“Carillon”, lirica di Francesco De Girolamo, poeta in Roma

Dipinto di Rafal Olbinski

Sogni di camminare sui lustrini
in una camera di carta rosa,
a piedi nudi, in cerca di qualcosa
che si nasconde forse dietro l’ombra.
Respiri piano, quasi a non svegliare
gli angeli-ballerine accoccolate
sui sofà del salotto scintillante,
cui i tuoi soffi solleticano il cuore.
Vorresti essere chiuso in uno scrigno,
come un anello che si vuol serbare
dal tempo, pur senza valore:
un po’ di latta e vetro colorato.
Hai un carillon nel petto che tintinna
sempre la stessa nota, ed una lacrima
ti solca il viso, come ad un bambino
cui si è rotto il giocattolo più amato.
Ti sforzi di vedere oltre le cose,
ma scorgi solo la bigiotteria
della vita, odor di cipria stinta,
tende lise, cuscini in simil-seta,
sedie zoppe, tappeti impolverati,
visi di un rosa finto, ricoperti
da vecchi fondotinta a buon mercato.
Chiedi aiuto a una madre sconosciuta,
ad un amico, al principe, al custode
dei tuoi libri di fiabe spaginati.
Sei come una moneta fuori corso,
dimenticata un giorno in un cassetto:
un po’ più luccicante delle altre,
ma che nessun mercante può accettare
per il frutto più acerbo.

 

“Non chiedermi il perché”, lirica d’amore di Catherine (Calcagni) La Rose, poeta in Roma

Oil by Serge Marshennikov

Prima di liberare parola
chiediti il perché
mi duole anche
e costantemente il cuore
da sprigionare fragilità
in un buco nero tra le stelle

Castigata ad un corpo senz’anima
fuggo dalla realtà
forse una realtà
solo mia
inanime sospiro
di poesia

Anche se…
mi par di morire
in questa mezza vestaglia di vita
che mi sveste
non trattengo
e non chiedermi il perché

Una volta ancora
stiamoci accanto in silenzio
a riempirci di sorsi d’alba gli occhi
concedere alla magia delle farfalle
la leggiadria danza su di noi
all’autunno foglie morte spazzare
una bora piena di battiti

E non dovrai più così
chiedermi l’oceanico perché
perché solo allora
mi riprenderò
tra la neve sciolta al cuore
l’anima persa.

Al mal d’amore non si dà tormenta
che già di suo lo fa
e perché
non ha tanto crepa penetrabile
quella sottile linea grigia di compassione
da guarire

 

“Il corvo”, poema di Edgar Allan Poe (1809-1849), traduzione di Ernesto Ragazzoni

La picchiata del corvo imperiale, olio su tela, di Paolo Paolucci

Una volta, a mezzanotte, mentre stanco e affaticato
meditavo sovra un raro, strano codice obliato,
e la testa grave e assorta — non reggevami piú su,
fui destato all’improvviso da un romore alla mia porta.
«Un viatore, un pellegrino, bussa — dissi — alla mia porta,
                          solo questo e nulla più!»

Oh, ricordo, era il dicembre e il riflesso sonnolento
dei tizzoni in agonia ricamava il pavimento.
Triste avevo invan l’aurora — chiesto e invano una virtù
a’ miei libri, per scordare la perduta mia Lenora,
la raggiante, santa vergine che in ciel chiamano Lenora
                          e qui nome or non ha più!

E il severo, vago, morbido, ondeggiare dei velluti
mi riempiva, penetrava di terrori sconosciuti!
tanto infine che, a far corta — quell’angoscia, m’alzai su
mormorando: «È un pellegrino che ha battuto alla mia porta,
un viatore o un pellegrino che ha battuto alla mia porta,
                          questo, e nulla, nulla più!».

