La polizia di Maroni carica gli studenti in stazione a Bologna (30 novembre nel limbo di lotta ove volan botte da orbi)


La rivolta, olio su tela, di Honorè Daumier

Tinto di rosso, ironia del casco in blu,
il
manganello l’è tinto di rosso
30 novembre Maroni l’ha ordinato
studenti in rotta alla stazione di Bologna [ quella dotta ]

Bologna la rossa, la polizia si è mossa,
assalto agli studenti,
volano botte,
il capo del governo sorride compiaciuto,
tornino a studiare, sui banchi silenti e obbedienti

Un uomo d’ordine inimputabile molla un calcione
a uno studente impellente, insolente, imprudente
ben assestato ma non sul sedere
mira al ginocchio, tecnica accurata, certo  più dolente

Ordine sacrosanto ricostituito, obiettivo raggiunto,
Bologna la testa cotta, Bologna vacca la sozza,
agli studenti fan male le ossa
dotta Bologna rotta la lotta che razza di botta

Nella lontana pianura di Polonia (nel limbo azzurrognolo ove nazisti immettono gas nelle camere con le docce finte)




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Auschwitz Birkenau, campo di sterminio

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Plumbeo il cielo, alito di vento

accarezza il manto erboso,

brilla argentea bianca rugiada

tra le traversine delle rotaie

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Linea ferroviaria all’uopo dedicata

gelido autunno, il fiato condensa

sulle garritte all’erta sentinelle

atteso convoglio con i carri chiusi

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Pronto l’ufficiale addetto alla selezione

manovratore attende allo scambio

alito di vento, plumbeo il cielo

sinti ed ebrei stipati nei carri

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Partiti di notte strappati dalle case

dai lupi affamati della Gestapo

caricati sul convoglio, le valigie di cartone

su ciascuna il nome, per non fare confusione

 

Gracchia al cielo l’altoparlante

schnell, schnell,  ma senza confusione

onde consentire ordinata selezione

a sinistra gli storpi,  alla destra i lavoranti

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Lasciare sui carri l’odore di piscio

escrementi dolore e sudore

la meta imposta è giunta alfine,

sulla torre sventola croce uncinata

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Alle finte docce deboli e debosciati

alle baracche in catene idonei al lavoro

plumbeo il cielo, alito di vento,

odore di gas, fumo alle ciminiere

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Oswiecin campo di Birkenau

problema superato, avvio allo sterminio

nessun aquilone, nessun bianco airone

sulla torre incombe nera croce uncinata

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Auschwitz Birkenau, capolinea della linea ferroviaria

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Il campo di concentramento di

Auschwitz

il campo di sterminio di

Birkenau

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Auschwitz, ingresso del campo di concentramento

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Con il termine campo di concentramento di Auschwitz Birkenau si identifica genericamente l’insieme di campi di concentramento costruiti durante l’occupazione tedesco nazista della Polonia nei pressi della cittadina polacca di Oświęcim (in tedesco Auschwitz) che si trova a circa 60 chilometri ad ovest di Cracovia.

Il complesso era completato dal campo di sterminio posto a circa 3 chilometri da Auschwitz, a Birkenau, paese che venne raso al suolo e sostituito dalle baracche del campo.

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Il complesso concentrazionario di Auschwitz svolse un ruolo fondamentale nei progetti di "soluzione finale della questione ebraica", divenendo rapidamente il più grande ed efficiente centro di sterminio.

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Auschwitz, sezione di camminamento

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I deportati, circa 2.000 – 2.500 prigionieri per convoglio, erano costretti a viaggi che potevano durare anche 10-15 giorni, stipati in vagoni merci contenenti dalle 80 alle 120 persone costrette ad inimmaginabili condizioni di vita ed igieniche.

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La linea ferroviaria arrivava al capolinea all’interno del campo di Birkenau, alla banchina chiamata Bahnrampe, dove i treni venivano rapidamente scaricati dal loro carico umano e dove avveniva la selezione, tra gli «abili al lavoro» e coloro da inviare direttamente alla morte.

