“Il Vicolo della Polvere Rossa”, romanzo di Qiu Xiaolong, Marsilio editore

Sessanta anni di vita in Cina attraverso i racconti degli abitanti di Vicolo della Polvere Rossa a Shangai. Dai tempi della conquista del potere e della Rivoluzione Culturale, dagli studenti inviati ai lavori nei campi affiancando i contadini più poveri alle ronde delle Guardie Rosse per denunciare i ‘revisionisti’ e così fino ai giorni nostri, i tempi del socialismo alla cinese dove la dittatura del proletariato vien sostituita da una sorta di economia capitalista monitorata dallo Stato. L’autore, Qiu, dopo i fatti di Tienanmen ha deciso di emigrare negli Stati Uniti per cui il romanzo risente forse di un punto di vista soggettivo ‘di parte’, ma resta sicuramente una finestra interessante da aprire sul grande universo cinese del quale in realtà ben poco conosciamo. Come del resto per quanto ai tanti immigrati che oggi vivono nel nostro paese gestendo attività produttive o di servizi. Quanti sono i bar, i negozi da parrucchiere, l’offerta di massaggi, i bazar dove trovi di tutto a prezzi irrisori, i ristoranti dove un piatto di spaghetti (di soia) non supera i 3 euro contro i 9 degli spaghetti italiani? Tutti fuggiti dalla dittatura? Macchè. Non uno, tra chi accetta di risponderti, che ti parli male di Mao e degli altri capi, salvo quelli che lo stesso Partito ha posto al margine. Eppure i cambiamenti sono stati epocali ma, ti rispondono, niente di strano, il tempo cammina al fianco dei cambiamenti, nulla deve sempre essere uguale. Non so se questo stia scritto nel famoso libretto rosso di Mao o se l’abbia detto Confucio, sta di fatto che la Cina non è più vicina, la Cina è ormai tra noi, conoscere i cinesi è diventata una necessità ed è per questo che leggere i racconti di Vicolo della Polvere Rossa non può che aiutarci rivelandosi talvolta curioso, talvolta interessante, talvolta emozionante.

Premio letterario GLI IN-EDITI a Sarzana (SP), scadenza 30 giugno

Scadenza iscrizione: 30 giugno 2018.
Quota d’iscrizione: 15 €.
Sezioni: Racconto inedito, Romanzo inedito.

Organizzato da: Casa Editrice GD Edizioni Srl
  Via Variante Cisa ang. Via Ronzano – 19038 Sarzana (SP)
  [email protected]
  +39.0187.626239

Con il patrocinio del Comune di Sarzana.
Evento di premiazione: ottobre 2018.

Regolamento Bando
art. 1
Le opere iscrite al concorso dovranno essere inedite ovvero mai pubblicate sia in forma cartacea che digitale (e-book o web) pena l’esclusione.

art. 2
Il concorso si articola in 2 sezioni: “romanzo” e “racconto”. Entrambe le modalità narrative dovranno avere le segueni specifiche tecniche:
Formato pagina: A5 – Font: Garamond – Corpo: 12 puni – Margini pagine: sup. 2 cm, laterale 2,5 cm, inferiore 3 cm. – Numerazione centrale a 1,5 cm dal margine di fondo pag.
Narraiva – romanzo: l’opera non deve superare le 450.000 battute corrispondeni a 150 pagine di 40 righe e 75 battute ciascuna. Deve essere accompagnata da una sinossi di massimo 3000 battute e da una biograia dell’autore di massimo 3000 batute.
Narraiva – racconto: l’opera non deve superare le 45.000 battute corrispondenti a 15 pagine di 40 righe e 75 battute ciascuna. Deve essere accompagnata da una sinossi di massimo 1500 battute e da una biografia dell’autore di massimo 3000 battute.

art. 3
Le opere devono essere inviate in formato pdf al seguente indirizzo [email protected] insieme alla scheda di iscrizione ed alla copia della contabile della quota di partecipazione di € 15.00 che andrà bonificata sul c/c bancario intestato a GD Edizioni srl acceso presso Credit Agricole Carispezia Iban IT88k0603049840000047130506
L’organizzazione provvederà ad inviare una mail che attesti l’avvenuta ricezione. Le opere dovranno essere inviate entro il 30.06.2018.

art. 4
La premiazione si terrà ad otobre 2018 presso il Teatro degli Impavidi di Sarzana. Le opere pervenute saranno valutate da una giuria tecnica composta da giornalisti, scrittori e specialisti del settore che selezionerà 20 lavori, 10 per la sezione narrativa – romanzo e 10 per la sezione narrativa – racconto.

