“La polveriera di S.Giuseppe (ovvero due ragazzi sul campanile di Sant’Anna)”, lirica di Germana Sandalo a ricordo dell’esplosione della polveriera Pertite a Piacenza l’8 agosto 1940

8 agosto 1940: i ragazzi che salirono sul campanile di S.Anna e che solo dopo molto tempo raccontarono la loro prodezza, erano poco più che decenni e lo fecero all’insaputa dei genitori e del curato. [ Nota: il ricordo e la lirica sono ripresi dal volume ‘Graffiti piacentini e altre cose’ pubblicato per i tipi dell’Editrice Farnesiana nel dicembre 1990 ]

Ancor oggi
Giorgio si chiede
chi dei due ebbe fulminea,
l’idea di correre lassù ai primi
scoppi e salire
fino all’ultimo, i ripidi
gradini del campanile:
Un rigoglio di fuochi artificiali
che non attesero notte per fiorire.
E nascondersi
dietro le colonne
e tapparsi gli orecchi quando
lo sguardo all’orizzonte intuiva
il boato.
Cinque secondi per sentire
antichi mattoni tremare sotto i piedi
e il successivo espandersi di nubi
sovrapposte,
di purpurei e d’aranci, di violetti
e di gialli e gli archi sibilanti
degli spezzoni, una magia
di guerra.
E quei due, apprendisti
stregoni di un’opera micidale
non erano forse un pò tutti noi,
o non avremmo voluto esserlo?

La lirica della Sandalo è dedicata alla Pertite, ovvero lo stabilimento militare piacentino tristemente famoso poiché l’8 agosto 1940 fu teatro di una violentissima esplosione alle 14:42 che causò 47 morti e 795 feriti tra ricoverati in ospedale e assistiti in ambulatorio.
Racconta la signora Maria Luisa Gabbiani, che nella esplosione ha perso il padre: “C’erano fiamme altissime, il fuoco arrivava al cielo e nella città c’era il panico“. La lirica di Germana Sandalo evidenzia di come, agli occhi di due intraprendenti ed inconsapevoli ragazzini, una grande tragedia che ha funestato la storia della città potesse diventare uno sfolgorante spettacolo di luci, “una magia di guerra“.
La cronaca dell’epoca non riuscì a far chiarezza su quanto avvenne, e ancora oggi non sappiamo se si trattò di un incidente o di un attentato ai danni di un Paese che si affacciava ad una guerra inutile e sconsiderata. Per leggere un approfondimento di Stefano Pareti, clicca qui.

Salvador Allende e l’11 Settembre 1973 nei ricordi di Bettino Craxi

Di seguito l’articolo di Filippo Bovo in memoria di Salvador Allende pubblicato in www.opinione-pubblica.com

Nel 1970 Salvador Allende, a capo della coalizione di Unidad Popular, vinse le elezioni e divenne Presidente del Cile, dando immediatamente inizio alla cosiddetta “Via cilena al Socialismo”, che prevedeva una pacifica transizione del paese al socialismo usando strumenti democratici e parlamentari. La posta in gioco era molto alta: dovevano essere nazionalizzate le principali industrie del paese, in particolari quelle dedite all’estrazione e alla lavorazione del rame, in gran parte a guida statunitense; bisognava poi riformare il sistema scolastico e quello sanitario, anche in questo organizzandoli sotto il controllo dello Stato; infine si doveva procedere alla riforma agraria, spezzando il latifondo ereditato dal colonialismo spagnolo e dal neocolonialismo statunitense, e creare nuovo lavoro attraverso un vasto piano di lavori pubblici.

 Malgrado i forti boicottaggi operati fin da subito dai latifondisti, dalla Chiesa Cattolica e dall’estrema destra incarnata dal Partito Nazionale, in ogni caso coadiuvato dalla locale Democrazia Cristiana, i risultati che Allende s’era prefissato vennero raggiunti in breve tempo: già dopo un anno il Cile poteva vantare una forte crescita industriale, l’aumento del PIL, ed il declino dell’inflazione e della disoccupazione. In aggiunta a tutto ciò, nel 1970 e nel 1971 Allende rialzò anche più volte i salari.

Ma, a partire dal 1972, si registrò una nuova e letale offensiva economica da parte del mercato borsistico verso il Cile di Allende. L’inflazione riprese a salire, vorticosamente, mentre malgrado l’ordine governativo di calmierare i prezzi dei vari prodotti, soprattutto quelli di prima necessità, si registrava il ritorno della borsa nera. Il Cile d’allora dipendeva in gran parte dall’esportazione del rame per le sue entrate, e gli Stati Uniti le avevano in larghissima parte bloccate. Il fatto di non aver altre fonti d’approvigionamento, per così dire compensative, per la propria economia, lasciò di fatto il Cile a secco di capitali paralizzandone quindi la vita economica: fateci caso, è quello che sta avvenendo oggi col Venezuela, col crollo del prezzo del petrolio da cui dipende in via quasi esclusiva e che anche in questo caso è stato provocato dagli Stati Uniti.

Così a partire dal 1972 si susseguirono ondate di scioperi, molto spesso organizzati da formazioni politiche e sindacali legate a Washington, che paralizzarono la vita del paese. Partito Nazionale e della Democrazia Cristiana diedero vita al Movimento Gremialista, che presto divenne un vero e proprio movimento di massa forte in particolare fra i ceti borghesi, ma dotato anche di una significativa componente sindacale tra i minatori e i trasportatori. Insieme ad esso agiva il gruppo Patria y Libertad, finanziato direttamente dalla CIA, che al pari della AAA in Argentina agiva da movimento extraparlamentare dell’estrema destra dedito a violenze e soprusi contro i sostenitori e i membri del governo Allende. Per blindare il governo, Allende dovette accettare che il capo dell’esercito, il Generale Carlos Prats, divenisse dapprima Ministro degli Interni e quindi Vicepresidente. Con tutto ciò, alle elezioni parlamentari d’inizio 1973 la coalizione di Unidad Popular aumentò i propri voti registrando una crescita importante: anche questo ricorda molto da vicino certe dinamiche venezuelane. Prats venne allontanato e sostituito da Augusto Pinochet a seguito di un primo, fallimentare tentativo di golpe.

