“La propaganda d’odio”, articolo di Giuseppe Scalarini pubblicato l’1 gennaio 1922 sull’Asino

Testo e immagine da www.scalarini.it

Cinque anni fa non c’era un ragazzo più buono di lui. La vista del sangue lo faceva  inorridire. Una volta un bambino, che s’era punto con una spina, gli mostrò il ditino insanguinato, egli diventò bianco come un panno lavato. Un’altra volta, avendogli il gatto ucciso un passerotto che aveva avvezzato, fu lì lì per piangere un giorno trovò dei ragazzi che tormentavano un rospo; preso da sdegno li cacciò via, poi nascose la povera bestia in un cespuglio per sottrarla ai suoi martirizzatori. Lo trovarono una notte nella stalla, chino su un cavallo che stava per morire, mentre lo accarezzava, lo abbracciava, gli diceva le più amorevoli parole, come se parlasse ad un amico. Non commise mai il più piccolo atto di violenza. Quando in casa tiravano il collo a un pollo voltava la testa da un’altra parte. Non toccava mai un’arma, diceva che gli facevano ribrezzo. Una volta. Avendo trovato in un cassetto, una rivoltella, cacciò un urlo di terrore, come se avesse visto un serpe. Amava i suoi fiori, le sue piante, le sue bestie, la sua terra. Ah! come l’amava la sua terra! Come la coltivava con cura, come la difendeva dai nemici, com’era contento quando il sole la inondava di luce, come trepidava quando il cielo si oscurava e da lontano rumoreggiava il tuono!
Un brutto giorno gli si presentarono il padrone con una bandiera, il prete, il maresciallo dei carabinieri, ed un giovanotto con un fascio di giornali.
– Pianta lì tutto – gli dissero e vieni con noi.
Che colpo fu per quel ragazzo!
Lo trascinarono in una caserma, lo vestirono da soldato, e poi gli misero addosso un fucile, una spada, un pugnale, una rivoltella, una baionetta, un pacco di cartucce, una bomba e un vaso di latta pieno di un liquido infiammabile.
– Ecco, – gli dissero – uccidi!
– Ma io non ho mai ucciso! – gridava il ragazzo, piangendo.
– Te lo insegneremo noi.
Gli insegnarono ad imbracciare il fucile, ad impugnare la rivoltella, a prendere la mira nel cuore ed a far fuoco, gli insegnarono a maneggiare la spada ed a spaccare il cranio con un fendente; gli insegnarono a cacciare la baionetta nel ventre; gli insegnarono a vibrare un colpo di pugnale; gli insegnarono a lanciare una bomba; gli insegnarono ad incendiare, ad assalire, a saccheggiare, a devastare, a distruggere ogni cosa.
Il ragazzo piangeva, pregava, scongiurava che non aveva il coraggio di far queste cose; ma il padrone gli sventolava dinnanzi agli occhi la bandiera e gli parlava della patria, il prete gli mostrava
il crocefisso e gli parlava di Dio, il carabiniere gli spianava la rivoltella, e gli parlava della legge, il giornalista gli mostrava i fogli e gli parlava della civiltà, della democrazia,dell’onore,della giutizia, della gloria. In nome di tutte queste belle cose bisognava uccidere.
Dopo cinque anni di insegnamento, quest’uomo che impallidiva per una goccia di sangue, che piangeva per la morte di un uccellino, ora scaglia le bombe e scarica i fucili e le rivoltelle contro
la gente; quest’uomo che soffriva nel vedere il ramo di un albero spezzato, che passando nei campi sembrava che temesse di far del male all’erba che schiacciava, ora, con gli occhi iniettati di sangue e la bava alla bocca, urlando come un selvaggio, leva minaccioso il suo braccio armato che tante volte aveva tremato nel cogliere una rosa.
Chi lo ha trasformato così? la propaganda di odio della guerra.
Scalarini

“1935, l’invasione dell’Etiopia. Italiani brava gente? No, macchiati di crimini di guerra”

Esattamente ottanta anni fa, il 2 ottobre 1935, l’Italia aggrediva l’Etiopia. Culturalmente prodromica dell’infamia delle leggi razziali, fu molto peggio di una guerra coloniale già che l’impero etiope era membro della Società delle nazioni e dall’Italia riconosciuto. Gli italiani, riduzionista definirli fascisti, commisero inenarrabili crimini contro l’umanità. Causarono centinaia di migliaia di morti, non solo con l’uso di armi chimiche, negato per decenni anche dallo stato democratico, ed è significativo come questa ricorrenza, una delle pagine più nere della nostra storia, stia passando sotto silenzio.

