L’Ouvertoun Bridge, il ponte dei 600 cani suicidi

L’Overtoun Bridge si trova dal 1895 sulla strada di accesso per Milton, vicino a Dumbarton in Scozia, dagli Anni 50 ha la reputazione di essere il luogo scelto da molti animali per saltare nel vuoto, conquistandosi così il soprannome di Ponte dei cani suicidi.  

Inspiegabilmente, centinaia di cani (oltre 600) si sono buttati giù nel vuoto, tutti dallo stesso punto del ponte, facendo un salto di oltre sedici metri e andando a morire contro le pietre sottostanti. Ma allora anche i cani si suicidano? E se sì, perché? Stanchezza di vivere, delusioni amorose, malattie, litigi con i padroni umani?

Alcuni testimoni raccontano che i cani seguono una sorta di «rituale» prima di lanciarsi, che consiste nel rimanere bloccati per qualche secondo al centro del ponte per poi saltare il parapetto, alto un metro, sempre dallo stesso punto. Golden Retriever, Collie e Labrador, i più attratti dal salto.

Sono stati fatti alcuni studi sul ponte, così come ipotesi fantasiose, dal magnetismo agli ultrasuoni. Ma la motivazione più plausibile risiede nell’odore. Il dottor David Sands, psicologo per cani, ha esaminato tutti i fattori presenti sul luogo e ha concluso che i cani, attratti dall’odore delle urine dei maschi di visone, si lanciano al loro inseguimento ignari del vuoto sottostante. Peccato che un cacciatore locale, John Joyce, abbia dichiarato che in quella zona di visoni non se ne sono mai visti.

Il fenomeno ha scatenato la fantasia degli scozzesi, molti dei quali ritengono l’Overtoun Bridge un luogo di passaggio tra il mondo dei vivi e quello dei morti e che i cani vengano ««invitati»» a saltare da degli spiriti rimasti lì intrappolati.

Qualsiasi sia la motivazione reale, gli abitanti di Milton hanno deciso di mettere un cartello ai due imbocchi, con la scritta «Ponte pericoloso. Si prega di tenere i vostri cani al guinzaglio», cercando così di limitare le inspiegabili tragedie.

 

Verona: la suggestiva cripta con la tomba di Giulietta, emozionante scenografia per turisti innamorati

Verona, l’ingresso all’ex convento dei Francescani: in fondo al vialetto, si svolta a sinistra per arrivare al cortile interno dove si trova la cripta con la tomba di Giulietta Capuleti

L’abbiamo già evidenziato: la Verona che richiama lungo il percorso che fu la storia tramandata da William Shakespeare di Giulietta e Romeo, dalla casa dei Capuleti, alla casa dei Montecchi, al famoso balcone, alla stessa effettiva esistenza di una famiglia dei Capuleti, per finire alla tomba di Giulietta, tutta una grande trovata ‘commerciale’ capace di attirare milioni di visitatori a Verona, città dell’amor sognato.

Eppure eccoci in una cripta sotto l’ex convento dei Francescani, un edificio appena fuori le mura, colti dalla curiosità di vedere il luogo e soprattutto capire il confine tra una plateale leggenda e quanto possa esserci qualcosa di vero nella storia di questa tomba.

Un sarcofago vuoto! E, come sulle mura che conducono nel cortile interno della dichiarata casa dei Capuleti, miriadi di scritte, ovunque sparse, sui muretti, sulle colonne d’entrata alla ‘camera sepolcrale’, sugli scalini, sulle pareti anche oltre le scale esterne, scritte di innamorati che disegnano cuori, nomi, date, frasi, iniziali.

In realtà, emozione e predisposizione d’animo a parte, di vero c’è nulla (sarcofago a parte), un pò come essere a Gardaland. Intanto la cripta, alla quale si arriva scendendo una scaletta che porta sotto il livello terreno, non è una vera cripta ma un locale che fu riadattato a tale funzione per rendere tutta la scenografia maggiormente suggestiva.

