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A Fontanellato tra i viali di bambù del Labirinto della Masone il Minotauro t’invita ad un giro di valzer

L’ingresso della realizzazione architettonica detta il Labirinto della Masone (o l’uscita, dipende dall’interpretazione soggettiva ma attenzione: se si sceglie d’entrare non riesci ad uscire e se esci per entrare quantomeno ti devi voltare)

In attesa della mostra che a Palazzo Farnese ci porterà all’interno dell’avventura del condottiero Annibale, eccoci a raccogliere l’invito a Fontanellato (Pr) in un luogo che si preannuncia suggestivo e genera curiosità già nel nome, il “Labirinto della Masone“. Una mostra di libri illustrati da grandi artisti dell’Ottocento e del Novecento, a poca distanza dalla Rocca Sanvitale, il maniero che svetta in paese. Venti tranquilli minuti d’autostrada fino a Fidenza, dopodiché ci si affida al navigatore (che, se non esistesse, saremmo persi, peggio d’un labirinto, per l’appunto) per farci portare in aperta campagna e, quando ormai si pensa che il satellite là in alto nello spazio abbia bevuto, grazie al cielo incrociamo un anziano a passeggio col cane. “Il labirinto? Andate sempre dritto e dopo quelle due case che si vedono a trecento metri, c’arrivate dritti dritti“.

L’intera realizzazione: il labirinto con la centro la piramide. In basso l’area cortilizia con il ristorante e, sulla destra, l’ingresso per la biglietteria e le mostre

Piuttosto perplessi proseguiamo, chiedendoci come può essere che una mostra sia in un ‘semplice’ casolare di campagna ma, passate le due case coloniche, una a destra e una a sinistra della strada, fatti un altro centinaio di metri, ecco apparire alla nostra destra un lungo diciamo cespuglio di strane piante (scopriremo che si tratta di bambù) che nasconde una realizzazione diciamo … degna di attenzione. Con nascosti, dietro alle foglie, un pullman e parcheggi a destra e sinistra con almeno un centinaio di auto dove, considerato il carattere comunque èlitario della mostra, ci saremmo aspettati non più di una decina massimo venti persone.

Una sala dedicata all’epoca napoleonica (mostra permanente)

Invece ci ritroviamo nel bel mezzo di un luogo realizzato per eventi molteplici che potrebbero permetterti di passare l’intera giornata. Bar, ristorante, emporio sono nel primo cortile oltre, sulla destra, l’ingresso per la biglietteria e la salita al piano superiore per la mostra temporanea oltre alle sale con la collezione d’arte e i libri pubblicati (diversi ormai introvabili) da Franco Maria Ricci nel corso della sua filantropica carriera d’editore de luxe (difficile trovarne uno che costi meno di 80 euri).

Sempre a proposito di labirinti: il ballo del minotauro

Del resoconto della visita alla mostra temporanea già si è dato cenno nel post di domenica, qui si riporta qualche immagine della collezione peraltro non potendo tacere dell’esorbitante costo del biglietto d’ingresso: € 18,00 a persona che sono veramente un botto. Fermo restando che, data la vicinanza col Natale, il botto è con lo sconto, il danno si limita a € 10,00 salvo domandarci se il prezzo intero comprenda anche il passaggio oltre il primo cortile, laddove ci si avventura (e magari ci si smarrisce) nel labirinto (il più grande del mondo realizzato con piante di bambù) per arrivare ad una costruzione a piramide (forse l’81enne Franco Maria Ricci si sogna Faraone ed ha messo le mani avanti per quando sorella Morte busserà alla sua porta?).

Nel medioevo molti labirinti sono presenti intorno alle chiese some simbolo del cammino verso Dio

Sono più di venti le specie di bambù che sono presenti, provenienti da un ricchissimo vivaio francese. Ma perché il bambù? Capriccio intellettuale dell’eccentrico editore parmigiano? Maccchè, la scelta è ricaduta sul bambù perché, ci spiegano, secondo Ricci si tratta di una pianta meravigliosa: cresce veloce, non si ammala, non teme il freddo e assorbe moltissima anidride carbonica. E in più è raffinata. Nel 2004 ecco qui a Fontanellato le prime piante e nel 2006 il labirinto era bello pronto. Quanto invece al senso del labirinto, che dire? Secondo Roland Barthes il labirinto ha la forma tipica dell’incubo infantile: voler raggiungere l’essere amato (magari la propria madre, che si trova al centro) e non riuscire a farlo. Ma non solo.

