“Il Vicolo della Polvere Rossa”, romanzo di Qiu Xiaolong, Marsilio editore

Sessanta anni di vita in Cina attraverso i racconti degli abitanti di Vicolo della Polvere Rossa a Shangai. Dai tempi della conquista del potere e della Rivoluzione Culturale, dagli studenti inviati ai lavori nei campi affiancando i contadini più poveri alle ronde delle Guardie Rosse per denunciare i ‘revisionisti’ e così fino ai giorni nostri, i tempi del socialismo alla cinese dove la dittatura del proletariato vien sostituita da una sorta di economia capitalista monitorata dallo Stato. L’autore, Qiu, dopo i fatti di Tienanmen ha deciso di emigrare negli Stati Uniti per cui il romanzo risente forse di un punto di vista soggettivo ‘di parte’, ma resta sicuramente una finestra interessante da aprire sul grande universo cinese del quale in realtà ben poco conosciamo. Come del resto per quanto ai tanti immigrati che oggi vivono nel nostro paese gestendo attività produttive o di servizi. Quanti sono i bar, i negozi da parrucchiere, l’offerta di massaggi, i bazar dove trovi di tutto a prezzi irrisori, i ristoranti dove un piatto di spaghetti (di soia) non supera i 3 euro contro i 9 degli spaghetti italiani? Tutti fuggiti dalla dittatura? Macchè. Non uno, tra chi accetta di risponderti, che ti parli male di Mao e degli altri capi, salvo quelli che lo stesso Partito ha posto al margine. Eppure i cambiamenti sono stati epocali ma, ti rispondono, niente di strano, il tempo cammina al fianco dei cambiamenti, nulla deve sempre essere uguale. Non so se questo stia scritto nel famoso libretto rosso di Mao o se l’abbia detto Confucio, sta di fatto che la Cina non è più vicina, la Cina è ormai tra noi, conoscere i cinesi è diventata una necessità ed è per questo che leggere i racconti di Vicolo della Polvere Rossa non può che aiutarci rivelandosi talvolta curioso, talvolta interessante, talvolta emozionante.

“Bello, elegante e con la fede al dito”, romanzo di Andrea Vitali, Garzanti editore

Vitali può piacere, stancare, non piacere ma di certo lo possiamo definire il re del gossip, del pettegolezzo, di piccoli peccatucci della bella provincia italiana. La location come di consuetudine Bellano, amabile paesino di riva destra del Lario, a poca distanza da Lecco, tre ore di traghetto da Como. Il medico convenzionato che da anni lavora negli ambulatori di oculistica dell’ospedale giunge al momento della pensione e finalmente può dedicarsi alla sua passione: lunghi viaggi per il mondo. Ma prima di partire propone all’amministrazione come suo sostituto il dottor Adalberto Casteggi di Milano,quarantenne, bello, elegante e appunto con fede al dito. Che accetta, per un anno, attratto dalla necessità di ‘staccare’ per due giorni alla settimana dalla routine dello studio milanese immergendosi nella bruma del lago. Inevitabile l’avventura galante, proprio con la prima delle clienti. La Rosa Pescegalli, più che piacente trentacinquenne affetta da un lieve presbiteismo. Sola anzi single per scelta dopo una pesante ‘trombatura’ ricevuta anni prima da un fascinoso calciatore del Lecco, di cuori maschili ne ha fatti battere parecchi ma senza mai volersi legare oltre a qualche incontro occasionale, temporalmente limitato. Come potrebbe, per quanto ne sa lei, concludersi la storia con Adalberto, fatta appunto di incontri nelle sere del suo arrivo a Bellano prima del ritorno dalla moglie alla quale la Rosa riconosce comunque il ‘diritto di proprietà’ sulla vita del medico. Ma quando nella ‘bomboniera’, il piccolo appartamento vista lago che Adalberto ha affittato a Varenna, Rosa trova un paio d’occhiali da signora con montatura speciale, ‘da gatta‘ e pochi giorni dopo vede gli stessi occhiali sul naso di quella signora che già gli aveva fregato il calciatore del Lecco e se l’era portato all’altare, il presunto tradimento impone vendetta. Tutto ovvio e semplice ma Vitali sa come non smentirsi e per Adalberto iniziano guai grossi. Che gli cambieranno completamente la vita. Forse. Per saperlo non resta che leggere.

