“Una medium, due bovary e il mistero di Bocca di Lupo”, romanzo di Gaetano Cappelli, Marsilio editore

Cosa dire quando, arrivato alla terza pagina ti sembra di vivere un deja vù? Nessun commento. Prosegui fino a pagina dieci e devi riconoscere il fatto compito: quel libro l’hai già letto. Troppi arretrati e far confusione è decisamente facile. Ringrazi il cielo di non averne acquistato due copie ma quanto a rimetterlo in libreria non se ne parla nemmeno: troppo avvincente e, così, te lo rileggi in un amen perdonando l’autore anche per quelle parti in dialetto pugliese incomprensibile (che comunque generosamente viene tradotto). Siamo di fronte ad uno scrittore di medio successo che, a causa di corna procurate, ormai ha perso buona parte del suo pubblico ma la fortuna lo accarezza: una nobildonna col sogno di scrivere un romanzo chiede aiuto col marito pronto a pagare la disponibilità. Ma il fatto si rivelerà non certo di gran facilità: intanto il romanzo riguarderà la storia di una medium defunta almeno un secolo prima ma che, dall’aldilà, starà ben attenta a quel che i due scrivono di lei. Da non sottovalutare anche l’invidia di una pseudo amica già autrice di due romanzetti a dimensione locale, amante di un cantante rivale di Al Bano anche lui fallito per fatto di corna (sognate) con Rosanna Fratello. Di mezzo infine ecco subentrare anche un paio di gangster paramafiosi. Insomma, di tutto un po’ per un libro avvincente, coinvolgente, divertente fino alla fine. Riusciranno nell’impresa i nostri due eroi? Chi leggerà lo saprà.  Buona lettura.

“Un treno per l’inferno e altri racconti”, di Giorgio Scerbanenco, I libri della domenica de ‘Il Sole 24 ore’

Scerbanenco, ovvero un maestro del genere poliziesco che è sempre un piacere leggere. Nato a Kiev nel 1911, a 16 anni si stabilisce con la mamma a Milano dove muore per arresto cardiaco nel 1969, all’apice del successo. Alla sua memoria è dedicato il più importante premio italiano per la letteratura noir e poliziesca, il Premio Scerbanenco. In effetti ogni occasione è buona per leggere i suoi romanzi e i suoi racconti che periodicamente l’editoria italiana ancora ci propone. In questo caso leggiamo tre racconti racchiusi in un centinaio di pagine che prima di tutto ci riportano all’Italia degli anni cinquanta e sessanta. In primo luogo con il racconto “L”uomo più solo del mondo, storia della fuga da casa di due ragazzi, 20 anni lui, 16 anni lei. Si preoccupano di mascherare la fuga fingendo di essere sposati e per questo acquistano due fedi. Ma non solo. Dormono in auto perché così, dice lui, meglio resiste alla tentazione di ‘rovinarla’. Era proprio così, all’epoca. Due ‘bravi ragazzi’ così dovevano fare. Oggi vien da sorridere ma è bello leggere per ricordare ‘come eravamo’. Insomma come sempre uno Scerbanenco impareggiabile. 

“La briscola in cinque”, romanzo di Marco Malvaldi, Sellerio editore Palermo

Circa 3 mesi. Il tempo per giungere all’ultima parola delle 163 pagine di questo giallo toscano, maremma maiala! Noioso? Per nulla accattivante? Banale? Niente affatto. Semplicemente l’avvicinamento a Malvaldi ha coinciso con una di quelle periodiche crisi fa lettura per cui riesci a malapena a leggere poche righe per volta per poi sopravvenire il trascorrere del tempo. Tutto nasce in un alba in riviera quando il barrista, avvertito da quel ragazzo ‘pieno come un uovo, trova il cadavere di una ragazza nel cassonetto verde della nettezza urbana. Per la polizia nessun dubbio, l’assassino è proprio quel ragazzo ma Massimo, il barrista di cui si diceva, ha intuizioni diverse. Che naturalmente alla fine si riveleranno sbagliate ma utili per arrivare comunque alla verità e all’individuazione dell’assassino e delle sue motivazioni. Per la gioia di Ampelio e degli altri anziani frequentatori del bar che, tra una partita a carte e l’altra, trovano le chiacchiere per passare il tempo. Insomma, un buon libro col quale ha debuttato Marco Malvaldi, oggi prolifico scrittore capace di dipingere luoghi, persone, abitudini della ‘maremma maiala.

