Cronaca di un giorno a Cerignale, 725 m s.l.m., Alta Val Trebbia

Merita decisamente l’immagine di Dalila pensierosa che si chiede “ma dove mi hai portata?”. Semplice, a Cerignale, piccolo Comune dell’Alta Val Trebbia, 127 abitanti, 725 m s.l.m., situato in una conca boscosa sulle pendici del monte delle Tane.

Piccolo borgo a vocazione contadina, messo a ferro e fuoco dai nazifascisti nell’agosto 1944 nel corso del grande rastrellamento lanciato contro i partigiani, particolarmente valorizzato da un Sindaco, Massimo Castelli, pieno d’energia ed inventiva capace di valorizzare la montagna richiamando un turismo sia stanziale che di passaggio.

Una “Transumanza” di libri e lettori l’interessante tre giorni proposta per iniziativa comunale in collaborazione con due librerie piacentine ed una casa editrice bobbiese, per sottolineare che montagna, cultura contadina e cultura possono andare a braccetto attirando i soliti divoratori di carta stampata (io e Dalila in primis).

Ovviamente, dopo i libri, d’obbligo ammirare alcune opere dedicate alla volontà di pace e, in questo caso, ecco la FOnte di Francesco dedicata allo spirito di fratellanza francescano (cosa che non è certo esclusiva di Beppe Grillo e del suo Movimento).

Interessantissimo anche ammirare antichi strumenti agricoli collocati nelle strade del paese che di fatto costituiscono un vero e proprio “Museo a cielo aperto”.

Un a/traversamento, quello delle vie del paese, di estremo interesse e curiosità con apparizioni a sorpresa, letteralmente di tutto un pò tanto da rendere impossibile una rendicontazione completa: per meglio capire non resta che ‘fare un salto’ ed è questo un invito rivolto a tutti quanti possono, ora arrivando da Piacenza, ora da Genova o appunto intraprendere una ‘transumanza’ che, partendo da Genova, arrivi fino a Piacenza con sosta obbligata.

E se subentra la stanchezza tra una via e l’altra? No problem! Il Comune ha ben pensato di sistemare pacnhine aduse alla bisogna.

Senza peraltro tralasciare il rifacimento dell’antico lavatoio utile al transitante per calmare la calura e dissetarsi.

Per tacer della piazzetta del pane quotidiano, straordinaria realizzazione a disposizione per chi voglia cimentarsi con l’arte del far il pane come usava ai tempi dei nostri nonni.

Oppure, più placidamente, non resta che una sosta d’obbligo all’albergo ristorante Del Pino, difesi dal sole dalla pergola carica di magnifici grappoli d’uva a gustare antipasto d’ottimo salume e zucchine fritte.

Ma attenzione a moderare i piatti in arrivo. Seguono i primi che qui chiamano “pin” (forse in onore all’albergo?) cui s’aggiungono tagliolini verdi coi funghi, con Dalila in estasi nell’ammirare l’anziana ‘radzdura’ (88 anni), la signora Teresa, mamma del proprietario, a ‘tirare’ la pasta.

Ovviamente, dopo cotanto ben di Dio, come farcela ad accettare anche lo straordinario piatto che viene proposto, una fumante porzione di cinghiale in umido con polenta? Impossibile, ovviamente per cui non resta che rinviare ad altra occasione, ripromettendosi un ritorno magari settembrino. Senza però trascurare un passaggio alla ‘bottega della Bruna’, altro risultato dell’impegno del Sindaco riuscito ad evitare la chiusura del negozio d’alimentari che avrebbe messo in forte difficoltà la piccola comunità specie nei mesi invernali (il paese più vicino, Ottone, è a diversi chilometri di distanza). Così, per quanto ci riguarda, oltre all’acquisto del quotidiano, non ci neghiamo un ottimo salame fatto ‘alla piacentina’. Quindi, concludendo, “a presto, piccolo borgo di montagna, a presto Cerignale“.

“A cosa servono i viaggi?”, riflessione semiseria di Carmelo Sciascia da Stoccolma

