“L’infiltrato”, racconto testimonianza di Vindice Lecis, Nutrimenti edizioni

Gli anni nei quali si arrivò ad un passo dalla rivoluzione, gli anni di piombo. Non solo terrorismo da parte di pochi ma anche fenomeno di massa che ha coinvolto tanti ragazzi di allora, pronti anche a sparare e naturalmente a rischiare di persona. Il Paese dei democratici si spezzò in due: chi aprìva al tentativo di dialogo se non proprio con le forze più apertamente dedite al terrorismo quantomeno nei confronti dei movimenti e chi invece riteneva che per difendere lo Stato democratico nessun ‘cedimento’ fosse possibile, qualsiasi fosse il prezzo da pagare. In realtà la forza dello Stato stava nella consapevolezza che comunque l’eversione non aveva il consenso della maggioranza del popolo. Per questo, anche di fronte a situazioni estreme, la trattativa poteva essere momento di forza salvaguardando la vita dei rappresentanti della democrazia. Così, ad esempio, nel caso dell’omicidio di Aldo Moro che, una volta avvenuto, segnò il punto più basso del consenso da parte delle Brigate Rosse e sostanzialmente la fine delle stesse e delle diverse forze fiancheggiatrici. Una linea, quella del dialogo, assolutamente estranea alla politica del PCI che, nel fenomeno dell’eversione, vedeva messo in discussione il proprio stesso consenso che pure aveva raggiunto i suoi massimi livelli storici: facile per la destra e i rappresentanti della moderazione di centro evidenziare presunte connivenze quantomeno d’origine politica tra la sinistra rivoluzionaria e i comunisti di Berlinguer. Il libro di Vindice Lecis ci rivela di come il Pci, per non veder svanire la possibilità di legittimazione all’ingresso nel governo del Paese, operò per individuare e denunciare i soldati della lotta armata collaborando con gli organi dello Stato e con il generale Dalla Chiesa in particolare infiltrando un iscritto in un gruppo di fuoco del movimento. Era quella la strada giusta? Vengono alla luce, pur con la dovuta riservatezza, azioni di spionaggio, documenti interni, riunioni riservate, l’attività di controllo e denuncia nelle fabbriche. Di un’epoca bagnata appunto dal sangue di Aldo Moro e di Guido Rossa. I dubbi, le perplessità, l’ipotesi che potesse esistere una terza via, che non tutte le responsabilità del terrorismo fossero estranee alle deviazioni delle strutture dello Stato stesso, restano ancora oggi un interrogativo senza risposta.

Aldo Moro, opera di Michele De Meo

“Il peso della farfalla”, romanzo di Erri De Luca, Feltrinelli editore

Ci sono romanzi che è facile trascurare e non sai neanche di preciso perché. Forse semplicemente perché ne hai troppi ‘in attesa’ e quel libercolo (70 pagine) ti sembra irrilevante, di scarso peso data la scarsità del volume, delle pagine e anche considerato il titolo: quanto mai può pesare, una farfalla? Del resto, come ti frulla per la testa secondo antico pregiudizio, chi scrive poco, finisce con l’essere un semplice scrittorucolo? Una riflessione che, come dimostra Erri De Luca, non può essere un dogma e prima di dichiararla, andrebbe analizzata, elaborata, soppesata, partendo dalla lettura del presunto ‘libercolo’. Così è per questo peso della farfalla che si posa sul corno dell’animale, laddove pagina per pagina ti trovi a leggere d’un fiato una storia in prosa che profuma di poesia e di profonda riflessione sulla vita, sui rapporti tra soggetti speciali, straordinari. Siamo di fronte a due Re con l’erre maiuscola che vivono nella solitudine della natura e del loro ruolo di straordinarietà: il Re dei camosci da un lato, animale in questo caso con innata la regalità che nessuno, nel branco, osa contestare, mettere in discussione. D’altro lato l’uomo, che merita l’appellativo di Re dei camosci per quanti ne ha saputo uccidere (oltre 300, peggio di Buffalo Bill con i bisonti) nel corso della vita da cacciatore di frodo salendo sulle cime delle montagne, sapendo come e dove tendere l’agguato in attesa del passaggio dei capi migliori. Cacciatore ma che pure vive in simbiosi con le sue vittime (e soprattutto con quel Re che invano insegue da una vita) secondo un preciso codice di valori. Quale lo spirito, quale la logica, quali i metodi dell’uno e dell’altro per condurre una battaglia che appunto accompagna tutta la vita, il primo per sfuggire alla canna del fucile, il secondo per aggiudicarsi l’ultimo trofeo, quello più importante? Così, fino all’ultima battaglia, quella che si conduce al tramonto, quando entrambi sentono avvicinarsi l’ultima stagione, quella dalla quale uno solo dei due potrà uscire vincitore dopo di ché tutto finirà, per l’uno, per l’altro, forse per entrambi. Mentre la farfalla, metafora della vita che silenziosa appare e se ne va, vola sull’uomo, vola sul Re dei camosci, cala lentamente tra il silenzio che avvolge monti e valli. Un libro che si legge d’un fiato, avvincente, carico di passione, di poesia, uno dei pochi che può essere un piacere conservare e magari, col tempo, rileggere.

