Da cittadino e da paziente, tanto di cappello al personale sanitario tutto dell’UTIC di Piacenza

Difficile ‘pesare’, ‘rappresentare’, ‘raccontare’ tre giorni in UTIC, Unità di Terapia Intensiva Cardiologica. Reparto ospedaliero specializzato nella gestione del paziente affetto da patologia cardiaca acuta (sindrome coronarica acuta, scompenso cardiaco acuto e cronico refrattario, aritmie ipercinetiche e ipocinetiche minacciose). Ospedale di Piacenza, primario Giovanni Quinto Villani, otto posti a porte chiuse salva una misera ora al giorno e magari, se la porta è chiusa nell’orario indicato e il parente suona, esce l’infermiera e ti cazzia perchè, se la porta è chiusa nonostante l’orario, c’è un motivo serio e il parente non può far altro che chiedere scusa. Del resto, qui non si scherza, chi è qui non è per gioco, non siamo su scherzi a parte, no, decisamente qui si fa sul serio, occorre monitorare costantemente i parametri vitali dei pazienti ‘ospiti’. Situazioni, anche psicologiche, difficili da gestire. Eppure il personale ti accoglie sin dal primo istante come fossi un amico di sempre, ti fa sentire a tuo agio nonostante tu sia pieno di sensori e di fili, immobilizzato sul letto che nemmeno ti puoi alzare per sgranchire le gambe, qui non esiste il bagno la tua condizione non ti consente di abbandonare letto e sensori vari, sopra la tua testa computer e video con lo schermo dove passano gli istanti della tua vita e la voce del tuo cuore. Non è detto che per tutti la situazione sia grave, magari il passaggio, pur senza negare la serietà del problema, per i più fortunati è ancora precauzionale, di ‘studio’ e di verifica di uno stato improvvisamente in discussione. Di mio ecco messe in gioco 46 ore. Un vissuto del tutto personale probabile conseguenza di qualche trascuratezza che poco interessa chi legge con un unico responsabile contro il quale va puntato il dito accusatorio. Ma un fatto va rilevato e reso pubblico in Arzyncampo: la percezione di impegno, di professionalità, di cordialità del personale tutto continuamente in movimento, continuamente a disposizione, esperto nell’assistenza ma anche nell’accoglienza, esperto come si dice di comunicazione informale che oggettivamente aiuta il paziente. Solo una settimana fa, incontrando il Primario della Cardiologia tutta, quando l’idea di un mio improvviso ‘passaggio in UTIC‘ non era nemmeno nell’aria, si parlava della sua prossima pensione. Mi diceva, con malcelato orgoglio, che potrà lasciare il reparto senza problemi perché i suoi collaboratori “sono tutti ottimi professionisti“. Avendo ‘toccato con mano’, per quanto riguarda medici, infermieri, operatori sociosanitari, ausiliari, coi quali sono venuto a contatto in UTIC, ringrazio e soprattutto, da cittadino e da paziente … confermo

 

La volta di Mimmo, a sua volta giunto alla fine della lunga e tortuosa strada lavorativa

Mimmo, fcon il regalo di saluto dei colleghi e delle colleghe

Ho conosciuto Mimmo molti anni fa, quando lavoravo per gli ospedali di Castel San Giovanni e Borgonovo e lui appunto era fisioterapista nel paese della Val Tidone.

Anni dopo ci siamo ritrovati a Piacenza, lui sindacalista, io dirigente. Era il tempo dell’avvenuta aziendalizzazione della sanità, dell’accorpamento delle Asl a livello provinciale e della nuova definizione dei contratti per la dirigenza così avevo partecipato al tavolo della trattativa in rappresentanza della UIL.

Organizzazione che avevo però abbandonato quando la segreteria nazionale in occasione del secondo referendum si era schierata a favore della scelta nucleare. Mimmo allora mi chiese di impegnarmi, con lui, allo stesso tavolo trattante (quello della dirigenza) per conto della sua organizzazione, la Cisl.

Si dia il via alla festa

Possibile il passaggio da una sigla sindacale all’altra? Sinceramente sono da sempre per l’unità sindacale per cui il fatto non mi creava particolari problemi d’identità. Tuttavia l’esperienza non durò a lungo: come Mimmo ha raccontato venerdì alla festa di saluto dal lavoro, ad un certo punto qualcuno gli disse che ‘teneva famiglia’, che l’esperienza sindacale andava ridimensionata e doveva rientrare a pieno titolo al lavoro attivo.

