“I peccati della bocciofila”, romanzo di Marco Ghizzoni, Guanda editore, 2015

Dopo “il cappello del maresciallo” eccoci di nuovo a Boscobasso, bassa lombarda, provincia di Cremona, la città del violino e delle tre T, torrone, torrazzo e tettasse. Placida provincia del BelPaese, tra la nebbia del Po, il caldo afoso che fa aloni sulle camicie sotto le ascelle e gli appettiti dei soliti vecchiacci che non si rassegnano al passar del tempo e, di fronte ad un signor paio di tette, strabuzza gli occhi, sbava peggio d’un cane davanti all’osso negato e si rammarica perchè il coso dentro le mutande ormai pensa ad altro. O dorme i sonni del giusto ignorando la voluttà montante lasciando spazio solo al rammarico e al ricordo. Un dramma. Visto che il bar annesso al bocciodromo di nuova costruzione voluto dal sindaco Ferraroni e dal parroco don Franco è gestito da una coppia di brasiliani. Lui, Antonio Da Silva, il marito, sempre chiuso in cucina, già con un bel paio di cornazze maturate altrove, a Milano, la grande città che proprio per quel paio di corna ha scelto d’abbandonare. Lei, al bancone, la Juliana generosa di una gran bella scollatura: e chi può negarsi al sogno di portarsela a letto? Non certo il Dermille, anzianotto capitano dell’Alma Mater, la squadra delle bocce che vuole qualificarsi per il campionato provinciale. Offre da bere, beve a sua volta senza limiti, per ingraziarsi la bella banconiera ma quella fa la smofiosa col bel Rinaldi, giovane e prestante, simil Alain Delon, la gelosia la fa da padrona, ecco la rissa, il bel Rinaldi molla un cazzottone che manda a terra il capitano della squadra. Anzi, il Dermille finisce con la testa proprio sulle scarpe di maresciallo Bellomo, appena entrato nel bar destinazione bagno per una sana pisciata. Salva così la crapa ma intanto nessuno ha capito e visto la causa dello scontro, il maresciallo non sa letteralmente che pesci prendere mentre l’Antonio sussurra nell’orecchio dell’appuntato Cannizzaro che è scomparso l’incasso della serata. Vicende, boccaccesche ma non troppo, che s’intrecciano con le storie della bella Elena e quelle della di lei madre, la Franca, la perpetua che, ormai alle soglie dei sessanta, riscopre quel vecchio amore giovanile per il Raffaele, l’oste nel frattempo cresciuto di chili e di pancia. Per tacere del Mancuso, ancora giovane brigadiere che, mentre altri miseramente falliscono, s’intrufola nel talamo della sessantenne Gigliola a scaldarle notti tra sudore e bollori. Il tutto intrecciato con le indagini del Bellomo, il successivo avvenelamento del Dermille, la squadra che perde la partita della vita ma il sindaco presenta ricorso alla FIB per la ripetizione della stessa. Insomma, 320 pagine di risate, colpi di scena, una suspence che ti trascina pagina dopo pagina senza capacità di mollare la lettura per abbandonarti nelle braccia di Morfeo.

“Fischia il vento ed urla la bufera perché portiamo la camicia nera”, storie della parte sbagliata a cura di Mario Bernardi Guardi, Nuove Idee editore

Storie di quei ragazzi nati e cresciuti con il fascismo, piccoli balilla prima, giovani del littorio poi, ignari delle violenze del biennio rosso, dell’olio di ricino e del manganello, delle azioni punitive, del volto becero delle camice nere, delle squadracce armate che, negli anni venti, giravano di paese in paese per colpire gli oppositori. Un malposto senso dell’onore, un legame indissolubile con i valori con i quali sono cresciuti, la mancanza di un riferimento, di un’analisi critica. Come potevano evitare di credere fino alla fine, di scegliere di morire ammazzati piuttosto che, dal loro punto di vista distorto, disonorati: meglio continuare a combattere al fianco degli invasori tedeschi piuttosto che seguire il Re e i suoi generali rei di tradimento l’8 settembre. Tutto questo, peraltro estremamente prevedibile e tuttosommato risaputo, alla base di questo libro, 85 pagine con la promessa di raccontare ‘Storie della parte sbagliata‘, obbiettivo in buona parte mancato o solo in parte assolto. In realtà l’autore certo racconta ma letteralmente attorcigliandosi attorno ad un filo di riflessioni nel tentativo di spiegare la scelta di entrare nella milizia della Repubblica Sociale, di continuare a garantire fedeltà al gran capo, al Benito ridotto ad un fantoccio nelle mani dei nazisti, di sparare, di ammazzare l’amico d’infanzia che, dopo l’8 settembre, dismessa la divisa di un esercito senza più guida, semplicemente è rientrato nella terra d’origine per resistere contro l’invasore. E alla fine, a liberazione avvenuta? Molti dei sopravvissuti, ci viene raccontato, trovano accoglienza anche in tempo di democrazia restando comunque fedeli agli ideali della destra: nessun revisionismo, nessuna autocritica rispetto ai tempi della gioventù. Così la parte scelta che si legge in copertina è quella sbagliata ma solo perché alla fine perdente ad armi in pugno mentre nulla si legge per quanto alle ragioni di chi ha invece combattuto per la libertà e la democrazia. Insomma, un libro che rivendica e riafferma la cultura della destra, magari rimodulandola, adeguandola ai nostri tempi: nessuna nostalgia ma pur sempre e soltanto inno alla cultura di destra. In buona sostanza, un acquisto … assolutamente improprio. 

