? Tornare rapidamente sui nostri passi, mentre il nero del cielo muoveva roteando minaccioso, assumendo forme minacciose, quasi volesse allungare sataniche braccia nere, afferrarci, strapparci alla terra, trasportarci lassù, dove il nero è nero, più nero del nero dipinto d’oscuro, tipo fondo del pozzo più fondo del fondo. Col cuore che accelerava i suoi battiti e bastardi sassolini che entravano tra il piede e il plantare dei sandali monacali (invisi per evidenti motivi sia al Diavùl che al so can) accelerai al cader dei primi pesanti goccioloni. Blu scuri, blu tenebra. Arrivammo all’auto appena in tempo. Al can dal Diavùl, ormai nascosto dal nero che incombeva ovunque, che copriva le cime appenniniche alla vista, lanciando latrati agghiaccianti che parevano spezzare il mondo e facevano luce, chiamò a raccolta demoni e angeli dannati e tutti accolsero il suo invito urinando con gran goduria sulla valle. Proprio come mi raccontava mia nonna quando ero bambino e sulla campagna si scatenava il temporale ed io sinceramente di bagnarmi con quell’urina non ci pensavo proprio, mi faceva un pò senso ma per fortuna la nonna aveva un buon adeguato numero d’ombrelli protettivi. Al riparo con Akira nell’abitacolo dell’auto mi lascia sfuggire un sonoro “can dal Diavùl? Ma va cagher!”. Akira abbaiò a sua volta. Accesi il motore e ce n’andammo a gran velocità ignorando le chiome delle piante circondanti la strada che parevano volerci afferrare. In breve raggiungemmo lestamente la galleria che separava l’alta dalla media valle. Due mondi. Infatti oltre la galleria al can dal Diavùl non arrivava, aveva esaurito il suo slancio, non riusciva a superare quell’altura che gli si era posta di fronte. Il cielo era azzurro come sempre e tale sarebbe rimasto. Anzi, si stava organizzando, rafforzando e presto avrebbe lui, superato quell’altura. Quota 280 metri sul livello del mare, la Linea Maginot difesa dall’esercito del cielo azzurro, i Legionari del Cielo. Consultando attraverso il cellulare via internet il bollettino meteo appresi che presto tutto il cielo si sarebbe ricomposto, avrebbe ripreso possesso dei suoi possedimenti, cacciato a pedate nel sedere al Diavùll’ so can, al can dal Diavùl. Il sole redivivo s’affacciò con un largo sorriso, illuminò la nostra auto. Belzebù ancora una volta scornato, la bianca capretta tornò a rifugiarsi nel loculo vuoto del cimitero, tornarono gli storni, ripresero i voli i bianchi aironi. Un minimo d’attesa e presto anche noi, io e my doggy, Akira, saremmo tornati a passeggiare su quel tratto di statale da anni abbandonato!

Voglia di Medioevo, sogno domenicale in Val Trebbia (riflessione da una foto di Claudio Rancati)

Torre di Rivalta, Val Trebbia – Foto di Claudio Rancati

Voglia di Medioevo come aspirazione ad un mondo senza rombi di motori e gas di scarico inquinanti l’aria delle strade strette della città. Strade impalate, imprigionate tra file di alti palazzi di cemento capaci di opporsi al fischiar del vento. Alberi senza sole, dalle foglie striminzite coperti dall’ombra degli alberi di trenta piani. Luci, neon, colori, rumori incessanti, marciapiedi sgretolati, asfalto bruciante. Rombi rombanti laceranti folgoranti. Voglia di Medioevo, di campi immensi, oceani ora verdi ora gialli, boschi, sentieri che penetrano nelle foreste, piccoli villaggi, mari d’erba e di grano a far l’onde seguendo il senso del vento, castelli incantati con le torri a ricordare tempi di cappa e spada, folletti e bianchi destrieri, conti e duchesse, storie di cuori, sogni d’amore. Voglia di Medioevo, voglia d’un tempo antico, tempi remoti, parentesi di tempo vissuto in una domenica nella magica cornice delle verde Valle, Val Trebbia, tra le fronde degli alberi ad ascoltare storie lontane sussurrate dal vento, ad ascoltare la canzone del fiume che scorre. Saranno dolci sirene a nuotar nell’acque, saranno di dolci sirene quelle voci cristalline colorate d’azzurro fiume che sanno far sognare tempi lontani, tempi d’arcadia? Oh, mia dolce sirena, non ti vorrei lasciare mai più.

I would like tonight to tell you a story (Vorrei stasera raccontarvi una storia)

I would like tonight to tell you a story, a sad story but a love story ♥.
This is the true story of a CD bought for myself on a website, come from afar after a long anxious wait.
A really good CD that was able to badger and petting my heart. A CD that has managed to make me dream.  Remember the moments when she was beside me. When she smiled at me as only his eyes can do.
Its title?
Elsiv on Air (live).
With songs sung by Elvis in front of an audience in raptures. But be careful. My girlfriend has now passed an important examination, deserved support, it deserved the best gift. Oh, Elvis, oh, my cd. I was lost in love with
Elvis on Air (live). But the girl has passed a major test, what I could do? I've got, I won, I have deposited in his hands a precious gift. The CD of Elvis came from afar.
This is
Love.
So long,
Elvis On Air (live), caresses the heart of my sweet girl I love.
 
 
 
Vorrei stasera raccontarvi una storia, una storia triste, ma
una storia d'amore .
Questa è la storia vera di un CD comprato per me su un sito web, un CD venuto da lontano, trasportato nel cassone di un grande Truck da un Corriere, finalmente arrivato dopo lungo percorso lungo le strisce d’asfalto, finalmente arrivato dopo una lunga attesa ansiosa.
Un CD davvero buono che è stato in grado di accarezzare il mio cuore. Un CD capace di farmi sognare. Ricordare i momenti in cui lei era accanto a me. Quando lei mi ha sorriso come solo i suoi occhi possono fare.
Il suo titolo?
Elsiv on Air (live).
Con le canzoni cantate da Elvis di fronte ad un pubblico in visibilio. Ma attenzione. La mia ragazza oggi ha superato un esame importante, meritava sostegno, meritava il migliore regalo. Oh, Elvis, oh, il mio CD. Mi ero innamorato perso di
Elvis on Air (live). Ma la mia ragazza ha superato un esame importante, che cosa potevo fare? Io ho, ho vinto, ho depositato nelle sue mani un dono prezioso. Il CD di Elvis venuto da lontano.
Questo è
Amore.
So long,
Elvis On Air (live), ora accarezza il cuore della mia dolce ragazza che amo.

