“Le terre del Sacramento”, racconto di Francesco Jovine, Donzelli editore

Un tuffo negli anni venti, terre del Sud. Le terre del Sacramento, terra dura, piena di sassi, feudo incolto già nelle mani della Chiesa, espropriato dallo Stato ai tempi dell’Unità, finito nelle mani di un proprietario, Enrico, signorotto con simpatie socialiste che pensa più alla frequentazione della Casa del Popolo in vista di una possibile candidatura alle elezioni che non a curarsi delle sorti della terra e dei contadini. Dovrà arrivare Laura, giovane avvolta in molti misteri, che non solo lo sposa ma prende le redini della gestione, stringe un’alleanza con Luca, figlio di contadini e quindi dagli stessi ascoltato, con la promessa di dar loro quelle terre a patto di lavorarle, renderle produttive. All’orizzonte le prime camice nere che invocano la rivoluzione contro tutto e contro tutti pur di menar le mani a suon di manganelli. Così nelle grandi città, così a Napoli, ma lentamente la violenza s’affaccia anche nei paesi e per chi lavora sognando di sostituirsi nella proprietà al clero, ai nobili, non son tempi facili. Con i Carabinieri che sembrano non vedere chi di nero vestito si macchia di sangue e la monarchia che non ferma chi marcia su Roma. Così tra zappe e manganelli, capita l’antifona, nasce una nuova classe sociale, la borghesia che sa ben giostrare utilizzando i capitali in arrivo dalle banche e dalla finanza riuscendo alla fine, senza colpo ferire, a prevalere, anche con qualche sotterfugio e senza badare alle parole date, sugli altri protagonisti della storia del BelPaese. Ed è questo, il libro di Jovine, ultimo romanzo del giornalista uscito postumo nel 1950 e subito insignito del Premio Viareggio: uno spaccato di una realtà sociale in movimento, il preludio all’Italia che sarebbe venuta e che ben conosciamo nei suoi attuali equilibri sociali.

“La verità della suora storta”, romanzo di Andrea Vitali, Garzanti editore

Arriva l’estate ed è immancabile l’appuntamento ‘leggero’ con Andrea Vitali e la sua inesauribile fonte narrativa. Stavolta si racconta del Sisto Santo, figlio di N.N., già provetto apprendista meccanico nell’officina dello Scatòn che però, dopo la morte di quest’ultimo, ha preferito acquistare un Millenove trasformandosi in tassista. Aspetta i clienti alla stazione ferroviaria di Bellano. Pochi, che vanno in visita all’ospedale o su al cimitero. La storia parte da quella donna arrivata dopopranzo, poco prima che dalla radiolina che il Sisto tiene in macchina partisse la sigla di Tutto il calcio minuto per minuto, invero a scudetto già assegnato (al Cagliari di Gigi Riva). Chiede di essere portata al cimitero ma, una volta arrivati, il Sisto si accorge che la donna è morta. Proprio lì, sul sedile posteriore del Millenove, macchiandolo pure di urina. Un guaio mica da ridere. Da tirare in ballo il maresciallo Riversi. Anche perché la donna è senza borsetta e non si riesce a capire chi sia, né chi stesse cercando al cimitero di Bellano in quel pomeriggio di fine aprile.

Con la consueta grazia e ironia Vitali imbastisce una nuova storia dall’intreccio imprevedibile e commovente e dal finale assolutamente inatteso per quanto al Sisto, la cui vicenda di vita si intreccerà in modo del tutto inatteso con le vicende della ‘suora storta’, ormai anziana ospite di quello che possiamo definire ospizio per religiose, unica a riconoscere la donna morta immortalata in una vecchia fotografia dei tempi giovanili, con lei e un allora giovanissimo figlio del notaio del paese, quando la vocazione e la chiamata erano ancora da venire. Senza tralasciare quel pizzico boccaccesco che mai manca nelle storie della Bellano resa famosa dallo scrittore, ed ecco dunque il Sisto, con gli amici un pò scapestati, Saila e Manina, sulla strada per arrivare all’autogrill che, come raccontano i camionisti, “è pieno di figa“. Perché, sembra la morale, comunque vada nella vita, su quel che conta, per gli uomini, non ci son dubbi.

“A un passo dalla tomba”, romanzo giallo di Ed McBain, Mondadori editore

Un romanzo scritto nel 1958 a titolo “Forza, Cannon” pubblicato con lo pseudomino Curt Cannon, riscritto dall’autore (Evan Hunter) e ripubblicato nel 2005 con il ben più noto nome di Ed McBain poco prima di morire.

Cannon (ribattezzato Matt Cordell), dopo il tradimento e la separazione dalla moglie Tina, trovata nel letto di casa con un ‘amico’ (guai, per i mariti anche sposi novelli che rientrano in anticipo senza preavviso), ha lasciato la professione di investigatore privato causa botte da orbi (col manico del revolver) al fedifrago e conseguente ritiro della licenza da parte della polizia ed è diventato un barbone vagabondo quasi sempre sbronzo.

