I castelli di Alberto Pasini a Mamiano di Traversetolo (PR), in mostra fino al 1° luglio

Castello di Gropparello nel piacentino, litografia di Alberto Pasini

Gradevolissima sorpresa a Mamiano di Traversetolo, visitando la mostra “Pasini e l’Oriente (luci e colori di terre lontane)”: la prima sala propone una serie di litografie che rappresentano castelli del piacentino, del parmense, della lunigiana.

Castello di Rivalta (presso Rivergaro, nel piacentino), litografia di Alberto Pasini

All’età di due anni l’artista, nato a Busseto, perse il padre Giuseppe, e la madre Adelaide Crotti Balestra lo portò a Parma, nella casa dello zio Antonio Pasini, pittore e collaboratore di Giovanni Bodoni. A 17 anni si iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Parma, scegliendo la sezione paesaggio. Fu poi indirizzato alla litografia dal direttore dell’accademia, l’incisore Paolo Toschi. Tra i suoi primi lavori una serie di trenta litografie sui castelli del ducato di Parma e Piacenza (1850-51) che appunto possiamo ammirare fino al 1° luglio alla mostra dedicata al pittore proposta nella villa Magnani.

Castello di Momeliano nel piacentino, litografia di Alberto Pasini

Alberto prese parte alla prima guerra d’indipendenza come milite della colonna di Modena e questo lo costrinse a rifugiarsi nel 1851 a Parigi, dove fu indirizzato dal Toschi allo studio di Henriquel Dupont, che lo presentò al celebre acquarellista e incisore Eugène Cicéri. Nel 1854 passò nello studio di Théodore Chassériau, che valorizzò in lui la propensione per la pittura ad olio e lo iniziò all’orientalismo. Ma, di questo, parleremo in un post a seguire limitandoci per ora ai castelli e in particolare a quelli piacentini.

Castello di Mulazzo e torre di Dante (in Lunigiana), litografia di Alberto Pasini

 

Piacenza: Santa Maria di Campagna, le crociate, gli ovali di Gaspare Landi, il Pordenone della disputa di Santa Caterina d’Alessandria

Altre curiosità in occasione della ‘salita al Pordenone’ in Santa Maria di Campagna: nella sagrestia ci sono sei ovali datati 1680, opera del pittore Gaspare Landi (1756-1830) Questi quadretti raffigurano alcuni santi francescani a mezzobusto visti di profilo o di trequarti, a partire da Santa Chiara d’Assisi (fondatrice con San Francesco del II° Ordine francescano).

Scrive lo scrittore e storico Luciano Scarabelli che “Il giovane  Landi non aveva visto ancora nessuna scuola, se non quella che s’era fatta da sé provandosi a copiare i dipinti delle cupole del Duomo e di Campagna”. Un giorno venuto a rissa, per motivo galante, con un altro, Gaspare fu messo in prigione. Dopo uscito dal carcere si raccomandò ai francescani di Santa Maria di Campagna, nei quali, in ricambio del cibo che gli presentavano, faceva dipinti nel Chiostro ed eseguiva loro anche alcuni quadretti ovali che si trovano appunto nella Sacrestia del tempio.

Santa Maria di Campagna è storicamente legato ad un momento cruciale nella rinascita dell’Occidente cristiano: il Concilio del 1095, che diede origine al movimento delle Crociate. A quell’epoca in quest’area, benché si trovasse fuori dalle mura cittadine, esisteva un santuario dedicato alla Madonna e detto di “Campagnola”. Il luogo era inoltre passaggio obbligato per i pellegrini in viaggio verso la Terra Santa o verso Roma e rivestiva dunque un chiaro significato simbolico nell’ottica di chi, come lo stesso papa Urbano II che aveva voluto il Concilio, pensava a riunire la cristianità nella grande impresa della riconquista dei luoghi santi.