“Fliça, il primo fumetto in lengua lombarda” ispirato dal romanzo Freccia di Emilio Alessandro Manzotti, disegnato e colorato da Edoardo Arzani, tradotto in lingua da Simona Scuri e Lissander Brasca

Ed ecco un’iniziativa editoriale che mi coinvolge direttamente come padre (orgoglione) di Edoardo, illustratore, disegnatore, colorista di un fumetto ispirato al romanzo Freccia di Emilio Alessandro Manzotti, attualmente scrittore ed editore in Reggio Emilia. Partiamo appunto dal romanzo che è possibile acquistare on line sia attraverso BookTribu sia chiedendo ad altri siti di sostegno alle pubblicazioni letterarie sia al consueto Amazon

Ma qual’é il contenuto, la trama del romanzo? Ecco a seguire la sinossi:
Fuggendo da un passato di sofferenza, Diego si trova a essere il bersaglio di una inaspettata caccia al ladro. Nell’Inferno sconvolto dalla lotta per il potere, il giovane diavolo Freccia accoglie il messaggio di speranza del suo Maestro.
L’amore tra Diego e Alice rischia di essere annientato da un complotto infernale che ruota attorno a un tragico errore, e cambierà per sempre vita dei due ragazzi e dei loro amici.
Una storia universale in cui redenzione e perdono devono fare i conti con il desiderio di potere e la possibilità di avere un futuro. Una girandola di personaggi, terreni e ultra terreni, alla ricerca della libertà, che rifiutano un destino ineluttabile e sono pronti a superare il limite per cui tutto è solo gioco.
Questo libro parla di noi, delle scelte che siamo chiamati a compiere ogni giorno e di come esse dicano, inequivocabilmente, chi siamo veramente: angeli o diavoli.

Bene. In realtà il fumetto, pure concluso, deve ancora uscire nella versione in italiano (i tempi, come sempre avviene, li stabilisce l’editore). Per ora è disponibile come interessantissima ed originale iniziativa la versione in dialetto lumbard (lengua lombarda) suddiviso in 6 episodi dei quali appunto è fresco di stampa il sesto ed ultimo volumetto.

Seguiamo dunque da vicino, passo dopo passo, quella che possiamo definire una ‘strana’ ma avvincente avventura iniziando ovviamente dal primo fascicolo.

Freccia, il romanzo urban fantasy di Emilio Alessandro Manzotti, diventa fumetto tramite la realizzazione della graphic novel a cura di Edoardo Arzani.
La scelta della Casa Editrice BookTribu è stata di dare vita all’universo immaginario del romanzo con la rappresentazione grafica dei suoi mondi terreno e ultraterreno che, con la forza delle immagini e del colore, rendono la trama di Freccia ancora più avvincente.
Il fumetto viene proposto in 6 episodi formato cartaceo con cadenza trimestrale e tradotto in lingua lombarda (UNESCO ISO 639-3lmo) da Simona Scuri, responsabile dell’Ufficio Estero della casa editrice 24 ORE Cultura, e da Lissander Brasca, linguista e autore del libro Scriver Lombard. Un’ortografia polinomeg-local per la lengua lombarda.