Il paese marciava ormai apertamente incontro ad una grave crisi costituzionale. L’11 settembre 1973 avvenne ciò che ormai è entrato nella memoria di molti: i caccia dell’esercito cileno, su ordine del Generale Pinochet, bombardarono il Palazzo de La Moneda, sede della Presidenza, dove Allende tenne un ultimo e disperato discorso d’incoraggiamento al proprio popolo. Secondo le ricostruzioni ufficiali Allende s’uccise sparandosi sotto il mento con un mitra che gli era stato donato da Fidel Castro, ma a quanto pare sarebbe stato ucciso dagli uomini di Pinochet entrati nel palazzo, mentre tentava un’estrema e coraggiosa resistenza. Come ultima beffa, per infangare la memoria di Allende, gli sgherri foderarono il suo studio di riviste pornografiche, per far credere al mondo intero che fosse un pervertito.

Lo Stadio Nazionale fu trasformato in un enorme campo di concentramento provvisorio dov’erano raccolte migliaia di oppositori alla Giunta via via catturati ed in cui avvenivano torture, interrogatori violentissimi e stupri da parte dei militari addetti alla sorveglianza. Approssimativamente 130mila persone vennero arrestate nei tre anni seguenti, ed il numero di desaparecidos o scomparsi raggiunse le migliaia nel giro di pochi mesi. Moltissime persone furono uccise: alcune vennero lanciate dagli aerei in stato semicomatoso, altre scomparvero nel nulla. Un rapporto recente conta in totale per il periodo 1973 – 1988 più di 40.000 vittime e 600.000 sequestri temporanei con sistematica violazione dei diritti umani. Accertato è anche il rapimento di molti bambini di famiglie che avevano appoggiato Unidad Popular, affidati a sostenitori del regime. Molti di loro avrebbero scoperto solo da adulti la verità sui loro genitori, sia naturali che adottivi.

La Giunta di Pinochet, appena insediatasi, iniziò immediatamente a disfare tutto il lavoro sociale e politico di Allende, introducendo nel paese un vero e proprio “capitalismo da legge della giungla”: delegò il proprio programma economico, infatti, ai giovani “tecnici” cileni formatisi all’Università di Chicago, noti ai più come i Chicago Boys, fortemente influenzati dalle dottrine neoliberiste dell’economista Milton Friedman: privatizzazione, taglio della spesa pubblica e legislazione anti-sindacale erano le loro parole d’ordine. Per le classi cilene più deboli fu l’inizio della fine.

La lotta contro la barbarie portata dal regime di Pinochet non ebbe comunque termine. Grande fu, per esempio, il sostegno portato dal PSI di Bettino Craxi ai compagni cileni, spesso ospitati in Italia a spese del partito, oppure finanziati in Cile sottobanco per continuare la loro resistenza. Come chiosa finale di quest’articolo, pubblichiamo volentieri un appunto scritto di proprio pugno da Craxi nel dicembre del 1998, e rinvenuto ad Hammamet, dove il leader socialista ricorda il proprio viaggio nel Cile appena caduto nelle mani del sanguinario dittatore Pinochet, fra la fine di settembre e l’inizio dell’ottobre del 1973. La preziosa testimonianza è stata pubblicata, dietro gentile concessione della Fondazione Craxi, anche da “Il Giornale” nel 2013.

Bettino Craxi visita la tomba di Salvador Allende, vigilata dai militari, pochi giorni dopo il golpe di Pinochet (1973)

“Di buon mattino eravamo partiti da Santiago e avevamo raggiunto Viña del Mar che è a un centinaio di chilometri dalla capitale. Eravamo un folto gruppo. Quando arrivammo al cimitero di Santa Ines alla periferia di Viña e dove Allende è sepolto nella tomba della famiglia Grove (i Grove sono i parenti della moglie di Allende) tutto pareva calmo, regolare. Le prime avvisaglie di quello che doveva succedere, si sono avute all’ingresso del cimitero, quando mi rivolsi all’impiegato dicendogli in spagnolo: “Siamo qui per visitare la tomba del presidente Allende”. L’uomo, un giovane, mi guardò come sorpreso, poi abbassò gli occhi senza rispondere. Ho insistito più energicamente, alzando un poco la voce. E lui zitto. Faceva finta di riordinare certe sue carte e non osava alzare lo sguardo. Ho capito che aveva paura.

In quel momento arrivò un ragazzino, un bambino anzi, non avrà avuto più di cinque o sei anni, uno di quei bambini tragici e meravigliosi che si incontrano in tutti i paesi sottosviluppati e che si guadagnano la vita a far da guida agli stranieri davanti alle chiese o ai monumenti o ai bazar o appunto davanti ai cimiteri. Il bambino ci dice: “Vi insegno io dov’è la tomba del presidente”. E così ci incamminiamo lungo un grande viale deserto. Era una giornata splendida e il cimitero di Santa Ines appariva quasi allegro nella luce limpida e fresca del mattino. Questa atmosfera idilliaca durò poco. Avremo fatto sì e no cinquanta passi che si parò davanti a noi un manipolo di “carabineros”, faccia truce e mitra puntati. Io ero in fondo alla fila e sulle prime non mi resi ben conto di cosa stesse succedendo. Quando mi avvicinai udii chiaramente, sinistramente il “clic” della pallottola in canna. Era il più giovane dei soldati che, piantato a gambe larghe, puntava il mitra carico contro di noi. In spagnolo ci ordinò di andarcene. Qualcuno non aveva capito e fece l’atto di proseguire. “Un paso mas y tiro” fu la risposta del militare, la canna del mitra ormai a pochi centimetri da noi. Allora abbiamo deposto i fiori sulla ghiaia del viale, e siamo tornati verso l’uscita. Ho avuto paura? Forse. Ma più che paura era rabbia. Rabbia per il senso di impotenza, un senso di impotenza che mi accompagnò, devo dire, per tutto il tempo in cui sono rimasto in Cile.

