Pontedell’Olio, dove la Briscola di Pancetta mangia l’Asso di salame

Bastoni, Coppe, Spade, Denari, sono i semi delle carte piacentine per una bella briscola, un tressette, un solitario. Ma a Pontedell’Olio, paese della ValNure un tempo cerniera tra le coste liguri e la pianura padana, ci si differenzia, arrivano le Pontolliesi. Che non sono le belle ragazze del paese ma le carte per giocar a briscola a suon di salumi ovviamente doc. Pancette per i denari, Salami rigorosamente piacentini in luogo delle spade, Coppe doc da gustare anziché le coppe da bere e per finire buon vino naturalmente rosse bottiglie di Gutturnio invece dei nodosi bastoni.

Decisamente simpatica e bella iniziativa che sicuramente suscita curiosità, sostiene i prodotti piacentini, attira attenzione sul territorio mostrando appunto un inatteso ‘volto nuovo’. Così si incuriosisce, si fa promozione, si sviluppa il turismo.

Complimenti dunque a ‘Ponteventi’, organizzatrice della famosa Fiera della Pancetta capace ogni anno di attrarre migliaia di visitatori. Il mazzo di carte innovative è disponibile in tutti i bar del paese per giocare allo ‘strozzo’ con l’Asso di Salame o un Settebello di Pancetta. Sono attualmente offerte anche in tutte le edicole della provincia insieme al quotidiano locale Libertà, prezzo (invero un po’ caro rispetto alle tradizionali Modiano) 10,00 euro oltre al costo del giornale.

“Pubblicità!” manifesti in mostra a Mamiano di Traversetolo fino al 10 dicembre

Consueto appuntamento di fine periodo estivo con la Villa dei Capolavori di Mamiano di Traverstolo (Pr) e le sue mostre, in questo caso manifesti, depliants, bozzetti dedicati alla ‘Storia della Pubblicità‘ nel nostro BelPaese dal 1890 al 1957. Innanzitutto un memo per non vagare a vuoto nella pur deliziosa e tranquillizzante pianura padana: per chi viaggia seguendo le indicazioni del navigatore di turno, inutile richiederle digitando appunto ‘Mamiano di Traversetolo’, mèta della nostra gita. Unico modo per ottenere adeguata risposta è quello di chiedere ‘portami a Fondazione Magnani a Mamiano’.

In ogni caso presto o tardi s’arriva e, in questo caso, ammiriamo i primi metodi di comunicazione di massa. Duecento opere dalla fine dell’Ottocento all’era di Carosello, con l’obiettivo di raccontare la nascita in Italia della pubblicità dalle sue prime forme di comunicazione semplici e dirette, all’introduzione dell’illustrazione, al rapporto tra illustrazione e messaggio pubblicitario attraverso i diversi media, dal più conosciuto manifesto, alla locandina, alla targa di latta e poi al packaging della confezione, fino all’arrivo della radio (durante la visita ci accompagnano dal sottofondo musichette che sono impresse nella nostra memoria infantile – chi non ricorda “Du du du du … Dufour, la caramelle che ci piace tanto” – ).

Curioso osservare abbigliamenti e cappelline delle signore rappresentate, di certo appartenenti a quella ricca borghesia che, per le italiane dell’epoca, in grande maggioranza procaci contadinotte col problema d’accompagnare pranzo con cena, potevano al massimo essere un sogno (impossibile, salvo fortunato ma improbabile accasamento matrimoniale) al quale aspirare e del resto sogno restava anche solo immaginare di poter arrivare ad acquistare quei colorati prodotti reclamizzati per tacer di vacanze irragiungibili a Capri, Portofino o sul Lago di Garda.

Ma, han ben compreso i maestri della pubblicità, chi non vive di sogni? Anzi, che vita sarebbe senza sogni? Ed ecco così l’acquirente dell’abito Facis che corre a casa per poterlo indossare al più presto. Ecco l’idea della pausa lavoro per sorseggiare il Punt & Mess, il Bitter Campari e, soprattutto, le bollicine dello Spumante Cinzano (come spiegare agli italiani d’allora che saremmo passati alle bollicine della Coca-Cola celebrate dal Vasco Rossi?).

