“Paura marziana”, lirica di Michele Prenna, poeta in Varese

Disco volante, olio su tela di Liliana Condemi

C’era questo marziano
sceso dal disco volante
per un’emergenza improvvisa
sul suolo terrestre italiano.

Il guasto richiedeva tempo
per i ricambi da Marte
coi tecnici per l’aggiustaggio
così che si guardò attorno.

Vide tantissimi armati
in giro per campi e stazioni
sentì suoni chiassosi
da radio e televisori.

Paura prese dai volti
dal portamento di tanti
che scarabocchiavano muri
e litigavano in strada.

Grande fu dunque il sollievo
del nostro povero alieno
quando il soccorso richiesto
giunse a trarlo d’impaccio.

Pare che adesso su Marte
girino film là ambientati
per insegnare ai marziani
che vanno evitati gli umani.

Il grande fallimento (The great failure), acrilico e olio su tela di Jernej Forbici

“Se …”, lirica d’amore di Catherine (Calcagni) La Rose, poeta in Roma

Se ti dirò confessami
Aprirai il tuo cuore domani
E
Se sì…
Se lo farai
Trasparirà il velo mio oscuro
Del canto
Già
Nato in te…
Se ti appartengo tra le dita
Silenziosa e
Stretta…
In te morirò
Perché…
Non mi lascerò sedurre
Di
Solo pensiero…
Ascolterò cieca le tue mani
Pian piano come
Un’arpa
Sul
Mio corpo vibrare
E…mi amerò su di te
Nel tuo
Concerto
D’Amore
Sarà raccogliere margherite
Corolle di fuoco
Spartire
E
Sui candidi prati nudi
Taglieremo il vento
Con
Toccate e
Battiti di cuore
Se sì
Se ti trafiggerò
Ancora
Così
Con
I miei occhi allora
Sarò già sedotta

“Il terremoto”, lirica di Paolo Statuti (dal blog ‘Le parole degli angeli’)

Terremoto, acrilico su tela di Mario Di Leo

Quando la terra comincia a tremare
all’improvviso
in un’ora qualunque
del giorno o della notte,
il cuore si stringe,
il sangue si gela,
negli occhi leggi la paura,
un istante sembra un’eternità.
Non sai quanto durerà ancora …
Che fare?
Sai soltanto che devi scappare,
scappare prima che il tetto
tuo rifugio finora
diventi la tua tomba.
E intanto la terra romba
e senti solo boati e schianti,
e grida e pianti,
e intanto qualcuno muore …
Ti guardi intorno:
la strada è deserta e spaccata,
le case sventrate,
le chiese crollate
e in mezzo al polverone
tra le macerie,
un cane cerca il suo padrone …

Dopo il terremoto, olio su tela di Carlo Ademollo

 

“All’inizio è stato un punto”, lirica di Ileana Zara, poeta in Cerredolo (RE)

Bacio rubato, olio su tela di Ron Hicks

Dire di noi d’amore e non solo.
In principio è stato un punto
lo spazio necessario di un incontro
da cui tutto ha avuto inizio
Tutto è parola piena
racchiusa dentro un cerchio
quasi un universo limitato
nel luogo del nostro tempo
con cui scrivere insieme
la fine del racconto

 

“Hanno bombardato Pianello”, lirica di Franco Gattoni da ‘Poesie’, edizioni Convivio Letterario Milano, 1957

Collina a Pianello Val Tidone, olio su tela di Fabris Gabriele

Si era in quei brutti tempi
che il mondo era sottosopra
e gli uomini
una gabbia di matti;
che non si ragionava più
che invece di perdonarsi
volavano le sberle.
E si davano botte da orbi
inglesi
americani
i russi coi giapponesi
tedeschi e italiani.
Cattivi come api inferocite!
Che tempi!
Che mondo!
Che brutti ricordi!
Erano quindi giorni
che eravamo via.
Eravamo stati lontani
chè allora era di moda
prender su la compagnia
e andare a girare i monti.
Ed era una mattina.
C’eravamo in sette o otto.
Tirava un vento!
Pioveva a dirotto!
Battevamo i denti!
Venivamo giù nella mota
con l’acqua alle ginocchia.
Eppure
sentivamo niente.
Pensavamo al nostro Pianello
al nostro papà
alla nostra mamma
alla palla dorata
e un gran bel fuoco
che ci scaldasse nell’ossa!
E proprio in quel momento
vediamo
una vecchietta
che avrà avuto cent’anni.
Aveva in una mano
non so più se un falcetto
o una scopa
e tutta spaventata
ci viene incontro urlando:
– Hanno bombardato Pianello!
 Pianello è andato a catafascio! –
A noi
sembrava che ci avessero dato
una bastonata,
il cuore
faceva i passi
a cento all’ora
le gambe ci tremavano
e venivamo giù di volata
in mezzo ai fossi
attraverso i campi
cadevamo a terra
ma nessuno si fermava
nessuno sentiva male
perché ci picchiava in testa
nel cervello
la voce della vecchietta:
– Hanno bombardato Pianello! –
E intanto che venivamo giù
col cuore in gola
ci venivano in mente delle cose
delle cose da far rizzare i capelli!
Vedevamo le madri piangere
le lagrime dei papà
sentivamo le urla delle ragazze
e le bombe che venivano giù!
Come patimmo
Signore
come patimmo!
Ma ecco finalmente
da una collina
vediamo qualcosa che luccica
contro sole:
– Sono fiamme! –
dice uno.
– Ma no cretino!
 E’ la torre!
 E’ la palla dorata! –
E allora ci mettemmo a correre
e ci venivano incontro
poco a poco
le nostre strade
le tegole arrugginite della nostra rocca
i nostri amici
le nostre morose.
E quando arrivammo a casa
che era ancora tutta intera
appena ce li vedemmo davanti
un gran bacio alla mamma
un gran bacio al papà
e poi
scoppiammo a piangere.

