Delitto Pasolini – Approfondimento di Alberto Zanini, 2^ parte (dal blog I gufi narranti)

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E’ una storia di periferia (*)

è una storia da una botta e via

è una storia sconclusionata

una storia sbagliata

 

Tra buche e pozzanghere, in mezzo al campetto, giace un corpo prono di un uomo con il volto girato verso destra immerso nel sangue, ha il braccio sinistro sotto il corpo e l’altro scostato.

Il corpo di Pasolini trovato all’idroscalo di Roma

Il cadavere indossa una canottiera parzialmente sollevata, pantaloni jeans e scarpe infangate.

Il volto è completamente sfigurato, ricoperto di sangue raggrumato, la nuca presenta un’ampia lacerazione, vari ematomi ed abrasioni, le falangi della mano destra presentano delle fratture e la piramide nasale è schiacciata verso destra. Impronte di auto arrivano fino al corpo.

Un brigadiere trova vicino al corpo un anello d’oro sormontato da una pietra rossa e lo consegna a Masone.

anello di Pelosi

Molti ebbero il sospetto che Pelosi lasciò volutamente l’anello vicino alla vittima.

Nel frattempo la presenza di curiosi diventa sempre più numerosa, e nel campo regolamentare di calcio adiacente, ma diviso da una recinzione, incomincia una partita come se niente fosse successo.

La polizia comunque non ritiene opportuno delimitare la zona per eseguire i riscontri dettagliatamente e dei ragazzi giocano nella parte del campetto libero.

Negli anni settanta le attenzioni nel preservare la scena del crimine non erano ancora così ferree. Ma ci si limitava quasi esclusivamente a rilievi descrittivi e poco altro.

A settanta metri circa dal corpo vengono trovati due paletti di legno friabile. Uno completamente intriso di sangue con dei capelli della vittima, lungo una quarantina di centimetri, l’altro, sostanzialmente con scarsa presenza ematica, di circa sessanta centimetri. Nei pressi viene anche rinvenuta una tavoletta di legno, lunga circa settanta centimetri, spaccata in due parti imbrattata di sangue e capelli.

Vicino alla rudimentale porta di calcio per terra c’è una camicia inzuppata di sangue.

Dal riscontro autoptico risulta che la vittima ha subito un forte trauma contusivo ai testicoli che potrebbe aver impedito una reazione adeguata all’aggressione.

Sul tettuccio della macchina, dalla parte del passeggero, spicca un’impronta di sangue appartenente a Pasolini.

Tracce di pneumatici partono dal corpo dirigendosi verso l’uscita del campetto di calcio.

Sulla camicia c’è una targhetta della tintoria e il nome riportato sembra quello di Pasolini.

Infatti, verso le dieci del mattino, lo scrittore viene identificato dall’amico Ninetto Davoli con il quale era andato a mangiare la sera prima.

Il riconoscimento ufficiale viene effettuato dal cugino Nico Naldini.

DelittoPochi giorni dopo il ritrovamento del corpo alcune baracche vennero date alle fiamme da ignoti a scopo intimidatorio, mentre i rimanenti prefabbricati abusivi saranno abbattuti negli anni 80.

La causa del decesso di Pasolini non è il brutale pestaggio ma, come risulta dall’autopsia, dalla rottura del cuore, in seguito al passaggio di un’auto sul corpo che frattura anche dieci costole.

 

E’ una storia vestita di nero (*)

è una storia da basso impero

è una storia mica male insabbiata

è una storia sbagliata.

 

Alle 12 e 40 del 2 novembre inizia, in carcere, il primo interrogatorio di Pelosi.

Il ragazzo, messo alle strette, racconta che la sera, del primo novembre, alle 22.30 in piazza dei Cinquecento, di fronte alla stazione Termini, viene avvicinato da Pasolini che si offre di portarlo a

fare un giro in macchina.

Giunti all’Idroscalo i due si appartano nello spiazzo di un campetto di calcio, ma ad una richiesta di Pasolini, il ragazzo si nega scatenando la rabbia del regista che incomincia a picchiarlo, inseguendolo anche fuori dalla macchina con un bastone. La colluttazione diventa feroce con il ragazzo che si difende colpendo violentemente l’uomo prima con un calcio al basso ventre, quindi con una tavoletta di legno trovata per terra, fino a ridurlo all’impotenza. Risalito in macchina Pelosi, forse senza accorgersene, passa sul corpo esanime di Pasolini, quindi prende la via Ostiense contromano attirando l’attenzione dei carabinieri che alla fine di un inseguimento riescono a bloccare il ragazzo.

Alla fine della deposizione il magistrato ordina di condurre il ragazzo provvisoriamente a Regina Coeli in isolamento.

Stupisce la lettura del verbale in quanto, sebbene il ragazzo sia poco più che analfabeta, durante la confessione dimostra una notevole padronanza di linguaggio e di termini tecnici.

Per la difesa di Pelosi viene nominato l’avvocato d’ufficio Piergiorgio Manca, ma il suo mandato dura appena ventiquattr’ore.

Polizia e carabinieri nel frattempo hanno collegato l’episodio del furto e il rinvenimento del corpo di Pasolini all’Idroscalo.

Il 5 novembre Pelosi, detto Pino la Rana, alle 10 di mattina viene interrogato, dal Pm Luigi Tranfo, nel carcere minorile di Casal del Marmo. E’ il secondo interrogatorio, e il ragazzo conferma quello che ha dichiarato tre giorni prima, aggiungendo al racconto anche la sosta che avrebbero fatto alle 23.00 presso la trattoria Biondo Tevere, dove Pino consuma la cena. Alle 23.20 risalgono in macchina e prendono la direzione dell’Idroscalo di Ostia.

Un racconto che viene, in parte, smentito da Vincenzo Panzironi, proprietario del locale.

In via Ostiense, vicino alla Garbatella c’è un ristorante con una terrazza che si affaccia sul Tevere offrendo una splendida vista.

Alle 23.15 del primo novembre 1975, Pasolini, accompagnato da un ragazzo, fa una sosta in questa famosa e storica trattoria romana: il Biondo Tevere.

Il locale sta chiudendo, ma il “Maestro” è un cliente abituale e Vincenzo Panzironi accetta di riaprire la cucina per il suo amico. La moglie di Vincenzo, Giuseppina Sardegna, prepara per il ragazzo un piatto di spaghetti aglio ed olio e un quarto di pollo al forno con patate, mentre lo scrittore, avendo già cenato, si limita a bere una birra e mangiare una banana.

A mezzanotte e cinque Pasolini paga 4000 lire in contanti e con la sua Alfa Romeo, parcheggiata proprio davanti al locale, si allontana con il suo accompagnatore.

Panzironi nel pomeriggio del 2 novembre viene convocato in Questura a deporre, in quanto sembrerebbe fosse stato l’ultimo ad aver visto Pasolini vivo.

