“La bambina dei funghi”, favola di Lev Tolstoj

Sangue sui binari, olio su tela di Pino Manzella

Due bambine, dopo aver raccolto funghi nel bosco, se ne stavano tornando a casa, quando giunsero davanti alla strada ferrata.
Credendo che il treno fosse ancora lontano, non esitarono a passare.
Ma ecco, all’improvviso, iI fragore del treno. La maggiore delle sorelle fece un balzo indietro; la più giovane, invece, attraversò le rotaie.
Resta dove sei! – le gridò la sorella maggiore. Ma la locomotiva era così vicina e il rumore così assordante, che la sorella minore non capì. Credette che la sorella le ordinasse di tornare indietro e ritornò precipitosamente sui suoi passi.
Ma sulle rotaie incespicò: i funghi si sparpagliarono per terra, e la bambina si chinò a raccoglierli.
Il treno era ormai vicinissimo. Il macchinista lanciava nell’aria un fischio acuto e insistente.
Vieni via! Lascia quei funghi! – gridava la sorella maggiore disperata. Ma la piccina non capiva, pensava che le ordinasse di raccoglierli, e li raccoglieva in tutta fretta, trascinandosi in ginocchio tra le rotaie.
Il macchinista lanciò per l’ultima volta il suo fischio lacerante, sperando che la bambina si scostasse. Ormai era troppo  tardi per frenare.
La locomotiva, sempre fischiando, giunse addosso alla piccina.
La sorella gridava disperata. I viaggiatori guardavano ansiosi, sporgendosi dai finestrini. Il capotreno corse all’ultima vettura per vedere ciò che era successo alla piccola.
Quando il convoglio fu passato, la si vide distesa in mezzo alla rotaie, immobile, con la testa riversa. Ma appena il treno fu lontano, la bambina alzò il capo, si mise in ginocchio, finì di raccogliere i funghi, poi corse a raggiungere la sorella.

Un viaggio nel passato, tecnica ad olio su tela, di Cinzia Elena Giannini

 

“Scrivi quando arrivi”, lettera di un padre genovese alla figlia, racconto apparso in facebook

Mi avevi pregato tanto per andare in Sardegna col tuo fidanzato. Ti avevo detto che, fosse stato per me, non ci saresti andata. Però poi ho visto il tuo sorriso mentre programmavi i tuoi itinerari di viaggio, le escursioni, le giornate al mare. Ti ho detto di sí. Dovevi tornare a casa e raccontarmi come fosse stato. Dovevi dirmi che quel ragazzo ti aveva chiesto di sposarlo sulle note di quella canzone che cantavi sempre sotto la doccia, quella che hai messo anche oggi, prima di uscire. Prima di dirmi che mi volevi bene, stringendomi in un abbraccio. Tu con la tua testa sulla mia spalla e io con le mie mani ad accarezzarti quei capelli che non pettinavi mai. “Papà sono ricci”. E non era vero che “ogni riccio, un capriccio”. Per ogni tuo riccio si scatenavano dieci tempeste. Però eri buona. Eri tanto buona. Eri tua madre, senza la sua paura di vivere, con tanta voglia di guardare le cose belle del mondo.
Ti ho dato un bacio sulla fronte “scrivi quando arrivi, prima di prendere il traghetto”. “Scrivi quando arrivi”, era il mio dirti che ti volevo bene, che ero un papà preoccupato, ma felice di vederti felice a tua volta.

Poi ho sentito un boato, forte. Ho pensato a cosa potesse essere stato, ho cercato risposte, poi la notizia. Il ponte crollato, le vittime, era un inferno, dicevano. Ho sperato che mi chiamassi piangendo, dicendomi: “hai visto papà, c’è stato un crollo, ma io sono stata fortunata, avevo già attraversato il ponte” Avrei puntato il dito contro i politici corrotti, la scarsa manutenzione, la noncuranza di chi aveva compiuto una tale mattanza, ma avrei ringraziato di vedere di nuovo i tuoi occhi nocciola.
Ho sperato che tra quei morti non ci fossero i vostri nomi. Ho sperato di non vedervi ridotti ad una riga su un quotidiano.
Vorrei sapere di chi è la colpa, chi si è portato via le tue mani affusolate o le tue magliette sempre a maniche corte. Chissà cosa hai provato. Chissà come ti stava il terrore addosso.
Mai avrei pensato di poter avere cucita su di me la consapevolezza che fosse finita e che non avresti avuto più possibilità dalla vita. Niente laurea. Niente nuovi posti del mondo da fotografare, niente più “ti scrivo quando arrivo, papà”.

E mi chiedo come staranno gli altri genitori. Come starà chi ha perso il figlio senza una parola di cortesia. O un marito, una madre, un pezzo di cuore.

Mi chiedo perché. Perché tu. E non ottengo risposte se non un disperato silenzio. Ho pianto. Ho fatto scorrere quelle lacrime che tu mi recriminavi. Mi faccio pervadere dal dolore consapevole che non ti vedrò più. Consapevole che non ti accompagnerò all’altare. Consapevole che qualcuno, magari un padre come me, ha ignorato il problema per anni e ora parla di vincoli europei, governi precedenti e altre idiozie, cercando invano qualcuno contro cui puntare il dito, mentre ha addosso l’odore di morti che continuano ad aumentare. Consapevole che non ci sarai. Mai più.
Voglio che tu sappia che sono fiero di essere tuo padre. Fiero di averti avuta accanto. Fiero dei tuoi abbracci che mi hanno fatto diventare un uomo migliore. Fiero di averti accompagnata nelle tue piccole vittorie e nelle tue grandi sconfitte. Sono fiero di averti vista crescere. Con una morsa al cuore per non poterlo fare più.
E mentre c’è chi dal posto caldo dietro la propria scrivania discute sui vaccini, gli immigrati, le famiglie arcobaleno, mentre l’Italia crolla a pezzi, io piango chiedendo a Dio la forza per svegliarmi domani e vivere con la tua stessa volontà. Riposa in pace figlia mia.
Scrivi quando arrivi, in paradiso
Scrivi quando arrivi.

Per sempre tuo,
papà

Nota: il racconto, apparso in facebook (io l’ho letto riprodotto dall’amico Michele Rizzitiello sulla sua pagina fb) ha suscitato polemiche per alcune opinioni espresse e per questo è stato cancellato dall’autrice. Rispettandone la volontà ne ometto l’identità ma ritengo un vero peccato negare la pubblicazione del racconto che, nel suo complesso, rappresenta la tragedia che ha colpito Genova e tanti padri, madri, mogli, mariti, fratelli, sorelle, parenti, amici, amiche che purtroppo  i sentimenti, il dolore, le lacrime, le emozioni raccontate dalle parole scritte stanno vivendo.

“La vendetta dello scorpione”, un racconto di Alberto Zanini (dal blog ‘I Gufi Narranti’)

Prologo

Il sole invernale non riusciva a scaldare l’aria frizzante del mattino. Nella grande piazza una donna si aggirava fra i banchi del mercato con calma, fermandosi ogni tanto a guardare la merce esposta.

E’ lei, sono sicuro che è lei

Come fai a saperlo?”

Ti dico che è lei, quando le siamo passati vicino, ho sentito una sensazione di disagio”

La ragazza, continuava a fissare la donna che si era fermata davanti ad un banco e discuteva con il venditore.

E’ una occasione unica trovare uno di loro da solo. Di solito girano in coppia>> continuò la ragazza

E cosa vorresti fare?” chiese l’uomo con la barba.

Dovremmo approfittarne

Nel frattempo la donna si diresse verso una stradina laterale. La ragazza e l’uomo con la barba la seguirono a debita distanza senza perderla di vista. Quando si trovarono in una via, piccola e deserta, la coppia si avvicinò con discrezione, la ragazza superò la donna e pochi metri dopo fingendo un malore si accasciò a terra.

La donna si chinò verso la ragazza chiedendole cosa fosse successo, questa iniziò a fissarla e le pupille divennero verticali ed ellittiche e anche il viso si trasformò in una testa di serpente.

Fu l’ultima cosa che la donna vide perché, sebbene percepisse il pericolo, non fece in tempo a reagire. L’uomo con la barba, che si era avvicinato silenziosamente, con una corta spada le recise di netto la testa che cadde con un suono secco, accompagnata da un violento zampillo di sangue. Il corpo della donna, mentre si afflosciava a terra, si trasformò in centinaia di piccoli scorpioni che, come impazziti, presero tutte le direzioni disperdendosi nella via.

Qualche giorno dopo

La città, cinta da alte mura, era avvolta da una densa nebbia che attutiva i pochi rumori della sera. Una grande piazza sorgeva su un promontorio e al centro svettava l’alta Rocca Eburnea.

Quattro vie tortuose e strette, corrispondenti ai punti cardinali, scendevano verso le porte della città.

Quella notte due ombre scure si spostarono reggendo fiaccole tremolanti. Giunti nei pressi della porta sud un sommesso fischio si perse nel silenzio. Dal corpo di guardia uscì un militare tarchiato e con un ventre prominente, che caracollando andò incontro alle due figure con il mantello.

“Maestro…”

Silenzio Prando, niente nomi” disse la voce da sotto il cappuccio, dimostrando di conoscerlo.

“Mi scusi” rispose questo con aria contrita.

Apri il portone” ordinò l’uomo, con voce bassa e perentoria.

La guardia aveva gli occhi perennemente in movimento, lo sguardo sfuggente e il naso bitorzoluto e senza rispondere rientrò nel corpo di guardia, uscendone un attimo dopo in compagnia di un giovane militare allampanato dallo sguardo perso e addormentato, che a fatica fece scorrere un lungo chiavistello arrugginito che con stridore si spostò all’interno degli anelli fissati sui battenti. La porta si aprì rivelando due sagome che silenziosamente varcarono la soglia e si accostarono agli altri due incappucciati. L’uomo, che aveva intimato di aprire, lanciò una moneta verso il militare, che con un ghigno scoprì la bocca rivelando i denti guasti e neri, il quale la raccolse al volo facendola sparire in una tasca.

