“Accabadora”, romanzo di Michela Murgia, Einaudi editore, 2009

Il termine sardo femina agabbadora, femina agabbadòra o, più comunemente, agabbadora (s’agabbadóra, lett. “colei che finisce”, deriva dal sardo s’acabbu, “la fine” o dallo spagnolo acabar, “terminare”) denota la figura storicamente incerta di una donna che si incaricava di portare la morte a persone di qualunque età, nel caso in cui queste fossero in condizioni di malattia tali da portare i familiari o la stessa vittima a richiederne l’eutanasia. La pratica non doveva essere retribuita dai parenti del malato poiché il pagare per dare la morte era contrario ai dettami religiosi e della superstizione. Diverse sono le pratiche di uccisione utilizzate dalla femina agabbadora: la tradizione, a seconda del luogo, la vede entrare nella stanza del morente vestita di nero, con il volto coperto, e ucciderlo tramite soffocamento con un cuscino, oppure colpendolo sulla fronte tramite un bastone d’olivo o dietro la nuca con un colpo secco. Il libro della Murgia, che ci fa conoscere questa figura della quale racconta la tradizione popolare sarda, racconta una storia ambientata negli anni 50 e ci fa conoscere innanzitutto il concetto di fill’ de anima: Tzia Bonaria Urrai, vedova e senza figli, offre una cifra che non è possibile rifiutare a Anna Teresa Listru, vedova a sua volta con quattro figlie da mantenere. Una somma per adottare Maria, appunto la quarta figlia di Anna, sei anni e un’intelligenza vispa. Così Maria dalla vita di miseria e di fame (la madre diceva che sapeva fare il bollito anche con l’ombra del campanile), diventa figlia d’anima e passa alla bella casa della benestante Tzia, alla frequenza della scuola, all’apprendimento dell’arte del cucito. Certo non mancano i momenti bui della loro convivenza: dove va, di notte, Tzia, vestita di nero, con lo scialle sulla testa, seguendo ora un uomo, ora altre persone che passano a prenderla? Lo scoprirà Maria, una volta cresciuta, al funerale di un giovane rimasto invalido per un colpo di fucile sparato forse per errore e non potrà sopportare quella scoperta. Se ne andrà. A Torino, assunta da una famiglia benestante per fare la bambinaia. Ma, quando Tzia Bonaria starà male, tornerà per assisterla trovando una vecchia ormai incapace di parlare e che tuttavia, passando i mesi, non conclude la sua vita come se qualcosa lo impedisse. Forse, anche se le accabadore non sono considerate assassine dalla gente del popolo, qualcuno di quanti ha portato verso la morte non gliel’ha perdonata ed ora impedisce al suo spirito di trovare la pace? Sarà Maria a portarla verso l’ultimo sospiro.

“Il principe dei gigli”, romanzo giallo di Hans Tuzzi, Bollati Boringhieri editore

