Un tuffo nell’arte al Collegio Alberoni, dall’Ecce Homo alla Biblioteca, dagli arazzi fiamminghi alla Pinacoteca. Fino al 25 febbraio

Ecce Homo, opera di Antonello da Messina esposta nel Collegio Alberoni a Piacenza

Ancora per tutti week end del mese di febbraio è possibile visitare il Collegio Alberoni a Piacenza, passando dalla mostra “I colori della carità – San Vincenzo de’ Paoli nei capolavori dell’arte italiana tra ’700 e ’900” (clicca qui per leggere) alle meraviglie di uno dei pochi Seminari ecclesiastici ancora attivi in Italia, appunto il seminario voluto dal Cardinale Giulio Alberoni costruito a partire dal 1732 e inaugurato nel 1751. In grande evidenza l’Ecce Homo di Antonello da Messina, una vera perla dell’arte, con quel Cristo dal volto triste che, di fronte alle nostre nefandezze, si chiede se davvero è valsa la pena il suo sacrificio: ma davvero non abbiamo imparato nulla?

In origine l’edificio era un ospedale per lebbrosi del quale il Cardinale Alberoni era stato nominato amministratore. Una volta debellata la malattia in Italia, soppresso l’ospedale caduto in grave disordine, venne istituito al suo posto un collegio per l’educazione al sacerdozio di settanta ragazzi poveri (all’epoca l’ammissione ai seminari dove era possibile lo studio della teologia, era riservata ai figli dei nobili)

Lo stupendo dipinto si trova esposto nell’appartamento del Cardinale, tre stanze nelle quali in realtà Giulio Alberoni non ha mai soggiornato: pochi mesi dopo la realizzazione per lui è giunto il momento del passaggio alla vita eterna per cui in concreto nel corso dei secoli ha ospitato ospiti illustri in visita ma mai il ‘proprietario’. Nei diversi locali, che fanno parte della visita guidata alla modica cifra di 6 euro, comunque troviamo, oltre ad una cappella per la preghiera, dipinti come il preziosissimo dittico di Jan Provost, altre preziose opere di artisti fiamminghi e di famosi artisti italiani del Seicento.

San Pietro che piange, oli o su tela, di Guido Reni – Collegio Alberoni, Appartamento del Cardinale, Piacenza

Il Collegio, si diceva, aprì il 18 novembre del 1751 e fu affidato alla gestione dei Padri della Congregazione della Missione di San Vincenzo de’ Paoli (ecco contestualizzata la mostra in corso). Sebbene sorto precipuamente per la formazione del clero l’istituto ha annoverato fra i propri alunni scienziati, ingegneri, giuristi e medici, filosofi, eruditi e uomini politici. Ancora oggi resta punto di riferimento e attivo centro di approfondimento teologico, filosofico e scientifico. In proposito assolutamente inevitabile la visita alla fornitissima e preziosa Biblioteca ricca di circa 130.000 volumi.

Purtroppo non compresi nella visita guidata il Gabinetto di Fisica, quello di Scienze Naturali, l’Osservatorio sismico e meteorologico (1802) perfettamente funzionanti, eccoci nel salone con i diciotto superbi arazzi di manifattura fiamminga (secoli XVI – XVII) dei quali due del primo Cinquecento di grande valore.

Così, arrivando alla Pinacoteca costituita dalle raccolte romane e piacentine del cardinale e da successive acquisizioni., concludiamo la nostra visita che ci ha permesso di passare un’abbondante oretta domenicale a contatto con le meraviglie dell’arte. Un’occasione da non perdere fino al 25 febbraio.

Marina con velieri nel porto, olio su tela, Gian Paolo Panini

San Vincenzo de’ Paoli col volto di Kit Carson, un’opera di Aurelio Galleppini (Galep) in mostra al Collegio Alberoni a Piacenza

San Vincenzo de’ Paoli presenta i bambini a Santa Luisa de Marillac, opera di Aurelio Galleppini, in arte Galep, ‘padre’ di Tex Willer. Fino al 25 febbraio ammirabile al Collegio Alberoni di Piacenza nei pomeriggi di venerdì, sabato e domenica

Lo si accennava ieri nell’articolo dedicato alla mostra in corso al Collegio Alberoni a Piacenza “I colori della carità – San Vincenzo de’ Paoli nei capolavori dell’arte italiana tra ’700 e ’900: in una delle cinque sezioni nelle quali si ammirano le opere dedicate al Santo da pittori soprattutto del XVIII e XIX secolo, improvvisamente ci si ritrova di fronte alla riproduzione fotografica di un dipinto realizzato da Aurelio Galeppini, il mitico Galep, ‘padre’ del più famoso fumetto italiano, Tex Willer.

Galep, nato in Toscana da genitori di Iglesias, sin da ragazzo si trasferì nell’Isola. Durante la seconda guerra mondiale mentre soggiornava a Cagliari, distrutta dai bombardamenti, povero e senza un lavoro stabile realizzò su richiesta alcuni dipinti per il Collegio delle suore Vincenziane letteralmente in cambio di un piatto di minestra  (per l’esattezza abiti, il soggiorno e una serie di pasti).

Tex doveva attendere ancora un paio d’anni per ‘nascere’ ma indubbiamente Galep già aveva nella mente alcuni riferimenti che avrebbe poi utilizzato nel fumetto degli eroi del west. Basti notare di quanto il San Vincenzo immortalato nel dipinto venga illustrato con quel pizzetto che lo rende tanto somigliante al futuro Kit Carson, il fedele pard del ranger texano.

