“Un terremoto a Borgo Propizio”, romanzo di Loredana Limone, Salani editore, 2015

Terza ‘visita’ a Borgo Propizio, ambiziosa cittadina con ambizioni d’arte, di richiami turistici, di crescita culturale. Ma anche di vita quotidiana, l’ordinaria vita della beata provincia del BelPaese. Ora noiosa, ora triste, ora ammiccante. Invidie, gelosie, amori vissuti, amori negati, amori proibiti, interessi economici bustarelle comprese, un Sindaco, Felice Rondinella, particolarmente attivo, una signorina che lo ama e lui perdutamente innamorato dell’amico magistrato senza negarsi a qualche avventura amorosa magari all’estero, lontano dalle chiacchiere del paese. Ma un giorno un violento sisma, arriva inclemente a distruggere ampia parte del centro storico, gettando nella disperazione i propiziesi che tanto amano il loro paese. Ma non solo: camminando tra le macerie, nella nascosta Viottola Scura, ecco a terra l’assessore Tranquillo Conforti, quello che dichiarava espressamente la volontà di sostituire il Sindaco. Cadavere. Assassinato. Un assassino a Borgo Propizio? Non solo. A parte i sette travolti dai crolli, proseguendo nella lettura troveremo gli scandali tipici della provincia, le storie che tutti ignorano, i cuori palpitanti che danno argomenti per i sorrisi e gli ammiccamenti da bar. Certo, i personaggi sono forse un pò troppi, le vicende dell’uno e dell’altro si intrecciano con qualche passaggio che stona, qualche rimando che complica l’attenzione del lettore. Non sempre è facile orientarsi di capitoletto in capitoletto nei diversi scenari di litigi e tradimenti che si sviluppano paralleli all’indagine per capire chi sia l’assassino. Seguiamo le storie del sindaco Felice, il Maresciallo Saltalamacchia, Ruggero il costruttore, Francesco il cuoco e poi ancora Belinda, Mariolina, Marietta e naturalmente i soliti problemi italiani: sembra di vivere la situazione dei terremotati dell’Aquila o di Reggio Emilia che, a parte le promesse iniziali, restano poi nei grandi tendoni allestiti dalla Protezione Civile mentre già s’affaccia il gelo dell’inverno. La lettura inoltre mi ha riportato a quando, ragazzo a fine anni sessanta, ho trovato in libreria di casa ‘I peccati di Peyton Place‘, uno spaccato della provincia americana, un libro di rimando sociale che tuttavia venne apprezzato dai lettori (io curioso adolescente non certo escluso) per i fatti a sfondo sessuale. Sicuramente due strutture narrative molto diverse con la differenza che Loredana Simone, grazie ad un pizzico aggiunto di ironia, sa innanzitutto coinvolgere e divertire. Per questo, dopo aver letto il primo libro della serie, finito questo terzo, ho immediatamente ordinato il secondo e l’ultimo uscito, il quarto della serie, dei quali sicuramente prossimamente parleremo. Dunque, buone serena lettura e per quanto mi riguarda, buon ritorno nel Borgo Propizio.

“Io ti perdono”, romanzo noir di Elisabetta Bucciarelli, storia di bambini rapiti nei boschi, Kowalski editore 2009

