“Misteri, leggende, atmosfere del Grande Placido Fiume, il Magaton e altre storie della gente di fiume a Roncarolo di Caorso” (1)

Roncarolo, scendendo in zona di golena, dall’altra parte del paese (la strada d’argine per arrivare fa da divisorio)

Lo si diceva nel post di ieri: se da Piacenza percorri la provinciale (ex statale 10) direzione Cremona, superata Roncaglia, superato Fossadello, prima di arrivare a Caorso, arrivati di fronte allo stabilimento della Saib, si gira a sinistra e si prosegue per qualche chilometro fino all’argine del Grande Placido Fiume che accosta la confluenza del Nure in Sua Maestà il Po, re di noi padani.

Là in fondo la grande ansa del fiume, dove il Nure confluisce nel nostro placido Po, re dei padani

Proseguendo, scendendo dall’argine a sinistra troveremo Roncarolo, paese ombra noto per la cipolla e, un tempo, per la pesca. Oggi con molte case vuote e abbandonate: dai mille abitanti degli anni cinquanta siamo passati ai 250 circa attuali ma, da qualche tempo, si registrano giovani ‘di ritorno’ che s’allontanano dai fumi, dallo smog, dai problemi della città.

Pesce fritto al Magaton

Prima di arrivare a Roncarolo, tuttavia, scendendo a destra in zona di golena, come indica un cartello in legno, troveremo il Magaton. Un luogo di magia? Una dimora secondaria di Morgana o di Amelia, la strega che ammalia? A prescindere dalla precisazione che il fiume di per sè rappresenta un luogo di magia, si tratta di una trattoria dove si arriva per un buon fritto di pesce. La patronne, la signora Rosa Bolzoni, ha ormai attaccato il paiolo al chiodo passando il testimone al figlio Enrico ma, a quanto mi si dice, c’è sempre da leccarsi i baffi ammirando l’ansa del fiume che letteralmente ti viene incontro. 

Dunque pesce di fiume, servito croccante e caldo, in una abbondante porzione e preparato su richiesta anche in bianco, al vapore, sempre servito con verdura fresca che proviene dall’orto di casa. Pesce gatto, filetto di pesce persico, alborella, anguilla (magari aromatizzata con aceto balsamico), talvolta luccio con salsa a base di verdure. Da bere vino bianco fresco, secco, semisecco o amabile, scelto con molta cura tra le produzioni della Val d’Arda. Per non sciupare il piacere del pesce è concesso solo un antipasto a base di salume stagionato nei locali della grande casa rustica. Infine arrivano i dolci, tutti preparati in casa con una pasta frolla burrosa e friabile: si tratta di biscottini, di crostate con la marmellata di prugne o arance e di una torta ripiena di frutta cotta.

La casa dove, nel 1937, ha visto la luce l’amico Benito Franco, oggi sede del Circolo Anspi organizzatore tra l’altro della settembrina Festa della Cipolla e, a giugno, della Festa del Pescatore

Ma attenzione: una sorpresa dietro l’angolo. Trattoria a parte, che cosa significa questa parola, Magaton? Per saperlo dobbiamo spingerci fino a Roncarolo ma, anzichè scendere in paese a sinistra, anche in questo caso scendiamo a destra, sempre in zona di golena, alla Tana di Roncarolo, per l’appunto. Sede del gruppo Anspi qui si raccolgono pescatori e appassionati di racconti del fiume, storie e leggende oltrechè, dice la malalingua divisa tra sarcasmo, ironia e invidia, esperti di clamorosi fotomontaggi.

Comunque il nostro amico, Benito Franco, racconta, a me e Dalila, che l’attuale sede del circolo era la casa dove è nato nel lontano 1937 ed ha visssuto i primi anni della sua vita. Bastano pochi passi ed eccoci sulla riva del fiume. Con una punta di nostalgia che gli fa vibrare la voce in gola, Franco racconta. “Vedete, dice, oggi la riva son tutte sterpaglie. Un tempo era sabbia, era pieno di barche per attraversare il fiume e per pescare“. Era una delle principali attività del posto: c’era chi lavorava la terra, chi si dedicava alla pesca e chi aveva un’avviata attività di traghettamento verso la sponda lombarda e ritorno (troppo lontani i ponti e troppo il tempo da perdere per raggiungerli, meglio pagare un piccolo obolo al traghettatore).

