“Ad Auschwitz superai la selezione per tre volte”, tratto da ‘Fino a quando la mia stella brillerà’, di Liliana Segre

“Ad Auschwitz superai la selezione per tre volte. Quando ci chiamavano sapevamo che era per decidere se eravamo ancora utili e potevamo andare avanti, o se eravamo vecchi pezzi irrecuperabili. Da buttare. Era un momento terribile. Bastava un cenno ed eri salvo, un altro ti condannava. Dovevamo metterci in fila, nude, passare davanti a due SS e a un medico nazista. Ci aprivano la bocca, ci esaminavano in ogni angolo del corpo per vedere se potevamo ancora lavorare. Chi era troppo stanca o troppo magra, o ferita, veniva eliminata. Bastavano pochi secondi agli aguzzini per capire se era meglio farci morire o farci vivere. Io vedevo le altre, orrendi scheletri impauriti, e sapevo di essere come loro. Gli ufficiali e i medici erano sempre eleganti, impeccabili e tirati a lucido, in pace con la loro coscienza. Era sufficiente un cenno del capo degli aguzzini, che voleva dire “avanti”, ed eri salva. Io pensavo solo a questo quando ero lì, a quel cenno. Ero felice quando arrivava, perché avevo tredici anni, poi quattordici. Volevo vivere. Ricordo la prima selezione. Dopo avermi analizzata il medico notò una cicatrice. «Forse mi manderà a morte per questa…» pensai e mi venne il panico. Lui mi chiese di dove fossi e io con un filo di voce ma, cercando di restare calma, risposi che ero italiana. Trattenevo il respiro. Dopo aver riso, insieme agli altri, del medico italiano che mi aveva fatto quella orrenda cicatrice, il dottore nazista mi fece cenno di andare avanti. Significava che avevo passato la selezione! Ero viva, viva, viva! Ero così felice di poter tornare nel campo che tutto mi sembrava più facile. Poi vidi Janine. Era una ragazza francese, erano mesi che lavoravamo una accanto all’altra nella fabbrica di munizioni. Janine era addetta alla macchina che tagliava l’acciaio. Qualche giorno prima quella maledetta macchina le aveva tranciato le prime falangi di due dita. Lei andò davanti agli aguzzini, nuda, cercando di nascondere la sua mutilazione. Ma quelli le videro subito le dita ferite e presero il suo numero tatuato sul corpo nudo. Voleva dire che la mandavano a morire. Janine non sarebbe tornata nel campo. Janine non era un’estranea per me, la vedevo tutti i giorni, avevamo scambiato qualche frase, ci sorridevamo per salutarci. Eppure non le dissi niente. Non mi voltai quando la portarono via. Non le dissi addio. Avevo paura di uscire dall’invisibilità nella quale mi nascondevo, feci finta di niente e ricominciai a mettere una gamba dietro l’altra e camminare, pur di vivere. Racconto sempre la storia di Janine. È un rimorso che mi porto dentro. Il rimorso di non aver avuto il coraggio di dirle addio. Di farle sentire, in quel momento che Janine stava andando a morire, che la sua vita era importante per me. Che noi non eravamo come gli aguzzini ma ci sentivamo, ancora e nonostante tutto, capaci di amare. Invece non lo feci. Il rimorso non mi diede pace per tanto, tanto tempo. Sapevo che nel momento in cui non avevo avuto il coraggio di dire addio a Janine, avevano vinto loro, i nostri aguzzini, perché ci avevano privati della nostra umanità e della pietà verso un altro essere umano. Era questa la loro vittoria, era questo il loro obiettivo: annientare la nostra umanità.”

Liliana aveva 13 anni quando entrò ad Auschwitz.

La liberazione di Auschwitz

Post proposto in facebook da Marco Leoni

6 novembre 1917: inizia la rivoluzione bolscevica con l’attacco al Palazzo d’Inverno a Pietroburgo

6 novembre 1917: Assalto da parte dei bolscevichi al Palazzo d’Inverno – Inizia la Rivoluzione russa

La rivoluzione russa è stato un evento sociopolitico, occorso in Russia nel 1917, che portò al rovesciamento dell’Impero russo e alla formazione inizialmente della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa e, nel 1922, in seguito alla guerra civile russa, dell’Unione Sovietica; fu un tentativo di applicazione delle teorie sociali ed economiche di Karl Marx e Friedrich Engels.

