Oggi, 7 luglio, si ricorda San Claudio martire ad Ostia per ordine dell’imperatore Diocleziano e si festeggia l’onomastico di quelli che di nome fan Claudio

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San Claudio si convertì al Cristianesimo e, seguendo il suo esempio, si convertirono anche la moglie Prepedigna ed i figli Alessandro e Cuzia.

Secondo quanto scritto nel Martirologio Romano, San Claudio adottò lo stile di vita del buon cristiano, dedicando la vita al Signore, pregando, facendo opere di bene e dedicando se stesso e tutti i suoi averi ai poveri e ai bisognosi.

Nel frattempo l’imperatore Diocleziano era piuttosto favorevole al matrimonio tra il proprio figlio Massimiano con la nipote di san Claudio, Susanna. Ma da fervente cristiano Claudio non appoggiò le nozze volute dall’imperatore. Quest’ultimo, vista l’opposizione del santo, lo fece arrestare insieme alla sua famiglia, esiliandoli ad Ostia. Qui la loro sorte fu atroce: furono arsi vivi e le loro ceneri buttate in mare. 

Da buon Claudio mi sento di confermare la scarsa propensione a chinare il capo di fronte ai potenti di turno quando calpestano i diritti dei deboli, dei lavoratori, dei ‘figli di nessuno’, quando negano la giustizia, la solidarietà, l’umanità. Per mia fortuna, le vendette degli stessi non arrivano più al martirio. Magari lasciano vivere ovviamente negando non solo privilegi ma anche quanto dovuto e meritato favorendo chi da buon asservito sostiene, condivide, approva la malagestio del potere. Del resto che farci? Così siam fatti noi, quelli di nome Claudio.

“Sei un bimbo nero? Vai via dal nostro parco”! La bimba bianca che ascolta Salvini

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L’esplosione dell’egoismo becero che, all’ombra di Salvini, porta a mistificare la realtà creando mostri della ragione. Ieri sono stato a pranzo con un amico, fervente sostenitore dell’estremismo del vice Presidente del Consiglio. Si parlava di Boeri, presidente INPS, e delle sue dichiarazioni in merito al fatto che il sistema pensionistico trova base anche nella presenza di immigrati che sono disponibili a lavori che pochi italiani vogliono eseguire. “Ma vive su Marte? Lo sostituiremo!”, ha tuonato Salvini toccato nel vivo della sua campagna indiscriminata contro tutti gli immigrati. Una campagna che comincia a produrre gli effetti voluti: una nigeriana viene picchiata per aver osato precedere un italiano allo sportello bancomat. Un bambino nero viene cacciato da un parco da una bambina bianca: “tu sei nero, qui non ci puoi stare”! In entrambi i casi si trattava di immigrati regolari, non di clandestini o di profughi arrivati con barconi o gommoni. Lei regolare lavoratrice, il bambino figlio di regolari lavoratori. Ma ormai così va, ormai grazie al ministro delle ruspe, molti italiani fanno di tutte le erbe un fascio, non distinguono più. Perché Boeri, che distingue tra immigrati regolari e immigrati irregolari, ha ragione: semplicemente il nostro sistema pensionistico, mentre diminuisce la natalità e mentre i nostri figli, diplomati o laureati, preferiscono cercare fortuna all’estero (dove magari fanno gli sguatteri nei ristoranti e nei pub), si basa proprio sui contributi prodotti dagli immigrati, quelli che vengono da lontano proprio per lavorare. Ecco allora gli indiani che lavorano nelle nostre stalle regolarmente ‘a libretto’ (un lavoro pesante, dove ci si sporca le mani e ci si spezza la schiena), ecco gli slavi ottimi lavoratori nei cantieri edili, ecco i cinesi che, a suon di soldoni, rilevano bar, ristoranti, trattorie, pizzerie, negozi per parrucchiere, per estetiste, abbigliamento. Boeri ha ragione: diminuendo la disponibilità di italiani a fare lavori considerati usuranti o addirittura degradanti o ancora a scarsa redditività, aumentando i pensionati a scapito dei lavoratori attivi, se riusciamo a demotivare gli immigrati regolari a cercare fortuna in Italia, avremo forti difficoltà a sostenere il nostro sistema pensionistico. Eppure, per quell’amico (che ormai devo definire un ottuso conoscente) incontrato ieri a pranzo, ancora una volta generalizzando ha ragione Salvini e chi come Boeri disturba il manovratore numeri e competenza alla mano, ha torto, deve tacere. Ecco perchè IO NON STO CON SALVINI.