A sbagliar percorso, andando per labirinti, si rischia di finir male: chi alberga tra tutte quelle piante di bambù? Molto meglio non lo scoprire

In epoca medioevale i labirinti che troviamo nelle pavimentazioni delle chiese o al loro esterno, rappresentano il cammino simbolico dell’uomo verso Dio e spesso il centro del labirinto rappresenta la “città di Dio”. La funzione del labirinto dunque è quella di essere un simbolo del pellegrinaggio o del cammino di espiazione: spesso veniva percorso durante la preghiera e aveva la validità di un pellegrinaggio per chi non poteva intraprendere un vero viaggio. Alla fine però rimase semplicemente luogo per i giochi dei bambini, quindi luogo senza senso e come tali vennero abbamdonati o smantellati. Se ne appropriarono i nobili, per giochi ludici e dobbiamo aspettare l’era moderna per un ‘ritorno’ tra cui appunto la realizzazione di Fontanellato.

Per servire a tavola, pane in testa e coccodrillo al vassoio, il cameriere dev’essere in gamba

Per quanto ci riguarda noi due, io e Dalila, giunta l’ora del tramonto, concluse le visite alle mostre, salassati dal passaggio al bookshop, del labirinto ci facciamo un baffo e abbandoniamo il luogo suggestivo ma, se la vita ce lo permetterà, di certo qui torneremo e tra i viali circondati dal bambù ci avventureremo: come ci rivela la ragazza della biglietteria just no problem, “basta chiedere e per tutti una mappa in dotazione”. Bello e buono ma la suggestione del periglio e della dispersione dove la mettiamo? Insomma, arrivederci Fontanellato senza negarci, alla prossima, una visita alla Rocca Sanvitale ove c’aspetta un’opera del Parmigianino, augusto artista figlio del territorio maestro della pittura emiliana.

Giunta l’or del tramonto, usciamo dal portone sussurrando ciao, arrivederci magione di Fontanellato

 

 

“Delacroix, Manet, Picasso, Matisse: Pagine da collezione”, mostra al Labirinto della Masone a Fontanellato fino al 24 marzo

I libri che sono nati per essere opere d’arte a sè stanti, per essere letti, ammirati, sfogliati in edizioni limitatissime destinate a pochi collezionisti. Tra questi Corrado Mingardi che ha donato  la sua collezione ricca di centosessanta libri alla Fondazione Cariparma, molti dei quali possono essere ammirati fino al 24 marzo (esclusi i martedì) nella mostra allestita al ‘Labirinto della Masone’, il parco culturale realizzato da Franco Maria Ricci poco prima delle porte di Fontanellato, in aperta campagna. 5000 metri quadrati destinati alla collezione d’arte di Franco Maria Ricci (circa 500 opere dal Cinquecento al Novecento) e a una biblioteca dedicata ai più illustri esempi di tipografia e grafica.

L’illustrazione di Eugène Delacroix del Faust di Goethe

  La mostra parte dall’Ottocento: nelle sale allestite ci accolgono Delacroix che illustra il Faust di Goethe e Manet con Il corvo di Poe, ma a seguire ecco Toulouse Lautrec che fa rivivere il caffè chantant con Yvette Guilbert e ancora Gustave Courbet che accompagna le pagine di Baudelaire.

Manet e Allan Poe per il poema “Il corvo”

Una vera sorpresa che gratifica il blogger per aver, del tutto casualmente, riportato in Arzyncampo il poema di Poe proprio nei giorni scorsi per cui … doppio omaggio all’artista francese con le sue riproduzioni dell’uccello un pò magico, un pò dannato, amico delle streghe, protagonista di storie ricche di mistero.

Ancora il magnifico uccello dalle penne nere rappresentato da Manet

Si strabuzzano gli occhi, non a caso, di fronte alle incisioni in legno su disegni di Edward Burne-Jones che illustrano l’opera di Geoffrey Chaucer e ci riportano in un’atmosfera divisa tra Dante e Boccaccio che, alla fine del percorso della mostra, possiamo ‘prenderne possesso’ acquistando il volume realizzato dall’editore per rendere omaggio a tutte le opere donate da Corrado Mingardi. Un vero e proprio gioiello che va ben oltre al consueto semplice catalogo e purtroppo un gioiello anche nel prezzo ma si sa, l’arte costa cara, il piacere dello sfogliarla e ammirarla anche dopo, comodamente seduti nel divano di casa illuminati dalle lucine dell’albero natalizio, val bene un sacrificio.

L’esposizione prosegue con il Novecento, l’epoca d’oro del libro d’artista. A partire dalle litografie di Pierre Bonnard, mescolate in maniera imprevedibile ai versi di Parallélement – raccolta di poesie erotiche di Paul Verlaine – per continuare con le Avanguardie. È con la loro volontà di emanciparsi dalle forme canoniche che l’oggetto libro si trasfigura, diventando una forma d’arte autonoma, alla stregua dei quadri e delle sculture. Sono in particolare i futuristi italiani, DePero in testa, a offrire gli esempi più estremi di questa scandalosa libertà, con i loro libri che impiegano non solo carta ma anche latta e bulloni.

