6 novembre 1917: inizia la rivoluzione bolscevica con l’attacco al Palazzo d’Inverno a Pietroburgo

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6 novembre 1917: Assalto da parte dei bolscevichi al Palazzo d’Inverno – Inizia la Rivoluzione russa

La rivoluzione russa è stato un evento sociopolitico, occorso in Russia nel 1917, che portò al rovesciamento dell’Impero russo e alla formazione inizialmente della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa e, nel 1922, in seguito alla guerra civile russa, dell’Unione Sovietica; fu un tentativo di applicazione delle teorie sociali ed economiche di Karl Marx e Friedrich Engels.

All’inizio del 1917 l’Impero russo, che da tre anni combatteva nella prima guerra mondiale come membro della Triplice intesa, era stremato: le perdite ammontavano a più di sei milioni tra morti, feriti e prigionieri e tranne alcune vittorie sul fronte austriaco, ormai vanificate dagli eventi, la Russia aveva subito una grave serie di sconfitte che avevano comportato la perdita della Polonia, di una parte di Paesi Baltici e dell’Ucraina, portando così il fronte all’interno dei suoi stessi confini, mentre le condizioni del popolo si aggravavano fortemente.

Il regime zarista aveva ormai perso del tutto il contatto con la realtà della Russia. A Pietrogrado scoppiò la rivolta con la rivoluzione di febbraio e il 2 marzo (calendario giuliano) Duma e soviet di operai e soldati si accordarono per la deposizione dello zar, e l’istituzione di un governo provvisorio formato da cadetti, menscevichi e socialisti rivoluzionari.

Si formò il governo provvisorio di Georgij Evgen’evič L’vov, che indusse Nicola II ad abdicare. Mentre lo zar e la sua famiglia venivano arrestati, nel Paese si formarono due poteri: quello del governo provvisorio, e quello dei Soviet, formato da delegati eletti compresi i bolscevichi. Il leader bolscevico Lenin, tornato dall’esilio sostenne la necessità di trasformare la rivoluzione borghese di febbraio in Rivoluzione Proletaria, guidata dai Soviet e che mirava alla instaurazione di una società comunista. Nell’ottobre (calendario giuliano) i bolscevichi occuparono i punti nevralgici della capitale dando vita alla rivoluzione d’ottobre.

La vittoria dei bolscevichi portò al rovesciamento del Governo provvisorio russo e alla nascita della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa, governata dal Consiglio dei commissari del popolo. Dal 1917 al 1921 esplose la guerra civile russa che avrebbe visto la vittoria dell’Armata Rossa (bolscevichi) sull’Armata Bianca (contro-rivoluzionari) e ciò portò nel 1922 all’istituzione dell’Unione Sovietica.

I Bolscevichi non avevano avuto un ruolo da protagonisti nella rivoluzione di febbraio; infatti, il partito, praticamente clandestino, benché avesse cinque rappresentanti alla Duma, era privo dei suoi dirigenti migliori, tutti in volontario esilio all’estero o deportati in Siberia. Anche nei soviet che si andavano ricostituendo in tutta la Russia, dopo l’esperienza del 1905, la maggioranza era quasi sempre costituita da Menscevichi e Socialisti Rivoluzionari.

Non appena appreso dei fatti di febbraio Lenin, capo del partito, che da alcuni anni si trovava in Svizzera, decise di tornare in Russia.

Il 3 aprile Lenin arrivò alla stazione di Pietrogrado: ad attenderlo vi era una folla enorme a riprova della rilevanza che le tesi dei bolscevichi cominciavano ad avere all’interno del movimento rivoluzionario.

Fra la metà di settembre e la metà di ottobre del 1917, Lenin riuscì a convincere anche le parti meno convinte del proprio partito, della necessità di tentare la presa del potere prima delle elezioni per la Costituente. Anzi, stabilì che la cosa migliore sarebbe stata ottenerlo prima dell’apertura del Secondo Congresso dei Soviet, che avrebbe potuto legittimare così il nuovo ordine. Il controllo, da parte del neocostituito Consiglio Militare Rivoluzionario, della guarnigione di Pietrogrado e dei marinai della flotta del Baltico, si sarebbe rivelato fondamentale per rovesciare con uno sforzo relativamente modesto, il governo provvisorio. Quest’ultimo disponeva in città di poche centinaia di uomini delle scuole ufficiali.