Ed ecco la sinossi del secondo numero, stavolta direttamente in lengua lombarda:
A l’Inferna, sit traumatizad de la guerra per el domini, el joven diavol Fliça al ciapa a cor el messaj de speranza del so Maester. L’amor intra el Dieg e l’Alix al ris’cia de vesser destrugad de un complot infernal qe al jira intorna a un error dramateg qe al cambiarà per semper la vita dei duu joven e dei so amix.Una storia universal indovè qe redenzion e perdon g’hann de far i cunts cont el desideri de domini e la possibilitaa de haver-g un futur. Un jirasol de personaj terren e ultra- terren, in cerca de libertaa, qe refuden un destin inevitabel e inn pronts a passar el limit per el qual tut a l’è domà un jog. Qell liber qì al parla de nun, dei cerne qe sem obligads a far tuts i dì e de comè qe i nostre cerne dixen, senza fall, qilè qe sem debon: anjol o diavol.

Fliça ha riscontrato numerosi apprezzamenti e ricevuto premi importanti.

Tra questi va ricordato il premio letterario “Salva la tua lingua locale“, che si propone la tutela e la valorizzazione del patrimonio immateriale dei dialetti e delle lingue locali, il quale ha nominato FLIÇA nella sezione MENZIONI SPECIALI!

Altro importante riconoscimento per Fliça è stata la menzione in un articolo di Ogmios, organo di comunicazione della Foundation For Endangered Languages. La preziosa citazione è un omaggio che Fliça riceve da Christopher Moseley, editor dell’Atlante mondiale UNESCO delle lingue in pericolo.

Fliça dunque è il nome lombardo di Freccia, il protagonista del romanzo urban fantasy FRECCIA di Emilio Alessandro Manzotti. Si propone come la prima Graphic Novel in lingua lombarda. Il lombardo è censito dall’UNESCO (UNESCO ISO 639-3lmo) come lingua in pericolo d’estinzione poiché parlata da un numero sempre minore di persone. Motivo determinante per cui l’autore e i traduttori di Freccia hanno scelto di esserne ambasciatori.

La scelta della Casa Editrice BookTribu è stata di dare vita all’universo immaginario del romanzo con la rappresentazione grafica dei suoi mondi terreno e ultraterreno che, con la forza delle immagini e del colore, hanno reso la trama di Freccia ancora più avvincente. La storia è diventata dunque fumetto tramite il talento del disegnatore Edoardo Arzani:
Freccia è un lavoro che mi porterò sempre nel cuore, perché mi ha permesso di esprimermi come autore completo lavorando sia alla storia che ai disegni.” 

Fliça è, a quanto ci risulta, il primo caso di fumetto edito in lingua lombarda, commentano i traduttori.
Lo si può acquistare, come si diceva, su BookTribu, Amazon,
Ibs e, per chi abita in Lombardia, nei seguenti punti vendita:
Libreria Il Gabbiano, Trezzo (MI)
Libreria Ticinum, Voghera (PV)
Fumetteria WOT, via Adige 7, Milano
Infinity Comics, via Noe 8, Milano
Supergulp 2, via della Palla 3, Milano
Antica Osteria Cavacurta (CR)
Per concludere, lo sguardo allucinato di Edoardo che finalmente vede concluso il lavoro durato due intensi anni.

“Mettimi in un sacco e spediscimi a casa”, un cult sulla guerra in Vietnam di Tim O’Brien, Piemme editore, 2011

Gli americani nel pantano della guerra in Vietnam. Una guerra, per il giovane O’Brien, comunque sbagliata e per questo, ricevuta la chiamata, pensa di scappare, di passare il confine e rifugiarsi in Canada. Salvo, alla fine, non avere il coraggio di una scelta da disertore che forse sarebbe stata vissuta come disonorevole dalla stessa famiglia. Un anno di ingaggio e, come cantava Gianni Morandi (e poi Joan Baez), niente più Beatles, niente più Rolling Stones, regalata a qualche amico la chitarra, eccolo marciare nelle risaie affondando nell’acqua e nel fango per arrivare a villaggi popolati esclusivamente da anziani, donne, bambini. Nessuna traccia dei vietcong combattenti ma mine piazzate ovunque e basta un passo falso per perdere una gamba o per vedere un amico, un compagno, finirla lì. Non dicono ammazzato. Si dice fottuto.

Con la radio si chiama un Dust Off e arriva un eleicottero, carica il ferito che forse arriverà all’ospedale e forse è già fottuto e muore appena l’elicottero riparte. Ore e ore appiattiti nelle trincee in agguato in attesa di un nemico invisibile, ore e ore di noia nelle retrovie in attesa di un nuovo attacco, di una nuova missione. Coca cola, droga e prostitute facendo attenzione perchè quelle sono soldatesse e nella vagina nascondono lamette. Ferocia.