Giovanni Antonio de’ Sacchis detto il Pordenone, Disputa di santa Caterina (1531-1532 circa; affresco; Piacenza, Basilica di Santa Maria di Campagna)

Da ammirare infine l’affresco sempre del Pordenone (realizzato successivamente agli affreschi della cupola) dedicato a Santa Caterina d’Alessandria: nel 305 fu proclamato governatore di Egitto e Siria Massimino Daia che in occasione della sua nomina fece organizzare grandi festeggiamenti, nei quali si prevedevano sacrifici animali in tutte le città confinanti in onore degli Dèi pagani. Durante queste celebrazioni, la giovane Caterina si presentò nel palazzo del governatore con l’intento di interrompere queste pratiche crudeli e selvagge, chiedendo a tutti di abbandonare il paganesimo in favore del Cristianesimo. Il Governatore, colpito dalla retorica della ragazza ma anche dalla sua bellezza, non si adirò ma decise di chiamare una schiera di dotti retori affinchè le facessero cambiare idea. Caterina ebbe tanta loquacità da riuscire a persuadere persino questi uomini e questa volta l’affronto subìto da Massimino fu talmente grande da non poter lasciar correre, facendo bruciare vivi tutti i suoi letterati. In seguito, come ultima speranza per la fanciulla, le propose di sposarlo per aver salva la vita, ma ella rifiutò categoricamente, causando l’ira del Governatore che la condannò al martirio. L’atrocità consisteva in un macchinario che tramite una ruota dentata avrebbe dilaniato il suo corpo, ma non appena questo sfiorò la fanciulla, si ruppe in mille pezzi, sotto lo sguardo stupito di tutti. A quel punto, il furibondo Massimino si vide costretto ad ucciderla in una maniera più diretta, facendola decapitare sul posto.

La ‘salita al Pordenone’ ovvero alla cupola di Santa Maria di Campagna: curiosità e straordinarietà.

La straordinarietà di salire fino alla cupola di Santa Maria di Campagna per ammirare le opere del Pordenone? Appunto la salita, il ritrovarsi in un punto del mondo dove mai avresti pensato di arrivare.

Punto di vista inconsueto. Per ammirare l’arte, per uno sguardo immancabile sulla città, sulle boschine dell’argine andando oltre con la fantasia, fino all’acque del Grande Placido Fiume, caratteristica di questa nostra città padana troppo spesso ignorato e trascurato.

L’arte, si diceva, con una curiosità: l’artista non concluse l’opera, chiamato altrove per altre commissioni. Promise di tornare ma alla fine fu necessario assoldare un altro artista. Chissà se il Pordenone venne interamente liquidato del pattuito?

In conclusione un’iniziativa voluta dalla locale Banca di Piacenza di grandi emozioni. A partire dal percorso assolutamente unico. Appunto la salita passando letteralmente attraverso le viscere della chiesa, salendo lungo scale che mai avremmo pensato di poter nemmeno immaginare. Insomma, un’esperienza imperdibile per gli amanti dell’arte e per chi vuole conoscere un’inusuale aspetto della città.

 

“Genovesino e Piacenza”, opere di Luigi Miradori detto Genovesino in mostra a Palazzo Galli

Suonatrice di liuto, opera di Luigi Miradori detto il Genovesino

Luigi Miradori, nato a Genova nel 1605 circa, fu profondamente ispirato dai tanti artisti che lavoravano per il santuario di Santa Maria di Campagna e per questo, in occasione dell’iniziativa promossa dalla Banca di Piacenza con la salita alla cupola del santuario piacentino con la possibilità di ammirare letteralmente ad un palmo dal naso i dipinti del Pordenone, contemporaneamente e con lo stesso biglietto è possibile visitare a Palazzo Galli una mostra con le opere del Genovesino.

Adorazione dei Magi, opera di Luigi Miradori detto il Genovesino

In tutta franchezza l’arte del ‘600 non mi ha mai interessato più di tanto. A parte la tecnica il riferimento quasi esclusivamente religioso di regola mi allontana dalle mostre dedicate al periodo ma, lo devo riconoscere, una visita a Palazzo Galli vale la pena e in particolare mi ha convinto la stupenda ‘ suonatrice di violino’.

Sacra Famiglia, opera di Luigi Miradori detto il Genovesino

Una curiosità: l’artista fu a Piacenza dal 1632 al 1636 cirva, dove tra l’altro nacquero tre suoi figli. Molto scarsa invece la fortuna artistica tanto da spingerlo a supplicare, con una lettera indirizzata alla contessa  Margherita de’ Medici e riprodotta in mostra di “poter levarsi da questa città con le sue poche robbe [e] andare in altre parti a procacciarsi la sua ventura”.  Concessa la ‘liberatoria’, dopo qualche anno approda a Cremona dove rggiunge il riconoscimento di Maestro d’arte e, a quel punto, sono diverse le opere ispirate dall’esperienza piacentina, spesso commissionate proprio dai nobili della città emiliana. Da qui il titolo della mostra che specifica “Genovesino E Piacenza” sostituendo appunto la A con la E.