Del resto anche per quanto mi riguardava l’esperienza di rappresentanza sindacale non era più compatibile con la mia posizione in Azienda per cui i nostri sentieri si divisero.

Non per molto, invero: dopo poco lo ritrovai nello mio stesso corridoio di lavoroo sia pure in un sevizio diverso, lui afferente al S.P.P., il Servizio di Prevenzione e Protezione diretto dall’amico Franco Pugliese.

Mimmo con Franco Pugliese, direttore del Servizio di Prevenzione e Protezione aziendale

Così l’interlocuzione, il confronto sul tema del lavoro (e della situazione politica purtroppo orientata sempre più verso una destra becera) sono proseguiti, incontrandoci nel cortile, al timbratore, sulle scale, nel corridoio, in ufficio (più che altro il mio).

Fino a venerdì, quando ha festeggiato l’ultimo giorno di lavoro con i suoi colleghi, associandomi tra gli invitati per cui, anche per lui, dopo Mirella e Andrea, un affettuoso saluto. So long, Mimmo.

Quelli del S.P.P., al servizio dei lavoratori

Con una sola domanda: ma ora che arriva quota 100, se come pare tantissimi se ne andranno, chi resta al lavoro, chi garantirà i servizi che servono ai cittadini? Chi lascia, sarà veramente sostituito? E il sistema previdenziale potrà reggere? Teniamo conto che un lavoratore anziano contribuisce al sistema in base a uno stipendio di almeno 38mila euro e chi lo sostituirà, in quanto giovane, lo farà con supponiamo uno stipendio base di 18mila. Quindi, per pagare la pensione di Mimmo avremo la necessità di contributi da almeno due nuovi assunti?

Insomma, Mimmo, il tuo impegno serve ancora. Per il futuro nostro, per i colleghi che ti seguiranno e anche il tuo. Un abbraccio e un sorriso.

Ed ecco il passaggio del testimone: ancora poche settimane e anche Nuccia, indomita segretaria del Servizio, seguirà le orme del nostro Mimmo

Doctor Andrea’s love & peace magical centralino’s rock band: il saluto di Andrea del Centralino Unico Aziendale

Il caldo saluto di Donatella

Ed ecco, una nuova festa, un altro che ce la fa: Andrea Sartori, dominus del centralino unico aziendale per le strutture sanitarie della provincia, ierlaltro ha salutato amici e colleghe, raccolto armi e bagagli e con un groppo in gola è tornato a casa per sempre, pensionato felice e contento.

Lasciando una postazione vuota, per ora senza sostituzione, con gran sconforto di colleghi e colleghe perchè Andrea aveva il compito di organizzare la presenza nei vari turni. Cosa che faceva prima di tutto con grande onestà, come gli è stato riconosciuto con un quadretto affisso nel locale.

Il delicato lavoro del centralino unico a disposizione dei bisogni dei cittadini: ecco Simona e Carmelo

Perché al centralino l’importante è porsi al servizio dei cittadini (e sono 1200 le telefonate che ogni giorno chiedono), cittadini che spesso hanno necessità di essere ascoltati e di essere guidati in quella che per molti è una selva semioscura tanta è la complessità del mondo della salute.

Maurizio (coautore turnistica), Andrea, Dorotea Magdalena, Sergio

Importante quindi, per il centralinista, porsi al servizio di medici e infermieri e tecnici e ingenieri e amministrativi perchè ognuno di loro, quando si rivolge al centralino, sta affrontando una necessità con ricaduta sui cittadini.

Due grandi di nome Andrea

Fondamentale, infine, come compito specifico e diretto di Andrea, organizzare ascoltando e tenendo conto nei limiti del possibile delle particolarità, delle necessità, delle situazioni di bisogno dei colleghi e delle colleghe perchè un lavoratore ‘ascoltato’ inevitabilmente lavora e si dedica al lavoro con quella serenità che gli consente un approccio ottimale con l’utenza.

Indispensabile centralinista D.O.C.: incoronato e adeguatamente vestito da Libera

Ma, giusto per non correre il rischio di scivolare nella retorica celebrativa, due parole ancora ma sulla festa di saluto organizzata dai colleghi con, in prima fila nel ruolo di splendida e geniale animatrice, la bravissima Libera Maria, testimone di un ottimo affiatamento di gruppo che, se non sfocia nell’amicizia vera, poco ci manca e questo inevitabilmente ricade positivamente sulla qualità del lavoro.