Bacio contronatura o semplicemente sono il politico (apparentemente) buono e il politico (propagandisticamente) cattivo? Come i ladri di Podenzano (un detto delle mie parti): il gatto e la volpe, fingono di litigare di giorno per far bottino e dividerlo da bravi briganti di notte.

P.S.: NON STO CON SALVINI E NEMMENO CON DI MAIO, SIA CHIARO

5 luglio 1946: grazie a una bomba nucleare, arriva il bikini, sarà una bomba da spiaggia

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A Parigi esordisce il costume da bagno in due pezzi. Opera dello stilista Louis Reard prende il nome ‘bikini’ dall’atollo del Pacifico dove qualche giorno prima è stata sperimentata la bomba atomica, poichè il creatore lo ritiene ‘esplosivo’.

Micheline Bernardini indossa il primo bikini – 5 luglio 1946 (Getty)

 

 

“Portici”, lirica di Michele Prenna, poeta in Varese

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Opera di Laura Toponi

Addossati agli angoli
d’obbligati passaggi
rapidi i questuanti
tendono i cappelli.

A intervalli inginocchiati
vicino hanno cartelli:
appelli ai passanti
alle vetrine innanzi
rimaste sotto i portici.

Spettacolo di oggi
a rimembrarti un ieri
di giovanili giorni
al cuore tuo radiosi.

Sotto i portici, polittico olio pigmenti e smalti su tela di Mariarosaria Stigliano

“Consiglio spassionato”, lirica di Alfonso Gatto, poeta (1909 – 1976)

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Ritratto di Mussolini, olio su tela di Gerardo Dottori

Non date retta al re,
non date retta a me.
Chi v’inganna
si fa sempre più alto d’una spanna,
mette sempre un berretto,
incede eretto
con tante medaglie sul petto.
Non date retta al saggio
al maestro del villaggio
al maestro della città
a chi vi dice che sa.
Sbagliate soltanto da voi
come i cavalli, come i buoi,
come gli uccelli, i pesci, i serpenti
che non hanno monumenti
e non sanno mai la storia.
Chi vive è senza gloria.

“Quando Piacenza era più piccola di Mortizza: viaggio nelle frazioni (1)”, intervento di Carmelo Sciascia

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In  Italia regnava Vittorio Emanuele III quando venne promulgato il Regio Decreto n.1729. Era precisamente l’otto luglio dell’ormai lontano 1923, il testo recava norme sull’Unione dei comuni di Piacenza, San Lazzaro Alberoni, Sant0Antonio Trebbia e Mortizza. È una data storica importante per Piacenza perché improvvisamente accresce notevolmente, in maniera esponenziale, la superfice del suo territorio e la popolazione stanziale. Il decreto Napoleonico del 10 settembre 1812, delimitava il territorio del comune di Piacenza praticamente alla città dentro le mura farnesiane, il confine era delimitato dalla circonvallazione che girava a pochi metri di distanza dalle antiche mura. L’unione con i comuni limitrofi ha determinato in realtà la loro soppressione come Enti autonomi e la conseguente annessione, perché di questo si è trattato: un po’ come era avvenuto con gli altri Stati della Penisola, al momento dell’Unità d’Italia. La necessità di detta unione era stata motivata da una presunta parassitaria rendita. Si disse infatti che per collocazione topografica (vicinanza), gli abitanti dei Comuni limitrofi beneficiavano, da parassiti “delle comodità e delle condizioni di vita, in cui la città si muove con i suoi servizi” (sic R.D. n.1729/23).

