Su, tra angeli e sibille, col Guercino in Duomo a Piacenza: ultima salita

Ultima possibilità, domani, di salire fino alla cupola del Duomo per una straordinaria visione dei dipinti realizzati dal Guercino e allo stesso tempo scorci di immagini della città. Per tacere delle sensazioni e delle emozioni provate lungo la salita passando attraverso pertugi, antiche scale a chiocciola, immergendosi in un ambiente dal sapor di Medioevo.

Si parte da una postazione realizzata per ammirare in forma virtuale i dipinti della cupola e già a questo punto vieni avvolto dalla magia dell’arte affascinato dal fatto che mai avresti potuto pensare di poterli ammirare “a palmo di naso” anche se ovviamente si tratta di finzione resa possibile dalla tecnologia dei nostri giorni. E ti sorge comunque l’ammirazione per quei tempi lontani e ‘primitivi’ capaci comunque di realizzare impalcature che portavano l’artista ad una passo dal cielo.

Conservati in apposite teche troviamo i registri che raccolgono scritti del Guercino, uso ad annotare i consumi in materiali e in tempo delle sue realizzazioni, grazie ai quali possiamo oggi conoscere il valore delle stesse ( e quindi l’entità dei guadagni dell’artista) nel tempo della loro realizzazione.

Si procede salendo lungo le scale nello spessore di muratura che consentono il collegamento con i diversi livelli e gallerie. Esperienza unica, si diceva, assolutamente vietata per chi soffre di attacchi di claustrofobia. Rigorosamente in fila indiana nell’ambiente angusto senza alcuna visione se non chi precede e chi segue, la sensazione è dell’assenza di via di fuga, c’è chi se ne lamenta, chi tace ma respira fondo, per fortuna s’apre una porta che immette in un ampio ambiente e l’incertezza ed il disagio svaniscono.

Così la salita prosegue, ritornando di nuovo nella strettoia d’una scala a chiocciola.
 
Eccoci ammessi, a gruppi di dieci, in un lungo corridoio ligneo che sormonta le volte della navata centrale  e conduce in direzione della grande croce d’arenaria in facciata. Splendida la vista della città e di via XX settembre in particolare splendente di luci e di colori, con il rammarico di aver trovato disponibile il turno di visita serale così costretti a rinunciare alla stessa visione della città diurna, quando ci si può sentire ‘mezzani’, ci mezzo cioè tra città della terra e città del cielo che la domina.
Qualcuno, di fronte al punto di vista ‘alto’ prova disagio, velocemente s’allontana, presentando di nuovo un leggero affanno al fiato e la sensazione di strane presente nell’interno dello stomaco (il ritorno di Agostino?).

A ritroso e arriviamo alla galleria del tamburo della cupola per una vista privilegiata ravvicinata degli affreschi e percezione dall’alto della cattedrale che ne evidenzia l’imponente mole. Anche qui qualcuno s’allontana. Siamo terricoli, non tutti siamo fatti per il mondo alto dominio di superiori sconosciute entità fluttuanti nell’azzurro, felici di stare lassù.Per quanto mi riguarda scatto immagini, m’immergo nella fotografia, neanche m’accorgo degli assenti, di chi s’è ritirato, di chi a terra racconterà del disagio. Osservo i miei scatti: risultati medi, buoni, pessimi (non è semplice adeguare i tempi degli scatti con i tempi dell’incedere del gruppo organizzato), ma dei quali tutti ringrazio il cielo, la cupola, la navata, la Chiesa e il Divino e ringrazio l’Arte e il Guercino per avermi portato dove in vita non avrò più la possibilità di tornare. Del resto, come dicevo, siamo terricoli, dalla terra veniamo e alla terra torniamo: tutti a casa, signori, si scende.

 

“Infame e Re. In una parola, Nero. In arte Basquiat” (in mostra a Roma)

Prosegue fino al 30 luglio la mostra al Chiostro del Bramante a Roma con le opere della Mugrabi Collection da New York City, rappresentazione di un cambiamento nel mondo dell’arte gestito e voluto dal mercato negli anni tra i settanta e gli ottanta, quando tutto doveva cambiare. Sogni utili e sostenuti dai governanti dei popoli, per non cambiare nulla. Con buona pace dellìalternativo Jean-Michel Basquiat, osannato per interesse di mercato sull’onda delle pulsioni ‘alternative’ di quegli anni di ribellione da assecondare per poterla governare.
 