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Auschwitz, elettrificazione dei reticolati

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L’area veniva circondata da uomini delle SS armati e da altri internati che provvedevano ad accostare rampe in legno alle porte dei vagoni per semplificare e velocizzare la discesa dei nuovi arrivati. Gli stessi internati – che avevano l’assoluto divieto, pena la morte, di parlare con i nuovi arrivati per evitare il panico negli stessi – provvedevano a scaricare i treni in arrivo dei bagagli che successivamente venivano portati presso il settore Kanada di Birkenau dove si effettuava la cernita e l’imballaggio dei beni per il successivo invio in Germania.

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Auschwitz, elettrificazione dei reticolati

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Gli uomini venivano separati dalle donne e dai bambini formando due distinte file. A questo punto personale medico delle SS decideva chi era «abile al lavoro». È importante notare come in questa fase le SS mantenessero un comportamento gentile ed accondiscendente al fine di mascherare le loro intenzioni e velocizzare le operazioni di scarico e selezione, infondendo falsa fiducia nei prigionieri appena arrivati, normalmente stanchi e confusi dal lungo viaggio.

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Mediamente solo il 25% dei deportati aveva possibilità di sopravvivere. Il restante 75% (donne, bambini fino a 12 anni, anziani, madri con figli) era inviato direttamente alle camere a gas. Le percentuali abili/gassati fluttuarono per tutto il corso del conflitto, in base alle esigenze dell’industria bellica tedesca. Vi furono casi di interi treni di deportati inviati direttamente alle camere a gas senza nessuna selezione a causa del sovraffollamento del campo e del preventivato rapido arrivo di nuovi convogli.

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Auschwitz,percorso mattutino verso il lavoro nelle fabbriche

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I prigionieri dichiarati abili al lavoro venivano condotti negli edifici dei bagni, dove dovevano, anzitutto, consegnare biancheria ed abiti civili, nonché tutti i monili di cui erano in possesso; venivano privati, inoltre, dei documenti d’identità eventualmente posseduti.

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Successivamente, i prigionieri venivano spinti nel locale in cui erano consegnati ai barbieri, che li radevano su tutto il corpo. L’operazione era condotta in maniera sbrigativa, dopo aver inumidito le zone sottoposte a rasatura con uno straccio intriso di liquido disinfettante.

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Passaggio successivo era la doccia, cui seguiva la distribuzione del vestiario da campo: una casacca, un paio di pantaloni ed un paio di zoccoli.

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Auschwitz, campo di concentramento, forno crematorio

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Rivestiti dell’abbigliamento da campo, i prigionieri venivano poi registrati: veniva compilato un modulo con i dati personali (Häftlings-Personalbogen) e con l’indirizzo dei familiari più prossimi. I detenuti ricevevano, poi, un numero progressivo che, per tutta la durata del soggiorno all’interno del campo di concentramento, ne avrebbe sostituito il nome. Il numero era tatuato sul braccio sinistro del prigioniero, dapprima attraverso uno speciale timbro di metallo, sul quale venivano fissate cifre interscambiabili, fatte di aghi della lunghezza di circa 1 centimetro e successivamente attraverso il ricorso a singoli aghi, utilizzati per eseguire punture sull’avambraccio.
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Auschwitz Birkenau, campo di sterminio,

punto d’arrivo di un carro merci con 80-120 deportati

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 Il numero di matricola, impresso su un pezzo di tela, era anche cucito sul lato sinistro della casacca, all’altezza del torace, e sulla cucitura esterna della gamba destra dei pantaloni. Al numero era associato un contrassegno colorato, che identificava le diverse categorie di detenuto.

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Auschwitz Birkenau, le poche baracche sopravvissute al tentativo nazista di distruzione del campo per negare l’Olocausto




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La registrazione proseguiva poi con tre foto, che ritraevano il detenuto di fronte, di profilo destro e di profilo sinistro. Dal 1943, a causa delle difficoltà nel reperire materiale fotografico, le foto furono generalmente limitate ai soli detenuti tedeschi.