Calmo allor, cacciate alfine quelle immagini confuse,
mossi un passo, e: «Signor — dissi — o signora, mille scuse!
ma vi giuro, tanto assorta — m’era l’anima e quassù
tanto piano, tanto lieve voi bussaste alla mia porta,
ch’io non sono ancor ben certo d’esser desto». Aprii la porta:
                          un gran buio, e nulla più!

Impietrito in quella tenebra, dubitoso, tutta un’ora
stetti, fosco, immerso in sogni che mortal non sognò ancora!
ma la notte non dié un segno — il silenzio pur non fu
rotto, e solo, solo un nome s’udì gemere: «Lenora!»
Io lo dissi, ed a sua volta rimandò l’eco: «Lenora!»
                          Solo questo e nulla più!

E rientrai! ma come pallido, triste in cor fino alla morte
esitavo, un nuovo strepito mi riscosse, e or fu sì forte
che davver, pensai, davvero — qualche arcano avvien quaggiù,
qualche arcan che mi conviene penetrar, qualche mistero!
Lasciam l’anima calmarsi, poi scrutiam questo mistero!
                          Sarà il vento e nulla più!

Qui dischiusi i vetri e torvo, — con gran strepito di penne,
grave, altero, irruppe un corvo — dell’età la più solenne:
ei non fece inchin di sorta — non fe’ cenno alcun, ma giù,
come un lord od una lady si diresse alla mia porta,
ad un busto di Minerva, proprio sopra alla mia porta,
                          scese, stette e nulla più.

Quell’augel d’ebano, allora, così tronfio e pettoruto
tentò fino ad un sorriso il mio spirito abbattuto:
e, «Sebben spiumato e torvo, — dissi, — un vile non sei tu
certo, o vecchio spettral corvo della tenebra di Pluto?
Quale nome a te gli araldi dànno a corte di Re Pluto?»
                          Disse il corvo allor: «Mai più!».

Mi stupii che quell’infausto disgraziato augello avesse
la parola, e benché quelle fosser sillabe sconnesse,
trasalii, ché, in niuna sorta — di paese fin qui fu
dato ad uom di contemplare un augel sovra una porta,
un augello od una bestia aggrappata ad una porta
                          con un nome tal: «Mai più!».

Ma severo e grave il corvo più non disse e stette come
s’egli avesse messo tutta quanta l’anima in quel nome:
sovra il busto, appollaiato — non parlò, non mosse più
finché triste ebbi ripreso: «Altri amici m’han lasciato!
il mattin non sarà giunto ch’egli pur m’avrà lasciato!».
                          Disse allor: «Mai più! mai più!».

Scosso al motto ch’or sì bene s’era apposto al mio pensiere,
«Certo, — dissi, — queste sillabe sono tutto il suo sapere!
e chi a tale ritornello — l’addestrò, forse quaggiù
sarà stato sì infelice ch’ogni canto suo più bello
come un requiem, non aveva ogni canto suo più bello
                          a finir che in un mai più

Ma un pensier folle ancor voltomi a un sorriso il labbro torvo:
scivolai su un seggiolone fino in faccia al busto e al corvo,
e qui, steso nel velluto — presi intento a studiar su
cosa mai volesse dire quel ferale augel di Pluto,
quel feral, sinistro, magro, triste, infausto augel di Pluto
                          col suo lugubre: «Mai più!».

Così assorto in fantasie stetti a lungo, e sempre intento
all’augello i di cui sguardi mi riempivan di spavento,
non osai più aprire labro — sprofondato sempre giù
fra i cuscini accarezzati dal chiaror di un candelabro
fra i cuscini rossi ov’ella, al chiaror di un candelabro,
                          non verrà a posar mai più!

Allor parvemi che a un tratto si svolgesse in aria, denso
e arcan, come dal turibolo d’un angelo, un incenso.
«O infelice, dissi, è l’ora! — e infin ecco la virtù
e il nepente che imploravi per scordar la tua Lenora!
Bevi, bevi il filtro e scorda! scorda alfin questa Lenora!»
                          Mormorò l’augel: «Mai più!».