Un convegno tra illustri cattedratici in un paese al centro dell’Umbria. Atmosfera particolarissima di un mondo ‘altro’, lontanissimo dalla realtà quotidiana, racchiuso nella propria specificità: si parla di manoscritti, di bibliografia, di volumi antichi, di stampatori medioevali, di legatorie. Ma non solo: gli illustri studiosi, alla sera, in albergo, a tavola, trovano il modo di parlare di preservativi. Ovviamente da un punto di vista erudito, ‘storico’. Furono pensati, nell’antichità come anticoncezionali? Nientaffatto: erano strumenti di protezione, di difesa. Dalle malattie sessuali, sifilide in primo luogo. Tra gli invitati il Commissario Melis, in arrivo da Milano e, seduto al convegno, Volpe, Comandante della locale stazione dei Carabinieri. E il lavoro si presenta ben presto per entrambi: al piano superiore viene trovato il cadavere di un giovane studente. Come confessa la sua giovane ragazza, da tempo a contatto con il mondo della droga. Nulla di straordinario. Giusto qualche canna e forse, senza eccedere, un pò di ‘sniffo’. Quindi quale può essere la molla che ne ha determinato la morte? La risposta sembra chiara e definitiva quando viene trovato un secondo cadavere, quello di un noto pusher della zona. Insomma, una lotta nell’ambiente per la conquista del mercato, sempre interessante nel mondo degli studenti universitari. Una soluzione fin troppo semplice, sicuramente gradita dagli accademici, abituati all’ambiente ovattato degli studi e alla consultazione degli antichi manoscritti chiusi in polverose biblioteche: un’ambiente che nessuno deve disturbare. Appunto, ovattato ma anche fragile. Lasciamo stare il mondo della cultura. Anche per non far perdere credibilità all’Alma Mater Studiorum, la grande Università. Un libro che scorre talvolta lento e addirittura noioso come lenti, ovattati, noiosi sono questi docenti, questi studiosi la cui vita ruota attorno a convegni, allo studio, alla conoscenza, lontano dalla quotidianità di chi ne vive lontano. Un mondo che vale la pena conoscere o approfondire proprio perché è dalla curiosità che nasce la conoscenza e la conoscenza prelude al futuro da immaginare e da costruire. Ma detto questo, considerata anche una conclusione della lettura con una soluzione che sembra fin troppo naturale visto il contesto generale, credo che difficilmente, per carenza di tempo e troppi romanzi in attesa di lettura, mi capiterà ancora di avvicinarmi alle inchieste del commissario Melis.

Venerdì sera, olio su tela, di Mario Canale

 

“Tramonto e polvere”, una storia d’America violenta, romanzo di Joe R. Lansdale, Einaudi editore

Una copertina languida e trasognata che sembra rinviare ad un racconto romantico e invece ti trascina in una storia al fulmicotone, ambientata nell’America anni trenta, dove imperversano violenza, ignoranza, razzismo. Sunset Jones, ovvero sunset-tramonto per via dei suoi capelli rosso fuoco, la protagonista. Moglie dello sceriffo e figlio dei proprietari di Camp Rapture, un’enorme segheria vicina al villaggio di Holiday, dove la gente puzza di polvere e segatura, vive ubriacandosi, andando a prostitute, odiando i negri e picchiando le mogli comunque e a prescindere. Non è semplice sopravvivere in un posto del genere, tanto più se sei donna o se sei negro; e lo sa bene Sunset, che durante l’ennesimo tentativo di stupro da parte di Pete, il marito, che dopo i primi tempi di quello che sembrava un matrimonio d’amore, di fatto la usa, la tratta e la possiede con violenza animale oltrechè cornificandola a piacere, Sunset si trova con la mano a toccare la pistola di lui e, senza esitazione, l’estrae dal cinturone. Spara. Lo ammazza. Bang, un colpo e fine per Pete. R.I.P., riposi in pace all’inferno. Un gesto che risveglia anche l’orgoglio della suocera, Marilyn, a sua volta soggetta alla violenza del marito, padre di Pete dal quale il figlio pare avesse ereditato l’atteggiamento poco romantico verso la donna di casa. In questo caso Marilyn non uccide Jones, si ribella, lo randella, lo getta fuori casa. Ma un uomo non può sopportare la rivolta delle donne e, a sua volta, decide di farla finita, di raggiungere il figlio all’inferno. Sale su un tronco in viaggio verso la grande sega e finisce letteralmente in mille pezzi che si spargono in segheria e sulle tute degli operai. Così, con il supporto della suocera, di fatto proprietaria di Camp Rapture, a Sunset viene affidata la stella di rappresentante della legge nonostante l’opposizione di tutti gli abitanti, poco disposti a sopportare una donna, un essere buono, secondo la mentalità imperante, solo per essere picchiata e per scoparla, in giro con stella e pistola. Ma chi comanda è sempre chi paga e visto che Marilyn è la proprietaria padrona dopo la morte del defunto marito, lei decide e per tutti così è se vi pare. Così inizia l’avventura di Sunset che sempre più si troverà a scavare in un’America in grande misura marcia, dove imperversano ingiustizia, sopruso verso i più deboli, razzismo esaperato con i cappucci del KKK dietro l’angolo, linciaggi e negri dati a fuoco senza processo, afa soffocante, invasione di cavallette, amori focosi, amori delusi, ragazzine illuse e messe incinta per subito essere abbandonate, spedizioni punitive, vendette a suon di manganelli e di fucili a pompa che ti sbrandellano. Un romanzo scorretto, schietto, senza censure, immagine di un America, quella della grande depressione, quella della provincia Texana ancora legata alla schiavitù, al dominio del bianco sul nero (ma anche del maschio sulla donna), un’America che ci auguriamo non esista più anche se la lettura può farci capire le cronache che talvolta ascoltiamo ancora oggi di persone che escono di casa armati fino ai denti e, apparentemente senza motivo, improvvisamente sparano ammazzando ignari passanti a grappoli in nome dell’industria delle armi e delle pallottole libere.

