“Flatlandia”, racconto fantastico a più dimensioni di Edwin Abbott Abbott, Adelphi edizioni

Partiamo dal nostro mondo a tre dimensioni (lunghezza, larghezza e altezza) e proiettiamoci in un mondo a due dimensioni dove s’ignora del concetto di altezza ed eccoci immersi in Flatlandia. Tutto è assolutamente piatto: case, abitanti, alberi. Ed ecco lo sbizzarrirsi dell’autore nella descrizione di questo mondo diviso in caste secondo la configurazione geometrica di ciascuno (isosceli, quadrati, esagoni, fino all’aristocrazia religiosa dei circoli). L’ascesa sociale come unica aspirazione collettiva ma in un sistema rigidamente controllato dai pochi posti al vertice in base al disprezzo per la libertà personale, un sistema difeso e mantenuto da leggi crudeli nel quale i riformatori che tentano di aprire nuovi orizzonti sono messi a tacere, imprigionati o uccisi. Le classi inferiori? Gli isosceli operai, di scarsissima intelligenza, e naturalmente le donne.

L’abitazione del quadrato narrante

Ogni essere umano in Flatlandia deve essere una figura regolare. Non basta che una donna sia una Linea, deve essere una Linea retta. Artigiani e Soldati devono avere due lati uguali, i commercianti devono avere tre lati uguali, gli Avvocati (classe alla quale appartiene il quadrato narrante) quattro lati uguali e in un Poligono tutti i lati devono essere uguali. L’irregolarità di figura diventa stortura morale e criminale ed è trattata di conseguenza. L’irregolare, si postula, è sin dalla nascita guardato con sospetto dai genitori, deriso dai fratelli e dalle sorelle, trascurato dai domestici, schernito e tenuto in disparte dalla società, escluso da ogni posto di responsabilità e di fiducia e da ogni attività produttiva. Rigidamente sorvegliato dalla polizia finché, divenuto maggiorenne, viene sottoposto ad ispezione: se supera il margine stabilito di deviazione lo si elimina oppure lo si seppellisce vivo in un ufficio govefnativo come impiegato di ultima classe.

Analisi sociale con ironia o fantasia matematica? Le interpretazioni possono essere diverse in base alla sensibilità di chi legge (io, ad esempio, ho sempre avuto un rapporto problematico con matematica e geometria, di assoluta indifferenza se non antipatia) ma quel che conta, alla fine, è quando in Flatlandia scende da Spacelandia (come succede ogni mille anni) una sfera, ovvero una figura tridimensionale e le certezze di un intero sistema vengono stravolte. Almeno questo è il rischio. E allora, che succede? Non resta che leggere il libro (scritto nel lontano ‘800) magari nel contempo immaginando come reagiremmo noi di fronte a chi ci presentasse una quarta dimensione nella quale i concetti di spazio interagissero con un altro fattore, magari il tempo.

“1861 – La storia del Risorgimento che non c’è sui libri di storia” di Giovanni Fasanella e Antonella Grippo, Sperling & Kupfer