Erano passati i beat, erano passati gli hippie, arrivò il giovanissimo Basquiat, nero, artista senza accademia, disegnatore sui tovaglioli dei ristoranti fin da bambino, che spesso la madre accompagnava al Brooklyn Museum e che, ciononostante, restava nero.
 
Confesso: il mio è stato un avvicinamento di curiosità ‘con limite’, prudenza e un pizzico di diffidenza. Amo l’arte figurativa, quella dell’ottocento e del novecento, m’attizza poco e nulla l’arte contemporanea che rifugge dalla rappresentazione della figura e fa l’occhiolino ad una presunta visione fantastica di chi guarda, superando lo stesso intento dell’artista che produce.
 
Davvero è arte quella che tale viene definita e sostenuta dal merchandising? Il mercato, che a ventanni scopre le cartoline e i murales del giovane Basquiat, lo inneggia, lo eleva al rango di profeta di un nuovo modo, anticonformista, di essere dell’arte ‘vicina’ alle pulsioni di quel momento, alla necessità di superficialmente scoprire la cultura dei neri fino a quel momento semplicemente osteggiata, marginalizzata.
 
Investe Jean-Michel di migliaia, di centinaia di migliaia di sonanti dollari, lo porta all’onore dei principali luoghi dell’arte, dei ricevimenti, di quel mondo dove prima di tutto, ‘gira’ il dio verde, il dollaro. Le opere del giovane nero, s’inseriscono nell’organizzazione dei mercanti d’arte bianchi ruotando tra parole, simboli e immagini, muovono nel suggestivo mondo del graffitismo, sono il viatico per apparentemente superare le ‘vergognose’ pulsioni schiaviste dei bianchi verso gli afroamericani. Inevitabilmente, inesorabilmente, Neri!
 
Dell’eccentricità. Basquiat dorme sulle sue opere. Traccia sulle tele numeri di telefono degli amici. Cammina sulle sue opere. Nel suo studio circolano droghe di tutti i tipi, musica jazz a tutto volume, proprio come piace all’America dell’avanguardia di quegli anni attizzando anche i ricchi signori progressisti radical chic.
 
Lui arriva a produrre un quadro al giorno e New York, “quella” New York arriva a pagarli fino a diecimila dollari sonanti. Storia, medicina, musica, riti vudu, immagini televisive, eroi dei fumetti, protagonisti dello sport, frammenti dalla Bibbia, il tutto accompagnato da parole, frasi anche senza un senso, diventano una miscellanea che sembra irresistibile.
 
Regalità, eroismo, la strada sono i temi preferiti, accompagnati da figure scheletriche, mostruose, spesso scomposte. Sgocciolamenti, scomposizione disordinata delle tele, utilizzo di materiali di risulta. Denuncia delle ingiustizie e dei soprusi subiti dalle persone di colore, nella storia e nel presente.
 
Perché questa, alla fine, è la realtà del mondo occidentale dominato dalla cultura xenofoba dei bianchi. Ignora la cultura (spesso grande) dei diversi se non per considerarla fenomeno da baraccone. La nostra, ribatte Basquiat, è cultura dei Re. E la cultura dei mercanti dell’arte sostiene, ascolta, ribalta. In nome del grande dio, unico vero Re, il dollaro. Nel nome del quale la cultura dei bianchi è disposta anche a ricoprirne d’oro gli esponenti della cultura altra, all’interno dei circhi appositamente creati salvo poi negare agli stessi protagonisti, ai Neri, anche solo un passaggio in taxi.
 
Basquiat proveniva da una buona famiglia borghese di origine haitiano-dominicana ed era cresciuto in un contesto culturale di rilievo che lo aveva portato a considerare come grande e rilevante la cultura della sua terra e dei suoi antenati. Per questo le sue opere rappresentavano forme di rivendicazione di quella cultura e contemporaneamente rivolta degli schiavi contro l’oppressione bianca.
 
Lotta difficile che imporrebbe una forza d’animo, una convinzione che al giovane Jean-Michel mancava e quanto gli serviva per sostenersi, l’eroina gentilmente offerta dal mondo dei bianchi, alla fine lo ha mangiato. Era il 1988. Al mercato dell’arte governato dai bianchi serviva l’artista maledetto, alternativo, ammirato ed osannato ma abbandonato al suo declino, mai emulato. Un quadro acquistato lava la coscienza, poi la vita prosegue uguale e quel nero che sulla strada cerca di fermare il taxi, vada pure a piedi alla prima stazione underground! Del suo messaggio di uguaglianza e di ribellione ora ci restano le mostre dei suoi folli quadri. Infantili, come definiti da alcuni critici, In ogni caso valorizzati dal marketing ancora a suon di dollari. R.I.P. sereno, nero Basquiat, artista maledetto sepolto e dimenticato a 28 anni.

Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino chiude i battenti a Palazzo Farnese ma resta in Duomo

Apparizione di Cristo alla madre

E giunse alfin l’ultima occasione per visitare a Palazzo Farnese le venti opere esposte di Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino per via di un forte strabismo rilevato sin da piccino. Domenica, 4 giugno. Tra sacro e profano. Perché nelle opere di questo artista, vissuto tra il 1591 e il 1666, spesso si evidenzia una sottile critica verso la Chiesa dell’opulenza che sempre più pare allontanarsi dalla purezza francescana.  Significativa in tal senso l’opera ‘Apparizione di Cristo alla madre‘ nella quale il Messia, pur avvolto nella consueta bellezza che caratterizza il messaggio mistico e religioso, viene presentato con piedi storpi e sporchi.

Et in Arcadia Ego

Di grande interesse e significato il dipinto ‘Et in Arcadia Ego‘: anche laddove l’uomo raggiunge quella terra dove entra in simbiosi con la natura e vive in conseguente serenità, anche in quella terra la Morte è presente, lasciando stupiti ed esterefatti i due pastori immortalati dal Guercino. Altrettanto suggestiva ‘La morte di Cleopatra‘ che, come sappiamo, piuttosto che vendersi ai romani preferisce immolarsi al morso della vipera. Un dipinto caratterizzato dalla sofferenza rappresentata dalla bocca semiaperta della regina ma soprattutto dalle tende laterali che si aprono come si mostra il palco, rappresentazione della visione teatrale dell’artista.

La morte di Cleopatra

Ancora meritevole di citazione ‘Susanna e i due vecchioni’, tela criticata per eccesso di ‘dolcezza’ rappresentativa ma che pure invece colpisce per il netto rifiuto della Santa rispetto ad esempio alla falsa accusa di tradimento insinuata dal vecchio con quel dito puntato rivolto ad una presunta scabrosa situazione.

Susanna e i vecchioni

La mostra, che ha richiesto due anni di lavori per gli allestimenti, un costo superiore ai 400mila euro ma ha avuto oltre 100mila visitatori (numeri decisamente inconsueti per una città caratterizzata da una Municipalità priva delle risorse e delle sensibilità per organizzare eventi artistici di simile portata), oltrechè dall’esposizione in Palazzo Farnese, si completa con l’installazione nel Duomo che consente di salire fino alla cupola e, in questo caso, la visita può essere effettuata fino al 4 luglio.

La cupola del Duomo

Chiamato il 12 maggio del 1626 dal vescovo a continuare gli affreschi della cupola del Duomo rimasti interrotti per la morte del Morazzone, l’artista concluse l’opera nel 1627: nel catino della cupola, diviso in otto comparti, aggiunse ai due del Morazzone altri sei Profeti, decorando le lunette sottostanti le vele con scene del Nuovo Testamento e sotto queste, un fregio di putti: le difficoltà tecniche di dover dipingere rapidamente in affresco e in forte scorcio furono da lui superate utilizzando numerosi e meticolosi disegni, guadagnandosi la lode dello storico Lanzi

La cupola vista dal livello di fondo

Un percorso veramente suggestivo che, in alcuni punti, garantisce una vista imperaggiabile sulla città magari avvolta nelle luci delle serate estive con la gente che invade la sottostante piazza e la commerciale via XX settembre e, come si diceva, tutto questo ha garantito numeri da capogiro portando addirittura all’esaurimento del catalogo riducendo inevitabilmente la potenzialità del bookshop. Ma nessun timore: dal 10 giugno l’opera sarà ristampata!

