“Nelle terre del Castello di Luzzano la Malvasia di Candia coltivata da Leonardo”, un articolo di Carmelo Sciascia

L’articolo pubblicato è presente anche in IlPiacenza: clicca qui per collegarti anche per ammirare il servizio fotografico di Giorgio Picchioni

Il toponimo Piacenza equivale a “Terra che Piace, per la fertilità delle sue terre e per la vicinanza con il Po”. Così per i Romani. Per i Romani che nel 218 a.c. la fondarono. Innumerevoli le testimonianze rinvenute, alcune visibili, altre ricoperte. Caratteristica della città è stata sempre quella di nascondersi (come l’aver dato nell’869 sepoltura nella chiesa di sant’Antonino, al re ed imperatore Lotario II) o di nasconderla (come per i resti del teatro romano, ricoperti da un nuovo edificio, costruito a dispetto della vicinanza dallo stesso Palazzo Farnese). Ma capita anche casualmente di imbattersi in testimonianze storiche – scoperte stavolta anziché ricoperte – anche nei luoghi più remoti della Provincia. Così è stato quando, guidati dalla proprietaria del Castello di Luzzano, signora Giovannella Fugazza, ci si è trovati, nelle cantine dove erano stati depositati ed ordinati, circondati da innumerevoli resti di manufatti in terracotta di epoca romana, che nella zona erano stati rinvenuti.  A testimonianza che già una preesistente villa, collegata alla via Emilia da una strada di cui se ne è rinvenuto il tracciato, il Fundus Lucianus, si occupava nella zona di attività agricole e di viti. Non è casuale il fatto che già Giulio Cesare, dopo avere soggiornato per un breve periodo nel piacentino ed avere sposato una ragazza del luogo, Calpurnia, tornato a Roma si riforniva del vino dei colli piacentini. Se Piacenza è per tradizione e vocazione terra di confine, nella fattispecie il Castello di Luzzano ne è la naturale rappresentazione simbolica. Infatti il Castello sorge su un crinale collinare: nel lato occidentale l’armonia delle vigne dell’Oltrepò Pavese, sull’altra parte, ad Est, l’incanto dei Colli Piacentini.

Che sia terra di confine lo testimonia anche, in prossimità del Castello, la presenza di una Dogana, un edificio che si presenta oggi, per scelta della Proprietà, dipinto in azzurro Saint Laurant ed in giallo solare.  La dogana, che in origine non aveva i ricercati colori odierni, era stata costruita dai Savoia quando ricevettero, in cambio di alcuni favori, dall’Austria di Maria Teresa, l’Oltrepò Pavese, nel 1747. Il passaggio di Luzzano dall’imperatrice Maria Teresa ai Savoia non fu ben visto dagli abitanti del luogo che in questo anticiparono i sentimenti di antipatia che si manifesteranno da parte di popolazioni di altre regioni della Penisola dopo l’Unità.

Ma la storia, che come dice Montale, si muove a caso: “La storia non si fa strada, si ostina, /detesta il poco a poco, non procede /né recede, si sposta di binario /e la sua direzione /non è nell’orario.” Sì la storia, a Luzzano ci ha rimesso lo zampino, anche in questi giorni. Anche se non era previsto, se non era nell’orario. Infatti non era nell’orario della storia che Luzzano avesse un altro incontro storico, quello con Leonardo Da Vinci!

Ma forse a ben vedere le premesse c’erano tutte. Andiamo con ordine. Nel 1495, Leonardo Da Vinci riceve l’incarico da Ludovico Maria Sforza detto il Moro di affrescare il refettorio del convento della chiesa di Santa Maria delle Grazie di Milano, scelta come mausoleo per la propria famiglia. Tre anni dopo il Duca concede al Pittore una vigna di 16 pertiche. In quella zona viene costruito, per volontà del Duca, un quartiere residenziale. Di tutte le costruzioni rimane in piedi solo la Casa degli Atellani. Questa famiglia era anche proprietaria del Castello di Luzzano. In questo modo, la vigna di Leonardo si lega alla casa degli Atellani e tramite la Famiglia degli Atellani, al Castello di Luzzano. Ma non basta! Un altro nome famoso lega le due località: l’architetto Piero Portaluppi.

Portaluppi ha lasciato il segno a Milano dal 1925 al 1940, basta ricordare l’Arengario ed il restauro di Santa Maria delle Grazie, proprio la chiesa del Cenacolo di Leonardo. A Piacenza ha lasciato un bell’esempio di architettura razionalista realizzando la Centrale termoelettrica “Emilia” – Società Generale Elettrica Adamello.

Piero Portaluppi, da proprietario restaura la casa degli Atellani negli anni ’40, negli stessi anni riceve l’incarico dalla famiglia Fugazza di restaurare il Castello di Luzzano che trasforma nella residenza moderna che ancora oggi possiamo ammirare.

Malvasia bianca di Candia

Siamo giunti alla quadratura del cerchio: dalla vigna di Leonardo, alla casa degli Antelami, dal Castello di Luzzano alla famiglia Fugazza, all’architetto Portaluppi. Questa la storia. Ma la cronaca è ancora più interessante. Nel 2015, a Milano c’è l’Expo. Per volontà degli attuali proprietari della casa Antelami e della Fondazione Portaluppi si promuovono, con il contributo dell’Università degli Studi di Milano le ricerche sul DNA della vigna di Leonardo, il responso: Malvasia di Candia. Fu così che il vitigno Malvasia di Candia coltivato nei Colli Piacentini è stato identificato come la vite del Pittore. Lo stesso vitigno messo a dimora nell’orto di via Magenta al civico 65, diventa la vigna di Leonardo!

Siamo in una calda giornata settembrina di questo 2018, nella corte del maniero di Luzzano, è arrivata da via Magenta in Milano, dove è stata vendemmiata, l’uva dell’orto di Leonardo. Mani esperte, diraspano l’uva a mano, un’antica tinozza in legno ne accoglie gli acini, mentre ragazzi sorridenti (ma titubanti) tolti i sandali, sono lesti ad immergere i piedi nel contenitore e pigiare. Da parte un grosso orcio toscano in terracotta aspettava d’essere riempito di mosto. Similmente avrebbe fatto (faceva) il toscano Leonardo. C’è solo da aspettare l’autunno, per potere brindare, con il suo stesso vino all’imperitura gloria del nostro Genio Leonardo: Prosit!

Cosa aggiungere, la realtà si trasfigura in poesia, la cronaca nel momento in cui si svolge richiama ed incarna la storia e la storia passata si ripresenta, si attualizza. Forse potrebbe aiutarci, in questo momento, in questo luogo, Benedetto Croce quando sostiene che ogni storia è storia contemporanea, perché pur remoti, gli avvenimenti possono essere considerati sempre attuali, la storia è sempre in rapporto alla situazione presente “nella quale quei fatti propagano le loro vibrazioni”, e di vibrazioni, questi fatti, questi luoghi, questi riferimenti storici che si sono sviluppati nell’arco di mezzo millennio ne propagano a iosa.

P.S. Grazie alla gentile ospitalità della signora Giovannella Fugazza ed alla sua instancabile opera di ricerca storica e valorizzazione dei vini di Luzzano ed in particolare della Malvasia di Candia Aromatica. Grazie agli attuali proprietari di Casa Atellani e dell’annessa vigna di Leonardo per la possibilità di rendere fruibile un bene di rilevanza storica. Grazie a Giorgio Picchioni per il contributo organizzativo all’evento ed il servizio fotografico.

 

“Considerazioni sulla poesia di Calogero Restivo”, intervento di Carmelo Sciascia

Si è concluso a Racalmuto l’appuntamento con “Estate Cultura 2018”, evento letterario promosso dall’Associazione Culturale “Humus”, che ha visto due autori originari del paese, Carmelo Sciascia e Calogero Restivo presentare i loro ultimi lavori. In questo caso Carmelo commenta il libro di Calogero.

La prima poesia del volume “Distratto da rondini in volo” di Calogero Restivo si intitola “Scorre il fiume”.
La prima strofa così recita: “Seduto sulla sponda/ umida di rugiada/ e fredda di notte non vinta/ vedo la corrente passare” e l’ultima:”Mi illudo di poterlo fermare/ ma sento o credo di sentire/ pur nell’assenza di voci/ che ride delle mie ansie e paure”.

Mi sono allora ricordato che leggendo un libro di Carofiglio, mi ero imbattuto in un titolo “Perché la vita accelera con l’età” di uno scrittore, di cui, Carofiglio stesso non ricordava il nome. Breve ricerca ed ecco individuato l’autore: un certo Douwe Draaisma. Cosa ci dice questo autore con questo libro?
Più andiamo avanti con l’età e più breve ci sembra il trascorrere del tempo, mentre nel ricordo, lunghissime erano le giornate della giovinezza! La risposta a questa osservazione la troviamo chiara e semplice nel libro, con una spiegazione riportata dall’autore del libro ma, che dell’autore non è, ma di un certo Carrel, biologo.


Alexis Carrel fu premio Nobel nel 1912 per la medicina. Molto ci sarebbe da discutere per le sue idee antidemocratiche e per il metodo “scientifico” usato per le sue ricerche: “poca osservazione e molto ragionamento portano all’errore, molta osservazione e poco ragionamento portano alla verità”, questa sua massima empirica, contraddice qualsiasi metodo scientifico in senso moderno, cioè da Galilei in poi. Tornando a noi ed a quello che qui più ci interessa e cioè alla domanda sul perché la vita accelera con l’età, la spiegazione sembra essere semplice: la nostra memoria è soggetta a un’illusione ottica, continuiamo cioè a misurare eventi con una unità di misura mutevole, quella degli orologi fisiologici, che essendo appunto mutevoli, misura non sono. Perché, se ci basassimo sulla percezione di detta memoria, dovremmo dire che abbiamo una lunga giovinezza ed una breve vecchiaia.
E viene riportato un esempio che tutto chiarisce: “Il tempo oggettivo, spiegò Carrel, quello dell’orologio, procede con un ritmo regolare, come un fiume attraverso la pianura. All’inizio della sua vita un essere umano corre ancora vispo lungo la sponda, più rapido della corrente. Intorno a mezzogiorno il suo ritmo è calato e coincide con la velocità del fiume. Verso sera, quando si è stancato, la corrente accelera e lui rimane attardato.
Alla fine si ferma e si stende, accanto a un fiume che prosegue imperturbabile il proprio corso con lo stesso ritmo con cui scorre dall’inizio della giornata”.
Mi sono ricordato di una frase di Leonardo da Vinci, che, già qualche secolo addietro al tempo ed all’acqua faceva riferimento: “L’acqua che tocchi dè fiumi è l’ultima di quella che andò, e la prima di quella che viene; così è il tempo presente”. Il tempo presente che potrebbe intendersi anche come memoria del tempo passato. Ed a me che accanto ad un fiume abito, un fiume divinizzato come Eridano (il nostro Po), tutto questo riferimento piace.

 “Alla marina” pag.24 prima quartina:
 “ Ora che la vecchiaia/ mi cammina appresso/ come cane che ha fiutato l’osso/ faccio pace col mare”.

“Fiumi di parole” pag. 21 terza strofa:
 “Ora che sono lenti i passi condotti nella sera/ e i domani si contano sulle dita della mano/ anneghiamo in un mare di silenzio”.

 Il personaggio di un racconto di Borges. Un ragazzo Funes, che in seguito a caduta, diventa handicappato, ma il suo handicap, non è solo fisico ma anche mentale. La sua memoria è assoluta. La sua memoria era perfetta, ed una memoria perfetta è un handicap. È come restare sempre insonne, l’insonne vive il senso della memoria assoluta. E la memoria assoluta rende invalido chi la possiede: è la patologia della perfezione! Ed allora tutti noi, gente comune, che con gli anni vorremmo avere il tempo dilatato ed una buona memoria, abbiamo visto che nessuna delle due condizioni ci è data. Tutte le facoltà fisiche diminuendo ci costringono a “star seduti”, mentre il fiume della vita scorre. Avere una memoria assoluta, ci renderebbe invalidi, come affetti da una grave patologia, ed allora, logica conclusione è l’accettazione dell’invecchiamento, nel migliore dei modi possibile, stando “un po’ seduti”, a ricordare quel “poco” che ci è dato ricordare!

Ed adesso che in pensione si andrà sempre più tardi e si avrà meno tempo ed opportunità di riposare, ci resterà sempre meno tempo da dedicare anche ai ricordi (e meno male), pensate: sarebbe mostruoso poter ricordare infatti il diritto che si aveva di andare in pensione con 40 anni di lavoro, già adesso che questo diritto, come gran parte di altri diritti non ci sono più!