Una apparente contraddizione: nell’intestazione del decreto si parla di “Unione dei comuni di Piacenza, S. Lazzaro Alberoni, S. Antonio Trebbia e Mortizza” nel testo molto più bruscamente di “assorbimento” dei predetti Comuni, cosa che in effetti è puntualmente avvenuta. Un termine di paragone per tutti l’estensione territoriale di Mortizza che nei primi anni venti aveva una superfice territoriale maggiore del Capoluogo, essendo estesa dal Po al Nure, comprendeva le frazioni di Roncaglia, Bosco dei Santi, Gerbido e le Mose dove aveva sede il Palazzo del Comune.  Abbiamo avuto sempre in Italia un andirivieni politico-amministrativo tra accentramento e decentramento, tra uno Stato forte e centralizzato ad uno Stato come organo di sintesi e coordinamento delle varie realtà locali. Quello che la mia generazione ricorda bene è tutto un dibattito che si è sviluppato, fine anni novanta, intorno ad uno Stato federale a Costituzione invariata che ha portato alla riforma del Titolo V della Costituzione.  La montagna aveva partorito un topolino ed anche brutto. Questa nuova Legge portava più confusione che certezza sulle competenze dei vari Enti ed ha generato un contenzioso infinito tra Stato e Regioni. La stessa riforma garantisce l’istituzione o la modifica di nuovi comuni. Per questo a noi interessa, perché una conseguente legge regionale ha permesso la nascita nella nostra provincia di un nuovo comune: Alta Val Tidone.

Bosco dei Santi, olio su tela di Carmelo Sciascia

Il dibattito sull’organizzazione territoriale ha continuato fino a tempi recentissimi, basti pensare alla ulteriore riforma costituzionale del Governo Renzi, la cosiddetta riforma Boschi che riguardava anche le Province, bocciata da un referendum popolare nel 2016. Da una parte si dice che bisogna accentrare per ridurre i costi ed avere servizi migliori, dall’altra che bisogna decentrare per aver più controllo sociale e una forma di democrazia diretta con una partecipazione popolare altrimenti impensabile. Piacenza potrebbe rappresentare una cartina di tornasole per le precedenti e le attuali modifiche territoriali. Per le attuali sospendiamo qualsiasi forma di giudizio sarà la storia a suggerircelo. 

Per le passate, qualcosa potrebbe essere detto. Il pretesto a formulare queste considerazioni, la lettura di un nuovo libro che ci parla delle nostre frazioni. “Le nuove frazioni di Piacenza” di Mauro Molinaroli. Ognuno si sa, legge di ogni libro innanzitutto le pagine che lo interessano maggiormente in rapporto alle proprie esperienze personali o in rapporto alle proprie presunte conoscenze. Le nostre frazioni sono luoghi carichi di storia e di eventi, molte sono coeve alla nascita della stessa Placentia nel 218 a.c. Ce lo dimostrano molti resti storici territoriali, come molti termini rimasti nella toponomastica locale. 

Sui resti stendiamo pietosamente un velo, basti pensare al nuovo palazzo residenziale che ha preso il posto della vecchia sede Enel dirimpetto al Palazzo Farnese, dove c’erano i resti del teatro romano, coperti con il benestare di tutti gli organismi “competenti”. Bastava fare come si è fatto con la sede della dogana a Le Mose, dove sono ben visibili i resti di una fornace romana sulla via Postumia (l’odierna SS10). Cenno storico rilevato nel libro; come altri meritevoli comunque di maggiore approfondimento. Frazione La Verza; un cenno alla toponomastica: nome derivato, ci dice l’Autore, dal “latino medioevale aver+sa che sta a significare l’acqua che scorre, con riferimento al Rio comune che per secoli ha attraversato la frazione.” Se parliamo di toponomastica e di presenza dei romani, ineludibile dovrebbe essere il riferimento alla loro lingua, alla loro storia. Ed allora come non dedurne la derivazione da La Terza, involgaritosi in La Verza? Il terzo miglio della strada romana che attraversava la Val Trebbia. La distanza dalle mura romane (l’attuale via Sopramuro a Piacenza) e la frazione dista infatti 4 km e mezzo e se un miglio romano era derivato da “milia passuum” circa 1 Km e mezzo, ecco tornare i conti, la distanza verificata e verificabile: è esatta! Così dicasi per Quarto, Settima ed Ottavello, quest’ultimo abitato è addirittura citato nella Tavola alimentare Traiana come Octavum milium, ad otto miglia da Piacenza. 

Continua….

