“L’incontro di Giuseppe e Antonino (dicembre 1999)”, racconto di Vittorio Melandri

Piacenza: piazza Sant’Antonino in uno scatto di Mauro Molinaroli

È una fredda e pulita mattina di Dicembre, come non di rado né capitano dalle nostre parti, siamo nell’ultimo anno, veramente ultimo, del millennio.

È presto, il cielo è limpido, la luce non ha ancora completamente preso il sopravvento sull’oscurità, uscendo dalla penombra del porticato che completa la facciata neoclassica, Giuseppe muove qualche passo in direzione di S. Maria in Cortina, la chiesa quasi invisibile, che è lì da sempre, d’improvviso si volta a guardare il suo teatro, quello per intenderci che una guida verde chiama già, nella sua prima edizione del 1998, teatro municipale “Giuseppe Verdi”.

Un brivido lo scuote, non sappiamo se di freddo o di piacere, vediamo questo si, che calca il cilindro sulla testa e si sistema la sciarpa attorno al collo, prestando attenzione a non spettinare la bella e folta barba ben curata.

Alza lo sguardo e vi leggiamo palese compiacimento, la facciata immaginata da Lotario Tomba, è stata da poco ridipinta di un colore giallo, tendente all’ocra e gli appare linda e perfetta, con tutte le sue linee semplici e chiare che in bell’ordine, sono esaltate dal cielo azzurro e terso che fa da sfondo.

Poco più in là, nel silenzio mattutino che ancora impregna gradevolmente la piazza, Antonino, è appena uscito dalla porta centrale, questa mattina singolarmente aperta, della chiesa che fu cattedrale.

Lascia alle spalle la spoglia facciata e la torre ottagonale, che con la sua possanza, unica in tutta la città a stagliarsi così libera verso il cielo, fa da contrappunto al suo portamento, umile ma anche fiero, non più del suo passato di legionario, ma del suo presente di martire. Scende i pochi gradini della scalinata che separa la basilica dall’omonima piazza, Sant’Antonino, e il suo sguardo coglie Giuseppe proprio mentre questi è lì, fermo a rimirare l’opera altrui, che lui con la sua opera conferma e anche trasforma, fino a darle vita nuova ogni giorno.

Antonino non conosce Giuseppe, ma quando il maestro coglie la presenza dell’altro, e volgendo lo sguardo alla sua sinistra lo vede, entrambi si riconoscono.

L’uno è più giovane, se guardiamo al suo tempo di vita, secondo alcuni tanto breve da coincidere con il nulla, ma tanto più vecchio se ricordiamo da quanto tempo ci ha lasciato le sue spoglie, ritrovate proprio lì a due passi, in quella S. Maria in Cortina, oggi tristemente chiusa.

L’altro è più vecchio, ha vissuto quasi per intero il suo secolo, ed è morto giusto all’alba del secolo triste che sta finalmente per finire, ma è tanto più giovane rispetto a noi che assistiamo infreddoliti e curiosi, a questo straordinario incontro.

Al dialogo dà inizio Giuseppe, cogliendoci di sorpresa.

Avrai sentito Antonino, che si fa un gran parlare in città di una statua che ti rappresenta ed anche dell’opportunità di rivendicare i miei natali, secondo alcuni, avvenuti in terra piacentina.

Un gran parlare ribadisce Giuseppe, ma senza gioia aggiunge subito Antonino, come sempre più spesso accade, prevale, è questo che sento, la voglia di vedere vincere le proprie ragioni, sulla voglia di trovare delle buone ragioni.

Si spengono le luci notturne della città, un pullman di piccola taglia, colorato di bianco e di rosso, passa a ricordare ai nostri incredibili concittadini, che il tempo per la loro quieta conversazione, si è già un poco ridotto, come se ne volesse riguadagnare, Antonino prende sottobraccio Giuseppe e lo invita a risalire i gradini appena prima discesi, sino a portarsi in prossimità della porta principale della chiesa, da qui lo sguardo può facilmente spaziare tutto intorno, soffermarsi sul teatro, perdersi lungo Via Verdi, cercare invano di voltare l’angolo per imboccare via S. Antonino, il dialogo riprende.
Ti confermo Antonino, che non mi sono pentito di aver voluto sepoltura a Milano, ed anche, che mi fa sorridere questa disputa, per altro ignota a quelli di Parma, sulla mia nascita avvenuta di qua o di là di un labile confine fra due province che da sempre si specchiano l’una nell’altra, bagnate dallo stesso fiume, amate e odiate dalla stessa gente.

Io ho parlato tutta la vita e poi ancora quando è finita, lo stesso linguaggio, la musica, e questo mi fa cittadino del mondo, chi mi vuole onorare non può non tenerne conto.

Antonino è venuto fin qui dall’Egitto, extracomunitario per usare un termine a lui sconosciuto, noi che assistiamo sempre più incantati al dialogo fra i due, possiamo proprio dire, con un apparente gioco di parole, che le parole di Giuseppe suonano come musica per le sue orecchie. Presto lo sentiamo ribattere. Anch’io non mi sono pentito di aver lasciato la mia vita a Travo, in riva alla Trebbia, altri hanno poi disposto delle mie spoglie, ma mi accomuna con te l’aver parlato e il parlare tuttora un linguaggio universale, tu quello della musica io quello dell’amore, che poi altro non sono che due dialetti della stessa lingua. “Le parole degli uomini sono come ombre” ci ricorda quel grande scrittore lusitano, per questo da sole non bastano, occorre chi, come noi, cittadini del mondo, provi a dimostrare che gli uomini sono legati da un unico interesse. Stare. Trovarsi insieme.
In una cosa, in verità siamo differenti, tu sapevi già in vita di essere un grande musicista, io ho saputo molti anni dopo la mia morte, di essere diventato santo e patrono di questa città.

Tu, già in vita, hai spiegato con la tua musica che chi ti voleva onorare, doveva aprire porte, abbattere barriere, liberare gli uomini, tutti gli uomini, dalla peggiore delle schiavitù, quella che li incatena alle loro reciproche incomprensioni. A me lascia ricordare oggi, che la nostra lingua parlata di un tempo, chiamava patrono colui che aveva affrancato uno schiavo. Se ieri ho dato la mia vita per la costruzione della chiesa cattolica-universale piacentina, oggi che mi scopro patrono della città, sento che la mia ambizione è cresciuta, travalica i confini della mia chiesa, e vorrei essere, non solo santo protettore, ma nel senso antico del termine liberatore di tutti, credenti e non, residenti o solo di passaggio, compresi ovviamente quelli come me, gli extracomunitari.

Giuseppe è un po’ sorpreso, noi lo sappiamo, ne siamo certi, si sta chiedendo come la prenderanno i gentili promotori di un referendum, teso ad impedire che i piacentini spendano denari per costruire “un’altra chiesa”. Ci accorgiamo subito però che la sorpresa svanisce presto, il tempo scarseggia, il traffico sta aumentando, e vediamo che oltre a noi, che con discrezione abbiamo seguito il singolare incontro fin dal principio, qualche altro concittadino frettoloso e freddoloso, si è accorto di quei due, quantomeno singolari, personaggi e sappiamo come vanno queste cose.

È sufficiente che uno solo si fermi, ed in breve tempo Giuseppe ed Antonino si troverebbero nella scomoda convenienza di dover rendere conto del loro, a quel punto non più libero dialogare. È forse per questo, o forse anche perché l’aria fredda del mattino induce a desiderare un veloce ritorno alla dimora abituale, che Giuseppe con l’aria di chi, senza offendere il proprio interlocutore, vuol por fine all’incontro, chiede. Tu Antonino, posto che a caval donato non si guarda in bocca, dove vorresti fosse collocata la tua statua?

Quell’altro mostra subito di non avere dubbi, non lo so, risponde.
Sono passati tanti anni, la città è cambiata, tanti luoghi che potrebbero ospitarla degnamente, mi sono sconosciuti, e poi so bene che non compete a me fare una scelta. Oggi i nostri concittadini si sono dotati di strumenti appositi, per queste bisogna.

Assemblee, commissioni, esperti, tutti gelosi custodi delle loro prerogative. Forse posso esprimere un desiderio, questo si, un suggerimento magari, sottovoce, per non farlo pesare troppo. Ho saputo, caro Giuseppe, che recentemente, i piacentini più importanti, hanno dato vita in città ad un’assemblea per stringere fra loro un patto utile al rilancio di Piacenza.

È apparsa sul giornale una foto a suggello di quei lavori. Ritraeva insieme il Sindaco, il Presidente della provincia, ed il mio Vescovo. So che tutti e tre mi sono devoti, mi chiedo se non potrebbero proprio loro, trovare e indicare una soluzione che soddisfi il mio desiderio di cui prima ti parlavo. Desidero essere patrono di tutti, e non soltanto santo della diocesi. Mi piacerebbe poter incontrare tutti gli uomini e le donne di questa città, e scoprire che mi riconoscono non solo perché santo, cattolico, martire ed egiziano, ma anche perché capace di ricordare loro che hanno un superiore inter-esse da conquistare. Imparare a comprendersi. Io voglio essere d’aiuto.

Mi scuso per l’impertinenza, con i tre autorevoli personaggi che vado così a scomodare, ma lasciami esprimere, soprattutto al mio Vescovo, una supplica. Lasciatemi andare in trasferta, oltre i confini amorevoli della mia chiesa, e Lei sua Eminenza, mi sostenga, voglio propormi anche come patrono dei non cattolici.

Non ho la ventura di conoscerLa personalmente, ma se la fisiognomica non mi inganna, dei tre esimi personaggi cui sto chiedendo aiuto, mi pare proprio, in contrasto con l’abito che porta, sia Lei ad essere il più Laico.