Il complesso che fu dei frati Francescani, databile al XIII secolo, cadde in rovina e nell’Ottocento vi si trovavano le Franceschine. Erano loro che aprivano lo sgangherato cancello per accogliere coloro che, avendone ‘sentito parlare’, venivano a Verona per visitare quello che era additato come il sarcofago di Giulietta, morta suicida per amore.

All’epoca era nell’orto del convento, soggetto a tutte le intemperie. Non era il sarcofago di Giulietta, nessuno sa a chi fosse appartenuto, forse è di epoca romana, ma è un vero avello anche se lungo i secoli i suoi impieghi sono stati i più diversi, fino ad essere un abbeveratoio e una vasca dove lavare panni e lenzuola.

Le Franceschine nel 1848 se ne andarono e il complesso, avello compreso, vennero abbandonati a se stessi. Molti i progetti di recupero. Ormai il luogo era universalmente riconosciuto come meta dei pellegrinaggi romantici per portar omaggio all’amore di Giulietta ma il tutto si limitò allo spostamento dell’avello sotto il porticato.

All’inizio degli anni ’30 la Metro Goldwin Mayer, la celeberrima Casa Cinematografica americana sbarcò a Verona, intenzionata a girare un film sulla storia di Romeo e Giulietta. Il film ebbe un grande successo internazionale e per Verona cominciò l’assalto di gente che voleva vedere i luoghi dei due sfortunati innamorati, un intrigante stimolo per gli innamorati d’ogni età.

Antonio Avena, all’epoca direttore dei musei veronesi, capì che se avesse ricostruito una degna tomba della Giulietta, avrebbe fatto centro. Così ripulì due vani sotterranei, che erano forse adibiti a cantina, trasformandoli in una ‘cripta’. La scenografia, che è stata ricostruita per conferire al luogo un’ adeguata ambientazione, è veramente da applauso. L’atmosfera non sa di artefatto, i dettagli sono ben congegnati, alla fine c’illudiamo, quasi quasi crediamo davvero che quella sia la tomba di Giulietta e sicuramente lo riconosciamo come simbolo di un amore negato al quale tutto donare, compresa la rinuncia alla vita. Insomma, per un attimo ci abbandoniamo al sogno e ci ritroviamo avvolti nel mito della leggenda.

 

 

Verona: il museo civico occasione per conoscere Castelvecchio, antica fortezza scaligera

Si diceva, nel post di ieri dedicato alla visita della mostra “Il segno dell’Ottocento”, collocata nella 29^ sala del Museo Civico ospitato nel Castelvecchio a Verona, che vale la pena affrontare l’intero percorso evitando la scorciatoia dell’accesso diretto all’ultima sala, appunto la 29^.

Sicuramente il percorso risulta defatigante e a tratti un po’ noioso: il continuo susseguirsi di dipinti della Madonna con bambino rischia di risultare ripetitivo quasi ponendo in secondo piano altre opere di sicuro interesse come le antiche campane cittadine o le armi medioevali rinvenute dai sepolcri dei guerrieri.

Ma, detto questo, l’interesse del percorso, a parte menestrelli e cantori vari che s’incontrano poco dopo l’ingresso oltre agli immancabili lucchetti testimoni di promesse d’indissolubile amore, è appunto il fatto dello sviluppo all’interno del Castello e dei suoi piani.

Fortezza militare dell’epoca Scaligera, originariamente chiamato Castello di San Martino in Aquaro, era un elemento della difesa urbana inscindibile dal fiume con il ponte che serviva come via di fuga o di accesso per gli aiuti provenienti dalla Valle dell’Adige evitando così che il fiume diventasse una barriera insuperabile.

La sua torre maestra risultava punto di controllo visuale della città, a sinistra e a destra dell’Adige e del paesaggio circostante. In questo caso l’ingresso e la salita non sono consentite ma la visione resta comunque d’imponenza manifesta.

