14 luglio 1938: sul Giornale d’Italia l’articolo “il fascismo e i problemi della razza”. Diventerà il “Manifesto della razza”

14 luglio 1938. Il governo fascista fa pubblicare uno studio in cui si afferma l’esistenza della razza pura italiana alla quale gli ebrei non appartengono. Il documento diffuso in forma anonima sul Giornale d’Italia con il titolo “il fascismo e i problemi della razza” diventa in seguito il “Manifesto della razza” italiano.

(Da “La difesa della razza”, direttore Telesio Interlandi, anno I, numero 1, 5 agosto 1938, p. 2).

Il ministro segretario del partito ha ricevuto, il 26 luglio XVI, un gruppo di studiosi fascisti, docenti nelle università italiane, che hanno, sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare, redatto o aderito, alle proposizioni che fissano le basi del razzismo fascista.

1. Le razze umane esistono. La esistenza delle razze umane non è già una astrazione del nostro spirito, ma corrisponde a una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi. Questa realtà è rappresentata da masse, quasi sempre imponenti di milioni di uomini simili per caratteri fisici e psicologici che furono ereditati e che continuano ad ereditarsi.

Dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori o inferiori, ma soltanto che esistono razze umane differenti.

2. Esistono grandi razze e piccole razze. Non bisogna soltanto ammettere che esistano i gruppi sistematici maggiori, che comunemente sono chiamati razze e che sono individualizzati solo da alcuni caratteri, ma bisogna anche ammettere che esistano gruppi sistematici minori (come per es. i nordici, i mediterranei, i dinarici, ecc.) individualizzati da un maggior numero di caratteri comuni. Questi gruppi costituiscono dal punto di vista biologico le vere razze, la esistenza delle quali è una verità evidente.

3. Il concetto di razza è concetto puramente biologico. Esso quindi è basato su altre considerazioni che non i concetti di popolo e di nazione, fondati essenzialmente su considerazioni storiche, linguistiche, religiose. Però alla base delle differenze di popolo e di nazione stanno delle differenze di razza. Se gli Italiani sono differenti dai Francesi, dai Tedeschi, dai Turchi, dai Greci, ecc., non è solo perché essi hanno una lingua diversa e una storia diversa, ma perché la costituzione razziale di questi popoli è diversa. Sono state proporzioni diverse di razze differenti, che da tempo molto antico costituiscono i diversi popoli, sia che una razza abbia il dominio assoluto sulle altre, sia che tutte risultino fuse armonicamente, sia, infine, che persistano ancora inassimilate una alle altre le diverse razze.

4. La popolazione dell’Italia attuale è nella maggioranza di origine ariana e la sua civiltà ariana. Questa popolazione a civiltà ariana abita da diversi millenni la nostra penisola; ben poco è rimasto della civiltà delle genti preariane. L’origine degli Italiani attuali parte essenzialmente da elementi di quelle stesse razze che costituiscono e costituirono il tessuto perennemente vivo dell’Europa.

5. È una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici. Dopo l’invasione dei Longobardi non ci sono stati in Italia altri notevoli movimenti di popoli capaci di influenzare la fisionomia razziale della nazione. Da ciò deriva che, mentre per altre nazioni europee la composizione razziale è variata notevolmente in tempi anche moderni, per l’Italia, nelle sue grandi linee, la composizione razziale di oggi è la stessa di quella che era mille anni fa: i quarantaquattro milioni d’Italiani di oggi rimontano quindi nella assoluta maggioranza a famiglie che abitano l’Italia da almeno un millennio.

6. Esiste ormai una pura “razza italiana”. Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico-linguistico di popolo e di nazione ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l’Italia. Questa antica purezza di sangue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana.

7. È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti. Tutta l’opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l’indirizzo ariano-nordico. Questo non vuole dire però introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco come sono o affermare che gli Italiani e gli Scandinavi sono la stessa cosa. Ma vuole soltanto additare agli Italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze extra-europee, questo vuol dire elevare l’Italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità.

8. È necessario fare una netta distinzione fra i Mediterranei d’Europa (Occidentali) da una parte gli Orientali e gli Africani dall’altra. Sono perciò da considerarsi pericolose le teorie che sostengono l’origine africana di alcuni popoli europei e comprendono in una comune razza mediterranea anche le popolazioni semitiche e camitiche stabilendo relazioni e simpatie ideologiche assolutamente inammissibili.