Non manca la testimonianza dei tempi duri della Grande Guerra, quella che doveva durare pochi giorni. Chissà come mai: i governanti che ci portano in guerra dichiarano sempre che al massimo durerà poche settimane e poi inevitabilmente il nemico s’arrenderà. Perché noi siamo i più forti, i più degni, i più giusti. Perché noi abbiamo ragione e la nostra bandiera è la più bella. Poi la guerra dura quattro anni, tanto la morte non è per i regnanti, a pagare son sempre i figli del popolo. Pagare in tutti i sensi perché occorrono sempre più soldi, occorrono armi, proiettili, fucili e cannoni, masserizie, ospedali, dottori e infermieri e tutti proprio tutti devono mangiare. Quanto costa il rancio dei soldati? Così chi paga (magari con la vita) combattendo al fronte e chi paga dalle retrovie sovvenzionando e tirando la cinghia.

Ultima riflessione quando troviamo un manifesto di propaganda realizzato all’indomani del plebiscito del 1934 dal quale il regime uscì ulteriormente consacrato. Il faccione soddisfatto del Benito nostro sembra osservarci col ghigno del trionfo. Ci si domanda: che questo manifesto sia apologia del fascismo? Ma no, keep calm, it’s only publicity.

 

 

 

 

Il medioevo di Angelo Frasconi, in via Caolzio nel borgo di Castell’Arquato (Pc)

Che s’arrivi da Piacenza o da Fiorenzuola d’Arda eccoti nel bel mezzo di Castell’Arquato passando il semaforo e da lì t’immetti in via Dante, prosegui lasciando alla sinistra piazza San Carlo e alla destra l’omonimo albergo. Così fino alla prima curva a sinistra che ti permette di oltrepassare l’arco di immissione in via Sforza Caolzio.

Strada tutta in salita diretta verso il borgo medioevale con la Rocca Viscontea, la Collegiata, il Palazzo del Podestà. Una casa, 160 mq., in sasso, 4 locali, 3 camere, 2 bagni,  costruita nel 1990, al numero 147 costa 160mila euro. Una villa costruita nel 2000, 300 mq., 3 locali, 2 camere, 1 bagno, quota 680mila euro. Insomma, un ambiente di tutto rispetto.

Giunto a metà salita, una vetrina. Là dove un tempo trovavi Tabaccheria e distributore VHS, la piccola stanza è stata trasformata in un angolo di medioevo in linea con il resto del paese.

Spade, lance, elmi, armature, coltelli, daghe, manette, archi, frecce da caccia, frecce da guerra, immancabili una mazza ed una frusta, balestre, cappucci per falchi, cotte di maglia, un elmo normanno: ci si ritrova a cavallo tra il 1100 e il 1450, pieno periodo delle crociate.

Si tratta di copie filologiche fatte su reperti dell’epoca da Angelo Frasconi (l’ideatore e realizzatore del piccolo ‘Museo’), da due fabbri, uno di Fidenza ed uno di Langhirano, oppure acquistate nei mercati medioevali durante le manifestazioni d’ambientazione storica dove Angelo incontrava i produttori di armature provenienti dalla Polonia, dall’Ucraina, dalla Cecoslovacchia.

Ai muri dipinti ispirati o riproduzione delle miniature che precedono o accompagnano le diverse liriche del Codice Manesse, ovvero la raccolta realizzata a Zurigo tra il 1300 e il 1340 delle pergamene con le canzoni profane e le poesie d’amor cortese della tradizione tedesca fino a quel momento espresse solo oralmente.