La piccola Arianna vede un cagnolino biondo che, tra gli alberi del bosco, sembra chiamarla, invitarla a giocare con lui. Lo insegue. E così s’allontana dai genitori che si stanno divertendo alla ricerca di castagne. E scompare. Non è il primo bambino che si perde tra i monti della verde Val d’Aosta. Per, dopo qualche giorno, ritornare portando con sè gli inequivocabili segni della violenza subita. Eppure alla stazione dei Carabinieri non arriva nessuna denuncia, tutti i genitori coinvolti tacciono, tengono i drammi psicologici che inevitabilmente vivono i loro figli all’interno delle mura di casa. Per proteggerli, per evitare che il peso delle prevedibili pressioni da parte dei media gli faccia rivivere le ore passate tra torture e violenze, peggiorando ulteriormente la loro situazione. Ma non tutti. La madre di Arianna non regge al dolore, non vedrà il ritorno della figlia, muore di crepacuore. Proprio quando il parroco del paese, Don Paolo, ha chiamato Maria Dolores Vergani, ispettore di Polizia a Milano, non tanto per indagare (non è sua la competenza) quanto per assistere come ex psicologa la povera donna. Inevitabilmente la donna viene coinvolta nonostante ben altre siano le sue preoccupazioni ed impegni. Un’indagine, insieme al collega Pietro Corsari, per quella donna della quale in area industriale dismessa a Milano vengono trovati i resti, indagine che la portano a contatto con il mondo della prostituzione nei locali periferici dell’hinterland. Oltre alle sue vicissitudini d’amore, divisa tra il suo compagno e quel milite della Guardia di Finanza, sposato con figli, che le telefona continuamente senza che lei riesca a negarsi a quel contatto profondo, sia pur non fisico. La bambina, il cadavere della prostituta milanese, il mondo della Lap Dance, Don Paolo che, si scopre, venne allontanato dal servizio in Liguria per il sospetto di pedofilia e che viene trovato nella sua stanza impiccato tanto da convincere il maresciallo dei Carabinieri che il colpevole per la sparizione dei bambini è trovato, il caso è chiuso. Ma Maria Dolores non demorde, va in Liguria, scopre che forse il prete era innocente, colpito dai pettegolezzi della gente e come tale invitato dalla Curia ad accettare il trasferimento non per perdono ma semplicemente per non attizzare le chiacchiere. Quindi torna in quei boschi dove a sua volta ha camminato da bambina, qualcuno la colpisce alle spalle, il buio l’avvolge. Un bel noir, intrigante, per gli amanti del genere, con continui riflessi psicologici. Un finale con alcuni segnali premonitori in corso di lettura. Interessante. Anche come riflessione sulle motivazioni psicologiche ed umane che possono stare alla base di un mal risposto ed equivoco amaore per i bambini.

 

“Giorni di guerra”, memorie di Giovanni Comisso, Longanesi & C. editore

Il giornalista e scrittore Giovanni Comisso scrisse Giorni di guerra tra il 1923 e il 1928 per poi vederlo pubblicato in prima edizione nel 1930. Si tratta di un libro di memorie, legato alla sua partecipazione (convinta, come interventista) alla Grande Guerra ma non aspettiamoci polemica sull’assurdità della guerra (che pure, rileggendo i fatti che racconta, traspare) e sull’impreparazione degli ufficiali italiani. Comisso, partito come soldato, successivamente ammesso ad un corso ufficiali, diventato tenente, non si trova in prima linea dove si soffre e si muore. Fa parte del genio trasmissioni, vive l’esperienza da posizione privilegiata ma, data la giovane età, non cerca di ‘imboscarsi’ di approfittare della sua posizione come invece fanno tanti suoi colleghi. Nei diversi comandi dove il giovane ufficiale passa per ricevere ordini e disposizioni troviamo Generali, Colonnelli, Maggiori. Nessuno di loro in prima linea: gli ordini vengono trasmessi per via telefonica. Comisso invece familiarizza con i soldati, sfiora la prima linea, non esita ad affrontare i pericoli della guerra. Siamo nel 1917, poco prima della battaglia di Caporetto, che costringe l’esercito italiano, dopo una bruciante sconfitta, a ritirarsi in disordine lungo la linea del Piave. L’ambiente è quello dell’alto Isonzo, dove soldati e ufficiali stanchi occupano da oltre due anni le stesse linee senza riuscire ad avanzare. Comisso, incaricato di controllare le linee telefoniche che collegano gli avamposti ai Comandi arretrati, non esita a raggiungere la prima linea, a solidarizzare, dormire, cantare, dividere cibo e soprattutto vino con i soldati coi quali troppi alti ufficiali parlano solo per telefono. Così il giovane tenentino conquista la fiducia in se e la stima dei propri compagni. Arrivando fino all’inversione dei destini della guerra, con gli italiani che ritrovano slancio, di nuovo superano il Piave, parlano i cannoni mentre dal nemico lentamente risponde il silenzio. E’ la vittoria, arriva la notizia che la guerra è finita. I soldati accendono fuochi tra le montagne, sparano gli ultimi colpi per aria, la notte è illuminata dalle esplosioni delle bombe esplose per la gioia. Sulle porte delle case contadine, alle finestre s’affacciano le ragazze festanti e, finalmente, quei giovani mandati a combattere e a morire, tornano alla vita.
La guerra è finita.