9. Gli ebrei non appartengono alla razza italiana. Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in generale è rimasto. Anche l’occupazione araba della Sicilia nulla ha lasciato all’infuori del ricordo di qualche nome; e del resto il processo di assimilazione fu sempre rapidissimo in Italia. Gli ebrei rappresentano l’unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani.

10. I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli Italiani non devono essere alterati in nessun modo. L’unione è ammissibile solo nell’ambito delle razze europee, nel quale caso non si deve parlare di vero e proprio ibridismo, dato che queste razze appartengono ad un ceppo comune e differiscono solo per alcuni caratteri, mentre sono uguali per moltissimi altri. Il carattere puramente europeo degli Italiani viene alterato dall’incrocio con qualsiasi razza extra-europea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani.

Elenco dei 10 scienziati italiani firmatari del manifesto della razza
  • Lino Businco, Assistente cattedra di patologia generale Università di Roma
  • Lidio Cipriani, Professore incaricato di Antropologia all’Università di Firenze
  • Arturo Donaggio, Direttore della Clinica Neuropsichiatrica dell’Università di Bologna, Presidente della Società Italiana di Psichiatria
  • Leone Franzi, Assistente nella Clinica Pediatrica dell’Università di Milano
  • Guido Landra, Assistente alla cattedra di Antropologia all’Università di Roma
  • Nicola Pende, Direttore dell’Istituto di Patologia Speciale Medica dell’Università di Roma
  • Marcello Ricci, Assistente alla cattedra di Zoologia all’Università di Roma
  • Franco Savorgnan, Professore Ordinario di Demografia all’Università di Roma, Presidente dell’Istituto Centrale di Statistica
  • Sabato Visco, Direttore dell’Istituto di Fisiologia Generale dell’Università di Roma, Direttore dell’Istituto Nazionale di Biologia presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche
  • Edoardo Zavattari, Direttore dell’Istituto di Zoologia dell’Università di Roma.
Tra le successive adesioni al manifesto spiccano quelle di personaggi illustri – o destinati a diventare tali – come, ad esempio, Giorgio Almirante, Piero Bargellini, Giorgio Bocca, Galeazzo Ciano, Amintore Fanfani, Agostino Gemelli, Giovanni Gentile, Luigi Gedda, Giovannino Guareschi, Mario Missiroli, Romolo Murri, Giovanni Papini, Ardengo Soffici, Giuseppe Tucci.

Accadde oggi: 7 luglio 1960, Reggio Emilia, la polizia carica, 5 operai sul selciato, decine i feriti

Un agente di polizia si inginocchia, prende la mira e spara su uno dei manifestanti fermo in mezzo ai giardini: è Afro Tondelli, ex partigiano

57 anni fa la Polizia carica e spara sulla folla riunita per una manifestazione antifascista. 5 operai tra i 19 e i 40 anni muoiono. I manifestanti protestavano contro l’appoggio esterno del MSI al governo democristiano guidato da Fernando Tambroni.

La sera del 6 luglio la CGIL reggiana proclamò lo sciopero cittadino di protesta contro le violenze dei giorni precedenti. La prefettura proibì gli assembramenti nei luoghi pubblici e concesse unicamente i 600 posti della Sala Verdi per lo svolgimento del comizio.

L’indomani il corteo di protesta era composto da circa 20.000 manifestanti. Un gruppo di circa 300 operai delle Officine Meccaniche Reggiane decise quindi di raccogliersi davanti al monumento ai Caduti, cantando canzoni di protesta.

Alle 16.45 del pomeriggio una carica di un reparto di 350 poliziotti, al comando del vice-questore Giulio Cafari Panico, investe la manifestazione pacifica. Anche i carabinieri partecipano alla carica. Incalzati dalle camionette, dai getti d’acqua e dai lacrimogeni, i manifestanti cercano rifugio nel vicino isolato San Rocco, per poi barricarsi letteralmente dietro ogni sorta di oggetto trovato, seggiole, assi di legno, tavoli dei bar e rispondendo alle cariche con lancio di oggetti. Respinte dalla disperata resistenza dei manifestanti, le forze dell’ordine impugnano le armi da fuoco e cominciano a sparare.

