“Da Sant’Antonio a Quarto, continua il viaggio nelle frazioni piacentine (2)” a cura di Carmelo Sciascia

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Sant’Antonio, frazione di Piacenza

Se è vero, e lo è, che diverse frazioni di Piacenza sono stati comuni autonomi, e se è vero, e lo è, che ogni comune di questa nostra terra ha una propria peculiarità, allora risulterà evidente come nel parlare di queste frazioni si dovrà fare riferimento, ogni volta, a duemila anni di storia. Se l’Italia è la terra dei campanili, Piacenza è la città delle Chiese, delle Caserme e dei Conventi. Molti di questi edifici sono sorti nelle frazioni. Borghi storici e nuove frazioni si alternano nel disegnare oggi un territorio disarmonico e variegato. Ma nel complesso armonico nella sua disorganicità. Anche perché mentre le altre città hanno delle periferie frutto di un’espansione edilizia a macchia d’olio, costituita tutta da nuovi insediamenti, più o meno popolari, più o meno residenziali, Piacenza ha una periferia costituita in gran parte da borghi antichi. Vecchi borghi dove si è continuato però a costruire: praticamente ad un nucleo storico, prevalentemente di origine medioevale, si sono alternate villette a schiera, abitazioni di edilizia popolare e residenziale. Le frazioni già periferie, sono diventate così delle periferie con l’aggiunta di altre periferie. Vediamone qualche esempio:

Sant’Antonio è un borgo nato intorno ad una chiesa fondata nel 1172, la chiesa di Sant’Antonio a Trebbia sorta accanto ad un preesistente Ospedale. Possiamo affermare che è affine storicamente a San Lazzaro anche se opposta geograficamente. Sant’Antonio si sviluppa sulla via Romea, anche se poi diventerà anch’essa via Emilia. Da supporre comunque che già in epoca romana una “statio” militare vigilava sul ponte del Trebbia. La presenza di un Ospedale fece sì che vi soggiornasse anche San Rocco, oltre a diversi ordini religiosi. Il territorio, anche per la presenza del Ponte sul Trebbia (gemello del Ponte sul Taro) ha visto il passaggio di tutti gli eserciti, dai Romani ai Francesi, dagli Austriaci ai Piemontesi. Comune per volontà napoleonica, è rimasto vivo il senso di appartenenza alla borgata. In epoca recente si è dovuta far carico di una viabilità sempre più invadente ed invasiva. Nel 1940 lo stabilimento militare della Pertite fece 47 morti, è rimasto uno dei tanti misteri italiani, oggi l’area dismessa è al centro di un vivace dibattito sulla sua destinazione di cui diremo in seguito. Stravolta nella sua originaria struttura urbanistica, la frazione, negli ultimi decenni del passato millennio, ha visto la realizzazione di una moderna e vasta appendice edilizia: che ha dapprima costeggiato e poi sorpassato la strada alla Veggioletta.

Borgotrebbia (‘Tobruk’) ai primi del 900 (foto da Piacenza Antica)

Borgotrebbia ha una sua antica storia che possiamo abbinare alla Chiesa degli Appestati, così detta perché nel seicento fu un Lazzaretto, ma era già conosciuto e frequentato centro religioso perché di transito sulla via Francigena. Dopo il primo decennio del secolo scorso nasce Tobruk, un villaggio costituito da capanne simili a tucul (tipica capanna africana), a ricordarci come la Cirenaica fosse diventata provincia del Regno d’Italia, un’esotica appendice che si svilupperà poi intorno ad una fornace di mattoni. La libica Tobruk aveva di fronte il mare, la nostrana Tobruk il Po ed il Trebbia. In tempi a noi più prossimi una serie di villette costeggiano via Trebbia e si espandono fiancheggiando l’autostrada e la ferrovia fino alla via Emilia. 