art. 5 PREMI
Sezione narrativa – romanzo
primo classificato: pubblicazione di n. 100 libri
secondo classificato: pubblicazione di n. 50 libri
terzo classificato: pubblicazione di n. 20 libri
La pubblicazione è comprensiva di:
– stampa del libro
– bollino SIAE (tutela diritto d’autore e proprieta’ intellettuale)
– codice Isbn (internaional standard book number identifica a livello internazionale in modo univoco e duraturo un titolo o una edizione)
– biblioteca nazionale (cosituzione archivio nazionale della produzione editoriale)
– prestampa/grafica (controllo sommario impaginazione e creazione coperina (1h circa)
Sezione narraiva – racconto
pubblicazione racconto dal primo al decimo classificato in una raccolta
primo classificato: pubblicazione di n. 100 libri
secondo classificato: pubblicazione di n. 50 libri
terzo classificato: pubblicazione di n. 20 libri
dal quarto al decimo classificato n. 1 copia e sconto del 30% su pubblicazione e stampa libro
La pubblicazione è comprensiva di:
– stampa del libro
– bollino Siae (tutela diritto d’autore e proprietà intelletuale)
– codice Isbn (internaional standard book number idenifica a livello internazionale in modo univoco e duraturo un titolo o una edizione)
– biblioteca nazionale (cosituzione archivio nazionale della produzione editoriale)
– prestampa/grafica (controllo sommario impaginazione e creazione coperina (1h circa)

Per il primo classificato ci sarà la possibilità, nei mesi successivi alla premiazione (ottobre 2018), di presentare il proprio libro in contesti differenti: librerie, ristoranti, manifestazioni di promozione culturale del libro nel nostro territorio, in modo da creare un seguito della vita dello stesso.

Sconto del 10% su pubblicazione per tutti i partecipanti.

Premio letterario “Città di Forlì”, scadenza 28 maggio 2018

Il Centro Culturale L’Ortica di Forlì – Sezione orticadonna bandisce la quindicesima edizione del Premio Letterario Nazionale “Città di Forlì”

Il concorso si articola in quattro sezioni:

  1. Premio Sandra Mazzini per la poesia inedita in lingua italiana. Ogni concorrente deve inviare 3 poesie inedite, mai premiate in altri concorsi, della lunghezza massima di 30 versi ciascuna, in 7 copie dattiloscritte, anonime, debitamente titolate e spillate in gruppi da 3. Va unita alle opere una busta chiusa contenente i seguenti dati: nome, cognome, indirizzo, numero di telefono dell’autore ed eventuale e-mail, e titoli delle poesie inviate, autorizzazione al trattamento dei dati personali e attestazione che si tratta di opera inedita di propria creatività;
  2. Premio Luciano Foglietta per la traduzione, riservata quest’anno alle seguenti lingue: bulgaro, francese, inglese, portoghese, russo, slovacco, spagnolo, tedesco. Ogni concorrente dovrà inviare la versione italiana inedita di tre poesie (lunghezza minima 10 versi – lunghezza massima 50 versi) dello stesso poeta straniero contemporaneo (sec. XX-XXI), scelto dal traduttore, unitamente ai testi editi o inediti in lingua originale, in 9 copie dattiloscritte, anonime, debitamente titolate e spillate in gruppi da 3, indicando il nome e la lingua dell’autore tradotto. Va unita alle opere una busta chiusa contenente i seguenti dati: nome, cognome, indirizzo, numero di telefono ed eventuale e-mail del traduttore, nome dell’autore straniero scelto e titoli delle poesie tradotte, autorizzazione al trattamento dei dati personali e attestazione che si tratta di traduzione inedita di propria creatività;
  3. Premio Irene Ugolini Zoli per la prefazione a un volume di poesie. Inviare tre copie del volume edito non anteriormente al 2012, indicando nomee cognome del prefatore, indirizzo, numero di telefono, eventuale e-mail e autorizzazione al trattamento dei dati personali. È accettato l’invio sia da parte di case editrici che dagli stessi prefatori;
  4. Premio IN Magazine per la prosa inedita. Inviare un racconto inedito, mai premiato in altri concorsi, della lunghezza massima di 5 cartelle editoriali (30 righe per 60 battute, a cartella) in 5 copie dattiloscritte, anonime, e una copia in file, senza indicazione dei dati dell’autore, all’indirizzo e-mail: [email protected]. Va unita all’opera una busta chiusa contenente i seguenti dati: nome, cognome, indirizzo, numero di telefono, e-mail dell’autore e titolo del racconto; autorizzazione al trattamento dei dati personali e attestazione che si tratta di opera inedita di propria creatività. Gli stessi dati vanno inseriti in un file a parte che accompagna la spedizione a mezzo e-mail.