Sul selciato della piazza caddono Lauro Farioli (1938), operaio di 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bambino. Ovidio Franchi (1941), operaio di 19 anni, il più giovane dei caduti. Marino Serri (1919), pastore di 41 anni, partigiano della 76a, primo di sei fratelli. Afro Tondelli (1924), operaio di 36 anni, partigiano della 76a SAP, è il quinto di otto fratelli. Emilio Reverberi (1921), operaio di 39 anni, partigiano nella 144a Brigata Garibaldi, era commissario politico nel distaccamento “G. Amendola”.

Furono sparati 182 colpi di mitra, 14 di moschetto e 39 di pistola e una guardia di PS dichiarò di aver perduto 7 colpi di pistola.

Sedici furono i feriti “ufficiali”, ovvero quelli portati in ospedale perché ritenuti in pericolo di vita, ma molti altri preferirono curarsi “clandestinamente”, allo scopo di non farsi identificare.

La bara di Ovidio Franchi

Articolo tratto dal sito http://gabriellagiudici.it/

Accadde il 26 giugno 1980: nei cieli di Ustica un DC9 dell’Itavia colpito da un missile. 81 morti. Verità ancora sconosciuta

In occasione del tragico ricordo di un mistero ancora taciuto riportiamo l’articolo tratto dal sito ‘Noi e gli extraterrestri

Uno dei casi di copertura e di depistaggio più vergognosi della storia europea è quello effettuato sull’incidente avvenuto nei cieli di Ustica al DC-9 IH 780 della compagnia Itavia il 27/6/1980. Su questo caso i servizi segreti hanno fatto velocemente sparire tutte le prove ed i testimoni che potessero provare che il DC9 è stato abbattuto da forze NATO ed hanno inserito notevoli elementi di depistaggio. Tuttavia molte prove e testimoni non si è riusciti a farli sparire e questo ha reso possibile ricostruire cosa è realmente successo. Dalle testimonianze di personale militare e dai tracciati radar risulta che mentre il DC9 Itavia volava da Bologna a Palermo, uno-due misteriosi veicoli aerei si sono nascosti sotto il DC9 per confondere le tracce sugli schermi radar e lo hanno accompagnato per un lungo tratto fino a quando ha avuto inizio un’azione di attacco da parte di forze NATO. Infatti i radar della difesa NATO rilevano la presenza dei misteriosi oggetti volanti e dalli basi aeree NATO partono caccia ricognitori, aerei per la guerra elettronica ed almeno un aereo radar AWACS. Inoltre partono verso gli oggetti misteriosi la portaerei francese Clemenceau ed un sottomarino francese dotato di missili terra-aria. Questo sottomarino viene scelto per condurre l’attacco o perché è molto vicino alla zona di passaggio dei veicoli misteriosi, o perché è un sottomarino non è rilevabile da nessun sistema di rilevamento conosciuto e quindi è l’unica unità in grado di apportare un attacco a sorpresa ai veicoli aerei misteriosi.

Intanto dalle basi militari libiche parte un caccia Mig-23 con lo scopo di investigare sulla natura dei veicoli misterioso per cui le forze NATO stanno effettuando una caccia senza precedenti, caccia rilevata dai radar libici e dalle intercettazioni radar.

Alle 20.59 e 45 secondi, come confermato da un ex militare italiano che partecipò direttamente all’operazione, l’aereo radar AWACS segnala al sottomarino francese i dati necessari per il lancio di missili verso gli oggetti volanti sconosciuti e subito uno-due missili vengono esplosi sott’acqua dal sottomarino francese verso i misteriosi bersagli che si trovano vicino al DC9. I missili colpiscono il bersaglio ed infatti esplodono vicino al DC9, causandone l’esplosione del reattore di destra che provoca uno squarcio nella fiancata dell’aereo e danni agli impennaggi di coda. Alcuni passeggeri vengono risucchiati fuori dall’aereo e si sfracellano sulla superficie del mare, mentre l’aereo riesce ad effettuare un ammaraggio di fortuna.

Un oggetto misterioso è quindi stato colpito, ma non abbattuto. Infatti quest’oggetto, di forma affusolata, di dirige dal mare verso le montagne della Sila, volando però in modo irregolare (scodinzolando ed avvitandosi continuamente) a causa dei danni subiti dai missili del sottomarino francese. Molte persone, come i coniugi Maffini, avvistano lo stranissimo oggetto volante dirigersi verso le montagne della Sila. Intanto il Mig-23 continua l’inseguimento dell’oggetto luminoso per 300 km nell’entroterra calabrese fino a che raggiunge il misterioso oggetto in difficoltà: improvvisamente qualcosa provoca lo svenimento del pilota libico e così il Mig-23 precipita sui monti della Sila, dove viene poi ritrovato con ancora carburante nei serbatoi e con il pilota ancora al suo posto che non si era catapultato fuori poiché era per l’appunto svenuto.