Torniamo a noi, al nostro libro. Leggiamo la seconda parte della poesia Che importa: “Il tempo cancella ad uno ad uno/ come spugna la scritta sulla lavagna/ i giorni e le stagioni/ ma non i sogni e i ricordi/ che la memoria conserva/ come cassapanca in soffitta/ le inutili piccole cose/ diario del tempo passato”. Se questa estate, pag. 97, ultimi versi: “ Se l’estate durasse solo attimi/ ci sarebbe solo il tempo/ di vederli nascere gli amori/ e non finire”.

La nostalgia può scardinare la routine, dice Marc Augè, un altro autore (quello dei non luoghi)che mi è venuto in mente leggendo i versi appena citati, e l’amore può rientrare in questo giuoco, può essere lo stimolo per uscire dalla propria solitudine. I ricordi sentimentali e gli amori, rimbalzano, ritornano sempre, sono il segno del tempo che non scompare e non vuole morire. L’amicizia, l’amore, il dolore, sono tutti segni che ci accompagnano per la vita e sono dovuti alla presenza degli altri, la presenza degli altri è una costante della nostra vita. E della poesia. Anche e soprattutto nella vecchiaia. Dove meglio si indaga sugli incontri. Con più consapevolezza. Ogni incontro non avviene come da copione, la scrittura dei nuovi incontri, quelli della maturità è un nuovo palinsesto, non il copione del dejà vù. Questo perché il tempo in cui si è immersi nell’età avanzata non è la semplice somma degli avvenimenti passati, ma anche l’esperienza nel momento presente nel suo divenire. Anche per questo la vecchiaia non esiste e “bisogna pure ammetterlo: tutti muoiono giovani”. “In qualche modo è ciò che sintetizza lo stesso citato aforisma lapalissiano : – Cinque minuti prima di morire, Monsieur de La Palisse era ancora in vita –“. E ciò che si dice sempre quando qualcuno ci lascia per sempre: cinque minuti prima che morisse era in vita. E questo mi fa venire in mente una poesia di Ignazio Buttitta che parlando dell’amore e dei vecchi, dice : “ L’amore è sempre giovane, / s’invecchia solo / un giorno prima di morire” e continua dicendo che “ se tu hai i capelli bianchi, / se cammini ed hai il fiatone; / …. non è vero che sei vecchio se il tuo cuore freme e batte…”. La poesia è in vernacolo siciliano, ho dovuto tradurla per renderla comprensibile a tutti. In realtà, il vivere ed il vivere pienamente come invitava a fare Cicerone, può essere fatto a qualsiasi età. Anzi maggiormente quando non si hanno impegni di “servizio”. Il pensionamento è il passaggio da una fase all’altra della vita, come il passaggio dalla vita adolescenziale del liceo a quella giovanile dell’Università. Prendersi più tempo per vivere, senza scadenze, impadronirsi del proprio tempo senza preoccuparsi dell’età. Basta continuare a coltivare i propri interessi o crearsene di nuovi, non incaponirsi a svolgere ruoli che oramai non ci appartengono più. Siamo più maturi, quindi più coscienti e preparati, dei laureati rispetto a dei liceali ancora costretti nei banchi delle aule scolastiche! L’unico modo che si conosce per vivere a lungo è non morire giovani. Così come l’unico modo per rimanere giovani è amare, perché come dice il poeta, il già citato Buttitta: “l’amuri è focu e ventu / e svampa u cori all’omini / sinu a l’ultimu mumentu.” (L’amore è fuoco e vento / ed infiamma il cuore degli uomini / fino all’ultimo respiro).

Io sono anche un pittore e che si nutre di poesia, quotidianamente. Il nutrimento è alimento indispensabile alla vita, alla vita interiore. Ma senza vita interiore potrebbe sussistere qualsiasi altra forma di vita umana? No! Checché ne dicano la scienza e la biologia. L’uomo si nutre di poesia perché la poesia è indispensabile alla vita. Nulla ci appartiene tranne i tesori accumulati con le esperienze e le conoscenze. Il viaggio della vita può avere valori antitetici: può essere il viaggio a Citera, il viaggio di Baudelaire dei Fiori del male o, un altro viaggio, quello verso Itaca indicato da Kafavis. Anche in questo caso si parla sempre di poesia: la bella e mitica isola di Venere, diventa per Baudelaire, una terra dove tutto è tenebre e sangue; “una forca da cui pendeva la mia (sua, di Baudelaire) immagine”. Io preferisco l’interpretazione che ci dà Kavafis del viaggio. Il viaggio è la vita stessa come arricchimento costante… nei mercati “acquista madreperle coralli e ambre, tutta merce fina, anche aromi… impara una quantità di cose dotte”, e quando sarai arrivato ad Itaca capirai che è stato importante il viaggio e non la meta. Ulisse giunto finalmente ad Itaca, riparte. Per noi uomini comuni, la vita è tutto ciò che ci fa viaggiare ed il viaggio stesso, i dolori della nostra anima ed il piacere della conoscenza, come profumo, quintessenza dell’esistenza. Questo è ciò che accomuna l’essere poeta e l’essere pittore, l’essere colui che nello stesso tempo esprime il bisogno della quotidianità e la necessità del sogno. Come con le parole, la poesia ci ha indicato il senso della vita come viaggio, lo stesso è avvenuto in pittura, dove attraverso il colore, l’artista compie il suo viaggio. Esempio drammatico ed epico di questo viaggio è stata la vita stessa di Van Gogh.. Sorge allora spontanea la domanda: cos’è l’immortalità nell’arte? L’immortalità è sicuramente in primis quella delle emozioni, è l’urlo di Munch che diventa l’urlo dell’umanità sofferente. L’immortalità è la vita che diventa sogno. “.. La vita è un brivido che vola via -è tutt’un equilibrio sopra la  follia! “. Questa canzone di Vasco Rossi è poesia. La canzone di un cantautore è poesia. Come a dimostrare che soprattutto i giovani amano e si nutrono di poesia perché amano le canzoni. Rainer Maria Rilke, viaggiatore, poeta sublime che componeva elegie, passeggiando sulle bianche falesie di Duino, scrisse in un’opera cosiddetta minore “Lettere ad un poeta” alcuni consigli da dare ai giovani poeti, perché al di là della data anagrafica, un poeta rimane sempre giovane!


 La poesia “Dopo i saluti” pag. 32 prima terzina: ”Dopo i saluti e gli abbracci/ conditi di lacrime/ se parti o se resti… sei solo”. Sosteneva il Rilke che ogni opera d’arte rappresenta l’unicità di un evento ed esprime la solitudine dell’autore, a volte la disperazione. Bisogna avvicinarsi ad un’opera d’arte in un modo semplice ed intenso, come si cercano gli amanti: opera d’arte e fruitore, direttamente senza mediazione alcuna! E questo è verissimo perché la chiarezza e l’intensità dell’atto creativo, come quello della comprensione, è un atto di puro soggettivismo interiore. Dicevo come amanti, per il coinvolgimento totale, perché diceva Rilke “l’esperienza artistica è così incredibilmente prossima a quella sessuale”. Infatti, anche l’esperienza sessuale, quale esperienza corporea è una esperienza dei sensi, di tutti i sensi. “…è una esperienza grande e senza fine che ci è data, una conoscenza del mondo, la pienezza e lo splendore di ogni conoscenza. “. Quando ascoltate una poesia o, meglio ancora ammirate un quadro io da pittore, devo suggerirvi di guardare quell’opera con occhio avido, attentamente e con Amore: incontratela se vi riesce, come l’amata, l’amato. Concetto espresso da Alda Merini: la poesia si identifica con l’amore tout-court. La concezione che sta alla base della sua visione poetica è una concezione panteista: tutto è alimentato dall’unica divinità, quinta essenza dell’uomo e dell’universo: l’amore! L’amore, per la Merini è una coperta avvolgente larga quanto il cielo ” A volte Dio / uccide gli amanti / perché non vuole / essere superato in amore”. Tutto è alimentato dall’amore che come lievito permea ogni singola esistenza. “Dio: si indigna del nostro piacere e sconvolgiamo/la terra, dibattendoci come due rettili infami/ mentre perdiamo l’anima”. Questo è quello che ne viene fuori dall’opera più bella ed immediata che della Merini, io abbia letto: “folle, folle, folle di amore per te”. Con la poesia si può morire, nel senso che non si vende, ma è anche vero che di poesia si vive. Con la poesia e l’arte in generale ci si può ammalare, ma a noi invece interessa edonisticamente il valore terapeutico. Il poeta spagnolo Jimenez scrive il suo Platero a Moguer 86 in Spagna, dove si era rifugiato in seguito ad una grave crisi depressiva e lì si riconcilia col mondo. Ecco un esempio di guarigione nell’esternare i propri sentimenti. Ma i sentimenti non hanno solo valenza individuale, spesso hanno significato politico nel senso che sono collettivi e sociali. Sono “le lucciole” nel senso pasoliniano, sono i valori della “responsabilità individuale” l’utopia dalla quale secondo Calvino bisognava ricominciare, sono “le verità” sempre ricercate da Leonardo Sciascia. I sentimenti sono bene espressi in poesia, perché sono come la poesia, sono la poesia. La poesia è immediata, gioca con le parole, usa le parole per prenderle in giro, per deformarle. La poesia prende in giro anche il foglio, il substrato da cui prende vita, lascia la pagina spesso in bianco, nemmeno si degna di segnarla. Lezione che ha appreso anche l’arte figurativa solo in tempi relativamente recenti. L’arte è il mezzo più elevato per tessere rapporti, a me piace pensare che ogni rapporto tra esseri umani possa essere un rapporto libero ed armonico. Libero come il movimento del fuoco ed armonico come la danza. Quindi, credo che da grande Calogero Restivo continuerà a fare tutto ciò che ha sempre fatto, in modi diversi ed anche se più lentamente, con lo stesso entusiasmo di sempre e con la stessa ingenuità, per amore del “bello”, quel bello rappresentato dai valori dell’arte poetica. Quei valori rappresentati così bene dai miti classici di Apollo e Dionisio. Come Nietzsche ce li ha indicati. Vorrei che ogni contesa, ogni lotta si concludesse senza vincitori ne’ vinti. Come la lotta tra Dionisio ed Apollo: “l’alternanza continua del pericolo e del controllo, della follia e dell’intelligenza, del desiderio e della pienezza.

“Da Piacenza a Racalmuto, il pomo dell’amore e i ragazzi con le dita tinte di rosso”, di Carmelo Sciascia

La prima fabbrica di conserva della provincia di Piacenza vedeva la luce agli inizi del Novecento, precisamente nel 1906. Nella località Ca’ Blatta, nel comune di Rivergaro, la Società Giuseppe Orsi & C. iniziava la lavorazione dell’“oro rosso”: la produzione della conserva del pomodoro. Bisogna arrivare agli anni sessanta per raggiungere il picco della produzione industriale con la Coop s.r.l. Agricoltori Riuniti Piacentini (A.R.P.). Fino a giungere ai giorni nostri dove, basta guardarsi intorno per ammirare campi sterminati della nostra pianura ricamati da un armonico intreccio di filamenti verdi e macchie rosse, quasi tele stese di un ispirato Pollock. Bene. È il caso di dire che un filo rosso, ma più che un filo, un vero fiume in piena ha unito, in questo Agosto, Piacenza a Racalmuto. Racalmuto ex paese minerario posto sull’altipiano dei monti Sicani, ha riscoperto il pomodoro e le sue qualità. Nessuna concorrenza, beninteso, sul piano commerciale ma vicinanza e condivisione di valori inerente la popolare bacca rossa, tanta condivisione. Nel caso specifico, a Racalmuto parliamo di produzione locale destinata ad un consumo prevalentemente familiare, dove la predominante caratteristica è la salvaguardia biologica del prodotto. La manifestazione del giorno della salsa faceva parte di un percorso sulla sana alimentazione, un progetto titolato ambiziosamente “Nessuno Escluso”.