I concorrenti di età inferiore ai 14 anni, dovranno indicare la data di nascita all’esterno della busta contenente i dati anagrafici.

Non è richiesta alcuna tassa di partecipazione.
Le opere dovranno essere inviate, per posta ordinaria, entro e non oltre il 28 Maggio 2018 al Centro Culturale L’Ortica – Via Paradiso, 4 – 47121 Forlì (indicando la/le sezione/i a cui si partecipa). Telefono e fax: 0543/092569, e-mail: [email protected].

Non sono accettate le opere inviate a mezzo posta celere e a mezzo e-mail (escluso il racconto di cui alla sezione prosa inedita). Il materiale inviato non sarà restituito. I libri di poesia verranno donati a biblioteche e scuole locali.

Premi:

Al primo classificato:

  • della sezione a): pubblicazione della poesia vincitrice sul quotidiano Il Resto del Carlino
  • della sezione b): pubblicazione della poesia vincitrice, con testo a fronte, sul quotidiano Il Resto del Carlino
  • della sezione c): opera dell’artista Irene Ugolini Zoli (1910-1997);
  • della sezione d): servizio speciale sulla rivista In Magazine, con intervista all’autore e pubblicazione del racconto vincitore, al secondo classificato pubblicazione del racconto sulla rivista Avis notizie, e al terzo classificato pubblicazione del racconto sulla rivista letteraria L’Ortica.

Ai secondi e terzi classificati dell sezioni a), b) e c): oggetti in ceramica realizzati artigianalmente e offerti da Ceramiche Artidea di Meris Giardini, opere d’arte offerte da alcuni artisti e dall’Avis Provinciale di Forlì-Cesena, e opere letterarie; riceveranno premi anche i finalisti e segnalati di ogni sezione. A vincitori, finalisti e segnalati, che saranno informati telefonicamente o a mezzo e-mail, sarà inoltre consegnato un artistico diploma realizzato da Over Cover Scriba.

Saranno conferiti anche i seguenti premi:
Premio La Cócla, offerto dal Centro di Educazione Ambientale di Forlì
e Premio Renzo Camporesi riservato agli under 14.

La premiazione avrà luogo alla fine di Settembre, a Forlì, all’interno della Cittadella del Buon Vivere (Data e luogo saranno tempestivamente comunicati). E’ d’obbligo la presenza dei vincitori, pena la decadenza del premio, salvo comprovati e documentati motivi di impedimento, nel qual caso è consentita la delega.

I risultati saranno comunicati a mezzo stampa, in internet e su www.facebook.com/centroculturalelortica.

“Bello, elegante e con la fede al dito”, romanzo di Andrea Vitali, Garzanti editore

Vitali può piacere, stancare, non piacere ma di certo lo possiamo definire il re del gossip, del pettegolezzo, di piccoli peccatucci della bella provincia italiana. La location come di consuetudine Bellano, amabile paesino di riva destra del Lario, a poca distanza da Lecco, tre ore di traghetto da Como. Il medico convenzionato che da anni lavora negli ambulatori di oculistica dell’ospedale giunge al momento della pensione e finalmente può dedicarsi alla sua passione: lunghi viaggi per il mondo. Ma prima di partire propone all’amministrazione come suo sostituto il dottor Adalberto Casteggi di Milano,quarantenne, bello, elegante e appunto con fede al dito. Che accetta, per un anno, attratto dalla necessità di ‘staccare’ per due giorni alla settimana dalla routine dello studio milanese immergendosi nella bruma del lago. Inevitabile l’avventura galante, proprio con la prima delle clienti. La Rosa Pescegalli, più che piacente trentacinquenne affetta da un lieve presbiteismo. Sola anzi single per scelta dopo una pesante ‘trombatura’ ricevuta anni prima da un fascinoso calciatore del Lecco, di cuori maschili ne ha fatti battere parecchi ma senza mai volersi legare oltre a qualche incontro occasionale, temporalmente limitato. Come potrebbe, per quanto ne sa lei, concludersi la storia con Adalberto, fatta appunto di incontri nelle sere del suo arrivo a Bellano prima del ritorno dalla moglie alla quale la Rosa riconosce comunque il ‘diritto di proprietà’ sulla vita del medico. Ma quando nella ‘bomboniera’, il piccolo appartamento vista lago che Adalberto ha affittato a Varenna, Rosa trova un paio d’occhiali da signora con montatura speciale, ‘da gatta‘ e pochi giorni dopo vede gli stessi occhiali sul naso di quella signora che già gli aveva fregato il calciatore del Lecco e se l’era portato all’altare, il presunto tradimento impone vendetta. Tutto ovvio e semplice ma Vitali sa come non smentirsi e per Adalberto iniziano guai grossi. Che gli cambieranno completamente la vita. Forse. Per saperlo non resta che leggere.

