“Sotto il crinale e altri racconti”, di Ernest Hemingway, inserto de Il Sole 24 Ore

Confesso: mai letto nulla di Hemingway. A parte averne sempre sentito parlare come di un grande della letteratura. Poi ci sarebbe la famosa frase che avrebbe pronunciato, “oggi ho attraversato la valle più bella del mondo” riferendosi alla Val Trebbia (ma qualcuno ipotizza la Val d’Aveto, rintuzzato da chi sostiene che per l’americano le due valli erano continuazione l’una dell’altra). In effetti ricercando in internet si trovano tracce di possibili fugaci e veloci “attraversamenti” della Val Trebbia nel 48 e nel 49 con la quarta moglie. Nel 1945 invece Hemingway, corrispondente di guerra americano, partito da Chiavari e diretto a Piacenza, passò per la Val d’Aveto, e secondo alcune fonti fu proprio dopo il passaggio in quella meravigliosa valle che scrisse sul suo diario la celebre frase. Addirittura pare che lo scrittore rimase bloccato nella valle per più settimane, a causa del crollo di un ponte fatto saltare dai partigiani. Sicuramente nell’occasione si dedicò a grandi passeggiate, forse addirittura alla pesca alla trota ma, per quanto alla frase tanto spesso ripresa dai valligiani, stando alla ‘confessione‘ del giornalista Ennio Concarotti fu un’invenzione dello stesso utile come accompagno ad un articolo scritto negli anni sessanta. Comunque scusandomi per questa disgressione che nulla c’azzecca con il libretto uscito come inserto domenicale de Ilsole24ore, troviamo quattro racconti tratti da ‘Storie della guerra di Spagna – La Quinta Colonna‘, Oscar Mondadori. Ernest, corrispondente di guerra americano, racconta i giorni della Madrid circondata dai fascisti, bombardata dagli aerei tedesci ed italiani. Ritrovo tra combattenti di diverse nazionalità da Pedro Chicote, barman straordinario, sempre amabile, sempre allegro. Un locale nel quale non si parla di politica, nel quale la sera fanno una capatina le più belle ragazze della città. Ma bisogna parlare al passato. Qui i rifornimenti cominciano a mancare, per un buon gin tonic di acqua tonica resta una sola cassa e anche l’ottimo whisky scozzese comincia a scarseggiare. La clientela è ridotta a soldati, aviatori, carristi sfiduciati, consapevoli che l’indomani per loro può essere il giorno della morte. Hemingway ascolta, parla, si confronta, racconta. Storie di uomini che lottano per un ideale e che sono travolti da qualcosa d’orrendo: la guerra. Ecco, una lettura, poche pagine ma chiare: mai più guerre, mai più odio di un popolo contro l’altro, tutti i popoli, ogni singolo uomo ha diritto al rispetto, a vivere in pace. Questo è l’Hemingway che ho incontrato, che ho conosciuto.

Ne è valsa la pena.

“La vita segreta delle mucche”, diario racconto di Rosamund Young, Garzanti editore (con riflessione sulla macellazione con rito ebraico e islamico)