Il maestro a questo punto, non nasconde il suo imbarazzo, lui è un uomo di mondo, come lui anche noi sappiamo che in questi casi le parole producono spesso effetti contrari, alle ragioni che vogliono perorare. Soprattutto se non usate con la dovuta prudenza e …deferenza. È un momento delicato, pensa Giuseppe, lo avvertiamo dalla sua espressione, anche perché nel frattempo un’altra domanda gli è venuta alla mente, intanto che Antonino parlava, o straparlava, non sappiamo bene, giunti a questo punto. La nuova domanda non è altro che la precedente rivolta se stesso. Lui, Giuseppe, la sua questione come la vorrebbe risolta?

Come se che quell’altro gli leggesse nel pensiero, sentiamo Antonino, che ritiene, evidentemente senza preoccupazioni di sorta, di aver esaurito la sua risposta, rivolgersi a Verdi senza mezze misure, come abbiamo imparato essere suo costume.

Io non credo che tu sia soddisfatto. Se i cittadini di Piacenza perdono tempo a rivendicare i tuoi natali, se si accapigliano per cambiare nome al loro teatro Municipale, credendo di onorarti se lo chiamano con il tuo nome, i cittadini di Piacenza sbagliano di grosso.

Proprio così Antonino, come ti ho già detto, mi sento cittadino del mondo, e ritrovarmi nato a Piacenza piuttosto che a Parma, mi è del tutto indifferente, e poi quanti teatri si chiamano già Giuseppe Verdi, no, se vogliono approfittare del centenario della mia morte, per fare qualcosa in mio nome, i miei amati piacentini devono essere, e mi perdonino se sembro poco generoso nei loro confronti, devono essere dicevo, più originali.

Anch’io provo ad esprimere sottovoce un desiderio, ma prima devo metterti a parte di una riflessione. Il nostro meraviglioso paese come sai, ospita un popolo che è stato definito in molti modi, un tempo qualcuno ha parlato di un popolo d’eroi, di navigatori, di santi, di poeti, più recentemente mi è capitato di leggere che Indro Montanelli, il venerato decano dei giornalisti italiani, lo definisce un “conglomerato di bastardi accampati sulla più bella terra del mondo”.

Io non credo al popolo d’eroi e neppure al popolo di bastardi, ma so per certo che è ancora in grande misura un popolo d’ignoranti, e che è somma la misura dell’ignoranza dell’alfabeto musicale. Un’iniziativa in mio nome, capace di erodere quell’ignoranza, mi farebbe felice.

Non penso alla nascita di legioni di musicisti, ma alla capillare diffusione della conoscenza di quella grammatica della musica, che potrebbe consentire a tutti di avvicinarsi di più, al senso universale del mio linguaggio.

Penso a Piacenza culla di un’università popolare della musica, capace nel nome di Verdi, di clonarsi in tutto il paese, con una missione dichiarata, quella di innalzare anche solo più su di un gradino la cultura musicale degli italiani. Sono un illuso? Chiedo davvero troppo?

Il silenzio, come doveva essere in principio, fa seguito alle parole del maestro. Antonino non sa davvero cosa aggiungere i due hanno esaurito il tempo a loro disposizione, la città si manifesta nella sua veste frenetica abituale, c’è spazio solo per ritirarsi, Antonino nella sua chiesa, Giuseppe nel suo teatro, noi al riparo dell’esile speranza che questa vigilia di Natale, l’ultima del millennio, porti davvero a Piacenza e alla sua gente, una qualche buona novella. Buon Natale

“Questa sera esco con un gatto”, intendimento di Paolo Mario Buttiglieri

Il mio gatto, olio su tela di Luigi Bonafede

San Francesco d’Assisi tra le altre cose è passato alla storia per il rapporto che aveva con gli animali. Contrariamente alle abitudini dei suoi contemporanei egli comprava gli uccelli per liberarli dalla gabbia.
Con gli animali aveva lo stesso rapporto dolce che aveva con esseri umani o cose. Oggi San Francesco, qualora si ritrovasse a dover rinascere, susciterebbe ancora scandalo e di sicuro non andrebbe a genio alle associazioni animaliste e a tutte quelle persone che la sera portano il cane a fare due passi per strada o che coccolano il gatto sul divano della sala da pranzo.
La società odierna sembra più rispettosa degli animali solo in apparenza. Sempre più gente diventa vegetariana, aumentano produzione, allevamento e vendita di animali domestici, ci sono persone che ideologicamente o politicamente si qualificano come animalisti con lo stesso spirito con cui una volta ci si qualificava come umanisti.
Con cani e gatti si sta meglio che con animali della stessa razza umana. Chi soffre di solitudine preferisce comprarsi un gatto piuttosto che fare amicizia con un essere umano. Le uniche sorprese che riserva il gatto sono la localizzazione dei suoi escrementi, che non sempre vengono depositati nell’apposita cassetta con ghiaia, ma che si possono ritrovare sul divano o sul letto o più semplicemente per terra.
Al gatto a volte viene anche voglia, senza invito o preavviso, di fare un salto sulla tavola imbandita per farsi una scorpacciata degli alimenti “umani”.
La compagnia del gatto è tutta particolare e soprattutto poco ingombrante. Il gatto è sempre morbido e si lascia accarezzare e vi si strofina addosso. Per una donna è una fonte di intimità notevole, molto diversa dall’intimità ansiogena del maschio umano, invadente, possessiva e inevitabilmente preliminare all’ attività sessuale.
Con l’animale la donna riesce a vivere un rapporto intimo molto rilassato improntato al gioco e alle carezze e in ogni caso informale e quindi gratificante.
Il rapporto con l’animale domestico è rilassante, non è problematico, non è fonte di stress e tensione. L’animale non parla, non contesta, non recrimina, non fa menate, non rompe le scatole e soprattutto è sempre pronto a ricevere e a dare affetto.
Non fa scenate di gelosia, di sesso non se ne parla, insomma è quasi il partner ideale. Per chi è logorroico poi non c’è ascoltatore migliore di un cane o di un gatto, sempre pronto a mostrarsi docile in cambio del pasto quotidiano assicurato.
Alla base dell’attuale boom dell’animale domestico c’è la difficoltà sempre maggiore da parte delle persone di sviluppare relazioni intime con le altre persone. Questa difficoltà sono legate al sistema di vita e di lavoro che non favorisce l’interazione sociale informale, all’incremento del rapporto passivo con macchine di produzione o di ricreazione e infine allo stress che accumulano le menti indebolite della gente.
L’animale domestico da questo rapporto surrogante non ne esce però del tutto incolume. Lo stress, le nevrosi, le paranoie del suo padrone sconvolgono la semplicità del suo equilibrio mentale. Da qui la nascita della figura dello Psicoveterinario, che si va ad affiancare allo Psicologo che tiene in cura il proprietario dell’animale.
Sempre più gente preferisce il possesso-amicizia di animali all’amicizia senza possesso di altre persone. Gli uomini, non intesi nel senso di maschi, hanno una psicologia più complicata di quella animale, non sono sempre disponibili e remissivi e soprattutto quando vogliamo troncare una relazione con loro ci sono grosse resistenze.
Insomma gli esseri umani non sono oggetti completamente manipolabili come gli animali. Rispettare gli animali non significa addomesticarli e usarli come surrogato dell’amicizia umana, significa rispettare il loro e nostro ambiente naturale in modo che per nutrirsi non abbiano bisogno di cibo in scatola. Così, paradossalmente, mentre il Partito Radicale metteva la banda nera al proprio simbolo in segno di lutto per i milioni di morti per fame ogni anno nel terzo mondo, milioni di persone senza battere ciglio spendevano oltre mezzo milione di lire all’anno per nutrire il proprio gatto con i bocconcini di fegato in scatola.
Una volta gli animali interessavano all’uomo solo come nutrimento o per qualche sadico gioco, oggi come riempitivo della solitudine e per alleviare lo stress.
E’ ora di riscoprire la dolcezza degli esseri umani, di superare la diffidenza, di accettare di rapportarsi con esseri simili senza tentare di prevaricarli e lasciare che gli animali vivano tra di loro le loro storie in santa pace.
Mentre è facile entrare in un negozio per comprarsi un cagnolino e poi portarselo a casa per giocarci insieme in modo rilassante, non è cosi facile superare le barriere formali della diffidenza e della paura che ci separano da chi si trova di fianco a noi sull’autobus o nella scrivania accanto.
Naturalmente dietro a queste barriere formali a volte si nasconde qualcuno che di rapporti rilassati e dolci non ne vuol sapere. In questi casi non conviene insistere, anche perché il mondo è grande e con tanta gente in cerca di dolcezza.

“Una bottiglia nel mare della lettura”. Con messaggio ritrovato da Roberto Tonelli

Libro aperto, olio su tela di Federico Maria Sardelli

Comprando libri usati è facile trovare all’interno note a margine o foglietti di appunti: dalle note della spesa ai conti di casa o elenchi di cose da fare.
Spesso i segnalibri abbandonati all’interno sono cartoline illustrate, biglietti di auguri, inviti ad eventi.
Sempre tutti questi segnali lasciati in una bottiglia nel mare della lettura ti fanno pensare alle vite di altri e ispirano congetture e storie.
Mi piace oggi condividere con voi il testo di un augurio di fine anno 1984 che ho trovato scritto sul retro di una cartolina liberty in cui è rappresentata una figura femminile che da una veranda guarda un paesaggio fatto di una distesa d’acqua con case e alberi all’orizzonte.
La destinataria è una certa Mary.
Per chi ha voglia di farlo, buona lettura.