Varenna: ma l’immaginiamo una bomboniera vista lago dove incontrare la bella Rosa Pescegalli in un luogo da favola come questo?

“Una questione di pane per l’87° Distretto”, romanzo giallo di Ed McBain, Mondadori editore

Un nuovo incontro con i romanzi di Ed McBain, pseudonimo di Evan Hunter nato Salvatore Albert Lombino, scrittore inesauribile, sceneggiatore cinematografico tra i cui scritti da ricordare ‘Uccelli’ portato poi sul grande schermo da Alfred Hitckok. Venuto meno nel 2005, a 79 anni, ha lasciato centinaia di libri che ancora oggi possiamo trovare in qualche bancarella oppure, più tranquillamente, sui grandi siti di vendita nuovo o usato, da Amazon a e-bay. In questo caso ho trovato in edicola nei tipici resti di magazzino debitamente incellofanati in copia e rimessi sul mercato estivo un ‘classico del Giallo Mondadori’. Esattamente il numero 29 dei 55 romanzi della serie con le storie dell’87° Distretto della grande mela e in particolare del detective Steve Carella. Quanto alla trama, l’indagine ha come punto di partenza un incendio doloso del magazzino di Roger Grimm, incendio nel quale vanno in fumo 250mila dollari in piccoli animali in legno importati dalla vecchia Europa capaci di fruttare più o meno il doppio della cifra investita. Purtroppo la perdita della partita, praticamente già venduta, fa venir meno l’incasso e quindi la possibilità di pagare il conto del nuovo ordine già fatto con la merce in arrivo via mare. Insomma, per Grimm è l’ombra del fallimento. Ma non basta. Intanto le assicurazioni con le quali si era garantito un buon margine di sicurezza, non pagano: vogliono la certezza che l’incendio non sia opera dello stesso proprietario del magazzino. Insomma, ecco lo spunto per l’avvio dell’ennesima indagine da parte dell’87° e, subito, nuovi colpi di scena: con un nuovo incendio, quello della villa di Grimm, e dopo poco l’omicidio del guardiano del magazzino andato in fumo. Come sempre magistrale la capacità di Ed di prendere per mano il lettore e portarlo da un colpo di scena all’altro accompagnando il tutto con parentesi sulla contemporanea vita familiare di Carella e compagnia perchè anche i poliziotti hanno momenti di lavoro e momenti di pausa, vita privata insomma. Ed è forse questo che rende piacevolissimo l’incontro con la penna e la fantasia di McBain non a caso premiato nel 1986 con l’autorevole Mystery Writers of America. Con il rammarico quindi che la lunga strada di Carella, di Ollie, di Hawes, si Parker e di tutti gli altri dell’87° è giunta al capolinea. 

“Il fuoco della violenza”, racconto di Renza Dealberti sul femminicidio, Aracne editrice

Ma cosa resta nella mente o nella vita di una donna che ha amato e subisce la violenza dell’uomo? L’uomo che diceva di amarti, al quale ti sei affidata ed ora chiami “il mio sequestratore“.

Quando conobbi l’amore, racconta la protagonista del racconto, solo promesse di felicità e rispetto riempivano i miei giorni. Solo dopo mi resi conto di quanto sia difficile riconoscere l’Amore vero. Spesso i sentimenti si confondono con la passione e si tralasciano avvisaglie che sfociano in drammi. Non mi sono mai preoccupata di una gelosia che non annullava il buono che c’era. Confondevo la sua invadenza con una sorta di parsimoniosa attenzione. Era, invece, marcare il territorio. Ritenersi proprietario e non compagno. Era arrogarsi il diritto di esclusività e non di condivisione. Era considerarsi succursale dei pensieri e della libertà dell’altro. Non era Amore. Amore è un’altra cosa! L’Amore vero è semplice perché è incondizionato: nulla in cambio, se non il bene!”

Questo uno dei tanti passaggi del libro di Renza attraverso il quale una donna, vittima degli abusi da parte del compagno, si racconta, giorno dopo giorno, rivela delle sue paure, delle sue delusioni, delle sofferenze per un corpo martoriato, della rinuncia a coinvolgere la madre che forse potrebbe aiutarla ma a sua volta soffrendo, così fino al rifiuto di rispondere al telefono, alla consueta chiamata di controllo, sapendo che al suo rientro lui sfogherà la rabbia bestiale di uomo padrone. Fino alla soluzione finale che finalmente la riporterà verso la libertà, verso la riconquista della sua dignità di donna.