La guida, si è detto, Angelo Frasconi, romano che, nel 1995, ha conosciuto Castell’Arquato, ne è rimasto letteralmente folgorato dall’atmosfera che sembra di tornare in un’epoca lontana, quella dell’epica leggendaria cavalleresca e il ‘nostro’ decide di dar vita ad una scuola d’arme che oggi s’avvale di circa quaranta appassionati, si chiama “Gens Innominabilis” e gira per l’Europa per esibirsi in tornei cortesi dove, sottolinea Angelo, “si rispetta molto l’avversario”.

Altro modo d’affrontarsi. Scontri che durano pochi minuti perché occorre una grande resistenza fisica, spade, spadoni ed armature sono molto pesanti e oltretutto “si respira male, non c’è ricambio d’aria”. Ma si tratta di un combattere in qualche modo onorevole per una sfida che poteva certo risultare mortale ma che, in un certo senso, avveniva alla pari.

Con il subentro delle armi da fuoco tutto è cambiato, si uccide da lontano, non sai neanche chi uccidi e tutto questo “è immorale”.

Con l’avvento delle armi da fuoco, appunto, l’epopea cavalleresca finisce. Restano i poemi che raccontano e tramandano i ricordi delle gesta dei cavalieri medioevali e a Castell’Arquato quel passato lontano, grazie ad Angelo Frasconi, ritorna e rivive nella piccola vetrina di via Sforza Caolio. Da non perdere.

“Fermare il Tempo”, mostra fotografica a Cortemaggiore fino al 24 settembre

Comune di Cortemaggiore e Hostaria delle Immagini propongono fino al 24 settembre in via XX Settembre, 7 nella Sala espositiva della Banca di Piacenza  “Fermare il tempo” – Mostra fotografica collettiva e esposizione di riviste del 1800 e 1900, a cura di Giuseppe Elio Poletti.

Orari: sabato e domenica dalle 10 alle 12 e dalle 15.30 alle 18.30 – Martedì dalle 16.30 alle 18 e venerdì dalle 10 alle 12

 

Su, tra angeli e sibille, col Guercino in Duomo a Piacenza: ultima salita

Ultima possibilità, domani, di salire fino alla cupola del Duomo per una straordinaria visione dei dipinti realizzati dal Guercino e allo stesso tempo scorci di immagini della città. Per tacere delle sensazioni e delle emozioni provate lungo la salita passando attraverso pertugi, antiche scale a chiocciola, immergendosi in un ambiente dal sapor di Medioevo.

Si parte da una postazione realizzata per ammirare in forma virtuale i dipinti della cupola e già a questo punto vieni avvolto dalla magia dell’arte affascinato dal fatto che mai avresti potuto pensare di poterli ammirare “a palmo di naso” anche se ovviamente si tratta di finzione resa possibile dalla tecnologia dei nostri giorni. E ti sorge comunque l’ammirazione per quei tempi lontani e ‘primitivi’ capaci comunque di realizzare impalcature che portavano l’artista ad una passo dal cielo.

Conservati in apposite teche troviamo i registri che raccolgono scritti del Guercino, uso ad annotare i consumi in materiali e in tempo delle sue realizzazioni, grazie ai quali possiamo oggi conoscere il valore delle stesse ( e quindi l’entità dei guadagni dell’artista) nel tempo della loro realizzazione.

Si procede salendo lungo le scale nello spessore di muratura che consentono il collegamento con i diversi livelli e gallerie. Esperienza unica, si diceva, assolutamente vietata per chi soffre di attacchi di claustrofobia. Rigorosamente in fila indiana nell’ambiente angusto senza alcuna visione se non chi precede e chi segue, la sensazione è dell’assenza di via di fuga, c’è chi se ne lamenta, chi tace ma respira fondo, per fortuna s’apre una porta che immette in un ampio ambiente e l’incertezza ed il disagio svaniscono.

Così la salita prosegue, ritornando di nuovo nella strettoia d’una scala a chiocciola.
 