Il ricordo dei tempi con il settore tecnico: con Valerio Tagliaferri, ingeniere

Ecco dunque tutte le ragazze celebrare gli anni delle figlie dei fiori, anni di musica e di libertà. Ma perchè, quale il senso oltre a consentire agli ometti di lustrarsi gli occhi? Lo si è scoperto nel finale, quando Libera si è avvicinata, prima nominando Andrea “indimenticabile centralinista doc“, proseguendo poi con quello che sembrava un regalo, una camicia tutta colorata. Alla quale si sono aggiunti gli occhiali stile John Lennon e per finire … l’esilarante sorpresa.

Anche Andrea figlio dei fiori, con lunga chioma e occhialini alla John Lennon, tanto, tanto, tanto tempo fa

Insomma, So long, Andrea, non ti scordar di qualche volta ripassare nel tuo centralino. Naturalmente d’ora in poi non per parlare di lavoro ma per abbracciare amici e amiche.

La solita band: doctor Andrea’s love & peace magical centralino’s rock band

 

 

Mirella ce l’ha fatta: ieri in Chirurgia il saluto per la sua nuova vita (da pensionata)

Così anche Mirella ha tagliato il traguardo, meritando il diritto ad una nuova vita. Tutta sua, dal risveglio senza la fissa del timbratore, del cartellino, dell’attesa delle ferie. Quanti anni sono passati da quando quelli dell’ufficio personale l’hanno assegnata al supporto del reparto di Chirurgia?

Mirella con il primario chirurgo, Patrizio Capelli

Personalmente l’ignoro. Forse trenta, forse di più. Quando, nel 2001, sono stato nominato responsabile delle funzioni amministrative ospedaliere dell’Azienda Usl, lei già era al suo posto. A garantire il completamento corretto delle cartelle cliniche dei pazienti, a disposizione di medici e infermieri per ogni necessità organizzativa, a supporto dei pazienti per tutte quelle informazioni che sono indispensabili nel rapporto con il reparto.

Mirella con alcune colleghe della Direzione Amminstrativa di Rete Ospedaliera: Lidia, Raffaella, Mirella, Katia, Carla, Graziella, Marina

Da Direttore non posso che ringraziarla: un vero gioiello. Mai un problema, mai assenze di rilievo. Fattori importanti, rispetto al mio impegno: se tutto in un ambito delicato come la chirurgia filava liscio mi sono potuto dedicare ad altri settori problematici ma non solo.

Eccola con Giovanna, una coppia formidabile di professionalità

Grazie a lei (e alla sua collega Giovanna, factotum nelle medicine) ho potuto conoscere e imparare quali siano le necessità amministrative di un reparto e del personale sanitario raggiungendo l’obiettivo fondamentale del nostro servizio: facilitare i percorsi dei pazienti quando vengono a contatto con i problemi della salute.

Con il dottor Palli, professionista senologo

E, in questo, Mirella è stata come dicevo un vero gioiello: non sarà facile sostituirla. In ogni caso, come va detto in questi momenti, So Long, buona vita nuova, carissima collega.

E per concludere Mirella con il “suo” grande Direttore

 

“Misteri, leggende, atmosfere del Grande Placido Fiume, l’incontro con la Dea adespota e altre storie della gente di fiume a Roncarolo di Caorso” (2)

Continua la nostra passeggiata in zona di golena a Roncarolo di Caorso e, diciamo così, eccoci ad un inaspettato incontro che ci costringe a … prenderla un pò da lontano. La mitologia ci racconta di molte figure femminili poste a difesa e protezione dei fiumi e delle acque. Gli atzechi avevano Chalchiuhtlicue, dea delle acque, dei laghi e dei fiumi, ma anche  Opochtli, dea della caccia e della pesca. Da non dimenticare Sinnan, dea irlandese del fiume Shannon e Ehuang e Nuying, dee del fiume Xiang. Tra gli egizi Nefti, dea dei fiumi e Tefnut, dea dell’acqua e della fertilità mentre i greci propongono Teti, madre dei fiumi. Inevitabile infine la citazione di Ganga, dea del fiume Gange e della purezza.

Ma soffermiamoci su Teti che, secondo la leggenda, creò un fiume insieme ad Oceano e lo chiamò Eridano. Era una fiume che si trovava “nel lontano nord ovest” cioè, secondo i più, quello che oggi chiamiamo il nostro Po, ovvero il fiume fatto di stelle considerato che con lo stesso nome viene chiamata una costellazione dell’emisfero celeste australe, costituita da una sinuosa linea di stelle non molto luminose ma che sembra disegnare un percorso molto simile a quello del nostro Grande Placido Fiume.