 

“Appunti fotografici” di Carmen Artocchini, a cura del Museo per la fotografia e la Comunicazione Visiva di Piacenza

La fortuna di aver avuto la professoressa Artocchini come insegnante nei primi due anni delle superiori. Devo confessarlo: molto più ho imparato dall’insegnante sempre di italiano delle medie, il professor Botti (non ricordo il nome) ma sicuramente l’amore e l’interesse per la cultura contadina hanno avuto un deciso sviluppo non solo dalle origini della famiglia di mia madre ma anche grazie alle ‘annotazioni’ (verbali), ai rimandi, ai racconti della signorina Carmen.

Il castello di Sarmato

Ricordo la soddisfazione quando ho ‘ereditato’ da mio zio Remo Bonomini, prematuramente scomparso, i volumi in prima edizione “I Castelli del piacentino” e “Il folklore piacentino” che ancora oggi arricchiscono la mia libreria. Per tacere delle “400 ricette della cucina piacentina”, edizione 1985, che Dalila certo non si è fatta mancare. Letteralmente pietre miliari della Piacenza che fu, delle nostre tradizioni, base culturale del nostro essere odierno.

Wanda mostra come si fa il burro con il burlaro (Selva di Cerignale, anni settanta)

L’Artocchini, e questo volumetto ne è testimonianza, ha prestato particolare attenzione alla tutela e alla valorizzazione della cultura rurale con un riguardo ai territori collinari e montani delle valli piacentine e in particolare della Val Trebbia. Sotto la lente d’ingrandimento Comuni come Cerignale, Coli, Ottone  ma quello che incide nel profondo è la ricerca del rapporto di forte interazione tra l’uomo e la natura.

Trasporto della legna col mulo (Cariseto di Cerignale, 1967)

Da parte mia tornano alla mente le sensazioni e le immagini dei giorni passati, bambino, in Val Chero. Le notti a dormire sotto il portico, tra la paglia ad ammirare il cielo carico di stelle, con il cugino Giorgio e il cane Brill, un volpino mezzosangue, un meticcio, che alla mattina arrivava a leccare il viso per svegliarci, per giocare.

Lavatoio (Salsominore di Ferriere)

Poco distante dal granaio stava il pozzo capace di garantire un’acqua freschissima, un vero piacere far scendere il secchio e dissetarsi nella calura estiva. Per tacere di quando il nonno, con quello stesso secchio, mungeva la Nerina, una vacca chiazzata che forniva un latte buonissimo con tanto di schiuma che bevevo ora col mestolo, ora direttamente dal secchio.

Buoi con lesa (Selva di Cerignale)

Una vita idilliaca? In realtà una vita dura, la terra non lasciava spazio per vacanze, pretendeva tanto e i risultati erano quelli che erano. Zio Giovanni comprò una moto per andare a lavorare in città. Diventando un bravo muratore. Riuscì ad acquistare una Topolino e per sette anni guidò senza patente, regolarmente bocciato all’esame ma, all’epoca, di vigili, poliziotti e Carabinieri nelle valli non c’era nemmeno l’ombra.

Museruole per buoi in vimini, gerla e forca in legno per l’erba (Cassimoreno di Ferriere, 1972)

La nonna, già vecchia a 50 anni, sempre vestita di scuro, leggermente con la schiena piegata, spesso con lo scialle sulle spalle oppure a coprire il capo. La ricordo al forno a preparare il pane, ad impastare la farina, ad armeggiare al camino, a badare alle galline nell’aia, a raccogliere le uova, a badare alla casa, a rammendare calze, calzoni, camicie, mentre gli uomini stavano nei campi di grano, nei vigneti, al pascolo, nel bosco a procurare la legna, a seminare, ad irrigare, a raccogliere, a lavorare, alla sosta per il pranzo passando di mano in mano la pagnotta, il salame, la boccia di vino rosso, quello che macchiava il fondo del bottiglione.