All’inizio del 1917 l’Impero russo, che da tre anni combatteva nella prima guerra mondiale come membro della Triplice intesa, era stremato: le perdite ammontavano a più di sei milioni tra morti, feriti e prigionieri e tranne alcune vittorie sul fronte austriaco, ormai vanificate dagli eventi, la Russia aveva subito una grave serie di sconfitte che avevano comportato la perdita della Polonia, di una parte di Paesi Baltici e dell’Ucraina, portando così il fronte all’interno dei suoi stessi confini, mentre le condizioni del popolo si aggravavano fortemente.

Il regime zarista aveva ormai perso del tutto il contatto con la realtà della Russia. A Pietrogrado scoppiò la rivolta con la rivoluzione di febbraio e il 2 marzo (calendario giuliano) Duma e soviet di operai e soldati si accordarono per la deposizione dello zar, e l’istituzione di un governo provvisorio formato da cadetti, menscevichi e socialisti rivoluzionari.

Si formò il governo provvisorio di Georgij Evgen’evič L’vov, che indusse Nicola II ad abdicare. Mentre lo zar e la sua famiglia venivano arrestati, nel Paese si formarono due poteri: quello del governo provvisorio, e quello dei Soviet, formato da delegati eletti compresi i bolscevichi. Il leader bolscevico Lenin, tornato dall’esilio sostenne la necessità di trasformare la rivoluzione borghese di febbraio in Rivoluzione Proletaria, guidata dai Soviet e che mirava alla instaurazione di una società comunista. Nell’ottobre (calendario giuliano) i bolscevichi occuparono i punti nevralgici della capitale dando vita alla rivoluzione d’ottobre.

La vittoria dei bolscevichi portò al rovesciamento del Governo provvisorio russo e alla nascita della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa, governata dal Consiglio dei commissari del popolo. Dal 1917 al 1921 esplose la guerra civile russa che avrebbe visto la vittoria dell’Armata Rossa (bolscevichi) sull’Armata Bianca (contro-rivoluzionari) e ciò portò nel 1922 all’istituzione dell’Unione Sovietica.

I Bolscevichi non avevano avuto un ruolo da protagonisti nella rivoluzione di febbraio; infatti, il partito, praticamente clandestino, benché avesse cinque rappresentanti alla Duma, era privo dei suoi dirigenti migliori, tutti in volontario esilio all’estero o deportati in Siberia. Anche nei soviet che si andavano ricostituendo in tutta la Russia, dopo l’esperienza del 1905, la maggioranza era quasi sempre costituita da Menscevichi e Socialisti Rivoluzionari.

Non appena appreso dei fatti di febbraio Lenin, capo del partito, che da alcuni anni si trovava in Svizzera, decise di tornare in Russia.

Il 3 aprile Lenin arrivò alla stazione di Pietrogrado: ad attenderlo vi era una folla enorme a riprova della rilevanza che le tesi dei bolscevichi cominciavano ad avere all’interno del movimento rivoluzionario.

Fra la metà di settembre e la metà di ottobre del 1917, Lenin riuscì a convincere anche le parti meno convinte del proprio partito, della necessità di tentare la presa del potere prima delle elezioni per la Costituente. Anzi, stabilì che la cosa migliore sarebbe stata ottenerlo prima dell’apertura del Secondo Congresso dei Soviet, che avrebbe potuto legittimare così il nuovo ordine. Il controllo, da parte del neocostituito Consiglio Militare Rivoluzionario, della guarnigione di Pietrogrado e dei marinai della flotta del Baltico, si sarebbe rivelato fondamentale per rovesciare con uno sforzo relativamente modesto, il governo provvisorio. Quest’ultimo disponeva in città di poche centinaia di uomini delle scuole ufficiali.

Il 24 ottobre i bolscevichi cominciarono ad occupare i punti nevralgici della capitale, senza incontrare quasi resistenza. Il passaggio della città nelle mani degli insorti fu quindi abbastanza pacifico, ed avvenne senza che la cittadinanza (e nemmeno il governo) se ne rendessero conto. Nella giornata del 25 ottobre (6 novembre in base al nostro calendario) la situazione era ormai disperata per Kerenskij, che fuggì dalla città a bordo di un’automobile dell’ambasciata americana per cercare rinforzi nelle caserme lontane dalla capitale. I ministri invece si barricarono nel Palazzo d’Inverno, ma la loro resistenza venne sopraffatta in poche ore. La maggior parte di loro venne arrestata e condotta alla fortezza di Pietro e Paolo. La sera dello stesso giorno, 25 ottobre, Lenin poté annunciare la presa del potere al Secondo Congresso dei Soviet, di cui fino a quel momento si era cercato di rallentare i lavori. In questa sede vennero quindi approvati i primi provvedimenti, come il trasferimento del potere ai soviet, ed i provvedimenti sulla pace con la Germania e la distribuzione della terra ai contadini.