Il 24 ottobre i bolscevichi cominciarono ad occupare i punti nevralgici della capitale, senza incontrare quasi resistenza. Il passaggio della città nelle mani degli insorti fu quindi abbastanza pacifico, ed avvenne senza che la cittadinanza (e nemmeno il governo) se ne rendessero conto. Nella giornata del 25 ottobre (6 novembre in base al nostro calendario) la situazione era ormai disperata per Kerenskij, che fuggì dalla città a bordo di un’automobile dell’ambasciata americana per cercare rinforzi nelle caserme lontane dalla capitale. I ministri invece si barricarono nel Palazzo d’Inverno, ma la loro resistenza venne sopraffatta in poche ore. La maggior parte di loro venne arrestata e condotta alla fortezza di Pietro e Paolo. La sera dello stesso giorno, 25 ottobre, Lenin poté annunciare la presa del potere al Secondo Congresso dei Soviet, di cui fino a quel momento si era cercato di rallentare i lavori. In questa sede vennero quindi approvati i primi provvedimenti, come il trasferimento del potere ai soviet, ed i provvedimenti sulla pace con la Germania e la distribuzione della terra ai contadini.

 

Piacenza: “La Grande Guerra”, mostra a Palazzo Gotico fino al 30 dicembre

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E’ allestita a palazzo Gotico dal 4 novembre al 30 dicembre la mostra dedicata alla Grande Guerra. L’esposizione vede la presenza di oltre 40 uniformi e centinaia di cimeli tra cui equipaggiamenti, decorazioni, documenti e vari oggetti personali utilizzati dai militari italiani durante la guerra, tutti rigorosamente originali. I cimeli sono stati raccolti e custoditi negli anni con cura e rispetto da quattro collezionisti privati (tra i quali l’amico Filippo Lombardi) che in occasione del centenario della vittoria hanno deciso di esporli, con il fine di preservare e tramandare nel tempo i sacrifici compiuti da coloro che hanno combattuto sui vari campi di battaglia esattamente 100 anni fa.

Particolarmente interessante, in apertura, una camicia rossa garibaldina: del resto furono molti i reduci delle guerre risorgimentali che avevano ‘fatto l’Italia‘ a partire per i fronte, in genere volontari, nonostante fossero ‘fuori età‘.

All’allestimento hanno collaborato il 2° reggimento genio Pontieri e il Polo di mantenimento pesante nord, esponendo propri materiali e cimeli che vanno ad arricchire ulteriormente la varietà dei reperti messi in mostra.

Una riflessione mentre passiamo letteralmente da una divisa all’altra: non dimentichiamo che la prima guerra mondiale è stata e rimane uno dei miti fondativi dello stato-nazione, soprattutto nei paesi vincitori. Gli anni tra il 1914 e il 1918 sono stati avvolti da un’aura di sacralità che ancora oggi si può cogliere nei monumenti, nei cimiteri e nelle cerimonie che ricordano la grande guerra. Un’atmosfera che permea anche la mostra a Palazzo Gotico.

Per anni il conflitto è stato sottratto ad analisi obiettive ed è stato letto solo attraverso la lente deformante dell’eroismo, dell’onore, della patria, della propaganda bellica. Da questa visione sono stati cancellati episodi sgraditi alla retorica ufficiale come le renitenze, il pacifismo, le fraternizzazioni tra nemici, le diserzioni, gli ammutinamenti, le rivolte. Pagine che però sono fondamentali per capire meglio quell’immensa carneficina che fu la prima guerra mondiale, a cent’anni dalla sua fine e, questo, risulta sicuramente un limite per la mostra piacentina.

In realtà, l’interventismo fu un fenomeno assolutamente minoritario. Come racconta Marco Rossi in Gli ammutinati delle trincee, i volontari furono appena 8.171, spesso del tutto emarginati dai commilitoni che li consideravano fanatici e spie degli ufficiali. La maggioranza della popolazione accettò con rassegnazione il conflitto.

Per ragioni ideologiche o anche solo per salvarsi la pelle, molti reclutati cercarono rifugio nella neutrale Svizzera. Gli anarchici organizzarono canali di espatrio per renitenti e disertori. Il sistema più diffuso per sfuggire all’arruolamento fu però quello di non presentarsi alla visita di leva. Il numero dei renitenti in Italia fu più alto che in altri paesi: ben 470mila persone non si presentarono. In Sicilia i renitenti furono circa 100mila, il 61 per cento dei richiamati.

Per i soldati l’arrivo al fronte fu un trauma, sia per le devastazioni causate dalle nuove tecnologie militari, sia per la totale impreparazione dell’esercito italiano. Dopo i primi giorni in cui gli italiani conquistarono facilmente il Friuli austriaco – spesso usando metodi repressivi di tipo coloniale contro le popolazioni locali – alle pendici del Carso, fortificato dagli austriaci, cominciò la guerra di posizione fatta di trincee, bombardamenti, assalti frontali.  