L’orario è molto importante perché il 5 novembre, durante il secondo interrogatorio Pelosi afferma che, dopo aver espresso il desiderio di mangiare qualcosa, Pasolini decise di portarlo alla trattoria Biondo Tevere, dove vi giunsero alle 23 e dopo solo 20 minuti uscirono.. Un tempo decisamente troppo breve per preparare una cena e consumarla. Il locale si apprestava a chiudere e il personale era già andato a casa mentre Pelosi afferma che i camerieri fossero ancora presenti. Il ragazzo continua con le amnesie sostenendo di aver mangiato al piano di sopra, mentre Giuseppina sostiene che essendo ormai il ristorante chiuso, venne approntato un tavolo vicino alla cucina.

L’identikit rilasciato da Panzironi, e confermato anni dopo dalla moglie Giuseppina, rimasta nel frattempo vedova, parla di un ragazzo giovane di corporatura normale, alto almeno 1 metro e 70, con i capelli biondi lunghi e pettinati all’indietro, mentre Pelosi è un ragazzo di corporatura gracile, con i capelli scuri, corti e ricci. Anche le scarpe con il tacco alto di Pelosi non corrispondono a quelle del biondino che la moglie sostiene fossero strane.

Il 2 novembre 1975 non esistevano ancora foto segnaletiche di Pelosi, malgrado questo particolare, a Vincenzo, in Questura, vengono fatte vedere delle foto che lui controfirma riconoscendo l’accompagnatore di Pasolini della sera precedente.

Ma Panzironi e sua moglie sostengono che il ragazzo con Pasolini fosse completamente diverso da Pelosi, allora che foto avranno fatto vedere al proprietario del Biondo Tevere? Come mai esiste ancora il verbale firmato dal ristoratore, invece della foto si sono perse le tracce?

Per la polizia la confessione di Pelosi chiude il caso.

Un triste e drammatico episodio riconducibile al mondo degli omosessuali.

Vengono fatte molte omissioni per chiudere in fretta un caso che potrebbe diventare spinoso.

Emerge la risoluta e forte volontà di veicolare la sentenza in modo che soddisfacesse l’opinione pubblica, bieca e bigotta, figlia inequivocabile di quel periodo storico.

 

E’ una storia da carabinieri (*)

È una storia per parrucchieri

È una storia un po’ sputtanata

o è una storia sbagliata.

 

Malgrado il segreto istruttorio non lo consenta, il verbale dell’interrogatorio a Pelosi viene comunicato ai giornalisti.

Tutti devono sapere che un “frocio” è morto per colpa della sua perversione, perché se lo è andato a

cercare.

Una opinione sostenuta anche da Andreotti: “Lui (Pasolini) andava cercandosi dei guai”, riferendosi non tanto alle sue opere ma alla sua vita privata.

Pasolini è un corpo dato in pasto alla gente. I giornali indugiano con la foto del corpo martoriato, una oscena visione per consolidare una morale immorale.

Ma la conclusione dell’indagine non convince quasi nessuno.

fine seconda parte

 

 

Delitto Pasolini – Approfondimento di Alberto Zanini pt.1 (dal blog I gufi narranti)

Pasolini è stato un poeta, scrittore, regista, giornalista nato a Bologna nel 1922. Figlio di un ufficiale di fanteria e di una maestra. Uno dei più grandi intellettuali del novecento, un attento testimone del nostro tempo, osservatore acuto e critico della società.

Un grande fustigatore e penna al vetriolo che con coraggio portò avanti le sue idee in un momento storico difficile e controverso, fino a sacrificare la vita per le sue idee senza subire condizionamenti.

Era un libero pensatore che combatteva la sua battaglia isolato, solo contro tutti, contro la morale corrente, contro la società, contro il consumismo e contro i poteri forti.

Pasolini non si faceva condizionare da nessun credo politico, le sue idee personali le portava avanti sempre e comunque.

Le sue radici contadine affondavano in una cultura politicamente multicolore.

Il suo amore per il sottoproletariato, in quanto ritenuto espressione genuina della società, lo vedeva spesso a fianco della povera gente. Opinione che in realtà il poeta modificò nel tempo, quando si rese conto che i suoi borgatari incomincivano a far parte della malavita romana.

Pasolini riteneva l’opinione pubblica condizionata dalla violenza che impregnava la società.

disegno di Davide Toffolo

L’estremismo delle sue opinioni lo resero inviso sia alle forze politiche che in gran parte della società. Nel 1975 lo scrittore, sulle pagine del Corriere della sera, espresse un risoluto parere contrario al referendum sull’aborto, ricevendo aspre critiche anche dagli intellettuali solitamente al suo fianco. Pasolini stigmatizzava il rischio evidente di una paralisi dei valori, associando l’aborto ad una libertà sessuale figlia di una società dei consumi estremizzata.

Il Corriere della Sera il 14 novembre 1974 pubblica un editoriale intitolato il “Romanzo delle stragi (Io so…)” dove lo scrittore crede in un filo nero che collega i politici democristiani corrotti con la destra terrorista, i servizi segreti e la Cia.

Pasolini sostiene di conoscere i nomi dei responsabili della strage di Piazza Fontana, di piazza della Loggia, del treno Italicus ma di non aver le prove per denunciarli.

Nel 1972 “per motivi di ordine pubblico” il processo di Piazza Fontana venne spostato da Milano a Catanzaro dove, in seguito, tutto il materiale giudiziario prodotto: interrogatori, fotografie deposizioni ecc rimase dimenticato nei sotterranei del Palazzo di Giustizia.

L’incuria mise a rischio centinaia di faldoni conservati, finché nel 2004, grazie alla meritevole opera dello storico calabrese Fabio Cuzzola, si decise di digitalizzare. Questa encomiabile iniziativa ha permesso di riportare alla luce la corrispondenza tra il terrorista nero Giovanni Ventura e lo scrittore Pier Paolo Pasolini.

Nella penultima lettera, datata 24 settembre 1975, lo scrittore non nasconde la propria irritazione per l’ambiguità del terrorista nelle risposte a certe domande.

Gentile Ventura, (…) Vorrei che le sue lettere fossero meno lunghe e più chiare. Una cosa è essere ambigui, un’altra è essere equivoci. Insomma, almeno una volta mi dica sì se è sì no se è no. La mia impressione è che lei voglia cancellare dalla sua stessa coscienza un errore che oggi non commetterebbe più. Fatto sta che lei resta sospeso ancora – e ai miei occhi di ‘corrispondente’ scelto da lei – in quell’atroce penombra dove destra e sinistra si confondono. Si ricordi che la verità ha un suono speciale, e non ha bisogno di essere né intelligente né sovrabbondante (come del resto non è neanche né stupida né scarsa). Suo, Pier Paolo Pasolini

Pasolini durante i 7 mesi di scambi di missive con il terrorista, spera in una confessione che possa dirimere la nebbia sulla strage di Piazza Fontana.

