“La guerra è finita”, s’annunciò l’8 maggio 1945 e ieri a Carpaneto e Piacenza è tornata una colonna di pace

L’8 maggio 1945 viene ricordato (nel Regno Unito, in Germania Orientale, in Francia, in Slovacchia, nella Repubblica Ceca) come la giornata della vittoria in Europa degli alleati contro i nazifascisti. Fu il giorno in cui gli alleati accettarono formalmente la resa incondizionata delle forze armate della Germania nazista, decretando la fine di Adolf Hitler e del Terzo Reich. Il 30 aprile Hitler si era tolto la vita durante la battaglia di Berlino, così la resa fu autorizzata dal presidente tedesco l’ammiraglio Karl Dönitz a capo di una amministrazione passata alla storia come il governo di Flensburg. L’atto di capitolazione militare è stato firmato il 7 maggio a Reims, in Francia, e l’8 maggio a Berlino, Germania.

Nel nostro BelPaese in realtà siamo abituati a festeggiare il 25 aprile, quando i combattenti partigiani liberarono Milano e Torino mentre le truppe alleate ancora arrancavano all’inizio della via Emilia dalla parte del mare per cui questa manifestazione, giunta alla quarta edizione, ci coglie di sorpresa.

Ma quando c’accorgiamo che il messaggio è quello che più ci piace (“Mettete dei fiori nei vostri cannoni“) , non possiamo che applaudire questi collezionisti invitati, tra gli altri, dall’Associazione Terre Piacentine di Castell’Arquato per una manifestazione ammirata a Carpaneto (sabato) e a Piacenza domenica, ieri.

Ferma restando la gioia di vedere i camion transitare senza soldati infreddoliti stipati sul cassone con il fucile o il mitra stretto tra le mani e la fronte imperlata dal sudore in attesa di conoscere quale sarebbe stato il loro destino, inevitabile il brivido per quel signore ormai anziano che, avvicinandosi con la sua bicicletta, ha ricordato di quando gli alleati con i loro mezzi, carrarmati compresi, sono davvero entrati nella piazza, festeggiati da migliaia di piacentini finalmente liberi dall’occupazione tedesca e dai loro asserviti fascisti della Repubblica Sociale.

 

Il 25 aprile? Un giorno come un altro!”, parola di Tommaso Foti, deputato (ma che strano) Fratelli d’Italia

Nulla di nuovo alla luce del sole: arriva il 25 aprile, la Festa della Liberazione, ed ecco le consuete sortite dell’Italia conservatrice per quantomeno ridimensionare il ruolo dei combattenti partigiani riconoscendo il merito della sconfitta nazifascista agli americani: indicativo un peloso intervento caratterizzato da un anticomunismo viscerale di tal Carlo Giarelli sul quotidiano on line ‘ILPiacenza’.  Indicativo però anche l’intervento dell’attuale Sindaco di Piacenza, Patrizia Barbieri, accreditata come ersponente di Forza Italia. In piazza nella città medaglia al valore per la lotta di Resistenza, ha richiamato con un discorso ancor più peloso di quello del Giarelli, un’unità politica che in concreto significa non distinguere tra i protagonisti di quella lotta, ponendo sullo stesso piano chi, più o meno consapevolmente, sceglieva di allearsi con i nazisti dei campi di sterminio e chi invece combatteva per valori di giustizia e libertà. Senza che con questo qui si vogliano negare deviazionismi ed eccessi anche nella lotta partigiana che sono situazioni inevitabili in tutti i conflitti ma chiederne conto oggi, fuori da quel contesto storico, caro Sindaco ( Sindaca che dir si voglia, a suo gradimento), significa solo pescare nel torbido, tentare appunto di porre sullo stesso piano gli uni e gli altri e questo, prima di tutto, risulta antistorico, utile solo a piccoli interessi di bottega come ad esempio il dover tenere in piedi una giunta che vede uniti rappresentanti di quella destra per la quale il 25 aprile non è altro che il giorno dedicato a San Marco (così dichiara il deputato di Fratelli d’Italia Tommaso Foti) o che comunque mal digerisce (con l’esponente della Lega dottor Polledri in testa) quella che è stata appunto la lotta per un’Italia dalla parte del popolo e non del potere monarchico, della borghesia padronale o del vertice ecclesiastico che fosse. Date queste considerazioni credo utile ed importante riportare (con qualche commento alla fine dello stesso) l’intervento del predetto onorevole Foti pubblicato sulla sua pagina in facebook.