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Auschwitz Birkenau, i resti delle camere a gas e dei forni crematori bruciati dai nazisti prima dell’arrivo dei soldati dell’Armata Rossa

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I detenuti ritenuti "abili al lavoro" dovevano lavorare fino allo stremo per numerose ditte tedesche, tra cui la I.G. Farben, produttrice del gas che serviva a sterminarli, la Metal Union e la Siemens. Nel campo non c’erano servizi igienici, nessuna assistenza medica, fame ed epidemie erano all’ordine del giorno. La sopravvivenza attesa mediamente non superava i 40 giorni.

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Auschwitz Birkenau, campo di sterminio nazista

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In totale furono deportate ad Auschwitz più di 1 milione e 300 mila persone. 900.000 furono uccise subito al loro arrivo e altre 200.000 morirono a causa di malattie, fame o furono uccise poco dopo il loro arrivo.

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Auschwitz, campo di concentramento, muro delle fucilazioni

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“Le donne di Mortizza” (lungo il grande fiume, zona golenale), versi di Claudio Arzani, dipinto di Maria Barbara Puglisi

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Le donne di Mortizza
olio su tela, giugno 2009
di Maria Barbara Puglisi, artista in Catania

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Le donne di Mortizza
paese ombra tra zanzare del Po
la bassa spoglia, la bassa povera,
la bassa contadina, la bassa pescaiola,
la bassa del treno che fa la punta
alla coda di anitre, galline
e siluri coi baffi.
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Le donne di Mortizza
alla festa della mietitrebbia
omaggiano il potente
riveriscono il potente
applaudono il potente
ma la mano rossa
esce dal coro
lancia
l’ordigno esplosivo
consuma
il riscatto proletario.
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Cade il potente
le donne di Mortizza nascondono
la mano
sotto la larga gonna
ricamata di fiori.
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"Le donne di Mortizza", elaborata a fine 2003, è stata inserita nell’antologia poetica "Briciole di senso" edita a giugno 2005 da Montedit di Melegnano (Mi), oltrechè nel libro poetico pargol del cor "E’ severamente proibito servirsi della toilette durante le fermate in stazione" edito da Vicolo del Pavone, settembre 2005 
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2 passi sull’argine a Mortizza (Pc), foto di Francesco Favalesi
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Barbara Puglisi è nata a Catania il 24 dicembre 69,
capricorno ascendente gemelli, bellissima (come da comprovante fotografia), conosciuta nel mondo virtuale del web, realizzando un’imprevista ma spontanea, naturale comunanza artistica ed intellettuale. Dalla quale è nata la rappresentazione su tela, dall’arte dei suoi colori, della mia poesia più bella, quella legata alle donne della mia terra e a tutte le donne.
Lei, Barbara, ha conseguito il diploma di maestro d’arte all’istituto d’arte di Comiso ed ha terminato il corso di studi presso l’istituto d’arte di Siracusa,sezione pittura,dove ha conseguito,nel luglio 1988,la maturità artistica. Nel 1989 la prima personale di pittura allestita a Ragusa,ha segnato il suo esordio artistico.
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Infine, concludendo questa breve presentazione, alcune note di Giorgio Guastella, critico d’arte, già inserite in www.equilibriarte.org

La pittura di Barbara Puglisi origina palesemente da un’approfondita conoscenza dell’arte:non è la semplice e banale rappresentazione della realtà osservata,ma la materializzazione iconica di idee,sentimenti,emozioni dell’artista nella piena consapevolezza dell’importanza di compiere un discorso creativo sì proprio e autonomo,ma nel rispetto della ricerca artistica storica,nella fattispecie d’inizio Novecento.In alcune opere è chiaramente ravvisabile l’influenza del primo espressionismo tedesco,ma mai in pedissequo recupero anacronistico di ricerche in "territori"creativi di fatto già ampiamente esplorati,ma come costituzione di un fertile humus culturale,background necessario alla modellazione di una forma mentis creativa comunicativamente ed espressivamente efficace,e tuttavia originale nel risultato definitivo.
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Tendenze xenofobe s’impongono in Europa (opaca istantanea con reflex manuale nel limbo azzurrognolo dell’anime perse)