Il capo di stato maggiore Luigi Cadorna ripropose le stesse inefficaci strategie già sperimentate su altri fronti, con carneficine che costarono la vita a centinaia di migliaia di soldati senza quasi nessun risultato pratico. A Cercivento, sulle Alpi carniche, quattro alpini rifiutarono di andare all’attacco del monte Cellon in pieno giorno, consigliando il capitano di attaccare di notte per approfittare della nebbia. L’ufficiale, un calabrese, nemmeno capì la proposta dei quattro che parlavano friulano e li mise al muro. Il monte fu poi conquistato di notte, dopo centinaia di morti caduti negli assalti condotti alla luce del sole.

Prima dell’uscita dei fanti dalle trincee le artiglierie martellavano le postazioni nemiche per eliminare ogni resistenza. Ciò avrebbe dovuto permettere ai soldati di lanciarsi all’attacco delle fortificazioni nemiche sguarnite, ma la strategia spesso non funzionava: le artiglierie sbagliavano il tiro e bombardavano le proprie linee; oppure le comunicazioni con i comandi si interrompevano e l’attacco della fanteria veniva sferrato troppo presto, quando i cannoni stavano ancora bombardando, o troppo tardi, quando i nemici erano già tornati in posizione.

Il Piave mormorava e gli italiani rinfrancati dopo la sconfitta di Caporetto andavano all’assalto? Macchè: alle spalle avevano i Carabinieri che sparavano a chi, di fronte alla carneficina, arretrava o esitava.

Nel marzo del 1917 soldati della brigata Ravenna si rivoltarono sparando in aria per la revoca delle licenze e l’ordine di raggiungere di nuovo la prima linea. In luglio due reggimenti della brigata Catanzaro, in retrovia da pochi giorni, rifiutarono di tornare in prima linea: uccisero alcuni ufficiali e cercarono di attaccare la villa dov’era ospitato D’Annunzio, che si trovava lì vicino. La protesta sfociò in una vera e propria rivolta al grido di “Abbasso la guerra”, “Morte a D’Annunzio”, “Vogliamo la pace!”, ma fu repressa da carabinieri, reparti di cavalleria, artiglieria e perfino aerei.

Dopo Caporetto i militari italiani che si stavano ritirando furono fermati sul Piave da uno schieramento di carabinieri e di giovani reclute appena arruolate. I soldati in rotta, convinti che la guerra ormai fosse finita, avevano gettato le armi: non furono dunque in grado di reagire e furono costretti a riprendere la guerra. Qualcosa di simile successe tra gli austriaci l’anno successivo: in estate ormai 230mila avevano abbandonato le armi ed erano tornati a casa.

In pratica la guerra si concluse con una diserzione di massa: milioni di soldati spossati cessarono semplicemente di combattere. Ma questa versione dei fatti non poteva essere ammessa dalle gerarchie militari che mascherarono quest’epilogo raccontando di epici scontri finali che in realtà non ci furono. Quando con la battaglia di Vittorio Veneto gli italiani sfondavano le linee nemiche, spesso le trovarono deserte.

La storia della prima guerra mondiale, dunque, è tutt’altro che la storia di trionfi, di eroismo e di battaglie epiche raccontata dalla propaganda nazionalista e militare. Tolto il velo di retorica, restano i massacri, le fucilazioni sommarie, le punizioni dei soldati, ma anche gli episodi di fraternizzazione tra nemici, che dimostrano come tantissimi soldati riuscirono a restare umani nonostante fossero obbligati a combattersi.

Precisata una verità storica che purtroppo continuiamo a non trovare scritta nei libri di scuola, resta la mostra che vale comunque la pena visitare, proprio in onore a chi comunque ha dovuto sacrificare la propria vita e la propria gioventù per combattere la guerra che lo stesso Papa Benedetto XV definì “un’inutile strage“.

Programma e orari di apertura della mostra
Tutti i mercoledì e i venerdì solo pomeriggio dalle 15.30 alle 18.00.
Tutti i sabati e le domeniche mattina e pomeriggio nei seguenti orari: 09.30 – 12.00 e 15.30 – 18.00 
Apertura straordinaria lunedì 24 dicembre nei seguenti orari: 09.30 – 12.00 e 15.30 – 18.00