Tommaso Foti con Ignazio La Russa

L’INTERVENTO DI TOMMASO FOTI, ESPONENTE FRATELLI D’ITALIA

25 APRILE? FESTA PER ALTRI, NON PER ME. E adesso lo so, mi pioveranno addosso le solite critiche, i triti e tristi luoghi comuni. Diranno e scriveranno: Foti? un #fascista. Bella che data la risposta: sbrigativa e democratica, come si conviene a stupidi che neppure sanno di adularmi. Dicano ciò che vogliono, io non riesco a festeggiare, perché non accetto che si perpetui la divisione tra morti e morti. Perché mai chi è caduto nelle brigate partigiane deve essere per forza un eroe, e chi è morto indossando la divisa della Repubblica Sociale Italiana deve essere solo un dannato, un dimenticato, un derelitto? Perché mai dovrei accettare una siffatta e comoda distinzione quando, non io ma i fatti, dicono che molti di coloro che andarono a morire nelle brigate partigiane erano stati fascisti più di coloro che andarono invece a morire per il Duce? Perché mai dovrei, genuflettendomi alla cosiddetta politica corretta, disprezzare mio nonno paterno e mio padre per le scelte fatte, quando gli stessi – per avere combattuto per l’Onore – patirono poi di tutto e di più quando, dopo le radiose giornate dell’aprile ’45, fu loro riservata la galera o la clandestinità, pur non avendo mai commesso nulla di nulla? Perché dovrei pensare che il pianto di una madre che ha avuto il figlio morto nelle fila della Resistenza meriti più comprensione, rispetto, condivisione, di quello versato da una madre il cui figlio, magari quindicenne, decise di essere mascotte in una delle milizie fasciste? Lo so bene che mi si dirà che chi è morto per la libertà è morto per una giusta causa e chi è morto dall’altra parte è morto per difendere un’idea totalitaria, ma questi sono artifizi interessati. Quasi che non si sapesse che la componente più politica della Resistenza, quella di radice comunista, certo voleva chiudere la pagina del totalitarismo fascista, ma solo per incominciare quella del totalitarismo comunista. Eppure basterebbe poco perché il 25 Aprile potesse diventare il giorno della memoria condivisa: sarebbe sufficiente anziché esaltare la propria fazione, promuovere la pacificazione.Ma così non è e, temo, non sarà mai. Perché le immagini di quei poveri morti – degli uni e degli altri – più che emblema del Sacrificio supremo continuano ad essere agitate per mantenere in piedi una distinzione manichea tra vincitori e vinti, tra il sangue dei primi e quello degli ultimi. E finche’ sarà così, per me il 25 Aprile continuerà ad essere solo SAN MARCO.

Ivrea, il partigiano Ferruccio impiccato dai fascisti della “X Mas” di Junio Valeri Borghese

Riporto non tanto a titolo di risposta ma come intervento ‘parallelo’ rispetto sia alle tesi di Foti sia alle osservazioni del Sindaco Barbieri, quanto pubblicato dall’amico Nunzio Delpanno in un messaggio personale che mi preme condividere: “Molti revisionisti storici tendono a mettere in evidenza episodi negativi che, come in tutte le vicende umane esistono e sempre si verificheranno. Ma la straordinaria epopea della resistenza va considerata nel suo insieme. Una cosa è certa, ha reso a tutti la dignità perduta sia di chi ha combattuto e di chi è stato a guardare. Con la loro rivolta i PARTIGIANI hanno scritto la pagina più bella della nostra recente storia che continua a vivere nella democrazia riconquistata”.

Dunque: vero che tutti i morti meritano rispetto e cordoglio. Anche perché tutti i ragazzi di allora credevano in quello che facevano oppure subivano semplicemente i fatti che li coinvolgevano. Un mio parente acquisito ha indossato la divisa della R.S.I.. Orfano di  padre (Carabiniere) e di madre si ritrovava con sei fratellini da crescere e mantenere e per questo la diaria era fondamentale. Non è morto e credo non abbia ammazzato nessuno, ma per uscire dal carcere ha dovuto penare.

Insomma, condivido con l’onorevole Foti che tutti i morti meritano cordoglio e rimpianto per la vita persa. Però gli onori della festa non possono essere concessi a tutti.

Gli onori della festa del 25 aprile, giorno della liberazione di Torino e Milano da parte delle truppe combattenti partigiane mentre gli americani arrancavano ancora nel centro del BelPaese, vanno a chi ha creduto nei valori di giustizia e libertà da garantire alle generazioni future e per questo ha pagato con la vita.