Santa Maria delle Mose

“Il Vicolo della Polvere Rossa”, romanzo di Qiu Xiaolong, Marsilio editore

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Sessanta anni di vita in Cina attraverso i racconti degli abitanti di Vicolo della Polvere Rossa a Shangai. Dai tempi della conquista del potere e della Rivoluzione Culturale, dagli studenti inviati ai lavori nei campi affiancando i contadini più poveri alle ronde delle Guardie Rosse per denunciare i ‘revisionisti’ e così fino ai giorni nostri, i tempi del socialismo alla cinese dove la dittatura del proletariato vien sostituita da una sorta di economia capitalista monitorata dallo Stato. L’autore, Qiu, dopo i fatti di Tienanmen ha deciso di emigrare negli Stati Uniti per cui il romanzo risente forse di un punto di vista soggettivo ‘di parte’, ma resta sicuramente una finestra interessante da aprire sul grande universo cinese del quale in realtà ben poco conosciamo. Come del resto per quanto ai tanti immigrati che oggi vivono nel nostro paese gestendo attività produttive o di servizi. Quanti sono i bar, i negozi da parrucchiere, l’offerta di massaggi, i bazar dove trovi di tutto a prezzi irrisori, i ristoranti dove un piatto di spaghetti (di soia) non supera i 3 euro contro i 9 degli spaghetti italiani? Tutti fuggiti dalla dittatura? Macchè. Non uno, tra chi accetta di risponderti, che ti parli male di Mao e degli altri capi, salvo quelli che lo stesso Partito ha posto al margine. Eppure i cambiamenti sono stati epocali ma, ti rispondono, niente di strano, il tempo cammina al fianco dei cambiamenti, nulla deve sempre essere uguale. Non so se questo stia scritto nel famoso libretto rosso di Mao o se l’abbia detto Confucio, sta di fatto che la Cina non è più vicina, la Cina è ormai tra noi, conoscere i cinesi è diventata una necessità ed è per questo che leggere i racconti di Vicolo della Polvere Rossa non può che aiutarci rivelandosi talvolta curioso, talvolta interessante, talvolta emozionante.

“I misteri della Cattedrale. Meraviglie nel labirinto del sapere”, un percorso segreto nel Duomo fino al 15 luglio

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L’emozione di un percorso all’interno della cattedrale piacentina che riporta ai tempi del medioevo sullo stile del ‘Nome della Rosa’, il romanzo di Umberto Eco che ha ispirato il film diretto da Jean-Jacques Annaud.

‘Segui il monaco’, il suggestivo invito che ti porta alle spalle del Duomo, all’ingresso autonomo da via Prevostura, che permette di accedere, per la prima volta, dai giardini sul retro delle absidi della Cattedrale.

Dopo il passaggio nella sala delle sculture, quella degli argenti e quella delle suppellettili lignee il percorso verso la cupola. Nell’anticamera delle sagrestie superiori, un video, con un’intervista a Valerio Massimo Manfredi, introduce alle cinque sezioni della mostra dei codici.

La visita porta nelle sagrestie superiori dove si possono ammirare gli antichi libri provenienti dalla Biblioteca Ambrosiana, dall’archivio capitolare della Cattedrale, di Sant’Antonino, dall’archivio storico diocesano di Piacenza e Bobbio, dall’Archivio di Stato e dalla Biblioteca Passerini Landi.

Sono straordinari capolavori dal IX al XV secolo, che raccontano la storia civile e religiosa del territorio con particolare accento su Piacenza e Bobbio con il suo Scriptorium, secondo solo a Montecassino.

A seguire eccoci in una sala multimediale dove vengono presentate con grandi immagini le pagine più preziose.

Lungo il percorso di salita, l’ultima sezione interamente dedicata al Libro del Maestro, un totum liturgico che dal XII secolo è stato modello e tesoro per la liturgia e che costituisce una summa culturale, secondo la concezione medievale. Studiato in tutto il mondo, il Libro del Maestro è un raro esempio di documento paleografico che riporta indicazioni sul costume e sulla liturgia ed è indicativo dell’arte e della musica dei secoli successivi all’anno Mille, oltre a comprendere informazioni sulla sacra rappresentazione.

Per facilitare la comprensione di questo testo e illustrare le sezioni di cui è composto, segue un video di Gionata Xerra che consente di sfogliarlo in modalità virtuale e ascoltare la riproduzione audio di antifone e sequenze.

Da qui riprende il percorso di salita ai sottotetti della Cattedrale passando dai matronei del presbiterio ove sono allestite opere di artisti contemporanei.