 

“Il Piccolo Principe”, romanzo di Antoine De Saint-Exupéry, Bompiani editore

Antoine De Saint-Exupéry, provetto aviatore di quei tempi nei quali volare era quasi una magia e diciamo la verità, qual’era il bambino che non sognava di salire su un aeroplano per salire lassù tra le nuvole del cielo facendo a gara con aquile e uccelli migatori per scoprire sconosciute terre inesplorate? Ebbene, Antoine, nel 1935, ebbe un’avaria al motore in pieno deserto del Sahara, con riserva d’acqua per soli sette giorni. Fu salvato praticamente all’ultimo minuto ormai morente dagli indigeni ma quell’esperienza fu fondamentale perchè lì, tra le sabbie, incontrò il Piccolo Principe, ovvero se stesso bambino. Quando aveva sei anni e disegnò un boa che aveva mangiato un elefante e gli adulti, che sono così strani, così bizzarri, stroncarono quelle velleità da disegnatore. Un pò come la poesia che, come si dice, non dà da mangiare. Eppure tutti noi, se sappiamo ascoltarci, siamo piccoli principi, tutti noi abbiamo la curiosità di conoscere il mondo guardandolo con gli occhi dell’innocenza bambina, incontrando il re di un pianeta senza sudditi, il vanitoso che aspetta solo l’applauso per ringraziare togliendosi il cappello, l’uomo che conta le stelle e per questo crede d’essere ricco, concludendo che sono ben strani quegli adulti che vivono di valori che sono nulla. Ecco. Oggi ho letto questo piccolo capolavoro che sa parlare al bambino che vive dentro di noi, oggi che anche il motore del mio aereo mi ha fatto scendere tra le sabbie del deserto e mi ha fatto rivedere il senso del vivere, dell’impegno quotidiano per obiettivi che, a ben guardarli, si rivelano effimeri. Sì, mi ha saputo far ritrovare con il mio io bambino perché siamo bizzarri e strani, noi diventati adulti, allineati a ricercare il possesso delle cose che in realtà non lasciano nulla. Allora l’invito è quello di leggerlo, di ascoltare la voce del Piccolo Principe che arriva da un altro pianeta lontano dove tutto è piccolissimo, dove vive in compagnia di tre vulcani, uno attivo e due spenti, e di una rosa, un fiore con quattro misere spine per difendersi dal mondo intero, un fiore affidato a lui e che di lui ha bisogno a partire dalle sue cure. E considerato che questo libro è poesia pura, colgo l’occasione per ricordare che stasera è iniziata a Piacenza a Palazzo Farnese l’incontro con la piuma sul baratro, 25 ore di lettura dei brani poetici proposti da oltre 100 poeti provenienti da tutt’Italia. Ero uno di quei 100 e, problemi come dicevo di riassetto del motore in atto, non ci sarò. Non ci sarò, ma solo fisicamente. Se però qualcuno saprà vedere quel bambino un pò in disparte che semina stelle sui poeti presenti, beh, quel bimbo sono io.

