“Ospedale: il tipo di edificio (vecchio o nuovo) non necessariamente determina la qualità del servizio”, intervento di Stefano Pareti, già Sindaco di Piacenza

Se l’obiettivo del servizio sanitario nazionale è quello di offrire sempre migliori trattamenti di cura ai pazienti, è su questo aspetto che occorre concentrare l’attenzione“. Non è dunque sul tipo di edificio (nuovo o vecchio che sia) che occorre concentrare l’attenzione. “Infatti non è dimostrato che una struttura ospedaliera costruita ex novo garantisca ricoveri, cure e accessibilità migliori di una struttura esistente ristrutturata e adattata alle nuove esigenze sanitarie“.

Sono parole e riflessioni che Stefano Pareti, già stimato Sindaco piacentino negli anni ’80, ha scritto in un lungo intervento sul quotidiano locale lunedì 16 luglio, puntualizzando in poche parole che “insomma la convenienza dell’operazione ospedale nuovo appare molto dubbia“.

Senza voler insegnare niente a chi pianifica e progetta, cerco di suggerire un approccio più prudente e attento prima di decidere su ciò che interessa la città e i cittadini“, ha proseguito Pareti ricordando che le aree per l’ampliamento dell’ospedale di via Taverna esisterebbero citando l’ipotesi di trasferimento dell’Arsenale nel Polo Logistico (“come già previsto nel PRG 1980“) e della possibilità di trasformare l’exz area Acna in un ampio parcheggio.

Ma non basta: “la sequenza corretta del percorso amministrativo per arrivare a decisioni di quest’importanza sarebbe: pianificare-programmare.finanziare. Il tutto con la massima informazione, partecipazione e trasparenza” anche perchè “decidere se, dove e come fare l’ospedale ha conseguenze sull’intera città e sulla vita di tutti i cittadini. L’ospedale è un tassello fondamentale del tessuto urbano, specialmente in una città medio-piccola come Piacenza”:

Ultimo appunto “occorre che la Regione si faccia garante dei finanziamenti per l’intero importo necessario alla edificazione del nuovo ospedale. E non solo di una parte“. Si parla infatti di una spesa stimata in 200 milioni di euro, cifra che sarebbe coperta per poco più della metà da Bologna. Senza del resto dimenticare che “i costi di costruzione di queste strutture sono sempre enormemente superiori alle previsioni“, infatti, ricorda Pareti, “sia l’ospedale di Ferrara, sia quello di Bergamo, di recente realizzazione, sono costati 500 milioni“.

Stefano Pareti, Sindaco di Piacenza dal 1980 al 1985. Nella foto in occasione della donazione di 1500 volumi all’Istituto Tecnico G.D. Romagnosi

Delitto Pasolini – Approfondimento di Alberto Zanini, 2^ parte (dal blog I gufi narranti)

Per leggere la prima parte dell’articolo clicca qui

E’ una storia di periferia (*)

è una storia da una botta e via

è una storia sconclusionata

una storia sbagliata

 

Tra buche e pozzanghere, in mezzo al campetto, giace un corpo prono di un uomo con il volto girato verso destra immerso nel sangue, ha il braccio sinistro sotto il corpo e l’altro scostato.

Il corpo di Pasolini trovato all’idroscalo di Roma

Il cadavere indossa una canottiera parzialmente sollevata, pantaloni jeans e scarpe infangate.

Il volto è completamente sfigurato, ricoperto di sangue raggrumato, la nuca presenta un’ampia lacerazione, vari ematomi ed abrasioni, le falangi della mano destra presentano delle fratture e la piramide nasale è schiacciata verso destra. Impronte di auto arrivano fino al corpo.

Un brigadiere trova vicino al corpo un anello d’oro sormontato da una pietra rossa e lo consegna a Masone.

anello di Pelosi

Molti ebbero il sospetto che Pelosi lasciò volutamente l’anello vicino alla vittima.

Nel frattempo la presenza di curiosi diventa sempre più numerosa, e nel campo regolamentare di calcio adiacente, ma diviso da una recinzione, incomincia una partita come se niente fosse successo.

La polizia comunque non ritiene opportuno delimitare la zona per eseguire i riscontri dettagliatamente e dei ragazzi giocano nella parte del campetto libero.

Negli anni settanta le attenzioni nel preservare la scena del crimine non erano ancora così ferree. Ma ci si limitava quasi esclusivamente a rilievi descrittivi e poco altro.

A settanta metri circa dal corpo vengono trovati due paletti di legno friabile. Uno completamente intriso di sangue con dei capelli della vittima, lungo una quarantina di centimetri, l’altro, sostanzialmente con scarsa presenza ematica, di circa sessanta centimetri. Nei pressi viene anche rinvenuta una tavoletta di legno, lunga circa settanta centimetri, spaccata in due parti imbrattata di sangue e capelli.

Vicino alla rudimentale porta di calcio per terra c’è una camicia inzuppata di sangue.

Dal riscontro autoptico risulta che la vittima ha subito un forte trauma contusivo ai testicoli che potrebbe aver impedito una reazione adeguata all’aggressione.

Sul tettuccio della macchina, dalla parte del passeggero, spicca un’impronta di sangue appartenente a Pasolini.

Tracce di pneumatici partono dal corpo dirigendosi verso l’uscita del campetto di calcio.

Sulla camicia c’è una targhetta della tintoria e il nome riportato sembra quello di Pasolini.

Infatti, verso le dieci del mattino, lo scrittore viene identificato dall’amico Ninetto Davoli con il quale era andato a mangiare la sera prima.

Il riconoscimento ufficiale viene effettuato dal cugino Nico Naldini.

DelittoPochi giorni dopo il ritrovamento del corpo alcune baracche vennero date alle fiamme da ignoti a scopo intimidatorio, mentre i rimanenti prefabbricati abusivi saranno abbattuti negli anni 80.

La causa del decesso di Pasolini non è il brutale pestaggio ma, come risulta dall’autopsia, dalla rottura del cuore, in seguito al passaggio di un’auto sul corpo che frattura anche dieci costole.

 

E’ una storia vestita di nero (*)

è una storia da basso impero

è una storia mica male insabbiata

è una storia sbagliata.

 

Alle 12 e 40 del 2 novembre inizia, in carcere, il primo interrogatorio di Pelosi.

Il ragazzo, messo alle strette, racconta che la sera, del primo novembre, alle 22.30 in piazza dei Cinquecento, di fronte alla stazione Termini, viene avvicinato da Pasolini che si offre di portarlo a

fare un giro in macchina.

Giunti all’Idroscalo i due si appartano nello spiazzo di un campetto di calcio, ma ad una richiesta di Pasolini, il ragazzo si nega scatenando la rabbia del regista che incomincia a picchiarlo, inseguendolo anche fuori dalla macchina con un bastone. La colluttazione diventa feroce con il ragazzo che si difende colpendo violentemente l’uomo prima con un calcio al basso ventre, quindi con una tavoletta di legno trovata per terra, fino a ridurlo all’impotenza. Risalito in macchina Pelosi, forse senza accorgersene, passa sul corpo esanime di Pasolini, quindi prende la via Ostiense contromano attirando l’attenzione dei carabinieri che alla fine di un inseguimento riescono a bloccare il ragazzo.

Alla fine della deposizione il magistrato ordina di condurre il ragazzo provvisoriamente a Regina Coeli in isolamento.

Stupisce la lettura del verbale in quanto, sebbene il ragazzo sia poco più che analfabeta, durante la confessione dimostra una notevole padronanza di linguaggio e di termini tecnici.

Per la difesa di Pelosi viene nominato l’avvocato d’ufficio Piergiorgio Manca, ma il suo mandato dura appena ventiquattr’ore.

Polizia e carabinieri nel frattempo hanno collegato l’episodio del furto e il rinvenimento del corpo di Pasolini all’Idroscalo.

Il 5 novembre Pelosi, detto Pino la Rana, alle 10 di mattina viene interrogato, dal Pm Luigi Tranfo, nel carcere minorile di Casal del Marmo. E’ il secondo interrogatorio, e il ragazzo conferma quello che ha dichiarato tre giorni prima, aggiungendo al racconto anche la sosta che avrebbero fatto alle 23.00 presso la trattoria Biondo Tevere, dove Pino consuma la cena. Alle 23.20 risalgono in macchina e prendono la direzione dell’Idroscalo di Ostia.

Un racconto che viene, in parte, smentito da Vincenzo Panzironi, proprietario del locale.

In via Ostiense, vicino alla Garbatella c’è un ristorante con una terrazza che si affaccia sul Tevere offrendo una splendida vista.

Alle 23.15 del primo novembre 1975, Pasolini, accompagnato da un ragazzo, fa una sosta in questa famosa e storica trattoria romana: il Biondo Tevere.