A wseguire, particolare in evidenza la statua di Cangrande (Can Francesco della Scala) che si fa ammirare nel cortile del Castello e che, ad un certo punto del percorso, arriviamo ad ammirare letteralmente “vis tu vis” nonostante sia collocato ad una decina di metri d’altezza.

Cangrande è stato condottiero, l’esponente più conosciuto, amato e celebrato della dinastia scaligera. Signore di Verona dal 1308 al 1311, guida della fazione ghibellina, mecenate, amico e protettore di Dante Alighieri, si nota il sorriso un pò giocondo che fa pensare ad un carattere bonaccione ma che invece, pur nel generoso mecenatismo, nasconde uno scaltro politico e un accorto amministratore.

Ed alla fine del camminamento, conclusa anche la visita alla già citata mostra sull’Ottocento artistico nella 29^ sala, non resta che lasciare il Castello cogliendo l’occasione, data l’ora tarda e un languorino insistente, per un passaggio al Ristorante Torcolino da Barca, cucina tipica e vino, giusto in Corso Castel Vecchio. Prezzo finale non proprio economico, anzi un pò salato ma adeguato all’eccellenza delle portate. Letteralmente, da leccarsi i baffi.

 

“Amore, amore, oh, eterno amore”, oggi a Verona con le più belle frasi di Giulietta e Romeo

Quando non sarai più parte di me ritaglierò dal tuo ricordo tante piccole stelle, allora il cielo sarà così bello
che tutto il mondo si innamorerà della notte.

Ama, ama follemente, ama più che puoi e se ti dicono che è peccato ama il tuo peccato e sarai innocente.

Buonanotte, buonanotte! Separarsi è un sì dolce dolore, che dirò buonanotte finché non sarà mattino.

Ride delle cicatrici colui che non è mai stato ferito.

Guarda come appoggia la guancia alla sua mano: Oh, potessi essere io il guanto di quella mano e poter così sfiorare quella guancia!

Che cosa c’è in un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo.

 

“Capodanno a Pola (Croazia)”, dissertazioni di Carmelo Sciascia, viaggiatore filosofo

Parbleu, il Colosseo, Roma! Nintaffatto: anfiteatro romano, Pola, Croazia

Come tanti rimandi e collegamenti ci sono nelle vite degli uomini, così avviene spesso che tante coincidenze si manifestino pure tra città (non sono i paesi agglomerati di uomini?). Roma, tutti sappiamo sorgere su sette colli, non tutti sanno però che non è l’unica città a svilupparsi su un uguale numero di poggi. Avevo avuto modo di scoprirlo, anni addietro, visitando Lisbona: città fondata su sette colli. Questo capodanno ho potuto constatare che lo stesso destino è stato riservato alla città di Pola in Croazia. L’Arena della città istriana non può che rimandare al Colosseo di Roma: simboli di due città, città nello stesso tempo vicine eppure così lontane. L’una al centro e capitale della penisola italiana, l’altra fuori dai confini nazionali, città straniera.
Sì com’a Pola presso del Carnaro, ch’Italia chiude e i suoi termini bagna”, Dante cita Pola (Inferno, Canto IX, 113-14) come fosse città italiana di confine, ma sappiamo così non essere. Una sorte avversa avrebbe visto definitivamente assegnata all’ex Jugoslavia questa città: possibilmente più che la sconfitta militare, fu decisiva l’incapacità dei plenipotenziari, impegnati nelle trattative seguite all’armistizio, a disegnare gli odierni confini post-bellici; Benedetto Croce e Vittorio Emanuele Orlando indicarono costoro come affetti di un’ingiustificata “cupidigia di servilismo”.
Coincidenze: qualche anno fa ero stato nella città catalana di Alghero in Sardegna, una frazione di questa cittadina, dove oggi si trova l’aeroporto, si chiama Fertilia. Doveva, nelle intenzioni del governo fascista negli anni trenta, essere una città abitata da una parte della popolazione ferrarese in eccesso. È finita invece per essere, nel dopoguerra, popolata dagli esuli istriani!