 

Piacenza: “La Grande Guerra”, mostra a Palazzo Gotico fino al 30 dicembre

E’ allestita a palazzo Gotico dal 4 novembre al 30 dicembre la mostra dedicata alla Grande Guerra. L’esposizione vede la presenza di oltre 40 uniformi e centinaia di cimeli tra cui equipaggiamenti, decorazioni, documenti e vari oggetti personali utilizzati dai militari italiani durante la guerra, tutti rigorosamente originali. I cimeli sono stati raccolti e custoditi negli anni con cura e rispetto da quattro collezionisti privati (tra i quali l’amico Filippo Lombardi) che in occasione del centenario della vittoria hanno deciso di esporli, con il fine di preservare e tramandare nel tempo i sacrifici compiuti da coloro che hanno combattuto sui vari campi di battaglia esattamente 100 anni fa.

Particolarmente interessante, in apertura, una camicia rossa garibaldina: del resto furono molti i reduci delle guerre risorgimentali che avevano ‘fatto l’Italia‘ a partire per i fronte, in genere volontari, nonostante fossero ‘fuori età‘.

All’allestimento hanno collaborato il 2° reggimento genio Pontieri e il Polo di mantenimento pesante nord, esponendo propri materiali e cimeli che vanno ad arricchire ulteriormente la varietà dei reperti messi in mostra.

Una riflessione mentre passiamo letteralmente da una divisa all’altra: non dimentichiamo che la prima guerra mondiale è stata e rimane uno dei miti fondativi dello stato-nazione, soprattutto nei paesi vincitori. Gli anni tra il 1914 e il 1918 sono stati avvolti da un’aura di sacralità che ancora oggi si può cogliere nei monumenti, nei cimiteri e nelle cerimonie che ricordano la grande guerra. Un’atmosfera che permea anche la mostra a Palazzo Gotico.

Per anni il conflitto è stato sottratto ad analisi obiettive ed è stato letto solo attraverso la lente deformante dell’eroismo, dell’onore, della patria, della propaganda bellica. Da questa visione sono stati cancellati episodi sgraditi alla retorica ufficiale come le renitenze, il pacifismo, le fraternizzazioni tra nemici, le diserzioni, gli ammutinamenti, le rivolte. Pagine che però sono fondamentali per capire meglio quell’immensa carneficina che fu la prima guerra mondiale, a cent’anni dalla sua fine e, questo, risulta sicuramente un limite per la mostra piacentina.

In realtà, l’interventismo fu un fenomeno assolutamente minoritario. Come racconta Marco Rossi in Gli ammutinati delle trincee, i volontari furono appena 8.171, spesso del tutto emarginati dai commilitoni che li consideravano fanatici e spie degli ufficiali. La maggioranza della popolazione accettò con rassegnazione il conflitto.

Per ragioni ideologiche o anche solo per salvarsi la pelle, molti reclutati cercarono rifugio nella neutrale Svizzera. Gli anarchici organizzarono canali di espatrio per renitenti e disertori. Il sistema più diffuso per sfuggire all’arruolamento fu però quello di non presentarsi alla visita di leva. Il numero dei renitenti in Italia fu più alto che in altri paesi: ben 470mila persone non si presentarono. In Sicilia i renitenti furono circa 100mila, il 61 per cento dei richiamati.

Per i soldati l’arrivo al fronte fu un trauma, sia per le devastazioni causate dalle nuove tecnologie militari, sia per la totale impreparazione dell’esercito italiano. Dopo i primi giorni in cui gli italiani conquistarono facilmente il Friuli austriaco – spesso usando metodi repressivi di tipo coloniale contro le popolazioni locali – alle pendici del Carso, fortificato dagli austriaci, cominciò la guerra di posizione fatta di trincee, bombardamenti, assalti frontali.  

Il capo di stato maggiore Luigi Cadorna ripropose le stesse inefficaci strategie già sperimentate su altri fronti, con carneficine che costarono la vita a centinaia di migliaia di soldati senza quasi nessun risultato pratico. A Cercivento, sulle Alpi carniche, quattro alpini rifiutarono di andare all’attacco del monte Cellon in pieno giorno, consigliando il capitano di attaccare di notte per approfittare della nebbia. L’ufficiale, un calabrese, nemmeno capì la proposta dei quattro che parlavano friulano e li mise al muro. Il monte fu poi conquistato di notte, dopo centinaia di morti caduti negli assalti condotti alla luce del sole.