“Buona Pasqua dalla trincea degli ultimi”, lettera per Agnese dal fango del fronte

Nel giorno che tradizionalmente dedichiamo alla Pace, i miei auguri vengono dalle trincee, quelle lontane del 15-18 e quelle che in troppi paesi sono ancora scavate e colme di soldati in armi. [ La lettera che segue è ripresa dal blog “Grifoni in Rete”, a firma Nemesis ]

Cara Agnese, ti scrivo ancora dal fango di questa trincea, e in gran segreto, perché gli avvenimenti incalzano ma non voglio che la propaganda te li racconti in mia vece.
Ricordi lo spavento di un anno fa, quando rischiammo di replicare la tragedia di Caporetto?
Ebbene, è successo ancora, e solo un miracolo (o qualcos’altro) al penultimo minuto ha impedito il fatale tracollo a cui ci aveva condannato l’inettitudine e la superficialità del nostro Comandante, il Generale Enrico Preziosi, uno che viene dalla gavetta e si è fatto da solo, purtroppo!
Nemmeno il tempo di riorganizzarci che subito il destino ha preteso un riscatto, e un’inesorabile granata si è portata via il nostro Cappellano, fedele compagno di chiunque fosse in fondo alla fila.

Anzi, proprio lui aveva definito così la nostra postazione, “la trincea degli ultimi”, forse perché qui si è raccolta la truppa che nessuno ha voluto e gli scarti degli altri battaglioni, o forse per il sacrificio estremo a cui siamo condannati, o più semplicemente perché la nostra fedeltà ci farà soccombere per ultimi.
Comunque sia, da oggi ci sentiamo tutti un po’ più soli e perfino il nemico, che da mesi ci bombarda ininterrottamente, ha zittito per un giorno i propri cannoni, e ci piace interpretare questa tregua come un cavalleresco segno di rispetto per il nostro lutto.
In questa notte più buia del solito, in questo silenzio caliginoso e inusuale a cui non siamo più abituati, ciascuno di noi è al cospetto di se stesso, e ti stupiresti a osservare i volti di questi uomini rudi e avvezzi all’orrore: fissano il vuoto, e sanno di aver perso l’amico a cui affidavano la propria paura, l’insicurezza, la nostalgia, i dubbi, lo smarrimento, il dolore… e anche la solitudine, che a ben vedere è il nemico più temibile, senza divisa ma dotato di un’arma letale.
Cara Agnese, noi lo chiamavamo semplicemente Don, ma il suo modo di parlare non era certo quello di un prete qualunque, e perfino un ateo come me trovava conforto in lui che citava Cristo non per imporlo, ma per proporlo, e non come un’entità trascendente ma come un uomo vero che ha sofferto nella sua trincea sul Golgota.
Il Cappellano era un uomo di rara generosità, e per questo era attratto dalle persone semplici, dai diseredati e dai sofferenti, e le sue parole erano sempre la medicina migliore che un ferito potesse desiderare, anche se non riuscivano a tenere il ritmo con cui l’infermeria si riempiva.
Al contrario, se solo intuiva che un ufficiale si approfittasse del grado per infierire con spocchia e arroganza su un inferiore, lo metteva nel mirino e lo “distruggeva” con l’ironia,  oltre a ricordargli l’irrisolta questione del cammello alle prese con la cruna dell’ago.
Lo so, mentre scrivo ne parlo come fosse già un santo, ma è per affetto e non per altro; e comunque uno così non rischia certo la santificazione perché la Chiesa si basa su altri parametri, e il miracolo di confortare gli emarginati è molto indietro nella lista.
Lui dormiva di giorno, per stare vicino ai ragazzi che la notte uscivano in missione con un biglietto di sola andata, o per incoraggiare le sentinelle che dovevano condividere il freddo e il buio soltanto con la propria ombra, a cui spesso intimavano il “chi va là”, e addirittura qualche volta le scaricavano addosso il caricatore, però mancandola.