Non è facile farti gli auguri, con il tempo che fugge e lascia sempre meno spazi per vedersi, per mettere in comune come un tempo i pensieri e un po’ anche le vite…non è facile per questa vita varia, ricca, imprevedibile che ci prende inaspettata con nuove storie, nuovi sentimenti, prospettive e sogni ogni volta da reinterpretare…
Eppure, al di là di questo, resta l’affetto, la partecipazione alla vita dell’altro, il voler esserci comunque, ogni volta, agli appuntamenti importanti della vita; anche solo con un augurio, una confidenza, un pensiero. Davvero di cuore, Mary, tanti auguri per questo nuovo anno che comincia, perché ti porti serenità e pace, a te che tanto tieni a che la pace non sia solo una parola…
Un bacione Cris

“Hey, ti ricordi di noi?”, intervento di Giuseppe Mori, infermiere

Da quando faccio l’infermiere, una delle affermazioni che sento più spesso è: “oh mamma… ma come fate? Come a fate a sopportare tutte quelle cose? Ah deve essere proprio una missione, eh certo! Non può che essere così!”. Anche una neo studentessa del corso di laurea mi ha chiesto. “ma secondo lei come si riesce a sopportare la vista del sangue… le urine… i vomiti…”.

Per chi non è del mestiere che è fuori da questo mondo, pensa all’aspetto “splatter” e pensa che la parte peggiore sia appunto quello che sento definire come: lo schifo!
A me viene da sorridere e come ho detto alla “neo studentessa”, il problema non è la parte “splatter”, certo a nessuno fa piacere avere a che fare con odori sgradevoli o escreti, secreti, oppure vedere come siamo fatti sotto la pelle, questo no, ma a questo prima o poi ci fai il callo, ti ci abitui ed è quasi divertente vedere, ad una cena tra amici che sono infermieri o medici, il momento (inevitabile) che ci si trova a parlare di diarree o di vomiti o di “quella volta che con l’ambulanza…” o di “quel paziente che…” e magari quei due o tre amici che non fanno parte della nostra tribù che ti guardano con uno sguardo allucinato e ti chiedono se casomai non si possa cambiare argomento.

Già a questo ti abitui e anche presto.

Quello che è difficile digerire è quello che io chiamo il “senso del dramma”, la drammaticità delle malattie che ti sconvolgono la vita o peggio te la chiudono.
Sapere, in anticipo, “quale sarà il finale del film” e che non ci sarà il lieto fine, mi fa venire in mente la canzone dei Negrita “…troppo spesso mi dimentico che lui è un matto autentico e qui, qui non è Hollywood”.
Sono le storie che accompagnano le persone che incontri, la loro storia, il loro essere, il loro carattere, i loro volti…

Un malato di cuore, olio su tela di Irene Allori

Come Luca…

La bronco aspirazione è una delle pratiche meno simpatiche (diciamo così) che come professionisti dobbiamo eseguire ma anche a quella prima o poi diventa facile sia la tecnica che “lo schifo” fino a che un giorno il paziente è Luca.
Luca è ricoverato in neurochirurgia perché, ha un tumore cerebrale, anzi un tumore cerebellare ovvero appoggiato proprio lì sul cervelletto ed è in una posizione che fa sì che sia inoperabile. Ora siamo in quella fase che riesce ancora a respirare, ma ha bisogno di un aiuto: una tracheotomia che ogni tanto va pulita.
Allora suona il campanello e quando si accende la luce che indica la sua camera, in guardiola cala il silenzio e ci si guarda negli occhi fino a che non esce un “dai Giuseppe vacci tu… per piacere… vacci tu che sei più forte…”.
Allora vai e lui è li nel suo letto ti guarda fisso negli occhi, mentre con un gesto lento ti indica con l’indice la tracheo, allora in silenzio, prendi il sondino monouso fai quello che devi, con professionalità e asetticità, mentre lui non ti stacca gli occhi di dosso neanche un attimo, poi ti fa un cenno, è a posto, rimetti in ordine, spegni tutto e te ne vai. Così in silenzio, perché tanto lui non può parlare e poi non hai niente da dire, perché cosa si può dire ad un bambino di otto anni che sta morendo? Già perché Luca ha otto anni e il primo sintomo è stato la perdita di equilibrio mentre giocava a calcio. Ed io ho sempre ringraziato dentro di me, all’infinito, i genitori quando hanno scelto di accompagnare gli ultimi giorni di Luca a casa, ed averci così risparmiato il dover vedere morire un bimbo di otto anni.
Ecco cosa è difficile da imparare a sopportare, perché anche se provi a difenderti a costruirti una corazza, una difesa, fatta di cinismo, professionalità, a volte di distrazione o di luoghi comuni, tranquilli il paziente che le tue difese te le fa crollare c’è sempre. Una falla seppur piccola, piccola lui la trova sempre, è matematico.

Padre con figlio malato, olio su tela di Demetrius Donadoni

Come Maria…

Una delle prime difese che ci si costruisce è: “beh era anziano, aveva i suoi belli anni, in fin dei conti la sua vita l’ha vissuta”. Corretto, non fa una piega finché un giorno mentre tenti di consolare la Maria che ha perso il marito 85enne, lei con gli occhi rossi ti dice “è vero aveva i suoi anni ed era malato, ma era il mio amore, Giuseppe, lui era il mio primo e unico amore”. E il tuo bel castello viene giù che è un piacere.
Ecco qual è la parte difficile del nostro lavoro, quando prestavo servizio all’elisoccorso la difesa era l’alto tecnicismo, l’urgenza, il salvare una vita, e poi soprattutto non li conosci! Non sai chi sono, non puoi avere tanta empatia, i soliti amici mi dicevano: “chissà cosa ti capiterà di vedere… Che coraggio…” ed io tra me e me pensavo qui non ci sono Luca o la Maria. Poi capita in una bella giornata d’estate, mattina presto, fresca soleggiata, la collina verde.
Ma non sarà mica…
Incidente stradale, un auto è finita contro un albero, per l’autista niente da fare, ok uno come tanti, un colpo di sonno se non fosse che… i cosiddetti curiosi parlano e scopri che la sua abitazione dista da lì non più di 200/250 metri e che ha 21 anni… ed è sposato… “ma non sarà mica… no dai un anno fa è morto suo fratello per un incidente…” e siccome è ad uno sputo di strada da casa arriva la moglie di 19 anni che ha capito tutto ma siccome è talmente grande il dolore che continua “perché lo tengono sotto al lenzuolo? Ma così fa fatica a respirare, e poi perché non fanno niente? E lo lasciano lì così?” e te l’unico pensiero che ti viene in mente è “e dai muoviti a fare quel c… o di certificato che ce ne andiamo da qui” e lei da oggi sarà vedova e chissà quanti progetti, speranze, sogni… Il dramma il senso del dramma anche lì.

Incidente stradale, olio su tela di Elio Borgonovo (opera giovanile)

Questo è la parte più difficile da imparare, è questo che se non impari a gestire ti fa cambiare mestiere, perché stanno e staranno sempre con te. L’unica difesa è non cercare di difenderti, di farli entrare (tanto loro la falla la trovano sempre) di coccolarteli, di farli diventare come dei tuoi amici o dei parenti lontani. Così diventano più leggeri e riesci a portarli con te.
Poi ogni tanto ti vengono a trovare e tu, te ne accorgi perché anche se è estate e c’è un bel sole e tutto va per il verso giusto, hai una strana e dolce malinconia, un piccolo dolore, non pesante ma persistente e allora ti fermi un attimo e loro sono lì, ti battono delicatamente su una spalla e ti dicono “hei ti ricordi di noi? Noi siamo qui tutto bene?”.

Il fantasma e il fiore, olio su tela di Vittorio Matteo Corcos

“Sogno o son desto?”, racconto di Alberto Zanini dal blog ‘igufinarranti.altervista.org’ pubblicato da Sensinverso edizioni

Il racconto “Sogno o son desto?” di Alberto Zanini è pubblicato nella raccolta “Pezzi”, Sensoinverso Edizioni.