La storia secondo lo stile di Indro Montanelli, fatta di intrighi, di mistero, di ladrocinii, di ricatti e di congiure, il tutto all’insegna dell’interesse personale con le mutandine di qualche donnina compiacente che sa come indirizzare il potente di turno secondo il volere di un potente più potente. Così, lungo il percorso che porta alla nascita della nostra Italia, scopriamo il volto nascosto di chi abbiamo considerato eroe. A partire dal Conte di Cavour, decisamente in contrasto con il sovrano Vittorio Emanuele per le scappatelle amorose di quest’ultimo con la contadinella di turno tanto da essere definito più che il padre dell’Italia, il padre di molti italiani illegittimi. A seguire Garibaldi che promette le terre ai contadini siciliani ma poi non muove un dito quando queste vengono distribuite ai soliti latifondisti. Per tacere della misteriosa scomparsa dei patrimoni del Re Fedinando dopo l’ingresso delle camicie rosse in Napoli. Con chi sarà incaricato di indagare sui conti dei garibaldini, così sfortunato da incappare nel naufragio della nave che lo riporta nella sua Torino con tutti gli incartamenti raccolti. Che dire di Anita, morta vicina a Ravenna? Morte naturale o fu uccisa per non ritardare la fuga di Giuseppe? Che dire del massacro di contadini a Bronte da parte delle camicie rosse giudate da Nino Bixio? Che dire delle prebende pagate ai generali borbonici per portare le truppe lontane dal percorso trionfante (per assenza del nemico) dei garibaldini? Fino alla descrizione dei metodi delle truppe piemontesi, una volta sostituiti ai garibaldini, per soffocare la rivolta di quelli che vengono definiti Briganti ma che spesso sono invece soldati e truppe fedeli al deposto Re borbone. Massacri indiscriminati, repressione non tanto contro i briganti ma contro i contadini per creare terra bruciata intorno ai combattenti. Villaggi date alle fiamme, impiccagioni pubbliche, fuciliazioni, decapitazioni, saccheggi, stupri, violenze e il tutto con l’approvazione del Re, un vero assassinio di popolo con mezzi e strumenti da esercito coloniale d’occupazione. Senza pietà. Con il sistema economico del Sud che va a rotoli e crea quella situazione di arretratezza che ancora oggi divide in due il nostro BelPaese. Unità d’Italia? Nientaffatto. Son ben altri gli interessi in gioco, a partire dalla logica di potenza dei monarchi sabaudi. Insomma un libro da leggere per ‘aprire gli occhi’ e riflettere su quelli che il mito creato e scritto come sempre dai vincitori ci ha dipinto come eroi e che invece nascondono connivenze con interessi ben diversi da quelli esaltati dal Risorgimento (così ad esempio Mazzini accuserà duramente Garibaldi di aver tradito il sogno repubblicano consegnando l’Italia ai piemontesi in combutta con gli interessi degli inglesi), metodi repressivi da criminali di guerra, malaffare, delinquenza, corruzione. Un libro insomma da leggere anche per capire la genesi dei nostri tempi moderni in questo nostro Paese dove ancora trionfano mafia, corruzione, malaffare, occupazione del potere nel nome di interessi particolari.

“Ti saluto, vado in Abissinia – Giovani nella guerra d’Etiopia 1935-36”, racconto di Stefano Prosperi, Marlin editore

Un’occasione d’oro per conoscere e approfondire una pagina della nostra storia troppo spesso conosciuta a malapena grazie non certo alla squola (che dal punto di vista storico merita la q) ma alle canzonette che accompagnavano la partenza dei bastimenti con le nostre truppe e i civili al seguito, come la famosissima “faccetta nera“. In questo caso è il figlio, Stefano, di uno di quei soldati che in forma romanzata racconta i giorni dell’invasione e della guerra come vissuti dal padre, Mario Prosperi. Partito volontario non certo per ‘credo fascista’ ma per necessità economica di una famiglia borghese, madre, due fratelli con seri problemi che li escludono da un lavoro continuativo, la paga del soldato diventa fondamentale per la sopravvivenza. La conquista della Terra d’Africa? Un fatto di civiltà, l’opportunità per abissini e abissine per essere liberati dalla schiavitù. Così la propaganda di un regime che, in realtà, gioca una partita di autorevolezza (leggasi potere) internazionale e soprattutto vuole vendicare la grave sconfitta patita sullo stesso terreno alla fine del secolo precedente, unico esercito coloniale bastonato dalle ‘selvagge’ popolazioni africane. Selvaggi che in realtà tanto selvaggi non sono ed anzi oppongono una strenua resistenza costringendo gli italiani a metodi sempre più duri, vere e proprie barbarie tanto da dover discutere su chi siano i veri selvaggi.