Un piccolo uomo come tanti, una mattina come tante. Ieri, 24 anni dopo Chernobyl, a Caorso, non più nucleare e una tua poesia

 

.

.

Caorso, 26 aprile 2010, fiaccolata antinucleare

  Foto da Libertà, quotidiano di Piacenza

.

.

27 aprile 2010. Come ogni mattina ti svegli, almeno si fa per dire. A passo lento, strascicato, ti dirigi verso il bagno pensando con rabbia a quanti anni ti mancano alla pensione. Fa’ ‘n culo. Sei stanco di assistere allo scempio dell’etica. Da parte dei tuoi stessi compagni. Dagli amministratori che in Emilia s’ammantano di sinistra, di giustizia, di equità e intanto prendono scorciatoie, assumono fuor di concorso e inondano di quattrini le mogli dei funzionari fedeli. Come meravigliarsi poi se la Lega ottiene consensi anche tra la tua gente? Ti guardi allo specchio, quel tuo viso invecchiato, affaticato dal tempo e dai tuoi errori, dalle tue illusioni soffocate dalle ragioni di chi detiene il potere e se lo vuole conservare costi quel che costi. Operazione uno, lavi i denti superstiti, se tu ci pensavi in gioventù ora ne avresti molti di più. Una bella rima di prima mattina in ù. Tua moglie, la tua compagna di vita, è già a lavorare, la sua sveglia suona poco dopo le cinque. Qualifica operaia, nessun regalo, nessuna facilitazione, nessuna raccomandazione. C0erenza. Pagando tutti i prezzi annessi e connessi. I tuoi figli dormono. Quello giovane due sere lavora in pizzeria e col ricavato, 50 euro brevi manu, vuole pagarsi la scuola di fumetto. Quello grande, laureato, per ora sputa sangue, dura la vita se alle spalle non hai padroni e men che meno padrini, di destra e di pseudo sinistra. Operazione due, col Gillette ti fai la barba, nessuna vergogna nel guardarti allo specchio, sull’ingresso del bagno s’affaccia il muso del tuo cane, espressione interrogativa, sarebbe l’ora della passeggiata mattutina amico uomo mi scappa la pipì. Merde, ti stava fuggendo via il tempo, sei in ritardo, anche per te vale la legge dell’orologio marcatempo. Squilla il cellulare. Lidia. Dovete chiudere entro la mattinata la relazione su quel fatto del laboratorio. Ma Valeria ha la febbre, niente asilo e Lidia resterà a casa, a Caorso. Lidia. Fa la mamma e il lavoro arriva dopo. Giusto. Il lavoro al servizio del vivere individuale, non viceversa. Di nuovo, il cellulare. L’altro, quello personale, quello che hai lasciato in camera, sul comodino. E’ sempre più tardi. Akira, il tuo amico cane, ti guarda, ti supplica, non ce la fa più, limite della tolleranza superato anche se lui, al suo amico uomo, perdona tutto. Ma la pipì non la contiene più. Risquilla il cellulare. Ancora in mutande, calzette blu e maglietta della salute corri in camera, raggiungi il comodino, clicchi sul tasto verde. Ferruccio. Ieri sera la fiaccolata a Caorso. Contro la politica energetica del governo, contro il ritorno al nucleare, tecnologia superata, obsoleta, ne perde il Paese ma ne guadagna l’imprenditore Berlusconi. Ma che ci capisci tu, che ne sai della ragion di Stato e di poltrona? Credi nella forza del vento, nell’energia e nella luce del sole, era naturale, logica, la tua presenza in corteo, ieri sera, alle 20.30, a Caorso, il paese della bassa a due passi dal Grande Placido Fiume, dalla più grande centrale nucleare italiana, vecchia, obsoleta, dismessa. Per ora.  500 persone. Lo leggi in internet, mentre Ferruccio ti racconta, sulle pagine dei due quotidiani locali, ignorando gli uggiolii di Akira, steso sul pavimento. Non conosci i dati della Questura ma non te ne preoccupi, non hai mai avuto simpatia, per i questurini e men che meno fiducia nelle loro verità. Una bella serata, una fiaccolata, dalla piazza del paese della bassa lungo via Roma fino al ponte Chiavenna. Hai disertato. Era la sera del compleanno di tuo figlio, quello piccolo, quello da stamane ventiduenne. Dal ponte, ti dice Ferruccio, i bambini hanno lanciato fiori bianchi nell’acque del fiume, poi sono state lette poesie che ricordano Chernobyl, il disastro nucleare di 24 anni fa. Ad un certo punto è salito sul ponte un ragazzo pelato, non si sa chi fosse, Ferruccio non lo sa. Ma ha annunciato, dice, la lettura d’una tua poesia, di quella che racconta d’una landa lontana dove non volano più aironi bianchi, dove regna il silenzio del disastro radioattivo, 'laggiù ci stava un mare verde'. Chernobyl. E la tua poesia, scritta sette anni fa, poi pubblicata sul tuo primo libro. Ti gira un po’ la testa mentre velocemente t’infili camicia e pantaloni. Tu. Poeta. Nessuna scorciatoia, nessuna raccomandazione. Riconosciuto. Per le tue idee, per i tuoi valori. Ti gira un po’ la testa. Akira non resiste più, esci di corsa mentre lui s’affanna a tirare il guinzaglio allo spasimo, destinazione la prima pianta raggiungibile. Ancora verde, ancora viva, pianta denuclearizzata.

.

“Grassa risata dal banco dei giocattoli all’autogrill”, racconto d’ordinari orrori di Claudio Arzani




.

Neve Piani Peso, olio su tela, di Tullio Crali

www.quadreriablarasin.it/.../paginaita6890.aspx

.

.