Coraggio e paura, gli eroi non esistono, i soldati hanno paura e qualcuno si spara in un piede sperando che l’ufficiale creda sia stato il nemico. Arrivi nel villaggio e basta trovare un vecchio fucile per metterlo a ferro e fuoco, per prendere gli anziani e legarli ad una pianta per tutta la notte, provocando i combattenti ad intervenire, a scoprirsi.

Oppure chiamare l’aviazione che sputa napalm sul villaggio e ammazza donne, vecchi, bambini perchè quelli non sono fottuti, quelli muoino ammazzati, quelli sono il nemico, anche se non sappiamo nulla di loro e non hanno fatto nulla a nessun americano finchè il giovane soldato se ne stava in America a flirtare con le ragazze bionde. Gli eccessi.

Il villaggio di My Lai dove nel 1968 gli abitanti ad uno ad uno vengono accoppati come fossero capponi. Succede un anno prima che O’Brien arrivi in Vietnam e la guerra è così già segnata ma nessuno stupore, è la guerra, non una passeggiata, ammiri il tramonto, canti le tue canzoni e pesti una mina sepolta sul sentiero da qualche ragazzino. Perché il nemico non ha età, non ha volto diverso, non ha divisa, tutti i gialli basta siano nati in Vietnam sono nemici, o tu fotti loro o loro fottono te.

Così quando, alla fine dell’anno di leva finalmente sali sull’aereo che ti riporta a centinaia di chilometri, che riporta a casa, O’Brien lancia l’ultima occhiata dal finestrino alla terra, alle risaie, al fango e da tutti parte un urlo, un applauso, la guerra inutile, per loro, è finita e mentre l’aereo si stacca da terra, s’alza verso il cielo, un altro atterra, scarica un nuovo carico di ragazzi in arrivo. Bianchi, rossi, neri, ufficiali, soldati. Molti non rivedranno le verdi praterie americane.

 

“La bambina dei funghi”, favola di Lev Tolstoj

Sangue sui binari, olio su tela di Pino Manzella

Due bambine, dopo aver raccolto funghi nel bosco, se ne stavano tornando a casa, quando giunsero davanti alla strada ferrata.
Credendo che il treno fosse ancora lontano, non esitarono a passare.
Ma ecco, all’improvviso, iI fragore del treno. La maggiore delle sorelle fece un balzo indietro; la più giovane, invece, attraversò le rotaie.
Resta dove sei! – le gridò la sorella maggiore. Ma la locomotiva era così vicina e il rumore così assordante, che la sorella minore non capì. Credette che la sorella le ordinasse di tornare indietro e ritornò precipitosamente sui suoi passi.
Ma sulle rotaie incespicò: i funghi si sparpagliarono per terra, e la bambina si chinò a raccoglierli.
Il treno era ormai vicinissimo. Il macchinista lanciava nell’aria un fischio acuto e insistente.
Vieni via! Lascia quei funghi! – gridava la sorella maggiore disperata. Ma la piccina non capiva, pensava che le ordinasse di raccoglierli, e li raccoglieva in tutta fretta, trascinandosi in ginocchio tra le rotaie.
Il macchinista lanciò per l’ultima volta il suo fischio lacerante, sperando che la bambina si scostasse. Ormai era troppo  tardi per frenare.
La locomotiva, sempre fischiando, giunse addosso alla piccina.
La sorella gridava disperata. I viaggiatori guardavano ansiosi, sporgendosi dai finestrini. Il capotreno corse all’ultima vettura per vedere ciò che era successo alla piccola.
Quando il convoglio fu passato, la si vide distesa in mezzo alla rotaie, immobile, con la testa riversa. Ma appena il treno fu lontano, la bambina alzò il capo, si mise in ginocchio, finì di raccogliere i funghi, poi corse a raggiungere la sorella.