Questa gravissima perdita ci coglie in un momento delicato, perché il futuro è un rebus e l’unica certezza è che continueremo a marcire in questa buca, con il Generale che ci ripete due volte al giorno… “dovreste ringraziare di essere ancora vivi”… tanto chi avrebbe qualcosa da ridire non può farlo, perché è già morto.
Intanto però i rifornimenti cominciano a mancare, le munizioni scarseggiano, il rancio fa schifo, e tutti i muli che arrivano dalle retrovie non portano i rinforzi, ma solo la posta da casa e le congratulazioni del Comando per la nostra resistenza, anche se i troppi elogi sono sempre sospetti, e preludono a qualche fregatura.
Il Colonnello Ballardini, che tutti stimano come persona e un po’ meno come stratega, ha sistemato da par suo la linea difensiva, e va bene, di qui non si passa, ma così nemmeno riusciamo ad avanzare, incapaci di insidiare il fortino nemico, senza tattiche diversive, senza fantasia, senza entusiasmo, senza condottieri che traccino il percorso, e senza eroi disposti al sacrificio che lo affrontino.
E sai che succederà adesso? Pare che il Generale Preziosi voglia imitare il Capo Supremo Cadorna, quello che rimuove gli Ufficiali se appena lo deludono, e così ancora non sappiamo chi verrà a guidarci in battaglia, sperando non arrivi qualcuno che ci organizzi la ritirata.
Si parla di uno troppo giovane ma già abbastanza presuntuoso, di un altro che sembra più Austriaco che Italiano, e infatti non si capisce una parola di quel che dice; gira voce che ci mandino un raccomandato fatto in casa, o un riciclato che ha più credito di quanto meriti, o forse uno che ha appena subito una batosta da un’altra parte… non so, può venire chi vuole, ma se non si rinforza il Reggimento siamo già condannati, perché oggi è composto solo dagli anziani della riserva e dai Ragazzi del 99, coraggiosi, ma troppo inesperti per reggere le insidie del fronte.
L’unica certezza che ci è rimasta è la bandiera, che infatti sventola orgogliosa e che nessun cecchino riesce ad abbattere, ma quando potremo issarla oltre questa “terra di nessuno” che però ciascuno difende alla morte come fosse la propria?
Chiunque arrivi dovrà far sì che la “trincea degli ultimi” sia soltanto una didascalia e il ricordo del nostro Cappellano, ma guai se fosse la prospettiva del “progetto”, che tra l’altro è un termine fuori luogo per un esercito di terracotta che annaspa nel fango.
I più valorosi e i più audaci non sopportano questa latenza, e nel migliore dei casi chiedono il trasferimento nei reparti d’assalto; altri hanno disertato, purtroppo, ma sono casi sporadici, anche perché chi viene catturato rischia la fucilazione, benché ci sia sempre chi li difende.
Pensa che addirittura il Comandante ha messo agli arresti i più vivaci del mio Battaglione, magari non irreprensibili nella disciplina, ma punti di riferimento per gli altri e fondamentali per lo spirito di gruppo, che infatti si è disciolto: ma che senso ha acuire la tensione in un momento così complicato?
Dalle tue lettere ho capito che in Italia circola un’idea falsa di quanto avviene al fronte, con i bollettini e i giornali che fanno credere come la macchina bellica funzioni al meglio, e quanto poco manchi alla vittoria.
Ma la gente non si pone domande? Non si chiede se sia tutto un trucco, un’illusione ottica, una favola, una menzogna pilotata, una versione di comodo?
E’ la solita utile alleanza tra chi trae vantaggio nel mistificare e chi nel far finta di non vedere, e speriamo di no, ma se un giorno il nemico dovesse per davvero sfondare e sopraffarci, immagino lo sciagurato confronto tra quelli del “ma come è potuto accadere?” e quelli del “io l’avevo detto”: tutto inutile, ormai sarebbe semplicemente… “troppo tardi”.
Mia cara Agnese, ormai l’hai capito, non ce la faccio proprio a scriverti che sto bene e quindi anche tu, come dice il mio Comandante, devi accontentarti di sapermi vivo… sempre che questa sia vita.
A volte capita che un bengala accenda la notte, ed è come scostare il sipario sull’affresco della nostra miseria: ci guardiamo l’un l’altro e ci compatiamo, soli insieme, stanchi, afflosciati, immobili, con gli sguardi delusi, contorti, vitrei, così trasparenti da poter leggere i pensieri che sfogliamo nella mente, perché sono gli stessi per tutti, proprio come la divisa che indossiamo.
Ed è in quel momento di intimità svelata che il passato e il futuro si sovrappongono e mi imbrogliano, perché in fondo quel che desidero è tornare quel che ero, senza medaglie al valore ma nemmeno alla memoria, e con una dignità che nessuna emergenza poteva, né potrà, manipolare.
Ciao a presto Agnese, forse.
 