Manifesto del Partito Socialista

 

 

25 aprile 1945: i gruppi partigiani combattenti liberano Torino e Milano

Il 25 aprile del 1945 i partigiani liberarono Milano e Torino, città industriali del nord, dalle truppe di Hitler e da quelle rimaste fedeli a Mussolini dopo che le forze alleate avevano preso il controllo di buona parte del paese.

Il 25 aprile è una festa patriottica che celebra le gesta di una minoranza armata. La festività fu introdotta nel 1946, mentre il Comitato di liberazione nazionale (Cln), composto tra gli altri dai rappresentati della Democrazia cristiana (Dc), del Partito socialista (Psi) e del Partito comunista (Pci), cercava d’identificarsi con i valori universali di libertà, democrazia e unità nazionale. In questo senso è significativo che la festa della liberazione ricorra nel giorno in cui il Comitato di liberazione nazionale alta Italia (Clnai) proclamò l’insurrezione in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, non nella data della liberazione finale del territorio italiano da parte degli alleati.

26 aprile 1945. Pertini tiene un affollato comizio nella Milano appena liberata.

Tuttavia, anche se i partiti del Cln sostenevano di rappresentare “un intero popolo in armi”, esclusi gli ultimi lealisti del regime fascista (considerati burattini della Germania e non veri patrioti), il 25 aprile non è mai davvero riuscito a essere un simbolo di unità nazionale. Non solo perché i battaglioni residui dell’estrema destra celebrano ancora oggi le loro commemorazioni nella cittadina natale di Mussolini, Predappio, ma anche perché nella cultura popolare la resistenza è stata sempre identificata principalmente con il Partito comunista italiano e questo ha costituito un cardine anticomunista utile alle vecchie élite che trovarono subito il modo di riaffermare il controllo dello stato.

Certo, dopo la liberazione i partiti del Cln governarono l’Italia insieme, scrivendo una nuova costituzione e fondando una repubblica, ma nel maggio del 1947 le pressioni legate alla guerra fredda costrinsero il Pci a uscire di scena. Nel 1946 il leader comunista Palmiro Togliatti, ministro della giustizia, nel tentativo di pacificare le tensioni sociali aveva voluto un’amnistia che riguardava anche i fascisti. Ma quando la sinistra comunista fu emarginata, i partigiani stessi diventarono il bersaglio di processi politici istruiti da ex fascisti nella magistratura e nella polizia.

La distanza tra i combattenti partigiani e l’establishment del dopoguerra era evidente già il 25 aprile del 1947, quando si sciolse la seconda forza tra quelle che avevano contribuito alla resistenza, il Partito d’azione, formato da repubblicani e socialisti. La controffensiva anticomunista dopo la liberazione raggiunse l’apice il 14 luglio del 1948, con l’attentato contro Togliatti. Il gesto, compiuto da un militante di estrema destra, scatenò non solo uno sciopero generale, ma nei giorni successivi spinse molti ex partigiani a riprendere le armi e occupare i luoghi di lavoro e i commissariati di polizia.

Anche se il 25 aprile è ancora contrassegnato da manifestazioni che chiedono di mantenere la promessa della costituzione di “una repubblica democratica fondata sul lavoro”, per quarant’anni lo stato italiano si è basato soprattutto sul dominio strutturale della Democrazia cristiana, il cardine anticomunista di tutti i governi italiani fino alla caduta del muro di Berlino. La Democrazia cristiana aveva collaborato con i comunisti all’interno del Cln e poi nel governo tra il 1943 e il 1947, ma il suo contributo militare alla resistenza era stato esiguo e nell’anniversario del 25 aprile enfatizzò sempre il ruolo dell’esercito statunitense nella liberazione dell’Italia.

Ancora oggi il 25 aprile sopravvive come un giorno della memoria, ma lo fa in assenza dei partiti che animarono quella lotta. Con i ranghi dei partigiani ancora in vita sempre più ridotti e la sinistra in una profonda crisi, il ruolo della resistenza nella vita pubblica italiana rischia d’essere sempre più secondario. Gli storici revisionisti hanno cercato con forza sempre maggiore di affermare l’equivalenza dei crimini commessi da entrambe la parti della “guerra civile”, e l’ultimo governo Berlusconi ha addirittura accarezzato l’idea di liberarsi della festa della liberazione.

Per tutto questo ancora oggi è fondamentale ribadire lo spirito di quel momento storico, contro ogni tentazione non tanto di ritorno al totalitarismo ma soprattutto di imposizione di una finta democrazia dove i pochi, depositari del potere economico, prevalgono sul popolo dei lavoratori cioè sulla maggioranza dei cittadini.