Villanella che munge una mucca, opera di Luigi Miradori detto il Genovesino

 

“Francesco Ghittoni, inediti e disegni della collezione Banca di Piacenza”, in mostra a Palazzo Galli fino al 10 giugno 2018

Sori vista da Sant’Apollinare, olio su tela di Francesco Ghittoni

Il mecenatismo della Banca di Piacenza è ormai noto e anche in questo caso ci delizia con alcune opere del Maestro Francesco Ghittoni e con una serie di disegni di recente acquisizione al patrimonio dell’istituto di credito evitandone così la dispersione.

Faccende domestiche, olio su tela di Francesco Ghittoni

E, possiamo dire, per fortuna c’è la banca, attivissima nel campo della cultura e dell’arte, tanto da ‘coprire’ l’inattività delle amministrazioni comunali piacentine: si trattasse di centrosinistra ovvero di centrodestra, l’importante negli ultimi anni pare sia stata proprio la logica di tagliare le iniziative culturali arrivando addirittura a rendere necessarie per mancanza di fondi adeguati qualche chiusura estemporanea della Galleria d’arte Ricci Oddi.

Paesaggio con pittore (dettaglio), olio su tela di Francesco Ghittoni

Nato a Rizzolo (Pc) nel 1855, ha frequentato l’istituto d’arte Gazzola caratterizzandosi come pittore realista. Tra i suoi soggetti preferiti lla vita dei lavoratori rurali, ma anche ritratti, soggetti sacri e, in età avanzata, paesaggi.

Deposizione di un martire, olio su tela di Francesco Ghittoni

La mostra, va ricordato, è organizzata in contemporanea ad altra mostra con opere di Luigi Miradori detto il Genovesino (sempre nella stessa location di Palazzo Galli) e con la salita alla cupola di Santa Maria di Campagna dove si possono ammirare letteralmente ad un palmo di naso i dipinti del Pordenone. Iniziativa sicuramente encomiabile ma con una domanda inevitabile: perché non prevedere accessi (e biglietti) separati?

Specchiera, opera di Francesco Ghittoni

Lupo Alberto, Cattivik, Dylan Dog e Capitan America a passeggio in piazza Cavalli

Ed ecco in archivio una bella edizione di Piacenza Comics, manifestazione che ha vivacizzato il centro città tra sabato e domenica anche grazie alla splendida giornata di sole.

Così ecco la consueta mostra nella suggestiva cornice della chiesa del Carmelo in via Nova con in primo piano il Lupo Alberto di Silver e l’indimenticato Cattivik.

Per il resto ancora mostre (in particolare con le illustrazioni di Genzianella, disegnatore di Dampyr) e mercatino in piazza Borgo per concludere con i cosplayer che hanno animato piazza Cavalli dove è stato possibile ammirare da Capitan America a Dylan Dog (presente Gianni Freghieri).

Ovviamente senza dimenticare, da bravo padre orgoglione per gli sviluppi della carriera fumettara del figlio, la presenza di Edoardo all’incontro organizzato con i fumettisti piacentini.

Già presente all’edizione 2016 grazie alla realizzazione delle tavole di introduzione alle puntate dello sceneggiato ‘Nero’ realizzato per TeleLibertà (e successivamente premiato a Roma), nell’estate 2017 è uscito nelle librerie per Bonelli editore il cartonato Gregory Hunter al quale Edoardo ha contribuito con la colorazione. A fine anno dovrebbe finalmente veder la luce il primo fumetto tutto Edoardiano, ‘Freccia’, dal disegno alla sceneggiatura, alla colorazione. Per concludere con un nuovo fumetto bonelliano che dovrebbe uscire in occasione di Lucca Comics e al quale Edoardo contribuisce insieme all’amico e collega Mariano De Biase con la colorazione.

