Domani, sabato 10 febbraio, per la democrazia, la libertà e il NO ai fascismi, alle 10,30 in piazzale Genova a Piacenza

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Piacenza – Sabato 10 febbraio 2018 ore 10:30 dal Liceo Scientifico (via Genova)


Una volta per tutte, si applichino pienamente la XII Disposizione della Costituzione, la Legge Scelba e la Legge Mancino. Si vieti ai neofascisti di presentarsi alle elezioni e vengano sciolte le loro organizzazioni“, sostengono i promotori dell’appello. “Chiediamo a cittadine e cittadini responsabilità e fedeltà alle radici e alle ragioni della convivenza civile. Il fascismo è un crimine e non deve ripetersi più

A Piacenza, al momento, hanno sottoscritto il documento e aderito alla manifestazione di domani sabato 10 febbraio:
ANPI, ANPC, ARCI, CGIL, CISL, UIL, LIBERA, LIBERI E UGUALI, PARTITO DEMOCRATICO, POTERE AL POPOLO, GIOVANI STUDENTI (lista in aggiornamento).

Qui il testo integrale dell’appello –> http://www.arci.it/blog/culture/news/mai-piu-fascismi/

Si può firmare anche online –> https://www.change.org/p/istituzioni-democratiche-mai-più-fascismi-appello-nazionale

Nella riunione in cui è stata decisa una manifestazione per l’affermazione dei principi democratici e antifascisti, sono intervenuti i rappresentanti locali delle forze democratiche, che hanno sottoscritto a livello nazionale il documento “Mai più fascismi”, integrato con la necessaria precisione finale riguardante la situazione locale di Piacenza.

All’unanimità sono state condivise le seguenti modalità di svolgimento:

Libero afflusso (ore 10.30) dei cittadini partecipanti presso il Faxal a lato del Liceo Scientifico in Via Genova, e sottoscrizione del documento, terminante con la petizione al Prefetto di Piacenza.

Piacenza – Posa di fiori al Dolmen, monumento dedicato ai caduti della Resistenza

Trasferimento al Monumento alla Resistenza – Dolmen sull’incrocio tra Stradone Farnese e Via Genova e posa di un omaggio floreale.

Trasferimento dei partecipanti (ore 10.45) in Piazza Tempio lungo il Corso, Largo Battisti, Via Garibaldi e Via Vigoleno.

Intervento del Presidente provinciale dell’ANPI in rappresentanza di tutti i soggetti aderenti, e di due giovani cittadini.
Incontro (ore 12) di una delegazione con il Sig. Prefetto di Piacenza.

“E intorno le spine”, lirica di Francesco Saverio Bascio, poeta in Carpaneto (Pc)

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E giunse la notte sui piedi bucati
arranco nel fango in quella salita
cercando riparo sulla bruna collina
tra gli alberi il vento che grida
che porta con se i rumori del pianto
inonda le menti scioccate e annebbiate
da qui li vedo vedo le ruspe
mostri di ferro
in mezzo al fetore di carni bruciate
ridono e sparano a bandiere fantasma
scavando buche per carne innocente
invano i miei sforzi
a non gridare all’orrore
e le mani che stringo
adesso bambine
gridano aiuto giurando vendette
tremante do un morso al formaggio
tremante quel viso
che mi fissa impotente
le passo il formaggio
che mi strappa di mano
con morso cattivo duro rabbioso
e attorno le spine
che straziano il petto
e attorno le spine
come unico letto
e quel fetore che sale
quel fetore che fa cosi male
si mischia al mio pianto
al mio piccolo sogno
e intorno le spine che mi bucano il cuore.