La Nicentin mentre fila (Lisore di Cerignale)

Insomma, il ‘racconto fotografico’ di Carmen Artocchini rappresenta uno stimolo per ricordare la vita di quegli anni ormai lontani, una vita contadina ormai superata. Dalle fabbriche, dai richiami delle città, dalle macchine ma che, per chi ha vissuto quegli anni da bambino comunque non può dimenticarli. Anche se il mondo è cambiato e quei paesi sono ormai spopolati, preda del vento che per fortuna ancora racconta di storie ormai lontane che rischiamo di dimenticare. Così questo libro s’unisce al vento e sa scaldarci il cuore.

Sentiero tra vecchie case in sasso (Lisore di Cerignale)

“Memorie di una principessa etiope”, diario di Martha Nasibù, BEAT Biblioteca di Editori Associati di Tascabili, 2012

Italiani brava gente? Si provi a domandarlo agli etiopi che videro le truppe italiane varcare i confini senza nemmeno una dichiarazione di guerra, segno di una supponenza e di una tracotanza che basava su una forma di razzismo senza limiti. Un razzismo che avrebbe giustificato nefandezze sul campo che possiamo definire veri e propri ‘crimini di guerra‘. Decimazioni, fucilazioni di civili, interi villaggi dati alle fiamme, impiego di gas, nessun rispetto per quella che era una grande civiltà. Martha Nasibù, all’epoca poco più d’una bambina, con questo suo diario ci racconta del palazzo, il Ghebì, del nobile suo padre Nasibù Zamanuel che svettava sontuoso nel centro di Addis Abeba. Circondato da un parco di cinquantamila metri, con alberi di alto fusto e piante ornamentali fatte giungere da ogni parte del mondo, il Ghebì era composto da un’infinità di camere, elegantemente arredate con mobili in stile Luigi XVI e Chippendale, porcellane di Sèvre, immensi arazzi di Beauvais. Ottanta maggiordomi, domestici, cuochi e giardinieri provvedevano alla cura della casa, sotto lo sguardo vigile del degiac Nasibù, bello come un dio con i suoi 185 centimetri di statura, il fisico da atleta, il volto attraente e sereno, le sgargianti divise da generale. Nella vita del degiac, tutto sembra tingersi di prodigioso e fiabesco, fino al matrimonio con la giovanissima Atzede Mariam Babitcheff dopo una gara sfrenata nell’ippodromo di Janehoj-meda alla presenza del reggente, ras Tafari Maconnen. Un giorno di ottobre del 1935, tuttavia, la bella fiaba termina bruscamente. Per ordine di Benito Mussolini, le forze armate italiane invadono l’Etiopia da nord al sud. Il degiac Nasibù combatte valorosamente per difendere la sua terra e la sua civiltà, quell’antica civiltà coptortodossa che fa dell’Etiopia una terra cristiana nel cuore dell’Africa. Le forze sono però troppo impari, anche grazie alla complicità di Francia e Inghilterra che bloccano la vendita di armi agli etiopi e al silenzio della Società delle Nazioni che ignora le denunce e le richieste di aiuto. Così il conflitto segna nel sangue la fine dell’Impero d’Etiopia e dello splendore dei Nasibù. Il 21 giugno del 1936, è arrestato Ivan Babitcheff, nobile d’origini russe, suocero di Nasibù. Il 19 ottobre, il degiac, con i polmoni stroncati e devastati dai gas italiani, si spegne in una clinica di Davos, in Svizzera, senza poter salutare moglie e figli. Nei mesi successivi tutti i Nasibù sono costretti all’esilio. A più di sessant’anni dagli avvenimenti, Martha Nasibù, figlia del degiac Nasibù, racconta l’incredibile vicenda della sua famiglia condotta in Italia sul finire del 1936 e mantenuta in cattività sino all’agosto del 1944. Otto anni di esilio nei luoghi di «villeggiatura» di Mussolini. Otto anni di esilio per la sola colpa di essere moglie e figli del degiac Nasibù Zamanuel, che si era comportato in guerra con estremo valore e correttezza, non certo ricambiata dal «viceré» Rodolfo Graziani, l’uomo (ma sarrebbe più preciso definirlo ‘la bestia immonda’) che senza pietà, senza umanità, ordinò l’uso dei gas eseguendo le disposizioni di quell’altro, il Duce, nel silenzio del Re. Italiani brava gente? Non certo quelli in camicia nera. Ma comunque, tornando allo sviluppo del racconto dei fatti, la guerra finisce, il Duce paga il fio delle sue malefatte e dei suoi crimini, Martha torna libera con la sua famiglia. Torna festeggiatissima nella sua patria e finalmente vive quella vita in pace alla quale tutti, a prescindere dal colore della pelle, dovremmo aver diritto. Ed oggi, felice, si ritrova non più solo sposa e madre ma eccola impegnata, come conclude il suo racconto, a crescere i nipoti mentre la sua Etiopia, finalmente conclusa la guerra con l’Eritrea, respira finalmente l’aria di pace. 