Calato dunque il sipario sulla quinta edizione resta il ricordo di un’affermazione letta su un quotidiano on line ovviamente locale: Piacenza si candida a livello di Lucca Comics. Beh, sinceramente questo sembrerebbe un pò azzardato partendo da una considerazione: a parte le dimensioni e il numero degli stand presenti, a Lucca tutto risulta molto più ‘concentrato’, lungo un percorso che costituisce un ‘unicum‘. A Piacenza tra una location e l’altra restano ancora troppe strade vuote. In ogni caso, con i suoi limiti, una bella edizione con molti ringraziamenti agli organizzatori di ‘Ora pro Comics‘.

“Arte in Bottega” ha presentato nel Borgo di Diara “Io e te”, esposizione delle opere di MariaGrazia Calamita e Pietro Zangrandi

Diara: l’inaugurazione della mostra “io e te”. Nella foto Maria Grazia Calamita (con la giacchetta rossa), Pietro Zangrandi, il Sindaco di Rivergaro Andrea Albasi, l’assessore alla cultura Elisa Molinari, l’oratore Emilio Gazzola

Interessante inaugurazione nel piccolo Borgo di Diara (sostanzialmente un quartiere all’inizio di Rivergaro provenendo da Piacenza), in via Soprarivo 22, di un luogo destinato ad ospitare iniziative culturali e divulgative da parte degli artisti locali (che, come ci mostrerà il futuro prossimo venturo, sembra siano diversi con espressioni artistiche altrettanto diverse ma appunto di questo ne parleremo alla prossima occasione d’incontro d’arte).

Il mercato di Rivergaro, opera di Pietro Zangrandi

In pratica la bottega alimentare un tempo gestita dai genitori di Pietro Zangrandi è stata riadattata, in collaborazione con l’Amministrazione Comunale, a laboratorio artistico che appunto potrà ospitare diverse iniziative ed essere punto di riferimento per far conoscere l’estro degli artisti rivergaresi e non solo.

Gli animali di Maria Grazia Calamita

Ad iniziare i ‘padroni di casa’, appunto Pietro Zangrandi e Maria Grazia Calamita con la mostra “Io e te” con da un lato le opere di Pietro, dipinti ambientati in particolare proprio nella sua Rivergaro.

Opera di Pietro Zangrandi

A completare ecco le opere invece di Maria Grazia con in evidenza i ‘suoi’ animali, cani, gatti, gufi da soli o che accompagnano personaggi dei nostri tempi, dal Papa affiancato ad un lupo cecoslovacco al televisivo Don Matteo con tanto di inseparabile bicicletta e appunto lo stesso lupo dall’immacolato pelo bianco forse a rappresentare la forza, la generosità e la purezza che riscontriamo nel credo religioso dove correttamente interpretato.

Opera di Maria Grazia Calamita

Tra i numerosi presenti, il Sindaco Andrea Albasi al quale è stato affidato il simbolico taglio del nastro, l’assessore alla cultura Elisa Molinari ed Emilio ‘Milietto’ Gazzola, già barbiere con la bottega in piazza a Rivergaro, che dopo la preghiera del parroco, ha ripercorso con un breve discorso la storia della Diara che fu, quando appunto funzionava la bottega alimentare della famiglia Zangrandi.

Opera di Pietro Zangrandi

Ultimo appunto utile: MariaGrazia è raggiungibile in facebook alla pagina calamita maria grazia artista oppure nel sito web mariagraziacalamita.com. Pietro invece è presente in facebook alla pagina zangrandi pietro mentre il suo sito web è in costruzione. In ogni caso per eventuali informazioni sulla loro arte è possibile telefonare al 3498392965.

Opera di Maria Grazia Calamita

 

 

Piacenza: visita solitaria al Museo del Risorgimento a Palazzo Farnese

Nella primavera del 1862 Giuseppe Garibaldi è a Piacenza, il popolo lo acclama con entusiasmo, tutta la città è in festa.

Nelle elezioni politiche del 1865 vengono eletti diversi rappresentanti del partito garibaldino: a Piacenza Giacinto Carini, generale, amato dal popolo e ritenuto luogotenente di Garibaldi, a Castel San Giovanni Nino Bixio, a Fiorenzuola l’avvocato Antonio Oliva e a Bettola il Conte Carlo Boncompagni.

Nel 1866 molti piacentini partono volontari per la terza guerra d’indipendenza combattuta contro l’Austria; nelle file garibaldine se ne contano almeno quattrocento. Nel tentativo di prendere Roma Garibaldi è sconfitto a Mentana dalle truppe franco-pontificie e anche in questa occasione tra i garibaldini si contano numerosi piacentini, tra cui Tancredi Raffo.