Nell’atrio del cimitero trovammo altri soldati e altri mitra. Cominciarono a perquisirci e a sequestrare tutte le macchine fotografiche. L’operatore italiano della Rai si sedette su una tomba e cambiò, con straordinaria rapidità e senza farsi accorgere, il rullino. Poi mi venne vicino e mi disse: “Mi dà una sigaretta, onorevole?”, e poi mi buttò il rullino nel giubbotto. Io mi apersi la camicia e feci girare il rullino sulla schiena. Tutto si svolse così velocemente che i “carabineros” non si accorsero di nulla. Negli uffici del cimitero rimanemmo due ore, sotto strettissima sorveglianza. Nemmeno la pipì ti lasciavano fare senza seguirti. Alla fine ci lasciarono andare.

All’uscita dal cimitero ci fu una scena che mi colpì profondamente. Il quartiere dove si affaccia il cimitero di Santa Ines è un quartiere pieno di vita, come può esserlo un quartiere popolare la mattina. Si vedevano, attraverso le porte aperte, gli uomini intenti al lavoro nelle officine, e le donne sulle porte delle case, e i ragazzi che giocavano. Bene. Tutti quanti sapevano o immaginavano quello che stava succedendo. Avevano visto il corteo delle macchine, avevano visto i militari, avevano visto i gipponi. Ma nessuno si era avvicinato. Non osavano neanche guardarci. Lo facevano solo con la coda dell’occhio stando ben attenti a non farsi vedere dai militari. A un certo punto, io ero già salito in macchina, vidi staccarsi da un portone una donna, una popolana sui quarantacinque anni. Mise la testa nel finestrino e disse tutto di un fiato: “Clemencia por los chilenos en sus Paises”. Chiedete solidarietà per i cileni nei vostri Paesi. Poi si è girata ed è tornata di corsa in casa.

A Santiago vedevo paura e odio. I volti degli abitanti di Santiago erano pallidi di paura e di odio. E non solo nei quartieri bassi, ma anche nel Barrio Alto, nei quartieri ricchi, residenziali. Io non ho visto, come invece scrissero, che i quartieri bene erano imbandierati, allegri, in festa. No, non è vero. Anche fra i ricchi c’era paura e odio. Per ragioni diverse, ovviamente. Perché temevano che la “Junta” potesse essere rovesciata, perché temevano la vendetta dei figli, dei fratelli, dei compagni degli uomini di sinistra che erano stati massacrati e fucilati per le strade di Santiago e in tutto il Cile. Del resto la moglie di un senatore che era al confino all’isola di Dawson, o almeno si presumeva che fosse a Dawson, perché dal giorno del suo arresto non se ne sapeva più nulla, mi disse che fra le “poblaciones” circolavano volantini che dicevano: “Chi colpirà gli uomini di Unità Popolare subirà, prima o poi, vendetta spietata e senza appello”. Perciò i cileni si guardavano tutti, l’un l’altro, con sospetto. Tra tutti i tragici aspetti di una guerra civile, questo è forse il più orribile. Non si può immaginare cosa sia una città, grande come Santiago alle sei e mezzo di sera quando il coprifuoco è fissato per le otto. È tutto un correre, un affannarsi, un fuggi fuggi generale. Vedi passare i pullman, i piccoli pullman zeppi di gente, con le persone a grappoli avvinghiate alle portiere. Sembrava di rivivere certe scene dell’Italia della guerra o dell’immediato dopoguerra.

E nessuno può immaginare, se non l’ha visto con i propri occhi, che cosa sia una città cinque minuti prima del coprifuoco. I pochi passanti che corrono disperatamente, le porte degli alberghi e degli uffici pubblici chiuse a metà, mentre già si sentono i passi delle pattuglie, mitra contro il cielo. Una atmosfera da incubo, allucinante. E poi la notte l’eco degli spari; le grida, i comandi secchi degli ufficiali. E all’alba cominciano a circolare le notizie dei morti che erano stati trovati nel fiume o nei prati della periferia. Proprio il giorno in cui arrivammo un giornalista mi raccontò di aver visto con i suoi occhi cinque cadaveri galleggiare sul Mapocho. Io stesso contai nei pochi giorni che sono stato in Cile trenta fucilazioni. E nel giorno in cui ripartimmo per Buenos Aires ne uccisero altri sedici. E questi erano dati ufficiali forniti dalla “Junta” che tendeva ovviamente a minimizzare e mascherare la realtà”.

Cile, repressione durante il golpe dell’11 settembre 1973 © Reuters

 

111° Reggimento Brigata ‘Piacenza’ e la battaglia del Solstizio, 15-20 giugno 1918

Cartolina del 111° Reggimento Brigata ‘Piacenza’ (accasermato presso Palazzo Farnese) pubblicata da Stefano Beretta