Pochi passi ed ecco una specie di totem, nei pressi dal piccolo approdo dal quale parte un giovane con la barca (rigorosamente a motore), dopo aver preparato le canne per la pesca: “se ne va oltre l’ansa, dove esiste una zona ricca di pesce“, precisa Franco. Lo guardiamo seduti sull’unica panchina, proprio di fianco al totem che, in cima, ha un’anatra in legno e qui Franco sorride sorgnone. Lo guardo come a chiedere che c’è da sorridere e lui indica l’anatra legnosa: “lei è il Magaton, la si metteva a galleggiare, le anatre quelle vere cadevano nell’inganno e il cacciatore sparava aggiudicandosi la cena per la famiglia intera“.

 

Una splendida giornata alla Festa della Cipolla a Roncarolo, tra ricordi di paesani dei tempi lontani che furono

… sulla destra, ecco Roncarolo …

Quando arrivi da Piacenza, direzione Cremona, poco prima di Caorso giri a sinistra e ti ritrovi sull’argine che costeggia il Po. Dopo qualche chilometro sulla destra ecco Roncarolo, oggi retrocesso a frazione di Caorso ma un tempo importante Comune con tanto di castello fortificato per difendere Piacenza dalle incursioni dei cremonesi.

Personalmente non ho nulla a che vedere, con il paese e i roncarolesi salvo uno, tal Benito Franco Mezzadri, qui nato 81 anni orsono per poi trasferirsi, come tanti, in città e infine, per parte di consorte, metter radici in Val Trebbia dove tre anni fa ci siamo conosciuti.

Lui, del quale sono oggi custode delle memorie che mi ha raccontato e che forse, Dio volendo, un giorno vedranno la luce in un mio nuovo libro. Lui, dicevo, già due anni orsono mi ha invitato e portato alla ‘Festa della Cipolla‘, manifestazione di livello provinciale e non solo. 

Succulenti piatti ‘anomali’ con largo uso di cipolle bianche, rosse, dorate. Dalla frittata alla pasta con crema di cipolla, gran festa per baffi (da leccare) e palato senza negarsi i pisarei, il salame cotto, un buon spiedino nella miglior tradizione piacentina. Ma quel che conta alla fine è la compagnia.

Il paese, dicevo, ha avuto un passato di gloria: fino all’immediato dopoguerra, la popolazione ha superato i mille abitanti, con nuclei familiari di decine di persone: prova ne è l’edificio delle scuole elementari, che ha ospitato fino a 50 alunni per anno; dagli anni cinquanta la ricerca di condizioni di vita migliori ha svuotato le case, ed ora gli abitanti sono circa 250. La Festa dunque diventa un richiamo irresistibile per chi in questa terra di contadini e pescatori ha vissuto da bambino o da ragazzo.

Così io e Dalila, sempre grazie all’amico Benito Franco, ci siamo ritrovati ‘ospiti’ ad una tavolata di ‘reduci’ in vena di racconti e di ricordi di storie lontane. Di chi a quei tempi correva in bicicletta e dell’amico che semplicemente lo seguiva per solidarietà: s’andava ad Acquanegra, nel cremonese, una bella pedalata di 25 km. Giunti alla meta, nessuna traccia della manifestazione. Chiedono all’osteria in piazza ma tutti cadono dalle nuvole fino a quando un paesano dice che magari la corsa è a Acquanegra sì, ma nel mantovano. Così ai 25 km già macinati se n’aggiungono altri 51 e pedalare, per non rischiare di arrivare a gara già conclusa. In realtà tutto bene e il nostro amico ciclista si piazza 2°, ma che fatica! E poi via per il ritorno. A pedalare seguendo a ruota un camion, minimo 60 km/h e attenzione che se quello frena o anche solo molla un attimo il pedale dell’accelleratore son guai grossi. Invece tutto bene, la memoria ricorda, e alle 23.30 i due arrivano in paese dove trovano amici e parenti riuniti sul piazzale della chiesa preoccupatissimi e tutto, proprio come oggi, finì nella vicina osteria a festeggiare il ritorno e il trofeo portato a casa.