Seconda riflessione semiseria su un viaggio a Stoccolma (la prima riguardava il termine Fika, clicca qui per leggere)
A cosa servono i viaggi? Mi chiese a bruciapelo Paolo, un amico che amava ed ama viaggiare, appena tornati da Stoccolma. A parte qualsiasi distinzione tra l’essere un viaggiatore o un semplice turista (disputa nella quale non mi avventuro), a lui piace muoversi, visitare delle città, un modo come un altro per riempire il suo tempo (questo nostro tempo). Prima della rivoluzione operata dalla fisica teorica del novecento, lo spazio ed il tempo erano considerati delle variabili separate per lo studio dei tanti fenomeni naturali.
Non solo in fisica ma in ogni campo, netta era la loro separazione: da una parte il tempo, dall’altra lo spazio. Semplicemente ogni viaggiatore compiva uno spostamento tra due luoghi geografici in un determinato lasso di tempo.
Oggi che le due entità sono unite in un’unica variabile c’è, a completamento della tridimensionalità delle grandezze geometriche l’unicità dello spazio-tempo.
Ecco allora la posizione comune a molti viaggiatori oggi, che viaggiano non per effettuare uno spostamento in un determinato tempo, ma per riempire il “tempo” che è dato loro vivere. Contemporaneamente il viaggio diventa un unicum spazio-temporale: il tempo (il trascorrere della nostra esistenza) viene consumato dallo spazio (i luoghi geografici che visitiamo) e viceversa. E vista l’offerta allettante di certe compagnie aeree perché non farlo in continuazione?
Questa potrebbe essere la risposta che avrei dovuto dare al mio amico e che non ho dato. Credo comunque che il viaggio non sia solo uno spostamento fisico, spesso è costringerci a riflettere sulle cose che accadono o sono accadute intorno a noi, nel luogo dove viviamo abitualmente.
Visitare il museo Vasa a Stoccolma mi ha fatto riflettere sulla sua storia (e sulla nostra!). Vicende che sono tra loro lontane geograficamente e storicamente diventano fatti vicini e contemporanei.
Il viadotto “Scorciavacche” sulla Statale121 Palermo-Agrigento, inaugurato la vigilia di Natale del dicembre 2014 crolla i primi di gennaio dell’anno successivo, dopo solo dieci giorni.
Siamo invece nell’estate del 1626, precisamente il giorno dieci agosto, quando il galeone svedese Vasa affonda dopo poche miglia, nello stesso specchio d’acqua da dove era partita.
Oggi, la nave è stata recuperata ed intorno è stato costruito un bel museo, il museo Vasa nell’isola di Djurgarden, una delle quattordici isole che compongono la Venezia del Nord (con buona pace di Amsterdam e di un ben po’ di altre città).
Oggi del viadotto “Scorciavacche” non credo ci sia un museo, né si farà, così come tutte le indagini sulle responsabilità del crollo non approderanno a nulla, anche se il Presidente del Consiglio Renzi aveva testualmente affermato: “Ho chiesto a ANAS il nome del responsabile: è finito il tempo degli errori che non hanno mai un padre. Pagheranno tutto”.
Sì, finirà come al tempo di Gustavo di Svezia, sentito un notabile sulle cause dell’affondamento della nave questi ebbe a dire: “Solo Dio … ed il re, possono conoscere le cause” e la commissione chiuse il caso senza individuare alcun colpevole. Oggi si potrebbe dire che solo Dio può saperlo, visto che il politico di turno che ha reso possibile l’appalto e l’impresario che se lo è aggiudicato ne escono sempre candidamente puliti. Credo sia successo e succede così per le tante “disavventure” dei lavori pubblici nel nostro Paese. Quest’anno, il trenta aprile un ponte nel cuneese crolla su una macchina dei carabinieri, sbriciolandola.
Immagine che ha riportato alla memoria, a noi piacentini, il ponte crollato sul Po. Era l’aprile del 2009. Nel gennaio del 2015 il tribunale di Lodi ha assolto gli imputati (dirigenti della società concessionaria) “perché il fatto non sussiste”. Nel frattempo tanti altri manufatti sono continuati e continuano a crollare in tutta la nostra splendida penisola!
Un evento si collega a tanti altri episodi, basta iniziare e la memoria (quando c’è) fa il resto. I fatti si susseguono come grani di rosario, basta aver voglia di pregare! La visita al Museo Vasa di Stoccolma mi ha sollecitato ancestrali ricordi, come l’analogia tra le sculture lignee che adornavano la fiancata e la prua della nave e le sculture lignee dei carretti siciliani.
Narrano, le sculture lignee poste ai fianchi e sulla prua della nave, della casa reale svedese e della sua missione nell’ambito della guerra di religione che impegnava l’Europa tutta in quel periodo.
Rappresentazione allegorica e didattica, ma soprattutto una rappresentazione teatrale che incutesse paura ai nemici e coraggio agli alleati. Un po’ come le sculture lignee che adornavano i caratteristici carretti siciliani. Episodi che richiamavano motivi religiosi (San Giorgio che uccide il drago), motivi tratti dalle gesta del Ciclo Carolingio, per giungere all’Epopea Garibaldina o ad episodi popolari quale la Cavalleria Rusticana.
Qui non servono più le parole per descriverne le corrispondenze artistiche plastico-cromatiche, basta un semplice confronto fotografico a soddisfare qualsiasi curiosità: l’espressionismo delle forme e la vivacità dei colori sono lapalissiani.
Ecco, tutte queste cose avrei dovuto dire all’amico Paolo, sul viaggio appena concluso, più che aggrapparmi alla fisica teorica del novecento. Ma sarebbe stato ed è un discorso lungo. Un discorso che potrebbe continuare ancora adesso, con altre analogie, con altri riferimenti . Stante comunque il discorso appena accennato, si può chiosare con un dubbio:
Il tramonto dell’occidente, in particolare dell’Europa, può darsi sia iniziato, checché ne abbia scritto Spengler, dall’inabissarsi di quel galeone nel 1626? Così come la decadenza dell’Italia, possa essere dipesa dalla stretta analogia delle sculture lignee del Vasa con la scultura artigianale e popolare dei carretti siciliani?
Carmelo Sciascia