Insomma anche solo per questo val ben la visita alla mostra dove, a proposito di sorprese (da ammirare) un’altra c’attende: tra i giganteschi pannelli e gli storici ovali, c’è un inedito omaggio. Giovanni Freghieri, fumettista e disegnatore di Dylan Dog, piacentino, ha offerto alla mostra una tavola che raffigura il patrono della carità, da affiancare a quella realizzata nel Dopoguerra dal papà di Tex. Purtroppo non ne abbiamo una riproduzione e, strana lacuna, non troviamo traccia sia del dipinto di Galep che dell’omaggio di Freghieri nel catalogo della mostra. Non resta che accontentarci della esposizione delle opere in mostra oltrechè, per quanto riguarda il saperne di più del San Vincenzo de’ Paoli immortalato da Galep, della pagina del Corriere dandone lettura alla bacheca della biglietteria e bookshop.

“I colori della carità – San Vincenzo de’ Paoli nei capolavori dell’arte italiana tra ‘700 e ‘900”, trenta dipinti in mostra al Collegio Alberoni di Piacenza fino al 25 febbraio

Un’interessante proposta per un pomeriggio a contatto con l’arte da passare al Collegio Alberoni a Piacenza dal venerdì alla domenica fino al 25 febbraio, dalle ore 15.00 alle 18.30: partire dalla visita alla mostra “I colori della carità – San Vincenzo de’ Paoli nei capolavori dell’arte italiana tra ’700 e ’900” per poi seguire la guida che ci porta ad ammirare i capolavori del Seminario, dall’appartamento del Cardinale Alberoni, al dipinto ‘Ecce Homo’ di Antonello da Messina, alla biblioteca, ai dipinti conservati nella Galleria.

Predica di San Vincenzo de Paoli” di Giacomo Zoboli

Per quanto alla mostra dedicata a San Vincenzo de’ Paoli l’occasione ci permette di conoscere un santo che nel Seicento francese seppe inventare una moderna rete di interventi sociali e segnare in profondità la vita sociale ed ecclesiale della Francia.

Negli anni Vincenzo de’ Paoli, uomo di umili origini contadine, fonda i Missionari della Carità (noti anche come Lazzaristi), le Dame e poi le Figlie della Carità. Queste ultime, ragazze di umili origini, diventano uno dei primissimi ordini femminili a operare al di fuori dei conventi di clausura, direttamente nella società. San Vincenzo di fatto pone le basi pratiche e ideali della moderna assistenza solidale: nell’oggetto – il soccorso alle famiglie affamate e ai mendicanti, l’accoglienza dei bambini abbandonati, l’opera tra i carcerati – e nel metodo: raccolta fondi, interventi mirati e duraturi nel tempo, comunicazione pubblica dei bisogni, coordinamento tra le attività di aiuto.

Francesco Vellani – San Francesco di Sales e San Vincenzo de’ Paoli presentano le Regole della Visitazione alla Beata Giovanna di Chantal (1751 circa)

Possiamo dunque ammirare durante la visita (6 euro l’ingresso compreso l’accompagnamento di una guida, un’ora circa il tempo necessario per la mostra e per la restante parte del Collegio) oltre trenta capolavori provenienti da tutta Italia, e una straordinaria selezione di importanti artisti italiani attivi nel XVIII e XIX secolo. Si tratta della prima esposizione in assoluto dedicata all’iconografia di san Vincenzo in Italia, ideata dai Padri vincenziani del Collegio Alberoni e curata dallo storico dell’arte Angelo Loda. Un’occasione unica per ammirare opere finora poco conosciute perchè chiuse in conventi di clausura o comunque in istituti religiosi.

 

Lungo il percorso una sorpresa da lasciare letteralmente a bocca aperta quantomeno gli amanti del fumetto: gli omaggi al Santo da parte di Aurelio Galleppini, il mitico Galep, storico autore delle prime copertine di Tex e di Giovanni Freghieri, piacentino famosissimo disegnatore tra l’altro di Dylan Dog. Omaggi che decisamente mai ti aspetteresti e diciamo la verità: Galep e Freghieri, anche da soli, valgon ben la visita. Ma, di questo, parleremo nei prossimi giorni come, nei prossimi giorni, parleremo delle ulteriori opportunità che l’apertura straordinaria della Galleria e del Collegio ci offrono per un pomeriggio a tuttarte.

San Vincenzo de’ Paoli e la Sacra Famiglia, opera del pittore Salvatore Monosilio


 

Verona: dalla tomba di Giulietta, simbolo della tragedia dell’amore negato, alla sala degli affreschi dove si celebra l’unione dell’amore vivo

Arrivati in via Luigi da Porto 5, a poche centinaia di metri dall’Arena, oltre alla cripta dove abbiamo ammirato (clicca qui) quella che la leggenda vorrebbe la tomba di Giulietta, possiamo visitare Il Museo degli Affreschi intitolato a Giovanni Battista Cavalcaselle ospitato nelle sale del complesso conventuale dove nel XII secolo viveva una comunità di francescani conventuali.

Nel 1973, dopo il restauro della chiesa e del convento, vi venne inaugurato il museo ove sono esposti cicli di affreschi provenienti da edifici veronesi dal Medioevo al Cinquecento e sculture dell’Ottocento, mentre la chiesa di S. Francesco ospita opere su tela di grandi dimensioni dal Cinquecento al Settecento.

Nella Sala delle Muse da Casa Guarienti è stato ricostruito un ambiente di un palazzo veronese del Cinquecento, palazzo Guarienti ai Filippini, ricollocando gli affreschi che ne decoravano le pareti nella loro disposizione originaria.

La presenza, nelle sovraporte, di figure femminili con strumenti musicali ha fatto ipotizzare che questa fosse una sala di musica. Attualmente la sala è a disposizione per matrimoni civili. L’ennesima trovata veronese: a poca distanza l’uno dall’altra, nello stesso ambiente si porta omaggio all’amore negato finito in tragedia e si celebra l’unione dell’amore vivo.