 

“La ritirata delle aquile”, lirica di Germana Sandalo da ‘Graffiti piacentini e altre cose’, editrice Farnesiana, 1990

Una violenza sconosciuta
battè alla nostra porta
e mio padre vide balenare
la minaccia di una baionetta
puntata.
Soldati mongoli
frugarono la nostra casa,
portarono via le nostre biciclette
ci impietriva l’atavica paura
del nemico.
Stanche aquile germaniche
mendicarono abiti borghesi
si presero carri e animali e l’ombra
del portone e delle stalle furono
tappe di fuga verso nord, faticose,
ogni ponte distrutto.
L’Apocalisse disegnava all’orizzonte
un profilo di disfatta, nei cuori
l’amarezza di una guerra che tutti
avevamo perduto.
L’imminenza degli alleati,
la calata dei partigiani dalle colline
scoppiò col fragore d’una cannonata:
la lupa, spezzò nervosamente
la sua romanità

“Mi chiamavo Aisha”, lirica di Francesco Saverio Bascio poeta in Carpaneto

Aisha, oil on canvas, by Roman Francés

Mi chiamavo Aisha
così mi han detto dopo
poi sono nata e mai più chiamata
era il nome dell’ultima
mi han detto dopo
Aisha
nata oltre il fiume in verdi valli
dove è il sole
oltre i monti
li sorge il sole
in quella terra così lontana
e il profeta la curò dai mali
lei si chiamava Aisha
e pur se ultima fu onorata
chiamata amata rispettata
e il suo nome è letto
e il suo nome è scritto
madre dei credenti
così la chiamarono
così ne scrivono
poi naqui io in AFGANISTAN
mi chiamavo Aisha
ma mi chiamo capra
a volte gallina
solo il medico mi chiama nella ricetta
e mi da il nome di madre dei miei figli
così scrive di me
tra le medicine della paura
non conosco più il colore delle lacrime
vedo il cielo solo nei quadretti
e piango nel mio burqa
piaga di vita mia a denti stretti
e la mia tomba aperta aspetta
non resterà vuota a lungo
non so quale morte sarà mia
ma nessun fiore riderà
quando i sassi strapperanno la mia carne
non so quale morte sarà mia
la mia tomba aspetta
che io libera li mi perda
nel cercare il nome mio
nei brandelli della vita
che inutilmente invano fugge muta
mi chiamavo Aisha
poi sono nata
li io sono morta

Afghanistan, oil on canvas by Hester Finch

“Fammi giocare col fuoco”, lirica di Francesco De Girolamo, poeta in Roma

Fammi giocare col fuoco,
fammi fare il gran salto,
giù, dal punto più alto:
non mi accontento di poco.
Strappa via questa traccia
di maschera dal viso;
mostrami la mia faccia,
nuda, sul mio sorriso.
Fammi smentire gli alibi,
fammi perdere il treno;
fammi cambiare abiti,
fammi togliere il freno.
Prendi nelle tue mani
questo filo nascosto:
fa’ che quando mi chiami
io ti abbia già risposto.
Fammi crescere indietro
verso l’altro “me” vero:
oscurami il segreto,
confondimi il mistero.

“Grido d’amore”, lirica di Catherine LaRose, poeta in Roma

Olio su supporto telato di Gianbattista Gambaro

Con quanto coraggio la notte
osa intimorire senza pietà
il nostro ancorato abbraccio


Dimora alla penombra insonne
di un’alcova eterno

Timida luce
appesa alla parete intanto
ci consuma lentamente i respiri

A nudo le nostre anime s’intrecciano
il peso dell’abbandono
diventa pulpito

E siamo in grazia pittoresca
senza testimoni
né specchi e Santi
che ci sollevano
dal celestiale rito dell’Amore

E mi abbevero di te
dalla tua bocca
del tuo respiro divino
appeso ad un filo
al limite della liberazione

Mentre grido
sotto le unghie
ad affondare le radici
in insulina pozione
quanto t’Amo

Siamo ormai sogno
posseduto
dalla realtà
d’Amore e Psiche
per l’eternità

In questo struggente
caravaggesco grido
d’Amore

 

“L’uomo di neve è volato via”, lirica di Raffaela Ruju

Neve al sole, olio su tela di Carla Fiocchi

L’uomo di neve è volato via

aveva occhi di lacrime
labbra febbrili
e un caos che pioveva lento

Era bianca la sua follia

Un pasticcio di macchia
è rimasta sul marciapiede
oramai asciutto

L’uomo di neve è volato via

nell’inutile calma
di un lamento eterno
compra ancora caramelle