Camicie nere all’imbarco

Del resto si tratta di una guerra e di una vittoria da raggiungere costi quel che costi. Mario vive e racconta (attraverso la penna del figlio) tutte le difficoltà e le vicende di una guerra sporca come tutte le guerre. Il caldo infernale, la varietà del terreno, l’approssimazione o la mancanza di carte adeguate del territorio. Eppure si avanza. Grazie all’impegno di forze e mezzi garantite dal regime e grazie ai metodi usati: massacri indiscriminati di civili, razzie, distruzione di interi villaggi, fucilazioni e vere e proprie esecuzioni specie di religiosi, fino all’uso dei micidiali gas che non lasciano scampo. Veri e propri crimini di guerra da parte dell’esercito e del fascismo con la complicità della monarchia silente e connivente. Alla fine s’arriva all’Amba Aradam vendicando la sconfitta di Adua del 1896 quando 17.700 uomini del Regio Esercito furono sconfitti da 100.000 combattenti etiopi armati di lance, scudi e frecce. Eppure non finisce lì. Gli etiopi che tanto selvaggi alla fine non sono, di fronte a metodi italiani che non lasciano scampo, che continuano a rapportarsi alla popolazione in termini di sottomissione ignorandone la cultura e il modo di vivere, organizzano la resistenza in forma di guerriglia, peraltro ben armati dai soliti inglesi, nemici giurati non tanto del fascismo ma delle mire espansionistiche di Mussolini capace di incidere sul dominio economico in africa dei sudditi di Sua Maestà la Regina.

Così Mario ci racconta dei tempi morti, della noia e della degradazione dei giorni vissuti in uno sperduto fortino, delle partite a carte, delle razioni che scarseggiano, delle amicizie e dei contrasti con gli irriducibili in camicia nera, dell’arrivo ad Addis Abeba, delle passeggiate tra le case di Makallè, delle scorribande delle Camice Nere che non esitano ad appropriarsi delle cose “dei selvaggi” con metodi che ai giorni nostri chiameremmo espropri proletari, degli improvvisi attacchi ‘mordi e fuggi’ della resistenza ai quali seguono pesanti repressioni su civili sospettati di connivenza. Il tutto raccontato dal punto di vista di un giovane ragazzo che vive tra i dubbi e i timori per un futuro sempre più incerto, che si rende conto di come l’ambiziosa avventura voluta dal Regime si avvia ad essere una disastrosa impresa mentre arrivano le notizie degli aerei inviati dal Duce in terra di Spagna e dei combattimenti ai quali partecipano fascisti e nazisti a fianco del generale Franco contro il governo spagnolo legittimamente eletto. Che cosa si sta preparando, quale il futuro del mondo? Ombre di guerra. Il timore di Mario che, nell’ennesimo combattimento, viene ferito.  Un libro, 323 pagine che scorrono veloci, una lettura gradevole proprio in quanto storia che diventa romanzo, vissuta attraverso gli occhi, le emozioni, i sentimenti, i dubbi, le paure di un ragazzo in una terra sconosciuta che si interroga sul futuro che lo attende in un Paese dominato dalla dittatura.

Ricordi guerra Italia-Etiopia, Adua 1935-36

“Conta fino a dieci”, romanzo di Paolo Cammilli, Sperling & Kupfer editori

Fortunato, Diletta, Rosa, Nino, Pietro, Salvatore. Sei bambini chiusi in un cerchio, come per proteggersi. Sette anni il più grande, quattro e mezzo la più piccola. Isolato numero 4, un palazzo popolare del comprensorio Cielo Rosso, a sud di Catania, come da tutte le parti del mondo si gioca a nascondino, dietro le colonne, nel buio dei sotterranei. Così scompaiono due bambini, a pochi mesi l’uno dall’altro. Come, dieci anni prima, era sparita una bambina, poi ritrovata in fin di vita lungo i binari della ferrovia che lambisce i palazzi. Un solo elemento, macabro e beffardo, accomuna i tre casi: i piccoli si perdono nel buio mentre stanno giocando a nascondino. Nessuno ha visto niente, nessuno sa niente. Centinaia di famiglie, impantanate nella miseria, hanno e fanno paura. Le indagini, mollicce e pavide, imboccano vicoli ciechi e marciscono come le ringhiere dei ballatoi. Oscar Baldisserri, un quarantacinquenne senza capo né coda, una vita senza costrutto, attività molteplici (da ultimo impresario teatrale, protagonista dell’ennesimo fallimento), su chiamata del Procuratore viene catapultato fra quelle squallide muraglie di cemento, giusto perché, dieci anni prima, nel giorno della scomparsa di quella bambina, era stato visto gironzolare al Cielo Rosso. Ma chi al Cielo Rosso non ci è cresciuto resta un estraneo e per lui le cose son subito chiare: vien preso a sassate dai ragazzini che incontra solo perché chiede chi ha ammazzato quel cane la cui carcassa resta nella polvere, a poca distanza dal chiosco che vende bibita e birra. Ma non si arrende. Nemmeno quando Matilde, una ragazzina di 15 o 16 anni che già sembra donna vissuta, gli sputa in faccia. Così riuscirà a farsela amica anche grazie all’intercessione di Fortunato, il più piccolo e il più dileggiato di tutti i bambini, quello che tutti gli altri deridono perché ci vuol poco a spaventarlo e allora lui si piscia addosso. Non molla, Oscar, non molla nemmeno di fronte alle reticenze dello stesso Procuratore che, pur avendolo incaricato, lo depista, gli nega la verità, soprattutto mente sulle motivazioni che hanno indirizzato la scelta per indagare su di lui, come se lui potesse con facilità dialogare con quella gente chiusa in se stessa che, davanti alle divise, si chiude in un insuperabile silenzio in odore di complicità. Chi era quella bambina, Chiara, che dieci anni prima venne lasciata per morta sui binari della ferrovia in attesa del passaggio del treno? Chi la strappò alla morte certa? Dove è stata riportata, nascosta dalla Polizia? Esiste un collegamento tra la sua vicenda e la improvvisa nuova scomparsa dei due bambini? Siamo di fronte ad un serial killer tornato dal nulla? E se l’assassino fosse lo stesso Oscar la cui mente rigetta e rifiuta una verità nascosta? No, non può essere, grida Oscar a un passo dal lanciarsi nel vuoto, a un passo dal suicidio. Un istante prima, per sua fortuna, arriva il piccolo Fortunato che lo supplica di fermarsi, di non compiere quel gesto estremo. Ma allora chi? Ecco un libro letteralmente da divorare, con tanto di complimenti e di soddisfazione per aver conosciuto un eccellente scrittore. Consigliato, senza se e senza ma, agli amanti del thriller ma non solo.