Gli affreschi, databili al 1560 circa, sono un’opera relativamente giovanile di Paolo Farinati, che fu uno dei protagonisti della pittura veronese del Cinquecento, apprezzato soprattutto nelle grandi decorazioni a fresco. Il camino invece è un manufatto più antico, eseguito probabilmente alla fine del secolo precedente, ed è stato qui inserito in sostituzione del camino originale che non si è conservato.

Proseguendo, al pianterreno troviamo la Sala Giacomo Galtarossa – di ampia capienza – intitolata al maggior mecenate dei musei veronesi del secondo Novecento e primo presidente degli Amici dei Musei di Verona.

All’esterno della sala nel chiostro, ad accogliere il visitatore, sei statue, rappresentanti le Virtù e le città di Verona e Vicenza, provenienti dal recinto delle Arche Scaligere, inserite al fine di riunirle e di creare un ideale dialogo con i pezzi trecenteschi esposti nelle sale superiori del museo.

Un’osservazione finale? La delusione al bookshop. Laddove ti aspetti (e forse pretendi) un buon catalogo illustrativo di quanto hai appena ammirato, sui bancali niente altro che la solita paccottaglia “enim voluptuaria”, ad usum turistorum. Verona, con i suoi affreschi, meriterebbe ben altro di più.

 

“Il segno dell’Ottocento”, la mostra di disegni a Castelvecchio, Verona

Per a chi capita di passar da Verona, fino al 25 febbraio ecco un’ottima occasione per un incontro con l’arte. Apparentemente una mostra minore, con soli nove dipinti e appunto tanti disegni, sessantotto per l’esattezza ma, per un amante della pittura dell’epoca una vera manna. Insomma, una visita irrinunciabile, una mostra da non perdere.

Ettore Tito, Donna con due bambini

Appuntamento nella suggestiva cornice di Castelvecchio, sede del Museo civico. 29 stanze e un percorso estremamente suggestivo (avremo modo di parlarne) che porta ad ammirare diversi settori dedicati alla scultura, alla pittura italiana e straniera, alle armi antiche, alle ceramiche, oreficerie, miniature e per concludere alle antiche campane cittadine.

Domenico Bellini, studi di figure

Il visitatore può trovarsi di fronte ad un dilemma: scegliere la visita esclusivamente della mostra collocata nella ventinovesima stanza museale (subito a destra della biglietteria) oppure arrivare alla mèta solo dopo un lungo cammino immersi nell’arte tardo medioevale, pre e rinascimentale? Il prezzo del biglieto non cambia, comunque 6 euro.

Giuseppe De Nittis, Donne a passeggio

Certo l’arte del rinascimento può lasciare, dopo qualche sala, un pò esausti, stanchi di quella che rischia di diventare una leggera monotonia di soggetto: ma davvero non esisteva altro che l’opportunità di dipingere Madonne col bambino? Eppur ne vale la pena e sarebbe un grosso peccato negarsi il piacere del pur lungo percorso per arrivare all’ultima sala, quella appunto della mostra desiderata ma del motivo profondo avremo modo di motivare in prossima occasione.

Giovanni Segantini, Dopo un bacio

Ma arrivati alla fine alla 29^ stanza ecco l’Ottocento che pone al centro dell’interesse e della rappresentazione artistica la figura umana con le sue emozioni, i suoi costumi, le abitudini di vita. Scene di ordinaria vita quotidiana, testimonianze storiche e artistiche di un’epoca attraversata da grandi passioni a partire, per quanto ci riguarda, dalle vicende Risorgimentali e coloniali (ricordiamo l’Abissinia).

Federico Faruffini, Ritratto della moglie addormentata

Si ammirano opere di Morelli, Segantini, Mosè BIanchi, De Nittis e di molti veronesi. Insomma, un’occasione per approfondire il ruolo del disegno all’epoca: ‘semplice’ schizzo per fissare un’idea, studio di un particolare, opera d’arte compiuta. Il tutto attraverso il ‘fermo immagine’ di un paesaggio, di una scena di storia e di genere, di un ritratto, fino all’autoritratto.

Domenico Morelli, Figure orientali

Con un ricordo particolare: le opere proposte in questo post sono tratte da siti internet o autoprodotte dal catalogo. Tranne l’ultima, ‘rubata’ con destrezza, esposta in un angolo nascosto alla vista della vigilantes. Che tuttavia era più sveglia di quanto creduto e il suo pervenir alle spalle ribadendo il divieto ha prodotto lo spavento e l’opera ‘mossa’ che potete vedere. Insomma, nulla da fare: per ben ammirarla occorre affrontare il viaggio in quel di Verona, a Castelvecchio. Ne val la pena. Bon voyage.

Alessandro Milesi, Papà lontano

 

 

 

 

Verona città d’amore: la statua di Liang ShanBo e Zhu YingTai, storia d’amore d’Oriente, di fronte alla Tomba di Giulietta

Verona: la statua collocata di fronte all’ingresso della Tomba di Giulietta, “Trasformazione di Liang Shanbo e Zhu Yingtai in farfalle”

Se ami qualcuno, portalo a Verona / perché Verona è la città dell’amore“.