Bene. Ma cosa succede passeggiando in zona di golena del nostro Po a Roncarolo di Caorso? Già ieri abbiamo parlato del totem con il Magaton, l’anatra di legno utile per ingannare le sue prelibatissime ma ingenue sorelle selvatiche e garantire ai cacciatori il pranzo e la cena per tutta la famiglia. Un pensiero che impone una piccola disgressione culinaria, sull’anatra, piatto dal gusto dolce e delicato che si può apprezzare in molti modi: arrosto, ripiena, in umido o al forno. Abbinata a contorni di verdura o alle patate, cucinata con salse al formaggio o con la classica salsa all’arancia e altre varianti che chi ha più fantasia la mette (ad esempio, non ho mai assaggiato l’anatra alle ciliegie). Ottimi abbinamenti sia con i sapori forti come con quelli più delicati: per questo spesso si accompagna alle carote con una foglia di alloro, aglio, senape, erbe aromatiche o grana padano. Da provare anche la squisitezza delle pappardelle con ragù d’anatra o le ali di anatra in padella. E qui il suggerimento, legato a curiosità da acquolina in bocca, è d’obbligo: uscire dalla zona di golena, attraversare l’argine e scendere sul lato sinistro entrando in paese dove, superata la chiesa, troveremo l’Antica Trattoria Tonoli specializzata in cucina piacentina tradizionale, sicuramente anitra arrosto compresa.

Petto d’anatra con salsa al vino rosso

Ma non di solo pesce, di anatra, di salame cotto: il Grande Placido Fiume non nega altre scoperte. Tornati in zona di golena, passato il piccolo porto d’approdo della Tana del pescatore, ecco i capanni di ristoro utili per la sosta ma anche per l’appostamento del cacciatore o per il deposito degli attrezzi per la pesca, ecco i tavoli di legno dove quattro accaniti giocatori si sfidano a briscola e volano insulti al primo grave sbaglio che pregiudica l’esito della partita e infine ecco l’incontro del tutto inaspettato nientedimenoche con la statua di una dea d’ignota origine.

Con una curiosità: l’autore della collocazione ha voluto precisare di chi si tratta e ha scritto sul torace a lettere maiuscole il nome Marilena. Strano a dirsi ma non esistono sante con questo nome per cui deve forse ritenersi che la statua rimandi ad epoche lontane, magari all’antica Etruria cioè all’epoca precristiana. Si tratta infatti di un nome adespota cioè, tornando all’antica grecia, ‘senza padrone‘, ‘senza santo protettore‘ per il culto cattolico.

Insomma, storie della gente del nostro Grande Placido Fiume, fiume pagano, luogo antico origine e protagonista di culti antichi, dove Zeus fece precipitare il carro del Sole e l’imprudente Fetonte trovò la morte. Ma, questa, è tutta un’altra storia, una delle tante che il fiume porta con sè e se ti siedi sulla panchina e chiudi gli occhi, sentirai l’acqua lentamente scorrere e, se la sai ascoltare, raccontare. La voce del nostro Po. A Roncarolo di Caorso.

 

“Misteri, leggende, atmosfere del Grande Placido Fiume, il Magaton e altre storie della gente di fiume a Roncarolo di Caorso” (1)

Roncarolo, scendendo in zona di golena, dall’altra parte del paese (la strada d’argine per arrivare fa da divisorio)

Lo si diceva nel post di ieri: se da Piacenza percorri la provinciale (ex statale 10) direzione Cremona, superata Roncaglia, superato Fossadello, prima di arrivare a Caorso, arrivati di fronte allo stabilimento della Saib, si gira a sinistra e si prosegue per qualche chilometro fino all’argine del Grande Placido Fiume che accosta la confluenza del Nure in Sua Maestà il Po, re di noi padani.

Là in fondo la grande ansa del fiume, dove il Nure confluisce nel nostro placido Po, re dei padani

Proseguendo, scendendo dall’argine a sinistra troveremo Roncarolo, paese ombra noto per la cipolla e, un tempo, per la pesca. Oggi con molte case vuote e abbandonate: dai mille abitanti degli anni cinquanta siamo passati ai 250 circa attuali ma, da qualche tempo, si registrano giovani ‘di ritorno’ che s’allontanano dai fumi, dallo smog, dai problemi della città.