“Il cinema: realtà o finzione?”, riflessioni di Carmelo Sciascia tra violenza, testamento biologico, condizioni dei lavoratori

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Ho letto in un giornale – Il Foglio del 28 gennaio 2018-, la dichiarazione di un produttore (Pietro Valsecchi,), il quale sosteneva che nel nostro Paese non ci sono più gli scrittori: “Gli osservatori della realtà. Quel genere di uomini dall’udito lungo capaci di ascoltare all’origine il rumore dell’anima italiana”. Si riferiva chiaramente essendo un produttore, al cinema.
Per la verità credo ci siano tutti gli elementi per contraddirlo. Vi è una violenza che si riversa quotidianamente nelle sale cinematografiche e nelle nostre private abitazioni, una violenza spesso gratuita che si nutre di particolari piccanti e raccapriccianti, di truculente ed arbitrarie scene di sangue.
La maggioranza di queste produzioni sono generate dal cinema d’oltreoceano, è una visione culturale che ci viene imposta dalla grande disposizioni di mezzi che la distribuzione di quel paese può permettersi.
Anche noi scimmiottiamo a volte, con certi filoni malavitosi, quella scia.
Ma ho sempre sostenuto e continuo a sostenere che il cinema italiano è cosa diversa e che non è in crisi. Il volume di capitali non è paragonabile al cinema americano, ma le idee e le filosofie che riesce ad esprimere non sono certamente da meno. Anzi. Il cinema italiano ha un udito attento e sensibile a percepire i bisogni della società, a farsi portavoce di quelle esigenze primarie, di quei rumori che scaturiscono proprio dall’animo umano. Si è discusso tanto nel paese ed infine è stata promulgata dal Parlamento una legge sul testamento biologico. Tante dolorose vicende hanno segnato un dibattito che ha investito da tempo la nostra comunità. Contemporaneamente ha visto la luce un bellissimo film di un italianissimo Virzì: Ella e John.
Un film che ci parla di un amore coniugale: il marito (Donald Sutherland), un insegnante fisicamente forte ma in piena demenza senile o affetto dal morbo di Alzheimer (diverse le cause patologiche ma uguali gli effetti), la moglie (Helen Mirren) con un tumore in fase terminale, debole fisicamente ma lucidissima.
Intraprendono su un vecchio camper (il cui soprannome è il sottotitolo del film: The Leisure Seeker), un viaggio verso quei luoghi dove andavano in vacanza negli anni settanta, con i due figli. Il nostro professore, tra le afasie frequenti, ricorda lucidamente le sue lezioni su Hemingwey, forse avrebbe ripetuto con lo scrittore, che sottoposto ad elettroshock scrisse: “Che senso ha rovinare la mia mente e cancellare la mia memoria? Queste cose costituiscono il mio capitale e senza di esse sono disoccupato. È una buona cura, ma abbiamo perso il paziente”.
Per sfuggire ad un destino che li avrebbe visti separati ed in balia di inutili cure mediche, Ella sceglie di morire insieme a John, sullo stesso camper, con il quale avevano ripercorso la storia della loro vita in comune.
Quindi, la scrittura cinematografica è stata l’espressione di una esigenza e di un dibattito che ha investito la società tutta e che è sfociata in una legge (cui non entro nel merito) che per la prima volta in Italia, uno Stato ancora profondamente caratterizzato da una radicata cultura clericale, ha promulgato: il testamento biologico.
Italianissimo, specchio dell’odierna società nazionale, il film di Ligabue: Made in Italy. Si discute proprio in questi giorni di braccialetti elettronici da far indossare ai propri dipendenti da parte di Amazon, così come si è discusso di jobs act, e più in generale dello stato in cui versa il mondo del lavoro nel nostro paese. Ecco, credo che il film sia proprio un piccolo affresco della condizione in cui si vengono a trovare tutti i dipendenti oggi, quello che ai tempi della mia giovinezza si soleva chiamare la classe operaia (termine oramai desueto pur rimanendo la condizione economica identica, ops, peggiore!).
Il film è la storia personale di Riko (Stefano Accorsi), un operaio emiliano di una ditta di insaccati, costretto a svolgere un lavoro che non ha scelto (qualcuno è in grado oggi di potersi scegliere un lavoro?).
Il film è la storia di uno spaccato della provincia italiana, dei rapporti sociali e familiari che la animano, la storia di gente sconfitta e di gente che a qualunque costo cerca un riscatto dalla proprio condizione di emarginato dal mondo del lavoro. La provincia emiliana è oggi una immensa distesa logistica, governata dai colossi, per lo più stranieri, del trasporto e del commercio online. E noi a Piacenza che abitiamo questo estremo lembo d’Emilia ne sappiamo, non qualcosa ma purtroppo tanto!
Riko, casualmente si trova a partecipare ad una manifestazione a Roma, ma dalla televisione le sue istintive esternazioni vengono con determinata consapevolezza censurate. Così come in verità censurata è qualsiasi espressione della condizione operaia reale. La classe operaia era andata in paradiso, (come non ricordare il magistrale Gian Maria Volonté), adesso va ad annegare le proprie frustrazioni nel Po! Letteralmente nel film. Nella realtà ci si augura di no!
La speranza è il messaggio finale, anche quando si è costretti a lavorare all’estero, perché: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.
Ha fatto bene Ligabue a ricordarci Il Pavese de La luna ed i falò. Quel Pavese, che aveva lottato e condiviso “le pene di molti”. Alla speranza, nella vita come nel film, si contrappone purtroppo la rassegnazione.
La rassegnazione è una distesa di immondizia, ultima amara inquadratura: è la squallida e simbolica visione della periferia della nostre città che continua, ahinoi, ad avanzare.
Ah, dimenticavo, per riprendere il discorso iniziale, Valsecchi è il produttore di Checco Zalone…
Carmelo Sciascia

