22 novembre 1718: ucciso il pirata Barbanera. Aveva catturato 140 navi

I dati sulla vita di Edward Teach (o Thatch), meglio noto come Barbanera, sono molto incerti e influenzati dalle leggende. Nacque probabilmente nel 1680, a Bristol secondo alcune fonti, a Port Royal secondo altre. Si sarebbe sposato 14 volte; l’ultima moglie sarebbe stata appena sedicenne e di origine hawaiana.

Il suo ingresso nella pirateria fu forse sulle navi corsare giamaicane che combattevano per mare contro i francesi. Nel 1716 si alleò con Benjamin Hornigold, con il quale assaltò circa 20 navi in 18 mesi. Si impossessò in particolare di un vascello proveniente dalla Guiana francese, il Concorde, per ribattezzarlo Queen Anne’s Revenge. Oltre ad arrembare le navi in alto mare, Barbanera assaltò porti in diverse regioni, fra cui Turkill, Grand Cayman, Bahamas, Carolina. Nel 1718 assediò il porto di Charleston nella Carolina del Sud; in quell’occasione catturò un amministratore della città con il figlio di quattro anni e chiese come riscatto un baule di medicine.

La bandiera di Barbanera

Aveva fama di essere uno dei pirati più feroci. I suoi modi terrorizzavano le sue vittime ma anche lo stesso equipaggio; si dice che usasse sparare con la pistola alle gambe dei suoi uomini come misura punitiva o semplicemente per mantenere la disciplina a bordo. Si dice che bevesse rum mischiato con polvere da sparo e che la sua barba fosse così lunga che egli se la attorcigliava attorno alle orecchie; che quando andava in battaglia si mettesse dei pezzi di miccia accesi sotto il cappello in modo da essere sempre avvolto da una fitta nuvola di fumo (particolare che rendeva il suo aspetto al tempo stesso bizzarro e spaventoso). I cronisti dicono che Barbanera “durante le azioni indossava una fascia intorno alle spalle con appese tre paia di pistole nelle loro fondine a mo’ di bandoliera“.

Il 20 luglio 1718 Barbanera rifiutò l’amnistia offertagli da Woodes Rogers, Governatore di Nassau e delle Bahamas. Il governatore della Virginia Alexander Spotswood ordinò al tenente di vascello della Marina inglese Robert Maynard di catturare Barbanera, vivo o morto. A bordo della nave da guerra Pearl, Maynard raggiunse Barbanera il 21 novembre del 1718, nell’insenatura di Ocracoke, e riuscì a ucciderlo dopo una sanguinosa battaglia. Si racconta che Barbanera non morì prima di aver subito 25 ferite, di cui 5 da arma da fuoco, e che il suo corpo fece tre volte il giro della nave prima di inabissarsi. La testa mozzata del pirata venne infissa sulla punta del bompresso della Pearl. Nella sua carriera Barbanera aveva catturato quasi 140 navi. Alla sua morte aveva 38 anni.

Quando quel dì arrivarono le pin-up

Con il termine di pin-up si indicano generalmente le ragazze – solitamente procaci, ammiccanti e sorridenti – fotografate in abiti succinti le cui immagini, durante il secondo conflitto mondiale, iniziarono a diffondersi su molte riviste settimanali degli Stati Uniti.

Questo fenomeno  registrò un incredibile successo fra i soldati impegnati al fronte, che usavano appendere le fotografie di queste ragazze nei loro armadietti o nelle loro tende di accampamento.

Icone sexy americane erano splendide ragazze, prorompenti, prive di quell’alone di mistero che aveva caratterizzato le “dive” degli anni trenta, elemento che contribuì di certo a conferire loro il favore del pubblico.

