“Del Michele furioso, quand’ebbe notizia su qual simbolo s’indirizzava la mia mano”

E venne il giorno nella nostra Piacenza che dovetti dirlo, al compagno Michele: non avrei votato per Rabuffi Sindaco, non avrei votato con i compagni di Sinistra Italiana, il mio cuore stava con Ponzini Sindaca, lista Passione Civica praticamente Articolo 1-MDP e su quel simbolo guidava la mia mano.

La reazione fu immediata e senza pietade.

In visita alla centrale nucleare di Caorso, impianto in dismissione. Ma il Deposito Nazionale per i rifiuti radioattivi, dov’è?

Centrale nucleare di Caorso, 6 maggio 2017, trasparenza della democrazia: open gate con divieto di fotografare

Commenti alla visita straordinaria alla Centrale Nucleare di Caorso? Un’azione informativa e sostanzialmente propagandistica di Sogin, la società pubblica oggi proprietaria dell’impianto con l’incarico di provvedere alla dismissione dello stesso. In pratica: le barre di uranio sono state trasferite in Francia (di notte per ‘via ferroviaria’) e di conseguenza il livello di radioattività, ci ha informato la responsabile dell’impianto, risulta ridotta quantomeno del 95% sin dall’inizio dell’operazione (2007). Fermo restando che il ‘combustilbile’ (come vengono definite le barre) non è che i francesi se lo terranno per cui in ogni caso lo ritroveremo nella nostra pianura.  Buona parte delle attrezzature e delle strutture risultano già dismesse, nell’ambito di un’operazione della quale si prevede la conclusione tra il 2028 e il 2032 (mica domani, che si crede?), quando l’erba dei prati tornerà, a dire degli accompagnatori che ci guidano, ad occupare la stragrande maggioranza dell’area. Attualmente nei tre depositi destinati alla temporanea conservazione dei rifiuti radioattivi sono stoccati complessivamente 2.457 metri cubi di cui 1.723 di materiale, ci informano, a bassa attività e 734 ad attività molto bassa. Tutti conservati in appositi fusti trattati con ‘matrice cementizia’ destinati al Deposito Nazionale dove verranno inseriti e cementati in moduli di calcestruzzo che saranno inseriti in celle di cemento armato progettate per resistere 350 anni. Una volta riempite le celle verranno sigillate e ricoperte con più strati di materiale per prevenire le infiltazioni d’acqua. Solo un piccolo dettaglio: del Deposito Nazionale non se ne parla, il Governo se ne resta ben attento dal definire la localizzazione per cui tutti i fusti restano nei tre depositi assolutamente ‘normali’ nell’area della Centrale e chissà fino a quando resteranno.

Open gate 2017: unica area con ammissibilità di fotografia, la sala raduno e concentrazione dei visitatori

Ultime considerazioni: la visita alla Centrale, per quanto mi riguardava, era limitata a ‘Zone non controllate’ escludendo le aree ad alta criticità (come l’area delle piscine dove venivano conservate le barre di uranio – l’acqua impedisce alle radiazioni ionizzanti di diffondersi nell’ambiente altrimenti sarebbe impossibile lavorare in prossimità delle vasche – ); diversi edifici sono già smantellati come l’edificio dell’offgas indispensabile per ‘filtrare’ e pulire i vapori causati dall’acqua del fiume che raffreddava le barre, di conseguenza il ripristino della centrale risulterebbe sicuramente problematico se non da escludere completamente, fermo restando che oggi l’impianto risulterebbe tecnologicamente obsoleto e superato (in prima fila la sala controllo con strumenti informatici di prima generazione tarati sui primi anni ottanta). Ultima: pioveva e questo ha in parte complicato la visita ma si potrà ritentare forse tra un anno magari con ammissione al percorso in ‘Zona controllata’, ovvero quella dove sono esclusi i bambini. Infine: ma perché vietare le fotografie? Quali segreti industriali si vogliono celare? Per fortuna, all’uscita, bypassando l’imponente sistema di sicurezza, grazie alla pioggia un’immagine riusciamo a ‘rubarla’ grazie al cellulare. E ‘Arturo’, come veniva chiamato l’impianto sembra mostraci un volto sconosciuto, con una profonda somiglianza con un altro luogo visitato anni fa: il campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau.

Dalila, ben lieta di lasciare un impianto giustamente in ‘decommissiong’: non abbiamo bisogno del nucleare, il sole è la vita

 

“Lo sai che i papaveri son tanti, tanti, tanti” (una foto di Remo Schiavi, poeta dell’immagine)

Secondo gli antichi greci il papavero era il simbolo dell’oblio e del sonno: infatti Morfeo, il dio dei sogni, era rappresentato con un mazzo di papaveri fra le mani. Sempre secondo la mitologia greca Dementra, la madre terra, dea del grano e dell’agricoltura, ritrovò la serenità persa a causa della morte della figlia Persefone bevendo infusi fatti con fiori di papavero. Per i greci infatti il papavero rappresentava anche il fiore simbolo della consolazione.

Durante il medioevo il papavero fu invece associato, per via del suo colore, al sacrificio di Cristo e alla sua morte. Infatti spesso lo troviamo raffigurato in affreschi di chiese risalenti all’epoca medievale.

Sulla scia della tradizione medievale, che associa il papavero al sacrificio, nel Regno Unito, durante la prima guerra mondiale, per celebrare gli uomini morti per la patria si usavano ghirlande composta da papaveri.