Il locale sta chiudendo, ma il “Maestro” è un cliente abituale e Vincenzo Panzironi accetta di riaprire la cucina per il suo amico. La moglie di Vincenzo, Giuseppina Sardegna, prepara per il ragazzo un piatto di spaghetti aglio ed olio e un quarto di pollo al forno con patate, mentre lo scrittore, avendo già cenato, si limita a bere una birra e mangiare una banana.

A mezzanotte e cinque Pasolini paga 4000 lire in contanti e con la sua Alfa Romeo, parcheggiata proprio davanti al locale, si allontana con il suo accompagnatore.

Panzironi nel pomeriggio del 2 novembre viene convocato in Questura a deporre, in quanto sembrerebbe fosse stato l’ultimo ad aver visto Pasolini vivo.

L’orario è molto importante perché il 5 novembre, durante il secondo interrogatorio Pelosi afferma che, dopo aver espresso il desiderio di mangiare qualcosa, Pasolini decise di portarlo alla trattoria Biondo Tevere, dove vi giunsero alle 23 e dopo solo 20 minuti uscirono.. Un tempo decisamente troppo breve per preparare una cena e consumarla. Il locale si apprestava a chiudere e il personale era già andato a casa mentre Pelosi afferma che i camerieri fossero ancora presenti. Il ragazzo continua con le amnesie sostenendo di aver mangiato al piano di sopra, mentre Giuseppina sostiene che essendo ormai il ristorante chiuso, venne approntato un tavolo vicino alla cucina.

L’identikit rilasciato da Panzironi, e confermato anni dopo dalla moglie Giuseppina, rimasta nel frattempo vedova, parla di un ragazzo giovane di corporatura normale, alto almeno 1 metro e 70, con i capelli biondi lunghi e pettinati all’indietro, mentre Pelosi è un ragazzo di corporatura gracile, con i capelli scuri, corti e ricci. Anche le scarpe con il tacco alto di Pelosi non corrispondono a quelle del biondino che la moglie sostiene fossero strane.

Il 2 novembre 1975 non esistevano ancora foto segnaletiche di Pelosi, malgrado questo particolare, a Vincenzo, in Questura, vengono fatte vedere delle foto che lui controfirma riconoscendo l’accompagnatore di Pasolini della sera precedente.

Ma Panzironi e sua moglie sostengono che il ragazzo con Pasolini fosse completamente diverso da Pelosi, allora che foto avranno fatto vedere al proprietario del Biondo Tevere? Come mai esiste ancora il verbale firmato dal ristoratore, invece della foto si sono perse le tracce?

Per la polizia la confessione di Pelosi chiude il caso.

Un triste e drammatico episodio riconducibile al mondo degli omosessuali.

Vengono fatte molte omissioni per chiudere in fretta un caso che potrebbe diventare spinoso.

Emerge la risoluta e forte volontà di veicolare la sentenza in modo che soddisfacesse l’opinione pubblica, bieca e bigotta, figlia inequivocabile di quel periodo storico.

 

E’ una storia da carabinieri (*)

È una storia per parrucchieri

È una storia un po’ sputtanata

o è una storia sbagliata.

 

Malgrado il segreto istruttorio non lo consenta, il verbale dell’interrogatorio a Pelosi viene comunicato ai giornalisti.

Tutti devono sapere che un “frocio” è morto per colpa della sua perversione, perché se lo è andato a

cercare.

Una opinione sostenuta anche da Andreotti: “Lui (Pasolini) andava cercandosi dei guai”, riferendosi non tanto alle sue opere ma alla sua vita privata.

Pasolini è un corpo dato in pasto alla gente. I giornali indugiano con la foto del corpo martoriato, una oscena visione per consolidare una morale immorale.

Ma la conclusione dell’indagine non convince quasi nessuno.

fine seconda parte

 

 

Delitto Pasolini – Approfondimento di Alberto Zanini pt.1 (dal blog I gufi narranti)

Pasolini è stato un poeta, scrittore, regista, giornalista nato a Bologna nel 1922. Figlio di un ufficiale di fanteria e di una maestra. Uno dei più grandi intellettuali del novecento, un attento testimone del nostro tempo, osservatore acuto e critico della società.

Un grande fustigatore e penna al vetriolo che con coraggio portò avanti le sue idee in un momento storico difficile e controverso, fino a sacrificare la vita per le sue idee senza subire condizionamenti.

Era un libero pensatore che combatteva la sua battaglia isolato, solo contro tutti, contro la morale corrente, contro la società, contro il consumismo e contro i poteri forti.

Pasolini non si faceva condizionare da nessun credo politico, le sue idee personali le portava avanti sempre e comunque.

Le sue radici contadine affondavano in una cultura politicamente multicolore.

Il suo amore per il sottoproletariato, in quanto ritenuto espressione genuina della società, lo vedeva spesso a fianco della povera gente. Opinione che in realtà il poeta modificò nel tempo, quando si rese conto che i suoi borgatari incomincivano a far parte della malavita romana.

Pasolini riteneva l’opinione pubblica condizionata dalla violenza che impregnava la società.

disegno di Davide Toffolo

L’estremismo delle sue opinioni lo resero inviso sia alle forze politiche che in gran parte della società. Nel 1975 lo scrittore, sulle pagine del Corriere della sera, espresse un risoluto parere contrario al referendum sull’aborto, ricevendo aspre critiche anche dagli intellettuali solitamente al suo fianco. Pasolini stigmatizzava il rischio evidente di una paralisi dei valori, associando l’aborto ad una libertà sessuale figlia di una società dei consumi estremizzata.

Il Corriere della Sera il 14 novembre 1974 pubblica un editoriale intitolato il “Romanzo delle stragi (Io so…)” dove lo scrittore crede in un filo nero che collega i politici democristiani corrotti con la destra terrorista, i servizi segreti e la Cia.

Pasolini sostiene di conoscere i nomi dei responsabili della strage di Piazza Fontana, di piazza della Loggia, del treno Italicus ma di non aver le prove per denunciarli.

Nel 1972 “per motivi di ordine pubblico” il processo di Piazza Fontana venne spostato da Milano a Catanzaro dove, in seguito, tutto il materiale giudiziario prodotto: interrogatori, fotografie deposizioni ecc rimase dimenticato nei sotterranei del Palazzo di Giustizia.

L’incuria mise a rischio centinaia di faldoni conservati, finché nel 2004, grazie alla meritevole opera dello storico calabrese Fabio Cuzzola, si decise di digitalizzare. Questa encomiabile iniziativa ha permesso di riportare alla luce la corrispondenza tra il terrorista nero Giovanni Ventura e lo scrittore Pier Paolo Pasolini.

Nella penultima lettera, datata 24 settembre 1975, lo scrittore non nasconde la propria irritazione per l’ambiguità del terrorista nelle risposte a certe domande.

Gentile Ventura, (…) Vorrei che le sue lettere fossero meno lunghe e più chiare. Una cosa è essere ambigui, un’altra è essere equivoci. Insomma, almeno una volta mi dica sì se è sì no se è no. La mia impressione è che lei voglia cancellare dalla sua stessa coscienza un errore che oggi non commetterebbe più. Fatto sta che lei resta sospeso ancora – e ai miei occhi di ‘corrispondente’ scelto da lei – in quell’atroce penombra dove destra e sinistra si confondono. Si ricordi che la verità ha un suono speciale, e non ha bisogno di essere né intelligente né sovrabbondante (come del resto non è neanche né stupida né scarsa). Suo, Pier Paolo Pasolini

Pasolini durante i 7 mesi di scambi di missive con il terrorista, spera in una confessione che possa dirimere la nebbia sulla strage di Piazza Fontana.

Tra i documenti di Catanzaro viene trovato anche un fascicolo, con il numero di protocollo 2942, del Sid dove risulta evidente il controllo da parte dei Servizi Segreti sulla vita pubblica e privata dello scrittore.

Tra l’altro si scopre che a Roma esisteva un “ufficio stragi”, diretto da Adelio Maletti, che si avvaleva della collaborazione del capitano Antonio Labruna per far sparire le prove contro i terroristi neri ai quali erano destinati dei soldi per riparare all’estero tranquillamente.

Sia Maletti che Labruna, iscritti entrambi alla P2, sono stati condannati definitivamente per favoreggiamento.

Giovanni Ventura venne assolto in appello, per insufficienza di prove, per l’attentato del 12 dicembre 1969 presso la Banca dell’Agricoltura a Milano, ma condannato comunque per 16 attentati preparatori con il sodale Franco Freda.

Nel 1974 Pasolini inizia a scrivere “Petrolio”, ma la morte drammatica e improvvisa gli impedisce di completarlo.“Petrolio” è il romanzo delle stragi, un libro particolare, pieno di note dell’autore, che prende spunto dalla cronaca e ipotizza un filo nero che lega economia, politica, terrorismo di Stato e massoneria. Pasolini, nel suo romanzo, profetizza addirittura una strage, descritta come una visione, che sarebbe avvenuta 5 anni dopo la sua morte, quella della stazione di Bologna.

