“Sulla scia d’altre opere d’arte anche il dipinto del Castello Farnesiano ha lasciato Piacenza”, intervento di Carmelo Sciascia

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Ci sono state, ci sono e ci saranno sempre delle opere pittoriche che faranno discutere, non tanto per il loro indiscusso e indiscutibile valore estetico ma perché elemento costitutivo, materia prima cui fare scaturire altre opere. Opere diverse, che nulla avranno a che fare con l’arte, saranno storie d’altro genere, appunto. Quadri che costituiranno il canovaccio per altre vicende, storie poco chiare che si tingeranno di giallo. E come tanti libri gialli tratteranno, a volte, anche veri e propri eventi criminali.

 A Piacenza, in epoca a noi lontana, abbiamo avuto il caso della Madonna Sistina del Raffaello, quadro famoso la cui scomparsa non ha generato nessuna storia particolare, ma soltanto una storia dolorosa avendo privato, Piacenza e l’Italia, di uno dei quadri più famosi di tutta la storia dell’arte. Nessun “giallo” tutto trasparente essendo stato, il quadro, semplicemente e legalmente venduto ad un certo Principe, Augusto di Sassonia, nel 1754.  Il quadro da Dresda trasferito a Mosca nel 1945, vi ritornò comunque dieci anni dopo.  Tutto sommato una storia semplice.

Madonna Sistina, opera di Raffello Sanzio

Rimanendo a Piacenza, dobbiamo dire che una storia più complicata l’ha avuta e l’ha ancora il quadro di Klimt, Ritratto di signora. Scomparso dalla Galleria Ricci Oddi nel febbraio del 1997, se ne son perse le tracce. Di tanto in tanto, una nuova pista, lo fa assurgere agli onori della cronaca cittadina (e nazionale) per farlo ritornare, svanite le tracce, qualche giorno dopo, nell’oblio. Ma ancora prima del furto aveva avuto un momento di gloria, quando una studentessa, Claudia Maga, aveva scoperto che il quadro ne celava un altro: un ripensamento dell’Autore che aveva ritoccato un precedente Ritratto realizzato nel 1910, dato per disperso. 

Ritratto di signora, olio su tela di Gustav Klimt

Come la vicenda della Madonna Sistina del Raffaello ci sembra lineare essendosi trattato di una vendita, di cui per altro se ne conosce la collocazione, così la scomparsa del Ritratto di signora di Klimt ci sembra altrettanto lineare: si tratta di un furto di cui, viceversa, non se ne conosce la destinazione. Comunque si giri e si rigiri la frittata, Piacenza ha continuato e continua a perdere pezzi importanti della sua “storia”.

Natività del Caravaggio

Anche il furto della Natività di Caravaggio avvenuto a Palermo il 18 ottobre del 1969 nell’oratorio di San Lorenzo, che diverrà in seguito l’oratorio più famoso di Sicilia, può ritenersi una storia lineare trattandosi di un furto? Come Fëdor Michajlovič Dostoevskij aveva richiamato in alcune sue opere la Madonna Sistina del Raffaello, così Leonardo Sciascia aveva preso ispirazione del furto della Natività del Caravaggio per scrivere “Una storia semplice”.

Con la solo differenza che quest’ultima storia, semplice non lo era affatto!  Diversamente non sarebbe potuto essere visto che la storia tratta di mafia, di droga, di furti di opere d’arte, di poliziotti conniventi e di uno Stato incapace. Tant’è che il regista Salvo Andò, prendendo lo spunto dal furto del quadro del Caravaggio, ci presenta, al cinema in questi giorni, una vicenda che è talmente complicata da non sapere come titolarla, per cui conseguentemente ed in modo del tutto appropriato: “Una storia senza nome”.