Curiosità: il termine “papavero” è utilizzato come sinonimo di persone potente, significato dovuto alla leggenda secondo la quale il Re di Roma Tarquinio il Superbo volendo insegnare al figlio il modo più rapido per conquistare la città di Gabi, andò in giardino e con un colpo di bastone recise le teste di tutti i papaveri, volendo, con quel gesto, far capire al figlio che bisognava eliminare tutti i personaggi più potenti della città avversa.

C’è chi muore ma come si dice cade in piedi. Beh, allora in quella bara a Villa Torlonia in Roma non può certo starci il Benito

La foto è scattata all’ingresso di Villa Torlonia, in via Nomentana numero 70 a Roma. La villa, restaurata dopo anni di abbandono, ospita mostre ed è circondata da uno stupendo parco a disposizione dei romani o dei tanti turisti che passano a visitarla. Fu sede romana del Duce e forse per questo, in anni di revisionismo storico, il bookshop, di regola con offerte d’arte qualificate, con mia sorpresa dalla mia ultima visita nel maggio 2016, ieri presentava un intero scaffale con decine di opere dedicate al Benito e al fascismo. Nessuna copertina invece dedicata alle centinaia di migliaia di ragazzi che il Duce e i fascismo mandarono a morire in una guerra non nostra in Africa, in Russia, in Grecia, in Yugoslavia, nelle acque del Mediterraneo, nelle Fosse Ardeatine vilmente assassinati per mano dei nazifascisti. Quella che sembra una bara immortalata nella fotografia, comunque, non ospita il Mussolini. Il quale del resto con tutti quei cadaveri sulla coscienza, non è certo ‘caduto in piedi‘, anzi.

Quando Roma t’accoglie così, t’avvolge il cuor d’amor immenso

Roma, Piazzale dei Cinquecento, venerdi 28 aprile 2017, ore 19.50 circa

Stessa sera, stessa gioia, l’Atalanta stoppa le zebre in quel di Bergamo (sarà che il ciel s’illuminò di gioia e tripudio?)

Mò non resta ch’aspettar che la Roma, in campo magico Tottolo, stenda la Lazio e il sogno si compie: brucia d’ardor il cielo di Roma

Son le bellezze romane

Piacenza: “Il genio delle donne”, ultimo giorno della mostra fotografica a Borgo Faxhall

Ultimo giorno per ammirare in Galleria Borgo Faxhall la mostra fotografica “Il genio delle donne” ovvero viaggio alla scoperta della donna tra Italia e Uganda proposta da Africa Mission, cooperazione e sviluppo.

Africa Mission, fondata nel 1972, ha fin dall’origine lo scopo duplice di far conoscere le missioni e di aiutare i missionari cattolici e le loro opere sociali in Africa. Dopo circa trent’anni, è oggi un movimento missionario laicale: vuole essere movimento ecclesiale di animazione, formazione e di opere, dove i laici trovino modo di esprimere, coerentemente e concretamente, con la loro vita cristiana, con l’aiuto fattivo alle missioni e il servizio volontario in Africa, quella vocazione missionaria che deriva ad ogni cristiano dal Battesimo.

Braccio operativo di Africa Mission è invece la ONG Cooperazione e Sviluppo, ufficialmente riconosciuta come idonea alla realizzazione di progetti di cooperazione internazionale.

In oltre 40 anni di attività, il Movimento ha portato aiuti in Ghana e Nigeria, Mozambico, Etiopia, Eritrea, Angola, Sudan, Tanzania, Rwanda, Guinea Bissau, Ciad, Zaire, Somalia, Niger e Madagascar, concentrando il suo impegno soprattutto in Uganda.

Dalle origini ad oggi (2013), sono stati allestiti 92 aerei cargo, 832 container, 45 TIR, carichi di oltre 12.298.196 kg tra generi alimentari e di prima necessità, attrezzature sanitarie, agricole, meccaniche, sanitarie e scolastiche.

La mostra, dedicata al ruolo, alla creatività, alla fantasia della donna, presenta fotografie realizzate da Maria Vittoria Gazzola, da Elisabetta Paraboschi, da Gianni Cravedi proponendo un interessantissimo reportage di una terra piena di contraddizioni, magica e affascinante come solo l’Africa sa essere.

Per molti motivi, si sa, la Galleria di Borgo Faxhall … boccheggia, con molte vetrine desolatamente vuote, coperte da grandi teloni con immagini della città. Per questo, in collaborazione con il Comune, già da tempo si é aperta ad eventi culturali che rendono appagante la visita.

Il suggerimento dunque é quello di non perdere l’opportunità regalandosi un tranquillo tardo pomeriggio per ammirare con calma le immagini proposte tra l’altro anche dall’associazione ‘La fabbrica dei grilli‘. Con un avvertenza: la mostra si trova al piano livello strada mentre, alle 18.00, nulla vieta un passaggio al 1° piano nella sede dell’associazione ‘Piacenza Cultura e Sport‘ dove si presenta ‘Il soffio del vento, da Chernobyl a Caorso trent’anni dopo‘ di Pontegobbo editore. Insomma, un paio d’ore d’impegno e solidarietà a Borgo Faxhall. Perché no?

Piacenza: “Fiori di civiltà industriale” ripresi dal ponte di piazzale Velleia

La vecchia linea ferroviaria per Bettola, ormai quasi completamente divelta. Ne restano pochi resti residui in genere coperti da vegetazione selvaggia. Periodicamente (ogni qualche anno) la municipalità provvede al ‘disboscamento’ ed ecco finalmente l’incanto dei colori e dei profumi dei fiori della civiltà industriale.