“FIKA, un viaggio, una riflessione”, a cura di Carmelo Sciascia

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Un bel quaderno di cultura piacentina è stato, ed è, L’Urtiga. Questa rivista comunque non credo possa venirci incontro in merito al problema che andrò ad esporre. Ma, un incontro con qualche animatore instancabile e fattivo di questa stessa rivista, sicuramente potrebbe risultare risolutivo.
Perché una semplice conversazione, con chi possiede una conoscenza filologica, ha il merito di trasformare un incontro, in un confronto intessuto di rimandi, rimandi linguistici e letterari, locali e non. La relazione tra due o più individui, è sempre apportatrice di chiarificazioni, il solipsismo non sempre riesce, perché è difficile rimanere lucidi, quando si conversa con se stessi.
Avrei posto all’ipotetico esperto interlocutore il problema delle influenze linguistiche tra il dialetto piacentino derivato dal ceppo gallico e le lingue scandinave, lingue discendenti dall’antico ceppo germanico. Per capirne, ad esempio, le eventuali analogie: si tratta pur sempre di lingue discendenti di popolazioni barbare che tanta pratica quotidiana avevano in comune. Anche se è vero che tanta storia ne ha modificato la struttura originaria, innestando nuove lingue, proprie di popolazioni provenienti da altri territori. Semplificando: non a caso troviamo nel parlato piacentino, strutture latine insieme a francesismi. Ma può essere il dialetto piacentino nobilitato ed essere accolto come lingua? So di tanti studi in proposito; difficile poterlo affermare. Nemmeno la definizione contenuta nell’art. 1 della “Carta europea per le lingue regionali e minoritarie” ci può aiutare a sciogliere l’enigma.
Facendo comunque un sommario paragone con altri dialetti italiani, può darsi che, tra il piacentino e le lingue scandinave una qualche relazione possa esistere, comune è la radice storico-culturale della civiltà celtica ad esempio. Relazione che sicuramente non può avere e non ha il siciliano, cui l’UNESCO ha riconosciuto lo status di lingua madre, discendente direttamente dal latino volgare e prima lingua letteraria italiana con la Scuola siciliana, già nel XIII secolo.
Ha dato sulla lingua ed il dialetto, una definizione che taglia la testa al toro, il linguista lituano Max Weinreich: “una lingua è un dialetto con un esercito ed una marina“.
E preso atto che Piacenza non ha un esercito e nemmeno una marina che, tra l’altro, difficilmente potrebbe avere non avendo sbocchi al mare (al limite una flotta fluviale), non può essere tenutaria di una lingua, ma semplicemente di un dialetto. Possiamo ritenere il piacentino un dialetto o se vogliamo, potremmo darle una definizione più aulica e cioè considerarla una “lingua locale minoritaria”.
C’è un modo di dire, un intercalare, che i piacentini amano ripetere spesso.
È un intercalare che non ha nulla a che vedere con il suo significato lessicale. Come per i tanti modi di dire di varie parti d’Italia che fanno riferimento a parti anatomiche ed intime dell’uomo o della donna. Sono entità linguistiche munite di vita propria che di tanto in tanto fanno capolino nei discorsi quotidiani, discorsi comuni che nulla hanno di volgare, avendo perso il loro primitivo riferimento.
Un po’ come per le opere d’arte che al di là di ciò che rappresentano, restano avulse, distaccate dalla rappresentazione grafica, acquistano un diverso significato. Esempio classico “L’origine del mondo” di Gustave Courbet. Un quadro che nonostante una grafica esplicita non ha nulla di pornografico, grazie alla tonalità cromatica il messaggio diventa qualcosa d’altro: il significato anatomico si trasforma in messaggio allegorico. L’eros come rappresentazione della fecondità. L’origine del mondo diventa rappresentazione della forza creatrice generatrice di vita.
Così per le opere letterarie, in primis il nostro Dante Alighieri: “Al fine de le sue parole il ladro – le mani alzò con ambedue le fiche, gridando: Togli, Dio, ch’a te le squadro!” (Inferno, canto XXV).
Sul significato del gesto non vi è alcun dubbio, è una rappresentazione di un gesto che qualcuno definisce scurrile come quello cui le femministe ci mostreranno secoli appresso, accompagnando la rappresentazione gestuale con l’esplicita indicazione del possesso e della personale gestione.
Spunto di questa riflessione un volantino, che mi veniva offerto gentilmente dalle mani di una ragazza bionda ed alta, un prototipo di ragazza scandinava come siamo abituati a rappresentarcela nell’immaginario collettivo, infatti ero in Svezia, a Stoccolma, precisamente.

FIKA, l’esempio della felicità svedese

Il termine FIKA, intestazione del volantino, mi catapultava a Piacenza, al modo di dire, di intercalare. Tipica locuzione per rendere più incisiva un’espressione, rendere più colorita una qualsiasi affermazione. Come meravigliarsi, organi sessuali sono presenti nel linguaggio di tanti altri dialetti nazional-popolari.
Fika. Termine tante volte sentito pronunciare per le strade cittadine, termine nobilitato in poesia: l’abbiamo visto citato in Dante ed in tanta altra letteratura precedente e conseguente.
In pittura è stata rappresentata infinite volte (come non pensare agli affreschi pompeiani), come graffiti preistorici la ritroviamo nelle mura e nei cessi pubblici di ogni luogo dell’intero mondo creato ed abitato.
A proposito di Pompei: chi l’avrebbe mai detto che a Stoccolma il caffè è più apprezzato che a Napoli?
Fika con la cappa, da noi è indifferentemente scritto e pronunciato con la g o con la c, solo che con la k cambia completamente di significato: diventa un invidiabile stile di vita!
Fika è un happy hour, un break coffee, una pausa di lavoro, ma anche andare… ad un appuntamento.
Comunque al di là di qualsiasi facile ironia, abbiamo bisogno oggi di rallentare i ritmi frenetici dei nostri tempi, abbiamo bisogno di pause per vivere più serenamente, per riflettere, per apprezzare le tante piccole grandi cose che la vita ci offre. A Piacenza ogni volta che ci troviamo a pronunciarlo o a sentirlo, ricordiamoci il significato germanico della lingua scandinava, perché abbiamo bisogno, per dirla in svedese e come gli svedesi, oggi più che mai di FIKA!

Fika è un verbo svedese che significa “uscire a bere caffè”, solitamente accompagnato da un dolce. La parola è un esempio dello slang del XIX secolo dove le sillabe di una parola vengono invertite: fika deriva in effetti da kaffi, termine svedese arcaico che indica il caffè (oggi kaffe). Il fika è un’istituzione sociale in Svezia: significa prendere un caffè con i colleghi, gli amici o la famiglia, può indicare una pausa di lavoro, ma anche andare ad un appuntamento. La Svezia è tra i maggiori consumatori di caffè al mondo e la pratica di prendere una pausa caffè è molto importante nello stile di vita svedese. Sebbene il fika possa implicare “prendersi una pausa dal lavoro”, spesso in questo caso si usa il termine, più enfatico, fikapaus (pausa caffè) o fikarast (break per il fika). Fika può anche significare semplicemente prendere un caffè con un amico al bar. Il termine implica bere caffè, quindi mangiare un tramezzino al bar non è fika; d’altro canto è comune bere del tè, mentre i più giovani possono bere limonata drink analcolici o latte al posto del caffè. Nonostante questo, un vero fika richiede il caffè.  [ immagine di Stephen Arnold ]

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