“Con Trenord viaggi in 1^ e paghi in 2^, non si controlla. Per dirla con Totò, ed io pago!”

Treno regionale con pendolari, olio su tela di Vito Aloise

 In breve: venerdi 26 maggio 2017, regionale veloce Trenord Fs per Ravenna, partenza da Milano Centrale ore 18.15, unica vettura di 1^ classe semivuota. Breve viaggio fino a Milano Lambrate, la vettura si riempie. Molti studenti, qualche impiegato, stranieri di colore. Difficile, dall’aspetto (anche se è vero che l’abito non fa il monaco),  pensare abbiano tutti in tasca il biglietto di 1^. Sferragliando si arriva a Milano Rogoredo. Molti scendono ma vengono sostituiti da altri, dall’aspetto simili a quanti hanno loro lasciato il posto. Un uomo sulla cinquantina, giacca, cravatta, borsa da ufficio, stenta a trovare un posto. Nei sedili di corridoio alla mia sinistra, un ragazzo e una ragazza, lui spesso si gira per controllare che non arrivi nessuna divisa. Si riparte. Un paio di ragazzi con zaino sono in piedi, non vogliono lasciare i quattro amici seduti. Ore 18.41 arrivo a Lodi, diversi scendono compresi i due ragazzi in piedi. Il ragazzo che vigila e controlla la porta in fondo corridoio continua a vigilare e controllare. Ogni tanto parla al cellulare e si distrae, poi riprende. Tanti son scesi tanti altri salgono, si direbbero impiegati a fine orario. Nessuna altra fermata. Al finestrino passano Casalpusterlengo, Codogno. 19.07 arrivo a Piacenza, la carrozza resta semivuota. E il capotreno? Sconosciuto non pervenuto. Ecco, questa è la notizia: da Milano a Piacenza in treno, biglietto o non biglietto, si viaggia in 1^ classe tanto di ferrovieri (regolarmente stipendiati) nemmeno l’ombra. Se sei sfortunato ed hai acquistato il biglietto di 1^ e resti in piedi per i posti occupati con i biglietti di 2^ sei uno sfigato oppure la prossima volta arrivi prima. Vedi tu. Viaggiatore occasionale avvisato, forse salvato.

 

C’è chi muore ma come si dice cade in piedi. Beh, allora in quella bara a Villa Torlonia in Roma non può certo starci il Benito

La foto è scattata all’ingresso di Villa Torlonia, in via Nomentana numero 70 a Roma. La villa, restaurata dopo anni di abbandono, ospita mostre ed è circondata da uno stupendo parco a disposizione dei romani o dei tanti turisti che passano a visitarla. Fu sede romana del Duce e forse per questo, in anni di revisionismo storico, il bookshop, di regola con offerte d’arte qualificate, con mia sorpresa dalla mia ultima visita nel maggio 2016, ieri presentava un intero scaffale con decine di opere dedicate al Benito e al fascismo. Nessuna copertina invece dedicata alle centinaia di migliaia di ragazzi che il Duce e i fascismo mandarono a morire in una guerra non nostra in Africa, in Russia, in Grecia, in Yugoslavia, nelle acque del Mediterraneo, nelle Fosse Ardeatine vilmente assassinati per mano dei nazifascisti. Quella che sembra una bara immortalata nella fotografia, comunque, non ospita il Mussolini. Il quale del resto con tutti quei cadaveri sulla coscienza, non è certo ‘caduto in piedi‘, anzi.

Quando Roma t’accoglie così, t’avvolge il cuor d’amor immenso

Roma, Piazzale dei Cinquecento, venerdi 28 aprile 2017, ore 19.50 circa

Stessa sera, stessa gioia, l’Atalanta stoppa le zebre in quel di Bergamo (sarà che il ciel s’illuminò di gioia e tripudio?)