La campana batteva tre rintocchi quando le quattro sagome scure imboccarono la stretta strada che saliva verso la piazza, infrangendo il silenzio della notte con lo scalpiccio dei loro passi.

Il militare dopo aver guardato a destra e a sinistra rientrò nel corpo di guardia.

Da una porta socchiusa della via apparve, nel buio, una mano che riversò il contenuto di un secchio sulla via. Piscio ed escrementi ammorbarono ulteriormente l’aria già fetida.

Io e Rebecca, appena ricevuto il tuo messaggio ci siamo messi in cammino, ma non sappiamo il motivo di tutta questa urgenza“, mormorò Folco

Sveva è morta in un agguato e Orlando ha bisogno di una nuova compagna“, rispose Ranieri che all’improvviso si fermò, con tutti i sensi all’erta, subito imitato dagli altri. Nel silenzio alzò lentamente una mano, per avvertire di fare attenzione, e si mise a scrutare il buio cercando di percepire ogni più piccolo rumore. L’aria era immota e il tempo sembrava essersi cristallizzato. Il gruppo percepì un leggerissimo fruscio, dalla spessa nebbia apparve qualcosa che strisciava sibilando. Subito dietro ne apparvero altri due. Erano tre grossi serpenti che avanzavano sinuosamente facendo saettare la lingua biforcuta. Senza indugio, presagendo il pericolo, Tessa, si tolse il mantello, subito imitata da Ranieri, si piegò in avanti poggiando le mani a terra emettendo un sommesso rumore stridente. La testa si coprì immediatamente di uno strato chitinoso che andò a formare il carapace, la mutazione continuò con l’addome e le 8 zampe. Nell’estremità inferiore del corpo apparve una coda che crebbe rapidamente in cinque segmenti, terminando con un pungiglione che sferzava l’aria minaccioso. I tre grossi serpenti, non aspettandosi una reazione così immediata si fermarono indecisi. La mutazione conclusa rivelò due enormi scorpioni che si avventarono sui serpenti e con movimenti fluidi e veloci vibrarono dei colpi di coda in rapida successione, i pungiglioni penetrarono nei corpi dei rettili che rimasero paralizzati, mentre il terzo scappò perdendosi nel buio della notte.

Credo che ci stessero aspettando” disse Folco.

Tessa e Ranieri ripresero le loro sembianze ed il gruppo continuò, con cautela finché non giunse davanti ad un portone mentre dal buio emersero altre due figure incappucciate.

Ecco Orlando” disse Ranieri indicando le ombre che si avvicinavano, mentre con una strana chiave di ottone apriva il portone rivelando un cortile. Il gruppo si perse nel buio, appena rischiarato dalla fiaccola, dell’interno del palazzo.

Un pavimento a mosaico e lo scalone di marmo erano la testimonianza della ricchezza del proprietario. Al centro sorgeva un grande pozzo circolare illuminato da candele disposte lungo il bordo. Salirono fino al piano superiore dove entrarono direttamente in un salone illuminato da torce appese ai muri. Alcune porte chiuse conducevano al resto dell’abitazione.

Svelarono i loro volti togliendosi i cappucci, sganciarono le fibule che tenevano chiusi i mantelli che appoggiarono sul tavolo al centro della stanza.

Questa è Bianca” disse Orlando indicando la donna che lo accompagnava.

Le hai spiegato in cosa consiste la cerimonia?” chiese Folco

So tutto e sono d’accordo” rispose Bianca

Ranieri dispose delle candele attorno ad un grande tappeto e quindi le accese.

“Spogliati completamente”

Bianca si tolse la pelliccia smanicata, sciolse la cintura di lino che le cingeva la vita, si sfilò la colorata camicia aderente e la gonna a pieghe, stretta da una fascia sotto il seno, si tolse le scarpe basse di cuoio e quindi fece scivolare le calze, rimanendo completamente nuda.

Da un mobile, Ranieri, prese due scatoline di legno e un’ampolla di vetro contenente un liquido ambrato. Aprì la scatola più piccola, contenente delle palline scure e morbide, ne prese una e la diede a Bianca. “Mastica lentamente” le disse, poi prese l’ampolla, tolse il tappino e la porse ancora alla ragazza “Bevi e sdraiati sul tappeto

Attesero qualche minuto che la droga facesse effetto, Bianca si rese conto di perdere il controllo dei riflessi che rallentarono visibilmente, sentì la temperatura corporea aumentare e si sentì invadere da una strana euforia che accompagnava momenti di veglia a quelli di incoscienza. Ranieri aprì l’altra scatolina rivelando il suo contenuto. Uno scorpione si muoveva al suo interno.

Attu Croli Reto Scata” pronunciò l’uomo lentamente scandendo bene le parole mentre prendeva lo scorpione per la coda e lo consegnava a Bianca. La donna lo prese e lo avvicinò al viso. La stanza era avvolta dal silenzio e il fuoco delle lanterne alle pareti tremolava leggermente proiettando luci sul corpo della donna e sul viso dei presenti. Bianca tenendolo per la coda aprì la bocca e vi introdusse la testa , le chele e parte dell’addome dello scorpione. Chiuse la bocca e con i denti frantumò il carapace. Masticò e deglutì il boccone, quindi ingoiò il resto dell’animale. Poco dopo fu scossa da violente convulsioni, inarcò la schiena mentre la testa ruotava a destra e a sinistra con violenza.

Amrak Sseto Tucca Proipo dissero all’unisono gli astanti che assistevano in trance. All’improvviso la ragazza rimase immobile, la respirazione si fermò per qualche secondo finché ebbe un violento conato di vomito, aprì la bocca ed espulse un grosso grumo nero di saliva viscosa e piccoli pezzi di scorpione. Bianca emerse dagli abissi neri e cupi in cui era sprofondata. Parte dei disegni degli animali e dei nudi femminili del tappeto erano impiastricciati di vomito. La ragazza, visibilmente provata, cercò di rimettersi in piedi aiutata da Orlando che, mentre la sosteneva con il braccio, le disse: “Adesso fai parte della fratellanza” Bianca fece scorrere lo sguardo su tutti i presenti e un pallido sorriso comparve sul suo volto.

“Orlando adesso ha una nuova compagna” disse Ranieri guardando tutti negli occhi. Erano tre uomini e tre donne, diversi fisicamente, ma con un unico sguardo; vuoto, freddo, predatorio. L’uomo, che sembrava essere il capo riconosciuto da tutti, continuò: “Anche se non esiste un culto ufficiale e tutti sono tollerati ed accettati, dobbiamo stare molto attenti e non attirare assolutamente l’attenzione. Conto sulla vostra discrezione, ne va della sicurezza di tutta la nostra fratellanza. Abbiamo altri fratelli in città. Alcuni in posti strategici. Avete visto nel corpo di guardia della porta sud che abbiamo Prando che controlla. E’ uno fidato” Ranieri fece un attimo di pausa, quindi proseguì: “Ormai è molto tardi, per stanotte rimarremo tutti a dormire qui, le stanze non mancano per fortuna, domani mattina presto Folco e Rebecca torneranno da dove sono venuti mentre Orlando farà vedere a Bianca la sua nuova casa”

Al mattino la nebbia notturna si era dissolta, come neve al sole, e le luci del giorno svegliarono la città.

Sei persone uscirono con discrezione dal palazzo e dopo essersi salutati, due si incamminarono verso la porta sud, mentre gli altri presero la direzione della piazza principale dove sorgeva la Rocca.

Lungo la strada incontrarono un uomo con una tunica lunga fino ai piedi, lacera e sudicia, che gesticolando ripeteva: “Sono ovunque, moriremo tutti, nessuno ci potrà salvare”. L’uomo con gli occhi spiritati aveva una barba lunga e incolta sulla quale si posavano gli schizzi di saliva. Alcune persone lo guardavano con curiosità, mentre altre lo scansavano infastidite. Una ragazza con i capelli scuri camminava lungo il muro e guardava di sottecchi l’uomo con la barba, che si fermò fissando intensamente Ranieri. I quattro continuarono il cammino verso la Rocca Eburnea senza fermarsi, mentre il predicatore si girò e continuò a guardarli intensamente. Quindi proseguì nel cammino. Anche la ragazza prese la stessa direzione.

Qualche giorno dopo Ranieri, Tessa, Orlando e Bianca dopo aver varcato, in uscita, la porta est seguirono una stradina di campagna e dopo un paio di chilometri si trovarono di fronte al mare. Sugli scogli sorgeva un faro che sembrava abbandonato.

“Un nostro “fratello” ha saputo che Sveva è stata uccisa colpita alle spalle da uno con la barba. Il testimone ha visto anche una donna che si stava trasformando in qualcosa di orribile, ma non ha saputo raccontare altro perché era molto spaventato” raccontò Orlando

“Un uomo con la barba?” ripeté Ranieri pensieroso. Tutti ebbero lo stesso pensiero. Il predicatore con la barba incontrato qualche giorno prima.

“Non possiamo essere sicuri che si tratti della stessa persona” sostenne Tessa “ma quell’uomo mi ha procurato strane sensazioni”

“Anche a me” rincarò Ranieri “Brutte sensazioni”

Tutti e quattro fissavano, in silenzio, l’orizzonte, mentre la risacca del mare accompagnava i loro pensieri.

“Non sappiamo chi sia stato ma è chiaro che questo assassinio infrange la pace che risaliva alla notte dei tempi” disse Ranieri

“Era un tacito accordo che conveniva a tutti, finché le fratellanze restavano lontane le une dalle altre” rimarcò Orlando “Non ci siamo accorti che ‘Loro’ sono tra di noi e adesso hanno svelato le vere intenzioni. Ho mandato Sveva da sola in giro. E’ una leggerezza della quale non mi perdonerò mai, ma se è la guerra che vogliono, io sono pronto” concluse Orlando

“Vendicheremo Sveva” sentenziò Ranieri

“Vendicheremo Sveva” gridarono gli altri con lo sguardo rivolto verso il mare, che rispose mugghiando rumorosamente.

