Delitto Pasolini – Approfondimento di Alberto Zanini pt.1 (dal blog I gufi narranti)

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Pasolini è stato un poeta, scrittore, regista, giornalista nato a Bologna nel 1922. Figlio di un ufficiale di fanteria e di una maestra. Uno dei più grandi intellettuali del novecento, un attento testimone del nostro tempo, osservatore acuto e critico della società.

Un grande fustigatore e penna al vetriolo che con coraggio portò avanti le sue idee in un momento storico difficile e controverso, fino a sacrificare la vita per le sue idee senza subire condizionamenti.

Era un libero pensatore che combatteva la sua battaglia isolato, solo contro tutti, contro la morale corrente, contro la società, contro il consumismo e contro i poteri forti.

Pasolini non si faceva condizionare da nessun credo politico, le sue idee personali le portava avanti sempre e comunque.

Le sue radici contadine affondavano in una cultura politicamente multicolore.

Il suo amore per il sottoproletariato, in quanto ritenuto espressione genuina della società, lo vedeva spesso a fianco della povera gente. Opinione che in realtà il poeta modificò nel tempo, quando si rese conto che i suoi borgatari incomincivano a far parte della malavita romana.

Pasolini riteneva l’opinione pubblica condizionata dalla violenza che impregnava la società.

disegno di Davide Toffolo

L’estremismo delle sue opinioni lo resero inviso sia alle forze politiche che in gran parte della società. Nel 1975 lo scrittore, sulle pagine del Corriere della sera, espresse un risoluto parere contrario al referendum sull’aborto, ricevendo aspre critiche anche dagli intellettuali solitamente al suo fianco. Pasolini stigmatizzava il rischio evidente di una paralisi dei valori, associando l’aborto ad una libertà sessuale figlia di una società dei consumi estremizzata.

Il Corriere della Sera il 14 novembre 1974 pubblica un editoriale intitolato il “Romanzo delle stragi (Io so…)” dove lo scrittore crede in un filo nero che collega i politici democristiani corrotti con la destra terrorista, i servizi segreti e la Cia.

Pasolini sostiene di conoscere i nomi dei responsabili della strage di Piazza Fontana, di piazza della Loggia, del treno Italicus ma di non aver le prove per denunciarli.

Nel 1972 “per motivi di ordine pubblico” il processo di Piazza Fontana venne spostato da Milano a Catanzaro dove, in seguito, tutto il materiale giudiziario prodotto: interrogatori, fotografie deposizioni ecc rimase dimenticato nei sotterranei del Palazzo di Giustizia.

L’incuria mise a rischio centinaia di faldoni conservati, finché nel 2004, grazie alla meritevole opera dello storico calabrese Fabio Cuzzola, si decise di digitalizzare. Questa encomiabile iniziativa ha permesso di riportare alla luce la corrispondenza tra il terrorista nero Giovanni Ventura e lo scrittore Pier Paolo Pasolini.

Nella penultima lettera, datata 24 settembre 1975, lo scrittore non nasconde la propria irritazione per l’ambiguità del terrorista nelle risposte a certe domande.

Gentile Ventura, (…) Vorrei che le sue lettere fossero meno lunghe e più chiare. Una cosa è essere ambigui, un’altra è essere equivoci. Insomma, almeno una volta mi dica sì se è sì no se è no. La mia impressione è che lei voglia cancellare dalla sua stessa coscienza un errore che oggi non commetterebbe più. Fatto sta che lei resta sospeso ancora – e ai miei occhi di ‘corrispondente’ scelto da lei – in quell’atroce penombra dove destra e sinistra si confondono. Si ricordi che la verità ha un suono speciale, e non ha bisogno di essere né intelligente né sovrabbondante (come del resto non è neanche né stupida né scarsa). Suo, Pier Paolo Pasolini

Pasolini durante i 7 mesi di scambi di missive con il terrorista, spera in una confessione che possa dirimere la nebbia sulla strage di Piazza Fontana.

Tra i documenti di Catanzaro viene trovato anche un fascicolo, con il numero di protocollo 2942, del Sid dove risulta evidente il controllo da parte dei Servizi Segreti sulla vita pubblica e privata dello scrittore.