Mò non resta ch’aspettar che la Roma, in campo magico Tottolo, stenda la Lazio e il sogno si compie: brucia d’ardor il cielo di Roma

Son le bellezze romane

“Viaggio in Grecia (Atene e Delfi)”, a cura di Carmelo Sciascia

Il termine coincidenza in matematica è usato quando due espressioni numeriche, non correlate tra di loro, hanno un valore molto simile. Coincidenza matematica sta ad indicare l’uguaglianza tra insiemi o funzioni. Posso, partendo da questo presupposto scientifico affermare di aver assistito, nel passaggio tra la fine dell’anno appena trascorso e quello in corso, ad una coincidenza straordinaria. Coincidenza di due elementi raramente correlati. Uno di carattere storico: trovarmi sull’Acropoli ad Atene. La seconda meteorologica: ammirare la neve che cadeva sulle divine rovine. Ed è stata proprio una magnifica coincidenza potere ammirare il Partenone accarezzato dai fiocchi bianchi della neve, un po’ come lo si vede nelle agitate bolle di vetro.
Spesso alle coincidenze non diamo nessuna importanza, le lasciamo cadere nel momento stesso in cui ci si presentano. Siamo stati abituati ad essere dei freddi razionalisti, tutto ciò che rimanda a certe coincidenze siamo portati a scartarle immediatamente, chissà quale sortilegio possano nascondere. Invece c’è chi ha sostenuto da illuminista, che le sole cose sicure in questo mondo siano proprio le coincidenze. Una coincidenza ad esempio è, da piacentino, leggere ad una fermata della metro di Atene il termine Plakentias. Mera assonanza fonetica con Piacenza o cos’altro? Un piccolo approfondimento per capacitarmi che il nome completo della fermata è Doukessis Plakentias, Duchessa di Plaisance ed ecco che detto in francese, come era l’esatto riferimento storico, il suo significato sembra più vicino a noi, alla nostra storia, ai legami che Piacenza ha avuto con la Francia ed i francesi, nobili e meno nobili, titolati e non titolati, che abbiano avuto a che fare con il nostro territorio o se ne sono rimasti lontani (come in questo caso).
Passeggiando ho capito da dove possano originarsi queste mie speculazioni intorno alle coincidenze. Sempre ad Atene, dopo avere salutato, lui in macchina ed io sul marciapiede, il Presidente della Repubblica greca Prokopīs Paulopoulos che entrava nel Palazzo presidenziale, per cerimonie dovute alla festività di inizio d’anno, mi sono incamminato in via Rigilis. Dimenticavo: sarà un caso se anche lui, il Presidente, ha avuto a che fare con dei francesi visto che si è laureato a Parigi? Ero dicevo in via Rigilis dove si trova il Liceo di Aristotele. Il pensiero aristotelico ha contribuito a tutte le riflessioni, considerazioni, coincidenze, tra fatti ed eventi di questo mondo che a volte sono sembrate così distanti geograficamente e nel tempo. Mentre Platone nella sua Accademia spiegava la sua concezione ideale extraterrestre, Aristotele ci dice di guardare all’umano divenire, al fenomeno non al noumeno. Diversità speculativa bene raffigurata nell’affresco pontificio della Scuola di Atene di Raffaello, dove Platone con l’indice rivolto in aria indica l’iperuranio, mentre Aristotele indica la terra, il mondo reale.
Emozionante per me, come credo per tutti coloro che hanno fatto il Liceo, trovarsi a calpestare la terra che lo stesso Aristotele calpestava nell’area del colonnato, mentre dissertava con i suoi discepoli (Alessandro Magno fu uno di questi) di filosofia. O mentre scriveva, perché furono scritte proprio nei suoi anni di permanenza al Liceo, L’Etica Nicomachea e la Politica.
In quel labirinto di resti archeologici ho capito, ancora di più, perché mi piacciono i voli pindarici, discutere e scrivere di letteratura e di poesia, di politica e di filosofia. Ho capito perché mi piacciono i collegamenti azzardati, come quelli toponomastici o onomatopeici, ma anche quelli logici, come lo strangolamento dell’economia greca e dei paesi mediterranei da una Europa che ha tradito qualsiasi principio democratico per affidarsi solo a mere speculazioni finanziarie.
Ed allora ho continuato a pensare a tutte quelle coincidenze che questa terra greca mi ha fatto vedere e capire, al pensiero che partendo da qui ha generato tutta la cultura occidentale.
Ho pensato alla religione, a quella religione ricca di umane deità. Ermes era protettore del commercio e dei ladri, giunge a Roma col nome di Mercurio e diviene protettore oltre dei ladri anche dei banchieri: anche qui, non mi sembra poi tanto azzardato sottolineare questa coincidenza.
Da buon epicureo, sono fatalista al cinquanta per cento, nel senso che sono convinto che metà degli accadimenti dipendano dalla nostra volontà ma che per il rimanente cinquanta siamo in balia del fato. Sono d’altronde un prodotto culturale della Magna Grecia (ho frequentato il liceo nella città dei templi, Akragas) ed allora mi sono chiesto se sarebbe stato utile andare anche a Delfi per capacitarmi del mio essere fatalista, seppure al cinquanta per cento. Già lo scrittore svizzero Durrenmatt, con La Morte della Pizia, ci aveva erudito sulla casualità della verità: l’oracolo di Edipo era l’esempio eclatante di un fatto (incesto e parricidio) che non sarebbe potuto mai accadere ad essere umano ed invece accadde! Ed allora via, alla volta del tempio di Apollo, a Delfi. Ad ascoltare cosa ha ancora da dirci l’appollaiata vecchia Pizia.
Una Pizia che avvolta dai fumi delle droghe diceva e non diceva, gesticolava e pronunciava suoni incomprensibili, cosa avrebbe potuto dirmi oggi? Come prevedibile, non c’era ad aspettarmi la Pizia, né il suo trespolo. C’erano i resti di tutto ciò che era stato. Quei resti stavano lì ad aspettarci da secoli, da millenni anzi. Dovevano giungere fino a noi, all’uomo moderno, affinché la loro testimonianza lo liberasse da tutte quelle superstizioni che imprigionano la verità. Ma l’uomo che è sempre alla ricerca della verità, rimane spesso imbrigliato in una ragnatela di menzogne artefatte che non gli permettono di realizzarsi compiutamente, se non nella menzogna stessa…forse.
Carmelo Sciascia