“Giorni di guerra”, memorie di Giovanni Comisso, Longanesi & C. editore

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Il giornalista e scrittore Giovanni Comisso scrisse Giorni di guerra tra il 1923 e il 1928 per poi vederlo pubblicato in prima edizione nel 1930. Si tratta di un libro di memorie, legato alla sua partecipazione (convinta, come interventista) alla Grande Guerra ma non aspettiamoci polemica sull’assurdità della guerra (che pure, rileggendo i fatti che racconta, traspare) e sull’impreparazione degli ufficiali italiani. Comisso, partito come soldato, successivamente ammesso ad un corso ufficiali, diventato tenente, non si trova in prima linea dove si soffre e si muore. Fa parte del genio trasmissioni, vive l’esperienza da posizione privilegiata ma, data la giovane età, non cerca di ‘imboscarsi’ di approfittare della sua posizione come invece fanno tanti suoi colleghi. Nei diversi comandi dove il giovane ufficiale passa per ricevere ordini e disposizioni troviamo Generali, Colonnelli, Maggiori. Nessuno di loro in prima linea: gli ordini vengono trasmessi per via telefonica. Comisso invece familiarizza con i soldati, sfiora la prima linea, non esita ad affrontare i pericoli della guerra. Siamo nel 1917, poco prima della battaglia di Caporetto, che costringe l’esercito italiano, dopo una bruciante sconfitta, a ritirarsi in disordine lungo la linea del Piave. L’ambiente è quello dell’alto Isonzo, dove soldati e ufficiali stanchi occupano da oltre due anni le stesse linee senza riuscire ad avanzare. Comisso, incaricato di controllare le linee telefoniche che collegano gli avamposti ai Comandi arretrati, non esita a raggiungere la prima linea, a solidarizzare, dormire, cantare, dividere cibo e soprattutto vino con i soldati coi quali troppi alti ufficiali parlano solo per telefono. Così il giovane tenentino conquista la fiducia in se e la stima dei propri compagni. Arrivando fino all’inversione dei destini della guerra, con gli italiani che ritrovano slancio, di nuovo superano il Piave, parlano i cannoni mentre dal nemico lentamente risponde il silenzio. E’ la vittoria, arriva la notizia che la guerra è finita. I soldati accendono fuochi tra le montagne, sparano gli ultimi colpi per aria, la notte è illuminata dalle esplosioni delle bombe esplose per la gioia. Sulle porte delle case contadine, alle finestre s’affacciano le ragazze festanti e, finalmente, quei giovani mandati a combattere e a morire, tornano alla vita.
La guerra è finita.

 

Notizie dal fronte: Bollettino 2 Novembre 1916, firmato Luigi Cadorna, l’uomo della disfatta di Caporetto e dei soldati fucilati senza processo

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Sulla fronte Giulia nella giornata di ieri le nostre truppe attaccarono le forti difese dell’ avversario sulle alture ad oriente di Gorizia ed una nuova linea di multipli trinceramenti ad est del Vallone sul Carso. Nella mattinata artiglierie e bombarde con violenti e precisi fuochi distruttivi apersero larghi squarci nella linea nemica. Alle 11 le nostre fanterie vennero lanciate all’ assalto. Nella zona di Gorizia, superando gravi difficoltà di terreno impaludato dalle recenti pioggie e l’accanita resistenza dell’avversario furono conquistati estesi trinceramenti sulle pendici occidentali di Tivoli e di San Marco e sulle alture ad est di Sober.

Sul Carso le valorose truppe dell ‘XI Corpo d’ Armata espugnarono le ripide boscose alture del Veliki Hribach (Quota 343) e di Quota 376 ad est della precedente, il monte Pecinka e l’altura di Quota 308, ad oriente di esso si spinsero sino ad un chilometro circa ad est di Segeti. A mezzodì della strada da Oppacchiasella a Castegnevizza la forte linea nemica fu in più punti superata e mantenuta poi contro i gli insistenti ritorni offensivi dell’ avversario.

Nel complesso della giornata prendemmo 4731 prigionieri, dei quali 132 ufficiali, due batterie di cannoni da 105 di tre pezzi ciascuna, mitragliatrici, molti quadrupedi e materiali da guerra di ogni specie. Velivoli nemici lanciarono bombe su alcune località del Basso Isonzo. In Pieris fu ucciso un milite e feriti un capitano medico e quattro militi tutti della Croce Rossa. Una poderosa squadriglia di sedici Caproni, scortati da Nieuport, bombardò accantonamenti nemici nella vallata di Frigido, sui quali furono lanciate due tonnellate di esplosivo. Nonostante il fuoco di numerose batterie controaeree e gli insistenti attacchi di velivoli nemici, gli arditi aviatori ritornarono tutti incolumi ai propri campi.