L’inceneritore di Piacenza visto dal Po, olio su tela di Carmelo Sciascia

A Mortizza, lontana borgata di pescatori, resiste all’incuria del tempo una stupenda residenza religiosa al Gargatano.  Molte testimonianze sono state rase al suolo come la chiesa di Sparavera e le antiche residenze di Bosco dei Santi, luogo di eremitaggio e carità cristiana. Sono sorte al loro posto, una serie di villette a schiera lungo l’argine che, senza una piazza dove possa svilupparsi un’aggregazione sociale ha generato una realtà anonima: una lontana doppia periferia.

Castello di Mucinasso

Mucinasso, orfana del suo antico e glorioso maniero risalente all’anno mille, è diventata una lunga propaggine della via Farnesiana, la chiesa di san Tommaso Apostolo che risale al 1537, una volta centro di aggregazione sociale è oramai chiusa.  Come la scuola di Barbiana di Don Milani aveva rappresentato per il sistema scolastico italiano negli anni ’60 una carica innovativa e piena di fermenti nuovi, così negli anni ’70 la scuola di Mucinasso si era resa protagonista, con la sperimentazione del tempo pieno, di una forte carica innovativa nel campo del sistema scolastico nazionale. Purtroppo quell’esperienza è oramai un lontano e dimenticato (ma non per tutti) ricordo. Unica innovazione dell’abitato le nuove costruzioni che ancora proseguono in modo lento ma continuativo. Dagli anni ottanta l’edilizia continua a togliere ottimi terreni all’agricoltura contribuendo a formare una frazione della frazione.

Poco dopo San Bonico al giovedi le apparizioni celesti della Madonna

San Bonico mi ricorda i quartieri delle periferie americane, quelle dove nei film risiede la “middle class”. Solo la chiesa dedicata a San Bartolomeo ha una aureola storica, la sua fondazione si fa risalire all’XI secolo. È la tipica frazione che, collocata tra Mucinasso e la Verza, potrebbe essere riposizionata in qualsiasi periferia urbana. Un tranquillo quartiere dormitorio, ben tenuto, molto curato e anche per questo anonimo. Gravato comunque dal continuo traffico stradale della Val Nure, che come la Val Trebbia, bella a monte ma problematica a valle.

La Verza di cui si è già accennato per la sua toponomastica romana, affonda la sua origine di piccolo borgo nel lontano 1218 con la fondazione di un monastero cistercense fondato da Franca da Vitalta. Esisteva comunque già nella vicina Pittolo dal 1056 una chiesa dedicata al nostro martire romano Sant’Antonino.  Più recente, ma siamo comunque intorno al XV secolo, l’origine di Vallera che deve la sua fortuna ad alcune famiglie aristocratiche che la scelsero come luogo di villeggiatura e di caccia. 

San Savino a Quarto

Più in là in direzione di Bobbio troviamo Quarto (la quarta pietra miliare dell’antica strada romana che attraversava la val Trebbia), la frazione più lontana ad ovest e meno integra di Piacenza. Un’ovvia boutade. Risulta infatti essere una frazione frazionata: un quarto (il nome della frazione Quarto) diviso in tre (i comuni di Piacenza, Gossolengo e Podenzano).  Quarto ha una rispettabile ed antica origine toponomastica ma concretamente il primo manufatto di rilievo risale al milleottocento ed è la chiesa di San Savino. Oggi, al di là di tutto, risultano frazioni di transito, senza caratteristiche peculiari, crocevia, soprattutto La Verza e Quarto, di tangenziali, raccordi e di una statale la Route 45, che sarà bella a monte ma a valle lascia solo gli scarichi automobilistici e gli ingorghi.

Come volevasi dimostrare, è lapalissiano l’esempio di queste frazioni: “Vecchi borghi dove si è continuato però a costruire: praticamente ad un nucleo storico, prevalentemente di origine medioevale, si sono alternate villette a schiera, abitazioni di edilizia popolare e residenziale. Le frazioni già periferie, sono diventate così delle periferie con l’aggiunta di altre periferie”.

Continua….

 

One thought on ““Da Sant’Antonio a Quarto, continua il viaggio nelle frazioni piacentine (2)” a cura di Carmelo Sciascia

  1. bellissimo accompagnamento di immagini, come sempre… un poeta è sempre un poeta!

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