Tipiche bellezze americane, dalle gambe lunghe e tornite, curve abbondanti e tratti somatici molto femminili quindi prosperose ed attraenti ma dal viso giovane, quasi fanciullesco, ed armonioso. L’ampia diffusione delle loro storie sulle riviste concorse a conferire loro un carattere comune agli occhi del pubblico. Le loro forme generose e longilinee al tempo stesso rappresentano i sogni erotici del pubblico maschile tuttora e, nel periodo in cui hanno iniziato a farsi conoscere, hanno rappresentato una desiderabile opulenza nel momento di una profonda crisi causata dalla fame della guerra.

“Ma chi era in realtà Mata Hari?”, se lo chiede Davide Scarpa, direttore del Museo delle Case di Tolleranza

Importante ‘new entry’ al Museo delle Case di Tolleranza. Una cartolina dei primi del ‘900 raffigurante una giovanissima (e bellissima) Mata Hari.

MA CHI ERA IN REALTÀ MATA HARI?…Una donna sfortunata, che si è reinventata in tarda età (trent’anni suonati…) , come danzatrice nel mondo dello spettacolo? Un’arrivista sociale bellissima, che sposò un terribile uomo ricco? Una donna “maltrattata” che ebbe il coraggio di scappare? Una persona che non si fece scrupoli in chi frequentare per farsi “mantenere”? Un’agente segreto, o una spia? Un capro espiatorio, o un grossolano errore giudiziario? Forse non fu nessuna di tutte queste cose, chissà, di sicuro aveva un talento, ed una intelligenza, fuori dal comune… da renderla eterna, nell’immaginario collettivo!

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“Rivivi il Medioevo”, omaggio a Castell’Arquato (video Associazione Terre Piacentine)

Omaggio alla bellezza di Castell’Arquato, splendido borgo medioevale che fa da cornice alla più importante rievocazione medievale Italiana giunta alla sua decima edizione. RIVIVI IL MEDIOEVO è curata nei minimi dettagli dalla Pro loco di Castell’Arquato con l’indispensabile collaborazione della Scuola d’arme Gens Innominabilis. Promo realizzato grazie alle competenze filmiche di Bruno Agosti, Angelo Marchetta, Luigi Santi,Cinzia Paraboschi e Valter Sirosi dell”Associazione Culturale Terre Piacentine.

 

“Disfatta a Caporetto, le truppe austro tedesche dilagano in Friuli, dall’Isonzo al Piave”, analisi di Renzo Montagnoli

Viene pubblicata un’interessante riflessione sulla sconfitta di Caporetto in occasione dell’iniziativa dell’Associazione Culturale Terre Piacentine che domenica 5 novembre proporrà la presentazione del libro “Storia della Brigata Piacenza” (Marvia editore) e in particolare del 111° reggimento impegnato nelle Battaglie sull’Isonzo prima fino alla disfatta di Caporetto e poi sulla linea di difesa del Piave. Presenti gli autori Filippo Lombardi e Ippolito Negri, moderatore Claudio Arzani