Busto di Giuseppe Mazzini

Nel 1870 il Comitato centrale dell’Alleanza repubblicana cerca di dar vita ad una insurrezione italiana che prenda l’avvio da Piacenza; il moto è fissato per il 22 marzo poi rinviato al 24. I settanta uomini riuniti al Molino degli Orti tentano di entrare nella caserma “Sant’Anna”, ma i soldati riescono a reagire. Con l’insuccesso gli insorti si danno alla fuga, seguono vari arresti, ma al termine del processo tenuto tra il 15 e il 20 dicembre, vengono tutti assolti.

Sono notizie che leggiamo nelle quattro stanze del Museo del Risorgimento allestito a Palazzo Farnese dove si documenta il ruolo della città e delle sue genti nell’epopea risorgimentale. Certo, non troviamo moltissimo materiale. Intanto già alla richiesta di poter salire al piano intramezzo non dico che generiamo stupore ma una ragazza gentilissima deve venire ad aprire la porta chiusa a chiave, tanto pochi sono i visitatori.

Maria Luigia d’Austria, duchessa di Parma, Piacenza e Guastalla

Ancora più deludente l’acquisto del catalogo, realizzato dal Comune di Piacenza nel 1985 grazie al contributo finanziario della Banca di Piacenza e all’impegno dell’allora assessore alla cultura Aldo Lanati e del sindaco Angelo Tansini: nel frattempo sono notevolmente aumentate le acquisizioni grazie a diversi donatori per cui una riedizione illustrata con la riproduzione oltreché dei documenti dei quadri, dei cimeli, delle camice rosse (ma quanto erano piccoli e magri quei ragazzi?) e con un buon supporto storico non guasterebbe certo.

Non si pretende certo che si racconti di Camillo Benso di Cavour che disistimava il Re, considerato donnaiolo a suo parere di gusti di basso profilo (amava la conquista di corporute contadinelle). Non si pretende si parli di Garibaldi quando prometteva  le terre ai contadini siciliani salvo poi, seguendo i voleri dei finanziatori inglesi (che in Sicilia vantavano enormi interessi economici in particolare con riferimento alle attività gestite nel porto di Marsala ), reprimere nel sangue le proteste degli stessi per il mancato mantenimento delle promesse. Non si pretende si racconti della corruzione (antico vezzo italico) a suon di moneta piemontese dei generali borbonici perché non ostacolassero l’avanzata delle giubbe rosse verso la Napoli di Francesco II e nemmeno della successiva repressione da parte delle truppe piemontesi dei resistenti chiamati briganti per giustificarne lo sterminio. Nulla di tutto questo ma un Museo moderno, adeguato ai tempi e che possa coinvolgere o richiamare le nuove generazioni, Museo certo comunque di sicuro interesse (visitare per provare) che tuttavia dovrebbe dar voce a tutte le verità di quell’epoca troppo spesso raccontata con l’enfasi del vincitore tacendo invece gli interessi che hanno mosso e portato ad azioni ben diverse dal trionfalismo dei libri di storia ‘partigiani’. Un suggerimento per l’assessore alla cultura dei giorni nostri.

 

Piacenza: “La nostra Terra”, mostra fotografica a Palazzo Farnese

Un’interessante mostra, a Palazzo Farnese, di ‘scatti fotografici’ di piacentini che illustrano le valli, le genti, i paesi, i mestieri contadini che sopravvivono ai tempi moderni. Ancora, naturalmente, la città con la sua piazza, i fasti dei Farnese, i cavalli, i suoi tetti visti dall’alto.

Una mostra che, secondo qualche commentatore, evidenzierebbe di come “nella sostanza Piacenza sia sostanzialmente capitale della cultura” nonostante la recente trombatura da parte del ministero che, per il 2019, ha preferito e scelto la vicina Parma. Del resto, che dire? Pretendersi guida della cultura nazionale sembra oggettivamente un pò velleitario e non bastano le immagini immortalate di una natura che non abbiamo certo plasmato noi umani, come non basta certo un’estemporanea mostra con le opere del Guercino che ha ‘illuminato’ il 2017. Insomma, bellezze in mostra che è splendido ammirare, ma non esageriamo: di posti belli è pieno il BelPaese per non parlare del mondo intero. La cultura è qualcosa di ben più complesso.