Lo si legge sul sito del Comune veneto che ha saputo tradurre in mito (e soldoni) l’opera di William Shakespeare dedicata alla tragica vicenda di Giulietta e Romeo. Milioni di visitatori ogni anno arrivano da tutto il mondo per vivere in coppia un sogno d’amore percorrendo gli itinerari proposti dalla città. Dal famoso balcone nella presunta casa dei Capuleti, alla casa di Romeo, fino addirittura alla presunta tomba dove Giulietta avrebbe trovato sepoltura. Il tutto nientaltro che una grande trovata novecentesca, un’attrazione turistica costruita su una semplice leggenda nemmeno originale (Shakespeare trovò ispirazione in una novella scritta un secolo prima, ambientata a Siena e legata ad un altro tragico amore, quello tra Giannozza e Mariotto). Ma quello che conta non è tanto il reale, la verità. L’amore stesso non è altro che un sogno e Verona ha saputo diventare essa stessa il sogno da vivere in due, richiamando appunto migliaia di coppie innamorate ogni anno. Insomma, Verona si conferma città d’amore  e oltre all’amore e ai luoghi cantati da Shakespeare, propone anche altri amori in particolare quello di Liang ShanBo e Zhu YingTai (definiti Giulietta e Romeo dell’Oriente) dei quali possiamo ammirare la statua fuori dal cortile all’ingresso della Tomba di Giulietta. Una storia dolcissima (e altrettanto tragica) che riprendiamo dal sito Associna.

Si narra che verso il 500 D.C. in una cittadina dello ZheJiang vivesse una fanciulla bella ed intelligente.

Fin da piccola aveva studiato con i fratelli e diventata grande voleva continuare a studiare ma in quell’epoca le scuole erano aperte solo per gli uomini. Allora la fanciulla, di nome Zhu YingTai si travestì da uomo e convinse il padre a mandarla nella famosa città di HangZhou a studiare. Il padre, dopo le mille insistenze dell’amata figlia, acconsentì, seppur a malincuore.

E così YingTai partì alla volta della città con la sua ancella anch’ella travestita da uomo. Durante il viaggio incontrarono, in un padiglione costruito per i viandanti, un giovane bello e gentile, anch’egli andava ad HangZhou per studiare. I due giovani ben presto diventarono amici e decisero, prima di arrivare in città, di fare una cerimonia che li avrebbe legati più di due fratelli, per caso passavano su un grazioso ponticello, s’inginocchiarono e fecero la cerimonia.

Arrivati in città i due amici naturalmente entrarono nella stessa scuola. Condividevano la stessa stanza e lo stesso letto. YingTai era sempre vestita da uomo ma aveva paura di essere scoperta, soprattutto di notte, escogitò allora uno stratagemma: ogni notte metteva un’ampolla d’acqua in mezzo al letto tra lei e ShanBo, di modo che se fosse successo qualcosa l’ampolla si sarebbe rovesciata e l’avrebbe bagnata svegliandola. Ma non successe mai niente.


L’amicizia tra i due giovani diventava sempre più profonda e YingTai a poco a poco si innamorò dell’amico. Ma non poteva rivelargli la sua vera identità, la fanciulla infatti si vergognava e in quel periodo la donna non poteva rivelare per prima l’amore. Solo che ShanBo non aveva la minima idea che l’amico in realtà fosse una donna e non provava per lei che pura amicizia. La sola persona che sapeva la verità era la moglie del loro maestro a cui YingTai si era rivolta per conforto e consiglio.

Passarono tre anni e il padre di YingTai le ordinò di tornare a casa perch? era ormai tempo che lei andasse in sposa. YingTai non potè fare altro che obbedire. ShanBo l’accompagnò per un lungo tratto, nessuno dei due voleva separarsi dall’altro e YingTai per tutto il tragitto escogitò tutti i mezzi che le venivano in mente per far capire a ShanBo che in realtà lei era una donna e che lo amava. Avrebbe voluto sapere se anche lui provava lo stesso sentimento e se era disposto a prenderla in sposa. Ma lui non capì e alla fine si separarono. YingTai era disperata.

ShanBo tornato alla scuola era molto abbattuto e ripensava alle strane parole che YingTai gli aveva rivolto e a tutte le strane situazioni in cui si erano trovati in quei tre anni, ma non riusciva a capire. La moglie del maestro, che passava per caso, lo vide, e commossa dalla loro storia raccontò a ShanBo la verità. Tutti i pezzi del puzzle andarono al loro posto e a poco a poco ShanBo si rese conto che il sentimento che provava per YingTai era profondo amore. Parti’immediatamente per raggiungere la fanciulla e chiederla in sposa.

Purtroppo, quando arrivò davanti al padre di YingTai si vide rifiutato con violenza: il clan dei Liang era povero mentre il clan dei Zhu era ricco, mai il padre avrebbe acconsentito ad una simile unione! Liang ShanBo e Zhu YingTai ebbero un ultimo colloquio, angosciato e pieno di dolore e nostalgia sul balcone della fanciulla e poi ShanBo dovette andarsene. Appena fuori dalla stanza della fanciulla, venne acciuffato dai servi e sbattuto fuori di casa.

Il padre di YingTai subito combinò un matrimonio per la figlia: sarebbe andata in moglie ad un figlio del clan dei Ma e nessuna supplica della figlia fece effetto. Intanto ShanBo era tornato al suo paese natale, prostrato dal dolore si ammalo’gravemente e non potè fare altro che giacere a letto. Quell’inverno, con in mente l’immagine sfavillante del suo amore, il suo corpo non ce la fece e l’anima volò via e ShanBo morì. Nel suo testamento chiedeva di essere sepolto nella cittadina dell’amata e almeno questo suo desiderio venne esaudito.

Udita la notizia della morte dell’amato YingTai quasi impazzì dal dolore e supplicò ancora e ancora il padre di non mandarla in sposa al clan dei Ma. Ma il padre fu irremovibile, allora YingTai acconsentì ma a due condizioni: voleva vestirsi di bianco (il bianco e’il colore del lutto in Cina. nda) e voleva che la processione nunziale passasse accanto alla tomba di ShanBo, prima di arrivare alla casa del futuro marito. Il padre, pur di farla sposare accettò queste condizioni e venne preparato il matrimonio.