Prima dell’uscita dei fanti dalle trincee le artiglierie martellavano le postazioni nemiche per eliminare ogni resistenza. Ciò avrebbe dovuto permettere ai soldati di lanciarsi all’attacco delle fortificazioni nemiche sguarnite, ma la strategia spesso non funzionava: le artiglierie sbagliavano il tiro e bombardavano le proprie linee; oppure le comunicazioni con i comandi si interrompevano e l’attacco della fanteria veniva sferrato troppo presto, quando i cannoni stavano ancora bombardando, o troppo tardi, quando i nemici erano già tornati in posizione.

Il Piave mormorava e gli italiani rinfrancati dopo la sconfitta di Caporetto andavano all’assalto? Macchè: alle spalle avevano i Carabinieri che sparavano a chi, di fronte alla carneficina, arretrava o esitava.

Nel marzo del 1917 soldati della brigata Ravenna si rivoltarono sparando in aria per la revoca delle licenze e l’ordine di raggiungere di nuovo la prima linea. In luglio due reggimenti della brigata Catanzaro, in retrovia da pochi giorni, rifiutarono di tornare in prima linea: uccisero alcuni ufficiali e cercarono di attaccare la villa dov’era ospitato D’Annunzio, che si trovava lì vicino. La protesta sfociò in una vera e propria rivolta al grido di “Abbasso la guerra”, “Morte a D’Annunzio”, “Vogliamo la pace!”, ma fu repressa da carabinieri, reparti di cavalleria, artiglieria e perfino aerei.

Dopo Caporetto i militari italiani che si stavano ritirando furono fermati sul Piave da uno schieramento di carabinieri e di giovani reclute appena arruolate. I soldati in rotta, convinti che la guerra ormai fosse finita, avevano gettato le armi: non furono dunque in grado di reagire e furono costretti a riprendere la guerra. Qualcosa di simile successe tra gli austriaci l’anno successivo: in estate ormai 230mila avevano abbandonato le armi ed erano tornati a casa.

In pratica la guerra si concluse con una diserzione di massa: milioni di soldati spossati cessarono semplicemente di combattere. Ma questa versione dei fatti non poteva essere ammessa dalle gerarchie militari che mascherarono quest’epilogo raccontando di epici scontri finali che in realtà non ci furono. Quando con la battaglia di Vittorio Veneto gli italiani sfondavano le linee nemiche, spesso le trovarono deserte.

La storia della prima guerra mondiale, dunque, è tutt’altro che la storia di trionfi, di eroismo e di battaglie epiche raccontata dalla propaganda nazionalista e militare. Tolto il velo di retorica, restano i massacri, le fucilazioni sommarie, le punizioni dei soldati, ma anche gli episodi di fraternizzazione tra nemici, che dimostrano come tantissimi soldati riuscirono a restare umani nonostante fossero obbligati a combattersi.

Precisata una verità storica che purtroppo continuiamo a non trovare scritta nei libri di scuola, resta la mostra che vale comunque la pena visitare, proprio in onore a chi comunque ha dovuto sacrificare la propria vita e la propria gioventù per combattere la guerra che lo stesso Papa Benedetto XV definì “un’inutile strage“.

Programma e orari di apertura della mostra
Tutti i mercoledì e i venerdì solo pomeriggio dalle 15.30 alle 18.00.
Tutti i sabati e le domeniche mattina e pomeriggio nei seguenti orari: 09.30 – 12.00 e 15.30 – 18.00 
Apertura straordinaria lunedì 24 dicembre nei seguenti orari: 09.30 – 12.00 e 15.30 – 18.00

Notizie dal fronte: Bollettino 2 Novembre 1916, firmato Luigi Cadorna, l’uomo della disfatta di Caporetto e dei soldati fucilati senza processo

Sulla fronte Giulia nella giornata di ieri le nostre truppe attaccarono le forti difese dell’ avversario sulle alture ad oriente di Gorizia ed una nuova linea di multipli trinceramenti ad est del Vallone sul Carso. Nella mattinata artiglierie e bombarde con violenti e precisi fuochi distruttivi apersero larghi squarci nella linea nemica. Alle 11 le nostre fanterie vennero lanciate all’ assalto. Nella zona di Gorizia, superando gravi difficoltà di terreno impaludato dalle recenti pioggie e l’accanita resistenza dell’avversario furono conquistati estesi trinceramenti sulle pendici occidentali di Tivoli e di San Marco e sulle alture ad est di Sober.