L’mperatore Hailé Selassié: “A Quoram, ad esempio, squadriglie di sette o di nove apparecchi sorvolarono il nostro Quartier generale, le nostre truppe, i nostri villaggi, per intere settimane, dall’alba al tramonto. (…) Il paese sembrava sciogliersi. (…). Ogni essere vivente che veniva toccato dalla leggera pioggia caduta dagli aerei, che aveva bevuto l’acqua avvelenata o mangiato cibi contaminati, fuggiva urlando e andava a rifugiarsi nelle capanne o nel folto dei boschi per morirvi (…). C’erano cadaveri dappertutto, in ogni macchia, sotto ogni albero, ovunque ci fosse la parvenza di un rifugio. (…) Presto un odore insopportabile gravò sull’intera regione. Non si poteva però pensare di seppellire i cadaveri, perché erano più numerosi dei vivi. Bisognò adattarsi a vivere in questo carnaio. Nel prato vicino al nostro Quartier generale più di cinquecento cadaveri si decomponevano lentamente.

“Senza luce”, romanzo di Luigi Bernardi, Perdisapop (Gruppo Perdisa Editore), 2008

Un piccolo paese dell’hinterland bolognese, un anziano che da di matto, dalla finestra di casa prende la mira con il fucile, spara, ammazza, spara, ammazza. La polizia non riesce ad espugnare la casa e, a sera, cercando di disorientarlo, abbassa la leva dell’unica centralina elettrica che illumina il paese che, così facendo, cade nel buio più completo. Bernardi a questo punto ci porta oltre le porte chiuse di alcuni abitanti del paese e, anche nella nostra realtà quotidiana, tra i nostri vicini e dirimpettai, quali pulsioni, quali pensieri, cosa sappiamo dell’anima profonda dei nostri dirimpettai? Nei paesi, si dice, tutti sanno di tutti, ci si conosce, ci si stima, ci si odia, ci si ama. Ci si incontra al bar al mattino per il caffè e la colazione, alla sera per una partita a carte o a giocare a stecca. Ma ne siamo sicuri? Il buio aiuta, nel buio ci si può permettere quel che mai abbiamo osato mentre in cielo arriva un elicottero e le strade sono attraversate dalle auto della polizia con le sirene ululanti e le luci intermittenti che illuminano case e marciapiedi. Mario, un dirigente comunale, che già ha avuto un benservito da Loretta, la barista, cerca di sedurre la sua vicina di appartamento, un’infermiera volontaria della Croce Rossa che alle avances del figlio del primario ha risposto con uno schiaffo clamoroso. A casa del professor Umberto si affronta l’emergenza con un gioco che travolgerà la stessa coesistenza famigliare. Nel bar di Loretta ci si industria per continuare le partite a carte e a biliardo: al tavolo Franco e il medico di base che se la fa con la Rosetta, moglie del Franco. Intanto, Domenico, uno scrittore solitario, frequenta Anna. Entra nel bagno e scopre una valigia. Piena di armi e munizioni. Chi si nasconde dunque dietro al nome di Anna che, come scopre, in realtà si chiama Silvia? Insomma, un libro che da anni giaceva tra i tanti acquistati chissà perchè, finalmente raccolto con una certa diffidenza e che invece sa prenderti, sa farti pensare e riflettere portandoti ad un finale che comunque ti sorprende lasciandoti senza fiato. E per quanto all’anziano squilibrato? No, non è lui, il protagonista. In fondo il suo destino è segnato, non sfuggirà alle forze dell’ordine. Salvochè non punti l’arma contro sè stesso, affidandosi in questo caso alla giustizia superiore, al divino. Ma, per l’autore, non è questo il punto della vicenda: l’anziano, ‘semplice’ causa dell’avvio del buio, possiamo abbandonarlo al suo destino, qualunque esso sia.