Pesce fritto al Magaton

Prima di arrivare a Roncarolo, tuttavia, scendendo a destra in zona di golena, come indica un cartello in legno, troveremo il Magaton. Un luogo di magia? Una dimora secondaria di Morgana o di Amelia, la strega che ammalia? A prescindere dalla precisazione che il fiume di per sè rappresenta un luogo di magia, si tratta di una trattoria dove si arriva per un buon fritto di pesce. La patronne, la signora Rosa Bolzoni, ha ormai attaccato il paiolo al chiodo passando il testimone al figlio Enrico ma, a quanto mi si dice, c’è sempre da leccarsi i baffi ammirando l’ansa del fiume che letteralmente ti viene incontro. 

Dunque pesce di fiume, servito croccante e caldo, in una abbondante porzione e preparato su richiesta anche in bianco, al vapore, sempre servito con verdura fresca che proviene dall’orto di casa. Pesce gatto, filetto di pesce persico, alborella, anguilla (magari aromatizzata con aceto balsamico), talvolta luccio con salsa a base di verdure. Da bere vino bianco fresco, secco, semisecco o amabile, scelto con molta cura tra le produzioni della Val d’Arda. Per non sciupare il piacere del pesce è concesso solo un antipasto a base di salume stagionato nei locali della grande casa rustica. Infine arrivano i dolci, tutti preparati in casa con una pasta frolla burrosa e friabile: si tratta di biscottini, di crostate con la marmellata di prugne o arance e di una torta ripiena di frutta cotta.

La casa dove, nel 1937, ha visto la luce l’amico Benito Franco, oggi sede del Circolo Anspi organizzatore tra l’altro della settembrina Festa della Cipolla e, a giugno, della Festa del Pescatore

Ma attenzione: una sorpresa dietro l’angolo. Trattoria a parte, che cosa significa questa parola, Magaton? Per saperlo dobbiamo spingerci fino a Roncarolo ma, anzichè scendere in paese a sinistra, anche in questo caso scendiamo a destra, sempre in zona di golena, alla Tana di Roncarolo, per l’appunto. Sede del gruppo Anspi qui si raccolgono pescatori e appassionati di racconti del fiume, storie e leggende oltrechè, dice la malalingua divisa tra sarcasmo, ironia e invidia, esperti di clamorosi fotomontaggi.

Comunque il nostro amico, Benito Franco, racconta, a me e Dalila, che l’attuale sede del circolo era la casa dove è nato nel lontano 1937 ed ha visssuto i primi anni della sua vita. Bastano pochi passi ed eccoci sulla riva del fiume. Con una punta di nostalgia che gli fa vibrare la voce in gola, Franco racconta. “Vedete, dice, oggi la riva son tutte sterpaglie. Un tempo era sabbia, era pieno di barche per attraversare il fiume e per pescare“. Era una delle principali attività del posto: c’era chi lavorava la terra, chi si dedicava alla pesca e chi aveva un’avviata attività di traghettamento verso la sponda lombarda e ritorno (troppo lontani i ponti e troppo il tempo da perdere per raggiungerli, meglio pagare un piccolo obolo al traghettatore).

Pochi passi ed ecco una specie di totem, nei pressi dal piccolo approdo dal quale parte un giovane con la barca (rigorosamente a motore), dopo aver preparato le canne per la pesca: “se ne va oltre l’ansa, dove esiste una zona ricca di pesce“, precisa Franco. Lo guardiamo seduti sull’unica panchina, proprio di fianco al totem che, in cima, ha un’anatra in legno e qui Franco sorride sorgnone. Lo guardo come a chiedere che c’è da sorridere e lui indica l’anatra legnosa: “lei è il Magaton, la si metteva a galleggiare, le anatre quelle vere cadevano nell’inganno e il cacciatore sparava aggiudicandosi la cena per la famiglia intera“.

 

Una splendida giornata alla Festa della Cipolla a Roncarolo, tra ricordi di paesani dei tempi lontani che furono

… sulla destra, ecco Roncarolo …

Quando arrivi da Piacenza, direzione Cremona, poco prima di Caorso giri a sinistra e ti ritrovi sull’argine che costeggia il Po. Dopo qualche chilometro sulla destra ecco Roncarolo, oggi retrocesso a frazione di Caorso ma un tempo importante Comune con tanto di castello fortificato per difendere Piacenza dalle incursioni dei cremonesi.

Personalmente non ho nulla a che vedere, con il paese e i roncarolesi salvo uno, tal Benito Franco Mezzadri, qui nato 81 anni orsono per poi trasferirsi, come tanti, in città e infine, per parte di consorte, metter radici in Val Trebbia dove tre anni fa ci siamo conosciuti.

Lui, del quale sono oggi custode delle memorie che mi ha raccontato e che forse, Dio volendo, un giorno vedranno la luce in un mio nuovo libro. Lui, dicevo, già due anni orsono mi ha invitato e portato alla ‘Festa della Cipolla‘, manifestazione di livello provinciale e non solo. 