Viene contattato, mentre sta seduto di primo pomeriggio su una panchina del parco da un vecchio conoscente, Johnny Bridges, per indagare sui piccoli furti che avvengono nel negozio di sartoria che gestisce con un socio di nome Dom Archese. Riluttante Cannon/Matt Cordell si fa convincere, ma quando giungono nel negozio trovano il socio morto e le iniziali JB scritte col sangue sul muro. Bridges viene arrestato in quanto colpevole presunto e designato mentre Cannon/Matt Cordell inizia ad indagare alla ricerca del vero assassino nel nome della vecchia amicizia e soprattutto per non aver guai ulteriori con la polizia. Anche la moglie di Archese che si pensava fosse l’amante di Bridges viene trovata morta e questo, anche agli occhi dell’ispettore Frank Misler, sembra scagionare Bridges che certo, essendo in carcere, non può essere l’assassino anche di Christine. A questo punto si snoda la trama del giallo che McBain/Hunter sviluppa con la consueta maestria avvicinandosi ad un mondo di sogni musicali (la Tomba sarebbe per l’appunto una cantina dove una band si ritrova a suonare) tra persone che di e per la musica sognano e vivono, un mondo fatto di belle persone, dove non conta il colore della pelle ma il fatto di assemblare il ruolo di ciascuno, di rapportarsi all’altro, di muoversi all’unisono per ottenere un insieme di livello superiore. Ma anche in quel mondo non tutto è rosa e fiori, non tutti sono belle persone. Forse un piccolo difetto: l’assassino alla fine rivelato ad un certo punto diventa un sospettato chiave nella mente del lettore ma la forza di McBain/Hunter è quella di saper ricostruire una motivazione degna del giallista che si conosceva (Ed McBain, nome d’arte di Evan Hunter, nato Salvatore Albert Lombino, figlio di immigrati italiani, prolifico autore di centinaia di romanzi polizieschi pluripremiato, sceneggiatore cinematografico, ci ha lasciati il 6 luglio 2005).

“Le streghe di Lenzavacche”, romanzo di Simona Lo Iacono, edizioni e/o

Un romanzo che, ad ogni capitolo, si sviluppa in base a due percorsi narrativi dei giorni di quel 1938, piena era fascista: la storia dell’anziana Tilde, maestra di medicamenti e di infusi d’erbe, di Rosalba col disgraziato e deforme figlio Felice (frutto di una relazione con un arrotino di passaggio che tutti chiamavano ‘il Santo’ e del quale lei non sa altro). Vivono in quella casa nella quale, secoli prima, avevano trovato ospitalità donne poi mandate al rogo nel 1600 per l’accusa di stregoneria. E per la gente del popolo, i contadini di Lenzavacche, anche Tilde e Rosalba sono da evitare, da guardare con sospetto. Per non parlare di Felice, un vero mostro che può solo portare sventura e malattia. Parallelamente alla loro storia, ecco arrivare in paese un giovanissimo nuovo maestro con la fissa di proporre racconti, di voler coinvolgere quei ragazzotti di campagna che, prima di arrivare a scuola già hanno alle spalle ore di lavoro, che vengono mandati ad imparare a leggere e scrivere giusto per non essere imbrogliati da qualche malandrino che approfitterebbe della loro ignoranza. Figuriamoci, un maestro che accarezza la voglia di sognare, di pensare, di vivere e di esistere: come può accompagnarsi alle ferree regole del fascismo imperante, dell’obbedire e combattere, del dover insegnare il valore assoluto della forza con la quale imporre il proprio credo superiore al nemico? In qualche modo due povertà, l’emarginazione delle donne e di Felice, le autorità che emarginano il maestro contestando i suoi metodi minacciando il licenziamento. Ma che succede se le due storie, a lungo semplicemente parallele e diverse, alla fine (del libro) s’incontrano? E se quell’incontro trova la sua ragion d’essere in una storia lontana, quella delle donne accusate di stregoneria e bruciate sul rogo? Un libro forse a tratti apparentemente un po’ ‘pesantello’ ma la sorprendente evoluzione verso un finale a fuochi artificiali lo rende decisamente gradevole e condivisibile.  