Considerazioni di Carmelo Sciascia su “Accadde all’alba” di Silvano Messina

La nostra storia, la vita di ognuno di noi come la storia degli italiani tutti, volente o nolente, è storia della Chiesa. La religiosità è implicita in tutto il percorso della storia dell’arte, nell’architettura, nel pensiero e nelle coscienze, la si riceve col latte materno e nonostante i tanti rigurgiti (infantili o in età matura) rimane nel nostro sangue. La letteratura, le storie di cui si compone la letteratura, ci parlano di credenze. Manzoni, ad esempio, come massima espressione letteraria del romanzo in lingua italiana, ne è stato e ne rimane il simbolo.
In tempi a noi più prossimi possiamo ricordare “Il nome della rosa” del semiologo Umberto Eco. Un’opera che parla di religione, ambientata in un monastero benedettino nel 1327, dove si miscelano bene tutti gli ingredienti del pensiero filosofico e teologico del tempo. Un romanzo storico esemplare. Un giallo storico. Il libro di Eco mi è tornato in mente continuamente durante tutta la lettura di un altro libro edito quest’anno da Edizioni La Zisa di Silvano Messina dal titolo “Accadde all’alba”.
Il rapporto, della casa editrice e dell’autore di quest’opera, con l’altra precedentemente menzionata di Umberto Eco, è nella notorietà e credo lo sarà nelle vendite, inversamente proporzionale. Ma quante sono le opere cosiddette minori –tra queste sicuramente, anche le mie- che attendono ancora di essere studiate, valutate o rivalutate? Infinite. Obtorto collo: teniamo presente che senza di esse non ci sarebbero i cosiddetti capolavori, non ci sarebbe semplicemente né letteratura, né storia dell’arte!
Silvano Messina prende a pretesto un fatto di cronaca nera: l’uccisione nel 1622 del conte Girolamo II, del Casato dei Del Carretto, Signori di Racalmuto, feudo di quattromila anime posto allora in Val di Mazzara, libero comune di ottomila abitanti oggi in provincia di Agrigento.
È un pretesto, in realtà il libro è un affresco della vita feudale in un borgo del seicento siciliano, dove accanto all’autorità nobiliare iniziava a prendere piede una certa autonomia politica: l’Universitas.
Non a caso il sottotitolo dell’opera testualmente riporta: “Nella Sicilia feudale del Seicento primi cenni di modernità”. I fatti narrati sono contrariamente a quanto promesso dal cartiglio dello stemma comunale di Racalmuto “nel silenzio mi fortificai”, molto rumorosi. L’Autore presenta l’opera con il richiamo alle fonti: il Calogero Taverna de “La Signoria Racalmutese dei Del Carretto” e la tradizione orale della “Vox Populi”.
Ogni rappresentazione che si rispetti ha dei protagonisti, principali o meno che siano, così anche noi, tra i principali, annoveriamo: Girolamo II Del Carretto e la sua nobile famiglia, il giudice Pedro Enriquez de Guzman, il padre agostiniano Evodio della famiglia Paramo. Un altro componente della famiglia Paramo faceva parte della Congregatio pro doctrina fidei. Secondo le regole aristoteliche, si potrebbe dire che l’unità di luogo ci è dato dal borgo di Rahalmuto (da Rahal-maut, araba denominazione del paese), l’unità di tempo: dall’alba del primo maggio del 1622 (uccisione del Conte) al 1625 (testimonianza di Donna Beatrice al processo dell’Inquisizione per “sollecitatio ad turpia” del religioso Evodio), ed infine l’azione che, come ci suggerisce lo stesso Aristotele, può essere anche un’epopea e come tale illimitata nel tempo. L’azione nel nostro caso è concettualmente espressa nella ricerca del colpevole, di chi ha commesso l’assassinio materialmente e di chi ne è stato il mandante. È la ricerca, non tanto dell’esecutore materiale dei tanti fatti delittuosi, quanto dei mandanti. Sappiamo ancora oggi quanto essere lunga e difficile, tanto da potersi definire epica, la ricerca dei mandanti. È consuetudine infatti che le indagini si arenino subito dopo avere trovato gli esecutori materiali dei delitti, questo avveniva in epoche lontane come in età a noi contemporanee.