La bomba è fatta scoppiare: un centinaio di persone muoiono, i loro cadaveri restano sparsi e ammucchiati in un mare di sangue, che inonda, tra brandelli di carne, banchine e binari. (…) La bomba viene messa alla stazione di Bologna”.

Parla anche dell’Eni, di Enrico Mattei e di Eugenio Cefis. I nomi sono volutamente cambiati ma facilmente individuabili.

Cefis che è legato ai servizi segreti, muove la finanza e con essa anche il potere politico è la vera ossessione di Pasolini.

Nel libro manca un capitolo, l’appunto 21, intitolato “Lampi sull’Eni”. Di questo paragrafo, che Pasolini ha sicuramente scritto, in quanto rimanda il lettore alla sua visione, se ne sono perse le tracce misteriosamente. Sottratto da sconosciuti e non più trovato.

Cefis, da documenti del Sismi, risulta essere il vero fondatore della P2 e nel 1971, quando diventa il presidente della Montedison, sono Gelli e Ortolani a prenderne il posto, portando avanti il progetto del fondatore e consolidando gli intrecci nascosti tra politica, servizi segreti, mafia, finanza e controllo dell’informazione.

Un mese prima del suo omicidio il “Corriere della Sera” pubblica, il 28 settembre 1975, l’articolo che diventerà il suo più disperato e violento attacco a quella che ormai era diventato un’ossessione.

Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sifar.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sid.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo della Cia.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere fino a che punto la Mafia abbia partecipato alle decisioni del governo di Roma o collaborato con esso.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia la realtà dei cosiddetti golpe fascisti.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere da quali menti e in quale sede sia stato varato il progetto della «strategia della tensione» (prima anticomunista e poi antifascista, indifferentemente).
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi ha creato il caso Valpreda.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi sono gli esecutori materiali e i mandanti, connazionali, delle stragi di Milano, di Brescia, di Bologna…

In questo compendio Pasolini mette da parte la paura e scaglia definitivamente gli strali contro tutti i poteri.

Lo scrittore ha sempre subito attacchi feroci da parte della stampa di destra, ma ultimamente le minacce diventano pressanti, quotidiane e insopportabili.

Alle minacce di morte telefoniche si sostituiscono anche aggressioni fisiche. Pasolini si vede costretto a cambiare il numero di telefono della sua abitazione in via Eufrate, all’Eur, dove vive con sua madre e sua cugina Graziella Chiarcossi.

La paura di essere ucciso cresce quotidianamente. Il 13 ottobre, pochi giorni prima della drammatica fine, una bomba mette fuori uso la centralina della Sip situata a pochi metri dal portone di via Eufrate, isolando telefonicamente la zona.

Il primo novembre 1975, il giorno prima di morire Pasolini rilascia una intervista, tra le 16 e le 18, a Furio Colombo giornalista della Stampa.

“Siamo tutti in pericolo” è il titolo che propose lo stesso Pasolini

Tra le varie domande, alcune sono molte significative.

D- Che cos’è il potere secondo te, dov’è, come sta, come lo stani?

R- Il potere è un sistema di educazione che ci divide in soggiogati e soggiogatori. Ma attento. Uno stesso sistema educativo che ci forma tutti, dalle cosiddette classi dirigenti, giù fino ai poveri. Ecco perché tutti vogliono le stesse cose e si comportano nello stesso modo. Se ho tra le mani un consiglio di amministrazione o una manovra di Borsa uso quella. Altrimenti una spranga. E quando uso una spranga faccio la mia violenza per ottenere ciò che voglio. Perché lo voglio? Perché mi hanno detto che è una virtù volerlo. Io esercito il mio diritto-virtù. Sono assassino e sono buono.

D-Ti hanno accusato di non distinguere politicamente e ideologicamente, di avere perso il segno della differenza profonda che deve pur esserci fra fascisti e non fascisti, per esempio fra i giovani.

R- Ecco io vedo così la bella truppa di intellettuali, sociologi, esperti e giornalisti delle intenzioni più nobili, le cose succedono qui e la testa guarda di là. Non dico che non c’è il fascismo. Dico: smettete di parlarmi del mare mentre siamo in montagna. Questo è un paesaggio diverso. Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale. Piacerebbe anche a me se tutto si risolvesse nell’isolare la pecora nera. Le vedo anch’io le pecore nere. Ne vedo tante. Le vedo tutte. Ecco il guaio, ho già detto a Moravia: con la vita che faccio io pago un prezzo. È come uno che scende all’inferno. Ma quando torno – se torno – ho visto altre cose, più cose. Non dico che dovete credermi. Dico che dovete sempre cambiare discorso per non affrontare la verità.

D- Perché pensi che per te certe cose siano talmente più chiare?

R- Non vorrei parlare più di me, forse ho detto fin troppo. Lo sanno tutti che io le mie esperienze le pago di persona. Ma ci sono anche i miei libri e i miei film. Forse sono io che sbaglio. Ma io continuo a dire che siamo tutti in pericolo.

Nell’intervista si percepisce la disperazione dello scrittore per il futuro dell’umanità. Un pessimismo ormai irreversibile per la perdita dei valori tradizionali.

L’ultima domanda del giornalista:

D- Pasolini, se tu vedi la vita così, (Siamo tutti in pericolo”) come pensi di evitare il pericolo e il rischio?

Pasolini chiese a Colombo di lasciargli il tempo di rispondere:

«Ci sono punti che mi sembrano un po’ troppo assoluti. Fammi pensare, fammeli rivedere. E poi dammi il tempo di trovare una conclusione. Ho una cosa in mente per rispondere alla tua domanda. Per me è più facile scrivere che parlare. Ti lascio le note che aggiungo per domani mattina».

Ma il destino aveva deciso diversamente. Per Pasolini non ci fu l’indomani.

E’ una storia da dimenticare (*)

è una storia da non raccontare

è una storia un po’ complicata

è una storia sbagliata

All’una e mezzo del mattino di domenica 2 novembre 1975 il silenzio della notte viene infranto dal rombo di un auto, che velocemente percorre il lungomare Duilio di Ostia contromano. La manovra attira l’attenzione di una pattuglia dei carabinieri che si lancia immediatamente all’inseguimento dell’Alfa Romeo 2000 GT grigia metallizzata.

Dopo un lungo inseguimento i carabinieri riescono a bloccare la vettura guidata da un ragazzo di 17 anni, di nome Pino Pelosi, conosciuto dalle forze dell’ordine per furti d’auto.

La macchina risulta intestata a Pier Paolo Pasolini e il ragazzo ammette di averla rubata nel quartiere Tiburtino.

Pelosi, che è in libertà provvisoria, viene arrestato.

Questo è la versione ufficiale che tutti i media hanno riportato.

La cugina di Pasolini, Graziella Chiarcossi, in una intervista rilasciata a Repubblica nel 2015 afferma che la notte del 2 novembre 1975 fu la polizia e non i carabinieri ad informarla del ritrovamento dell’Alfa Romeo in zona Tiburtina, a circa quaranta chilometri da Ostia. Ritrovamento debitamente verbalizzato. Una dichiarazione che contraddice clamorosamente la versione ormai ufficializzata, da parte dei carabinieri, dell’arresto di Pelosi per furto della medesima auto sul lungomare di Ostia. Ritrovamento della polizia o furto di auto? Qualcuno mente o la macchina ha il dono dell’ubiquità.

Questa nuova dichiarazione avrebbe potuto in parte squarciare il velo di bugie, ma la Procura di Roma si è rifiutata di prenderla in considerazione.

Pelosi, prima di essere condotto in carcere, chiede ai carabinieri di poter recuperare, all’interno dell’Alfa Romeo, l’accendino, le sigarette e il suo anello d’oro con una pietra rossa, ma la ricerca risulta vana.

Nella vettura, parcheggiata nella rimessa dei carabinieri, vengono rinvenuti il giaccone grigio di Pasolini, due libretti degli assegni intestati al poeta, alcune banconote sotto i tappetini e inoltre, di provenienza sconosciuta, sul sedile posteriore, un maglione verde sporco e sotto un sedile un plantare numero 41 di una scarpa destra con due lettere visibili: una M e una T e altre illeggibili.

Graziella Chiarcossi, dichiara che la sera del 31 ottobre ha fatto lavare la vettura e all’interno non c’erano né il maglione né il plantare.

Dalla macchina però è sparito il testo della sceneggiatura che, la sera del primo novembre, Ninetto Davoli consegna allo scrittore durante la cena al Pommidoro.

Sono dei fogli ciclostilati, sottratti da ignoti, probabilmente scambiati per documenti importanti.