Varenna: ma l’immaginiamo una bomboniera vista lago dove incontrare la bella Rosa Pescegalli in un luogo da favola come questo?

“Una questione di pane per l’87° Distretto”, romanzo giallo di Ed McBain, Mondadori editore

Un nuovo incontro con i romanzi di Ed McBain, pseudonimo di Evan Hunter nato Salvatore Albert Lombino, scrittore inesauribile, sceneggiatore cinematografico tra i cui scritti da ricordare ‘Uccelli’ portato poi sul grande schermo da Alfred Hitckok. Venuto meno nel 2005, a 79 anni, ha lasciato centinaia di libri che ancora oggi possiamo trovare in qualche bancarella oppure, più tranquillamente, sui grandi siti di vendita nuovo o usato, da Amazon a e-bay. In questo caso ho trovato in edicola nei tipici resti di magazzino debitamente incellofanati in copia e rimessi sul mercato estivo un ‘classico del Giallo Mondadori’. Esattamente il numero 29 dei 55 romanzi della serie con le storie dell’87° Distretto della grande mela e in particolare del detective Steve Carella. Quanto alla trama, l’indagine ha come punto di partenza un incendio doloso del magazzino di Roger Grimm, incendio nel quale vanno in fumo 250mila dollari in piccoli animali in legno importati dalla vecchia Europa capaci di fruttare più o meno il doppio della cifra investita. Purtroppo la perdita della partita, praticamente già venduta, fa venir meno l’incasso e quindi la possibilità di pagare il conto del nuovo ordine già fatto con la merce in arrivo via mare. Insomma, per Grimm è l’ombra del fallimento. Ma non basta. Intanto le assicurazioni con le quali si era garantito un buon margine di sicurezza, non pagano: vogliono la certezza che l’incendio non sia opera dello stesso proprietario del magazzino. Insomma, ecco lo spunto per l’avvio dell’ennesima indagine da parte dell’87° e, subito, nuovi colpi di scena: con un nuovo incendio, quello della villa di Grimm, e dopo poco l’omicidio del guardiano del magazzino andato in fumo. Come sempre magistrale la capacità di Ed di prendere per mano il lettore e portarlo da un colpo di scena all’altro accompagnando il tutto con parentesi sulla contemporanea vita familiare di Carella e compagnia perchè anche i poliziotti hanno momenti di lavoro e momenti di pausa, vita privata insomma. Ed è forse questo che rende piacevolissimo l’incontro con la penna e la fantasia di McBain non a caso premiato nel 1986 con l’autorevole Mystery Writers of America. Con il rammarico quindi che la lunga strada di Carella, di Ollie, di Hawes, si Parker e di tutti gli altri dell’87° è giunta al capolinea. 

“Il fuoco della violenza”, racconto di Renza Dealberti sul femminicidio, Aracne editrice

Ma cosa resta nella mente o nella vita di una donna che ha amato e subisce la violenza dell’uomo? L’uomo che diceva di amarti, al quale ti sei affidata ed ora chiami “il mio sequestratore“.

Quando conobbi l’amore, racconta la protagonista del racconto, solo promesse di felicità e rispetto riempivano i miei giorni. Solo dopo mi resi conto di quanto sia difficile riconoscere l’Amore vero. Spesso i sentimenti si confondono con la passione e si tralasciano avvisaglie che sfociano in drammi. Non mi sono mai preoccupata di una gelosia che non annullava il buono che c’era. Confondevo la sua invadenza con una sorta di parsimoniosa attenzione. Era, invece, marcare il territorio. Ritenersi proprietario e non compagno. Era arrogarsi il diritto di esclusività e non di condivisione. Era considerarsi succursale dei pensieri e della libertà dell’altro. Non era Amore. Amore è un’altra cosa! L’Amore vero è semplice perché è incondizionato: nulla in cambio, se non il bene!”

Questo uno dei tanti passaggi del libro di Renza attraverso il quale una donna, vittima degli abusi da parte del compagno, si racconta, giorno dopo giorno, rivela delle sue paure, delle sue delusioni, delle sofferenze per un corpo martoriato, della rinuncia a coinvolgere la madre che forse potrebbe aiutarla ma a sua volta soffrendo, così fino al rifiuto di rispondere al telefono, alla consueta chiamata di controllo, sapendo che al suo rientro lui sfogherà la rabbia bestiale di uomo padrone. Fino alla soluzione finale che finalmente la riporterà verso la libertà, verso la riconquista della sua dignità di donna.