Il giorno stabilito, YingTai, vestita di bianco e con il cuore a pezzi, salì sulla portantina nunziale. La processione arrivò di fianco alla tomba di Liang Shanbo. Zhu YingTai alzò la tenda della portantina e con la voce rotta dal pianto urlo’verso la tomba dell’amato:
se è rimasto qualcosa del tuo spirito e del tuo amore allora apri la tomba!
se nulla invece di te e del nostro amore e’ rimasto, allora sarò moglie di un’altro!


Improvvisamente il cielo si rannuvolò, fulmini e lampi saettarono nel vuoto. La tomba di Liang ShanBo si aprì e prima che chiunque avesse il tempo di reagire Zhu YingTai si gettò nella tomba aperta. E la tomba si richiuse dietro di lei.

Il cielo ridivenne sereno, lampi e fulmini sparirono, la tomba di Liang ShanBo si riaprì e uscirono due farfalle che volavano assieme e insieme sparirono all’orizzonte.

Erano Liang ShanBo e Zhu YingTai.

Verona: la statua collocata di fronte all’ingresso della Tomba di Giulietta, “Trasformazione di Liang Shanbo e Zhu Yingtai in farfalle”

 

Mariotto e Giannozza, amanti in Siena, ispiratori della storia d’amore tra Giulietta e Romeo a Verona inventata da William Shakespeare

L’ultimo bacio di Giulietta e Romeo. In realtà la storia è stata ispirata da quella di Giannozza e Mariotto, gli amanti senesi la cui vicenda venne narrata un secolo prima

La storia di Giulietta e Romeo, dei Capuleti e dei Montecchi e il percorso a sospirar d’amore proposto dalla fatal Verona? Come scritto ieri, tutto falso. Almeno per quanto alla concreta esistenza dei due personaggi. Semplicemente una formidabile trovata novecentesca che comunque porta sulle rive dell’Adige migliaia di turisti alla ricerca d’un sogno o d’una affermazione d’amore. La realtà è invece un’altra. Lo ribadisce Antonio Socci in Libero del 9 dicembre (clicca qui per collegarti): la (vera?) storia ci riconduce ai racconti di Masuccio Salernitano scritti addirittura nel 1476, addirittura più d’un secolo prima di William Shakespeare. La vicenda è quella dei due amanti Giannozza Saraceni e Mariotto Mignarelli.

Siena, Piazza del Campo, acquerello di Thomas W. Schaller

1340: Siena era divisa tra le due potenti famiglie dei Tolomei (guelfi) e dei Salimbeni (ghibellini) e con questi ultimi era schierata la famiglia di Giannozza, promessa in sposa ad un nobile Salimbeni. La scintilla dell’amore scocca improvvisa, inizialmente tra sguardi, parole sussurrate, in altre parole amor platonico che ben prestoperò  lascia spazio ad un velato erotismo (siamo ai tempi, ricordiamolo, del Decameron di Boccaccio). Il ritrovamento durante uno scavo della statua d’una donna bellissima posta sulla fonte di Piazza del Campo diventa agli occhi di Mariotto il buon auspicio che spinge i due giovani a sposarsi segretamente tantoché continuano a vedersi clandestinamente. Malauguratamente un giorno Mariotto sente rivolgere da un giovane nobile apprezzamenti non proprio lusinghieri rivolti a Giannozza, non riesce a trattenersi, gli molla una bastonata che lo uccide. Non resta altro che la fuga perché non può giustificarsi rivelando che Giannozza è la sua sposa. Viene così condannato in contumacia.

La sua fuga lo porta ad Alessandria d’Egitto, dove ha uno zio. Da lì scrive a Giannozza che però, nel frattempo, viene promessa sposa, dalla famiglia, a un rampollo dei Salimbeni. 
La ragazza dice di no al padre, va a cercare aiuto dal frate che l’aveva segretamente unita in matrimonio a Mariotto. Il frate s’inventa il trucco della pozione per inscenare la finta morte per tre giorni di Giannozza. La ragazza beve e il giorno dopo è davvero creduta morta e viene sepolta nella chiesa di Sant’Agostino dove quella notte stessa il frate la disseppellisce e la rianima. Lei si traveste da frate e s’imbarca per Alessandria d’Egitto. Prima però provvede a inviare una lettera a Mariotto dove lo informa di tutto. Purtroppo colui che avrebbe dovuto recare la missiva viene ucciso dai corsari, mentre il giovane innamorato riceve il biglietto del fratello che lo informa della morte di Giannozza. 
Mariotto sconvolto s’imbarca alla volta dell’Italia. A Napoli si traveste da povero pellegrino e arriva a Siena. Trascorre giorni a piangere sulla tomba dell’amata, finché pazzo di dolore una notte si fa chiudere nella chiesa deciso ad aprire il sepolcro e lasciarsi morire accanto alla fanciulla. Il sacrestano però lo scambia per un ladro, così Mariotto viene catturato e riconosciuto. Davanti al Podestà stavolta deve rivelare tutto, ma viene egualmente condannato a morte. 
Giannozza nel frattempo arriva ad Alessandria e scopre dallo zio il malinteso delle lettere. Così torna precipitosamente indietro. Arrivata a Siena  scopre che tre giorni prima Mariotto è stato impiccato. Distrutta dal dolore decide segretamente di entrare in un monastero a piangere la sua tragedia con poco cibo e niente dormire fino alla fine della sua vita. E dopo pochi giorni la giovane muore. 