Impossibile riportare tutti i dialoghi e i ricordi ascoltati. Uno solo per concludere: il ricordo di don Serafino, sanguigno prete di camapagna. Bambini e bambine precettati per la messa della domenica e guai a mancare: volevi giocare a pallone? Se mancavi l’appuntamento domenicale ben che t’andasse t’aspettava la panchina. Senza negarti un bello sganassone, un ceffone sulla testa, una dolorosissima saracca. Che se poi andavi a casa e lo raccontavi, ne prendevi anche a casa! Altri tempi: oggi don Serafino sarebbe rinchiuso in una gabbia in galera già al semplice gesto dello schiaffone ‘educativo’. Ma quella signora ricorda, con gli occhi ancora dolci, di quando il parroco le intimava di suonare il basso e lei per quanto s’impegnasse faceva quel che poteva con risultati che è meglio soprassedere. Ma quel che conta è l’impegno e il parroco non evitava di mandarla alla fine dal prete giovane che dal cassetto tirava fuori un cioccolatino quadrato. E così, alla fin del pranzo in compagnia, non è restato che aspettar il ballo della sera. Alla Festa della Cipolla, appuntamento da non mancare a settembre del ’19.

Insomma, arrivederci Roncarolo.

 

 

 

Di quando Surus, l’elefante di Annibale addormentato a Cerignale in Val Trebbia finalmente mi ha concesso di immortalarlo

Il profilo di Surus, pacificamente addormentato in alta Val Trebbia (purtroppo la posizione non ha permesso di evidenziare la zampa e soprattutto la proboscite)

Risalendo l’alta Val Trebbia per rinnovare l’incontro con Cerignale (e soprattutto per una sosta con i piedi sotto il tavolo all’ombra della topia dell’albergo del Pino dell’amico Massimo Castelli e della mamma, la signora Teresa, maestra nell’arte dei fornelli) al km 76,400 ecco l’incontro con Surus, l’elefante sul dorso del quale Annibale attraversò l’Appennino per scendere verso la pianura nei pressi di Rivergaro e qui scontrarsi e sconfiggere le truppe romane. Era il 218 a.C.

La piazzola di sosta dalla quale è possibile ammirare Surus

Come ci racconta Paolo Guglielmetti (clicca qui), colui che ha saputo ‘individuare’ con la sua Nikon il profilo di Surus dormiente trasformandolo in un simbolo di quella che, come pare, Ernest Hemingway ha definito “la valle più bella del mondo” (in realtà una fake news, inventata da un giornalista piacentino, Ennio Concarotti), erano 36 gli elefanti al seguito di Annibale ma tutti sono morti sopraffatti dall’inverno prima e dalla battaglia poi. Solo Surus, pure ferito, è sopravvissuto e, dopo la battaglia, è tornato in alta valle per esserne guardiano e protettore.

L’incontro con l’elefante di Annibale? No, non si tratta di un colpo di sole: dal sole al ristorante albergo del Pino a Cerignale ci aveva protetti questa splendida topia

Dunque il viaggio fino ai 750 metri di Cerignale val ben la pena, non solo per l’incontro con Surus (che, per una volta, mi ha concesso d’immortalarlo concedendo una piazzola di sosta con una buona vista solitamente sempre occupata da altri) con una buona vista. Ed ecco così il ‘mio’ Surus. Oltre a tante altre stupende visioni di una valle che, se non è la più bella del mondo, di certo ti entra nel cuore.

Val Trebbia, appennino piacentino: il monte Lesima (1724 mt) visto da Cerignale

E’ tornata! Una vecchia panchina in piazzale Libertà a Piacenza. Nell’inerzia comunale, chi sia stato non si sa!