Amazon vuole controllare le performance dei dipendenti con un braccialetto elettronico: annilichimento della classe dei lavoratori

“Ultimo avviso”, lirica di Francesco De Girolamo, poeta in Roma

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Il gatto e la volpe, olio su tela di Alessandro Pultrone

Non fidarti di me, non lasciarti ingannare
dall’apparente candore che dal mio sguardo mansueto
vagamente traspare.
Potrebbero esserci minacce imprevedibili
nascoste in quella quiete sfuggente
ed imperscrutabili mire di un soggiogamento perpetuo,
silenzioso, incruento, che porterebbero pian piano il tuo orgoglio
ad una resa incondizionata e quasi inconsapevole.
Dietro quei modi teneri, infantili, un io nascosto ha un dominio
segreto, un io feroce, bieco, senza freni: una belva affamata
di continue concessioni, di conferme, di dedizioni,
spesso persino di sottomissioni.

Non fidarti di me, il fuoco arde sotto la cenere,
e la lunaticità è quasi come la licantropia
ed a volte trasforma d’un tratto la noia
in un gioco crudele. Ed è allora
che potresti dover soffrire, solo per dimostrarmi
che sono importante;
e se non soffrissi abbastanza, se il sale delle mie accuse
non bruciasse nelle tue ferite, vorrebbe dire
che non mi meriti; ed amen.

Non fidarti di me: troppo sconfinato è il mio orgoglio,
troppo tenace la mia vanità e l’improvvisa perfidia
che ti coglierà di sorpresa, nel sonno,
quando meno te lo aspetti, mentre sorridi,
svestita ogni corazza, con le armi ai piedi del letto,
porgendo il tuo piccolo cuore nudo
ai mille artigli del mio affetto vile.

 

“1861 – La storia del Risorgimento che non c’è sui libri di storia” di Giovanni Fasanella e Antonella Grippo, Sperling & Kupfer