«O profeta — urlai — profeta, spettro o augel, profeta ognora!
o l’Averno t’abbia inviato — o una raffica di bora
t’abbia, naufrago, sbalzato — a cercar asil quaggiù,
in quest’antro di sventure, di’ al meschino che t’implora,
se qui c’è un incenso, un balsamo divino! egli t’implora!»
                           Mormorò l’augel: «Mai più!».

«O profeta — urlai — profeta, spettro o augel, profeta ognora!
per il ciel sovra noi teso, per l’Iddio che noi s’adora
di’ a quest’anima se ancora — nel lontano Eden, lassù,
potrà unirsi a un’ombra cara che chiamavasi Lenora!
a una vergine che gli angeli ora chiamano Lenora!»
                           Mormorò l’augel: «Mai più!».

«Questo detto sia l’estremo, spettro o augello — urlai sperduto.
Ti precipita nel nembo! torna ai baratri di Pluto!
non lasciar piuma di sorta — qui a svelar chi fosti tu!
lascia puro il mio dolore, lascia il busto e la mia porta!
strappa il becco dal mio cuore! t’alza alfin da quella porta!»
                           Disse il corvo: «Mai, mai più!»

E la bestia ognor proterva — tetra ognora, è sempre assorta
sulla pallida Minerva — proprio sopra alla mia porta!
Il suo sguardo sembra il guardo — d’un dimon che sogni, e giù
sui tappeti il suo riflesso tesse un circolo maliardo,
e il mio spirto, stretto all’ombra di quel circolo maliardo
                           non potrà surger mai più!

 

“Balabiot”, lirica di Michele Prenna, poeta in Varese

Il tram, olio su tela pubblicato in fb da Stefano Galli

C’è questo fuoriditesta
tranquillo e taciturno
attende il bus alla fermata.

Salito siede di fronte
mentre il mezzo riparte.

Ti guarda torvo e inizia
a vomitare insulti.

Ce l’ha col mondo intero
sembra un talk show ambulante
che vuole attaccar briga.

Lo lasci nel suo brodo
guai se ti prende al laccio
tenendoti in ostaggio.

A fine corsa scende
spento ne aspetta un altro
e tu ti senti salvo.

“L’ombra nera della notte”, lirica di Ileana Zara, poeta in Cerredolo (RE)

Bacio in piazza, olio su tela di Christofer Clark

L’ombra nera della notte
cammina in punta di piedi
strisciando la schiena
contro i muri delle case.
Come un ladro maldestro
e impaurito si nasconde
nei vicoli ciechi e segreti.
A volte s’accascia a terra
esausta davanti a un portone
e s’allunga e diventa
sottile sottile
lasciando che la luna
illumini di luce
un bacio d’amore segreto.

“Lo stato dell’arte”, lirica di Michele Prenna, poeta in Varese

Paesaggio 72, olio su tela di Marino Trioschi

Non m’entusiasmano le vittorie dei pochi
perché rappresentano le sconfitte di molti.

Mi dirai che quest’ultimi se la sono cercata
che troppo hanno preteso da chi davvero conta.

C’è questa nuvola spessa di pessimismo
ribadita dalle cronache giorno dopo giorno.

Ci sono ricchezze bruciate nella speculazione
della finanza tossica della globalizzazione.

C’è un proclamarsi potenza con gli stracci
cercando investimenti e dilazioni per i debiti.

E la classe dirigente dovrebbe provvedere
con stella d’orientamento il comune bene.