Il pomodoro, importato dalle Americhe, alimento conosciuto dagli Inca e dagli Aztechi, si diffuse dapprima nel Sud Italia – in Sicilia era conosciuto come “pumu d’amuri” anche per recondite proprietà afrodisiache che gli si attribuivano –  solo dopo la spedizione dei Mille venne coltivato anche al Nord. Che coincidenza! Conosciuto come “pomo dell’amore”, il pomodoro non poteva essere celebrato che in una location che ricordava proprio l’Eden, il Paradiso Terrestre prima del peccato originale. Tant’è che le casse di pomodoro si assiepavano in un verdeggiante giardino con il terreno cosparso di gialla paglia che rimandava all’aia delle masserie. L’innocenza del nostro Paradiso era rappresentata da una moltitudine di bambini che seguivano i lavori di trasformazione del frutto, sporcandosi le mani di rosso ed imbrattando i vestiti con i tanti semini che schizzando aderivano alle magliette e disegnavano nuove costellazioni, cosicché man mano andavano avanti i lavori, universi sconosciuti si andavano disegnando. Questo Eden era il Giardino “Ad Maiora”, un centro ricreativo e culturale per ragazzi creato da una energica e preparata educatrice: Maria Mulè.  L’iniziativa è stata ancora più meritevole d’attenzione perché concludeva un percorso, l’African-Camp, durato due mesi, un viaggio alla scoperta del continente africano, della sua cultura, dei suoi colori, dei suoi suoni. E tutti noi sappiamo bene come serva tanta conoscenza per superare la diffidenza verso altri popoli, passo indispensabile per una integrazione necessaria, per una buona convivenza in una società multietnica come è diventata la nostra.

Numerosissime le varietà di pomodoro, circa duecento. Tutti conosciamo la varietà più diffusa nelle coltivazioni piacentine, qualità con una buona resa come il “Caliendo”, coltivato perché esprime al meglio le sue potenzialità in campi irrigati. All’opposto in Sicilia vengono coltivate varietà “siccagne”, piante che non hanno necessità di apporto idrico, è infatti cronica la mancanza d’acqua in molte zone agricole (e non solo).

Per il giovedì delle comari il piatto tipico dei racalmutesi sono i cavati fatti in casa conditi con sugo di pomodoro, salsiccia, patate, carne di maiale e polpette

Il deus ex machina dell’iniziativa va individuato nel “contadino” Lillo Bio. All’anagrafe Calogero Alaimo Di Loro presidente dell’Associazione Culturale Humus. Già noto a Piacenza perché divulgatore del prototipo EIOVI, progetto sulla biosostenibilità nella gestione della vite, sviluppato dall’ Università Cattolica di San Lazzaro in Piacenza, come riportato dal quotidiano Libertà del 24/3/2014 e dal libro “2014” di C. S.  

Piacenza e la Sicilia, un inscindibile binomio culturale che si esprime, come ogni volta ci è dato sottolineare, nelle più alte e svariate manifestazioni civili e religiose. Sulla polpa fresca come sulle conserve del pomodoro crudo sappiamo quasi tutto, quello che molti non sanno è il procedimento con cui si lavorava il pomodoro a secco, quello che potremmo paragonare al concentrato.

Come per la coltivazione del pomodoro nella pianura Padana si fa un uso costante della risorsa idrica, così in Sicilia per la conservazione a secco si ricorre alla risorsa più naturale a disposizione, il sole. Tant’è che “l’astrattu” si può definire un elioconcentrato. Il pomodoro una volta bollito e ristretto in un pentolone, passato a setaccio, si stende poi su una “tela”, una vera e propria tela di cotone sostenuta da una cornice di legno: un supporto degno di un vero capolavoro artistico. L’impasto cremoso della salsa, esposto al cocente sole estivo, viene girato con un cucchiaio molte volte, fino a raggiungere una consistenza tale da potere essere conservato in un barattolo o in appositi recipienti in ceramica e coperto da un filo d’olio d’oliva che ne preserva la fragranza. Era un rito. Un rito che è stato ripetuto. D’altronde, la sacralità era propria di ogni attività stagionale che si svolgeva nella scomparsa civiltà contadina.

Abbiamo parlato di pomodoro, di economia, di produzione biologica. Di tradizioni e di storia. A dimostrazione delle connesse attività umane e delle reciproche interdipendenze. Tutto per lanciare un chiaro messaggio alle presenti e future generazioni: bisogna preservare la natura. Gli elementi naturali che la compongono: l’acqua, il sole, la biodiversità. Senza una sana educazione alimentare ci si ammala e si sperperano risorse, questo il messaggio che spero sia stato raccolto e fatto proprio dai ragazzi presenti e stante le loro mani tinte di rosso ed i loro grembiuli imbrattati credo l’abbiano capito.

 

“Il delitto Pasolini: l’omicidio”, approfondimento di Alberto Zanini, 5^ parte (dal blog ‘I gufi narranti’)

Le puntate precedenti: per la 1^ clicca qui, qui per la 2^ , qui per il libro di Pino Pelosi, clicca qui per la 3^ e infine qui per la quarta

Morte di Pino Pelosi

Pino Pelosi è morto all’Hospice Oncologico dell’ospedale “Villa Speranza” il 20 luglio 2017. Aveva 59 anni e da tempo lottava contro il cancro.

Pelosi si è portato definitivamente nella tomba i segreti di quella notte terribile del 2 novembre quando Pasolini viene ucciso.

L’avvocato Alessandro Olivieri ha ammesso che parte della verità non è mai stata divulgata e che il suo assistito ha provveduto a custodire in una cassetta di sicurezza le informazioni compromettenti.

Se Pelosi non è stato l’autore dell’omicidio, se la motivazione di un litigio fra omosessuali non è più plausibile e che anche il tentativo di rapina finito male sembrerebbe futile e improbabile, perché non giustificherebbe 40 anni di depistaggi ed insabbiamenti allora è probabile che ci troviamo davanti ad un delitto eccellente.

A questo punto occorre fare un passo indietro, riavvolgere il nastro e ipotizzare altre soluzioni.

Ipotesi sul movente politico.

Da qualunque prospettiva la si guardi, la motivazione sembrerebbe politica.

Sono gli anni 70. Stragi, attentati, omicidi. Sono gli “anni di piombo”.

Morti innocenti vittime del periodo più nero della storia d’Italia.

La strategia della tensione dove la destra vuole delegittimare la sinistra.

Accade anche che nel 1975 tre pariolini, rampolli benestanti, Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira, forse annoiati ma sicuramente criminali, rapiscono due ragazze, le portano in una villa del Circeo, le sevizino sadicamente e le violentano. Alla fine Rosaria Lopez muore, mentre Donatella Colasanti si salva fingendosi morta. Un capriccio? O subentrano motivi legati ad una visione politica aberrante?

Angelo Izzo, Gianni Guido e Andrea Ghira

Accade anche che due anni prima, nel 1973, Franca Rame viene anche lei rapita da 5 neofascisti, caricata su un furgone dove viene seviziata e ripetutamente violentata. La scelta della vittima venne suggerita da ufficiali dei carabinieri della Divisione Pastrengo.

Si può allora parlare di “stupro di Stato”? Si usa la violenza per colpire l’emancipazione femminile ma anche l’omosessualità che la destra combatte strenuamente.

L’epiteto “frocio comunista” che, stando alla testimonianza di Pelosi, Pasolini ricevette durante il brutale pestaggio fa parte dell’opinione comune di una morale costituita, secondo una destra che non mai accettato l’omosessualità nella società.

Ma se dietro l’omicidio di Pasolini ci fossero stati motivi più compositi?

Qualcosa che avesse a che fare con la politica, ma non solo, con la finanza, con i servizi segreti, con la massoneria deviata che aveva in mano tutti i poteri forti compresi anche i mezzi d’informazione fondamentali per manipolare l’opinione pubblica.

Una sorte di “golpe bianco” senza spargimento di sangue.

Un giorno il Pm Vincenzo Calia vede un libro intitolato“ Questo è Cefis” su una bancarella del mercato a Pavia. L’autore è un misterioso Giorgio Steimetz pseudonimo, sembrerebbe, del giornalista Corrado Ragozzino.

Questo è Cefis ha sicuramente ispirato il romanzo “Petrolio” di Pier Paolo Pasolini.

Pubblicato nel 1972 ma immediatamente fatto ritirare dal mercato dal potente Cefis, ne rimasero in giro pochissime copie. Il magistrato, incuriosito, decide di acquistare il libro.

La lettura di questa biografia non autorizzata si rivela particolarmente interessante, contribuendo a far maturare il sospetto che il caso Mattei e quello De Mauro potessero essere collegati con quello di Pasolini.

Dopo due inchieste chiuse, precedentemente, con la motivazione di “incidente aereo”, addirittura un Pm motivò che il pilota era “affetto da pene d’amore”(sic), Calia decide nel settembre del 1994 di riaprire le indagini sulla morte di Enrico Mattei.

Enrico Mattei nasce nel 1906 ad Acqualagna nelle Marche. Figlio di una casalinga e di un brigadiere, a diciassette anni lavora in una conceria come fattorino, tre anni dopo è già diventato direttore. Nel 1928 si trasferisce a Milano. Nel 1931 apre un’azienda con due operai, che dopo tre anni diventano venti. Laureato in ragioneria durante la guerra diventa partigiano di area Democrazia Cristiana e conosce Eugenio Cefis, anche lui partigiano di area Democristiana. Alla fine della guerra diventa commissario dell’Agip, che all’epoca è una piccola azienda che si occupa di petrolio. Mattei capisce che l’Italia potrebbe rendersi autosufficiente dal punto di vista dell’energia e appena insediatosi alla guida dell’Agip fa il primo sgarbo agli americani che pretendono la chiusura dell’Ente e il passaggio della distribuzione dei prodotti dell’appalto al Cip (Comitato italiano petroli) che gestiscono direttamente. Mattei non solo non chiude l’Agip, ma addirittura nel 1952 fonda l’Eni e ne diventa il capo supremo. Mattei vuole affrancarsi dall’egemonia delle “sette sorelle”, come vengono definite le compagnie petrolifere angloamericane, che detengono di fatto il controllo del petrolio mondiale. Le sette sorelle vogliono tenere alto il prezzo del greggio con un vero e proprio “cartello”, ma Mattei, di tutt’altro avviso, cerca nuovi mercati rivolgendosi al terzo mondo. I paesi africani che si affacciano sul Mediterraneo, l’Iran e perfino l’Urss si mostrano interessati al progetto di Mattei.

Morte di Enrico Mattei

E’ una sera piovosa quella del 27 ottobre 1962 quando un Morane Saulnier 760, partito dall’aeroporto Fontanarossa di Catania e diretto a Milano, con a bordo il presidente dell’Eni Enrico Mattei esplode in volo e precipita nei pressi di Bascapè in provincia di Pavia. Nel disastro aereo trovano la morte anche il pilota, Irnerio Bertuzzi e il giornalista americano William McHale.

Pasolini
Il Morane Saulnier 760 di Enrico Mattei dopo lo schianto a Bascapè

Un contadino di nome Mario Ronchi mentre sta cenando sente un gran boato e una palla di fuoco appare in cielo, quindi lo schianto al suolo di un aereo avvolto dalle fiamme vicino alla sua abitazione.

Nell’impatto dell’aereo sul terreno si forma un cratere profondo quasi 2 metri e del diametro di 5 metri.

Nella foschia invernale, tra pioggia e fumo, giacciono, attorno al relitto, corpi carbonizzati, arti smembrati disseminati per terra e sugli alberi circostanti, in un raccapricciante scenario da incubo.

All’interno della carlinga le lancette dell’orologio di Mattei sono ferme sulle 18:50. Momento dell’esplosione.

In seguito i pezzi dell’aereo vennero accuratamente lavati per cancellare eventuali prove di esplosione.

La testimonianza di Ronchi viene raccolta a caldo da un cronista, del Corriere della Sera, giunto sul posto. Il giorno dopo l’incidente il contadino testimone viene prelevato da una macchina e condotto nella sede della Snam, una consociata dell’Eni, a San Donato. Il giorno successivo davanti al maresciallo dei carabinieri, Augusto Pelosi, Ronchi cambia la versione della sua testimonianza. L’aereo non è esploso in volo ma si è schiantato al suolo prendendo fuoco, probabilmente per un errore del pilota.

Cosa abbia fatto cambiare il racconto del contadino non è dato sapere, però il colloquio avuto con quelli della Snam ha sicuramente prodotto qualcosa, infatti dopo l’incontro a San Donato, Ronchi ha molti benefici e smette anche di fare il contadino.

Mario Ronchi in seguito viene rinviato a giudizio per favoreggiamento.

Sul luogo dell’incidente si riversano curiosi, giornalisti e fotografi.