Le scale a chiocciola che portano alla cupola del Duomo

Ultima, suggestiva, annotazione il percorso da seguire per la salita: strettissimi cunicoli, antichi scalini a diverse dimensioni, scale a chiocciola, il tutto con rischio claustrofobia (per chi ne soffre è vietato l’accesso, non solo sconsigliato). Un’esperienza comunque impareggiabile arricchita dalle viste dall’alto, da un punto di vista assolutamente inconsueto e qualcuno scopre di soffrire di vertigini o di vuoto allo stomaco tantochè rinuncia all’ultima tappa, quando s’arriva ad un passo dalla cupola, appunto. Ma il rischio val bene la pena per un’esperienza probabilmente irripetibile. Eppoi … se c’è riuscito il Guercino a salire lassù, con le impalcature come potevano essere all’epoca dei fatti, il 1600 circa, potremo ben riuscirci anche noi e, alla peggio, che la pietosa Madonna preghi per noi.

Piacenza: arrestati i presidenti della Ricci Oddi e della Banca di Piacenza!

Appena in tempo! Sei Carabinieri in altra uniforme sono arrivati ed hanno provveduto all’arresto, ultimo disperato tentativo di evitare la chiusura della mostra in corso a Palazzo Galli, in via Mazzini a Piacenza. Una chiusura prevista per domenica 4 giugno riportando in deposito, fuori dalla possibilità di ammirarle, le stupende opere che non trovano spazio nelle pareti della Galleria d’arte Ricci Oddi.

La disfatta della Compagnia del Conte Lando, olio su tela (bozzetto) di Massimo D’Azeglio

Francamente l’attesa era di un incontro con opere, proprio perchè conservate nei depositi della Galleria, diciamo ‘minori‘, non degne di prendere il posto, nemmeno temporaneamente, delle ‘opere prime‘ ammirabili in via San Siro. Mai riflessione si rivelò più errata!

Tempo piovoso, olio su tela di Attilio Pratella

Stupefacente il ‘cast’ degli artisti che si scopre patrimonio della Galleria e che da anni e anni restano chiusi con le loro opere nei sotterranei: da Hayez a Fattori, da Fontanesi a Bruzzi, da Ghittoni a Banti, da Borrani a Michetti, per tacer dei più. In altre parole, una mostra imperdibile e un atto di accusa alla Municipalità incapace oggi come ieri (e si teme domani) di trovare spazi adeguati alla Galleria.

La Serra d’Ivrea veduta dalle Prealpi di Brosso (Canavese), olio su tela di Marco Calderini

Un sincero grazie, dunque, al Direttore della Galleria Maria Grazia Cacopardi e al Presidente del comitato esecutivo della Banca di Piacenza (il Nobil Homo Corrado Sforza Fogliani) per la meritoria iniziativa che purtroppo e nostro malgrado in prossimità della chiusura ci hanno costretto alla denuncia attivando l’azione dei militi dell’Arma ma del resto era doveroso il tentativo di intervento per evitare la follia del ritorno delle opere all’oblio!

Il dispaccio del 9 gennaio 1878, carboncino su carta, di Odoardo Borrani

Non resta che augurarci che la mostra, comunque, anche qualora fallisse il disperato tentativo di evitarne la chiusura, sia stata strumento di sensibilizzazione dell’arcigna Municipalità, delle istituzioni tutte, dell’opinione pubblica e di chiunque altro ne abbia la possibilità, per superare il problema degli spazi dell’arte che, ricordiamolo, dona pace e salute all’anima.

Pastorella con pecore, olio su tela di Stefano Bruzzi

“Quando Napo passò da Firenze”: sensazionali scoperte visitando il museo napoleonico a Roma

Del museo napoleonico in Roma sapevo nulla fin quando, la sera prima nella stanza d’albergo, cercando in internet il tracciato per arrivare al Chiostro del Bramante, ecco la scoperta che il bus utile ferma proprio a pochi passi da piazza di Ponte Umberto I, appunto la sede del museo. Diversi i motivi di curiosità e di stupore. Intanto di fronte all’incisione di Alexandre Vincent Sixdeniers che ritrae il Bonaparte imperatore in tranquilla lettura con la figlioletta dormiente. Alla fine della visita, acquistando la Guida realizzata dalla municipalità, con grande sorpresa leggo che l’opera ha titolo “Napoleone I nel suo studio con il figlio“! Parbleu, ma come conciavano i loro figli maschi i francesi? Quel figlio con quei boccoli sembra paro paro quella figlia che il Bonaparte universalmente noto non ha mai avuto nè dalla prima moglie, Giuseppina vedova Beauharnais, nè dalla seconda, Maria Luisa d’Austria. Quel figlio così effemminato in realtà è l’unico figlio del grande condottiero e imperatore: Napoleone Francesco Carlo Giuseppe, nato nel 1811, morto nel 1832, Re di Roma, principe di Parma, duca di Reichstadt.