Il ponte che univa Alghero e Fertilia. Si intrecciano con la storia di Alghero del Novecento le tragiche vicende degli esuli giuliani, istriani e dalmati, che giunti sulle coste catalane a partire dal 1947, in fuga dalle persecuzioni di Tito, popolarono la borgata di Fertilia.

La storia agisce “motu proprio”, non si sottomette ai progetti degli uomini, non è maestra di nulla: “La storia – non si fa strada, si ostina, – detesta il poco a poco, non procede – né recede, si sposta di binario-e la sua direzione- non è nell’orario”. Così potremmo dire, e diciamo, con Montale, e di Pola e di Fertilia.
Ho accennato all’affinità con Lisbona, per quanto riguarda i sette colli. Passeggiando per Lisbona avevo trovato, qualche anno addietro, seduto al caffè Brasileira, nell’antico e caratteristico quartiere Chiado, Fernando Pessoa: il maggiore autore della eteronimia. Stava seduto con i suoi baffetti, gli occhiali ed il suo cappello: sornionamente seduto.
Questo capodanno, a Pola, con l’Arena alle spalle, mi avviavo verso l’Arco dei Sergi, quando in Piazza Port’aurea, seduto al tavolino di un bar incontro un altro personaggio. Anche questo con baffi e cappello, anziché occhiali, un bastone da passeggio accanto alle gambe accavallate. Al Bar Uliks (il nome Ulisse, un omaggio alla sua opera più importante) c’è seduto James Joyce, tornato in quel posto dopo più di un secolo. C’era stato, lo scrittore irlandese, nel 1904 per due anni, città che non aveva per nulla amato e per questo l’aveva definita una Siberia con il mare, era voluto andare a Trieste quanto prima, adesso è costretto invece a rimanere a Pola!

James Joyce, esule dalla sua Irlanda, seduto al bar Uliks a Pola

Tra eteronomia e flussi di coscienza il passo è breve. La letteratura divide ed unisce, continuamente ed imprevedibilmente! Esule volontario dalla sua Irlanda, Joyce stava adesso seduto immobile al bar Uliks, piazza Port’aurea a Pola. Esuli, costretti dalla storia, tanti italiani avevano lasciato Pola, clienti probabilmente di quello stesso locale.
Parafrasando Honorè de Balzac, si potrebbe dire che vi sono dietro ad ogni avvenimento due storie, una ufficiale, menzognera, ed una segreta, vergognosa. Nel nostro caso, da italiani riguardo l’Istria del dopoguerra, si potrebbe dire che c’è stata una storia menzognera e vergognosa insieme.

1947: gli italiani ridotti a profughi, cacciati da Pola

Ci sono state le malefatte dei fascisti e le crudeltà dei partigiani di Tito. L’olio di ricino e le nerbate a chi non usava la lingua italiana e le foibe e l’esilio per chi era semplicemente di etnia italiana. E l’una cosa e l’altra si respirano passeggiando sulla bianca pietra d’Istria con cui sono lastricate le sue strade.
Ah, la storia! La storia della Chiesa ad esempio, di questa parte del territorio istriano, da Pola ci porta a Parenzo, essendo unica la Diocesi, unica come unica è la Diocesi di Piacenza-Bobbio. Un viaggio è anche una storia di Campanili. I Campanili si sa possono dividere o unire le città. Nel nostro caso le unificano, culturalmente ed esteticamente. Tant’è che i campanili emergenti di questa regione ci riportano alla memoria il prototipo di campanile cui si sono ispirati: il campanile di Piazza San Marco a Venezia.

Chiesa Eufrasiana, Parenzo, Croazia: non sembra il campanile di piazza San Marco a Venezia (sia pur ingrigito)?