Un viaggio nel passato, tecnica ad olio su tela, di Cinzia Elena Giannini

 

“Un terremoto a Borgo Propizio”, romanzo di Loredana Limone, Salani editore, 2015

Terza ‘visita’ a Borgo Propizio, ambiziosa cittadina con ambizioni d’arte, di richiami turistici, di crescita culturale. Ma anche di vita quotidiana, l’ordinaria vita della beata provincia del BelPaese. Ora noiosa, ora triste, ora ammiccante. Invidie, gelosie, amori vissuti, amori negati, amori proibiti, interessi economici bustarelle comprese, un Sindaco, Felice Rondinella, particolarmente attivo, una signorina che lo ama e lui perdutamente innamorato dell’amico magistrato senza negarsi a qualche avventura amorosa magari all’estero, lontano dalle chiacchiere del paese. Ma un giorno un violento sisma, arriva inclemente a distruggere ampia parte del centro storico, gettando nella disperazione i propiziesi che tanto amano il loro paese. Ma non solo: camminando tra le macerie, nella nascosta Viottola Scura, ecco a terra l’assessore Tranquillo Conforti, quello che dichiarava espressamente la volontà di sostituire il Sindaco. Cadavere. Assassinato. Un assassino a Borgo Propizio? Non solo. A parte i sette travolti dai crolli, proseguendo nella lettura troveremo gli scandali tipici della provincia, le storie che tutti ignorano, i cuori palpitanti che danno argomenti per i sorrisi e gli ammiccamenti da bar. Certo, i personaggi sono forse un pò troppi, le vicende dell’uno e dell’altro si intrecciano con qualche passaggio che stona, qualche rimando che complica l’attenzione del lettore. Non sempre è facile orientarsi di capitoletto in capitoletto nei diversi scenari di litigi e tradimenti che si sviluppano paralleli all’indagine per capire chi sia l’assassino. Seguiamo le storie del sindaco Felice, il Maresciallo Saltalamacchia, Ruggero il costruttore, Francesco il cuoco e poi ancora Belinda, Mariolina, Marietta e naturalmente i soliti problemi italiani: sembra di vivere la situazione dei terremotati dell’Aquila o di Reggio Emilia che, a parte le promesse iniziali, restano poi nei grandi tendoni allestiti dalla Protezione Civile mentre già s’affaccia il gelo dell’inverno. La lettura inoltre mi ha riportato a quando, ragazzo a fine anni sessanta, ho trovato in libreria di casa ‘I peccati di Peyton Place‘, uno spaccato della provincia americana, un libro di rimando sociale che tuttavia venne apprezzato dai lettori (io curioso adolescente non certo escluso) per i fatti a sfondo sessuale. Sicuramente due strutture narrative molto diverse con la differenza che Loredana Simone, grazie ad un pizzico aggiunto di ironia, sa innanzitutto coinvolgere e divertire. Per questo, dopo aver letto il primo libro della serie, finito questo terzo, ho immediatamente ordinato il secondo e l’ultimo uscito, il quarto della serie, dei quali sicuramente prossimamente parleremo. Dunque, buone serena lettura e per quanto mi riguarda, buon ritorno nel Borgo Propizio.

“Io ti perdono”, romanzo noir di Elisabetta Bucciarelli, storia di bambini rapiti nei boschi, Kowalski editore 2009

La piccola Arianna vede un cagnolino biondo che, tra gli alberi del bosco, sembra chiamarla, invitarla a giocare con lui. Lo insegue. E così s’allontana dai genitori che si stanno divertendo alla ricerca di castagne. E scompare. Non è il primo bambino che si perde tra i monti della verde Val d’Aosta. Per, dopo qualche giorno, ritornare portando con sè gli inequivocabili segni della violenza subita. Eppure alla stazione dei Carabinieri non arriva nessuna denuncia, tutti i genitori coinvolti tacciono, tengono i drammi psicologici che inevitabilmente vivono i loro figli all’interno delle mura di casa. Per proteggerli, per evitare che il peso delle prevedibili pressioni da parte dei media gli faccia rivivere le ore passate tra torture e violenze, peggiorando ulteriormente la loro situazione. Ma non tutti. La madre di Arianna non regge al dolore, non vedrà il ritorno della figlia, muore di crepacuore. Proprio quando il parroco del paese, Don Paolo, ha chiamato Maria Dolores Vergani, ispettore di Polizia a Milano, non tanto per indagare (non è sua la competenza) quanto per assistere come ex psicologa la povera donna. Inevitabilmente la donna viene coinvolta nonostante ben altre siano le sue preoccupazioni ed impegni. Un’indagine, insieme al collega Pietro Corsari, per quella donna della quale in area industriale dismessa a Milano vengono trovati i resti, indagine che la portano a contatto con il mondo della prostituzione nei locali periferici dell’hinterland. Oltre alle sue vicissitudini d’amore, divisa tra il suo compagno e quel milite della Guardia di Finanza, sposato con figli, che le telefona continuamente senza che lei riesca a negarsi a quel contatto profondo, sia pur non fisico. La bambina, il cadavere della prostituta milanese, il mondo della Lap Dance, Don Paolo che, si scopre, venne allontanato dal servizio in Liguria per il sospetto di pedofilia e che viene trovato nella sua stanza impiccato tanto da convincere il maresciallo dei Carabinieri che il colpevole per la sparizione dei bambini è trovato, il caso è chiuso. Ma Maria Dolores non demorde, va in Liguria, scopre che forse il prete era innocente, colpito dai pettegolezzi della gente e come tale invitato dalla Curia ad accettare il trasferimento non per perdono ma semplicemente per non attizzare le chiacchiere. Quindi torna in quei boschi dove a sua volta ha camminato da bambina, qualcuno la colpisce alle spalle, il buio l’avvolge. Un bel noir, intrigante, per gli amanti del genere, con continui riflessi psicologici. Un finale con alcuni segnali premonitori in corso di lettura. Interessante. Anche come riflessione sulle motivazioni psicologiche ed umane che possono stare alla base di un mal risposto ed equivoco amaore per i bambini.