Piacenza: “Mobilitiamoci per la pace”, il presidio sindacale di lunedi in Piazza Cavalli

Decisamente una “sparuta” presenza lunedi alla pur importantissima manifestazione indetta da CGIL, CISL e UIL per sensibilizzare sui “venti di guerra” che soffiano nel mondo, dall’Ucraina allo scenario Mediorientale. Un presidio “per la pace”, ma come perseguirla, questa pace? Possibile ed efficace la semplice azione diplomatica nei confronti dell’ISIS? Non da meno le perplessità per quanto alla situazione al confine russo dove ogni responsabilità viene ricondotta alle mire espansionistiche di Putin tacendo del fatto di un popolo che chiede autodeterminazione rispetto ad un potere centrale dal quale non si sente più rappresentato. Contraddizioni che forse spiegano la freddezza della risposta dei piacentini all’invito sindacale con quella “sparuta” presenza che dicevamo. Resta comunque l’importanza della proposta di riflessione e, per questo, sembra opportuno riportare il resoconto della giornata ripreso dal quotidiano on line ‘Piacenza Sera’.

“Mobilitiamoci per la pace”. Lunedi sera sindacati e associazioni sono scesi in piazza nel cuore di Piacenza per un presidio a favore della pace promosso da Cgil, Cisl e Uil con i rispettivi segretari Gianluca Zilocchi, Marina Molinari e Massimiliano Borotti.

“La tragedia libica, le nuove minacce del cosiddetto Stato islamico, la crisi in Ucraina devono essere affrontate con urgenza e determinazione – affermano i promotori – occorre riportare l’attenzione su queste questioni.  La crisi economica che attraversa il nostro Paese rischia di provocare un disinteresse dell’opinione pubblica verso questo vicende, mentre essa va invece risvegliata perché quello che succede nel mondo colpisce direttamente le nostre vite, come le nostre emozioni”.

“Dobbiamo scongiurare con la forza della diplomazia, che si affermi la volontà di un intervento militare nei luoghi dove oggi le tensioni sono alte, che non farebbe altro che innescare una pericolosa spirale di violenza ed odio Non possiamo più permetterci di chiudere gli occhi sulle troppe guerre che infiammano il mondo, continuando ad arrivare tardi sui conflitti che ci stanno davanti e lasciare tutto nelle mani dei responsabili politici di tanta negligenza”.

“Oggi non vanno ripetuti gli stessi errori di sempre per cui si continua a delegare agli eserciti e alle armi la soluzione dei problemi che la politica non ha saputo (o voluto) risolvere, gestendo le emergenze della sicurezza con le logiche e gli strumenti arcaici della crisi distruggendo decine di miliardi di euro dei nostri bilanci”.

“I nostri valori ed interessi non possono essere difesi in un mondo complesso e veloce come l’attuale se non ci si dota di una visione politica globale che possa permettere all’Europa di avere un progetto adeguato a quanto stiamo vivendo, insieme all’azione dell’ONU che deve essere messo in condizioni di agire come la realtà odierna richiede. Il Mediterraneo è il confine meridionale dell’Europa e dobbiamo partire da questo punto di vista, contrastando chi strumentalizza politicamente i drammi, l’insicurezza e le paure di tante persone fomentando divisioni, intolleranza, disprezzo, odio, in un crescendo di xenofobia. Se vogliamo uscire da questo incubo cominciamo col mettere al bando l’indifferenza e l’isteria, usando passione ed intelligenza”.