Tra i documenti di Catanzaro viene trovato anche un fascicolo, con il numero di protocollo 2942, del Sid dove risulta evidente il controllo da parte dei Servizi Segreti sulla vita pubblica e privata dello scrittore.

Tra l’altro si scopre che a Roma esisteva un “ufficio stragi”, diretto da Adelio Maletti, che si avvaleva della collaborazione del capitano Antonio Labruna per far sparire le prove contro i terroristi neri ai quali erano destinati dei soldi per riparare all’estero tranquillamente.

Sia Maletti che Labruna, iscritti entrambi alla P2, sono stati condannati definitivamente per favoreggiamento.

Giovanni Ventura venne assolto in appello, per insufficienza di prove, per l’attentato del 12 dicembre 1969 presso la Banca dell’Agricoltura a Milano, ma condannato comunque per 16 attentati preparatori con il sodale Franco Freda.

Nel 1974 Pasolini inizia a scrivere “Petrolio”, ma la morte drammatica e improvvisa gli impedisce di completarlo.“Petrolio” è il romanzo delle stragi, un libro particolare, pieno di note dell’autore, che prende spunto dalla cronaca e ipotizza un filo nero che lega economia, politica, terrorismo di Stato e massoneria. Pasolini, nel suo romanzo, profetizza addirittura una strage, descritta come una visione, che sarebbe avvenuta 5 anni dopo la sua morte, quella della stazione di Bologna.

La bomba è fatta scoppiare: un centinaio di persone muoiono, i loro cadaveri restano sparsi e ammucchiati in un mare di sangue, che inonda, tra brandelli di carne, banchine e binari. (…) La bomba viene messa alla stazione di Bologna”.

Parla anche dell’Eni, di Enrico Mattei e di Eugenio Cefis. I nomi sono volutamente cambiati ma facilmente individuabili.

Cefis che è legato ai servizi segreti, muove la finanza e con essa anche il potere politico è la vera ossessione di Pasolini.

Nel libro manca un capitolo, l’appunto 21, intitolato “Lampi sull’Eni”. Di questo paragrafo, che Pasolini ha sicuramente scritto, in quanto rimanda il lettore alla sua visione, se ne sono perse le tracce misteriosamente. Sottratto da sconosciuti e non più trovato.

Cefis, da documenti del Sismi, risulta essere il vero fondatore della P2 e nel 1971, quando diventa il presidente della Montedison, sono Gelli e Ortolani a prenderne il posto, portando avanti il progetto del fondatore e consolidando gli intrecci nascosti tra politica, servizi segreti, mafia, finanza e controllo dell’informazione.

Un mese prima del suo omicidio il “Corriere della Sera” pubblica, il 28 settembre 1975, l’articolo che diventerà il suo più disperato e violento attacco a quella che ormai era diventato un’ossessione.

Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sifar.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sid.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo della Cia.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere fino a che punto la Mafia abbia partecipato alle decisioni del governo di Roma o collaborato con esso.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia la realtà dei cosiddetti golpe fascisti.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere da quali menti e in quale sede sia stato varato il progetto della «strategia della tensione» (prima anticomunista e poi antifascista, indifferentemente).
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi ha creato il caso Valpreda.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi sono gli esecutori materiali e i mandanti, connazionali, delle stragi di Milano, di Brescia, di Bologna…

In questo compendio Pasolini mette da parte la paura e scaglia definitivamente gli strali contro tutti i poteri.

Lo scrittore ha sempre subito attacchi feroci da parte della stampa di destra, ma ultimamente le minacce diventano pressanti, quotidiane e insopportabili.

Alle minacce di morte telefoniche si sostituiscono anche aggressioni fisiche. Pasolini si vede costretto a cambiare il numero di telefono della sua abitazione in via Eufrate, all’Eur, dove vive con sua madre e sua cugina Graziella Chiarcossi.

La paura di essere ucciso cresce quotidianamente. Il 13 ottobre, pochi giorni prima della drammatica fine, una bomba mette fuori uso la centralina della Sip situata a pochi metri dal portone di via Eufrate, isolando telefonicamente la zona.

Il primo novembre 1975, il giorno prima di morire Pasolini rilascia una intervista, tra le 16 e le 18, a Furio Colombo giornalista della Stampa.

“Siamo tutti in pericolo” è il titolo che propose lo stesso Pasolini

Tra le varie domande, alcune sono molte significative.

D- Che cos’è il potere secondo te, dov’è, come sta, come lo stani?

R- Il potere è un sistema di educazione che ci divide in soggiogati e soggiogatori. Ma attento. Uno stesso sistema educativo che ci forma tutti, dalle cosiddette classi dirigenti, giù fino ai poveri. Ecco perché tutti vogliono le stesse cose e si comportano nello stesso modo. Se ho tra le mani un consiglio di amministrazione o una manovra di Borsa uso quella. Altrimenti una spranga. E quando uso una spranga faccio la mia violenza per ottenere ciò che voglio. Perché lo voglio? Perché mi hanno detto che è una virtù volerlo. Io esercito il mio diritto-virtù. Sono assassino e sono buono.

D-Ti hanno accusato di non distinguere politicamente e ideologicamente, di avere perso il segno della differenza profonda che deve pur esserci fra fascisti e non fascisti, per esempio fra i giovani.

R- Ecco io vedo così la bella truppa di intellettuali, sociologi, esperti e giornalisti delle intenzioni più nobili, le cose succedono qui e la testa guarda di là. Non dico che non c’è il fascismo. Dico: smettete di parlarmi del mare mentre siamo in montagna. Questo è un paesaggio diverso. Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale. Piacerebbe anche a me se tutto si risolvesse nell’isolare la pecora nera. Le vedo anch’io le pecore nere. Ne vedo tante. Le vedo tutte. Ecco il guaio, ho già detto a Moravia: con la vita che faccio io pago un prezzo. È come uno che scende all’inferno. Ma quando torno – se torno – ho visto altre cose, più cose. Non dico che dovete credermi. Dico che dovete sempre cambiare discorso per non affrontare la verità.

D- Perché pensi che per te certe cose siano talmente più chiare?

R- Non vorrei parlare più di me, forse ho detto fin troppo. Lo sanno tutti che io le mie esperienze le pago di persona. Ma ci sono anche i miei libri e i miei film. Forse sono io che sbaglio. Ma io continuo a dire che siamo tutti in pericolo.

Nell’intervista si percepisce la disperazione dello scrittore per il futuro dell’umanità. Un pessimismo ormai irreversibile per la perdita dei valori tradizionali.

L’ultima domanda del giornalista:

D- Pasolini, se tu vedi la vita così, (Siamo tutti in pericolo”) come pensi di evitare il pericolo e il rischio?