Del quadro rubato a Palermo si è detto di tutto e di più. Rubato dalla mafia come merce di scambio nella trattativa Stato-Mafia, secondo Brusca il furto è stato realizzato su commissione dai Corleonesi (Riina). Per altri era stato tenuto dal boss Gaetano Badalamenti, per Spatuzza il quadro venne abbandonato in una stalla dove in seguito venne mangiato dai maiali. Per il giornalista inglese Peter Watson il quadro sarebbe dovuto essere comprato da un mercante la sera del 23 novembre 1980, ma a causa del terremoto l’affare andò a monte.  Il film riprende tutte queste ipotesi e ne aggiunge altre, tanto da realizzare una spy story, dove personaggi reali ed immaginari convivono ed intrecciano legami, si scambiano ruoli. I personaggi ed i loro ruoli potrebbero sembrare un escamotage cinematografica per rendere interessante tutta la storia, peccato, malgrado noi, che di pura fantasia non c’è nulla (o molto poco) perché la realtà spesso la supera, nelle vicende criminali, come negli intrecci politici. 

Torniamo, da dove eravamo partiti, a Piacenza. Anche qui facciamo nuovamente riferimento ad un quadro. Un quadro che non è stato rubato, ma è come lo fosse stato. Nel senso che di proprietà di un istituto bancario cittadino che è stato assorbito da un’altra Banca con sede a Parma ne ha seguito le sorti. La Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza, già denominata Cariparma, dal 2016 diviene Credit Agricole Cariparma S.p.A. Ed è allora che nei locali della sede legale dell’Istituto di credito, gli stessi dal 1860, trova posto il quadro di Bernardino Massari: “La guarnigione austriaca abbandona il castello di Piacenza nel 1848”.

Bernardino Massari, scultore in Piacenza (1827-1913)

Bernardino Massari è stato un pittore dell’ottocento, nato a Piacenza nel 1827, dove muore nel 1913 all’età di 86 anni. Viene ricordato oggi, più che per i suoi meriti artistici, per avere dato lezioni di disegno a Stefano Bruzzi e perché un quadro del Bruzzi “Il passo difficile”, oggi alla Galleria Ricci Oddi, era appartenuto allo stesso Bernardino Massari.

Quello che a noi interessa è comunque il quadro del Massari che oggi si trova a Parma, mentre dovrebbe trovarsi a Piacenza, la città dove è stato eseguito e dove era destinato a rimanere. Il soggetto principale del quadro rappresenta, come ci suggerisce il titolo stesso, il Castello di Piacenza, quel Castello Farnese che è riemerso dopo secoli di oblio solo negli anni ’80. Nel 1848 gli austriaci lasciano Piacenza ed abbandonano il Castello, in seguito alle vittorie dell’esercito sardo-piemontese, proprio quel castello che era stato fatto costruire da Pier Luigi Farnese nel 1547. Sul Maniero dei Farnese, in questi ultimi anni, numerosi sono stati gli interventi del giornalista Renato Passerini che seguendo tutti gli eventi che hanno riguardato la storia piacentina ha testimoniato, con numerosi articoli, l’interesse crescente verso il Castello, ponendo insistentemente all’attenzione dell’opinione pubblica il problema del recupero di strutture architettoniche (in primis il Castello e la tagliata) rilevanti della nostra storia locale. Ed è quel quadro, una testimonianza storica importante, non tanto per la storia risorgimentale, quanto per la presenza e la raffigurazione proprio del Castello. Semplice logica deduzione vorrebbe che questo piccolo tassello di testimonianza storica sul Castello Farnesiano possa ritrovare a Piacenza la sua giusta e definitiva collocazione. 

Anche la storia del quadro di Bernardino Massari “La guarnigione austriaca abbandona il castello di Piacenza nel 1848” è quindi una storia semplice, come semplici sono tutte le storie che nel corso degli anni si sono complicate!

One thought on ““Sulla scia d’altre opere d’arte anche il dipinto del Castello Farnesiano ha lasciato Piacenza”, intervento di Carmelo Sciascia

  1. illustrazioni sempre appropriate e precise che rendono il testo più chiaro e più interessante, il tutto merito di un animo sensibile come quello del poeta Claudio

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