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Rabbuia la via un’ombra oscura
s’alza d’improvviso gelido vento
volano nell’aria fogli di carta
Kaos e disordine bussano alla porta
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"Ragazza con il fez", Graziella Bertante
"Il gesto e la forma"
le sculture di Graziella
in mostra a Borgonovo Val Tidone (Pc)
fino al 21 giugno 2009
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“Quand’ero piccolo vivevo oltre il vallo” [nel limbo azzurrognolo, ricordi fluttuanti di radici lontane (primi anni 60)]

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Ragazzo, olio su tela, di Anna Maria Funari

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Quand’ero piccolo vivevo oltre il vallo
fuori porta,  fuor delle mura della città
alti bastioni per combattere tra bande
ragazzini col moccio al naso e niente calzini
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I ragazzi di via IV Novembre, i ragazzi di via Campi
qual è la tua bandiera, chiedeva la mamma di Filiberto,
lei sarta generosa ed io dalla parte degli indiani
volli una bandiera rossa con la stella, gialla
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Nel fondo del vallo stavano brecce nelle mura
ospitavano un barbone, se dormiva ci urlava
aveva un cane lupo che non l’abbandonava
una notte morì, lui chiuse una breccia e lo murò
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Aveva un cane lupo che non l’abbandonava,
faceva puzza, ma, non l’abbandonò, alzò un muro
un giorno dalla città arrivarono molti uomini
con la divisa scura fecero pulizia, del cane, del barbone
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Quand’ero piccolo in un prato vicino casa
piantò le tende un circo coi suoi pagliacci di stracci
artisti girovaghi, saltimbanchi, niente animali feroci,
cani randagi s’affrontarono giocando al pallone
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Applaudivamo. Mio padre, dal balcone mi disse
guarda figlio quante gru spuntano all’orizzonte
era il progresso ma la polvere di cemento
sfiorando la retina, negò la vista, velo di nebbia
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Bussò forte un giorno alla porta un uomo nero
c’era la questione disse d’una scritta rossa sul muro
della chiesa ed io bambino, io piansi, non era un sovversivo,
era un uomo giusto, c’era tanto spazio, su quel muro
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l’uomo nero con la stella gialla lo portava via, il mio papà
mi sorrideva, mi lasciava in custodia la bicicletta nera,
e di badare a mammà che stava a servizio in pasticceria,
il mio papà teneva il pugno chiuso.
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Eugène Jansson (1862-1915),
Alloggio proletario (Proletärkasern)

Tre immigrati in Galleria, permesso di soggiorno scaduto: con fisarmonica e violino intonano ‘n culo Maroni e Berlusconi

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Milano, piazza Duomo,

 non cambia la solfa, il ricco e potente mena la musica e anche la danza

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Musica e allegria dalla Galleria,

tre immigrati permesso scaduto,

per un soldo regalano emozioni

alla ricerca di comprensione.

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Opulenti signori milanesi,

madame con la borsa valutata in saldo,

basta un soldo e potranno mangiare

un solo soldo per un pezzo di pane.

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Ancora un soldo e potranno integrare

companatico col pan di farina,

una fetta di prosciutto cotto

forse financo una foglia di insalata.

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Alfine s’allungano le ombre della sera

e s’accendono le luci delle vetrine,

tutti bene gli affari dei negozianti

ma non se ne vanno i musicanti.

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Sono doloranti le dita infreddolite

eppure occorre continuare a suonare

no,  non basta un soldo cadauno,

batte cassa il governo italiano.