E qui rientriamo nel filone del libro giallo. Il libro giallo ha nobili antenati, noi per vicinanza temporale e locale, richiamiamo il compaesano Leonardo Sciascia. E più precisamente “Il giorno della civetta”. Il racconto della storia di questo libro è introdotta dalla scena di un omicidio: Salvatore Colasberna, presidente di una piccola impresa edilizia chiamata Santa Fara, viene ucciso in piazza Garibaldi, la piazza principale del paese, mentre sale su un autobus.
Lo stesso avviene per il libro del Messina che inizia con la scena di un omicidio: il conte Girolamo II viene ucciso mentre si affaccia dal balcone del suo castello. Semplice coincidenze letterarie.
Gli omicidi però continuano, in un crescendo di inquietante curiosità il lettore segue gli sviluppi delle indagini condotte con scrupolosa coscienza dal giudice, inviato da Palermo, su richiesta dei Del Carretto, Pedro Enriquez de Guzman.
I delitti continuano. Nell’opera di Leonardo Sciascia, dall’omicidio iniziale de “Il giorno della civetta”, giungiamo a “Il Contesto”. In questo libro la trama è diversa che in altre opere del Maestro di Racalmuto ed è costellata da numerosi ed oscuri delitti. Dal singolo omicidio mafioso con cui prende avvio “Il giorno della civetta” si giunge alla molteplicità di oscuri delitti politici con cui termina “Il contesto”.
Ed è la stessa aria che si respira in “Accadde all’alba”. L’elemento politico, il contrasto tra poteri forti, prende il sopravvento sull’omicidio d’onore, il tanto discusso e noto principio dello “ius primae noctis”!
L’evoluzione concettuale delle due opere di Sciascia la troviamo così condensata in quest’unica opera.
Ci sono qua e là delle frasi dialettali, il linguaggio è comunque lontano da quel “vigatese” colorito e forbito di Andrea Camilleri. Le espressioni servono in questo caso a tenerci ancorati al territorio, sono una sottolineatura linguistica, come le frasi latine del già citato romanzo di Eco “In nome della rosa”. Niente di più, niente di meno. Così come il giudice Pedro Enriquez de Guzman nulla ha da invidiare al frate francescano inglese, Guglielmo da Baskerville, tranne che l’essere privo del suo allievo Adso da Melk.
E sempre di religione e di frati si torna a parlare. Diciamo che con “Accadde all’alba”, la partita a Racalmuto tra frati buoni e frati furfanti, finisce in pareggio. Tant’è che da una parte abbiamo presente Fra’ Diego La Matina, un frate di “tenace concetto” come lo definisce Leonardo Sciascia e di cui ci aveva già fatto conoscere le gesta Luigi Natoli, eretico condannato al rogo dalla Santa Inquisizione (unico ad avere ucciso il proprio Inquisitore), dall’altra adesso abbiamo frate Evodio, anch’egli eretico ma non un uomo di tenace concetto, quanto un persuasore di consessi carnali, un rampante della politica di quel tempo. Coincidenze: stesso ordine religioso, sono entrambi agostiniani, medesimo il convento di San Giuliano, li accomuna un delitto d’onore (o presunto tale), e poi una data il 1622. Ma qui, ci vorrebbe l’intervento di Giuseppe Balsamo alias Cagliostro per spiegarcelo: Fra’ Diego La Matina nasce l’anno in cui viene assassinato il Conte Girolamo II Del Carretto, cioè proprio il 1622!
Rimandi e coincidenze sono le trame con cui è intessuta la storia, la storia di un Paese, di uno Stato e di un semplice Borgo. Rimandi e coincidenze sono i corsi e ricorsi del nostro Gian Battista Vigo, l’eterno ritorno dell’uguale di nietzschiana memoria, o più semplicemente il serpente che si morde la coda come è ben rappresentato dall’Uroboro.
Così è. Se vi pare.
Carmelo Sciascia