Eccoci ammessi, a gruppi di dieci, in un lungo corridoio ligneo che sormonta le volte della navata centrale  e conduce in direzione della grande croce d’arenaria in facciata. Splendida la vista della città e di via XX settembre in particolare splendente di luci e di colori, con il rammarico di aver trovato disponibile il turno di visita serale così costretti a rinunciare alla stessa visione della città diurna, quando ci si può sentire ‘mezzani’, ci mezzo cioè tra città della terra e città del cielo che la domina.
Qualcuno, di fronte al punto di vista ‘alto’ prova disagio, velocemente s’allontana, presentando di nuovo un leggero affanno al fiato e la sensazione di strane presente nell’interno dello stomaco (il ritorno di Agostino?).

A ritroso e arriviamo alla galleria del tamburo della cupola per una vista privilegiata ravvicinata degli affreschi e percezione dall’alto della cattedrale che ne evidenzia l’imponente mole. Anche qui qualcuno s’allontana. Siamo terricoli, non tutti siamo fatti per il mondo alto dominio di superiori sconosciute entità fluttuanti nell’azzurro, felici di stare lassù.Per quanto mi riguarda scatto immagini, m’immergo nella fotografia, neanche m’accorgo degli assenti, di chi s’è ritirato, di chi a terra racconterà del disagio. Osservo i miei scatti: risultati medi, buoni, pessimi (non è semplice adeguare i tempi degli scatti con i tempi dell’incedere del gruppo organizzato), ma dei quali tutti ringrazio il cielo, la cupola, la navata, la Chiesa e il Divino e ringrazio l’Arte e il Guercino per avermi portato dove in vita non avrò più la possibilità di tornare. Del resto, come dicevo, siamo terricoli, dalla terra veniamo e alla terra torniamo: tutti a casa, signori, si scende.

 

“Infame e Re. In una parola, Nero. In arte Basquiat” (in mostra a Roma)

Prosegue fino al 30 luglio la mostra al Chiostro del Bramante a Roma con le opere della Mugrabi Collection da New York City, rappresentazione di un cambiamento nel mondo dell’arte gestito e voluto dal mercato negli anni tra i settanta e gli ottanta, quando tutto doveva cambiare. Sogni utili e sostenuti dai governanti dei popoli, per non cambiare nulla. Con buona pace dellìalternativo Jean-Michel Basquiat, osannato per interesse di mercato sull’onda delle pulsioni ‘alternative’ di quegli anni di ribellione da assecondare per poterla governare.
 
Erano passati i beat, erano passati gli hippie, arrivò il giovanissimo Basquiat, nero, artista senza accademia, disegnatore sui tovaglioli dei ristoranti fin da bambino, che spesso la madre accompagnava al Brooklyn Museum e che, ciononostante, restava nero.
 
Confesso: il mio è stato un avvicinamento di curiosità ‘con limite’, prudenza e un pizzico di diffidenza. Amo l’arte figurativa, quella dell’ottocento e del novecento, m’attizza poco e nulla l’arte contemporanea che rifugge dalla rappresentazione della figura e fa l’occhiolino ad una presunta visione fantastica di chi guarda, superando lo stesso intento dell’artista che produce.
 
Davvero è arte quella che tale viene definita e sostenuta dal merchandising? Il mercato, che a ventanni scopre le cartoline e i murales del giovane Basquiat, lo inneggia, lo eleva al rango di profeta di un nuovo modo, anticonformista, di essere dell’arte ‘vicina’ alle pulsioni di quel momento, alla necessità di superficialmente scoprire la cultura dei neri fino a quel momento semplicemente osteggiata, marginalizzata.
 
Investe Jean-Michel di migliaia, di centinaia di migliaia di sonanti dollari, lo porta all’onore dei principali luoghi dell’arte, dei ricevimenti, di quel mondo dove prima di tutto, ‘gira’ il dio verde, il dollaro. Le opere del giovane nero, s’inseriscono nell’organizzazione dei mercanti d’arte bianchi ruotando tra parole, simboli e immagini, muovono nel suggestivo mondo del graffitismo, sono il viatico per apparentemente superare le ‘vergognose’ pulsioni schiaviste dei bianchi verso gli afroamericani. Inevitabilmente, inesorabilmente, Neri!
 