Le cuffie le indossava per isolarsi dal mondo esterno, e la musica gli impediva di pensare, di ricordare, di rimpiangere. In pantaloncini corti e scarpette correva per sfinirsi. Un cartello attirò la sua attenzione e in un attimo prese una decisione. Doveva, voleva ricominciare a vivere. Dopo una settimana vendette la casa dove aveva passato giorni felici, e si liberò dei mobili per tagliare definitivamente con il passato. Acquistò la casa bianca dove aveva visto il cartello. Di fronte sorgeva una costruzione identica tranne che nel colore. Un grigio scuro cupo ed opprimente. Al limitare delle due costruzioni vi era un campo d’erba. La giornata volgeva al termine e una calda luce radente accompagnava il sole verso il commiato. Luca era sdraiato sul divano con lo sguardo puntato verso la tenda di cotone chiaro davanti a lui, ma in realtà perso nei suoi pensieri. Lo incuriosiva il suo vicino di casa. Era riuscito a vederlo poche volte. Usciva e rientrava in orari poco convenzionali con il suo taxi nero. Alto, magro e sempre vestito di scuro. Riservato e silenzioso, sembrava non volesse intrattenere nessun tipo di rapporto con la gente. Il miagolio di Omero lo riscosse dalle sue meditazioni, si alzò e avvicinandosi alla finestra, fece appena in tempo a scorgere la coda rossa del suo gatto che furtivamente entrava nel giardino del misterioso vicino di casa. Un’imprecazione gli sfuggì di bocca, e senza un attimo di esitazione uscì dall’appartamento e si diresse verso la casa di fronte. Attraversò la strada e spinse il cancello socchiuso. Sull’albero di tasso che svettava accanto alla casa, 3 corvi gracchiavano rumorosamente. Giunto davanti alla porta, dopo un attimo di esitazione, suonò ed attese vanamente. Nessuna risposta. Eppure era sicuro che l’uomo fosse in casa, perché fuori c’era la macchina. Risuonò ed attese ancora. Silenzio. Con un gesto meccanico spinse la maniglia in giù e la porta si aprì senza rumore. Perfettamente oliata pensò. Si accorse di avere invaso una proprietà privata, ma oramai era troppo tardi ed allora con una voce leggermente tremante disse:<<C’è qualcuno? Buon giorno, sono il suo vicino di casa.>> Ancora silenzio. Luca, senza rendersene conto, spinse la porta ed entrò senza aspettare che il padrone di casa gli dicesse avanti. Il cuore incominciò a battere forte. Era sempre stato così, impulsivo, curioso fin da piccolo. E spesso aveva rimediato brutte figure. Entrando Luca si trovò in un ambiente ampio, dove due muretti, alti un metro circa, creavano tre spazi di dimensione diverse. La parete davanti aveva a destra una porta chiusa. Le pareti erano completamente vuote, niente quadri, niente specchi, solo un orologio appeso al muro. Luca rimase sorpreso e perplesso nel notare che mancavano le lancette, come se il tempo fosse annullato. La casa era in penombra, tutte le finestre avevano le tapparelle quasi completamente chiuse, e uno strano odore aleggiava in casa, come di terra umida e marcia. C’era freddo. Luca fece qualche passo in avanti cercando di percepire qualche rumore. Silenzio. Guardò a sinistra senza rilevare nessuna presenza, invece a destra vide una porta chiusa, e appena dopo un’altra socchiusa. Si avvicinò e sentì un brivido di freddo. Si accostò alla porta e la spinse lentamente mentre il cuore prese a battere più forte. L’aprì completamente e nel buio scorse una scala che scendeva. Con la mano cercò l’interruttore, accese la luce che illuminò una scala di pietra nera con i gradini consunti, che scendevano fino ad un piccolo pianerottolo di riposo per ripartire verso il basso. Luca rimase stupito dalla lunghezza della scala, e si chiese dove andasse così in profondità. All’improvviso gli parve di sentire dei mormorii, delle voci che si accavallavano e non gli consentivano di capire cosa dicessero. Lentamente incominciò a scendere, arrivò al pianerottolo e si spense la luce. <<Cazzo>>, gli sfuggi a denti stretti, sentì un moto di paura nel ritrovarsi al buio. Un interruttore a tempo, pensò. Ritornò su lentamente con le mani che toccavano il muro per guidarsi nella risalita. Ritrovò l’interruttore e riaccese la luce. <<Adesso cosa faccio? >>Si domandò titubante. Decise di scendere più velocemente. Riprese la discesa quasi di corsa, imboccò la seconda rampa e vide un secondo pianerottolo.<<Ma quanto scende questa scala? >>mormorò con il cuore che ormai batteva all’impazzata. La luce si spense di nuovo, ma Luca decise di appoggiarsi al muro e continuare la discesa. Sentiva una specie di lanugine sotto le mani, era il salnitro che aveva notato prima. La muffa denotava un ambiente insano ed umido, ed infatti l’odore che aveva sentito nell’appartamento era diventato più forte, mentre la temperatura si era sensibilmente abbassata, faceva proprio freddo, un brivido percorse il suo corpo. Sentì qualcosa sulla mano e con un moto di fastidio cercò di spazzarla via con l’altra mano, ebbe un brivido lungo la spina dorsale e si rese conto di essere invaso da decine di zampette, che dalla mano risalivano il braccio fino ad prendere possesso del corpo. Ormai in preda al ribrezzo e alla paura incominciò a dimenarsi e a scalciare, per cercare di liberarsi di quegli animaletti disgustosi. Sentì quelle presenze infilarsi anche sotto il jeans risalendo verso l’inguine. Incominciò a spogliarsi in preda alla follia, rimase in slip percuotendosi il corpo con le mani aperte nella speranza di togliersi quello schifo dal corpo. Recuperò il cellulare dalla tasca del jeans e l’accese per illuminare un attimo quel buio gelido e puzzolente di marcio. Vide una miriade di scarafaggi correre da tutte le parti. I brividi procurati dal freddo e dal ribrezzo divennero incontrollabili, allora riprese i suoi vestiti e se li rimise dopo un superficiale controllo. Riprese a scendere e sentì qualcosa di viscoso sul viso che gli procurò un ulteriore moto di disgusto. Con la mano cercò di rimuovere quello che lui credeva si trattasse di una ragnatela. Intanto gli parve di vedere un bagliore azzurrino nel buio quasi assoluto. Ansia, angoscia e vero terrore si alternavano in lui. Per un attimo pensò a lei. Spesso le tornava in mente durante la giornata. Lui le parlava come se fosse presente. <<Francesca>>, disse sottovoce, <<cosa sto facendo? Perché mi trovo qui?>> In un attimo ripercorse i momenti passati insieme. Il giorno del matrimonio vestita di bianco e bella come il sole. Come in un film scorsero le immagini dei giorni passati insieme. Pensò a lei infine distesa su quel letto di sofferenza, ormai divorata dal male vigliacco . Riprese a scendere ormai attirato dalla pallida luce che gli sembrava di scorgere in fondo alla scala. Lentamente, gradino dopo gradino, la luce aumentava di intensità, e gli parve di udire un leggerissimo mormorio. Si trovò su un altro pianerottolo dal quale ripartiva un’altra rampa che risultò essere l’ultima. Spasmi di paura lo invasero ad ondate. Da una porta socchiusa la luce azzurrina ormai illuminava abbastanza per rendersi conto che si trovava in uno scantinato umido e malsano. <<Ti stavo aspettando>> disse una voce fredda e impersonale. Luca sentì la voce uscire dalla stanza davanti a lui con la porta socchiusa. <<Entra pure, ti stavo aspettando Luca>> Sentendo il suo nome un altro brivido gli percorse la spina dorsale, qualcuno lo chiamava e lo conosceva. Ma chi poteva essere? E come faceva a sapere che c’era lui dietro la porta? Paralizzato dal terrore e con una voglia incredibile di scappare Luca incominciò ad indietreggiare lentamente cercando il gradino della scala. <<Sarebbe un peccato che tu andassi via, dopo tutto, credo che tu voglia sapere perché ti trovi qui.>> Paura e curiosità ormai si scontravano in lui. Si bloccò e percorse i metri che lo separavano dalla porta, la spinse e si trovò in una stanza dove una persona, fiocamente illuminata da una lampada alla sua destra, era seduta dietro ad un tavolo. Il freddo era veramente insopportabile, quasi doloroso. Si rese conto che una patina di ghiaccio ricopriva il pavimento rendendogli l’equilibrio precario. Il resto della stanza era in penombra, e faceva fatica a distinguerne i contenuti. L’uomo aveva davanti a se un enorme libro aperto. <<Qui c’è scritto che Francesca è già con noi>> l’uomo fece una pausa ad effetto aspettando la reazione di Luca, che rimase stordito da quelle parole. <<Cosa vuol dire?, ma lei chi è?>> sussurrò in preda ad una angoscia crescente. Il ricordo della moglie gli bruciava nel petto dolorosamente.

<<Non riesci proprio a capire chi sono? La tua mente si rifiuta di ammetterlo? Io sono una delle poche certezze della vita >> replicò l’uomo inclinando leggermente la testa di lato, come per studiarlo con attenzione. Luca cercò di replicare ma la voce rimase impigliata in gola.<<Sto sognando, si, sto sicuramente sognando>> disse flebilmente.

<< Filosoficamente potrei dire che sono solo per coloro che vivono, non per coloro che muoiono>> sentenziò l’uomo. <<Se credi in Dio non devi temermi perché sono legato inscindibilmente alla resurrezione, e dopo non avrai più sofferenze e dolori, e la tua vita sarà meravigliosa.>> Mentre l’uomo parlava, Luca scorse, nel buio di fianco al tavolo, due puntini rossi come la brace muoversi leggermente. Un debole ringhio gli procurò un brivido di paura. Altri due puntini apparvero alla destra dell’uomo e il sommesso ringhio si fece forte e spaventoso. L’uomo alzò leggermente la mano e il silenzio scese improvviso. <<Se invece sei ateo, allora purtroppo non credo che tu abbia molte speranze, perché negando l’anima che sopravvive al corpo dopo di me non esiste più nulla.>> concluse dispiaciuto l’uomo richiudendo rumorosamente il librone davanti a se.

Il rumore di un tagliaerba in funzione si perse nell’urlo sincopato di Luca, che si ritrovò per terra accanto al divano. Sudato e tremante, prese coscienza di essere sveglio, e di aver fatto solo un brutto sogno, anzi un terribile incubo. Si rese conto di essersi addormentato. Si alzò faticosamente per sedersi sul divano quando sentì un rumore venire dalla cucina. Immediatamente si bloccò paralizzato. <<Ci saranno i ladri in casa>> pensò. Un attimo dopo vide una persona apparire sulla soglia della porta. Luca non credette ai propri occhi; Francesca gli sorrideva radiosamente mentre si avvicinava. <<Francesca, non capisco, ma tu sei…morta. Sto sognando ancora. Mi sei venuta a trovare in sogno.>> disse Luca. <<No, non stai sognando, sei tu che mi hai raggiunta e adesso staremo insieme per sempre>> rispose Francesca accarezzandogli il viso e abbracciandolo.