Pochi giorni fa è caduto il primo centenario della battaglia di Caporetto, conosciuta anche come dodicesima battaglia dell’Isonzo. Il nome di questa località slovena, un piccolo paese di pochi abitanti sito nell’alta valle dell’Isonzo è diventato famoso perché, come tutti sanno anche dagli studi scolastici, quello scontro iniziato proprio il 24 ottobre rappresenta la più grave disfatta nella storia del nostro esercito, che di vittorie ne ha conseguite sempre pochissime. Si trattò di un vero e proprio disastro perché si corse il rischio che le truppe austro-tedesche arrivassero in Lombardia, a Milano, nel cuore industriale dell’ancora giovane Regno d’Italia. Furono fermate, invece, sulle sponde del Piave e sulle pendici del monte Grappa, grazie all’eroismo dei nostri soldati, tacciati, tuttavia, nel corso della ritirata, di vigliaccheria da un comandante in capo che di certo non meritavano.
Luigi Cadorna, il comandante supremo, subentrò al generale Pollio nel 1914, in seguito alla morte, in circostanze non del tutto chiare, di questi; al riguardo basti pensare che Pollio era filo tedesco, mentre Cadorna era decisamente avverso agli austriaci. Ma chi era veramente Luigi Cadorna? Quale era stata la sua carriera militare?
Figlio del generale conte Raffaele Cadorna, veterano della battaglia di San Martino della seconda guerra di indipendenza, nonché comandante delle truppe che nel 1870 presero Roma, il giovane Luigi fu avviato alla carriera militare, dimostrando nel suo curriculum una caratteristica che sarà messa in pratica nel corso della Prima guerra mondiale: l’offensiva a oltranza. Tuttavia già si delineavano alcuni aspetti negativi, causati dalla sua rigida interpretazione della disciplina militare, con il facile ricorso a dure sanzioni che provocheranno anche non poche note di biasimo dei suoi superiori. Comunque riuscì a salire di grado, sia pure con lentezza, diventando infine comandante di Corpo d’Armata e, appunto nel 1914, assumendo l’incarico di capo di stato maggiore. All’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria nell’anno successivo, dopo un inspiegabile ritardo iniziale nelle operazioni, ritardo che se non vi fosse stato avrebbe probabilmente comportato un decorso più breve e sicuramente favorevole del conflitto, impegnò il nemico con una serie di sanguinose battaglie sull’Isonzo in continui attacchi frontali e dispendio di risorse e vite, senza che tuttavia si uscisse da una situazione di stallo, come del resto accadeva anche sui fronti occidentali (anglo francesi contro tedeschi) e orientali (russi contro tedeschi e austriaci). Di questa tattica non gli si può quindi dare colpa, perché era la stessa per tutti i belligeranti, un po’ perché si era studiato Napoleone Bonaparte alle accademie militari e un po’ perché le nuove armi, particolarmente efficaci, non avevano ancora influenzato la ristretta mentalità dei comandanti. Quello che differenziava, però, Cadorna da questi ultimi era il suo eccessivo rigore, la convinzione che il soldato non fosse altro che un numero, l’incapacità di coinvolgere attivamente i subordinati alla preparazione dei piani di battaglia, la mania con la quale sostituire di colpo, anche durante un combattimento, chiunque dissentisse da lui. Nell’osservare oggi il suo comportamento viene da pensare che credesse di essere un Dio e in effetti reclamò più volte, senza ottenerla, la carica di generalissimo. Dunque miope nella sua strategia e monocorde nella tattica, feroce, al punto dall’essere soprannominato il macellaio, si può ben comprendere che, se teniamo conto delle orribili condizioni in cui viveva la truppa (cibo inadeguato, licenze pressoché inesistenti, avvicendamenti in prima linea scarsi, tanto che non pochi restavano nel fango delle trincee e nel lezzo dei cadaveri insepolti anche per più settimane, insomma un vero e proprio inferno) qualche sbandamento che si è avuto a Caporetto appare più che giustificato; in ogni caso non si tratta di una pavidità sediziosa, come quella che Cadorna attribuì ai suoi soldati. Come sempre, vigeva il principio che la vittoria è merito dei comandanti e la sconfitta è imputabile unicamente alle truppe. Le responsabilità dei comandanti a Caporetto ci sono e sono macroscopiche.
Innanzi tutto c’è da precisare che l’offensiva austro-tedesca non era ignota, che si sapeva anche l’ora in cui all’incirca sarebbe iniziata e il tratto del fronte in cui sarebbe stata più massiccia, tanto è vero che Cadorna, per tempo, diede l’ordine che i reparti passassero da una sistemazione offensiva a un’altra difensiva. Per dei soldati che da più di due anni andavano sempre all’attacco la cosa non fu per niente semplice e anche i comandanti delle armate ci misero del loro per complicare le cose, come Capello che assunse un ordinamento ibrido, cioè difensivo – offensivo, vale a dire pronti a un sicuro contrattacco. Se Cadorna avesse avuto un po’ più di acume strategico, ma niente di eccezionale, cioè alla portata di un normale militare che non creda di essere una divinità, avrebbe dovuto invece sfruttare l’occasione, mantenendo l’atteggiamento offensivo, aggredendo di sorpresa l’avversario nell’imminenza dell’ora prevista per il suo attacco. In questo caso infatti sarebbero stati totalmente scompaginati i piani austro tedeschi, si sarebbero colte le truppe scoperte, cioè già in prima linea e per giunta ammassate, insomma si sarebbe potuta ottenere una vittoria, se non definitiva, comunque di grande portata.
Sappiamo invece che tutti tirarono i remi in barca e in particolare il generale Badoglio, comandante dell’artiglieria, che si arrogò il diritto di dare l’ordine di far fuoco nel corso dell’attacco nemico, fuoco che non ci fu perché il breve bombardamento austriaco di preparazione sconvolse le nostre comunicazioni. A ciò aggiungiamo che allora Badoglio decise di spostarsi nel corso del primo giorno in diversi punti del territorio con allacciamenti telefonici provvisori, spostamento dovuti al fatto che sembrava che i cannoni nemici ce l’avessero in modo particolare con lui e solo a sera gli venne il dubbio che le nostre comunicazioni potessero essere intercettate.
Così la sconfitta iniziale di trasformò in un disastro, con una ritirata dalle posizioni sull’Isonzo, prima al Tagliamento e poi al Piave; per essere onesti va detto che Cadorna riuscì a gestire questa fuga in modo abbastanza valido, tanto che una larga parte delle truppe riparò oltre il Piave, dove, sotto il nuovo comandante in capo Armando Diaz, più sensibile ai rapporti umani, i nostri soldati si opposero eroicamente dapprima alle due offensive austriache (l’ultima nel giugno del 1918) e poi andarono decisamente all’attacco e ottennero la vittoria definitiva.
C’è da aggiungere che la rimozione di Cadorna fu voluta dagli alleati come contropartita ai massicci aiuti in uomini e armi; nonostante la contrarietà del re vi fu la sostituzione con Armando Diaz, che non piaceva al monarca, in quanto napoletano e non piemontese. Vittorio Emanuele III si fidava solo dei piemontesi e infatti tanto fece che un altro della sua regione, pure con notevoli responsabilità nella disfatta di Caporetto, diventasse sottocapo di stato maggiore: iniziava così il sodalizio con il generale Badoglio, un militare in cui, per quanto si cerchino, non si riescono a trovare pregi.