Sul Carso le valorose truppe dell ‘XI Corpo d’ Armata espugnarono le ripide boscose alture del Veliki Hribach (Quota 343) e di Quota 376 ad est della precedente, il monte Pecinka e l’altura di Quota 308, ad oriente di esso si spinsero sino ad un chilometro circa ad est di Segeti. A mezzodì della strada da Oppacchiasella a Castegnevizza la forte linea nemica fu in più punti superata e mantenuta poi contro i gli insistenti ritorni offensivi dell’ avversario.

Nel complesso della giornata prendemmo 4731 prigionieri, dei quali 132 ufficiali, due batterie di cannoni da 105 di tre pezzi ciascuna, mitragliatrici, molti quadrupedi e materiali da guerra di ogni specie. Velivoli nemici lanciarono bombe su alcune località del Basso Isonzo. In Pieris fu ucciso un milite e feriti un capitano medico e quattro militi tutti della Croce Rossa. Una poderosa squadriglia di sedici Caproni, scortati da Nieuport, bombardò accantonamenti nemici nella vallata di Frigido, sui quali furono lanciate due tonnellate di esplosivo. Nonostante il fuoco di numerose batterie controaeree e gli insistenti attacchi di velivoli nemici, gli arditi aviatori ritornarono tutti incolumi ai propri campi.

Firmato: CADORNA (dal sito www.notiziedalfronte.it)

Tomba di un caduto

Comandante e autocrate dell’esercito il conte Luigi Cadorna era il capo di Stato Maggiore. I soldati lo avevano in poca simpatia e lo citavano in canzonette irriverenti («Il general Cadorna / ha detto alla regina: / se vuol veder Trieste / la guardi in cartolina»). Fra gli ufficiali in trincea aveva fama di iettatore: «Nominare Cadorna in un crocchio di camerati sollevava un coro di esclamazioni e produceva uno scompiglio di braccia e di mani che cercavano lo scongiuro in un pezzo di ferro o negli attributi maschili», attesta un ufficiale della brigata Alessandria. Luigi Cadorna è stato criticato per la scarsa intuizione psicologica e l’indifferenza al morale della truppa, per la convinzione fors’anche ottusa che l’esercito dovesse obbedire e basta, e che per ottenere l’obbedienza bastasse la disciplina, col risultato che nell’esercito italiano si fucilavano gli uomini, talvolta anche senza processo, molto più facilmente di quanto non accadesse in tutti gli altri eserciti del fronte occidentale.

“Le macchie della Grande Guerra”, una lettera al quotidiano Libertà di Guido Guasconi

Egregio direttore, mi riescono incomprensibili le parole del comandante il Secondo Reggimento Genio Pontieri, a proposito della partecipazione dei piacentini alla Grande guerra: “… con il loro sacrificio ci hanno donato la libertà” . Scusi comandante, intende dire che nel 1915 non eravamo liberi e che dopo il 1918 lo siamo diventati? In questi giorni è tutto un fiorire di eventi celebrativi per il centenario dell’“Inutile strage (Benedetto XV°)” . Non uno nel quale si dica perché la guerra la facemmo, chi la volle, come la popolazione la visse, cosa accadde al fronte. La guerra l’avremmo fatta “per liberare Trento e Trieste” (che l’Austria era disposta a regalarci purché ne rimanessimo fuori), soldati e popolo erano solidali insomma, essa fu “giusta” come tutte le guerre che si vincono. Nessuno dice che l’Italia aggredì le alleate Austria e Germania, che dopo la firma (segreta) del Patto di Londra appartenemmo per un mese a due schieramenti contrapposti, che nella sola Sicilia vagavano alla macchia non meno di 100.000 disertori (fonte: Ufficio storico dello Stato Maggiore Esercito); nessuno rammenta il migliaio di sentenze di morte pronunciate dalle corti marziali (750 delle quali eseguite), oltre a circa 2.000 soldati fucilati per decimazione e circa 5.000 sbandati fucilati sul campo nei giorni della rotta di Caporetto. Valga per tutti l’episodio accaduto il 3 novembre 1917 a Noventa di Piave, dove il generale Andrea Graziani fece fucilare seduta stante, dopo averlo bastonato, l’artigliere da montagna Alessandro Ruffini, reo di averlo salutato senza levarsi il sigaro di bocca (crf. l’”Avanti!” del 29 luglio 1919 e il volume “Fucilazioni di guerra” di Massimiliano Magli a pag. 40 – Nordpress 2007). Si noti che nella Seconda guerra, quella “fascista”, fucilazioni fra le truppe non ve ne saranno. Talvolta i soldati, quando venivano spinti fuori dalle trincee per andare all’assalto, belavano. Era l’estremo atto di protesta dei morituri, l’unico che veniva tollerato. Insomma: la guerra 1940-45 è considerata uno sbaglio e una tragedia: quella del 1915-’18 che fece il doppio dei morti, una cosa tutto sommato passabile. Eppure ci vorrebbe poco per porre rimedio alla mistificazione: basterebbe rendere obbligatoria, nelle scuole di ogni ordine e grado, la proiezione del film “Uomini contro” di Francesco Rosi e la lettura del libro “Un anno sull’Altipiano” di Emilio Lussu.”