Qualcuno nota anche la presenza di due macchine particolari, una lussuosa auto nera con autista e una Jaguar, dalla quale scende il famoso investigatore privato Tom Ponzi.

Un giornalista incuriosito segue l’auto nera che lo conduce fino alla sede dell’Eni a San Donato, dove scende un uomo vestito di nero che poco dopo risale sulla macchina con una grossa borsa di pelle.

Carlo Mantovani, fotografo di professione, che abita nei pressi del luogo del disastro è tra i primissimi a giungere sul posto. Scatta diverse fotografie che vende, sontuosamente pagate, a Tom Ponzi che si scoprirà in seguito a libro paga di Cefis.

Un giornalista nota parecchie persone interessate a cercare qualcosa nella profonda buca prodotta dall’impatto dell’aereo, dove viene in effetti trovata la borsa contenente i documenti privati di Mattei.

Appena una settimana dopo la morte di Mattei, Cefis viene nominato da Amintore Fanfani, suo fortissimo riferimento politico, vice Presidente dell’Eni e Presidente dell’Agip.

Calia, con un lavoro meticoloso e certosino, raccoglie documenti e testimonianze alla ricerca della verità, scopre anche che Mario Ronchi mente e infatti, l’ex contadino, viene rinviato a giudizio per favoreggiamento.

Tra le testimonianze raccolte, un episodio, in particolare, si dimostra meritevole di profonda attenzione. Nel gennaio del 1962 Mattei si accorge che qualcuno ha libero accesso alla sua cassaforte, nascosta dietro un quadro, in una stanza dell’ufficio dell’Eni. D’accordo con un suo uomo di fiducia fa trapelare la voce che si assenterà per qualche giorno. Alla chiusura degli uffici si nasconde e armato di pazienza aspetta. Poco dopo vede di nascosto un uomo aprire la cassaforte e leggere dei documenti importanti. Mattei coglie sul fatto il suo vice Eugenio Cefis e gli intima di rassegnare immediatamente le dimissioni.

Eugenio Cefis

Subito dopo l’allontanamento di Cefis, iniziano nei confronti di Mattei attacchi da parte della stampa, nonché continue minacce che gli intimano di lasciare la Presidenza dell’Eni.

Il 18 ottobre Mattei a Palermo ottiene, dalla Regione Siciliana, la concessione per estrarre il petrolio dai giacimenti di petrolio che sono stati scoperti in provincia di Enna. Due giorni dopo il Presidente dell’Eni viene invitato, dal senatore Graziano Verzotto, a ritornare in Sicilia con motivazioni poco plausibili. Il 26 ottobre Mattei torna in Sicilia.

Il Pm Calia capisce che è la trappola fatale. La motivazione ufficiale di un incidente non convince Calia che nel 1995 chiede la riesumazione dei tre corpi.

Grazie alle moderne perizie metallografiche e frattografiche, i periti stabiliscono che ci sono “segni di esposizione a esplosione derivate da detonazione di una carica sull’anello d’oro” di Mattei.

L’aereo esplose in volo a causa di una carica di Compound-B innescatasi quando il carrello si posizionò in vista dell’atterraggio previsto a Milano.

Ma a chi dava fastidio Mattei? Chi si augurava che morisse?

A livello internazionale molti temevano che la “rivoluzione impossibile” di cercare fonti alternative al petrolio delle “sette sorelle” potesse permettere all’Italia di sganciarsi dall’orbita d’influenza americana, mentre a livello nazionale il rischio che l’immutabilità politica con la Dc venisse messa in discussione dall’avvicinamento di Mattei alla sinistra.

Ma il sospetto che qualcuno potesse trarre beneficio immediato, Calia lo ebbe forte e chiaro. Eugenio Cefis legato, fin dai tempi della guerra, agli americani e ai loro servizi segreti è, secondo il Pm, il primo sospettato.

Il Pm nel 2003 dopo aver letto “Petrolio” vede confermare i risultati della sua inchiesta.

In pratica Pasolini era giunto alle medesime conclusioni molti anni prima.

I mezzi d’informazione hanno sempre accettato l’opinione ufficiale della morte accidentale in seguito ad un incidente.

Né le forze dell’ordine, né i giudici né i giornali persero tempo ad indagare, tutto fu accuratamente manipolato ed insabbiato.

Dopo 10 anni di indagini (dal 1994 al 2003) l’inchiesta sulla morte di Enrico Mattei viene archiviata. Il Pm di Pavia giunge alla conclusione che la morte di Mattei non fu accidentale.

E’ stato un attentato, ma non sono emerse delle prove per individuare i responsabili.

L’aereo fu sabotato presumibilmente dai Servizi Segreti e da figure dell’Eni, che confermerebbero l’esistenza di un piano ordito all’interno del sistema politico-mafioso.

La morte di Mattei rappresenta il primo delitto di Stato.

Massimo Teodori, che fece parte della commissione sulla loggia P2, è stato l’unico a cogliere lo scopo eversivo del disegno occulto di Cefis, che usava abilmente i soldi pubblici manipolando i mezzi d’informazione e, grazie ai rapporti di amicizia con i servizi segreti, estese il controllo anche sulla politica.

Nella relazione finale il magistrato accenna anche alla strana sparizione del giornalista dell’Ora Mauro De Mauro, collegando l’episodio alla morte di Mattei.

Il 16 settembre 1970 alle ore 21.10 in una zona residenziale di Palermo la Bmw blu scura di Mauro de Mauro si ferma sotto casa, ma immediatamente dopo la macchina riparte. La figlia che ha visto arrivare il padre lo aspetta nell’atrio del palazzo. Ma non lo vedrà mai più, perché da quel momento di Mauro De Mauro si perdono definitivamente le tracce. La macchina viene ritrovata il giorno dopo alle 22.00, in via D’Asaro, poco distante da casa.

Chi è Mauro De Mauro?

Repubblichino durante la guerra, amico di Graziano Verzotto è diventato uno stimato giornalista dell’Ora di Palermo con le sue inchieste sulla corruzione, sulla Mafia e il malaffare.

Malgrado il giornalista venga apprezzato per le sue inchieste un giorno, inspiegabilmente, viene spostato dal direttore Nisticò dalla cronaca alla sport. De Mauro non gradisce questa decisione del direttore del giornale ed infatti medita di passare alla testata concorrente: Il Giornale di Sicilia.

Mauro De Mauro, nel luglio del 1979, accetta la richiesta del regista Francesco Rosi di ricostruire le ultime due giornate in Sicilia di Enrico Mattei prima del volo fatale del 27 ottobre 1962.

Tutti i movimenti del Presidente dell’Eni vengono vagliati metodicamente, raccogliendo interviste e confrontando orari e spostamenti. Durante questa ricerca De Mauro viene a conoscenza di qualcosa che reputa “una bomba” e che gli farà prendere “una laurea in giornalismo”.

L’entusiasmo di De Mauro lo porta a confidarsi il 5 agosto con l’avvocato Vito Guarrasi, l’uomo di fiducia di Eugenio Cefis, ma anche con Graziano Verzotto.

De Mauro non verrà premiato perché una sera di settembre il giornalista sparisce e non verrà più trovato e con lui si perderanno le tracce anche della sceneggiatura che ormai era stata completata.

Raccogliendo testimonianze il giornalista arriva alla conclusione che Eugenio Cefis, l’avvocato Guido Guarrasi e Graziano Verzotto con i suoi amici mafiosi siano i responsabili dell’attentato all’aereo di Mattei.

Verzotto è molto vicino al boss di Riesi, Giuseppe Di Cristina, legato a sua volta al Capo Famiglia catanese di Cosa Nostra Giuseppe Calderone.

Il Morane Saulnier del Presidente dell’Eni è decollato la sera del 27 ottobre 1962 dall’aeroporto Fontanarossa di Catania, territorio gestito proprio da Giuseppe Calderone, dove sicuramente venne sistemata la carica esplosiva dietro il cruscotto dell’aereo di Mattei.

Ex mafiosi diventati collaboratori di giustizia raccontarono che Mauro de Mauro si era avvicinato pericolosamente alla verità del delitto Mattei.

Una testimonianza risulta particolarmente inquietante. Quella del pentito Francesco Di Carlo, che sostiene che De Mauro è stato sequestrato ed ucciso dal killer di mafia Stefano Giaconia, da Mimmo Teresi e da Emanuele D’agostino. Quando gli inquirenti hanno cercato di comparare le impronte di Giaconia con quelle rilevate sulla Bmw del giornalista hanno scoperto che erano sparite dallo schedario della polizia criminale.

Il 10 novembre il Questore Angelo Mangano in una nota scrive che i responsabili della sparizione di De Mauro sono l’avvocato Guarrasi il senatore Graziano Verzotto e il boss Luciano Liggio.

La nota spedita alla squadra mobile di Palermo sparisce.

Il commissario Boris Giuliano intuisce che la sparizione del giornalista possa essere collegata al caso Mattei. Ma quando l’inchiesta sembra arrivata all’individuazione dei responsabili un giorno in una riunione con i vertici della polizia, avvenuta a Villa Boscogrande in località Cardillo, i servizi segreti mettono la parola fine all’inchiesta sulla sparizione di De Matteo. Nessuna pista Mattei per De Mauro.

Boris Giuliano

Inizia il depistaggio ricorrendo a storie di droga.

I documenti vengono mandati alla procura di Pavia per eventuali intrecci con il delitto Mattei, ma durante il viaggio se ne perdono le tracce e non arriveranno mai a destinazione.

Malgrado tutte le richieste di riapertura delle indagini siano poi state rifiutate o archiviate, nuovi elementi, nel frattempo, hanno permesso di rendere più chiaro il quadro di cosa accadde quella notte. Come in un puzzle si sono aggiunte nuove tessere.

Questo grazie alla volontà e alla caparbietà di persone che non si sono date per vinte e che hanno dedicato il loro tempo per conoscere la verità e dare un volto ai veri responsabili dell’omicidio dello scrittore. Mandanti ed esecutori.

L’ultimo passo auspicabile sarebbe la formazione di una Commissione Parlamentare d’inchiesta per verificare anche eventuali connessioni tra la morte di Pasolini, l’omicidio di Mattei e la sparizione del giornalista Mauro de Mauro e quindi risalire ad individuare i responsabili.

Pasolini, Mattei e De Mauro

Vorrebbe anche dire che la politica, indifferente e sorda per oltre 40 anni, decida finalmente di essere disponibile a fare luce su un periodo oscuro e tragico.

Ma l’Italia è un immenso tappeto sotto cui nascondere tutta la sporcizia. Compresi i misteri

Le strofe contrassegnate da asterisco (*) sono tratte dalla canzone “Una storia sbagliata” di Fabrizio De Andrè e Massimo Bubola, scritta nel 1995 su commissione. E’ stata la sigla di un documentario-inchiesta della Rai sulle morti di Pasolini e Wilma Montesi.

Quando ho incominciato a prendere appunti per il racconto degli avvenimenti del 1975, mi sono imbattuto nell’omicidio di Pasolini. Una vicenda che avrebbe meritato molto più che un semplice accenno.

Anche per rinverdire ricordi ormai sbiaditi dagli anni passati, ho cominciato a leggere articoli dell’epoca, resoconti e opinioni, non trascurando neanche alcuni libri su quel triste episodio.

Man mano che m’inoltravo nella vicenda mi sono imbattuto in vero ginepraio di date, nomi e resoconti che spesso non coincidevano. Ho incrociato le notizie per cercare di trovare dati attendibili. Ho cercato di riannodare i fili della storia e dare la giusta scansione temporale.

Il risultato è quello che avete letto.

Fonti consultate. Oltre a decine di articoli recuperati sul web anche:

La Macchinazione: Pasolini. La verità sulla morte di David Grieco (Rizzoli)

Pasolini. Un omicidio politico. Un viaggio tra l’apocalisse di Piazza Fontana e la notte del 2 novembre 1975 di Andrea Speranzoni e Paolo Bolognesi (Castelvecchi)

Profondo Nero di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (Chiarelettere)

Il delitto Pasolini. Un mistero italiano di Massimo Centini (Newton Compton Editori)

Pasolini massacro di un poeta di Simona Zecchi (Ponte alle Grazie)

Accadde all’idroscalo di Fabio Sanvitale e Armando Palmegiani (Sovera Edizioni)

Alberto Zanini

“Cancellata qualsiasi traccia delle peculiarità dalle quali è derivato il toponimo di Placentia”: si conclude il viaggio tra le frazioni di Piacenza di Carmelo Sciascia

Si potrebbe dire che Piacenza ha voltato le spalle al Po come le ha voltate a tante frazioni sulle quali ha aggiunto continue servitù, lapalissiano il caso del Capitolo! Altre frazioni già lontane ed isolate, sono state allontanate dai servizi ancor più di quanto lo fossero state per loro collocazione geografica, come il caso de Ivaccari, di Borghetto o di Mortizza.