Alle porte del buio, olio su tela di Alfredo Pini

 

“Accabadora”, romanzo di Michela Murgia, Einaudi editore, 2009

Il termine sardo femina agabbadora, femina agabbadòra o, più comunemente, agabbadora (s’agabbadóra, lett. “colei che finisce”, deriva dal sardo s’acabbu, “la fine” o dallo spagnolo acabar, “terminare”) denota la figura storicamente incerta di una donna che si incaricava di portare la morte a persone di qualunque età, nel caso in cui queste fossero in condizioni di malattia tali da portare i familiari o la stessa vittima a richiederne l’eutanasia. La pratica non doveva essere retribuita dai parenti del malato poiché il pagare per dare la morte era contrario ai dettami religiosi e della superstizione. Diverse sono le pratiche di uccisione utilizzate dalla femina agabbadora: la tradizione, a seconda del luogo, la vede entrare nella stanza del morente vestita di nero, con il volto coperto, e ucciderlo tramite soffocamento con un cuscino, oppure colpendolo sulla fronte tramite un bastone d’olivo o dietro la nuca con un colpo secco. Il libro della Murgia, che ci fa conoscere questa figura della quale racconta la tradizione popolare sarda, racconta una storia ambientata negli anni 50 e ci fa conoscere innanzitutto il concetto di fill’ de anima: Tzia Bonaria Urrai, vedova e senza figli, offre una cifra che non è possibile rifiutare a Anna Teresa Listru, vedova a sua volta con quattro figlie da mantenere. Una somma per adottare Maria, appunto la quarta figlia di Anna, sei anni e un’intelligenza vispa. Così Maria dalla vita di miseria e di fame (la madre diceva che sapeva fare il bollito anche con l’ombra del campanile), diventa figlia d’anima e passa alla bella casa della benestante Tzia, alla frequenza della scuola, all’apprendimento dell’arte del cucito. Certo non mancano i momenti bui della loro convivenza: dove va, di notte, Tzia, vestita di nero, con lo scialle sulla testa, seguendo ora un uomo, ora altre persone che passano a prenderla? Lo scoprirà Maria, una volta cresciuta, al funerale di un giovane rimasto invalido per un colpo di fucile sparato forse per errore e non potrà sopportare quella scoperta. Se ne andrà. A Torino, assunta da una famiglia benestante per fare la bambinaia. Ma, quando Tzia Bonaria starà male, tornerà per assisterla trovando una vecchia ormai incapace di parlare e che tuttavia, passando i mesi, non conclude la sua vita come se qualcosa lo impedisse. Forse, anche se le accabadore non sono considerate assassine dalla gente del popolo, qualcuno di quanti ha portato verso la morte non gliel’ha perdonata ed ora impedisce al suo spirito di trovare la pace? Sarà Maria a portarla verso l’ultimo sospiro.

“Il principe dei gigli”, romanzo giallo di Hans Tuzzi, Bollati Boringhieri editore