August Rodin illustra il romanzo di Octave Mirbeau

Fino ad arrivare alla fioritura dei decenni tra il 1930 e il 1960, che ha per protagonisti i pittori dell’École de Paris: tra gli altri Picasso, Matisse del quale viene esposto anche lo stupendo Jazz, ritenuto il capolavoro assoluto dei libri d’artista.

Inevitabile anche la citazione all’opera di Georges Braque con l’omaggio al compagno d’armi Apollinaire ricordando che i poemi scelti per l’illustrazione da Braque furono composti tra il dicembre 1914 e il settembre 1915 al fronte e sono canti d’amore ancora più struggenti perchè il contatto con la morte era quotidiano,

Georges Braque ha illustrato “si je mourais là-bas” di Guillame Apollinair

Citazione infine per l’opera di un trattato di architettura di Le Courbusier: semplice trattato o l’opera di un pittore visionario? Un manifesto, forse. L’abbozzo di un mondo in cui l’armonia universale si applica a tutte le cose e riconcila la natura con le costruzioni degli uomini. Insomma, una mostra che conferma un dato: i libri non si limitano a raccontare, possono diventare arte e parlare al cuore degli uomini. Come succede a Fontanellato, nella stupenda, visionaria realizzazione, il Labirinto della Masone, voluto dall’editore Franco Maria Ricci, 81 anni vissuti in nome dell’arte.

le courbusier

 

In ascolto! Parla il Duce: riflessioni (3) a margini della mostra “Il Regime dell’Arte – Il Premio Cremona 1939-1941”

Ma ritornerà pieno di gloria (particolare), olio su tela di Angelo De Bernardi

L’ideologia fascista si identificava nella fede cieca nella nazione, sintetizzandosi nel motto: Credere, Obbedire, Combattere, che accompagnava la visione eroica della guerra, proposta in modo sempre più ossessivo come naturale vocazione di un popolo dinamico.
Più che le idee, innovative furono le tecniche di condizionamento con le quali i grandi interessi che stavano dietro l’ideologia e il regime totalitario fascista riuscirono a condizionare non solo i ceti medi ma anche il proletariato: la pubblicità, la radio, i giornalini a fumetti e il cinema, le celebrazioni e le manifestazioni di massa, i dialoghi dal balcone del duce al popolo radunato in piazza, la valorizzazione del lavoro manuale attraverso le molteplici interpretazioni del duce.

Ascoltando la radio – Parla il Duce, olio su tela di Luigi Stracciari

I nuovi mezzi di comunicazione, in primo luogo la radio, consentivano di raggiungere direttamente tutti gli italiani nelle proprie case, dalla grande città allo sperduto e remoto casolare di campagna.
I discorsi del duce erano trasmessi simultaneamente nelle scuole, nelle officine, nelle piazze di tutto il paese, attraverso altoparlanti e nella misura in cui venivano ascoltati collettivamente dalle famiglie o da intere comunità erano percepiti come veri e propri eventi.

Le radio Balilla

Quando il fascismo salì al potere, l’Italia non possedeva ancora una rete radiofonica di vaste dimensioni; non c’era ancora nessuna emittente che funzionasse continuatamente e la radiofonia si poteva considerare in via sperimentale. La radio divenne un mezzo di comunicazione di massa durante gli anni ‘30, anni dipresunto massimo consenso raggiunto dal regime. Nel gennaio del 1928 il governo concesse all’Eiar il monopolio di tutte le trasmissioni radio nella penisola. COn il 1930 ogni grandi città aveva la sua emittente e, a partire dal 1933, tutti i programmi importanti erano trasmessi sulla rete nazionale. Nel 1935 il regime cercò di rifornire di apparecchi radio anche le zone rurali per inserire i contadini nel circuito del consenso nazionale. Il governo provvide a che fossero installati numerosi apparecchi, con relativi altoparlanti, in tutte le sedi delle organizzazioni del partito, nei dopolavori, nelle scuole, negli uffici, nelle caserme, nei principali ritrovi pubblici. Per raggiungere i ceti contadini si diede vita persino a un Ente radio rurale.
 Questo vasto piano di diffusione dei posti d’ascolto asicurò al regime ampie possibilità di pianificazione del consenso e di mobilitazione psicologica delle masse, come risultò evidente in particolare durante la guerra d’Etiopia tra il 1935 e il 1936 e, successivamente, in occasione dell’intervento italiano nella guerra civile in Spagna e fianco delle forze franchiste. D’altra parte, per rendere permanente l’opera di persuasione e indottrinamento totalitario attraverso i canali radiofonici, venne stabilito che il controllo sui programmi dell’Eiar fosse di competenza del Ministero di stampa e propaganda.