Zanini Alberto

“Sistemo le cose e torno dritta dritta a casa”, un racconto di Teresa Zinni

Ho finito gli esami, per questa sessione. Finalmente. Entro nella mia stanza e chiamo mia madre: “È andato pure questo, mamma. Adesso sistemo le ultime cose e torno dritta dritta a casa. Fra poco ho il treno. Ci vediamo dopo!”.
Chiudo la valigia, butto il libretto universitario nello zaino e vado alla stazione.
Fa caldo oggi, molto. È un caldo asfissiante e il vento che soffia leggero mi brucia lentamente la pelle. Questa valigia pesa troppo. Non ce la faccio a trascinarla. E lo zaino mi schiaccia le spalle. Non vedo l’ora di salire sul treno.
Sono al binario; mi accendo una sigaretta nell’attesa. Due tiri e la butto. Fa troppo caldo pure per fumare. Prendo il cellulare e scrivo alla mia migliore amica: “Ci vediamo stasera. Organizza un aperitivo: ho voglia di far festa”. Lei mi risponde con una faccetta ridente: “Avverto gli altri”. Sorrido. La mia terra, la mia gente: finalmente. Quante ne faremo st’estate. E poi il lavoro, e la tesi. Sarà un mese di fuoco, letteralmente. Penso troppo alle cose che dovrò fare nei prossimi giorni, tanto da non accorgermi che il treno è arrivato. Quasi lo perdo. Torno con i piedi per terra e salgo. Quanta gente c’è. Oggi è affollatissimo. Spero di trovare un posto. Ah, menomale: c’è l’aria condizionata. Respiro. Attraverso uno, due, tre vagoni. Eccolo là, un sedile vuoto. Accelero il passo: il ragazzo lì in fondo potrebbe rubarmi il posto e io tutto il viaggio in piedi proprio che non me lo voglio fare. Butto la valigia sul portabagagli e mi siedo. Di fronte a me c’è una ragazza, carina ma con una voce troppo stridente per i miei gusti. Ha voglia di chiacchierare ma non sono in vena di socializzare. Mi infilo repentinamente le cuffie nelle orecchie. Sparo il volume al massimo: nessuno mi deve disturbare.
Il treno è in corsa: e guardo la terra bruciata dal sole cocente di luglio; e guardo le chiome degli ulivi che si smuovono allo sfrecciare del treno. E guardo la mia terra: cristo, quant’è bella. E cristo quanto sono felice: pure quest’anno è andato. Dai, che la laurea è vicina. E poi? E poi la specialistica. Si, ma dove? Non lo so. Un problema alla volta sennò non risolvo nulla. Uh, devo avvertire il mio ragazzo: “Arrivo alle due. Mi vieni a prendere tu alla stazione?”-“Certo! Alle due, giusto? Tranquilla che mi faccio trovare al binario”. Perfetto.
Corre il treno. Corre.
Scorrono i minuti sull’ipod. Parte un’altra canzone. E poi un’altra ancora.
E poi.

E poi si ferma tutto.

Un boato. Un fischio. La mia testa che rimbalza sul sedile. Una, due, tre volte. Rimbalza forte. Mi fa male.
Volo. Volo lontano. Mi ritrovo sbattuta per terra. Schiacciata. Confusa. Stordita.
Cadono tutti. E urlano tutti.
Ho caldo. Poi, di colpo, ho freddo. Poi di nuovo caldo. Sento qualcosa che mi scorre lungo l’addome. E’ sangue: ho una lamiera conficcata dentro. Ma perché? Che è successo? Chiamate mia madre. Voglio mia madre. Chiamate mia mamma. Non capisco che cosa sta succedendo. Ho paura. Ho tanta paura. Voglio tornare a casa. Chiamate mia mamma.
Poi non sento più nulla. Non vedo più nulla.
Sono morta così, in un incidente ferroviario. In una calda giornata di luglio. E dopo l’impatto, solo un gran silenzio. Rimangono solo gli ulivi imbrattati di sangue. Rimangono solo le vite spezzate. E i sogni schiacciati. E i programmi annullati. Rimangono solo storie sospese.
Non ci sarà nessun aperitivo stasera. Avvertite la mia migliore amica.
Non arriverò mai alla stazione alle due. Avvertite il mio ragazzo.
Non tornerò mai a casa: ditelo a mamma.
È finito tutto così: chè tanto non ci vuole niente.

Vedo che ne parlano in molti, di quello che è successo. Tra due mesi già non si ricorderà più nessuno di noi.
Ricordami tu, mamma. Ricordami raccontando quello che ero. Quello che volevo fare. Quelli che erano i miei progetti. Raccontami: raccontami nei difetti e nei pregi. Racconta di come me ne sono andata sotto il sole cocente di luglio, tra le lande della mia amata terra.
Ricordami tu, mamma. Mi mancherai.

[Puglia, 12 luglio 2016]

“Sogno o son desto?”, un racconto di Alberto Zanini, narrante in Piacenza

Oltre la porta, un’immagine di Cinzia Santagati

Le cuffie le indossava per isolarsi dal mondo esterno, e la musica gli impediva di pensare, di ricordare, di rimpiangere. In pantaloncini corti e scarpette correva per sfinirsi. Un cartello attirò la sua attenzione e in un attimo prese una decisione. Doveva, voleva ricominciare a vivere. Dopo una settimana vendette la casa dove aveva passato giorni felici, si liberò dei mobili per tagliare definitivamente con il passato.
Acquistò la casa bianca dove aveva visto il cartello. Di fronte sorgeva una costruzione identica tranne che nel colore. Un grigio scuro cupo ed opprimente. Oltre le due costruzioni vi era del terreno incolto.
La giornata volgeva al termine e una calda luce radente accompagnava il sole verso il commiato. Luca era sdraiato sul divano con lo sguardo puntato verso la tenda di cotone chiaro, ma in realtà perso nei suoi pensieri. Lo incuriosiva il suo vicino di casa. Era riuscito a vederlo poche volte. Usciva e rientrava in orari poco convenzionali con il suo taxi nero. Alto e magro e sempre vestito di scuro. Riservato e silenzioso, sembrava non volesse intrattenere nessun tipo di rapporto con la gente.
Il miagolio di Omero lo riscosse dalle sue meditazioni, si alzò e avvinandosi alla finestra, fece appena in tempo a veder la coda rossa del suo gatto che furtivamente entrava nel giardino del suo misterioso vicino di casa. Gli sfuggì un’imprecazione, e senza pensarci un attimo uscì dall’appartamento e si diresse verso l’abitazione di fronte. Attraversò la strada e spinse il cancello socchiuso. Sull’albero di tasso che svettava accanto alla casa, tre corvi gracchiavano rumorosamente. Giunto davanti alla porta, dopo un attimo di esitazione suonò, ed attese.
Nessuno rispose. Era sicuro che l’uomo fosse in casa, perché fuori c’era la macchina. Risuonò ed attese ancora. Silenzio. Con un gesto meccanico spinse la maniglia in giù e la porta si aprì senza rumore. Perfettamente oliata pensò. Si accorse di avere invaso una proprietà privata, ma oramai era troppo tardi ed allora con una voce leggermente tremante disse: “C’è qualcuno? Buongiorno, sono il suo vicino di casa”. Ancora silenzio.
Luca, senza rendersene conto, spinse la porta ed entrò senza aspettare che il proprietario gli dicesse “Avanti“. Il cuore incominciò a battere forte. Era sempre stato così, impulsivo, curioso fin da piccolo. E spesso aveva rimediato brutte figure. Entrando Luca si trovò in un ambiente ampio, dove due muretti, alti un metro circa, creavano tre spazi di dimensione diverse. Le pareti erano completamente vuote, niente quadri, niente specchi, solo un orologio appeso al muro. Luca rimase sorpreso e perplesso nel notare che mancavano le lancette, come se il tempo non esistesse. La casa era in penombra, tutte le finestre avevano le tapparelle quasi completamente chiuse, e uno strano odore aleggiava in casa, come di terra umida e marcia. C’era freddo.
Fece qualche passo in avanti cercando di percepire qualche rumore. Silenzio. Guardò a sinistra senza rilevare nessuna presenza, invece a destra vide una porta chiusa, e appena dopo un’altra socchiusa. Si avvicinò e sentì un brivido di freddo. Si accostò alla porta e la spinse lentamente mentre il cuore prese a battere più forte. L’aprì completamente e nel buio scorse una scala che scendeva.
Con la mano cercò l’interruttore, accese la luce illuminando una scala di pietra nera con i gradini consunti, che scendevano fino ad un piccolo pianerottolo di riposo per ripartire verso il basso. Luca rimase stupito dalla lunghezza della scala, e si chiese dove andasse così in profondità. All’improvviso gli parve di sentire dei mormorii, delle voci che si accavallavano e non gli consentivano di capire cosa dicessero. Lentamente incominciò a scendere, arrivò al pianerottolo e si spense la luce. “Cazzo” gli sfuggi a denti stretti, sentì un moto di paura nel ritrovarsi al buio.
Un interruttore a tempo, pensò. Ritornò su lentamente con le mani che toccavano il muro per guidarsi nella risalita. Ritrovò l’interruttore e riaccese la luce. “Adesso cosa faccio?”, si domandò titubante. Decise di scendere più velocemente. Riprese la discesa quasi di corsa, imboccò la seconda rampa e vide un secondo pianerottolo. “Ma quanto scende questa scala?”, mormorò.
La luce si spense di nuovo, ma Luca, con il cuore che batteva all’impazzata, decise di appoggiarsi al muro e continuare la discesa. Sentiva una specie di lanugine sotto le mani, era il salnitro che aveva notato prima. La muffa indicava un ambiente insano ed umido, ed infatti l’odore che aveva sentito nell’appartamento era diventato più forte, mentre la temperatura si era sensibilmente abbassata, faceva molto freddo e un brivido percorse il suo corpo.
Sentì qualcosa sulla mano e con un moto di fastidio cercò di spazzarla via con l’altra mano. Si rese conto di essere invaso da decine di zampette, che dalla mano risalivano il braccio fino ad invadergli il corpo. Ormai in preda al ribrezzo e alla paura incominciò a dimenarsi e a scalciare, per cercare di liberarsi di quegli animaletti disgustosi. Sentì quelle presenze infilarsi anche sotto il jeans risalendo verso l’inguine. Incominciò a spogliarsi freneticamente in preda alla follia. Rimase in slip percuotendosi il corpo con le mani aperte nella speranza di togliersi quello schifo dal corpo. Recuperò il cellulare dalla tasca dei pantaloni, e l’accese per illuminare quel buio gelido e puzzolente di marcio. Vide una miriade di scarafaggi correre da tutte le parti.
I brividi procurati dal freddo e dal ribrezzo divennero incontrollabili, allora riprese i suoi vestiti e se li rimise dopo un parziale controllo. Riprese a scendere e sentì qualcosa di viscoso sul viso che gli procurò un ulteriore moto di disgusto. Con la mano cercò di rimuovere quello che lui credeva si trattasse di una ragnatela. Intanto gli parve di vedere un bagliore azzurrino nel buio quasi assoluto. Ansia, angoscia e vero terrore si alternavano in lui.
Per un attimo pensò a lei. Spesso le tornava in mente durante la giornata. Lui le parlava come se fosse presente. “Francesca“, disse sottovoce, “cosa sto facendo? Perché mi trovo qui?“. In un attimo ripercorse i momenti passati insieme. Il giorno del matrimonio vestita di bianco e bella come il sole. Come in un film scorsero le immagini dei giorni passati insieme. Pensò a lei infine distesa su quel letto di sofferenza, ormai divorata dal male vigliacco.
Riprese a scendere ormai attirato dalla pallida luce che gli sembrava di scorgere in fondo alla scala. Lentamente, gradino dopo gradino, la luce aumentava di intensità, e gli parve di udire un leggerissimo mormorio. Si trovò su un altro pianerottolo dal quale ripartiva un’altra rampa che risultò essere l’ultima. Spasmi di paura lo invasero ad ondate. Da una porta socchiusa la luce azzurrina ormai illuminava abbastanza per rendersi conto che si trovava in uno scantinato umido e malsano.
Ti stavo aspettando” disse una voce fredda e impersonale. Luca sentì la voce uscire dalla stanza davanti a lui con la porta socchiusa. “Entra pure, ti stavo aspettando Luca“.
Sentendo il suo nome un brivido gli percorse la spina dorsale, qualcuno lo chiamava e lo conosceva. Ma chi poteva essere? E come faceva a sapere che c’era lui dietro la porta? Paralizzato dal terrore e con una voglia incredibile di scappare Luca incominciò ad indietreggiare lentamente cercando il gradino della scala. “Sarebbe un peccato che tu andassi via, dopo tutto, credo che tu voglia sapere perché ti trovi qui“.
Paura e curiosità ormai si scontravano in lui. Si bloccò e percorse i metri che lo separavano dalla porta, la spinse e si trovò in una stanza dove una persona, fiocamente illuminata da una lampada alla sua destra, era seduta dietro ad un tavolo. Il freddo era veramente insopportabile, quasi doloroso. Luca si rese conto che una patina di ghiaccio ricopriva il pavimento rendendogli l’equilibrio precario. Il resto della stanza era in penombra, e Luca faceva fatica a distinguerne i contenuti. L’uomo aveva davanti a se un enorme libro aperto.
Qui c’è scritto che Francesca è già con noi” fece una pausa ad effetto aspettando la reazione di Luca, che rimase stordito da quelle parole. “Cosa vuol dire?, ma lei chi è?” sussurrò Luca in preda ad una angoscia crescente. Il ricordo della moglie gli bruciava nel petto dolorosamente. “Non riesci proprio a capire chi sono? La tua mente si rifiuta di ammetterlo? Io sono una delle poche certezze della vita“, replicò l’uomo inclinando leggermente la testa di lato, come per studiarlo con attenzione. Luca cercò di replicare ma la voce rimase impigliata in gola. “Sto sognando, si, sto sicuramente sognando” disse Luca flebilmente.
Filosoficamente potrei dire che sono solo per coloro che vivono, non per coloro che muoiono“, sentenziò l’uomo. “Se credi in Dio non devi temermi perché sono legato inscindibilmente alla resurrezione, e dopo non avrai più sofferenze e dolori, e la tua vita sarà meravigliosa”.
Mentre l’uomo parlava, Luca vide, nel buio di fianco al tavolo, due puntini rossi come la brace muoversi leggermente. Un debole ringhio gli procurò un brivido di paura. Altri due puntini apparvero alla destra dell’uomo e il sommesso ringhio si fece forte e spaventoso. L’uomo alzò leggermente la mano e il silenzio scese improvviso. “Se invece sei ateo, allora purtroppo non credo che tu abbia molte speranze, perché negando l’anima che sopravvive al corpo dopo di me non esiste più nulla“, concluse dispiaciuto l’uomo richiudendo rumorosamente il librone davanti a sé.