Segreti silenzi, olio su tela di Franco Lo Cascio

 

“Qualcuno tornò sul nido del cuculo”, i racconti di Radio Shock Piacenza, Officine Gutenberg editore

Avvenne molti anni fa, non ricordo neppure quanti e men che meno il perché: mi ritrovai in un grande salone dove ancora permaneva una comunità di quelli che erano stati gli ospiti dell’ospedale psichiatrico. C’erano una ventina di persone, uomini, donne, qualcuno di mezza età, la maggioranza avanti con gli anni. Chi seduto con lo sguardo perso nel nulla, chi a muoversi strascicando i piedi, chi immobile ad ammirare l’azzurro del cielo esterno, oltre alla finestra con le sbarre. I pazzi, quelli tosti, quelli matti da legare e tanta amarezza nell’allontanarmi. Con un ricordo ancora più lontano, quando ero un bambino e andavo in campagna dai nonni. Ogni tanto nella casa vicina il Mario tornava dall’ospedale psichiatrico: non parlava con nessuno, stava sempre seduto e con la roncola tagliuzzava un bastone. I grandi ci dicevano di stargli lontano, che poteva essere pericoloso. A noi bambini non ha mai fatto nulla di male ed anzi qualche volta con noi parlava, raccontava di viaggi fatti nelle terre oltre il mare, di grandi praterie, di strani buoi che lui chiamava bufali e di foreste abitate da lupi, orsi, tantissime volpi ma ci diceva di stare tranquilli se di notte nella valle sentivamo ululare: “da noi non ci sono lupi, solo cani che si chiamano, che si salutano da una casa all’altra”. Un giorno poi Mario è tornato in ospedale e, mi hanno raccontato, è stata l’ultima volta, nell’ospedale psichiatrico ha finito la sua storia terrena lasciando ai parenti, che lo avevano sempre lasciato solo, un buon gruzzolo da libretto di pensione d’invalidità. Poi ci sono i matti, quelli per la strada, quelli che potevi o puoi incontrare spesso in giro per la città. Come non citare il Tino, quello che girava con l’antenna sulla bicicletta per parlare con gli extraterrestri. Ma sono tanti, innocui, semplicemente con problemi di adattamento sociale, isolati, incapaci di relazionarsi fermo restando che siamo certi che i normali siano veramente normali? Ecco: come definire la normalità? Leggendo questa raccolta di storie di persone impegnate in un percorso di assistenza psichiatrica (che tra l’altro li vede occupati addirittura nella redazione di una radio, appunto Radio Shock), non possiamo a tratti evitare di commuoverci ma spesso anche di chiederci quale sia il punto di vista corretto, dove sia la normalità e dove invece si possa parlare di un mondo e di un vissuto diverso, “oltre”. Decisamente quindi un grazie al dottor Emanuele Guagnini, direttore dei Centri Salute Mentale dell’ospedale di Piacenza, agli operatori del Centro, agli autori del libro che hanno intervistato e raccolto le testimonianze degli ospiti del Centro. Tutti insieme ci introducono a questo mondo altro con i suoi amori a senso unico, le sue fobie, la vicenda del ballerino sedotto e abbandonato, i rapporti talvolta difficili con i genitori e naturalmente con tutti gli altri personaggi che animano questo nostro spicchio di vita, l’inserimento in attività lavorative magari per far candele fino al racconto di chi afferma d’aver trovato un sommergibile sul fondo del Po ma si guarda bene dal rivelare dove: chissà, forse per non essere preso per matto.

Fuga dal manicomio, olio su tela di Antonio Chiarello

“Gli alieni in Val Trebbia, l’universo, l’immortalità e il gioco delle bocce”, romanzo di Filippo Fornari, edizioni Officine Gutenberg