Nel frattempo partono, tra gli altri, gli aerei della Marina con lo scopo di localizzare la zona dove era precipitato il DC-9. In particolare, il pilota della Marina Militare Italiana Sergio Bonifacio con un aereo ricognitore marino localizza dieci ore dopo l’incidente il DC-9 che galleggiava a pelo d’acqua sostanzialmente integro. Bonifacio riferì tutto via radio e per un’ora sorvolò la zona. Ad un tratto costui individuò a poca distanza dal relitto una strana sagoma, e poco dopo vide l’esplosione del DC-9. A quel punto l’aereo si inabissò velocemente e poi cominciarono a salire a galla cuscini e cadaveri. Dall’esame dei cadaveri recuperati risulta che i passeggeri erano sopravvissuti all’ammaraggio, che erano abbigliati in modo da essere pronti per essere salvati e che hanno subito la lacerazione del timpano destro a causa dell’esplosione avvenuta quando l’aereo galleggiava. Successivamente si provvedè a far scomparire più tracciati radar possibili, oltre alla seconda scatola nera, in pratica quella decisiva perché per le sue speciali caratteristiche aveva registrato tutto quello che era successo.

Inoltre, si è provveduto a zittire chi avrebbe potuto parlare e lo si è fatto o minacciandoli, o licenziandoli, o facendoli morire in “apparenti” incidenti. Infatti il radarista Stefano De Clara che assistette via radar alla vicenda è stato ucciso inscenando un falso suicidio, mentre i piloti Nutarelli e Naldini che giunsero per prima nelle vicinanze del DC9 Itavia, furono uccisi durante una show delle frecce tricolori a Ramstein con il sabotaggio del loro aereo in modo che la loro morte passasse per un incidente. Queste persone sono solo alcune delle molte che furono uccise senza pietà perché sapevano la verità, persone tra le quali bisogna includere i piloti, l’equipaggio e i passeggeri del DC9 Itavia. Oltre tutto ciò, si è provveduto a diffondere moltissime dichiarazioni e prove false con lo scopo di depistare da ciò che era realmente accaduto. A tale proposito valgono le conclusioni del giudice Priore che dopo una lunghissima indagine è pervenuto alla certezza che sulla tragedia di Ustica ci fu un depistaggio devastante.
Chi ha voluto ed attuato tutto questo ha lasciato dietro di sé una scia indelebile che lo fa identificare come un’organizzazione senza scrupoli capace di manovrare a suo piacimento le forze politiche, militari e civili dei paesi della NATO e sicuramente anche dei paesi del resto del mondo. Inoltre, considerando che personale militare e civile è stato ucciso senza pietà, che un aereo pieno di persone è stato fatto saltare in aria senza scrupoli, che si è uccisi due piloti in una manifestazione aerea causando una strage tra gli spettatori presenti, che si è licenziato e ridicolizzato gli altri testimoni, che dopo tanti anni la verità viene ancora coperta con ogni mezzo e soprattutto considerando che la verità su altri incidenti in operazioni militari è sempre venuta a galla: allora è logico chiedersi qual è quella cosa per cui si è ucciso senza pietà un numero così elevato di persone e soprattutto quale cosa vale un prezzo del silenzio così alto? Qual è quella cosa la cui rivelazione avrebbe danneggiato gravemente coloro che hanno voluto la copertura ad ogni costo?

Per quanto ci si sforzi, non è possibile immaginare nulla che valga una copertura totale dal prezzo così alto, copertura che continua fino ad oggi e che probabilmente continuerà fino a che l’incidente di Ustica non sarà dimenticato per sempre.
Nota: Alcuni elementi fanno ritenere che il Mig-23 ritrovato sulla Sila sia un’operazione di depistaggio ordita dall’intelligence italiana ed americana.Nota2: Il livello di segretezza e di copertura del caso Ustica è senza precedenti e senza senso, dato che si sono verificati abbattimenti errati di aerei civili da parte di forze militari e non si è mai fatta una copertura del genere. Quindi dietro c’è ben più che l’abbattimento di un aereo civile per errore da parte dei militari. Per quanto possa sembrare strano, il livello di segretezza, di copertura e di depistaggio rientra nello stile tipico utilizzato quando ci sono di mezzo gli UFO.