Erano sette o otto le panchine collocate nel giardino di piazzale Libertà che qualche anno fa la giunta comunale di centrosinistra aveva realizzato per sostituire due distributori di benzina e tanti parcheggi in un’area a grande traffico inquinante. Una bellissima idea sfruttatissima dagli abitanti delle case popolari e dai bambini che invero poco sedevano e molto giocavano con gli spruzzi della fontana. Poi lentamente quelle panchine, stroncate dal superuso da parte del Clan dei culi grossi (mamme, nonne, single avanti con gli anni, nonni ed io compreso) hanno ceduto il passo. Piegate a terra come elefanti o balene spiaggiate, recuperate dagli operai della manutenzione comunale, portate chissà dove per l’ultimo viaggio ma il loro ricordo non s’è perso. Oh, nostalgia canaglia! L’ultima se n’andò più d’un anno fa, da tutti rimpianta. Ma ora ecco, mano ignota ha ben pensato di portarne una nuova. Pardon, una vecchia, di legno, recuperata da chissà quale discarica o da quale magazzino dove era da tutti dimenticata. Così in piazzale Libertà una vecchia panchina è ritornata a nuova vita, sembra una giovane nel pieno della bellezza e sa far felice di nuovo il Clan dei culi grossi. Neri, gialli, verdi, bianchi, per la panchina non fa differenza, per lei tutti uguali sono e a tutti offre una pausa di sopravvivenza dal gran caldo. A proposito, non manca il richiamo al cuore: un messaggio d’eterno amore per Giuseppe, scritto chissà quando, chissà da chi, chissà per Giuseppe chi, chissà se quell’amore è sbocciato e se dura ancora, chissà se bianco, nero, giallo, se al mare, in montagna o nella bassa padana. Ed ora che dirà la giunta comunale? Arriveranno le ruspe per rancar via la vecchia panchina fuor d’ordinanza che chissà chi ha portato di tutti a disposizione?

Passeggiando a Castell’Arquato, storico borgo medievale

Le prime notizie riguardanti la pieve di Castell’Arquato sono dell’VIII secolo d.C. costruita da un “nobile e potente Signore nomato Magno”. Magno fece edificare il castello a base quadrata e una chiesa in onore della gran Madre di Dio (756-758).

Magno dona alla sua morte nel 789 al vescovo di Piacenza il paese, la chiesa di Santa Maria (Ponzini ha ampiamente dimostrato, documenti a mano, che la chiesa-pieve di Castell’Arquato era dedicata a Sant’Antonino) e i beni annessi e Castell’Arquato assume un’importante indipendenza come Pieve. Con la donazione di Magno, Castell’Arquato passa sotto il dominio del vescovo di Piacenza.

Ci sono testimonianze che negli ultimi decenni del I millennio il borgo arquatese godesse di notevole vitalità. Il vescovo godeva per il territorio arquatese del fodro (diritto di esazione delle imposte dirette) su tutti gli uomini, nobiles, burgenses o castellani che posseggono case e terreni e sugli ecclesiastici di Santa Maria.

Dal 1204 al 1207 Grimerio, vescovo di Piacenza, scelse come dimora Castell’Arquato. Il borgo assume una maggiore autonomia rispetto al comune di Piacenza. La concessione del governo autonomo avviene ufficialmente nell’estate del 1220.

Il primo documento dell’archivio storico della comunità arquatese è del 10 agosto 1220 e certifica che il vescovo Vicedomio cede al comune e agli homines di Castell’Arquato tutti i suoi beni nel borgo e nel territorio, dandoli in enfiteusi per 700 lire piacentine. Per 200 lire e un piccolo canone annuo cede anche “a titolo di investitura in perpetuo tutte le giurisdizioni, onori e ragioni di decimare” di Castell’Arquato, Lusurasco, San Lorenzo e Vernasca.

Castell’Arquato viene retta da un podestà nominato dal Comune di Piacenza tra i membri più illustri delle famiglie piacentine e restava in carica tre anni. Il podestà aveva funzioni civili, politiche e amministrava la giustizia.

La fase podestarile termina nel 1290 quando Alberto Scotti, sostenuto dal partito guelfo, dal ceto mercantile e dalle corporazioni degli artigiani, diventa signore di Piacenza. Anche Castell’Arquato diventa una signoria vera e propria. Scotti si lega alla famiglia Visconti ed estende il proprio dominio al territorio di Piacenza. A Castell’Arquato insedia il podestà Tedesio de’ Spectinis. L’alleanza coi Visconti finisce nel 1302; il figlio di Matteo Visconti, Galeazzo Visconti, sposa Beatrice d’Este e sposta il peso delle alleanze, dando il via ad un periodo di scontri che porteranno gli Scotti a Milano.

Sotto il dominio degli Scotti Castell’Arquato acquista prestigio politico e si arricchisce di molte delle costruzioni che si possono ammirare ancora oggi, tra cui il Palazzo di Giustizia, nucleo di quello che oggi è il Palazzo del Duca e il Palazzo del Podestà.

Nel 1304 Alberto Scotti viene cacciato da Castell’Arquato dal comune di Piacenza, ma vi tornò tre anni dopo nel 1307. Dopo la discesa di Arrigo VII del 1310, Scotti governerà il borgo a fasi alterne fino al 1316, quando Galeazzo Visconti assediò Castell’Arquato che capitolò l’anno seguente.