In ascolto. Parla il Duce (bozzetto), olio su tela di Luciano Ricchetti, opera vincitrice dell’edizione 1939 purtroppo andata smembrata. In mostra esposti i frammenti ritrovati (il volto del padre, la madre con bambino, il volto del piccolo balilla, i due lavoratori affacciati sulla porta)

Un ruolo ancora più rilevante ebbero poi gli strumenti di comunicazione visiva: il cinema, la fotografia, i fumetti per la gioventù, le vignette satiriche, le cartoline postali e la pubblicità.
Nel 1933 l’istituto Luce venne posto alle dipendenze del ministero della cultura popolare con il compito di documentare le opere del regime e di diffonderne le immagini ufficiali attraverso servizi fotografici, film, documentari propagandistici e cinegiornali distribuiti nelle sale cinematografiche.

Discorso della proclamazione dell’Impero ascoltato dalla mia famiglia (particolare), olio su tela di Donato Frisia

 

Inaugurata la tela restaurata ‘Santa monaca domenicana’ attribuita a Luca Giordano nella chiesa di S. Teresa a Piacenza

Santa monaca domenicana, il grande dipinto attribuito a Luca Giordano presente in Santa Teresa a Piacenza

Nell’ambito delle manifestazioni organizzate nel 2018 Anno Europeo del Patrimonio Culturale, la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Parma e Piacenza, di concerto con la Diocesi di Piacenza-Bobbio, ha presentato il restauro della grande tela attribuita al pittore napoletano Luca Giordano ( 1634-1705) raffigurante Santa monaca domenicana.

La conoscenza e la tutela dei beni culturali sono attività strettamente correlate per la corretta salvaguardia del ricco patrimonio artistico e storico e demoetnoantropologico. La tutela non può avvenire senza la conoscenza, base di partenza di qualsiasi intervento volto alla conservazione del bene.
La grande tela oggi collocata nella sagrestia della chiesa di Santa Teresa, raffigura una santa monaca domenicana (Santa Caterina?) accolta in cielo dalla Vergine, tra angeli e cherubini. Il dipinto era difficilmente leggibile a causa della forte alterazione cromatica, e la stessa superficie pittorica presentava pesanti ridipinture dovute a un precedente intervento di presunto restauro.

La chiesa dedicata a Santa Teresa sul Corso Vittorio Emanuele II a Piacenza

Oggi, a restauro concluso, la tela ha riacquistato piena
leggibilità, sicché sarà possibile ragionare anche in termini di paternità del dipinto che Licia Collobi (1939) riteneva di potere assegnare al pittore bolognese Giovan Gioseffo Dal Sole (1654-1719), ma che invece più recenti acquisizioni documentarie hanno consentito di avvicinarla al catalogo del napoletano Luca Giordano, di identificare la santa domenicana in santa Caterina, e di accertarne la provenienza dalla importante collezione dell’imprenditore Pietro Ceresa, nella quale figurava già nel 1880.

La battaglia del grano, tema del 2° Premio Cremona (1939-1941) con le opere riesposte alla mostra “Il Regime dell’Arte” fino al 24 febbraio 2019

Ingresso al Museo Civico Ala Ponzoni a Cremona per la mostra “Il Regime dell’Arte- Premio Cremona 1939-1941” visitabile fino al 24 febbraio 2019

Il premio Cremona si svolse per tre anni su iniziativa di Roberto Farinacci e la seconda edizione nel 1940, su indicazione dello stesso Mussolini, fu dedicata alla celebrazione della ‘battaglia del grano‘, denominazione che il regime fascista attribuiva a una serie d’iniziative, propagandistiche e di politica economica, volte all’incremento della produzione di grano sul territorio nazionale.

La nazione è poggiata sulla terra, olio su tela di Bruno Amadio

Nel 1925 l’Italia, che consumava 77 milioni di quintali di grano, ne importava circa 25 milioni, con una spesa di 4 miliardi di lire, pari alla metà del deficit della bilancia commerciale. Di fronte a questa situazione il 4 luglio 1925 Mussolini avvia una campagna propagandistica per la creazione di un “Comitato permanente del grano”: è la prima iniziativa di una serie di azioni di politica autarchica, rinvigorite, poi, nella seconda metà degli anni Trenta. Nell’iniziativa sono mobilitati, oltre il Partito Fascista, giornali, scuole, tecnici e anche il clero.