Dell’eccentricità. Basquiat dorme sulle sue opere. Traccia sulle tele numeri di telefono degli amici. Cammina sulle sue opere. Nel suo studio circolano droghe di tutti i tipi, musica jazz a tutto volume, proprio come piace all’America dell’avanguardia di quegli anni attizzando anche i ricchi signori progressisti radical chic.
 
Lui arriva a produrre un quadro al giorno e New York, “quella” New York arriva a pagarli fino a diecimila dollari sonanti. Storia, medicina, musica, riti vudu, immagini televisive, eroi dei fumetti, protagonisti dello sport, frammenti dalla Bibbia, il tutto accompagnato da parole, frasi anche senza un senso, diventano una miscellanea che sembra irresistibile.
 
Regalità, eroismo, la strada sono i temi preferiti, accompagnati da figure scheletriche, mostruose, spesso scomposte. Sgocciolamenti, scomposizione disordinata delle tele, utilizzo di materiali di risulta. Denuncia delle ingiustizie e dei soprusi subiti dalle persone di colore, nella storia e nel presente.
 
Perché questa, alla fine, è la realtà del mondo occidentale dominato dalla cultura xenofoba dei bianchi. Ignora la cultura (spesso grande) dei diversi se non per considerarla fenomeno da baraccone. La nostra, ribatte Basquiat, è cultura dei Re. E la cultura dei mercanti dell’arte sostiene, ascolta, ribalta. In nome del grande dio, unico vero Re, il dollaro. Nel nome del quale la cultura dei bianchi è disposta anche a ricoprirne d’oro gli esponenti della cultura altra, all’interno dei circhi appositamente creati salvo poi negare agli stessi protagonisti, ai Neri, anche solo un passaggio in taxi.
 
Basquiat proveniva da una buona famiglia borghese di origine haitiano-dominicana ed era cresciuto in un contesto culturale di rilievo che lo aveva portato a considerare come grande e rilevante la cultura della sua terra e dei suoi antenati. Per questo le sue opere rappresentavano forme di rivendicazione di quella cultura e contemporaneamente rivolta degli schiavi contro l’oppressione bianca.
 
Lotta difficile che imporrebbe una forza d’animo, una convinzione che al giovane Jean-Michel mancava e quanto gli serviva per sostenersi, l’eroina gentilmente offerta dal mondo dei bianchi, alla fine lo ha mangiato. Era il 1988. Al mercato dell’arte governato dai bianchi serviva l’artista maledetto, alternativo, ammirato ed osannato ma abbandonato al suo declino, mai emulato. Un quadro acquistato lava la coscienza, poi la vita prosegue uguale e quel nero che sulla strada cerca di fermare il taxi, vada pure a piedi alla prima stazione underground! Del suo messaggio di uguaglianza e di ribellione ora ci restano le mostre dei suoi folli quadri. Infantili, come definiti da alcuni critici, In ogni caso valorizzati dal marketing ancora a suon di dollari. R.I.P. sereno, nero Basquiat, artista maledetto sepolto e dimenticato a 28 anni.

Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino chiude i battenti a Palazzo Farnese ma resta in Duomo

Apparizione di Cristo alla madre

E giunse alfin l’ultima occasione per visitare a Palazzo Farnese le venti opere esposte di Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino per via di un forte strabismo rilevato sin da piccino. Domenica, 4 giugno. Tra sacro e profano. Perché nelle opere di questo artista, vissuto tra il 1591 e il 1666, spesso si evidenzia una sottile critica verso la Chiesa dell’opulenza che sempre più pare allontanarsi dalla purezza francescana.  Significativa in tal senso l’opera ‘Apparizione di Cristo alla madre‘ nella quale il Messia, pur avvolto nella consueta bellezza che caratterizza il messaggio mistico e religioso, viene presentato con piedi storpi e sporchi.

