Italiani: sporchi, puzzolenti, brutti, ignoranti, tardi di comprendonio, stupratori, accoltellatori e assassini

L’articolo proposto riproduce in parte scritti di Luciano Rimini e di Francesco Di Silvestre

Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura.
Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane.
Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.
Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.
Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.
Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.
Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti.
Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali…
…….Si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare.
Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano purché le famiglie rimangano unite e non contestano il salario.
Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia.
Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più.
La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione.

1891: linciaggio di italiani a New Orleans

Quel­lo che ave­te ap­pe­na let­to non è uno dei so­li­ti pro­cla­mi di Sal­vi­ni, né un ar­ti­co­lo di “Li­be­ro”, “Il Gior­na­le” o di qual­che sito di estre­ma de­stra.

Sono i pas­si più si­gni­fi­ca­ti­vi del­la re­la­zio­ne del­l’I­spet­to­ra­to per l’im­mi­gra­zio­ne del Con­gres­so ame­ri­ca­no su­gli im­mi­gra­ti ita­lia­ni ne­gli Sta­ti Uni­ti, scrit­ta nel­l’ot­to­bre 1912. In que­gli anni, tra l’al­tro, il New York Ti­mes pub­bli­ca­va di fre­quen­te ar­ti­co­li di que­sto te­no­re e, ad­di­rit­tu­ra, an­che mol­to più duri su­gli im­mi­gra­ti ita­lia­ni. “L’i­ta­lia­no di re­go­la è un gran­de cri­mi­na­le. L’I­ta­lia è pri­ma in Eu­ro­pa con i suoi cri­mi­ni vio­len­ti. Il cri­mi­na­le ita­lia­no è una per­so­na tesa, ec­ci­ta­bi­le, è di tem­pe­ra­men­to agi­ta­to quan­do è so­brio e ubria­co fu­rio­so dopo un paio di bic­chie­ri. Quan­do è ubria­co ar­ri­va lo sti­let­to. Di re­go­la i cri­mi­na­li ita­lia­ni non sono solo la­dri e ra­pi­na­to­ri ma ac­col­tel­la­to­ri e as­sas­si­ni. Que­sti sono co­lo­ro che il no­stro go­ver­no ci ha por­ta­to in casa” scri­ve­va il New York Ti­mes il 14 mag­gio 1909.

Controlli medici su emigrati italiani alla stazione di Briga nel 1956

Cose non mol­to dif­fe­ren­ti su­gli im­mi­gra­ti ita­lia­ni si scri­ve­va­no e si so­ste­ne­va­no an­che in Sviz­ze­ra, Ger­ma­nia, Fran­cia, Bel­gio. “Noi pro­te­stia­mo con­tro l’in­gres­so nel no­stro Pae­se di per­so­ne i cui co­stu­mi e sti­li di vita ab­bas­sa­no il no­stro stan­dard di vita e il cui ca­rat­te­re, che ap­par­tie­ne a un or­di­ne di in­tel­li­gen­za in­fe­rio­re, ren­de im­pos­si­bi­le con­ser­va­re gli idea­li più alti del­la mo­ra­li­tà e del­la ci­vil­tà bel­ga” scri­ve­va “Cro­ni­que pu­bliée dan Bel­gi­que” nel gen­na­io del 1956.

Un qua­dro mol­to in­te­res­san­te e as­so­lu­ta­men­te fe­de­le alla real­tà su come ve­ni­va­no con­si­de­ra­ti e trat­ta­ti gli im­mi­gra­ti ita­lia­ni in Bel­gio emer­ge dal film “Ma­ri­na”, la sto­ria del can­tan­te ita­lia­no Roc­co Gra­na­ta emi­gra­to in Bel­gio da bam­bi­no in­sie­me alla fa­mi­glia e au­to­re del­la can­zo­na “Ma­ri­na” di­ve­nu­ta poi un suc­ces­so mon­dia­le. Il film (gi­ra­to nel 2013) de­scri­ve alla per­fe­zio­ne i so­pru­si e le di­scri­mi­na­zio­ni che era­no co­stret­ti a su­bi­re gli im­mi­gra­ti ita­lia­ni, a cui ad­di­rit­tu­ra era vie­ta­to l’in­gres­so in al­cu­ni lo­ca­li e che ve­ni­va­no in­col­pa­ti per pri­mi, pur se sen­za al­cun fon­da­men­to, in oc­ca­sio­ne di qual­sia­si cri­mi­ne.

E’ fa­ci­le ed è co­mo­do di­men­ti­car­lo ma la sto­ria, per chi la vuo­le co­no­sce­re, rac­con­ta come per de­cen­ni gli im­mi­gra­ti era­va­mo noi ita­lia­ni, vit­ti­me de­gli stes­si pre­giu­di­zi, del­le stes­se in­vet­ti­ve che ora ri­vol­gia­mo a chi vie­ne nel no­stro pae­se. In tan­ti lo han­no di­men­ti­ca­to (o for­se pre­fe­ri­sco­no igno­rar­lo), così come ab­bia­mo di­men­ti­ca­to che al­l’e­po­ca an­che noi sia­mo sta­ti col­pi­ti e sia­mo sta­ti vit­ti­me di tra­ge­die in mare, con al­cu­ne dram­ma­ti­che scia­gu­re del­le im­bar­ca­zio­ni che, come ve­ni­va chia­ma­to il ca­ri­co di emi­gran­ti al­lo­ra, tra­spor­ta­va­no la “ton­nel­la­ta uma­na”.

Ben 576 ita­lia­ni mor­ti nel nau­fra­gio da­van­ti al por­to di Gi­bil­ter­ra, 549 ita­lia­ni mor­ti nel­la tra­ge­dia del “Bour­go­gne” al lar­go del­la Nuo­va Sco­zia, 550 emi­gra­ti ita­lia­ni mor­ti nel nau­fra­gio del “Si­rio” in Spa­gna, 314 ita­lia­ni mor­ti (ma se­con­do i bra­si­lia­ni le vit­ti­me fu­ro­no più di 600) nel nau­fra­gio del­la “Prin­ci­pes­sa Ma­fal­da” al lar­go del Bra­si­le…

Una vignetta razzista anti-italiani del 1888

1 settembre 1939: le truppe tedesche entrano in Polonia, inizia la Seconda Guerra Mondiale

All’alba del 1 settembre del 1939, 60 divisioni tedesche invadono la Polonia mentre la Luftwaffe distrugge basi aeree, ponti e vie di comunicazione. Il 7 settembre, i tedeschi arriveranno in vista di Varsavia che però resisterà. Ma il 17 le due ali dell’esercito nazista si riuniranno a Vlodawa, 200 km a est di Varsavia, circondando il grosso dell’esercito polacco.

Intanto in quello stesso 17 settembre l’armata sovietica invaderà a sua volta la Polonia in base ad uno scellerato patto di divisione sottoscritto tra Russia e Germania il 23 agosto. Con l’ingresso delle truppe sovietiche la situazione dell’esercito polacco diventerà praticamente disperata e la soluzione individuata sarà quella di far uscire dal Paese il maggior numero possibile di soldati in modo che essi potessero poi combattere, su altri fronti, al fianco degli Alleati: alla fine 30.000 soldati ed aviatori riusciranno a raggiungere la Romania, mentre altri 60.000 si rifugeranno in Ungheria.

Il 29 settembre i tedeschi entreranno a Varsavia, la guerra lampo può definirsi conclusa.

“Il delitto Pasolini: l’omicidio”, approfondimento di Alberto Zanini, 5^ parte (dal blog ‘I gufi narranti’)

Le puntate precedenti: per la 1^ clicca qui, qui per la 2^ , qui per il libro di Pino Pelosi, clicca qui per la 3^ e infine qui per la quarta

Morte di Pino Pelosi

Pino Pelosi è morto all’Hospice Oncologico dell’ospedale “Villa Speranza” il 20 luglio 2017. Aveva 59 anni e da tempo lottava contro il cancro.

Pelosi si è portato definitivamente nella tomba i segreti di quella notte terribile del 2 novembre quando Pasolini viene ucciso.

L’avvocato Alessandro Olivieri ha ammesso che parte della verità non è mai stata divulgata e che il suo assistito ha provveduto a custodire in una cassetta di sicurezza le informazioni compromettenti.

Se Pelosi non è stato l’autore dell’omicidio, se la motivazione di un litigio fra omosessuali non è più plausibile e che anche il tentativo di rapina finito male sembrerebbe futile e improbabile, perché non giustificherebbe 40 anni di depistaggi ed insabbiamenti allora è probabile che ci troviamo davanti ad un delitto eccellente.

A questo punto occorre fare un passo indietro, riavvolgere il nastro e ipotizzare altre soluzioni.

Ipotesi sul movente politico.

Da qualunque prospettiva la si guardi, la motivazione sembrerebbe politica.

Sono gli anni 70. Stragi, attentati, omicidi. Sono gli “anni di piombo”.

Morti innocenti vittime del periodo più nero della storia d’Italia.

La strategia della tensione dove la destra vuole delegittimare la sinistra.

Accade anche che nel 1975 tre pariolini, rampolli benestanti, Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira, forse annoiati ma sicuramente criminali, rapiscono due ragazze, le portano in una villa del Circeo, le sevizino sadicamente e le violentano. Alla fine Rosaria Lopez muore, mentre Donatella Colasanti si salva fingendosi morta. Un capriccio? O subentrano motivi legati ad una visione politica aberrante?

Angelo Izzo, Gianni Guido e Andrea Ghira

Accade anche che due anni prima, nel 1973, Franca Rame viene anche lei rapita da 5 neofascisti, caricata su un furgone dove viene seviziata e ripetutamente violentata. La scelta della vittima venne suggerita da ufficiali dei carabinieri della Divisione Pastrengo.

Si può allora parlare di “stupro di Stato”? Si usa la violenza per colpire l’emancipazione femminile ma anche l’omosessualità che la destra combatte strenuamente.