“Le terre del Sacramento”, racconto di Francesco Jovine, Donzelli editore

Un tuffo negli anni venti, terre del Sud. Le terre del Sacramento, terra dura, piena di sassi, feudo incolto già nelle mani della Chiesa, espropriato dallo Stato ai tempi dell’Unità, finito nelle mani di un proprietario, Enrico, signorotto con simpatie socialiste che pensa più alla frequentazione della Casa del Popolo in vista di una possibile candidatura alle elezioni che non a curarsi delle sorti della terra e dei contadini. Dovrà arrivare Laura, giovane avvolta in molti misteri, che non solo lo sposa ma prende le redini della gestione, stringe un’alleanza con Luca, figlio di contadini e quindi dagli stessi ascoltato, con la promessa di dar loro quelle terre a patto di lavorarle, renderle produttive. All’orizzonte le prime camice nere che invocano la rivoluzione contro tutto e contro tutti pur di menar le mani a suon di manganelli. Così nelle grandi città, così a Napoli, ma lentamente la violenza s’affaccia anche nei paesi e per chi lavora sognando di sostituirsi nella proprietà al clero, ai nobili, non son tempi facili. Con i Carabinieri che sembrano non vedere chi di nero vestito si macchia di sangue e la monarchia che non ferma chi marcia su Roma. Così tra zappe e manganelli, capita l’antifona, nasce una nuova classe sociale, la borghesia che sa ben giostrare utilizzando i capitali in arrivo dalle banche e dalla finanza riuscendo alla fine, senza colpo ferire, a prevalere, anche con qualche sotterfugio e senza badare alle parole date, sugli altri protagonisti della storia del BelPaese. Ed è questo, il libro di Jovine, ultimo romanzo del giornalista uscito postumo nel 1950 e subito insignito del Premio Viareggio: uno spaccato di una realtà sociale in movimento, il preludio all’Italia che sarebbe venuta e che ben conosciamo nei suoi attuali equilibri sociali.

Si parte con “Il soffio del vento da Chernobyl a Caorso trent’anni dopo”. Il ciclo di iniziative a Castell’Arquato a cura di Terre Piacentine oggi sul quotidiano Libertà

Un articolato ciclo di incontri in programma a Castell’Arquato su iniziativa del Circolo Culturale Terre piacentine nel Centro di educazione ambientale annesso al Museo Geologico (scalinata Santo Spirito che immette alla piazza monumentale).

Così inizia l’articolo apparso oggi, a sorpresa, per iniziativa del Presidente del Circolo Valter Sirosi sul quotidiano Libertà, a pagina 18, rispetto alle quattro iniziative culturali previste tra il 22 ottobre e il 3 dicembre.

A seguire il programma dettagliato.

22 OTTOBRE DOMENICA ORE 17.00

IL NUCLEARE FA MALE, IL SOLE E’ VITA

  • Presentazione del libro “Il soffio del vento, da Chernobyl a Caorso trent’anni dopo”, Pontegobbo edizioni

Intervento dell’autore Claudio Arzani, Testimonianza di Diana Lucia Medri, nata a Krasnopole, in Bielorussia, Lettura di brani e poesie di Dalila Ciavattini, Proiezione immagini tratte dal filmato realizzato a Chernobyl da Agostino Zanetti nel 2008

05 NOVEMBRE DOMENICA ORE 17.00

STORIA DELLA BRIGATA PIACENZA, Marvia editore

  • Presentazione del libro che solleva il velo dell’oblio sul contributo dei piacentini alla Grande Guerra
Intervento degli autori Filippo Lombardi (storico) e Ippolito Negri (giornalista)
Moderatore: Claudio Arzani

A seguire

1915, 1916, 1917, 1918 e venne Novembre … ma non bastò

Eventi, poesie, lettere, immagini, testimonianze dal fronte
Rap-presentazione storica con Carla DelMiglio, Luca Isidori, Dalila Ciavattini

19 NOVEMBRE DOMENICA ORE 17.00

QUAND NASSA UN PUETA, Lir edizioni

Enzo Latronico presenta il libro realizzato con Cristina Balteri dedicato al poeta dialettale lugagnanese Agostino Vincini (“Rimond”).
Intervento del dialettologo Andrea Bergonzi, lettura delle poesie da parte di Gabriella Vincini.