“Quando le caserme sfamavano i piacentini”, di Giuseppe Romagnoli (racconto tratto da IlPiacenza on line)

Durante la prima guerra mondiale e dopo la pace presso le caserme (il 22° fanteria di via Castello, il 21 artiglieria da campagna sullo Stradone Farnese, il Genio Pontieri in via S. Sisto e Piazza Cittadella, presso l’Ospedale militare a Porta S. Raimondo) appena terminato il rancio dei soldati, si aprivano le porte secondarie e dalle cucine, miracolo quotidiano, sortiva la grande marmitta con i resti del rancio (sempre ottimo e soprattutto abbondante!) che veniva distribuito alla gente in fila con qualche pagnotta. Nessuno si vergognava per quell’elemosina, la fame era troppa.

Questa situazione si ripeté puntualmente durante la seconda guerra mondiale e subito dopo, nel ’45, quando tante famiglie dai rioni più popolari, Borghetto, S. Agnese ecc, mandavano soprattutto donne e bambini alle porte di quelle stesse caserme che trent’anni prima avevano sfamato i loro padri. Come allora le latte di conserva con i manici di filo di ferro accoglievano la brodaglia ormai tiepida o i “famigerati suflòn”, la pastasciutta avanzata dai soldati, una vera e propria manna per tante “locuste” affamate. Fino a non molti anni fa, tanti anziani che erano scampati alla fame grazie a questa silenziosa e discreta solidarietà, si vergognavano un po’ a raccontare del cibo ricevuto ma poi, per fortuna, i tempi erano mutati.