Et in Arcadia Ego

Di grande interesse e significato il dipinto ‘Et in Arcadia Ego‘: anche laddove l’uomo raggiunge quella terra dove entra in simbiosi con la natura e vive in conseguente serenità, anche in quella terra la Morte è presente, lasciando stupiti ed esterefatti i due pastori immortalati dal Guercino. Altrettanto suggestiva ‘La morte di Cleopatra‘ che, come sappiamo, piuttosto che vendersi ai romani preferisce immolarsi al morso della vipera. Un dipinto caratterizzato dalla sofferenza rappresentata dalla bocca semiaperta della regina ma soprattutto dalle tende laterali che si aprono come si mostra il palco, rappresentazione della visione teatrale dell’artista.

La morte di Cleopatra

Ancora meritevole di citazione ‘Susanna e i due vecchioni’, tela criticata per eccesso di ‘dolcezza’ rappresentativa ma che pure invece colpisce per il netto rifiuto della Santa rispetto ad esempio alla falsa accusa di tradimento insinuata dal vecchio con quel dito puntato rivolto ad una presunta scabrosa situazione.

Susanna e i vecchioni

La mostra, che ha richiesto due anni di lavori per gli allestimenti, un costo superiore ai 400mila euro ma ha avuto oltre 100mila visitatori (numeri decisamente inconsueti per una città caratterizzata da una Municipalità priva delle risorse e delle sensibilità per organizzare eventi artistici di simile portata), oltrechè dall’esposizione in Palazzo Farnese, si completa con l’installazione nel Duomo che consente di salire fino alla cupola e, in questo caso, la visita può essere effettuata fino al 4 luglio.

La cupola del Duomo

Chiamato il 12 maggio del 1626 dal vescovo a continuare gli affreschi della cupola del Duomo rimasti interrotti per la morte del Morazzone, l’artista concluse l’opera nel 1627: nel catino della cupola, diviso in otto comparti, aggiunse ai due del Morazzone altri sei Profeti, decorando le lunette sottostanti le vele con scene del Nuovo Testamento e sotto queste, un fregio di putti: le difficoltà tecniche di dover dipingere rapidamente in affresco e in forte scorcio furono da lui superate utilizzando numerosi e meticolosi disegni, guadagnandosi la lode dello storico Lanzi

La cupola vista dal livello di fondo

Un percorso veramente suggestivo che, in alcuni punti, garantisce una vista imperaggiabile sulla città magari avvolta nelle luci delle serate estive con la gente che invade la sottostante piazza e la commerciale via XX settembre e, come si diceva, tutto questo ha garantito numeri da capogiro portando addirittura all’esaurimento del catalogo riducendo inevitabilmente la potenzialità del bookshop. Ma nessun timore: dal 10 giugno l’opera sarà ristampata!

Le scale a chiocciola che portano alla cupola del Duomo

Ultima, suggestiva, annotazione il percorso da seguire per la salita: strettissimi cunicoli, antichi scalini a diverse dimensioni, scale a chiocciola, il tutto con rischio claustrofobia (per chi ne soffre è vietato l’accesso, non solo sconsigliato). Un’esperienza comunque impareggiabile arricchita dalle viste dall’alto, da un punto di vista assolutamente inconsueto e qualcuno scopre di soffrire di vertigini o di vuoto allo stomaco tantochè rinuncia all’ultima tappa, quando s’arriva ad un passo dalla cupola, appunto. Ma il rischio val bene la pena per un’esperienza probabilmente irripetibile. Eppoi … se c’è riuscito il Guercino a salire lassù, con le impalcature come potevano essere all’epoca dei fatti, il 1600 circa, potremo ben riuscirci anche noi e, alla peggio, che la pietosa Madonna preghi per noi.

Piacenza: arrestati i presidenti della Ricci Oddi e della Banca di Piacenza!