Nella relazione del Comando Supremo (come proposto dal sito www.battagliadelsolstizio.it) così sinteticamente si parla:
“Nella regione del Montello la mattina del 15 giugno la Divisione austro-ungarica, sbarcata a Campagnole di Sopra, lanciava due folte ondate d’assalto, l’una verso ovest ad espugnare il caposaldo di Casa Serena, l’altra in direzione sud della zona di questa. Coperta da tali attacchi, un’altra colonna nemica percorreva rapidamente la strada lungo il fiume, spazzando il terreno dai nuclei che ancora lo difendevano e piombava su Nervesa dove prendeva collegamento con truppe passate di qua dal Piave tra Villa Jacur e Campagnole di Sotto. Tentò di allargare la propria occupazione lungo il fiume a Villa Berti per aprirsi lo sbocco del Ponte della Priula.
Le nostre truppe si opposero strenuamente al dilagare dell’avversario: la 48^ Divisione italiana resisté eroicamente tra il fiume e Villa Berti con il 111° Reggimento della Brigata Piacenza e S. Mauro col 270° Reggimento della Brigata Aquila”.
Nel dettaglio:
Sabato 15 giugno. Alle ore 21.15 la Compagnia Arditi del 111° Reggimento respinse il primo forte attacco alla Villa Berti.
Domenica 16 giugno. Con l’arrivo in linea del I° Battaglione del 111° Reggimento di Fanteria della Brigata Piacenza , un altro potente attacco assalto alle ore 5.00 venne anch’esso ricacciato dai fanti e dagli arditi della Brigata Piacenza, appoggiati dall’intervento della nostra artiglieria. Un successivo attacco alle ore 13.30, sempre dello stesso giorno, contro Villa Berti, nel cui parco continuavano ad essere asserragliati i nostri, venne respinto dalla fucileria e dal rapido intervento ancora una volta dell’artiglieria italiana.
Lunedì 17 giugno. All’alba reparti austro-ungarici tentarono due ulteriori forti attacchi consecutivi di assaggio contro la Villa, preceduti da cannoneggiamento; entrambi respinti, sia pure a prezzo di gravi perdite.
Martedì 18 giugno. Perdurava il maltempo. La piena del Piave impediva i rinforzi ed i rifornimenti così come non potevano essere avviati verso le retrovie i feriti ed i prigionieri. Malgrado ciò truppe fresche della 41^ Divisione Honved attaccarono con decisione alle 4.30 del mattino le posizioni tra Villa Berti e S. Andrea, precedute da bombardamento di estrema violenza. I resti del I° Battaglione del 111° Reggimento della Brigata Piacenza e della Compagnia Arditi, stremati da quattro giorni ininterrotti di strenua resistenza contro forze soverchianti , si opposero ancora con valore all’attacco, ma la loro difesa fu infranta ed essendo penetrati gli austro-ungarici nel caposaldo, dovettero abbandonarlo. Seguiranno furiosi corpo a corpo nella zona a sud della Villa contro i nostri reparti di riserva mandati in linea.
Mercoledì 19 giugno. I Comandi italiani decisero di sferrare un imponente contrattacco su tutta la linea del fronte del Montello, avendo avuto conferma della diminuita capacità combattiva del nemico. C’era troppo ottimismo, il Generale Pennella fu sentito dire: “Per questa sera avremo 20.000 prigionieri”. Nei fatti le cose non andarono come sperato, anche per la grave mancanza di coordinamento e disorientamento tra le forze operanti. Nell’abitato di Nervesa le mitragliatrici ed i cannoni della 41^ Divisione Honved riuscirono ad arrestare lo slancio dei Battaglioni della Brigata Piemonte, ma non la colonna del valoroso Colonnello Ruocco che riuscì a riconquistare Villa Berti ed a penetrare nel paese.
Giovedì 20 giugno. Gli austro-ungarici attaccarono con decisione ed il Gruppo del Colonnello Ruocco, all’estrema destra dello schieramento italiano nell’abitato di Nervesa non fu più in grado di resistere a forze soverchianti. Dopo aver resistito fin quasi a mezzogiorno, ultimate le cartucce e patito grandi perdite, fu costretto a ripiegare ulteriormente imbastendo una difesa per arrestare la potente avanzata degli austro-ungarici nella nostra trincea di partenza Rotonda Bidasio – Casa Breda. Una volta effettuato il ripiegamento i comandi chiesero ed ottennero il tiro di sbarramento a nord di detta trincea delle nostre artiglierie per ostacolarne l’avanzata.
Fortunatamente la difficile situazione complessiva degli attaccanti, con carenze di ogni tipo dopo sei giorni di battaglie, consapevoli delle difficoltà ancora da superare, li costrinse a rinunciare all’attacco a lungo progettato obbligandoli a ripiegare nelle notti a seguire oltre il Piave.
Così con gli aspri combattimenti del giorno 20 giugno, terminava il sogno austriaco sul Montello e si avvicinava ineluttabile il tramonto della Monarchia e del grande Impero d’Austria-Ungheria.

“Il signor Sette per Tre Ventuno, storie di Pietro Derba” a cura di Claudio Arzani e Fausto Chiesa entra in stampa

Ed eccoci finalmente a settembre: il 25 settembre 1945 il marinaio Pietro Derba, catturato dagli americani a Tobruk, tornava dalla prigionia nel paesello, Borgonovo, dalla mamma e dalla sorella. 72 anni dopo, sempre a settembre (probabilmente il 24), nell’Auditorium della Rocca a Borgonovo presenteremo, io e Fausto, il libro con le storie della sua vita che, per tutto il mese, farà bella mostra di sè nella testata del blog. Dai primi anni caratterizzati dall’assenza del padre emigrato in Sud America e che non tornerà mai più, al lavoro in officina a Milano raggiunta in bicicletta, 60 chilometri all’andata, 60 chilometri al ritorno, gli anni della guerra in forza alla Regia Marina, la prigionia nei campi di concentramento in Cirenaica prima e in Francia poi, il ritorno a casa, il lavoro in banca, il matrimonio, la famiglia, la passione per il calcio e la fede nella Juventus, un lungo percorso rappresentato anche con le immagini, le fotografie che il nostro Piero conservava meticolosamente e gelosamente. Credo proprio oggi Fabrizio, titolare di Edizioni Costa, ordini la carta e forse già da lunedì si va in stampa. Così si realizza il desiderio del Signor 7 x 3 = 21 (Pietro è nato appunto il 7 marzo del 21) anche se purtroppo lui non potrà vedere il risultato: inaspettatamente a fine anno scorso, tagliata la soglia delle 95 primavere, si è avviato lungo l’ultimo sentiero, ci ha lasciati. Mi fa piacere pensare che grazie a questo ‘nostro’ libro potrà essere ricordato dai tanti che ha incontrato e conosciuto. Peraltro lo devo ringraziare per avermi permesso di approfondire un aspetto poco conosciuto, le storie e le vicende delle migliaia di soldati italiani rinchiusi nei campi di concentramento allestiti in terra d’Africa dagli americani, dagli inglesi, dai francesi (e non sempre e non per tutti son belle storie).