Il rumore di un tagliaerba in funzione si perse nell’urlo sincopato di Luca, che si ritrovò per terra accanto al divano. Sudato e tremante prese coscienza di essere sveglio, e di aver fatto solo un brutto sogno, anzi un terribile incubo. Si rese conto di essersi addormentato. Si alzò faticosamente per sedersi sul divano quando sentì un rumore venire dalla cucina. Immediatamente si bloccò paralizzato. “Ci saranno i ladri in casa” pensò. Un attimo dopo vide una persona apparire sulla soglia della porta.
Luca non credette ai propri occhi; Francesca gli sorrideva radiosamente mentre si avvicinava.
Francesca, non capisco, ma tu sei…morta. Sto sognando ancora. Mi sei venuta a trovare in sogno“, disse Luca. “No, non stai sognando, sei tu che mi hai raggiunta e adesso staremo insieme per sempre” rispose Francesca accarezzandogli il viso e abbracciandolo.

“Senza cuore”, un racconto di Alberto Zanini, narrante in Piacenza

Cuore, olio su tela di Alice Bertan

La voce metallica dello speaker annunciò l’arrivo del treno. Era in piedi immobile con gli occhi chiusi, sembrava dormisse, fece tre passi laterali a destra, si fermò, ne fece altri due sempre a destra, quindi parve soddisfatto. Il treno rallentò sensibilmente fino a fermarsi completamente con uno stridore di freni. Lui si trovò perfettamente davanti alla porta che con uno sbuffo pneumatico si aprì, scesero cinque persone quindi salì e imboccò il corridoio a sinistra avviandosi verso la testa del convoglio. Vide un posto libero vicino al finestrino con il sedile orientato verso il senso di marcia, prese il giornale dalla borsa di pelle che ripose nell’alloggiamento dei bagagli in alto, e si sedette in attesa di ripartire. Lesse in prima pagina la notizia del premier dell’opposizione che si lamentava per la giustizia che, a suo dire, lo perseguitava continuamente. Franz, cullato dal tranquillo sferragliare del treno chiuse gli occhi. Immaginava di essere vicino al politico in questione, di agguantargli il colletto della giacca e di prenderlo a pedate fino ad accompagnarlo davanti al carcere.

Riaprì gli occhi, prese il cellulare, richiamò dalla rubrica un numero e rimase in attesa finché una voce non rispose. <<Ciao, sono in treno e sto tornando, sarò a casa nel primo pomeriggio, se vuoi ci vediamo al solito pub e ti racconto cosa ho visto>> disse lui. <<Ciao>> rispose una voce femminile <<ok a presto>> e chiuse la comunicazione. Franz era cresciuto fra i balloon della Marvel e i vinili graffiati del Progressive inglese. In quegli anni gli attentati dei terroristi e dei mafiosi, gli avevano fatto nascere una forte avversione verso i criminali. L’idea di un super eroe che proteggesse i cittadini come quelli americani si era fatta strada pian piano nel suo immaginario. Il fumetto sarebbe stato il suo grido di rabbia contro le ingiustizie.

Lei varcò la soglia della “Prima Stazione” e fece scorrere lo sguardo per il locale finché non lo vide ad un tavolo in fondo alla sala. <<Franz>> disse avvicinandosi, lui alzò lo sguardo dal portatile e le sorrise, <<ciao Chiara>> disse alzandosi, e la baciò dolcemente sulle labbra. Con i capelli biondi naturali, lunghi e legati, un delizioso nasino all’insù, una bocca ben delineata ma non eccessivamente carnosa e due occhi grandi e luminosi completavano un viso molto carino spruzzato di lentiggini.

<<Com’è andata?>> chiese la ragazza. <<Ho pensato ad una storia intrigante>> rispose Franz <<questa volta The Judge se la vedrà con un criminale insospettabile, molto violento e inafferrabile>>. Mentre beveva Franz chiuse gli occhi e rimase immobile, Chiara credendolo addormentato gli mise una mano sulla spalla e lui sembrò riprendersi e con gli occhi ancora chiusi disse: << entreranno due ragazze, una bionda con i capelli corti a caschetto, abito nero sopra il ginocchio e borsa rossa, l’altra non riesco ancora a vederla bene, ma credo abbia capelli neri non molto lunghi e jeans, con una maglietta chiara>>. Franz riaprì gli occhi ed entrambi si misero a fissare l’ingresso ed attesero qualche istante. Quando si aprì la porta entrarono due ragazze. La previsione si rivelò quasi esatta tranne che per il colore della borsa, non rossa ma lilla. Chiara non disse niente ma rimase leggermente turbata senza però darlo a vedere. All’uscita del locale si separarono e lui prima di andare a casa decise di passare a prendere il take away in un ristorante cinese.