 

“68 un anno di confine”, in mostra a Piacenza le foto di Uliano Lucas (fino all’11 maggio)

Il sessantotto, in realtà, fu un fatto un po’ radical chic, espressione che definisce gli appartenenti alla borghesia che per vari motivi (seguire la moda, esibizionismo o per inconfessati interessi personali) ostentano idee e tendenze politiche affini alla sinistra radicale o comunque opposte al loro vero ceto di appartenenza.

Personalmente sono convinto che un’affermazione di questo tipo sia solo una (quella denigratoria degli esponenti della borghesia conservatrice) delle tante verità che possono definire quella realtà storica molto spesso mitizzata e che comunque appunto necessita di un’analisi complessiva, come un prisma fatto di tante sfaccettature tra loro anche contrastanti.

Quartiere Grotosoglio, Milano

All’epoca avevo 14 anni con alcune convinzioni radicate per tradizione familiare: il mondo si divideva in due, da una parte Usa e Urss, superpotenze guerrafondaie che si dividevano il mondo e facevano la guerra. In altri termini superpotenze ben poco inclini alla democrazia o comunque non certo dalla parte della democrazia partecipata di chi lavora.

Nell’ambito invece del nostro piccolo orticello italiano (l’Europa non esisteva) da un lato stavano i padroni (con i preti dalla loro parte), dall’altro i lavoratori e il bastone stava nelle mani dei primi per cui bisognava stare attenti a come ci si muoveva (lavorare ‘sotto traccia’) perché a rimetterci eravamo sempre e soltanto “noi”.

Immigrato sardo davanti al grattacielo Pirelli

Quando, al telegiornale, ho visto immagini di quei ragazzi che a Valle Giulia si scontravano con la polizia, ho fatto fatica a capire: erano tutti in giacca e cravatta, avevano i capelli corti e ben tagliati, erano appunto i figli della borghesia, di avvocati, medici, ingegneri, tutti ragazzi che studiavano all’Università per diventare (come sarebbero diventati) avvocati, giudici, medici, primari, ingegneri, cosa impensabile per “noi” figli di lavoratori per i quali l’accesso a quegli studi era ufficialmente precluso visto che i nostri genitori non potevano permettersi di iscriverci ai licei ipotecando almeno una decina d’anni di mantenimento agli studi.

Era insomma un’epoca di grandi discriminazioni. Ci stavano i palazzi popolari con i balconi a ringhiera e il bagno in comune con i vestiti lavati che riempivano di profumi (di sudore) tutti gli anfratti del caseggiato oltre agli effluvi del minestrone col brodo fatto col dado aromatizzato. Per gli “altri” i grattacieli, le ville con piscina, le visite alla fabbrica in elicottero.

In fabbrica c’erano i guardiani che controllavano quante volte un operaio andava in bagno, vigilando che non fumassero non perché il fumo facesse male e il padrone pensasse alla tua salute ma perché fumare faceva perdere tempo. In Fiat a Torino i Re.Po. compilavano schede a punti: 3 punti per operai Cgil o addirittura Pci, da eliminare. Per l’assunzione serviva oltre all’adeguata raccomandazione, il parere del parroco e il visto dei Carabinieri.

Il mio ’68? Mamma e papà lavoravano e mi hanno mandato a dopo scuola dai Gesuiti per istruirmi meglio, specie in matematica. Uno di loro (non ricordo il nome), proprio l’insegnante di matematica, un giorno mi prese da parte e, indicandomi un ragazzo, mi disse “stai attento, i suoi genitori sono comunisti“. Vade retro, falce e martello!

Assalto all’Università Statale occupata. Milano

In via Caccialupo ancora oggi c’è una caserma dei Carabinieri. Un giorno passavo in quella via dove tra l’altro alloggiavano gli ufficiali americani della Nato di stanza all’aereoporto militare di San Damiano. Un milite ai miei occhi un pò avanti con gli anni mi disse “stai attento ai socialisti, sono furbi quelli, stanno al governo con i democristiani ma fanno gli interessi dei rossi“. I rossi equivalevano agli operari e ai lavoratori.

Il mio ’68. Due anni dopo, in seconda superiore, a ragioneria, il mio primo sciopero finiva all’assemblea nel salone della Camera del Lavoro messa a disposizione dal sindacato Cgil, passando di fronte ai questurini abbardati con caschi, scudi e manganelli. Tre anni ancora e il governo a partecipazione socialista avrebbe aperto la possibilità di iscrizione all’università anche per “noi” figli di operai e lavoratori. Contemporaneamente approvava lo ‘Statuto dei lavoratori’ che cambiava la vita nelle grandi fabbriche riconoscendo appunto i diritti dei lavoratori. Eravamo sdoganati.

