“Sinfonia in rosso”, lirica di Leni Bessega, poeta in Pordenone

Splendide riflessioni, olio su tela, di Antonio Guardavaccaro (in arte Accarò)

Il cielo appare buio,
vigile al rumore dell’acquazzone
che attento alla musica del sole
spezza l’equilibrio del cielo
dipingendo una sinfonia in rosso…

Cerco un silenzio nuovo
verso una strada aperta
dove il nulla inghiotte il tempo
e l’ora grida la sua nostalgia…

Fra una nuvola bianca cerco una via
che come candida coperta avvolga
il sospiro lieve dei miei pensieri
e che traduca all’anima
il ricco linguaggio dei sogni
che non moriranno all’alba…

Voglio librarli in volo
verso vette rosa come aironi vaganti…
con piccoli sorsi d’ amore brindare
nel lago immenso della vita
dove già si specchiano tutti i miei sogni…

Ti volo, olio su tela di Accarò

 

“Di fuoco e vento”, lirica di Francesco De Girolamo, poeta in Roma

Scie d’arcobaleno, olio su tela di Furio Castellucci

Di fuoco e vento è fatto l’uragano
dei tuoi sussurri, quando a schiudere viene
la mia fiera resa ed io spaurito
dalla tua luce, cerco ombre, abissi,
che mi sommergano, per non volare cieco
verso quella tua stella
che brucerà tutti i miei ieri,
nudo il cuore, colmo dei tuoi pensieri
iridescenti, dischiusi verso me.

Una nuvola incredula nel cielo,
che un soffio d’oro trafigge,
diventa arcobaleno ed una voce,
mia più di ogni altra, eppure mai ascoltata,
riesce a dirti: “Vedi, di certo i sogni
non hanno mai colori così vivi!”

“Il pane”, lirica di Vladislav Chodasevic ( 1886 – 1939 )

In cucina, olio su tela, di Alessandro Sani

Oggi in cucina c’è una luce che abbaglia.
Col grembiule, cosparsa di farina,
Di tutte le Mignon tu sei la più bella
Con la tua bellezza genuina.
Ti svolazzano intorno coi cestini,
Con il bricco del latte e le fascine,
Spiumandosi le ali, i cherubini…
Tra le nubi, dalle colline
Prorompe la luce, e sulle pentole oziose
Come fasci di strali batte il giorno.
Sfacendosi somiglia a pallide rose
La legna che arde nel forno.
E i densi getti del futuro filone
Nel vaso d’argilla un angelo versa,
Giurandoci che son veri, come il sole,
L’amore, il lavoro e la terra.

E’ sepolto nel cimitero di Billancourt, presso Parigi, il poeta che Maksim Gorkij considerava “il migliore che vanti la Russia moderna”. Vladislav Felicianovič Chodasevič, di origine polacca, era nato a Mosca il 29 maggio 1886. Nel 1922 lasciò la Russia per sempre, e dal 1925 fino al giorno della sua morte, avvenuta il 14 giugno 1939, visse costantemente a Parigi.

I suoi primi quattro volumetti di poesie furono pubblicati in Russia: Giovinezza nel 1908, La casetta felice nel 1914, Per la via del grano nel 1920 e La pesante lira nel 1922. I versi da lui scritti all’estero, e riassunti col titolo La notte europea, entrarono a far parte della sua raccolta del 1927. L’ultimo decennio di vita di Chodasevič fu più dedicato alla critica e alle rievocazioni letterarie, che alla poesia.

Non ebbe mai altri guadagni che quelli derivatigli dalla sua attività letteraria, visse sempre negli stenti, cadde spesso gravemente ammalato, ma ebbe amici cari e fedeli tra letterati e poeti, lettori e ammiratori, che non cessarono mai di amarlo.

Scriveva Gumilёv nel 1914, commentando la seconda raccolta di versi La casetta felice: “Non è possibile abituarsi né alla sua fantasia, né alle sue intonazioni – egli ci si presenta inaspettato, con nuove avvincenti parole, e non si trattiene a lungo, lasciando dietro di sé un piacevole inappagamento e il desiderio di un nuovo incontro”.

Per i loro tratti chiari e precisi e per l’immediata efficacia, i versi di Chodasevič incantano anche il lettore più “impoetico”. La loro forma classica è impeccabile, semplice, elegante. La sua concezione della vita è ironica e tragica al tempo stesso. Dalla sua poesia emerge con insistenza l’eterno tema dell’anima immortale e degli ostacoli che le frappongono la materia e la squallida banalità della vita. E’ un continuo alternarsi di estasi metafisiche e di minute inquadrature prosaiche, d’immersioni ed emersioni, di cadute negli abissi dell’esistenza e di slanci mistici.

Chodasevič è un poeta spaesato in tanto squallore che lo circonda, ma mi sembra che il suo pessimismo, la sua tragedia trovino una via d’uscita, e la sua salvezza sia nel tono serio e pacato della sua poesia, nella sua attitudine a contemplare con un certo distacco i misteri dell’anima e dell’esistenza; la sua è un’ironia assai spesso feroce e maligna, ma sovente è anche serena, ricca di un humor leggero e immediato. La sua rabbia non lo fa tonare, ma lo spinge a riflettere, a partecipare delle altrui miserie, a sorridere lievemente subito dopo aver pianto.