Accadde oggi: 18 giugno 1885, la Statua della Libertà arriva nel porto di New York

Il giorno dell’inaugurazione, nel 1886 (illustrazione da ‘Illustrated London news’)

19 giugno del 1885, la Statua della Libertà, realizzata in Francia, arriva nel porto di New York.

Si tratta di una copia poichè l’originale, insieme ad altre quattro copie, lo si trova a Parigi, sulla Senna. La prima pietra per le fondamenta (queste realizzate dagli americani) è stata posata invece su Bedloe’s Island, a New York il 5 agosto 1884,all’entrata del porto sul fiume Hudson, al centro della baia di Manhattan.

Una curiosità: durante l’inaugurazione, nel 1886, furono distribuite alcune miniature della statua, fabbricate dalla società francese Gaget, Gauthier & Co. Per la difficoltà di pronuncia della parola Gaget, gli americani la trasformarono nella nota parola gadget.

La libertà che illumina il mondo“, in inglese “Liberty enlightening the world” e in francese “La liberté éclairant le monde”, nota come “Statua della Libertà”, è il monumento simbolo degli interi Stati Uniti d’America, regalo della Francia in simbolo di amicizia tgra i due paesi.

Ideale benvenuto a tutti coloro che arrivano negli USA, ma nel secolo precedente, per chi era alla ricerca di una vita migliore, un simbolo di benvenuto e di speranza.

Rappresenta una dea che indossa una lunga toga e tiene fieramente in una mano una fiaccola, simbolo del fuoco eterno della libertà, mentre con la sinistra stringe una tavola con la Dichiarazione d’Indipendenza Americana.

Ai piedi vi sono delle catene spezzate per indicare la liberazione dal potere dittatoriale e, in testa vi è una corona, le cui sette punte rappresentano i sette mari e i sette continenti.

Tra le opere che hanno ispirato il modello della statua, secondo diversi studiosi, c’è il dipindo di Eugène Delacroix “La Libertà che guida il popolo”, esposto al Museo del Louvre.

Gh’era una vota dell’editoriale Libertà: a gran sorpresa ritorna Psi-Pci, nel 1986 a giocarsela a pallone

Gh’era una vota, la vita dei piacentini nel passato, iniziativa editoriale del quotidiano Libertà, è una pubblicazione che ho acquistato ieri, ancora senza toglierla dal cellophane. Stamattina, invece, come di consueto ho acquistato il quotidiano e, sorpresa delle sorprese, cosa ti ritrovo uscita dagli archivi del quotidiano? L’immagine di quella partita, nel lontano 1986, dove le federazioni dei due partiti della sinistra, Psi e Pci, si sono affrontati sul campo di calcio.

Gh’era una vota, la vita dei piacentini nel passato. Il libro a disposizione nelle edicole a cura dell’editoriale Libertà

Come commentare? Indubbiamente un’emozione, l’emergere di ricordi lontani e, in qualche modo, il sentirsi protagonista della storia passata della mia città sia pure in un’avventura collettiva e non tanto come personaggio in quanto tale. Un grazie di cuore dunque agli autori, Giorgio Eremo e Cristiana Emiliani oltreché a Presidente e Vicepresidente dell’editoriale, rispettivamente Donatella Ronconi e Alessandro Miglioli.

Nella foto alcuni esponenti della squadra socialista, in maglia a strisce biancazzurre (stile l’Argentina di Diego Armando Maradona). Da sinistra Tonino Bussandri, Giovanni Passera, purtroppo non ricordo il nome del terzo compagno (credo esponente CGIL), Claudio Arzani in veste di allenatore

Come scrivo nella dida della foto il mio ruolo era quello di allenatore sia pure in seconda. Allenatore ufficiale era per diritto di ruolo nel Partito, il segretario della Federazione, Ivano Tagliaferri, che di calcio capiva una mazza per cui appunto sul campo il ruolo fu il mio in quanto esponente della Segreteria. Fu una partita divertente, erano in diversi a ‘masticar di football’ a partire da Gabriele Gualazzini (esponente PCI) che aveva calcato l’erba di San Siro. Non ricordo gli autori dei gol che furono due, uno per parte. Insomma, da bravi cuginetti la posta in palio fu divisa equamente e così, senza contrasti, livore, strascichi che avrebbero potuto condizionare l’azione comune sugli scranni comunali, la collaborazione amministrativa tra i due partiti nella nostra Piacenza potè proseguire serenamente con buona pace del nostro segretario nazionale Bettino Craxi.