“Estati sul Po”, lirica di Germana Sandalo, ricordo dei tempi dei bagni all’Isolotto Maggi (Piacenza)

Foto da Wikipedia

Rubavamo al tempo
le ore della luce e il tempo
delle lunghe estati e i nomi
alla memoria.
Vecchio che gettavi la corda
All’accostare dell’isola,
la chiatta che portava uomini
e cose, uomini e sabbia
estati e sudore.
Estati del dopoguerra
e noi all’ombra del ponte
i figli all’ombra delle madri
i fragori dei treni sulle parole.
Rubavamo smeraldi
ai giochi d’acqua, il fiume
tra le mani, ampio, e barche
sulla corrente e chiglie
e riverberi
sulla paura dei gorghi,
sul loro fiato di fango.
Le corse al chiosco delle granite,
alla foce del Trebbia: l’isola Maggi
fendeva l’acqua dei due fiumi come
la prua di una nave,
luminosa.
La chiatta che riportava uomini
e cose, le luci dell’estate sulla pelle
e il sole già basso, ben visibile
tra i pioppi della Vittorino.

Una bancarella di libri ‘usati’ a Cerignale, nell’alto appennino, ed ecco l’incontro con ‘Graffiti piacentini e altre cose’ stampato per i tipi dell’Editrice Farnesiana di Piacenza nel 1990, autrice Germana Sandalo. Narra delle cose della città nella parentesi tra gli anni della guerra e i sessanta della rinascita economica vissuti alla ‘confluenza’ di via Scalabrini in piazzale Roma, ‘la Lupa’, per intenderci. Scegliamo, tra le tante ‘fotografie’ realizzate con i versi della poesia, il ricordo dell’Isolotto Maggi, per intenderci quella che era la ‘Rimini’ piacentini, affollata da centinaia e talvolta migliaia di bagnanti grandi e piccoli. Infatti fino agli anni sessanta del Novecento l’isolotto costituiva un importante sito balneare che ospitava una colonia estiva per i bambini e un centro elioterapico. L’accesso era garantito tramite una scala in legno che scendeva direttamente dal ponte mentre, nei giorni festivi, era attivo un servizio trasporti tramite delle chiatte per il trasporto della sabbia riadattate con panche per i passeggeri. Le strutture turistiche, i chioschi e i venditori ambulanti, come riporta Wikipedia, accoglievano fino a 10-11mila persone al giorno. Con il progressivo aumentare dell’inquinamento ma anche il crescente desiderio di mobilità favorito dalla ripresa economica, le frequentazioni turistiche sono diminuite fino a sparire del tutto ai giorni nostri.

 

“Come si faceva, all’epoca, ad essere scelte?”, indagine sull’amore ai tempi dei nostri nonni del Museo delle Case di Tolleranza di Davide Scarpa

COME SI FACEVA “ALL’EPOCA” AD ESSERE SCELTE, E DIVENTARE LE PREFERITE? SEMPLICE, SI DOVEVANO INVERTIRE I RUOLI, CON LA SOTTILE ARMA DELLA SEDUZIONE… l’uomo non vede i particolari. ma resta soggiogato dall’atmosfera creata dall’interazione della figura del soggetto e il suo contesto, l’uomo quando arriva a percepire lo sguardo è già fatta, e la regista del gioco diviene lei… LA DONNA che si fa scegliere solo ed esclusivamente se lo vuole… lo sapevano benissimo le donne di “esperienza”, le TENUTARIE, che facevano “SCUOLA” e non solo per ammaliare i clienti, ma anche e sopratutto per tutto il resto… saper dominare la “SCENA” era importante, anzi fondamentale, per poter affrontare tutti i problemi quotidiani legati al vivere e gestire la “casa” in un mondo “fatto di uomini non sempre buoni e comprensivi”. La TENUTARIA con uno sguardo e la giusta “postura” si faceva capire benissimo, senza aprire bocca, consapevolmente forte del suo ruolo, non si abbassava mai… nemmeno di fronte ai potenti gerarchi dell’epoca, che non si permettevano mai di interagire con le “ragazze” senza il suo benestare… (non tutte naturalmente e non senza rischi, quella vita era spesso sul filo del rasoio, ma la soddisfazione era veramente indescrivibile, adrenalina pura, a volte talmente difficile da gestire, che incautamente spingeva le più temerarie a rischiare tantissimo e di brutto). Un’atmosfera difficilissima da ricostruire… (specialmente se si confida sulla memoria degli uomini di allora, lo sanno benissimo le migliaia di scrittori, che lo volevano sapere per ricostruire il “patos” nei racconti dei loro libri, e i registi dei film di “genere” come Lina Wertmuller che per il suo film capolavoro “D’AMORE E D’ANARCHIA” cercò in vano, dei testimoni “attendibili” fallendo miseramente e non per propria colpa, e per venirne a capo si vide costretta in alternativa a dover parlare con le stesse “prostitute” dell’epoca, quelle poche “sopravvissute” disposte a farlo, perché purtroppo gli uomini erano fatti così, non sapevano descrivere ciò che si provava, specialmente quel senso di disagio, che ti faceva muovere in modo maldestro e frettoloso portandoti stretto al petto il cappello che avevi in mano, e correre a testa bassa, e la “SOGGEZIONE IMPERANTE” nel senso di colpa e a volte di “vergogna” nel voler dissimulare a tutti i costi, e specialmente al cospetto di “estranei più grandi” incontrati per caso, nel non far capire per quale “motivo” si era lì, sperando in uno sguardo di “compassionevole complicità”, unica salvezza per farsi “coraggio”, specialmente se si era giovani, anzi giovanissimi, e poveri, anzi poverissimi).

26 luglio 1943: truppe tedesche al Passo del Brennero, inizia l’occupazione dell’Italia

Il 25 luglio il Duce si reca dal Re a Villa Savoia per il consueto colloquio settimanale; non sa che già in quel momento la sua scorta è sotto controllo, e duecento carabinieri circondavano l’edificio, mentre un’ambulanza della Croce Rossa è in attesa di portarlo via prigioniero.

Alle 22,45 del 25 luglio la radio interrompe le trasmissioni per diffondere il seguente comunicato:

Sua Maestà il Re e Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo, Primo ministro e Segretario di Stato, presentate da S.E. il Cavaliere Benito Mussolini, e ha nominato Capo del Governo, Primo ministro e Segretario di Stato, S.E. il Cavaliere Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio.

Badoglio, per non destare sospetti nei confronti dei tedeschi, pronuncia, in un discorso radiofonico alla nazione, le parole:

[…] La guerra continua a fianco dell’alleato germanico. L’Italia mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni […].