L’auto, rimane aperta e sotto la pioggia fino al giovedì seguente, quando la scientifica avrà modo di esaminarla.

Pelosi viene condotto nel Carcere minorile di Casal del Marmo alle 4 e 30, dove passa la notte, e stranamente confida al compagno di cella di aver ucciso Pier Paolo Pasolini, ancora prima di essere accusato di omicidio.

Cominciò con la luna sul posto (*)

e finì con un fiume d’inchiostro

è una storia un poco scontata

è una storia sbagliata

Ostia.

Foce del Tevere. Giorno dei Morti.

In una zona degradata chiamata Idroscalo sorgono dei prefabbricati abusivi e alle 6 e 30 del mattino del 2 novembre, la signora Maria Teresa Lollobrigida vede un corpo senza vita vicino alla sua casetta, scambiandolo in un primo momento per un sacco dell’immondizia.

La donna, con il marito Alfredo Principessa e i tre figli, ha passato la notte nella baracca, come altri che hanno visto e sentito cosa accadde quella notte.

Misha Bessendorf è un ebreo russo che vive a New York dove insegna matematica e nel 2012 rilascia una intervista a Paolo Brogi del “Corriere della Sera”.

Misha, il 2 novembre 1975 abita, insieme con altri esuli, in una appartamento poco distante dal campetto di calcio.

E’ una notte buia senza luna con un forte vento e alcune macchine, con i fari accesi, illuminano una scena inquietante. Misha attirato dalle urla, vede dalla finestra degli uomini e un uomo per terra.

Quando scende in strada, trova i carabinieri e parecchia gente nei pressi del corpo senza vita

La Procura di Roma nell’indagine preliminare svolta tra il 2010 e il 2015 non ha mai ritenuto opportuno sentire come testimone Misha Bessendorf.

Questa racconto confermerebbe la versione del comandante dei carabinieri di Roma, il generale Antonio Cornacchia (tessera P2 n°871 anche se il generale ha sempre smentito la sua appartenenza alla loggia massonica), che dopo aver ricevuto una segnalazione dal Comando di Compagnia di Ostia, giunge all’idroscalo prima dell’arrivo della polizia. Dopo aver fatto i consueti rilievi i carabinieri trovano scarsa collaborazione da parte dei testimoni.

La mattina del 2 novembre 1975 il giornale radio delle 6 e 30 dà la notizia della morte di Pasolini, quasi in contemporanea con la scoperta del cadavere da parte della signora Maria Teresa.

All’epoca non c’erano i cellulari e i telefoni si trovavano in alcuni posti pubblici, quindi il figlio maggiore Gianfranco, di Alfredo Principessa, sale in macchina e va al commissariato di pubblica sicurezza di Ostia per denunciare il ritrovamento del cadavere.

Il commissario Gianfranco Marieni, della polizia di Ostia, alle sei e quarantacinque arriva sul posto e trova della gente sulla scena del crimine, presumibilmente sono coloro che hanno passato la notte nelle baracche adiacenti al campetto di calcio.

Alle 8 arriva anche il capo della Squadra Mobile di Roma Fernando Masone.

Fine prima parte

“Da Sant’Antonio a Quarto, continua il viaggio nelle frazioni piacentine (2)” a cura di Carmelo Sciascia

Sant’Antonio, frazione di Piacenza

Se è vero, e lo è, che diverse frazioni di Piacenza sono stati comuni autonomi, e se è vero, e lo è, che ogni comune di questa nostra terra ha una propria peculiarità, allora risulterà evidente come nel parlare di queste frazioni si dovrà fare riferimento, ogni volta, a duemila anni di storia. Se l’Italia è la terra dei campanili, Piacenza è la città delle Chiese, delle Caserme e dei Conventi. Molti di questi edifici sono sorti nelle frazioni. Borghi storici e nuove frazioni si alternano nel disegnare oggi un territorio disarmonico e variegato. Ma nel complesso armonico nella sua disorganicità. Anche perché mentre le altre città hanno delle periferie frutto di un’espansione edilizia a macchia d’olio, costituita tutta da nuovi insediamenti, più o meno popolari, più o meno residenziali, Piacenza ha una periferia costituita in gran parte da borghi antichi. Vecchi borghi dove si è continuato però a costruire: praticamente ad un nucleo storico, prevalentemente di origine medioevale, si sono alternate villette a schiera, abitazioni di edilizia popolare e residenziale. Le frazioni già periferie, sono diventate così delle periferie con l’aggiunta di altre periferie. Vediamone qualche esempio:

Sant’Antonio è un borgo nato intorno ad una chiesa fondata nel 1172, la chiesa di Sant’Antonio a Trebbia sorta accanto ad un preesistente Ospedale. Possiamo affermare che è affine storicamente a San Lazzaro anche se opposta geograficamente. Sant’Antonio si sviluppa sulla via Romea, anche se poi diventerà anch’essa via Emilia. Da supporre comunque che già in epoca romana una “statio” militare vigilava sul ponte del Trebbia. La presenza di un Ospedale fece sì che vi soggiornasse anche San Rocco, oltre a diversi ordini religiosi. Il territorio, anche per la presenza del Ponte sul Trebbia (gemello del Ponte sul Taro) ha visto il passaggio di tutti gli eserciti, dai Romani ai Francesi, dagli Austriaci ai Piemontesi. Comune per volontà napoleonica, è rimasto vivo il senso di appartenenza alla borgata. In epoca recente si è dovuta far carico di una viabilità sempre più invadente ed invasiva. Nel 1940 lo stabilimento militare della Pertite fece 47 morti, è rimasto uno dei tanti misteri italiani, oggi l’area dismessa è al centro di un vivace dibattito sulla sua destinazione di cui diremo in seguito. Stravolta nella sua originaria struttura urbanistica, la frazione, negli ultimi decenni del passato millennio, ha visto la realizzazione di una moderna e vasta appendice edilizia: che ha dapprima costeggiato e poi sorpassato la strada alla Veggioletta.

Borgotrebbia (‘Tobruk’) ai primi del 900 (foto da Piacenza Antica)

Borgotrebbia ha una sua antica storia che possiamo abbinare alla Chiesa degli Appestati, così detta perché nel seicento fu un Lazzaretto, ma era già conosciuto e frequentato centro religioso perché di transito sulla via Francigena. Dopo il primo decennio del secolo scorso nasce Tobruk, un villaggio costituito da capanne simili a tucul (tipica capanna africana), a ricordarci come la Cirenaica fosse diventata provincia del Regno d’Italia, un’esotica appendice che si svilupperà poi intorno ad una fornace di mattoni. La libica Tobruk aveva di fronte il mare, la nostrana Tobruk il Po ed il Trebbia. In tempi a noi più prossimi una serie di villette costeggiano via Trebbia e si espandono fiancheggiando l’autostrada e la ferrovia fino alla via Emilia. 

L’inceneritore di Piacenza visto dal Po, olio su tela di Carmelo Sciascia

A Mortizza, lontana borgata di pescatori, resiste all’incuria del tempo una stupenda residenza religiosa al Gargatano.  Molte testimonianze sono state rase al suolo come la chiesa di Sparavera e le antiche residenze di Bosco dei Santi, luogo di eremitaggio e carità cristiana. Sono sorte al loro posto, una serie di villette a schiera lungo l’argine che, senza una piazza dove possa svilupparsi un’aggregazione sociale ha generato una realtà anonima: una lontana doppia periferia.

Castello di Mucinasso

Mucinasso, orfana del suo antico e glorioso maniero risalente all’anno mille, è diventata una lunga propaggine della via Farnesiana, la chiesa di san Tommaso Apostolo che risale al 1537, una volta centro di aggregazione sociale è oramai chiusa.  Come la scuola di Barbiana di Don Milani aveva rappresentato per il sistema scolastico italiano negli anni ’60 una carica innovativa e piena di fermenti nuovi, così negli anni ’70 la scuola di Mucinasso si era resa protagonista, con la sperimentazione del tempo pieno, di una forte carica innovativa nel campo del sistema scolastico nazionale. Purtroppo quell’esperienza è oramai un lontano e dimenticato (ma non per tutti) ricordo. Unica innovazione dell’abitato le nuove costruzioni che ancora proseguono in modo lento ma continuativo. Dagli anni ottanta l’edilizia continua a togliere ottimi terreni all’agricoltura contribuendo a formare una frazione della frazione.

Poco dopo San Bonico al giovedi le apparizioni celesti della Madonna

San Bonico mi ricorda i quartieri delle periferie americane, quelle dove nei film risiede la “middle class”. Solo la chiesa dedicata a San Bartolomeo ha una aureola storica, la sua fondazione si fa risalire all’XI secolo. È la tipica frazione che, collocata tra Mucinasso e la Verza, potrebbe essere riposizionata in qualsiasi periferia urbana. Un tranquillo quartiere dormitorio, ben tenuto, molto curato e anche per questo anonimo. Gravato comunque dal continuo traffico stradale della Val Nure, che come la Val Trebbia, bella a monte ma problematica a valle.