A seguire

LO ZOO DEI SASSI ALLA CONFLUENZA DELL’AVETO E DEL TREBBIA

Carla Delmiglio presenta i suoi animali, sassi dipinti alla confluenza tra Aveto e Trebbia lasciati a disposizione di grandi e piccini

3 DICEMBRE DOMENICA ORE 17.00

LE NUVOLE PARLANTI , introduzione al mondo dei fumetti

Edoardo Arzani (colorista con Bonelli) intervista Elia Bonetti, disegnatore con Marvel – Capitan America, Spiderman -, Astorina – Diabolik -, attualmente con le francesi Soleil e Glènat.
A seguire ‘indicazioni per realizzazione di una copertina’.

 

“Paure fuori luogo” di Mario Tozzi, Einaudi editore. Commento di Carmelo Sciascia

Ho un amico, Mino, che potrei definire il mio angelo custode delle letture consigliate. Consigliate, non perché semplicemente mi suggerisce nuovi o vecchi testi, ma in un modo insindacabile: di tanto in tanto mi regala dei libri.
Sa di questa mia debolezza verso i libri e delle mie preferenze, diciamo che nell’assecondare i miei gusti ne determina l’orientamento o viceversa. In qualsiasi modo lo si interpreti, gli sono ugualmente grato. A lui devo la conoscenza di testi ed autori che mi sarebbero rimasti sconosciuti o di altri che, pur conoscendoli, mai avrei letto.
L’ultimo libro di una lunga serie, in ordine di tempo ”Paure fuori luogo” (G. Einaudi editore, 2017) di Mario Tozzi geologo e divulgatore scientifico, collaboratore di diversi programmi televisivi (per questo conosciuto). Ricercatore presso il CNR.
Il libro è quanto mai attuale, in una terra come la nostra Italia, afflitta da continue catastrofi. Cercheremo di dire qualcosa degli eventi naturali descritti nel libro e di episodi ad essi annessi e connessi.
Cominciamo a riflettere sul termine catastrofe che accomuniamo per analogia al termine disastro.
Il disastro è un termine composto da un prefisso “dis” che ha valore peggiorativo e dal termine “astro”. L’astro è la sede delle divinità, di ciò che non è comunque determinabile dalla volontà dell’uomo, in sostanza il suo significato è cattiva stella, sfortuna dovuta al caso o al capriccio delle divinità. L’uomo infatti si è spiegato gli eventi naturali ricorrendo ai miti. Il fulmine era uno strumento incontrollabile nelle mani di Zeus, il Vulcano era la sede di Ade, come Poseidone era la divinità marina dai cui umori dipendevano tutti i cataclismi che con le acque avevano a che fare. Oggi molti fenomeni ce li spieghiamo grazie alle moderne scoperte scientifiche, frutto di speculazioni filosofiche e di indagini matematiche.
Ma è logico che l’uomo debba avere ancora paura dei tanti disastri con cui la natura si manifesta?
Ecco questa è la domanda cruciale che ognuno di noi dovrebbe porsi. E poi ancora, è la natura a provocare disastri, oppure sono gli uomini a trasformare eventi naturali in eventi nefasti, che determinano vere e proprie ecatombe?
Iniziamo a dire che le catastrofi, i cataclismi, gli sconvolgimenti, ci sono sempre stati, senza la loro virulenta manifestazione probabilmente non ci sarebbe stata nemmeno la comparsa dell’uomo sulla terra, così come non sarebbero scomparsi i dinosauri. Già il Diluvio Universale, altro non è che la descrizione mitica di un maremoto, che sconvolse il Mediterraneo. Un fenomeno avvenuto circa nel 5600 a.C., quando una massa enorme d’acqua si è riversata in quello che era un piccolo lago, creando il Mar Nero. “Le acque scacciano gli uomini verso un esodo che crea i miti e informa le religioni”.
Così per Atlante, una terra scomparsa di cui ci parla Platone nel “Crizia”. Potrebbe trattarsi secondo le ultime ipotesi della stessa Sardegna, inondata più di 36oo anni fa da uno tsunami che ha spazzato via i nuraghi fino alla reggia di Barumini. “Il mito crea la storia dei popoli. Ed è spesso storia di catastrofi”. A proposito di storia, siamo nel 1815, una violenta esplosione del vulcano Tambora, fa offuscare il sole su tutta l’Europa, si scatenano continui temporali anche in Belgio e Waterloo diventa un enorme pantano, la cavalleria francese di Ney è impossibilitata a muoversi e Napoleone viene sconfitto. Ancora una volta una catastrofe determina la storia, la storia dell’uomo. Oggi un’altra catastrofe come la desertificazione di intere regioni africane provoca l’emigrazione di intere popolazioni. Popoli che una casa ed un terreno agricolo non ce l’hanno più, poco importa se poi i responsabili che hanno provocato l’impoverimento delle risorse siamo