 

La storia di Giulietta e Romeo? Una formidabile trovata novecentesca. Dal balcone, alla casa, alla famiglia, alla tomba, tutto falso.

Un’immagine esposta nella ‘casa dei Capuleti’, la presunta famiglia veronese che mai ha abitato in quel di Verona

Bella, Verona. E bella la tanta gente, d’ogni età, che s’aggira per ponti, vicoli e strade, nel nome del reciproco o del desiderato amore. Ovunque cuori, lucchetti, poesie, d’amore atteso, d’amore verso, d’amore terso, d’amore intenso, d’amor negato. E paccottaglia. Magliette, cuori di plastica, statuette, magneti, anelli, guide, cartoline. Merchandising.

La statua di Giulietta all’ingresso della casa di fronte alla scala che porta al famoso balcone

Una grande capacità di evocazione turistica, un simbolo che richiama gente da tutto il mondo perché poco importa che la storia sia vera o falsa, quel che conta è il saper parlare, da parte dell’industria turistica veronese, al cuore che ha bisogno d’amore.

Il cortile interno ove s’affaccia il famoso balcone e in centinaia di migliaia portano il loro omaggio all’amor contrastato

E il tutto, allora? Semplicemente falso. Forse leggenda ma più realisticamente fantasia del narratore. Anzi, dei narratori. A partire dal balcone sul quale Giulietta sospirava e in centinaia di migliaia salgono, dopo il restauro e la riapertura dello scorso dicembre.

Il balcone, proveniente da Castelvecchio, parte integrante della furba trovata novecentesca dell’industria turistica veronese

Il balcone, scrive Francesca Fontanili, proviene da Castelvecchio come si può vedere in una foto che ritrae Vittorio Emanuele III nel 1926. Venne successivamente inserito diventando una fantastica trovata novecentesca.

L’allestimento di una stanza da letto di fattezza tardo medioevale dove nessuna Giulietta Capuleti ha mai dormito nè vissuto

Ma oltre al balcone si visita, alla ‘modica’ cifra di 6 euro, la casa, con tanto di dipinti, statua di Giulietta, affreschi, camera da letto ammobiliata, abiti dell’epoca ed altre (fasulle) amenità (pur caratteristiche ed allettanti). Scoprendo che non solo il balcone è un falso ma falsa è pura la casa poiché la famiglia dei Capuleti, se mai esistita, non ha mai dimorato in quel di Verona e l’abitazione (forse) può essere ricondotta per assonanza ad una famiglia Dal Cappello all’interno della quale di nessuna tragedia d’amore vissuta è dato di sapere.

All we need is love. Giuramento d’amore eterno a Castelvecchio

Scopri anche che nemmeno puoi ricondurre la vicenda esclusivamente alla fantasia di William Shakespeare. Secondo ad esempio Antonio Socci i veri protagonisti della storia ‘originale’ sarebbero Giannozza Saraceni e Mariotto Mignarelli, un tragico amore vissuto in terra di Siena e narrato da Masuccio Salernitano nel 1476, ovvero un secolo prima rispetto all’opera di William. Per tacer di altri narratori che, appunto, nel tempo ‘aggiornarono’ la storia fino al trasferimento dalla piazza del Campo senese in quel della fatal Verona.

Il lucchetto solitario senza sigle e iniziali, forse aspirazione per un amore atteso ma non ancora fiorito

Insomma, il segreto del luogo, della casa, della storia, é il simbolo per quanto farlocco dell’amore appassionato e tragico. Una furbata novecentesca veronese che tuttavia accarezza il cuore di tutti ad ogni età perché, come sempre nel novecento cantavano i Beatles, “all we need is love”, tutti noi sogniamo amore.

E per completare l’opera, l’allestimento della tomba di Giulietta. Un catafalco senza simboli e insegne come s’usava realmente con i suicidi nell’epoca dei secoli bui in bilico tra alto medioevo e rinascimento

“Fernando Botero” con le sue opere dell’abbondanza, riflessioni alla mostra in corso a Verona

Fernando Botero Angulo, nato a Medellin in Columbia, uno stile originalissimo che lo rende se non proprio inviso quantomeno guardato con sufficienza da molti critici. I suoi personaggi? “Semplicistiche caricature di figure in carne“, sostiene Charmaine Picard.

Ma perché appunto i suoi personaggi sono sempre grassi? Attenzione. Tutto nei suoi dipinti è voluminoso: la banana, le arance, la lampadina, la palma, gli animali e, ovviamente, gli uomini e le donne. Botero usa la trasformazione o la deformazione come simbolo della trasformazione della realtà in arte. La sua creatività e il suo ideale estetico sono basati sulla forma e sul volume, per lui la deformazione deriva sempre dal desiderio di incrementare la sensualità dei suoi dipinti.

Dalle forme abbondanti dei suoi soggetti deriva, secondo l’artista, piacere, esaltazione della vita, perché l’abbondanza comunica positività, vitalità, energia, desiderio: sensualità, intesa come espressione di piacere. Insomma, ‘grasso, abbondante, è bello‘. Si tratta del resto di una concezione ancestrale, per la quale bellezza e abbondanza sono concetti strettamente collegati (ancora oggi per molti sudamericani e non solo una bella donna è considerata tale in virtù delle sue forme generose). Concetti del resto che hanno avuto valore (o continuano ad averlo?) anche per noi italiani, soprattutto negli anni successivi alla guerra fino all’inizio del boom economico: un bambino o una bambina grassottelli erano orgoglio e vanto per la famiglia, superamento delle tribolazioni degli anni della fame e degli stenti.