La caserma di via Castello

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“Caporetto”, lirica di Michele Prenna in occasione del centenario della disfatta

Cosa sono cento anni?
Nulla nella scia del Tempo
eppure ci sta Caporetto
su quel gradino di morti.
E’ memoria indelebile
nella Storia d’Italia
con i lutti e i veleni
sulla tragica rotta.
Ah, gli errori dei capi
e le colpe dei soldati!
Caporetto ora torna
perché vuole ricordo
il dolore di allora.

All’alba del 24 ottobre 1917 Luigi Cadorna, nella sede del Comando Supremo di Udine, venne informato del pesante bombardamento sulla linea Plezzo-Tolmino. Fedele alle sue convinzioni, il generale la ritenne una simulazione per distogliere l’attenzione dal fronte carsico.

Alle 12 della stessa giornata i ponti sull’Isonzio vennero fatti saltare condannando centinaia di ufficiali e migliaia di soldati all’isolamento sulla riva sinistra dell’Isonzo, all’accerchiamento e alla disfatta da parte delle truppe austrogermaniche.

Infatti alle 12 del 26 ottobre 1917 la montagna venne conquistata dai tedeschi. In due soli giorni avevano percorso 18 chilometri catturando 150 ufficiali, 9mila soldati e perdendo appena 39 uomini.

Poche ore dopo a Roma iniziarono a circolare le notizie di quanto stava succedendo nell’Alto Isonzo. La Seconda Armata venne totalmente abbandonata dai propri ufficiali e migliaia di soldati si diressero senza alcun ordine verso la pianura friulana. Molti gettarono con sollievo le armi convinti che la guerra fosse terminata. Contemporaneamente, nelle strade riempite dai militari in rotta, si aggiunsero i primi civili friulani, costretti ad abbandonare le proprie case dall’avanzata austro-germanica.

Cadorna cercò di nascondere la verità al Paese con dei bollettini ottimistici ma ormai era chiaro: l’azione compiuta tra Plezzo e Tolmino da parte degli austro-germanici aveva portato ad una disfatta del fronte italiano. Gli stessi vertici, nonostante le palesi mancanze ed errori, si gettarono in una “corsa convulsa a scrollarsi di dosso ogni responsabilità e mantenere così intatti il prestigio e l’onorabilità”. Due giorni dopo venne diffuso in tutta Italia un nuovo bollettino, sempre firmato da Cadorna: “La mancata resistenza di reparti della Seconda Armata, vilmente ritiratisi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico, ha permesso alle forze armate austro-germaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla fronte giulia”. Queste gravi accuse segnarono definitivamente la fine della sua carriera ai vertici dell’esercito italiano.

 

 

9 Ottobre 1967: “hanno ucciso Che Guevara, in Bolivia”. Tradimento?

Muore Ernesto “Che” Guevara, ucciso per mano di un gruppo di militari boliviani che il giorno prima lo avevano catturato. Nato nel 1928, a Rosario, in Argentina, il medico Ernesto Guevara si unisce a Fidel Castro a metà del 1950, diventando presto il suo fidato braccio destro. Insieme, guidano la vittoriosa rivoluzione cubana. Dopo il 1965, lascia Cuba per portare la scintilla della rivoluzione in altri paesi, prima nell’ex Congo Belga poi in Bolivia.