“La donna di Arsél”, romanzo di Antonia Pozzi, edizioni ‘Il Ponte Vecchio’

Il diritto della ricerca delle origini. Antonia, protagonista del romanzo, nasce nel 1961, frutto di un atto sostanzialmente di violenza sessuale subito dalla madre, Terry. Epoche già lontanissime dai nostri giorni e, in quegli anni ’60, in ogni caso la ‘svergognata’ era comunque la donna, soprattutto se figlia di contadini o comunque di una famiglia povera. Per i ricchi, come scopriremo, la soluzione si trova sempre e comunque ai poveri non resta che ammiccare, tollerare, comprendere, tener per sè gli eventuali pensieri di biasimo che invece diventano sentenze pubblicamente dichiarate senza appello o riabilitazione alcuna. Quando invece, come si diceva, i fatti avvengono tra poveri contadini per il “frutto” che talvolta ne consegue si aprivano i portoni, le scalinate, i cameroni del brefotrofio, l’istituto destinato ai figli illegittimi, abbandonati o a rischio abbandono. Antonia tutto sommato è fortunata, il soggiorno nell’istituto è di breve durata: ancor prima di accendere la seconda candelina viene accolta da una coppia di lavoratori che non può generare figli. Luigi e Maria che prendono il posto del padre ignoto e della madre che ha scelto l’anonimato. Così la bambina cresce, adottata, nella tranquillità della bella Rimini e diventa un fantasma impalpabile, irraggiungibile per il suo passato che resta celato in polverose cartelle dimenticate in altrettanto polverosi archivi, piene di documenti e fogli con numeri e sigle ma nessun nome (se non il suo), nessuna possibilità di essere rintracciata con la sua nuova famiglia o di poter rintracciare a sua volta quel passato sfumato nel nulla. Solo a 8 anni Luigi e Maria riveleranno che esiste uno sconosciuto passato diverso, costretti in questo dalle chiacchiere della gente. I vicini che parlano in casa loro, tra di loro, negli incontri tra comari di quella bambina figlia di nessuno, semplicemente adottata da quei coniugi incapaci di avere figli loro. Chiacchiere, maldicenze, invidie, gelosie di questa nostra umanità varia. Che gli altri bambini ascoltano e, alla prima difficoltà, riversano su Antonia compagna di scuola. Perché si sa, i bambini non hanno pietà e riversano sui ‘diversi’ le loro paure, le loro debolezze, la lora affermazione, di fronte a chi scoprono debole, d’essere invece loro normali e quindi superiori. Così, drammaticamente, Antonia scopre che esistono un’altra madre, un’altro padre, quelli veri, quelli sconosciuti, quelli che non l’hanno voluta. Di fatto da questo punto, conclusa la premessa introduttiva, inizia il romanzo, la ricerca, l’affermazione, di fronte a tantissime porte chiuse, del diritto alla scoperta del passato per innanzitutto trovare e capire se stessi. 206 pagine che, a parte qualche marginale refuso tipografico, sanno diventare avvincenti, appassionanti, incalzanti. Una storia suddivisa in 37 capitoli con l’incapacità di interrompere la lettura, passando attraverso storie che in quell’epoca erano se non normali quantomeno diffuse. Come la scoperta, lassù tra le piccole parrocchie sperse nell’appennino, che non solo i giovani virgulti contadini erano uomini ed amavano l’amore ma spesso anche i tanti ragazzi costretti in seminario dalle famiglie che non potevano garantire loro un futuro restavano uomini troppo soli anche dopo aver indossato la veste nera (del resto meglio uomini che con i problemi di pedofilia che ci presentano le cronache di oggi). Insomma, un romanzo avvincente, che personalmente ho letteralmente divorato nell’arco d’un sol giorno, incapace di negarmi al susseguirsi dei capitoli, delle pagine, dell’evolversi dei fatti narrati, del ritmo e della cadenza che l’autrice riesce a trasmettere.