Con le bacchette di legno laccate blu cobalto agguantò una matassina di spaghetti di riso, la intinse in una scodellina con della soia e la depositò in bocca, quindi prese un pezzettino di carne gocciolante di sugo piccante e rifece lo stesso percorso verso la bocca. La stanza era in penombra rischiarata dalle immagini del televisore accesso, seduto comodamente sul divano con le gambe appoggiate al tavolino di cristallo ascoltava distrattamente il telegiornale, mentre le bacchette lentamente ma senza sosta si muovevano con perizia. La tazza di the bollente alla menta spingeva le volute di vapore verso il soffitto mentre il gatto Corto acciambellato sul divano sognava rumorosamente. Il grande lcd alla parete era una presenza nebbiosa che aleggiava sulla voluttà della cena, ma come un faro che appare improvviso e squarcia il muro lattiginoso della nebbia, una notizia catturò l’attenzione di Franz che ridestandosi rapidamente cercò freneticamente il telecomando e alzò il volume. Appena in tempo per cogliere le ultime parole del giornalista che ricordava come fosse ormai da molti anni che il boss Turi detto il “senza cuore” fosse latitante e che la polizia sembrava avesse individuato il nascondiglio per l’ennesima volta troppo tardi. Fece in tempo ad ascoltare anche la notizia della condanna, inaspettata, del politico che in mattinata lui aveva immaginato di prendere a pedate. Un sorriso increspò le sue labbra mentre con il telecomando spegneva il televisore e senza volere scivolò in un sonno profondo.

Erano mesi che gli appostamenti si susseguivano senza sosta. La microtelecamera delle dimensioni di una moneta registrava le immagini che venivano monitorate 24 ore su 24. La moglie e i figli erano controllati continuamente, lo sforzo fisico, mentale ed economico era notevole, ma tutti speravano di poter raccogliere i frutti dell’enorme lavoro e di tutte quelle ore passate in macchina al buio e al freddo in compagnia solo di un thermos di caffè. Con un cannocchiale astronomico, di quelli in dotazione all’Fbi, inquadrava la villetta fiocamente illuminata dal lampione. All’improvviso si aprì la porta e la donna uscì con un sacco nero, di quelli dell’immondizia, ma invece di dirigersi verso il cassonetto verde vicino svoltò a destra. L’uomo si insospettì immediatamente e senza scendere dalla macchina seguì con il binocolo ad infrarossi la donna malgrado la visuale fosse leggermente disturbata da alcune macchine parcheggiate. Riuscì comunque a seguirla fino ad un altro cassonetto più lontano. Non lo convinceva il fatto che una persona dovesse andare a buttare la spazzatura lontano quando ne aveva uno più vicino. La donna si avvicinò al cassonetto e con il piede abbassò la leva per aprire lo sportello basculante, ma invece di deporvi il sacchetto all’interno lo appoggiò per terra, fece richiudere lo sportello e s’incamminò verso casa. La manovra non sfuggì all’uomo che invece di seguire la donna concentrò lo sguardo sul cassonetto. La tentazione di scendere dalla macchina era forte ma decise di rimanere al suo posto per non vanificare stupidamente quella che sembrava potesse essere uno sviluppo interessante dell’indagine. Rimase in macchina in paziente attesa. Nel frattempo alcune persone, anche dei bambini, passarono vicino al cassonetto ma tutti si disinteressarono del sacchetto, come se non lo vedessero, o come se sapessero che quel sacchetto non doveva essere toccato.

Dopo qualche minuto una persona vestita di scuro con un cappellino calato sugli occhi si avvicinò furtivamente guardando bene in giro, quindi prelevò con un movimento deciso il sacchetto e s’incamminò verso una macchina con il motore acceso, probabilmente già lì da prima che arrivasse la donna. L’uomo vestito di scuro mise il sacchetto sul sedile dietro salì in macchina e partì subito però senza dare nell’occhio. Anche lui partì con discrezione senza accendere le luci e lo seguì da lontano. L’uomo vestito di nero fece più volte la stessa strada come se volesse controllare che nessuno lo seguisse, lui dietro stava molto attento a non farsi vedere. Continuarono a girare a vuoto finché l’uomo in nero giunse vicino alla Chiesa e qui si fermò nella via laterale dove vi era la Canonica. Spense le luci ed attese qualche istante, nel frattempo anche lui si fermò a debita distanza ma tenendo sott’occhio l’ingresso dell’abitazione del parroco. L’uomo in nero scese dalla macchina attraversò la stradina suonò il campanello e senza aspettare mise il sacchetto per terra si guardò intorno e ritornò alla macchina, accese il motore e ripartì. Lui intanto guardava immobile al buio. Passarono pochi secondi e la porta della canonica si aprì, il prete mise fuori la testa guardò a destra e a sinistra quindi raccolse il sacchetto e rientrò dentro. Lui intanto pensava se in quel sacchetto non ci fosse una normale donazione per la gente povera, ma lo insospettiva tutta la segretezza della consegna. E perché al prete? La catena si era interrotta o il prete era un anello di tutto? Mentre elaborava il pensiero vide che la porta si apriva di nuovo, il prete uscì con una valigetta spense la luce e chiuse a chiave, quindi si avvicinò alla sua utilitaria bianca, mise in moto e ripartì con una certa fretta.

Lui a sua volta decise di seguirlo sempre con molta attenzione. Il prete dopo un giro a vuoto uscì dalla città e imboccò una provinciale quindi dopo pochi chilometri prese una stradina sterrata. Lui sempre a fari spenti seguiva in lontananza le luci di posizione della macchina bianca, sapeva che quella era la direzione di una masseria un po’ isolata. Infatti poco dopo vide l’utilitaria imboccare l’ingresso del cortile davanti alla casa. Lui proseguì per la strada passò davanti alla masseria e si fermò un centinaio di metri dopo, fece la manovra d’inversione e aspettò in silenzio a motore spento. Era un punto dove non riusciva a vedere l’ingresso della casa però avrebbe visto la macchina se fosse uscita per ritornare in paese. Dopo un’oretta la macchina bianca comparve e si diresse verso il paese. A questo punto lui ritenne che l’unica cosa da fare era andare a vedere chi ci abitava per dissipare qualsiasi dubbio. Un prete che usciva di sera tardi. Perché? Per una estrema unzione? Possibile, ma poco probabile, a lui non risultava che ci fosse qualcuno in fin di vita. E poi in quella masseria non si ricordava neanche chi ci abitasse, anzi credeva fosse disabitata. Il sospetto aumentò, e la speranza di essere vicino alla soluzione gli diede l’impulso definitivo, decise di scendere dalla macchina, prese quello che gli serviva e facendo attenzione ripercorse a piedi la distanza fino alla casa.

La luna per fortuna era nascosta e silenziosamente si avvicinò alla finestra ma vide che era oscurata come anche tutte le altre. Prese una manciata di sassolini e li lanciò contro la porta,sentì un lieve rumore di passi e vide la luce che filtrava sotto la porta spegnersi quindi il silenzio totale avvolse la casa. Attese, ma il silenziò si prolungò. Attese ancora. Passarono cinque minuti, poi dieci. Percepì un leggero rumore e dopo pochi istanti vide la porta socchiudersi, un viso apparve appena rischiarato e nel buio spiccava il bagliore fuggevole di una lama. Lui con un salto uscì dall’ombra, appoggiò la Taser x26 sul bicipite brachiale dell’uomo e fece partire una brevissima scarica elettrica. Il coltello cadde e l’uomo indietreggiò all’interno della casa, lui lo seguì velocemente richiudendosi la porta alle spalle, cercò a tentoni l’interruttore e lo accese. L’uomo era visibilmente disorientato e si toccava il braccio colpito dalla scarica elettrica. Lui fece scorrere lo sguardo intorno.

La stanza era pulita e arredata spartanamente: un tavolo al centro della stanza con una radio, una bibbia e parecchi fogli, un tavolino fungeva da piccolo altare con un immagine della Madonna con il bambino. Niente televisione né computer. Da una porta aperta si intravedeva una cucina. Lui lo fissò, e sebbene l’unica foto che possedevano risalisse agli anni giovanili, fu sicuro di riconoscerlo.<<Finalmente la caccia è finita>> disse mentre inseriva una cartuccia verde nella taser. <<Non capisco di cosa stia parlando>> rispose mentre con la mano si toccava la punta del naso. <<Sei Turi Troìna detto il “senza cuore”, sappiamo tutto di te. I pentiti ti hanno tradito: hai sciolto nell’acido personalmente delle persone compreso un ragazzino, hai ordinato stragi e omicidi, ed hai il coraggio di leggere la Bibbia e onorare la Madonna? Hai stretto rapporti con politici e massoni, hai agito indisturbato per tanti anni rimanendo sempre vicino ai tuoi luoghi senza che nessuno ti desse fastidio>> <<I pentiti? Uomini di merda sono, come fate a dare retta a quelli là?>> replicò Turi puntandogli il dito contro. Nel suo sguardo magnetico, sinistro, cattivo era concentrato tutto il suo potere che per tanti anni aveva esercitato in maniera assoluta, totale.

Lui non ne fu sorpreso, ma un brivido gli percorse la spina dorsale, era il numero uno incontestabile ed adesso era arrivato il momento di bloccarlo, esautorarlo cancellarlo definitivamente. <<Credi di potermi arrestare così facilmente con una pistola di plastica?>> chiese lui con un sorriso storto mentre cercava di avvicinarsi. Circa tre metri li dividevano. <<Non ci penso nemmeno>> rispose lui <<ho un altro programma per te Turi “senza cuore”>>. Il puntatore laser della taser proiettò la lucina rossa verso il torace di Turi e mentre pronunciava queste parole premette il grilletto. Il gas compresso fece partire due freccette, con delle punte lunghe 13 millimetri, con una velocità di uscita di 50 m/s. Le freccette collegate al dispositivo da due sottili cavi isolati attraversarono i vestiti e si conficcarono nella pelle di Turi e grazie agli ardiglioni rimasero ancorati. Il circuito elettrico tra la taser e il corpo si chiuse, Turi venne colpito al torace, tra i piccoli dardi vi era una distanza di 40 centimetri circa.