6 agosto 1945, ore 8:16, ad Hiroshima esplode Little boy, porta per mano americana la morte nucleare

L’amica Graziana, da qualche mese pensionata, è in viaggio con il marito Edoardo: stanno visitando le terre del sol levante. Ieri, via whatsapp, mi ha mandato testimonianza del loro passaggio ad Hiroshima.

Alle 8:16 e 8 secondi …

Hiroshima fu risparmiata dai bombardamenti statunitensi per tutta la durata del conflitto.
Tuttavia, il 6 agosto 1945, alle 8:16 e 8 secondi (ora locale) Little Boy, il nome dato alla prima bomba atomica ad essere utilizzata in un conflitto militare, esplose ad un’altitudine di 576 metri, con una potenza pari a 12.500 tonnellate di tritolo.

Little boy

L’esplosione nucleare provocò immediatamente circa 60.175 morti, saliti poi a circa 100.000 nei mesi immediatamente successivi, a causa del fallout radioattivo. Altre persone si ammalarono e/o morirono per i danni da esposizione radioattiva a breve-medio termine, ma il cui numero non fu esattamente stimabile, a causa del fatto che circa 180.000 abitanti sfollarono e si dispersero altrove nelle settimane successive all’attacco.

Il Museo delle Case di Tolleranza in mostra a Villa Varda, Brugnera (PN)

Photo Stefano Photos

Tutto parte da una ristrutturazione. Una villetta di vecchia data, si scopre un muro che suona a vuoto, lo si abbatte ed ecco emergere due sacchi neri. Sono gli oggetti, gli abiti, i gioielli, i libri, i registi, le cose di quella che fu una Casa di Tolleranza. In pratica l’Amore ai tempi dei nostri nonni!

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L’amico Davide Scarpa coglie l’occasione, li prende, li raccoglie, li riordina e, di tanto in tanto, organizza mostre che ci riportano nelle atmosfere di quegli anni, di quelle storie.

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Attualmente Davide, col suo ‘Museo delle Case di Tolleranza’ ci invita ad un viaggio a Villa Varda, Brugnera (PN), dove si propone appunto una mostra permanente, con splendide modelle che interpretano la Belle Èpoque indossando abiti d’epoca e favolosi gioielli.

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Per chi volesse raccogliere l’invito ed approfittare della guida storica da parte delle bravissime modelle, un consiglio: prenotate telefonando al  3387833162.

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Requiem per un’edicola e per l’editoria: per quel tale a 5* che urla evviva il bel non sapere