Alla Rovere Grande di Pieve di Montarsola, tra druidi e monaci seduti a meditare

16 - 12Pieve di Montarsola, lungo la strada che porta al Passo del Brallo, una laterale alla statale 45 che da Piacenza attraversando l’Appennino sale sale per poi scendere fino al mare di Genova. D’un tratto incontri il passato remoto. La Rovere Grande.

16 - 18Una pianta che rifiuta la logica della sopravvivenza limitata alla fase dello sfruttamento da parte dell’uomo. Un rifiuto che probabilmente qui, tra la poesia delle foreste e dei boschi dei monti, è possibile. Purtroppo non in pianura, dove il progresso industriale non conosce pietà per gli alberi secolari, ormai inutili.

16 - 20In verità anche la rovere non è propriamente all’apice della salute: da quanti secoli svetta al centro del bosco? Tanti ed ora può a buona ragione vantare il diritto alla stanchezza. Peraltro colpita da un fulmine resta ormai in piedi solo grazie alle funi che la sorreggono tenendola immobile. Le ferite ci sono e sono ben evidenti. Eppur non cade. Resta come un santuario, un tempio che racconta (a chi sa leggere e ascoltare) di tempi lontani.

16 - 23Fin dalle origini, furono i boschi i primi luoghi del culto. Nella foresta risiedevano gli dei. Scriveva Plinio il Vecchio: “Non meno che le statue divine dove splendono oro e avorio, adoriamo i boschi sacri e, in questi boschi, il silenzio”; e ancora, come recita un’antica preghiera lituana rilanciando il medesimo concetto: gli alberi sono un dono. “Non permettere che io tagli alcun albero senza una sacra necessità… Concedimi di piantare sempre alberi, perché gli Dei guardano con benevolenza coloro che piantano alberi lungo le strade, in casa, nei luoghi sacri, agli incroci…”.

16 - 22In tutto il pianeta, la sacralizzazione delle foreste fu all’origine di molte civiltà. L’albero, immagine di rinascita e promessa di immortalità, fu un simbolo universale, trasversale al tempo e allo spazio. “Nel più lontano passato, molto prima che l’uomo facesse la sua comparsa sulla terra, un albero gigantesco s’innalzava fino al cielo. Fonte di ogni vita, l’albero dava riparo e nutrimento a migliaia di esseri. Tra le sue radici strisciavano i serpenti, gli uccelli si posavano sui suoi rami. Anche gli dei lo sceglievano per soggiornarvi”.

16 - 10Nelle foreste meditavano i druidi, sacerdoti dei popoli d’origine celtica e l’area della Rovere Grande non è escluso li vedesse passeggiare, seduti qua e là sotto gli alberi, immersi nella contemplazione o nella divinazione. Secoli dopo nelle foreste sorsero i monasteri. Nel VI secolo, in Irlanda, San Colombano costruì il suo primo convento in una radura consacrata agli dei e, a settantanni compiuti, venne incaricato di realizzare proprio in Val Trebbia il monastero di Bobbio, sovrapponendo la cultura cattolica al paganesimo dei residenti d’origine celtica.
16 - 14La pieve di Montarsola sorse nel IX secolo come dipendenza del monastero bobbiese divenendo in seguito oratorio dedicato a San Giacomo e infine santuario dedicato alla Beata Vergine della Guardia ma, ne sono certo, nel bosco del Parco Roverella dove si trova la Rovere Grande, davanti ai miei occhi sono apparsi quegli uomini con lunghi bianchi capelli e barba grigia intenti nella conversazione ad un gruppo di giovani ragazzetti seduti in cerchio: stavano trasmettendo del sapere sacro e profano, uno dei compiti dei sacerdoti, i druidi. Ed io, in silenzio, nonostante lo sguardo severo dei due monaci poco distanti, mi sono seduto nel cerchio, ad ascoltare.
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Cerignale, un’oasi magica tra i monti appenninici (foto di Dalila)

IMG_4744Cerignale si trova sulla dorsale che divide il fiume Trebbia ed il torrente Aveto. E’ un piccolo centro montano che offre un panorama invidiabile, forse il più suggestivo dell’Appennino Ligure-Emiliano.