La Verza di cui si è già accennato per la sua toponomastica romana, affonda la sua origine di piccolo borgo nel lontano 1218 con la fondazione di un monastero cistercense fondato da Franca da Vitalta. Esisteva comunque già nella vicina Pittolo dal 1056 una chiesa dedicata al nostro martire romano Sant’Antonino.  Più recente, ma siamo comunque intorno al XV secolo, l’origine di Vallera che deve la sua fortuna ad alcune famiglie aristocratiche che la scelsero come luogo di villeggiatura e di caccia. 

San Savino a Quarto

Più in là in direzione di Bobbio troviamo Quarto (la quarta pietra miliare dell’antica strada romana che attraversava la val Trebbia), la frazione più lontana ad ovest e meno integra di Piacenza. Un’ovvia boutade. Risulta infatti essere una frazione frazionata: un quarto (il nome della frazione Quarto) diviso in tre (i comuni di Piacenza, Gossolengo e Podenzano).  Quarto ha una rispettabile ed antica origine toponomastica ma concretamente il primo manufatto di rilievo risale al milleottocento ed è la chiesa di San Savino. Oggi, al di là di tutto, risultano frazioni di transito, senza caratteristiche peculiari, crocevia, soprattutto La Verza e Quarto, di tangenziali, raccordi e di una statale la Route 45, che sarà bella a monte ma a valle lascia solo gli scarichi automobilistici e gli ingorghi.

Come volevasi dimostrare, è lapalissiano l’esempio di queste frazioni: “Vecchi borghi dove si è continuato però a costruire: praticamente ad un nucleo storico, prevalentemente di origine medioevale, si sono alternate villette a schiera, abitazioni di edilizia popolare e residenziale. Le frazioni già periferie, sono diventate così delle periferie con l’aggiunta di altre periferie”.

Continua….

 

“Quando Piacenza era più piccola di Mortizza: viaggio nelle frazioni (1)”, intervento di Carmelo Sciascia

In  Italia regnava Vittorio Emanuele III quando venne promulgato il Regio Decreto n.1729. Era precisamente l’otto luglio dell’ormai lontano 1923, il testo recava norme sull’Unione dei comuni di Piacenza, San Lazzaro Alberoni, Sant0Antonio Trebbia e Mortizza. È una data storica importante per Piacenza perché improvvisamente accresce notevolmente, in maniera esponenziale, la superfice del suo territorio e la popolazione stanziale. Il decreto Napoleonico del 10 settembre 1812, delimitava il territorio del comune di Piacenza praticamente alla città dentro le mura farnesiane, il confine era delimitato dalla circonvallazione che girava a pochi metri di distanza dalle antiche mura. L’unione con i comuni limitrofi ha determinato in realtà la loro soppressione come Enti autonomi e la conseguente annessione, perché di questo si è trattato: un po’ come era avvenuto con gli altri Stati della Penisola, al momento dell’Unità d’Italia. La necessità di detta unione era stata motivata da una presunta parassitaria rendita. Si disse infatti che per collocazione topografica (vicinanza), gli abitanti dei Comuni limitrofi beneficiavano, da parassiti “delle comodità e delle condizioni di vita, in cui la città si muove con i suoi servizi” (sic R.D. n.1729/23).

Una apparente contraddizione: nell’intestazione del decreto si parla di “Unione dei comuni di Piacenza, S. Lazzaro Alberoni, S. Antonio Trebbia e Mortizza” nel testo molto più bruscamente di “assorbimento” dei predetti Comuni, cosa che in effetti è puntualmente avvenuta. Un termine di paragone per tutti l’estensione territoriale di Mortizza che nei primi anni venti aveva una superfice territoriale maggiore del Capoluogo, essendo estesa dal Po al Nure, comprendeva le frazioni di Roncaglia, Bosco dei Santi, Gerbido e le Mose dove aveva sede il Palazzo del Comune.  Abbiamo avuto sempre in Italia un andirivieni politico-amministrativo tra accentramento e decentramento, tra uno Stato forte e centralizzato ad uno Stato come organo di sintesi e coordinamento delle varie realtà locali. Quello che la mia generazione ricorda bene è tutto un dibattito che si è sviluppato, fine anni novanta, intorno ad uno Stato federale a Costituzione invariata che ha portato alla riforma del Titolo V della Costituzione.  La montagna aveva partorito un topolino ed anche brutto. Questa nuova Legge portava più confusione che certezza sulle competenze dei vari Enti ed ha generato un contenzioso infinito tra Stato e Regioni. La stessa riforma garantisce l’istituzione o la modifica di nuovi comuni. Per questo a noi interessa, perché una conseguente legge regionale ha permesso la nascita nella nostra provincia di un nuovo comune: Alta Val Tidone.

Bosco dei Santi, olio su tela di Carmelo Sciascia

Il dibattito sull’organizzazione territoriale ha continuato fino a tempi recentissimi, basti pensare alla ulteriore riforma costituzionale del Governo Renzi, la cosiddetta riforma Boschi che riguardava anche le Province, bocciata da un referendum popolare nel 2016. Da una parte si dice che bisogna accentrare per ridurre i costi ed avere servizi migliori, dall’altra che bisogna decentrare per aver più controllo sociale e una forma di democrazia diretta con una partecipazione popolare altrimenti impensabile. Piacenza potrebbe rappresentare una cartina di tornasole per le precedenti e le attuali modifiche territoriali. Per le attuali sospendiamo qualsiasi forma di giudizio sarà la storia a suggerircelo. 

Per le passate, qualcosa potrebbe essere detto. Il pretesto a formulare queste considerazioni, la lettura di un nuovo libro che ci parla delle nostre frazioni. “Le nuove frazioni di Piacenza” di Mauro Molinaroli. Ognuno si sa, legge di ogni libro innanzitutto le pagine che lo interessano maggiormente in rapporto alle proprie esperienze personali o in rapporto alle proprie presunte conoscenze. Le nostre frazioni sono luoghi carichi di storia e di eventi, molte sono coeve alla nascita della stessa Placentia nel 218 a.c. Ce lo dimostrano molti resti storici territoriali, come molti termini rimasti nella toponomastica locale. 

Sui resti stendiamo pietosamente un velo, basti pensare al nuovo palazzo residenziale che ha preso il posto della vecchia sede Enel dirimpetto al Palazzo Farnese, dove c’erano i resti del teatro romano, coperti con il benestare di tutti gli organismi “competenti”. Bastava fare come si è fatto con la sede della dogana a Le Mose, dove sono ben visibili i resti di una fornace romana sulla via Postumia (l’odierna SS10). Cenno storico rilevato nel libro; come altri meritevoli comunque di maggiore approfondimento. Frazione La Verza; un cenno alla toponomastica: nome derivato, ci dice l’Autore, dal “latino medioevale aver+sa che sta a significare l’acqua che scorre, con riferimento al Rio comune che per secoli ha attraversato la frazione.” Se parliamo di toponomastica e di presenza dei romani, ineludibile dovrebbe essere il riferimento alla loro lingua, alla loro storia. Ed allora come non dedurne la derivazione da La Terza, involgaritosi in La Verza? Il terzo miglio della strada romana che attraversava la Val Trebbia. La distanza dalle mura romane (l’attuale via Sopramuro a Piacenza) e la frazione dista infatti 4 km e mezzo e se un miglio romano era derivato da “milia passuum” circa 1 Km e mezzo, ecco tornare i conti, la distanza verificata e verificabile: è esatta! Così dicasi per Quarto, Settima ed Ottavello, quest’ultimo abitato è addirittura citato nella Tavola alimentare Traiana come Octavum milium, ad otto miglia da Piacenza. 

Continua….