Qualcuno ha avanzato l’ipotesi di spostare il tracciato delle autostrade per avvicinare la Città al suo fiume, o di spostare il tracciato dell’Alta Velocità per non allontanare le frazioni alle città. Sono proposte equiparabili a quella avanzata in una trasmissione televisiva dove si proponeva di “tagliare” le Alpi per evitare il formarsi della nebbia nella Pianura Padana.

Oramai queste opere è evidente che non possono essere più “deviate”, il tracciato come il destino è immodificabile. Bisognava pensarci in tempo, essere un po’ più lungimiranti sugli effetti che avrebbero avuto questi manufatti sul territorio. Nel caso dell’Alta velocità addirittura la ricaduta sulla città, in termini di trasporti e mobilità, è stata inesistente!

Si sa, è inutile piangere sul latte versato, comunque è logico che se sulle divine cose non ci è dato intervenire, sulle umane sì, soprattutto quando delle idee ci sono. I vari comitati che si sono formati, che si sono sciolti o che imperterriti (come quello de Ivaccari) da decenni continuano ad operare sul territorio, ne hanno avanzate tante. Dalle piste ciclabili e pedonali sicure, come sistema primitivo ed essenziale di collegamento con la città, alla richiesta di verdi spazi aperti come luoghi di aggregazione per giovani ed anziani, a strutture per attività assistenziali e ludiche – locali inutilizzati ce ne sono -. Servizi navetta che assicurino un collegamento continuo, tra le frazioni e tra queste e il centro cittadino. Favorire punti vendita o vendite ambulanti, con un sistema di esenzioni fiscale e di incentivi per quanto di competenza degli Enti Locali. Favorire la formazione di cooperative giovanili che possano supportare le esigenze di una popolazione sempre meno autosufficiente e sempre più isolata e sola.

Le Amministrazioni dovrebbero prestare più attenzione alla collocazione di attività produttive, soprattutto a quelle che, con le loro opere effettuano rilevanti trasformazioni ambientali sul suolo, come le attività estrattive che trasformano la pianura in una “regione di grandi laghi” (tra Mortizza e Roncaglia) o la lavorazione di inerti in golena (argine del Po, direzione est). Maggior controllo sugli insediamenti industriali che incidono sulla qualità dell’aria con le loro emissioni. Controllo su tutte quelle attività che comunque generano un indotto più che economico-occupazionale, dannoso per la collettività, generando un danno irreversibile alla salubrità dell’aria e conseguente danno per il sistema respiratorio dell’uomo.

L’isola di Lussino

Tutti conosciamo la storia de “L’uomo che piantava gli alberi” del francese Jean Giono, una storia forse inventata ma verosimile, tant’è che nell’ isola di Lussino in Croazia, un certo signor Ambroz Haračić, da pensionato, piantando tanti pini marittimi, ha trasformato la pietrosa isola in un meraviglioso e verde luogo turistico, quale oggi lo conosciamo. Una storia francese, una storia reale croata. (Avrà a vedere qualcosa col risultato finale del campionato del mondo di quest’anno? la Francia Campione del Mondo e la Croazia, seconda?).

Si potrebbe iniziare anche da noi. La Pianura Padana è stata desertificata, un’agricoltura intensiva ed estensiva hanno cancellato qualsiasi traccia di quei boschi che erano stati uno dei motivi cui è derivato il toponimo di “Placentia”. Nell’area golenale unica alberatura quella della coltura dei pioppi, destinati comunque ai previsti tagli periodici. Isolare tutte le vie di comunicazioni, strade, autostrade e linee ferrate, con delle bordure di alberi, ne basterebbero pochi filari, migliorerebbe l’estetica del paesaggio e la sostanziale pulizia dell’aria. Anche i sotto viadotti che circondano la città ed attraversano le frazioni potrebbero essere comunque utilizzati anziché abbandonati a depositi improvvisati ed invasi da sterpaglie.

Le boschine del Po

Come si può vedere la soluzione al miglioramento della vivibilità delle frazioni è connesso al miglioramento generale della città. Alcune scelte sono connesse ed interscambiabili. Caso emblematico la richiesta da parte della cittadinanza di far dell’area della Pertite un Parco Pubblico, utile alla frazione di Sant’Antonio e nello stesso tempo un polmone verde per la città intera.  Nella stessa area si era affacciata l’ipotesi di potervi costruire un nuovo ospedale, adesso sembra un’idea accantonata, ma non credo definitivamente, è necessario sempre un’attenta vigilanza da parte dei cittadini, di quei cittadini che in tutti i modi si sono mobilitati per potere acquisire un’area verde così importante per tutta la città. A proposito di sanità e di presidi, come la mettiamo con la loro quasi totale assenza nelle frazioni?

Per finire: siamo sicuri che il fegato etrusco, vanto del nostro museo, sia uno strumento usato dagli aruspici per le divinazioni? Secondo l’architetto Franco Purrini il fegato riproduce le mura di Roma, a ben vedere, per rimanere coerentemente in ambito locale (non a caso è stato ritrovato nella nostra provincia), sembra somigliare alle numerose frazioni piacentine, attraversate da un groviglio di vie (stradali, autostradali e ferroviarie) e da inconsapevoli corsi d’acqua!

 

Delitto Pasolini – Approfondimento di Alberto Zanini, 4^ parte (dal blog I gufi narranti)

Il 2 febbraio 1976 inizia il dibattimento.

Vengono fatte tre perizie: dai Pm, dalla difesa e da parte civile della famiglia Pasolini.

Il professore Faustino Durante viene incaricato dall’avvocato, della famiglia Pasolini, Nino Marazzita di eseguire la perizia medico legale.

Pasolini è stato, presumibilmente tirato fuori dall’auto e percosso violentemente sul capo con i paletti di legno ritrovati, ma il perito non esclude che siano stati usati altri corpi contundenti, procurandogli un copioso sanguinamento.

Durante ritiene che la camicia inzuppata di sangue è stata usata dalla vittima per tamponare la ferita alla testa.

In un secondo momento Pasolini ha subito violenti colpi ai testicoli e solamente alla fine è stata usata la tavoletta di legno di piatto e anche di taglio.

Faustino Durante esclude che Pelosi possa aver compiuto il pestaggio da solo in quanto presenta solo un paio di piccole macchie ematiche, una sul polsino e l’altra sui pantaloni.

Secondo la perizia la coppa dell’olio dell’Alfa Romeo di Pasolini non presenta nessuna traccia di strusciature o di urti e neanche il terminale della marmitta riporta segni compatibili con il terreno dell’idroscalo pieno di buche.

Pelosi è rinviato a giudizio il 10 dicembre e il 26 aprile del 1976 viene depositata la prima sentenza di condanna a nove anni e sette mesi e dieci giorni per omicidio volontario, furto aggravato e atti osceni.

Il magistrato Alfredo Carlo Moro, fratello del presidente della DC Aldo Moro, sottolinea, altresì, che “quella notte all’Idroscalo Pelosi non era solo”.

Ma la Procura Generale di Roma, che è a capo di tutti i Pubblici Ministeri, si rifiuta di indagare per verificare la presenza di altre persone all’idroscalo.

Molti sospettano che questo rifiuto serva a proteggere eventuali mandanti.

Il secondo processo è velocissimo e dura solo quattro giorni. La Corte d’appello non ritiene importante cercare eventuali complici di Pelosi, come invece aveva sottolineato il magistrato Alfredo Carlo Moro e il 4 dicembre la sentenza di secondo grado conferma la condanna per omicidio, ma assolve il ragazzo dall’accusa di furto ed atti osceni, escludendo anche la presenza di altra gente.

Con questa decisione la Procura Generale si fa portavoce di un desiderio dei poteri forti.

Infine il 26 aprile del 1979 la Cassazione conferma definitivamente la condanna.

Pino Pelosi

Il delitto in pratica viene archiviato come una semplice questione tra omosessuali.

Nel maggio del 1987 il sostituto procuratore generale della Corte d’Appello, Antonio Listro, riapre l’indagine sulla morte di Pasolini.

Nel 1995 nuova riapertura delle indagini in seguito alla dichiarazione del carabiniere Renzo Sansone.

Nel 1982 a Pelosi viene concessa la semilibertà, l’anno dopo la libertà condizionata.

Negli anni a seguire Pelosi entra ed usce dal carcere per varie rapine e per spaccio, finché nel 2009 diventa un uomo definitivamente libero.

Il 7 maggio 2005 Pelosi accetta di partecipare alla trasmissione televisiva “Ombre sul giallo” dietro pagamento di 8 mila euro lordi.

Pino-Pelosi-e-Franca-Leosini

L’ex ragazzo di borgata rilascia una intervista alla giornalista Franca Leosini ritrattando la confessione di trent’anni prima.

Il racconto ricalca quello del 1975, tranne nel particolare che quella notte non fu lui ad uccidere Pasolini.

Dopo essersi appartati, improvvisamente, arriva una Fiat 1500 targata CT, dalla quale scendono tre uomini, tra cui uno alto con la barba nera è una spiccata pronuncia meridionale, che tirano fuori dalla macchina Pasolini e lo massacrano di botte urlando “Frocio comunista”.

Dopo essere stato minacciato di morte se avesse parlato Pelosi, alla guida dell’Alfa Romeo, scappa passando involontariamente sul corpo di Pasolini.

Questa è una nuova verità e non sarà neanche l’ultima.

Comunque è la conferma della tesi di chi sostiene che Pasolini sia stato aggredito da più persone e non solo da “Pino la Rana”, ed infatti gli avvocati della famiglia Pasolini, Guido Calvi e Nino Marazzita, chiedono alla Procura di Roma di riaprire il caso, ricordando che trent’anni prima un ex appuntato dei carabinieri dichiarò che quella sera all’idroscalo Pelosi non era solo. La richiesta viene accettata, salvo poi richiuderla 5 mesi dopo chiedendo l’archiviazione dell’indagine.

Pelosi nel 2009, in una intervista rilasciata ai giornalisti Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, cambia per l’ennesima volta versione. Quella notte all’idroscalo si presentano i fratelli Borsellino su una moto Gilera, una Fiat 1500 con tre persone a bordo e una Alfa Gt simile a quella del poeta guidata da uno che rimane a bordo senza mai scendere.

Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza

In base a queste nuove rivelazioni risulta chiaro che Pelosi venne usato come esca e che in seguito venne gestito opportunamente. Sacrificato sull’altare del complotto, il ragazzo scelto presumibilmente perché all’epoca era minorenne fu ritenuto facilmente manovrabile, ma Pelosi dimostrò nel tempo di saper anche mantenere un riserbo assoluto.

Nel 2008 l’avvocato Stefano Maccioni conosce la criminologa Simona Ruffini che si occupa dei “cold case”, i cosiddetti casi irrisolti. Insieme decidono di fare luce sull’omicidio Pasolini, che in verità di ombre ne ha sempre avute molte fin dal lontano 1975.

Simona Ruffini criminologa

Iniziano una scrupolosa ricerca di documenti e atti di tribunale, senza dimenticare di visionare filmati d’epoca.

Nel 2009 ottengono l’autorizzazione dal Tribunale dei minorenni di Roma di poter visionare gli atti inerenti ai tre processi nei confronti di Pelosi.

Maccioni e Ruffini conoscono durante la loro ricerca Silvio Parrello detto Er Pecetto, un poeta e pittore romano nato nel 1943.

Silvio Parrello- foto di Grazia Gasparro-Massimo Mancini

Nel 1950 Pasolini arriva a Roma con sua madre Susanna Colussi. Le condizioni economiche sono modestissime e i due vanno a vivere nella borgata Donna Olimpia. Pasolini da lezioni private a ragazzi bisognosi e sua madre fa le pulizie nei palazzi vicini. Nel tempo libero gioca a pallone con i ragazzini del quartiere.

Pierpaolo Pasolini nella sua abitazione con la madre Susanna Colussi

Silvio Parrello è uno di questi ragazzini.

Tra i due nasce una grande amicizia e quando lo scrittore scrive “Ragazzi di vita” decide di chiamare un personaggio del romanzo: “Er Pecetto” ispirandosi al ragazzino.