IMG_4745Ci arriviamo in 40 minuti grazie al traffico ridotto sulla statale 45 durante la settimana, passando da Bobbio e Marsaglia per salire fino a 725 metri e arrivare in una conca boscosa sul monte delle Tane.

IMG_4746Case in pietra, vecchi mulini, sorgenti d’acqua, un’oasi tra i monti ricoperti di maestosi castagni, faggi e querce. Sono 127 i residenti censiti un numero che rende il Comune il secondo meno popolato della provincia. Ma che, in estate, come lo troviamo, si popola di un turismo “di tranquillità”.

IMG_4780Tuttavia la vera ‘sorpresa’ è la scoperta dell’apertura alla cultura e ai valori della democrazia voluta dal Sindaco Massimo Castelli e in particolare la realizzazione della “piazza della democrazia e della tolleranza”.

IMG_4736Una piccola piazza (con vista mozzafiato) dove diversi visitatori stanno ad ammirare il panorama conversando serenamente sotto il grande cartello che riporta le immagini e i messaggi di Suor Teresa di Calcutta, di Borsellino, di John Lennon, di Gorbaciov, di Kennedy ovvero di quanti possiamo definire ‘operatori di pace’.

IMG_4752Ancora da ammirare la ‘fontana della pace’ e il grande manifesto che ricorda l’immigrazione degli italiani richiamando i documenti americani ufficiali che definivano i nostri avi “piccoli, puzzolenti e ladri” (che amarezza, riportando quelle sostanzialmente identiche parole ai giorni nostri di quanti, anche sul quotidiano locale, Libertà, riferendosi a quanti fuggono in nome della vita dalle guerre assassine, si sbizzarriscono al motto “tutti a casa loro”).

IMG_4772Ancora da citare, sempre a cura della Municipalità, la ristrutturazione della ‘Stalla dei Barbetti’, messa a disposizione per mostre ed altre attività culturali (il nostro viaggio era finalizzato alla visita delle opere di Giuseppe Pino Ballerini, poliedrico artista bobbiese, pittore, scultore, poeta, cantautore).

IMG_4727Insomma, una visita in un paese ‘perso tra i monti appenninici’ che è stata una piacevolissima sorpresa con tanti complimenti per Massimo Castelli, Sindaco dalle vulcaniche realizzazioni (piace ricordarlo quando, con la sua giunta, qualche anno fa, conferiva in nome della pace la cittadinanza onoraria al Dalai Lama in contrapposizione con Milano che, in nome di prevalenti interessi economici, la rifiutava per non urtare la suscettibilità cinese [ si era in vista dell’inaugurazione di Expo ].

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“Coincidenze: tra storia e psicanalisi”, intervento di Carmelo Sciascia, filosofo