Una breve sosta alla stazione di servizio di Stradella. Fino a quel punto era andata abbastanza bene. Un po’ di foschia, campi e colline imbiancate a perdita d’occhio. Ma lì, sull’autostrada, i mezzi antineve avevano lavorato bene, si viaggiava sull’asfalto apparentemente pulito. Salvo qualche chiazza di neve ghiacciata nei brevi tratti all’ombra, ma bastava una buona dose di prudenza. Certo, come consigliavano alla radio, meglio sarebbe stato restarsene a casa. Oppure montare gomme termiche. Ma non aveva avuto scelta. Dal reparto della clinica avevano telefonato la sera precedente: in mattinata la mamma sarebbe stata dimessa. Il fatto che da ore nevicasse e che lui abitasse a 103 chilometri di distanza poco importava. Al reparto interessava il posto letto, il resto erano problemi suoi. Non aveva simpatia, per quella casa di cura privata abituata a dar la caccia a pazienti con residenza in una regione diversa: ricoverarli significava poter contare su contributi pubblici altrimenti destinati altrove. Per questo aveva molti dubbi sulla necessità del ricovero della mamma disposto per eseguire un esame, una coronarografia, di particolare delicatezza. Non che fosse medico o potesse vantare particolari competenze. Soltanto gli pareva una decisione non da poco, il sottoporre ad un esame come quello una signora con 83 inverni alle spalle. Un po’ sfruttare le scarse capacità di analisi critica di una vecchietta con un’unica colpa: aver fiducia di quel medico che visitava privatamente a suon di bigliettoni. Ma la mamma è la mamma. Una testa dura. Difficile da far ragionare. Specie quando convinta delle sue scelte basate sul sentito dire e il passa parola popolare era tutto dalla parte delle capacità professionali di quel medico. Impossibile allora farla ragionare, convincerla a riflettere su quel ricovero, sull’opportunità di sentire altre campane. Troppo spaventata. Facilissimo, del resto, spaventarla, evidenziare la necessità del ricovero nella clinica lontana, tacendo sul fatto che lo stesso esame potrebbe essere fatto nell’ospedale cittadino. Business. Laddove salute (altrui) e interessi economici  del professionista medico e delle strutture sanitarie in generale si sovrappongono, si confondono, lasciano ampio spazio a dubbi e perplessità. Esame invasivo, prorompente ingresso di corpo estraneo nella vena femorale, alla ricerca di occlusioni. Se l’immaginava, la scena. Camici bianchi che con grandi sorrisi avevano sottoposto alla mamma un foglio informativo. A lei, nata e cresciuta in campagna! Sorrise, affettuosamente. Ricordando l’ultimo appunto lasciato sul tavolino del telefono: “la chiave del garage cela papà”. Informativa sui rischi di un esame invasivo. Consenso informato. Responsabilità scaricate dal personale sanitario. Rischi consapevolmente condivisi dalla paziente. Ma non fatemi ridere! Se l’immaginava, la scena. Qui, signora, deve firmare qui, le aveva detto un camice bianco con le labbra a mostrare due ammirevoli arcate di denti splendenti e scintillanti. Cosa poteva fare, la mamma? Un diploma di quinta elementare strappato coi denti, aveva firmato. Così le avevano detto, così aveva fatto. E da quel momento l’ufficio amministrativo della clinica poteva contare su un consistente versamento economico da parte della regione di residenza della mamma. Mobilità passiva, il termine tecnico. Ma inutile farsi il sangue marcio. Un caso come tanti, uno dei tanti, niente di veramente trascendentale o scandaloso. In fondo tutto era andato bene, in fondo l’unico inconveniente era quel viaggio tra la neve. Che comunque ormai da qualche ora non cadeva più. Attenzione, dunque, ma niente di più. Prudenza, moderando la velocità nei tratti che potevano rappresentare qualche rischio in più. Come avvertivano i cartelli luminosi che ogni tanto spuntavano ai bordi della strada. Ringraziò la barista che gli aveva servito un buon caffè caldo macchiato, ormai 50 chilometri erano alle spalle, ne restavano altrettanti. Si avviò verso l’uscita del grill. Seguendo il percorso obbligato tra i banchi posti in funzione di tentazione all’acquisto. Sussultò, nel sentire, superata la bacheca dei cd musicali, una grassa risata provenire proprio dagli scaffali allineati in buon ordine. Si fermò, incuriosito. Alla terza risata riuscì ad identificare l’autore. In una cesta, tra quattro pupazzi di diavoli rossi di peluche, una specie di maialino rosa, un grugno di discutibile bellezza e per questo istintivamente naturalmente accattivante, il pelo macchiato e in disordine, ad intervalli regolari se la rideva di gusto. Ironicamente. Forse con una punta di sadismo. Un maialetto satanello.  Ma coinvolgeva. La tensione per il fatto della mamma. La sanità con i medici a badar molto alla cassetta e non si sa quanto alla salute altrui. La strada da divorare, la neve, il ghiaccio. La risata del maiale malfatto, dicendola come di moda, diversamente bello, stemperavano la tensione. Sì, probabilmente sarebbe piaciuto anche alla mamma. Un bel regalo, per la sua vecchia. Detto fatto, ancora una volta l’addetto commerciale della rete degli autogrill l’aveva vinta. Un pupazzo altrimenti invendibile passava di mano, salutava i diavoli rossi di peluche, usciva dal mucchio del banco contestualmente all’uscita di un paio di banconote dal portafoglio dell’incauto viaggiatore di passaggio. Ridacchiò tra sé, risalendo in auto, per l’essere caduto nella trappola dell’addetto commerciale. Ma, ora, si sentiva rilassato. Rientrò sulla striscia d’asfalto autostradale in accelerazione, schiacciando con la mano destra il pulsante dell’autoradio. Living, loving, she’s just a woman, le note di un vecchio successo anni settanta della sua gioventù. Robert Plant, i Led Zeppelin. Come fu definita la loro musica? Il martello di Dio. Un istante. Spazio temporale infinitesimale. Il poliziotto, scendendo dall’auto, sentì una stretta allo stomaco, vedendo quel corpo steso sull’asfalto in una posizione improbabile. Il calzino d’un viola acceso, la scarpa finita chissà dove, come la testa. Sbalzato dall’auto ridotta ad un ammasso di rottami, travolta dal bisonte dell’asfalto, il camion che forse aveva frenato e, a quel punto, la chiazza di ghiaccio in agguato aveva colpito senza pietà. Una stretta allo stomaco ma era parte del mestiere, di scene terribili purtroppo ne aveva viste molte, in quattordici anni di onorato servizio di pattuglia e di vigilanza sulla striscia d’asfalto. Ma a tutto c’è un limite! Sentendo quella risata provenire dai rottami dell’auto distrutta. Forse un bambino, di certo sotto shock, chissà in quali condizioni, il poliziotto s’appoggiò al guard-rail, dando di stomaco. All’orrore c’è un limite, Dio buono!  Intanto in clinica la mamma, messa a sedere su una sedia dall’alba, quando le inservienti l’avevano invitata a lasciare il letto per poter cambiare le lenzuola, sempre più pallida, con due vistose ecchimosi al braccio sinistro e un gran mal di stomaco, con un filo di voce chiese l’ora alla compagna di camera. Le dieci e venti. Ondeggiò un istante. Quindi, lateralmente, cadde a peso morto dalla sedia. Forse un semplice svenimento, un malore di poco conto, una stanchezza legata anche alle lunghe ore di digiuno che dal giorno prima le avevano imposto i medici e le infermiere, negandole anche una semplice tazza di the. Una caduta di poco conto, nulla di grave. Se, cadendo, non avesse battuto la testa contro lo stipite appuntito dell’armadietto dove teneva la valigia chiusa con vestaglia, indumenti intimi, le ciabatte da camera. Istanti. In quel momento, il poliziotto si allontanava dal guard-rail, lo stomaco in rivolta, un gran sapore d’acidi e succhi gastrici in bocca. Istanti.  Il pupazzo del maiale, schiacciato tra il sedile e la lamiera del cofano penetrata nell’abitacolo dell’auto, smise di ridere. Semplicemente: batterie esaurite, da sostituire.