Galeazzo Visconti concesse al borgo “grazie speciali”: facoltà di emanciparsi giuridicamente da Piacenza, privilegio di dotarsi di un autonomo corpus di norme legislative: sarà il fondamento degli statuti quattrocenteschi. Iniziò il dominio visconteo che durerà fino al 1450.

Nel 1324 Castell’Arquato viene ceduta al comune di Piacenza, soggetta anch’essa al dominio della Chiesa, che governa sul borgo per dodici anni. Piacenza torna ai Visconti nel 1336 con Azzone Visconti, che favorisce l’autonomia degli arquatesi da Piacenza, insediando un podestà di sua fiducia, Galvagno de’ Comini, e facilitando la fortificazione di una zona così importante dal punto di vista strategico e militare. Galvagno de’ Comini muore a trentasette anni. A Luchino Visconti, suo successore, si deve la costruzione della Rocca (dal 1342), promossa dal comune di Piacenza.

Nel 1403 Gian Galeazzo Visconti investe Borromeo de’ Borromei e la sua discendenza dei poteri feudali su Castell’Arquato, con annesse rendite fiscali. Minacciati dalla potente famiglia fiorenzuolana degli Arcelli, cedono i loro diritti agli arquatesi, che li rimettono a Filippo Maria Visconti, duca di Milano. Dal 1416 al 1470 il borgo si chiamerà Castel Visconti.

Nel 1438 Filippo Maria Visconti offre il feudo al condottiero Niccolò Piccinino. Sotto il suo governo vengono promulgati gli statuti comunali, gli Statuta et decreta Terrae Castri Arquati. Da Niccolò il borgo passa ai figli Francesco e Jacopo. Il cupo periodo del dominio visconteo si chiude senza eredi con la morte di Filippo Maria Visconti. Su Milano si allunga la mano di suo genero Francesco I Sforza, che viene proclamato dopo il 1447 anche signore di Piacenza e del contado. Francesco, a sua volta, cede Castell’Arquato a Tiberio Brandolini da Forlì.

Nel 1541 papa Paolo III Farnese concede l’indipendenza al borgo, avendone già gettato le premesse nel 1538. Rende anche visita al borgo nella primavera del 1543 in cui è acclamato dalla popolazione, riconoscente poiché l’indipendenza da Piacenza comportava anche alleggerimenti economici.

Il governo della dinastia Sforza continua fino al 1707, quando il territorio arquatese entra a far parte del Ducato di Parma e Piacenza, è il momento dei Farnese e dei Borboni.

Fino al 1860 il Ducato di Parma e Piacenza diventa parte dapprima dei domini di Maria Luisa d’Austria e poi torna ai Borboni. In seguito alle vicende della Seconda guerra per l’Indipendenza (1859), i Borboni abbandonano il Ducato, che entra a far parte dapprima dei domini sabaudi e poi del stato unitario dei Savoia.

L’Ouvertoun Bridge, il ponte dei 600 cani suicidi

L’Overtoun Bridge si trova dal 1895 sulla strada di accesso per Milton, vicino a Dumbarton in Scozia, dagli Anni 50 ha la reputazione di essere il luogo scelto da molti animali per saltare nel vuoto, conquistandosi così il soprannome di Ponte dei cani suicidi.  

Inspiegabilmente, centinaia di cani (oltre 600) si sono buttati giù nel vuoto, tutti dallo stesso punto del ponte, facendo un salto di oltre sedici metri e andando a morire contro le pietre sottostanti. Ma allora anche i cani si suicidano? E se sì, perché? Stanchezza di vivere, delusioni amorose, malattie, litigi con i padroni umani?

Alcuni testimoni raccontano che i cani seguono una sorta di «rituale» prima di lanciarsi, che consiste nel rimanere bloccati per qualche secondo al centro del ponte per poi saltare il parapetto, alto un metro, sempre dallo stesso punto. Golden Retriever, Collie e Labrador, i più attratti dal salto.

Sono stati fatti alcuni studi sul ponte, così come ipotesi fantasiose, dal magnetismo agli ultrasuoni. Ma la motivazione più plausibile risiede nell’odore. Il dottor David Sands, psicologo per cani, ha esaminato tutti i fattori presenti sul luogo e ha concluso che i cani, attratti dall’odore delle urine dei maschi di visone, si lanciano al loro inseguimento ignari del vuoto sottostante. Peccato che un cacciatore locale, John Joyce, abbia dichiarato che in quella zona di visoni non se ne sono mai visti.