Tra l’altro si scopre che a Roma esisteva un “ufficio stragi”, diretto da Adelio Maletti, che si avvaleva della collaborazione del capitano Antonio Labruna per far sparire le prove contro i terroristi neri ai quali erano destinati dei soldi per riparare all’estero tranquillamente.

Sia Maletti che Labruna, iscritti entrambi alla P2, sono stati condannati definitivamente per favoreggiamento.

Giovanni Ventura venne assolto in appello, per insufficienza di prove, per l’attentato del 12 dicembre 1969 presso la Banca dell’Agricoltura a Milano, ma condannato comunque per 16 attentati preparatori con il sodale Franco Freda.

Nel 1974 Pasolini inizia a scrivere “Petrolio”, ma la morte drammatica e improvvisa gli impedisce di completarlo.“Petrolio” è il romanzo delle stragi, un libro particolare, pieno di note dell’autore, che prende spunto dalla cronaca e ipotizza un filo nero che lega economia, politica, terrorismo di Stato e massoneria. Pasolini, nel suo romanzo, profetizza addirittura una strage, descritta come una visione, che sarebbe avvenuta 5 anni dopo la sua morte, quella della stazione di Bologna.

La bomba è fatta scoppiare: un centinaio di persone muoiono, i loro cadaveri restano sparsi e ammucchiati in un mare di sangue, che inonda, tra brandelli di carne, banchine e binari. (…) La bomba viene messa alla stazione di Bologna”.

Parla anche dell’Eni, di Enrico Mattei e di Eugenio Cefis. I nomi sono volutamente cambiati ma facilmente individuabili.

Cefis che è legato ai servizi segreti, muove la finanza e con essa anche il potere politico è la vera ossessione di Pasolini.

Nel libro manca un capitolo, l’appunto 21, intitolato “Lampi sull’Eni”. Di questo paragrafo, che Pasolini ha sicuramente scritto, in quanto rimanda il lettore alla sua visione, se ne sono perse le tracce misteriosamente. Sottratto da sconosciuti e non più trovato.

Cefis, da documenti del Sismi, risulta essere il vero fondatore della P2 e nel 1971, quando diventa il presidente della Montedison, sono Gelli e Ortolani a prenderne il posto, portando avanti il progetto del fondatore e consolidando gli intrecci nascosti tra politica, servizi segreti, mafia, finanza e controllo dell’informazione.

Un mese prima del suo omicidio il “Corriere della Sera” pubblica, il 28 settembre 1975, l’articolo che diventerà il suo più disperato e violento attacco a quella che ormai era diventato un’ossessione.

Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sifar.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sid.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo della Cia.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere fino a che punto la Mafia abbia partecipato alle decisioni del governo di Roma o collaborato con esso.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia la realtà dei cosiddetti golpe fascisti.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere da quali menti e in quale sede sia stato varato il progetto della «strategia della tensione» (prima anticomunista e poi antifascista, indifferentemente).
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi ha creato il caso Valpreda.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi sono gli esecutori materiali e i mandanti, connazionali, delle stragi di Milano, di Brescia, di Bologna…

In questo compendio Pasolini mette da parte la paura e scaglia definitivamente gli strali contro tutti i poteri.

Lo scrittore ha sempre subito attacchi feroci da parte della stampa di destra, ma ultimamente le minacce diventano pressanti, quotidiane e insopportabili.

Alle minacce di morte telefoniche si sostituiscono anche aggressioni fisiche. Pasolini si vede costretto a cambiare il numero di telefono della sua abitazione in via Eufrate, all’Eur, dove vive con sua madre e sua cugina Graziella Chiarcossi.

La paura di essere ucciso cresce quotidianamente. Il 13 ottobre, pochi giorni prima della drammatica fine, una bomba mette fuori uso la centralina della Sip situata a pochi metri dal portone di via Eufrate, isolando telefonicamente la zona.

Il primo novembre 1975, il giorno prima di morire Pasolini rilascia una intervista, tra le 16 e le 18, a Furio Colombo giornalista della Stampa.

“Siamo tutti in pericolo” è il titolo che propose lo stesso Pasolini

Tra le varie domande, alcune sono molte significative.

D- Che cos’è il potere secondo te, dov’è, come sta, come lo stani?