.

Roma, quanto è bella Roma. Ma non per viverci. Truffaldina, opprimente, nababba per nababbi, meglio la grigia Milano




.

.

Roma, 15 gennaio 2010, piazza Navona sul far della sera

.

.

In viaggio per un’illusione, Fabrizio convocato per una collaborazione con una società di produzione e casting cinetelevisivo. A Roma, naturalmente. Riflessione?  Per giocarsi una speranza comunque occorrono soldi e, per sostenere i ragazzi, è una fortuna che il mio stipendio sia un buon stipendio. Anche se guadagnarlo costa tensione e qualche rischio di responsabilità. Se io fossi un operaio salariato, se avessi seguito le orme del babbo a far il ferroviere, personale viaggiante, potremmo sognarcelo, di partire per la lontana Roma. Così è la società capitalistica, commenta Fabrizio: ti illude di essere autonomo ma in realtà ti misura sui soldi che hai e dei soldi ti rende schiavo.

.

Città di serie A, città di serie B, paesi di serie Subbuteo, c.c.t.f., città completamente tagliate fuori. L’alta velocità ferroviaria ha ridefinito pesi e misure del BelPaese. Piacenza è finita in serie Z, niente alta velocità e pendolari abbandonati al loro destino. Le FrecceRosse passano volando sul territorio deturpato dai lunghi condotti di cemento armato che tagliano in due il panorama mentre sulla linea ordinaria può capitare di ogni cosa. Malcomune della nuova provincia emarginata: l’altoparlante della stazione di Bologna annuncia la sospensione dei convogli, quelli ordinari, con destinazione la riviera. Causa rinvenimento ordigni bellici nella stazione di Viserba a mare. Quanto all’Intercity da Lecce viene conclamata la consueta ora di ritardo ma tutti tranquilli: TrenItalia si scusa per il quotidiano disagio.

.

.

Roma, 15 gennaio 2010, oscure presenze nel Ghetto ebraico: Fabrizio Arzani (di spalle) e Ferruccio Braibanti (indicante)

.

Bologna. Frammenti di un sogno. Era il 1977 e pensammo si profilasse all’orizzonte il mondo nuovo. Dieci anni prima i figli della borghesia illuminata, con le loro belle giacchette e le cravattine d’ordinanza, avevano fatto il 68 sputacchiando, contando sulla copertura garantita dai babbi,  sui poliziotti figli del proletariato. Poi, dismesse le giacchette, avevano indossato l’eschimo, facendone sfoggio arrivando a scuola sulle potenti moto giapponesi. E ancora oggi, divenuti alti dirigenti nell’aziendina di papà o nell’ente governato dal Partito, con quel 68 rompono le palle. Ma nel 1977 oggi negletto e dimenticato, fischiando Berlinguer alla Sapienza di Roma, si affermava che tutto era cambiato, s’affacciava un nuovo ceto sociale, i figli della classe operaia che, zitti zitti, erano entrati nelle Università. Brutti, sporchi e cattivi. Indiani metropolitani, Streghe che facevano tremare. Sogno breve, movimento ed autonomia, vocazione libertaria intollerabili, per il potere. Quello clericopapalino, quello nostalgico del ventennio ma anche quello del Grande Partito Rosso custode dell’ortodossia. Stazione di Bologna, sulla banchina del binario 6, aspettando l’Eurostar AV 9565, passa un ormai vecchio ragazzo del 77, vestito come allora, niente eschimo da boutique ma jeans e piumino usato da mercatino delle pulci, peccato siano passati trentanni e il mondo abbia preso ben altre direzioni. Messo male. Frammento di un sogno andato infranto, tardosauro che sopravvive nella riserva indiana dei sottoportici bolognesi. Apre il pugno mostrando un mucchietto di monete, ne chiede qualcuna ancora, ad alcuni per mangiare, ad altri per poter acquistare il biglietto del treno per tornare a casa, magari a Gualtieri, o a San Giovanni in Persiceto, paeselli c.c.t.f.. Lo guardo in cagnesco: colpevole di un fallimento, di essere caduto nella trappola, di aver permesso ai detentori del potere di soffocare il Movimento sotto valanghe di polvere bianca, di eroina, di provocazione e di repressione, di aver accettato d’imboccare la via morta di un’insurrezione armata in realtà voluta e limitata a pochi emarginati estranei al Paese. Lo guardo in cagnesco, niente soldi da parte mia.