Una settimana dopo l’uomo con la barba e una ragazza furono avvistati, vicino alla locanda “Il corvo nero”.

I quattro decisero di controllare la zona accuratamente, e due giorni dopo Tessa individuò la coppia. Per non destare sospetti mantenne il proprio passo e quando fu abbastanza vicina agganciò il loro sguardo accorgendosi della trasformazione delle loro pupille.

Allarmati, l’uomo con la barba e la ragazza, si fermarono visibilmente turbati.

“E’ una di loro” disse la ragazza

“Si, hai ragione Savia, ed è da sola”

“Sarà facile come l’altra volta Giacomo”

I due incominciarono a seguire Tessa, che, con calma, proseguì nel suo cammino prendendo la direzione della porta nord. Di sottecchi si accertò di essere seguita e dopo essere uscita dalla città si diresse, aumentando sensibilmente il passo, verso il faro.

Quando la strada divenne deserta Giacomo e Savia, che attendevano il momento ideale per attaccare ridussero la distanza da Tessa, che senza voltarsi continuava spedita verso la sua meta. Intanto, la coppia non si accorse che un uomo, con il mantello scuro, li seguiva a sua volta.

Il faro apparve come un’ombra nel buio della sera e Tessa prese risoluta la sua direzione e abbandonata ogni riserva, si mise a correre subito imitata dalla coppia. La donna in fuga fece gli ultimi metri stremata e boccheggiando, mentre gli inseguitori si avvicinavano pericolosamente. Tessa giunse davanti al faro, con mano tremante aprì la porta e velocemente entrò.

Giacomo e Savia, quando videro la donna entrare nel faro, si fermarono affannati per la corsa cercando di recuperare le energie.

“Potrebbe essere una trappola” disse l’uomo

“Faccio il giro per controllare che non ci siano altre uscite” rispose Savia

Si sentiva solo l’infrangersi delle onde sugli scogli, e quando la ragazza completò il giro del faro decisero di entrare.

La bassa temperatura rallentava vistosamente la mutazione dei due corpi. Abbassarono la maniglia della porta, e dopo averla aperta lentamente varcarono la soglia. Il buio era quasi assoluto, solo contro una parete si vedeva un pallido alone rettangolare di luce proveniente dal finestrone in alto. Si trovarono in un grande ambiente circolare con alla destra una scala a chiocciola che conduceva al faro.

Un campanello di allarme continuava a squillare nella testa di Giacomo che si rese conto di essere stato uno sprovveduto. Era caduto in una trappola. Capiva di avere di fronte dei predatori notturni abituati a cacciare con l’oscurità.

Il buio era quasi totale, Giacomo percepiva delle presenze, quando si sentì sollevare da terra. Protese le mani e toccò una dura corazza che si era insinuata sotto le ascelle. Erano le chele di un enorme scorpione, che mosse veloce la coda. Un fruscio inquietante annunciò a Giacomo l’arrivo di una violenta frustata che lo colpì in viso e subito dopo sentì una fitta dolorosa. Il pungiglione era entrato in profondità rilasciando il veleno che lo paralizzò.

Savia che era dietro percepì il pericolo, si buttò per terra e rotolando riuscì ad evitare l’attacco degli scorpioni. Anche lei non era riuscita a mutare aspetto per il freddo, però muovendo la lingua rapidamente cercava di percepire l’odore del nemico.

Intanto l’uomo immobilizzato era attaccato dallo scorpione. La pelle e la carne del collo cedettero alla forte morsa delle chele. Nel buio la ragazza sentì lo sgradevole rumore di carne lacerata e l’uomo perse il controllo degli sfinteri. La testa spiccò dal busto di Giacomo e schizzi di sangue piovvero addosso a Savia. La ragazza capì che in quello spazio chiuso ed angusto non aveva scampo, si alzò in piedi e corse verso la porta, che riusciva ad intravvedere nel buio, e dopo averla spalancata si precipitò all’esterno. La luna proiettava una striscia luminosa sul mare che s’infrangeva placido sugli scogli.

Savia si mise a correre verso la città ma dopo pochi metri si trovò davanti l’uomo con il mantello che le sbarrava la strada verso la salvezza. Maledisse il momento quando, con Giacomo, decisero di seguire la donna, ma ormai sapeva che era tardi recriminare. Si girò verso la costruzione che si stagliava nel cielo notturno. Vide altre tre persone che le venivano incontro. Sentì l’alito caldo di uno sul collo e una sottile lama che s’infilava tra le sue scapole dall’alto verso il basso fino a raggiungere il cuore. Cadde in avanti e quando la faccia toccò terra lei non c’era più.

Vendetta era stata chiamata e vendetta era arrivata.

I quattro guardarono il corpo della ragazza steso per terra, quando improvvisamente si senti uno sparo. Si voltarono verso il rumore. Tutti tranne Ranieri che divenne terreo e lentamente si mise una mano sul torace. L’uomo volse lo sguardo verso la sua compagna, consapevole di farlo per l’ultima volta e cadde in ginocchio. Quindi venne il buio. Quando il corpo toccò terra si trasformò in centinaia di piccoli scorpioni che fuggirono in tutte le direzioni.

Si senti un secondo sparo.

Prando, con una pistola fumante in mano, guardava il corpo inanimato a terra della giovane guardia allampanata che stringeva un fucile e guardava il cielo con gli occhi velati.

Tessa, Orlando e Bianca quando passarono accanto al cadavere del ragazzo videro le sue pupille ellittiche in verticale.

Alberto Zanini

Racconto ” La vendetta dello scorpione ” scritto da Alberto Zanini e pubblicato nella raccolta di racconti “I mostri non mangiano seitan” Sensoinverso Edizioni Luce nera 2018

“L’incontro di Giuseppe e Antonino (dicembre 1999)”, racconto di Vittorio Melandri

Piacenza: piazza Sant’Antonino in uno scatto di Mauro Molinaroli

È una fredda e pulita mattina di Dicembre, come non di rado né capitano dalle nostre parti, siamo nell’ultimo anno, veramente ultimo, del millennio.

È presto, il cielo è limpido, la luce non ha ancora completamente preso il sopravvento sull’oscurità, uscendo dalla penombra del porticato che completa la facciata neoclassica, Giuseppe muove qualche passo in direzione di S. Maria in Cortina, la chiesa quasi invisibile, che è lì da sempre, d’improvviso si volta a guardare il suo teatro, quello per intenderci che una guida verde chiama già, nella sua prima edizione del 1998, teatro municipale “Giuseppe Verdi”.

Un brivido lo scuote, non sappiamo se di freddo o di piacere, vediamo questo si, che calca il cilindro sulla testa e si sistema la sciarpa attorno al collo, prestando attenzione a non spettinare la bella e folta barba ben curata.

Alza lo sguardo e vi leggiamo palese compiacimento, la facciata immaginata da Lotario Tomba, è stata da poco ridipinta di un colore giallo, tendente all’ocra e gli appare linda e perfetta, con tutte le sue linee semplici e chiare che in bell’ordine, sono esaltate dal cielo azzurro e terso che fa da sfondo.

Poco più in là, nel silenzio mattutino che ancora impregna gradevolmente la piazza, Antonino, è appena uscito dalla porta centrale, questa mattina singolarmente aperta, della chiesa che fu cattedrale.

Lascia alle spalle la spoglia facciata e la torre ottagonale, che con la sua possanza, unica in tutta la città a stagliarsi così libera verso il cielo, fa da contrappunto al suo portamento, umile ma anche fiero, non più del suo passato di legionario, ma del suo presente di martire. Scende i pochi gradini della scalinata che separa la basilica dall’omonima piazza, Sant’Antonino, e il suo sguardo coglie Giuseppe proprio mentre questi è lì, fermo a rimirare l’opera altrui, che lui con la sua opera conferma e anche trasforma, fino a darle vita nuova ogni giorno.

Antonino non conosce Giuseppe, ma quando il maestro coglie la presenza dell’altro, e volgendo lo sguardo alla sua sinistra lo vede, entrambi si riconoscono.

L’uno è più giovane, se guardiamo al suo tempo di vita, secondo alcuni tanto breve da coincidere con il nulla, ma tanto più vecchio se ricordiamo da quanto tempo ci ha lasciato le sue spoglie, ritrovate proprio lì a due passi, in quella S. Maria in Cortina, oggi tristemente chiusa.

L’altro è più vecchio, ha vissuto quasi per intero il suo secolo, ed è morto giusto all’alba del secolo triste che sta finalmente per finire, ma è tanto più giovane rispetto a noi che assistiamo infreddoliti e curiosi, a questo straordinario incontro.

Al dialogo dà inizio Giuseppe, cogliendoci di sorpresa.

Avrai sentito Antonino, che si fa un gran parlare in città di una statua che ti rappresenta ed anche dell’opportunità di rivendicare i miei natali, secondo alcuni, avvenuti in terra piacentina.

Un gran parlare ribadisce Giuseppe, ma senza gioia aggiunge subito Antonino, come sempre più spesso accade, prevale, è questo che sento, la voglia di vedere vincere le proprie ragioni, sulla voglia di trovare delle buone ragioni.

Si spengono le luci notturne della città, un pullman di piccola taglia, colorato di bianco e di rosso, passa a ricordare ai nostri incredibili concittadini, che il tempo per la loro quieta conversazione, si è già un poco ridotto, come se ne volesse riguadagnare, Antonino prende sottobraccio Giuseppe e lo invita a risalire i gradini appena prima discesi, sino a portarsi in prossimità della porta principale della chiesa, da qui lo sguardo può facilmente spaziare tutto intorno, soffermarsi sul teatro, perdersi lungo Via Verdi, cercare invano di voltare l’angolo per imboccare via S. Antonino, il dialogo riprende.
Ti confermo Antonino, che non mi sono pentito di aver voluto sepoltura a Milano, ed anche, che mi fa sorridere questa disputa, per altro ignota a quelli di Parma, sulla mia nascita avvenuta di qua o di là di un labile confine fra due province che da sempre si specchiano l’una nell’altra, bagnate dallo stesso fiume, amate e odiate dalla stessa gente.