Santa Maria delle Mose

“Piacenza: l’ospedale è luogo di cura ma la giornata è poi lunga”, intervento di Elena Libè

Azienda Usl di Piacenza, cortile nucleo antico: l’ospedale in festa

Nuovo ospedale. Una mia lettera a Libertà:
“…leggo dal vostro giornale che si sta avvicinando il momento di decidere per il nuovo ospedale. Se mi permette, desidererei esprime la mia opinione, da cittadino piacentino ,su come dovrebbe essere il nuovo ospedale del futuro. Uso il termine futuro perchè un’opera così ha sicuramente un respiro di parecchi decenni e quindi la sua realizzazione deve avere uno sguardo molto in là. Non sono in grado di definire come devono essere i reparti ,le tecnologie, le modalità di cura:sono gli esperti del settore che devono esprimersi in merito,posso solo pensare a come un paziente puo’ e dovrebbe trovarsi in un nuovo ospedale. Penso che chi è malato ha necessità di sentirsi inserito dentro a un contesto tranquillo, con tanto verde che aiuta a sentirsi in sintonia con l’ambiente , che possa” viverlo” “abitarlo” sentirlo anche suo . Un luogo dove ,chi puo’ muoversi ,anche in carrozzina , possa camminare , respirare a pieni polmoni,possa incontrare i famigliari e gli amici,persone lungo viali adatti a chi ha bisogno di riposo e tranquillità , ma anche di continuare una vita di interessi ( cinema,luogo di eventi ,letture , ecc…) Un ospedale aperto e utilizzato dalle persone che sono ospiti ma anche da cittadini che possono vivere un ambiente salutare e interessante, indipendentemente dall’essere malato o no . Un caro amico mi ricorda che dal punto di vista demografico la nostra città avrà sempre piu’ persone anziane e con le famiglie attuali costituite da pochi figli e parenti, gli anziani saranno molto soli e con necessità di cure non solo mediche .
Il nuovo Ospedale dovrà quindi essere della città, per la città e provincia ,dentro la città , che vive nella città , con la città . Per chi non puo’ alzarsi : che possa guardare fuori vedendo la natura ,un ambiente sereno che vive in sintonia con lo scorrere del tempo “naturale” Io ho subito dei ricoveri, ho avuto parenti ricoverati e quello che mi è mancato non è la cura ,ho avuto dei trattamenti eccellenti , ma mi sono sentita isolata,fra le mura ( pur dignitose e sufficientemente a misura di persona ) . Chi è malato, secondo me, si deve adattare alle cure ,ma una volta fatte queste ,la giornata è lunga e se si puo’ camminare, incontrare persone ,andare a vedere qualcosa che non sia solo la TV ,aiuti a curarsi .E per chi non si puo’ muovere: creare ambienti che ti permettono di vedere cio’ che succede fuori: il sole , la pioggia la gente che si muove ,gli alberi che crescono i fiori che sbocciano,gli animali che popolano quel luogo . Alcuni ospedali hanno delle zone dove ci sono animali che aiutano soprattutto i bambini ad essere piu’ sereni a pensare come accudirli, come farseli amici . Certo l’ospedale deve essere una pausa di cura la piu’ breve possibile ,perchè poi si torna a casa dove dovrebbero esserci tutti i servizi necessari per continuare le cure e possibilmente guarire . Ma questa pausa quella dell’ospedale, dovrebbe essere il piu’ vicino possibile alla vita di tutti i giorni in un luogo piacevole ,rassicurante ,salutare ,ricco di possibilità di incontri . Grazie per l’attenzione .”

Nel frattempo lunedì il Consiglio Comunale ha deciso: lo vogliono i sanitari per cui si faccia il nuovo ospedale ma non alla Pertite. Verrà fatto un bando per scegliere un’area privata nonostante l’assessore regionale abbia paventato il rischio della responsabilità contabile

“Ospedale nuovo? Chi dice sì, chi dice no”, intervento di Thomas Trenchi, autore del blog d’informazione SportelloQuotidiano

La posizione del Movimento 5 Stelle con lo striscione esposto in occasione di una manifestazione a favore del parco alla Pertite

Ospedale sì, ospedale no. La partita per la costruzione del nuovo nosocomio a Piacenza sta contrapponendo tanti punti di vista di operatori sanitari, politici e cittadini. Il dibattito si divide tra chi giudica necessario realizzare un edificio all’avanguardia – più grande e fuori dal centro storico, senza padiglioni in modo da facilitare i percorsi di cura moderni – e chi invece invita a investire i fondi a disposizione sui medici, sulle cure e sui servizi già esistenti, preservando l’attuale ospedale inaugurato nel 1994.

«Al netto delle problematiche urbanistiche, prima di parlare di “ospedale nuovo” bisognerebbe trattare i quattro problemi principali della sanità: la riforma della medicina territoriale (medici di famiglia in primis); l’aumento del numero dei posti nelle scuole di specializzazione; la gestione del paziente anziano polipatologico cronico (principale frequentatore dell’ospedale); l’aumento delle risorse e dei posti letto per reparti di medicina e lungodegenza. In altre parole, se si risolvono questi temi, è possibile conservare l’ospedale vecchio, perché comunque si lavorerebbe molto meglio». È questo il pensiero diffuso da un medico che preferisce restare anonimo.

Il sindaco Barbieri sul nuovo ospedale: «Pretendo serietà da tutti per la città. Che fine ha fatto lo studio di fattibilità del Demanio?».

Anche l’agguerrito comitato civico “I castlan i disan no” – originariamente fondato «contro il depotenziamento del nosocomio di Castel San Giovanni» – si è espresso a sfavore di un nuovo cantiere in città: «È grave porsi il problema di dove costruire un ospedale senza considerare cosa verrà posto al suo interno. Quanti primari verranno nominati visto che l’ospedale di Piacenza ha molti “facenti funzione”? Il numero di posti letto e l’organizzazione sopperiranno un fabbisogno provinciale di 300mila abitanti?».

Dubbi per l’ex consigliere comunale dei Cinquestelle Andrea Gabbiani, riportati nero su bianco in un comunicato stampa: «Sarebbe intanto opportuno capire se serve o no un nuovo ospedale per poi passare alla successiva fase, ovvero trovare un’area adatta per progettare e costruire un nuovo polo sanitario. Il primo passaggio mi è letteralmente sfuggito, decisione già presa, ed il nuovo ospedale si farà, con beneficio della inutile trasparenza decisionale politica, passando in questo modo alla fase di discussione nell’individuazione di un’area adatta per poter inserire un non ben preciso polo sanitario. […] È sbagliato spostare l’argomento solo sulla struttura, e adesso sull’area, ma bisogna inserirlo in un contesto più ampio. È sbagliato, anzi scorretto, parlare di numeri senza pensare prima a quello che i cittadini chiedono».

Sul quotidiano Libertà, i primari di gastroenterologia Fabio Fornari e di oncologia Luigi Cavanna hanno motivato il tifo per un nuovo nosocomio pronto nel 2030: «È molto verosimile che un ospedale nuovo coincida con cure migliori. E’ importante però che ci sia una comunità d’intenti. Sarà la politica che deciderà dove farlo. Noi come tecnici abbiamo avuto l’input della direzione generale Ausl di non pronunciarci per un posto o per l’altro».

L’altro campo di battaglia infatti è quello per la posizione della struttura. Le collocazioni in gioco sono quattro: due pubbliche – l’area ex Pertite e la Caserma Lusignani – e due private – l’area dell’Opera Pia Alberoni alla Farnesiana e quella a La Verza -. Gli ambientalisti, il sindaco Patrizia Barbieri e buona parte dei consiglieri comunali sono contrari alla costruzione del nuovo ospedale alla Pertite, per tutelare questo polmone verde in piena città e destinarlo esclusivamente a parco.

«Le criticità dell’attuale ospedale sono evidenti e incidono negativamente sulla gestione, la cura dei pazienti e l’organizzazione da parte dei professionisti, come confermato da tutti gli operatori sanitari che quotidianamente riscontrano gli ostacoli concreti. Per realizzare il nuovo ci vorranno almeno dieci anni e le condizioni non miglioreranno. Il nuovo ospedale è un’opportunità e un’esigenza per la nostra comunità. La Regione ha confermato l’impegno del finanziamento a prescindere dalla scelta dell’area», è intervenuta la consigliera comunale Gloria Zanardi (Gruppo misto), escludendo categoricamente la Pertite. Nel contempo, però, è sorto il comitato “Per il nuovo ospedale” che spinge per la scelta dell’area boschiva in quanto soddisferebbe tutti i requisiti edili, sanitari e viabilistici.

In questa lotta tra guelfi e ghibellini, non resta che attendere i prossimi passi delle istituzioni: la presentazione di una lettera d’intenti con la volontà di realizzare il nuovo nosocomio tramite le coperture finanziarie garantite dalla Regione Emilia Romagna e dell’Ausl di Piacenza e la scelta dell’area del cantiere con l’indizione di una procedura ad evidenza pubblica per raccogliere manifestazioni d’interesse da parte di privati.

Comunque sia, non alla Pertite, bosco della città

“Perché continuare a leggere, a scrivere e ad essere originale”, intervento di Carmelo Sciascia

Il peccato originale è per antonomasia quello di Adamo ed Eva o meglio quello in cui, alla prima tentazione cadde Eva tentata dal Serpente, per solidarietà condivisa con Adamo, inevitabilmente, essendo l’unica compagnia presente nell’Eden. “E la donna vide che il frutto dell’albero era buono a mangiarsi, ch’era bello a vedere, e che l’albero era desiderabile per diventare intelligente; prese del frutto, ne mangiò, e ne dette anche al suo marito ch’era con lei, ed egli ne mangiò” (La Sacra Bibbia – Genesi).