Rosamund vive con la famiglia nella fattoria di Kite’s Nest, nel cuore della campagna inglese, dove le mucche – ma anche le pecore, i maiali, le galline – vivono in beata libertà. Possono scegliere autonomamente come muoversi, dove pascolare, come trascorrere il tempo, quando rientrare a stalla, con quali umani e se simpatizzare o mantenere un aristocratico e leggermente altezzoso atteggiamento di distacco. Libro strano, quindi: non romanzo ma insieme di 31 brevi racconti ciascuno dedicato ai singoli animali, per scoprire che ognuno, vitello, mucca, torello, ha un suo carattere, suoi sentimenti, sue emozioni, suoi modi d’essere e d’interpretare la vita. Proprio come gli umani: ogniduno, ogniuno oppure come si suol dire ogni testa (di mucca, di vitello, di torello) un singolo mondo. Libro-diario interessante? DIfficile dirlo, tuttavia nonostante le perplessità alla fine, conclusa la lettura, viene la voglia di ritrovarsi tra i pascoli, in campagna, per conoscere, per scoprire quelle mucche non più estranee ma esseri da guardare e avvicinare con un fare diverso. Meno animali e invece, anche loro, esseri senzienti. Difficile da credere e ancor più da accettare? Leggere le storie di Rosamund per capire: di Meg, ad esempio, che detesta sporcarsi gli zoccoli di fango così d’inverno non esita a salire su stretti gradini per arrivare al piano superiore del granaio. Print invece ha sviluppato un forte fastidio per il berrettino di lana indossato da uno dei lavoranti della fattoria. Gli va vicina mostrandogli affetto, gli permette di accarezzarla quindi, appena ne vedeva l’opportunità, gli sfila il berretto afferrandolo con le labbra e glielo butta a terra. Ogni volta che l’uomo se lo rimette in testa, lei glielo ributta a terra con i suoi movimenti pazienti e misurati. Non si stancaa mai del gioco. Lui rifiuta sempre di cambiare il berretto e Print non se la prende mai con il berretto di nessun altro. E tante altre storie ancora per le quali comunque val la pena la lettura.

Lasciando un sapore d’amaro in bocca per una lettura effettuata in occasione della Festa del sacrificio dei mussulmani, festa che ricorda la macellazione animale con tecnica halal, uniche carni che i fedeli islamici (e gli ebrei) considerano pure e quindi mangiabili senza commettere peccato.
Questa tecnica, presente nel Corano, prevede che l’animale sia sgozzato mentre è ancora cosciente e poi lasciato morire per dissanguamento spontaneo e completo, il che comporta un’agonia che può durare ore e ore. L’Italia, con il decreto 11 giugno 1980, accettò le richieste dell’Unione delle Comunità israelitiche italiane e del Centro islamico culturale d’Italia per la macellazione degli animali secondo le modalità del rito ebraico e del rito islamico considerando anche che all’epoca da parte di paesi di religione islamica che non disponevano di sufficienti strutture ed impianti per la macellazione esistevano richieste di importazione dall’Italia di carni bovine, ovine ed equine macellate nel territorio nazionale ponendo come condizione inderogabile per importare le carni di cui sopra che la macellazione avvenisse nel rispetto del rito islamico. Si autorizzò pertanto (anche in deroga alle disposizioni dell’UE), soprattutto per motivi economici legati all’esportazione, la macellazione senza preventivo stordimento con la precisazione che l’operazione doveva e deve essere effettuata mediante un coltello affilatissimo in modo che possano essere recisi con un unico taglio contemporaneamente l’esofago, la trachea ed i grossi vasi sanguigni del collo. Ma se l’animale non muore e lo stordimento col passare del tempo viene superato? Insomma, una storia triste che la lettura del libro di Rosamund, pieno d’amore e sensibilità, lascia come dicevo un senso d’amaro in bocca. Ma del resto, rispetto agli ebrei e ai mussulmani, viene da chiedersi, il nostro metodo di macellazione, son forse rose e fiori per l’animale? Chi ha lavorato in un macello mi ha raccontato che quando gli animali entrano nel recinto dove verranno ‘sparati’ (per essere storditi) … lungo quel breve percorso piangono, resistono, cercano di scappare, urlano, come se avessero nel DNA coscienza del loro destino alla semplice vista di quel recinto. Come esseri senzienti. Che dire quindi di chi, per pura propaganda politica e strumentalizzazione, si scaglia contro un rito ma non esita a farsi immortalare mentre si ciba di spiedini e spesse bistecche fiorentine? Come dire: comunque la macellazione, ma prima degli animali italiani.