“Il soffio del vento, da Chernobyl a Caorso trent’anni dopo” … un anno dopo all’Ipercoop

A fine luglio 2016 alla Settimana della Letteratura a Bobbio si presentava “Il soffio del vento, da Chernobyl a Caorso trent’anni dopo“, edito con Pontegobbo editore. Storia del piccolo Luca, dell’arrivo della invisibile nube radioattiva e, a seguire, immagini, testimonianze, resoconti, poesie. Un anno dopo la sorpresa di trovarlo esposto in una piccola vetrinetta all’Ipercoop ‘Gotico’ di Piacenza.

Sinceramente, impareggiabile.

Noi due autori con la prima ‘prova tipografica’ del nostro prossimo libro: “Il Signor 7 x 3 21, storie di Pietro Derba”

Claudio Arzani e Fausto Chiesa, con la prova tipografica de “Il Signor Sette per Tre Ventuno, storie di Pietro Derba”, edizioni Costa di Borgonovo Val Tidone

E finalmente, eccolo: dopo un buon anno di lavoro, il nostro prossimo libro. Noi autori, io e Fausto Chiesa, di massima (salvo imprevisti sempre in agguato) il prossimo 24 settembre saremo nell’Auditorium della Rocca di Borgonovo Val TIdone con le “Storie di Pietro Derba, Il Signor sette per tre ventuno“.

Il 7 marzo 1921, a Brogonovo, nasceva Pietro Derba. Per l’appunto, come amava scherzarne, il ‘Signor 7 x 3 21’. Sono anni difficili. Tanto il lavoro ma ben pochi i soldi che arrivano nelle case e, a questo, si aggiungono i tempi difficili seguiti alla fine della Grande Guerra con un Paese sostanzialmente in ginocchio sul piano economico e spaccato in due a livello sociale. Per questo molti se ne vanno a cercar fortuna oltre oceano e, tra questi, Arturo Riccardo, padre di Pietro. Un’assenza che, come spesso succede, spinge il nostro giovane borgonovese a sognare una vita e una famiglia unita e costantemente presente in tutte le sue componenti. Una vita che, passando poi attraverso la tragedia del secondo conflitto mondiale (Pietro vestirà la divisa del bel marinaretto), si caratterizza con il ferreo legame del lavoro, appunto della famiglia e il corollario di qualche passione: il calcio con l’amore per la Juventus e gli incontri con i reduci combattenti per condividere le esperienze nel segno della pace da tutelare. Potremmo definirla una storia “di uno di noi, anche lui nato per caso in campagna”, andato a lavorare in bicicletta in quel di Milano, strappato ai suoi cari per combattere una guerra non voluta, finito prigioniero e finalmente “passano gli anni ma lui non dimentica, torna col treno nella sua casa”, a Borgonovo, ad abbracciare la madre, Tina, immancabilmente in lacrime, e la sorella, Marisa. E gli amici, per far festa sotto un tetto di stelle a suon di salame, coppa, buon vino e qualche sigaretta. Per poi qualche anno dopo, eccolo all’altare con Anna Lucia che gli darà quattro figli: Donatella, Flavia, Monica e Angelo. Tutto questo lo si legge nelle pagine del libro voluto dalla famiglia e nato dall’incontro dei ricordi di Pietro ascoltati da Claudio e da Fausto: doveva essere un regalo per la sua veneranda età, ci ha lasciato prima, speriamo abbia licenza per ‘lanciare un occhio’ da questa nostra parte del cielo e ammirare le pagine dei suoi ricordi.

 

 

Da domani, giovedì, “Transumanza” di libri e lettori a Cerignale, alto appennino piacentino

Una breve nota di Massimo Castelli, Sindaco di Cerignale.

Per 3 giorni…il mio paesello (Cerignale).. con molto piacere… ospita Transumanza letteraria (libri e lettori in movimento). Una manifestazione simbolo per rimarcare che montagne libri e cultura sono un tutt’uno. Il giorno 10 prima di Transumanza alle ore 17 il Comune di Cerignale conferirà il premio “amico della montagna” a personalità che a vario titolo si sono spesi per la causa ” Montagna”.. A fine serata alla 21 verrà proiettata l’anteprima della puntata i Borghi d’italia con le immagini di Cerignale e frazioni.. Vi aspettiamo numerosi..

