“Il terremoto”, lirica di Paolo Statuti (dal blog ‘Le parole degli angeli’)

Terremoto, acrilico su tela di Mario Di Leo

Quando la terra comincia a tremare
all’improvviso
in un’ora qualunque
del giorno o della notte,
il cuore si stringe,
il sangue si gela,
negli occhi leggi la paura,
un istante sembra un’eternità.
Non sai quanto durerà ancora …
Che fare?
Sai soltanto che devi scappare,
scappare prima che il tetto
tuo rifugio finora
diventi la tua tomba.
E intanto la terra romba
e senti solo boati e schianti,
e grida e pianti,
e intanto qualcuno muore …
Ti guardi intorno:
la strada è deserta e spaccata,
le case sventrate,
le chiese crollate
e in mezzo al polverone
tra le macerie,
un cane cerca il suo padrone …

Dopo il terremoto, olio su tela di Carlo Ademollo

 

“All’inizio è stato un punto”, lirica di Ileana Zara, poeta in Cerredolo (RE)

Bacio rubato, olio su tela di Ron Hicks

Dire di noi d’amore e non solo.
In principio è stato un punto
lo spazio necessario di un incontro
da cui tutto ha avuto inizio
Tutto è parola piena
racchiusa dentro un cerchio
quasi un universo limitato
nel luogo del nostro tempo
con cui scrivere insieme
la fine del racconto

 

“Hanno bombardato Pianello”, lirica di Franco Gattoni da ‘Poesie’, edizioni Convivio Letterario Milano, 1957

Collina a Pianello Val Tidone, olio su tela di Fabris Gabriele

Si era in quei brutti tempi
che il mondo era sottosopra
e gli uomini
una gabbia di matti;
che non si ragionava più
che invece di perdonarsi
volavano le sberle.
E si davano botte da orbi
inglesi
americani
i russi coi giapponesi
tedeschi e italiani.
Cattivi come api inferocite!
Che tempi!
Che mondo!
Che brutti ricordi!
Erano quindi giorni
che eravamo via.
Eravamo stati lontani
chè allora era di moda
prender su la compagnia
e andare a girare i monti.
Ed era una mattina.
C’eravamo in sette o otto.
Tirava un vento!
Pioveva a dirotto!
Battevamo i denti!
Venivamo giù nella mota
con l’acqua alle ginocchia.
Eppure
sentivamo niente.
Pensavamo al nostro Pianello
al nostro papà
alla nostra mamma
alla palla dorata
e un gran bel fuoco
che ci scaldasse nell’ossa!
E proprio in quel momento
vediamo
una vecchietta
che avrà avuto cent’anni.
Aveva in una mano
non so più se un falcetto
o una scopa
e tutta spaventata
ci viene incontro urlando:
– Hanno bombardato Pianello!
 Pianello è andato a catafascio! –
A noi
sembrava che ci avessero dato
una bastonata,
il cuore
faceva i passi
a cento all’ora
le gambe ci tremavano
e venivamo giù di volata
in mezzo ai fossi
attraverso i campi
cadevamo a terra
ma nessuno si fermava
nessuno sentiva male
perché ci picchiava in testa
nel cervello
la voce della vecchietta:
– Hanno bombardato Pianello! –
E intanto che venivamo giù
col cuore in gola
ci venivano in mente delle cose
delle cose da far rizzare i capelli!
Vedevamo le madri piangere
le lagrime dei papà
sentivamo le urla delle ragazze
e le bombe che venivano giù!
Come patimmo
Signore
come patimmo!
Ma ecco finalmente
da una collina
vediamo qualcosa che luccica
contro sole:
– Sono fiamme! –
dice uno.
– Ma no cretino!
 E’ la torre!
 E’ la palla dorata! –
E allora ci mettemmo a correre
e ci venivano incontro
poco a poco
le nostre strade
le tegole arrugginite della nostra rocca
i nostri amici
le nostre morose.
E quando arrivammo a casa
che era ancora tutta intera
appena ce li vedemmo davanti
un gran bacio alla mamma
un gran bacio al papà
e poi
scoppiammo a piangere.