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La storia secondo lo stile di Indro Montanelli, fatta di intrighi, di mistero, di ladrocinii, di ricatti e di congiure, il tutto all’insegna dell’interesse personale con le mutandine di qualche donnina compiacente che sa come indirizzare il potente di turno secondo il volere di un potente più potente. Così, lungo il percorso che porta alla nascita della nostra Italia, scopriamo il volto nascosto di chi abbiamo considerato eroe. A partire dal Conte di Cavour, decisamente in contrasto con il sovrano Vittorio Emanuele per le scappatelle amorose di quest’ultimo con la contadinella di turno tanto da essere definito più che il padre dell’Italia, il padre di molti italiani illegittimi. A seguire Garibaldi che promette le terre ai contadini siciliani ma poi non muove un dito quando queste vengono distribuite ai soliti latifondisti. Per tacere della misteriosa scomparsa dei patrimoni del Re Fedinando dopo l’ingresso delle camicie rosse in Napoli. Con chi sarà incaricato di indagare sui conti dei garibaldini, così sfortunato da incappare nel naufragio della nave che lo riporta nella sua Torino con tutti gli incartamenti raccolti. Che dire di Anita, morta vicina a Ravenna? Morte naturale o fu uccisa per non ritardare la fuga di Giuseppe? Che dire del massacro di contadini a Bronte da parte delle camicie rosse giudate da Nino Bixio? Che dire delle prebende pagate ai generali borbonici per portare le truppe lontane dal percorso trionfante (per assenza del nemico) dei garibaldini? Fino alla descrizione dei metodi delle truppe piemontesi, una volta sostituiti ai garibaldini, per soffocare la rivolta di quelli che vengono definiti Briganti ma che spesso sono invece soldati e truppe fedeli al deposto Re borbone. Massacri indiscriminati, repressione non tanto contro i briganti ma contro i contadini per creare terra bruciata intorno ai combattenti. Villaggi date alle fiamme, impiccagioni pubbliche, fuciliazioni, decapitazioni, saccheggi, stupri, violenze e il tutto con l’approvazione del Re, un vero assassinio di popolo con mezzi e strumenti da esercito coloniale d’occupazione. Senza pietà. Con il sistema economico del Sud che va a rotoli e crea quella situazione di arretratezza che ancora oggi divide in due il nostro BelPaese. Unità d’Italia? Nientaffatto. Son ben altri gli interessi in gioco, a partire dalla logica di potenza dei monarchi sabaudi. Insomma un libro da leggere per ‘aprire gli occhi’ e riflettere su quelli che il mito creato e scritto come sempre dai vincitori ci ha dipinto come eroi e che invece nascondono connivenze con interessi ben diversi da quelli esaltati dal Risorgimento (così ad esempio Mazzini accuserà duramente Garibaldi di aver tradito il sogno repubblicano consegnando l’Italia ai piemontesi in combutta con gli interessi degli inglesi), metodi repressivi da criminali di guerra, malaffare, delinquenza, corruzione. Un libro insomma da leggere anche per capire la genesi dei nostri tempi moderni in questo nostro Paese dove ancora trionfano mafia, corruzione, malaffare, occupazione del potere nel nome di interessi particolari.

Un tuffo nell’arte al Collegio Alberoni, dall’Ecce Homo alla Biblioteca, dagli arazzi fiamminghi alla Pinacoteca. Fino al 25 febbraio

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Ecce Homo, opera di Antonello da Messina esposta nel Collegio Alberoni a Piacenza

Ancora per tutti week end del mese di febbraio è possibile visitare il Collegio Alberoni a Piacenza, passando dalla mostra “I colori della carità – San Vincenzo de’ Paoli nei capolavori dell’arte italiana tra ’700 e ’900” (clicca qui per leggere) alle meraviglie di uno dei pochi Seminari ecclesiastici ancora attivi in Italia, appunto il seminario voluto dal Cardinale Giulio Alberoni costruito a partire dal 1732 e inaugurato nel 1751. In grande evidenza l’Ecce Homo di Antonello da Messina, una vera perla dell’arte, con quel Cristo dal volto triste che, di fronte alle nostre nefandezze, si chiede se davvero è valsa la pena il suo sacrificio: ma davvero non abbiamo imparato nulla?

In origine l’edificio era un ospedale per lebbrosi del quale il Cardinale Alberoni era stato nominato amministratore. Una volta debellata la malattia in Italia, soppresso l’ospedale caduto in grave disordine, venne istituito al suo posto un collegio per l’educazione al sacerdozio di settanta ragazzi poveri (all’epoca l’ammissione ai seminari dove era possibile lo studio della teologia, era riservata ai figli dei nobili)

Lo stupendo dipinto si trova esposto nell’appartamento del Cardinale, tre stanze nelle quali in realtà Giulio Alberoni non ha mai soggiornato: pochi mesi dopo la realizzazione per lui è giunto il momento del passaggio alla vita eterna per cui in concreto nel corso dei secoli ha ospitato ospiti illustri in visita ma mai il ‘proprietario’. Nei diversi locali, che fanno parte della visita guidata alla modica cifra di 6 euro, comunque troviamo, oltre ad una cappella per la preghiera, dipinti come il preziosissimo dittico di Jan Provost, altre preziose opere di artisti fiamminghi e di famosi artisti italiani del Seicento.