“Frida e Diego: Viva la vida!”, riflessioni a cura di Carmelo Sciascia

È strano come da piccole storie personali, da brevi descrizioni di poche pagine venga fuori una grande storia, forse sarebbe più corretto dire la storia, quella storia che comprende i grandi movimenti politici, i grandi ideali, le aspirazioni di interi popoli.
La storia personale è quella di Frida Kahlo, il libro, Viva la vida! Il libro è un monologo immaginario della Frida, scritto da Pino Cacucci. (che va ringraziato anche per Puerto Escondido, un altro libro da cui Salvatores ha tratto il film omonimo).
Il monologo di Frida è la descrizione di una vita vissuta intensamente, un’esistenza tormentata e dolorosa, “una continua pioggia nell’anima e nel corpo”.
Il sesso, l’arte e la politica si fondono e si confondono. Di primo acchito questo connubio ci può sembrare strano ma non è stato così nel ’68? Chi non ricorda il libriccino di Lidia RaveraPorci con le ali”? Ed il movimento femminista non è stato tutto un rincorrersi tra privato e pubblico? In Messico, Stalin fa uccidere Trockij. Diego Rivera segretario e fondatore del Partito Comunista messicano accusa ed espelle dallo stesso partito se medesimo: il Diego Rivera pittore. Un assassinio politico reale si intreccia con un assassinio posticcio ed ironico, ma anch’esso reale. In comune hanno qualcosa di drammaticamente vero: l’ideologia comunista uccide l’utopia anarcoide. Diego Rivera, artista, era in realtà, nel modo di vivere e di concepire il mondo, un anarchico. Come cannibali, durante la guerra civile spagnola, comunisti estromisero e sacrificarono tanti anarchici.
Gli uomini quando cercano di realizzare i propri ideali, hanno la capacità di trasformare i sogni in incubi. E magnificamente ci riescono!
Diego, fu un traditore. Trockij, un traditore”. Si può dire che Frida si è sempre innamorata ed amato uomini che hanno vissuto una vita di fedeltà al proprio credo politico, talmente coerenti da essere considerati traditori. Come è avvenuto ed avviene, se non sempre, spesso, nei partiti, nei governi. Certo che in campo sentimentale non c’è ragione che tenga e l’amore non è certo un sentimento che possa essere addomesticato, quando si presenta non ci dà scampo, non c’è modo di uscirne, non c’è rimedio:“No hay remedio”, dice Frida, identificando il nome dell’amato con il concetto stesso d’amore: “Diego: nome d’amore”. “Ho amato Diego. L’ho odiato. È stato la causa e l’effetto. Il sole e la luna. Il giorno e la notte. La mia vita e la mia morte. la mia malattia, la mia guarigione”. Come hanno scritto e continuano imperterriti a scriverne i poeti! E quando si ama si prende dell’amato tutto in blocco, così come è, non si può amare una persona per quello che non è, quindi anche se brutto (un elefante, un rospo), anche se mente (un rospo bugiardo), anche se congenitamente infedele (il poeta Catullo, in questo senso, ci ha lasciato mirabili e memorabili esempi di un amore tormentato dal comportamento della sua Lesbia). Infedele Diego, infedele anche Frida. Diego diventa “un adorabile rospo bugiardo”, lei bisognosa d’attenzione, non trascura compagnie maschili e femminili: tradita, tradisce. Non per ripicca, ma per sentirsi fiera di se stessa, degna di attenzioni nonostante quel corpo, il corpo di una donna che aveva assistito al proprio funerale.
Diego ha una relazione con la cognata Cristina, la sorella cui Frida è più legata. È un momento drammatico e doloroso, inaspettata (per questo scontata) arriva la consolazione: “Diego è qualcosa di unico e irripetibile, malgrado tutto. Ed io ho avuto tutto, malgrado me”.
C’è dicevo all’inizio, nella storia personale di Frida, la storia di tutto il Messico.
La mexicanidad: sofferenze e speranze del popolo messicano. Quelle speranze che portano il nome di eroi popolari come Emiliano Zapara e Panchio Villa. Speranze e delusioni: amores y desamores.
Nella sua vita. Non nella sua pittura. Pablo Picasso aveva scritto, in una lettera indirizzata a Diego Rivera: “né tu né io saremo mai capaci di dipingere una testa come quelle di Frida Kahlo”.
Pittrice riconosciuta ed apprezzata lo fu senz’altro ma rimango dubbioso e sospendo qualsiasi giudizio in merito constatando peraltro quanta è distante la sua arte in rapporto ad un pittore delle terre nostre a lei contemporaneo come Ligabue, ambedue della prima metà del secolo scorso.
In questa vita – non è difficile – morire. – Vivere – è di gran lunga più difficile”. Così Majakovskij ricordando Esenin. A diciotto anni Frida, aveva sconfitto la Pelona (la morte). In seguito ad un incidente aveva urlato così forte il suo attaccamento alla vita da avere assordato la morte stessa.
E se vivere è difficile, figurarsi vivere con la costante consolatoria compagnia della morfina. Una donna Frida che, nonostante tutto e malgrado tutto, ha urlato sempre con quanto fiato poteva permetterle quel corpo martoriato: Viva la vida!