   

 

“Il bar del Gianni”: il prossimo libro con i racconti della Mara Depini da preordinare senza se e senza ma

Ci sono persone che non possiamo dimenticare, che non invecchiano, che continuano a vivere anche se non ci sono più, tali e quali a come le ricordiamo.
Ci sono luoghi che non sono mai cambiati, nel nostro cuore, nella nostra mente, nei nostri sentimenti.
E ci sono momenti della nostra vita che sono passati in un soffio, ma sono ancora vividi e reali, seppure in un’altra dimensione.
C’è un paese, il mio paese.
Vi sono nata, vi sono cresciuta, me ne sono andata quando mi sono sposata.
Oggi è irriconoscibile, ma nella mia mente è sempre uguale.
Il bar del Gianni, la merceria, i giardini pubblici, la farmacia.
Le persone sono inventate, ma è come se fossero quelle che ho conosciuto.
Le storie sono inventate, ma avrebbero potuto essere vere.
Gli anni Sessanta, ero bambina, ne ho nostalgia.
Racconto del mio paese, quello di una volta, che in me non è mai cambiato.
Vi strapperò un sorriso e forse anche un sospiro di rimpianto.

Carpaneto piacentino, il paese del bar del Gianni

Perché ho scritto questo libro?

Il paese in cui sono nata, Carpaneto, da cui manco da trent’anni, a cinquanta chilometri da dove abito ora. Il bar del Gianni, dove la nostalgia trasporta i miei pensieri.
Perché non scrivere qualcosa che appartiene al mio passato, ma che a volte è più vivo e presente che mai? Erano i mitici anni Sessanta, c’era voglia di fare, di creare un futuro, di lavorare. C’era cameratismo, forse ci si voleva più bene. Forse ammantiamo i ricordi di buoni sentimenti, travisando la realtà. Mi sono raccontata una storia.

Il bar del Gianni. Esiste veramente. A Carpaneto. Erano i mitici anni 60. Riviviamoli con Mara. Giovedì 11 ottobre, ore 17.30 è partita la campagna di crowdfinding. Potrete averlo sia in cartaceo che digitale.

Il libro di Mara può essere prenotato in pre-ordine (con uscita a luglio 2019) collegandosi al link https://bookabook.it/libri/bar-del-gianni/ al costo di € 10,00. Obiettivo minimo 250 pre-ordini entro i prossimi 99 giorni (diciamo entro il 20 gennaio prossimo, una ottima occasione per sè e per magari un bel regalo natalizio ad amici e parenti che possono conoscere le storie e le atmosfere di ‘quel’ paese della bassa contadina d’anni fa).

A dodici anni mi chiesi quanto fosse difficile scrivere un libro. Pensai che non lo avrei mai saputo fino a che io stessa non lo avessi fatto. Così nacque il mio primo “libro”. Da lì in poi non ho più smesso di scrivere. Felicemente sposata con Lorenzo da trent’anni, madre orgogliosa di Luca da 21, mi divido tra la scrittura, la lettura, i viaggi, l’arte e tanto altro. Premiata da Garinei nel 1996, da Sgarbi nel 1999, ho vinto altri premi, di cui sono orgogliosa. Nel tempo libero dal lavoro cerco di vivere appieno la vita, dalla quale poi traggo gli spunti per le mie storie.