Pasolini chiese a Colombo di lasciargli il tempo di rispondere:

«Ci sono punti che mi sembrano un po’ troppo assoluti. Fammi pensare, fammeli rivedere. E poi dammi il tempo di trovare una conclusione. Ho una cosa in mente per rispondere alla tua domanda. Per me è più facile scrivere che parlare. Ti lascio le note che aggiungo per domani mattina».

Ma il destino aveva deciso diversamente. Per Pasolini non ci fu l’indomani.

E’ una storia da dimenticare (*)

è una storia da non raccontare

è una storia un po’ complicata

è una storia sbagliata

All’una e mezzo del mattino di domenica 2 novembre 1975 il silenzio della notte viene infranto dal rombo di un auto, che velocemente percorre il lungomare Duilio di Ostia contromano. La manovra attira l’attenzione di una pattuglia dei carabinieri che si lancia immediatamente all’inseguimento dell’Alfa Romeo 2000 GT grigia metallizzata.

Dopo un lungo inseguimento i carabinieri riescono a bloccare la vettura guidata da un ragazzo di 17 anni, di nome Pino Pelosi, conosciuto dalle forze dell’ordine per furti d’auto.

La macchina risulta intestata a Pier Paolo Pasolini e il ragazzo ammette di averla rubata nel quartiere Tiburtino.

Pelosi, che è in libertà provvisoria, viene arrestato.

Questo è la versione ufficiale che tutti i media hanno riportato.

La cugina di Pasolini, Graziella Chiarcossi, in una intervista rilasciata a Repubblica nel 2015 afferma che la notte del 2 novembre 1975 fu la polizia e non i carabinieri ad informarla del ritrovamento dell’Alfa Romeo in zona Tiburtina, a circa quaranta chilometri da Ostia. Ritrovamento debitamente verbalizzato. Una dichiarazione che contraddice clamorosamente la versione ormai ufficializzata, da parte dei carabinieri, dell’arresto di Pelosi per furto della medesima auto sul lungomare di Ostia. Ritrovamento della polizia o furto di auto? Qualcuno mente o la macchina ha il dono dell’ubiquità.

Questa nuova dichiarazione avrebbe potuto in parte squarciare il velo di bugie, ma la Procura di Roma si è rifiutata di prenderla in considerazione.

Pelosi, prima di essere condotto in carcere, chiede ai carabinieri di poter recuperare, all’interno dell’Alfa Romeo, l’accendino, le sigarette e il suo anello d’oro con una pietra rossa, ma la ricerca risulta vana.

Nella vettura, parcheggiata nella rimessa dei carabinieri, vengono rinvenuti il giaccone grigio di Pasolini, due libretti degli assegni intestati al poeta, alcune banconote sotto i tappetini e inoltre, di provenienza sconosciuta, sul sedile posteriore, un maglione verde sporco e sotto un sedile un plantare numero 41 di una scarpa destra con due lettere visibili: una M e una T e altre illeggibili.

Graziella Chiarcossi, dichiara che la sera del 31 ottobre ha fatto lavare la vettura e all’interno non c’erano né il maglione né il plantare.

Dalla macchina però è sparito il testo della sceneggiatura che, la sera del primo novembre, Ninetto Davoli consegna allo scrittore durante la cena al Pommidoro.

Sono dei fogli ciclostilati, sottratti da ignoti, probabilmente scambiati per documenti importanti.

L’auto, rimane aperta e sotto la pioggia fino al giovedì seguente, quando la scientifica avrà modo di esaminarla.

Pelosi viene condotto nel Carcere minorile di Casal del Marmo alle 4 e 30, dove passa la notte, e stranamente confida al compagno di cella di aver ucciso Pier Paolo Pasolini, ancora prima di essere accusato di omicidio.

Cominciò con la luna sul posto (*)

e finì con un fiume d’inchiostro

è una storia un poco scontata

è una storia sbagliata

Ostia.

Foce del Tevere. Giorno dei Morti.

In una zona degradata chiamata Idroscalo sorgono dei prefabbricati abusivi e alle 6 e 30 del mattino del 2 novembre, la signora Maria Teresa Lollobrigida vede un corpo senza vita vicino alla sua casetta, scambiandolo in un primo momento per un sacco dell’immondizia.

La donna, con il marito Alfredo Principessa e i tre figli, ha passato la notte nella baracca, come altri che hanno visto e sentito cosa accadde quella notte.

Misha Bessendorf è un ebreo russo che vive a New York dove insegna matematica e nel 2012 rilascia una intervista a Paolo Brogi del “Corriere della Sera”.

Misha, il 2 novembre 1975 abita, insieme con altri esuli, in una appartamento poco distante dal campetto di calcio.

E’ una notte buia senza luna con un forte vento e alcune macchine, con i fari accesi, illuminano una scena inquietante. Misha attirato dalle urla, vede dalla finestra degli uomini e un uomo per terra.

Quando scende in strada, trova i carabinieri e parecchia gente nei pressi del corpo senza vita

La Procura di Roma nell’indagine preliminare svolta tra il 2010 e il 2015 non ha mai ritenuto opportuno sentire come testimone Misha Bessendorf.

Questa racconto confermerebbe la versione del comandante dei carabinieri di Roma, il generale Antonio Cornacchia (tessera P2 n°871 anche se il generale ha sempre smentito la sua appartenenza alla loggia massonica), che dopo aver ricevuto una segnalazione dal Comando di Compagnia di Ostia, giunge all’idroscalo prima dell’arrivo della polizia. Dopo aver fatto i consueti rilievi i carabinieri trovano scarsa collaborazione da parte dei testimoni.

La mattina del 2 novembre 1975 il giornale radio delle 6 e 30 dà la notizia della morte di Pasolini, quasi in contemporanea con la scoperta del cadavere da parte della signora Maria Teresa.

All’epoca non c’erano i cellulari e i telefoni si trovavano in alcuni posti pubblici, quindi il figlio maggiore Gianfranco, di Alfredo Principessa, sale in macchina e va al commissariato di pubblica sicurezza di Ostia per denunciare il ritrovamento del cadavere.

Il commissario Gianfranco Marieni, della polizia di Ostia, alle sei e quarantacinque arriva sul posto e trova della gente sulla scena del crimine, presumibilmente sono coloro che hanno passato la notte nelle baracche adiacenti al campetto di calcio.

Alle 8 arriva anche il capo della Squadra Mobile di Roma Fernando Masone.

Fine prima parte

5 luglio 1946: grazie a una bomba nucleare, arriva il bikini, sarà una bomba da spiaggia

A Parigi esordisce il costume da bagno in due pezzi. Opera dello stilista Louis Reard prende il nome ‘bikini’ dall’atollo del Pacifico dove qualche giorno prima è stata sperimentata la bomba atomica, poichè il creatore lo ritiene ‘esplosivo’.