L’epiteto “frocio comunista” che, stando alla testimonianza di Pelosi, Pasolini ricevette durante il brutale pestaggio fa parte dell’opinione comune di una morale costituita, secondo una destra che non mai accettato l’omosessualità nella società.

Ma se dietro l’omicidio di Pasolini ci fossero stati motivi più compositi?

Qualcosa che avesse a che fare con la politica, ma non solo, con la finanza, con i servizi segreti, con la massoneria deviata che aveva in mano tutti i poteri forti compresi anche i mezzi d’informazione fondamentali per manipolare l’opinione pubblica.

Una sorte di “golpe bianco” senza spargimento di sangue.

Un giorno il Pm Vincenzo Calia vede un libro intitolato“ Questo è Cefis” su una bancarella del mercato a Pavia. L’autore è un misterioso Giorgio Steimetz pseudonimo, sembrerebbe, del giornalista Corrado Ragozzino.

Questo è Cefis ha sicuramente ispirato il romanzo “Petrolio” di Pier Paolo Pasolini.

Pubblicato nel 1972 ma immediatamente fatto ritirare dal mercato dal potente Cefis, ne rimasero in giro pochissime copie. Il magistrato, incuriosito, decide di acquistare il libro.

La lettura di questa biografia non autorizzata si rivela particolarmente interessante, contribuendo a far maturare il sospetto che il caso Mattei e quello De Mauro potessero essere collegati con quello di Pasolini.

Dopo due inchieste chiuse, precedentemente, con la motivazione di “incidente aereo”, addirittura un Pm motivò che il pilota era “affetto da pene d’amore”(sic), Calia decide nel settembre del 1994 di riaprire le indagini sulla morte di Enrico Mattei.

Enrico Mattei nasce nel 1906 ad Acqualagna nelle Marche. Figlio di una casalinga e di un brigadiere, a diciassette anni lavora in una conceria come fattorino, tre anni dopo è già diventato direttore. Nel 1928 si trasferisce a Milano. Nel 1931 apre un’azienda con due operai, che dopo tre anni diventano venti. Laureato in ragioneria durante la guerra diventa partigiano di area Democrazia Cristiana e conosce Eugenio Cefis, anche lui partigiano di area Democristiana. Alla fine della guerra diventa commissario dell’Agip, che all’epoca è una piccola azienda che si occupa di petrolio. Mattei capisce che l’Italia potrebbe rendersi autosufficiente dal punto di vista dell’energia e appena insediatosi alla guida dell’Agip fa il primo sgarbo agli americani che pretendono la chiusura dell’Ente e il passaggio della distribuzione dei prodotti dell’appalto al Cip (Comitato italiano petroli) che gestiscono direttamente. Mattei non solo non chiude l’Agip, ma addirittura nel 1952 fonda l’Eni e ne diventa il capo supremo. Mattei vuole affrancarsi dall’egemonia delle “sette sorelle”, come vengono definite le compagnie petrolifere angloamericane, che detengono di fatto il controllo del petrolio mondiale. Le sette sorelle vogliono tenere alto il prezzo del greggio con un vero e proprio “cartello”, ma Mattei, di tutt’altro avviso, cerca nuovi mercati rivolgendosi al terzo mondo. I paesi africani che si affacciano sul Mediterraneo, l’Iran e perfino l’Urss si mostrano interessati al progetto di Mattei.

Morte di Enrico Mattei

E’ una sera piovosa quella del 27 ottobre 1962 quando un Morane Saulnier 760, partito dall’aeroporto Fontanarossa di Catania e diretto a Milano, con a bordo il presidente dell’Eni Enrico Mattei esplode in volo e precipita nei pressi di Bascapè in provincia di Pavia. Nel disastro aereo trovano la morte anche il pilota, Irnerio Bertuzzi e il giornalista americano William McHale.

Pasolini
Il Morane Saulnier 760 di Enrico Mattei dopo lo schianto a Bascapè

Un contadino di nome Mario Ronchi mentre sta cenando sente un gran boato e una palla di fuoco appare in cielo, quindi lo schianto al suolo di un aereo avvolto dalle fiamme vicino alla sua abitazione.

Nell’impatto dell’aereo sul terreno si forma un cratere profondo quasi 2 metri e del diametro di 5 metri.

Nella foschia invernale, tra pioggia e fumo, giacciono, attorno al relitto, corpi carbonizzati, arti smembrati disseminati per terra e sugli alberi circostanti, in un raccapricciante scenario da incubo.

All’interno della carlinga le lancette dell’orologio di Mattei sono ferme sulle 18:50. Momento dell’esplosione.

In seguito i pezzi dell’aereo vennero accuratamente lavati per cancellare eventuali prove di esplosione.

La testimonianza di Ronchi viene raccolta a caldo da un cronista, del Corriere della Sera, giunto sul posto. Il giorno dopo l’incidente il contadino testimone viene prelevato da una macchina e condotto nella sede della Snam, una consociata dell’Eni, a San Donato. Il giorno successivo davanti al maresciallo dei carabinieri, Augusto Pelosi, Ronchi cambia la versione della sua testimonianza. L’aereo non è esploso in volo ma si è schiantato al suolo prendendo fuoco, probabilmente per un errore del pilota.

Cosa abbia fatto cambiare il racconto del contadino non è dato sapere, però il colloquio avuto con quelli della Snam ha sicuramente prodotto qualcosa, infatti dopo l’incontro a San Donato, Ronchi ha molti benefici e smette anche di fare il contadino.

Mario Ronchi in seguito viene rinviato a giudizio per favoreggiamento.

Sul luogo dell’incidente si riversano curiosi, giornalisti e fotografi.

Qualcuno nota anche la presenza di due macchine particolari, una lussuosa auto nera con autista e una Jaguar, dalla quale scende il famoso investigatore privato Tom Ponzi.

Un giornalista incuriosito segue l’auto nera che lo conduce fino alla sede dell’Eni a San Donato, dove scende un uomo vestito di nero che poco dopo risale sulla macchina con una grossa borsa di pelle.

Carlo Mantovani, fotografo di professione, che abita nei pressi del luogo del disastro è tra i primissimi a giungere sul posto. Scatta diverse fotografie che vende, sontuosamente pagate, a Tom Ponzi che si scoprirà in seguito a libro paga di Cefis.

Un giornalista nota parecchie persone interessate a cercare qualcosa nella profonda buca prodotta dall’impatto dell’aereo, dove viene in effetti trovata la borsa contenente i documenti privati di Mattei.

Appena una settimana dopo la morte di Mattei, Cefis viene nominato da Amintore Fanfani, suo fortissimo riferimento politico, vice Presidente dell’Eni e Presidente dell’Agip.

Calia, con un lavoro meticoloso e certosino, raccoglie documenti e testimonianze alla ricerca della verità, scopre anche che Mario Ronchi mente e infatti, l’ex contadino, viene rinviato a giudizio per favoreggiamento.

Tra le testimonianze raccolte, un episodio, in particolare, si dimostra meritevole di profonda attenzione. Nel gennaio del 1962 Mattei si accorge che qualcuno ha libero accesso alla sua cassaforte, nascosta dietro un quadro, in una stanza dell’ufficio dell’Eni. D’accordo con un suo uomo di fiducia fa trapelare la voce che si assenterà per qualche giorno. Alla chiusura degli uffici si nasconde e armato di pazienza aspetta. Poco dopo vede di nascosto un uomo aprire la cassaforte e leggere dei documenti importanti. Mattei coglie sul fatto il suo vice Eugenio Cefis e gli intima di rassegnare immediatamente le dimissioni.

Eugenio Cefis

Subito dopo l’allontanamento di Cefis, iniziano nei confronti di Mattei attacchi da parte della stampa, nonché continue minacce che gli intimano di lasciare la Presidenza dell’Eni.

Il 18 ottobre Mattei a Palermo ottiene, dalla Regione Siciliana, la concessione per estrarre il petrolio dai giacimenti di petrolio che sono stati scoperti in provincia di Enna. Due giorni dopo il Presidente dell’Eni viene invitato, dal senatore Graziano Verzotto, a ritornare in Sicilia con motivazioni poco plausibili. Il 26 ottobre Mattei torna in Sicilia.

Il Pm Calia capisce che è la trappola fatale. La motivazione ufficiale di un incidente non convince Calia che nel 1995 chiede la riesumazione dei tre corpi.

Grazie alle moderne perizie metallografiche e frattografiche, i periti stabiliscono che ci sono “segni di esposizione a esplosione derivate da detonazione di una carica sull’anello d’oro” di Mattei.

L’aereo esplose in volo a causa di una carica di Compound-B innescatasi quando il carrello si posizionò in vista dell’atterraggio previsto a Milano.

Ma a chi dava fastidio Mattei? Chi si augurava che morisse?

A livello internazionale molti temevano che la “rivoluzione impossibile” di cercare fonti alternative al petrolio delle “sette sorelle” potesse permettere all’Italia di sganciarsi dall’orbita d’influenza americana, mentre a livello nazionale il rischio che l’immutabilità politica con la Dc venisse messa in discussione dall’avvicinamento di Mattei alla sinistra.

Ma il sospetto che qualcuno potesse trarre beneficio immediato, Calia lo ebbe forte e chiaro. Eugenio Cefis legato, fin dai tempi della guerra, agli americani e ai loro servizi segreti è, secondo il Pm, il primo sospettato.

Il Pm nel 2003 dopo aver letto “Petrolio” vede confermare i risultati della sua inchiesta.

In pratica Pasolini era giunto alle medesime conclusioni molti anni prima.

I mezzi d’informazione hanno sempre accettato l’opinione ufficiale della morte accidentale in seguito ad un incidente.

Né le forze dell’ordine, né i giudici né i giornali persero tempo ad indagare, tutto fu accuratamente manipolato ed insabbiato.