Un convegno tra illustri cattedratici in un paese al centro dell’Umbria. Atmosfera particolarissima di un mondo ‘altro’, lontanissimo dalla realtà quotidiana, racchiuso nella propria specificità: si parla di manoscritti, di bibliografia, di volumi antichi, di stampatori medioevali, di legatorie. Ma non solo: gli illustri studiosi, alla sera, in albergo, a tavola, trovano il modo di parlare di preservativi. Ovviamente da un punto di vista erudito, ‘storico’. Furono pensati, nell’antichità come anticoncezionali? Nientaffatto: erano strumenti di protezione, di difesa. Dalle malattie sessuali, sifilide in primo luogo. Tra gli invitati il Commissario Melis, in arrivo da Milano e, seduto al convegno, Volpe, Comandante della locale stazione dei Carabinieri. E il lavoro si presenta ben presto per entrambi: al piano superiore viene trovato il cadavere di un giovane studente. Come confessa la sua giovane ragazza, da tempo a contatto con il mondo della droga. Nulla di straordinario. Giusto qualche canna e forse, senza eccedere, un pò di ‘sniffo’. Quindi quale può essere la molla che ne ha determinato la morte? La risposta sembra chiara e definitiva quando viene trovato un secondo cadavere, quello di un noto pusher della zona. Insomma, una lotta nell’ambiente per la conquista del mercato, sempre interessante nel mondo degli studenti universitari. Una soluzione fin troppo semplice, sicuramente gradita dagli accademici, abituati all’ambiente ovattato degli studi e alla consultazione degli antichi manoscritti chiusi in polverose biblioteche: un’ambiente che nessuno deve disturbare. Appunto, ovattato ma anche fragile. Lasciamo stare il mondo della cultura. Anche per non far perdere credibilità all’Alma Mater Studiorum, la grande Università. Un libro che scorre talvolta lento e addirittura noioso come lenti, ovattati, noiosi sono questi docenti, questi studiosi la cui vita ruota attorno a convegni, allo studio, alla conoscenza, lontano dalla quotidianità di chi ne vive lontano. Un mondo che vale la pena conoscere o approfondire proprio perché è dalla curiosità che nasce la conoscenza e la conoscenza prelude al futuro da immaginare e da costruire. Ma detto questo, considerata anche una conclusione della lettura con una soluzione che sembra fin troppo naturale visto il contesto generale, credo che difficilmente, per carenza di tempo e troppi romanzi in attesa di lettura, mi capiterà ancora di avvicinarmi alle inchieste del commissario Melis.

Venerdì sera, olio su tela, di Mario Canale

 

“Tramonto e polvere”, una storia d’America violenta, romanzo di Joe R. Lansdale, Einaudi editore

Una copertina languida e trasognata che sembra rinviare ad un racconto romantico e invece ti trascina in una storia al fulmicotone, ambientata nell’America anni trenta, dove imperversano violenza, ignoranza, razzismo. Sunset Jones, ovvero sunset-tramonto per via dei suoi capelli rosso fuoco, la protagonista. Moglie dello sceriffo e figlio dei proprietari di Camp Rapture, un’enorme segheria vicina al villaggio di Holiday, dove la gente puzza di polvere e segatura, vive ubriacandosi, andando a prostitute, odiando i negri e picchiando le mogli comunque e a prescindere. Non è semplice sopravvivere in un posto del genere, tanto più se sei donna o se sei negro; e lo sa bene Sunset, che durante l’ennesimo tentativo di stupro da parte di Pete, il marito, che dopo i primi tempi di quello che sembrava un matrimonio d’amore, di fatto la usa, la tratta e la possiede con violenza animale oltrechè cornificandola a piacere, Sunset si trova con la mano a toccare la pistola di lui e, senza esitazione, l’estrae dal cinturone. Spara. Lo ammazza. Bang, un colpo e fine per Pete. R.I.P., riposi in pace all’inferno. Un gesto che risveglia anche l’orgoglio della suocera, Marilyn, a sua volta soggetta alla violenza del marito, padre di Pete dal quale il figlio pare avesse ereditato l’atteggiamento poco romantico verso la donna di casa. In questo caso Marilyn non uccide Jones, si ribella, lo randella, lo getta fuori casa. Ma un uomo non può sopportare la rivolta delle donne e, a sua volta, decide di farla finita, di raggiungere il figlio all’inferno. Sale su un tronco in viaggio verso la grande sega e finisce letteralmente in mille pezzi che si spargono in segheria e sulle tute degli operai. Così, con il supporto della suocera, di fatto proprietaria di Camp Rapture, a Sunset viene affidata la stella di rappresentante della legge nonostante l’opposizione di tutti gli abitanti, poco disposti a sopportare una donna, un essere buono, secondo la mentalità imperante, solo per essere picchiata e per scoparla, in giro con stella e pistola. Ma chi comanda è sempre chi paga e visto che Marilyn è la proprietaria padrona dopo la morte del defunto marito, lei decide e per tutti così è se vi pare. Così inizia l’avventura di Sunset che sempre più si troverà a scavare in un’America in grande misura marcia, dove imperversano ingiustizia, sopruso verso i più deboli, razzismo esaperato con i cappucci del KKK dietro l’angolo, linciaggi e negri dati a fuoco senza processo, afa soffocante, invasione di cavallette, amori focosi, amori delusi, ragazzine illuse e messe incinta per subito essere abbandonate, spedizioni punitive, vendette a suon di manganelli e di fucili a pompa che ti sbrandellano. Un romanzo scorretto, schietto, senza censure, immagine di un America, quella della grande depressione, quella della provincia Texana ancora legata alla schiavitù, al dominio del bianco sul nero (ma anche del maschio sulla donna), un’America che ci auguriamo non esista più anche se la lettura può farci capire le cronache che talvolta ascoltiamo ancora oggi di persone che escono di casa armati fino ai denti e, apparentemente senza motivo, improvvisamente sparano ammazzando ignari passanti a grappoli in nome dell’industria delle armi e delle pallottole libere.