Il fenomeno ha scatenato la fantasia degli scozzesi, molti dei quali ritengono l’Overtoun Bridge un luogo di passaggio tra il mondo dei vivi e quello dei morti e che i cani vengano ««invitati»» a saltare da degli spiriti rimasti lì intrappolati.

Qualsiasi sia la motivazione reale, gli abitanti di Milton hanno deciso di mettere un cartello ai due imbocchi, con la scritta «Ponte pericoloso. Si prega di tenere i vostri cani al guinzaglio», cercando così di limitare le inspiegabili tragedie.

 

Enzo, lo sceriffo di Perino: fa buona guardia che nessuno oscuri il sole della Verde Val Trebbia

Enzo, lo sceriffo di Perino

Ben pochi lo sanno ma si chiama Enzo, lo sceriffo di Perino che spesso troviamo anche sul mercato del sabato a Piacenza. Nelle foto lo vediamo ancora in divisa invernale ma, ci si augura, durerà ancora pochi giorni: lui adora il sole e, appena arriverà l’estate ecco il cambio di uniforme. La sta preparando, ha ricevuto anche alcuni distintivi nuovi di zecca in arrivo direttamente da iu esse ei. Insieme, mi dice, ad una stupenda bandiera a stelle e strisce. Una bandiera grande, di solida stoffa, non come quelle da bancarella e da quattro soldi ma proprio una bandiera uguale a quella che troviamo alla Casa Bianca. Perché il nostro Enzo è amato e riconosciuto da tutti. Dai militari, dai Carabinieri, dai poliziotti che lo salutano portando la mano alla visiera, dai turisti a Perino (americani compresi) e dai piacentini che lo incontrano sul mercato con tantissimi che gli chiedono il permesso per una fotografia o addirittura un selfie come ora va di moda. Insomma, incontrarlo simboleggia innanzitutto la fine dell’inverno e l’arrivo dell’estate per cui … agli ordini, sceriffo, anche per quest’anno sono certo il sole nella nostra verde Valle ti sarà amico.

Verona: la suggestiva cripta con la tomba di Giulietta, emozionante scenografia per turisti innamorati

Verona, l’ingresso all’ex convento dei Francescani: in fondo al vialetto, si svolta a sinistra per arrivare al cortile interno dove si trova la cripta con la tomba di Giulietta Capuleti

L’abbiamo già evidenziato: la Verona che richiama lungo il percorso che fu la storia tramandata da William Shakespeare di Giulietta e Romeo, dalla casa dei Capuleti, alla casa dei Montecchi, al famoso balcone, alla stessa effettiva esistenza di una famiglia dei Capuleti, per finire alla tomba di Giulietta, tutta una grande trovata ‘commerciale’ capace di attirare milioni di visitatori a Verona, città dell’amor sognato.

Eppure eccoci in una cripta sotto l’ex convento dei Francescani, un edificio appena fuori le mura, colti dalla curiosità di vedere il luogo e soprattutto capire il confine tra una plateale leggenda e quanto possa esserci qualcosa di vero nella storia di questa tomba.

Un sarcofago vuoto! E, come sulle mura che conducono nel cortile interno della dichiarata casa dei Capuleti, miriadi di scritte, ovunque sparse, sui muretti, sulle colonne d’entrata alla ‘camera sepolcrale’, sugli scalini, sulle pareti anche oltre le scale esterne, scritte di innamorati che disegnano cuori, nomi, date, frasi, iniziali.

In realtà, emozione e predisposizione d’animo a parte, di vero c’è nulla (sarcofago a parte), un pò come essere a Gardaland. Intanto la cripta, alla quale si arriva scendendo una scaletta che porta sotto il livello terreno, non è una vera cripta ma un locale che fu riadattato a tale funzione per rendere tutta la scenografia maggiormente suggestiva.

Il complesso che fu dei frati Francescani, databile al XIII secolo, cadde in rovina e nell’Ottocento vi si trovavano le Franceschine. Erano loro che aprivano lo sgangherato cancello per accogliere coloro che, avendone ‘sentito parlare’, venivano a Verona per visitare quello che era additato come il sarcofago di Giulietta, morta suicida per amore.