“Mi chiamo Meriam, sono una bambina palestinese”, di Giuseppe Diodati

Mi chiamo Meriam e sono una bambina palestinese. Non che volessi nascere in Palestina, per me anche se nascevo ebrea o meglio italiana era lo stesso.
Poi, non ho deciso io ma Dio, se c’è, perché io sono una bambina palestinese e mica lo so se Dio esiste e che nome ha.
Ho sentito dire che in occidente le donne sono più libere che da noi, non tutte, ma avrei voluto provare.
Avrei voluto studiare, diventare grande e fare le mie scelte, magari sarei diventata un grande scienziato e avrei trovato una cura per il cancro.
Non lo saprò mai come non lo saprete mai.
Sono nata a Gaza, un posto che dicono fosse bellissimo e ora è uno schifo tremendo, ma voi, meglio a voi cosa importa? Voi parlate di diritto di Israele, di Hamas e di terrorismo, voi siete istruiti io no, io sono nata a Gaza e mia sorella è morta perché non aveva di che curarsi, sapete c’è una cosa che i grandi chiamano embargo e non passano molte cose medicine comprese.
Mi chiamo Meriam e sono una bambina di nove anni di Gaza, discriminata perché donna, ma a dire il vero non so cosa voglia dire esattamente.
So solo che mi hanno ammazzata le bombe istraeliane a me che non ho fatto nulla, a nove anni che cavolo dovevo fare di male.
Dicono sia giusto così, noi siamo sporchi e cattivi, anche ignoranti, loro sono istruiti, studiano i loro testi di religione come noi studiamo i nostri.
Se vado in paradiso non voglio sentire parlare di religione, ma tanto lo so che è tutto un grande imbroglio e che non vi è nessun dio, scritto minuscolo o se c’è è andato via, qualunque sia il suo nome.
Potevo nascere Israeliana che sfiga però nascere palestinese, se rinasco spero vada meglio la prossima volta.
Una cosa non ho capito, ma perché mi hanno ammazzato?

Piacenza: pace e armonia, meditazione al parco con Lucia Cassi

Pace e amore al Parco della Galleana di Piacenza, iniziativa di meditazione svolta in contemporanea a Milano e altre città domenica come riportato nell’articolo pubblicato da Libertà quotidiano di Piacenza con promotrice Lucia Cassi, al centro della foto Lunini

Il parco della Galleana trasformato in una grande sala di meditazione all’aperto, alla scoperta dello Yoga e delle tecniche di rilassamento indiane per alleviare lo stress quotidiano. Tantissimi i piacentini che ieri pomeriggio hanno partecipato alla giornata di meditazione pubblica, evento che si è tenuto in contemporanea a Milano e in altre città italiane. L’evento, denominato “L’Arco dell’Alleanza“, è un intuizione diventata community, dalla quale è nato un progetto a scopo benefico che ha come intento generale quello di unire una massa critica di individui in un incontro di ricerca e meditazione pubblica.
Una giornata di meditazione collettiva su sentimenti quali l’amore, la gioia e la gratitudine, favorendo il benessere collettivo e unendo la teoria con la pratica dai molteplici obiettivi: creare una risonanza armonica, risvegliare le coscienze e diffondere la pace e l’armonia attraverso lo stare insieme e la condivisione, aumentare in ognuno il senso di benessere interiore ed esteriore e aprire il proprio cuore per migliorare il mondo, promuovere e diffondere l’importanza delle discipline olistiche. A Piacenza l’evento è stato organizzato dall’ Associazione “IlChakradelCuore” di Castelsangiovanni nel parco della Galleana, in prossimità della baita di legno, con un programma ricco e variegato: dalla presentazione, a cura di Lucia Cassi, (presidente dell’Associazione e Leader Yoga della Risata), per poi continuare con “Introduzione al Rebirthing, il respiro del cambiamento” (con meditazione di respiro) di Manuel Brambilla, (operatore olistico ed esperto di Rebirthing), “Ayurveda, scienza di vita ” (con mantra della gioia) di Veronica Codeghini (esperta in trattamenti Ayurvedici), “Oltre il BenEssere, IO SONO”, con Grazia K. (Mind Coach, ThetaHealear e insegnante di ThetaHealing), “Yoga della risata con meditazione colorata dei chakra” (Lucia Cassi), “Yoga per il solstizio d’estate” con Sivia, Riccardo e Andreina del Centro Yoga Anahata, il cerchio di chiusura e il concerto finale delle campane di cristallo. Come ha spiegato Lucia Cassi «siamo partiti lo scorso anno, noi e Milano, con questo evento e quest’anno si sono aggiunte altre città della costa Adriatica tra cui Milano Marittima. Ha un effetto benefico sulla collettività perché la massa critica aiuta davvero tutti quanti a sentirsi meglio». Molto positivo in particolare lo Yoga della risata «perché permette alle persone di rilassarsi e vivere in modo gioioso la vita. Nel nostro centro di Castelsangiovanni lo consigliamo a chiunque perché in tempi come questi è una tecnica utile per eliminare lo stresso quotidiano, talmente importante che lo proponiamo gratis ogni giovedì sera».