 

“Il signor parroco ha dato di matto”, romanzo di Jean Mercier, San Paolo edizioni

Jean Mercier è redattore capo aggiunto per le questioni religiose nell’importante rivista francese “La Vie” per cui non stupisce se, oltre al tono ludico che t’aspetti, scopri anche un’importante riflessione sulla condizione di un prete nei decisamente particolari tempi nostri. Innovativi, capaci di mettere in discussione tutta la teologia della tradizione con le sue indicazioni e i suoi riti. Che tuttavia non è detto siano sempre in contrasto con i bisogni dei parrocchiani, dei cristiani, dei credenti. Ben pochi dei quali, in realtà, trovano il tempo per la regolare frequentazione della chiesa parrocchiale e non sempre quei pochi che invece non mancano un incontro, una riunione, una funzione, non sono a loro volta genesi di problemi, contrasti, problemi per il povero parroco. Così un bel giorno ecco che Don Beniamino Bucquoy, stanco degli screzi tra Brigitte Charbonnier e Guillemette de la Fausse Repose per la sistemazione dei fiori in chiesa, piuttosto che per i rimbrotti dell’amico Vescovo, o ancora per gli attacchi che gli arrivano per una presunta tolleranza nei confronti dei ‘diversi’ (ma non siamo tutti uguali, davanti a Dio?), ecco che un bel giorno Don Beniamino scompare. Fuggito con una misteriosa Dama? Vittima di un gesto estremo? Oppure più semplicemente ‘rinchiuso’ nella ricerca di un diretto, personale, solitario rapporto con il cielo? Tutta la Francia lo cerca, disperatamente e non mancano i soliti chiacchieroni ognuno con la propria fantasiosa verità (manca soltanto la visione di un’astronave aliena) alla ricerca di un personale momento di notorietà. Un romanzo che diverte, con una conclusione sorprendente, ma che allo stesso tempo non manca di invitare alla riflessione sul nostro attuale rapporto con la religione, la divinità, il credo.