Così strada facendo ci troviamo a Rovigno dove superato l’Arco dei Balbi, l’antica porta della città, ammiriamo la chiesa di Sant’Eufemia ed il suo campanile che si staglia contro il cielo e caratterizza, da lontano, il profilo della città.
Giungiamo così alla sede vescovile della Diocesi cui Pola fa parte: la cattedrale della città di Parenzo, nota col nome di Basilica Eufrasiana. Luogo di culto paleocristiano già dal trecento quando la raffigurazione del pesce simboleggiava, perché acronimo, il Cristo. Strana rappresentazione questo pesce della Basilica di Parenzo con fauci spalancate e denti aguzzi: sembra volere rappresentare un Dio vendicativo più del Vecchio che del nuovo Testamento! Il Battistero di questa Diocesi testimonia la celebrazione del battesimo per immersione per la presenza di una fonte originale in pietra, oltre a testimoniarci la presenza bizantina con i suoi splendidi mosaici nell’abside e nella facciata. Il viaggio di Pola sarebbe esaurito, essendo giunti alla sede vescovile della Diocesi cui fa parte. Ma il confine con l’Italia è ancora da venire, bisogna attraversare anche un altro Stato, la Slovenia. Altri campanili ed altre targhe a Pirano, ci ripetono storie già viste. La presenza dell’Associazione Dante Alighieri, campanili di altre chiese e di architetture proprie della repubblica di Venezia, ci ricordano il fluire della storia.
La storia che agisce “motu proprio”, che non si sottomette ai progetti degli uomini, che non è maestra di nulla: “La storia – non si fa strada, si ostina, – detesta il poco a poco, non procede – né recede, si sposta di binario-e la sua direzione- non è nell’orario”.
Carmelo Sciascia

Cronaca di un giorno a Cerignale, 725 m s.l.m., Alta Val Trebbia

Merita decisamente l’immagine di Dalila pensierosa che si chiede “ma dove mi hai portata?”. Semplice, a Cerignale, piccolo Comune dell’Alta Val Trebbia, 127 abitanti, 725 m s.l.m., situato in una conca boscosa sulle pendici del monte delle Tane.

Piccolo borgo a vocazione contadina, messo a ferro e fuoco dai nazifascisti nell’agosto 1944 nel corso del grande rastrellamento lanciato contro i partigiani, particolarmente valorizzato da un Sindaco, Massimo Castelli, pieno d’energia ed inventiva capace di valorizzare la montagna richiamando un turismo sia stanziale che di passaggio.

Una “Transumanza” di libri e lettori l’interessante tre giorni proposta per iniziativa comunale in collaborazione con due librerie piacentine ed una casa editrice bobbiese, per sottolineare che montagna, cultura contadina e cultura possono andare a braccetto attirando i soliti divoratori di carta stampata (io e Dalila in primis).

Ovviamente, dopo i libri, d’obbligo ammirare alcune opere dedicate alla volontà di pace e, in questo caso, ecco la FOnte di Francesco dedicata allo spirito di fratellanza francescano (cosa che non è certo esclusiva di Beppe Grillo e del suo Movimento).

Interessantissimo anche ammirare antichi strumenti agricoli collocati nelle strade del paese che di fatto costituiscono un vero e proprio “Museo a cielo aperto”.

Un a/traversamento, quello delle vie del paese, di estremo interesse e curiosità con apparizioni a sorpresa, letteralmente di tutto un pò tanto da rendere impossibile una rendicontazione completa: per meglio capire non resta che ‘fare un salto’ ed è questo un invito rivolto a tutti quanti possono, ora arrivando da Piacenza, ora da Genova o appunto intraprendere una ‘transumanza’ che, partendo da Genova, arrivi fino a Piacenza con sosta obbligata.

E se subentra la stanchezza tra una via e l’altra? No problem! Il Comune ha ben pensato di sistemare pacnhine aduse alla bisogna.

Senza peraltro tralasciare il rifacimento dell’antico lavatoio utile al transitante per calmare la calura e dissetarsi.

Per tacer della piazzetta del pane quotidiano, straordinaria realizzazione a disposizione per chi voglia cimentarsi con l’arte del far il pane come usava ai tempi dei nostri nonni.