 

“Annalisa e il passaggio a livello”, romanzo di Giorgio Scerbanenco, Sellerio editore Palermo

Ci sono libri che si leggono con grande fatica, occorrono settimane. Altri che divori in un giorno se non addirittura in una notte per questo insonne: i romanzi di Scerbanenco tra questi. In questo caso parliamo di due racconti scritti durante l’esilio in Svizzera ai tempi della guerra. Rimasti inediti fino al ritrovo da parte della figlia Cecilia per essere pubblicati nel 2007, a quasi quarantanni dalla morte dell’autore. ‘Annalisa e il passaggio a livello‘ e ‘Tecla e Rosellina‘. Racconti diversi da quanto ci ha abituato il Maestro del giallo italiano e milanese in particolare. Diversi, specie il primo, per la loro crudezza, decisamente insolita legata al momento vissuto da Scerbanenco e dal mondo travolto dalla tragedia della guerra. Tempo di guerra con i popoli che sembrano aver perso la logica del vivere in base a valori di solidarietà, di umanità. Così Annalisa, giovane ribelle, refrattaria ad ogni regola di etica e di convivenza, vedova di un poeta alternativo, vive in una casa isolata di fianco alla ferrovia, aspetta ogni sera il treno che passa a mezzanotte auspicando una tragedia. Ogni linea ferroviaria, presto o tardi, deve vivere la sua tragedia. Nel suo caso la tragedia arriverà durante il funerale del padre, il cretino cognitivo. Lei alla finestra (non segue il feretro) attende e ammira il convoglio che esce dalla galleria, entra nella valle e travolge chierichetti e quanti altri al seguito della mesta cerimonia e del carro funebre. Decine di morti, sangue, grida, ambulanze, feriti anche i passeggeri in vettura per la brusca frenata. L’ultimo bambino, un orfanello, muore sotto la finestra di casa: il corpicino viene spostato fino al cancelletto. Puzzava. Nessuna pietà, nessun sentimento dunque. Nessuna speranza. Ma non solo. Annalisa si concede a uomini e donne come esercizio fisico, in totale assenza di sentimenti. Giovanni il filantropo, il professor Pangloss, Donatello in tuta bianca e il giovane amico in tuta blu, l’amica Marta. Fino all’arrivo dall’Islanda di un tipo pazzoide con la mano sinistra infilata nella tasca della giacca, Gunnar. Che la vuole salvare dalle maldicenze del vicino paese, dal parroco e dal carabiniere che la vorrebbero cacciare dalla valle per indegnità e immolarità. La vogliono cacciare? Nessun problema, nessuna reazione: Annalisa alza le spalle, prepara le valigie. Ma, naturalmente, il finale non eviterà, in perfetto stile Scerbanenco, di stupirci. Quanto a Tecla e Rosellina, ecco la storia di Luigi, commesso viaggiatore, farfallone impenitente, convocato a mezzo lettera da una vecchia fiamma, Rosellina appunto, che gli rivela d’essere in punto di morte e vorrebbe che lui incontrasse il figlio mai conosciuto nato da una lontana relazione. Un viaggio molto lungo che attraversa la notte, la mattina a seguire fino alle 15,19 con pause in diverse stazioni. A L. ecco l’incontro con Tecla, un viso per lui sconosciuto ma lei sostiene d’essere stata sua compagna di scuola e parla, parla, parla. Racconta di un amore giovanile per lui, un amore mai dimenticato e dell’inutile ricerca di un uomo che potesse ricordarle lui, Luigi, così bello e così indifferente. Un uomo mai trovato ed ora eccolo, finalmente, un incontro impossibile, incredibile, proprio con lui. Gli chiede di poterlo seguire, sale in vettura con lui, cabina in vagone letto fino a B., e lei a lui e solo a lui dona la sua verginità, il suo amore. Addio a Rosellina e al figlio mai conosciuto? Nientaffatto. Tecla pochi giorni dopo andrà a nozze con un vecchio schifoso ma ricchissimo. Scende dal treno, ritorna al suo futuro promettendo che, dopo la cerimonia, a Luigi regalerà una splendida automobile e quanto al marito vecchio e schifoso, lo avvelenerà lentamente, piano piano, fino a restar sola e ricchissima. Così Luigi prosegue il suo viaggio ma finalmente la memoria lo aiuta. Sono state tante le donne della sua vita: Norina, Anna, Anna bis, Gertrude (moglie del signor X), Ernesta (moglie del signor Y), Nucci (moglie del signor Z), X (conosciuta in treno, provvisoriamente chiamata Ducci), Maria (moglie del signor W), Evelina, Gianna, Zoe (moglie di X2), Violetta (figlia della portinaia), Lara (moglie di Y2), Tecla. Nessuna Rosellina. Quindi, si chiede Luigi, “se io non avevo mai visto e conosciuto Rosellina, come mai mi ha scritto?”. Intanto arriva a destinazione, a S. e subito s’accorge di non essere mai stato in quel paese, di non riconoscere nulla delle case, delle strade, della gente che incrocia. Riprende dalla tasca la lettera ricevuta: come ha potuto Rosellina scrivere a lui, proprio a lui, all’indirizzo esatto di casa sua? Una storia che si rivelerà a tratti commovente e nel contempo tragica, legata ad un destino che ancora una volta non lascia speranza.