“Le mele di Kafka”, romanzo di Andrea Vitali, Garzanti editore, 2016

I libri di Vitali muovono nella piccola provincia italiana, con personaggi che non faranno mai la storia, personaggi che possiamo incontrare in tutti i nostri paesi, gente che nasce, lavora, passa il suo tempo al bar, magari si sposa, vive giorno dopo giorno, ad un certo punto “va avanti”, per malattia, per incidente. Così tutto si conclude, un funerale, qualche addetto comunale che si veste dei panni del becchino, sigilla la tomba e in breve il ricordo svanisce come la nebbia della mattina tra i boschetti dei fiumi o le rive del lago, in questo caso il lago di Como. Insomma, nessuna storia di grande approfondimento. Nei libri di Vitali troviamo iscritti allo Psiup, fascisti in camicia nera, la casa dei lavoratori, fascisti che, all’alba del 1946, si scoprono socialisti, comunisti ma non crediamo di trovare conflitti sociali, scontri, motivazioni di scelte politiche. Alla fine ci si ritrova tutti davanti ad bicchiere di vino, seduti sulle vecchie panche del cinema sociale, a sbirciare le tette di qualche paesana procace con curve da sballo, e bisogna confessarlo: l’impasto risulta sempre leggero, divertente, l’ideale per passare qualche ora in serenità. Così con queste mele che ruotano d’intorno ad una storia di bocce richiamando anche in questo caso tempi andati, quando non c’era paese senza la sua bella bocciofila, regolamentare o meno che fosse. Il protagonista in questo caso è Abramo Ferrascini, uno che boccia come Dio comanda e, in coppia con un buon accostatore, diventa imbattibile. Dunque l’obiettivo risultano le semifinali del Campionato provinciale in programma nel vicino Cermentate per la domenica. Purtroppo arriva la notizia della gravissima malattia del cognato, l’Eraldo, sposo della sorella della Rosalba, moglie di Abramo: bisogna andare in Svizzera. I medici d’oltralpe dicono non abbia più di 48 ore di vita per cui non si può far altro che sperare siano precisi come orologi, che si possa ritornare prima delle prove del Campionato. Non resta che salire sulla vecchia 1100 Fiat con l’Abramo e la Rosalba, attraversare i monti, e tenere le dita incrociate, pagina dopo pagina con Andrea Vitali.

Giocatori di bocce, olio su tela di Gragnoli Ovidio

 

“Il cappello del maresciallo”, romanzo di Marco Ghizzoni, Guanda editore, 2014

Il liutaio Antonio Arcari, professionista stimato a livello nazionale, viene trovato morto in situazione ‘imbarazzante’ (con pantaloni e intimo calati): dopo una notte probabilmente di fuoco, dietro la ferrovia, in zona frequentata appunto dalle signorine che, a pagamento, allietano le notti degli uomini, soli o ammogliati che siano. Siamo a Boscobasso, ridente e tranquillo paesino della provincia di Cremona e, quando Luigi Bigio Bertoletti, becchino comunale, si trova il cadavere sdraiato sul tavolo dell’agenzia di pompe funebri del cognato, non può che esultare fra sè e sè. Nonostante, con i suoi sessantanni, non avesse mai abbandanto il celibato, ne era certo: avrebbe finalmente avuto (prima di tutto in un comodo letto) l’affascinante Edwige Dalmasso, moglie anzi vedova dell’Arcari. E la fortuna pare aiutarlo: mentre procede alla vestizione del defunto, ecco arrivare proprio l’Edwige che, rispetto al posto già assegnato nel cimitero, chiede un loculo in posizione migliore. E, siccome ‘quella cosa’ tipica del genere femminile ne tira più di un carro di buoi, il Bigio pensa e ripensa trova la soluzione: riesumare dal loculo vicino all’ingresso del cimitero, il cadavere dell’ex Sindaco, Rosario Pitino, un ‘terrone’ venuto anni prima dalla Sicilia, che nessuno era mai venuto ad onorare d’una visita, praticamente dimenticato da tutti, boscobassiani compresi. Dettofatto, lo scambio durante la notte avviene, il Rosario tuttavia è uomo robusto e non emtra nel nuovo loculo. La bara si rompe ed entra ma col corpo niente da fare: al Bigio non resta che portarlo altrove e seppellirlo vicino al fiume in zona di golena dopo avergli tagliato la testa. Due bei problemi per il maresciallo Bellomo al rientro dalle ferie nella sua Sicilia con un morto che potrebbe far scandalo e un cadavere sconosciuto venuto allo scoperto grazie al fiuto di un cane che, scava scava, ha fatto emergere una mano. Intanto l’Arcari viene degnamente sepolto e il Bigio, per l’ottimo servizio reso, viene ammesso nella casa dell’Edwige. Senza, per ora tuttavia arrivare alla camera da letto ed anzi la situazione si complica: che ci fa il cappello del maresciallo sul divano di casa Arcari? Ma non solo. Per infittire e complicare la situazione, dalla SIcilia arriva Concetta Pitino, sorella dell’ex Sindaco che, presentandosi in Comune, chiede con fermezza ragione dello spostamento del loculo del fratello, minacciando provvedimenti. Così, quando la tomba viene riaperta, la si scopre vuota! Insomma, un libro leggero, divertente, con il consiglio di non perderlo: con la sicurezza di una buona lettura.   