Frida Kahlo, autoritratto

Intervento di Carmelo Sciascia a Racalmuto alla premiazione del Concorso letterario ‘Il Contesto’

Perché un Concorso Letterario dovrebbe chiamarsi “Contesto”? abbiamo abbozzato, nella presentazione, una qualche spiegazione. Adesso vorrei ritornare sull’argomento e dire qualcosa in più.
Il Contesto è l’opera di Leonardo Sciascia, pubblicata nel 1971 dall’editore Einaudi, dove la confusione tra sinistra e destra, tra governo ed opposizione, è totale. Si descrive il potere. Un potere che organicamente usa qualsiasi opposizione, e spesso la crea in modo fittizio e strumentale, per restare arroccato alle proprie rendite di posizioni ( Brigate Rosse docet).
Ed allora si rende evidente il bisogno di parlare di democrazia.
Dicevo che l’opera è stata pubblicata nel 1971 ma l’anno in cui si diffuse e tanto se ne parlò fu il 1972.
Allora facciamo un piccolo riassunto di cosa successe quell’anno.
Nel 1972, la V Legislatura veniva varata e retta solamente dalla DC con a capo del governo Giulio Andreotti. Il Divo, com’è stato definito dal magnifico film di Sorrentino, regnava indisturbato, nonostante il 68, nonostante il 69, nonostante tutto e malgrado tutto. Il divino Giulio sosteneva che “bisogna amare così tanto Dio per capire come sia necessario il male” e di male ce n’era e ce n’è tanto!
Il 1972 prosegue con la VI legislatura, con un governo guidato da Andreotti e sostenuto da una coalizione DC-PLI-PSDI.
Sembrano tempi lontani, preistoria politica, ma oggi, se diamo un veloce sguardo ai componenti del governo ci si accorge che molti hanno chiara matrice democristiana, ciellina, liberale e … (mi sembra rivoluzionario dire anche socialdemocratica), allora abbiamo la quadratura del cerchio, secondo la visione propria de Il Contesto.
Capisco che attraverso una qualsiasi filosofia della storia riusciamo a trovare giustificazioni teoriche alla cronaca odierna, dalla teoria delle catastrofe di Arnold Joseph Toymbee, alla teoria dei corsi e ricorsi storici di Gian Battista Vico, oppure facendo riferimento all’eterno ritorno dell’eguale di Nietzsche: mi viene comunque difficile capire come siano stati buttati via più di 40 anni di storia per ritornare, come in un maldestro giuoco del caso, al tempo del “Contesto”; anzi, di esserci sempre stati.
La DC muore nel 1994 per implosione, con la fine della prima Repubblica. Magnifica la descrizione della DC in “Todo Modo” (altra opera di Sciascia più tarda di un paio d’anni dal Contesto, precisamente del 1974). Lo stesso Partito democristiano finito nel ’94, attraverso un mirabile giuoco di specchi e di rimandi, di fusioni e di separazioni, di apparenti divisioni, destroidi e sinistre (termine che rende bene il concetto). Rinasce.
La DC rinasce, sotto mentite spoglie, perché l’Italia è prevalentemente clericale e conservatrice, incapace di qualsiasi cambiamento radicale. L’Italia della prima o della seconda Repubblica rimane la Repubblica de Il Contesto.
Leonardo Sciascia l’aveva tenuto fermo due anni quel libro, aveva persino paura a pubblicarlo. E le reazioni virulente degli articoli scagliati al suo indirizzo l’hanno confermato. Sono stati più di venti gli articoli solo de L’unità e Rinascita (il nostro ex Presidente Napolitano sicuramente ricorderà anche chi li aveva firmati, quegli articoli). Descrivere l’Italia come luogo di omicidi eccellenti in nome di una ragione di Stato dove ci sono tutti, ma proprio tutti, opposizione compresa, è il tema preponderante del libro.
“Ho paura di dire cose che possono avvenire” (L. S.). Anch’io ho paura, paura di constatare cose che sono già avvenute e continuano ad accadere.
Constato che morta la DC, rinasce identica nella concezione di una gestione poco chiara del potere in tanti altri partiti a noi contemporanei.
Sciascia non capì la nuova mafia, Cosa Nostra. Aveva capito e descritto molto bene quella che in qualche modo era ancora legata alla terra, alla speculazione edilizia, alla politica. Non aveva capito le aristocrazie finanziarie, quelle che muovono un fatturato economico annuo di più di settanta miliardi di euro. Ma è giustificabile, è morto nel 1989, non c’era ancora l’Euro, non c’era come oggi la BCE, il Fondo Monetario Internazionale ed altre istituzioni economico-finanziarie di rilevanza internazionale (quando si parlava di signoraggio allora, si pensava ad una pratica medioevale!).