San Pietro che piange, oli o su tela, di Guido Reni – Collegio Alberoni, Appartamento del Cardinale, Piacenza

Il Collegio, si diceva, aprì il 18 novembre del 1751 e fu affidato alla gestione dei Padri della Congregazione della Missione di San Vincenzo de’ Paoli (ecco contestualizzata la mostra in corso). Sebbene sorto precipuamente per la formazione del clero l’istituto ha annoverato fra i propri alunni scienziati, ingegneri, giuristi e medici, filosofi, eruditi e uomini politici. Ancora oggi resta punto di riferimento e attivo centro di approfondimento teologico, filosofico e scientifico. In proposito assolutamente inevitabile la visita alla fornitissima e preziosa Biblioteca ricca di circa 130.000 volumi.

Purtroppo non compresi nella visita guidata il Gabinetto di Fisica, quello di Scienze Naturali, l’Osservatorio sismico e meteorologico (1802) perfettamente funzionanti, eccoci nel salone con i diciotto superbi arazzi di manifattura fiamminga (secoli XVI – XVII) dei quali due del primo Cinquecento di grande valore.

Così, arrivando alla Pinacoteca costituita dalle raccolte romane e piacentine del cardinale e da successive acquisizioni., concludiamo la nostra visita che ci ha permesso di passare un’abbondante oretta domenicale a contatto con le meraviglie dell’arte. Un’occasione da non perdere fino al 25 febbraio.

Marina con velieri nel porto, olio su tela, Gian Paolo Panini

San Vincenzo de’ Paoli col volto di Kit Carson, un’opera di Aurelio Galleppini (Galep) in mostra al Collegio Alberoni a Piacenza

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San Vincenzo de’ Paoli presenta i bambini a Santa Luisa de Marillac, opera di Aurelio Galleppini, in arte Galep, ‘padre’ di Tex Willer. Fino al 25 febbraio ammirabile al Collegio Alberoni di Piacenza nei pomeriggi di venerdì, sabato e domenica

Lo si accennava ieri nell’articolo dedicato alla mostra in corso al Collegio Alberoni a Piacenza “I colori della carità – San Vincenzo de’ Paoli nei capolavori dell’arte italiana tra ’700 e ’900: in una delle cinque sezioni nelle quali si ammirano le opere dedicate al Santo da pittori soprattutto del XVIII e XIX secolo, improvvisamente ci si ritrova di fronte alla riproduzione fotografica di un dipinto realizzato da Aurelio Galeppini, il mitico Galep, ‘padre’ del più famoso fumetto italiano, Tex Willer.

Galep, nato in Toscana da genitori di Iglesias, sin da ragazzo si trasferì nell’Isola. Durante la seconda guerra mondiale mentre soggiornava a Cagliari, distrutta dai bombardamenti, povero e senza un lavoro stabile realizzò su richiesta alcuni dipinti per il Collegio delle suore Vincenziane letteralmente in cambio di un piatto di minestra  (per l’esattezza abiti, il soggiorno e una serie di pasti).

Tex doveva attendere ancora un paio d’anni per ‘nascere’ ma indubbiamente Galep già aveva nella mente alcuni riferimenti che avrebbe poi utilizzato nel fumetto degli eroi del west. Basti notare di quanto il San Vincenzo immortalato nel dipinto venga illustrato con quel pizzetto che lo rende tanto somigliante al futuro Kit Carson, il fedele pard del ranger texano.

Insomma anche solo per questo val ben la visita alla mostra dove, a proposito di sorprese (da ammirare) un’altra c’attende: tra i giganteschi pannelli e gli storici ovali, c’è un inedito omaggio. Giovanni Freghieri, fumettista e disegnatore di Dylan Dog, piacentino, ha offerto alla mostra una tavola che raffigura il patrono della carità, da affiancare a quella realizzata nel Dopoguerra dal papà di Tex. Purtroppo non ne abbiamo una riproduzione e, strana lacuna, non troviamo traccia sia del dipinto di Galep che dell’omaggio di Freghieri nel catalogo della mostra. Non resta che accontentarci della esposizione delle opere in mostra oltrechè, per quanto riguarda il saperne di più del San Vincenzo de’ Paoli immortalato da Galep, della pagina del Corriere dandone lettura alla bacheca della biglietteria e bookshop.