Oserei dire luci splendenti ed ombre oscure. Convivono in questo romanzo che accomuna chiacchiere da bar (anzi da bocciofila di provincia) tra esodati, pensionati, lavoratori autonomi costretti al lavoro per sfuggire alle accuse della moglie d’essere ormai consumati (a letto). D’altro canto dissertazioni (sempre al bar) da parte del protagonista in tema di scienza e soprattutto di astronomia. Antimateria, antiuniverso, Big Bang, Elettroni, Fascia di Van Allen (che non è la Fascia di Van Basten quando giocava nel Milan), Neutroni e neutrini, Nane Bianche (e guai a pensare a donne piccole messe di fianco ad una nera watussa) e via disquisendo spesso tediando l’incauto lettore che, tradito dal titolo, già pensava ad avvistamenti alieni nella verde Val Trebbia. Per fortuna dalle stelle ad ogni capitolo (son ventuno in tutto) si passa alla stalla (in questo caso la bocciofila) dove tra un bianchino (un buon Ortrugo tutto piacentino sicuramente delle cantine Bonelli di Rivergaro) e un caffè (forse della Musetti di Pontenure) si consumano chiacchiere e si tirano bocce. Raccontando storie e pettegolezzi legati alla piacentinità e alla vita, ai modi di essere e ai modi di dire di questa terra posta alla fine della romana via Emilia ad un passo dal confine con la Gallia e la terra dei celti dove notizie di alieni (almeno nel romanzo) non ne troviamo mentre sappiamo di certo che qui i romani le buscarono di santa ragione da Annibale come ricorda il monumento all’elefante da battaglia sito in località Tuna. Insomma, un libro curioso che a tratti ci costringe a navigare nello spazio e in altre pagine ci fa ridere di gusto passando da un cardinson (credenzone, noto mobile, ma nel caso nostro, donna robusta di regola da evitare con cura) ad un gramlon (giocatore scarso tanto a carte quanto sui campi di calcio), da un pasgat (pescegatto ovvero animale da poco che vive nel Grande Placido Fiume ma anche omuncolo di poco peso e valore), fino al sarocco (pugno) che il protagonista riceve per aver messo il bastone tra i giochi del ciuleur (in francese trombeur des femmes) del paese. E allora? Vada come vada (ogni lettore un piccolo mondo), non resta che abbandonarsi alla lettura. Con un sunto finale: urono i piacentini Fermi e Amaldi a scoprire i neutroni lenti che furono poi essenziali per la realizzazione dei reattori nucleari e in fine per arrivare alla bomba atomica. Che per fortuna nel nostro spazio-tempo ci arrivarono prima gli americani che i nazisti, sperando di non finire un giorno catturati da un buco nero spaziale finendo in un universo parallelo dove magari sono arrivati primi i nazisti.

“Dormiveglia in Val Trebbia al suono delle note di Shearing”, acrylic on plywood, di Corrado Cataudella, artista pittore in Bologna

 

L’intervista impossibile a Gabriel Garcia Marquez, di Alberto Zanini (dal blog ‘I gufi narranti’)

Dopo lo scalo a Bogotà, sono a Cartagena per “L’Hay Festival di Cartagena de Indias.”

Quale occasione più ghiotta per un breve tour, nella città più bella della Colombia, in compagnia di Gabriel Garcia Marquez. L’emozione è forte, ma lui, con il suo sorriso bonario, mi rassicura e incoraggia.

Passeggiamo sulla spiaggia di Bocagrande tra schiamazzi di ragazzini e palloni che sfrecciano impazziti.

Parli un italiano discreto. Quando lo hai imparato?”

Venni a Roma nel 1955, avevo 28 anni ero inviato del quotidiano ‘El Espectador’. Il mio compito era seguire lo stato di salute del Papa Pio XII. Non ci crederai, ma aveva una crisi di singhiozzo. Feci anche altri articoli, sul Festival di Venezia, sull’omicidio di Wilma Montesi ed ebbi anche occasione di iscrivermi al corso di regia del Centro sperimentale di cinematografia.

Camminando sulla spiaggia incontriamo delle donne, con delle vesti variopinte, che tengono sulla testa dei catini di alluminio pieni di frutta tropicale.

Queste sono le ‘Palenqueros., vendono la frutta. Sono tipiche di Cartagena. Credo che le troverai solo qui.”

Lasciata la spiaggia ci avviciniamo verso il centro storico.

“Gabo, un giorno hai detto: ‘Ho avuto una fortuna mal distribuita’. Perché?”

Perché fino a quarant’anni non ebbi né soldi né successo, e dovetti arrangiarmi per mantenere la mia famiglia, facendo mille lavori finché non scrissi “Cent’anni di solitudine”che mi fece diventare famoso.”

Come è nata in te l’idea di Cent’anni di solitudine?”

Avevo diciassette anni quando inizia a scrivere un romanzo che s’intitolava: ‘La casa de Los Buendias’, ma non riuscivo ad andare avanti con la storia. Accantonai l’idea finché non decisi di riprendere in mano il romanzo e scrissi ‘Cent’anni di solitudine’. Per anni ho odiato quella storia, perché volevo scrivere un libro e non creare un mito, e per tanti anni sono rimasto prigioniero di quel libro. Non ho scritto la storia della mia vita, ma parla di ricordi, della gente e del mio paese. Il mio libro preferito è: ‘L’amore ai tempi del colera’, e mi piacerebbe che la gente si ricordasse di me per questo.”