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Meno tasse opulenti milanesi

ma qualcuno dovrà pur pagare,

geniale pensata di Maroni e Berlusconi,

sottrarre ai poveri per dare ai benestanti.

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Come una ruota che gira e rigira,

suona l’immigrato il suo organino,

dieci soldi gentili signori,

dieci soldi il balzello del rinnovo

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Milano, piazza Duomo,

allegoria di maggioranza parlamentare scaldascranni

cui il Presidente del Consiglio impone il voto di fiducia

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Elegia del socialismo utopista (1968: s’allungano le ombre oscure della notte, avvolgono i ponti di Praga)

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http://members.telering.at/pat/sho3.jpg

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Sorgi, sulla città degli uguali,
splendente sol dell’avvenire.
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Risplendi, sole, nella piana contadina,
ove canticchiando nutriva il lavorante
lo spirito, ammirando l’affresco
lasciato dall’uomo di passaggio
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e quando, sole, t’appunti allo zenit,
nel fondersi d’arte e canto,
pittore e lavorante, ugualmente,
condividono del giorno i sofferti frutti.
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E’ a sinistra che risplende il sole,
è a sinistra che sorge il sole,
è a sinistra il sole che riscalda

la sveglia della città degli uguali.
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Da est carri dipinti di morte

di rossi colori son cingolati sull’asfalto

ove la nebbia s’allunga,
la nebbia sinistra spegne l’illusioni.
 
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Splendi, sol dell’avvenire,
splendi illumina ancora di sole
di raggi di speranza inonda
i ponti gementi silenti di Praga.

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Il sole dell’avvenire da quella parte

(ma per adesso solo nuvole)

 ealdengland.blogspot.com/

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C’era una volta un grande Movimento, 1968-77

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C’era una volta un Re, / un po’ vanesio invero, /

che avrebbe fatto parlar di sé / per quell’unione fuor di riga / baci appassionati, baci vietati, / violazione del  senso del pudore / giù in strada con compagna Contestazione. /

C’era una volta un Re,Sua Maestà il ’68 /

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www.nomos-dk.dk/…/Roed-terror-Kina-vidner.htm

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1 novembre 1968, destituito e incarcerato Liu Shao-chi

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Ultima vittima della rivoluzione culturale cinese: un comunicato annuncia la destituzione di Liu Shao-chi dal Comitato Centrale del partito, da presidente della Repubblica e da tutti gli altri incarichi che occupava nel PC cinese. Shao-chi, che aveva partecipato alla “lunga marcia”, era presidente dal 1959. In dissenso con Mao-Tzè Tung sulla nuova linea del Partito, viene condannato all’emarginazione politica e rinchiuso in carcere a Kaifang

dove morirà il 12 novembre 1969

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« La democrazia non è solamente la possibilità ed il diritto di esprimere la propria opinione, ma è anche la garanzia che tale opinione venga presa in considerazione da parte del potere, la possibilità per ciascuno di avere una parte reale nelle decisioni »

(Alexander Dubcek, eletto nel gennaio 1968 segretario generale del Partito Comunista Cecoslovacco, propugnatore del nuovo corso, di un “socialismo dal volto umano”, destituito e avviato al confino a seguito dell’invasione da parte delle forze armate sovietiche nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1968)

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Ti ricordi, Mino? [ C’era una volta un grande Movimento, 1968-77 ]

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21 agosto 1968,

i tanks russi invadono la Cecoslovacchia

Foto di Josef Koudelka

bibliostoria.wordpress.com/…/

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Ti ricordi Mino le illusioni

un mondo migliore fatto di idee

nemici dichiarati d’ogni potere

dell’ipocrisia di quelli vestiti di nero

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della corruzione del clientelismo

delle giacche e delle cravatte

dell’abito mentale di chi gestisce per sé

invitandoci a sperare nell’al di là.

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Così girammo le vie del rock

con tanti compagni

cantando Lugano addio,

gli anarchici vanno via.