“I colori della carità – San Vincenzo de’ Paoli nei capolavori dell’arte italiana tra ‘700 e ‘900”, trenta dipinti in mostra al Collegio Alberoni di Piacenza fino al 25 febbraio

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Un’interessante proposta per un pomeriggio a contatto con l’arte da passare al Collegio Alberoni a Piacenza dal venerdì alla domenica fino al 25 febbraio, dalle ore 15.00 alle 18.30: partire dalla visita alla mostra “I colori della carità – San Vincenzo de’ Paoli nei capolavori dell’arte italiana tra ’700 e ’900” per poi seguire la guida che ci porta ad ammirare i capolavori del Seminario, dall’appartamento del Cardinale Alberoni, al dipinto ‘Ecce Homo’ di Antonello da Messina, alla biblioteca, ai dipinti conservati nella Galleria.

Predica di San Vincenzo de Paoli” di Giacomo Zoboli

Per quanto alla mostra dedicata a San Vincenzo de’ Paoli l’occasione ci permette di conoscere un santo che nel Seicento francese seppe inventare una moderna rete di interventi sociali e segnare in profondità la vita sociale ed ecclesiale della Francia.

Negli anni Vincenzo de’ Paoli, uomo di umili origini contadine, fonda i Missionari della Carità (noti anche come Lazzaristi), le Dame e poi le Figlie della Carità. Queste ultime, ragazze di umili origini, diventano uno dei primissimi ordini femminili a operare al di fuori dei conventi di clausura, direttamente nella società. San Vincenzo di fatto pone le basi pratiche e ideali della moderna assistenza solidale: nell’oggetto – il soccorso alle famiglie affamate e ai mendicanti, l’accoglienza dei bambini abbandonati, l’opera tra i carcerati – e nel metodo: raccolta fondi, interventi mirati e duraturi nel tempo, comunicazione pubblica dei bisogni, coordinamento tra le attività di aiuto.

Francesco Vellani – San Francesco di Sales e San Vincenzo de’ Paoli presentano le Regole della Visitazione alla Beata Giovanna di Chantal (1751 circa)

Possiamo dunque ammirare durante la visita (6 euro l’ingresso compreso l’accompagnamento di una guida, un’ora circa il tempo necessario per la mostra e per la restante parte del Collegio) oltre trenta capolavori provenienti da tutta Italia, e una straordinaria selezione di importanti artisti italiani attivi nel XVIII e XIX secolo. Si tratta della prima esposizione in assoluto dedicata all’iconografia di san Vincenzo in Italia, ideata dai Padri vincenziani del Collegio Alberoni e curata dallo storico dell’arte Angelo Loda. Un’occasione unica per ammirare opere finora poco conosciute perchè chiuse in conventi di clausura o comunque in istituti religiosi.

 

Lungo il percorso una sorpresa da lasciare letteralmente a bocca aperta quantomeno gli amanti del fumetto: gli omaggi al Santo da parte di Aurelio Galleppini, il mitico Galep, storico autore delle prime copertine di Tex e di Giovanni Freghieri, piacentino famosissimo disegnatore tra l’altro di Dylan Dog. Omaggi che decisamente mai ti aspetteresti e diciamo la verità: Galep e Freghieri, anche da soli, valgon ben la visita. Ma, di questo, parleremo nei prossimi giorni come, nei prossimi giorni, parleremo delle ulteriori opportunità che l’apertura straordinaria della Galleria e del Collegio ci offrono per un pomeriggio a tuttarte.

San Vincenzo de’ Paoli e la Sacra Famiglia, opera del pittore Salvatore Monosilio


 

“Ti saluto, vado in Abissinia – Giovani nella guerra d’Etiopia 1935-36”, racconto di Stefano Prosperi, Marlin editore