Nel Contesto, l’ispettore Rogas dice testualmente: “ Il potere in Sicilia, in Italia, nel mondo, sempre più degrada nella impenetrabile forma di una concatenazione che approssimativamente possiamo dire mafiosa”. Eravamo nel ‘71 in altre vicende affaccendati, ma non sembra che questo passo ci parli delle inchieste sulla trattativa mafia stato? E viene, anzi ritorna spontanea la domanda: ma che governi sono stati tutti quelli che da allora si sono succeduti?
Vorrei accennare, per simpatie professionali ad un filosofo siciliano come Sgalambro che molto bene ha tratteggiato lo stato d’animo isolano. Rinunciatario ed individualista.
Il filosofo siciliano Sgalambro scrisse: “Ciò che vedo intorno stimola in me pensieri d’odio … per questo rivendico la mia ascesi mentale”. La sua ascesi lo porta a formulare la metafora della nave. L’isola, la Sicilia è precaria, instabile come una nave. Ampliando prospettiva metaforicamente e per analogia, possiamo dire che oggi la nave da Isola è diventata Penisola, il “taedium” da isolano è diventato nazionale.
L’esproprio della speranza politica è stata lenta e continua. La politica è diventata l’arte di vedere il vetro e non di vedere attraverso il vetro. Il cinismo teologico di Sgalambro che può sembrare astratta filosofia può essere paragonato al cinismo monetario e finanziario che si vuol fare passare come unica verità filosofica del mondo contemporaneo. Mi ricordo, quando ragazzo lessi la teoria della palma. Il clima si fa sempre più caldo. Da sud verso nord, il clima si fa sempre più favorevole alla coltura della palma, circa cinquecento metri ogni anno. Alla linea della palma si aggiunse la teoria del caffè ristretto. Come scrisse Sciascia, la linea del caffè concentrato, forte degli scandali, sale su su per l’Italia, ed è già oltre Roma … (eravamo più di mezzo secolo fa). Oggi quella colonnina di mercurio è andata ben oltre Roma, ben oltre le Alpi. Così come il modo isolano di pensare, ce lo descrive cabalisticamente Sgalambro, così quello di governare ce lo ha scritto esplicitamente e bene Leonardo Sciascia.
Forse tutta l’Italia sta diventando Sicilia, si disse allora. Oggi quel forse, ahinoi, con i dovuti distinguo, probabilmente non c’è più, la previsione è diventata l’unica e onnicomprensiva realtà. Così nella politica prima, come adesso nella passiva e pessimistica forma del pensiero. Non più un pensiero teso ad una qualsiasi forma di cambiamento, ad una prospettiva che parta dai bisogni reali dell’uomo e ci ponga l’alterità di un qualche modello, ma una accettazione supina di scelte che vengono fatte da “altri” e fatte “oltre” i confini nazionali. Il potere non sta in Parlamento diceva Sciascia ma chi decide sta fuori, si colloca oltre, al di là ed al di fuori del Parlamento stesso. Cioè le decisioni, le scelte vengono fatte al di fuori dei partiti, e non sono scelte apolitiche ma politiche elevate all’ennesima potenza, fatte da uomini fuori dai partiti (tecnici) che stanno oltre qualsiasi schieramento, e forse proprio per questo dentro tutte le forze politiche, ne costituiscono l’humus.
Come lievito, come farina, come sale, comunque come forze inalienabili e vitali alla vita dello Stato, di questo Stato, che tutto comprende (nelle tasse e nei tagli) e tutto esclude (nelle scelte e nelle decisioni). La politica monetaria, la finanza, da strumento dei governi, sono diventati … governo. Ed ancora una volta e sempre, strumenti di qualcosa di “altro” e di decisioni prese “oltre” qualsiasi forma di rappresentanza democratica. La negatività di scelte politiche si è evidentemente fusa con una negatività del pensiero. Ne è venuto fuori un mixer di indistinto miscuglio bene-male, dove non esistono confini netti e ben delineati, dove scelte politiche si sono trasformate in astratte categorie dello spirito.
Se Sgalambro dice che pensare non gli ha dato gioia, pensate un po’ cosa ha procurato a noi, che filosofi non siamo ma semplici cittadini comuni!
Succede a volte di leggere dei libri e di vedere comparire davanti con gli occhi della memoria, insieme al testo che si sta leggendo, un altro libro. È quello che mi è successo leggendo “Siamo il 99%” di Noam Chomsky.