Io ho parlato tutta la vita e poi ancora quando è finita, lo stesso linguaggio, la musica, e questo mi fa cittadino del mondo, chi mi vuole onorare non può non tenerne conto.

Antonino è venuto fin qui dall’Egitto, extracomunitario per usare un termine a lui sconosciuto, noi che assistiamo sempre più incantati al dialogo fra i due, possiamo proprio dire, con un apparente gioco di parole, che le parole di Giuseppe suonano come musica per le sue orecchie. Presto lo sentiamo ribattere. Anch’io non mi sono pentito di aver lasciato la mia vita a Travo, in riva alla Trebbia, altri hanno poi disposto delle mie spoglie, ma mi accomuna con te l’aver parlato e il parlare tuttora un linguaggio universale, tu quello della musica io quello dell’amore, che poi altro non sono che due dialetti della stessa lingua. “Le parole degli uomini sono come ombre” ci ricorda quel grande scrittore lusitano, per questo da sole non bastano, occorre chi, come noi, cittadini del mondo, provi a dimostrare che gli uomini sono legati da un unico interesse. Stare. Trovarsi insieme.
In una cosa, in verità siamo differenti, tu sapevi già in vita di essere un grande musicista, io ho saputo molti anni dopo la mia morte, di essere diventato santo e patrono di questa città.

Tu, già in vita, hai spiegato con la tua musica che chi ti voleva onorare, doveva aprire porte, abbattere barriere, liberare gli uomini, tutti gli uomini, dalla peggiore delle schiavitù, quella che li incatena alle loro reciproche incomprensioni. A me lascia ricordare oggi, che la nostra lingua parlata di un tempo, chiamava patrono colui che aveva affrancato uno schiavo. Se ieri ho dato la mia vita per la costruzione della chiesa cattolica-universale piacentina, oggi che mi scopro patrono della città, sento che la mia ambizione è cresciuta, travalica i confini della mia chiesa, e vorrei essere, non solo santo protettore, ma nel senso antico del termine liberatore di tutti, credenti e non, residenti o solo di passaggio, compresi ovviamente quelli come me, gli extracomunitari.

Giuseppe è un po’ sorpreso, noi lo sappiamo, ne siamo certi, si sta chiedendo come la prenderanno i gentili promotori di un referendum, teso ad impedire che i piacentini spendano denari per costruire “un’altra chiesa”. Ci accorgiamo subito però che la sorpresa svanisce presto, il tempo scarseggia, il traffico sta aumentando, e vediamo che oltre a noi, che con discrezione abbiamo seguito il singolare incontro fin dal principio, qualche altro concittadino frettoloso e freddoloso, si è accorto di quei due, quantomeno singolari, personaggi e sappiamo come vanno queste cose.

È sufficiente che uno solo si fermi, ed in breve tempo Giuseppe ed Antonino si troverebbero nella scomoda convenienza di dover rendere conto del loro, a quel punto non più libero dialogare. È forse per questo, o forse anche perché l’aria fredda del mattino induce a desiderare un veloce ritorno alla dimora abituale, che Giuseppe con l’aria di chi, senza offendere il proprio interlocutore, vuol por fine all’incontro, chiede. Tu Antonino, posto che a caval donato non si guarda in bocca, dove vorresti fosse collocata la tua statua?

Quell’altro mostra subito di non avere dubbi, non lo so, risponde.
Sono passati tanti anni, la città è cambiata, tanti luoghi che potrebbero ospitarla degnamente, mi sono sconosciuti, e poi so bene che non compete a me fare una scelta. Oggi i nostri concittadini si sono dotati di strumenti appositi, per queste bisogna.

Assemblee, commissioni, esperti, tutti gelosi custodi delle loro prerogative. Forse posso esprimere un desiderio, questo si, un suggerimento magari, sottovoce, per non farlo pesare troppo. Ho saputo, caro Giuseppe, che recentemente, i piacentini più importanti, hanno dato vita in città ad un’assemblea per stringere fra loro un patto utile al rilancio di Piacenza.

È apparsa sul giornale una foto a suggello di quei lavori. Ritraeva insieme il Sindaco, il Presidente della provincia, ed il mio Vescovo. So che tutti e tre mi sono devoti, mi chiedo se non potrebbero proprio loro, trovare e indicare una soluzione che soddisfi il mio desiderio di cui prima ti parlavo. Desidero essere patrono di tutti, e non soltanto santo della diocesi. Mi piacerebbe poter incontrare tutti gli uomini e le donne di questa città, e scoprire che mi riconoscono non solo perché santo, cattolico, martire ed egiziano, ma anche perché capace di ricordare loro che hanno un superiore inter-esse da conquistare. Imparare a comprendersi. Io voglio essere d’aiuto.

Mi scuso per l’impertinenza, con i tre autorevoli personaggi che vado così a scomodare, ma lasciami esprimere, soprattutto al mio Vescovo, una supplica. Lasciatemi andare in trasferta, oltre i confini amorevoli della mia chiesa, e Lei sua Eminenza, mi sostenga, voglio propormi anche come patrono dei non cattolici.

Non ho la ventura di conoscerLa personalmente, ma se la fisiognomica non mi inganna, dei tre esimi personaggi cui sto chiedendo aiuto, mi pare proprio, in contrasto con l’abito che porta, sia Lei ad essere il più Laico.

Il maestro a questo punto, non nasconde il suo imbarazzo, lui è un uomo di mondo, come lui anche noi sappiamo che in questi casi le parole producono spesso effetti contrari, alle ragioni che vogliono perorare. Soprattutto se non usate con la dovuta prudenza e …deferenza. È un momento delicato, pensa Giuseppe, lo avvertiamo dalla sua espressione, anche perché nel frattempo un’altra domanda gli è venuta alla mente, intanto che Antonino parlava, o straparlava, non sappiamo bene, giunti a questo punto. La nuova domanda non è altro che la precedente rivolta se stesso. Lui, Giuseppe, la sua questione come la vorrebbe risolta?

Come se che quell’altro gli leggesse nel pensiero, sentiamo Antonino, che ritiene, evidentemente senza preoccupazioni di sorta, di aver esaurito la sua risposta, rivolgersi a Verdi senza mezze misure, come abbiamo imparato essere suo costume.

Io non credo che tu sia soddisfatto. Se i cittadini di Piacenza perdono tempo a rivendicare i tuoi natali, se si accapigliano per cambiare nome al loro teatro Municipale, credendo di onorarti se lo chiamano con il tuo nome, i cittadini di Piacenza sbagliano di grosso.

Proprio così Antonino, come ti ho già detto, mi sento cittadino del mondo, e ritrovarmi nato a Piacenza piuttosto che a Parma, mi è del tutto indifferente, e poi quanti teatri si chiamano già Giuseppe Verdi, no, se vogliono approfittare del centenario della mia morte, per fare qualcosa in mio nome, i miei amati piacentini devono essere, e mi perdonino se sembro poco generoso nei loro confronti, devono essere dicevo, più originali.

Anch’io provo ad esprimere sottovoce un desiderio, ma prima devo metterti a parte di una riflessione. Il nostro meraviglioso paese come sai, ospita un popolo che è stato definito in molti modi, un tempo qualcuno ha parlato di un popolo d’eroi, di navigatori, di santi, di poeti, più recentemente mi è capitato di leggere che Indro Montanelli, il venerato decano dei giornalisti italiani, lo definisce un “conglomerato di bastardi accampati sulla più bella terra del mondo”.

Io non credo al popolo d’eroi e neppure al popolo di bastardi, ma so per certo che è ancora in grande misura un popolo d’ignoranti, e che è somma la misura dell’ignoranza dell’alfabeto musicale. Un’iniziativa in mio nome, capace di erodere quell’ignoranza, mi farebbe felice.

Non penso alla nascita di legioni di musicisti, ma alla capillare diffusione della conoscenza di quella grammatica della musica, che potrebbe consentire a tutti di avvicinarsi di più, al senso universale del mio linguaggio.

Penso a Piacenza culla di un’università popolare della musica, capace nel nome di Verdi, di clonarsi in tutto il paese, con una missione dichiarata, quella di innalzare anche solo più su di un gradino la cultura musicale degli italiani. Sono un illuso? Chiedo davvero troppo?

Il silenzio, come doveva essere in principio, fa seguito alle parole del maestro. Antonino non sa davvero cosa aggiungere i due hanno esaurito il tempo a loro disposizione, la città si manifesta nella sua veste frenetica abituale, c’è spazio solo per ritirarsi, Antonino nella sua chiesa, Giuseppe nel suo teatro, noi al riparo dell’esile speranza che questa vigilia di Natale, l’ultima del millennio, porti davvero a Piacenza e alla sua gente, una qualche buona novella. Buon Natale