Appena in tempo! Sei Carabinieri in altra uniforme sono arrivati ed hanno provveduto all’arresto, ultimo disperato tentativo di evitare la chiusura della mostra in corso a Palazzo Galli, in via Mazzini a Piacenza. Una chiusura prevista per domenica 4 giugno riportando in deposito, fuori dalla possibilità di ammirarle, le stupende opere che non trovano spazio nelle pareti della Galleria d’arte Ricci Oddi.

La disfatta della Compagnia del Conte Lando, olio su tela (bozzetto) di Massimo D’Azeglio

Francamente l’attesa era di un incontro con opere, proprio perchè conservate nei depositi della Galleria, diciamo ‘minori‘, non degne di prendere il posto, nemmeno temporaneamente, delle ‘opere prime‘ ammirabili in via San Siro. Mai riflessione si rivelò più errata!

Tempo piovoso, olio su tela di Attilio Pratella

Stupefacente il ‘cast’ degli artisti che si scopre patrimonio della Galleria e che da anni e anni restano chiusi con le loro opere nei sotterranei: da Hayez a Fattori, da Fontanesi a Bruzzi, da Ghittoni a Banti, da Borrani a Michetti, per tacer dei più. In altre parole, una mostra imperdibile e un atto di accusa alla Municipalità incapace oggi come ieri (e si teme domani) di trovare spazi adeguati alla Galleria.

La Serra d’Ivrea veduta dalle Prealpi di Brosso (Canavese), olio su tela di Marco Calderini

Un sincero grazie, dunque, al Direttore della Galleria Maria Grazia Cacopardi e al Presidente del comitato esecutivo della Banca di Piacenza (il Nobil Homo Corrado Sforza Fogliani) per la meritoria iniziativa che purtroppo e nostro malgrado in prossimità della chiusura ci hanno costretto alla denuncia attivando l’azione dei militi dell’Arma ma del resto era doveroso il tentativo di intervento per evitare la follia del ritorno delle opere all’oblio!

Il dispaccio del 9 gennaio 1878, carboncino su carta, di Odoardo Borrani

Non resta che augurarci che la mostra, comunque, anche qualora fallisse il disperato tentativo di evitarne la chiusura, sia stata strumento di sensibilizzazione dell’arcigna Municipalità, delle istituzioni tutte, dell’opinione pubblica e di chiunque altro ne abbia la possibilità, per superare il problema degli spazi dell’arte che, ricordiamolo, dona pace e salute all’anima.

Pastorella con pecore, olio su tela di Stefano Bruzzi

“Quando Napo passò da Firenze”: sensazionali scoperte visitando il museo napoleonico a Roma

Del museo napoleonico in Roma sapevo nulla fin quando, la sera prima nella stanza d’albergo, cercando in internet il tracciato per arrivare al Chiostro del Bramante, ecco la scoperta che il bus utile ferma proprio a pochi passi da piazza di Ponte Umberto I, appunto la sede del museo. Diversi i motivi di curiosità e di stupore. Intanto di fronte all’incisione di Alexandre Vincent Sixdeniers che ritrae il Bonaparte imperatore in tranquilla lettura con la figlioletta dormiente. Alla fine della visita, acquistando la Guida realizzata dalla municipalità, con grande sorpresa leggo che l’opera ha titolo “Napoleone I nel suo studio con il figlio“! Parbleu, ma come conciavano i loro figli maschi i francesi? Quel figlio con quei boccoli sembra paro paro quella figlia che il Bonaparte universalmente noto non ha mai avuto nè dalla prima moglie, Giuseppina vedova Beauharnais, nè dalla seconda, Maria Luisa d’Austria. Quel figlio così effemminato in realtà è l’unico figlio del grande condottiero e imperatore: Napoleone Francesco Carlo Giuseppe, nato nel 1811, morto nel 1832, Re di Roma, principe di Parma, duca di Reichstadt.