 

“La ritirata delle aquile”, lirica di Germana Sandalo da ‘Graffiti piacentini e altre cose’, editrice Farnesiana, 1990

Una violenza sconosciuta
battè alla nostra porta
e mio padre vide balenare
la minaccia di una baionetta
puntata.
Soldati mongoli
frugarono la nostra casa,
portarono via le nostre biciclette
ci impietriva l’atavica paura
del nemico.
Stanche aquile germaniche
mendicarono abiti borghesi
si presero carri e animali e l’ombra
del portone e delle stalle furono
tappe di fuga verso nord, faticose,
ogni ponte distrutto.
L’Apocalisse disegnava all’orizzonte
un profilo di disfatta, nei cuori
l’amarezza di una guerra che tutti
avevamo perduto.
L’imminenza degli alleati,
la calata dei partigiani dalle colline
scoppiò col fragore d’una cannonata:
la lupa, spezzò nervosamente
la sua romanità

“Mi chiamavo Aisha”, lirica di Francesco Saverio Bascio poeta in Carpaneto

Aisha, oil on canvas, by Roman Francés

Mi chiamavo Aisha
così mi han detto dopo
poi sono nata e mai più chiamata
era il nome dell’ultima
mi han detto dopo
Aisha
nata oltre il fiume in verdi valli
dove è il sole
oltre i monti
li sorge il sole
in quella terra così lontana
e il profeta la curò dai mali
lei si chiamava Aisha
e pur se ultima fu onorata
chiamata amata rispettata
e il suo nome è letto
e il suo nome è scritto
madre dei credenti
così la chiamarono
così ne scrivono
poi naqui io in AFGANISTAN
mi chiamavo Aisha
ma mi chiamo capra
a volte gallina
solo il medico mi chiama nella ricetta
e mi da il nome di madre dei miei figli
così scrive di me
tra le medicine della paura
non conosco più il colore delle lacrime
vedo il cielo solo nei quadretti
e piango nel mio burqa
piaga di vita mia a denti stretti
e la mia tomba aperta aspetta
non resterà vuota a lungo
non so quale morte sarà mia
ma nessun fiore riderà
quando i sassi strapperanno la mia carne
non so quale morte sarà mia
la mia tomba aspetta
che io libera li mi perda
nel cercare il nome mio
nei brandelli della vita
che inutilmente invano fugge muta
mi chiamavo Aisha
poi sono nata
li io sono morta

Afghanistan, oil on canvas by Hester Finch

L’amore ai tempi dei nostri nonni: l’amministrazione di una casa di tolleranza, una montagna di carta

Foto dal sito fb “Museo delle Case di Tolleranza” di Davide Scarpa

La “Casa di tolleranza” era regolamentata da una legge ben specifica della pubblica sicurezza composta da ben 18 articoli. Era una società compartecipata dallo Stato Regio, come “socio di maggioranza” e ne sceglieva tutto il personale e il suo consiglio di amministrazione, selezionandolo tramite l’autorità della PUBBLICA AMMINISTRAZIONE TERRITORIALE e i concorsi pubblici, ed era regolamentato e si comportava come un qualsiasi altro ENTE PARASTATALE (con scopo di PUBBLICO SERVIZIO), alle dirette dipendenze del MINISTERO DELL’INTERNO (ministero a cui faceva capo, durante il ventennio, come ministro lo stesso Benito Mussolini oltre ad essere capo dello stato…) IL PROPRIETARIO era completamente escluso, non aveva nessuna voce in capitolo, perché nel preciso istante in cui il Prefetto dichiarava il “locale” LUOGO DI MERETRICIO, doveva obbligatoriamente sottoporsi davanti alle autorità preposte al “FORMALE ATTO DI SOTTOMISSIONE, CON PERDITA DI TUTTI I DIRITTI DI GODIMENTO DELLA PROPRIETÀ” per cui per legge gli spettavano solo due “facoltà”, quella di avere in cambio un “CONGRUO” affitto (direttamente determinato dalla categoria della “casa”, e di quella della città in cui”esercitava”) e quella di “presenziare” al consiglio di amministrazione (ma senza diritto di voto, e di veto su nulla e nessuno). l’intera superficie dell’area nei confini della casa veniva trattata come fosse “DEMANIO DELLO STATO” E tutti i beni e servizi ivi contenuti erano automaticamente acquisiti dello Stato Regio (compreso il telefono, che aveva un recapito a parte, segnalato nell’elenco telefonico in maniera specifica, e per questo poteva essere usato da un qualsiasi pubblico ufficiale, o per una qualsiasi azione di pubblica utilità “giustificata”, come ad esempio un’emergenza pubblica)
Era un SOSTITUTO D’IMPOSTA, con tanto di ritenuta d’acconto, per tutti i suoi dipendenti, spesso la tenutaria seguiva la denuncia dei redditi personale di ogni prostituta.
Era un’attività commerciale “CALMIERATA”, che all’epoca aveva lo scopo di dare un “servizio di pubblica utilità” ospitando i “clienti” in una struttura come fosse “pubblica” e che quindi dovevano essere “accettati” e regolarmente “registrati”.