“Questa sera esco con un gatto”, intendimento di Paolo Mario Buttiglieri

Il mio gatto, olio su tela di Luigi Bonafede

San Francesco d’Assisi tra le altre cose è passato alla storia per il rapporto che aveva con gli animali. Contrariamente alle abitudini dei suoi contemporanei egli comprava gli uccelli per liberarli dalla gabbia.
Con gli animali aveva lo stesso rapporto dolce che aveva con esseri umani o cose. Oggi San Francesco, qualora si ritrovasse a dover rinascere, susciterebbe ancora scandalo e di sicuro non andrebbe a genio alle associazioni animaliste e a tutte quelle persone che la sera portano il cane a fare due passi per strada o che coccolano il gatto sul divano della sala da pranzo.
La società odierna sembra più rispettosa degli animali solo in apparenza. Sempre più gente diventa vegetariana, aumentano produzione, allevamento e vendita di animali domestici, ci sono persone che ideologicamente o politicamente si qualificano come animalisti con lo stesso spirito con cui una volta ci si qualificava come umanisti.
Con cani e gatti si sta meglio che con animali della stessa razza umana. Chi soffre di solitudine preferisce comprarsi un gatto piuttosto che fare amicizia con un essere umano. Le uniche sorprese che riserva il gatto sono la localizzazione dei suoi escrementi, che non sempre vengono depositati nell’apposita cassetta con ghiaia, ma che si possono ritrovare sul divano o sul letto o più semplicemente per terra.
Al gatto a volte viene anche voglia, senza invito o preavviso, di fare un salto sulla tavola imbandita per farsi una scorpacciata degli alimenti “umani”.
La compagnia del gatto è tutta particolare e soprattutto poco ingombrante. Il gatto è sempre morbido e si lascia accarezzare e vi si strofina addosso. Per una donna è una fonte di intimità notevole, molto diversa dall’intimità ansiogena del maschio umano, invadente, possessiva e inevitabilmente preliminare all’ attività sessuale.
Con l’animale la donna riesce a vivere un rapporto intimo molto rilassato improntato al gioco e alle carezze e in ogni caso informale e quindi gratificante.
Il rapporto con l’animale domestico è rilassante, non è problematico, non è fonte di stress e tensione. L’animale non parla, non contesta, non recrimina, non fa menate, non rompe le scatole e soprattutto è sempre pronto a ricevere e a dare affetto.
Non fa scenate di gelosia, di sesso non se ne parla, insomma è quasi il partner ideale. Per chi è logorroico poi non c’è ascoltatore migliore di un cane o di un gatto, sempre pronto a mostrarsi docile in cambio del pasto quotidiano assicurato.
Alla base dell’attuale boom dell’animale domestico c’è la difficoltà sempre maggiore da parte delle persone di sviluppare relazioni intime con le altre persone. Questa difficoltà sono legate al sistema di vita e di lavoro che non favorisce l’interazione sociale informale, all’incremento del rapporto passivo con macchine di produzione o di ricreazione e infine allo stress che accumulano le menti indebolite della gente.
L’animale domestico da questo rapporto surrogante non ne esce però del tutto incolume. Lo stress, le nevrosi, le paranoie del suo padrone sconvolgono la semplicità del suo equilibrio mentale. Da qui la nascita della figura dello Psicoveterinario, che si va ad affiancare allo Psicologo che tiene in cura il proprietario dell’animale.
Sempre più gente preferisce il possesso-amicizia di animali all’amicizia senza possesso di altre persone. Gli uomini, non intesi nel senso di maschi, hanno una psicologia più complicata di quella animale, non sono sempre disponibili e remissivi e soprattutto quando vogliamo troncare una relazione con loro ci sono grosse resistenze.
Insomma gli esseri umani non sono oggetti completamente manipolabili come gli animali. Rispettare gli animali non significa addomesticarli e usarli come surrogato dell’amicizia umana, significa rispettare il loro e nostro ambiente naturale in modo che per nutrirsi non abbiano bisogno di cibo in scatola. Così, paradossalmente, mentre il Partito Radicale metteva la banda nera al proprio simbolo in segno di lutto per i milioni di morti per fame ogni anno nel terzo mondo, milioni di persone senza battere ciglio spendevano oltre mezzo milione di lire all’anno per nutrire il proprio gatto con i bocconcini di fegato in scatola.
Una volta gli animali interessavano all’uomo solo come nutrimento o per qualche sadico gioco, oggi come riempitivo della solitudine e per alleviare lo stress.
E’ ora di riscoprire la dolcezza degli esseri umani, di superare la diffidenza, di accettare di rapportarsi con esseri simili senza tentare di prevaricarli e lasciare che gli animali vivano tra di loro le loro storie in santa pace.
Mentre è facile entrare in un negozio per comprarsi un cagnolino e poi portarselo a casa per giocarci insieme in modo rilassante, non è cosi facile superare le barriere formali della diffidenza e della paura che ci separano da chi si trova di fianco a noi sull’autobus o nella scrivania accanto.
Naturalmente dietro a queste barriere formali a volte si nasconde qualcuno che di rapporti rilassati e dolci non ne vuol sapere. In questi casi non conviene insistere, anche perché il mondo è grande e con tanta gente in cerca di dolcezza.

“Una bottiglia nel mare della lettura”. Con messaggio ritrovato da Roberto Tonelli

Libro aperto, olio su tela di Federico Maria Sardelli

Comprando libri usati è facile trovare all’interno note a margine o foglietti di appunti: dalle note della spesa ai conti di casa o elenchi di cose da fare.
Spesso i segnalibri abbandonati all’interno sono cartoline illustrate, biglietti di auguri, inviti ad eventi.
Sempre tutti questi segnali lasciati in una bottiglia nel mare della lettura ti fanno pensare alle vite di altri e ispirano congetture e storie.
Mi piace oggi condividere con voi il testo di un augurio di fine anno 1984 che ho trovato scritto sul retro di una cartolina liberty in cui è rappresentata una figura femminile che da una veranda guarda un paesaggio fatto di una distesa d’acqua con case e alberi all’orizzonte.
La destinataria è una certa Mary.
Per chi ha voglia di farlo, buona lettura.

Non è facile farti gli auguri, con il tempo che fugge e lascia sempre meno spazi per vedersi, per mettere in comune come un tempo i pensieri e un po’ anche le vite…non è facile per questa vita varia, ricca, imprevedibile che ci prende inaspettata con nuove storie, nuovi sentimenti, prospettive e sogni ogni volta da reinterpretare…
Eppure, al di là di questo, resta l’affetto, la partecipazione alla vita dell’altro, il voler esserci comunque, ogni volta, agli appuntamenti importanti della vita; anche solo con un augurio, una confidenza, un pensiero. Davvero di cuore, Mary, tanti auguri per questo nuovo anno che comincia, perché ti porti serenità e pace, a te che tanto tieni a che la pace non sia solo una parola…
Un bacione Cris

“Hey, ti ricordi di noi?”, intervento di Giuseppe Mori, infermiere

Da quando faccio l’infermiere, una delle affermazioni che sento più spesso è: “oh mamma… ma come fate? Come a fate a sopportare tutte quelle cose? Ah deve essere proprio una missione, eh certo! Non può che essere così!”. Anche una neo studentessa del corso di laurea mi ha chiesto. “ma secondo lei come si riesce a sopportare la vista del sangue… le urine… i vomiti…”.

Per chi non è del mestiere che è fuori da questo mondo, pensa all’aspetto “splatter” e pensa che la parte peggiore sia appunto quello che sento definire come: lo schifo!
A me viene da sorridere e come ho detto alla “neo studentessa”, il problema non è la parte “splatter”, certo a nessuno fa piacere avere a che fare con odori sgradevoli o escreti, secreti, oppure vedere come siamo fatti sotto la pelle, questo no, ma a questo prima o poi ci fai il callo, ti ci abitui ed è quasi divertente vedere, ad una cena tra amici che sono infermieri o medici, il momento (inevitabile) che ci si trova a parlare di diarree o di vomiti o di “quella volta che con l’ambulanza…” o di “quel paziente che…” e magari quei due o tre amici che non fanno parte della nostra tribù che ti guardano con uno sguardo allucinato e ti chiedono se casomai non si possa cambiare argomento.

Già a questo ti abitui e anche presto.

Quello che è difficile digerire è quello che io chiamo il “senso del dramma”, la drammaticità delle malattie che ti sconvolgono la vita o peggio te la chiudono.
Sapere, in anticipo, “quale sarà il finale del film” e che non ci sarà il lieto fine, mi fa venire in mente la canzone dei Negrita “…troppo spesso mi dimentico che lui è un matto autentico e qui, qui non è Hollywood”.
Sono le storie che accompagnano le persone che incontri, la loro storia, il loro essere, il loro carattere, i loro volti…

Un malato di cuore, olio su tela di Irene Allori

Come Luca…

La bronco aspirazione è una delle pratiche meno simpatiche (diciamo così) che come professionisti dobbiamo eseguire ma anche a quella prima o poi diventa facile sia la tecnica che “lo schifo” fino a che un giorno il paziente è Luca.
Luca è ricoverato in neurochirurgia perché, ha un tumore cerebrale, anzi un tumore cerebellare ovvero appoggiato proprio lì sul cervelletto ed è in una posizione che fa sì che sia inoperabile. Ora siamo in quella fase che riesce ancora a respirare, ma ha bisogno di un aiuto: una tracheotomia che ogni tanto va pulita.
Allora suona il campanello e quando si accende la luce che indica la sua camera, in guardiola cala il silenzio e ci si guarda negli occhi fino a che non esce un “dai Giuseppe vacci tu… per piacere… vacci tu che sei più forte…”.
Allora vai e lui è li nel suo letto ti guarda fisso negli occhi, mentre con un gesto lento ti indica con l’indice la tracheo, allora in silenzio, prendi il sondino monouso fai quello che devi, con professionalità e asetticità, mentre lui non ti stacca gli occhi di dosso neanche un attimo, poi ti fa un cenno, è a posto, rimetti in ordine, spegni tutto e te ne vai. Così in silenzio, perché tanto lui non può parlare e poi non hai niente da dire, perché cosa si può dire ad un bambino di otto anni che sta morendo? Già perché Luca ha otto anni e il primo sintomo è stato la perdita di equilibrio mentre giocava a calcio. Ed io ho sempre ringraziato dentro di me, all’infinito, i genitori quando hanno scelto di accompagnare gli ultimi giorni di Luca a casa, ed averci così risparmiato il dover vedere morire un bimbo di otto anni.
Ecco cosa è difficile da imparare a sopportare, perché anche se provi a difenderti a costruirti una corazza, una difesa, fatta di cinismo, professionalità, a volte di distrazione o di luoghi comuni, tranquilli il paziente che le tue difese te le fa crollare c’è sempre. Una falla seppur piccola, piccola lui la trova sempre, è matematico.