Micheline Bernardini indossa il primo bikini – 5 luglio 1946 (Getty)

 

 

Quando la collega amica Graziana Orlandi, oggi in pensione, mi fregò il posto

Castelnuovo Fogliani, agriturismo ‘La Rondanina’, Graziana legge il classico biglietto con gli auguri e le firme dei colleghi e delle colleghe

Era il 1990, da qualche mese avevo lasciato Piacenza per un incarico dirigenziale all’Asl 15 di Mirandola (Mo). Una telefonata mi avvertì che avevo ottenuto la docenza in ‘Legislazione sociale’ alla Scuola per Infermieri a Fiorenzuola d’Arda (Pc) ovvero la mia città natale. Un’esperienza che si rivelò importante grazie ad un rapporto eccellente con le “ragazze”, una trentina di allieve.

L’apertura del pacco misterioso

Un rapporto non sempre lineare: un giorno, viste le intemperanze della classe, con tutte che parlavano tra loro disinteressate alla lezione, semplicemente, stanco di urlare, me ne sono uscito annotando sul registro l’impossibilità di governare la classe. Come ho poi saputo intervenne la direttrice castigando le ragazze che, nelle successive lezioni sembravano mute come e più dei pesci.

L’apertura del pacco col regalo di saluto sarà una sorpresa per quasi tutti: responsabili della scelta Carla (prima a sinistra) e Lidia (terza, dopo Filippo)

Solo quando rivelai la mia gioia perché finalmente mi avevano “regalato la lavastoviglie“, sgranarono gli occhi e a bocca aperta chiesero “ma come, lei lava i piatti?“. Già erano ancora tempi che i piatti di casa erano riservati di precetto alle mogli mentre i babbi affrontavano la poltrona del salotto per leggere il quotidiano o guardare la tv. Da quel momento diventai un loro eroe.

Poffarbacco, una (preziosa) collana di pietre colorate!

Insomma, comunque un bel rapporto, una bella esperienza. Come ho scritto lavoravo all’Asl di Mirandola e dormivo in una bettola a pochi chilometri dal paese, bagno in comune, un maledetto gallo in piena forma (specie canora), talvolta in compagnia di qualche cimice che veniva dalla campagna. Mi ero comprato una Fiat 126 usata così arrivavo in ufficio di prima mattina, alle 7.30 circa.

A MariaRina (pensionata da settembre 2016) il delicato compito di aprire il fermaglio della collana senza romperla ancor prima dell’indossarla

Alle 13.00 di quei mesi se ben ricordo tra febbraio e maggio lasciavo l’ufficio, andavo a 120 all’ora per percorre i 30 chilometri necessari per raggiungere la stazione di Modena. Alle 13.35 ero sul treno, alle 14.30 entravo in aula, a Fiorenzuola, trafelato, un pò sudato per la corsa dalla ferrovia alla sede della scuola, ma soddisfatto. La docenza durava 3 ore. Di nuovo di corsa fino alla stazione del paesello natio, alle 20.00 circa ero a casa, da Dalila e dai due figli allora piccoli. Il giorno dopo sveglia alle 4.30, treno poco dopo le 5.00, la 126 mi aspettava in stazione a Modena, se non alle 7.30, alle 8.00 ero in ufficio.

L’investitura

Una bella tirata, ma ci credevo, l’insegnamento era tra le mie corde, decisamente molto più del lavoro d’ufficio ordinario: avevo scelto, in cambio di una posizione dirigenziale, di abbandonare le illusioni di fare giornalismo ed ero partito alla volta di Mirandola per un pendolarismo non certo leggero. Partenza alle 5.00 del lunedì, ritorno al sabato. Con l’eccezione appunto del giorno settimanale di docenza a Fiorenzuola.

Immobile!

Non sapevo che, dopo l’estate, la mia vita sarebbe cambiata di nuovo. A fine dicembre di quel 1990 avevo salutato Mirandola per entare nel nuovo ufficio all’Asl 1, a Castel San Giovanni. Decisione condizionata dal fatto che questo avrebbe favorito la continuità della docenza alla sezione di Fiorenzuola della scuola a partire da febbraio 1991.

Cristina e Lidia al ‘controllo qualità’. Graziana non sta nella pelle.

Invece sorpresa: non arrivavano avvisi di conferma dell’incarico così, preoccupato, telefonai alla segreteria di direzione della scuola. Amara sorpresa: nessun rinnovo, un’infermiera di segreteria mi informò che “si è resa disponibile una dottoressa, laureata in legge, molto brava“. Quindi io ero uno scarto? “Ma no, solo che lei lavora all’Asl di Fiorenzuola“. Lei si chiamava dottoressa Graziana Orlandi.

Fausto (pensionato 2017), Adriana (pensionata 2013) con alle spalle Loredana e Luca. Ma che fa Lidia? Lidia, che ha preso il posto di Graziana, riassetta la panca dove Graziana si siederà

Il nostro primo ‘contatto’. In realtà ci saremmo poi incontrati di persona e conosciuti circa sette anni dopo quando l’Asl di Piacenza (che aveva inglobato sia l’Asl di Castel San Giovanni che l’Asl di Fiorenzuola) e da lì sarebbe iniziata la nostra collaborazione. Fino ad oggi, fino al suo ‘collocamento a riposo’.

L’intera compagnia: una festa sul prato, panini vino e un sacco di risate e luminosi sguardi di ragazze innamorate. Buon tempo a te, Graziana

Una precisazione per completezza di ricordo: persa la docenza a Fiorenzuola all’ultimo minuto ho avuto un incarico alla sezione della scuola di Castel San Giovanni, incarico che poi avrei perso nel 1992 per essere infine nominato per l’insegnamento alla scuola di Piacenza dove sarei poi rimasto fino al 2012, prima di ‘appendere la toga al chiodo‘ (la toga poichè la scuola dopo essere diventata diploma di laurea si sarebbe ulteriormente trasformata in corso di laurea). Insomma, alla fin fine non posso far altro che ringraziare Graziana per quello che il tempo rivelò un favore mentre, per quanto al futuro, “buon tempo e mille crociere per te, cara collega e amica“.

Furono tre colonne della Direzione Amministrativa di Rete Ospedaliera, uno solo rimane, prigioniero di JenaFornero

 

 

Accadde oggi nel 2001 a Treviso: non ricordatelo all’uomo di certo nero d’umore, il solito Salvini

Il gesto più bello nel giorno più triste, quello della retrocessione matematica in serie C. I giocatori del Treviso, che all’epoca militava in serie B, hanno deciso una originale risposta al razzismo dei tifosi, una parte dei quali aveva platealmente contestato, una settimana prima, l’ingresso in campo del giovane nigeriano Omolade. Sono pertanto scesi in campo nella partita contro il Genoa con il volto dipinto di nero.