Certo, come ci suggerisce (e ‘indirizza’) la mostra in corso a Verona, le sue opere subirebbero l’influsso della sua gioventù ‘parrocchiale’ per cui nella realtà deformata non intravedremmo tentativi di giudizi, che, secondo Botero, sarebbero di competenza di qualcuno più ‘alto’ e non di un semplice artista del pennello e della tela. Al più a Verona vediamo, con una punta di ironia, rappresentare il ‘peso’ di ciascuno nella dimensione e nell’altezza prospettica dei diversi personaggi. Il Presidente (potere politico), poco più alto del generale, il prelato in parziale secondo piano, ancora più bassini gli industriali, quasi nani i lavoratori, bassissima la segretaria donna, posta all’ultimo gradino della scala sociale.

E il lavoratori del circo? Colori sgargianti, pieni d’allegria ma i volti? Seri, tristi. Insomma, allora non basta alla fine l’abbondanza del corpo? Allora un maggior coraggio, una maggiore chiarezza nel messaggio e nella scelta di campo dell’artista non avrebbe deluso perché non di sola apparenza e superficialità, vive l’arte? Ma non sarebbero, quelli che abbiamo appena evidenziato, chiarissime ‘scelte di campo’, sostanziali denunce sociali?

Infatti, devo dire, forse la parziale delusione di fronte alle opinioni ascoltate dall’audioguida (compresa nel prezzo del biglietto) nasce dalla selezione dei quadri proposta dal curatore, una selezione piuttosto ‘equilibrata’, diciamo all’acqua di rosa, apparentemente opere che non disturbano, non criticano, mostrano la potenza e la forza dell’abbondanza senza mai ‘disturbare il manovratore‘.

Dunque vero che non siamo al livello dell’arte che denuncia apertamente, Botero non arriva dal Messico rivoluzionario ma a ben guardare a sua volta, con buona pace di certa critica, turba gli schemi. Con buona pace del voluto ‘buonismo’ della mostra di via Forti che, di fatto, si schiera con chi vorrebbe l’artista e la sua opera relegati (abbondanza delle forme a parte) nella nebbia dell’anonimato.

Ovviamente nulla vieta che la valutazione di ciascuno di fronte ad ogni opera esposta possa essere positiva o negativa, che si possa pensare che altre opere più significative meritavano l’esposizione ma tant’è: in realtà l’artista, critici o non critici, ‘parla molto chiaro‘ e comunque sia l’occasione non può essere persa. Quindi, alla fine, Verona val bene un viaggio per incontrare l’arte “dei grassi” e dell’ottantacinquenne Fernando Botero che festeggia i suoi 50 anni d’attività con le sue opere che comunque sia lo pongono ai più alti ed originali livelli della contemporaneità.

 

 

 

Henri Toulouse Lautrec, bohémienne, cantore dei cabaret, dei café-chantants, dei bordelli di Montmartre, in mostra a Milano fino al 18 febbraio

Henri Toulouse-Lautrec, Il bacio

Sfortunato, il giovane Toulouse Lautrec del quale fino al 18 febbraio possiamo ammirare il percorso artistico a Palazzo Reale, Milano. Figlio del conte Alphonse-Charles-Marie de Toulouse-Lautrec-Montfa e della contessa Adèle-Zoë-Marie-Marquette Tapié de Céleyran, primi cugini (usava nella nobiltà, unirsi in matrimonio tra consanguinei per “mantenere la purezza del sangue blu”), di censo risalente ai tempi di Carlo Magno.

Henri Toulouse LLautrec, donna seduta su un divano

Questo matrimonio tra consanguinei, però, fu catastrofico. Per le incompatibilità caratteriali presenti tra i due coniugi (esibizionista ed insaziabile dongiovanni il padre che amava consacrarsi all’ozio e ai passatempi dei ricchi, frequentando l’alta società e seguendo la caccia e l’ippica; di converso la madre pia, riservata e amorevole, ma anche bigotta, isterica, possessiva, moralista e ipocondriaca). Ma anche perché comportò gravissime conseguenze nel patrimonio genetico del figlio.

Henri Toulouse Lautrec, Suzanne Valadon

La sua fragile salute iniziò infatti a deteriorarsi in maniera allarmante: quando compì dieci anni, poi, si scoprì che soffriva di una deformazione ossea congenita che gli procurava fortissimi dolori. Nel 1878, ad Albi, nel salone della casa natale, Henri cadde sul parquet mal incerato e si ruppe il femore sinistro; l’anno successivo, durante un soggiorno a Barèges, mentre aveva ancora l’apparecchio ortopedico alla gamba sinistra, cadendo in un fossato si ruppe l’altra gamba. Queste fratture non guarirono mai e gli impedirono un armonioso sviluppo scheletrico: le sue gambe smisero infatti di crescere, così che da adulto, pur non essendo affetto da vero nanismo, rimase alto solo 1,52 m, avendo sviluppato un busto normale ma mantenendo le gambe di un bambino.

Henri Toulouse Lautrec, La passeggera della 54

Nel gennaio del 1884 Toulouse-Lautrec fondò un proprio atelier a Montmartre. Una scelta assai significativa: non scelse un quartiere che si confacesse alle sue origini aristocratiche, preferì un sobborgo vivace, colorito, ricco di cabaret, di café-chantants, di case di tolleranza e di locali di dubbia fama, quale era Montmartre. I genitori furono scandalizzati dalle preferenze di Henri: la madre, infatti, mal tollerava che il suo primogenito risiedesse in un quartiere che riteneva moralmente discutibile, mentre il padre temeva che in tal modo si sarebbe potuto infangare il buon nome della famiglia, e perciò impose al figlio di firmare le sue prime opere con pseudonimi (come Tréclau, anagramma di «Lautrec»).