“Una medium, due bovary e il mistero di Bocca di Lupo”, romanzo di Gaetano Cappelli, Marsilio editore

Cosa dire quando, arrivato alla terza pagina ti sembra di vivere un deja vù? Nessun commento. Prosegui fino a pagina dieci e devi riconoscere il fatto compito: quel libro l’hai già letto. Troppi arretrati e far confusione è decisamente facile. Ringrazi il cielo di non averne acquistato due copie ma quanto a rimetterlo in libreria non se ne parla nemmeno: troppo avvincente e, così, te lo rileggi in un amen perdonando l’autore anche per quelle parti in dialetto pugliese incomprensibile (che comunque generosamente viene tradotto). Siamo di fronte ad uno scrittore di medio successo che, a causa di corna procurate, ormai ha perso buona parte del suo pubblico ma la fortuna lo accarezza: una nobildonna col sogno di scrivere un romanzo chiede aiuto col marito pronto a pagare la disponibilità. Ma il fatto si rivelerà non certo di gran facilità: intanto il romanzo riguarderà la storia di una medium defunta almeno un secolo prima ma che, dall’aldilà, starà ben attenta a quel che i due scrivono di lei. Da non sottovalutare anche l’invidia di una pseudo amica già autrice di due romanzetti a dimensione locale, amante di un cantante rivale di Al Bano anche lui fallito per fatto di corna (sognate) con Rosanna Fratello. Di mezzo infine ecco subentrare anche un paio di gangster paramafiosi. Insomma, di tutto un po’ per un libro avvincente, coinvolgente, divertente fino alla fine. Riusciranno nell’impresa i nostri due eroi? Chi leggerà lo saprà.  Buona lettura.

“Un treno per l’inferno e altri racconti”, di Giorgio Scerbanenco, I libri della domenica de ‘Il Sole 24 ore’

Scerbanenco, ovvero un maestro del genere poliziesco che è sempre un piacere leggere. Nato a Kiev nel 1911, a 16 anni si stabilisce con la mamma a Milano dove muore per arresto cardiaco nel 1969, all’apice del successo. Alla sua memoria è dedicato il più importante premio italiano per la letteratura noir e poliziesca, il Premio Scerbanenco. In effetti ogni occasione è buona per leggere i suoi romanzi e i suoi racconti che periodicamente l’editoria italiana ancora ci propone. In questo caso leggiamo tre racconti racchiusi in un centinaio di pagine che prima di tutto ci riportano all’Italia degli anni cinquanta e sessanta. In primo luogo con il racconto “L”uomo più solo del mondo, storia della fuga da casa di due ragazzi, 20 anni lui, 16 anni lei. Si preoccupano di mascherare la fuga fingendo di essere sposati e per questo acquistano due fedi. Ma non solo. Dormono in auto perché così, dice lui, meglio resiste alla tentazione di ‘rovinarla’. Era proprio così, all’epoca. Due ‘bravi ragazzi’ così dovevano fare. Oggi vien da sorridere ma è bello leggere per ricordare ‘come eravamo’. Insomma come sempre uno Scerbanenco impareggiabile. 

“La briscola in cinque”, romanzo di Marco Malvaldi, Sellerio editore Palermo

Circa 3 mesi. Il tempo per giungere all’ultima parola delle 163 pagine di questo giallo toscano, maremma maiala! Noioso? Per nulla accattivante? Banale? Niente affatto. Semplicemente l’avvicinamento a Malvaldi ha coinciso con una di quelle periodiche crisi fa lettura per cui riesci a malapena a leggere poche righe per volta per poi sopravvenire il trascorrere del tempo. Tutto nasce in un alba in riviera quando il barrista, avvertito da quel ragazzo ‘pieno come un uovo, trova il cadavere di una ragazza nel cassonetto verde della nettezza urbana. Per la polizia nessun dubbio, l’assassino è proprio quel ragazzo ma Massimo, il barrista di cui si diceva, ha intuizioni diverse. Che naturalmente alla fine si riveleranno sbagliate ma utili per arrivare comunque alla verità e all’individuazione dell’assassino e delle sue motivazioni. Per la gioia di Ampelio e degli altri anziani frequentatori del bar che, tra una partita a carte e l’altra, trovano le chiacchiere per passare il tempo. Insomma, un buon libro col quale ha debuttato Marco Malvaldi, oggi prolifico scrittore capace di dipingere luoghi, persone, abitudini della ‘maremma maiala.