Firmato: CADORNA (dal sito www.notiziedalfronte.it)

Tomba di un caduto

Comandante e autocrate dell’esercito il conte Luigi Cadorna era il capo di Stato Maggiore. I soldati lo avevano in poca simpatia e lo citavano in canzonette irriverenti («Il general Cadorna / ha detto alla regina: / se vuol veder Trieste / la guardi in cartolina»). Fra gli ufficiali in trincea aveva fama di iettatore: «Nominare Cadorna in un crocchio di camerati sollevava un coro di esclamazioni e produceva uno scompiglio di braccia e di mani che cercavano lo scongiuro in un pezzo di ferro o negli attributi maschili», attesta un ufficiale della brigata Alessandria. Luigi Cadorna è stato criticato per la scarsa intuizione psicologica e l’indifferenza al morale della truppa, per la convinzione fors’anche ottusa che l’esercito dovesse obbedire e basta, e che per ottenere l’obbedienza bastasse la disciplina, col risultato che nell’esercito italiano si fucilavano gli uomini, talvolta anche senza processo, molto più facilmente di quanto non accadesse in tutti gli altri eserciti del fronte occidentale.

“Le macchie della Grande Guerra”, una lettera al quotidiano Libertà di Guido Guasconi

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Egregio direttore, mi riescono incomprensibili le parole del comandante il Secondo Reggimento Genio Pontieri, a proposito della partecipazione dei piacentini alla Grande guerra: “… con il loro sacrificio ci hanno donato la libertà” . Scusi comandante, intende dire che nel 1915 non eravamo liberi e che dopo il 1918 lo siamo diventati? In questi giorni è tutto un fiorire di eventi celebrativi per il centenario dell’“Inutile strage (Benedetto XV°)” . Non uno nel quale si dica perché la guerra la facemmo, chi la volle, come la popolazione la visse, cosa accadde al fronte. La guerra l’avremmo fatta “per liberare Trento e Trieste” (che l’Austria era disposta a regalarci purché ne rimanessimo fuori), soldati e popolo erano solidali insomma, essa fu “giusta” come tutte le guerre che si vincono. Nessuno dice che l’Italia aggredì le alleate Austria e Germania, che dopo la firma (segreta) del Patto di Londra appartenemmo per un mese a due schieramenti contrapposti, che nella sola Sicilia vagavano alla macchia non meno di 100.000 disertori (fonte: Ufficio storico dello Stato Maggiore Esercito); nessuno rammenta il migliaio di sentenze di morte pronunciate dalle corti marziali (750 delle quali eseguite), oltre a circa 2.000 soldati fucilati per decimazione e circa 5.000 sbandati fucilati sul campo nei giorni della rotta di Caporetto. Valga per tutti l’episodio accaduto il 3 novembre 1917 a Noventa di Piave, dove il generale Andrea Graziani fece fucilare seduta stante, dopo averlo bastonato, l’artigliere da montagna Alessandro Ruffini, reo di averlo salutato senza levarsi il sigaro di bocca (crf. l’”Avanti!” del 29 luglio 1919 e il volume “Fucilazioni di guerra” di Massimiliano Magli a pag. 40 – Nordpress 2007). Si noti che nella Seconda guerra, quella “fascista”, fucilazioni fra le truppe non ve ne saranno. Talvolta i soldati, quando venivano spinti fuori dalle trincee per andare all’assalto, belavano. Era l’estremo atto di protesta dei morituri, l’unico che veniva tollerato. Insomma: la guerra 1940-45 è considerata uno sbaglio e una tragedia: quella del 1915-’18 che fece il doppio dei morti, una cosa tutto sommato passabile. Eppure ci vorrebbe poco per porre rimedio alla mistificazione: basterebbe rendere obbligatoria, nelle scuole di ogni ordine e grado, la proiezione del film “Uomini contro” di Francesco Rosi e la lettura del libro “Un anno sull’Altipiano” di Emilio Lussu.”

“Appunti fotografici” di Carmen Artocchini, a cura del Museo per la fotografia e la Comunicazione Visiva di Piacenza

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La fortuna di aver avuto la professoressa Artocchini come insegnante nei primi due anni delle superiori. Devo confessarlo: molto più ho imparato dall’insegnante sempre di italiano delle medie, il professor Botti (non ricordo il nome) ma sicuramente l’amore e l’interesse per la cultura contadina hanno avuto un deciso sviluppo non solo dalle origini della famiglia di mia madre ma anche grazie alle ‘annotazioni’ (verbali), ai rimandi, ai racconti della signorina Carmen.

Il castello di Sarmato

Ricordo la soddisfazione quando ho ‘ereditato’ da mio zio Remo Bonomini, prematuramente scomparso, i volumi in prima edizione “I Castelli del piacentino” e “Il folklore piacentino” che ancora oggi arricchiscono la mia libreria. Per tacere delle “400 ricette della cucina piacentina”, edizione 1985, che Dalila certo non si è fatta mancare. Letteralmente pietre miliari della Piacenza che fu, delle nostre tradizioni, base culturale del nostro essere odierno.