Dopo 10 anni di indagini (dal 1994 al 2003) l’inchiesta sulla morte di Enrico Mattei viene archiviata. Il Pm di Pavia giunge alla conclusione che la morte di Mattei non fu accidentale.

E’ stato un attentato, ma non sono emerse delle prove per individuare i responsabili.

L’aereo fu sabotato presumibilmente dai Servizi Segreti e da figure dell’Eni, che confermerebbero l’esistenza di un piano ordito all’interno del sistema politico-mafioso.

La morte di Mattei rappresenta il primo delitto di Stato.

Massimo Teodori, che fece parte della commissione sulla loggia P2, è stato l’unico a cogliere lo scopo eversivo del disegno occulto di Cefis, che usava abilmente i soldi pubblici manipolando i mezzi d’informazione e, grazie ai rapporti di amicizia con i servizi segreti, estese il controllo anche sulla politica.

Nella relazione finale il magistrato accenna anche alla strana sparizione del giornalista dell’Ora Mauro De Mauro, collegando l’episodio alla morte di Mattei.

Il 16 settembre 1970 alle ore 21.10 in una zona residenziale di Palermo la Bmw blu scura di Mauro de Mauro si ferma sotto casa, ma immediatamente dopo la macchina riparte. La figlia che ha visto arrivare il padre lo aspetta nell’atrio del palazzo. Ma non lo vedrà mai più, perché da quel momento di Mauro De Mauro si perdono definitivamente le tracce. La macchina viene ritrovata il giorno dopo alle 22.00, in via D’Asaro, poco distante da casa.

Chi è Mauro De Mauro?

Repubblichino durante la guerra, amico di Graziano Verzotto è diventato uno stimato giornalista dell’Ora di Palermo con le sue inchieste sulla corruzione, sulla Mafia e il malaffare.

Malgrado il giornalista venga apprezzato per le sue inchieste un giorno, inspiegabilmente, viene spostato dal direttore Nisticò dalla cronaca alla sport. De Mauro non gradisce questa decisione del direttore del giornale ed infatti medita di passare alla testata concorrente: Il Giornale di Sicilia.

Mauro De Mauro, nel luglio del 1979, accetta la richiesta del regista Francesco Rosi di ricostruire le ultime due giornate in Sicilia di Enrico Mattei prima del volo fatale del 27 ottobre 1962.

Tutti i movimenti del Presidente dell’Eni vengono vagliati metodicamente, raccogliendo interviste e confrontando orari e spostamenti. Durante questa ricerca De Mauro viene a conoscenza di qualcosa che reputa “una bomba” e che gli farà prendere “una laurea in giornalismo”.

L’entusiasmo di De Mauro lo porta a confidarsi il 5 agosto con l’avvocato Vito Guarrasi, l’uomo di fiducia di Eugenio Cefis, ma anche con Graziano Verzotto.

De Mauro non verrà premiato perché una sera di settembre il giornalista sparisce e non verrà più trovato e con lui si perderanno le tracce anche della sceneggiatura che ormai era stata completata.

Raccogliendo testimonianze il giornalista arriva alla conclusione che Eugenio Cefis, l’avvocato Guido Guarrasi e Graziano Verzotto con i suoi amici mafiosi siano i responsabili dell’attentato all’aereo di Mattei.

Verzotto è molto vicino al boss di Riesi, Giuseppe Di Cristina, legato a sua volta al Capo Famiglia catanese di Cosa Nostra Giuseppe Calderone.

Il Morane Saulnier del Presidente dell’Eni è decollato la sera del 27 ottobre 1962 dall’aeroporto Fontanarossa di Catania, territorio gestito proprio da Giuseppe Calderone, dove sicuramente venne sistemata la carica esplosiva dietro il cruscotto dell’aereo di Mattei.

Ex mafiosi diventati collaboratori di giustizia raccontarono che Mauro de Mauro si era avvicinato pericolosamente alla verità del delitto Mattei.

Una testimonianza risulta particolarmente inquietante. Quella del pentito Francesco Di Carlo, che sostiene che De Mauro è stato sequestrato ed ucciso dal killer di mafia Stefano Giaconia, da Mimmo Teresi e da Emanuele D’agostino. Quando gli inquirenti hanno cercato di comparare le impronte di Giaconia con quelle rilevate sulla Bmw del giornalista hanno scoperto che erano sparite dallo schedario della polizia criminale.

Il 10 novembre il Questore Angelo Mangano in una nota scrive che i responsabili della sparizione di De Mauro sono l’avvocato Guarrasi il senatore Graziano Verzotto e il boss Luciano Liggio.

La nota spedita alla squadra mobile di Palermo sparisce.

Il commissario Boris Giuliano intuisce che la sparizione del giornalista possa essere collegata al caso Mattei. Ma quando l’inchiesta sembra arrivata all’individuazione dei responsabili un giorno in una riunione con i vertici della polizia, avvenuta a Villa Boscogrande in località Cardillo, i servizi segreti mettono la parola fine all’inchiesta sulla sparizione di De Matteo. Nessuna pista Mattei per De Mauro.

Boris Giuliano

Inizia il depistaggio ricorrendo a storie di droga.

I documenti vengono mandati alla procura di Pavia per eventuali intrecci con il delitto Mattei, ma durante il viaggio se ne perdono le tracce e non arriveranno mai a destinazione.

Malgrado tutte le richieste di riapertura delle indagini siano poi state rifiutate o archiviate, nuovi elementi, nel frattempo, hanno permesso di rendere più chiaro il quadro di cosa accadde quella notte. Come in un puzzle si sono aggiunte nuove tessere.

Questo grazie alla volontà e alla caparbietà di persone che non si sono date per vinte e che hanno dedicato il loro tempo per conoscere la verità e dare un volto ai veri responsabili dell’omicidio dello scrittore. Mandanti ed esecutori.

L’ultimo passo auspicabile sarebbe la formazione di una Commissione Parlamentare d’inchiesta per verificare anche eventuali connessioni tra la morte di Pasolini, l’omicidio di Mattei e la sparizione del giornalista Mauro de Mauro e quindi risalire ad individuare i responsabili.

Pasolini, Mattei e De Mauro

Vorrebbe anche dire che la politica, indifferente e sorda per oltre 40 anni, decida finalmente di essere disponibile a fare luce su un periodo oscuro e tragico.

Ma l’Italia è un immenso tappeto sotto cui nascondere tutta la sporcizia. Compresi i misteri

Le strofe contrassegnate da asterisco (*) sono tratte dalla canzone “Una storia sbagliata” di Fabrizio De Andrè e Massimo Bubola, scritta nel 1995 su commissione. E’ stata la sigla di un documentario-inchiesta della Rai sulle morti di Pasolini e Wilma Montesi.

Quando ho incominciato a prendere appunti per il racconto degli avvenimenti del 1975, mi sono imbattuto nell’omicidio di Pasolini. Una vicenda che avrebbe meritato molto più che un semplice accenno.

Anche per rinverdire ricordi ormai sbiaditi dagli anni passati, ho cominciato a leggere articoli dell’epoca, resoconti e opinioni, non trascurando neanche alcuni libri su quel triste episodio.

Man mano che m’inoltravo nella vicenda mi sono imbattuto in vero ginepraio di date, nomi e resoconti che spesso non coincidevano. Ho incrociato le notizie per cercare di trovare dati attendibili. Ho cercato di riannodare i fili della storia e dare la giusta scansione temporale.

Il risultato è quello che avete letto.

Fonti consultate. Oltre a decine di articoli recuperati sul web anche:

La Macchinazione: Pasolini. La verità sulla morte di David Grieco (Rizzoli)

Pasolini. Un omicidio politico. Un viaggio tra l’apocalisse di Piazza Fontana e la notte del 2 novembre 1975 di Andrea Speranzoni e Paolo Bolognesi (Castelvecchi)

Profondo Nero di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (Chiarelettere)

Il delitto Pasolini. Un mistero italiano di Massimo Centini (Newton Compton Editori)

Pasolini massacro di un poeta di Simona Zecchi (Ponte alle Grazie)

Accadde all’idroscalo di Fabio Sanvitale e Armando Palmegiani (Sovera Edizioni)

Alberto Zanini

“Sono arrivata da 2 giorni al centro di accoglienza di Lampedusa”. Appunti della dottoressa Carolina Casini