R- Il potere è un sistema di educazione che ci divide in soggiogati e soggiogatori. Ma attento. Uno stesso sistema educativo che ci forma tutti, dalle cosiddette classi dirigenti, giù fino ai poveri. Ecco perché tutti vogliono le stesse cose e si comportano nello stesso modo. Se ho tra le mani un consiglio di amministrazione o una manovra di Borsa uso quella. Altrimenti una spranga. E quando uso una spranga faccio la mia violenza per ottenere ciò che voglio. Perché lo voglio? Perché mi hanno detto che è una virtù volerlo. Io esercito il mio diritto-virtù. Sono assassino e sono buono.

D-Ti hanno accusato di non distinguere politicamente e ideologicamente, di avere perso il segno della differenza profonda che deve pur esserci fra fascisti e non fascisti, per esempio fra i giovani.

R- Ecco io vedo così la bella truppa di intellettuali, sociologi, esperti e giornalisti delle intenzioni più nobili, le cose succedono qui e la testa guarda di là. Non dico che non c’è il fascismo. Dico: smettete di parlarmi del mare mentre siamo in montagna. Questo è un paesaggio diverso. Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale. Piacerebbe anche a me se tutto si risolvesse nell’isolare la pecora nera. Le vedo anch’io le pecore nere. Ne vedo tante. Le vedo tutte. Ecco il guaio, ho già detto a Moravia: con la vita che faccio io pago un prezzo. È come uno che scende all’inferno. Ma quando torno – se torno – ho visto altre cose, più cose. Non dico che dovete credermi. Dico che dovete sempre cambiare discorso per non affrontare la verità.

D- Perché pensi che per te certe cose siano talmente più chiare?

R- Non vorrei parlare più di me, forse ho detto fin troppo. Lo sanno tutti che io le mie esperienze le pago di persona. Ma ci sono anche i miei libri e i miei film. Forse sono io che sbaglio. Ma io continuo a dire che siamo tutti in pericolo.

Nell’intervista si percepisce la disperazione dello scrittore per il futuro dell’umanità. Un pessimismo ormai irreversibile per la perdita dei valori tradizionali.

L’ultima domanda del giornalista:

D- Pasolini, se tu vedi la vita così, (Siamo tutti in pericolo”) come pensi di evitare il pericolo e il rischio?

Pasolini chiese a Colombo di lasciargli il tempo di rispondere:

«Ci sono punti che mi sembrano un po’ troppo assoluti. Fammi pensare, fammeli rivedere. E poi dammi il tempo di trovare una conclusione. Ho una cosa in mente per rispondere alla tua domanda. Per me è più facile scrivere che parlare. Ti lascio le note che aggiungo per domani mattina».

Ma il destino aveva deciso diversamente. Per Pasolini non ci fu l’indomani.

E’ una storia da dimenticare (*)

è una storia da non raccontare

è una storia un po’ complicata

è una storia sbagliata

All’una e mezzo del mattino di domenica 2 novembre 1975 il silenzio della notte viene infranto dal rombo di un auto, che velocemente percorre il lungomare Duilio di Ostia contromano. La manovra attira l’attenzione di una pattuglia dei carabinieri che si lancia immediatamente all’inseguimento dell’Alfa Romeo 2000 GT grigia metallizzata.

Dopo un lungo inseguimento i carabinieri riescono a bloccare la vettura guidata da un ragazzo di 17 anni, di nome Pino Pelosi, conosciuto dalle forze dell’ordine per furti d’auto.

La macchina risulta intestata a Pier Paolo Pasolini e il ragazzo ammette di averla rubata nel quartiere Tiburtino.

Pelosi, che è in libertà provvisoria, viene arrestato.

Questo è la versione ufficiale che tutti i media hanno riportato.

La cugina di Pasolini, Graziella Chiarcossi, in una intervista rilasciata a Repubblica nel 2015 afferma che la notte del 2 novembre 1975 fu la polizia e non i carabinieri ad informarla del ritrovamento dell’Alfa Romeo in zona Tiburtina, a circa quaranta chilometri da Ostia. Ritrovamento debitamente verbalizzato. Una dichiarazione che contraddice clamorosamente la versione ormai ufficializzata, da parte dei carabinieri, dell’arresto di Pelosi per furto della medesima auto sul lungomare di Ostia. Ritrovamento della polizia o furto di auto? Qualcuno mente o la macchina ha il dono dell’ubiquità.