.

.

Roma, 15 gennaio 2010 – Per fugar dubbi sulla localizzazione

.

Il treno megagalattico, specie nell’aspetto del costo del biglietto, arriva a Termini con 5 minuti di ritardo. Canonico, nella norma. In Giappone il governo si scusa per una manciata di secondi di ritardo registrati in tutto l’anno nell’intero sistema dei trasporti. Ma, dice Fabrizio, l’Italia è l’Italia.  Che non vuol dire niente ma così è.

.

La convocazione si rivela una piccola bufala degna, quanto ad inventiva, più di Napoli che non di Roma, ma in verità tutto il Paese è Italia. L’Italia degli inventori e dei sognatori. Oltrechè dei truffatori. Fabrizio, accogliendo l’invito apparso in internet, aveva fatto richiesta per aderire ad un casting. Indicando nel modulo i ruoli di regia, aiuto regia, sceneggiatura. Società al secondo piano di un palazzo rinascimentale tirato a lucido in via Mazzini (l’immagine e la presentazione sono fondamentali), pochi passi dalla sede della Rai. Colloquio, poi, diceva l’operatore convocante al telefono, “ti facciamo fare qualche fotografia e qualche ripresa”. Bene. Ma da che parte della Canon? E qui si scopre che l’uno parla di mele e l’altro di pere. In realtà il posto offerto è solo quello da attore. Meglio. Aspirante attore. Qualche foto, un provino e si viene inseriti in un “archivio” a disposizione per eventuali chiamate. Previo, naturalmente, pagamento di 49 euro/anno per spese di segreteria.  E chi, senz’arte né parte, non sogna di essere protagonista di fronte all’occhio della telecamera? Che sono mai, per centinaia di ragazzi e ragazze, 49 euro in cambio di un sogno? Dunque. Quel sottile equivoco che costa il viaggio a Roma e vale la speranza che, tanto per tanto, il chiamato accetti e, per iniziare, metta mano al portafoglio. Senza escludere che, presto o tardi, per qualche ruolo da comparsa venga anche chiamato. Meglio ancora: qualche particina in trasmissioni televisive. Da pubblico. Plaudente a comando, badando bene a tener desta l’attenzione, guai a mostrar noia a c’è posta per te. Si fa fatica, ma oggi posso, sia pur con qualche fatica, garantire a Fabrizio la forza della coerenza: “sto studiando e sputando sangue per costruire una professionalità, non per far numero e scena dalla Ventura”. No, non arriveremo a Roma ammessi a passare dalla cloaca. “Piuttosto, dice Fabrizio, vado a fare il benzinaio e presto o tardi troverò un’officina che mi faccia lavorare e nel tempo libero continuerò a far girare la macchina da presa”. Per ora arriva una telefonata, dall’assessorato del Comune di Piacenza: propone di proiettare il cortometraggio di Fabrizio in un cinema d’essai. Piacenza non è Roma ma almeno tutto è chiaro e trasparente: appuntamento a martedi prossimo per i dettagli.

.

.

Roma, 15 gennaio 2010 – Campo dei Fiori, luci nella notte

.

Eppoi, a dirla tutta, ma come si vive a Roma? Appartamento 60 mq. Zona Trastevere 580mila euro. Affitto bilocale zona Campo de’ fiori Mille euro mensili. Attico piazza Navona UnMilioneDuecentoSessantamila euro. Monolocale 4mila euro d’affitto. Ma che razza d’Italia è questa? Stipendio mensile di un operaio 1.100 euro! Ferruccio ci porta a mangiare nel ghetto ebraico. Qui, dice, di venerdi è tutto chiuso ma lui conosce un locale che fa eccezione. Chissà che film ha visto, Ferruccio. Luci, colori ed effetti speciali, concretezza limitata. Passata la fontana delle tartarughe, finiamo in piazza, a Campo dei Fiori. Molta gente a passeggio nonostante il freddo gennaiolo. Tre pantere carabiniere e una dozzina di militi in straordinario ordinario notturno. Si mangia in piazza. Saltimbocca, Tagliata, Ossobuco, cannelloni, spaghetti all’amatriciana. Niente carciofi alla giudea, non bisogna esagerare col pretendere cucina tradizionale altrimenti tedeschi ed americani che mangiano? Primo, secondo, contorno, acqua minerale, una birra media, mezzo gotto, caffè. Simpatia e disponibilità romanesche. Poi il conto. 122 euro, 41 a testa. Belìn, alla faccia! Paghiamo la piazza, dice Ferruccio. Ma come fanno, a vivere, i romani? Forse mangiano rintanati in casa i carciofi introvabili in trattoria.

.

Eppure Roma è bella. Una, dieci, mille città. Roma monumentale, tanto grande da risultare opprimente, dice Fabrizio. Roma rinascimentale, Roma romantica, la Roma del ventennio, la città degli anni sessanta, la città degli anni ottanta, la Roma dei parchi e la Roma della tangenziale, la città popolaresca, la città papalina. Roma è sporca, Roma è opprimente, a Roma si muore, è bellissima Roma turistica, ma impossibile da vivere. Lo pensa Fabrizio. Meglio Milano, che al confronto non ha nulla ma è compatta, unitaria, ben organizzata per viverci. No, dico, non puoi dire così, Milano è terribile, senza fantasia, orientata solo all’impresa. Roma è mille città, scegli quella che più ti aggrada e ti sentirai un Re. Sul FrecciaRossa delle 7.15 una signora si sente in obbligo d’intervenire, io abito a Roma ma ti trovi chiuso nel tuo quartiere, è spenta, ti spegni, mille volte meglio Milano.

.

.

Roma, 15 gennaio 2010 – Campo dei Fiori,tavola imbandita in piazza

“Disse, che bello averti incontrata e nell'ombra un angelo custode sbuffò”, racconto di Claudio Arzani








.

Vento di primavera, olio su tela, di Carmelo Raniolo

www.arsvalue.com/webapp/ars_risultatiaste/det…

.

.