Dopo la morte del grande intellettuale Parrello ha cercato per tanti anni la verità su quel delitto inspiegabile, raccogliendo testimonianze e documenti.

Silvio da ragazzino era in classe con Antonio Pinna, ed entrambi conoscevano bene Pier Paolo Pasolini.

Pinna crescendo diventa un meccanico oltre che un abilissimo pilota, ma prende una strada equivoca, diventando di fatto l’autista del capo del clan dei Marsigliesi Jacques Berenguer.

Nel 1975 i rapporti tra Pasolini e Pinna si intensificano perché lo scrittore cerca di avere, dal suo amico meccanico, notizie in merito alle infiltrazioni della criminalità organizzata tra le fila delle Brigate Rosse.

Parrello molti anni dopo, siamo nei primi anni del 2000, viene casualmente a sapere che è stato Pinna a sormontare con la sua auto Alfa Romeo Gt il corpo di Pasolini uccidendolo e danneggiando la coppa dell’olio e l’indomani a portare l’auto dal carrozziere per farla riparare.

Parrello incredulo si mette alla ricerca del carrozziere Marcello Sperati, che in effetti conferma di aver visto Pinna, ma precisa di essersi rifiutato di riparare l’Alfa Romeo perché, oltre all’ammaccatura sul parafango anteriore destro, erano visibili tracce di sangue che lo insospettirono.

Pinna allora va da un altro carrozziere, tale Luciano Ciancabilla, che fa la riparazione senza problemi.

Antonio Pinna comunque il 16 febbraio 1976 sparisce e non lascia tracce. E’ lo stesso giorno che i fratelli Borsellino vengono convocati dal Tribunale dei Minori in seguito alle dichiarazioni del carabiniere Sansone. Ma la dichiarazione di estraneità ai fatti contestati basteranno per non essere incriminati.

L’Alfa Romeo Gt 1750, color amaranto, viene ritrovata il 16 aprile 1976 chiusa nel parcheggio dell’aeroporto di Fiumicino.

Pinna in realtà non risulta avesse preso nessun aereo.

Dopo queste nuove rivelazioni Maccioni e Ruffini ottengo la riapertura delle indagini.

Parrello viene convocato nel 2010 dal magistrato Francesco Minisci, che si attiva chiedendo la documentazione di Antonio Pinna.

In un rapporto della polizia, l’ex autista di Jacques Berenguer risulta morto il 16 novembre 1976, ma paradossalmente, lo stesso Pinna, che risulta deceduto, sarebbe stato fermato per guida con la patente scaduta il 18 febbraio 1978.

Ancora più sorprendente è che il processo, per guida senza patente, è andato avanti per 8 anni fino alla sentenza della Cassazione.

Un morto che forse non era morto?

Parrello un giorno riceve la visita di Antonio Pinna junior, nipote di Antonio Pinna, misteriosamente scomparso nel 1976 da Roma. Il giovane dichiara che lo zio vive lontano dall’Italia e gode di buona salute.

Antonio junior conferma che quella terribile notte, all’Idroscalo, lo zio era presente, ma che in realtà alla guida della sua Alfa Romeo amaranto c’era Johnny lo zingaro e che l’agguato era stato organizzato perché Pasolini era in possesso di documenti pericolosi per molta gente, compresa anche la Cia.

In effetti un giorno Pasolini confida a Dario Bellezza, poeta, amico e segretario per qualche tempo, di essere entrato in possesso di documenti molto compromettenti che riguardano un potente politico della DC molto vicino ai neofascisti, ai servizi segreti, alla polizia e all’organizzazione Gladio.

I documenti erano talmente compromettenti che il senatore democristiano Graziano Verzotto, presidente dell’Ems (Ente minerario siciliano) commentò che il dossier andava assolutamente recuperato e chiunque lo avesse letto andava eliminato.

Pasolini
Graziano Verzotto

Alla fine fu proprio così.

Qualche tempo dopo la morte dello scrittore, sua cugina Graziella Chiarcossi, in un colloquio telefonico con il cugino Guido Mazzon raccontò di aver subito un furto di gioielli e stranamente anche di documenti dallo studio di Pasolini. Infatti non rimane traccia né del famoso “Appunto 21”, capitolo mancante dal libro che Pasolini stava scrivendo, né dello scottante dossier.

Nel 2010 Guido Mazzon, chiede di riaprire le indagini e di fare le analisi del Dna sugli abiti della vittima e di Pelosi.

Nel maggio del 2010 nei laboratori della Sezione di Biologia del Ris dei Carabinieri di Roma viene effettuato l’esame del Dna sui reperti che si trovano nel Museo Criminale di Roma.

Vengono individuati almeno 5 profili genetici diversi da quelli di Pasolini e di Pelosi, ma il Gip li definisce “non attribuibili” e quindi archivia, per l’ennesima volta, l’indagine.

L’esame del Dna di Giuseppe Mastini è stato fatto su un mozzicone di sigaretta che Johnny lo zingaro avrebbe fumato (sic) anni prima in carcere. Naturalmente non è stata riscontrata nessuna corrispondenza con le tracce del famoso plantare.

Nel 2011 Pelosi decide di scrivere: “Io so…come hanno ucciso Pasolini” in collaborazione con l’avvocato Alessandro Olivieri e il regista Federico Bruno. Ennesima versione dei fatti accaduti il 2 novembre 1975.

Rispetto alle precedenti dichiarazioni c’è l’ammissione di aver conosciuto Pasolini quattro mesi prima e definendo il poeta “un gentiluomo”, e per la prima volta viene ammessa la presenza di un’altra Alfa Romeo Gt simile a quella di Pasolini.

Pelosi ormai per ogni intervista pretende di essere pagato e tutte le sue dichiarazioni lasciato parecchi dubbi.

Nel 2014, davanti al Pm Francesco Minisci, Pelosi arricchisce di particolari il racconto della notte all’Idroscalo. Pasolini fu attirato all’Idroscalo con la scusa di restituirgli le bobine rubate del film “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, ma in realtà fu una imboscata tesa dai fratelli Borsellino e una terza persona, che però l’ex “ragazzo di vita” non menziona. Alla fine del violento pestaggio, continua Pelosi nella sua deposizione, un’altra Alfa Gt passò sul corpo della vittima uccidendolo.

I fratelli Borsellino chiamati in causa da Pino la Rana nel frattempo sono morti entrambi di Aids negli anni novanta.

Alla luce di queste nuove rivelazioni, l’avvocato della famiglia Pasolini, Nino Marazzita, chiede la riapertura dell’inchiesta.

Il 25 maggio 2015 la Procura di Roma archivia per l’ennesima volta il caso Pasolini.

Il 25 ottobre 2016 la Procura di Roma si rifiuta di riaprire le indagini sull’omicidio Pasolini su richiesta dell’avvocato Stefano Maccioni in seguito al ritrovamento di nuovo materiale di indagine.

Fine quarta parte

Alberto Zanini

“Piccole borgate cariche di storia e vita trasformate in eleganti dormitori o luoghi pieni di inquietanti presenze produttive”. Continua il viaggio tra le frazioni piacentine a cura di Carmelo Sciascia

Contrariamente a quanto sostenuto da Rousseau che la migliore abitudine è il non contrarne alcuna, tutte le Amministrazioni che si sono succedute negli ultimi trent’anni, forse anche più, sono state caratterizzate, come già precedentemente scritto, dalla classica verità, non scritta, né pensata, ma realizzata: promesse prima delle consultazioni, latitanza dopo l’insediamento. 

Quanto scritto finora sulle frazioni piacentine è semplicemente un’epitome. Non una trattazione completa sulla realtà socio-economica delle borgate, né tanto meno vuole essere un dettagliato atlante storico-geografico. È un compendio di ciò che si è letto, ma soprattutto di ciò che si è visto, avendo vissuto in alcune frazioni come residente, visitandone altre come curioso di questa nostra Città. Queste riflessioni sulle frazioni sono come intervento giornalistico anche troppo lunghe e dettagliate, troppo brevi per essere una esposizione esaustiva, sono tutt’al più un compendio che indica al forestiero (ed all’autoctono), quali e quante sono le frazioni di piacenza e qual è la loro caratteristica collocazione sul territorio. Il tutto è stato shakerato con qualche notizia sulla loro genesi storica e sullo sviluppo abitativo. Perché se è vero che lo spazio urbano è il risultato di una stratificazione storica, è anche vero che la pianificazione urbanistica ne qualifica la disposizione abitativa. E la pianificazione urbanistica è stata determinata da una volontà politico-amministrativa che non sempre ha tenuto conto delle esigenze delle periferie. 

Molti terreni agricoli delle periferie sono stati trasformati negli anni in aree edificabili, con considerevole movimentazione finanziaria (costi dei terreni, costi di fabbricazione, costi di urbanizzazione). Si sono così realizzati nuovi isolati agglomerati urbani a ridosso delle già isolate frazioni. Le piccole borgate, cariche di storia e di vita, avevano storicamente svolto una funzione precisa e rappresentato soluzioni ai problemi di una collettività preminentemente agricola ed artigianale. La nuova e rilevante presenza umana ed industriale, negli ultimi decenni del secolo scorso, ne stravolgevano la struttura abitativa e sociale, nuove frazioni si accostavano a quelle già esistenti, contemporaneamente imponenti attività industriali si inserivano nel già variegato tessuto extraurbano. 

Ogni frazione aveva un centro, una chiesa, dei negozi, delle scuole, erano tante comunità autosufficienti, tanti piccoli realtà paesane. Poi si affermò il principio che continuare ad avere tanti centri non andava bene perché erano realtà vetuste e dispendiose, realtà antistoriche da modernizzare. Lo slogan “Tanti centri, una città” divenne: tante periferie un solo centro, quello storico, il centro storico della città! Le frazioni allora vennero svuotate e private di tutte quelle strutture che le rendevano realtà vive ed autonome e trasformate in eleganti dormitori o luoghi da ingolfare con inquietanti presenze “produttive”. La città che dopo gli anni sessanta aveva voltato le spalle al fiume più maestoso d’Italia, voltava ora le spalle al suo passato: le frazioni anziché divenire parte integrante ed effettiva della città, venivano emarginate, diventavano aree funzionali a fornire ricchezza per la produzione industriale prima, aree per capannoni della logistica poi. Un’area, ad esempio come Le Mose, centro abitato più di seimila e cinquecento anni fa, ingabbiava o cancellava la propria peculiarità storico-monumentale (dai luogo di culto, alle testimonianze archeologiche, dalle cascine alle residenze signorili) per divenire un’anonima area di capannoni prefabbricati privo persino di qualsiasi punto vendita delle stesse attività commerciali: “a Piacenza non ci sono negozi Ikea” (così riporta il sito ufficiale della catena svedese e così è, anche se rimane il più grande centro europeo di smistamento della stessa holding!).

La superfice occupata supera quella di tanti Comuni della nostra Provincia. Non credo che la ricaduta in termini economici sulla collettività sia superiore ai costi che la stessa deve sopportare per traffico, inquinamento, degrado ambientale. Non mi risulta ci siano nella stessa frazione giardini, parchi, verde ed illuminazione, decentramento dei servizi, l’insieme di quelle strutture che tendono a migliorare la qualità della vita e ricompensare in qualche modo dei disagi patiti dai residenti. Anzi, ogni tanto, come una spada di Damocle sulla testa degli abitanti di altre frazioni attigue, come ad esempio Roncaglia, si affaccia la minaccia dell’estensione dell’area preposta alla logistica. La logistica era stata presentata una prima volta come un’occasione imperdibile di crescita per tutta la Città, un polo di alta tecnologia e di ricerca specialistica che avrebbe dovuto porre al centro una crescita costante delle nostre strutture scolastiche e universitarie. 

Come il sistema politico inglese che nonostante l’alternanza tra conservatori e liberali ha comunque mantenuto nel tempo la stessa politica economica interna e la stessa politica estera espansionistica, così è avvenuto nel tempo con le nostre amministrazioni cittadine: ad una iniziale presa di distanza dell’opposizione, seguiva poi nella realtà, quando raggiungevano la maggioranza, il proseguimento della stessa politica territoriale delle forze che erano già state, prima di loro, al governo della città: è avvenuto con Borgo Faxhall, con la logistica, come per la politica nei riguardi delle frazioni. 