“Sono arrivata da 2 gg al centro di accoglienza di Lampedusa.
Mi bussano di notte, “Dottoressa, un ragazzo sta male”.
Lo accompagnano in ambulatorio, è rigido, sudato e lamenta dolore addominale. Ha 17 anni.
Gli faccio una ecografia e lo tranquillizzo.
La notte seguente i suoi compagni lo accompagnano di nuovo in medicheria: presenta questa volta delle scosse diffuse, gli occhi sbarrati. Sembra una crisi epilettica. Ma le scosse sono lontane tra loro. È freddo.
Gli somministro un sedativo e le scosse si fermano.
Quella notte la passo in bianco a chiedermi cosa avrà e cosa non ho capito.
La mattina seguente chiedo di lui, e vado a trovarlo nel dormitorio.
È a pancia in sotto, non si muove, gli amici lo massaggiano per spronarlo.
Mi dicono che non si vuole muovere; lo faccio accompagnare in ambulatorio, lo visito, è un ragazzo nel fiore degli anni, magro, non ha segni fisici che mi preoccupano se non alcune cicatrici sulla schiena.
È un po’ disidratato perché non mangia e non beve dal giorno precedente.
Parla un ottimo inglese. In Ghana ha frequentato una buona scuola.
Mentre gli posiziono una cannula per iniziare a reidratarlo, inizio a fargli qualche domanda.
Lui fissa il vuoto. Parla pochissimo.
L’ anamnesi medica è muta.
Rimane tutta la mattina con noi in ambulatorio, poi viene riaccompagnato dagli amici a spalla perché dice di non riuscire a camminare.
Per altri due giorni rifiuta di alzarsi. Piange. Non dorme. Gli amici sono preoccupati.
Io vado spesso da lui.
Gli porto una maglietta pulita e gli dico, ti aspetto in ambulatorio, voglio che vieni da solo, so che ci riuscirai perché sei un ragazzo forte e ho fiducia in te.
Nel pomeriggio lo vedo arrivare. Si è fatto la doccia e cambiato la maglietta.
Accenna ad un sorriso.
“Ti va di parlare un po’?” gli dico.
E lui entra, camminando piano.
Io credo che abbia bisogno di raccontare.
“Mi chiamo A., ho 17 anni, vengo dal Ghana.
Ho salutato i miei fratelli e mia madre mentre ancora dormivano.
Per me avevano pagato questo viaggio raccogliendo soldi per anni.
Ho viaggiato per 10 settimane in un camion e ho raggiunto la Libia.
Era una specie di prigione.
Ci picchiavano e frustavano e ad alcuni davano scariche di corrente elettrica o gli spegnevano addosso le sigarette. Mangiavamo e bevevamo pochissimo, non tutti i giorni.
Qualcuno moriva e lo portavano via.
Io ho desiderato morire tante volte.
Una mattina ci hanno fatto salire su un altro camion e portato in una campagna dove siamo stati quasi un mese. Là non mi hanno picchiato ma mangiavamo pochissimo e dormivamo a terra. Da lì con un camion abbiamo attraversato il deserto, non so quanto tempo sia passato, ci tenevamo stretti, ogni tanto svenivo, ricordo i miei amici che mi portavano alla bocca acqua e riso..
In una fredda notte siamo arrivati alla costa.
Molti di noi non avevano mai visto il mare.
Ci hanno fatto salire su un gommone.
L’acqua era nera, il mare era mosso, io avevo paura.
Eravamo tantissimi, forse 200.
Eravamo stretti, le donne e i bambini urlavano, qualcuno pregava, molti si facevano la pipi’ addosso dalla paura.
Dopo due ore il motore si è fermato. Era finito il carburante.
Il mare era mosso, il gommone ha iniziato ad imbarcare acqua.
Siamo stati così, in quella notte che mai dimenticherò, per alcune ore; avevo freddo, eravamo sommersi fino alle gambe.
Ad un tratto una barca a motore e poi un’altra ci hanno raggiunto. Quei fari da lontano erano la salvezza.
Ci urlavano di non muoverci.
Giravano attorno al gommone.
Un uomo che era vicino a me e avevo conosciuto nei giorni prima di imbarcarci si è alzato e ha provato a camminare per raggiungere la barca che ci aveva soccorso, ma è andato giù in acqua.
Annaspava, beveva.
Gli uomini del salvataggio si sono tuffati, gli hanno lanciato salvagente ma lui era andato giù. Era ancora buio. Io mi ricordo le sue urla.
Gli altri si spingevano.
Volevamo essere salvati tutti.
Ci hanno lanciato i giubbotti salvagente. Piano piano ci hanno fatto salire sul gommone che ci ha portato ad una nave. Lì c’erano angeli come voi che ci hanno fatto scaldare curato dato vestiti e acqua e cibo caldo.
Il viaggio è durato alcuni giorni e poi siamo arrivati qua.
Mi manca mia madre e i miei fratelli. Io non sono morto ma ho sempre paura di morire. “
Lo incoraggio e lo rassicuro, a stento trattengo le lacrime che poi versero’ tutte più tardi.
Nei giorni seguenti questo ragazzo viene sempre in ambulatorio.
Parliamo molto , io gli dico che ce la ha fatta, che è stato forte e coraggioso, che la sua mamma è fiera di lui.
Fa la fila e quando viene in ambulatorio mi dice
” Ehi Mamma, hai visto che oggi non ho più male alle gambe?”
” Mamma, mi sono fatto tagliare i capelli”
“Sono riuscito a parlare con la mia famiglia! “
Io gli racconto dei miei figli che hanno la sua età. Facciamo delle videochiamate con loro e lui gli dice :“Grazie per averci mandato la vostra mamma!
Mi racconta che da grande vuole fare il dottore.” Come te”, mi dice.
Sono fiera di lui.
Una mattina, il giorno prima della mia partenza, lo vedo seduto in fila con gli altri 200 che stanno per lasciare il centro. Ha le sue buste di plastica in mano, è felice. Mi avvicino e mi dice:
” Io non ti dimenticherò mai, tu sei la mia mamma da questa parte di mondo. “
Ho scritto questa storia che avevo appuntato su un taccuino, io lo racconterò, mi ero detta. E poi non ho avuto mai il tempo.
Oggi ho riaperto quel taccuino e mi sono rivista là, seduta ad ascoltare quel ragazzo. Sono tornate tutte le emozioni.
Anche io non lo dimenticherò mai”.

Dottoressa Carolina Casini

“Gli ultimi” di Cristiano Guitarrini – olio su tela

4 agosto 1974: nella notte bomba fascista esplode sul treno Italicus

Quel 4 agosto ero da 24 ore arrivato in caserma a Cuneo, stavamo ricevendo le divise da alpino e ‘passavamo’ per il taglio dei capelli. Improvvisamente tutto si fermò, restammo due giorni in totale isolamento, chiusi in capannoni senza nulla da fare. Solo dopo 48 ore tutto tornò alla ‘normalità’ della naja che iniziava. Un sergente finalmente ci informò di quel treno, l’esercito era in allerta.

È la notte tra il 3 e il 4 di agosto del 1974: il treno Italicus, tratta Roma – Monaco di Baviera, compie il suo ultimo viaggio. Fa caldo, i vagoni stretti, la pelle attaccata ai sedili, la luce filtra appena e dai finestrini il nero avvolge ogni cosa. È un’estate come tante: le scuole sono chiuse, i lavoratori finalmente sono in ferie e gli studenti senza il pensiero degli esami: si va in vacanza, si raggiungono gli amici, i familiari, magari una persona cara. La terza classe è un inferno: bambini che piangono, gente ammassata che dorme; ma non importa, non importa perché è solo un viaggio in treno, un normalissimo viaggio in treno.

San Benedetto Val di Sambro: l’Italicus viaggia in ritardo. Una cosa normale. Sono esattamente le ore 01.23: sta uscendo da una galleria e l’Appennino tosco-emiliano a breve sarà soltanto un ricordo; s’intravede già la pianura, s’intravedono le luci della città.

Italicus: il treno della morte simbolo di una strage senza memoria
Carrozza del treno

Poi d’improvviso un rumore sordo.

Un ordigno, un maledetto ordigno composto da amatolo e termite esplode su quel maledetto treno. Nunzio Russo, Marco Russo, Maria Santina Carraro, Elena Donatini, Nicola Buffi, Herbert Kontriner, Tsugufumi Fukuda, Antidio Medaglia, Elena Celli, Raffaella Garosi, Wilhelmus Hanema perdono la vita drasticamente. Il macchinista, Silver Sirotti, cerca in tutti i modi di salvare quelle povere persone immerse tra le fiamme, ma di lì a poco anche la sua vita si spezzerà come quella degli altri passeggeri.

Per quelle dodici vittime vennero condannate all’ergastolo Mario Tuti e Luciano Franchi, esponenti del gruppo neofascista Ordine Nero. Dalle indagini risultò che l’ordigno venne piazzato sulla quinta carrozza alla stazione di Firenze Santa Maria Novella. Ordine Nero, un nome noto… eredi naturali di Ordine Nuovo, sciolto nel ’73 dopo i fatti di Piazza Fontana e per le pericolose attività della cellula veneta. Anni in cui l’estremismo fascista era dannatamente ben organizzato, anni in cui il tritolo si trovava come un qualsiasi tipo di merce, con una facilità disarmante.

Per le dodici vittime dell’Italicus non c’è stata giustizia: il 16 dicembre 1987 il giudice Corrado Carnevale della Corte di Cassazione, l’ammazza sentenze, rese nulle le condanne a Tuti e Franci emesse dalla Corte d’Assise d’Appello di Bologna. Successivamente, nel 1992, la Corte di Cassazione mise definitivamente la parola fine ai procedimenti a carico dei due neofascisti. Per la giustizia italiana i colpevoli della strage dell’Italicus non hanno ancora un nome.

Italicus: il treno della morte simbolo di una strage senza memoria
I corpi senza vita dei viaggiatori

Eppure tutti sanno quello che accadde su quel maledetto treno, così come tutti sanno cosa accade a piazza Fontana e nella questura milanese, a piazza della Loggia o a Gioia Tauro. Tutti sanno ma nessuno quasi ne parla più, come se i crimini commessi non meritassero un’attenzione particolare o il ricordo delle istituzioni e dei media. Ditelo alla famiglia Sirotti, che piange il defunto su una medaglia d’oro al valor civile, o a tutte quelle povere persone che nel giro di pochi minuti hanno perso i propri cari per via di un’azione compiuta nel nome di un’ideologia tanto stupida quanto violenta.

Le bombe in Italia erano all’ordine del giorno in quel tempo: gli Anni di piombo e la strategia del terrore hanno caratterizzato e caratterizzano ancora la storia contemporanea del nostro Paese. La cosa che fa rabbia, oltre che rabbrividire, è che nonostante le tante fonti e prove, molti di questi casi siano stati archiviati o siano ancora aperti.

Il segno però, la ferita che hanno lasciato nell’opinione pubblica e nei parenti delle vittime è ancora aperta e brucia, brucia più che mai.

Giammarco Rossi per MIfacciodiCultura

Delitto Pasolini – Approfondimento di Alberto Zanini, 4^ parte (dal blog I gufi narranti)

Il 2 febbraio 1976 inizia il dibattimento.

Vengono fatte tre perizie: dai Pm, dalla difesa e da parte civile della famiglia Pasolini.

Il professore Faustino Durante viene incaricato dall’avvocato, della famiglia Pasolini, Nino Marazzita di eseguire la perizia medico legale.