Sesto San Giovanni (Milano)

Il diavolo nel convento delle suore: la storia di suor Madeleine de Demandolx de la Palude

Incontro galante tra un monaco e una suora

Nei primi anni del 1600 una giovane suora orsolina di nome Madeleine de Demandolx de la Palud, che sembra fosse stata amante di  Padre Louis Gaufridi, un amico della sua famiglia, inviata in convento a Marsiglia prima e nella lontana Aix-en-provence poi proprio per allontanarla dal prete, a 19 anni cominciò ad avere attacchi, gridando oscenità, e affermando di essersi impegnata in osceni atti sessuali con demoni e streghe. Iil suo corpo era contorto e in un accesso di rabbia distrusse un crocifisso.

La pratica del convento comune all’epoca prescriveva un esorcismo per bandire i demoni di Madeleine. Non solo i primi tentativi furono vani, ma ulteriori tentativi portarono ad accuse nei confronti di padre Gaufridi, accusato di essere un adoratore del diavolo che l’aveva copulata da quando aveva 17 anni. Altre suore furono presto possedute dai demoni e alla fine dell’anno quel numero era salito a otto. Suor Louise Capeau era considerata la più afflitta; i suoi vaneggiamenti e le contorsioni fisiche erano più orribili di quelli di Madeleine.

Possessioni demoniache

Un esorcista fiammingo, padre Domptius, fu chiamato a continuare i tentativi di rimuovere i demoni dalle suore possedute. Durante questo periodo, la posseduta suor Louise Capeau insistette a voce alta sul fatto che Gaufridi avesse commesso ogni forma immaginabile di perversione sessuale. Nel 1611 Gaufridi fu portato davanti ad un tribunale di Aix.

Durante iI processo Madeleine e Louise hanno tenuto comportamenti che, per gli standard del XVII secolo, erano considerati evidenza di uno stato avanzato di possessione demoniaca. La condanna del prete, dopo confessioni ottenute con una serie di torture fisiche e mentali, era scontata. A nulla servirono le ritrattazioni in aula, per l’Inquisizione e per i cristiani la sentenza non poteva che essere la condanna a morte con il fuoco.

Opera di Heinrich Lossow

Il 30 aprile 1611 fu il giorno dell’esecuzione di Padre Gaufridi. Con la testa e i piedi nudi, una corda intorno al collo, Gaufridi ha chiesto ufficialmente il perdono di Dio. Al prete fu concessa la grazia dello strangolamento prima che il suo corpo fosse ridotto in cenere.

Suor Madeleine Demandolx de la Palud ha invece rinunciato a Dio e ai santi davanti alla chiesa, e immediatamente dopo l’esecuzione di Gaufridi è stata improvvisamente libera da ogni possesso. La sua compagna demoniaca, Suor Louise Capeau, invece fu posseduta fino alla sua morte. Entrambe le sorelle furono bandite dal convento, ma Madeleine rimase sotto la sorveglianza dell’Inquisizione. Fu accusata di stregoneria nel 1642 e di nuovo nel 1652. Durante il suo secondo processo, Madeleine fu nuovamente trovata con il marchio del Diavolo e fu condannata al carcere. In età avanzata, fu rilasciata sotto la custodia di un parente e morì nel 1670 all’età di 77 anni.

Danza delle streghe, olio su tela di Lando Landozzi

 

14 aprile 1958: rientra dallo spazio lo Sputnik 2 con a bordo Laika, “piccolo abbaiatore”

Primo essere vivente terrestre ad entrare nello spazio il 3 novembre 1957, ha viaggiato per centosessantadue giorni ma in realtà era morta dopo appena 5 ore dal lancio (forse per arresto cardiaco, forse per problemi tecnici nell’impianto di riscaldamento) tanto da rendere quasi inutile da punto di vista scientifico la missione (studiare appunto gli effetti della permanenza nello spazio di un essere vivente).

Il suo vero nome era Kudrjavka, “ricciolina”. Il nome con cui è nota in Occidente deriva da un fraintendimento tra un giornalista occidentale e una responsabile della missione. Il giornalista chiese quale fosse il nome del cane, ma l’intervistata capí che la domanda si riferisse alla razza, e rispose “Laika”. I laika sono cani siberiani simili agli husky, e fu scelta questa razza perché molto resistente alle condizioni estreme, specialmente alle basse temperature. 