Disse, che bello averti incontrata. Mesi e mesi ad ascoltare, a conversare, consapevole dell’importanza di quel periodo. Nessun incontro, a sentir quei tali filosofi antichi di nuove ere, avviene per caso, semplicemente giunge il momento giusto nel quale il cammino si incrocia con chi in quel momento, proprio in quel momento, giusto in quel momento e non in un altro, può darci quel qualcosa di cui s’avverte necessità. Sesso. Amore. Conforto. Forse semplicemente speranza. Di tutto o anche solo frammenti, polvere di reciprocità. Dipende. Dal bisogno. Qualcuno crede siano angeli custodi che, invisibili nell’ombra, si arrabattano per cercare la persona giusta, adatta a quel bisogno, allineata a quel momento, per far sì che i due cammini si incrocino. Altri ritengono sia semplicemente madama la Fortuna. Messer il caso. In qualche caso le frecce pungenti di tal Cupido. Talvolta semplicemente malandrino fu quel sorriso. Sta di fatto che l’incontro avviene e, come un fiume in piena, l’energia fluisce, scorre, sommerge l’alveo rinsecchito dopo il troppo tempo passato. Da quando le mani impietose di un contadino avevano chiuso le paratìe, bloccato il deflusso normale quotidiano dell’acque. Disse, che bello averti incontrata. Nel momento giusto, al posto giusto. Quel pasto consumato nel locale in piazza, all’ombra dell’imperiosa antica torre medioevale, la tovaglia a quadrettini, il sapore della trattoria. Invero si trattava di semplice imitazione, niente altro che un bar con piccola cucina, piatti da consumare in fretta in attesa di rientrare al lavoro, a ciascuno un diverso portone d’ingresso. Sembri una diva del cinema, aveva sentenziato una bambina nera di passaggio, padrona del tuo destino, eppure fragile, ferita, un’aquila trapassata dalla freccia del Cupido sbagliato, freccia con la punta di metallo intinta nel veleno, capace di aprire varchi dolorosi nella carne. Resistevi e brillavi, sospirò tra sé, di quella luce magica che avvolge chi non ha paura di incamminarsi lungo i tortuosi sentieri della conoscenza e dell’affermazione dell’anima. Che bello, disse, averti incontrata, sfiorata in percorsi paralleli. Sentieri paralleli. Fino a quel cartello, due indicazioni, verso le pianure del nord-est e le vette del nord-ovest, indicazioni divergenti, che bello, disse, averla incontrata, viaggiato insieme lungo la valle scarlatta, attraversato i ponti della città riflessa nell’acque del fiume vestito delle sembianze d’un lago. Poi le prime colline, un sentiero a destra, un viottolo appena abbozzato nell’erba piegata a sinistra, chissà lei cosa fa, si chiedeva, aldilà della cresta della collina. D’un fatto – e se ne sentiva protagonista – era consapevole, ne era certo, non son più sangue le gocce che imperlano il viso. Sia dell’una quanto dell’altro e il compito assegnato, formalmente definito dal popolo dell’ombra nel momento dell’incontro, era stato adeguatamente assolto, dall’una e dall’altro. Il viottolo raggiunge il bosco, devia ancora a sinistra, abbandona la collina, ne raggiunge un’altra. Disse, che bello l’averla incontrata, fu dolce quel tempo, ma il limitare del bosco s’avvicina, chi aspetta tra le frasche del bosco? Ogni incontro ha il suo senso, ogni incontro ha il suo tempo. Secondo le credenze di alcuni, non c’è pace, non c’è tregua per gli angeli custodi al lavoro nei regni dell’ombra. Giungerà, anche per loro, il tempo d’una meritata pensione?  No, non è questo, si disse, scrollando il capo, non è questo quel tempo. Di certo, confermò convinto, son mutati i bisogni, s’affaccian nuovi comuni sensi, giro di valzer, cambio turno per gli angeli quelli stanchi, altro incontro s’annuncia sul far d’una nuova sera.

.

Rising fog, oil on canvas, by Allison J Smith

oil-painting-art.blogspot.com/








Roma, troppo buia quando vien la sera, la paura si nasconde in metropolitana tra troppo sporco e molti slavi




.

.

Venere ristrutturata, di Man Ray
"Dada e surrealismo riscoperti"
Complesso del Vittoriano, via San Pietro in carcere, Roma
In mostra fino al 7 febbraio 2010
http://www.romeguide.it/mostre/dadaeilsurrealismo/dadaeilsurrealismo.html

.

.

La paura che attanaglia, la paura che fa novanta e mette le ali ai piedi, che fa accelerare il passo e il battito del cuore mentre secca la gola. Maggio 2007, la giornata romana volgeva al termine, ormai il buio della sera avvolgeva la grande città, i suoi monumenti, i turisti frettolosi e i romani che lentamente s’avviavano verso casa. Ormai tardi per i programmi del giorno e ancora presto per la serata. Quanto sei bella Roma, quann’è sera. La fermata del metrò nel piazzale dei Cinquecento direzione stazione Tiburtina è un po’ defilata. Sporca. Cartacce ovunque, rifiuti, resti del pasto di qualche clochard. All’ingresso, sulla rampa di scale che porta underground, sottoterra, una banda di stranieri, marocchini, equadoregni o forse più semplicemente camorristi italiani. Passare senza guardare, svelto il passo, fisso l’occhio, le dita incrociate. No, se mammà m’avesse fatto femmina, non sarei sceso in quell’antro profondo, fossi stato femmina avrei preso un taxi. Evitando quelli abusivi, selezionando un taxi di quelli ufficiali e se possibile con taxista femmina. Come a ballare. Com’è che le femmine van sempre ai bagni in coppia? Bagni e taxi donna con donna una verità da affermare. Stazione del metrò, maggio 2007, il cuore in corsa, il cuore in gola, le luci abbassate, troppi angoli bui e banchine vuote. La paura fa novanta ma arrivò il convoglio, data l’ora semivuoto, l’autista azionò il meccanismo che apriva le porte emettendo uno sbuffo d’aria. Niente di minaccioso nel metrò romano, i presunti camorristi restarono in alto, sulle scale, indifferenti al mio passaggio. Certo, fossi stato una femmina. Prima che l’autista potesse richiudere le porte del convoglio, una giovane ragazza, gonna blu aderente e generosa nel mostrare ginocchia e cosce, riuscì a scendere di corsa le scale salendo sul treno. Uno dei camorristi la guardava. Dal taschino estrasse una sigaretta slava, portandola alle labbra.

