“E intorno le spine”, lirica di Francesco Saverio Bascio, poeta in Carpaneto (Pc)

E giunse la notte sui piedi bucati
arranco nel fango in quella salita
cercando riparo sulla bruna collina
tra gli alberi il vento che grida
che porta con se i rumori del pianto
inonda le menti scioccate e annebbiate
da qui li vedo vedo le ruspe
mostri di ferro
in mezzo al fetore di carni bruciate
ridono e sparano a bandiere fantasma
scavando buche per carne innocente
invano i miei sforzi
a non gridare all’orrore
e le mani che stringo
adesso bambine
gridano aiuto giurando vendette
tremante do un morso al formaggio
tremante quel viso
che mi fissa impotente
le passo il formaggio
che mi strappa di mano
con morso cattivo duro rabbioso
e attorno le spine
che straziano il petto
e attorno le spine
come unico letto
e quel fetore che sale
quel fetore che fa cosi male
si mischia al mio pianto
al mio piccolo sogno
e intorno le spine che mi bucano il cuore.

“Ultimo avviso”, lirica di Francesco De Girolamo, poeta in Roma

Il gatto e la volpe, olio su tela di Alessandro Pultrone

Non fidarti di me, non lasciarti ingannare
dall’apparente candore che dal mio sguardo mansueto
vagamente traspare.
Potrebbero esserci minacce imprevedibili
nascoste in quella quiete sfuggente
ed imperscrutabili mire di un soggiogamento perpetuo,
silenzioso, incruento, che porterebbero pian piano il tuo orgoglio
ad una resa incondizionata e quasi inconsapevole.
Dietro quei modi teneri, infantili, un io nascosto ha un dominio
segreto, un io feroce, bieco, senza freni: una belva affamata
di continue concessioni, di conferme, di dedizioni,
spesso persino di sottomissioni.

Non fidarti di me, il fuoco arde sotto la cenere,
e la lunaticità è quasi come la licantropia
ed a volte trasforma d’un tratto la noia
in un gioco crudele. Ed è allora
che potresti dover soffrire, solo per dimostrarmi
che sono importante;
e se non soffrissi abbastanza, se il sale delle mie accuse
non bruciasse nelle tue ferite, vorrebbe dire
che non mi meriti; ed amen.

Non fidarti di me: troppo sconfinato è il mio orgoglio,
troppo tenace la mia vanità e l’improvvisa perfidia
che ti coglierà di sorpresa, nel sonno,
quando meno te lo aspetti, mentre sorridi,
svestita ogni corazza, con le armi ai piedi del letto,
porgendo il tuo piccolo cuore nudo
ai mille artigli del mio affetto vile.

 

“Il pornografo”, di Georges Brassens (traduzione di Salvo Lo Galbo)

Quando il jazz buca la tela, di Giorgio Turchetti

Quand’ero un piccolo boy scout
tremavo a dire oscenità
e se pensavo “Merda a te!”,
lo tenevo per me,
ma
oggi che non farei un quattrino
senza un linguaggio da facchino,
uso più merda quando impreco
che se defeco.

Sono il bifolco
del microsolco,
lo sporcaccione
della canzone.

Per divertir le gallerie,
m’invento due corbellerie
su cui sciorino un vituperio
spesso senza criterio,
ma
quando rincaso e l’uscio è chiuso
nella mia psiche, m’autoaccuso
“Ripassa un po’ di galateo,
brutto plebeo!”

Sono il bifolco
del microsolco,
lo sporcaccione
della canzone.

I sabati che mi confesso
mi pento d’inneggiare al sesso
e giuro al nero marabù
di ridurlo in tabù,
ma
per evitar che i paparazzi
s’impiccino dei miei intrallazzi,
torno da me a tirare in ballo
le chiappe e il fallo!

Sono il bifolco
del microsolco
lo sporcaccione
della canzone.

Si sa che la mia concubina
ha una natura libertina
che l’incita a sdraiarsi nuda
con il primo in bermuda,
ma
come si può, siamo sinceri,
parlarne con dei salottieri
e omettere che ha un gran rossore
sul posteriore?

Sono il bifolco
del microsolco
lo sporcaccione
della canzone.

Forse mi buscherei un alloro
se mi degnassi del decoro
di scrivere elegie amorose
un po’ meno scabrose,
ma
l’angelo mio fa “Marameo!
E’ inutile che fai il Romeo;
l’unico amore che ti spetta
è la marchetta!”

Sono il bifolco
del microsolco
lo sporcaccione
della canzone.

Quando al padrone del locale
propongo qualche madrigale
col birignao e con l’erre moscia
qual brav’uomo s’angoscia
e
dice, mentre si toglie i tappi,
“Se vuoi cantare i fiori, sappi
che ve ne sono di più belli
dentro ai bordelli!”

Sono il bifolco
del microsolco
lo sporcaccione
della canzone.

Ai primi lividi d’occaso
dal mio balcone spingo il naso
e, intanto che la cena bolle,
guardo le folle,
ma
non ditemi di farci, no,
quanclhe canzone in cui dirò
che amo guardarli dai balconi
certi coglioni!

Sono il bifolco
del microsolco
lo sporcaccione
della canzone.

Quanto pattume clericale
che mi vedrò sul capezzale
supplica che il demonio emerga
a inforcarmi le terga,
ma
sa bene il grande Manitù
che canto ciance o poco più:
mi accolga almeno lui e non tema,
all’ora estrema,

questo bifolco
del microsolco,
lo sporcaccione
della canzone!