Succulenti piatti ‘anomali’ con largo uso di cipolle bianche, rosse, dorate. Dalla frittata alla pasta con crema di cipolla, gran festa per baffi (da leccare) e palato senza negarsi i pisarei, il salame cotto, un buon spiedino nella miglior tradizione piacentina. Ma quel che conta alla fine è la compagnia.

Il paese, dicevo, ha avuto un passato di gloria: fino all’immediato dopoguerra, la popolazione ha superato i mille abitanti, con nuclei familiari di decine di persone: prova ne è l’edificio delle scuole elementari, che ha ospitato fino a 50 alunni per anno; dagli anni cinquanta la ricerca di condizioni di vita migliori ha svuotato le case, ed ora gli abitanti sono circa 250. La Festa dunque diventa un richiamo irresistibile per chi in questa terra di contadini e pescatori ha vissuto da bambino o da ragazzo.

Così io e Dalila, sempre grazie all’amico Benito Franco, ci siamo ritrovati ‘ospiti’ ad una tavolata di ‘reduci’ in vena di racconti e di ricordi di storie lontane. Di chi a quei tempi correva in bicicletta e dell’amico che semplicemente lo seguiva per solidarietà: s’andava ad Acquanegra, nel cremonese, una bella pedalata di 25 km. Giunti alla meta, nessuna traccia della manifestazione. Chiedono all’osteria in piazza ma tutti cadono dalle nuvole fino a quando un paesano dice che magari la corsa è a Acquanegra sì, ma nel mantovano. Così ai 25 km già macinati se n’aggiungono altri 51 e pedalare, per non rischiare di arrivare a gara già conclusa. In realtà tutto bene e il nostro amico ciclista si piazza 2°, ma che fatica! E poi via per il ritorno. A pedalare seguendo a ruota un camion, minimo 60 km/h e attenzione che se quello frena o anche solo molla un attimo il pedale dell’accelleratore son guai grossi. Invece tutto bene, la memoria ricorda, e alle 23.30 i due arrivano in paese dove trovano amici e parenti riuniti sul piazzale della chiesa preoccupatissimi e tutto, proprio come oggi, finì nella vicina osteria a festeggiare il ritorno e il trofeo portato a casa.

Impossibile riportare tutti i dialoghi e i ricordi ascoltati. Uno solo per concludere: il ricordo di don Serafino, sanguigno prete di camapagna. Bambini e bambine precettati per la messa della domenica e guai a mancare: volevi giocare a pallone? Se mancavi l’appuntamento domenicale ben che t’andasse t’aspettava la panchina. Senza negarti un bello sganassone, un ceffone sulla testa, una dolorosissima saracca. Che se poi andavi a casa e lo raccontavi, ne prendevi anche a casa! Altri tempi: oggi don Serafino sarebbe rinchiuso in una gabbia in galera già al semplice gesto dello schiaffone ‘educativo’. Ma quella signora ricorda, con gli occhi ancora dolci, di quando il parroco le intimava di suonare il basso e lei per quanto s’impegnasse faceva quel che poteva con risultati che è meglio soprassedere. Ma quel che conta è l’impegno e il parroco non evitava di mandarla alla fine dal prete giovane che dal cassetto tirava fuori un cioccolatino quadrato. E così, alla fin del pranzo in compagnia, non è restato che aspettar il ballo della sera. Alla Festa della Cipolla, appuntamento da non mancare a settembre del ’19.

Insomma, arrivederci Roncarolo.

 

 

 

Correva il 1983 e oggi fanno 35 anni, io e Dalila, nozze di corallo

35 anni da quel 10 settembre 1983. Come seguire il flusso della corrente di un fiume che corre verso il mare. Lentamente, sinuosa, placida, scendendo dalla fonte tra ponti, campagne, città industriali, piccoli paesi di pescatori. Talvolta invece facendosi tortuosa, con mulinelli, piccoli gorghi, lambendo gli argini, invadendo le zone di golena, strappando rabbiosa alberi e arbusti, allagando campi, strade, paesi. Ma la corsa continua, verso un mare che si spera ancora lontano.

