“Di archetto molle tra le labbra”, lirica di Catherine La Rose, poeta dell’amore in Roma

Opera di Harry Holland

Starò qui
ad attendere
cielo a perdere costi
scapigliata Penelope
senza spiaggia
e senza risposte…
Mi strapperò le parole
amare di dosso
cuore a pezzi di rosso
fino al sollievo
sorriso di perdono
Poi tesserò cerchi d’Amore
col blu di tono
a rotolarti rotolarti
ai miei labiali poemi
fino ad averti
raggomitolato tutto tra le mani
abbracciato ed accoccolato
affogatami del tuo intero
senza nodi e grinze
raso a pelle che ci stringe
E quando
l’incubo d’Ulisse
sarà finito
e ormai sedotto
ti suonerò
di archetto molle tra le labbra
il mio sensuale eterno violino…

Opera di Renata Domagalska

 

 

“L’algoritmo”, lirica di Michele Prenna, poeta in Varese

La maschera del potere, olio su tela di Babb. Il potere sta sempre camuffato dal bello (i decori del pavimento) ma quando si toglie la maschera ufficiale si scopre la verità (il pagliaccio). Tutto è stato consumato.

Vive di cambiamenti la lingua
riflettendo il cammino degli anni
e l’evolversi umano negli usi
di tecnologici prodotti di moda.

Così nasce a spiar l’algoritmo
ciò che pensi e magari desideri
dai like tuoi sui social impressi
diventando preda al suo occhio.

Lo governano occulti poteri
di politica di consensi in cerca
incuranti di farti dei danni.

È il profitto quello che conta
il dio d’oggi governante i mercati
che le scelte ora guida e controlla.

 

“Salviamo il mondo”, lirica di Natale Seghesio, contadino delle Langhe

La campagna, olio su tela, di Gino Severini

Guarda la natura:
un soffio d’aria mattutina
osserva, il sole spunta
il tramonto non farà paura.

Senti la voce del bosco:
l’eterno silenzio, il mistero
il rumore dell’erba che cresce
il brusio di un uccello nascosto.

Un fiore vicino a un ruscello,
una piuma scaldare un nido,
una briciola per un uccello
il mondo è sempre quello.

Piccole cose di ogni giorno
tutte normali, senza pretese:
se tutti ci guardiamo attorno
salviamo il mondo, senza spese.

Pranzo contadino, olio su cartone, di Roberto Sguanci

Per approfondire la conoscenza con la poesia di Natale, clicca qui

“Malvagio, sono malvagio e bestia”, lirica di Ferruccio Brugnaro, poeta operaio

Pioggia Acida di Elina Starshinina e’ un quadro con utilizzo di colori acrilici su tela.In questo quadro la nostra artista ha riportato con la sua fantasia,una pioggia che incontra nell’atmosfera lo Smog e altri gas che stanno inquinando la nostra atmosfera e stanno rovinando l’equilibrio della Natura stessa..Il bianco rappresenta l’acqua e i colori giallo,rosso, verde sono i gas che miscelati formano un tuttuno. Un dramma ,una sofferenza.

Mi accorgo ancora del biancospino
                               che fiorisce
                      e della rondine che ritorna.
           Malvagio, sono malvagio
                       e bestia.
Non dimentico, non posso dimenticare
                       il crescere dell’erba
il tempo imbandierato di fiori
                              e di nidi
                         il profumo del mondo.
                   Malvagio e bestia
                          selvaggio
                                incorreggibile.
Mi batterò per sempre
                   per questa terra,
                 mi batterò per sempre
                 per questi pianeti
fino l’ultima ferita
fino l’ultimo abbandono
fino l’ultima
           angosciosa amputazione.
      Malvagio
      mille volte malvagio
      bestia senza briglie
                           selvaggio.
Dentro una storia di morte
               dentro uno spazio
                           di morte
             il mio lavoro di sole
          non avrà mai fine.

“Amarezza”, lirica di Michele Prenna, poeta in Varese

Solo, olio su tela di Alessio Bandini

Con gli anni si diventa invisibili a tanti
te ne accorgi da quelli senza riguardo
che parlano vicino a te d’intimi fatti
con disinvolto volgare linguaggio
lo capisci dai conoscenti indifferenti
che fanno i sorpresi al tuo saluto
così che alla fine appena scorti li scansi
o altrove guardando fingi di non aver visto.

Come diverso il tempo dei giovani anni!

Allora come nel sistema solare
ti ruotavano intorno gli amici
e stavano bene attenti alle parole
con aria felice d’incontrarti
mentre gli sconosciuti avevano pudore
e temendo l’ascolto zittivano le voci
perché ora lo sai fin troppo bene
si considera un fiore finché non muore.