Segreti silenzi, olio su tela di Franco Lo Cascio

 

“Qualcuno tornò sul nido del cuculo”, i racconti di Radio Shock Piacenza, Officine Gutenberg editore

Avvenne molti anni fa, non ricordo neppure quanti e men che meno il perché: mi ritrovai in un grande salone dove ancora permaneva una comunità di quelli che erano stati gli ospiti dell’ospedale psichiatrico. C’erano una ventina di persone, uomini, donne, qualcuno di mezza età, la maggioranza avanti con gli anni. Chi seduto con lo sguardo perso nel nulla, chi a muoversi strascicando i piedi, chi immobile ad ammirare l’azzurro del cielo esterno, oltre alla finestra con le sbarre. I pazzi, quelli tosti, quelli matti da legare e tanta amarezza nell’allontanarmi. Con un ricordo ancora più lontano, quando ero un bambino e andavo in campagna dai nonni. Ogni tanto nella casa vicina il Mario tornava dall’ospedale psichiatrico: non parlava con nessuno, stava sempre seduto e con la roncola tagliuzzava un bastone. I grandi ci dicevano di stargli lontano, che poteva essere pericoloso. A noi bambini non ha mai fatto nulla di male ed anzi qualche volta con noi parlava, raccontava di viaggi fatti nelle terre oltre il mare, di grandi praterie, di strani buoi che lui chiamava bufali e di foreste abitate da lupi, orsi, tantissime volpi ma ci diceva di stare tranquilli se di notte nella valle sentivamo ululare: “da noi non ci sono lupi, solo cani che si chiamano, che si salutano da una casa all’altra”. Un giorno poi Mario è tornato in ospedale e, mi hanno raccontato, è stata l’ultima volta, nell’ospedale psichiatrico ha finito la sua storia terrena lasciando ai parenti, che lo avevano sempre lasciato solo, un buon gruzzolo da libretto di pensione d’invalidità. Poi ci sono i matti, quelli per la strada, quelli che potevi o puoi incontrare spesso in giro per la città. Come non citare il Tino, quello che girava con l’antenna sulla bicicletta per parlare con gli extraterrestri. Ma sono tanti, innocui, semplicemente con problemi di adattamento sociale, isolati, incapaci di relazionarsi fermo restando che siamo certi che i normali siano veramente normali? Ecco: come definire la normalità? Leggendo questa raccolta di storie di persone impegnate in un percorso di assistenza psichiatrica (che tra l’altro li vede occupati addirittura nella redazione di una radio, appunto Radio Shock), non possiamo a tratti evitare di commuoverci ma spesso anche di chiederci quale sia il punto di vista corretto, dove sia la normalità e dove invece si possa parlare di un mondo e di un vissuto diverso, “oltre”. Decisamente quindi un grazie al dottor Emanuele Guagnini, direttore dei Centri Salute Mentale dell’ospedale di Piacenza, agli operatori del Centro, agli autori del libro che hanno intervistato e raccolto le testimonianze degli ospiti del Centro. Tutti insieme ci introducono a questo mondo altro con i suoi amori a senso unico, le sue fobie, la vicenda del ballerino sedotto e abbandonato, i rapporti talvolta difficili con i genitori e naturalmente con tutti gli altri personaggi che animano questo nostro spicchio di vita, l’inserimento in attività lavorative magari per far candele fino al racconto di chi afferma d’aver trovato un sommergibile sul fondo del Po ma si guarda bene dal rivelare dove: chissà, forse per non essere preso per matto.

Fuga dal manicomio, olio su tela di Antonio Chiarello

“Gli alieni in Val Trebbia, l’universo, l’immortalità e il gioco delle bocce”, romanzo di Filippo Fornari, edizioni Officine Gutenberg