 

“Giorni di guerra”, memorie di Giovanni Comisso, Longanesi & C. editore

Il giornalista e scrittore Giovanni Comisso scrisse Giorni di guerra tra il 1923 e il 1928 per poi vederlo pubblicato in prima edizione nel 1930. Si tratta di un libro di memorie, legato alla sua partecipazione (convinta, come interventista) alla Grande Guerra ma non aspettiamoci polemica sull’assurdità della guerra (che pure, rileggendo i fatti che racconta, traspare) e sull’impreparazione degli ufficiali italiani. Comisso, partito come soldato, successivamente ammesso ad un corso ufficiali, diventato tenente, non si trova in prima linea dove si soffre e si muore. Fa parte del genio trasmissioni, vive l’esperienza da posizione privilegiata ma, data la giovane età, non cerca di ‘imboscarsi’ di approfittare della sua posizione come invece fanno tanti suoi colleghi. Nei diversi comandi dove il giovane ufficiale passa per ricevere ordini e disposizioni troviamo Generali, Colonnelli, Maggiori. Nessuno di loro in prima linea: gli ordini vengono trasmessi per via telefonica. Comisso invece familiarizza con i soldati, sfiora la prima linea, non esita ad affrontare i pericoli della guerra. Siamo nel 1917, poco prima della battaglia di Caporetto, che costringe l’esercito italiano, dopo una bruciante sconfitta, a ritirarsi in disordine lungo la linea del Piave. L’ambiente è quello dell’alto Isonzo, dove soldati e ufficiali stanchi occupano da oltre due anni le stesse linee senza riuscire ad avanzare. Comisso, incaricato di controllare le linee telefoniche che collegano gli avamposti ai Comandi arretrati, non esita a raggiungere la prima linea, a solidarizzare, dormire, cantare, dividere cibo e soprattutto vino con i soldati coi quali troppi alti ufficiali parlano solo per telefono. Così il giovane tenentino conquista la fiducia in se e la stima dei propri compagni. Arrivando fino all’inversione dei destini della guerra, con gli italiani che ritrovano slancio, di nuovo superano il Piave, parlano i cannoni mentre dal nemico lentamente risponde il silenzio. E’ la vittoria, arriva la notizia che la guerra è finita. I soldati accendono fuochi tra le montagne, sparano gli ultimi colpi per aria, la notte è illuminata dalle esplosioni delle bombe esplose per la gioia. Sulle porte delle case contadine, alle finestre s’affacciano le ragazze festanti e, finalmente, quei giovani mandati a combattere e a morire, tornano alla vita.
La guerra è finita.

 

“Appunti fotografici” di Carmen Artocchini, a cura del Museo per la fotografia e la Comunicazione Visiva di Piacenza

La fortuna di aver avuto la professoressa Artocchini come insegnante nei primi due anni delle superiori. Devo confessarlo: molto più ho imparato dall’insegnante sempre di italiano delle medie, il professor Botti (non ricordo il nome) ma sicuramente l’amore e l’interesse per la cultura contadina hanno avuto un deciso sviluppo non solo dalle origini della famiglia di mia madre ma anche grazie alle ‘annotazioni’ (verbali), ai rimandi, ai racconti della signorina Carmen.

Il castello di Sarmato

Ricordo la soddisfazione quando ho ‘ereditato’ da mio zio Remo Bonomini, prematuramente scomparso, i volumi in prima edizione “I Castelli del piacentino” e “Il folklore piacentino” che ancora oggi arricchiscono la mia libreria. Per tacere delle “400 ricette della cucina piacentina”, edizione 1985, che Dalila certo non si è fatta mancare. Letteralmente pietre miliari della Piacenza che fu, delle nostre tradizioni, base culturale del nostro essere odierno.