 

“I giorni dello sgomento”, romanzo di Fiorella Borin, Edizioni della sera, 2017

Della tragica Campagna di Russia abbiamo già letto di tutto: dalla mancanza di equipaggiamento adeguato alle tremende temperature, alle difficoltà di collegamento, all’ineguatezza degli armamenti, alle illusioni di una guerra lampo (i tedeschi ritenevano di poter arrivare a Mosca in meno di otto settimane). Il racconto di Fiorella aggiunge due elementi: gli eventi vissuti con sensibilità femminile, la storia di un soldato come può essere ‘sentita’ dal cuore della moglie e il legame tra quel soldato e la famiglia quando, per una breve licenza, rientra nel nostro BelPaese. Per scoprire l’indifferenza (se non l’ostilità) di chi era rimasto a casa e condanna il soldato alla solitudine, forse colpevolizzandolo per quella che già era vissuta come una sconfitta. “Ma è forse colpa nostra?”, s’interrogano i reduci che, di fronte a tanta ostilità, si scoprono critici verso l’arroganza e la prepotenza delle camice nere, verso il sistema al potere, verso le promesse del fascismo che vengono travolte dai primi bombardamenti americani. Le bombe assassine che, insieme agli obiettivi militari veri o presunti, colpiscono le case dei civili. Morte e distruzione in Russia, morte e distruzione in Patria, la guerra non ha pietà di nessuno, colpisce i combattenti ma entra anche nelle famiglie, senza nessuna possibilità di difesa. Gli alti ufficiali, i gerarchi, per loro vale l’immunità, sono sempre in seconda fila, protetti da quanti stanno al fronte (quello combattente e quello inerme interno) che possibilità di difesa non hanno. Insomma un romanzo che costituisce atto di denuncia, di ribellione, contro il fascismo, contro il militarismo, contro la guerra. Un romanzo del soldato che ritorna tra i suoi cari e li trova traditi, vessati dalle camice nere se il loro allineamento risulta solo ‘moderato’, se i figli a scuola, osano pensare, sviluppare e dichiarare una coscienza critica, esattamente come abbandonati sono i commilitoni rimasti nella steppa, a morire di freddo, congelati, morire solo perchè lì, nemmeno combattendo, uccisi non dal fucile ma semplicemente dal gelo. Un romanzo che, in sostanza, spiega perchè un Paese che in quel sistema aveva creduto, che aveva osannato, decide di salire sui monti, di combattere per la libertà, per il futuro dei propri figli, delle proprie donne, per il futuro di se stessi.