Gabriele Faravelli

“Il mio partigiano”, in 200 hanno abbracciato i 5 protagonisti a San Protaso di Fiorenzuola (Pc)

Il partigiano Romolo Bonomini con la moglie, abbracciato dal figlio Francesco [foto e articolo ripresi da Libertà quotidiano di Piacenza relativi alla manifestazione “Il mio partigiano” di San Protaso frazione di Fiorenzuola d’Arda alla quale hanno partecipato oltre 200 commensali

Il mio partigiano“: sembra il titolo di uno di quei temi che una volta assegnavano le maestre. Ti si chiedeva di raccontare una persona importante per te. E la stessa richiesta è arrivata venerdi ad ognuno degli oltre 200 commensali che hanno diviso il pasto a San Protaso. Nella frazione rurale di Fiorenzuola (Pc) si è vissuta l’ottava edizione del pranzo partigiano, organizzato dall’Anpi, soprattutto da quei giovani che prendono il testimone dai più anziani, con orgoglio e senso di responsabilità.
Ognuno di noi ha nel cuore e negli occhi un “suo” partigiano. Non perché lo preferisse agli altri, ma perché nell’incontro con lui (o con lei, perché ci sono pure le resistenti e le staffette) ha incontrato valori collettivi: libertà, giustizia sociale, democrazia.
Ieri erano presenti anche cinque partigiani superstiti: in particolare è stato applaudito il professore Romolo Bonomini, 82 anni, che nell’ottobre scorso ha rischiato di morire in un incidente. Sta vincendo ora la sua battaglia per tornare a camminare (non vede l’ora di sbarazzarsi della stampella che gli fa da sostegno). Intanto la mente è tornata lucida, uno scrigno di memorie. E ci sono poi la staffetta Stella, Pierina Tavani di Caorso, i partigiani Giovanni Biselli e Sante Bocciarelli e ancora – da Cortemaggiore – Gaetano Faverzani, classe 1925, nome di battaglia Tesoro: glielo diede una fidanzata perché era bello e scriveva poesie. Pronuncia alcuni versi, a memoria, che fanno commuovere: «Guardo le verdi colline su queste montagne dove nell’era giovanile provai momenti di terrore. Dal cielo veniva tanta neve, al cielo salivano tante anime. Ma tutto ha un termine; finisce l’inverno la neve insanguinata si scioglie al tepore della primavera. Dio aiutarci a mantenere questo bene».
Anche Pino Scapuzzi, partigiano poeta, viene ricordato attraverso i versi che compose, interpretati dall’attrice Roberta Biagiarelli. Si levano canti partigiani grazie ai bravissimi musici Mano Libera: Romolo Morandini, Francesco Bonomini, Roberta Ferdenzi, Giacomo Martucci, Giovanni Casati.
Si piange, si danza, si mangia, si ride. Scorrono le parole piene di emozione e senso civile delle giovani dell’Anpi che si fanno “staffette” di memoria, promettendo di essere testimoni della resistenza, incontrata negli occhi dei partigiani: Angelo Gatti, Sandokan, «il nostro presidente che ci scrutava con i occhi fieri»; Rino Vinciguerranoi come lui eravamo combattute tra il di destino di ascoltare la testimonianza e la paura di riaprire la ferita della prigionia»); Angelo Massini, «sensibile e sincero“, Angelo Grazioli: «il pranzo del 25 aprile era un appuntamento che non avrebbero mai potuto perdere». Ricordato anche Antonio Buschi scomparso di recente. Lo storico Franco Sprega ha commemorato Nino Fagnoni, nome di battaglia Stalin, che sopravvisse grazie alla solidarietà della gente di Borla e Trinità; che sognò il sole dell’avvenire, che aveva la quinta elementare ma fu appassionato cultore di scienze umane e naturali. Ricordato il comandante Tobruk, al secolo Antonio Ferrari, dalla figlia Giovanna. Per il presidente Anpi Danilo Frati, a parlare sono le lacrime che non riesce a trattenere, dopo questo rito laico di rammemorazione, che nutre le vite degli uomini e delle donne d’oggi.
Donata Meneghelli