Padre con figlio malato, olio su tela di Demetrius Donadoni

Come Maria…

Una delle prime difese che ci si costruisce è: “beh era anziano, aveva i suoi belli anni, in fin dei conti la sua vita l’ha vissuta”. Corretto, non fa una piega finché un giorno mentre tenti di consolare la Maria che ha perso il marito 85enne, lei con gli occhi rossi ti dice “è vero aveva i suoi anni ed era malato, ma era il mio amore, Giuseppe, lui era il mio primo e unico amore”. E il tuo bel castello viene giù che è un piacere.
Ecco qual è la parte difficile del nostro lavoro, quando prestavo servizio all’elisoccorso la difesa era l’alto tecnicismo, l’urgenza, il salvare una vita, e poi soprattutto non li conosci! Non sai chi sono, non puoi avere tanta empatia, i soliti amici mi dicevano: “chissà cosa ti capiterà di vedere… Che coraggio…” ed io tra me e me pensavo qui non ci sono Luca o la Maria. Poi capita in una bella giornata d’estate, mattina presto, fresca soleggiata, la collina verde.
Ma non sarà mica…
Incidente stradale, un auto è finita contro un albero, per l’autista niente da fare, ok uno come tanti, un colpo di sonno se non fosse che… i cosiddetti curiosi parlano e scopri che la sua abitazione dista da lì non più di 200/250 metri e che ha 21 anni… ed è sposato… “ma non sarà mica… no dai un anno fa è morto suo fratello per un incidente…” e siccome è ad uno sputo di strada da casa arriva la moglie di 19 anni che ha capito tutto ma siccome è talmente grande il dolore che continua “perché lo tengono sotto al lenzuolo? Ma così fa fatica a respirare, e poi perché non fanno niente? E lo lasciano lì così?” e te l’unico pensiero che ti viene in mente è “e dai muoviti a fare quel c… o di certificato che ce ne andiamo da qui” e lei da oggi sarà vedova e chissà quanti progetti, speranze, sogni… Il dramma il senso del dramma anche lì.

Incidente stradale, olio su tela di Elio Borgonovo (opera giovanile)

Questo è la parte più difficile da imparare, è questo che se non impari a gestire ti fa cambiare mestiere, perché stanno e staranno sempre con te. L’unica difesa è non cercare di difenderti, di farli entrare (tanto loro la falla la trovano sempre) di coccolarteli, di farli diventare come dei tuoi amici o dei parenti lontani. Così diventano più leggeri e riesci a portarli con te.
Poi ogni tanto ti vengono a trovare e tu, te ne accorgi perché anche se è estate e c’è un bel sole e tutto va per il verso giusto, hai una strana e dolce malinconia, un piccolo dolore, non pesante ma persistente e allora ti fermi un attimo e loro sono lì, ti battono delicatamente su una spalla e ti dicono “hei ti ricordi di noi? Noi siamo qui tutto bene?”.

Il fantasma e il fiore, olio su tela di Vittorio Matteo Corcos

“Sogno o son desto?”, racconto di Alberto Zanini dal blog ‘igufinarranti.altervista.org’ pubblicato da Sensinverso edizioni

Il racconto “Sogno o son desto?” di Alberto Zanini è pubblicato nella raccolta “Pezzi”, Sensoinverso Edizioni.

Le cuffie le indossava per isolarsi dal mondo esterno, e la musica gli impediva di pensare, di ricordare, di rimpiangere. In pantaloncini corti e scarpette correva per sfinirsi. Un cartello attirò la sua attenzione e in un attimo prese una decisione. Doveva, voleva ricominciare a vivere. Dopo una settimana vendette la casa dove aveva passato giorni felici, e si liberò dei mobili per tagliare definitivamente con il passato. Acquistò la casa bianca dove aveva visto il cartello. Di fronte sorgeva una costruzione identica tranne che nel colore. Un grigio scuro cupo ed opprimente. Al limitare delle due costruzioni vi era un campo d’erba. La giornata volgeva al termine e una calda luce radente accompagnava il sole verso il commiato. Luca era sdraiato sul divano con lo sguardo puntato verso la tenda di cotone chiaro davanti a lui, ma in realtà perso nei suoi pensieri. Lo incuriosiva il suo vicino di casa. Era riuscito a vederlo poche volte. Usciva e rientrava in orari poco convenzionali con il suo taxi nero. Alto, magro e sempre vestito di scuro. Riservato e silenzioso, sembrava non volesse intrattenere nessun tipo di rapporto con la gente. Il miagolio di Omero lo riscosse dalle sue meditazioni, si alzò e avvicinandosi alla finestra, fece appena in tempo a scorgere la coda rossa del suo gatto che furtivamente entrava nel giardino del misterioso vicino di casa. Un’imprecazione gli sfuggì di bocca, e senza un attimo di esitazione uscì dall’appartamento e si diresse verso la casa di fronte. Attraversò la strada e spinse il cancello socchiuso. Sull’albero di tasso che svettava accanto alla casa, 3 corvi gracchiavano rumorosamente. Giunto davanti alla porta, dopo un attimo di esitazione, suonò ed attese vanamente. Nessuna risposta. Eppure era sicuro che l’uomo fosse in casa, perché fuori c’era la macchina. Risuonò ed attese ancora. Silenzio. Con un gesto meccanico spinse la maniglia in giù e la porta si aprì senza rumore. Perfettamente oliata pensò. Si accorse di avere invaso una proprietà privata, ma oramai era troppo tardi ed allora con una voce leggermente tremante disse:<<C’è qualcuno? Buon giorno, sono il suo vicino di casa.>> Ancora silenzio. Luca, senza rendersene conto, spinse la porta ed entrò senza aspettare che il padrone di casa gli dicesse avanti. Il cuore incominciò a battere forte. Era sempre stato così, impulsivo, curioso fin da piccolo. E spesso aveva rimediato brutte figure. Entrando Luca si trovò in un ambiente ampio, dove due muretti, alti un metro circa, creavano tre spazi di dimensione diverse. La parete davanti aveva a destra una porta chiusa. Le pareti erano completamente vuote, niente quadri, niente specchi, solo un orologio appeso al muro. Luca rimase sorpreso e perplesso nel notare che mancavano le lancette, come se il tempo fosse annullato. La casa era in penombra, tutte le finestre avevano le tapparelle quasi completamente chiuse, e uno strano odore aleggiava in casa, come di terra umida e marcia. C’era freddo. Luca fece qualche passo in avanti cercando di percepire qualche rumore. Silenzio. Guardò a sinistra senza rilevare nessuna presenza, invece a destra vide una porta chiusa, e appena dopo un’altra socchiusa. Si avvicinò e sentì un brivido di freddo. Si accostò alla porta e la spinse lentamente mentre il cuore prese a battere più forte. L’aprì completamente e nel buio scorse una scala che scendeva. Con la mano cercò l’interruttore, accese la luce che illuminò una scala di pietra nera con i gradini consunti, che scendevano fino ad un piccolo pianerottolo di riposo per ripartire verso il basso. Luca rimase stupito dalla lunghezza della scala, e si chiese dove andasse così in profondità. All’improvviso gli parve di sentire dei mormorii, delle voci che si accavallavano e non gli consentivano di capire cosa dicessero. Lentamente incominciò a scendere, arrivò al pianerottolo e si spense la luce. <<Cazzo>>, gli sfuggi a denti stretti, sentì un moto di paura nel ritrovarsi al buio. Un interruttore a tempo, pensò. Ritornò su lentamente con le mani che toccavano il muro per guidarsi nella risalita. Ritrovò l’interruttore e riaccese la luce. <<Adesso cosa faccio? >>Si domandò titubante. Decise di scendere più velocemente. Riprese la discesa quasi di corsa, imboccò la seconda rampa e vide un secondo pianerottolo.<<Ma quanto scende questa scala? >>mormorò con il cuore che ormai batteva all’impazzata. La luce si spense di nuovo, ma Luca decise di appoggiarsi al muro e continuare la discesa. Sentiva una specie di lanugine sotto le mani, era il salnitro che aveva notato prima. La muffa denotava un ambiente insano ed umido, ed infatti l’odore che aveva sentito nell’appartamento era diventato più forte, mentre la temperatura si era sensibilmente abbassata, faceva proprio freddo, un brivido percorse il suo corpo. Sentì qualcosa sulla mano e con un moto di fastidio cercò di spazzarla via con l’altra mano, ebbe un brivido lungo la spina dorsale e si rese conto di essere invaso da decine di zampette, che dalla mano risalivano il braccio fino ad prendere possesso del corpo. Ormai in preda al ribrezzo e alla paura incominciò a dimenarsi e a scalciare, per cercare di liberarsi di quegli animaletti disgustosi. Sentì quelle presenze infilarsi anche sotto il jeans risalendo verso l’inguine. Incominciò a spogliarsi in preda alla follia, rimase in slip percuotendosi il corpo con le mani aperte nella speranza di togliersi quello schifo dal corpo. Recuperò il cellulare dalla tasca del jeans e l’accese per illuminare un attimo quel buio gelido e puzzolente di marcio. Vide una miriade di scarafaggi correre da tutte le parti. I brividi procurati dal freddo e dal ribrezzo divennero incontrollabili, allora riprese i suoi vestiti e se li rimise dopo un superficiale controllo. Riprese a scendere e sentì qualcosa di viscoso sul viso che gli procurò un ulteriore moto di disgusto. Con la mano cercò di rimuovere quello che lui credeva si trattasse di una ragnatela. Intanto gli parve di vedere un bagliore azzurrino nel buio quasi assoluto. Ansia, angoscia e vero terrore si alternavano in lui. Per un attimo pensò a lei. Spesso le tornava in mente durante la giornata. Lui le parlava come se fosse presente. <<Francesca>>, disse sottovoce, <<cosa sto facendo? Perché mi trovo qui?>> In un attimo ripercorse i momenti passati insieme. Il giorno del matrimonio vestita di bianco e bella come il sole. Come in un film scorsero le immagini dei giorni passati insieme. Pensò a lei infine distesa su quel letto di sofferenza, ormai divorata dal male vigliacco . Riprese a scendere ormai attirato dalla pallida luce che gli sembrava di scorgere in fondo alla scala. Lentamente, gradino dopo gradino, la luce aumentava di intensità, e gli parve di udire un leggerissimo mormorio. Si trovò su un altro pianerottolo dal quale ripartiva un’altra rampa che risultò essere l’ultima. Spasmi di paura lo invasero ad ondate. Da una porta socchiusa la luce azzurrina ormai illuminava abbastanza per rendersi conto che si trovava in uno scantinato umido e malsano. <<Ti stavo aspettando>> disse una voce fredda e impersonale. Luca sentì la voce uscire dalla stanza davanti a lui con la porta socchiusa. <<Entra pure, ti stavo aspettando Luca>> Sentendo il suo nome un altro brivido gli percorse la spina dorsale, qualcuno lo chiamava e lo conosceva. Ma chi poteva essere? E come faceva a sapere che c’era lui dietro la porta? Paralizzato dal terrore e con una voglia incredibile di scappare Luca incominciò ad indietreggiare lentamente cercando il gradino della scala. <<Sarebbe un peccato che tu andassi via, dopo tutto, credo che tu voglia sapere perché ti trovi qui.>> Paura e curiosità ormai si scontravano in lui. Si bloccò e percorse i metri che lo separavano dalla porta, la spinse e si trovò in una stanza dove una persona, fiocamente illuminata da una lampada alla sua destra, era seduta dietro ad un tavolo. Il freddo era veramente insopportabile, quasi doloroso. Si rese conto che una patina di ghiaccio ricopriva il pavimento rendendogli l’equilibrio precario. Il resto della stanza era in penombra, e faceva fatica a distinguerne i contenuti. L’uomo aveva davanti a se un enorme libro aperto. <<Qui c’è scritto che Francesca è già con noi>> l’uomo fece una pausa ad effetto aspettando la reazione di Luca, che rimase stordito da quelle parole. <<Cosa vuol dire?, ma lei chi è?>> sussurrò in preda ad una angoscia crescente. Il ricordo della moglie gli bruciava nel petto dolorosamente.