I REGISTRI UFFICIALI DI UNA CASA DI TOLLERANZA (foto e articolo dal sito fb “Museo delle Case di Tolleranza” di Davide Scarpa)

ALLA VOSTRA DESTRA : Registro giornale elenco presenze vidimato Stato Regio, obbligatorio per tutti i locali di meretricio. Nel quale era descritta giornalmente, in maniera minuziosa e particolareggiata, la composizione e l’organizzazione dell’intero personale della casa di tolleranza, con dovizia d’incarichi, ruoli e compiti, e veniva annotato anche l’appello giornaliero, i permessi con tanto di destinazione, le assenze (se giustificate o meno come malattia ed infortuni…), le punizioni, le ispezioni sanitarie al personale, l’eventuale convalescenza dopo il reintegro al servizio con altre mansioni più “leggere”…calendario con i turni di ferie, e festività ecc… Ma soprattutto l’elenco dei clienti con annotato l’orario d’accesso e d’uscita correlato del numero di matricola del documento, della descrizione di tutte le loro generalità e professione.
ALLA VOSTRA SINISTRA: Registro giornale elenco amministrativo vidimato Stato Regio, obbligatorio per tutti i locali di meretricio. Nel quale era descritta in maniera minuziosa e particolareggiata tutta la vita amministrativa (entrate, uscite, compensi, passività, utili, tasse ed imposte), con tanto di fatture al seguito da allegare per giustificare qualunque “movimento” (come ad esempio la spesa per le riparazione e manutenzione degli impianti), ma anche di tutto il personale, la paga di ogn’uno dei dipendenti Tenutaria compresa…
I registri erano disponibili per eventuali consultazioni solo ed esclusivamente agli ufficiali addetti al controllo del locale di meretricio, alla tenutaria, che ne aveva la responsabilità condivisa con il proprietario (quest’ultimo non aveva accesso alle informazioni riservate…dei clienti e delle prostitute…) e l’eventuale aiuto contabile, che doveva attenersi al più scrupoloso riserbo…

 

 

 

“Fammi giocare col fuoco”, lirica di Francesco De Girolamo, poeta in Roma

Fammi giocare col fuoco,
fammi fare il gran salto,
giù, dal punto più alto:
non mi accontento di poco.
Strappa via questa traccia
di maschera dal viso;
mostrami la mia faccia,
nuda, sul mio sorriso.
Fammi smentire gli alibi,
fammi perdere il treno;
fammi cambiare abiti,
fammi togliere il freno.
Prendi nelle tue mani
questo filo nascosto:
fa’ che quando mi chiami
io ti abbia già risposto.
Fammi crescere indietro
verso l’altro “me” vero:
oscurami il segreto,
confondimi il mistero.

“Grido d’amore”, lirica di Catherine LaRose, poeta in Roma

Olio su supporto telato di Gianbattista Gambaro

Con quanto coraggio la notte
osa intimorire senza pietà
il nostro ancorato abbraccio


Dimora alla penombra insonne
di un’alcova eterno

Timida luce
appesa alla parete intanto
ci consuma lentamente i respiri

A nudo le nostre anime s’intrecciano
il peso dell’abbandono
diventa pulpito

E siamo in grazia pittoresca
senza testimoni
né specchi e Santi
che ci sollevano
dal celestiale rito dell’Amore

E mi abbevero di te
dalla tua bocca
del tuo respiro divino
appeso ad un filo
al limite della liberazione

Mentre grido
sotto le unghie
ad affondare le radici
in insulina pozione
quanto t’Amo

Siamo ormai sogno
posseduto
dalla realtà
d’Amore e Psiche
per l’eternità

In questo struggente
caravaggesco grido
d’Amore

 

“L’uomo di neve è volato via”, lirica di Raffaela Ruju

Neve al sole, olio su tela di Carla Fiocchi

L’uomo di neve è volato via

aveva occhi di lacrime
labbra febbrili
e un caos che pioveva lento

Era bianca la sua follia

Un pasticcio di macchia
è rimasta sul marciapiede
oramai asciutto

L’uomo di neve è volato via

nell’inutile calma
di un lamento eterno
compra ancora caramelle

“La parola che attendo”, lirica di Mariella Tafuto, dal blog Largo del Rosso

Attesa metafisica, olio su tela di Mark Kostabi

Tu dimmi una parola, dimmi
quella che attendo
attenta a non fraintendere.

Dimmi soltanto quella
quella che voglio udire
e che non sento.

Dimmela, la parola che voglio
una parola sola, spiraglio
di futuro e grata sul passato.

Quale? Quale parola?
Quella che non ho inteso
che non mi hai detto, mai.