Wanda mostra come si fa il burro con il burlaro (Selva di Cerignale, anni settanta)

L’Artocchini, e questo volumetto ne è testimonianza, ha prestato particolare attenzione alla tutela e alla valorizzazione della cultura rurale con un riguardo ai territori collinari e montani delle valli piacentine e in particolare della Val Trebbia. Sotto la lente d’ingrandimento Comuni come Cerignale, Coli, Ottone  ma quello che incide nel profondo è la ricerca del rapporto di forte interazione tra l’uomo e la natura.

Trasporto della legna col mulo (Cariseto di Cerignale, 1967)

Da parte mia tornano alla mente le sensazioni e le immagini dei giorni passati, bambino, in Val Chero. Le notti a dormire sotto il portico, tra la paglia ad ammirare il cielo carico di stelle, con il cugino Giorgio e il cane Brill, un volpino mezzosangue, un meticcio, che alla mattina arrivava a leccare il viso per svegliarci, per giocare.

Lavatoio (Salsominore di Ferriere)

Poco distante dal granaio stava il pozzo capace di garantire un’acqua freschissima, un vero piacere far scendere il secchio e dissetarsi nella calura estiva. Per tacere di quando il nonno, con quello stesso secchio, mungeva la Nerina, una vacca chiazzata che forniva un latte buonissimo con tanto di schiuma che bevevo ora col mestolo, ora direttamente dal secchio.

Buoi con lesa (Selva di Cerignale)

Una vita idilliaca? In realtà una vita dura, la terra non lasciava spazio per vacanze, pretendeva tanto e i risultati erano quelli che erano. Zio Giovanni comprò una moto per andare a lavorare in città. Diventando un bravo muratore. Riuscì ad acquistare una Topolino e per sette anni guidò senza patente, regolarmente bocciato all’esame ma, all’epoca, di vigili, poliziotti e Carabinieri nelle valli non c’era nemmeno l’ombra.

Museruole per buoi in vimini, gerla e forca in legno per l’erba (Cassimoreno di Ferriere, 1972)

La nonna, già vecchia a 50 anni, sempre vestita di scuro, leggermente con la schiena piegata, spesso con lo scialle sulle spalle oppure a coprire il capo. La ricordo al forno a preparare il pane, ad impastare la farina, ad armeggiare al camino, a badare alle galline nell’aia, a raccogliere le uova, a badare alla casa, a rammendare calze, calzoni, camicie, mentre gli uomini stavano nei campi di grano, nei vigneti, al pascolo, nel bosco a procurare la legna, a seminare, ad irrigare, a raccogliere, a lavorare, alla sosta per il pranzo passando di mano in mano la pagnotta, il salame, la boccia di vino rosso, quello che macchiava il fondo del bottiglione.

La Nicentin mentre fila (Lisore di Cerignale)

Insomma, il ‘racconto fotografico’ di Carmen Artocchini rappresenta uno stimolo per ricordare la vita di quegli anni ormai lontani, una vita contadina ormai superata. Dalle fabbriche, dai richiami delle città, dalle macchine ma che, per chi ha vissuto quegli anni da bambino comunque non può dimenticarli. Anche se il mondo è cambiato e quei paesi sono ormai spopolati, preda del vento che per fortuna ancora racconta di storie ormai lontane che rischiamo di dimenticare. Così questo libro s’unisce al vento e sa scaldarci il cuore.

Sentiero tra vecchie case in sasso (Lisore di Cerignale)

“Memorie di una principessa etiope”, diario di Martha Nasibù, BEAT Biblioteca di Editori Associati di Tascabili, 2012