4 giugno 1940: i nazisti entrano a Parigi

Le truppe dell’esercito nazista entrano a Parigi. il Terzo Reich occupa la capitale francese. Sui principali monumenti francesi, compresa la Tour Eiffel, sventola la bandiera con la croce uncinata.

La Francia è caduta. La Gran Bretagna è sola di fronte al nazismo trionfante, con lo spettro di un’invasione alle porte. Wiston Churchill va in Parlamento e pronuncia il discorso che segue.

“Io stesso ho piena fiducia che se tutti fanno il loro dovere, se nulla è trascurato, se si fanno buoni accordi, come ora sta avvenendo, potremo dimostrare ancora una volta a noi stessi di essere in grado di difendere la nostra Isola, di superare la tempesta della guerra, e di sopravvivere alla minaccia della tirannia, se necessario per anni, se necessario da soli.

In ogni caso, è quello che ci accingiamo a provare di fare. Questa è la volontà di ogni uomo del governo di Sua Maestà. Questa è la volontà del Parlamento e della Nazione. L’Impero britannico e la Repubblica francese, uniti tra loro nella loro causa e nelle loro necessità, difenderanno  fino alla morte il loro suolo natio, aiutandosi reciprocamente, come buoni compagni fino allo stremo delle loro forze. Anche se ampi tratti di Europa e molti vecchi e famosi Stati sono caduti o potranno cadere nella morsa della Gestapo e di tutti gli odiosi apparati del dominio nazista, non cederemo e non ci arrenderemo.

Andremo fino in fondo, combatteremo in Francia,
combatteremo sui mari e sugli oceani,
combatteremo con crescente fiducia e crescente forza nell’aria, noi difenderemo la nostra Isola, qualsiasi costo possa avere,
combatteremo sulle spiagge,
combatteremo nei luoghi di sbarco,
combatteremo nei campi e nelle strade,
combatteremo sulle colline;

Non potremo mai arrenderci, e anche se, cosa che per il momento non credo possibile, questa Isola o gran parte di essa sarà soggiogata e alla fame, allora il nostro impero d’oltremare, armato e difeso dalla flotta britannica, continuerà la lotta, fino a quando, quando Dio vorrà, il Nuovo Mondo, con tutta la sua forza e potenza, faccia un passo in avanti per il salvataggio e la liberazione del Vecchio”.

Accadeva oggi nel 1307: fra Dolcino da Novara, eretico rivoluzionario, al rogo!