Fu un giorno straordinario, quel giorno splendente di sole d’un settembre d’estate volgente al termine ma ancora generosa. A partire dalle vicende della preparazione, innanzitutto. Tanto per citare, scegliendo a caso tra i tanti aneddoti che ancora vivono nella memoria: abbiamo scelto una piccola chiesa di campagna, a Rezzanello, frazione di Gazzola. Letteralmente quattro case ma una stupenda vista sulla valle e un castello di grande suggestione per le foto di rito. Nessun problema nell’ottenere la dispensa dalla mia parrocchia. Necessaria invece un’offerta di 50mila lire per ottenerla dalla parrocchia di Dalila. Ovviamente, come disse il parroco, ‘offerta libera e convinta’. Mah, se lo pensava lui … .

Ma come mai il matrimonio religioso, in chiesa? Beh, allora come oggi non mi definirei ateo. Diciamo, da militante e dirigente socialista quale allora ero, in forte posizione di criticità rispetto alla Chiesa Istituzione. Per quanto mi riguarda poco importava celebrare di fronte a Dio o al Sindaco di qualche Comune. Ma avrei creato qualche problema a mia madre, ai genitori di Dalila, forse a Dalila stessa e non ne valeva la pena. Questa decisione mi costò la partecipazione al corso di preparazione. Con don Aldo Concari, prete lontano parente di Dalila che avevo conosciuto ai tempi dell’esperienza con gli scout, prete ‘rustico’, costantemente in giro a portare conforto ai bisognosi, che sapevo aveva più volte tentato di essere inviato in Colombia come missionario ma era stato rifiutato da quel governo perchè di eccessive simpatie per contadini e lavoratori. Bene. Quel prete, ben conoscendo le mie convinzioni politiche, … mi ha fatto rivedibile!!! Ovvero mi ha fatto ripetere il corso di preparazione in un’altra parrocchia. Certo fu poi un grande celebrante.

Lasciò parlare un testimone, segretario del Partito Socialista Italiano che sottolineò il necessario impegno per la giustizia nel lavoro e per la pace (e qui va ricordato che sull’altare stava un cesto con il pane e il grano, simboli del lavoro contadino, e che i nostri confetti erano contenuti in uno stelo a forma di spiga di grano).

C’era anche l’idea di tre colombe che prendessero il volo ma la cosa era troppo complicata e il richiamo alla pace fu affidato a Franco Benaglia, appunto sergretario del PSI. Mia nonna, allora ultra novantenne, chiese a mio padre, seduto al suo fianco, “ma l’è un mèssa o un cumisi?“. In compenso don Aldo non si fece mancare l’occasione per invitarci “a non aver paura di fare figli, amatevi senza paura e senza usare preservativi” e sentita la parola preservativi in chiesa addirittura dal celebrante, la nonna rischiò l’infarto.

E così eccoci qui, 35 anni dopo, noi due, ‘io e tu‘, due figli, due nuore, due nipotine, un cane e finchè l’acqua del fiume scorre, nessuna diga che la possa fermare. Rinnovando quel brindisi che fece da chiosa ad una splendida giornata, nostra primavera di vita.

La mia Chevrolet aperta come una scatola di sardine e il colpevole (non assicurato) si da alla fuga: 4 mesi di disavventura

In pratica: il 2 maggio poco dopo le 19 parcheggio l’auto in via B., a pochi passi da casa. Sono presenti auto su entrambi i lati per cui la carreggiata a disposizione per il transito è ridotta ma due auto possono incrociarsi tranquillamente senza problemi. Anche un Daily in uscita da un cortile non ha problemi, salvochè non si avventuri in un’inversione di marcia avventurosa e discutibile. Poco prima delle 20 esco per andare in stazione e infatti … trovo la mia povera vettura letteralmente aperta come una scatola di sardine sulla parte posteriore sinistra, lato strada. Sconcertato, vedo però un biglietto sistemato sul parabrezza e penso “l’autore del malfatto aveva fretta e mi ha lasciato i suoi dati“. Nientaffatto: il malfattore s’è dato alla fuga ma, ahi lui, qualcuno ha visto e ha segnato tutto, dalla targa al suo numero di telefono. Bene.

Giovedì 3 maggio passo in assicurazione e vengo informato che la targa corrisponderebbe ad un furgone immatricolato a Roma ma probabilmente non più assicurato da almeno nove anni!!!. Nel pomeriggio passo allora dalla Polizia Municipale. Viene preso nota del tutto, vengono fatte fotografie. Resta l’incognita però sulla correttezza della targa e sul fatto dell’immatricolazione. Mando allora un messaggio (sms) al testimone dopo aver invano tentato di chiamarlo al telefono.