Pasolini è stato, presumibilmente tirato fuori dall’auto e percosso violentemente sul capo con i paletti di legno ritrovati, ma il perito non esclude che siano stati usati altri corpi contundenti, procurandogli un copioso sanguinamento.

Durante ritiene che la camicia inzuppata di sangue è stata usata dalla vittima per tamponare la ferita alla testa.

In un secondo momento Pasolini ha subito violenti colpi ai testicoli e solamente alla fine è stata usata la tavoletta di legno di piatto e anche di taglio.

Faustino Durante esclude che Pelosi possa aver compiuto il pestaggio da solo in quanto presenta solo un paio di piccole macchie ematiche, una sul polsino e l’altra sui pantaloni.

Secondo la perizia la coppa dell’olio dell’Alfa Romeo di Pasolini non presenta nessuna traccia di strusciature o di urti e neanche il terminale della marmitta riporta segni compatibili con il terreno dell’idroscalo pieno di buche.

Pelosi è rinviato a giudizio il 10 dicembre e il 26 aprile del 1976 viene depositata la prima sentenza di condanna a nove anni e sette mesi e dieci giorni per omicidio volontario, furto aggravato e atti osceni.

Il magistrato Alfredo Carlo Moro, fratello del presidente della DC Aldo Moro, sottolinea, altresì, che “quella notte all’Idroscalo Pelosi non era solo”.

Ma la Procura Generale di Roma, che è a capo di tutti i Pubblici Ministeri, si rifiuta di indagare per verificare la presenza di altre persone all’idroscalo.

Molti sospettano che questo rifiuto serva a proteggere eventuali mandanti.

Il secondo processo è velocissimo e dura solo quattro giorni. La Corte d’appello non ritiene importante cercare eventuali complici di Pelosi, come invece aveva sottolineato il magistrato Alfredo Carlo Moro e il 4 dicembre la sentenza di secondo grado conferma la condanna per omicidio, ma assolve il ragazzo dall’accusa di furto ed atti osceni, escludendo anche la presenza di altra gente.

Con questa decisione la Procura Generale si fa portavoce di un desiderio dei poteri forti.

Infine il 26 aprile del 1979 la Cassazione conferma definitivamente la condanna.

Pino Pelosi

Il delitto in pratica viene archiviato come una semplice questione tra omosessuali.

Nel maggio del 1987 il sostituto procuratore generale della Corte d’Appello, Antonio Listro, riapre l’indagine sulla morte di Pasolini.

Nel 1995 nuova riapertura delle indagini in seguito alla dichiarazione del carabiniere Renzo Sansone.

Nel 1982 a Pelosi viene concessa la semilibertà, l’anno dopo la libertà condizionata.

Negli anni a seguire Pelosi entra ed usce dal carcere per varie rapine e per spaccio, finché nel 2009 diventa un uomo definitivamente libero.

Il 7 maggio 2005 Pelosi accetta di partecipare alla trasmissione televisiva “Ombre sul giallo” dietro pagamento di 8 mila euro lordi.

Pino-Pelosi-e-Franca-Leosini

L’ex ragazzo di borgata rilascia una intervista alla giornalista Franca Leosini ritrattando la confessione di trent’anni prima.

Il racconto ricalca quello del 1975, tranne nel particolare che quella notte non fu lui ad uccidere Pasolini.

Dopo essersi appartati, improvvisamente, arriva una Fiat 1500 targata CT, dalla quale scendono tre uomini, tra cui uno alto con la barba nera è una spiccata pronuncia meridionale, che tirano fuori dalla macchina Pasolini e lo massacrano di botte urlando “Frocio comunista”.

Dopo essere stato minacciato di morte se avesse parlato Pelosi, alla guida dell’Alfa Romeo, scappa passando involontariamente sul corpo di Pasolini.

Questa è una nuova verità e non sarà neanche l’ultima.

Comunque è la conferma della tesi di chi sostiene che Pasolini sia stato aggredito da più persone e non solo da “Pino la Rana”, ed infatti gli avvocati della famiglia Pasolini, Guido Calvi e Nino Marazzita, chiedono alla Procura di Roma di riaprire il caso, ricordando che trent’anni prima un ex appuntato dei carabinieri dichiarò che quella sera all’idroscalo Pelosi non era solo. La richiesta viene accettata, salvo poi richiuderla 5 mesi dopo chiedendo l’archiviazione dell’indagine.

Pelosi nel 2009, in una intervista rilasciata ai giornalisti Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, cambia per l’ennesima volta versione. Quella notte all’idroscalo si presentano i fratelli Borsellino su una moto Gilera, una Fiat 1500 con tre persone a bordo e una Alfa Gt simile a quella del poeta guidata da uno che rimane a bordo senza mai scendere.

Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza

In base a queste nuove rivelazioni risulta chiaro che Pelosi venne usato come esca e che in seguito venne gestito opportunamente. Sacrificato sull’altare del complotto, il ragazzo scelto presumibilmente perché all’epoca era minorenne fu ritenuto facilmente manovrabile, ma Pelosi dimostrò nel tempo di saper anche mantenere un riserbo assoluto.

Nel 2008 l’avvocato Stefano Maccioni conosce la criminologa Simona Ruffini che si occupa dei “cold case”, i cosiddetti casi irrisolti. Insieme decidono di fare luce sull’omicidio Pasolini, che in verità di ombre ne ha sempre avute molte fin dal lontano 1975.

Simona Ruffini criminologa

Iniziano una scrupolosa ricerca di documenti e atti di tribunale, senza dimenticare di visionare filmati d’epoca.

Nel 2009 ottengono l’autorizzazione dal Tribunale dei minorenni di Roma di poter visionare gli atti inerenti ai tre processi nei confronti di Pelosi.

Maccioni e Ruffini conoscono durante la loro ricerca Silvio Parrello detto Er Pecetto, un poeta e pittore romano nato nel 1943.

Silvio Parrello- foto di Grazia Gasparro-Massimo Mancini

Nel 1950 Pasolini arriva a Roma con sua madre Susanna Colussi. Le condizioni economiche sono modestissime e i due vanno a vivere nella borgata Donna Olimpia. Pasolini da lezioni private a ragazzi bisognosi e sua madre fa le pulizie nei palazzi vicini. Nel tempo libero gioca a pallone con i ragazzini del quartiere.

Pierpaolo Pasolini nella sua abitazione con la madre Susanna Colussi

Silvio Parrello è uno di questi ragazzini.

Tra i due nasce una grande amicizia e quando lo scrittore scrive “Ragazzi di vita” decide di chiamare un personaggio del romanzo: “Er Pecetto” ispirandosi al ragazzino.

Dopo la morte del grande intellettuale Parrello ha cercato per tanti anni la verità su quel delitto inspiegabile, raccogliendo testimonianze e documenti.

Silvio da ragazzino era in classe con Antonio Pinna, ed entrambi conoscevano bene Pier Paolo Pasolini.

Pinna crescendo diventa un meccanico oltre che un abilissimo pilota, ma prende una strada equivoca, diventando di fatto l’autista del capo del clan dei Marsigliesi Jacques Berenguer.

Nel 1975 i rapporti tra Pasolini e Pinna si intensificano perché lo scrittore cerca di avere, dal suo amico meccanico, notizie in merito alle infiltrazioni della criminalità organizzata tra le fila delle Brigate Rosse.

Parrello molti anni dopo, siamo nei primi anni del 2000, viene casualmente a sapere che è stato Pinna a sormontare con la sua auto Alfa Romeo Gt il corpo di Pasolini uccidendolo e danneggiando la coppa dell’olio e l’indomani a portare l’auto dal carrozziere per farla riparare.

Parrello incredulo si mette alla ricerca del carrozziere Marcello Sperati, che in effetti conferma di aver visto Pinna, ma precisa di essersi rifiutato di riparare l’Alfa Romeo perché, oltre all’ammaccatura sul parafango anteriore destro, erano visibili tracce di sangue che lo insospettirono.

Pinna allora va da un altro carrozziere, tale Luciano Ciancabilla, che fa la riparazione senza problemi.

Antonio Pinna comunque il 16 febbraio 1976 sparisce e non lascia tracce. E’ lo stesso giorno che i fratelli Borsellino vengono convocati dal Tribunale dei Minori in seguito alle dichiarazioni del carabiniere Sansone. Ma la dichiarazione di estraneità ai fatti contestati basteranno per non essere incriminati.

L’Alfa Romeo Gt 1750, color amaranto, viene ritrovata il 16 aprile 1976 chiusa nel parcheggio dell’aeroporto di Fiumicino.

Pinna in realtà non risulta avesse preso nessun aereo.

Dopo queste nuove rivelazioni Maccioni e Ruffini ottengo la riapertura delle indagini.

Parrello viene convocato nel 2010 dal magistrato Francesco Minisci, che si attiva chiedendo la documentazione di Antonio Pinna.

In un rapporto della polizia, l’ex autista di Jacques Berenguer risulta morto il 16 novembre 1976, ma paradossalmente, lo stesso Pinna, che risulta deceduto, sarebbe stato fermato per guida con la patente scaduta il 18 febbraio 1978.

Ancora più sorprendente è che il processo, per guida senza patente, è andato avanti per 8 anni fino alla sentenza della Cassazione.

Un morto che forse non era morto?

Parrello un giorno riceve la visita di Antonio Pinna junior, nipote di Antonio Pinna, misteriosamente scomparso nel 1976 da Roma. Il giovane dichiara che lo zio vive lontano dall’Italia e gode di buona salute.

Antonio junior conferma che quella terribile notte, all’Idroscalo, lo zio era presente, ma che in realtà alla guida della sua Alfa Romeo amaranto c’era Johnny lo zingaro e che l’agguato era stato organizzato perché Pasolini era in possesso di documenti pericolosi per molta gente, compresa anche la Cia.

In effetti un giorno Pasolini confida a Dario Bellezza, poeta, amico e segretario per qualche tempo, di essere entrato in possesso di documenti molto compromettenti che riguardano un potente politico della DC molto vicino ai neofascisti, ai servizi segreti, alla polizia e all’organizzazione Gladio.