Nota: immagine e notizie tratte dal sito tgvercelli.it

Sul finire del XIII secolo iniziò a diffondersi tra Vercelli e Novara l’eresia di Fra Dolcino. Nato in Prato, un piccolo villaggio tra Grignasco e Romagnano, ha avuto una vita molto movimentata. Dal vercellese si diresse verso Trento per aderire alla corrente religiosa degli Umiliati. Entrato in un convento di monache si legò a Margherita di Frank con la quale fuggì, all’incirca verso il 1303, tornando sulle montagne nei territori che dividevano la diocesi di Vercelli da quella di Novara.
Dolcino si schierò contro le cerimonie dal tono troppo sfarzoso della chiesa, contro gli eccessivi beni temporali e predicò la comunanza di beni e il matrimonio tra i sacerdoti oltre che l’umiltà e la penitenza.
Dolcino acquistò una grande schiera di seguaci e con essi entrò a Gattinara dove trovò ulteriori seguaci, pose il suo quartier generale e da lì allargò la sua influenza nei borghi tra Vercelli, Novara, Varallo e Biella.
Ovviamente i signori dell’epoca, in primis l’allora vescovo di Vercelli Rainero degli Avogadri, erano molto preoccupati dalla minaccia del frate e decisero così di coalizzarsi.
Ci fu una riunione tra il vescovo, il signore di Biandrate, i marchesi di Caluso e del Monferrato, Oberto di Marchisio di Biella e altri podestà di vari paesi. Essi decisero, come mossa iniziale, di provare la soluzione diplomatica spedendo da Dolcino una delegazione. Proposero a Dolcino di rientrare tra i ranghi della chiesa, offrendo la cittadinanza vercellese e l’intercessione presso il pontefice per scioglierlo dai voti monastici. A Dolcino fu proposto addirittura un lauto stipendio. Insomma, cercarono in qualche modo di comprarlo.
Ogni tentativo di accordo fu vano.
L’unica soluzione fu armare un piccolo esercito per contrastare l’avanzata dolciniana. Furono armati circa duemila uomini divisi in due colonne. Il primo corpo d’armata era formato da truppe novaresi e da svizzeri mentre il secondo era composto solo da vercellesi.
Dolcino, dimostrando una grande abilità tattica militare, al primo corpo oppose un certo Segherello mentre al secondo Longino Cattaneo. I luogotenenti di Dolcino non attaccarono mai frontalmente gli avversari ma li fecero stancare di continuo con simulazioni ed espedienti.
La prima spedizione contro Dolcino fu insomma una catastrofe.
Dalla Francia meridionale, a combattere Dolcino, arrivò un certo Triveto che riordinò l’esercito aumentandolo a settemila uomini.
Il frate vista l’inferiorità numerica abbandonò Gattinara arrivando fino a Grignasco dove organizzò un rinforzo al suo esercito personale di circa duecento uomini che si appostarono in un convento di Cappuccini sul monte Cucco.
Proprio in questo luogo Dolcino prese di sorpresa le forze antagoniste che furono costrette ad un’ulteriore ritirata.
Il Triveto tornato a Vercelli non si arrese e prese con se Simone di Collobiano che pur giovane di età era considerato un valido condottiero militare.
L’esercito anti Dolcino fu nuovamente aumentato come unità e riorganizzato. Dolcino considerando questa nuova concreta minaccia decise di sostare a Varallo per andare poi a Campertogno dove si ritirò.
Nel frattempo ci fu una tregua a causa delle discordie cittadine sorte a Vercelli tra guelfi e ghibellini. Approfittando della situazione politica di lotta che durò circa due anni, Dolcino uscì da Campertonio per fortificarsi sull’allora monte Rubello nel territorio di Trivero.
Finite le lotte tra guelfi e ghibellini i consoli del comune di Vercelli decisero di continuare la guerra contro Dolcino.
A comandare le truppe ci fu Avogadro di Casanova assieme alle truppe di Jacopo di Quaregna.
L’esercito salì fino al monte Rubello dove si scontrò ancora una volta con la furbizia e la ferocia delle truppe dolciniane che nel frattempo si erano riorganizzate e riarmate.
L’esito fu nefasto e lo stesso capitano Giacomo di Quaregna perse la vita in combattimento.
Dopo questa ennesima sconfitta giunse Napoleone di Sant’Andrino diacono cardinale. Esso lesse la bolla di Clemente V contro Dolcino e decise, in accordo con il vescovo di Vercelli Rainero, di prendere d’assedio il rifugio dolciniano.
Il monte Rubello fu circondato con 1200 soldati scelti che tennero Dolcino e i suoi sotto assedio per tre mesi. L’ultimo assalto a Dolcino fu dato il 23 marzo 1307 e fu quello decisivo.
Lo stesso Dolcino stava per essere ucciso quando su ordine del vescovo Rainero venne condotto con Margherita, prima a Trivero e poi a Vercelli.
Dolcino e Margherita furono entrambe condannati ad essere arsi vivi. Dolcino subì quella barbara morte sulla confluenza del fiume Cervo con il Sesia.

In memoria di Giorgiana Masi: morta innocente in nome della democrazia

Giorgiana Masi, caduta per un colpo d’arma da fuoco a Roma, colpita alle spalle in manifestazione a Roma il 12 maggio 1977

Domani, 12 maggio una triste ricorrenza: quarant’anni fa al Ponte Garibaldi a Roma una studentessa diciannovenne cadeva sull’asfalto colpita alle spalle da un colpo di pistola sparato forse da poliziotti in borghese infiltrati tra i manifestanti, forse da fascisti a loro volta infiltrati alla ricerca del morto, forse da ‘fuoco amico’ sparato da qualche terrorista rosso. Con grandi responsabilità morali da un lato del ministro dell’interno, Francesco Cossiga, dall’altro dello stesso Marco Pannella, leader del movimento radicale che aveva indetto una manifestazione nonostante il divieto e la stessa richiesta da parte di Cossiga di evitarlo visto il momento di particolare tensione che stava vivendo il BelPaese. Ma niente da fare. Nel nome dell’affermazione di un principio teorico di libertà a prescindere dal contesto, i radicali con alla guida Pannella proseguirono nella loro idealità così moralmente rendendosi colpevoli di un omicidio vero e proprio.