“Via Lusardi e dintorni”, ricordi di Maria Vittoria Longeri, edizioniLir

Un romanzo di vita, un diario del vissuto in un quartiere di periferia di una piccola città, Piacenza. Non avrà grandi fortune, forse, questo libro se non tra quanti nati negli anni cinquanta hanno vissuto un’epoca ormai dimenticata fatta di personaggi che oggi possiamo definire leggenda, fantasmi che bisogna aver conosciuto altrimenti possono sembrare niente altro che frutto di fantasia. Il padre, ferroviere, che andava a lavorare a qualche chilometro di distanza in bicicletta, non era neanche nell’immaginario la possibilità di una moto, di una vespa. Così il padre, quando non era di turno, ne approfittava per portare i figli a scuola, regolarmente sulla canna della bicicletta. Oppure andava a prendere il ghiaccio per il mobile che fungeva da frigorifero. Si giocava in cortile, erano vere e proprie torme di ragazzi e ragazze. C’era, tra i ragazzi, chi litigava volendo primeggiare, essere il capo e toccava a qualche ragazza fare da paciere tra i due rivali. Si tagliavano fogli a strisce che venivano arrotolate intorno al pollice destro, si tiravano formando un lungo cono, si incollava la punta con la saliva. Erano i piriò, i pirioli, veri e propri proiettili da inserire nelle cerbottane e dare il via a terribili battaglie campali. Ociu mulassa c’ariv a caval, altro gioco divertentissimo, altroché passare ore ed ore nella solitudine di una stanza a giocare a video giochi alienanti! Figure, si diceva, che ormai non sappiamo neanche immaginare, come al muleta, l’arrotino, che si presentava nella strada due o tre volte l’anno: “Donne correte, è arrivato l’arrotino!”. D’estate arrivava il carretto del gelataio e alla sera? Bisognò aspettare il 1960 per l’arrivo in casa del televisore, un apparecchio grande, largo e profondo, con ben sei tra tasti e manopole da manovrare, tecnologia avanzatissima. In realtà Maria Vittoria è nata due anni prima che a mia volta vedessi la luce ed entrassi in quel mondo che fu la mia infanzia e la mia gioventù. Non so cosa i miei figli oggi circa trentenni potrebbero pensare e provare se mai leggessero questo libro. Io ho rivissuto i miei primi anni  in quella che era ed è tuttora la mia città. Emozionante. A tratti commovente. Talvolta nostalgica. Insomma, grazie Maria Vittoria.

“La strana morte del signor Merello”, romanzo di Nadia Morbelli, Giunti editore

Nadia Morbelli è nata a Genova e, questo, s’assapora. In questo che potremmo innanzitutto definire un giallo … culinario. Non che qualcuno abbia rubato nel frigorifero ma semplicemente perché nel mentre l’indagine sulla morte per avvelenamento da funghi procede, la protagonista spesso si abbandona a pause al desco, in casa, in trattoria, da amici. Pranzi, cene, fuori orario che vengono descritti per cui a chi capitasse una gita genovese può utilizzare il libri come guida alla tavola. Altra curiosità: viene citata la piacentina Val Tidone nel nome del buon vino e qui si stupisce, essendo più agevole passare dalla sponda ligure alle terre della Val Trebbia che, quanto a buon vino, non delude. Infine il romanzo in sè dove Nadia non si lascia convincere della casualità della morte del Merello anche a causa della scomparsa d’un quadro d’arte di notevole valore. 223 pagine in verità un pò troppo ‘lineari’, senza clamorosi colpi di scena ma che comunque si leggono con facilità e, se la ‘linearità’ in fondo è elemento comune a molti gialli, non è detto che lo scorrere leggero della lettura sia altrettanto comune agli stessi gialli. Quindi, buona lettura.

“La follia di Adolfo”, romanzo di Carlo Adolfo Martigli, Mondadori editore

Una saga familiare, il racconto delle origini familiari di Martigli con Pietro, il conte, il capofamiglia in partenza nel 1911 per la controversa conquista della Libia. Nominato capitano, pur non avendo mai fatto il militare ma per il solo fatto d’essere di quella classe che chiamiamo aristocrazia (così del resto facevan tutti, a quell’epoca). A seguire il ritorno, le successive e ineluttabili difficoltà economiche, la prima Guerra Mondiale, i matrimoni, le nascite, i lutti, la Seconda Guerra Mondiale. Protagonista il già citato Pietro, conte ma anche massone, contrario alla guerra con simpatie socialiste, suo malgrado inviato al fronte e suo malgrado incarcerato con infamia (leggere per scoprirne le ragioni). Parallelamente in prima fila il fratello secondogenito, Adolfo. Viziato, sciupa femmine, capace di sperperare le ricchezze della famiglia, disertore che non potrà che emigrare all’estero, lontano dalla regia polizia. Eppure idolo del nipote e alla fine, osserviamo, il Martigli dei giorni nostri di secondo nome fa proprio Adolfo. In evidenza anche la cucina, quella della mitica Finimola, cuoca, fabbricante di manicaretti squisiti e (pare) nave scuola del signorino Adolfo. Insomma, un tuffo nella storia che in questo romanzo resta comprimaria sullo sfondo lasciando spazio a stramberie, piccoli vezzi, antiche consuetudini, errori, decisioni giuste, decisioni coraggiose e decisioni sbagliate che muovono tra i sapori e i colori di una terra, la Toscana, sanguigna, vivace e saporita come i personaggi che ne sono protagonisti. Da non perdere per le tante riflessioni alle quali ci induce. Una su tutte: nobili si nasce? Si diventa? Ma soprattutto val la pena restarlo?