Le vagliatrici, olio su tela di Biagio Pietro Mercadante

Mussolini creatore e promotore di slogan, che oggi ci appaiono ridicoli ma che ebbero presa enorme, univa la retorica guerriera («è l’aratro che traccia il solco, ma è la spada che lo difende») a quella agraria («più profondo il solco, più alto il destino») e va ricordata l’immagine del Duce a torso nudo su una trebbiatrice mentre passa un covone di grano a una contadina di un podere appena bonificato a Borgo Pasubio nell’Agro Pontino.

La cascina, scomparto destro dell’opera Confronti, olio su tela di Remigio Schmitzer

La modernizzazione ebbe risultati notevoli nelle aree del Paese già avanzate, come la pianura padana e si saldò alla bonifica delle terre nelle aree sottratte alla palude, come la Maremma e l’Agro Pontino. A parte i successi nel tavoliere delle Puglie nel Sud invece i risultati furono più deludenti. Ma comunque nel 1931 l’obiettivo dell’autosufficienza, con 81 milioni di quintali, venne raggiunto.

Aratura, pannello laterale dell’opera Terra dorata d’Italia, olio su tela di Baldassarre Longoni

Nel complesso tuttavia è da considerarsi un’iniziativa poco fruttuosa per il fabbisogno alimentare. Le misure protezionistiche, con l’applicazione di un altissimo dazio doganale, arrivano a raddoppiare il prezzo del grano rispetto alle quotazioni del mercato internazionale. Sono incentivate le coltivazione di terreni scarsamente produttivi, aumentando i costi di produzione. Inoltre capita spesso che, per aderire all’iniziativa, vengano abbandonate colture più redditizie. L’attuazione del progetto si trasforma in un deterrente per sperimentazione e ricerca di tecniche agricole innovative. In particolare si riscontra una diminuzione sensibile della produzione di carne e latticini.

Mietitura, olio su tela, parte centrale del trittico Terra dorata d’Italia di Baldassarre Longoni

Risulta infine impoverita la dieta degli italiani, con l’insistenza sulla produzione di frumento a scapito, per esempio, di colture ritenute «vili» come i broccoli, il farro, le lenticchie, le rape.

Bonifica, olio su tela, di Alessandro Pomi

Molti italiani comunque, con l’eccezione come si diceva del Sud, risposero con entusiasmo agli inviti del regime e le opere presentate all’edizione 1940 al Premio Cremona ne sono straordinaria e talvolta entusiasmante testimonianza con appunto la possibilità di ammirarle fino al 24 febbraio al museo civico Ala Ponzone nel contesto della mostra “Il Regime dell’Arte” comprendendo, oltre a quelle esposte, altre opere all’epoca presentate ma riprodotte esclusivamente nel catalogo.

Bonifica, particolare

 

La famiglia sotto il Regime fascista. Riflessioni a margine della mostra “Il Regime dell’Arte” in corso a Cremona fino al 24 febbraio 2019

Balilla, olio su tela, di Innocente Salvini

Sono diverse le riflessioni che nascono a margine della mostra “Il Regime dell’Arte-Premio Cremona 1939-1941” in corso al Museo Civico Ala Ponzone della città delle tre T (Torrone, Torri e Tette salvo che qualcuno sostituisce la terza T con Tognazzi). Il primo interrogativo riguarda il fatto se l’arte possa essere condizionata dalla politica o se, n questo caso, debba essere sminuita. L’arte può essere rappresentativa di un momento storico e sociale e pertanto raccontare l’essere di un popolo e la politica non è altro che rappresentazione del sentire di un popolo o della sua parte maggioritaria. Quindi, nulla da dire ed anzi la visita alla mostra diventa eccellente occasione per conoscere emozioni e valori di quell’epoca (per fortuna) lontana e superata.

Ma ritornerà pieno di gloria, olio su tela di Angelo De Bernardi

Agghiacciante, ad esempio, l’opera di Angelo De Bernardi con l’intera famiglia che saluta l’eroico padre/marito/figlio che sale sul treno, destinazione centro di arruolamento e partenza suo malgrado (forse) per la Russia dove troverà una morte silenziosa e ingloriosa insieme ad altri 100mila giovani italiani sulle rive del Don.

Maternità, olio su tavola, di Pietro Gaudenzi

Interessante del resto i diversi riferimenti, nei dipinti a suo tempo selezionati e ammessi al concorso, al valore della famiglia per il Regime: popolazione e Regime dovevano essere uniti per portare a compimento la rivoluzione fascista, anche tramite la generazione di figli destinati a diventare soldati per il fronte o le colonie.