L’effetto fu molto doloroso e provocò una contrazione dei muscoli toccati. Gli impulsi durarono 100 microsecondi e si ripeterono 19 volte al secondo per 5 secondi in tutto. In quei 5 secondi subì una scarica da 50.000 volt. Il boss cadde a terra rovinosamente immobilizzato. Di solito non si perde conoscenza. Di solito non si provoca l’arresto circolatorio. Di solito. Ma Turi senza cuore soffriva di una malattia cardiovascolare cronica e la conseguenza fu un aritmia mortale. Quando il cuore di Turi cessò di battere dopo 20/30 secondi anche il cervello smise di funzionare, ma la consapevolezza cosciente continuò per qualche minuto, la sensazione del tempo che rallentava, vide una luce abbagliante spegnersi e credette di essere trascinato sott’acqua e la paura lo invase per la prima volta in vita sua.

Lui gli si avvicinò e cercò il battito senza trovarlo, andò in cucina prese un coltellaccio da arrosto dal cassetto, ritornò vicino al corpo e dopo averlo spogliato completamente incominciò ad incidere profondamente la carne. Fece un taglio ad Y facendo partire l’incisione dei bracci della Y dalla parte anteriore delle spalle fino a congiungersi all’estremità inferiore dello sterno, quindi continuò la coda della Y fino al pube deviando leggermente all’altezza dell’ombelico. Si guardò in giro fino a che non vide il coltello havoc di Turi per terra vicino alla porta. Lo raccolse e incominciò a scollare il lembo superiore della Y che partiva da sotto il mento alla parte superiore del torace quindi la rialzò e la tirò sopra la faccia del boss.

Rifece la stessa operazione di scollatura con i due lembi laterali della Y costituiti dalla pelle del torace. Si passò la mano insanguinata sulla fronte per detergersi dal sudore, ormai copioso. La cassa toracica risultò esposta, ritornò in cucina, aprì dei cassetti finchè non trovò un trinciapollo con il quale recise le cartilagini che collegavano le costole allo sterno, riprese l’havoc e tagliò l’articolazione che legava la clavicola allo sterno. Le gocce di sudore cadevano sul cadavere e si mescolavano al sangue. Rimosse il piastrone sternale ormai staccato dallo scheletro e apparvero esposti gli organi interni accompagnati da un odore disgustoso. Immerse le mani freneticamente in mezzo ai polmoni alla ricerca del cuore, lo agguantò e gli scivolò fra le dita, lo riprese e con l’havoc lo staccò dall’osceno ammasso sanguinante <<Adesso puoi dire di essere veramente “senza cuore” figlio di puttana>> sussurrò lui emettendo un gemito seguito da un urlo singhiozzante.

Sentiva l’umido sul viso, aveva gli occhi chiusi, ma una leggera consapevolezza si fece strada nella sua mente. Aprì un occhio e vide l’immagine confusa di Corto che gli leccava la faccia. Aprì anche l’altro e si rese conto di essere ancora sul divano con una bacchetta di lacca scivolata sotto il braccio che gli dava fastidio. Si era addormentato la sera prima e il gatto reclamava la colazione mattutina. La certezza di aver sognato qualcosa di spaventoso continuava a turbarlo, e l’odore del sangue era vero e presente nel suo naso. Fece una doccia bollente si mise davanti al portatile e incominciò a lavorare. Passò tutto il giorno a lavorare e anche quelli successivi finché non ebbe la storia al completo definitiva. Prese il cellulare e chiamò Chiara che rispose immediatamente. <<Ho la storia completa, te la mando e puoi incominciare a disegnarla>> le disse <<Benissimo>> rispose Chiara, <<Hai saputo cosa è successo?>> <<A cosa ti riferisci?>> rispose Franz. <<sono seppellito in casa da giorni a lavorare e non so niente>> <<Qualche giorno fa hanno trovato il boss Turi Troìna morto in una masseria vicino al suo paese , pensa lo hanno cercato per tanti anni credendolo chissà dove e poi lui non si è mai mosso da casa sua, praticamente>> disse Chiara. Franz rimase in silenzio, era indeciso se raccontarle che aveva sognato la morte del boss qualche giorno prima. <<Ma la cosa sconcertante>> prosegui lei <<è che gli hanno fatto l’autopsia e dopo averlo aperto non hanno trovato il cuore, i medici non riescono a capire come abbia fatto a vivere. É una storia pazzesca>> Franz disse senza pensarci <<Turi “senza cuore” lo era davvero>>

“La stazione”, racconto fantasy di Antonio Terracciano

Le départ des Poilus, Albert Herter

E’ una stazione particolare.  
A differenza di tutte le altre, nelle quali i viaggiatori si lamentano se qualche treno parte in ritardo, in questa essi vorrebbero che i convogli non partissero mai.  
Assomiglia forse un po’ a quelle stazioni dalle quali, durante la seconda guerra mondiale, partivano i treni dei deportati verso i campi di concentramento nazisti, ma solo fino a un certo punto.  
Molti deportati non conoscevano i motivi esatti di quei trasferimenti e, comunque, avevano qualche speranza di tornare a casa (cosa che davvero successe, in alcuni casi) .  
Qui, invece, chi parte sa che non ritornerà mai più e, anche se qualcuno si illude di andare a vivere in un posto più bello, è tale la sua refrattarietà a lasciare il noto per l’ignoto che prega con tutte le forze il personale ferroviario di far partire il più tardi possibile quei treni.  
E i ferrovieri, forse per rendere più lungo e più redditizio per loro il supplizio di quelle povere persone, spesso le accontentano.  
Frequentemente c’è qualche motore da revisionare, qualche linea elettrica priva di corrente, qualche carrozza da pulire…  
Quando l’altoparlante annuncia una mancata partenza, i viaggiatori di quel treno sono invasi da un’ebbrezza indescrivibile, e nella loro ingenuità pensano che esso non partirà più.  
Così trascorrono le ore, i giorni, i mesi, gli anni in quella stazione all’incontrario, e molti pagano volentieri ingenti somme per non partire ancora.  
I ferrovieri prendono i soldi, e si arricchiscono enormemente soltanto per rimandare il viaggio, perché, di punto in bianco, fanno poi salire a forza quei passeggeri nelle carrozze finalmente in partenza.  
Vado anch’io ogni tanto (come tutti) in quell’immensa e assurda stazione, e anch’io (come tutti) sarò costretto un giorno a salire su uno di quei convogli.   Nell’attesa, guardo l’orizzonte, per vedere se per caso si profila la sagoma di qualche treno in viaggio di ritorno: finora non ne ho visto neppure uno.  

“Dialogo con Dio”, 3^ parte, di Annamaria Dulcinea Pecoraro

Luce divina, olio su tela di Orlando Serpietri

(segue – per la 1^ parte clicca qui -) (- per la 2^ parte clicca qui -)

– Sai, non ti capisco … o meglio a volte mi pare di avere tutto chiaro come la luce del sole, altre lo sconforto assale e mi veste con il mantello dell’incertezza e della non credenza. Tu che puoi tutto e fai e disfai, come fai a sopportare il dolore? Te lo chiedo, perché io proprio non ci riesco. Ho perso tante persone care che ti sei portato via, le sento sempre, le vedo nelle fotografie, ma non è certo poi la stessa cosa. Mi chiedo se ti diverti a portarti via tante anime, a farle ammalare, a vedere poi anche piccole creature sofferenti … perché … mi chiedo solo perché?
– Domande lecite figlio mio, ma ognuno di voi nasce per chiamata e in quella durata ha il potenziale di poter lasciare il segno o essere messaggio per qualcuno. Ognuno è un progetto infinito e seppure misterioso ai tuoi occhi e incomprensibile alla tua mente, capirai anche il perché di tutto. Nemmeno io sono immune al dolore e ho donato il mio stesso Figlio, facendolo nascere come essere umano, ho provato e provo tutte le sofferenze e tutte le gioie che mi date. La malattia non è causata da me, ma da marchingegni a cui sto continuamente studiando e per cui mi affianco a mani e menti adatte a seguire i miei consigli.
– Io so solo che sono davvero stanco di lottare e di vedere sparire da un giorno all’altro le persone.
– Il vostro corpo è un dono, la vostra anima altrettanto. Dovete iniziare a educarvi a volervi bene almeno un pizzico di quanto ve ne voglio io.
– Ma cosa te ne fai di tutti coloro che ti prendi?? Mica siamo delle pedine che muovi, togli, fai cadere come meglio ti pare o piace?
– Io gioisco delle vostre gioie, mi rammarico degli errori e soffro nelle vostre incomprensioni. Incolpate altri, altro.. o vi ricordate che esisto solo quando siete in difficoltà, ma io mai me ne sono andato, ci sono da sempre e seguo ogni vostro movimento, ma vi lascio piena libertà. Anche quando decidete di andare per altre vie ci sono, ma la responsabilità di agire in un modo o in un altro sta in voi.
– Non ti capisco, vedi che sto male, vedi che sto andando in una zona sbagliata e tu che fai, invece di fermarmi, mi fai cadere?? … in più, resti a guardare …!!!
– Vedo, sento, so … ma ti ho donato cuore e intelligenza per comprendere e comprenderti e nella via ti lascio segni! Ma quando sei preso dalla paura non vuoi vedere o sentire.
– Quindi è colpa mia … se sto così …
– Figliolo, colpa è una parola grossa, diciamo che è una scelta, ma se vuoi, come quando da bimbo cadevi per imparare a camminare e i genitori a cui ti ho affidato, ti hanno insegnato a rialzarti da solo, non è perché ti volessero meno bene, ma per farti capire che sei tu una colonna, sei tu un seme, sei tu generatore di azioni e nel bene o nel male, anche quando cadi, imprechi, ti accanisci… io sono lì… e se spazzi via la nebbia, sentirai ….
– Che cosa??? Che mi sono fatto un male cane???
– Anche … ma la cosa più importante, quella che ti dimentichi spesso.
– Cioè?
– TI VOGLIO BENE!!!

(continua)