Oserei dire luci splendenti ed ombre oscure. Convivono in questo romanzo che accomuna chiacchiere da bar (anzi da bocciofila di provincia) tra esodati, pensionati, lavoratori autonomi costretti al lavoro per sfuggire alle accuse della moglie d’essere ormai consumati (a letto). D’altro canto dissertazioni (sempre al bar) da parte del protagonista in tema di scienza e soprattutto di astronomia. Antimateria, antiuniverso, Big Bang, Elettroni, Fascia di Van Allen (che non è la Fascia di Van Basten quando giocava nel Milan), Neutroni e neutrini, Nane Bianche (e guai a pensare a donne piccole messe di fianco ad una nera watussa) e via disquisendo spesso tediando l’incauto lettore che, tradito dal titolo, già pensava ad avvistamenti alieni nella verde Val Trebbia. Per fortuna dalle stelle ad ogni capitolo (son ventuno in tutto) si passa alla stalla (in questo caso la bocciofila) dove tra un bianchino (un buon Ortrugo tutto piacentino sicuramente delle cantine Bonelli di Rivergaro) e un caffè (forse della Musetti di Pontenure) si consumano chiacchiere e si tirano bocce. Raccontando storie e pettegolezzi legati alla piacentinità e alla vita, ai modi di essere e ai modi di dire di questa terra posta alla fine della romana via Emilia ad un passo dal confine con la Gallia e la terra dei celti dove notizie di alieni (almeno nel romanzo) non ne troviamo mentre sappiamo di certo che qui i romani le buscarono di santa ragione da Annibale come ricorda il monumento all’elefante da battaglia sito in località Tuna. Insomma, un libro curioso che a tratti ci costringe a navigare nello spazio e in altre pagine ci fa ridere di gusto passando da un cardinson (credenzone, noto mobile, ma nel caso nostro, donna robusta di regola da evitare con cura) ad un gramlon (giocatore scarso tanto a carte quanto sui campi di calcio), da un pasgat (pescegatto ovvero animale da poco che vive nel Grande Placido Fiume ma anche omuncolo di poco peso e valore), fino al sarocco (pugno) che il protagonista riceve per aver messo il bastone tra i giochi del ciuleur (in francese trombeur des femmes) del paese. E allora? Vada come vada (ogni lettore un piccolo mondo), non resta che abbandonarsi alla lettura. Con un sunto finale: urono i piacentini Fermi e Amaldi a scoprire i neutroni lenti che furono poi essenziali per la realizzazione dei reattori nucleari e in fine per arrivare alla bomba atomica. Che per fortuna nel nostro spazio-tempo ci arrivarono prima gli americani che i nazisti, sperando di non finire un giorno catturati da un buco nero spaziale finendo in un universo parallelo dove magari sono arrivati primi i nazisti.

“Dormiveglia in Val Trebbia al suono delle note di Shearing”, acrylic on plywood, di Corrado Cataudella, artista pittore in Bologna

 

“Amici per paura”, romanzo di Ferruccio Parazzoli, Società Editrice Milanese

I nostri soldati combattevano. Vincevano. Perché i nostri soldati non potevano che vincere, lo ripeteva continuamente la radio. Contro gli altri. Gli inglesi, i francesi, i greci, gli albanesi, i neri. Vincevano insieme ai soldati tedeschi. Oppure soli ma vincevano sempre. Qualcuno moriva ma questo faceva parte del gioco. Perché i grandi talvolta muoiono. Qualcuno. Per poter vincere. Vincevano. In Africa, in Francia, in posti mai sentiti come l’Albania. Ma venne il tempo che il papà annunciò l’arrivo di tempi bui. C’era gente che stava andando in montagna. Gente che erano stati soldati ed ora non lo erano più. Gente tornata dalla Russia, dall’Africa, dalla Grecia e che ora andava su nelle montagne. C’erano aereoplani degli altri che sorvolavano Roma e un giorno qualcuno lasciò cadere al suolo le bombe e bisognava correre tutti al riparo nei rifugi. Qualcuno non faceva in tempo e moriva tra le macerie delle case che crollavano. Arrivarono i tedeschi ad occupare la città e i bombardamenti aumentarono ma anche senza bisognava stare attenti a girare con la bicicletta o ad andare alla ricerca di legna tra le rovine delle case. Specie di sera quando bisognava stare chiusi in casa oscurando le finestre in modo che nessuna luce potesse essere vista dall’esterno quando le sirene suonavano. E un giorno gli altri sbarcarono ad Anzio avanzando verso Roma, ma furono bloccati a Cassino e così, annunciò il papà, fu preferibile che la mamma e i figli sfollassero, raggiungessero amici e parenti nei paesi in campagna, dove gli aeroplani degli altri non arrivavano. Si pensava. Si credeva. Ci si illudeva. Ma ci si sbagliava. Venne il tempo che nessun luogo era più sicuro. La guerra era ovunque e non si capiva più chi erano i nostri e chi gli altri. C’erano quelli che erano stati soldati ed erano andati in montagna ma c’erano anche in città quelli che non erano mai stati soldati ma volevano combattere i tedeschi alleati dei nostri soldati. Ecco. Tempo di guerra visti con gli occhi di un ragazzino che con gli amici combatte la guerra con i soldatini. Tanto lo si sa, i soldati possono morire, possono morire gli adulti, cadono i soldatini. I bambini no, i bambini non possono morire, possono cadere ma subito si rialzano, per i bambini la guerra è solo un gioco. Un romanzo particolare, un punto di vista ‘altro’, da leggere d’un fiato per riflettere tanto più quando in Siria, in Libia, in Palestina, ovunque ancora oggi si combatte sono proprio i bambini e i ragazzi le prime vittime di chi si presenta armi in pugno.