I documenti erano talmente compromettenti che il senatore democristiano Graziano Verzotto, presidente dell’Ems (Ente minerario siciliano) commentò che il dossier andava assolutamente recuperato e chiunque lo avesse letto andava eliminato.

Pasolini
Graziano Verzotto

Alla fine fu proprio così.

Qualche tempo dopo la morte dello scrittore, sua cugina Graziella Chiarcossi, in un colloquio telefonico con il cugino Guido Mazzon raccontò di aver subito un furto di gioielli e stranamente anche di documenti dallo studio di Pasolini. Infatti non rimane traccia né del famoso “Appunto 21”, capitolo mancante dal libro che Pasolini stava scrivendo, né dello scottante dossier.

Nel 2010 Guido Mazzon, chiede di riaprire le indagini e di fare le analisi del Dna sugli abiti della vittima e di Pelosi.

Nel maggio del 2010 nei laboratori della Sezione di Biologia del Ris dei Carabinieri di Roma viene effettuato l’esame del Dna sui reperti che si trovano nel Museo Criminale di Roma.

Vengono individuati almeno 5 profili genetici diversi da quelli di Pasolini e di Pelosi, ma il Gip li definisce “non attribuibili” e quindi archivia, per l’ennesima volta, l’indagine.

L’esame del Dna di Giuseppe Mastini è stato fatto su un mozzicone di sigaretta che Johnny lo zingaro avrebbe fumato (sic) anni prima in carcere. Naturalmente non è stata riscontrata nessuna corrispondenza con le tracce del famoso plantare.

Nel 2011 Pelosi decide di scrivere: “Io so…come hanno ucciso Pasolini” in collaborazione con l’avvocato Alessandro Olivieri e il regista Federico Bruno. Ennesima versione dei fatti accaduti il 2 novembre 1975.

Rispetto alle precedenti dichiarazioni c’è l’ammissione di aver conosciuto Pasolini quattro mesi prima e definendo il poeta “un gentiluomo”, e per la prima volta viene ammessa la presenza di un’altra Alfa Romeo Gt simile a quella di Pasolini.

Pelosi ormai per ogni intervista pretende di essere pagato e tutte le sue dichiarazioni lasciato parecchi dubbi.

Nel 2014, davanti al Pm Francesco Minisci, Pelosi arricchisce di particolari il racconto della notte all’Idroscalo. Pasolini fu attirato all’Idroscalo con la scusa di restituirgli le bobine rubate del film “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, ma in realtà fu una imboscata tesa dai fratelli Borsellino e una terza persona, che però l’ex “ragazzo di vita” non menziona. Alla fine del violento pestaggio, continua Pelosi nella sua deposizione, un’altra Alfa Gt passò sul corpo della vittima uccidendolo.

I fratelli Borsellino chiamati in causa da Pino la Rana nel frattempo sono morti entrambi di Aids negli anni novanta.

Alla luce di queste nuove rivelazioni, l’avvocato della famiglia Pasolini, Nino Marazzita, chiede la riapertura dell’inchiesta.

Il 25 maggio 2015 la Procura di Roma archivia per l’ennesima volta il caso Pasolini.

Il 25 ottobre 2016 la Procura di Roma si rifiuta di riaprire le indagini sull’omicidio Pasolini su richiesta dell’avvocato Stefano Maccioni in seguito al ritrovamento di nuovo materiale di indagine.

Fine quarta parte

Alberto Zanini

Delitto Pasolini – Approfondimento di Alberto Zanini, 3^ parte (dal blog I gufi narranti)

Le puntate precedenti: la 1^ parte, la 2^ parte, l’intermezzo col libro di Pelosi

Il giornalista della Stampa, Furio Colombo, poche ore dopo il ritrovamento del cadavere, raccoglie le testimonianze di chi aveva passato la notte nelle baracche affacciate verso il campetto dell’idroscalo. Il muro di omertà viene rotto solamente da pochi. Alcuni hanno visto più persone massacrare Pasolini senza pietà. Mezz’ora di violenza senza che nessuno intervenisse.

Furio Colombo

Invece che urla di sdegno, di raccapriccio e di dolore, sull’efferato omicidio scende un nero velo di omertà.

Quando le macchine se ne vanno, i cani smettono di abbaiare e il silenzio scende improvviso, mentre il buio avvolge il povero corpo senza vita e rimane solo il forte vento a spazzare il campetto. Nelle baracche le tendine celano gli interni con gli astanti attoniti. Alcuni cercano di riprendere il sonno, altri sentono ancora rimbombare il disperato e inascoltato appello del poeta a sua madre.

Ancora poche ore e il clamore darà la stura ad una canea assordante.

Il triste destino del poeta che trova la morte nello stesso luogo dove andava spesso a giocare a pallone o a scrivere.

Gli avvocati Tommaso e Vincenzo Spaltro (che si sono offerti di difenderlo gratis vengono nominati da Pelosi al posto del difensore d’ufficio Piergiorgio Manca), i parenti e gli amici del poeta sostengono che Pasolini, un uomo forte fisicamente, non potesse essere stato picchiato selvaggiamente da un giovane ragazzo, solo e gracile e anche l’indagine della polizia viene giudicata sommaria ed insufficiente.

Più voci sostengono anche, che per consumare un frettoloso rapporto sessuale non occorresse fare tanti chilometri per raggiungere Ostia partendo dalla stazione Termini.

Un rapporto sessuale, tra l’altro, senza nessuna traccia di liquido seminale riscontrata, né sulla vittima né sul ragazzo.

L’Europeo e Oriana Fallaci conducono una inchiesta parallela. Ma le testimonianze raccolte dal settimanale non vengono ritenute attendibili.

omicidio
Pier Paolo Pasolini, Camilla Cederna e Oriana fallaci

Malgrado gli Spaltro facciano di tutto per far assolvere Pelosi dall’accusa di omicidio, qualcuno ritiene che la strategia difensiva non vada bene.

Franco Salomone, un giornalista del Tempo, iscritto alla P2 (tessera n° 1911), convince i genitori del ragazzo ad affidare la difesa all’avvocato Rocco Mangia, un principe del foro, garantendo che la parcella sarà pagata da qualcuno molto in alto.

L’onorario di 50 milioni in effetti venne pagata dalla DC, come lo stesso Mangia confidò anni dopo al collega Nino Marazzita.

Mangia, molto vicino alla Dc romana più conservatrice, all’epoca era un famoso avvocato anche per aver assunto la difesa dei tre neofascisti, Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira che, nel settembre del 1975, attirarono con l’inganno in una villa del Circeo Rosaria Lopez e Donatella Colasanti e dopo averle seviziate e violentate, Rosaria morì affogata nella vasca da bagno, mentre Donatella riuscì a sopravvivere solo fingendosi morta.

Il 10 novembre Pelosi revoca il mandato anche agli Spaltro e affida la sua difesa all’avvocato Rocco Mangia che nomina come consulenti: Franco Ferracuti, uomo dei servizi segreti e piduista (tessera n°2137) e il criminologo Aldo Semerari.

Sebbene il suo nome non risultasse nel famoso elenco trovato a Castiglion Fibocchi la sua appartenenza alla massoneria deviata è stata confermata da Licio Gelli in persona.

Il criminologo viene incaricato da Mangia di condurre una perizia psichiatrica nei confronti di Pelosi, per dimostrare l’ incapacità di intendere e volere del ragazzo.

L’avvocato Mangia cambia la strategia processuale dei suoi predecessori confermando la tesi della pubblica accusa che sostiene la piena responsabilità del ragazzo nell’omicidio, da solo e senza complici, di Pier Paolo Pasolini.

Semerari dopo un passato da comunista, con un bel salto mortale, diventa un fascista che gira con un cinturone delle SS e una svastica tatuata, nascosta dai vestiti.

Semerari ebbe a che fare con Pasolini nel 1962, quando gli fu richiesta una perizia psichiatrica dello scrittore in seguito ad una assurda denuncia di un barista che sosteneva di essere stato rapinato a mano armata da Pasolini. Il criminologo senza averlo mai visitato sostenne che, Pasolini, era “espressione di infermità mentale” ed era quindi una “persona socialmente pericolosa”, il tutto riconducibile al suo essere omosessuale.

Il criminologo coltiva i rapporti non solo con la destra eversiva, con la Banda della Magliana (che vorrebbe trasformare nel braccio armato della destra) e la Camorra di Cutolo.

Aldo Semerari

Ma quando, un giorno, decide di stringere accordi anche con la “Nuova Famiglia”, organizzazione rivale Cutolo, perde la testa. Letteralmente. Umberto Ammaturo, capo della nuova Camorra, lo decapita senza pensarci un attimo, il corpo finisce incaprettato nel baule, mentre la testa fa bella mostra sul sedile.

Nell’agosto del 1975 vengono sottratte dal magazzino della Technicolor alcune bobine del film di Pasolini “Salò o le 120 giornate di Sodoma”. Viene richiesto un riscatto di 2 miliardi di lire, ma Alberto Grimaldi, produttore del film, si rifiuta categoricamente di pagare offrendo al massimo 50 milioni.

Sergio Citti viene a sapere da un suo amico che le bobine sono state rubate da ragazzi che frequentano un bar di via Lanciani, meta abituale anche di Pino la Rana.

Il regista Citti ha sempre sostenuto che Pasolini fu vittima di una trappola con la scusa della restituzione delle bobine del suo film e Pelosi venne usato come esca più o meno inconsapevolmente.

Dieci giorni dopo la morte del suo amico, Sergio Citti torna all’idroscalo per cercare conferme.

Parla con la gente del posto e raccoglie le confidenze e mentre riprende il luogo del delitto munito di una macchina da presa 16 millimetri si accorge di una grossa chiazza di olio motore dovuto alla rottura della coppa di un auto.