stati noi popoli progrediti. Il paradosso è che oggi a farci paura sono gli emigranti non il fenomeno che ha originato l’esodo: l’innalzamento della temperatura mondiale e la conseguente desertificazione. Un altro paradosso: nel mondo manca l’acqua ma l’acqua continua a martoriare le nostre città. Semplicemente perché l’uomo non ha capito che i fiumi non possono scomparire sotto una colata di cemento, se ci sono case in terreni di loro pertinenza, prima o poi se li riprendono: nel posto sbagliato ci stanno le case, non l’acqua! Gli antichi Romani queste cose le sapevano, tant’è che la famosa Bocca della Verità altro non era che un inghiottitoio d’acqua, un capiente tombino.
“Le catastrofi sono elementi di discontinuità spaziotemporali ciclici”. Come i terremoti, ci sono stati e sempre ci saranno. La religione ha creato un Santo per l’occasione: Sant’Emidio, venerato in Abruzzo, specialmente ad Avezzano fino al 1915 quando un terremoto la rase al suolo, da allora (giustamente) venne bandito dalla città. I danni maggiori in caso di terremoti li fa proprio l’uomo, le sue opere.
Nel 2011 a Fukushima, dopo il maremoto, i danni maggiori sono venuti dalla centrale atomica, più che dal terremoto, per la semplice ragione che nessun reattore è intrinsecamente sicuro, nemmeno quelli funzionanti nel previgente Giappone. Dopo le bombe di Hiroshima e Nagasaki, dopo Cernobyl, dopo i tanti incidenti avvenuti nelle centrali del mondo l’uomo avrebbe dovuto capire che bisogna aver paura dell’atomo, più che dei terremoti, da quest’ultimi in qualche modo ci si può difendere, dalle reazioni nucleari è impossibile. (Vedasi a proposito di centrali nucleari, compresa quella di Caorso, l’opera di Claudio Arzani “Il soffio del vento” – ed. Pontegobbo, 2016). Dai terremoti ci si può difendere: lo hanno dimostrato i Giapponesi con i loro sistemi di educazione e prevenzione, così come noi lo confermiamo ogni volta ce ne fosse di bisogno, negativamente, ampliandone gli affetti catastrofici e distruttivi. Sembra che l’unica economia possibile in Italia sia l’attività dell’edilizia. E visto che siamo a Piacenza, i primi i n Regione per consumo di suolo, diamo impulso all’economia continuando a costruire capannoni (che resteranno inutilizzati) per la logistica. Un paese l’Italia a crescita zero con oltre trenta milioni di vani sfitti! Già Hammurabi, re di Babilonia, aveva promulgato un ferreo regolamento edilizio per costruire correttamente. Noi abbiamo derogato e condonato, rendiamo inutili i piani regolatori, perché anche quando corretti da un punto di visto geofisico, disapplicati: troviamo, da furbi, sempre una scappatoia che ci permette di costruire.
L’uomo dovrebbe avere imparato che non si può e non si deve avere paura di fenomeni naturali come il terremoto, considerato l’evento più catastrofico per definizione. I terremoti ed i vulcani opportunamente conosciuti, possono essere neutralizzati nelle conseguenze dannose che conosciamo. Alcune elementari precauzioni per limitare i danni: costruire meglio ed evitare zone ad alta densità sismica. Non ci manca di certo la conoscenza teorica, non dimentichiamo che il primo osservatorio vulcanologico del mondo è nato in Italia, costruito da Ferdinando II di Borbone, nel Regno delle due Sicilie (anche se in tempi recenti, ahinoi, la Campania è diventata la terra dei fuochi). Oggi ciò che ci dovrebbe realmente far paura non è la caduta di un meteorite sulla terra o altre immaginarie apocalissi spaziali, nei confronti dei quali l’uomo nulla può, ma elementi a noi molto più prossimi come il clima e l’ambiente, dove possiamo e dobbiamo operare un’inversione di tendenza. Noi siamo ancora in tempo a recuperare, a ricucire le lacerazioni che abbiamo inflitto agli elementi naturali, basta risparmiare sulle risorse ancora disponibili, fermare l’impoverimento della vita, eliminare il cibo spazzatura, salvaguardare gli ecosistemi, ridurre l’inquinamento, fermare il consumo di territorio (la pianura Padana è tutta una città continua), proteggere le risorse ittiche bloccando la pesca industriale, causa prima dell’impoverimento dei nostri mari. Per finire, nonostante tutto e malgrado tutto, in Italia possiamo dirci ancora fortunati: il nostro è il Paese con maggiore biodiversità in Europa. Un primato di cui essere orgogliosi e che dovremmo conservare. Se ce ne importasse ancora qualcosa….
Carmelo Sciascia