Wanda mostra come si fa il burro con il burlaro (Selva di Cerignale, anni settanta)

L’Artocchini, e questo volumetto ne è testimonianza, ha prestato particolare attenzione alla tutela e alla valorizzazione della cultura rurale con un riguardo ai territori collinari e montani delle valli piacentine e in particolare della Val Trebbia. Sotto la lente d’ingrandimento Comuni come Cerignale, Coli, Ottone  ma quello che incide nel profondo è la ricerca del rapporto di forte interazione tra l’uomo e la natura.

Trasporto della legna col mulo (Cariseto di Cerignale, 1967)

Da parte mia tornano alla mente le sensazioni e le immagini dei giorni passati, bambino, in Val Chero. Le notti a dormire sotto il portico, tra la paglia ad ammirare il cielo carico di stelle, con il cugino Giorgio e il cane Brill, un volpino mezzosangue, un meticcio, che alla mattina arrivava a leccare il viso per svegliarci, per giocare.

Lavatoio (Salsominore di Ferriere)

Poco distante dal granaio stava il pozzo capace di garantire un’acqua freschissima, un vero piacere far scendere il secchio e dissetarsi nella calura estiva. Per tacere di quando il nonno, con quello stesso secchio, mungeva la Nerina, una vacca chiazzata che forniva un latte buonissimo con tanto di schiuma che bevevo ora col mestolo, ora direttamente dal secchio.

Buoi con lesa (Selva di Cerignale)

Una vita idilliaca? In realtà una vita dura, la terra non lasciava spazio per vacanze, pretendeva tanto e i risultati erano quelli che erano. Zio Giovanni comprò una moto per andare a lavorare in città. Diventando un bravo muratore. Riuscì ad acquistare una Topolino e per sette anni guidò senza patente, regolarmente bocciato all’esame ma, all’epoca, di vigili, poliziotti e Carabinieri nelle valli non c’era nemmeno l’ombra.

Museruole per buoi in vimini, gerla e forca in legno per l’erba (Cassimoreno di Ferriere, 1972)

La nonna, già vecchia a 50 anni, sempre vestita di scuro, leggermente con la schiena piegata, spesso con lo scialle sulle spalle oppure a coprire il capo. La ricordo al forno a preparare il pane, ad impastare la farina, ad armeggiare al camino, a badare alle galline nell’aia, a raccogliere le uova, a badare alla casa, a rammendare calze, calzoni, camicie, mentre gli uomini stavano nei campi di grano, nei vigneti, al pascolo, nel bosco a procurare la legna, a seminare, ad irrigare, a raccogliere, a lavorare, alla sosta per il pranzo passando di mano in mano la pagnotta, il salame, la boccia di vino rosso, quello che macchiava il fondo del bottiglione.

La Nicentin mentre fila (Lisore di Cerignale)

Insomma, il ‘racconto fotografico’ di Carmen Artocchini rappresenta uno stimolo per ricordare la vita di quegli anni ormai lontani, una vita contadina ormai superata. Dalle fabbriche, dai richiami delle città, dalle macchine ma che, per chi ha vissuto quegli anni da bambino comunque non può dimenticarli. Anche se il mondo è cambiato e quei paesi sono ormai spopolati, preda del vento che per fortuna ancora racconta di storie ormai lontane che rischiamo di dimenticare. Così questo libro s’unisce al vento e sa scaldarci il cuore.

Sentiero tra vecchie case in sasso (Lisore di Cerignale)

“Memorie di una principessa etiope”, diario di Martha Nasibù, BEAT Biblioteca di Editori Associati di Tascabili, 2012