L’originalità di Eva consiste nell’essere stata la prima donna a concretizzare un atto istintivo, è infatti istintivo il cercare di realizzare un desiderio, primo scalino necessario all’intelligenza, per potere acquisire conoscenza. È originale quindi chiunque compia per primo un atto, anche per pura curiosità istintuale e lo testimonia con l’azione o in qualsiasi altro modo. Come ci suggerisce Sant’Agostino i libri della Bibbia sono stati scritti affinché l’uomo potesse capire l’amore di Dio. Noi lo prendiamo in parola e cercheremo di capire la realtà che ci circonda. Capire la realtà attraverso la scrittura ed il concetto di originalità.  Può dirsi originale qualsiasi atto creativo, come opera letteraria? E l’autore esserne considerato originale?  Andiamo con ordine. In linea di massima possiamo dire che il primo pensatore ad avere una nuova idea o l’intuizione di una nuova storia e la testimonia con la scrittura è un autore originale. L’originalità consiste quindi nel condurci attraverso un’opera, come Eva per mezzo del gesto e dell’azione, verso la conoscenza, verso qualcosa di nuovo.

Adamo ed Eva, olio su tela di Jacopo Tintoretto

L’altro giorno riassettando dei libri sparsi nella mia biblioteca, mi sono imbattuto in un libro che, stante l’affermazione precedente, originale non lo era affatto: Charles & Mary Lamb – Racconti da Shakespeare -.

Questo libro, scritto nel 1807 venne pubblicato presso la Children’s Library, la libreria dei ragazzi, appunto perché rende in forma semplice e comprensibile, in forma appunto di racconti indirizzati ai ragazzi, le opere di William Shakespeare, opere che in originale, al lettore sprovveduto e di primo acchito, possono sembrare astruse. Qualcosa si potrebbe dire anche sulla vera identità del Bardo, perché col passare degli anni e degli studi, sembra plausibile la storia che non fosse inglese ma siciliano, tal Michel Agnolo (o Michelangelo) Florio Crollalanza da Messina. (Il cognome risulterebbe composto e tradotto in questo modo: scrolla = shake, lanza/lancia=speare», si consiglia a proposito l’opera di Camilleri e Di Pasquale: “Troppu trafficu ppi nenti”).  Non c’è nulla di più meravigliosamente siciliano che il poter complicare una vicenda fino a renderla surreale!

Torniamo al nostro libro e diciamo subito che l’opera dei fratelli Lamb, i Racconti da Shakespeare, potrebbe essere, secondo i principi espressi nell’introduzione, considerata non originale, visto che ripropone anche se con parole proprie, storie già scritte. Ma sappiamo d’altronde molto bene che rielaborare in forma narrativa un’opera, in realtà vuol dire riscrivere l’opera stessa. Questo vale per la scrittura come per qualsiasi altra realizzazione artistica, basti pensare alle cinquantotto reinterpretazioni de Las Meninas di Velasquez realizzate da Picasso. Cioè prendendo a pretesto un’opera del seicento che rappresenta la famiglia reale, Pablo Picasso ci regala (ha realmente regalato le opere al Museo di Barcellona!) cinquantotto quadri, uno diverso dall’altro, che nulla hanno a che vedere con la pittura barocca del Velasquez, sono opere modernissime che rappresentano la più fresca e radicale avanguardia del novecento. Così La scrittura dei fratelli Lamb. La fedeltà al testo originale non impedisce ai nostri autori di compiere una miracolosa trasformazione, ci regalano attraverso la semplicità della scrittura un’opera nuova, più vicina allo spirito del loro tempo (ed al nostro), di facile comprensione, più moderna.

Las Meninas, Velasquez

Più di qualsiasi critica letteraria, I Racconti di Charles & Mary Lamb sono stati lo strumento indiscusso per la divulgazione, la diffusione e la critica del dramma shakespeariano. Con le dovute differenze, ho cercato e continuo a fare proprio questo, suggerire la lettura di quei libri, che ho ritenuto personalmente interessanti, sperando potessero esserlo anche per altri.

Oggi il mondo dell’immagine ha tolto spazio alla lettura, per cui l’ambito d’influenza credo sia abbastanza ristretto, può darsi sia meno dei venticinque lettori di manzoniana memoria.

L’ originalità consiste nello scrivere di saggistica, reinterpretando le opere e nello stesso tempo rimanere fedele alle concezioni degli autori, contribuendo così a fare conoscere scrittori e testi che sarebbero probabilmente rimasti meno noti, con la consapevolezza che aver comunque conquistato un lettore in più, sia stato già un successo.

Un vecchio film del 1951 “Domani è un altro giorno” di Lèonide Moguy termina con la scritta: “Se questo film avrà salvato la vita anche ad una sola persona, il fine dell’autore sarà raggiunto”. La lettura delle mie note non credo possa salvare delle vite! Ma se avrà costretto almeno un lettore ad una severa riflessione sulla realtà circostante, il fine sarà stato raggiunto.

Noi viviamo in una epoca senza chiavi di lettura, quelle che avevamo si sono arrugginite, di nuove è meglio non prenderne in considerazioni. La mancanza di quadri certi di riferimento, ci fa vivere nell’incertezza. L’incertezza genera insicurezza, l’insicurezza la paura e la paura non fa ragionare, isola, emargina.

 Allora, torniamo ad essere originali, come Eva o come i fratelli Lamb o come Picasso, poco importa, riscriviamo favole, storie, credenze da usare come strumento per interpetrare questo terzo millennio che ci trova, come gli uomini di ogni precedente millennio, nudi, impauriti ed impreparati!

 

“Aulla, un capitello con il diavolo e una piazza che accomuna due personaggi diversi”, riflessioni di Carmelo Sciascia

Si sa, l’Italia è un paese da percorrere a piedi, perché ogni contrada è un luogo carico di storia. La storia comprende ogni impronta lasciata dall’uomo, tutto ciò che è stato capace di costruire, in positivo come nel degrado. In base a questa convinzione, ogni mio viaggio comprende una sosta intermedia, decisa al momento, in itinere. Una sosta casuale, decisa in base a reminiscenze o a semplici coincidenze. Come dire, può bastare una semplice assonanza linguistica. Un’ assonanza che è spesso la base costitutiva di un neologismo. Come nel caso di Tangentopoli. Sarà per questo inconscio richiamo linguistico che di ritorno dal mare di Liguria mi sono fermato ad Aulla. Giunto infatti nella piazza prospicente il Comune un insolito monumento, anzi due! Iniziamo per dire che, sulla stessa Piazza, due cartelli affiancati indicano direzioni opposte: Piazza Bettino Craxi e Piazza Antonio Gramsci. Se ne deduce, a rigore di logica, che la stessa Piazza sia stata divisa per farne due, con una toponomastica paritaria. Come se Benedetto Craxi, dichiarato latitante il 21 luglio del 1995, per sottrarsi alle condanne penali che gli erano state inflitte dal cosiddetto pool milanese di “Mani pulite” potesse avere la stessa dignità politica di quell’Antonio Sebastiano Francesco Gramsci morto nel 1937 in seguito alla persecuzione e carcerazione fascista. Un politico latitante ed un intellettuale martire per le sue convinzioni politiche credo siano personaggi diversissimi da non potere essere in nessun modo accomunate.

Ho capito di essere in uno strano paese quando ho visto un altro monumento, simile ad una stele che ricorda i caduti di tutte le guerre, un obelisco che reca la scritta: “Città di Aulla alle vittime di tangentopoli”. Sì, Aulla è uno strano paese. Non a caso nel libro “La casta”, il libro-inchiesta pubblicato nel 2007 e scritto da Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, due giornalisti del Corriere della Sera, è riportato l’episodio della richiesta di togliere il malocchio, da parte del Comune di Aulla, a due maghe. Questo episodio è riportato come una delle tante folli consulenze, uno dei tanti sprechi della Pubblica Amministrazione: si assoldavano due maghe per liberare Aulla dal malocchio che impediva alla città di diventare un centro prospero e ricco! Stranezze che avvengono nelle periferie d’Italia come nella Capitale. Infatti c’è poco da meravigliarsi, se l’ex Ministro di Giustizia il leghista Roberto Castelli, come riportato nello stesso libro, aveva assunto come esperto di edilizia carceraria un suo amico, un venditore di pesce (Giuseppe Magni).