Oppure, più placidamente, non resta che una sosta d’obbligo all’albergo ristorante Del Pino, difesi dal sole dalla pergola carica di magnifici grappoli d’uva a gustare antipasto d’ottimo salume e zucchine fritte.

Ma attenzione a moderare i piatti in arrivo. Seguono i primi che qui chiamano “pin” (forse in onore all’albergo?) cui s’aggiungono tagliolini verdi coi funghi, con Dalila in estasi nell’ammirare l’anziana ‘radzdura’ (88 anni), la signora Teresa, mamma del proprietario, a ‘tirare’ la pasta.

Ovviamente, dopo cotanto ben di Dio, come farcela ad accettare anche lo straordinario piatto che viene proposto, una fumante porzione di cinghiale in umido con polenta? Impossibile, ovviamente per cui non resta che rinviare ad altra occasione, ripromettendosi un ritorno magari settembrino. Senza però trascurare un passaggio alla ‘bottega della Bruna’, altro risultato dell’impegno del Sindaco riuscito ad evitare la chiusura del negozio d’alimentari che avrebbe messo in forte difficoltà la piccola comunità specie nei mesi invernali (il paese più vicino, Ottone, è a diversi chilometri di distanza). Così, per quanto ci riguarda, oltre all’acquisto del quotidiano, non ci neghiamo un ottimo salame fatto ‘alla piacentina’. Quindi, concludendo, “a presto, piccolo borgo di montagna, a presto Cerignale“.

“A cosa servono i viaggi?”, riflessione semiseria di Carmelo Sciascia da Stoccolma