Agosto 2017: il Sindaco Patrizia Barbieri all’incontro con le frazioni di Pittolo e La Verza: “nel 2018 realizzeremo una rotatoria tra la statale 45 e l’ingresso di Pittolo in via Galilei”. 11 mesi sono passati, ancora disponibili 5 mesi.

Ad onor del vero, gli incontri, prima come candidati e poi come sindaci, da parte degli amministratori della Città, ci sono sempre stati. Ad inizio millennio nelle “prime dieci cose importanti da fare” ci doveva essere anche la soluzione dei problemi delle frazioni. Oggi si attendono fatti concreti come riscontro a “subito delle risposte” di chi, per ultimo, ha programmato un mese di incontri con le borgate. Di libri se ne sarebbero potuti scrivere tanti quanti sono state le tornate elettorali per l’elezione del Sindaco a Piacenza. Tanti incontri che avrebbero comunque evidenziato sempre le stesse cose: mancanza di piste pedonali e ciclabili, cioè collegamenti sicuri per poter raggiungere il resto della città; mancanza di luoghi di aggregazione per giovani ed anziani, pur non mancando in loco edifici pubblici lasciati chiusi o abbandonati all’incuria; mancanza di giardini, parchi, aree verdi. Uniche frazioni ad avere una struttura scolastica pubblica funzionante sono Gerbido con la sua scuola materna circondata dal verde e Mucinasso che ha avuto un glorioso passato di sperimentazione pedagogica. Dovrebbe essere un dato logico che ogni frazione avesse un Ufficio Postale o comunque un Terminale Finanziario, invece a noi sembra paradossale che una delle più piccole frazioni Gerbido, oltre ad avere una scuola possa avere anche un ufficio Postale (anche se aperto a giorni alterni). La soluzione potrebbe essere l’istituzione di un Ufficio Postale Mobile, che potesse una volta a settimana, garantire presenza e servizi, ad ogni frazione. Di Paradossi le frazioni ne possono sfoggiare tanti, trattasi purtroppo di contraddizioni reali, non filosofiche come i famosi paradossi di Zenone, conosciuti da ogni studente liceale.

L’unica richiesta che negli anni era stata avanzata dagli abitanti di Gerbido, era stata di attrezzare una piccola area verde, già disponibile nel centro della frazione, naturalmente non ha avuto seguito.
(Segue)

Aree verdi attrezzate, giardini, parchi, piste pedonali, piste ciclabili, ufficio postale mobile, luoghi di aggregazione per giovani e anziani utilizzando edifici pubblici in stato d’abbandono: sono i sogni delle nostre frazioni ridotte a semplici dormitori abbandonati

 

 

Delitto Pasolini – Approfondimento di Alberto Zanini, 3^ parte (dal blog I gufi narranti)

Le puntate precedenti: la 1^ parte, la 2^ parte, l’intermezzo col libro di Pelosi

Il giornalista della Stampa, Furio Colombo, poche ore dopo il ritrovamento del cadavere, raccoglie le testimonianze di chi aveva passato la notte nelle baracche affacciate verso il campetto dell’idroscalo. Il muro di omertà viene rotto solamente da pochi. Alcuni hanno visto più persone massacrare Pasolini senza pietà. Mezz’ora di violenza senza che nessuno intervenisse.

Furio Colombo

Invece che urla di sdegno, di raccapriccio e di dolore, sull’efferato omicidio scende un nero velo di omertà.

Quando le macchine se ne vanno, i cani smettono di abbaiare e il silenzio scende improvviso, mentre il buio avvolge il povero corpo senza vita e rimane solo il forte vento a spazzare il campetto. Nelle baracche le tendine celano gli interni con gli astanti attoniti. Alcuni cercano di riprendere il sonno, altri sentono ancora rimbombare il disperato e inascoltato appello del poeta a sua madre.

Ancora poche ore e il clamore darà la stura ad una canea assordante.

Il triste destino del poeta che trova la morte nello stesso luogo dove andava spesso a giocare a pallone o a scrivere.

Gli avvocati Tommaso e Vincenzo Spaltro (che si sono offerti di difenderlo gratis vengono nominati da Pelosi al posto del difensore d’ufficio Piergiorgio Manca), i parenti e gli amici del poeta sostengono che Pasolini, un uomo forte fisicamente, non potesse essere stato picchiato selvaggiamente da un giovane ragazzo, solo e gracile e anche l’indagine della polizia viene giudicata sommaria ed insufficiente.

Più voci sostengono anche, che per consumare un frettoloso rapporto sessuale non occorresse fare tanti chilometri per raggiungere Ostia partendo dalla stazione Termini.

Un rapporto sessuale, tra l’altro, senza nessuna traccia di liquido seminale riscontrata, né sulla vittima né sul ragazzo.

L’Europeo e Oriana Fallaci conducono una inchiesta parallela. Ma le testimonianze raccolte dal settimanale non vengono ritenute attendibili.

omicidio
Pier Paolo Pasolini, Camilla Cederna e Oriana fallaci

Malgrado gli Spaltro facciano di tutto per far assolvere Pelosi dall’accusa di omicidio, qualcuno ritiene che la strategia difensiva non vada bene.

Franco Salomone, un giornalista del Tempo, iscritto alla P2 (tessera n° 1911), convince i genitori del ragazzo ad affidare la difesa all’avvocato Rocco Mangia, un principe del foro, garantendo che la parcella sarà pagata da qualcuno molto in alto.

L’onorario di 50 milioni in effetti venne pagata dalla DC, come lo stesso Mangia confidò anni dopo al collega Nino Marazzita.

Mangia, molto vicino alla Dc romana più conservatrice, all’epoca era un famoso avvocato anche per aver assunto la difesa dei tre neofascisti, Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira che, nel settembre del 1975, attirarono con l’inganno in una villa del Circeo Rosaria Lopez e Donatella Colasanti e dopo averle seviziate e violentate, Rosaria morì affogata nella vasca da bagno, mentre Donatella riuscì a sopravvivere solo fingendosi morta.

Il 10 novembre Pelosi revoca il mandato anche agli Spaltro e affida la sua difesa all’avvocato Rocco Mangia che nomina come consulenti: Franco Ferracuti, uomo dei servizi segreti e piduista (tessera n°2137) e il criminologo Aldo Semerari.

Sebbene il suo nome non risultasse nel famoso elenco trovato a Castiglion Fibocchi la sua appartenenza alla massoneria deviata è stata confermata da Licio Gelli in persona.

Il criminologo viene incaricato da Mangia di condurre una perizia psichiatrica nei confronti di Pelosi, per dimostrare l’ incapacità di intendere e volere del ragazzo.

L’avvocato Mangia cambia la strategia processuale dei suoi predecessori confermando la tesi della pubblica accusa che sostiene la piena responsabilità del ragazzo nell’omicidio, da solo e senza complici, di Pier Paolo Pasolini.

Semerari dopo un passato da comunista, con un bel salto mortale, diventa un fascista che gira con un cinturone delle SS e una svastica tatuata, nascosta dai vestiti.

Semerari ebbe a che fare con Pasolini nel 1962, quando gli fu richiesta una perizia psichiatrica dello scrittore in seguito ad una assurda denuncia di un barista che sosteneva di essere stato rapinato a mano armata da Pasolini. Il criminologo senza averlo mai visitato sostenne che, Pasolini, era “espressione di infermità mentale” ed era quindi una “persona socialmente pericolosa”, il tutto riconducibile al suo essere omosessuale.

Il criminologo coltiva i rapporti non solo con la destra eversiva, con la Banda della Magliana (che vorrebbe trasformare nel braccio armato della destra) e la Camorra di Cutolo.

Aldo Semerari

Ma quando, un giorno, decide di stringere accordi anche con la “Nuova Famiglia”, organizzazione rivale Cutolo, perde la testa. Letteralmente. Umberto Ammaturo, capo della nuova Camorra, lo decapita senza pensarci un attimo, il corpo finisce incaprettato nel baule, mentre la testa fa bella mostra sul sedile.

Nell’agosto del 1975 vengono sottratte dal magazzino della Technicolor alcune bobine del film di Pasolini “Salò o le 120 giornate di Sodoma”. Viene richiesto un riscatto di 2 miliardi di lire, ma Alberto Grimaldi, produttore del film, si rifiuta categoricamente di pagare offrendo al massimo 50 milioni.

Sergio Citti viene a sapere da un suo amico che le bobine sono state rubate da ragazzi che frequentano un bar di via Lanciani, meta abituale anche di Pino la Rana.

Il regista Citti ha sempre sostenuto che Pasolini fu vittima di una trappola con la scusa della restituzione delle bobine del suo film e Pelosi venne usato come esca più o meno inconsapevolmente.

Dieci giorni dopo la morte del suo amico, Sergio Citti torna all’idroscalo per cercare conferme.

Parla con la gente del posto e raccoglie le confidenze e mentre riprende il luogo del delitto munito di una macchina da presa 16 millimetri si accorge di una grossa chiazza di olio motore dovuto alla rottura della coppa di un auto.

Pasolini confida a Citti che il primo novembre, dopo la cena al Pommidoro con la famiglia di Ninetto Davoli, ha un appuntamento ad Acilia per recuperare la bobina del film.

Nessuna pruriginosa serata è nei programmi dello scrittore, ma solo il desiderio di recuperare le bobine del suo ultimo film.

Secondo la testimonianza che Citti rilasciò al Corriere della Sera il 7 maggio 2005, Pelosi, che conosce già e frequenta abitualmente Pasolini, quella sera incontra lo scrittore al chioschetto davanti alla stazione Termini e dopo aver imboccato, in macchina, la via Ostiense vanno ad Acilia dove scatta la trappola, Pasolini viene sequestrato e portato all’Idroscalo dove trova la morte.

La Magistratura si rifiuta di sentire la testimonianza di Citti e anche di visionare il filmato.

Il carabiniere Sansone, incaricato dal suo comandante Giuseppe Gemma, nel gennaio 1976 riesce ad infiltrarsi abilmente fra i ragazzi del Tiburtino per scoprire se i fratelli Franco e Giuseppe Borsellino (giovanissimi malavitosi dediti a furti e legati alla destra romana) hanno partecipato all’aggressione di Pasolini la notte del 2 novembre 1975.

In via confidenziale il carabiniere viene a sapere che i due fratelli, Pino Pelosi e un misterioso “biondino” vanno all’idroscalo di Ostia la notte del 2 novembre con l’intenzione di rapinarlo, ma in seguito alla reazione del poeta sono costretti ad ucciderlo e a scappare.

In seguito a questa affermazione, il 14 febbraio del 1976, i fratelli Borsellino vengono arrestati, ma davanti al giudice negano tutto e sono quindi rilasciati.

Chi fosse il biondino non è dato sapere anche se molti indizi conducono a Giuseppe Mastini detto Johnny lo zingaro.

Ci sono tre testimonianze verbali che asseriscono di aver sentito Giuseppe Mastini ammettere il suo coinvolgimento nell’omicidio di Pasolini assieme ai fratelli Borsellino. Per poi scaricare la colpa su Pelosi consapevole vittima sacrificale.

Le confidenze sono state raccolte da: Pasquale Mercurio, ergastolo per omicidio, detenuto con Mastini a Spoleto e Voghera, da Walter Carapacchi, detenuto a Rebibbia con Mastini e Pelosi e da Damiani Fiori, collaboratore di giustizia, in carcere a Brescia dove ha raccolto la confidenza di Aldo Mastini zio di Giuseppe.

Tre testimonianze che non hanno portato a nessun procedimento nei confronti di Johnny lo zingaro.

Pelosi ha sempre negato alcun coinvolgimento da parte del suo amico Giuseppe.

Anche Mastini nega di conoscere Pelosi ma, in realtà, i due si frequentano da anni, e anche il famoso anello smarrito e ritrovato sul luogo del delitto, fu un regalo di Johnny lo zingaro.

Giuseppe Mastini è un ragazzo analfabeta, figlio di un giostraio di etnia sinti, nato nel 1960 a Bergamo.

Giuseppe Mastini detto Johnny lo zingaro

A 11 anni mentre scappa al volante di una macchina, in uno scontro a fuoco con la polizia, rimane ferito alla gamba, e la sua zoppia lo costringe a portare un plantare.

Strano che a nessuno fosse venuto in mente di controllare se quello ritrovato all’interno dell’Alfa Romeo di Pasolini appartenesse a Johnny lo zingaro.

Abita al Tiburtino in una roulotte. La notte del 2 novembre la macchina di Pasolini viene ritrovata, secondo quanto sostiene la polizia, nei pressi della medesima roulotte.