Italiani brava gente? Si provi a domandarlo agli etiopi che videro le truppe italiane varcare i confini senza nemmeno una dichiarazione di guerra, segno di una supponenza e di una tracotanza che basava su una forma di razzismo senza limiti. Un razzismo che avrebbe giustificato nefandezze sul campo che possiamo definire veri e propri ‘crimini di guerra‘. Decimazioni, fucilazioni di civili, interi villaggi dati alle fiamme, impiego di gas, nessun rispetto per quella che era una grande civiltà. Martha Nasibù, all’epoca poco più d’una bambina, con questo suo diario ci racconta del palazzo, il Ghebì, del nobile suo padre Nasibù Zamanuel che svettava sontuoso nel centro di Addis Abeba. Circondato da un parco di cinquantamila metri, con alberi di alto fusto e piante ornamentali fatte giungere da ogni parte del mondo, il Ghebì era composto da un’infinità di camere, elegantemente arredate con mobili in stile Luigi XVI e Chippendale, porcellane di Sèvre, immensi arazzi di Beauvais. Ottanta maggiordomi, domestici, cuochi e giardinieri provvedevano alla cura della casa, sotto lo sguardo vigile del degiac Nasibù, bello come un dio con i suoi 185 centimetri di statura, il fisico da atleta, il volto attraente e sereno, le sgargianti divise da generale. Nella vita del degiac, tutto sembra tingersi di prodigioso e fiabesco, fino al matrimonio con la giovanissima Atzede Mariam Babitcheff dopo una gara sfrenata nell’ippodromo di Janehoj-meda alla presenza del reggente, ras Tafari Maconnen. Un giorno di ottobre del 1935, tuttavia, la bella fiaba termina bruscamente. Per ordine di Benito Mussolini, le forze armate italiane invadono l’Etiopia da nord al sud. Il degiac Nasibù combatte valorosamente per difendere la sua terra e la sua civiltà, quell’antica civiltà coptortodossa che fa dell’Etiopia una terra cristiana nel cuore dell’Africa. Le forze sono però troppo impari, anche grazie alla complicità di Francia e Inghilterra che bloccano la vendita di armi agli etiopi e al silenzio della Società delle Nazioni che ignora le denunce e le richieste di aiuto. Così il conflitto segna nel sangue la fine dell’Impero d’Etiopia e dello splendore dei Nasibù. Il 21 giugno del 1936, è arrestato Ivan Babitcheff, nobile d’origini russe, suocero di Nasibù. Il 19 ottobre, il degiac, con i polmoni stroncati e devastati dai gas italiani, si spegne in una clinica di Davos, in Svizzera, senza poter salutare moglie e figli. Nei mesi successivi tutti i Nasibù sono costretti all’esilio. A più di sessant’anni dagli avvenimenti, Martha Nasibù, figlia del degiac Nasibù, racconta l’incredibile vicenda della sua famiglia condotta in Italia sul finire del 1936 e mantenuta in cattività sino all’agosto del 1944. Otto anni di esilio nei luoghi di «villeggiatura» di Mussolini. Otto anni di esilio per la sola colpa di essere moglie e figli del degiac Nasibù Zamanuel, che si era comportato in guerra con estremo valore e correttezza, non certo ricambiata dal «viceré» Rodolfo Graziani, l’uomo (ma sarrebbe più preciso definirlo ‘la bestia immonda’) che senza pietà, senza umanità, ordinò l’uso dei gas eseguendo le disposizioni di quell’altro, il Duce, nel silenzio del Re. Italiani brava gente? Non certo quelli in camicia nera. Ma comunque, tornando allo sviluppo del racconto dei fatti, la guerra finisce, il Duce paga il fio delle sue malefatte e dei suoi crimini, Martha torna libera con la sua famiglia. Torna festeggiatissima nella sua patria e finalmente vive quella vita in pace alla quale tutti, a prescindere dal colore della pelle, dovremmo aver diritto. Ed oggi, felice, si ritrova non più solo sposa e madre ma eccola impegnata, come conclude il suo racconto, a crescere i nipoti mentre la sua Etiopia, finalmente conclusa la guerra con l’Eritrea, respira finalmente l’aria di pace. 

L’mperatore Hailé Selassié: “A Quoram, ad esempio, squadriglie di sette o di nove apparecchi sorvolarono il nostro Quartier generale, le nostre truppe, i nostri villaggi, per intere settimane, dall’alba al tramonto. (…) Il paese sembrava sciogliersi. (…). Ogni essere vivente che veniva toccato dalla leggera pioggia caduta dagli aerei, che aveva bevuto l’acqua avvelenata o mangiato cibi contaminati, fuggiva urlando e andava a rifugiarsi nelle capanne o nel folto dei boschi per morirvi (…). C’erano cadaveri dappertutto, in ogni macchia, sotto ogni albero, ovunque ci fosse la parvenza di un rifugio. (…) Presto un odore insopportabile gravò sull’intera regione. Non si poteva però pensare di seppellire i cadaveri, perché erano più numerosi dei vivi. Bisognò adattarsi a vivere in questo carnaio. Nel prato vicino al nostro Quartier generale più di cinquecento cadaveri si decomponevano lentamente.