Strano, ma vero: le coincidenze non vengono mai da sole. Ad una prima, se ne aggiunge subito un’altra. Leggevo Croce mentre facevo un viaggio, quest’estate. Secondo Croce la storia è la massima espressione dello Spirito, secondo il suo idealismo tutta la realtà può essere concepita come spirito e quindi la storia dell’umanità come storia dello Spirito. Riflettevo come la storia potesse essere la migliore compagna di viaggio per comprendere terre lontane dalle nostre. Questo ragionamento è stata la prima coincidenza che mi ha portato a trovarmi immerso in un’altra coincidenza, a percorrere un viaggio storico di una nobile regnante del nostro Rinascimento. Penso che tutto ciò possa capirsi meglio se descrivo una parte del mio girovagare estivo. Da Riga in pullman a Vilnius. Curiosità: nel biglietto di viaggio vi è incluso il taxi che dalla stazione dei pullman porta in albergo, comoda accoppiata per il turista e non da meno, con buon riscontro economico. A Vilnius si visita, come in ogni città, il visitabile: chiese, monumenti, palazzi. Tra questi non poteva mancare la visita al Palazzo dell’Arciduca di Lituania. Opera meravigliosamente restaurata e visitabile con qualche euro. Il costo risulta essere inversamente proporzionale alle meraviglie esposte. È il Palazzo che è stato abitato dalla nobile lombarda ed aragonese insieme, Bona Sforza in veste di granduchessa consorte nella prima metà del ‘500. Bona Sforza era nipote di Ludovico il Moro che probabilmente aveva avvelenato il padre (suo fratello) Gian Galeazzo Sforza per prendere il titolo di Duca di Milano. Cresciuta ed educata a Napoli, la madre era Isabella D’Aragona, Bona sposa il re di Polonia Sigismondo I. Premessa alla citata prima coincidenza: avevo conosciuto Bona Sforza nello stesso periodo, l’anno precedente, a Milano, a seguito di una mostra al Castello Sforzesco titolata: “I legami storici tra Milano e la Lituania: Bona Sforza e il Palazzo dei Granduchi di Lituania”. L’anno dopo, partendo dallo stesso luogo Milano, in via del tutto casuale, la rincontro a Vilnius, in un palazzo dove Bona Sforza ha regnato quale granduchessa, titolo che le spettava quale regina di Polonia. Ricordata tra le altre iniziative politiche e diplomatiche per essere riuscita a dare alla Lituania l’accesso al mar Baltico, ed avere fatto costruire il Palazzo reale nel castello basso di Vilnius. La costruzione di Palazzi fu un dato comune alle donne di potere del cinquecento, nello stesso secolo la nostra Margherita d’Austria (moglie di Ottavio Farnese, duca di Piacenza e Parma) marcava i propri possedimenti con i suoi Palazzi Madama, ad iniziare dal nostro Palazzo Farnese fino all’ultimo palazzo di Ortona. E fu proprio dal padre di Margherita, l’Imperatore Carlo V che Bona si fece riconoscere il diritto illimitato sui suoi feudi. Legava la Lombardia di allora alla Lituania, la via dell’ambra, come legava queste regioni lontane il modus operandi della politica: intrighi, matrimoni di Stato, avvelenamenti, di cui la stessa Bona, si dice essere stata artefice e vittima! Di ritorno dai paesi baltici e da Vilnius, proseguo il mio viaggio senza meta di una precisa città, verso il nostro Mezzogiorno. Mi fermo a Bari, giusto per salutare un amico, e nuova – la terza – coincidenza mi porta ad incontrare la nostra arciduchessa Bona. Come mai la ritrovo a Bari? Questa la nemesi storica. Bona viene estromessa dalla Polonia dal figlio Sigismondo II Augusto. A lui è andato il merito di avere attuato profonde riforme nel funzionamento del regno, mentre in realtà le stesse riforme erano state volute e preparate dalla madre. Nel 1548 viene estromessa dal potere ritorna nelle terre ereditate da Isabella d’Aragona, sua madre, cui Carlo V ne aveva riconosciuto il diritto. Abita nel maestoso castello di Bari prospiciente il mare, che visito come dovessi incontrarla. Bona nata a Vigevano nel 1494 muore a Bari nel 1557, dopo essere stata una protagonista della storia europea della prima metà del 500. Ed io senza predeterminazione alcuna me la ritrovo – quarta coincidenza – visitando la Basilica di San Nicola, nel maestoso mausoleo dell’abside centrale. Saranno gli eventi finora descritti, lontani nel tempo e nello spazio, ma sicuramente sono collegati tra loro. Sarà allora una semplice coincidenza storica o una teorica dimostrazione del principio di sincronicità come teorizzata da Carl Gustav Jung?

“Dal Mississipi al Po ovvero una sera di mezza estate … a Travo”, di Carmelo Sciascia

Villaggio neolitico di Travo

Nel cuore del villaggio neolitico, una serata di luglio a Travo, prime colline della Val Trebbia. Una serata che potrebbe, come altre, trascorrere nella piacevolezza della frescura d’acqua e di colline come solo le vallate dell’Appennino sanno darci. Ma stasera no! C’è musica, una musica dalle forti e martellanti sonorità come può essere la musica di un cantautore sanguigno e sincero. Il cantante è Van De Sfroos, le sue ballate popolari, rimandano a musicalità nordiche, dove la pianura padana si confonde con sterminate distese celtiche: le sue note (come i soggetti) pescano di “frodo”! Ad est, come ad ovest, spingendosi dalle estreme pianure dell’est alle praterie degli indiani d’America. Quando si viaggia, si rimane spesso ancorati alla propria città, i riferimenti culturali rimangono quelli tradizionali, da dove si è partiti. Di rado avviene il contrario. Stasera non si viaggia dal Mississippi al Po, ma dal Po a misteriose regioni nordiche. Meglio sarebbe dire dal Trebbia alle regioni baltiche. Appena giunto, di “contrabbando”, il laghée di Davide Van De Sfroos o se si preferisce, del comasco di Davide Bernasconi, mi riporta nelle terre e nelle città da dove sono appena giunto. Spesso tutto ciò che ci sembra di primo acchito estraneo e lontano, si rivela familiare e prossimo. Come i colori, come i corsi d’acqua. In Lettonia, a Sigulda, nel parco segnato dal fiume Gauja (sarebbe potuto essere il Trebbia), le piazzole che costeggiavano la strada per il castello di Turaida, erano punteggiate da composizioni floreali biancorosse, colori e composizioni familiari. Quante ne abbiamo viste di composizioni coniche di fiori con quel colore a Piacenza? Un pensiero alla splendida Piazza San’Antonino ed al suo addobbo, è d’obbligo. In quel Parco lettone mi sono imbattuto oltre che a colori noti, in una storia o una leggenda (differenza irrilevante), sconosciuta formalmente fino ad allora, ma anch’essa nota nella sostanza, perché universale come lo è il sentimento d’amore.