Passaggio a livello, olio su tela di Francesco Trombadori

“… ma ci resta il cielo”: Caldarola: volontari del terremoto tra macerie e voglia di ricostruzione, diario racconto di Antonella Lenti, edizioni Pontegobbo

Domenica 30 Ottobre 2016, ore 7.40, una  forte scossa di terremoto (6.5 della scala Richter) devasta il centro storico di Calderola, molti edifici crollano, l’80% è inagibile e tutta la zona viene dichiarata zona rossa, gli abitanti in fuga. Inagibile anche il cimitero comunale, dove sono stati messi i sigilli: i muri si sono aperti e delle bare sono uscite scoperchiandosi. Gravemente danneggiato anche l’edificio che ospita l’istituto comprensivo De Magistris, dove erano ospitate le scuole elementarie e medie.

Calderola dopo il terremoto: il castello

Scatta la solidarietà di tanti volontari che da tutta Italia accorrono per dare una mano. Tra questi, per un turno organizzato dalla Regione Emilia dal 10 al 17 dicembre, due giornalisti aggregati al gruppo degli alpini di Piacenza, tra cui Antonella Lenti, all’epoca vicecaposervizio del quotidiano Libertà.

Una facciata pericolante

Un’esperienza che va oltre la professione, racconta l’autrice, vissuta appunto più come volontaria che come giornalista e che alla fine ha prodotto il racconto-diario pubblicato da Pontegobbo.

Il centro storico dichiarato zona rossa e come tale inagibile

Mentre la maggior parte dei piacentini viene impegnato nella mensa per garantire colazione, pranzo e cena ai residenti ospitati nelle tende, nelle roulotte, nei container, Antonella è destinata alla ‘segreteria’ dove regna la burocrazia. Che in realtà si rivela il luogo dell’organizzazione: bisogna sapere quando un nuovo gruppo di volontari arriverà, quando se ne andrà per poter provvedere ad ordinare gli alimentari, per raccogliere le esigenze dei cittadini, dal vestiario alle coperte perchè la notte vissuta nelle roulotte non è mai generosa, perchè bisogna sempre sapere dove far dormire chi arriva. Insomma: fondamentale l’aspetto umano ma senza organizzazione un dramma diventa tragedia, se di notte il freddo morte e manca il posto dove dormire o anche soltanto un saccoapelo adeguato.

Il terremoto, i crolli, la distruzione, ci racconta Antonella, sono i nemici da combattere. Ma non solo. Ce n’è un altro ed è la paura: “vincere lo stato di paura non è semplice“. Negli occhi degli anziani leggi la tragedia: “non hanno più una casa, poteva anche essere piccola, ma era la loro casa, il loro focolare“.

Una scuola prima del centro storico

Le macerie si mettono a posto, prima o poi, ma il cuore della gente non lo recuperi, almeno in breve tempo“, questa è la convinzione di tutti i volontari e, proprio per questo, la lettura del libro apre una finestra su un’esperienza in qualche modo unica, di umanità e di solidarietà che si rende necessaria di fronte ai troppi disastri di una natura che non possiamo controllare o dominare e che spesso semplicemente reagisce al nostro torturarla.