Il 19 luglio 1943 avvenne il bombardamento di Roma da parte degli Americani. A farne le spese fu soprattutto il quartiere di San Lorenzo.

“Premiata ditta Sorelle Ficcadenti”, romanzo di Andrea Vitali, Rizzoli editore

Ed eccoci di nuovo a Bellano, sul lago di Como, paese di Andrea Vitali, anno di grazia 1915. Arrivano due sorelle, hanno rilevato una bottega e stanno per inaugurare una merceria, appunto la “Premiata Ditta sorelle Ficcadenti” come annuncia la tabella che sovrasta la vetrina e la porta d’ingresso. Perché quell’aggettivo e quale sarebbe la ditta che produce quei bottoni di qualità esposti in vetrina? Se lo chiedono i proprietari delle due mercerie ‘storiche’ presenti in paese che si vedono minacciati tanto dalla qualità quanto dai prezzi che spezzano lunghi anni di monopolio sul prodotto (si sa, in due ci si accorda ma il terzo incomodo rompe un equilibrio consolidato). All’inaugurazione non mancano di certo le rispettive mogli in veste di investigatrici e di osservatore ma nulla possono fare: clientela soddisfatta e prodotti di qualità. Da dove spuntano allora le due signorine? Come mai sono ‘sbarcate’ dalle acque del lago proprio a Bellano? Perché non hanno scelto una città che sicuramente potrebbe offrire loro un mercato ben più ampio del paesono rivierasco di Bellano che certo non può concorrere con Lecco, con Como o addirittura con Milano? Ma non basta. Una sera di fine novembre la Stampina, devota parrocchiana, bussa alla porta della canonica disperata, ha urgente bisogno di parlare con il prevosto: suo figlio Geremia, ragazzone trentaduenne di buon carattere ma senza tutte le rotelle a girar nella giusta direzione, ha perso la testa! Si è innamorato di Giovenca Ficcadenti, una delle due sorelle, per la precisione quella biondissima e bellissima: se non potrà sposarla, dice, si butterà nel lago! Ma fin qui in fondo nulla di strano, l’incredibile sarebbe che il suo cuore fosse impazzito per Zemia, l’altra sorella, tanto bella l’una tanto bruttissima lei. Tutto normale dunque ma l’incredibile è quando don Pastore, contattando le sorelle su incarico della Stampina, si sentirà confermare da Giovenca un interesse imprevisto per Geremia. E qui casca l’asino, qui gatta ci cova, come pensa anche il maresciallo Citrici. Insomma, tutti i personaggi cari a Vitali sono in postazione per lo sviluppo di un gossip degno del miglior feuilleton rosa. Salvochè non di solo gossip, non di solo rosa, ma dalla storia non escano anche altre tinte, gialle o addirittura di cronaca nera. In questo, come sempre, Vitali è un maestro.