Proprio quello che manca…

 

“Per te il Paradiso”, lirica di Francesco De Girolamo, poeta in Roma

Ritratto di donna, olio su tela di Giovanni Incoronato

Eccomi, dunque, sono ancora qui.
E, come vedi, sono ancora “Io”.
Sì, lo stesso di ieri, lo stesso,
di un anno fa, lo stesso di tutte
queste migliaia di giorni
perduti insieme, chissà come.
Perduti a non comprendersi,
perduti a chiedersi di essere
qualcos’altro di ciò che eravamo.
Io: quello che sospinse il tuo passo
insicuro alla segreta soglia
della tua verità rinnegata,
alla sua imperdonabile gloria.
Non hai fatto attenzione,
sei andata troppo oltre;
ed hai finito col caderci anche tu
nell’abisso.
Se ti avessi davvero capita,
ti avrei lasciato andar via:
“Fuori, fuori di qui!”
ti avrei detto, sfinito,
“Va’ a catturare il tuo angelo,
va’ ad aspettare la tua alba,
prima che io ti accechi
e ti incateni stretta
a questo fuoco oscuro;
e non far caso che io muoia.”
Ma amavo troppo i tuoi occhi
pigri del mattino e le tue frasi
infantili e il tuo sorriso fiero e
la tua rabbia triste e quella ruvida,
calma dolcezza ombrosa di quel tuo
raro sguardo che sembrava
dire tutto, sì, proprio tutto,
anche quello che forse
avresti voluto non dire.
Oh, se avessi guardato più in fondo
nel tuo sguardo, se avessi davvero voluto
per te il paradiso!

Ragazza che si pettina, olio su tela, di Alberto Chiancone

 

 

“Carezzerò la neve”, lirica di Francesco Saverio Bascio, poeta in Carpaneto

Alluvione, olio su tela, di Gabriele Mucchi

Ho preso in giro l’eterno
lì!…
scappando dalla città dei morti
vaghe giustizie
nei sospiri scampati per caso
odio … e bocche larghe
trafitte nelle umane pene.

Trappole ambigue
calpestate da ignari passi
cedono alle fruste dei giudici…
nel ritorno dalle fughe,
spingono all’orlo,
e nel bilico di quei massi
pongo cenere alle rughe.

Lontano,… il ricordo della brezza
sfuma nell’umido della brina
e lego il dardo alla speranza
scagliando in alto la mia freccia,
se colpirò l’aurora,
allora dammi la tua mano,…
quando saremo là…
anche la neve si lascerà accarezzare.

Inondazione, olio su tela, di Xenia Miranda

“La bottiglia e il bicchiere”, lirica di Antonin Artaud (1896 – 1948) da ‘Poesie della crudeltà’, Stampa Alternativa editore, 2002

Bevitore di assenzio, olio su tela di Laszlo Mednyanszky

La lava verde dell’assenzio ha sommerso
la bella sera sospesa nell’aria con i suoi rami
e fatto salire nella bottiglia dalle calme ondate
le stelle di un giorno interiore e più leggero.
Negli specchi del bar dove la luna è nevicata
scorre la fontana della pubblica piazza
dove gira freneticamente la meccanica
di automobili che fuggono con occhi adamantini.
E io mi soffermo, nell’acqua verde dell’assenzio,
a seguire perdutamente tramite l’allettante inverno
e la neve dei loro bei corpi dai fiori spenti
le donne che l’amore ha trasformato.

“Je ne sais pas mais je sais que”, Ritratto ispirato alle parole di Antonin Artaud. Olio su tela, di Bruno Beccaro

“Ascolta il cuore di chi ti ama”, lirica di Catherine La Rose, poeta in Roma

Dai tuoi occhi si nota
l’opale spento
dell’abbandono
lo smarrimento
Se ti fermi un istante
anche solo vagare nei miei
d’Amore t’illumino
e ti faccio ritrovare

Potrai di nuovo
il sorriso inarcare
liberare alle parole e musica
l’infinito

Sarà spuntare il sole
da dietro una montagna
e sarà respirare tutto di più bello
che è la vita

Ascolta il cuore
di chi ti ama…

Apri le braccia al tuo Amore
rampicante del tuo giardino
che ti sviolina al sorgere
di un finalmente sospiro
la danza del cuore.

Sarà radiosa
tua stella del cielo
tua zavorra brilla di luce
d’appuntare al petto
fuoco mare e venti 

al tuo cospetto

E sarà solo…
perderti in me.