L’indomani (lunedì 26 luglio) la notizia apre le prime pagine dei quotidiani. Mussolini viene prima relegato a Ponza  e poi all’Isola della Maddalena.

Le notizie dell’arresto di Mussolini e della formazione del Governo Badoglio sono accolte in tutt’Italia con manifestazioni di giubilo; gli antifascisti e molta gente comune, che magari fino al giorno prima aveva approvato il fascismo,  scende in piazza e distrugge i simboli del vecchio regime, inneggiando alla democrazia e alla pace. In molte città i soldati, i Carbinieri, la Milizia, sparano sui manifestanti ferendone e uccidendone decine.

Nel frattempo, su diretta autorizzazione del Fuhrer, al Passo del Brennero si segnala il passaggio di truppe tedesche e si registrano diversi scontri. L’occupazione ha inizio.

 

14 luglio 1938: sul Giornale d’Italia l’articolo “il fascismo e i problemi della razza”. Diventerà il “Manifesto della razza”

14 luglio 1938. Il governo fascista fa pubblicare uno studio in cui si afferma l’esistenza della razza pura italiana alla quale gli ebrei non appartengono. Il documento diffuso in forma anonima sul Giornale d’Italia con il titolo “il fascismo e i problemi della razza” diventa in seguito il “Manifesto della razza” italiano.

(Da “La difesa della razza”, direttore Telesio Interlandi, anno I, numero 1, 5 agosto 1938, p. 2).

Il ministro segretario del partito ha ricevuto, il 26 luglio XVI, un gruppo di studiosi fascisti, docenti nelle università italiane, che hanno, sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare, redatto o aderito, alle proposizioni che fissano le basi del razzismo fascista.

1. Le razze umane esistono. La esistenza delle razze umane non è già una astrazione del nostro spirito, ma corrisponde a una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi. Questa realtà è rappresentata da masse, quasi sempre imponenti di milioni di uomini simili per caratteri fisici e psicologici che furono ereditati e che continuano ad ereditarsi.

Dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori o inferiori, ma soltanto che esistono razze umane differenti.

2. Esistono grandi razze e piccole razze. Non bisogna soltanto ammettere che esistano i gruppi sistematici maggiori, che comunemente sono chiamati razze e che sono individualizzati solo da alcuni caratteri, ma bisogna anche ammettere che esistano gruppi sistematici minori (come per es. i nordici, i mediterranei, i dinarici, ecc.) individualizzati da un maggior numero di caratteri comuni. Questi gruppi costituiscono dal punto di vista biologico le vere razze, la esistenza delle quali è una verità evidente.

3. Il concetto di razza è concetto puramente biologico. Esso quindi è basato su altre considerazioni che non i concetti di popolo e di nazione, fondati essenzialmente su considerazioni storiche, linguistiche, religiose. Però alla base delle differenze di popolo e di nazione stanno delle differenze di razza. Se gli Italiani sono differenti dai Francesi, dai Tedeschi, dai Turchi, dai Greci, ecc., non è solo perché essi hanno una lingua diversa e una storia diversa, ma perché la costituzione razziale di questi popoli è diversa. Sono state proporzioni diverse di razze differenti, che da tempo molto antico costituiscono i diversi popoli, sia che una razza abbia il dominio assoluto sulle altre, sia che tutte risultino fuse armonicamente, sia, infine, che persistano ancora inassimilate una alle altre le diverse razze.

4. La popolazione dell’Italia attuale è nella maggioranza di origine ariana e la sua civiltà ariana. Questa popolazione a civiltà ariana abita da diversi millenni la nostra penisola; ben poco è rimasto della civiltà delle genti preariane. L’origine degli Italiani attuali parte essenzialmente da elementi di quelle stesse razze che costituiscono e costituirono il tessuto perennemente vivo dell’Europa.

5. È una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici. Dopo l’invasione dei Longobardi non ci sono stati in Italia altri notevoli movimenti di popoli capaci di influenzare la fisionomia razziale della nazione. Da ciò deriva che, mentre per altre nazioni europee la composizione razziale è variata notevolmente in tempi anche moderni, per l’Italia, nelle sue grandi linee, la composizione razziale di oggi è la stessa di quella che era mille anni fa: i quarantaquattro milioni d’Italiani di oggi rimontano quindi nella assoluta maggioranza a famiglie che abitano l’Italia da almeno un millennio.

6. Esiste ormai una pura “razza italiana”. Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico-linguistico di popolo e di nazione ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l’Italia. Questa antica purezza di sangue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana.

7. È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti. Tutta l’opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l’indirizzo ariano-nordico. Questo non vuole dire però introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco come sono o affermare che gli Italiani e gli Scandinavi sono la stessa cosa. Ma vuole soltanto additare agli Italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze extra-europee, questo vuol dire elevare l’Italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità.

8. È necessario fare una netta distinzione fra i Mediterranei d’Europa (Occidentali) da una parte gli Orientali e gli Africani dall’altra. Sono perciò da considerarsi pericolose le teorie che sostengono l’origine africana di alcuni popoli europei e comprendono in una comune razza mediterranea anche le popolazioni semitiche e camitiche stabilendo relazioni e simpatie ideologiche assolutamente inammissibili.

9. Gli ebrei non appartengono alla razza italiana. Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in generale è rimasto. Anche l’occupazione araba della Sicilia nulla ha lasciato all’infuori del ricordo di qualche nome; e del resto il processo di assimilazione fu sempre rapidissimo in Italia. Gli ebrei rappresentano l’unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani.

10. I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli Italiani non devono essere alterati in nessun modo. L’unione è ammissibile solo nell’ambito delle razze europee, nel quale caso non si deve parlare di vero e proprio ibridismo, dato che queste razze appartengono ad un ceppo comune e differiscono solo per alcuni caratteri, mentre sono uguali per moltissimi altri. Il carattere puramente europeo degli Italiani viene alterato dall’incrocio con qualsiasi razza extra-europea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani.