Il libro richiamato alla memoria è “Indignatevi” di Stephane Hessel.
Indignatevi è stata di una moderna guida per i giovani, cui l’autore si rivolgeva affinché si indignassero contro l’attuale dittatura finanziaria, perché “l’indifferenza è il peggiore di tutti gli atteggiamenti .… Creare è resistere. Resistere è creare”. Adesso ho scoperto con il libro di Chomsky un altro manuale di resistenza, rivolto stavolta non solo ai giovani ma a tutta la comunità. In questo piccolo libro, Siamo il 99%, quasi un opuscolo di propaganda, si prende in considerazione la soluzione reale che è possibile dare ai problemi politici, economici e sociali odierni, non solo in America ma nel mondo. Sono interviste e conferenze che hanno la capacità di mettere in luce alcune caratteristiche peculiari di una crisi mondiale.
Oggi la mancanza di qualsiasi prospettiva porta alla disperazione: chi lavora sa che il posto di lavoro è diventato precario, una volta perso, non ritornerà. Fenomeno determinato dallo spostamento dalle attività produttive alla manipolazione finanziaria. I mutamenti dagli anni ’70 in poi, hanno portato a deindustrializzare, delocalizzare ed a fare aumentare il potere delle istituzioni finanziarie. La concentrazione della ricchezza ha quasi eliminato la classe media ed il potere politico si è concentrato nelle mani di pochi: i partiti in vario modo si sono sciolti e dissolti.
Ed allora che fare?
Bisogna educare, organizzare, mobilitare. Significa “imparare le cose autonomamente”. Comprendere il mondo per cambiarlo. Ecco che ritorna preponderante il senso ed il significato di questo Concorso letterario. Si impara partecipando, confrontandosi con gli altri: si impara dalle persone con cui ci si relaziona. Questa l’essenza di una concezione politica anarchica. Spesso ci si interroga su come possa essere una società anarchica. Una definizione semplice è la seguente: una società anarchica è una società fondata sulla partecipazione libera e volontaria all’interno di un sistema altamente strutturato ed organizzato. Il contrario quindi di caos, termine spesso usato come sinonimo di anarchia.
Avevo letto in una versione dei pocket tascabili della Longanesi, negli anni del liceo, una definizione di Bertrand Russel : “il puro Anarchismo dovrebbe essere l’ideale supremo cui la società dovrebbe avvicinarsi di continuo, ma che per il presente esso è impossibile …”. Questo per il filosofo inglese, per noi va eliminata l’idea della sua impossibilità a realizzarsi. Anzi bisogna cercare di realizzarla attraverso la creazione di comunità solidali, di mutuo appoggio, di vera democrazia di base, è una risposta indispensabile per contrastare l’idea egemone della società odierna che ha fatto proprio il concetto espresso, un secolo fa da Mark Hanna, quando alla domanda di cosa fosse importante in politica, rispose: “La prima cosa è il denaro, la seconda è il denaro e la terza l’ho dimenticata”.
Così come la DC secondo Sciascia, aveva occupato lo Stato ed ad esso si era sostituito, oggi, il mondo è occupato e governato dalle multinazionali, dagli imperi commerciali, dalle enormi istituzioni finanziarie, che decidono al posto dei partiti e dei governi.
La loro massima: “tutto per noi e niente per gli altri”. Gli accordi economici come il TPP (Paternariato trans-pacifico) sono accordi che riconoscono tutele e diritti agli investitori privati camuffandoli come accordi di libero scambio. L’Unione Europea comincia a vacillare per gli effetti dei provvedimenti di rigore dettati dal F.M.I., la democrazia svigorita ha consegnato qualsiasi potere decisionale ai burocrati di Bruxelles, i leader politici nazionali devono sottostare alle istituzioni europee, alle banche ed alle multinazionali.
Ma il mondo ha anche bagliori di luce, bagliori dati dalla presa di coscienza dell’opinione pubblica. Ciò è vero se ricordiamo le grandi manifestazioni pacifiste che contribuirono dall’interno a sconfiggere l’imperialismo americano in Vietnam. O il movimento femminista, che da elite è diventato un movimento che ha cambiato non solo la visione dei rapporti fra i sessi ma la visione del mondo intero. Se lo hanno fatto le donne,solo le donne delle società progredite, perché un nuovo cambiamento non potrebbe farlo proprio l’opinione pubblica mondiale?