Battaglia del grano (particolare), tempera su tela, di Domenico Mori

Nel 1925, si ricorda, viene costituito l’ONMI, Opera Nazionale Maternità e Infanzia con lo scopo di ridurre la mortalità infantile. Promosse l’allattamento al seno, istruì all’utilizzo del latte in polvere, di detergenti e cibi per infanti ottenendo un netto miglioramento delle condizioni generali di salute dei neonati. Provvedimenti che volevano modificare radicalmente la cultura degli italiani: doveva dissolversi la distinzione tra la sfera pubblica e la sfera privata, la famiglia doveva diventare un’istituzione statale sociale e politica, la riproduzione un dovere verso lo stato, la mancata riproduzione un reato. Insomma, siamo in piena sintonia con l’obbiettivo (propagandistico) proclamato da Mussolini degli 8 milioni di baionette nelle mani di altrettanti giovani soldati da mandare a morire inutilmente in Grecia, in Albania, in Libia, in Egitto, in Etiopia, sul fronte francese, in Russia.

Il nostro pane, olio su tela, di Pina Sacconaghi

 

“Roy Lichtenstein e la pop art americana”, mostra a Mamiano di Traversetolo (Pr) fino al 9 dicembre

Il manifesto della mostra raffigura Cryng Girl di Roy Lichtenstein

La pop art, corrente artistica nata nella seconda metà del XX secolo, rivolge la propria attenzione agli oggetti, ai miti e anche ai linguaggi della società dei consumi ponendosi l’obiettivo di superare le convenzioni artistiche del passato. Il concetto di pop art si riferisce non tanto all’arte stessa, quanto piuttosto agli atteggiamenti che la determinano. Atta a criticare il consumismo che si diffondeva negli anni sessanta, la pop art respinge l’espressione dell’interiorità e dell’istintività e guarda, invece, al mondo esterno, al complesso di stimoli visivi che circondano l’uomo contemporaneo: il cosiddetto “folklore urbano”.

Roy Lichtenstein: Knock, Knock Poster

È infatti un’arte aperta alle forme più popolari di comunicazione: i fumetti, la pubblicità, i quadri riprodotti in serie. Il fatto di voler mettere sulla tela o in scultura oggetti quotidiani elevandoli a manifestazione artistica si può idealmente collegare al movimento svizzero Dada, ma completamente spogliato dalla carica anarchica e provocatoria.

Roy Lichtenstein, I love liberty

La sfrontata mercificazione dell’uomo moderno, l’ossessivo martellamento pubblicitario, il consumismo eletto a sistema di vita, il fumetto quale unico, residuo veicolo di comunicazione scritta, sono i fenomeni dai quali gli artisti pop attingono le loro motivazioni. In altre parole, la pop art attinge i propri soggetti dall’universo del quotidiano – in specie della società americana – e fonda la propria comprensibilità sul fatto che quei soggetti sono per tutti assolutamente noti e riconoscibili.

Tom Wesselmann: Smoker

La rappresentazione degli hamburger, delle auto, dei fumetti si trasforma presto in merce, in oggetto che si pone sul mercato (dell’arte) completamente calato nella logica mercantile (un’opera di Lichtenstein vale milioni di dollari). Ciò nonostante gli artisti che hanno fatto parte di questo movimento hanno avuto un ruolo rivoluzionario introducendo nella loro produzione l’uso di strumenti e mezzi non tradizionali della pittura, come il collage, la fotografia, il cinema, il video e la Musica.

Roy Lichtenstein, Little Aloha

L’appellativo “popolare” deve essere inteso però non come arte del popolo o per il popolo, ma più puntualmente come arte di massa, cioè prodotta in serie. E poiché la massa non ha volto, l’arte che la esprime deve essere il più possibile anonima: solo così potrà essere compresa e accettata dal maggior numero possibile di persone.

Allan D’Arcangelo: Smoke Dream I

Tra i maggiori rappresentanti del genere troviamo appunto Roy Lichtenstein, che si richiamò al mondo dei fumetti,  e che possiamo ammirare a Mamiano dove sono esposte circa 80 opere alle quali se ne aggiungono altre come esempio del movimento artistico nel suo complesso e in particolare da citare il volto di Marilyn Monroe, uno dei tantissimi realizzati da Andy Warhol.

Mel Ramos, Doll

Andy Wahrol, altro maestro riconosciuto della pop art, regista cinematografico, trasformò l’opera d’arte da oggetto unico in un prodotto in serie, come nella celebre serie dei barattoli di zuppa di pomodoro Campbell, con la quale egli confermò, di fatto, che il linguaggio della pubblicità era ormai diventato arte e che i gusti del pubblico si erano a esso uniformati e standardizzati.