<<Non riesci proprio a capire chi sono? La tua mente si rifiuta di ammetterlo? Io sono una delle poche certezze della vita >> replicò l’uomo inclinando leggermente la testa di lato, come per studiarlo con attenzione. Luca cercò di replicare ma la voce rimase impigliata in gola.<<Sto sognando, si, sto sicuramente sognando>> disse flebilmente.

<< Filosoficamente potrei dire che sono solo per coloro che vivono, non per coloro che muoiono>> sentenziò l’uomo. <<Se credi in Dio non devi temermi perché sono legato inscindibilmente alla resurrezione, e dopo non avrai più sofferenze e dolori, e la tua vita sarà meravigliosa.>> Mentre l’uomo parlava, Luca scorse, nel buio di fianco al tavolo, due puntini rossi come la brace muoversi leggermente. Un debole ringhio gli procurò un brivido di paura. Altri due puntini apparvero alla destra dell’uomo e il sommesso ringhio si fece forte e spaventoso. L’uomo alzò leggermente la mano e il silenzio scese improvviso. <<Se invece sei ateo, allora purtroppo non credo che tu abbia molte speranze, perché negando l’anima che sopravvive al corpo dopo di me non esiste più nulla.>> concluse dispiaciuto l’uomo richiudendo rumorosamente il librone davanti a se.

Il rumore di un tagliaerba in funzione si perse nell’urlo sincopato di Luca, che si ritrovò per terra accanto al divano. Sudato e tremante, prese coscienza di essere sveglio, e di aver fatto solo un brutto sogno, anzi un terribile incubo. Si rese conto di essersi addormentato. Si alzò faticosamente per sedersi sul divano quando sentì un rumore venire dalla cucina. Immediatamente si bloccò paralizzato. <<Ci saranno i ladri in casa>> pensò. Un attimo dopo vide una persona apparire sulla soglia della porta. Luca non credette ai propri occhi; Francesca gli sorrideva radiosamente mentre si avvicinava. <<Francesca, non capisco, ma tu sei…morta. Sto sognando ancora. Mi sei venuta a trovare in sogno.>> disse Luca. <<No, non stai sognando, sei tu che mi hai raggiunta e adesso staremo insieme per sempre>> rispose Francesca accarezzandogli il viso e abbracciandolo.

Zanini Alberto

“Sistemo le cose e torno dritta dritta a casa”, un racconto di Teresa Zinni

Ho finito gli esami, per questa sessione. Finalmente. Entro nella mia stanza e chiamo mia madre: “È andato pure questo, mamma. Adesso sistemo le ultime cose e torno dritta dritta a casa. Fra poco ho il treno. Ci vediamo dopo!”.
Chiudo la valigia, butto il libretto universitario nello zaino e vado alla stazione.
Fa caldo oggi, molto. È un caldo asfissiante e il vento che soffia leggero mi brucia lentamente la pelle. Questa valigia pesa troppo. Non ce la faccio a trascinarla. E lo zaino mi schiaccia le spalle. Non vedo l’ora di salire sul treno.
Sono al binario; mi accendo una sigaretta nell’attesa. Due tiri e la butto. Fa troppo caldo pure per fumare. Prendo il cellulare e scrivo alla mia migliore amica: “Ci vediamo stasera. Organizza un aperitivo: ho voglia di far festa”. Lei mi risponde con una faccetta ridente: “Avverto gli altri”. Sorrido. La mia terra, la mia gente: finalmente. Quante ne faremo st’estate. E poi il lavoro, e la tesi. Sarà un mese di fuoco, letteralmente. Penso troppo alle cose che dovrò fare nei prossimi giorni, tanto da non accorgermi che il treno è arrivato. Quasi lo perdo. Torno con i piedi per terra e salgo. Quanta gente c’è. Oggi è affollatissimo. Spero di trovare un posto. Ah, menomale: c’è l’aria condizionata. Respiro. Attraverso uno, due, tre vagoni. Eccolo là, un sedile vuoto. Accelero il passo: il ragazzo lì in fondo potrebbe rubarmi il posto e io tutto il viaggio in piedi proprio che non me lo voglio fare. Butto la valigia sul portabagagli e mi siedo. Di fronte a me c’è una ragazza, carina ma con una voce troppo stridente per i miei gusti. Ha voglia di chiacchierare ma non sono in vena di socializzare. Mi infilo repentinamente le cuffie nelle orecchie. Sparo il volume al massimo: nessuno mi deve disturbare.
Il treno è in corsa: e guardo la terra bruciata dal sole cocente di luglio; e guardo le chiome degli ulivi che si smuovono allo sfrecciare del treno. E guardo la mia terra: cristo, quant’è bella. E cristo quanto sono felice: pure quest’anno è andato. Dai, che la laurea è vicina. E poi? E poi la specialistica. Si, ma dove? Non lo so. Un problema alla volta sennò non risolvo nulla. Uh, devo avvertire il mio ragazzo: “Arrivo alle due. Mi vieni a prendere tu alla stazione?”-“Certo! Alle due, giusto? Tranquilla che mi faccio trovare al binario”. Perfetto.
Corre il treno. Corre.
Scorrono i minuti sull’ipod. Parte un’altra canzone. E poi un’altra ancora.
E poi.

E poi si ferma tutto.

Un boato. Un fischio. La mia testa che rimbalza sul sedile. Una, due, tre volte. Rimbalza forte. Mi fa male.
Volo. Volo lontano. Mi ritrovo sbattuta per terra. Schiacciata. Confusa. Stordita.
Cadono tutti. E urlano tutti.
Ho caldo. Poi, di colpo, ho freddo. Poi di nuovo caldo. Sento qualcosa che mi scorre lungo l’addome. E’ sangue: ho una lamiera conficcata dentro. Ma perché? Che è successo? Chiamate mia madre. Voglio mia madre. Chiamate mia mamma. Non capisco che cosa sta succedendo. Ho paura. Ho tanta paura. Voglio tornare a casa. Chiamate mia mamma.
Poi non sento più nulla. Non vedo più nulla.
Sono morta così, in un incidente ferroviario. In una calda giornata di luglio. E dopo l’impatto, solo un gran silenzio. Rimangono solo gli ulivi imbrattati di sangue. Rimangono solo le vite spezzate. E i sogni schiacciati. E i programmi annullati. Rimangono solo storie sospese.
Non ci sarà nessun aperitivo stasera. Avvertite la mia migliore amica.
Non arriverò mai alla stazione alle due. Avvertite il mio ragazzo.
Non tornerò mai a casa: ditelo a mamma.
È finito tutto così: chè tanto non ci vuole niente.

Vedo che ne parlano in molti, di quello che è successo. Tra due mesi già non si ricorderà più nessuno di noi.
Ricordami tu, mamma. Ricordami raccontando quello che ero. Quello che volevo fare. Quelli che erano i miei progetti. Raccontami: raccontami nei difetti e nei pregi. Racconta di come me ne sono andata sotto il sole cocente di luglio, tra le lande della mia amata terra.
Ricordami tu, mamma. Mi mancherai.