Ma le sorprese non sono certo finite: intanto la visita è stata un’ottima occasione per misurare il livello della mia grassa ignoranza sulle vicende del più noto francese del mondo intero (forse Asterix ed Obelix esclusi ma quelli, a ben vedere, eran Galli, non ancora figli di Francia). Intanto: ho preso atto che al tempo non esisteva televisione (questo lo sapevo) e dunque si poneva il problema di come passare la sera e la notte intera. Forse con qualche ‘buco’ anche di giorno. Così il capostipite della famiglia bonapartiana, Carlo, ha avuto un’idea meravigliosa ed ha ben impiegato il tempo suo e della consorte Letizia Ramolino tra le lenzuola di casa.

Certo che, vista ormai giunta alla nonnitudine come nell’acquerello realizzato dalla nipote Carlotta, risulta difficile intuirne l’attrazione tanto da far pensare che il Carletto optasse per la soluzione post candela spenta. Comunque sia sta di fatto che la coppia s’è data da fare e la Letizia ha invaso il mondo con ben cinque piccoli napoleoncini e tre napoleoncine. E tutti/tutte o quasi si son dati e date da fare per occupare produttivamente le ore che altri dedicavano al sonno. Se l’imperatore contribuisce alla nonnitudine del Carletto e della Letizia con un solo nipotino, complessivamente arriviamo a 23 tra bonapartini e bonapartine. Tutti e tutte da collocare e, alla fine, tutti e tutte ottimamente collocati su diverse ricche poltrone della nostra beneamata Europa ovvero andate spose a nobili di gran rango.

Nell’immagine la regina Giulia Clary, moglie di Giuseppe Bonaparte (fratello di ‘Napo’), con le due figlie Carlotta e Zenaide

Insomma, una visita utilissima per superare la mia già detta grassa ignoranza e soprattutto per capire la motivazione del tanto agitarsi e del tanto conquistare del Napoleone soprannominato ‘Napo il pugnace‘: con tutti quei cuginetti da piazzare e da accasare doveva appunto darsi da fare. Purtroppo, per malasorte, pare che anche a lui qualcuno, forse quando Napo era di passaggio a Firenze e, si mormora, stesse dando un’occhiata alla pianta organica di tal Banca Etruria, quel messer qualcuno gli abbia detto “vai e stai sereno” indirizzandolo sulla via per Waterloo. 

“Ambarabà Ciccì Coccò, tre civette sul comò”, l’ambiguità tra amore e terrore in mostra a Roma

CivettArte, tecnica mista su carta di Lucio Trojano

Un’interessante e curiosa mostra purtroppo conclusa nella Casetta delle civette di Villa Torlonia a Roma dedicata al misterioso rapace notturno e inevitabilmente alla famosa filastrocca per bambini con diversi artisti a sbizzarrirsi per rendere omaggio a lei, la regina della notte, la civetta.

Athene noctua (particolare), gesso bianco lucido di Raffaele Della Rovere

Rapace, con gli occhi di luce sparati nel buio, accompagna i sogni, talvolta facendosi protagonista dei nostri incubi, del terrore verso l’ignoto che proprio il buio produce, talaltra volta riempiendo di desiderio il rigirarsi tra le lenzuola nel letto.

Particolare dell’ingresso della Casina delle civette, a Roma, all’interno del parco di Villa Torlonia

Ma qual’è il significato dell’allegra filastrocca? Solo un innocuo gioco di parole senza senso per bambini, secondo alcuni. Tutt’altra storia, per altri: le civette sono uccelli (simbolo fallico per eccellenza) e Ambarabà Ciccì e Coccò sarebbero in realtà i nomi di tre amanti che la figlia del dottore tiene a disposizione sul comò in attesa di chiamata (magari telefonica) ovviamente notturna. All’insaputa del padre, il dottore, che purtroppo una sera rientra anticipatamente dall’ultima visita e ahimè trova la figlia a letto con i tre satiri. Inevitabile il colpo al cuore!

E appunto, “il dottore s’ammalò“.