Andy Warhol: Marilyn

Insomma, Roy Lichtenstein (New York 1923-1997) è, insieme a Andy Warhol, la figura più rappresentativa e più conosciuta della Pop Art, e dell’intera storia dell’arte della seconda metà del XX secolo. Il suo caratteristico stile mutuato dal retino tipografico, il suo utilizzo del fumetto in ambito pittorico, le sue rivisitazioni pop dell’arte del passato lontano e recente sono entrate non solo nella storia dell’arte del Novecento, ma nell’immaginario collettivo anche delle nuove generazioni, stampati all’infinito su poster e oggetti di consumo. A distanza di decenni i suoi dipinti continuano a suscitare enorme interesse nel mercato dell’arte e sono stati venduti anche negli ultimi anni per decine di milioni di dollari. Il passaggio nella ‘Villa dei Capolavori’ a Mamiano dunque diventa obbligo per incontrare questa forma di espressione artistica che, sicuramente, va approfondita nel suo senso rivoluzionario generatore di cambiamento del significato stesso dell’arte e dei suoi modi di espressione.

Sulla parete a sinistra Flowers di Andy Warhol. Sullo sofndo Wall Explosion II di Roy Lichtenstein

“Zoccoli e …”, mostra di Claudio Zoncati a Piacenza in piazzale Libertà fino al 23 settembre

Opera di Claudio Zoncati

Claudio Zoncati ha frequentato il liceo artistico Brera di Milano e si è diplomato all’istituto d’arte Gazzola di Piacenza. Ieri, sabato, ha inaugurato presso lo spazio espositivo ‘Libertà 6’ una personale intitolata “Zoccoli e …”

Artista versatile capace di passare dall’informale al figurativo senza perdere il suo tratto e la sua originalità. Le vibrazioni cromatiche sono cariche ma ben bilanciate: i viola, gli azzurri, i blu sono utilizzati con maestria, mentre i colori caldi bilanciano la composizione.

Opera di Claudio Zoncati

In evidenza i dipinti con cavalli che avevo avuto occasione di fotografare nei giorni scorsi (riproducendoli in facebook) in fase di allestimento della vetrina: straordinaria la capacità dell’artista di rendere un senso di movimento capace di coinvolgere l’osservatore che quasi sente e ascolta lo scalpitare dei cavalli, il rumore degli zoccoli che calpestano il terreno.

La mostra, che presenta anche opere con scene di vita quotidiana, si potrà visitare fino a domenica 23 settembre dal lunedi al sabato dalle 10:00 alle 12:30 e dalle 16:30 alle 19:00, domenica per appuntamento La mostra sarà aperta anche dal 23/09/2018 al 31/09/18 su appuntamento. Info: 320/7576467.

Milano stazione centrale, opera di Claudio Zoncati

 

“I misteri della Cattedrale. Meraviglie nel labirinto del sapere”, un percorso segreto nel Duomo fino al 15 luglio

L’emozione di un percorso all’interno della cattedrale piacentina che riporta ai tempi del medioevo sullo stile del ‘Nome della Rosa’, il romanzo di Umberto Eco che ha ispirato il film diretto da Jean-Jacques Annaud.

‘Segui il monaco’, il suggestivo invito che ti porta alle spalle del Duomo, all’ingresso autonomo da via Prevostura, che permette di accedere, per la prima volta, dai giardini sul retro delle absidi della Cattedrale.

Dopo il passaggio nella sala delle sculture, quella degli argenti e quella delle suppellettili lignee il percorso verso la cupola. Nell’anticamera delle sagrestie superiori, un video, con un’intervista a Valerio Massimo Manfredi, introduce alle cinque sezioni della mostra dei codici.

La visita porta nelle sagrestie superiori dove si possono ammirare gli antichi libri provenienti dalla Biblioteca Ambrosiana, dall’archivio capitolare della Cattedrale, di Sant’Antonino, dall’archivio storico diocesano di Piacenza e Bobbio, dall’Archivio di Stato e dalla Biblioteca Passerini Landi.

Sono straordinari capolavori dal IX al XV secolo, che raccontano la storia civile e religiosa del territorio con particolare accento su Piacenza e Bobbio con il suo Scriptorium, secondo solo a Montecassino.

A seguire eccoci in una sala multimediale dove vengono presentate con grandi immagini le pagine più preziose.

Lungo il percorso di salita, l’ultima sezione interamente dedicata al Libro del Maestro, un totum liturgico che dal XII secolo è stato modello e tesoro per la liturgia e che costituisce una summa culturale, secondo la concezione medievale. Studiato in tutto il mondo, il Libro del Maestro è un raro esempio di documento paleografico che riporta indicazioni sul costume e sulla liturgia ed è indicativo dell’arte e della musica dei secoli successivi all’anno Mille, oltre a comprendere informazioni sulla sacra rappresentazione.