[Puglia, 12 luglio 2016]

“Sogno o son desto?”, un racconto di Alberto Zanini, narrante in Piacenza

Oltre la porta, un’immagine di Cinzia Santagati

Le cuffie le indossava per isolarsi dal mondo esterno, e la musica gli impediva di pensare, di ricordare, di rimpiangere. In pantaloncini corti e scarpette correva per sfinirsi. Un cartello attirò la sua attenzione e in un attimo prese una decisione. Doveva, voleva ricominciare a vivere. Dopo una settimana vendette la casa dove aveva passato giorni felici, si liberò dei mobili per tagliare definitivamente con il passato.
Acquistò la casa bianca dove aveva visto il cartello. Di fronte sorgeva una costruzione identica tranne che nel colore. Un grigio scuro cupo ed opprimente. Oltre le due costruzioni vi era del terreno incolto.
La giornata volgeva al termine e una calda luce radente accompagnava il sole verso il commiato. Luca era sdraiato sul divano con lo sguardo puntato verso la tenda di cotone chiaro, ma in realtà perso nei suoi pensieri. Lo incuriosiva il suo vicino di casa. Era riuscito a vederlo poche volte. Usciva e rientrava in orari poco convenzionali con il suo taxi nero. Alto e magro e sempre vestito di scuro. Riservato e silenzioso, sembrava non volesse intrattenere nessun tipo di rapporto con la gente.
Il miagolio di Omero lo riscosse dalle sue meditazioni, si alzò e avvinandosi alla finestra, fece appena in tempo a veder la coda rossa del suo gatto che furtivamente entrava nel giardino del suo misterioso vicino di casa. Gli sfuggì un’imprecazione, e senza pensarci un attimo uscì dall’appartamento e si diresse verso l’abitazione di fronte. Attraversò la strada e spinse il cancello socchiuso. Sull’albero di tasso che svettava accanto alla casa, tre corvi gracchiavano rumorosamente. Giunto davanti alla porta, dopo un attimo di esitazione suonò, ed attese.
Nessuno rispose. Era sicuro che l’uomo fosse in casa, perché fuori c’era la macchina. Risuonò ed attese ancora. Silenzio. Con un gesto meccanico spinse la maniglia in giù e la porta si aprì senza rumore. Perfettamente oliata pensò. Si accorse di avere invaso una proprietà privata, ma oramai era troppo tardi ed allora con una voce leggermente tremante disse: “C’è qualcuno? Buongiorno, sono il suo vicino di casa”. Ancora silenzio.
Luca, senza rendersene conto, spinse la porta ed entrò senza aspettare che il proprietario gli dicesse “Avanti“. Il cuore incominciò a battere forte. Era sempre stato così, impulsivo, curioso fin da piccolo. E spesso aveva rimediato brutte figure. Entrando Luca si trovò in un ambiente ampio, dove due muretti, alti un metro circa, creavano tre spazi di dimensione diverse. Le pareti erano completamente vuote, niente quadri, niente specchi, solo un orologio appeso al muro. Luca rimase sorpreso e perplesso nel notare che mancavano le lancette, come se il tempo non esistesse. La casa era in penombra, tutte le finestre avevano le tapparelle quasi completamente chiuse, e uno strano odore aleggiava in casa, come di terra umida e marcia. C’era freddo.
Fece qualche passo in avanti cercando di percepire qualche rumore. Silenzio. Guardò a sinistra senza rilevare nessuna presenza, invece a destra vide una porta chiusa, e appena dopo un’altra socchiusa. Si avvicinò e sentì un brivido di freddo. Si accostò alla porta e la spinse lentamente mentre il cuore prese a battere più forte. L’aprì completamente e nel buio scorse una scala che scendeva.
Con la mano cercò l’interruttore, accese la luce illuminando una scala di pietra nera con i gradini consunti, che scendevano fino ad un piccolo pianerottolo di riposo per ripartire verso il basso. Luca rimase stupito dalla lunghezza della scala, e si chiese dove andasse così in profondità. All’improvviso gli parve di sentire dei mormorii, delle voci che si accavallavano e non gli consentivano di capire cosa dicessero. Lentamente incominciò a scendere, arrivò al pianerottolo e si spense la luce. “Cazzo” gli sfuggi a denti stretti, sentì un moto di paura nel ritrovarsi al buio.
Un interruttore a tempo, pensò. Ritornò su lentamente con le mani che toccavano il muro per guidarsi nella risalita. Ritrovò l’interruttore e riaccese la luce. “Adesso cosa faccio?”, si domandò titubante. Decise di scendere più velocemente. Riprese la discesa quasi di corsa, imboccò la seconda rampa e vide un secondo pianerottolo. “Ma quanto scende questa scala?”, mormorò.
La luce si spense di nuovo, ma Luca, con il cuore che batteva all’impazzata, decise di appoggiarsi al muro e continuare la discesa. Sentiva una specie di lanugine sotto le mani, era il salnitro che aveva notato prima. La muffa indicava un ambiente insano ed umido, ed infatti l’odore che aveva sentito nell’appartamento era diventato più forte, mentre la temperatura si era sensibilmente abbassata, faceva molto freddo e un brivido percorse il suo corpo.
Sentì qualcosa sulla mano e con un moto di fastidio cercò di spazzarla via con l’altra mano. Si rese conto di essere invaso da decine di zampette, che dalla mano risalivano il braccio fino ad invadergli il corpo. Ormai in preda al ribrezzo e alla paura incominciò a dimenarsi e a scalciare, per cercare di liberarsi di quegli animaletti disgustosi. Sentì quelle presenze infilarsi anche sotto il jeans risalendo verso l’inguine. Incominciò a spogliarsi freneticamente in preda alla follia. Rimase in slip percuotendosi il corpo con le mani aperte nella speranza di togliersi quello schifo dal corpo. Recuperò il cellulare dalla tasca dei pantaloni, e l’accese per illuminare quel buio gelido e puzzolente di marcio. Vide una miriade di scarafaggi correre da tutte le parti.
I brividi procurati dal freddo e dal ribrezzo divennero incontrollabili, allora riprese i suoi vestiti e se li rimise dopo un parziale controllo. Riprese a scendere e sentì qualcosa di viscoso sul viso che gli procurò un ulteriore moto di disgusto. Con la mano cercò di rimuovere quello che lui credeva si trattasse di una ragnatela. Intanto gli parve di vedere un bagliore azzurrino nel buio quasi assoluto. Ansia, angoscia e vero terrore si alternavano in lui.
Per un attimo pensò a lei. Spesso le tornava in mente durante la giornata. Lui le parlava come se fosse presente. “Francesca“, disse sottovoce, “cosa sto facendo? Perché mi trovo qui?“. In un attimo ripercorse i momenti passati insieme. Il giorno del matrimonio vestita di bianco e bella come il sole. Come in un film scorsero le immagini dei giorni passati insieme. Pensò a lei infine distesa su quel letto di sofferenza, ormai divorata dal male vigliacco.
Riprese a scendere ormai attirato dalla pallida luce che gli sembrava di scorgere in fondo alla scala. Lentamente, gradino dopo gradino, la luce aumentava di intensità, e gli parve di udire un leggerissimo mormorio. Si trovò su un altro pianerottolo dal quale ripartiva un’altra rampa che risultò essere l’ultima. Spasmi di paura lo invasero ad ondate. Da una porta socchiusa la luce azzurrina ormai illuminava abbastanza per rendersi conto che si trovava in uno scantinato umido e malsano.
Ti stavo aspettando” disse una voce fredda e impersonale. Luca sentì la voce uscire dalla stanza davanti a lui con la porta socchiusa. “Entra pure, ti stavo aspettando Luca“.
Sentendo il suo nome un brivido gli percorse la spina dorsale, qualcuno lo chiamava e lo conosceva. Ma chi poteva essere? E come faceva a sapere che c’era lui dietro la porta? Paralizzato dal terrore e con una voglia incredibile di scappare Luca incominciò ad indietreggiare lentamente cercando il gradino della scala. “Sarebbe un peccato che tu andassi via, dopo tutto, credo che tu voglia sapere perché ti trovi qui“.
Paura e curiosità ormai si scontravano in lui. Si bloccò e percorse i metri che lo separavano dalla porta, la spinse e si trovò in una stanza dove una persona, fiocamente illuminata da una lampada alla sua destra, era seduta dietro ad un tavolo. Il freddo era veramente insopportabile, quasi doloroso. Luca si rese conto che una patina di ghiaccio ricopriva il pavimento rendendogli l’equilibrio precario. Il resto della stanza era in penombra, e Luca faceva fatica a distinguerne i contenuti. L’uomo aveva davanti a se un enorme libro aperto.
Qui c’è scritto che Francesca è già con noi” fece una pausa ad effetto aspettando la reazione di Luca, che rimase stordito da quelle parole. “Cosa vuol dire?, ma lei chi è?” sussurrò Luca in preda ad una angoscia crescente. Il ricordo della moglie gli bruciava nel petto dolorosamente. “Non riesci proprio a capire chi sono? La tua mente si rifiuta di ammetterlo? Io sono una delle poche certezze della vita“, replicò l’uomo inclinando leggermente la testa di lato, come per studiarlo con attenzione. Luca cercò di replicare ma la voce rimase impigliata in gola. “Sto sognando, si, sto sicuramente sognando” disse Luca flebilmente.
Filosoficamente potrei dire che sono solo per coloro che vivono, non per coloro che muoiono“, sentenziò l’uomo. “Se credi in Dio non devi temermi perché sono legato inscindibilmente alla resurrezione, e dopo non avrai più sofferenze e dolori, e la tua vita sarà meravigliosa”.
Mentre l’uomo parlava, Luca vide, nel buio di fianco al tavolo, due puntini rossi come la brace muoversi leggermente. Un debole ringhio gli procurò un brivido di paura. Altri due puntini apparvero alla destra dell’uomo e il sommesso ringhio si fece forte e spaventoso. L’uomo alzò leggermente la mano e il silenzio scese improvviso. “Se invece sei ateo, allora purtroppo non credo che tu abbia molte speranze, perché negando l’anima che sopravvive al corpo dopo di me non esiste più nulla“, concluse dispiaciuto l’uomo richiudendo rumorosamente il librone davanti a sé.

Il rumore di un tagliaerba in funzione si perse nell’urlo sincopato di Luca, che si ritrovò per terra accanto al divano. Sudato e tremante prese coscienza di essere sveglio, e di aver fatto solo un brutto sogno, anzi un terribile incubo. Si rese conto di essersi addormentato. Si alzò faticosamente per sedersi sul divano quando sentì un rumore venire dalla cucina. Immediatamente si bloccò paralizzato. “Ci saranno i ladri in casa” pensò. Un attimo dopo vide una persona apparire sulla soglia della porta.
Luca non credette ai propri occhi; Francesca gli sorrideva radiosamente mentre si avvicinava.
Francesca, non capisco, ma tu sei…morta. Sto sognando ancora. Mi sei venuta a trovare in sogno“, disse Luca. “No, non stai sognando, sei tu che mi hai raggiunta e adesso staremo insieme per sempre” rispose Francesca accarezzandogli il viso e abbracciandolo.