Elenco dei 10 scienziati italiani firmatari del manifesto della razza
  • Lino Businco, Assistente cattedra di patologia generale Università di Roma
  • Lidio Cipriani, Professore incaricato di Antropologia all’Università di Firenze
  • Arturo Donaggio, Direttore della Clinica Neuropsichiatrica dell’Università di Bologna, Presidente della Società Italiana di Psichiatria
  • Leone Franzi, Assistente nella Clinica Pediatrica dell’Università di Milano
  • Guido Landra, Assistente alla cattedra di Antropologia all’Università di Roma
  • Nicola Pende, Direttore dell’Istituto di Patologia Speciale Medica dell’Università di Roma
  • Marcello Ricci, Assistente alla cattedra di Zoologia all’Università di Roma
  • Franco Savorgnan, Professore Ordinario di Demografia all’Università di Roma, Presidente dell’Istituto Centrale di Statistica
  • Sabato Visco, Direttore dell’Istituto di Fisiologia Generale dell’Università di Roma, Direttore dell’Istituto Nazionale di Biologia presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche
  • Edoardo Zavattari, Direttore dell’Istituto di Zoologia dell’Università di Roma.
Tra le successive adesioni al manifesto spiccano quelle di personaggi illustri – o destinati a diventare tali – come, ad esempio, Giorgio Almirante, Piero Bargellini, Giorgio Bocca, Galeazzo Ciano, Amintore Fanfani, Agostino Gemelli, Giovanni Gentile, Luigi Gedda, Giovannino Guareschi, Mario Missiroli, Romolo Murri, Giovanni Papini, Ardengo Soffici, Giuseppe Tucci.

Accadde oggi: 7 luglio 1960, Reggio Emilia, la polizia carica, 5 operai sul selciato, decine i feriti

Un agente di polizia si inginocchia, prende la mira e spara su uno dei manifestanti fermo in mezzo ai giardini: è Afro Tondelli, ex partigiano

57 anni fa la Polizia carica e spara sulla folla riunita per una manifestazione antifascista. 5 operai tra i 19 e i 40 anni muoiono. I manifestanti protestavano contro l’appoggio esterno del MSI al governo democristiano guidato da Fernando Tambroni.

La sera del 6 luglio la CGIL reggiana proclamò lo sciopero cittadino di protesta contro le violenze dei giorni precedenti. La prefettura proibì gli assembramenti nei luoghi pubblici e concesse unicamente i 600 posti della Sala Verdi per lo svolgimento del comizio.

L’indomani il corteo di protesta era composto da circa 20.000 manifestanti. Un gruppo di circa 300 operai delle Officine Meccaniche Reggiane decise quindi di raccogliersi davanti al monumento ai Caduti, cantando canzoni di protesta.

Alle 16.45 del pomeriggio una carica di un reparto di 350 poliziotti, al comando del vice-questore Giulio Cafari Panico, investe la manifestazione pacifica. Anche i carabinieri partecipano alla carica. Incalzati dalle camionette, dai getti d’acqua e dai lacrimogeni, i manifestanti cercano rifugio nel vicino isolato San Rocco, per poi barricarsi letteralmente dietro ogni sorta di oggetto trovato, seggiole, assi di legno, tavoli dei bar e rispondendo alle cariche con lancio di oggetti. Respinte dalla disperata resistenza dei manifestanti, le forze dell’ordine impugnano le armi da fuoco e cominciano a sparare.

Sul selciato della piazza caddono Lauro Farioli (1938), operaio di 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bambino. Ovidio Franchi (1941), operaio di 19 anni, il più giovane dei caduti. Marino Serri (1919), pastore di 41 anni, partigiano della 76a, primo di sei fratelli. Afro Tondelli (1924), operaio di 36 anni, partigiano della 76a SAP, è il quinto di otto fratelli. Emilio Reverberi (1921), operaio di 39 anni, partigiano nella 144a Brigata Garibaldi, era commissario politico nel distaccamento “G. Amendola”.

Furono sparati 182 colpi di mitra, 14 di moschetto e 39 di pistola e una guardia di PS dichiarò di aver perduto 7 colpi di pistola.

Sedici furono i feriti “ufficiali”, ovvero quelli portati in ospedale perché ritenuti in pericolo di vita, ma molti altri preferirono curarsi “clandestinamente”, allo scopo di non farsi identificare.

La bara di Ovidio Franchi

Articolo tratto dal sito http://gabriellagiudici.it/

Accadde il 26 giugno 1980: nei cieli di Ustica un DC9 dell’Itavia colpito da un missile. 81 morti. Verità ancora sconosciuta

In occasione del tragico ricordo di un mistero ancora taciuto riportiamo l’articolo tratto dal sito ‘Noi e gli extraterrestri

Uno dei casi di copertura e di depistaggio più vergognosi della storia europea è quello effettuato sull’incidente avvenuto nei cieli di Ustica al DC-9 IH 780 della compagnia Itavia il 27/6/1980. Su questo caso i servizi segreti hanno fatto velocemente sparire tutte le prove ed i testimoni che potessero provare che il DC9 è stato abbattuto da forze NATO ed hanno inserito notevoli elementi di depistaggio. Tuttavia molte prove e testimoni non si è riusciti a farli sparire e questo ha reso possibile ricostruire cosa è realmente successo. Dalle testimonianze di personale militare e dai tracciati radar risulta che mentre il DC9 Itavia volava da Bologna a Palermo, uno-due misteriosi veicoli aerei si sono nascosti sotto il DC9 per confondere le tracce sugli schermi radar e lo hanno accompagnato per un lungo tratto fino a quando ha avuto inizio un’azione di attacco da parte di forze NATO. Infatti i radar della difesa NATO rilevano la presenza dei misteriosi oggetti volanti e dalli basi aeree NATO partono caccia ricognitori, aerei per la guerra elettronica ed almeno un aereo radar AWACS. Inoltre partono verso gli oggetti misteriosi la portaerei francese Clemenceau ed un sottomarino francese dotato di missili terra-aria. Questo sottomarino viene scelto per condurre l’attacco o perché è molto vicino alla zona di passaggio dei veicoli misteriosi, o perché è un sottomarino non è rilevabile da nessun sistema di rilevamento conosciuto e quindi è l’unica unità in grado di apportare un attacco a sorpresa ai veicoli aerei misteriosi.