Racalmuto, 4 giugno 2017

“La giostra dei criceti” romanzo di Antonio Manzini, commento di Carmelo Sciascia

Non sapevo ci fosse un libro (pubblicato nel 1990 dall’organizzazione degli scrittori di gialli della Gran Bretagna) che contenesse un elenco con i cento migliori romanzi gialli finora scritti.
Quando ne ho avuta conoscenza sono andato a spulciarlo. Mi sono accorto che vi erano autori che personalmente non avrei inserito come scrittori di gialli ed altri, che pensavo lo fossero, ne erano esclusi.
Così va il mondo! Mi sono detto. Casualità ha voluto che mi trovassi in quei giorni tra le mani un libro di Antonio Manzini, scrittore di romanzi polizieschi e sceneggiature, creatore in particolare del personaggio Rocco Schiavone, vice questore della polizia di stato. Il suo successo, come spesso succede, e la popolarità da parte del grande pubblico, si è avuto quando la serie di questi romanzi polizieschi è stata tradotta in fiction televisiva.
Come era avvenuto con il commissario di polizia Montalbano di Camilleri, interpretato da Luca Zingaretti, così la storia si ripeteva con il vice questore di polizia Schiavone di Manzini, interpretato da Marco Giallini. Tra i due, chissà chi avrà la meglio a lungo termine, sia per audience che per successo editoriale e letterario, anche se parte storicamente avvantaggiato Montalbano, però non va dimenticato che, anche se successivo, Schiavone ricopre un grado gerarchicamente più elevato, quello di vice questore.