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Italiani brava gente? Si provi a domandarlo agli etiopi che videro le truppe italiane varcare i confini senza nemmeno una dichiarazione di guerra, segno di una supponenza e di una tracotanza che basava su una forma di razzismo senza limiti. Un razzismo che avrebbe giustificato nefandezze sul campo che possiamo definire veri e propri ‘crimini di guerra‘. Decimazioni, fucilazioni di civili, interi villaggi dati alle fiamme, impiego di gas, nessun rispetto per quella che era una grande civiltà. Martha Nasibù, all’epoca poco più d’una bambina, con questo suo diario ci racconta del palazzo, il Ghebì, del nobile suo padre Nasibù Zamanuel che svettava sontuoso nel centro di Addis Abeba. Circondato da un parco di cinquantamila metri, con alberi di alto fusto e piante ornamentali fatte giungere da ogni parte del mondo, il Ghebì era composto da un’infinità di camere, elegantemente arredate con mobili in stile Luigi XVI e Chippendale, porcellane di Sèvre, immensi arazzi di Beauvais. Ottanta maggiordomi, domestici, cuochi e giardinieri provvedevano alla cura della casa, sotto lo sguardo vigile del degiac Nasibù, bello come un dio con i suoi 185 centimetri di statura, il fisico da atleta, il volto attraente e sereno, le sgargianti divise da generale. Nella vita del degiac, tutto sembra tingersi di prodigioso e fiabesco, fino al matrimonio con la giovanissima Atzede Mariam Babitcheff dopo una gara sfrenata nell’ippodromo di Janehoj-meda alla presenza del reggente, ras Tafari Maconnen. Un giorno di ottobre del 1935, tuttavia, la bella fiaba termina bruscamente. Per ordine di Benito Mussolini, le forze armate italiane invadono l’Etiopia da nord al sud. Il degiac Nasibù combatte valorosamente per difendere la sua terra e la sua civiltà, quell’antica civiltà coptortodossa che fa dell’Etiopia una terra cristiana nel cuore dell’Africa. Le forze sono però troppo impari, anche grazie alla complicità di Francia e Inghilterra che bloccano la vendita di armi agli etiopi e al silenzio della Società delle Nazioni che ignora le denunce e le richieste di aiuto. Così il conflitto segna nel sangue la fine dell’Impero d’Etiopia e dello splendore dei Nasibù. Il 21 giugno del 1936, è arrestato Ivan Babitcheff, nobile d’origini russe, suocero di Nasibù. Il 19 ottobre, il degiac, con i polmoni stroncati e devastati dai gas italiani, si spegne in una clinica di Davos, in Svizzera, senza poter salutare moglie e figli. Nei mesi successivi tutti i Nasibù sono costretti all’esilio. A più di sessant’anni dagli avvenimenti, Martha Nasibù, figlia del degiac Nasibù, racconta l’incredibile vicenda della sua famiglia condotta in Italia sul finire del 1936 e mantenuta in cattività sino all’agosto del 1944. Otto anni di esilio nei luoghi di «villeggiatura» di Mussolini. Otto anni di esilio per la sola colpa di essere moglie e figli del degiac Nasibù Zamanuel, che si era comportato in guerra con estremo valore e correttezza, non certo ricambiata dal «viceré» Rodolfo Graziani, l’uomo (ma sarrebbe più preciso definirlo ‘la bestia immonda’) che senza pietà, senza umanità, ordinò l’uso dei gas eseguendo le disposizioni di quell’altro, il Duce, nel silenzio del Re. Italiani brava gente? Non certo quelli in camicia nera. Ma comunque, tornando allo sviluppo del racconto dei fatti, la guerra finisce, il Duce paga il fio delle sue malefatte e dei suoi crimini, Martha torna libera con la sua famiglia. Torna festeggiatissima nella sua patria e finalmente vive quella vita in pace alla quale tutti, a prescindere dal colore della pelle, dovremmo aver diritto. Ed oggi, felice, si ritrova non più solo sposa e madre ma eccola impegnata, come conclude il suo racconto, a crescere i nipoti mentre la sua Etiopia, finalmente conclusa la guerra con l’Eritrea, respira finalmente l’aria di pace. 

L’mperatore Hailé Selassié: “A Quoram, ad esempio, squadriglie di sette o di nove apparecchi sorvolarono il nostro Quartier generale, le nostre truppe, i nostri villaggi, per intere settimane, dall’alba al tramonto. (…) Il paese sembrava sciogliersi. (…). Ogni essere vivente che veniva toccato dalla leggera pioggia caduta dagli aerei, che aveva bevuto l’acqua avvelenata o mangiato cibi contaminati, fuggiva urlando e andava a rifugiarsi nelle capanne o nel folto dei boschi per morirvi (…). C’erano cadaveri dappertutto, in ogni macchia, sotto ogni albero, ovunque ci fosse la parvenza di un rifugio. (…) Presto un odore insopportabile gravò sull’intera regione. Non si poteva però pensare di seppellire i cadaveri, perché erano più numerosi dei vivi. Bisognò adattarsi a vivere in questo carnaio. Nel prato vicino al nostro Quartier generale più di cinquecento cadaveri si decomponevano lentamente.