La civetta e il topolino, cartapesta, opera di Ezio Flammia

Oggi, Santo Stefano, si ricorda il primo martire cristiano

E’ stato lo Stato italiano, nel 1947, a decidere di rendere festivo il giorno dopo Natale, mentre prima era un giorno normale lavorativo: la Chiesa ricorda Santo Stefano, santo molto significativo e di modello per i fedeli, nel mondo cattolico, ma il 26 dicembre sarebbe stato ugualmente festivo, anche se vi fosse caduta un’altra festa, proprio per allungare le festività natalizie e per solennizzare ancora di più la nascita del Salvatore.
Il giorno di S. Stefano è festeggiato pure in Austria, Germania, Irlanda, Danimarca, Catalogna, Croazia e Romania. 
Quindi il giorno festivo non è causato dalla ricorrenza del Santo, pur esponente importante dei Santi della Chiesa, ma esiste allo scopo di allungare le feste di Natale, come ad esempio il lunedì dell’Angelo, ossia la Pasquetta, che è stata stabilita per lo stesso motivo.
Entrambe le date non sono feste di precetto, ma sono state stabilite dallo Stato, per rendere più solenni e fruibili le feste di Natale e Pasqua.

Santo Stefano era ebreo di nascita, venerato come santo dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa ortodossa, è il protomartire cristiano cioè il primo ad aver dato la vita per testimoniare la propria fede in Cristo e per la diffusione del Vangelo.
Il 26 dicembre si festeggia come il Natale in casa in famiglia, con i classici pranzi “di Natale”, caratteristici e diversi in ogni regione; alcuni comuni organizzano dei concerti con canti propri del Natale, manifestazioni per bambini, e pranzi della solidarietà.
Buon Santo Stefano a tutti!

Ulisse Sartini a Piacenza con “L’ultima cena”, la bellissima Salomè e il mystero degli embiocosmi

Ulisse Sartini con la sua opera L’ultima cena (Foto di Nicola Allegri)

Ulisse Sartini, pittore dei Papi, espone a Piacenza in via Chiapponi da Biffi Arte con in grande evidenza il suo ‘L’ultima cena‘. Definito uno dei grandi ritrattisti internazionali effettivamente diverse sue opere sono omaggio ai grandi. Riconosciamo Pier Paolo Pasolini ma anche Papa Giovanni Paolo II e, così, ha saputo crearsi uno spazio praticamente esclusivo grazie ai richiami ai pittori del cinquecento e del seicento dei quali riporta l’arte e lo stile nel nostro secolo.

15590079_10211884028036528_8381311008248006145_nAngeli, Santi, donne in posa statuaria, temi religiosi e richiami mitologici. Si ammira una splendida Salomè ma quello che colpisce e rende unica l’opera di Sartini sono sicuramente gli embiocosmi. Praticamente porte dimensionali che ci permettono di trascendere dalla realtà lasciandoci intuire il collegamento con il mondo oltre.

Fatto che sicuramente eleva l’opera dell’artista determinandone un’oggettiva originalità. Tuttavia lo stile figurativo troppo simile alla freddezza della perfezione fotografica non fa amare l’opera nel suo complesso.

Del resto, anche nel dipinto principe, quell’Ultima Cena, strappano sorrisi i capelli talmente perfetti da far immaginare con assoluta certezza che tutti, da Gesù a Giuda che volge lo sguardo altrove, al cagnolino che rivendica avanzi, tutti sono appena usciti dal salone di bellezza di un parrucchiere per la gente dell’alta moda, di quel bel mondo dove stanno gli Agnelli, gli Elkian, i Berlusconi (sicuramente non i Gesù e gli apostoli).

Tutta quella gente insomma che può permettersi il costo dei quadri del settantaduenne Sartini. In ogni caso, sorrisi o meno, una visita in via Chiapponi val bene il tempo dedicato. Fino al 15 gennaio. Senza trascurare l’acquisto della monografia dedicata al quadro principale della mostra.

Piacenza: “Gli angeli del Duomo”, visita guidata domani, sabato 17 dicembre

NATALE IN ARTE 2016

Domani, sabato 17 dicembre 2016 alle ore 16 in Cattedrale a Piacenza

Gli Angeli

Visita guidata tematica a cura di Susanna Pighi

Nell’ambito dell’iniziativa Natale in arte promossa dalla rete dei musei di Piacenza, si svolgerà domani pomeriggio alle ore 16 una visita guidata a cura dell’Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici e di Kronos – Museo della Cattedrale.

I partecipanti saranno condotti alla scoperta degli Angeli raffigurati nelle opere più significative di Cattedrale e Museo annesso.

Ritrovo alle ore 16 sul sagrato. Partecipazione gratuita.