Questa nuova dichiarazione avrebbe potuto in parte squarciare il velo di bugie, ma la Procura di Roma si è rifiutata di prenderla in considerazione.

Pelosi, prima di essere condotto in carcere, chiede ai carabinieri di poter recuperare, all’interno dell’Alfa Romeo, l’accendino, le sigarette e il suo anello d’oro con una pietra rossa, ma la ricerca risulta vana.

Nella vettura, parcheggiata nella rimessa dei carabinieri, vengono rinvenuti il giaccone grigio di Pasolini, due libretti degli assegni intestati al poeta, alcune banconote sotto i tappetini e inoltre, di provenienza sconosciuta, sul sedile posteriore, un maglione verde sporco e sotto un sedile un plantare numero 41 di una scarpa destra con due lettere visibili: una M e una T e altre illeggibili.

Graziella Chiarcossi, dichiara che la sera del 31 ottobre ha fatto lavare la vettura e all’interno non c’erano né il maglione né il plantare.

Dalla macchina però è sparito il testo della sceneggiatura che, la sera del primo novembre, Ninetto Davoli consegna allo scrittore durante la cena al Pommidoro.

Sono dei fogli ciclostilati, sottratti da ignoti, probabilmente scambiati per documenti importanti.

L’auto, rimane aperta e sotto la pioggia fino al giovedì seguente, quando la scientifica avrà modo di esaminarla.

Pelosi viene condotto nel Carcere minorile di Casal del Marmo alle 4 e 30, dove passa la notte, e stranamente confida al compagno di cella di aver ucciso Pier Paolo Pasolini, ancora prima di essere accusato di omicidio.

Cominciò con la luna sul posto (*)

e finì con un fiume d’inchiostro

è una storia un poco scontata

è una storia sbagliata

Ostia.

Foce del Tevere. Giorno dei Morti.

In una zona degradata chiamata Idroscalo sorgono dei prefabbricati abusivi e alle 6 e 30 del mattino del 2 novembre, la signora Maria Teresa Lollobrigida vede un corpo senza vita vicino alla sua casetta, scambiandolo in un primo momento per un sacco dell’immondizia.

La donna, con il marito Alfredo Principessa e i tre figli, ha passato la notte nella baracca, come altri che hanno visto e sentito cosa accadde quella notte.

Misha Bessendorf è un ebreo russo che vive a New York dove insegna matematica e nel 2012 rilascia una intervista a Paolo Brogi del “Corriere della Sera”.

Misha, il 2 novembre 1975 abita, insieme con altri esuli, in una appartamento poco distante dal campetto di calcio.

E’ una notte buia senza luna con un forte vento e alcune macchine, con i fari accesi, illuminano una scena inquietante. Misha attirato dalle urla, vede dalla finestra degli uomini e un uomo per terra.

Quando scende in strada, trova i carabinieri e parecchia gente nei pressi del corpo senza vita

La Procura di Roma nell’indagine preliminare svolta tra il 2010 e il 2015 non ha mai ritenuto opportuno sentire come testimone Misha Bessendorf.

Questa racconto confermerebbe la versione del comandante dei carabinieri di Roma, il generale Antonio Cornacchia (tessera P2 n°871 anche se il generale ha sempre smentito la sua appartenenza alla loggia massonica), che dopo aver ricevuto una segnalazione dal Comando di Compagnia di Ostia, giunge all’idroscalo prima dell’arrivo della polizia. Dopo aver fatto i consueti rilievi i carabinieri trovano scarsa collaborazione da parte dei testimoni.

La mattina del 2 novembre 1975 il giornale radio delle 6 e 30 dà la notizia della morte di Pasolini, quasi in contemporanea con la scoperta del cadavere da parte della signora Maria Teresa.

All’epoca non c’erano i cellulari e i telefoni si trovavano in alcuni posti pubblici, quindi il figlio maggiore Gianfranco, di Alfredo Principessa, sale in macchina e va al commissariato di pubblica sicurezza di Ostia per denunciare il ritrovamento del cadavere.

Il commissario Gianfranco Marieni, della polizia di Ostia, alle sei e quarantacinque arriva sul posto e trova della gente sulla scena del crimine, presumibilmente sono coloro che hanno passato la notte nelle baracche adiacenti al campetto di calcio.

Alle 8 arriva anche il capo della Squadra Mobile di Roma Fernando Masone.

Fine prima parte

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