La tomba di Maja, la Rosa di Turaida

La vicenda che ci suggerisce la tomba della Rosa di Turaida, ci riporta a tante tristi vicende contemporanee: Maja, una ragazza che preferisce la morte alla sottomissione dei desideri di un soldato polacco, un nobile senza nobiltà alcuna. Leggenda o storia, poco importa, conta l’essere stata una triste e sofferta avventura d’amore, un amore che non esita a scegliere e tra l’amore spontaneo e l’imposizione di un rapporto, preferisce la morte. Ancora oggi tanti giovani lettoni che si sposano si recano sulla tomba della Rosa di Turaida a posare fiori. Un po’ come avviene coi lucchetti. E per parlare di lucchetti cambiamo città e paesaggio. Il canale Vilnia, confine immaginario di una immaginaria Res Pubblika di Uzupio, in realtà un quartiere della vecchia Vilnius, è un luogo fuori dal tempo e dalla storia.

La cittadina di Trakai, uno degli scatti più belli a Vilnius. [ per altre immagini clicca qui ]

La sua Costituzione è la costituzione della felicità, una concezione anarchica dove ognuno ha il diritto di amare come di non essere amato (l’amore come donazione, non possesso) di essere felice o di non esserlo, come scelta e per esclusiva volontà individuale. Sarà stato proprio per la spinta di questi principi utopici che la Lituania nel 2004, entrata in Europa, abolisce la pena di morte e chiude la centrale nucleare di Ignalina? (tragicamente bene ce la racconta il nostro Claudio Arzani, la tragedia nucleare del secolo scorso, con “Il soffio del vento). Non è da escludere, se è vero che l’Utopia è il sogno che anticipa e diviene realtà, di contro all’ideologia che la cristallizza. Dicevo: In questo piccolo fiume al centro di Vilnius, c’è una nicchia, nella nicchia, una statua di Sirena. “Oggi ho attraversato la valle più bella del mondo” così Ernest Hemingway visitando la val trebbia, così si può dire della sirenetta di Uzupis: “Ho visto la più bella Sirena del mondo”.

La sirena di Uzupis

È la sirena che avevo immaginato leggendo la Lighea di Tomasi di Lapedusa: bella, innocente e sensuale (la donna che ognuno immagina per se). Seduta, con un fiore tra i capelli, in procinto di dondolarsi anch’essa, come tante ragazze, sull’amaca sospesa sul fiume. Mentre la ringhiera sul ponte, appesantita di lucchetti, custodisce le tante promesse d’amore. Anche ad Haapsalu, in Estonia, nordica propaggine di Livonia, in questi giorni di calura i lamenti di una giovane donna, testimoniano la fine tragica di un amore.

La Dama Bianca di Haapsalus

È la storia della Dama Bianca, una ragazza che viene condannata dal Vescovo del castello di quella città per essersi innamorata di un monaco. Visto che questa leggenda affonda le proprie radici nel medio evo può considerasi un episodio di Inquisizione ante litteram? Indugio, lontano dal medio evo e dall’Inquisizione, e lo stesso indago su sentimenti e legami d’amore. Ero in un concerto, una sera d’estate, sulle rive di un fiume, il Trebbia. Ero appena tornato da territori baltici: di Tallin ho impressi i colori, di Riga i fiumi e le foreste, di Vilnius una mediterranea fantasia. Ma ero realmente tornato o ero rimasto invischiato in saghe nordiche che la musica di un concerto di mezza estate, in vernacolo comasco, mi faceva rivisitare? 0, pensando alle sagre dell’autore estone Meelis Friedenthal, collega dell’Università di Tartu, mi ero perso nella fantascienza dell’amore? Avrei voluto terminare con i versi di una canzone di Van De Sfroos ma il nostro cantautore ha spesso detto: “Me canzun d’amuur en scrivi mai”. Singole canzoni d’amore non ne avrà mai scritte, ma una serata intera d’amore ce l’ha fatta vivere! Comunque sia e di qualsiasi cosa si sia trattato, è stato bello lasciarsi andare con fantasia in un viaggio estroso intorno all’amore, in paesi così lontani e così vicini, come lo sono tutti i paesi del mondo quando si tratta di sentimenti!
Carmelo Sciascia