Come mai hai chiamato Macondo il paese dove si svolge Cent’anni di solitudine?”

In realtà Macondo era una scritta che lessi all’ingresso di una piantagione di banani. Dovrebbe essere un albero dei tropici, e con il suo legno si costruiscono canoe.”

Si parla di te come l’inventore del “realismo magico

“Non credo che sia esatto. Prima di me Borges e Dino Buzzati hanno scritto opere con elementi magici o sovrannaturali che i personaggi accettano senza cercare di spiegarli. Anche questo è realismo magico.”

Nel frattempo, attraversando piazza S.Domingo, vedo una grande scultura di metallo che raffigura una donna nuda sdraiata.

Non conosco questa opera, ma riconosco lo stile dell’autore. Botero e te siete sicuramente i colombiani più conosciuti all’estero. Avete mai avuto dei rapporti artistici?

“Questa scultura si chiama ‘La gorda Gertrudis’ che in italiano vuol dire La grassa Gertrude. Io e Fernando eravamo 2 giovani, ed incominciavamo ad essere conosciuti in Colombia, quando nel 1960 scrissi il racconto: ‘La siestas del martes’ e lo proposi al quotidiano El Tiempo, chiedendo però esplicitamente che fosse illustrato da Botero. Venni accontentato e fui molto contento.”

Che rapporto hai avuto con la poesia?

“Molto forte. Fin da giovane amavo leggere le poesie, ogni momento era quello buono. Andavo nella Biblioteca Nazionale, in una sala di musica, a leggere le poesie, e quando era l’ora di chiusura, prendevo il tram e con 5 centesimi continuavo a fare il giro leggendo. La sera terminavo la mia giornata nei fumosi caffè della zona vecchia della città, a chiacchierare di poesie, mentre il mondo faceva l’amore.”

Siamo nel quartiere di Getsemani e con garbo Marquez mi guida verso un tavolino del Caffè Havana, dove lo scrittore ha ambientato molte sue storie. Con due bicchieri di Ron Viejo de Caldas davanti riprendiamo la chiacchierata.

Ho letto che ti piace anche la musica.”

“Certamente, anche la musica ha rivestito un ruolo molto importante nella mia vita. Amo molto il violoncello. Per la verità, una volta per scriver avevo bisogno del silenzio assoluto per potermi concentrare, in seguito ho imparato a scrivere con un sottofondo musicale. Quando scrissi ‘L’autunno del Patriarca’ ascoltavo continuamente il Terzo Concerto per Pianoforte di Bela Bartok, e non so come fecero a saperlo, ma quando ricevetti, nel 1982, Nobel per la Letteratura in sottofondo misero quella musica.” mentre conclude un sorriso illumina il suo viso incorniciato dalle folte sopracciglia.

In quella occasione il tuo discorso colpì molte coscienze.”

Citai Faulkner che, quando gli consegnarono il Nobel, disse: “Mi rifiuto di ammettere la fine dell’uomo”. Nel mio discorso parlai della solitudine dei sudamericani, del disinteresse che il mondo aveva per il Sud America, parlai dei desaparecidos, dei colpi di Stato e delle guerre”

Quel giorno ti presentasti in una veste insolita, rompendo un po’ la tradizione che prevede come vestito il frac.”

Indossavo il ‘liqui-liqui’ che è una camicia bianca tipica della zona caraibica. In realtà il frac per me è il vestito dei becchini e dei morti.”

Hai abbandonato i tuoi studi universitari per fare il giornalista.”

Ricordo che mio padre non ha mai voluto accettare la mia decisione. Ho amato molto fare il giornalista, anche se devo dire che il giornalismo è la forma più bella di morire di fame.”

Hai sempre avuto un rapporto molto forte con il cinema, anche in Italia hai avuto modo di frequentare attivamente quell’ambiente. Hai anche finanziato la Fondazione del nuovo cinema latino Americano di San Antonio de Los Banos.”

In quel periodo rilasciavo interviste televisive che mi venivano pagate molto bene, ed io davo quei soldi alla scuola dove insegnavo sceneggiatura. Però sono convinto che con la scrittura si possa fare di più che con il cinema.

La tua meticolosità nello scrivere è rimasta proverbiale.”

Si, sono maniacale, riscrivevo 6 volte ogni romanzo. Voglio avere ben chiara la storia che scriverò, e il primo paragrafo è la cosa più importante e complicata da scriver. Il resto viene di conseguenza.

Abbiamo ripreso a camminare e in Plaza Bolivar di fronte a quello che fu il Palazzo dell’Inquisizione vi sono delle panchine. Gabo me ne indica una e dice: “Quante notti passai a dormire sulla panchina. Non avevo i soldi e non potevo permettermi una stanza un sorriso amaro si apre sotto i suoi folti baffi.