Intanto dalle basi militari libiche parte un caccia Mig-23 con lo scopo di investigare sulla natura dei veicoli misterioso per cui le forze NATO stanno effettuando una caccia senza precedenti, caccia rilevata dai radar libici e dalle intercettazioni radar.

Alle 20.59 e 45 secondi, come confermato da un ex militare italiano che partecipò direttamente all’operazione, l’aereo radar AWACS segnala al sottomarino francese i dati necessari per il lancio di missili verso gli oggetti volanti sconosciuti e subito uno-due missili vengono esplosi sott’acqua dal sottomarino francese verso i misteriosi bersagli che si trovano vicino al DC9. I missili colpiscono il bersaglio ed infatti esplodono vicino al DC9, causandone l’esplosione del reattore di destra che provoca uno squarcio nella fiancata dell’aereo e danni agli impennaggi di coda. Alcuni passeggeri vengono risucchiati fuori dall’aereo e si sfracellano sulla superficie del mare, mentre l’aereo riesce ad effettuare un ammaraggio di fortuna.

Un oggetto misterioso è quindi stato colpito, ma non abbattuto. Infatti quest’oggetto, di forma affusolata, di dirige dal mare verso le montagne della Sila, volando però in modo irregolare (scodinzolando ed avvitandosi continuamente) a causa dei danni subiti dai missili del sottomarino francese. Molte persone, come i coniugi Maffini, avvistano lo stranissimo oggetto volante dirigersi verso le montagne della Sila. Intanto il Mig-23 continua l’inseguimento dell’oggetto luminoso per 300 km nell’entroterra calabrese fino a che raggiunge il misterioso oggetto in difficoltà: improvvisamente qualcosa provoca lo svenimento del pilota libico e così il Mig-23 precipita sui monti della Sila, dove viene poi ritrovato con ancora carburante nei serbatoi e con il pilota ancora al suo posto che non si era catapultato fuori poiché era per l’appunto svenuto.


Nel frattempo partono, tra gli altri, gli aerei della Marina con lo scopo di localizzare la zona dove era precipitato il DC-9. In particolare, il pilota della Marina Militare Italiana Sergio Bonifacio con un aereo ricognitore marino localizza dieci ore dopo l’incidente il DC-9 che galleggiava a pelo d’acqua sostanzialmente integro. Bonifacio riferì tutto via radio e per un’ora sorvolò la zona. Ad un tratto costui individuò a poca distanza dal relitto una strana sagoma, e poco dopo vide l’esplosione del DC-9. A quel punto l’aereo si inabissò velocemente e poi cominciarono a salire a galla cuscini e cadaveri. Dall’esame dei cadaveri recuperati risulta che i passeggeri erano sopravvissuti all’ammaraggio, che erano abbigliati in modo da essere pronti per essere salvati e che hanno subito la lacerazione del timpano destro a causa dell’esplosione avvenuta quando l’aereo galleggiava. Successivamente si provvedè a far scomparire più tracciati radar possibili, oltre alla seconda scatola nera, in pratica quella decisiva perché per le sue speciali caratteristiche aveva registrato tutto quello che era successo.

Inoltre, si è provveduto a zittire chi avrebbe potuto parlare e lo si è fatto o minacciandoli, o licenziandoli, o facendoli morire in “apparenti” incidenti. Infatti il radarista Stefano De Clara che assistette via radar alla vicenda è stato ucciso inscenando un falso suicidio, mentre i piloti Nutarelli e Naldini che giunsero per prima nelle vicinanze del DC9 Itavia, furono uccisi durante una show delle frecce tricolori a Ramstein con il sabotaggio del loro aereo in modo che la loro morte passasse per un incidente. Queste persone sono solo alcune delle molte che furono uccise senza pietà perché sapevano la verità, persone tra le quali bisogna includere i piloti, l’equipaggio e i passeggeri del DC9 Itavia. Oltre tutto ciò, si è provveduto a diffondere moltissime dichiarazioni e prove false con lo scopo di depistare da ciò che era realmente accaduto. A tale proposito valgono le conclusioni del giudice Priore che dopo una lunghissima indagine è pervenuto alla certezza che sulla tragedia di Ustica ci fu un depistaggio devastante.
Chi ha voluto ed attuato tutto questo ha lasciato dietro di sé una scia indelebile che lo fa identificare come un’organizzazione senza scrupoli capace di manovrare a suo piacimento le forze politiche, militari e civili dei paesi della NATO e sicuramente anche dei paesi del resto del mondo. Inoltre, considerando che personale militare e civile è stato ucciso senza pietà, che un aereo pieno di persone è stato fatto saltare in aria senza scrupoli, che si è uccisi due piloti in una manifestazione aerea causando una strage tra gli spettatori presenti, che si è licenziato e ridicolizzato gli altri testimoni, che dopo tanti anni la verità viene ancora coperta con ogni mezzo e soprattutto considerando che la verità su altri incidenti in operazioni militari è sempre venuta a galla: allora è logico chiedersi qual è quella cosa per cui si è ucciso senza pietà un numero così elevato di persone e soprattutto quale cosa vale un prezzo del silenzio così alto? Qual è quella cosa la cui rivelazione avrebbe danneggiato gravemente coloro che hanno voluto la copertura ad ogni costo?

Per quanto ci si sforzi, non è possibile immaginare nulla che valga una copertura totale dal prezzo così alto, copertura che continua fino ad oggi e che probabilmente continuerà fino a che l’incidente di Ustica non sarà dimenticato per sempre.
Nota: Alcuni elementi fanno ritenere che il Mig-23 ritrovato sulla Sila sia un’operazione di depistaggio ordita dall’intelligence italiana ed americana.Nota2: Il livello di segretezza e di copertura del caso Ustica è senza precedenti e senza senso, dato che si sono verificati abbattimenti errati di aerei civili da parte di forze militari e non si è mai fatta una copertura del genere. Quindi dietro c’è ben più che l’abbattimento di un aereo civile per errore da parte dei militari. Per quanto possa sembrare strano, il livello di segretezza, di copertura e di depistaggio rientra nello stile tipico utilizzato quando ci sono di mezzo gli UFO.