“L’insofferenza”, lirica di Michele Prenna, poeta in Varese

Pensieri di luce, olio e acrilico su tela, di Carlo Cofano

Hai voglia a dirti che è un portato degli anni
l’insofferenza t’assale leggendo i quotidiani
sentendo in radio e televisione le dichiarazioni
vedendo le scelte per democratiche discussioni
notando il gusto d’attizzare invidie e odi sociali.

Ne sortirà qualcosa di buono? Non credo.

A che serve l’accusa continua del rubare il futuro
non si sa bene da parte di chi o perché
salvo a convincere i giovani ch’è colpa dei vecchi
e che meglio sarebbe se crepassero in fretta
trovando sprecate medicine e pensioni.

“Diamanti di cielo”, lirica di Giuseppe Diodati, poeta in Pescara

Che poi la pioggia
Lurida e malvagia la pioggia
Quella che incide il vetro
Che il tergicristalli scompone.

E Genova nel mese di agosto
Ha trappole sotto l’asfalto
Che polvere di luce
Polvere di luce frantuma

E una sirena nel porto che grida
Mentre cade la vita nel pozzo del mondo
E l’ombra della luce di un fulmine
Esclude un romanzo d’amore.

E cadi in un boato assordante
Cadi nel vuoto di un giorno
E tutto è uno sguardo di dolore
Oltre le navi, oltre il mare.

E Genova nel mese d’agosto
Tra le gambe fradice di un ponte
E vite come diamanti di luce
Da un fulmine portate nel cielo.

Genova boato e silenzio
Come la preghiera di un cieco
Come la preghiera di un cieco
Con un boato assordante
Silenzio.

“Ferragosto”, filastrocca di Gianni Rodari

Filastrocca vola e va
dal bambino rimasto in città.
Chi va al mare ha vita serena
e fa i castelli con la rena,
chi va ai monti fa le scalate
e prende la doccia alle cascate…
E chi quattrini non ne ha?
Solo, solo resta in città:
si sdrai al sole sul marciapide,
se non c’è un vigile che lo vede,
e i suoi battelli sottomarini
fanno vela nei tombini.
Quando divento Presidente
faccio un decreto a tutta la gente;
“Ordinanza numero uno:
in città non resta nessuno;
ordinanza che viene poi,
tutti al mare, paghiamo noi,
inoltre le Alpi e gli Appennini
sono donati a tutti i bambini.
Chi non rispetta il decretato
va in prigione difilato”.

A ferragosto? Barbecue per tutti, libero e garantito!

“Dignità”, lirica di Francesco De Girolamo, poeta in Roma

Ti ho vista soffocare
nelle aule del potere,
tappezzate di menzogne,
nelle fabbriche incendiate
come celle a gas segrete,
nelle scuole devastate,
nei trapezi senza rete
dei cantieri improvvisati,
nei sorrisi imbarazzati
dietro appalti d’assassini,
nello strazio dei bambini
di padri morti in croce,
a testa in giù, colpiti
dai più vili cecchini,
nascosti negli uffici,
tra dismissioni ottuse
e milioni di scuse
di calo dei profitti.
Ti ho vista scomparire
dal viso rassegnato,
votato al compromesso
dell’arreso sindacato,
indegno del passato,
delle lotte che un tempo
lo videro all’assalto
del lavoro promesso
di un salario più alto
per chi vola tra il ferro
senza portarsi accanto
neanche l’ombra di un santo,
o un bicchiere di latte
per ingoiare l’amianto
senza il vomito in gola
di un’atroce tagliola
che stringe lentamente,
ma un giorno non perdona.
Ti ho sentita invocata
da voci troppo roche,
da grida troppo fioche,
da lingue ormai tagliate
da aguzzini e gerarchi
delle schiere di armate
di mafie liberate
da condoni e amnistie,
da leggi spudorate,
scritte con sangue e fango,
da cui erano cancellate,
le tue lettere alate,
da una mano di bianco
sul tuo nome rimpianto,
che il tempo brucerà
nella storia di stato:
dignità, dignità.

“40”, lirica di Francesca Pellegrino, poeta in Taranto

La mia scarpiera trabocca di scarpe.
Scarpe nuove, mai usate
scarpe che ho comprato con la precisa intenzione
di fare diventare passi
ma che passi non sono mai diventate.
Le conservo tutte
vergini come il primo giorno

quando erano ancora un sogno
che poteva divenire

ma che non ha mai imparato a camminare.

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