Ma le sorprese non sono certo finite: intanto la visita è stata un’ottima occasione per misurare il livello della mia grassa ignoranza sulle vicende del più noto francese del mondo intero (forse Asterix ed Obelix esclusi ma quelli, a ben vedere, eran Galli, non ancora figli di Francia). Intanto: ho preso atto che al tempo non esisteva televisione (questo lo sapevo) e dunque si poneva il problema di come passare la sera e la notte intera. Forse con qualche ‘buco’ anche di giorno. Così il capostipite della famiglia bonapartiana, Carlo, ha avuto un’idea meravigliosa ed ha ben impiegato il tempo suo e della consorte Letizia Ramolino tra le lenzuola di casa.

Certo che, vista ormai giunta alla nonnitudine come nell’acquerello realizzato dalla nipote Carlotta, risulta difficile intuirne l’attrazione tanto da far pensare che il Carletto optasse per la soluzione post candela spenta. Comunque sia sta di fatto che la coppia s’è data da fare e la Letizia ha invaso il mondo con ben cinque piccoli napoleoncini e tre napoleoncine. E tutti/tutte o quasi si son dati e date da fare per occupare produttivamente le ore che altri dedicavano al sonno. Se l’imperatore contribuisce alla nonnitudine del Carletto e della Letizia con un solo nipotino, complessivamente arriviamo a 23 tra bonapartini e bonapartine. Tutti e tutte da collocare e, alla fine, tutti e tutte ottimamente collocati su diverse ricche poltrone della nostra beneamata Europa ovvero andate spose a nobili di gran rango.

Nell’immagine la regina Giulia Clary, moglie di Giuseppe Bonaparte (fratello di ‘Napo’), con le due figlie Carlotta e Zenaide

Insomma, una visita utilissima per superare la mia già detta grassa ignoranza e soprattutto per capire la motivazione del tanto agitarsi e del tanto conquistare del Napoleone soprannominato ‘Napo il pugnace‘: con tutti quei cuginetti da piazzare e da accasare doveva appunto darsi da fare. Purtroppo, per malasorte, pare che anche a lui qualcuno, forse quando Napo era di passaggio a Firenze e, si mormora, stesse dando un’occhiata alla pianta organica di tal Banca Etruria, quel messer qualcuno gli abbia detto “vai e stai sereno” indirizzandolo sulla via per Waterloo. 

“Ambarabà Ciccì Coccò, tre civette sul comò”, l’ambiguità tra amore e terrore in mostra a Roma

CivettArte, tecnica mista su carta di Lucio Trojano

Un’interessante e curiosa mostra purtroppo conclusa nella Casetta delle civette di Villa Torlonia a Roma dedicata al misterioso rapace notturno e inevitabilmente alla famosa filastrocca per bambini con diversi artisti a sbizzarrirsi per rendere omaggio a lei, la regina della notte, la civetta.

Athene noctua (particolare), gesso bianco lucido di Raffaele Della Rovere

Rapace, con gli occhi di luce sparati nel buio, accompagna i sogni, talvolta facendosi protagonista dei nostri incubi, del terrore verso l’ignoto che proprio il buio produce, talaltra volta riempiendo di desiderio il rigirarsi tra le lenzuola nel letto.

Particolare dell’ingresso della Casina delle civette, a Roma, all’interno del parco di Villa Torlonia

Ma qual’è il significato dell’allegra filastrocca? Solo un innocuo gioco di parole senza senso per bambini, secondo alcuni. Tutt’altra storia, per altri: le civette sono uccelli (simbolo fallico per eccellenza) e Ambarabà Ciccì e Coccò sarebbero in realtà i nomi di tre amanti che la figlia del dottore tiene a disposizione sul comò in attesa di chiamata (magari telefonica) ovviamente notturna. All’insaputa del padre, il dottore, che purtroppo una sera rientra anticipatamente dall’ultima visita e ahimè trova la figlia a letto con i tre satiri. Inevitabile il colpo al cuore!

E appunto, “il dottore s’ammalò“.

La civetta e il topolino, cartapesta, opera di Ezio Flammia