“La verità della suora storta”, romanzo di Andrea Vitali, Garzanti editore

Arriva l’estate ed è immancabile l’appuntamento ‘leggero’ con Andrea Vitali e la sua inesauribile fonte narrativa. Stavolta si racconta del Sisto Santo, figlio di N.N., già provetto apprendista meccanico nell’officina dello Scatòn che però, dopo la morte di quest’ultimo, ha preferito acquistare un Millenove trasformandosi in tassista. Aspetta i clienti alla stazione ferroviaria di Bellano. Pochi, che vanno in visita all’ospedale o su al cimitero. La storia parte da quella donna arrivata dopopranzo, poco prima che dalla radiolina che il Sisto tiene in macchina partisse la sigla di Tutto il calcio minuto per minuto, invero a scudetto già assegnato (al Cagliari di Gigi Riva). Chiede di essere portata al cimitero ma, una volta arrivati, il Sisto si accorge che la donna è morta. Proprio lì, sul sedile posteriore del Millenove, macchiandolo pure di urina. Un guaio mica da ridere. Da tirare in ballo il maresciallo Riversi. Anche perché la donna è senza borsetta e non si riesce a capire chi sia, né chi stesse cercando al cimitero di Bellano in quel pomeriggio di fine aprile.

Con la consueta grazia e ironia Vitali imbastisce una nuova storia dall’intreccio imprevedibile e commovente e dal finale assolutamente inatteso per quanto al Sisto, la cui vicenda di vita si intreccerà in modo del tutto inatteso con le vicende della ‘suora storta’, ormai anziana ospite di quello che possiamo definire ospizio per religiose, unica a riconoscere la donna morta immortalata in una vecchia fotografia dei tempi giovanili, con lei e un allora giovanissimo figlio del notaio del paese, quando la vocazione e la chiamata erano ancora da venire. Senza tralasciare quel pizzico boccaccesco che mai manca nelle storie della Bellano resa famosa dallo scrittore, ed ecco dunque il Sisto, con gli amici un pò scapestati, Saila e Manina, sulla strada per arrivare all’autogrill che, come raccontano i camionisti, “è pieno di figa“. Perché, sembra la morale, comunque vada nella vita, su quel che conta, per gli uomini, non ci son dubbi.

“A un passo dalla tomba”, romanzo giallo di Ed McBain, Mondadori editore

Un romanzo scritto nel 1958 a titolo “Forza, Cannon” pubblicato con lo pseudomino Curt Cannon, riscritto dall’autore (Evan Hunter) e ripubblicato nel 2005 con il ben più noto nome di Ed McBain poco prima di morire.

Cannon (ribattezzato Matt Cordell), dopo il tradimento e la separazione dalla moglie Tina, trovata nel letto di casa con un ‘amico’ (guai, per i mariti anche sposi novelli che rientrano in anticipo senza preavviso), ha lasciato la professione di investigatore privato causa botte da orbi (col manico del revolver) al fedifrago e conseguente ritiro della licenza da parte della polizia ed è diventato un barbone vagabondo quasi sempre sbronzo.

Viene contattato, mentre sta seduto di primo pomeriggio su una panchina del parco da un vecchio conoscente, Johnny Bridges, per indagare sui piccoli furti che avvengono nel negozio di sartoria che gestisce con un socio di nome Dom Archese. Riluttante Cannon/Matt Cordell si fa convincere, ma quando giungono nel negozio trovano il socio morto e le iniziali JB scritte col sangue sul muro. Bridges viene arrestato in quanto colpevole presunto e designato mentre Cannon/Matt Cordell inizia ad indagare alla ricerca del vero assassino nel nome della vecchia amicizia e soprattutto per non aver guai ulteriori con la polizia. Anche la moglie di Archese che si pensava fosse l’amante di Bridges viene trovata morta e questo, anche agli occhi dell’ispettore Frank Misler, sembra scagionare Bridges che certo, essendo in carcere, non può essere l’assassino anche di Christine. A questo punto si snoda la trama del giallo che McBain/Hunter sviluppa con la consueta maestria avvicinandosi ad un mondo di sogni musicali (la Tomba sarebbe per l’appunto una cantina dove una band si ritrova a suonare) tra persone che di e per la musica sognano e vivono, un mondo fatto di belle persone, dove non conta il colore della pelle ma il fatto di assemblare il ruolo di ciascuno, di rapportarsi all’altro, di muoversi all’unisono per ottenere un insieme di livello superiore. Ma anche in quel mondo non tutto è rosa e fiori, non tutti sono belle persone. Forse un piccolo difetto: l’assassino alla fine rivelato ad un certo punto diventa un sospettato chiave nella mente del lettore ma la forza di McBain/Hunter è quella di saper ricostruire una motivazione degna del giallista che si conosceva (Ed McBain, nome d’arte di Evan Hunter, nato Salvatore Albert Lombino, figlio di immigrati italiani, prolifico autore di centinaia di romanzi polizieschi pluripremiato, sceneggiatore cinematografico, ci ha lasciati il 6 luglio 2005).