Per facilitare la comprensione di questo testo e illustrare le sezioni di cui è composto, segue un video di Gionata Xerra che consente di sfogliarlo in modalità virtuale e ascoltare la riproduzione audio di antifone e sequenze.

Da qui riprende il percorso di salita ai sottotetti della Cattedrale passando dai matronei del presbiterio ove sono allestite opere di artisti contemporanei.

Raggiunta la cupola, siamo invitati ad indossare cuffie wi-fi e a entrare nel loggiato. Dopo lo show di luci creato da Davide Groppi, si potrà procedere lungo tutto il perimetro della cupola, opportunamente messo in protezione, ammirando da vicino il ciclo affrescato dal Guercino, composto dai sei scomparti con le immagini dei profeti Aggeo, Osea, Zaccaria, Ezechiele, Michea, Geremia, e dalle lunette in cui si alternano episodi dell’infanzia di Gesù – Annuncio ai Pastori, Adorazione dei pastori, Presentazione al Tempio e Fuga in Egitto – a otto affascinanti Sibille e il fregio del tamburo, cui si aggiungono i due spicchi della cupola che raffigurano i profeti Davide e Isaia, dipinti da Pier Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone.

Ridiscendendo sul lato nord, nel matroneo s’incontra la sezione relativa ai lavori promossi alla fine dell’800 con esposizione dei reperti allora smantellati tra cui torcieri, sculture, lapidi, parti di altari.

Si arriva infine all’interno del campanile per poterne ammirare dal basso l’imponente struttura lignea e accedere a una stanza segreta dove sono ancora conservati gli ingranaggi dell’orologio anticamente posto in facciata.

Una visita dunque assolutamente imperdibile con la speranza che, giunti al termine i giorni della mostra, la diocesi possa trovare il modo per permettere anche in futuro di vivere l’emozione dell’ingresso nei misteriosi affascinanti percorsi segreti della Cattedrale che domina Piacenza.

 

 

“Pasini e l’Oriente, luci e colori di terre lontane”, la mostra a Mamiano di Traversetolo chiude il 1° luglio

Oriente di fascino e mistero, di paesaggi sconfinati e odalische, di suggestive rovine, di terre lontane, di meraviglie ed esotiche bizzarrie. Quando la prima traduzione delle Mille una Notte si diffonde in Europa all’inizio del Settecento nasce una nuova corrente di gusto che diventerà presto una vera moda per tutto ciò che viene da Turchia, Persia ed Egitto e che vedrà in Alberto Pasini (Busseto 1826 – Cavoretto 1899), pittore e viaggiatore, uno dei suoi interpreti più raffinati.

Nel 1855 Pasini, da poco arrivato a Parigi, viene chiamato a far parte di una delicatissima missione diplomatica francese, incaricata di venire a patti con lo Shah di Persia, per sottrarlo all’influenza russa,capisce di essere di fronte all’occasione della vita.

Ottiene appunto di essere aggregato come disegnatore a una missione diplomatica del governo francese in Persia, Turchia, Siria, Arabia ed Egitto. Durante quel viaggio realizzò una sessantina di studi e molti disegni, che furono la base delle opere del genere verista di stampo esotico che fecero la sua fortuna prima in Francia e poi in Italia.

Di questo storico viaggio non avremmo alcun documento se non fossero rimaste le memorie del Conte Joseph Gobineau, primo segretario, che accompagnava il Ministro Prosper Bourée assieme ad altri funzionari e dragomanni, e soprattutto i dipinti, disegni e litografie del pittore incaricato dal Ministro di accompagnare e documentare la missione: Alberto Pasini.

Tornato a Parigi nel giugno del 1856, a seguito della fine della guerra, Alberto Pasini inizia a rielaborare i disegni e gli schizzi eseguiti durante il viaggio e presenta negli anni successivi al Salon parigino una serie di dipinti di grande formato, che costituiranno uno dei modelli di riferimento per tutta la pittura orientalista degli anni a seguire.

A metà dell’Ottocento, infatti un nuovo contesto di relazioni politiche, economiche, culturali, sociali, porterà alla nascita e allo sviluppo a Parigi di un centro europeo di cultura e produzione artistica a soggetto orientalista, che alimenterà un nuovo gusto collezionistico attento all’estraneo e all’esotico, grazie anche e soprattutto all’opera del più grande mercante parigino di quegli anni, Adolphe Goupil, con cui Pasini stabilirà un contratto di esclusiva, che venderà oltre 300 opere dell’artista.