Il satellite come si diceva rientrò in atmosfera 5 mesi più tardi, il 14 aprile 1958, dopo aver compiuto 2.570 giri intorno alla Terra. Il satellite andò completamente distrutto durante il rientro poiché privo di schermo tecnico di protezione.

Perché un essere vivente lanciato nello spazio tornasse sano e salvo bisognava aspettare il 20 agosto 1960 quando le cagne Belka e Strelka rientrarono a terra da una missione spaziale a bordo del satellite Sputnik 5.

Piacenza: “Nessun tocchi quella lapide!” Non si cancella la memoria di quanti hanno combattuto per la nostra democrazia

Piacenza, piazzale Velleia: la lapide che ricorda i due giovani partigiani fucilati dai tedeschi il 26 aprile 1945, due giorni prima della Liberazione della città

Due giorni prima della Liberazione di Piacenza, il 26 aprile 1945, due giovani partigiani, Renato Gatti (nato il 16 marzo 1926) e Carlo Alberici (nato il 16 marzo 1922), sono stati fucilati alle porte della città dai tedeschi in fuga.

Ancora oggi una lapide a loro ricordo è posta sul muro di cinta dell’area ex Mazzoni in piazzale Velleia.

I capannoni e il muro dell’area verranno abbattuti (così ha decretato di recente il Consiglio Comunale a maggioranza di centrodestra) per far spazio ad un nuovo supermercato, il terzo collocato a poche decine di metri da altri due che già determinano un traffico notevole nella zona. Ma non di questo voglio parlare.

Quel che voglio affermare è evidente: nessun tocchi quella lapide!!!

E nell’occasione riporto la lettera che hanno ricevuto le famiglie dei due giovani pochi giorni dopo l’avvenuta Liberazione dal nazifascismo:

“Care famiglie Gatti e Alberici,

sono un caro amico di Renato e di Carlo. È con gigantesca tristezza che vi comunico che a causa di una grandissima sfortuna i vostri figli sono stati vittime di una fucilazione.

Molti di noi, quando hanno iniziato a nascondersi tra le colline e le montagne, erano consapevoli del rischio a cui stavano andando incontro ma, convinti di fare ciò che più era giusto, erano pronti a una morte prematura. Soltanto pochi, però, si erano preparati alla sofferenza della perdita di amici e io non sono uno di quelli e adesso soffro come mai ho sofferto nella mia vita e sono accanto a tutti voi che piangete per la perdita dei nostri meravigliosi ragazzi.

Tutto è avvenuto di sera , eravamo ormai rilassati poiché consapevoli che entro pochi giorni avremmo potuto smettere di nasconderci e avremmo potuto ricominciare le nostre vite a casa con le famiglie. Questa probabilmente è la causa della morte di Carlo e di Renato. Ci trovavamo nel buio appena fuori città quando vedemmo i tedeschi. Non riesco ancora a spiegarmi quale sia il motivo per cui si trovassero lì: fu casualità, una soffiata o furono attratti da qualcosa? Io ero rimasto indietro con un altro piccolo gruppo di persone, quando i tedeschi iniziarono a fare fuoco, potemmo vedere i nostri compagni scappare da tutte le parti. Io rimassi immobile scioccato e feci in tempo a vedere Carlo e Renato fuggire nella stessa direzione prima di essere scrollato da un mio compagno e cominciare, anch’io, a sparare fuggendo. Ormai sapevo di essere in salvo, ero lontano ma potevo ancora udire il rumore degli spari. Rimasi in ascolto e quando non udii più nulla mi diressi nel luogo vicino allo scontro. C’eravamo tutti tranne Renato e Carlo. Li aspettammo tutta la notte e, a notte inoltrata, ci dividemmo in piccoli gruppi a cercarli. Fui proprio io a riconoscere i corpi, ancora circondati dagli ultimi tedeschi, grazie al fazzoletto rosso che Carlo stringeva in mano. Il fazzoletto a cui era tanto affezionato e che stringeva per sentirsi più vicino a voi.

Soffro a raccontarvi quanto accaduto ma mi sembra giusto che voi conosciate tutto. Ero molto legato a loro, erano persone fantastiche, si volevano un gran bene a vicenda e riuscivano ad andare avanti l’uno con l’aiuto dell’altro. Per questo probabilmente hanno deciso di volare via insieme.