I compagni di squadra hanno voluto così esperimere la loro solidarietà al giocatore oggetto di razzismo nella partita di Terni. Hanno aderito in blocco tutti i giocatori del Treviso: oltre agli undici schierati in campo, si sono truccati di nero anche quelli della panchina e persino l’allenatore Sandreani. Nel corso della settimana precedente l’incontro la società trevigiana era stata al centro di numerose polemiche legate alle intolleranze di una parte dei suoi tifosi. All’ingresso dei giocatori in campo c’è stato un attimo di imbarazzo, ma i fischi per la contestazione della vicina retrocessione in C si sono subito trasformati in applausi di approvazione per il gesto di solidarietà nei confronti di Omolade, comunque convocato e che peraltro segnò il gol del momentaneo vantaggio dei trevigiani (2-1) poi vanificato dal pareggio dei rossoblu.

Per quanto al titolo, in realtà non abbiamo notizie precise del pensiero d’allora e dell’umore del leghista Salvini oggi ministro dell’interno che preannuncia “la fine della pacchia” per gli immigrati (neri e non neri). Possiamo però immaginare fosse nero di rabbia per quel gesto di solidarietà. Come per certo lo era il Sindaco,  Giancarlo Gentilini, ovviamente leghista che invece di criticare i cori razzisti commentò I giocatori hanno scelto il colore giusto, il nero della vergogna per la retrocessione in C.

27 maggio 1965: muore a Gualtieri (RE) Antonio Ligabue, pittore detto ‘al matt’

Antonio Laccabue (da tutti conosciuto come Ligabue) nasce il 18 dicembre 1899 a Zurigo, in Svizzera, figlio di Elisabetta Costa, una donna originaria di Belluno, e, sostengono alcune fonti, di Bonfiglio Laccabue, uomo di origini emiliane. Affidato, nel settembre del 1900, a una coppia di svizzeri, Elise Hanselmann e Johannes Valentin Goebel, rimane orfano di mamma Elisabetta nel 1913, quando un’intossicazione alimentare uccide anche tre dei suoi fratelli (Antonio, tuttavia, considererà suo padre come responsabile della morte di Elisabetta, al punto di arrivare a cambiare il proprio cognome in Ligabue proprio per l’odio nutrito verso il genitore).

La famiglia Goebel vive in una situazione economica non facilissima, che si traduce negativamente sul giovane Antonio: colpito fin dall’infanzia da carenze vitaminiche e rachitismo, deve fare i conti con uno sviluppo fisico bloccato, che si concretizza nell’aspetto sgraziato che lo accompagnerà anche da adulto. D’altra parte, anche dal punto di vista emotivo e intellettuale il ragazzo mostra alcune difficoltà: non ama stare con i suoi coetanei, preferendo la vicinanza degli animali, e a scuola è molto in difficoltà.

Lotta di galli, opera di Antonio Ligabue

Inserito in una classe differenziale alle elementari, viene affidato nel 1912 a un istituto per ragazzi deficienti, prima di essere spostato, l’anno successivo, a Marbach, in un istituto condotto da un prete evangelico che definirà la sua condotta “immorale”, a causa della sua abitudine a bestemmiare e imprecare. A Marbach, in ogni caso, Antonio trova costante sollievo nel disegno, che non di rado gli permette di calmarsi dopo le crisi nervose che lo colpiscono.

Espulso anche da questo istituto per scostumatezza e cattiva condotta, dopo aver cominciato a lavorare come bracciante agricolo in maniera saltuaria conduce una vita piuttosto errabonda, e viene ricoverato in una clinica psichiatrica dopo un violento litigio con Elise, la mamma affidataria, che nel 1919 lo denuncia. Espulso dalla Svizzera, Antonio viene condotto da Chiasso a Gualtieri, il paese di origine del padre adottivo, ma prova a scappare immediatamente, anche perché non conosce la lingua italiana.

Il suo tentativo di fuga verso la Svizzera, però, fallisce, e il giovane viene riportato al paese e ricoverato nell’Ospizio di mendicità Carri. Nel 1920 lavora agli argini del Po: impiegato come scarriolante, contribuisce a costruire una strada che collega Gualtieri con il fiume. Nello stesso periodo, si dedica per la prima volta alla pittura.

L’incontro che gli cambia la vita avviene nel 1928, quando Renato Marino Mazzacurati, uno dei fondatori della Scuola Romana, intuisce il talento che si nasconde nella sua arte genuina e gli insegna a utilizzare i colori a olio. Indirizzato verso una matura e completa valorizzazione del proprio talento, Antonio decide di dedicarsi anima e corpo alla pittura, proseguendo i suoi viaggi senza meta lungo il Po.

Aratura con buoi, opera di Antonio Ligabue

Si dedica a dipinti e disegni: le sue opere figurative si presentano come squillanti, addirittura violente e nostalgiche, condite con dettagli precisi e spesso ambientate in scenari di vita campestre. E così Ligabue, riesce a mantenersi grazie alla pittura.

Ricoverato in manicomio nel 1937 a Reggio Emilia per atti di autolesionismo, riesce ad uscirne solo quattro anni più tardi. L’arrivo della guerra gli permette di essere impiegato come interprete per le truppe tedesche, ma nel 1945 Ligabue viene nuovamente internato in un manicomio, colpevole di aver picchiato un militare tedesco con una bottiglia: resterà rinchiuso per altri tre anni. Durante il ricovero, Antonio prosegue nella sua attività di pittore.

Leone che assale due antilopi, opera di Antonio Ligabue

Una volta uscito, riprende con maggiore intensità l’attività di pittore, complice l’attenzione sempre maggiore che critici, giornalisti e mercanti d’arte dedicano alle sue opere: riserva tutto il proprio tempo alla realizzazione di dipinti, non di rado di dimensioni imponenti, in cui esprime la propria concezione dell’esistenza come lotta perenne, battaglia senza tregue, intervallata solo raramente da piccoli momenti di serenità.

Nel 1955 allestisce la prima mostra personale in occasione della Fiera Millenaria che si svolge a Gonzaga, non lontano da Mantova, mentre l’anno successivo prende parte al “Premio Suzzara”. Nel 1961 ha l’occasione di vedere allestita una mostra personale a Roma, alla Galleria “La Barcaccia”: poco dopo, però, un incidente in motocicletta (gli ultimi anni di vita gli hanno permesso di uscire dalle ristrettezze economiche e di dedicarsi alle sue passioni, tra cui appunto quella per le moto) rallenta la sua attività, penalizzata ulteriormente da una paresi che lo coglie di lì a poco e che lo colpisce sia nella mente  nel fisico.

Il circo, opera di Antonio Ligabue

 Dopo essere stato battezzato e cresimato, Antonio Ligabue detto “Al tedesch” (“Il tedesco”) o “Al Matt” (“Il matto”) muore il 27 maggio 1965, e viene sepolto nel cimitero di Gualtieri.