“Le streghe di Lenzavacche”, romanzo di Simona Lo Iacono, edizioni e/o

Un romanzo che, ad ogni capitolo, si sviluppa in base a due percorsi narrativi dei giorni di quel 1938, piena era fascista: la storia dell’anziana Tilde, maestra di medicamenti e di infusi d’erbe, di Rosalba col disgraziato e deforme figlio Felice (frutto di una relazione con un arrotino di passaggio che tutti chiamavano ‘il Santo’ e del quale lei non sa altro). Vivono in quella casa nella quale, secoli prima, avevano trovato ospitalità donne poi mandate al rogo nel 1600 per l’accusa di stregoneria. E per la gente del popolo, i contadini di Lenzavacche, anche Tilde e Rosalba sono da evitare, da guardare con sospetto. Per non parlare di Felice, un vero mostro che può solo portare sventura e malattia. Parallelamente alla loro storia, ecco arrivare in paese un giovanissimo nuovo maestro con la fissa di proporre racconti, di voler coinvolgere quei ragazzotti di campagna che, prima di arrivare a scuola già hanno alle spalle ore di lavoro, che vengono mandati ad imparare a leggere e scrivere giusto per non essere imbrogliati da qualche malandrino che approfitterebbe della loro ignoranza. Figuriamoci, un maestro che accarezza la voglia di sognare, di pensare, di vivere e di esistere: come può accompagnarsi alle ferree regole del fascismo imperante, dell’obbedire e combattere, del dover insegnare il valore assoluto della forza con la quale imporre il proprio credo superiore al nemico? In qualche modo due povertà, l’emarginazione delle donne e di Felice, le autorità che emarginano il maestro contestando i suoi metodi minacciando il licenziamento. Ma che succede se le due storie, a lungo semplicemente parallele e diverse, alla fine (del libro) s’incontrano? E se quell’incontro trova la sua ragion d’essere in una storia lontana, quella delle donne accusate di stregoneria e bruciate sul rogo? Un libro forse a tratti apparentemente un po’ ‘pesantello’ ma la sorprendente evoluzione verso un finale a fuochi artificiali lo rende decisamente gradevole e condivisibile.  

Al via la ‘Settimana della letteratura’ a Bobbio promossa da Pontegobbo edizioni

Inaugurata ieri sera (lunedì) la ‘Settimana della letteratura’ promossa a Bobbio da Pontegobbo edizioni di Bruna Boccaccia e Daniela Gentili con il supporto della municipalità. Interessanti interventi di Giuseppe Magistrali ed Elena Uber autori di ‘Sì viaggiare’ con corollario l’intervento di Roberta Ferraris ideatrice delle vacanze con asini, sicuramente da provare (la proposta si rivolge in particolare alle famiglie e, indiscutibilmente, suscita curiosità. In evidenza infine, a fine serata, gli interventi musicali del gruppo Enerbia di Maddalena Scagnelli.

Per quanto ‘mi confà’ inevitabile l’acquisto di tre libri tra i quali ‘ … ma ci resta il cielo-Volontari nel terremoto‘ di Antonella Lenti, giornalista con la quale ho avuto l’onore di collaborare sulle pagine di ‘Corriere Padano’ e che presenterà il libro stasera.

Ancora a seguire libri, musica, interventi fino a sabato. Da non mancare.

Inciso finale: sul banco allestito non manca il mio ‘Il soffio del vento, da Chrenobyl a Caorso trent’anni dopo‘ ovviamente imperdibile, da acquistare senza se e senza ma.