“Donna nuda sdraiata su una tenda di fiori”, “Porto di Napoli”, “Marsiglia, Nave giapponese”: omaggio all’arte di Pierre-Albert Marquet, pittore gruppo fauves (1875-1947)

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Donna nuda sdraiata su una tenda di fiori, olio su tela di Pierre-Albert Marquet

Pierre-Albert Marquet, nato a Bordeaux, per poter seguire i corsi della Scuola di arti decorative si trasferì a Parigi; uno dei suoi compagni di studi fu Henri Matisse: i due diventarono amici, abitarono nello stesso palazzo e lavorarono insieme, influenzandosi a vicenda. Con Matisse si dedicò alle ricerche che porteranno al fauvism. Questi artisti colpirono i critici per le loro tinte forti e accese, tanto da essere soprannominati fauves, cioè belve selvagge; in realtà, pur essendo amico del gruppo e pur avendo dipinto per anni insieme a loro, Marquet usò colori meno brillanti e violenti, mitigati con un uso sistematico dei grigi per far emergere la sua pacata sensibilità.

Il porto di Napoli, olio su tela di Pierre-Albert Marquet

Dal 1907 alla morte, Marquet alternò il lavoro nel suo studio a Parigi a numerosi viaggi in Europa e nel nord dell’Africa; da questi viaggi ricavò un diario pittorico, dedicato soprattutto al mare e alle imbarcazioni ma anche alla luci e alla vita animata delle città. Marquet rimase colpito in particolare da Napoli, di cui ritrasse il mare e le barche: per accentuare i riflessi della luce sull’acqua e renderli con maggior verosimiglianza, adottò una tecnica simile a quella degli impressionisti, applicando la pittura con pennellate singole e contrastanti di colori vivi e descrivendo le increspature del mare con semplici tratti, quasi delle pennellate rettangolari, che danno alla scena un movimento pacato.

Nella sua lunga carriera Marquet, a eccezione di un breve periodo, tra il 1910 e il 1914, in cui eseguì una serie di nudi, continuò a preferire i paesaggi, le marine, le vedute fluviali e le scene di porto, che espose con buon successo commerciale in Francia e all’estero. 

Marsiglia, nave giapponese. Olio su tela di Pierre-Albert Marquet

 

“Senza luce”, romanzo di Luigi Bernardi, Perdisapop (Gruppo Perdisa Editore), 2008

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Un piccolo paese dell’hinterland bolognese, un anziano che da di matto, dalla finestra di casa prende la mira con il fucile, spara, ammazza, spara, ammazza. La polizia non riesce ad espugnare la casa e, a sera, cercando di disorientarlo, abbassa la leva dell’unica centralina elettrica che illumina il paese che, così facendo, cade nel buio più completo. Bernardi a questo punto ci porta oltre le porte chiuse di alcuni abitanti del paese e, anche nella nostra realtà quotidiana, tra i nostri vicini e dirimpettai, quali pulsioni, quali pensieri, cosa sappiamo dell’anima profonda dei nostri dirimpettai? Nei paesi, si dice, tutti sanno di tutti, ci si conosce, ci si stima, ci si odia, ci si ama. Ci si incontra al bar al mattino per il caffè e la colazione, alla sera per una partita a carte o a giocare a stecca. Ma ne siamo sicuri? Il buio aiuta, nel buio ci si può permettere quel che mai abbiamo osato mentre in cielo arriva un elicottero e le strade sono attraversate dalle auto della polizia con le sirene ululanti e le luci intermittenti che illuminano case e marciapiedi. Mario, un dirigente comunale, che già ha avuto un benservito da Loretta, la barista, cerca di sedurre la sua vicina di appartamento, un’infermiera volontaria della Croce Rossa che alle avances del figlio del primario ha risposto con uno schiaffo clamoroso. A casa del professor Umberto si affronta l’emergenza con un gioco che travolgerà la stessa coesistenza famigliare. Nel bar di Loretta ci si industria per continuare le partite a carte e a biliardo: al tavolo Franco e il medico di base che se la fa con la Rosetta, moglie del Franco. Intanto, Domenico, uno scrittore solitario, frequenta Anna. Entra nel bagno e scopre una valigia. Piena di armi e munizioni. Chi si nasconde dunque dietro al nome di Anna che, come scopre, in realtà si chiama Silvia? Insomma, un libro che da anni giaceva tra i tanti acquistati chissà perchè, finalmente raccolto con una certa diffidenza e che invece sa prenderti, sa farti pensare e riflettere portandoti ad un finale che comunque ti sorprende lasciandoti senza fiato. E per quanto all’anziano squilibrato? No, non è lui, il protagonista. In fondo il suo destino è segnato, non sfuggirà alle forze dell’ordine. Salvochè non punti l’arma contro sè stesso, affidandosi in questo caso alla giustizia superiore, al divino. Ma, per l’autore, non è questo il punto della vicenda: l’anziano, ‘semplice’ causa dell’avvio del buio, possiamo abbandonarlo al suo destino, qualunque esso sia.

Alle porte del buio, olio su tela di Alfredo Pini