 

“La guerra è finita”, s’annunciò l’8 maggio 1945 e ieri a Carpaneto e Piacenza è tornata una colonna di pace

L’8 maggio 1945 viene ricordato (nel Regno Unito, in Germania Orientale, in Francia, in Slovacchia, nella Repubblica Ceca) come la giornata della vittoria in Europa degli alleati contro i nazifascisti. Fu il giorno in cui gli alleati accettarono formalmente la resa incondizionata delle forze armate della Germania nazista, decretando la fine di Adolf Hitler e del Terzo Reich. Il 30 aprile Hitler si era tolto la vita durante la battaglia di Berlino, così la resa fu autorizzata dal presidente tedesco l’ammiraglio Karl Dönitz a capo di una amministrazione passata alla storia come il governo di Flensburg. L’atto di capitolazione militare è stato firmato il 7 maggio a Reims, in Francia, e l’8 maggio a Berlino, Germania.

Nel nostro BelPaese in realtà siamo abituati a festeggiare il 25 aprile, quando i combattenti partigiani liberarono Milano e Torino mentre le truppe alleate ancora arrancavano all’inizio della via Emilia dalla parte del mare per cui questa manifestazione, giunta alla quarta edizione, ci coglie di sorpresa.

Ma quando c’accorgiamo che il messaggio è quello che più ci piace (“Mettete dei fiori nei vostri cannoni“) , non possiamo che applaudire questi collezionisti invitati, tra gli altri, dall’Associazione Terre Piacentine di Castell’Arquato per una manifestazione ammirata a Carpaneto (sabato) e a Piacenza domenica, ieri.

Ferma restando la gioia di vedere i camion transitare senza soldati infreddoliti stipati sul cassone con il fucile o il mitra stretto tra le mani e la fronte imperlata dal sudore in attesa di conoscere quale sarebbe stato il loro destino, inevitabile il brivido per quel signore ormai anziano che, avvicinandosi con la sua bicicletta, ha ricordato di quando gli alleati con i loro mezzi, carrarmati compresi, sono davvero entrati nella piazza, festeggiati da migliaia di piacentini finalmente liberi dall’occupazione tedesca e dai loro asserviti fascisti della Repubblica Sociale.

 

Il 25 aprile? Un giorno come un altro!”, parola di Tommaso Foti, deputato (ma che strano) Fratelli d’Italia

Nulla di nuovo alla luce del sole: arriva il 25 aprile, la Festa della Liberazione, ed ecco le consuete sortite dell’Italia conservatrice per quantomeno ridimensionare il ruolo dei combattenti partigiani riconoscendo il merito della sconfitta nazifascista agli americani: indicativo un peloso intervento caratterizzato da un anticomunismo viscerale di tal Carlo Giarelli sul quotidiano on line ‘ILPiacenza’.  Indicativo però anche l’intervento dell’attuale Sindaco di Piacenza, Patrizia Barbieri, accreditata come ersponente di Forza Italia. In piazza nella città medaglia al valore per la lotta di Resistenza, ha richiamato con un discorso ancor più peloso di quello del Giarelli, un’unità politica che in concreto significa non distinguere tra i protagonisti di quella lotta, ponendo sullo stesso piano chi, più o meno consapevolmente, sceglieva di allearsi con i nazisti dei campi di sterminio e chi invece combatteva per valori di giustizia e libertà. Senza che con questo qui si vogliano negare deviazionismi ed eccessi anche nella lotta partigiana che sono situazioni inevitabili in tutti i conflitti ma chiederne conto oggi, fuori da quel contesto storico, caro Sindaco ( Sindaca che dir si voglia, a suo gradimento), significa solo pescare nel torbido, tentare appunto di porre sullo stesso piano gli uni e gli altri e questo, prima di tutto, risulta antistorico, utile solo a piccoli interessi di bottega come ad esempio il dover tenere in piedi una giunta che vede uniti rappresentanti di quella destra per la quale il 25 aprile non è altro che il giorno dedicato a San Marco (così dichiara il deputato di Fratelli d’Italia Tommaso Foti) o che comunque mal digerisce (con l’esponente della Lega dottor Polledri in testa) quella che è stata appunto la lotta per un’Italia dalla parte del popolo e non del potere monarchico, della borghesia padronale o del vertice ecclesiastico che fosse. Date queste considerazioni credo utile ed importante riportare (con qualche commento alla fine dello stesso) l’intervento del predetto onorevole Foti pubblicato sulla sua pagina in facebook.

Tommaso Foti con Ignazio La Russa

L’INTERVENTO DI TOMMASO FOTI, ESPONENTE FRATELLI D’ITALIA

25 APRILE? FESTA PER ALTRI, NON PER ME. E adesso lo so, mi pioveranno addosso le solite critiche, i triti e tristi luoghi comuni. Diranno e scriveranno: Foti? un #fascista. Bella che data la risposta: sbrigativa e democratica, come si conviene a stupidi che neppure sanno di adularmi. Dicano ciò che vogliono, io non riesco a festeggiare, perché non accetto che si perpetui la divisione tra morti e morti. Perché mai chi è caduto nelle brigate partigiane deve essere per forza un eroe, e chi è morto indossando la divisa della Repubblica Sociale Italiana deve essere solo un dannato, un dimenticato, un derelitto? Perché mai dovrei accettare una siffatta e comoda distinzione quando, non io ma i fatti, dicono che molti di coloro che andarono a morire nelle brigate partigiane erano stati fascisti più di coloro che andarono invece a morire per il Duce? Perché mai dovrei, genuflettendomi alla cosiddetta politica corretta, disprezzare mio nonno paterno e mio padre per le scelte fatte, quando gli stessi – per avere combattuto per l’Onore – patirono poi di tutto e di più quando, dopo le radiose giornate dell’aprile ’45, fu loro riservata la galera o la clandestinità, pur non avendo mai commesso nulla di nulla? Perché dovrei pensare che il pianto di una madre che ha avuto il figlio morto nelle fila della Resistenza meriti più comprensione, rispetto, condivisione, di quello versato da una madre il cui figlio, magari quindicenne, decise di essere mascotte in una delle milizie fasciste? Lo so bene che mi si dirà che chi è morto per la libertà è morto per una giusta causa e chi è morto dall’altra parte è morto per difendere un’idea totalitaria, ma questi sono artifizi interessati. Quasi che non si sapesse che la componente più politica della Resistenza, quella di radice comunista, certo voleva chiudere la pagina del totalitarismo fascista, ma solo per incominciare quella del totalitarismo comunista. Eppure basterebbe poco perché il 25 Aprile potesse diventare il giorno della memoria condivisa: sarebbe sufficiente anziché esaltare la propria fazione, promuovere la pacificazione.Ma così non è e, temo, non sarà mai. Perché le immagini di quei poveri morti – degli uni e degli altri – più che emblema del Sacrificio supremo continuano ad essere agitate per mantenere in piedi una distinzione manichea tra vincitori e vinti, tra il sangue dei primi e quello degli ultimi. E finche’ sarà così, per me il 25 Aprile continuerà ad essere solo SAN MARCO.