La mensa della Protezione Civile

 

 

“Storia vera e terribile tra Sicilia e America”, di Enrico Deaglio, Sellerio editore

Erano cinque siciliani, originari di Cefalù, i primi arrivati negli Stati Uniti da dieci anni, l’ultimo, ventiduenne, da due mesi. Insediati a Tallulah, un insignificante borgo del profondo sud americano, dove, conclusa la guerra di secessione, ritirate le truppe vittoriose degli yankees, formalmente finita la schiavitù dei neri, il razzismo e il prevalere dei bianchi sui neri era ancora senza limite. Addirittura, in quella Lousiana terra di piantagioni di cotone, bastava poco per scatenare il linciaggio. Un nero sfiorava una donna bianca oppure mancava di rispetto ad un bianco? La sua sorte era segnata: penzolare dal robusto ramo di un pioppo e se aveva la fortuna di finire invecein galera, nessun problema. Arrivava una folla inferocita e magari ubriaca, dava l’assalto al carcere con lo sceriffo e le guardie che certo non rischiavano la pelle (o addirittura erano conniventi). E i siciliani? Era il 1899, li immaginiamo a vederli dal vivo? Ignoranti, alcuni non parlano inglese, con una pelle che sta tra il bianco e l’olivastro. Secondo il Lombroso criminali conclamati per origine. Insomma, negroidi, disumani, semi bestie, d’origine africana! Lonani figli di Annibale il cartaginese. Colpevoli, in quel di Tallulah, di avere una buona attività come fruttivendoli, in buoni rapporti con i neri, con prezzi e capacità commerciali senza paragone rispetto ai ‘concorrenti’ americani. Comunque in ogni caso, non va dimenticato, potenzialmente mafiosi e quindi comp0lottisti contro i buoni bianchi. Era il luglio di quel 1899. uno di loro osa sparare (con un fucile a pallettini) ad un giovane medico colpevole a sua volta di aver ammazzato una capra di Giuseppe, in quel momento a terra con l’americano che lo colpisce alla testa col calcio del revolver. Il medico è ferito ma cade a terra come morto e la folla, presente (come mai?), che sembra in attesa pronta, non ha pietà, non lascia scampo a chi ha sparato ma parte la caccia anche agli altri, sicuramente innocenti. Tutti finiscono appesi. E nessuno, per tutto questo, pagherà. Le autorità semplicemente parleranno di ‘incidente’ e di impossibilità di individuare i responsabili. In fondo quelli erano esseri inferiori, dagos, come venivano chiamati con disprezzo. Analfabeti, sporchi, puzzolenti. E magari capaci di insediare le donne bianche, addirittura di sfiorare la mano della donna che porgeva la moneta per pagare la frutta che acquistava (la moneta doveva essere lasciata cadere a terra e lì raccolta). Ma il presunto razzismo in realtà serviva come paravento per coprire anche altri interessi e di questo ci parla Enrico Deaglio nel suo libro-inchiesta utile per conoscere i lati oscuri delle storie di emigrazione italiana di quel triste fine secolo. Senza tacere del colpevole silenzio del Re sabaudo e della gestione dell’emigrazione dalle poverissime terre del sud da parte di Casa Savoia. Un libro che merita d’essere omaggiato al ministro dell’interno, il leghista Matteo Salvini, semprechè sia in grado di capirne ed approfondirne il significato umano e storico riportando quei fatti alla realtà dei tempi nostri.