Dopo le 19 sul cellulare mi arriva sms del testimone con foto del Daily Fiat del malfattore nuovamente parcheggiiato in via B. In effetti il primo rilievo della targa conteneva un piccolo errore. Chiamo immediatamente la Polizia Urbana e, dopo numerosi tentativi, reperito un numero per le urgenze finalmente qualcuno mi risponde. Preso nota dell’informazione (verrò a sapere in seguito) una pattuglia si reca sul posto, esegue gli accertamenti del caso, rileva il numero di targa corretto, evidenzia la compatibilità tra i segni presenti sul furgone e quelli presenti nella mia auto, evidenzia che il Daily risulta assicurato fino al 7 agosto. Naturalmente il proprietario nega il malfatto.

Martedì 8 vengo informato dell’accertamento. Quindi tutto bene? Nientaffatto: ritorno in assicurazione e sorpresa, il furgone risulta assicurato dal 7 maggio quindi nel momento dell’incidente non lo era! E qui inizia la via crucis. L’assicurazione ‘ovviamente’ non paga, mi viene semplicemente indicato un carrozziere di fiducia dell’assicuratore che peraltro lo contatta raccomandando un trattamento di favore. Che si risolve in un preventivo di circa 2mila euro di spesa evitando la sostituzione del paraurti posteriore: infatti la scocca dovrà essere letteralmente ‘tagliata’ a metà e sostituita. Temporeggio però nella decisione considerando che l’assicuratore si impegna a contattare la polizia municipale per poter avere il verbale di accertamento nel quale peraltro dovrà essere inserita la precisazione relativa al problema della mancanza di assicurazione.

Dunque resto in attesa di aggiornamenti e, dopo un paio di settimane, l’assicuratore mi informa che, analizzando la polizza sottoscritta ad inizio anno emerge l’inserimento della copertura anche in caso di sinistro con malfattori privi di assicurazione. Occorre però individuare il responsabile e diventa indispensabile il verbale di accertamento della polizia municipale che specifichi la compatibilità dei danni dei due veicoli. A questo punto, nuovamente contattati, i vigili piacentini informano di aver convocato il testimone che ha reso dettagliato resoconto dei fatti. Contemporaneamente sono stati coinvolti i colleghi competenti per territorio di residenza (un comune della provincia) dell’autore del maldestro comportamento che, dopo ulteriore tempo, inviano una raccomandata di convocazione all’interessato. In attesa concordo con il carrozziere una data per l’esecuzione di lavori ma, a mia insaputa, l’assicuratore interviene e, in assenza del verbale ufficiale, rinvia l’appuntamento per cui resto in vana attesa della concordata telefonata di conferma dell’incontro con la carrozzeria: solo a seguito di ulteriore contatto con l’assicuratore medesimo verrò informato del posticipo. 

Naturalmente la procedura legata alla raccomandata ha i suoi tempi: ovviamente il convocato non si presenta, forse nemmeno provvede al ritiro della raccomandata e la posta a sua volta ha i suoi tempi di giacenza. Passano così le settimane ma, alla fine, venerdì 10 agosto, ad oltre 3 mesi dal sinistro, a poche ore dalle mie ferie e dalla chiusura del carrozziere, arriva la telefonata dall’assicuratore: il verbale della polizia municipale è arrivato, tutto a posto, si può procedere. Telefono immediatamente in carrozzeria e concordiamo per un incontro il 29 agosto, ribadendo che ho assoluta necessità di un’auto di cortesia per il tempo di fermo della mia.

Così eccoci al 28 agosto, quando il carrozziere mi telefona informando che l’auto di cortesia è dal concessionario per un richiamo. Piuttosto demoralizzato non so che dire ma alla fine giovedì 30 agosto nuova telefonata e, alle 17.30 circa, ecco lo ‘scambio’ di vetture: consegno la Chevrolet e torno a casa con una ruspante Panda praticamente nuova. Sono passati quasi 4 mesi dall’incidente.

Tutto finito? Calma, incrociamo le dita e aspettiamo una settimana ancora, forse 15 giorni, a lavori finiti e fattura rimborsata, con una precisazione: il paraurti che non doveva essere cambiato nel frattempo, sarà per le vibrazioni o per il vento contrario, per ben tre volte si è staccato sul lato sinistro dell’auto ‘ballonzolando’ a terra in autostrada a 140 km/ora in pieno sorpasso di un Tir e quindi contrariamente alle previsioni dovrà essere cambiato per cui a maggior ragione speriamo che l’assicurazione provveda al rimborso. Per finire ci sarà da ‘regolare’ la pratica con il testimone: da ringraziare per il senso civico così raro ai giorni nostri e soprattutto da nominare Santo subito. Ma di questo parleremo a cose fatte.