Ivrea, il partigiano Ferruccio impiccato dai fascisti della “X Mas” di Junio Valeri Borghese

Riporto non tanto a titolo di risposta ma come intervento ‘parallelo’ rispetto sia alle tesi di Foti sia alle osservazioni del Sindaco Barbieri, quanto pubblicato dall’amico Nunzio Delpanno in un messaggio personale che mi preme condividere: “Molti revisionisti storici tendono a mettere in evidenza episodi negativi che, come in tutte le vicende umane esistono e sempre si verificheranno. Ma la straordinaria epopea della resistenza va considerata nel suo insieme. Una cosa è certa, ha reso a tutti la dignità perduta sia di chi ha combattuto e di chi è stato a guardare. Con la loro rivolta i PARTIGIANI hanno scritto la pagina più bella della nostra recente storia che continua a vivere nella democrazia riconquistata”.

Dunque: vero che tutti i morti meritano rispetto e cordoglio. Anche perché tutti i ragazzi di allora credevano in quello che facevano oppure subivano semplicemente i fatti che li coinvolgevano. Un mio parente acquisito ha indossato la divisa della R.S.I.. Orfano di  padre (Carabiniere) e di madre si ritrovava con sei fratellini da crescere e mantenere e per questo la diaria era fondamentale. Non è morto e credo non abbia ammazzato nessuno, ma per uscire dal carcere ha dovuto penare.

Insomma, condivido con l’onorevole Foti che tutti i morti meritano cordoglio e rimpianto per la vita persa. Però gli onori della festa non possono essere concessi a tutti.

Gli onori della festa del 25 aprile, giorno della liberazione di Torino e Milano da parte delle truppe combattenti partigiane mentre gli americani arrancavano ancora nel centro del BelPaese, vanno a chi ha creduto nei valori di giustizia e libertà da garantire alle generazioni future e per questo ha pagato con la vita.

Manifesto del Partito Socialista

 

 

25 aprile 1945: i gruppi partigiani combattenti liberano Torino e Milano

Il 25 aprile del 1945 i partigiani liberarono Milano e Torino, città industriali del nord, dalle truppe di Hitler e da quelle rimaste fedeli a Mussolini dopo che le forze alleate avevano preso il controllo di buona parte del paese.

Il 25 aprile è una festa patriottica che celebra le gesta di una minoranza armata. La festività fu introdotta nel 1946, mentre il Comitato di liberazione nazionale (Cln), composto tra gli altri dai rappresentati della Democrazia cristiana (Dc), del Partito socialista (Psi) e del Partito comunista (Pci), cercava d’identificarsi con i valori universali di libertà, democrazia e unità nazionale. In questo senso è significativo che la festa della liberazione ricorra nel giorno in cui il Comitato di liberazione nazionale alta Italia (Clnai) proclamò l’insurrezione in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, non nella data della liberazione finale del territorio italiano da parte degli alleati.

26 aprile 1945. Pertini tiene un affollato comizio nella Milano appena liberata.

Tuttavia, anche se i partiti del Cln sostenevano di rappresentare “un intero popolo in armi”, esclusi gli ultimi lealisti del regime fascista (considerati burattini della Germania e non veri patrioti), il 25 aprile non è mai davvero riuscito a essere un simbolo di unità nazionale. Non solo perché i battaglioni residui dell’estrema destra celebrano ancora oggi le loro commemorazioni nella cittadina natale di Mussolini, Predappio, ma anche perché nella cultura popolare la resistenza è stata sempre identificata principalmente con il Partito comunista italiano e questo ha costituito un cardine anticomunista utile alle vecchie élite che trovarono subito il modo di riaffermare il controllo dello stato.

Certo, dopo la liberazione i partiti del Cln governarono l’Italia insieme, scrivendo una nuova costituzione e fondando una repubblica, ma nel maggio del 1947 le pressioni legate alla guerra fredda costrinsero il Pci a uscire di scena. Nel 1946 il leader comunista Palmiro Togliatti, ministro della giustizia, nel tentativo di pacificare le tensioni sociali aveva voluto un’amnistia che riguardava anche i fascisti. Ma quando la sinistra comunista fu emarginata, i partigiani stessi diventarono il bersaglio di processi politici istruiti da ex fascisti nella magistratura e nella polizia.

La distanza tra i combattenti partigiani e l’establishment del dopoguerra era evidente già il 25 aprile del 1947, quando si sciolse la seconda forza tra quelle che avevano contribuito alla resistenza, il Partito d’azione, formato da repubblicani e socialisti. La controffensiva anticomunista dopo la liberazione raggiunse l’apice il 14 luglio del 1948, con l’attentato contro Togliatti. Il gesto, compiuto da un militante di estrema destra, scatenò non solo uno sciopero generale, ma nei giorni successivi spinse molti ex partigiani a riprendere le armi e occupare i luoghi di lavoro e i commissariati di polizia.

Anche se il 25 aprile è ancora contrassegnato da manifestazioni che chiedono di mantenere la promessa della costituzione di “una repubblica democratica fondata sul lavoro”, per quarant’anni lo stato italiano si è basato soprattutto sul dominio strutturale della Democrazia cristiana, il cardine anticomunista di tutti i governi italiani fino alla caduta del muro di Berlino. La Democrazia cristiana aveva collaborato con i comunisti all’interno del Cln e poi nel governo tra il 1943 e il 1947, ma il suo contributo militare alla resistenza era stato esiguo e nell’anniversario del 25 aprile enfatizzò sempre il ruolo dell’esercito statunitense nella liberazione dell’Italia.

Ancora oggi il 25 aprile sopravvive come un giorno della memoria, ma lo fa in assenza dei partiti che animarono quella lotta. Con i ranghi dei partigiani ancora in vita sempre più ridotti e la sinistra in una profonda crisi, il ruolo della resistenza nella vita pubblica italiana rischia d’essere sempre più secondario. Gli storici revisionisti hanno cercato con forza sempre maggiore di affermare l’equivalenza dei crimini commessi da entrambe la parti della “guerra civile”, e l’ultimo governo Berlusconi ha addirittura accarezzato l’idea di liberarsi della festa della liberazione.

Per tutto questo ancora oggi è fondamentale ribadire lo spirito di quel momento storico, contro ogni tentazione non tanto di ritorno al totalitarismo ma soprattutto di imposizione di una finta democrazia dove i pochi, depositari del potere economico, prevalgono sul popolo dei lavoratori cioè sulla maggioranza dei cittadini.