All’epoca era nell’orto del convento, soggetto a tutte le intemperie. Non era il sarcofago di Giulietta, nessuno sa a chi fosse appartenuto, forse è di epoca romana, ma è un vero avello anche se lungo i secoli i suoi impieghi sono stati i più diversi, fino ad essere un abbeveratoio e una vasca dove lavare panni e lenzuola.

Le Franceschine nel 1848 se ne andarono e il complesso, avello compreso, vennero abbandonati a se stessi. Molti i progetti di recupero. Ormai il luogo era universalmente riconosciuto come meta dei pellegrinaggi romantici per portar omaggio all’amore di Giulietta ma il tutto si limitò allo spostamento dell’avello sotto il porticato.

All’inizio degli anni ’30 la Metro Goldwin Mayer, la celeberrima Casa Cinematografica americana sbarcò a Verona, intenzionata a girare un film sulla storia di Romeo e Giulietta. Il film ebbe un grande successo internazionale e per Verona cominciò l’assalto di gente che voleva vedere i luoghi dei due sfortunati innamorati, un intrigante stimolo per gli innamorati d’ogni età.

Antonio Avena, all’epoca direttore dei musei veronesi, capì che se avesse ricostruito una degna tomba della Giulietta, avrebbe fatto centro. Così ripulì due vani sotterranei, che erano forse adibiti a cantina, trasformandoli in una ‘cripta’. La scenografia, che è stata ricostruita per conferire al luogo un’ adeguata ambientazione, è veramente da applauso. L’atmosfera non sa di artefatto, i dettagli sono ben congegnati, alla fine c’illudiamo, quasi quasi crediamo davvero che quella sia la tomba di Giulietta e sicuramente lo riconosciamo come simbolo di un amore negato al quale tutto donare, compresa la rinuncia alla vita. Insomma, per un attimo ci abbandoniamo al sogno e ci ritroviamo avvolti nel mito della leggenda.

 

 

Verona: il museo civico occasione per conoscere Castelvecchio, antica fortezza scaligera

Si diceva, nel post di ieri dedicato alla visita della mostra “Il segno dell’Ottocento”, collocata nella 29^ sala del Museo Civico ospitato nel Castelvecchio a Verona, che vale la pena affrontare l’intero percorso evitando la scorciatoia dell’accesso diretto all’ultima sala, appunto la 29^.

Sicuramente il percorso risulta defatigante e a tratti un po’ noioso: il continuo susseguirsi di dipinti della Madonna con bambino rischia di risultare ripetitivo quasi ponendo in secondo piano altre opere di sicuro interesse come le antiche campane cittadine o le armi medioevali rinvenute dai sepolcri dei guerrieri.

Ma, detto questo, l’interesse del percorso, a parte menestrelli e cantori vari che s’incontrano poco dopo l’ingresso oltre agli immancabili lucchetti testimoni di promesse d’indissolubile amore, è appunto il fatto dello sviluppo all’interno del Castello e dei suoi piani.

Fortezza militare dell’epoca Scaligera, originariamente chiamato Castello di San Martino in Aquaro, era un elemento della difesa urbana inscindibile dal fiume con il ponte che serviva come via di fuga o di accesso per gli aiuti provenienti dalla Valle dell’Adige evitando così che il fiume diventasse una barriera insuperabile.

La sua torre maestra risultava punto di controllo visuale della città, a sinistra e a destra dell’Adige e del paesaggio circostante. In questo caso l’ingresso e la salita non sono consentite ma la visione resta comunque d’imponenza manifesta.

A wseguire, particolare in evidenza la statua di Cangrande (Can Francesco della Scala) che si fa ammirare nel cortile del Castello e che, ad un certo punto del percorso, arriviamo ad ammirare letteralmente “vis tu vis” nonostante sia collocato ad una decina di metri d’altezza.

Cangrande è stato condottiero, l’esponente più conosciuto, amato e celebrato della dinastia scaligera. Signore di Verona dal 1308 al 1311, guida della fazione ghibellina, mecenate, amico e protettore di Dante Alighieri, si nota il sorriso un pò giocondo che fa pensare ad un carattere bonaccione ma che invece, pur nel generoso mecenatismo, nasconde uno scaltro politico e un accorto amministratore.