In una lettera del 1 ottobre 1923 Gorkij scriveva al poeta: “I vostri versi An Mariechen sono belli e penetranti. Non so dire di più, ma aggiungerò soltanto che essi suscitano nell’anima il “freddo sibilo della bufera di neve” e nello stesso tempo sono irresistibilmente umani”.

Mi sembra che questo suggestivo giudizio di Gorkij possa essere la giusta insegna sull’incantato “bazar” del poeta Chodasevič.

Paolo Statuti

 

“Oggi”, lirica di Michele Prenna, poeta in Varese

In giacca e cravatta
col tailleur d’una volta
mosche bianche alla vista
col finto povero di moda
dalle brache calate
le mutande affacciate
e le pelli tatuate.

Non diverso il linguaggio
povero e omologato
ai tic del momento
facile negli insulti
e le raffiche di sputi
in vie scarabocchiate
odorose d’urine.

E mendicanti a frotte
con cappello o bicchiere
tesi per le elemosine.

 

“Saldi privati”, lirica di Francesca Pellegrino, poeta in Taranto

Ampia vetrina, olio su tela di August Macke

Non sai mai cosa ti riserva una strada.

Così, mentre andavo,
che la luce si faceva scura,
ho trovato la pace dei mignoli
dentro una vetrina:
aveva preso le sembianze di un vestito
annisettanta
come quelli di mia madre, giovanissima
e io dentidilatte, capelli lunghilunghi,
un cavalluccio rosso, anzi, due
e se conto fino a venti faccio tana e
“ah! se vi prendo!”

Un vestito, dicevo
ultimo in saldo, ultimo giorno,
ultima taglia. Così, l’ho comprato
cinque euro e passalapaura e
l’ho chiamato speranza

perché adesso non mi va,
ma se dimagrisco …

“Letizia”, lirica di Nunzio Delpanno, poeta in La Verza (Piacenza)

Gli occhi di Elle, olio su tela di Riccardo Balestra

Letizia
spargono i tuoi sguardi
rassicuranti e stanchi
sul finire di giornata.
Sì, mi sono innamorato dei tuoi occhi
scuri come la notte
ma lampeggianti come temporali estivi
eppoi, calmi come il mare senza onde.
In questo profondo innamoramento
trovano pace le mie ansie
sciolte nella serenità
della tua anima senza macchia.

 

“A Marco Pantani”, lirica di Don Virgilio Zuffada (1936 – 2015) da Amore e Dolore, 2010

Omaggio a Marco Pantani, olio su tela di Di Marko

S’allungano le onde
sulla spiaggia di Romagna,
attaccano le barche sul fondale,
volano i gabbiani
con forti grida tra le genti.
Marco, vogliamo solo dirti addio
ad un amico nostro
ad un parente.
La vita sportiva
ti ha ferito duramente,
l’invidia e il difficile perdono,
sei rimasto solo
nella fuga dal male
cercando motivi di speranza
e giustizia nell’aula del tribunale.
La Chiesa di Cesena ti accoglie
e nella bara tra fiori gialli
lacrime e preghiere sulla strada irta di montagna
non Sali più in fuga,
ora sei entrato
nel grande cuore della gente!
Marco riposa in pace!

 

“Di archetto molle tra le labbra”, lirica di Catherine La Rose, poeta dell’amore in Roma

Opera di Harry Holland

Starò qui
ad attendere
cielo a perdere costi
scapigliata Penelope
senza spiaggia
e senza risposte…
Mi strapperò le parole
amare di dosso
cuore a pezzi di rosso
fino al sollievo
sorriso di perdono
Poi tesserò cerchi d’Amore
col blu di tono
a rotolarti rotolarti
ai miei labiali poemi
fino ad averti
raggomitolato tutto tra le mani
abbracciato ed accoccolato
affogatami del tuo intero
senza nodi e grinze
raso a pelle che ci stringe
E quando
l’incubo d’Ulisse
sarà finito
e ormai sedotto
ti suonerò
di archetto molle tra le labbra
il mio sensuale eterno violino…

Opera di Renata Domagalska

 

 

“L’algoritmo”, lirica di Michele Prenna, poeta in Varese

La maschera del potere, olio su tela di Babb. Il potere sta sempre camuffato dal bello (i decori del pavimento) ma quando si toglie la maschera ufficiale si scopre la verità (il pagliaccio). Tutto è stato consumato.

Vive di cambiamenti la lingua
riflettendo il cammino degli anni
e l’evolversi umano negli usi
di tecnologici prodotti di moda.

Così nasce a spiar l’algoritmo
ciò che pensi e magari desideri
dai like tuoi sui social impressi
diventando preda al suo occhio.

Lo governano occulti poteri
di politica di consensi in cerca
incuranti di farti dei danni.

È il profitto quello che conta
il dio d’oggi governante i mercati
che le scelte ora guida e controlla.