“Il Vicolo della Polvere Rossa”, romanzo di Qiu Xiaolong, Marsilio editore

Sessanta anni di vita in Cina attraverso i racconti degli abitanti di Vicolo della Polvere Rossa a Shangai. Dai tempi della conquista del potere e della Rivoluzione Culturale, dagli studenti inviati ai lavori nei campi affiancando i contadini più poveri alle ronde delle Guardie Rosse per denunciare i ‘revisionisti’ e così fino ai giorni nostri, i tempi del socialismo alla cinese dove la dittatura del proletariato vien sostituita da una sorta di economia capitalista monitorata dallo Stato. L’autore, Qiu, dopo i fatti di Tienanmen ha deciso di emigrare negli Stati Uniti per cui il romanzo risente forse di un punto di vista soggettivo ‘di parte’, ma resta sicuramente una finestra interessante da aprire sul grande universo cinese del quale in realtà ben poco conosciamo. Come del resto per quanto ai tanti immigrati che oggi vivono nel nostro paese gestendo attività produttive o di servizi. Quanti sono i bar, i negozi da parrucchiere, l’offerta di massaggi, i bazar dove trovi di tutto a prezzi irrisori, i ristoranti dove un piatto di spaghetti (di soia) non supera i 3 euro contro i 9 degli spaghetti italiani? Tutti fuggiti dalla dittatura? Macchè. Non uno, tra chi accetta di risponderti, che ti parli male di Mao e degli altri capi, salvo quelli che lo stesso Partito ha posto al margine. Eppure i cambiamenti sono stati epocali ma, ti rispondono, niente di strano, il tempo cammina al fianco dei cambiamenti, nulla deve sempre essere uguale. Non so se questo stia scritto nel famoso libretto rosso di Mao o se l’abbia detto Confucio, sta di fatto che la Cina non è più vicina, la Cina è ormai tra noi, conoscere i cinesi è diventata una necessità ed è per questo che leggere i racconti di Vicolo della Polvere Rossa non può che aiutarci rivelandosi talvolta curioso, talvolta interessante, talvolta emozionante.

“Bello, elegante e con la fede al dito”, romanzo di Andrea Vitali, Garzanti editore

Vitali può piacere, stancare, non piacere ma di certo lo possiamo definire il re del gossip, del pettegolezzo, di piccoli peccatucci della bella provincia italiana. La location come di consuetudine Bellano, amabile paesino di riva destra del Lario, a poca distanza da Lecco, tre ore di traghetto da Como. Il medico convenzionato che da anni lavora negli ambulatori di oculistica dell’ospedale giunge al momento della pensione e finalmente può dedicarsi alla sua passione: lunghi viaggi per il mondo. Ma prima di partire propone all’amministrazione come suo sostituto il dottor Adalberto Casteggi di Milano,quarantenne, bello, elegante e appunto con fede al dito. Che accetta, per un anno, attratto dalla necessità di ‘staccare’ per due giorni alla settimana dalla routine dello studio milanese immergendosi nella bruma del lago. Inevitabile l’avventura galante, proprio con la prima delle clienti. La Rosa Pescegalli, più che piacente trentacinquenne affetta da un lieve presbiteismo. Sola anzi single per scelta dopo una pesante ‘trombatura’ ricevuta anni prima da un fascinoso calciatore del Lecco, di cuori maschili ne ha fatti battere parecchi ma senza mai volersi legare oltre a qualche incontro occasionale, temporalmente limitato. Come potrebbe, per quanto ne sa lei, concludersi la storia con Adalberto, fatta appunto di incontri nelle sere del suo arrivo a Bellano prima del ritorno dalla moglie alla quale la Rosa riconosce comunque il ‘diritto di proprietà’ sulla vita del medico. Ma quando nella ‘bomboniera’, il piccolo appartamento vista lago che Adalberto ha affittato a Varenna, Rosa trova un paio d’occhiali da signora con montatura speciale, ‘da gatta‘ e pochi giorni dopo vede gli stessi occhiali sul naso di quella signora che già gli aveva fregato il calciatore del Lecco e se l’era portato all’altare, il presunto tradimento impone vendetta. Tutto ovvio e semplice ma Vitali sa come non smentirsi e per Adalberto iniziano guai grossi. Che gli cambieranno completamente la vita. Forse. Per saperlo non resta che leggere.