Il monumento a Craxi è di marmo bianco di Carrara, lo stesso credo da cui Michelangelo ha ricavato la Pietà, alto un metro e ottantotto, sul basamento è stata scolpita la stessa frase scritta sulla sua tomba ad Hammamet: “La mia libertà equivale alla mia vita”.  Il monumento è stato inaugurato nel 2010, alla presenza del figlio Bobo, della sorella e del cognato Pillitteri, di Gianni De Michelis e di altri onorevoli. Tra questi altri onorevoli, (onorevole lo si è per sempre, visto che il titolo non decade con il mandato), un ex deputato come Vincenzo Milioto, già presidente del Nuovo PSI, di Racalmuto. Racalmuto si sa è il paese di Leonardo Sciascia, scrittore sulla cui tomba leggiamo: “ce ne ricorderemo di questo pianeta”, sì ce ne ricorderemo sicuramente, non fosse altro per le tante stranezze!

Si sa che la storia è posta sempre a continua revisione. Renzo De Felice, ad esempio, fu il primo ed autorevole studioso a rivisitare il fascismo in Italia, col suo “Intervista sul fascismo” (Laterza-1975).  Operazione legittima, da un punto di vista storico. Lo stesso può essere fatto con Craxi, non era sicuramente l’unico partito il suo ad usufruire di finanziamenti illeciti, fu il capro espiatorio, fatto questo che non lo assolve comunque dalle condanne definitive che furono promulgate da tribunali della Repubblica e che non ne fa di certo un eroe monumentale.

Ottobre 1985: L’aereo con i terroristi palestinesi circondato dagli americani a sua volta circondati da forze speciali dei carabinieri

Una delle poche decisioni ancora adesso condivisibili della sua politica fu senza dubbio la decisa presa di posizione sui fatti di Sigonella, l’aeroporto militare siciliano, teatro di un duro confronto tra le forze militari americane e quelle italiane, in seguito ai fatti che erano avvenuti sulla nave Achille Lauro. Presa di posizione unica nel panorama della sudditanza politica e militare dell’Italia agli USA ed alla NATO. Ma, a scanso di equivoci, non dimentichiamo il taglio della scala mobile, l’aumento del debito pubblico di cui ancora oggi ne paghiamo le conseguenze, i decreti Berlusconi sulle reti televisive, i condoni, la politica del CAF (Craxi, Andreotti, Forlani) che segnarono la fine delle conquiste operaie e l’inizio della decadenza della stessa democrazia italiana.

Il volto della politica, come sinonimo di corruzione e malaffare, può essere paragonato ad un reperto che è stato ritrovato sempre ad Aulla, negli scavi dell’abbazia di San Caprasio. Come non ricordare i capitelli della chiesa di San Giorgio nella nostra vicina Vigoleno? I capitelli di questa chiesa, come le sculture di tante altre chiese romaniche, erano sculture didascaliche. La Biblia pauperum, ovvero la bibbia dei poveri, erano tutte quelle rappresentazioni che servivano per spiegare ai popolani le sacre scritture, anche se, con immagini a volte poco ortodosse.

Torniamo ad Aulla, il nostro momentaneo ombelico del mondo, dove come si diceva, negli scavi di San Caprasio era stato trovato un capitello raffigurante il volto del diavolo che mangia un giglio. Una riflessione conseguente ed istintiva: Il diavolo sarà mica l’allegoria della mala politica? Ed il giglio il popolo che viene continuamente e da sempre spolpato dalla stessa “diabolica” politica?

Aulla, abbazia di Aan Pancrazio, capitello con il diavolo

 

“L’Eracle di Euripide, regia di Emma Dante, teatro greco di Siracusa”, resoconto di Carmelo Sciascia

A Piacenza Emma Dante c’è pure stata. Non ditemi precisamente l’anno, in questo terzo millennio sicuramente. Anzi: più di una volta al teatro Filodrammatici, una volta al Municipale, precisamente, mi suggerisce una breve ricerca in internet, nell’inverno del 2014, con lo spettacolo “Le sorelle Macaluso”. 

Una rappresentazione in cui i personaggi ricamavano la loro esistenza come in bilico tra presenza ed assenza, tra vita e morte.

Una donna ammalata, nel delirio chiede alla figlia: “ma io sono viva o morta?”, la figlia di rimando: “viva! Sei viva mamma!” e la madre: “sì, viva! Io sono morta da un pezzo e voi non me lo dite per non spaventarmi”. La regista attraverso questo racconto, che gli aveva riferito un amico, ci spiegava ed oggi ci rappresenta teatralmente, il senso tragico e grottesco della vita.

Tutto il suo teatro è un andirivieni tra sogno e realtà, tra la vita e la morte, tra oppressione e liberazione, tra tradizione e innovazione.

Conferma ne ho avuto quest’anno. In questo mese di maggio 2018. Al Teatro greco di Siracusa in occasione del cinquantaquattresimo festival del dramma antico. L’Eracle di Euripide viene rappresentato con la regia di Emma Dante.

Mi son tornate alla memoria scene di funerali cui ho assistito nella mia infanzia: lunghe gonne nere ornate di pizzi, velette ricamate, le espressioni e le movenze dei presenti, la musica straziante che la banda di paese eseguiva, le diverse tonalità dei lamenti di chi seguiva il corteo funebre e che diventavano una unica litania.

Questa la componente tradizionale che viene riproposta nella rappresentazione di questa tragedia euripidea. L’innovazione sta nel cambiare nella rappresentazione il genere dei personaggi, soprattutto quelli maschili che vengono impersonati da donne, donne dal capo calvo o dai lunghi capelli, tanto lunghi da coprirne il volto.

La regista, Emma Dante

Gli eroi, si sa, sono tutti giovani maschietti, che succede se invece sono donne? E se il coro, il popolo di Tebe, è rappresentato da uomini dalle espressioni grottesche, anziché da leggiadre fanciulle? L’eroe per antonomasia Eracle, impersonato da Mariagiulia Colace, nel nostro caso, è donna! Come tutti gli altri, da Lyco (Patricia Zanco) il tiranno usurpatore, ad Anfitrione (Serena Barone) che con Zeus ne condivide la paternità.

L’Eracle di Euripide è un eroe dimezzato, tant’è che dopo avere compiuto le sue fatiche, diventa un uomo mite che si lascia guidare dall’amico Teseo. Gloriose le sue fatiche, tranne l’ultima: lo sterminio della sua stessa famiglia. Ma se è la sua mano a commettere una simile nefandezza, non lo è la sua coscienza. La sua mente viene offuscata dalla Pazzia, una pazzia procurata da Lyssa ed Iride su commissione di Era, la gelosa e vendicatrice moglie di Zeus.

L’eroe greco, l’uomo greco, non è artefice del proprio destino. Saranno i latini a coniare la famosa frase “Faber est suae quisque fortunae”, ripresa e fatta propria dall’Umanesimo, ad affermare che ciascun uomo è artefice del proprio destino: Ed oggi? L’uomo, il cittadino, ha perso qualsiasi potere decisionale, siamo un po’ tutti manovrati da realtà esterne alle nostre coscienze, che le convinzioni stesse modellano a loro piacimento. Siamo un po’ tutti burattini, consapevoli o meno, manovrati dal Grande Fratello. L’opera dei Pupi da rappresentazione folcloristica è diventata quotidiana realtà.  La perdita della capacità politica di operare delle scelte diventa la perdita della coscienza: la pazzia di affidarsi alla finanza ha snaturato il senso ed il significato a qualsiasi forma di democrazia.

Questa la lezione che può venirci data oggi da una rilettura dell’Eracle di Euripide, una rivisitazione in termini politico-sociali.

Non a caso la scenografia è costituita da una bianca cava di marmo, un muro funebre tappezzato di fotografie, come un cimitero. Monotono, incolore, insignificante (nel suo profondo significato) come le periferie delle nostre città.  Città fredde, tappezzate di foto: di morti per incidenti, di morti bianche, di crimini consumati nelle pareti domestiche, di foto in bianco e nero, di foto colorate, di immagini violente che rappresentano di tutto e di più (anche le patinate immagini pubblicitarie sono spesso immagini sanguigne e sanguinolente).

In fondo la danza dei personaggi di questo dramma antico è l’eterna danza tra la ragione e l’irrazionale, tra Apollo e Dionisio, sentimenti opposti che agitano da sempre l’animo di ogni uomo. Il suono ritmico dei tamburi sottolinea il significato della danza stessa: estasi e sgomento! Come in Wagner, come in ogni opera lirica classica.

E che dire delle grezze croci di legno che come pale eoliche agitano la scena per tutta la durata della rappresentazione? Sarà un richiamo alle mostruose ed enormi pale eoliche che violentano quotidianamente le colline dell’isola o rappresentano solo un richiamo al dolore del Golgota?

Lascio qualsiasi libera interpretazione al lettore, su questa come su tutte le altre questioni accennate in questa nota, rimandando qualsiasi affermazione a quanto Calvino ha scritto sul “Perché leggere i classici”: “Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”. Così è anche per quest’opera: l’Eracle di Euripide scritta e rappresentata ad Atene nel 420 a.C.