Giorgiana seguiva pacificamente il corteo con il fidanzatino e, quando si trovò nel bel mezzo degli scontri tra i ‘duri’ del movimento dell’Autonomia e le forze dell’ordine, semplicemente cominciò a correre verso una salvezza che per lei non arrivò mai.

Cadde a terra di schianto, le braccia avanti e la testa verso Trastevere, mentre attorno a lei si sparava ancora e il fumo dei lacrimogeni opprimeva tutto. Quarant’anni dopo resta una targa in bronzo che ricorda la studentessa diciannovenne uccisa il 12 maggio del 1977 “dalla violenza del regime“. La gente passa indifferente, non legge e se legge non capisce, non sa, non ricorda.

La polizia caricò con le autoblindo…Gli altri compagni, all’altezza di largo Sonnino, stavano formando delle barricate…assurdo dire che i colpi siano venuti dalla loro parte: io ero uno degli ultimi ed ho visto tutti con la schiena voltata…Giorgiana, correva ad un metro e mezzo da me. E’ cascata con la faccia a terra. Ha tentato di rialzarsi…I colpi venivano solo dalla parte dove c’era la polizia. Assieme alla polizia c’erano molti in borghese. Quelli in divisa erano sulle autoblindo…Alla metà del ponte ci sono due rientranze in muratura: lì si sono appostati quelli in borghese, ed hanno sparato“, testimonia Lelio Leone nel pezzo riportato in Ansa.it.

Arrivarono le foto che confermavano quanto detto da decine di manifestanti: in piazza c’erano poliziotti in borghese che spararono ad altezza uomo. E altrettanto fecero alcuni in divisa. Cossiga in Parlamento disse il contrario poi però venne rimosso chi gli aveva dato l’informazione. Per l’ex capo della Polizia Ferdinando Masone Giorgiana fu uccisa da proiettili “vaganti sparati dai dimostranti, forse dai suoi compagni e amici con i quali si trovava contro le forze dell’ordine“. Ad ognuno la propria verità, quella meglio confacente al dar la colpa all’altro.

Poliziotti in divisa, poliziotti in borghese, fascisti infiltrati, Br, manifestanti ‘amici’: la verità è che non si è mai arrivati alla verità. L’inchiesta fu archiviata il 9 maggio del 1981 dal giudice Claudio D’Angelo con la dichiarazione di non doversi procedere per essere rimasti ignoti i responsabili del reato. E da allora a nulla sono valsi i tentativi dell’avvocato della famiglia Luca Boneschi di far riaprire il processo.

Boneschi è morto un anno fa. Come da tempo sono morti i genitori di Giorgiana, Aurora e Angelo. E come sono morti Pannella, l’ex capo della polizia Masone, Cossiga e anche Giorgio Santacroce, il pm dell’inchiesta, lo stesso che indagò su Ustica. Quello che non deve morire mai è il ricordo di una ragazza che semplicemente ha creduto nella democrazia, in chi governava e in chi l’invitava a manifestare pacificamente ignorando il divieto di manifestazione per il rischio di infiltrazioni da parte di quanti credevano che democrazia potesse far coppia con sorella P38.

Dalla parte di un pastore, ho mangiato l’agnello. Ma anche vitello e del maiale coppa arrosto

Il lupo e l’agnello, favola di Esopo [ Esopo, CCXXI; Fedro, I, 1 ]

Un lupo vide un agnello presso un torrente che beveva, e gli venne voglia di mangiarselo con qualche pretesto. Standosene là a monte, cominciò quindi ad accusarlo di insudiciare l’acqua, così che egli non poteva bere. L’agnello gli fece notare che, per bere, esso sfiorava appena l’aqua con il muso e che, d’altra parte, stando a valle, non gli era possibile intorbidare la corrente a monte. Venutogli meno quel pretesto, il lupo allora gli disse: “Ma tu sei quello che l’anno scorso ha insultato mio padre“. E l’agnello a spiegargli che a quella data egli non era ancora venuto al mondo. “Bene“, concluse il lupo, “se tu sei così bravo a trovar delle scuse, io non posso mica rinunciare a mangiarti“.

La favola mostra che contro chi ha deciso di fare un torto
non c’è giusta difesa che valga.
Anche i capi di stato, quando hanno in mente di ottenere
un vantaggio usando la forza inventano pretesti, e non è possibile
farli desistere con argomenti giusti e fondati.