Henri Toulouse Lautrec, Yvette Guilbert canta

A Montmartre in breve, come temevano i genitori, si diede a un’esistenza sregolata e anticonformista, squisitamente bohémienne, frequentando assiduamente locali come il Moulin de la Galette, il Café du Rat-Mort, il Moulin Rouge e traendo da essi la linfa vitale che animò le sue opere d’arte. Invero non disdegnò affatto la compagnia di intellettuali e artisti, e le sue simpatie nei confronti della consorteria dei dandies sono ben note. Tuttavia, preferì porsi dalla parte dei diseredati, delle vittime: pur essendo di matrice aristocratica, infatti, egli stesso si sentiva un escluso, e ciò certamente alimentò il suo affetto per le prostitute, per i cantanti sfruttati e per le modelle che bazzicavano intorno a Montmartre. Il suo corpo grottescamente deforme non costituiva poi impedimento a dongiovannesche avventure: infuocatissima fu la relazione sentimentale che lo legò con Suzanne Valadon, un’ex acrobata circense che dopo un incidente decise di cimentarsi coi pennelli. La loro storia d’amore finì poi burrascosamente e la Valadon tentò persino il suicidio nella speranza di farsi sposare dall’artista di Montmartre, che alla fine la ripudiò.

Henri Toulouse Lautrec, Ambassadeurs, Aristide Bruant

Dal punto di vista artistico, fu importantissima l’amicizia con Aristide Bruant, un chensonnier che fece fortuna con battute salaci ed irriverenti rivolte al pubblico  Nel 1885 il Bruant accettò di cantare al Les Ambassadeurs, uno dei caffè-concerto più rinomati degli Champs-Élysées, se e solo se il proprietario fosse stato disposto a pubblicizzare il suo evento con un manifesto appositamente disegnato dall’artista. Ancora più clamoroso, poi, fu il manifesto che nel 1891 realizzò per il Moulin Rouge, grazie al quale sia lui che il locale divennero famosi di colpo. Da quell’anno in poi capolavori destinati a divenire illustri si seguirono a ritmi sempre più incalzanti.

Henri Toulouse Lautrec, Jane Avril

Ben presto, tuttavia, scoccò per Toulouse-Lautrec l’ora del crepuscolo umano e artistico. Lo stile di vita sregolato comportò conseguenze funeste per la sua salute: prima ancora di compiere trent’anni, infatti, la sua costituzione era minata dalla sifilide, contratta nei bordelli parigini (dove ormai era di casa), e soprattutto dall’alcolismo.

Toulouse Lautrec, Moulin Rouge, La Goulue

Istigato dall’assidua frequentazione dei locali di Montmartre, dove l’alcol veniva servito fino all’alba, Toulouse-Lautrec iniziò a bere senza alcun freno, compiaciuto di gustare la vertigine del deragliamento dei sensi: fra le bevande che più consumava vi era l’assenzio, distillato dalle disastrose qualità tossiche.

Henri Toulouse Lautrec, Caudieux

Già nel 1897 la dipendenza dagli alcolici aveva preso il sopravvento: allo «gnomo familiare e benevolo» subentrò un uomo spesso ubriaco fradicio, odioso e irascibile, tormentato da allucinazioni, accessi di estrema aggressività (spesso veniva alle mani, e una volta fu pure arrestato) ed atroci fantasie paranoidi. Il ronzio delle mosche lo esasperava, dormiva col bastone da passeggio sul letto, pronto a difendersi da possibili aggressori, una volta sparò con un fucile a un ragno sul muro.

Henri Toulouse Lautrec, La loge au Mascaron Doré

Logorato e invecchiato, fu costretto a sospendere la sua attività artistica, con la sua salute che degenerò nel marzo del 1899 con un violentissimo accesso di delirium tremens. In seguito all’ennesima crisi etilica, su consiglio degli amici, si fece ricoverare nella clinica per malattie mentali del dottor Sémelaigne a Neuilly. Henri, per dimostrare al mondo e ai medici di essere completamente in possesso delle sue facoltà mentali e lavorative, si immerse completamente nel disegno così dopo soli tre mesi di degenza, alla fine, fu dimesso.

Henri Toulouse Lautrec, Al Salon di rue des Moulins

In realtà, non si liberò mai della tirannia degli alcolici e, anzi, le dimissioni dalla clinica segnarono solo l’inizio della fine. Disperato per la sua decadenza fisica e morale, nel 1890 per ristabilirsi in salute si trasferì prima da Albi, e poi a Le Crotoy, Le Havre, Bordeaux, Taussat, e ancora a Malromé, dove tentò di produrre nuovi dipinti. Ma le sue energie creative si erano ormai esaurite da tempo, così come la sua gioia di vivere, e anche la sua produzione iniziò a palesare una notevole caduta di qualità. Una volta tornato a Parigi, dove le sue opere stavano avendo un successo strepitoso, tornò ad assumere sregolatamente alcolici e, si pensa, anche oppio.

Henri Toulouse Lautrec, Rue des Moulins. La visita medica

Nel 1900 sopravvenne un’improvvisa paralisi alle gambe, che fu fortunatamente domata ma ormai la sua salute era compromessa.  Nell’aprile 1901, infatti, fece testamento e si trasferì definitivamente dalla madre a Malromé, nel castello di famiglia, dove trascorse, tra l’inerzia e il dolore, gli ultimi giorni della sua vita. Il suo destino era segnato: per il dolore non riusciva a mangiare. Henri-Marie-Raymond de Toulouse-Lautrec-Montfa, ultimo erede della gloriosa famiglia nobile sin dai tempi di Carlo Magno, si spense alla fine alle ore 2:15 del 9 settembre 1901. Aveva trentasei anni.

Henri Toulouse Lautrec, Rolande