Racconta l’ultimo testimone di un’esecuzione ancora oggi oscura, Dariel Alarcón Ramírez, detto “Benigno”, ex guerrigliero della rivoluzione cubana: “Cienfuegos e Guevara facevano ombra a Fidel. C’erano contrasti nel gruppo dirigente. Poi Cienfuegos morì, in un misterioso incidente. Ero con Guevara in Congo, quando Fidel rese pubblica una lettera in cui Guevara dichiarava di rinunciare ad ogni incarico e alla nazionalità cubana. Il Che prese a calci la radio e urlò: ecco dove porta il culto della personalità! Il comandante aveva scritto la lettera dopo il discorso di Algeri in cui aveva messo in guardia i Paesi africani dall’imperialismo sovietico. Credo che quel discorso fu la sua condanna a morte. Quando tornammo all’Avana, Fidel gli propose di andare a combattere in Sud America». «Il líder máximo —ricorda Benigno—partecipò ai preparativi. Veniva al campo d’addestramento, ci garantiva l’appoggio del partito comunista boliviano, la copertura degli agenti segreti, la formazione di nuove colonne. Avremmo dovuto sbarcare nel nord del paese, in territorio favorevole alla guerriglia. Imparammo anche il dialetto locale. Quando Fidel era presente, il Che se ne stava in disparte. Capimmo poi il perché“.

Nell’ottobre 1967 scatta l’operazione. Il commando di rivoluzionari cubani penetrò in una foresta infestata da insetti e agenti segreti, isolata, dove si parlava un altro dialetto. “Scoprimmo che il partito comunista boliviano non ci sosteneva, probabilmente su istruzioni di Mosca. Il Che non era più lui. Sembrava disperato e depresso. Ci lasciò liberi di continuare o rinunciare. Rimanemmo, ma alla fine eravamo ridotti a diciassette, circondati da tremila soldati. Ci dividemmo in tre gruppi e una mattina cominciò la battaglia finale. Il Che fu fatto prigioniero. Lo ammazzarono il giorno dopo“.

 

“La polveriera di S.Giuseppe (ovvero due ragazzi sul campanile di Sant’Anna)”, lirica di Germana Sandalo a ricordo dell’esplosione della polveriera Pertite a Piacenza l’8 agosto 1940

8 agosto 1940: i ragazzi che salirono sul campanile di S.Anna e che solo dopo molto tempo raccontarono la loro prodezza, erano poco più che decenni e lo fecero all’insaputa dei genitori e del curato. [ Nota: il ricordo e la lirica sono ripresi dal volume ‘Graffiti piacentini e altre cose’ pubblicato per i tipi dell’Editrice Farnesiana nel dicembre 1990 ]

Ancor oggi
Giorgio si chiede
chi dei due ebbe fulminea,
l’idea di correre lassù ai primi
scoppi e salire
fino all’ultimo, i ripidi
gradini del campanile:
Un rigoglio di fuochi artificiali
che non attesero notte per fiorire.
E nascondersi
dietro le colonne
e tapparsi gli orecchi quando
lo sguardo all’orizzonte intuiva
il boato.
Cinque secondi per sentire
antichi mattoni tremare sotto i piedi
e il successivo espandersi di nubi
sovrapposte,
di purpurei e d’aranci, di violetti
e di gialli e gli archi sibilanti
degli spezzoni, una magia
di guerra.
E quei due, apprendisti
stregoni di un’opera micidale
non erano forse un pò tutti noi,
o non avremmo voluto esserlo?

La lirica della Sandalo è dedicata alla Pertite, ovvero lo stabilimento militare piacentino tristemente famoso poiché l’8 agosto 1940 fu teatro di una violentissima esplosione alle 14:42 che causò 47 morti e 795 feriti tra ricoverati in ospedale e assistiti in ambulatorio.
Racconta la signora Maria Luisa Gabbiani, che nella esplosione ha perso il padre: “C’erano fiamme altissime, il fuoco arrivava al cielo e nella città c’era il panico“. La lirica di Germana Sandalo evidenzia di come, agli occhi di due intraprendenti ed inconsapevoli ragazzini, una grande tragedia che ha funestato la storia della città potesse diventare uno sfolgorante spettacolo di luci, “una magia di guerra“.
La cronaca dell’epoca non riuscì a far chiarezza su quanto avvenne, e ancora oggi non sappiamo se si trattò di un incidente o di un attentato ai danni di un Paese che si affacciava ad una guerra inutile e sconsiderata. Per leggere un approfondimento di Stefano Pareti, clicca qui.