Varenna: ma l’immaginiamo una bomboniera vista lago dove incontrare la bella Rosa Pescegalli in un luogo da favola come questo?

“Una questione di pane per l’87° Distretto”, romanzo giallo di Ed McBain, Mondadori editore

Un nuovo incontro con i romanzi di Ed McBain, pseudonimo di Evan Hunter nato Salvatore Albert Lombino, scrittore inesauribile, sceneggiatore cinematografico tra i cui scritti da ricordare ‘Uccelli’ portato poi sul grande schermo da Alfred Hitckok. Venuto meno nel 2005, a 79 anni, ha lasciato centinaia di libri che ancora oggi possiamo trovare in qualche bancarella oppure, più tranquillamente, sui grandi siti di vendita nuovo o usato, da Amazon a e-bay. In questo caso ho trovato in edicola nei tipici resti di magazzino debitamente incellofanati in copia e rimessi sul mercato estivo un ‘classico del Giallo Mondadori’. Esattamente il numero 29 dei 55 romanzi della serie con le storie dell’87° Distretto della grande mela e in particolare del detective Steve Carella. Quanto alla trama, l’indagine ha come punto di partenza un incendio doloso del magazzino di Roger Grimm, incendio nel quale vanno in fumo 250mila dollari in piccoli animali in legno importati dalla vecchia Europa capaci di fruttare più o meno il doppio della cifra investita. Purtroppo la perdita della partita, praticamente già venduta, fa venir meno l’incasso e quindi la possibilità di pagare il conto del nuovo ordine già fatto con la merce in arrivo via mare. Insomma, per Grimm è l’ombra del fallimento. Ma non basta. Intanto le assicurazioni con le quali si era garantito un buon margine di sicurezza, non pagano: vogliono la certezza che l’incendio non sia opera dello stesso proprietario del magazzino. Insomma, ecco lo spunto per l’avvio dell’ennesima indagine da parte dell’87° e, subito, nuovi colpi di scena: con un nuovo incendio, quello della villa di Grimm, e dopo poco l’omicidio del guardiano del magazzino andato in fumo. Come sempre magistrale la capacità di Ed di prendere per mano il lettore e portarlo da un colpo di scena all’altro accompagnando il tutto con parentesi sulla contemporanea vita familiare di Carella e compagnia perchè anche i poliziotti hanno momenti di lavoro e momenti di pausa, vita privata insomma. Ed è forse questo che rende piacevolissimo l’incontro con la penna e la fantasia di McBain non a caso premiato nel 1986 con l’autorevole Mystery Writers of America. Con il rammarico quindi che la lunga strada di Carella, di Ollie, di Hawes, si Parker e di tutti gli altri dell’87° è giunta al capolinea. 

“Il fuoco della violenza”, racconto di Renza Dealberti sul femminicidio, Aracne editrice

Ma cosa resta nella mente o nella vita di una donna che ha amato e subisce la violenza dell’uomo? L’uomo che diceva di amarti, al quale ti sei affidata ed ora chiami “il mio sequestratore“.

Quando conobbi l’amore, racconta la protagonista del racconto, solo promesse di felicità e rispetto riempivano i miei giorni. Solo dopo mi resi conto di quanto sia difficile riconoscere l’Amore vero. Spesso i sentimenti si confondono con la passione e si tralasciano avvisaglie che sfociano in drammi. Non mi sono mai preoccupata di una gelosia che non annullava il buono che c’era. Confondevo la sua invadenza con una sorta di parsimoniosa attenzione. Era, invece, marcare il territorio. Ritenersi proprietario e non compagno. Era arrogarsi il diritto di esclusività e non di condivisione. Era considerarsi succursale dei pensieri e della libertà dell’altro. Non era Amore. Amore è un’altra cosa! L’Amore vero è semplice perché è incondizionato: nulla in cambio, se non il bene!”