Ed alla fine del camminamento, conclusa anche la visita alla già citata mostra sull’Ottocento artistico nella 29^ sala, non resta che lasciare il Castello cogliendo l’occasione, data l’ora tarda e un languorino insistente, per un passaggio al Ristorante Torcolino da Barca, cucina tipica e vino, giusto in Corso Castel Vecchio. Prezzo finale non proprio economico, anzi un pò salato ma adeguato all’eccellenza delle portate. Letteralmente, da leccarsi i baffi.

 

La storia di Giulietta e Romeo? Una formidabile trovata novecentesca. Dal balcone, alla casa, alla famiglia, alla tomba, tutto falso.

Un’immagine esposta nella ‘casa dei Capuleti’, la presunta famiglia veronese che mai ha abitato in quel di Verona

Bella, Verona. E bella la tanta gente, d’ogni età, che s’aggira per ponti, vicoli e strade, nel nome del reciproco o del desiderato amore. Ovunque cuori, lucchetti, poesie, d’amore atteso, d’amore verso, d’amore terso, d’amore intenso, d’amor negato. E paccottaglia. Magliette, cuori di plastica, statuette, magneti, anelli, guide, cartoline. Merchandising.

La statua di Giulietta all’ingresso della casa di fronte alla scala che porta al famoso balcone

Una grande capacità di evocazione turistica, un simbolo che richiama gente da tutto il mondo perché poco importa che la storia sia vera o falsa, quel che conta è il saper parlare, da parte dell’industria turistica veronese, al cuore che ha bisogno d’amore.

Il cortile interno ove s’affaccia il famoso balcone e in centinaia di migliaia portano il loro omaggio all’amor contrastato

E il tutto, allora? Semplicemente falso. Forse leggenda ma più realisticamente fantasia del narratore. Anzi, dei narratori. A partire dal balcone sul quale Giulietta sospirava e in centinaia di migliaia salgono, dopo il restauro e la riapertura dello scorso dicembre.

Il balcone, proveniente da Castelvecchio, parte integrante della furba trovata novecentesca dell’industria turistica veronese

Il balcone, scrive Francesca Fontanili, proviene da Castelvecchio come si può vedere in una foto che ritrae Vittorio Emanuele III nel 1926. Venne successivamente inserito diventando una fantastica trovata novecentesca.

L’allestimento di una stanza da letto di fattezza tardo medioevale dove nessuna Giulietta Capuleti ha mai dormito nè vissuto

Ma oltre al balcone si visita, alla ‘modica’ cifra di 6 euro, la casa, con tanto di dipinti, statua di Giulietta, affreschi, camera da letto ammobiliata, abiti dell’epoca ed altre (fasulle) amenità (pur caratteristiche ed allettanti). Scoprendo che non solo il balcone è un falso ma falsa è pura la casa poiché la famiglia dei Capuleti, se mai esistita, non ha mai dimorato in quel di Verona e l’abitazione (forse) può essere ricondotta per assonanza ad una famiglia Dal Cappello all’interno della quale di nessuna tragedia d’amore vissuta è dato di sapere.

All we need is love. Giuramento d’amore eterno a Castelvecchio

Scopri anche che nemmeno puoi ricondurre la vicenda esclusivamente alla fantasia di William Shakespeare. Secondo ad esempio Antonio Socci i veri protagonisti della storia ‘originale’ sarebbero Giannozza Saraceni e Mariotto Mignarelli, un tragico amore vissuto in terra di Siena e narrato da Masuccio Salernitano nel 1476, ovvero un secolo prima rispetto all’opera di William. Per tacer di altri narratori che, appunto, nel tempo ‘aggiornarono’ la storia fino al trasferimento dalla piazza del Campo senese in quel della fatal Verona.

Il lucchetto solitario senza sigle e iniziali, forse aspirazione per un amore atteso ma non ancora fiorito

Insomma, il segreto del luogo, della casa, della storia, é il simbolo per quanto farlocco dell’amore appassionato e tragico. Una furbata novecentesca veronese che tuttavia accarezza il cuore di tutti ad ogni età perché, come sempre nel novecento cantavano i Beatles, “all we need is love”, tutti noi sogniamo amore.

E per completare l’opera, l’allestimento della tomba di Giulietta. Un catafalco senza simboli e insegne come s’usava realmente con i suicidi nell’epoca dei secoli bui in bilico tra alto medioevo e rinascimento