Impossibile, per me, dimenticare quella scala e quel portone: di lì sono passato per il mio primo giorno di scuola, Scuola Elementare Pietro Giordani, qualcosa come 58 anni fa. Al suono della campanella una massa vociante di bambini è partita di corsa per festeggiare (pensa te) la fine delle vacanze e … mi ha letteralmente travolto facendomi rotolare a terra. Spaurito, calpestato, solo, mi sono rialzato e, buon ultimo, sono entrato per la prima volta in quell’edificio dove sarei rimasto per cinque lunghi anni. Qui poi ho conosciuto Filiberto Putzu, proprio oggi assessore comunale di Forza Italia costretto alle dimissioni (ben gli sta, così impara a sbagliar partito), grazie al quale anni dopo sarebbe iniziata l’avventura con gli scouts. Qui ci sono le battaglie con le figurine e quella volta di quel tizio che vinceva sempre ed ho scoperto che barava: aveva incollato due figurine una contro l’altra e la vittoria gli era assicurata. Come le cartellate che gli ho dato di brutto perchè la disonestà presto o tardi qualcuno te la fa pagare ed io certo non tiravo indietro la mano contro furbizia e disonestà. Ma tutto questo mentre con nostalgia oggi guardo l’edicola chiusa. Allora i soldi erano davvero pochi ma l’occasione era imperdibile per lustrarsi gli occhi e quando, al compimento dei sette anni, il mio babbo mi comprò uno speciale con in copertina Paperino, ero il bambino più felice del mondo. Purtroppo oggi le edicole chiudono. Chiusa l’edicola di via Giordani, sparita l’edicola di viale Alberoni dove accompagnavo a scuola i miei figli, sparita quella di piazzale Libertà dove mi fermavo ai tempi delle superiori, sparita quella di piazza della Lupa, dove uno chiedeva un fumetto dalla vetrinetta laterale esterna e mentre l’edicolante usciva intanto l’amico ne rubava un altro. Piccoli teppisti di periferia ma almeno vogliosi di sapere, di conoscere, di approfondire. Ormai invece i giornali si vendono (o si leggono di straforo, a sbaffo) al supermercato, agli stranieri il quotidiano locale interessa quasi nulla e i giovani, mi dice l’edicolante di piazzale Torino, non leggono più. Niente quotidiani, nessuna rivista, nemmeno fumetti, solo smartphone. Per la gioia di Gigino Di Maio che, invece di riformare eliminando gli eccessi e i finanziamenti che sono privilegi di parte, semplicemente toglie i finanziamenti all’editoria tutta. Logico, del resto: meno la gente legge e meno sa, meno la gente è informata e più il suo scragnotto e quello di Matteo Salvini sono garantiti. A prescindere dai pasticci che fanno e dalle promesse che non mantengono: quasi quasi (ma solo per dire) tanto valeva tenerci quell’altro, il Matteo Renzi.

16 ottobre 1943: deportazione nazifascista degli ebrei romani, ma tutti gli italiani erano razzisti?

16 ottobre 1943: il rastrellamento nel ghetto di Roma

Il fascismo e gli ebrei in Italia e a Roma

Brano tratto e adattato dal volume “La resistenza silenziosa. Leggi razziali e occupazione nazista nella memoria degli ebrei di Roma” a cura di Marco Impagliazzo, Guerini e Associati, 1997

Il 16 ottobre 1943 è una data importante per la comunità ebraica di Roma, ma anche per la città intera. Per gli ebrei romani è l’ultima tappa di un triste itinerario iniziato nel settembre del 1938 con la promulgazione delle leggi razziali. Tra queste due date esiste un profondo legame: per molti ebrei romani infatti le leggi razziali hanno rappresentato l’anticamera dei campi di sterminio nazisti. Il 1938 è un anno cruciale. La vita cambia in tutti i suoi aspetti, pubblici e privati. È una svolta che coinvolge tutti gli ebrei, dai bambini agli anziani, da chi nasce a chi muore. Dal 1938, infatti, “ufficialmente” gli ebrei non muoiono più in Italia: è vietata anche la pubblicazione dei necrologi sui giornali. Dal 1938 gli ebrei in Italia devono diventare “invisibili”. Tuttavia, come avrebbe mostrato il 16 ottobre, gli ebrei erano molto visibili, facilmente reperibili: erano registrati in una lista, quindi perfettamente identificabili, per separare il loro destino dal resto della popolazione romana.

Si è discusso a lungo, in sede storica, su quest’atto discriminatorio di Mussolini: un’imitazione cedevole del sistema hitleriano o una scelta dettata dalla logica del regime? Le leggi razziali, con il loro risvolto antisemita, hanno avuto in Italia un “carattere blando” dovuto essenzialmente a un tipo di razzismo “perbene” rispetto a quello nazista? Gli italiani sono stati davvero antisemiti o piuttosto spettatori passivi della politica mussoliniana? Le domande si sono affollate in sede storiografica attorno a uno degli episodi più drammatici del Novecento italiano. Si è sostenuta una distinzione tra il periodo della “persecuzione dei diritti”, relativamente agli anni tra il 1938 e il 1943, e il periodo della “persecuzione delle vite”, tra il 1943 e il 1945.

Sta di fatto che i due periodi si saldarono tra loro, proprio in quel tragico ottobre 1943. La deportazione degli ebrei fu possibile in maniera così radicale e rapida perché questi italiani “invisibili” erano già stati isolati e ben identificati con le leggi razziali. L’assenza dello sterminio come obiettivo della politica razziale fascista non produce un antisemitismo innocuo, come si vede proprio nella tragica saldatura del 16 ottobre 1943.