“L’infiltrato”, racconto testimonianza di Vindice Lecis, Nutrimenti edizioni

Gli anni nei quali si arrivò ad un passo dalla rivoluzione, gli anni di piombo. Non solo terrorismo da parte di pochi ma anche fenomeno di massa che ha coinvolto tanti ragazzi di allora, pronti anche a sparare e naturalmente a rischiare di persona. Il Paese dei democratici si spezzò in due: chi aprìva al tentativo di dialogo se non proprio con le forze più apertamente dedite al terrorismo quantomeno nei confronti dei movimenti e chi invece riteneva che per difendere lo Stato democratico nessun ‘cedimento’ fosse possibile, qualsiasi fosse il prezzo da pagare. In realtà la forza dello Stato stava nella consapevolezza che comunque l’eversione non aveva il consenso della maggioranza del popolo. Per questo, anche di fronte a situazioni estreme, la trattativa poteva essere momento di forza salvaguardando la vita dei rappresentanti della democrazia. Così, ad esempio, nel caso dell’omicidio di Aldo Moro che, una volta avvenuto, segnò il punto più basso del consenso da parte delle Brigate Rosse e sostanzialmente la fine delle stesse e delle diverse forze fiancheggiatrici. Una linea, quella del dialogo, assolutamente estranea alla politica del PCI che, nel fenomeno dell’eversione, vedeva messo in discussione il proprio stesso consenso che pure aveva raggiunto i suoi massimi livelli storici: facile per la destra e i rappresentanti della moderazione di centro evidenziare presunte connivenze quantomeno d’origine politica tra la sinistra rivoluzionaria e i comunisti di Berlinguer. Il libro di Vindice Lecis ci rivela di come il Pci, per non veder svanire la possibilità di legittimazione all’ingresso nel governo del Paese, operò per individuare e denunciare i soldati della lotta armata collaborando con gli organi dello Stato e con il generale Dalla Chiesa in particolare infiltrando un iscritto in un gruppo di fuoco del movimento. Era quella la strada giusta? Vengono alla luce, pur con la dovuta riservatezza, azioni di spionaggio, documenti interni, riunioni riservate, l’attività di controllo e denuncia nelle fabbriche. Di un’epoca bagnata appunto dal sangue di Aldo Moro e di Guido Rossa. I dubbi, le perplessità, l’ipotesi che potesse esistere una terza via, che non tutte le responsabilità del terrorismo fossero estranee alle deviazioni delle strutture dello Stato stesso, restano ancora oggi un interrogativo senza risposta.

Aldo Moro, opera di Michele De Meo

“Il peso della farfalla”, romanzo di Erri De Luca, Feltrinelli editore

Ci sono romanzi che è facile trascurare e non sai neanche di preciso perché. Forse semplicemente perché ne hai troppi ‘in attesa’ e quel libercolo (70 pagine) ti sembra irrilevante, di scarso peso data la scarsità del volume, delle pagine e anche considerato il titolo: quanto mai può pesare, una farfalla? Del resto, come ti frulla per la testa secondo antico pregiudizio, chi scrive poco, finisce con l’essere un semplice scrittorucolo? Una riflessione che, come dimostra Erri De Luca, non può essere un dogma e prima di dichiararla, andrebbe analizzata, elaborata, soppesata, partendo dalla lettura del presunto ‘libercolo’. Così è per questo peso della farfalla che si posa sul corno dell’animale, laddove pagina per pagina ti trovi a leggere d’un fiato una storia in prosa che profuma di poesia e di profonda riflessione sulla vita, sui rapporti tra soggetti speciali, straordinari. Siamo di fronte a due Re con l’erre maiuscola che vivono nella solitudine della natura e del loro ruolo di straordinarietà: il Re dei camosci da un lato, animale in questo caso con innata la regalità che nessuno, nel branco, osa contestare, mettere in discussione. D’altro lato l’uomo, che merita l’appellativo di Re dei camosci per quanti ne ha saputo uccidere (oltre 300, peggio di Buffalo Bill con i bisonti) nel corso della vita da cacciatore di frodo salendo sulle cime delle montagne, sapendo come e dove tendere l’agguato in attesa del passaggio dei capi migliori. Cacciatore ma che pure vive in simbiosi con le sue vittime (e soprattutto con quel Re che invano insegue da una vita) secondo un preciso codice di valori. Quale lo spirito, quale la logica, quali i metodi dell’uno e dell’altro per condurre una battaglia che appunto accompagna tutta la vita, il primo per sfuggire alla canna del fucile, il secondo per aggiudicarsi l’ultimo trofeo, quello più importante? Così, fino all’ultima battaglia, quella che si conduce al tramonto, quando entrambi sentono avvicinarsi l’ultima stagione, quella dalla quale uno solo dei due potrà uscire vincitore dopo di ché tutto finirà, per l’uno, per l’altro, forse per entrambi. Mentre la farfalla, metafora della vita che silenziosa appare e se ne va, vola sull’uomo, vola sul Re dei camosci, cala lentamente tra il silenzio che avvolge monti e valli. Un libro che si legge d’un fiato, avvincente, carico di passione, di poesia, uno dei pochi che può essere un piacere conservare e magari, col tempo, rileggere.

