“Monologo”, lirica di Silvana Trabanelli, poeta in Ferrara

Il colle dell’infinito
è ora fruscìo sommesso
dell’invisibile lontana galassia
il cavo d’un orecchio enorme
d’un radiotelescopio.
Al di là, torna il silenzio
immenso .
Tu sei sul pianeta
coi piedi
con le mani,con gli occhi
con l’anima.
Guardi, lo sfiori a volte con mani rapaci
per stringere inutilmente
una manciata d’acqua d’un mare immenso.
T’impasti nel moto incessante.
Corri i rischi dell’acqua
del fuoco,delle lame
delle punte dei bacilli
che levigano,mùtilano
dilaniano gratificano,
ma….dove sei tu.
Nelle idee
nel pensiero forse
nei momenti del cuore
nell’inesprimibile
senza parole
dentro
Ma dove ?
Nel cervello.
Nella rete meravigliosa
dei neuroni che si richiamano
fremendo come polipi
con infiniti filamenti di braccia
a raccontarsi e a mettere insieme
come mosaico correttamente ricomposto
variate sensazioni di una vita intera.
Ma quale vita, se non la tua
del tuo corpo sul tuo pianeta.
Nel punto dove ti posi
dove ti muovi, tessi i giorni e le notti .
Come una stella nell’infinito
ha il suo moto
come un asteroide
il suo giro
come un sole la sua ruota
come il tutto insieme…
Tu sei…il tutto.

 

“Il funambolo operaio precario”, lirica di Ileana Zara, poeta in Cerredolo (RE)

Olio su tela opera di Fernand Leger

Il funambolo operaio
precario
cammina sulle impalcature
precarie
appeso a un gancio
precario
in bilico sul volante
tra sonno e veglia
sulle strade
precarie
tremano a fine mese
le mani sulla testa
i gomiti sul tavolo
precario
saluta presto la mattina
moglie figli genitori
nella solitudine
precaria
con un addio possibile
sulle labbra mute.

 

“Il pianino”, lirica di Renzo Montagnoli, poeta in Borgo Virgilio. Da ‘Il mio paese’

Il pianino, olio su tela di Panza Giovanni

Passati sono gli anni
ed è ormai da tanto tempo
che quel suono non sento.
Ero infatti ancor bambino
quando andava per le vie del paese
due braccia che spingevano
una mano a girar la manovella
e così il pianino strimpellava
in cambio della carità di chi ascoltava.
Erano trilli gioiosi
raffiche di note
roba da poco, certamente,
ma che ancora avrei voglia
di sentire, una volta sola,
per ritornare brevemente
a una gioventù fatta
di corse spensierate,
di ceci lessi e di castagne arrosto,
del suono d’un pianino
sulle cui note correvo con la mente
verso spazi sconfinati
piccoli passatempi a buon mercato
che tanto negli anni successivi
avrei desiderato
e di cui poi purtroppo
mi son dimenticato.

 

“Carillon”, lirica di Francesco De Girolamo (poeta in Roma) da ‘Bambocciate’ – Edizioni del Leone, 1995

Esplicita introspezione, opera di Rafal Olbinski

Sogni di camminare sui lustrini
in una camera di carta rosa,
a piedi nudi, in cerca di qualcosa
che si nasconde forse dietro l’ombra.
Respiri piano, quasi a non svegliare
gli angeli-ballerine accoccolate
sui sofà del salotto scintillante,
cui i tuoi soffi solleticano il cuore.
Vorresti essere chiuso in uno scrigno,
come un anello che si vuol serbare
dal tempo, pur senza valore:
un po’ di latta e vetro colorato.
Hai un carillon nel petto che tintinna
sempre la stessa nota, ed una lacrima
ti solca il viso, come ad un bambino
cui si è rotto il giocattolo più amato.
Ti sforzi di vedere oltre le cose,
ma scorgi solo la bigiotteria
della vita, odor di cipria stinta,
tende lise, cuscini in simil-seta,
sedie zoppe, tappeti impolverati,
visi di un rosa finto, ricoperti
da vecchi fondotinta a buon mercato.
Chiedi aiuto a una madre sconosciuta,
ad un amico, al principe, al custode
dei tuoi libri di fiabe spaginati.
Sei come una moneta fuori corso,
dimenticata un giorno in un cassetto:
un po’ più luccicante delle altre,
ma che nessun mercante può accettare
per il frutto più acerbo.

“Paura marziana”, lirica di Michele Prenna, poeta in Varese

Disco volante, olio su tela di Liliana Condemi

C’era questo marziano
sceso dal disco volante
per un’emergenza improvvisa
sul suolo terrestre italiano.

Il guasto richiedeva tempo
per i ricambi da Marte
coi tecnici per l’aggiustaggio
così che si guardò attorno.

Vide tantissimi armati
in giro per campi e stazioni
sentì suoni chiassosi
da radio e televisori.

Paura prese dai volti
dal portamento di tanti
che scarabocchiavano muri
e litigavano in strada.

Grande fu dunque il sollievo
del nostro povero alieno
quando il soccorso richiesto
giunse a trarlo d’impaccio.

Pare che adesso su Marte
girino film là ambientati
per insegnare ai marziani
che vanno evitati gli umani.