In molte storie degli ebrei romani e italiani risuona l’interrogativo: perché le leggi razziali discriminavano senza motivo alcuno una parte degli italiani? Si legge nel diario inedito di un ufficiale delle Regie Forze Armate: «Perché anche da noi si è ripresa la persecuzione contro gli israeliti? E si sono emanate quelle leggi sulla difesa della razza che sono il disonore della moderna civiltà?». Migliaia di «perché» hanno risuonato nell’esistenza di quegli ebrei italiani che furono prima costretti ad adattarsi a una nuova e dura situazione, poi a lottare contro la morte.

Fu un tragico caso? A distanza di più di mezzo secolo, la maggior parte degli storici concorda nel ritenere che le leggi del 1938 non furono un caso, ma rappresentarono la prevalenza di alcuni elementi della storia italiana e del regime fascista.

Le vicende degli ebrei romani rivelano, infatti, la dolorosa e progressiva presa di coscienza della persecuzione, non come un’imposizione dello straniero, ma come un dramma italiano, quello di italiani contro italiani. Quando la razzia degli ebrei romani è compiuta dai tedeschi, compaiono sempre alcuni italiani come collaboratori, delatori, complici e, talvolta, veri persecutori.

In Italia furono eseguiti 1898 arresti di ebrei da parte di italiani, 2489 da parte di tedeschi, 312 vennero compiuti in collaborazione tra italiani e tedeschi, mentre non si conosce la responsabilità dei rimanenti 2314.

Certo non tutti gli italiani condividevano la persecuzione nei confronti degli ebrei: probabilmente la maggioranza era contraria. Non solo una diffusa contrarietà ma pure con significativi episodi di solidarietà verso i perseguitati. Lo Stato dichiaratamente antisemita era spesso contraddetto, a livello pratico, alla gente che non lo seguiva. Il vissuto degli ebrei mette anche in luce come niente fosse ideologicamente prestabilito nel comportamento dei romani.

Gli ebrei di Roma sono e si sentono romani e italiani. Sono cittadini a tutti gli effetti. Vivono con i non ebrei, con loro frequentano le scuole pubbliche, lavorano insieme, trascorrono insieme la villeggiatura. Non esistevano differenze, né volute, né provocate. Gli ebrei erano uomini e donne con cui si viveva, si studiava, si lavorava, si frequentavano le stesse scuole, gli stessi uffici, spesso senza quasi percepire la loro identità religiosa o culturale.

Esiste un pregiudizio, anzi diversi pregiudizi, ma puntualmente si infrangono e si sciolgono nel contatto con gli ebrei. I quali per origine, dialetto, tradizioni culturali e familiari, abitudini culinarie, e anche certo disincanto dinanzi a papi, imperatori e autorità, appaiono romani, capitolini, forse più di tanti abitanti della città. Inoltre godono di un variegato ventaglio di posizioni sociali, politiche, professionali, culturali, tanto simile a quello dei loro concittadini. Non sono, gli ebrei romani, un gruppo a parte, organizzato in lobby.

Molti, tra Ottocento e Novecento, prima della persecuzione, avevano già abbandonato il ghetto, luogo di oppressione secolare eppure caro al cuore e alla memoria. Si erano stabiliti in quartieri e appartamenti dovunque nella città. Nel ghetto restavano soprattutto i non benestanti. Molti avevano tentato, fuori dal ghetto, la via dell’ascesa sociale borghese. Un folto numero era rimasto in condizioni disagiate. I piccoli mestieri artigianali, o la vendita ambulante, erano rimasti prerogativa di una parte della comunità ebraica romana. I “robivecchi”, raccoglitori e venditori di qualsiasi oggetto, erano frequenti tra gli ebrei del ghetto.

La delusione per le leggi razziali del 1938 è accresciuta dal sentimento di avere contribuito alla formazione e allo sviluppo dell’Italia, magari con il sangue dei familiari caduti nella prima guerra mondiale. Come tanti ebrei tedeschi che si sentivano patrioti prima dell’avvento di Hitler, anche gli ebrei italiani avevano la loro patria. Solo il dieci per cento dei circa cinquantamila ebrei italiani emigra tra il 1938 e il 1945. Di questi, pochissimi, sono gli ebrei romani che concepiscono l’idea di lasciare Roma, considerata la città loro e dei loro da tempo immemorabile. Lo stare a Roma era un motivo di orgoglio, e ancora di più il fatto di abitarvi da un centinaio di generazioni, già nell’epoca di Giuda Maccabeo, ossia nel II secolo a.C.

Per richiamare le parole del rabbino Toaff: «Vi fu antisemitismo di Stato e non di popolo». Diversamente che in Europa orientale e centrale, in Italia e a Roma non c’era odio verso gli ebrei. Questo può spiegare la più favorevole percentuale di sopravvissuti.