.

.

Dono, di Man Ray
"Dada e surrealismo riscoperti"
Complesso del Vittoriano, via San Pietro in carcere, Roma
In mostra fino al 7 febbraio 2010
http://www.romeguide.it/mostre/dadaeilsurrealismo/dadaeilsurrealismo.html

.

Buio. Il piazzale di fronte a stazione Tiburtina mi lasciò stupito per il buio. Forse a causa di un cantiere che ne occupava buona parte. Erano mille e mille i punti oscuri dove poteva nascondersi il malintenzionato. Armato. Finite le guerre nei territori slavi sull’altra riva del mare, dell’Adriatico, acquistare un’arma residuato bellico, un kalashnikov, nel BelPaese era facile come bere acqua minerale, gasata o naturale a piacere e scelta. In quel bar tabaccheria nel piazzale del mercato ortofrutticolo nella mia città padana mi fermavo sul far della sera, conclusa la giornata di lavoro. Seduto in un tavolino un po’ defilato, sull’angolo più lontano dal banco, bevevo, solo, la Ceres. Chi puntava ai cavalli, chi governava il traffico di qualche ragazza generosa di sesso a pagamento, il gruppo dei salernitani, gli slavi che, a gruppi di quattro, tiravano il collo alle Heineken. Un’umanità varia che muoveva di fronte ai miei occhi disinteressati, persi in un mondo oltre, nei pensieri, nei progetti, nelle visioni poetiche che non potevano essere condivise. Talvolta arrivava E.B. a spezzare il muro della solitudine, ad introdursi, ad imporsi nel silenzio ovattato che andavo cercando. Non riuscivo a nascondere il fastidio dell’ascoltare le sue dissertazioni sul malessere per l’intervenuto cambio al vertice della sua azienda, il Consorzio Agrario, o per il furto subito nella villetta al mare, nelle Cinque Terre o per quella palla che sentiva crescere sotto l’ombelico. Forse una semplice ernia ma la paura fa novanta, non aveva il coraggio di presentarsi ad un esame di indagine diagnostica e verifica medica in ospedale. Poi finalmente se ne andava. Una sera, entrando, mi salutò con un cenno del capo, quasi imbarazzato, non venne al mio tavolo. S’avvicinò ai quattro slavi. Parlarono a lungo. Infine uno del gruppo venne al mio tavolo: “il tuo amico vuole un’arma, ma noi non ci fidiamo, quello è toccato, vogliamo una garanzia. La tua”. Chissà per chi m’avevano preso. No, nessuna garanzia, quello è toccato, non è affidabile. Alla fine E.B. la pistola riuscì a procurarsela in un altro bar, forse sempre dagli slavi, forse da altri reduci di un qualche conflitto minore in uno speduto angolo d’Africa. Giravano molte armi, nel BelPaese, molte arrivavano dagli arsenali dell’ex Armata Rossa, dall’Ucraina, dalla Romania, dall’Albania. Forse quella palla intorno all’ombelico era un tumore, forse E.B. alla fine il coraggio di affrontare una visita medica l’aveva trovato e il verdetto non era stato quello atteso. Forse per questo un giorno, sceso in garage, aveva caricato quella pistola per l’ultimo colpo. Troppe armi, nel BelPaese, troppi slavi, troppi angoli bui nel piazzale antistante la stazione Tiburtina.

.

.

Il violino d’Ingres, di Man Ray
"Dada e surrealismo riscoperti"
Complesso del Vittoriano, via San Pietro in carcere, Roma
In mostra fino al 7 febbraio 2010
http://www.romeguide.it/mostre/dadaeilsurrealismo/dadaeilsurrealismo.html

.

Mancava qualche ora, alla partenza dell’Intercity, l’ultimo treno a partire prima della chiusura notturna della stazione. Il tempo di attraversare il piazzale passando dai lunghi tratti al buio ai pochi angoli illuminati dalla fioca luce di lampioni ormai inadeguati. Un uomo con un giubbotto nero di finta pelle stava inveendo in rumeno contro la ragazza sul marciapiede colpevole di una mise troppo rilassata. Altri due parlottavano fumando una sigaretta. Nel bar sulla destra il cameriere portava casse di acqua minerale salendo dalla cantina. Da una finestra la musica di un complesso rock che non conoscevo. Proseguendo finalmente una trattoria con un tavolo libero, qualche tedesco e un gruppo di signore di mezza età in gita con il parroco. Mentre attendevo le portate e l’immancabile vino dei castelli, chiesi una copia del Messaggero alla ricerca di qualche notizia sulla nascita della nuova formazione di sinistra che si negava alla nascita del Partito Democratico. Poche righe. Tutto lo spazio a disposizione il quotidiano lo dedicava alla notizia d’una ragazza molestata da una banda di lupi alla stazione Piramide del metrò. Ragazzi sedicenni. Di Agrigento. Saliti a Roma alla ricerca di lavoro.

.

.

La bella stagione, di Max Ernst
"Dada e surrealismo riscoperti"
Complesso del Vittoriano, via San Pietro in carcere, Roma
In mostra fino al 7 febbraio 2010
http://www.romeguide.it/mostre/dadaeilsurrealismo/dadaeilsurrealismo.htm




A Roma, a Roma, chiamavano le trombe all’adunanza generale: è nella capitale che sorge un nuovo sole, il sole dell’avvenire

.

.

Il manifesto della mostra "Dada e surrealismo riscoperti",
 500 opere esposte al museo del Vittoriano a Roma
fino l 10 febbraio 2010

.

.