Il grande fallimento (The great failure), acrilico e olio su tela di Jernej Forbici

“Se …”, lirica d’amore di Catherine (Calcagni) La Rose, poeta in Roma

Se ti dirò confessami
Aprirai il tuo cuore domani
E
Se sì…
Se lo farai
Trasparirà il velo mio oscuro
Del canto
Già
Nato in te…
Se ti appartengo tra le dita
Silenziosa e
Stretta…
In te morirò
Perché…
Non mi lascerò sedurre
Di
Solo pensiero…
Ascolterò cieca le tue mani
Pian piano come
Un’arpa
Sul
Mio corpo vibrare
E…mi amerò su di te
Nel tuo
Concerto
D’Amore
Sarà raccogliere margherite
Corolle di fuoco
Spartire
E
Sui candidi prati nudi
Taglieremo il vento
Con
Toccate e
Battiti di cuore
Se sì
Se ti trafiggerò
Ancora
Così
Con
I miei occhi allora
Sarò già sedotta

“Il terremoto”, lirica di Paolo Statuti (dal blog ‘Le parole degli angeli’)

Terremoto, acrilico su tela di Mario Di Leo

Quando la terra comincia a tremare
all’improvviso
in un’ora qualunque
del giorno o della notte,
il cuore si stringe,
il sangue si gela,
negli occhi leggi la paura,
un istante sembra un’eternità.
Non sai quanto durerà ancora …
Che fare?
Sai soltanto che devi scappare,
scappare prima che il tetto
tuo rifugio finora
diventi la tua tomba.
E intanto la terra romba
e senti solo boati e schianti,
e grida e pianti,
e intanto qualcuno muore …
Ti guardi intorno:
la strada è deserta e spaccata,
le case sventrate,
le chiese crollate
e in mezzo al polverone
tra le macerie,
un cane cerca il suo padrone …

Dopo il terremoto, olio su tela di Carlo Ademollo

 

“All’inizio è stato un punto”, lirica di Ileana Zara, poeta in Cerredolo (RE)

Bacio rubato, olio su tela di Ron Hicks

Dire di noi d’amore e non solo.
In principio è stato un punto
lo spazio necessario di un incontro
da cui tutto ha avuto inizio
Tutto è parola piena
racchiusa dentro un cerchio
quasi un universo limitato
nel luogo del nostro tempo
con cui scrivere insieme
la fine del racconto

 

“Hanno bombardato Pianello”, lirica di Franco Gattoni da ‘Poesie’, edizioni Convivio Letterario Milano, 1957

Collina a Pianello Val Tidone, olio su tela di Fabris Gabriele

Si era in quei brutti tempi
che il mondo era sottosopra
e gli uomini
una gabbia di matti;
che non si ragionava più
che invece di perdonarsi
volavano le sberle.
E si davano botte da orbi
inglesi
americani
i russi coi giapponesi
tedeschi e italiani.
Cattivi come api inferocite!
Che tempi!
Che mondo!
Che brutti ricordi!
Erano quindi giorni
che eravamo via.
Eravamo stati lontani
chè allora era di moda
prender su la compagnia
e andare a girare i monti.
Ed era una mattina.
C’eravamo in sette o otto.
Tirava un vento!
Pioveva a dirotto!
Battevamo i denti!
Venivamo giù nella mota
con l’acqua alle ginocchia.
Eppure
sentivamo niente.
Pensavamo al nostro Pianello
al nostro papà
alla nostra mamma
alla palla dorata
e un gran bel fuoco
che ci scaldasse nell’ossa!
E proprio in quel momento
vediamo
una vecchietta
che avrà avuto cent’anni.
Aveva in una mano
non so più se un falcetto
o una scopa
e tutta spaventata
ci viene incontro urlando:
– Hanno bombardato Pianello!
 Pianello è andato a catafascio! –
A noi
sembrava che ci avessero dato
una bastonata,
il cuore
faceva i passi
a cento all’ora
le gambe ci tremavano
e venivamo giù di volata
in mezzo ai fossi
attraverso i campi
cadevamo a terra
ma nessuno si fermava
nessuno sentiva male
perché ci picchiava in testa
nel cervello
la voce della vecchietta:
– Hanno bombardato Pianello! –
E intanto che venivamo giù
col cuore in gola
ci venivano in mente delle cose
delle cose da far rizzare i capelli!
Vedevamo le madri piangere
le lagrime dei papà
sentivamo le urla delle ragazze
e le bombe che venivano giù!
Come patimmo
Signore
come patimmo!
Ma ecco finalmente
da una collina
vediamo qualcosa che luccica
contro sole:
– Sono fiamme! –
dice uno.
– Ma no cretino!
 E’ la torre!
 E’ la palla dorata! –
E allora ci mettemmo a correre
e ci venivano incontro
poco a poco
le nostre strade
le tegole arrugginite della nostra rocca
i nostri amici
le nostre morose.
E quando arrivammo a casa
che era ancora tutta intera
appena ce li vedemmo davanti
un gran bacio alla mamma
un gran bacio al papà
e poi
scoppiammo a piangere.

 

“La ritirata delle aquile”, lirica di Germana Sandalo da ‘Graffiti piacentini e altre cose’, editrice Farnesiana, 1990

Una violenza sconosciuta
battè alla nostra porta
e mio padre vide balenare
la minaccia di una baionetta
puntata.
Soldati mongoli
frugarono la nostra casa,
portarono via le nostre biciclette
ci impietriva l’atavica paura
del nemico.
Stanche aquile germaniche
mendicarono abiti borghesi
si presero carri e animali e l’ombra
del portone e delle stalle furono
tappe di fuga verso nord, faticose,
ogni ponte distrutto.
L’Apocalisse disegnava all’orizzonte
un profilo di disfatta, nei cuori
l’amarezza di una guerra che tutti
avevamo perduto.
L’imminenza degli alleati,
la calata dei partigiani dalle colline
scoppiò col fragore d’una cannonata:
la lupa, spezzò nervosamente
la sua romanità