Questo uno dei tanti passaggi del libro di Renza attraverso il quale una donna, vittima degli abusi da parte del compagno, si racconta, giorno dopo giorno, rivela delle sue paure, delle sue delusioni, delle sofferenze per un corpo martoriato, della rinuncia a coinvolgere la madre che forse potrebbe aiutarla ma a sua volta soffrendo, così fino al rifiuto di rispondere al telefono, alla consueta chiamata di controllo, sapendo che al suo rientro lui sfogherà la rabbia bestiale di uomo padrone. Fino alla soluzione finale che finalmente la riporterà verso la libertà, verso la riconquista della sua dignità di donna.

Segreti silenzi, olio su tela di Franco Lo Cascio

 

“Qualcuno tornò sul nido del cuculo”, i racconti di Radio Shock Piacenza, Officine Gutenberg editore

Avvenne molti anni fa, non ricordo neppure quanti e men che meno il perché: mi ritrovai in un grande salone dove ancora permaneva una comunità di quelli che erano stati gli ospiti dell’ospedale psichiatrico. C’erano una ventina di persone, uomini, donne, qualcuno di mezza età, la maggioranza avanti con gli anni. Chi seduto con lo sguardo perso nel nulla, chi a muoversi strascicando i piedi, chi immobile ad ammirare l’azzurro del cielo esterno, oltre alla finestra con le sbarre. I pazzi, quelli tosti, quelli matti da legare e tanta amarezza nell’allontanarmi. Con un ricordo ancora più lontano, quando ero un bambino e andavo in campagna dai nonni. Ogni tanto nella casa vicina il Mario tornava dall’ospedale psichiatrico: non parlava con nessuno, stava sempre seduto e con la roncola tagliuzzava un bastone. I grandi ci dicevano di stargli lontano, che poteva essere pericoloso. A noi bambini non ha mai fatto nulla di male ed anzi qualche volta con noi parlava, raccontava di viaggi fatti nelle terre oltre il mare, di grandi praterie, di strani buoi che lui chiamava bufali e di foreste abitate da lupi, orsi, tantissime volpi ma ci diceva di stare tranquilli se di notte nella valle sentivamo ululare: “da noi non ci sono lupi, solo cani che si chiamano, che si salutano da una casa all’altra”. Un giorno poi Mario è tornato in ospedale e, mi hanno raccontato, è stata l’ultima volta, nell’ospedale psichiatrico ha finito la sua storia terrena lasciando ai parenti, che lo avevano sempre lasciato solo, un buon gruzzolo da libretto di pensione d’invalidità. Poi ci sono i matti, quelli per la strada, quelli che potevi o puoi incontrare spesso in giro per la città. Come non citare il Tino, quello che girava con l’antenna sulla bicicletta per parlare con gli extraterrestri. Ma sono tanti, innocui, semplicemente con problemi di adattamento sociale, isolati, incapaci di relazionarsi fermo restando che siamo certi che i normali siano veramente normali? Ecco: come definire la normalità? Leggendo questa raccolta di storie di persone impegnate in un percorso di assistenza psichiatrica (che tra l’altro li vede occupati addirittura nella redazione di una radio, appunto Radio Shock), non possiamo a tratti evitare di commuoverci ma spesso anche di chiederci quale sia il punto di vista corretto, dove sia la normalità e dove invece si possa parlare di un mondo e di un vissuto diverso, “oltre”. Decisamente quindi un grazie al dottor Emanuele Guagnini, direttore dei Centri Salute Mentale dell’ospedale di Piacenza, agli operatori del Centro, agli autori del libro che hanno intervistato e raccolto le testimonianze degli ospiti del Centro. Tutti insieme ci introducono a questo mondo altro con i suoi amori a senso unico, le sue fobie, la vicenda del ballerino sedotto e abbandonato, i rapporti talvolta difficili con i genitori e naturalmente con tutti gli altri personaggi che animano questo nostro spicchio di vita, l’inserimento in attività lavorative magari per far candele fino al racconto di chi afferma d’aver trovato un sommergibile sul fondo del Po ma si guarda bene dal rivelare dove: chissà, forse per non essere preso per matto.

Fuga dal manicomio, olio su tela di Antonio Chiarello