Le più sentite condoglianze

Marco”

Gli uomini dell’VIII Brigata della Divisione “Piacenza” al comando di Enrico Rancati entrano in città la mattina del 28 aprile 1945

 

 

“Ieri, a Cerignale, 725 m s.l.m., l’amica neve”, immagini e ricordi da fb di Massimo Castelli, Sindaco

Cerignale, foto di Massimo Castelli (Sindaco)

Ieri ero nel mio paesello sotto un fitta nevicata, nelle viuzze interne solo silenzio e coltre bianca che ricopre tutto. E li in quel momento sono sprofondato nel tempo della mia infanzia, di quando ho iniziato la prima elementare, 1 ottobre 1968. Ai primi freddi il mio papà dopo aver aperto il bar dava un ciocco di legna a me e mio fratello per far fuoco a scuola. Arrivati in aula i ragazzi di 5^ elementare accedevano il fuoco e tutti gli altri, sotto le indicazioni della mitica maestra Molinelli facevano ginnastica, ottima per la salute e per riscaldarsi prima che la stufa facesse caldo.

Cerignale, appennino piacentino, 725 m s.l.m., foto di Massimo Castelli, Sindaco

Alla prima neve era una festa, tutti a giocare sotto la neve. Non esistevano pile né super abbigliamenti termici ma solo il maglione di lana, pantaloni di velluto e calze e guanti fatti dalla nonne. Dopo poco tempo eravamo fradici ma felici e allora la neve veniva per davvero. Finite le elementari giù a Ottone per frequentare le medie. Tutti in piazza alle 7 magari con – 10° ad ad aspettare il Ford transit dei mitici fratelli Rettagliata Nandino e Riccardo che con ogni tempo puntuali arrivavano a prenderci. In tre anni di medie un solo.giorno, causa una nevicata nella notte da un metro il pulmino non apparve nella ditratta di “bocca ingordia”. Fu una festa niente scuola e giochi nella neve.

Cerignale, foto di Massimo Castelli (Sindaco)

In casa i vecchi ci dicevano sotto la neve il pane. Riconoscevano a quella coltre bianca che causa disagi e freddo un compito fondamentale un amica del contadino. Di ritorno da ottone con la neve sulla strada il Ford transit alla curva del “ Girello” si piantava e allora? E allora tutti giù e i più grandi a spingere il mezzo, come la cosa più naturale del mondo.

Cerignale, foto di Massimo Castelli (Sindaco)

Di ritorno da questi pensieri sprofondati nella mia infanzia.. vada nel negozio della Bruna.. acquisto Libertà (quotidiano di Piacenza, ndr). Sembra un bollettino di guerra, scuole chiuse strade chiuse. Per 20 cm di neve. La riflessione è questa: come siamo riusciti a trasformare un elemento naturale della montagna come la neve in una calamità naturale? Per la gente della montagna la neve era considerata un’amica fredda ma indispensabile per avere acqua e buoni raccolti. Per i bimbi era una festa e nessuno si sognava di chiudere la scuola per neve. Si andava si montavano le catene e i 20 gradi a scuola a Cerignale si raggiungevano a mezzogiorno quando era ora di andare a casa. Il dovere e la responsabilità era il primo insegnamento partendo dal fatto che tutto non è dovuto e la neve non fermava nessuno. Dopo aver scritto tutto ciò mi sento vecchio figlio di un altro mondo, figlio del 900 e non del 2000. Sì, ho nostalgia della mia infanzia del mio paese vivo e della neve considerata pane dai grandi e gioco per i bambini.

Cerignale, foto di Massimo Castelli (Sindaco)

 

23 febbraio 1909: la prima giornata della donna negli Stati Uniti

La festa della donna andrebbe celebrata il 23 febbraio

La “Giornata Internazionale della Donna” è una festa universalmente conosciuta che ha origini statunitensi e russe e risale ai primi del Novecento.
Quello che non tutti sanno è che la prima non si celebrò l’8 marzo, bensì il 23 febbraio.
Nella primavera del 1908 il Partito Socialista di Chicago organizzò una conferenza dedicata alle donne, incentrato sul loro sfruttamento, le discriminazioni sessuali e il diritto di voto.
Alla fine di questo evento si decise di istituire il “Woman’s Day” l’ultima domenica di febbraio.
Così l’anno successivo, il 23 febbraio 1909, si celebrò la prima festa delle donne.