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Un’occasione d’oro per conoscere e approfondire una pagina della nostra storia troppo spesso conosciuta a malapena grazie non certo alla squola (che dal punto di vista storico merita la q) ma alle canzonette che accompagnavano la partenza dei bastimenti con le nostre truppe e i civili al seguito, come la famosissima “faccetta nera“. In questo caso è il figlio, Stefano, di uno di quei soldati che in forma romanzata racconta i giorni dell’invasione e della guerra come vissuti dal padre, Mario Prosperi. Partito volontario non certo per ‘credo fascista’ ma per necessità economica di una famiglia borghese, madre, due fratelli con seri problemi che li escludono da un lavoro continuativo, la paga del soldato diventa fondamentale per la sopravvivenza. La conquista della Terra d’Africa? Un fatto di civiltà, l’opportunità per abissini e abissine per essere liberati dalla schiavitù. Così la propaganda di un regime che, in realtà, gioca una partita di autorevolezza (leggasi potere) internazionale e soprattutto vuole vendicare la grave sconfitta patita sullo stesso terreno alla fine del secolo precedente, unico esercito coloniale bastonato dalle ‘selvagge’ popolazioni africane. Selvaggi che in realtà tanto selvaggi non sono ed anzi oppongono una strenua resistenza costringendo gli italiani a metodi sempre più duri, vere e proprie barbarie tanto da dover discutere su chi siano i veri selvaggi.

Camicie nere all’imbarco

Del resto si tratta di una guerra e di una vittoria da raggiungere costi quel che costi. Mario vive e racconta (attraverso la penna del figlio) tutte le difficoltà e le vicende di una guerra sporca come tutte le guerre. Il caldo infernale, la varietà del terreno, l’approssimazione o la mancanza di carte adeguate del territorio. Eppure si avanza. Grazie all’impegno di forze e mezzi garantite dal regime e grazie ai metodi usati: massacri indiscriminati di civili, razzie, distruzione di interi villaggi, fucilazioni e vere e proprie esecuzioni specie di religiosi, fino all’uso dei micidiali gas che non lasciano scampo. Veri e propri crimini di guerra da parte dell’esercito e del fascismo con la complicità della monarchia silente e connivente. Alla fine s’arriva all’Amba Aradam vendicando la sconfitta di Adua del 1896 quando 17.700 uomini del Regio Esercito furono sconfitti da 100.000 combattenti etiopi armati di lance, scudi e frecce. Eppure non finisce lì. Gli etiopi che tanto selvaggi alla fine non sono, di fronte a metodi italiani che non lasciano scampo, che continuano a rapportarsi alla popolazione in termini di sottomissione ignorandone la cultura e il modo di vivere, organizzano la resistenza in forma di guerriglia, peraltro ben armati dai soliti inglesi, nemici giurati non tanto del fascismo ma delle mire espansionistiche di Mussolini capace di incidere sul dominio economico in africa dei sudditi di Sua Maestà la Regina.

Così Mario ci racconta dei tempi morti, della noia e della degradazione dei giorni vissuti in uno sperduto fortino, delle partite a carte, delle razioni che scarseggiano, delle amicizie e dei contrasti con gli irriducibili in camicia nera, dell’arrivo ad Addis Abeba, delle passeggiate tra le case di Makallè, delle scorribande delle Camice Nere che non esitano ad appropriarsi delle cose “dei selvaggi” con metodi che ai giorni nostri chiameremmo espropri proletari, degli improvvisi attacchi ‘mordi e fuggi’ della resistenza ai quali seguono pesanti repressioni su civili sospettati di connivenza. Il tutto raccontato dal punto di vista di un giovane ragazzo che vive tra i dubbi e i timori per un futuro sempre più incerto, che si rende conto di come l’ambiziosa avventura voluta dal Regime si avvia ad essere una disastrosa impresa mentre arrivano le notizie degli aerei inviati dal Duce in terra di Spagna e dei combattimenti ai quali partecipano fascisti e nazisti a fianco del generale Franco contro il governo spagnolo legittimamente eletto. Che cosa si sta preparando, quale il futuro del mondo? Ombre di guerra. Il timore di Mario che, nell’ennesimo combattimento, viene ferito.  Un libro, 323 pagine che scorrono veloci, una lettura gradevole proprio in quanto storia che diventa romanzo, vissuta attraverso gli occhi, le emozioni, i sentimenti, i dubbi, le paure di un ragazzo in una terra sconosciuta che si interroga sul futuro che lo attende in un Paese dominato dalla dittatura.

Ricordi guerra Italia-Etiopia, Adua 1935-36