Una voce che parla al BelPaese? Conviene abbia il megafono nella città eterna altrimenti rischia di perdersi tra le poltrone vuote di un uditorio di periferia. Nei primi anni sessanta le segreterie dello scudo crociato democristiano e del sole nascente socialista dopo lunghe estenuanti trattative trovarono il giusto equilibrio per avviare la prima esperienza di governo comune. Il diavolo e l’acqua santa. Due acerrimi nemici storici all’abbraccio, i rappresentanti della classe padrona dominante e il partito storico dei lavoratori. Un accordo siglato all’ombra di piazza Mercanti, la sede della municipalità di Piacenza, città padana al confine tra Emilia, Lombardia, Piemonte, un lembo di Liguria. Un evento storico, destinato a cambiare il volto del BelPaese. Per questo era impensabile che una simile alleanza potesse nascere in un lembo di terra sostanzialmente marginale, nodo stradale e ferroviario che univa nord e sud in quanto punto di transito obbligato ma nulla più. Intervennero le segreterie nazionali per stoppare l’ardito disegno politico: l’alleanza si sarebbe fatta ma tre anni dopo e non certo in periferia. L’accordo sarebbe stato sottoscritto a Roma e ne sarebbe nato il primo governo nazionale di centrosinistra.

.

.

L.H.O.O.Q., di Marcel Duchamp
"Dada e surrealismo riscoperti"
Complesso del Vittoriano, via San Pietro in carcere, Roma
In mostra fino al 7 febbraio 2010
http://www.romeguide.it/mostre/dadaeilsurrealismo/dadaeilsurrealismo.html

.

In quell’inizio d’estate 2007 finalmente il destino giungeva a compimento. Dieci lunghi anni di cammino nelle fila dei Democratici di sinistra erano giunti al termine. Un lungo, sofferto Congresso, il quarto ed ultimo del Partito nato dalle ceneri del vecchio e più grande Partito comunista del mondo occidentale e da una costola del disciolto Partito Socialista, quella che aveva in Valdo Spini il suo leader naturale. Una grande maggioranza aveva decretato la fine del simbolo della quercia mandato in soffitta nella prospettiva della storica alleanza con la componente cattolica, in pratica quella che era stata la corrente di sinistra della vecchia Democrazia Cristiana. “Sono nato socialista, non morirò democristiano”, avevo concluso il mio intervento all’assise provinciale di fronte ad una platea poco interessata alle mie posizioni. Qualche settimana dopo, al congresso regionale, sotto il grande tendone nel parco in periferia a Bologna ero stato tra i pochi ad applaudire con forza il compagno Franco Benaglia che, a nome della corrente, annunciava l’astensione dalla votazione degli organismi dirigenti deputati a concludere il percorso di scioglimento del Partito per avviare la costituzione del nuovo soggetto politico. A Firenze, infine, finalmente, tra le lacrime, Fabio Mussi aveva ufficializzato la rottura definitiva, il saluto ai compagni che avevano scelto di fondare il Partito Democratico: no, noi non saremmo stati della partita. Da quel momento erano passate diverse settimane e finalmente i vertici nazionali avevano dato fiato alle trombe dell’adunanza: tutti a raccolta al Palasport, all’Eur, naturalmente a Roma, nella capitale del Regno e dell’Impero, nasceva Sinistra Democratica per il socialismo europeo.

.

.

Scolabottiglie, di Marcel Duchamp
"Dada e surrealismo riscoperti"
Complesso del Vittoriano, via San Pietro in carcere, Roma
In mostra fino al 7 febbraio 2010
http://www.romeguide.it/mostre/dadaeilsurrealismo/dadaeilsurrealismo.html

.

L’EuroStar partiva dalla stazione poco dopo le sei della mattina. A Firenze salì sul treno proprio Valdo Spini, posto prenotato poco più avanti del mio, si tuffò nei fogli del discorso che avrebbe letto all’adunata, per le ultime correzioni. Parlavo al telefono con Fausto Chiesa e Ferruccio Braibanti, commentando che non riuscivo a tollerare oltre una pseudo sinistra di governo che, almeno nell’Azienda pubblica fonte del nostro stipendio, sembrava aver perso la capacità progettuale riducendosi ad una mera gestione del potere nel nome del Direttore Generale, Francesco Ripa di Meana. Era possibile immaginare una sinistra capace di essere cosa diversa dal ventre molle di quella balena bianca che era stata la Democrazia Cristiana? Sceso a Termini in quasi perfetto orario, in attesa della grande adunanza fissata per il pomeriggio, perso di vista il compagno professor Valdo Spini, afferrai al volo l’invito telefonico della compagna AnnaMaria, persa di vista dopo il suo trasferimento nell’urbe. Un incontro preliminare nella magica via Veneto, la via dei vip e dei paparazzi. Un taxi di quelli abusivi per far presto e sentire una stretta allo stomaco definito il prezzo della corsa, un cappuccino con pasticcini sprofondando nella poltrona di pelle nella hall di un bar da favola, amabilmente conversando d’arte, poesia, di sogni letterari, di un romanzo ancora nel cassetto che già lei aveva sentenziato da revisionare. E del mal di vivere, quello spleen che spingeva AnnaMaria, ormai così diversa dalla bellezza dei miei ricordi, a negarsi il cibo. Quando l’amore ormai appassito diventa una gabbia, una prigione dalla quale non riusciamo ad uscire che soffoca il nostro io. Quando l’amore passato diventa malattia che nel caso di AnnaMaria si chiamava anoressia. Una passeggiata comune nel parco di villa Borghese per raggiungere la fermata del metrò destinazione l’Eur. No, AnnaMaria non prendeva parte alla grande avventura. In quella via che non so, sotto il tiepido sole di Roma, prendendoci per mano per un saluto che forse sarà l’ultimo addio della nostra vita, lei disse, “Vai, vai a farti male, destino triste della sinistra che si divide nell’ennesimo gruppuscolo del 2%”.  Triste profeta di sventura. Sul metrò erano molti i compagni, chi solo, chi in piccoli gruppi, chi a leggere l’Unità, chi sfogliando Liberazione. Prime ore del pomeriggio. Atmosfera d’una nuova alba, un luminoso sole radioso accarezzava la capitale del Regno. Un anno dopo, alle elezioni, naufragava la Sinistra l’Arcobaleno: tutti a casa, a ricominciare da capo.

.

.

L’isola del tesoro, di René Magritte
"Dada e surrealismo riscoperti"
Complesso del Vittoriano, via San Pietro in carcere, Roma
In mostra fino al 7 febbraio 2010
http://www.romeguide.it/mostre/dadaeilsurrealismo/dadaeilsurrealismo.html