La splendida immagine realizzata dall’artista Fausto Chittofrati dedicata alla memoria della Resistenza

Con il racconto “L’attesa” Mara Depini riceve a Pistoia il premio letterario “La Pira”

Pubblichiamo l’articolo ripreso da Libertà quotidiano di Piacenza con i complimenti alla brava Mara, premiata in occasione della Giornata della Pace

Castelsangiovanni – (mar. mil) II racconto “L’attesa”, della castellana Mara Depini, ha otteuto un altro riconoscimento. Dopo il premio ricevuto l’anno scorso a Besana in Brianza in occasione el premio letterario Circolo Pickwick, ha ottenuto un altro prestigioso riconoscimento. La scrittrice di Castelsangiovanni si è infatti classifica al terzo posto, sezione nattativa, all’interno della 31° edizione del Premio Letterario Internazionale di Narrativa e Poesia Giorgio La Pira.
Il racconto è la storia del ripetersi incessante dei gesti e delle parole compiute ogni giorno da un’anziana coppia che vive nella perenne attesa di un figlio che non farà mai più rientro dalla guerra. La cerimonia di consegna del riconoscimento è avvenuta nei giorni scorsi a Pistoia, in occasione della ricorrenza della 31° Giornata della Pace, della Cultura e della Solidarietà. Mara Depini, che da anni coltiva la sua passione per la scrittura, è stata premiata con una targa in argento e una somma di 200 euro consegnate dal Prefetto di Pistoia Mauro Lubatti e da Tamara Chikunova, fondatrice del’Associazione madri contro la pena di morte. La Chikunova era madre di un ragazzo di 29 anni condannato a morte in Russia. La donna non venne avvertita dell’esecuzione e le fu quindi impedito di vedere il figlio per l’ultima volta. Grazie a lei oggi la pena di morte è stata cancellata in Uzbekistan. «Il fatto di aver ricevuto il premio da questa donna – dice Mara Depini mi ha commossa. Tamara si è detta colpita dal mio racconto». La cerimonia a Pistoia ha visto numerosi partecipanti tra cui alcune personalità insignite del premio per la Pace e Solidarietà come il comandate della Guardia Costiera di Lampedusa Giuseppe Cannarile e l’attivista dei diritti dei lavoratori in Cina Han Dongfang.

Val Trebbia, “Sofferente fruscio dell’acque sulla schiena dei sassi”, lirica di pace di Claudio Arzani

Fiume Trebbia: “tace lo scoiattolo, tace il porcospino, tacciono volpi e anche il cane, sofferente fruscio dell’acque sulla schiena dei sassi”.

Una notte lontano dal mondo,
nella dacia laggiù, in zona golenale,
cullati dal fruscio dell’acque del fiume
accarezzanti le schiene dei solidi sassi
Sassi sporgenti, riflessi di luce,
abbagli fluttuanti di splendori di stelle,
lassù il firmamento balucinio di note
spartito musicale del concerto spaziale
Profumi del bosco, scoiattoli transitanti,
passi felpati che sembrano umani
non sono altro che lenti spostamenti
transumanza di porcospini e rospi gracchianti
Al sorger dell’alba, è zittito l’universo, 
unico rombo d’oltre il profilo del monte,
sovrasta l’arcadia, impone il reale,
cacciabombardieri alzati in volo
Lontani fuochi, rossi bagliori pennellano
le acque azzurre del fiume zittito,
Aereoporto di San Damiano, aereoporto militare,
tutti vuoti hangar e alloggiamenti per i piloti
Ogni bomba segnata con indirizzo con nome
tace lo scoiattolo, tace il porcospino,
tacciono volpi e anche il cane,
sofferente fruscio dell’acque sulla schiena dei sassi.