Palazzo Gotico realizzato col Lego, simpatica curiosità in mostra

Senza nulla togliere ai protagonisti delle immagini immortalate che sicuramente con i loro scatti hanno anche fatto cultura, soprattutto quando hanno saputo ‘far parlare’, trasformare in messaggio l’istantanea scattata. Merito loro, organizzati in comitato, non certo della città nel suo complesso e dell’Amministrazione Comunale che, al massimo, concede via patrocinio l’uso gratuito delle stanze ma che non si evidenzia presente in fase di promozione di queste iniziative e soprattutto dell’ essere fotografo, produttore d’arte.

Una parete con alcune delle 260 immagini in mostra (foto quotidiano Libertà)

Insomma, iniziativa in autogestione da parte del Comitato ‘Piacenza e le sue Valli‘ costituito dai fotografi che si sono conosciuti attraverso i social come ad esempio il gruppo in facebook, promosso dall’amico Claudio Rancati, “Fotografi per Piacenza“. A presiedere il Comitato Anita Santelli, grafica pubblicitaria, che si è avvalsa della collaborazione in particolare proprio di Rancati e di Giacomo Turco. Gli altri fotografi  con le opere in esposizione sono: Fabio Rotondale, Fausto Bessi, Gian Francesco Tiramani, Giovanni Cordera, Graziella Marincola, Luigi Ziotti, Mario Cadeddu, Mario Carminati, Mirco Bruzzone, Renzo Oroboncoidi, Roberto Salini, Sergio Azzaretti, Sergio Efosi. Purtroppo con il sopraggiungere della sera la mostra chiude e, per ammirare le tante immagini delle nostre stupende valli non resta che ‘navigare’ in internet cercando le pagine dei fotografi protagonisti oppure, naturalmente, attendere la prossima mostra possibilmente visitandola prima dell’ultimo giorno d’apertura.

Ultimo appunto, l’aver ammirato l’originale collezione di cartoline antiche raccolte da Paolo Morlacchini, Salvatore Battini, Stefano Beretta e Walter Bosi e, anche in questo caso, l’invito è quello di navigare nei social che, se talvolta fanno danni, per fortuna in qualche caso lasciano posto all’arte.

Piacenza, un’immagine di Palazzo Farnese, sede dei Musei Civici piacentini

 

“Vincenzo Morra, L’ultimo del Macchiaioli”, in mostra fino al 18 marzo presso la Sala degli Amici dell’Arte in via San Siro a Piacenza

 

Le raccoglitrici di noci, olio su tela di Vincenzo Morra

Gli Amici dell’Arte, associazione adiacente alla prestigiosa Galleria Ricci Oddi in via San Siro a Piacenza, ospita fino a domenica un’antologica assai ambiziosa sull’attività di Vincenzo Morra, nato a Piacenza nel 1941 da madre piacentina e padre molisano. Prevalentemente antiquario e restauratore, dal 1960 pittore per diletto per la prima volta espone nella nostra città circa sessanta opere di vario formato, tutte olio su tela.

Carbonai sotto la neve, olio su tela di Vincenzo Morra

Purtroppo non sono reperibili cataloghi o numerose riproduzioni delle opere in internet (salvo accedere al sito realizzato dallo stesso artista), per cui (memo entro il week end) non resta che trovare il tempo per un passaggio in via San Siro per ammirare una pittura che spazia dal ritratto al paesaggio alla natura morta, soprattutto raccontando della terra dove Morra ha vissuto la sua gioventù ovvero l’ambito agreste tra il Molise e l’Abruzzo.

Processione notturna, olio su tela di Vincenzo Morra

Certo un rammarico: sono pochissimi le opere dedicate direttamente al nostro territorio e alle sue genti: sarebbe infatti stato interessante ammirare l’ispirazione che soprattutto le genti, i mestieri, i mercati, gli scorci delle nostre valli o la poesia del Grande Placido Fiume potevano trasmettere all’artista, presente in città dagli anni settanta ad oggi. Ma chissà: potrebbe essere un invito per la prossima mostra. Nell’attesa, resistendo per un attimo al richiamo della Salita al Pordenone in Santa Maria di Campagna, entro domenica tutti in via San Siro.

Aratura in Toscana, olio su tela di Vincenzo Morra