Si è parlato molto della tua amicizia con Fidel Castro e della tua simpatia per il comunismo.

Conobbi Fidel nel gennaio del 1959. Ma non capisco perché si attaccano le etichette alla gente. Nel 1957 scrivevo per il giornale El Espectador e feci un reportage sull’Unione Sovietica, Ungheria e Polonia prendendo le distanze da quei regimi. Non sono comunista, non conosco il marxismo e non ho mai letto niente in merito. Vivendo in America Latina ho capito però molte cose comprese le necessità della mia gente. L’amicizia con Fidel si è allargata anche verso il popolo cubano. L’amore io non riesco a spiegarlo, io di solito lo uso l’amore. A proposito di Fidel, ricordo che un giorno lo accompagnai in un viaggio in India. Doveva incontrarsi con il primo ministro Indira Gandhi. Rimasi in aereo ad aspettarlo, ma quando la Gandhi seppe che c’ero anch’io sali sull’aereo perché voleva conoscermi. Diventammo amici e le promisi che sarei tornato in India per visitarla assieme a lei. Poco tempo dopo venne assassinata e io non tornai mai più in India.

Mentre ci addentriamo nei vicoli stretti del centro storico una languida atmosfera ci stordisce e ci culla, e Gabo mi dice: “La vita non è quella che uno ha vissuto, ma quella che uno ricorda e come la ricorda per raccontarla. Sarebbe stata una bellissima chiacchierata, se io non fossi morto il 17 aprile 2014.

“Amici per paura”, romanzo di Ferruccio Parazzoli, Società Editrice Milanese

I nostri soldati combattevano. Vincevano. Perché i nostri soldati non potevano che vincere, lo ripeteva continuamente la radio. Contro gli altri. Gli inglesi, i francesi, i greci, gli albanesi, i neri. Vincevano insieme ai soldati tedeschi. Oppure soli ma vincevano sempre. Qualcuno moriva ma questo faceva parte del gioco. Perché i grandi talvolta muoiono. Qualcuno. Per poter vincere. Vincevano. In Africa, in Francia, in posti mai sentiti come l’Albania. Ma venne il tempo che il papà annunciò l’arrivo di tempi bui. C’era gente che stava andando in montagna. Gente che erano stati soldati ed ora non lo erano più. Gente tornata dalla Russia, dall’Africa, dalla Grecia e che ora andava su nelle montagne. C’erano aereoplani degli altri che sorvolavano Roma e un giorno qualcuno lasciò cadere al suolo le bombe e bisognava correre tutti al riparo nei rifugi. Qualcuno non faceva in tempo e moriva tra le macerie delle case che crollavano. Arrivarono i tedeschi ad occupare la città e i bombardamenti aumentarono ma anche senza bisognava stare attenti a girare con la bicicletta o ad andare alla ricerca di legna tra le rovine delle case. Specie di sera quando bisognava stare chiusi in casa oscurando le finestre in modo che nessuna luce potesse essere vista dall’esterno quando le sirene suonavano. E un giorno gli altri sbarcarono ad Anzio avanzando verso Roma, ma furono bloccati a Cassino e così, annunciò il papà, fu preferibile che la mamma e i figli sfollassero, raggiungessero amici e parenti nei paesi in campagna, dove gli aeroplani degli altri non arrivavano. Si pensava. Si credeva. Ci si illudeva. Ma ci si sbagliava. Venne il tempo che nessun luogo era più sicuro. La guerra era ovunque e non si capiva più chi erano i nostri e chi gli altri. C’erano quelli che erano stati soldati ed erano andati in montagna ma c’erano anche in città quelli che non erano mai stati soldati ma volevano combattere i tedeschi alleati dei nostri soldati. Ecco. Tempo di guerra visti con gli occhi di un ragazzino che con gli amici combatte la guerra con i soldatini. Tanto lo si sa, i soldati possono morire, possono morire gli adulti, cadono i soldatini. I bambini no, i bambini non possono morire, possono cadere ma subito si rialzano, per i bambini la guerra è solo un gioco. Un romanzo particolare, un punto di vista ‘altro’, da leggere d’un fiato per riflettere tanto più quando in Siria, in Libia, in Palestina, ovunque ancora oggi si combatte sono proprio i bambini e i ragazzi le prime vittime di chi si presenta armi in pugno.

Il 19 luglio 1943 avvenne il bombardamento di Roma da parte degli Americani. A farne le spese fu soprattutto il quartiere di San Lorenzo.