 

“Il Piccolo Principe”, romanzo di Antoine De Saint-Exupéry, Bompiani editore

Antoine De Saint-Exupéry, provetto aviatore di quei tempi nei quali volare era quasi una magia e diciamo la verità, qual’era il bambino che non sognava di salire su un aeroplano per salire lassù tra le nuvole del cielo facendo a gara con aquile e uccelli migatori per scoprire sconosciute terre inesplorate? Ebbene, Antoine, nel 1935, ebbe un’avaria al motore in pieno deserto del Sahara, con riserva d’acqua per soli sette giorni. Fu salvato praticamente all’ultimo minuto ormai morente dagli indigeni ma quell’esperienza fu fondamentale perchè lì, tra le sabbie, incontrò il Piccolo Principe, ovvero se stesso bambino. Quando aveva sei anni e disegnò un boa che aveva mangiato un elefante e gli adulti, che sono così strani, così bizzarri, stroncarono quelle velleità da disegnatore. Un pò come la poesia che, come si dice, non dà da mangiare. Eppure tutti noi, se sappiamo ascoltarci, siamo piccoli principi, tutti noi abbiamo la curiosità di conoscere il mondo guardandolo con gli occhi dell’innocenza bambina, incontrando il re di un pianeta senza sudditi, il vanitoso che aspetta solo l’applauso per ringraziare togliendosi il cappello, l’uomo che conta le stelle e per questo crede d’essere ricco, concludendo che sono ben strani quegli adulti che vivono di valori che sono nulla. Ecco. Oggi ho letto questo piccolo capolavoro che sa parlare al bambino che vive dentro di noi, oggi che anche il motore del mio aereo mi ha fatto scendere tra le sabbie del deserto e mi ha fatto rivedere il senso del vivere, dell’impegno quotidiano per obiettivi che, a ben guardarli, si rivelano effimeri. Sì, mi ha saputo far ritrovare con il mio io bambino perché siamo bizzarri e strani, noi diventati adulti, allineati a ricercare il possesso delle cose che in realtà non lasciano nulla. Allora l’invito è quello di leggerlo, di ascoltare la voce del Piccolo Principe che arriva da un altro pianeta lontano dove tutto è piccolissimo, dove vive in compagnia di tre vulcani, uno attivo e due spenti, e di una rosa, un fiore con quattro misere spine per difendersi dal mondo intero, un fiore affidato a lui e che di lui ha bisogno a partire dalle sue cure. E considerato che questo libro è poesia pura, colgo l’occasione per ricordare che stasera è iniziata a Piacenza a Palazzo Farnese l’incontro con la piuma sul baratro, 25 ore di lettura dei brani poetici proposti da oltre 100 poeti provenienti da tutt’Italia. Ero uno di quei 100 e, problemi come dicevo di riassetto del motore in atto, non ci sarò. Non ci sarò, ma solo fisicamente. Se però qualcuno saprà vedere quel bambino un pò in disparte che semina stelle sui poeti presenti, beh, quel bimbo sono io.