Pasolini confida a Citti che il primo novembre, dopo la cena al Pommidoro con la famiglia di Ninetto Davoli, ha un appuntamento ad Acilia per recuperare la bobina del film.

Nessuna pruriginosa serata è nei programmi dello scrittore, ma solo il desiderio di recuperare le bobine del suo ultimo film.

Secondo la testimonianza che Citti rilasciò al Corriere della Sera il 7 maggio 2005, Pelosi, che conosce già e frequenta abitualmente Pasolini, quella sera incontra lo scrittore al chioschetto davanti alla stazione Termini e dopo aver imboccato, in macchina, la via Ostiense vanno ad Acilia dove scatta la trappola, Pasolini viene sequestrato e portato all’Idroscalo dove trova la morte.

La Magistratura si rifiuta di sentire la testimonianza di Citti e anche di visionare il filmato.

Il carabiniere Sansone, incaricato dal suo comandante Giuseppe Gemma, nel gennaio 1976 riesce ad infiltrarsi abilmente fra i ragazzi del Tiburtino per scoprire se i fratelli Franco e Giuseppe Borsellino (giovanissimi malavitosi dediti a furti e legati alla destra romana) hanno partecipato all’aggressione di Pasolini la notte del 2 novembre 1975.

In via confidenziale il carabiniere viene a sapere che i due fratelli, Pino Pelosi e un misterioso “biondino” vanno all’idroscalo di Ostia la notte del 2 novembre con l’intenzione di rapinarlo, ma in seguito alla reazione del poeta sono costretti ad ucciderlo e a scappare.

In seguito a questa affermazione, il 14 febbraio del 1976, i fratelli Borsellino vengono arrestati, ma davanti al giudice negano tutto e sono quindi rilasciati.

Chi fosse il biondino non è dato sapere anche se molti indizi conducono a Giuseppe Mastini detto Johnny lo zingaro.

Ci sono tre testimonianze verbali che asseriscono di aver sentito Giuseppe Mastini ammettere il suo coinvolgimento nell’omicidio di Pasolini assieme ai fratelli Borsellino. Per poi scaricare la colpa su Pelosi consapevole vittima sacrificale.

Le confidenze sono state raccolte da: Pasquale Mercurio, ergastolo per omicidio, detenuto con Mastini a Spoleto e Voghera, da Walter Carapacchi, detenuto a Rebibbia con Mastini e Pelosi e da Damiani Fiori, collaboratore di giustizia, in carcere a Brescia dove ha raccolto la confidenza di Aldo Mastini zio di Giuseppe.

Tre testimonianze che non hanno portato a nessun procedimento nei confronti di Johnny lo zingaro.

Pelosi ha sempre negato alcun coinvolgimento da parte del suo amico Giuseppe.

Anche Mastini nega di conoscere Pelosi ma, in realtà, i due si frequentano da anni, e anche il famoso anello smarrito e ritrovato sul luogo del delitto, fu un regalo di Johnny lo zingaro.

Giuseppe Mastini è un ragazzo analfabeta, figlio di un giostraio di etnia sinti, nato nel 1960 a Bergamo.

Giuseppe Mastini detto Johnny lo zingaro

A 11 anni mentre scappa al volante di una macchina, in uno scontro a fuoco con la polizia, rimane ferito alla gamba, e la sua zoppia lo costringe a portare un plantare.

Strano che a nessuno fosse venuto in mente di controllare se quello ritrovato all’interno dell’Alfa Romeo di Pasolini appartenesse a Johnny lo zingaro.

Abita al Tiburtino in una roulotte. La notte del 2 novembre la macchina di Pasolini viene ritrovata, secondo quanto sostiene la polizia, nei pressi della medesima roulotte.

A 15 anni, dicembre 1975, uccide Vittorio Bigi, autista dell’Atac, mentre cerca di rapinarlo di 10 mila lire e un orologio. In galera dal 1977 al febbraio 1987. La libertà non fa bene al ragazzo, che tra il 24 e il 26 marzo uccide un poliziotto disarmato, ne ferisce un altro e sequestra una persona. Riesce a scappare per le campagne romane, ma la mobilitazione è imponente. Quattrocento agenti, carabinieri a cavallo, cani e 2 elicotteri alla fine riescono a stanarlo. Torna in galera per il suo primo ergastolo. Evade nel 1990. Altro omicidio, altro ergastolo. A questo punto diventa collaboratore di giustizia che gli permette di godere di alcuni privilegi, come il carcere in regime di semilibertà a Fossano.

Alberto Zanini

Fine terza parte

“Io so … come hanno ucciso Pasolini”, testimonianza di Pino Pelosi, Vertigo editore, 2011

Quello che si trova tra le mani chi si avvicina a questo libro è, o almeno questo è quanto afferma l’autore, la cronostoria  dei fatti precedenti l’uccisione di Pier Paolo Pasolini, e  il suo rapporto con l’unico responsabile dell’omicidio secondo la giustizia italiana: Pino Pelosi,  autore del libro.

Un libretto di poche pagine in cui vengono raccontate giornate romane tra due personaggi simili e allo stesso tempo agli antipodi tra loro. 

Non so se quanto scritto su queste pagina sia vero,  in parte vero, o del tutto falso. Lo può sapere solo Pino Pelosi e in tutti i casi ora la sua verità gli fa compagnia nella tomba.

Libro di cui consiglio la lettura solo come racconto ipotetico, che farà credo piacere agli estimatori del maestro Pasolini che da queste pagine esce pulito.

Pelosi accenna per un secondo ad un gesto in qualche modo sessuale ma è messo lì quasi con distrazione, quindi i cacciatori di dettagli pruriginosi resteranno delusi.

Chi ha seguito in modo approfondito i fatti relativi al delitto Pasolini non troverà qui Grandi verità o rivelazioni rimaste segrete.

Pino Pelosi detto la rana è un vero personaggio pasoliniano che sembra proprio essere uscito da uno dei suoi film.

Purtroppo la morte del maestro è fatto reale,  com’è  reale il clima di tensione nell’ Italia negli anni 70 in cui si svolgono i fatti.

Povertà, sopravvivenza, incoscienza sono i compagni silenziosi dei personaggi che compongono il quadro del fattaccio dell’Idroscalo, dove  ombre più grandi sono rimaste sconosciute alla cronaca mentre Pino Pelosi, in carcere, reoconfesso pagava per tutti.

Non sapremo mai il vero motivo che ha condotto alla morte il regista poeta scrittore  Paolo Pasolini.

Ne quello che lui sosteneva di sapere ma di non poter dire per mancanza di prove ma che magari in qualche modo ha detto tra i fotogrammi dei suoi film.

Rimandiamo I lettori del blog interessati alll’omicidio Pasolini all’ approfondimento fatto  da Alberto Zanini che, grazie alla gentile concessione del blog ‘I gufi narranti’, potete trovare nel nostro catalogo cliccando qui (1^ parte) e qui (2^ parte).

20 luglio 1881: Bisonte Seduto si arrende agli americani

Bisonte Seduto (Sitting Bull in inglese – in lingua originale Sioux Tȟatȟaŋka Iyotȟaŋka, nome spesso impropriamente tradotto con Toro Seduto) (Grand River, 1831 – Fort Yates, 15 dicembre 1890) è stato un condottiero nativo americano dei Sioux Hunkpapa.
Famoso capo indiano americano, Bisonte Seduto è ricordato nella storia americana e dei nativi per aver mobilitato più di 3.500 guerrieri Sioux e Cheyenne nella famosa Battaglia di Little Bighorn, dove ottenne una schiacciante vittoria sul Colonnello George Armstrong Custer del Settimo cavalleggeri, il 25 giugno 1876.
Fu ucciso da un poliziotto pellerossa durante il tentativo di arrestarlo per prevenire la sua adesione alla Ghost Dance, il movimento millenaristico che alla fine dell’800, quando i nativi erano ormai stati sconfitti, profetizzava – disperatamente – la fine naturale del dominio dell’uomo bianco e la resurrezione della nazione indiana.

Al centro della foto, uno dei più celebri capi indiani, Toro Seduto (1831-1890). Alle sue spalle Julius Meyer, interprete e Nuvola Rossa.

Tatanka Yotanka was a brave chief.

Tatanka Yotanka was a brave chief.
But because he was an indian he had much to grieve.
White folks called him simply Sitting Bull.
White folks called him simply Sitting Bull.
But although he was an indian he was very powerful.

He was the big chief of the Hunkpapa Sioux.
He was the big chief of the Hunkpapa Sioux.
And keeping his people free is what he wanted to do.

Around the Bighorn Mountains and the Black Hills he used to roam.
Around the Bighorn Mountains and the Black Hills he used to roam.
Even after lots of other Sioux had to call a reservation their home.

When the white man wanted to buy the land that was his.
When the white man wanted to buy the land that was his.
He picked up a pinch of dust and said “not even as much as this!”

His friends Crazy Horse, Two Moon, Big Foot and more,
His friends Crazy Horse, Two Moon, Big Foot and more,
Joined him in the summer of 1876 at the banks of the Little Bighorn.

‘Long Hair’ Custer’s bluecoats came in search for red indian blood
‘Long Hair’ Custer’s bluecoats came in search for red indian blood
But the indians left nothin’ of them than their white bones in the mud.

Sitting Bull only defended his homeland
Sitting Bull only defended his homeland
And it was the only real indian victory over the white man.

But that battle turned the white man into a very angry mood
But that battle turned the white man into a very angry mood
So Sitting Bull left his homeland and went up to the Canadian woods.

He could find no peace there, so he left again.
He could find no peace there, so he left again.
But back with the other Sioux he was sourrounded by landhungry white men.

He didn’t gave them a single acre though.
He didn’t gave them a single acre though.
And his people idolized him as a great hero.

“He’s the one that causes all the trouble”, the white man did say.
“He’s the one that causes all the trouble”, the white man did say.
And so they sent some indians to take him away.