A 15 anni, dicembre 1975, uccide Vittorio Bigi, autista dell’Atac, mentre cerca di rapinarlo di 10 mila lire e un orologio. In galera dal 1977 al febbraio 1987. La libertà non fa bene al ragazzo, che tra il 24 e il 26 marzo uccide un poliziotto disarmato, ne ferisce un altro e sequestra una persona. Riesce a scappare per le campagne romane, ma la mobilitazione è imponente. Quattrocento agenti, carabinieri a cavallo, cani e 2 elicotteri alla fine riescono a stanarlo. Torna in galera per il suo primo ergastolo. Evade nel 1990. Altro omicidio, altro ergastolo. A questo punto diventa collaboratore di giustizia che gli permette di godere di alcuni privilegi, come il carcere in regime di semilibertà a Fossano.

Alberto Zanini

Fine terza parte

“Io so … come hanno ucciso Pasolini”, testimonianza di Pino Pelosi, Vertigo editore, 2011

Quello che si trova tra le mani chi si avvicina a questo libro è, o almeno questo è quanto afferma l’autore, la cronostoria  dei fatti precedenti l’uccisione di Pier Paolo Pasolini, e  il suo rapporto con l’unico responsabile dell’omicidio secondo la giustizia italiana: Pino Pelosi,  autore del libro.

Un libretto di poche pagine in cui vengono raccontate giornate romane tra due personaggi simili e allo stesso tempo agli antipodi tra loro. 

Non so se quanto scritto su queste pagina sia vero,  in parte vero, o del tutto falso. Lo può sapere solo Pino Pelosi e in tutti i casi ora la sua verità gli fa compagnia nella tomba.

Libro di cui consiglio la lettura solo come racconto ipotetico, che farà credo piacere agli estimatori del maestro Pasolini che da queste pagine esce pulito.

Pelosi accenna per un secondo ad un gesto in qualche modo sessuale ma è messo lì quasi con distrazione, quindi i cacciatori di dettagli pruriginosi resteranno delusi.

Chi ha seguito in modo approfondito i fatti relativi al delitto Pasolini non troverà qui Grandi verità o rivelazioni rimaste segrete.

Pino Pelosi detto la rana è un vero personaggio pasoliniano che sembra proprio essere uscito da uno dei suoi film.

Purtroppo la morte del maestro è fatto reale,  com’è  reale il clima di tensione nell’ Italia negli anni 70 in cui si svolgono i fatti.

Povertà, sopravvivenza, incoscienza sono i compagni silenziosi dei personaggi che compongono il quadro del fattaccio dell’Idroscalo, dove  ombre più grandi sono rimaste sconosciute alla cronaca mentre Pino Pelosi, in carcere, reoconfesso pagava per tutti.

Non sapremo mai il vero motivo che ha condotto alla morte il regista poeta scrittore  Paolo Pasolini.

Ne quello che lui sosteneva di sapere ma di non poter dire per mancanza di prove ma che magari in qualche modo ha detto tra i fotogrammi dei suoi film.

Rimandiamo I lettori del blog interessati alll’omicidio Pasolini all’ approfondimento fatto  da Alberto Zanini che, grazie alla gentile concessione del blog ‘I gufi narranti’, potete trovare nel nostro catalogo cliccando qui (1^ parte) e qui (2^ parte).

“Da Montale a San Lazzaro passando per Ivaccari: prosegue la storia delle nostre frazioni”, a cura di Carmelo Sciascia (4^ puntata)

Prosegue il tour tra le frazioni piacentine: quanti sapevano che a Montale esiste un Ostello? Intanto: per le precedenti puntate clicca qui per la 3^ dove trovi le indicazioni anche per le 2 precedenti

Montale è stato, delle frazioni cittadine, il luogo tradizionale di sosta di numerosi pellegrini in transito sulla via Francigena. Non a caso persiste una costruzione risalente all’ XI secolo: unico Ospitale superstite! Dal 1032 è ancora aperto e funzionante, sulle vie del pellegrinaggio religioso, raro, se non unico esempio, l’ostello di San Pietro a Montale. Di ostelli Piacenza e dintorni ne contavano in epoca medioevale più di 31 sicuramente, qualche fonte afferma essercene una quarantina. Molte sono le frazione che hanno la stessa denominazione, soprattutto nel centro Italia. Montale, quartiere della Città più che frazione, è un rettangolo dove i lati maggiori sono costituiti dalla linea ferroviaria e dalla via Emilia, i lati minori dalla tangenziale e dal Nure. Tolte le poche residenze che costeggiano a destra l’antica via Emilia, il più delle costruzioni sono conformi villette a schiera. La frazione dalla città è stata prima separata costruendo la Tangenziale, poi involontariamente riallacciata con la costruzione di nuovi centri commerciali. Diversamente dalla volontà Divina, ciò che l’uomo separa, l’uomo può riunire. Infatti punto di raccordo con il resto della città sono diventati proprio i nuovi centri commerciali. Una contraddizione in termini avrebbe sentenziato Marc Augé: un non luogo, il centro commerciale privo di identità storica, avrebbe messo in relazione alla città una frazione con peculiari caratteristiche antropologiche.

Dovendo parlare di Ivaccari, credo sia legittimo un dubbio amletico: il non sapere se inserire Ivaccari tra le frazione di Piacenza o come località del Piacentino, cioè una delle tante località della Provincia. Infatti, alcuni la inseriscono tra le frazioni, come amministrativamente corretto (vedasi il già citato “Le frazioni di Piacenza” di Mauro Molinaroli), altri come Aldo Bertozzi, la inseriscono tra gli “Altri luoghi non comuni del Piacentino”.  Anche la toponomastica non ci aiuta molto, essendo ambivalente: può scriversi I Vaccari separato o Ivaccari tutto unito. Comunque sia, basta intendersi. Pur giocandosela sulla distanza col centro della Città, con qualche altra frazione, Ivaccari dà la sensazione di essere la più distante di tutte. Non è sulle principali vie di transito, è una località posta tra la via Farnesiana e la via Emilia Parmense e confina con i comuni di Pontenure e San Giorgio. Due le presenze storiche rilevanti: la chiesa di San Martino al Nure (trecentesca, ricostruita nel XVI sec.), ed il palazzo Radini Tedeschi del XVII sec.  oggi annesso alla Casa del Fanciullo fondata da padre Gherardo. Anche qui due nomenclature per ogni edificio: la chiesa di San Martino è citata anche come Beata Vergine della Cintura, il Palazzo Radini Tedeschi col nome dei Conti Douglas Scotti di Vigoleno primi proprietari. 

La biblioteca del Collegio Alberoni a San Lazzaro

Un caso a parte il destino capitato a quella parte della città che prende il nome dall’ Ospedale per i lebbrosi dedicato a San Lazzaro. San Lazzaro, comune fino al 1923, è l’unico esempio di integrazione con la città, per la vicinanza e per la successiva presenza di un Collegio quale l’Alberoni. Dal Collegio Alberoni, fondato nel 1751, sono usciti personaggi come Gian Domenico Romagnosi e Melchiorre Gioia, ben cinque Cardinali tra cui il segretario di Stato Agostino Casaroli. Nella Pinacoteca è conservato il famoso “Ecce Homo” di Antonello da Messina, il più intenso e drammatico capolavoro dell’artista siciliano. La presenza dell’Università Cattolica e dell’Ente Fiere hanno completato l’opera di integrazione al tessuto cittadino. Da libero Comune di confine (con Rimini delimitava la via Emilia) a periferia di città. Resto dell’avviso che sarebbe stato meglio fosse rimasto un libero comune che periferia cittadina. – Malo hic esse primus quam Romae secundus -.

Ripulitura da parte di volontari dell’area verde che sarebbe in seguito diventato il ‘giardino di Tino il Marziano’, all’anagrafe Ernesto Maestroni

Non ho finora parlato dei personaggi delle varie frazioni ed alcuni lo meritano sinceramente, basti pensare al “Tinu al luc” all’anagrafe Ernesto Maestroni, di Tobruk: «Diceva di essere in contatto con gli extraterrestri – scrivono Maurizio Sesenna e Bruna Milani nel commovente “ricordo a più voci” intitolato “Al Tinu” – ma forse intuiva che gli alieni eravamo noi». Aveva la sua base logistica nella frazione ma comunicava con l’intero universo attraverso fili e transistor che assemblava come strampalate sculture che poi così insolite non l’erano se oggi noi spesso le ammiriamo in certe esposizioni di arte plastiche contemporanee. È meritevole l’avere pensato di dedicargli un’area verde a Borgotrebbia, proprio quest’anno, da parte di un gruppo di volontari della frazione che di quel verde se ne sono fatti carico, rendendola fruibile alla cittadinanza.

La festa della mietitrebbia promossa da Antonio Marchini a Bosco dei Santi di Mortizza

Non ho parlato di Antonio Marchini, agricoltore ed organizzatore di eventi. Il suo recitare “barzellette” è un fine poetare, che si esprima in lingua o in vernacolo. La risata finale è garantita, ma dietro ad ogni storiella allegra c’è sempre un’amara riflessione sulla realtà politica e sociale contemporanea. È stato l’ideatore del tendone di Mortizza, una struttura smontabile come un tendone da circo, che fino a qualche anno fa animava una periferica frazione, ponendola al centro non solo di Piacenza, ma d’Italia. Oltre a Sindaci, Prefetti, erano presenti Primari di Presidi Ospedalieri di varie regioni, Direttori di testate giornalistiche, Politici e Cardinali, Ministri della repubblica. Mortizza diventava, come il mondo piccolo di Guareschi, l’ombelico del mondo. Creatore dell’associazione “La mietitrebbia” che intendeva valorizzare, partendo dalle macchine agricole, lo sviluppo dell’agricoltura, è stato protagonista insieme al cardiochirurgo Mario Viganò dell’annuale premio “Cuore d’oro città di Piacenza”. Tutte le premiazioni terminavano infine con una popolare, tradizionale ed abbondante cena nei locali della Canonica della Chiesa di Santa Maria Nascente di Bosco dei Santi. Se è vera l’affermazione del Guareschi che il Po inizia a Piacenza, allora sarà vera l’affermazione che il Cavaliere Antonio Marchini da autentico emiliano, potrebbe ben figurare solo nelle storie del mondo piccolo di Giovannino.
Cavaliere sì, perché Antonio Marchini  ha ricevuto l’onorificenza dal presidente della Repubblica  Oscar Luigi Scalfaro nel 1998.

Mirta Quagliaroli insieme a Silvana Gnecchi e Gloria Luzzani, candidate consiglieri della lista 5 Stelle Piacenza nel 2012, incontrano Cesare Fadda, Comitato pro Ivaccari e Mucinasso

In data 27 dicembre 2006, riceve la stessa onorificenza il ragioniere Cesare Fadda: Cavaliere al merito della Repubblica Italiana. Non si può parlare di frazioni e non citare Cesare Fadda. L’onorificenza gli è stata conferita dal Presidente Giorgio Napolitano per essersi distinto proprio nell’impegno profuso per migliorare le condizioni di vita delle frazioni oltre che promuovere diverse iniziative benefiche. La coerenza del personaggio può essere colta nella motivazioni della sua decisione a non ritirare il Riconoscimento come protesta per la mancanza di volontà politica a risolvere i problemi delle frazioni. Attivo nella frazione già dal 1975, ideatore e creatore del Comitato di cittadini Ivaccari nel 1990, ha costituito nel 2004 il Comitato “Pro Ivaccari – Mucinasso”.  Gli Uffici del Comune credo siano colmi delle sue lettere, delle sue petizioni e si conoscano i suoi numerosi interventi in tutte le pubbliche assemblee cittadine. Non a caso è stato citato in diverse pubblicazioni che di frazioni e di luoghi del piacentino si sono occupati. Qualche testo ha anche riportato infatti le sue osservazioni sulle criticità delle frazioni e le proposte avanzate per la soluzione dei relativi problemi. È un referente sicuro (oltre che Cavaliere è stato anche un Ufficiale dell’Esercito) per chiunque voglia documentarsi sulla storia delle Amministrazioni che si sono succedute negli ultimi trent’anni: delle loro promesse prima delle consultazioni e della loro latitanza dopo l’insediamento!
(Segue)

“Buon 2018 di accoglienza, protezione, promozione ed integrazione a tutte e a tutti!”. È l’augurio che le monache Carmelitane di San Lazzaro (Piacenza) hanno inviato at urbi et orbi