Marco Giannini interpreta il vicequestore Rocco Schiavone

Rappresentano ambedue i poliziotti realtà locali, antropologicamente e linguisticamen te diversi: l’uno la sicilianità, l’altro la romanità.
Lasciamo adesso qualsiasi altra considerazione sul paragone dei due personaggi e torniamo soltanto e semplicemente al nostro libro, pretesto con il quale si era iniziato a scrivere: La giostra dei criceti di Antonio Manzini.
Il libro è pubblicato nella collana La memoria della Sellerio, una collana che la dice lunga sui romanzi e sui gialli, se pensiamo solamente che il primo ed il centesimo volume sono stati: Dalla parte degli infedeli e Cronachette di Leonardo Sciascia.
C’è, a fare da colonna sonora al libro (dal titolo appropriato), il destino segnato e senza senso di tutti i personaggi del libro: un destino che somiglia proprio al continuo movimento della ruota dei criceti in gabbia.
Il libro racconta la storia o le storie, sarebbe meglio dire, di ladruncoli e ministri, di comuni impiegati (alienati e frustrati) e di servizi segreti (deviati).
In questa storia che ha per scenografia la periferia romana, si dipana la vicenda delinquenziale di una rapina finita male. Casualmente, più per istinto che per convinzione, un impiegato dell’INPS, che per il solo fatto di sentirsi giustiziere delle elargizioni previdenziali, si trova invischiato in un segreto ed inumano disegno politico di funzionari dello Stato (Ministri, Servizi Segreti, Direttori Generali).
Riporto la frase con cui chiude la riunione il nostro Ministro: “Lo so. È un’idea forte. All’inizio può sembrare sconcirtante. Ma pensateci bene. Quanta gente imbroduttiva manteniamo? Gente che neanche consuma. Occupa case, intasa i telefoni, infolte le file alle Poste. Parlo dei pensionati soli, statali. Noi non mireremo alla classe dirigente, nessuno andrà a colpire ex dirigenti, artisti, sportivi. No. Noi colpiremo solo le pirsone a cui l’opinione pubblica non bada. Quelli che troviamo morti putrefatti dopo giorni e giorni. Che riempiono i giardini e danno da mangià ai piccioni. Quelli sò il grosso del nostro deficit. E quelli vanno colpiti. Gli invisibili!” Gli errori lessicali sono lì, messi a bella posta, ad indicarci il livello culturale del politico.
Un’eco al discorso del Ministro lo troviamo nel semplice impiegato INPS quando parla con il suo Direttore: “Bé, per troppi anni abbiamo dato pensioni a tutti senza discernimento. Le baby pensioni a quarant’anni, reversibilità, falsi invalidi. Gente morta che continuava a prendere il mensile. Siamo stati il pozzo dal quale lo Stato ha attinto per anni ogni volta cassa integrazione lo esigeva. Siamo stati tartassati. e adesso cosa pretendono?”.
Sono quelli dell’uomo di potere, il politico di turno, come dell’ultimo semplice cittadino, pensieri coincidenti, purtroppo! Questo nel racconto, ma spesso è così anche nella società reale. La fine delle ideologie ha generato il predominio di un comune sentire, la nascita di una nuova ed uniforme ideologia: il sentire comune che fa leva sugli istinti prevalenti provenienti dall’apparato addominale!
La soluzione al problema previdenziale sarebbe l’eliminazione fisica di un target di persone, ben scelto, che usufruiscono di elargizioni (ben misere in verità) pubbliche!
Questa massa di miliardi non devono più uscire dalle casse dello Stato. E siccome nessun economista finora è riuscito ad arginare il problema, questa massa di persone, freni inibitori dell’economia, un vero e proprio cancro nel corpo dello Stato, deve essere eliminata, l’operazione viene chiamata “Anno Zero”.
La differenza a volte tra il fantastico ed il reale è veramente minima. Basta pensare come tanta gente facente parte di quel determinato target (vecchi con pensioni minime, soli) viene eliminata nella realtà, dalla quotidianità, per mancanza di cure ed assistenza adeguate!
Può essere che il problema può essere risolto anche per via legislativa: se alziamo il limite pensionistico, sia gli anni lavorativi che l’età cronologica e nello stesso tempo diminuiamo l’importo con un diverso calcolo monetario, l’effetto alla fin fine non potrà essere che lo stesso. E, per tenerci buona la coscienza possiamo sempre far ricorso alla presenza dell’iniquo nella storia dell’umanità come San Paolo ci ha insegnato nella lettera ai Tessalonicesi.
Potrebbe essere questa conclusione un’affermazione della personalità dello stesso vice questore Rocco Schiavone: pessimismo realista ed amore sviscerato per la scoperta della verità!
Carmelo Sciascia