Seconda riflessione semiseria su un viaggio a Stoccolma (la prima riguardava il termine Fika, clicca qui per leggere)
A cosa servono i viaggi? Mi chiese a bruciapelo Paolo, un amico che amava ed ama viaggiare, appena tornati da Stoccolma. A parte qualsiasi distinzione tra l’essere un viaggiatore o un semplice turista (disputa nella quale non mi avventuro), a lui piace muoversi, visitare delle città, un modo come un altro per riempire il suo tempo (questo nostro tempo). Prima della rivoluzione operata dalla fisica teorica del novecento, lo spazio ed il tempo erano considerati delle variabili separate per lo studio dei tanti fenomeni naturali.
Non solo in fisica ma in ogni campo, netta era la loro separazione: da una parte il tempo, dall’altra lo spazio. Semplicemente ogni viaggiatore compiva uno spostamento tra due luoghi geografici in un determinato lasso di tempo.
Oggi che le due entità sono unite in un’unica variabile c’è, a completamento della tridimensionalità delle grandezze geometriche l’unicità dello spazio-tempo.
Ecco allora la posizione comune a molti viaggiatori oggi, che viaggiano non per effettuare uno spostamento in un determinato tempo, ma per riempire il “tempo” che è dato loro vivere. Contemporaneamente il viaggio diventa un unicum spazio-temporale: il tempo (il trascorrere della nostra esistenza) viene consumato dallo spazio (i luoghi geografici che visitiamo) e viceversa. E vista l’offerta allettante di certe compagnie aeree perché non farlo in continuazione?
Questa potrebbe essere la risposta che avrei dovuto dare al mio amico e che non ho dato. Credo comunque che il viaggio non sia solo uno spostamento fisico, spesso è costringerci a riflettere sulle cose che accadono o sono accadute intorno a noi, nel luogo dove viviamo abitualmente.
Visitare il museo Vasa a Stoccolma mi ha fatto riflettere sulla sua storia (e sulla nostra!). Vicende che sono tra loro lontane geograficamente e storicamente diventano fatti vicini e contemporanei.
Il viadotto “Scorciavacche” sulla Statale121 Palermo-Agrigento, inaugurato la vigilia di Natale del dicembre 2014 crolla i primi di gennaio dell’anno successivo, dopo solo dieci giorni.
Siamo invece nell’estate del 1626, precisamente il giorno dieci agosto, quando il galeone svedese Vasa affonda dopo poche miglia, nello stesso specchio d’acqua da dove era partita.
Oggi, la nave è stata recuperata ed intorno è stato costruito un bel museo, il museo Vasa nell’isola di Djurgarden, una delle quattordici isole che compongono la Venezia del Nord (con buona pace di Amsterdam e di un ben po’ di altre città).
Oggi del viadotto “Scorciavacche” non credo ci sia un museo, né si farà, così come tutte le indagini sulle responsabilità del crollo non approderanno a nulla, anche se il Presidente del Consiglio Renzi aveva testualmente affermato: “Ho chiesto a ANAS il nome del responsabile: è finito il tempo degli errori che non hanno mai un padre. Pagheranno tutto”.
Sì, finirà come al tempo di Gustavo di Svezia, sentito un notabile sulle cause dell’affondamento della nave questi ebbe a dire: “Solo Dio … ed il re, possono conoscere le cause” e la commissione chiuse il caso senza individuare alcun colpevole. Oggi si potrebbe dire che solo Dio può saperlo, visto che il politico di turno che ha reso possibile l’appalto e l’impresario che se lo è aggiudicato ne escono sempre candidamente puliti. Credo sia successo e succede così per le tante “disavventure” dei lavori pubblici nel nostro Paese. Quest’anno, il trenta aprile un ponte nel cuneese crolla su una macchina dei carabinieri, sbriciolandola.
Immagine che ha riportato alla memoria, a noi piacentini, il ponte crollato sul Po. Era l’aprile del 2009. Nel gennaio del 2015 il tribunale di Lodi ha assolto gli imputati (dirigenti della società concessionaria) “perché il fatto non sussiste”. Nel frattempo tanti altri manufatti sono continuati e continuano a crollare in tutta la nostra splendida penisola!
Un evento si collega a tanti altri episodi, basta iniziare e la memoria (quando c’è) fa il resto. I fatti si susseguono come grani di rosario, basta aver voglia di pregare! La visita al Museo Vasa di Stoccolma mi ha sollecitato ancestrali ricordi, come l’analogia tra le sculture lignee che adornavano la fiancata e la prua della nave e le sculture lignee dei carretti siciliani.
Narrano, le sculture lignee poste ai fianchi e sulla prua della nave, della casa reale svedese e della sua missione nell’ambito della guerra di religione che impegnava l’Europa tutta in quel periodo.
Rappresentazione allegorica e didattica, ma soprattutto una rappresentazione teatrale che incutesse paura ai nemici e coraggio agli alleati. Un po’ come le sculture lignee che adornavano i caratteristici carretti siciliani. Episodi che richiamavano motivi religiosi (San Giorgio che uccide il drago), motivi tratti dalle gesta del Ciclo Carolingio, per giungere all’Epopea Garibaldina o ad episodi popolari quale la Cavalleria Rusticana.
Qui non servono più le parole per descriverne le corrispondenze artistiche plastico-cromatiche, basta un semplice confronto fotografico a soddisfare qualsiasi curiosità: l’espressionismo delle forme e la vivacità dei colori sono lapalissiani.
Ecco, tutte queste cose avrei dovuto dire all’amico Paolo, sul viaggio appena concluso, più che aggrapparmi alla fisica teorica del novecento. Ma sarebbe stato ed è un discorso lungo. Un discorso che potrebbe continuare ancora adesso, con altre analogie, con altri riferimenti . Stante comunque il discorso appena accennato, si può chiosare con un dubbio:
Il tramonto dell’occidente, in particolare dell’Europa, può darsi sia iniziato, checché ne abbia scritto Spengler, dall’inabissarsi di quel galeone nel 1626? Così come la decadenza dell’Italia, possa essere dipesa dalla stretta analogia delle sculture lignee del Vasa con la scultura artigianale e popolare dei carretti siciliani?
Carmelo Sciascia

“Con Trenord viaggi in 1^ e paghi in 2^, non si controlla. Per dirla con Totò, ed io pago!”