Sitting Bull’s people came to help him and a wild shooting began
Sitting Bull’s people came to help him and a wild shooting began
And in this shooting he was killed by a red man.

Delitto Pasolini – Approfondimento di Alberto Zanini, 2^ parte (dal blog I gufi narranti)

Per leggere la prima parte dell’articolo clicca qui

E’ una storia di periferia (*)

è una storia da una botta e via

è una storia sconclusionata

una storia sbagliata

 

Tra buche e pozzanghere, in mezzo al campetto, giace un corpo prono di un uomo con il volto girato verso destra immerso nel sangue, ha il braccio sinistro sotto il corpo e l’altro scostato.

Il corpo di Pasolini trovato all’idroscalo di Roma

Il cadavere indossa una canottiera parzialmente sollevata, pantaloni jeans e scarpe infangate.

Il volto è completamente sfigurato, ricoperto di sangue raggrumato, la nuca presenta un’ampia lacerazione, vari ematomi ed abrasioni, le falangi della mano destra presentano delle fratture e la piramide nasale è schiacciata verso destra. Impronte di auto arrivano fino al corpo.

Un brigadiere trova vicino al corpo un anello d’oro sormontato da una pietra rossa e lo consegna a Masone.

anello di Pelosi

Molti ebbero il sospetto che Pelosi lasciò volutamente l’anello vicino alla vittima.

Nel frattempo la presenza di curiosi diventa sempre più numerosa, e nel campo regolamentare di calcio adiacente, ma diviso da una recinzione, incomincia una partita come se niente fosse successo.

La polizia comunque non ritiene opportuno delimitare la zona per eseguire i riscontri dettagliatamente e dei ragazzi giocano nella parte del campetto libero.

Negli anni settanta le attenzioni nel preservare la scena del crimine non erano ancora così ferree. Ma ci si limitava quasi esclusivamente a rilievi descrittivi e poco altro.

A settanta metri circa dal corpo vengono trovati due paletti di legno friabile. Uno completamente intriso di sangue con dei capelli della vittima, lungo una quarantina di centimetri, l’altro, sostanzialmente con scarsa presenza ematica, di circa sessanta centimetri. Nei pressi viene anche rinvenuta una tavoletta di legno, lunga circa settanta centimetri, spaccata in due parti imbrattata di sangue e capelli.

Vicino alla rudimentale porta di calcio per terra c’è una camicia inzuppata di sangue.

Dal riscontro autoptico risulta che la vittima ha subito un forte trauma contusivo ai testicoli che potrebbe aver impedito una reazione adeguata all’aggressione.

Sul tettuccio della macchina, dalla parte del passeggero, spicca un’impronta di sangue appartenente a Pasolini.

Tracce di pneumatici partono dal corpo dirigendosi verso l’uscita del campetto di calcio.

Sulla camicia c’è una targhetta della tintoria e il nome riportato sembra quello di Pasolini.

Infatti, verso le dieci del mattino, lo scrittore viene identificato dall’amico Ninetto Davoli con il quale era andato a mangiare la sera prima.

Il riconoscimento ufficiale viene effettuato dal cugino Nico Naldini.

DelittoPochi giorni dopo il ritrovamento del corpo alcune baracche vennero date alle fiamme da ignoti a scopo intimidatorio, mentre i rimanenti prefabbricati abusivi saranno abbattuti negli anni 80.

La causa del decesso di Pasolini non è il brutale pestaggio ma, come risulta dall’autopsia, dalla rottura del cuore, in seguito al passaggio di un’auto sul corpo che frattura anche dieci costole.

 

E’ una storia vestita di nero (*)

è una storia da basso impero

è una storia mica male insabbiata

è una storia sbagliata.

 

Alle 12 e 40 del 2 novembre inizia, in carcere, il primo interrogatorio di Pelosi.

Il ragazzo, messo alle strette, racconta che la sera, del primo novembre, alle 22.30 in piazza dei Cinquecento, di fronte alla stazione Termini, viene avvicinato da Pasolini che si offre di portarlo a

fare un giro in macchina.

Giunti all’Idroscalo i due si appartano nello spiazzo di un campetto di calcio, ma ad una richiesta di Pasolini, il ragazzo si nega scatenando la rabbia del regista che incomincia a picchiarlo, inseguendolo anche fuori dalla macchina con un bastone. La colluttazione diventa feroce con il ragazzo che si difende colpendo violentemente l’uomo prima con un calcio al basso ventre, quindi con una tavoletta di legno trovata per terra, fino a ridurlo all’impotenza. Risalito in macchina Pelosi, forse senza accorgersene, passa sul corpo esanime di Pasolini, quindi prende la via Ostiense contromano attirando l’attenzione dei carabinieri che alla fine di un inseguimento riescono a bloccare il ragazzo.

Alla fine della deposizione il magistrato ordina di condurre il ragazzo provvisoriamente a Regina Coeli in isolamento.

Stupisce la lettura del verbale in quanto, sebbene il ragazzo sia poco più che analfabeta, durante la confessione dimostra una notevole padronanza di linguaggio e di termini tecnici.

Per la difesa di Pelosi viene nominato l’avvocato d’ufficio Piergiorgio Manca, ma il suo mandato dura appena ventiquattr’ore.

Polizia e carabinieri nel frattempo hanno collegato l’episodio del furto e il rinvenimento del corpo di Pasolini all’Idroscalo.

Il 5 novembre Pelosi, detto Pino la Rana, alle 10 di mattina viene interrogato, dal Pm Luigi Tranfo, nel carcere minorile di Casal del Marmo. E’ il secondo interrogatorio, e il ragazzo conferma quello che ha dichiarato tre giorni prima, aggiungendo al racconto anche la sosta che avrebbero fatto alle 23.00 presso la trattoria Biondo Tevere, dove Pino consuma la cena. Alle 23.20 risalgono in macchina e prendono la direzione dell’Idroscalo di Ostia.

Un racconto che viene, in parte, smentito da Vincenzo Panzironi, proprietario del locale.

In via Ostiense, vicino alla Garbatella c’è un ristorante con una terrazza che si affaccia sul Tevere offrendo una splendida vista.

Alle 23.15 del primo novembre 1975, Pasolini, accompagnato da un ragazzo, fa una sosta in questa famosa e storica trattoria romana: il Biondo Tevere.

Il locale sta chiudendo, ma il “Maestro” è un cliente abituale e Vincenzo Panzironi accetta di riaprire la cucina per il suo amico. La moglie di Vincenzo, Giuseppina Sardegna, prepara per il ragazzo un piatto di spaghetti aglio ed olio e un quarto di pollo al forno con patate, mentre lo scrittore, avendo già cenato, si limita a bere una birra e mangiare una banana.

A mezzanotte e cinque Pasolini paga 4000 lire in contanti e con la sua Alfa Romeo, parcheggiata proprio davanti al locale, si allontana con il suo accompagnatore.

Panzironi nel pomeriggio del 2 novembre viene convocato in Questura a deporre, in quanto sembrerebbe fosse stato l’ultimo ad aver visto Pasolini vivo.

L’orario è molto importante perché il 5 novembre, durante il secondo interrogatorio Pelosi afferma che, dopo aver espresso il desiderio di mangiare qualcosa, Pasolini decise di portarlo alla trattoria Biondo Tevere, dove vi giunsero alle 23 e dopo solo 20 minuti uscirono.. Un tempo decisamente troppo breve per preparare una cena e consumarla. Il locale si apprestava a chiudere e il personale era già andato a casa mentre Pelosi afferma che i camerieri fossero ancora presenti. Il ragazzo continua con le amnesie sostenendo di aver mangiato al piano di sopra, mentre Giuseppina sostiene che essendo ormai il ristorante chiuso, venne approntato un tavolo vicino alla cucina.

L’identikit rilasciato da Panzironi, e confermato anni dopo dalla moglie Giuseppina, rimasta nel frattempo vedova, parla di un ragazzo giovane di corporatura normale, alto almeno 1 metro e 70, con i capelli biondi lunghi e pettinati all’indietro, mentre Pelosi è un ragazzo di corporatura gracile, con i capelli scuri, corti e ricci. Anche le scarpe con il tacco alto di Pelosi non corrispondono a quelle del biondino che la moglie sostiene fossero strane.

Il 2 novembre 1975 non esistevano ancora foto segnaletiche di Pelosi, malgrado questo particolare, a Vincenzo, in Questura, vengono fatte vedere delle foto che lui controfirma riconoscendo l’accompagnatore di Pasolini della sera precedente.

Ma Panzironi e sua moglie sostengono che il ragazzo con Pasolini fosse completamente diverso da Pelosi, allora che foto avranno fatto vedere al proprietario del Biondo Tevere? Come mai esiste ancora il verbale firmato dal ristoratore, invece della foto si sono perse le tracce?

Per la polizia la confessione di Pelosi chiude il caso.

Un triste e drammatico episodio riconducibile al mondo degli omosessuali.

Vengono fatte molte omissioni per chiudere in fretta un caso che potrebbe diventare spinoso.

Emerge la risoluta e forte volontà di veicolare la sentenza in modo che soddisfacesse l’opinione pubblica, bieca e bigotta, figlia inequivocabile di quel periodo storico.

 

E’ una storia da carabinieri (*)

È una storia per parrucchieri

È una storia un po’ sputtanata

o è una storia sbagliata.

 

Malgrado il segreto istruttorio non lo consenta, il verbale dell’interrogatorio a Pelosi viene comunicato ai giornalisti.

Tutti devono sapere che un “frocio” è morto per colpa della sua perversione, perché se lo è andato a

cercare.

Una opinione sostenuta anche da Andreotti: “Lui (Pasolini) andava cercandosi dei guai”, riferendosi non tanto alle sue opere ma alla sua vita privata.

Pasolini è un corpo dato in pasto alla gente. I giornali indugiano con la foto del corpo martoriato, una oscena visione per consolidare una morale immorale.

Ma la conclusione dell’indagine non convince quasi nessuno.

fine seconda parte