Botton wood, olio su tela di Marica Fasoli

“Le sette biciclette di César”, romanzo di Sebastiano Gatto, Amos Edizioni

Quando, tra i tanti in attesa di lettura, ritrovi in casa misteriosamente un piccolo romanzo del quale non ricordi di quando e se tu possa aver acquistato. Forse un regalo? Magari, vien da pensare, in occasione di qualche concorso letterario, di qualche cerimonia o spettacolo dove spesso succede che appunto copie di romanzi (e soprattutto di raccolte poetiche) vengano distribuiti in omaggio a fini di promozione. Così, con il libro tra le mani, indaghi. Sull’autore e t’incuriosisci per la giovane età dell’autore, Sebastiano Gatto. Nato a Mestre nel 1975, alcune raccolte poetiche, diverse traduzioni di autori stranieri, nell’aprile 2012, non ancora quarantenne, si cimenta con questo racconto che viene poi ristampato nel 2015. La storia di un quarantenne che incontra per caso una ragazza, di 17 anni più giovane che, da subito, gli entra nell’anima, se ne sente attratto e cerca quel che sa benissimo impossibile, un secondo incontro, il numero di cellulare, l’invito ad un pomeriggio al bar a consumare insieme lei una bibita, lui un alcolico. Una vita, la sua, di superficialità, di rapporti iniziati nella fase dell’innamoramento e abbandonati ogni qualvolta è poi necessario passare alla fase di un progetto da proiettare sul futuro. Ancora vestito con gli abiti dei tempi dei circoli sociali, ancora frequentatore dei concerti rock, il nostro protagonista, resta colpito dalla carezza che lei gli regala, una carezza che non ha nulla di erotico, esprime voglia di protezione. Lo spinge a trovare il coraggio di invitarla a casa per una cena insieme. Incredibilmente lei accetta ma, quando supera la porta, ha gli occhi di chi ha pianto fino ad un attimo prima. Un racconto che sembra scorrere linearmente, con il sospetto di osservare la vita e la testimonianza di un uomo ancora giovane dei giorni nostri che invece Sebastiano Gatto potremmo dire improvvisamente, a sorpresa, alza di tono e ci lascia esterefatti con un monito di fondo: la vita ha bisogno di profondità, di un progetto capace di andare oltre all’estemporaneo e, in assenza, può succedere di incontrare qualcuna che non ci lascia scampo. Insomma, lettura e incontro occasionale con lo scrittore e poeta Sebastiano Gatto. Occasionale ma decisamente interessante.

“Il Clan dei Mahé”, romanzo di Georges Simenon, Biblioteca Adelphi 496

Le vicissitudini interiori di un quarantenne che, nella vita, ha seguito quel che imponeva l’essere parte di un Clan, quello appunto dei Mahé, gruppo familiare ‘allargato’ che a grande maggioranza popola il piccolo paese di Saint-Hilaire e dove tutti sono destinati ad un ruolo predefinito. La panetteria, l’ufficio postale, la farmacia, ovunque sulle insegne domina l’indicazione di appartenenza al ramo diretto della famiglia oppure a qualche parentela ormai allungata o addirittura persa nella memoria del tempo. Per lui la mamma ha scelto la carriera da medico e lui ha studiato diligentemente, ha aperto uno studio, è diventato il medico del paese. La mamma gli ha scelto la moglie, Hélène, dolce e remissiva e lui l’ha diligentemente sposata. Non gli piace, spesso non la sopporta ma con lei ha fatto due figli rendendo felice la mamma. Da medico condotto va a trovare i malati in motocicletta, per risparmiare la benzina e poter così garantire l’impeccabilità della casa. Ma si può sopportare una vita così banale, dove tutto è deciso dalla nascita fino alla fine? La svolta, soprattutto mentale, avviene in occasione delle vacanze estive, in un paesino sul mare, insignificante, in una pensione banale nella sua normalità, una linea retta esattamente come la sua vita. La mamma, la moglie, i due figli sulla spiaggia a rosolare al sole e lui in giro al porto oppure in barca con qualche pescatore locale che sembra canzonarlo per la sua incapacità di catturare i pesci quelli buoni.  Fino a quando vede Elisabeth, una bambina poco più che dodicenne, con quel vestito rosso perfettamente in ordine orfana della mamma, un padre guascone spesso a dormire fuori casa dopo serate perse nelle osterie, una sorellina alla quale accudire. Non ancora una donna ma comunque l’esatto opposto della sua vita dove tutto è stato programmato da altri e lui non ha saputo far altro che lasciarsi trascinare, spinto da una brezza leggera, senza niente di veramente suo. Insomma, Simenon nell’occasione non ci porta lungo le trame di un giallo, nessun crimine viene annunciato nelle pagine del romanzo (scritto nel 1945 e pubblicato l’anno dopo), certo possiamo parlare di un’indagine che si sviluppa pagina dopo pagina ma in questo caso un’indagine nell’animo dell’uomo, un uomo costretto, soggiogato dalla madre e dalle aspirazioni di questa, ad una vita chiusa tra i binari invalicabili del mondo piccolo borghese.

Illustrazione di Camilla Guerra