Treno regionale con pendolari, olio su tela di Vito Aloise

 In breve: venerdi 26 maggio 2017, regionale veloce Trenord Fs per Ravenna, partenza da Milano Centrale ore 18.15, unica vettura di 1^ classe semivuota. Breve viaggio fino a Milano Lambrate, la vettura si riempie. Molti studenti, qualche impiegato, stranieri di colore. Difficile, dall’aspetto (anche se è vero che l’abito non fa il monaco),  pensare abbiano tutti in tasca il biglietto di 1^. Sferragliando si arriva a Milano Rogoredo. Molti scendono ma vengono sostituiti da altri, dall’aspetto simili a quanti hanno loro lasciato il posto. Un uomo sulla cinquantina, giacca, cravatta, borsa da ufficio, stenta a trovare un posto. Nei sedili di corridoio alla mia sinistra, un ragazzo e una ragazza, lui spesso si gira per controllare che non arrivi nessuna divisa. Si riparte. Un paio di ragazzi con zaino sono in piedi, non vogliono lasciare i quattro amici seduti. Ore 18.41 arrivo a Lodi, diversi scendono compresi i due ragazzi in piedi. Il ragazzo che vigila e controlla la porta in fondo corridoio continua a vigilare e controllare. Ogni tanto parla al cellulare e si distrae, poi riprende. Tanti son scesi tanti altri salgono, si direbbero impiegati a fine orario. Nessuna altra fermata. Al finestrino passano Casalpusterlengo, Codogno. 19.07 arrivo a Piacenza, la carrozza resta semivuota. E il capotreno? Sconosciuto non pervenuto. Ecco, questa è la notizia: da Milano a Piacenza in treno, biglietto o non biglietto, si viaggia in 1^ classe tanto di ferrovieri (regolarmente stipendiati) nemmeno l’ombra. Se sei sfortunato ed hai acquistato il biglietto di 1^ e resti in piedi per i posti occupati con i biglietti di 2^ sei uno sfigato oppure la prossima volta arrivi prima. Vedi tu. Viaggiatore occasionale avvisato, forse salvato.

 

C’è chi muore ma come si dice cade in piedi. Beh, allora in quella bara a Villa Torlonia in Roma non può certo starci il Benito

La foto è scattata all’ingresso di Villa Torlonia, in via Nomentana numero 70 a Roma. La villa, restaurata dopo anni di abbandono, ospita mostre ed è circondata da uno stupendo parco a disposizione dei romani o dei tanti turisti che passano a visitarla. Fu sede romana del Duce e forse per questo, in anni di revisionismo storico, il bookshop, di regola con offerte d’arte qualificate, con mia sorpresa dalla mia ultima visita nel maggio 2016, ieri presentava un intero scaffale con decine di opere dedicate al Benito e al fascismo. Nessuna copertina invece dedicata alle centinaia di migliaia di ragazzi che il Duce e i fascismo mandarono a morire in una guerra non nostra in Africa, in Russia, in Grecia, in Yugoslavia, nelle acque del Mediterraneo, nelle Fosse Ardeatine vilmente assassinati per mano dei nazifascisti. Quella che sembra una bara immortalata nella fotografia, comunque, non ospita il Mussolini. Il quale del resto con tutti quei cadaveri sulla coscienza, non è certo ‘caduto in piedi‘, anzi.

Quando Roma t’accoglie così, t’avvolge il cuor d’amor immenso

Roma, Piazzale dei Cinquecento, venerdi 28 aprile 2017, ore 19.50 circa

Stessa sera, stessa gioia, l’Atalanta stoppa le zebre in quel di Bergamo (sarà che il ciel s’illuminò di gioia e tripudio?)

Mò non resta ch’aspettar che la Roma, in campo magico Tottolo, stenda la Lazio e il sogno si compie: brucia d’ardor il cielo di Roma

Son le bellezze romane