Inferno, di Gianni Marrone

“La gatta rossa”, lirica di ricordi contadini di Germana Sandalo, da “Sentieri d’erba”

Dal sentiero in salita
felinamente portava sulla strada
la sinuosa grazia dei passi, del pelo fulvo;
la coda ritta, lo sguardo fisso dove lei sapeva.
All’ora tarda del giorno, ogni seraq
inteneriva l’attesa della gatta, e a quel ritorno
si strusciava beata ai piedi del padrone:
qualche boccone cadeva a tante fusa.
Finché, nel consueto abbandono
s’acciambellava soprail focolare
fra la cenere calda del camino.

 

 

“Silenzioso tormento”, lirica di Catherine LaRose, poeta in Roma

Immagine di Thomas Dodd

Quando un pensiero d’Amore
invade la mente
si fa materia
brivido
scuote i sensi
ti annoda a morsi lo stomaco
lo si stringe a sé
con tutta la forza del cuore
fino soffocare
Il respiro
fino sentire dell’anima
Il dolore
come lo si vorrebbe trattenere
se fosse lì
accanto a te
senza che lui lo sappia
mentre dagli occhi
già
gli stai scoppiando dentro

“Il pane”, lirica d’ambiente contadino di Germana Sandalo, da ‘Sentieri d’erba’, Book editore

Preparazione del pane, olio su tavola di Adolfo Floris

La stanza quadrata
aveva bianche pareti
sotto le travi di legno
il lume a petrolio le segnava
ed’ombre tremolanti.
L’alba non era sorta
il quieto tessere di voci
pareva nel silenzio – ognuno curvo
ai lati della tavola – una preghiera.
Ognuno, nei gesti senza tempo
curvo al tavolo; e sale e acqua, e le mani
a impastare il fiore bianco del grano
porlo nella grande mesa a lievitare.
E sortiva dal forno all’aia,
alle stanze già assolate della casa
al desco di ogni giorno, ovunque,
il profumo del pane.

Fornai, olio su tela di Flora Saracino

“Nessun bimbo è straniero”, messaggio di Lorenzo d’Amato, medico pediatra

Almeno la metà dei bimbi nati a Piacenza negli ultimi vent’anni sono passati sotto le mie mani, se così posso esprimermi. Le statistiche ci dicono che il 40 e più  per cento di essi era figlio di stranieri. Ma per un pediatra nessun bimbo è mai straniero. In questi giorni di probabile scoramento vorrei far giungere ad alcuni di loro un messaggio:

No, non devi temere
piccolo fratello colorato.
Non è matrigna
questa nostra Italia.
Dai suoi errori sempre
a luce e giustizia
si è poi volta.
Coraggio non manca,
sa stringersi a coorte
ed il male affrontare.
Il suo genio,
che è tuo e nostro,
doni enormi
al mondo fece.
Dagli tempo,
è nostra madre.
Te lo dimostrerà.

Filastrocca delle renne di Babbo Natale

Dasher (Fulmine), Dancer o Dazzle (Ballerina), Prancer (Donnola), Vixen (Freccia), Blitzen o Dixen (Donato), Comet (Cometa), Cupid (Cupido), Donder o Donner (Saltarello), Rudolph naso rosso

Non solo fanno la slitta volare
e in ciel galoppano senza cadere.
Ogni renna ha il suo compito speciale 
per saper dove i doni portare 
Cometa chiede a ciascuna stella
Dov’è questa casa o dov’è quella.
Fulmine guarda di qui e di là
Per sapere se la neve verrà.
Donnola segue del vento la scia
Schivando le nubi che sbarran la via.
Freccia controlla il tempo scrupoloso
Ogni secondo che fugge è prezioso.
Ballerina tiene il passo cadenzato
Per far che ogni ritardo sia recuperato.
Saltarello deve scalpitare
Per dare il segnale di ripartire.
Donato è poi la renna postino
Porta le lettere d’ogni bambino.
Cupido, quello dal cuore d’oro
Sorveglia ogni dono come un tesoro. 
Quando vedete le renne volare.
Babbo Natale sta per arrivare.

Si sa che poi esiste anche una nona renna di nome Rudolph con il nasone rosso, nata nel 1939 dalla penna di Robert L. May in un libro per bambini scritto a scopo pubblicitario. La funzione di Rudolph all’interno della compagnia è davvero indispensabile, lei è letteralmente il “faro guida” di Babbo Natale! Fa luce e guida lui e tutte le altre renne col suo nasone rosso acceso, permettendo così a Babbo Natale di consegnare i regali anche nelle notti di nebbia..

“Sacrifici”, lirica di Michele Prenna, poeta in Varese

La forza del popolo, olio su tela di Michele Simonetta

Quante volte sentito il plurale
uno non ne bastava allora
eppure nessuno si tirava indietro
per costruire un futuro migliore
a quei figli che erano il suo oro.

Oggi si lascia perdere
è tutto un lamento
un veder nero il domani
con un arrabattarsi precario
che toglie la voglia di figli.

E i sacrifici?

Oh, a quelli ti ci costringono
ma non aprono porte al sereno.

“Lettera a Babbo Natale”, lirica di Francesco Montella, poeta in Napoli

Babbo Natale con Rudholf, la renna col naso rosso. Clicca qui per leggere la storia

M’anticipo per darti il tempo
per un solo pizzico di gioia
per un sorriso da dare
e uno da ricevere ….
M’anticipo per darti il tempo
che di più non voglio
se non una mano che m’accarezzi
chè l’assenza non m’opprima …
M’anticipo per darti il tempo
per un tempo migliore
che non ti costa un milione
ma un semplice aquilone
per un volo senza picchiate …
M’anticipo per darti il tempo
d’ammucchiare sogni
chè almeno quelli … li puoi ancora regalare.

Leggi qui la storia di tutte le renne di Babbo Natale