“Le terre del Sacramento”, racconto di Francesco Jovine, Donzelli editore

Un tuffo negli anni venti, terre del Sud. Le terre del Sacramento, terra dura, piena di sassi, feudo incolto già nelle mani della Chiesa, espropriato dallo Stato ai tempi dell’Unità, finito nelle mani di un proprietario, Enrico, signorotto con simpatie socialiste che pensa più alla frequentazione della Casa del Popolo in vista di una possibile candidatura alle elezioni che non a curarsi delle sorti della terra e dei contadini. Dovrà arrivare Laura, giovane avvolta in molti misteri, che non solo lo sposa ma prende le redini della gestione, stringe un’alleanza con Luca, figlio di contadini e quindi dagli stessi ascoltato, con la promessa di dar loro quelle terre a patto di lavorarle, renderle produttive. All’orizzonte le prime camice nere che invocano la rivoluzione contro tutto e contro tutti pur di menar le mani a suon di manganelli. Così nelle grandi città, così a Napoli, ma lentamente la violenza s’affaccia anche nei paesi e per chi lavora sognando di sostituirsi nella proprietà al clero, ai nobili, non son tempi facili. Con i Carabinieri che sembrano non vedere chi di nero vestito si macchia di sangue e la monarchia che non ferma chi marcia su Roma. Così tra zappe e manganelli, capita l’antifona, nasce una nuova classe sociale, la borghesia che sa ben giostrare utilizzando i capitali in arrivo dalle banche e dalla finanza riuscendo alla fine, senza colpo ferire, a prevalere, anche con qualche sotterfugio e senza badare alle parole date, sugli altri protagonisti della storia del BelPaese. Ed è questo, il libro di Jovine, ultimo romanzo del giornalista uscito postumo nel 1950 e subito insignito del Premio Viareggio: uno spaccato di una realtà sociale in movimento, il preludio all’Italia che sarebbe venuta e che ben conosciamo nei suoi attuali equilibri sociali.

“La verità della suora storta”, romanzo di Andrea Vitali, Garzanti editore

Arriva l’estate ed è immancabile l’appuntamento ‘leggero’ con Andrea Vitali e la sua inesauribile fonte narrativa. Stavolta si racconta del Sisto Santo, figlio di N.N., già provetto apprendista meccanico nell’officina dello Scatòn che però, dopo la morte di quest’ultimo, ha preferito acquistare un Millenove trasformandosi in tassista. Aspetta i clienti alla stazione ferroviaria di Bellano. Pochi, che vanno in visita all’ospedale o su al cimitero. La storia parte da quella donna arrivata dopopranzo, poco prima che dalla radiolina che il Sisto tiene in macchina partisse la sigla di Tutto il calcio minuto per minuto, invero a scudetto già assegnato (al Cagliari di Gigi Riva). Chiede di essere portata al cimitero ma, una volta arrivati, il Sisto si accorge che la donna è morta. Proprio lì, sul sedile posteriore del Millenove, macchiandolo pure di urina. Un guaio mica da ridere. Da tirare in ballo il maresciallo Riversi. Anche perché la donna è senza borsetta e non si riesce a capire chi sia, né chi stesse cercando al cimitero di Bellano in quel pomeriggio di fine aprile.

Con la consueta grazia e ironia Vitali imbastisce una nuova storia dall’intreccio imprevedibile e commovente e dal finale assolutamente inatteso per quanto al Sisto, la cui vicenda di vita si intreccerà in modo del tutto inatteso con le vicende della ‘suora storta’, ormai anziana ospite di quello che possiamo definire ospizio per religiose, unica a riconoscere la donna morta immortalata in una vecchia fotografia dei tempi giovanili, con lei e un allora giovanissimo figlio del notaio del paese, quando la vocazione e la chiamata erano ancora da venire. Senza tralasciare quel pizzico boccaccesco che mai manca nelle storie della Bellano resa famosa dallo scrittore, ed ecco dunque il Sisto, con gli amici un pò scapestati, Saila e Manina, sulla strada per arrivare all’autogrill che, come raccontano i camionisti, “è pieno di figa“. Perché, sembra la morale, comunque vada nella vita, su quel che conta, per gli uomini, non ci son dubbi.