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La notte passava dipingendo murales,

schivando carabinieri e un metronotte,

ridendo divertiti per le facce attonite

dei benpensanti mattinieri.

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Ed ora eccoci,

Woodstock e il sessantotto,

il settantasette e l’illusione della Pace,

ed ora eccoci

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senza nulla da raccontare

se non inutili ricordi

d’improbabili sogni

che al sorgere di ogni alba

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sappiamo ancora trasformare

in frammenti di realtà.

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16 Gennaio 1969, Cecoslovacchia invasa

la prima torcia ad accendersi

per risvegliare la coscienza del popolo

fu Jan Palach,

poi seguirono gli altri del gruppo, sette eroi

ilgiardinodelleninfe.blogspot.com/2008/08/pra…

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C’era una volta un Re, / un po’ vanesio invero, /

che avrebbe fatto parlar di sé / per quell’unione fuor di riga / baci appassionati, baci vietati, / violazione del  senso del pudore / giù in strada con signora Contestazione. /

C’era una volta un Re,Sua Maestà il ’68 /

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“In fine di un mito (bussavano alla porta gli anni novanta)” [ c’era una volta un grande Movimento, 1968-77 ]

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 [ discografia.dds.it/scheda_titolo.php?idt=245 ]

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Da ottobre 1966 a novembre 2008, 

Gianni Morandi a Domenica In canta che quel ragazzo

oggi sta a Kabul

"C’era un ragazzo che come me amava Eros e Vasco Rossi

ma poi finì a far la guerra in Afghanistan"

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Una sera modenese
sul colle col vento in faccia
la Lorena sul sedile
a sorridere di questo mondo

 

della tristezza e dell’ordine
dell’obbedienza e dei limiti
del buon senso e del quieto

prigionia del cartellino
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una sera modenese
al tavolino sul lungo viale
ammirando spuntar Ghirlandina
 odalisca  nel traffico urbano
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una sera modenese
in Piazza Grande al centro del paese
tirar calci nella Coca-Cola
passa tiro un grande goal
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ma se il fischio non è del vento

se infuriata non è  la bufera

gambe in spalle è il questurino
segna il nome sul taccuino

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una sera modenese
a saltare oltre i colonnotti
e raccontare barzellette
e bambini giocare a nascondino
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una sera in birreria
ad affogare il mal di denti
con la giacca il bavero alzato
e la mente inzuppata
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una sera in tangenziale
ascoltando il vecchio Bob
la strada scorre col cuore pesante
e il cervello ormai  catalogato
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una sera al Picchio Rosso
fumando pane proibito
tra il Vasco e le comparse
di un vecchio e stanco Grèase
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una sera modenese
in un campo di
periferia
si seppellisce il
’68
la recita è
finita

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[ www.swamppolitics.com/news/politics/blog/2007… ]

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C’era una volta un Re, / un po’ vanesio invero, /

che avrebbe fatto parlar di sé / per quell’unione fuor di riga / baci appassionati, baci vietati, / violazione del  senso del pudore / giù in strada con signora Contestazione. /

C’era una volta un Re,Sua Maestà il ’68 /

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"Giorgiana Masi, Ponte Garibaldi, Roma, 12 maggio 1977, il tuo volto nel catrame" [ versi in lacrime, 1977-78 ]

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[ http://it.wikipedia.org/wiki/Giorgiana_Masi ]

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Giorgiana un’ora d’amore

la corsa affannata

il tuo sorriso stupito

ma no non è vero

il tuo volto nel catrame

sul lungo Tevere affollato.

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Giorgiana una lapide

un grazie a chi ha sparato

e a chi non ha condannato

nella nostra democrazia

sempre in rima con polizia.

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Poliziotto in borghese armato

duranti gli scontri finiti con la morte di Giorgiana Masi

[ http://www.fisicamente.net/index-359.htm ]

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Il 12 maggio1977, terzo anniversario del referendum sul divorzio, i Radicali indissero un sit-in in Piazza Navona.