Raggiunta la cupola, siamo invitati ad indossare cuffie wi-fi e a entrare nel loggiato. Dopo lo show di luci creato da Davide Groppi, si potrà procedere lungo tutto il perimetro della cupola, opportunamente messo in protezione, ammirando da vicino il ciclo affrescato dal Guercino, composto dai sei scomparti con le immagini dei profeti Aggeo, Osea, Zaccaria, Ezechiele, Michea, Geremia, e dalle lunette in cui si alternano episodi dell’infanzia di Gesù – Annuncio ai Pastori, Adorazione dei pastori, Presentazione al Tempio e Fuga in Egitto – a otto affascinanti Sibille e il fregio del tamburo, cui si aggiungono i due spicchi della cupola che raffigurano i profeti Davide e Isaia, dipinti da Pier Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone.

Ridiscendendo sul lato nord, nel matroneo s’incontra la sezione relativa ai lavori promossi alla fine dell’800 con esposizione dei reperti allora smantellati tra cui torcieri, sculture, lapidi, parti di altari.

Si arriva infine all’interno del campanile per poterne ammirare dal basso l’imponente struttura lignea e accedere a una stanza segreta dove sono ancora conservati gli ingranaggi dell’orologio anticamente posto in facciata.

Una visita dunque assolutamente imperdibile con la speranza che, giunti al termine i giorni della mostra, la diocesi possa trovare il modo per permettere anche in futuro di vivere l’emozione dell’ingresso nei misteriosi affascinanti percorsi segreti della Cattedrale che domina Piacenza.

 

 

“Pasini e l’Oriente, luci e colori di terre lontane”, la mostra a Mamiano di Traversetolo chiude il 1° luglio

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Oriente di fascino e mistero, di paesaggi sconfinati e odalische, di suggestive rovine, di terre lontane, di meraviglie ed esotiche bizzarrie. Quando la prima traduzione delle Mille una Notte si diffonde in Europa all’inizio del Settecento nasce una nuova corrente di gusto che diventerà presto una vera moda per tutto ciò che viene da Turchia, Persia ed Egitto e che vedrà in Alberto Pasini (Busseto 1826 – Cavoretto 1899), pittore e viaggiatore, uno dei suoi interpreti più raffinati.

Nel 1855 Pasini, da poco arrivato a Parigi, viene chiamato a far parte di una delicatissima missione diplomatica francese, incaricata di venire a patti con lo Shah di Persia, per sottrarlo all’influenza russa,capisce di essere di fronte all’occasione della vita.

Ottiene appunto di essere aggregato come disegnatore a una missione diplomatica del governo francese in Persia, Turchia, Siria, Arabia ed Egitto. Durante quel viaggio realizzò una sessantina di studi e molti disegni, che furono la base delle opere del genere verista di stampo esotico che fecero la sua fortuna prima in Francia e poi in Italia.

Di questo storico viaggio non avremmo alcun documento se non fossero rimaste le memorie del Conte Joseph Gobineau, primo segretario, che accompagnava il Ministro Prosper Bourée assieme ad altri funzionari e dragomanni, e soprattutto i dipinti, disegni e litografie del pittore incaricato dal Ministro di accompagnare e documentare la missione: Alberto Pasini.

Tornato a Parigi nel giugno del 1856, a seguito della fine della guerra, Alberto Pasini inizia a rielaborare i disegni e gli schizzi eseguiti durante il viaggio e presenta negli anni successivi al Salon parigino una serie di dipinti di grande formato, che costituiranno uno dei modelli di riferimento per tutta la pittura orientalista degli anni a seguire.

A metà dell’Ottocento, infatti un nuovo contesto di relazioni politiche, economiche, culturali, sociali, porterà alla nascita e allo sviluppo a Parigi di un centro europeo di cultura e produzione artistica a soggetto orientalista, che alimenterà un nuovo gusto collezionistico attento all’estraneo e all’esotico, grazie anche e soprattutto all’opera del più grande mercante parigino di quegli anni, Adolphe Goupil, con cui Pasini stabilirà un contratto di esclusiva, che venderà oltre 300 opere dell’artista.

 

“Nessuno è straniero”, filastrocca di Gianni Rodari

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La pelle
Pelle bianca come la cera
Pelle nera come la sera
Pelle arancione come il sole
Pelle gialla come il limone
tanti colori come i fiori.
Di nessuno puoi farne a meno
per disegnare l’arcobaleno.
Chi un sol colore amerà
un cuore grigio sempre avrà.