“La carta più alta”, romanzo di Marco Malvaldi, Sellerio editore, 2012

Non si legge Malvaldi alla ricerca di approfondimento filosofico. Salvochè non si pensi al vivere tranquillo e sereno di quattro vecchietti pensionati che devono pur far arrivare sera giocando a biliardo al Bar Lume, in Pineta, amena località turistica sulla costa toscana. Naturalmente mettendo il naso in altrui affari, magari alla ricerca di qualche misfatto che possa nascondere un delitto. Il Rimediotti, il Del Tacca del Comune, Aldo il Ristoratore e Ampelio, nonno di Massimo, il barrista. Le maldicenze del momento puntano sulla vendita sottocosto di una lussuosa villa da parte del proprietario che, poco dopo l’affare (tale per l’acquirente), colpito da terribile malattia, inesorabilmente muore. Com’è possibile abbia venduto a quel prezzo di svendita? Qui gatta ci cova, si mormora all’unico tavolino posto sotto l’olmo del giardino del bar mentre, di corollario, riappare Tiziana, l’avvenente ex banconiera. Convivenza fallita, il prescelto, invece di coltivar l’avvenenza, passava il tempo alla play station per cui lei ha ben pensato di tornare alla vita da single, occupazione compresa e chissà, subdolamente ammiccano i vecchietti, non s’apra un’autostrada per il nostro Massimo. Ma in realtà son ben altre le sorprese dietro l’angolo a partire dall’inciampo del nostro in una sporgente radice d’alberello che non ha pietà alcuna, aggangia il piede del Massimo e buonanotte al tendine: via diritto in ospedale, ingessatura e ricovero immobilizzante proprio nella stanza dove passò e morì il Carratori. Ovvero il moribondo che poco tempo prima dell’imprevisto decesso aveva venduto la villa letteralmente per quattro soldi rispetto al valore di mercato. Un fatto, un sospetto che, giungendo all’orecchio del Commissario Fusco, vivacizza l’ennesima estate Pinetana.

Dalla trasposizione teatrale de ‘La carta più alta’

 

“Sotto il crinale e altri racconti”, di Ernest Hemingway, inserto de Il Sole 24 Ore

Confesso: mai letto nulla di Hemingway. A parte averne sempre sentito parlare come di un grande della letteratura. Poi ci sarebbe la famosa frase che avrebbe pronunciato, “oggi ho attraversato la valle più bella del mondo” riferendosi alla Val Trebbia (ma qualcuno ipotizza la Val d’Aveto, rintuzzato da chi sostiene che per l’americano le due valli erano continuazione l’una dell’altra). In effetti ricercando in internet si trovano tracce di possibili fugaci e veloci “attraversamenti” della Val Trebbia nel 48 e nel 49 con la quarta moglie. Nel 1945 invece Hemingway, corrispondente di guerra americano, partito da Chiavari e diretto a Piacenza, passò per la Val d’Aveto, e secondo alcune fonti fu proprio dopo il passaggio in quella meravigliosa valle che scrisse sul suo diario la celebre frase. Addirittura pare che lo scrittore rimase bloccato nella valle per più settimane, a causa del crollo di un ponte fatto saltare dai partigiani. Sicuramente nell’occasione si dedicò a grandi passeggiate, forse addirittura alla pesca alla trota ma, per quanto alla frase tanto spesso ripresa dai valligiani, stando alla ‘confessione‘ del giornalista Ennio Concarotti fu un’invenzione dello stesso utile come accompagno ad un articolo scritto negli anni sessanta. Comunque scusandomi per questa disgressione che nulla c’azzecca con il libretto uscito come inserto domenicale de Ilsole24ore, troviamo quattro racconti tratti da ‘Storie della guerra di Spagna – La Quinta Colonna‘, Oscar Mondadori. Ernest, corrispondente di guerra americano, racconta i giorni della Madrid circondata dai fascisti, bombardata dagli aerei tedesci ed italiani. Ritrovo tra combattenti di diverse nazionalità da Pedro Chicote, barman straordinario, sempre amabile, sempre allegro. Un locale nel quale non si parla di politica, nel quale la sera fanno una capatina le più belle ragazze della città. Ma bisogna parlare al passato. Qui i rifornimenti cominciano a mancare, per un buon gin tonic di acqua tonica resta una sola cassa e anche l’ottimo whisky scozzese comincia a scarseggiare. La clientela è ridotta a soldati, aviatori, carristi sfiduciati, consapevoli che l’indomani per loro può essere il giorno della morte. Hemingway ascolta, parla, si confronta, racconta. Storie di uomini che lottano per un ideale e che sono travolti da qualcosa d’orrendo: la guerra. Ecco, una lettura, poche pagine ma chiare: mai più guerre, mai più odio di un popolo contro l’altro, tutti i popoli, ogni singolo uomo ha diritto al rispetto, a vivere in pace. Questo è l’Hemingway che ho incontrato, che ho conosciuto.

Ne è valsa la pena.