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Nelle strade erano presenti centinaia di membri delle forze dell’ordine in assetto antisommossa, coadiuvati da agenti in borghese. Nella giornata scoppiarono diversi incidenti, con lancio di bombe incendiarie e colpi d’arma da fuoco.

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Nei giorni successivi diverse persone, tra i quali Marco Pannella, sottolinearono nelle loro dichiarazioni la presenza di agenti in borghese nascosti tra i dimostranti.

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Nel tardo pomeriggio, tra le ore 19 e le ore 20, due ragazze e un carabiniere furono raggiunti da proiettili esplosi da Ponte Garibaldi e da altre direzioni: primo a essere colpito, dopo le 19, il carabiniere Francesco Ruggeri ferito alla mano; verso le 20 vengono colpite Giorgiana Masi, 19 anni, alla schiena da un proiettile calibro 22, deceduta durante il trasporto in ospedale, e Elena Ascione, ferita a una gamba.

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Lo Sceriffo rispolvera i canini e la fondina con la vecchia Colt

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Francesco Cossiga, nel 1977 ministro dell’Interno, invita Maroni ad usare infiltrati e pugno duro contro gli studenti del 2008

 

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Dal "Quotidiano Nazionale" del 23/10/2008
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Intervista a Cossiga
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"Bisogna fermarli: anche il terrorismo partì dagli atenei"
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di Andrea Cangini
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D – Presidente Cossiga, pensa che minacciando l’uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato?
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R – Dipende, se ritiene d’essere il Presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo. Ma poiché l’Italia è uno Stato debole, e all’opposizione non c’è il granitico PCI ma l’evanescente PD, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà una figuraccia.
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D – Quali fatti dovrebbero seguire?
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R – Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero Ministro dell’interno.
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D – Ossia?
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R – In primo luogo, lasciar perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito…
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D – Gli universitari, invece?
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R – Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città.
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Cossiga in un disegno di Forattini

[ georgiamada.splinder.com/archive/2007-01 ]

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D – Dopo di che?
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R – Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri.
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D – Nel senso che…
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R – Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano.
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D – Anche i docenti?
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R – Soprattutto i docenti.
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D – Presidente, il suo è un paradosso, no?
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R – Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!
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D – E lei si rende conto di quel che direbbero in Europa dopo una cura del genere? In Italia torna il fascismo, direbbero.
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R – Balle, questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l’incendio.
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D – Quale incendio?
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R – Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornerà a insanguinare le strade di questo Paese. E non vorrei che ci si dimenticasse che le Brigate rosse non sono nate nelle fabbriche ma nelle università. E che gli slogan che usavano li avevano usati prima di loro il Movimento studentesco e la sinistra sindacale.
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D – E’ dunque possibile che la storia si ripeta? 
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R – Non è possibile, è probabile. Per questo dico: non dimentichiamo che le Br nacquero perché il fuoco non fu spento per tempo.
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D – Il Pd di Veltroni è dalla parte dei manifestanti.
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R – Mah, guardi, francamente io Veltroni che va in piazza col rischio di prendersi le botte non ce lo vedo. Lo vedo meglio in un club esclusivo di Chicago ad applaudire Obama…
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D – Non andrà in piazza con un bastone, certo, ma politicamente…
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R – Politicamente, sta facendo lo stesso errore che fece il Pci all’inizio della contestazione: fece da sponda al movimento illudendosi di controllarlo, ma quando, com’era logico, nel mirino finirono anche loro cambiarono radicalmente registro. La cosiddetta linea della fermezza applicata da Andreotti, da Zaccagnini e da me, era stato Berlinguer a volerla… Ma oggi c`è il Pd, un ectoplasma guidato da un ectoplasma. Ed è anche per questo che Berlusconi farebbe bene ad essere più prudente.

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Giorgiana Masi fotografata da Tano D’Amico

georgiamada.splinder.com/archive/2007-01 ]

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