La ricorrenza venne poi interrotta dalla prima guerra mondiale in tutti i paesi belligeranti, finché a San Pietroburgo, l’8 marzo 1917 le donne della capitale guidarono una grande manifestazione antizarista e antibelligerante.
In ricordo delle protagoniste di quella marcia, qualche anno più tardi a Mosca, la Seconda Conferenza Internazionale delle Donne Comuniste fissò all’8 marzo la “Giornata Internazionale dell’Operaia”.
Poi, nel 1977, arrivò l’ufficializzazione delle Nazioni Unite, che invitarono tutti i Paesi a dichiarare l’8 marzo “Giornata delle Nazioni Unite per i Diritti delle Donne e la Pace Internazionale”.

17 febbraio 1992: arrestato Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio, socialista, mariuolo isolato secondo Bettino Craxi. Inizia così Tangentopoli

Mario Chiesa (Milano, 12 dicembre 1944) politico, dirigente d’azienda italiano, esponente milanese del Partito Socialista Italiano, il 17 febbraio 1992, quando ricopriva la carica di presidente del Pio Albergo Trivulzio, poco dopo le 17.30 venne colto in flagrante mentre accettava una tangente di sette milioni di lire dall’imprenditore Luca Magni, che gestiva una piccola società di pulizie e che voleva assicurarsi la vittoria nell’appalto per le pulizie dell’ospizio. In seguito a richieste sempre più esose, il piccolo imprenditore Magni aveva contattato il magistrato Antonio Di Pietro per denunciare il presidente Chiesa e insieme decisero di incastrarlo. Si trattò del primo arresto dell’inchiesta di Mani pulite che sfocerà in Tangentopoli. In seguito all’arresto, Chiesa venne espulso dal PSI e il segretario del partito socialista Bettino Craxi, il 3 marzo 1992, intervistato al TG3, definì Chiesa un mariuolo, sottolineando che il PSI milanese era composto di persone oneste (la realtà, lo sappiamo, era ben diversa e lo scandalo che uscì dalle indagini, rivelando il malaffare tra politica e imprenditoria porterà alla fine della Prima Repubblica e allo scioglimento del Psi, dei partiti laicisti e della Dc).

Mario Chiesa con Bettino Craxi

Quanto a Chiesa, laureato in ingegneria, iniziò a fare politica in una sezione del PSI di Quarto Oggiaro, nel quartiere Musocco-Vialba. Inizialmente vicino alla corrente di Francesco De Martino, successivamente si era avvicinato prima a Carlo Tognoli e poi a Paolo Pillitteri. Nel 1970 era stato nominato capogruppo del PSI nel consiglio provinciale di Milano; nel 1972 visto che la società per cui lavorava era intenzionata a mandarlo all’estero, attraverso il giro di conoscenze del partito socialista riuscì ad avere un posto di direttore tecnico all’ospedale Sacco di Milano. Nel 1980 fu assessore ai Lavori Pubblici del comune di Milano, e nel 1985 all’Edilizia Scolastica. Nel febbraio 1986 riuscì a ottenere la presidenza del Pio Albergo Trivulzio. Dal 1989 si mise in proprio, con l’obiettivo di diventare sindaco di Milano, abbandonando i vecchi protettori e legandosi alla famiglia Craxi: nelle elezioni amministrative del 1990 Chiesa in cambio della riconferma alla presidenza del Pio Albergo Trivulzio sostenne Bobo Craxi, figlio del segretario socialista.

Dopo l’arresto gli inquirenti scoprirono, grazie alla testimonianza della sua ex-moglie Laura Sala, diversi conti bancari in Svizzera, con diversi miliardi di lire intestati alla sua segretaria. Dopo cinque settimane di carcere, il 23 marzo 1992, Chiesa decise di parlare. L’interrogatorio durò più di una settimana e il 2 aprile 1992 gli vennero concessi gli arresti domiciliari. Lo stesso Bettino Craxi, in qualità di leader del PSI, definì Mario Chiesa un mariuolo isolato, una scheggia impazzita di un Partito Socialista che altrimenti – a suo dire – doveva essere integro.

Il magistrato Antonio Di Pietro

Scontata la pena, Chiesa si riavvicinò all’ambiente politico partecipando a convegni pubblici della Compagnia delle Opere, associazione imprenditoriale legata a Comunione e Liberazione. Il 31 marzo 2009 venne arrestato di nuovo, con l’accusa di essere stato il collettore delle tangenti nella gestione del traffico illecito di rifiuti nella Regione Lombardia. È stato definito “L’uomo del 10%” in quanto avrebbe avuto la capacità di far lievitare i costi di smaltimento dei rifiuti di un decimo rispetto al valore raggiunto a fine gara (d’appalto)