“Quella maledetta voglia d’averti…”, lirica di Catherine Calcagni La Rose, poeta in Roma

Opera di Marina Marina Igorevna

Non so…

se stare sveglia per guardarti…
od addormentarmi
con la speranza di non sognarti…
per non svegliarmi
di nuovo..

ed ancora..
con il tuo sapore…
dell’attesa…
della impaziente voglia di averti…

Nel mio sogno vengo a prenderti,
attendo pazientemente che ti prepari
per puoi portarti via…
in luoghi discreti…
e sfiorarti le labbra mentre ti guardo gli occhi…

Non so…
se correre per raggiungerti
od aspettare
con la speranza di non incontrarti
per non immaginarti
di nuovo
e ancora con il tuo sguardo nel mio
nell’attesa
nella voglia di toccarti…

Nella mia corsa vengo a sedurti
nell’adagio… riposare le tue mani
per tenerti a me
in angoli di via…
e farti morire mentre mi guardi…

Opera di Slava Korolenkov

“La notte … delle stelle”, lirica di Francesco Montella, poeta in Napoli

Io vorrei superata ogni esitazione, olio su tela di Angela Stella

Brilla più dell’altre,
immobile a mostrarsi
se la ride di questa notte
di luna indifferente.
Unica e quasi sola
beffa pure il tempo
che forse è morta
ma appare in vita!
E’ la notte delle stelle
di chi le ha …
e di chi l’ammira
col sorriso e un vecchio sogno.

“La pelle” (Urlo perenne contro la stupidità dell’uomo), lirica di Giuseppe Ballerini, poeta in Bobbio, da ‘Pinaccio’, edizioni Pontegobbo, 2011

Donna soldato, olio su tela di Flora Saracino

Compagnie!!! Attenti!!!
Rompete le armi!!!
Dietro front!! Avanti marsc!!!
Caro nemico.
La nostra pelle
è già bucata tanto che basta!
Non so come mai
abbiamo aspettato tanto
a sentore nell’aria sentore di Storia.
Nati prigionieri
ma con la voglia sul cranio
di rimanere coi galli sui tetti fioriti
non so come mai
abbiamo aspettato tanto
a raccontare alla Storia
la storia del nido del cuculo.
Compagnia attenti!!!
Rompete le righe!!!

“Ma dimmi tu questi negri”, lirica di Andrea Melis già censurata da facebook

Gli ultimi, olio su tela di Cristiano Guitarrini

Ma dimmi tu questi negri
che vengono a prendersi per disperazione
ciò che noi ci prendemmo con la violenza,
la spada e la croce santa,
lasciandoci dietro solo disperazione

Ma dimmi tu questi negri
che hanno cellulari e guardano le nostre donne,
mentre noi da sempre
ci fottiamo le loro
un tanto a botta nelle strade nere delle periferie,
e prendiamo il silicio dalle cave delle loro terre,
e come osano poi questi negri
avere desideri proprio uguali ai nostri
manco fossero umani

Ma dimmi tu questi negri che attraversano il mare
come se fosse messo lì per viaggiare
e non per tenerli lontani,
per galleggiare e non per affondare,
per andare e non per tornare

Ma dimmi tu questi negri
ex schiavi dei bianchi
che vengono qui a rubarci il pane
proprio ora che gli schiavi siamo noi
Messi in ginocchio e catene
da politici e finanzieri bianchi
con colletti bianchi
e canini e incisivi sorridenti
e perfettamente bianchi,
che in meno di trent’anni
ci hanno fatto schiavi

Ma dimmi tu questi negri
che hanno scoperto ora che la terra è una,
è rotonda,
e che a seguire la rotta della loro fame
Si arriva dritti dritti alla nostra opulenza

Ma dimmi tu questi negri
che facessero come i nostri nonni:
cioè tornare nella giungla e sui rami alti
visto che sono loro i nostri progenitori
e che l’umanità è tutta africana

Ma dimmi tu questi negri che non rispettano i confini della nostra ignoranza e i muri della nostra paura

Ma dimmi tu questi negri che persino si comprano le sigarette
dopo che noi ci siamo fumati le loro foreste,
le loro miniere,
il loro passato,
il loro presente
ma abbiamo commesso l’imperdonabile errore di lasciargli una vita
e un futuro
a cui dimmi tu, questi negri,
non rinunciano mica

Ma dimmi tu questi negri
che si portano il loro Dio da casa
anziché temere il nostro,
e sanno ninna nanne e leggende e favole più antiche delle nostre e parlano male la nostra lingua
Ma benissimo le loro che però noi non capiamo.

Ma dimmi tu questi negri a cui non vogliamo stringere la mano
né far mettere piede in casa,
sebbene a ben guardare
abbiano i palmi delle mani e dei piedi perfettamente bianchi
Proprio come i nostri.”

 

“La casa”, lirica di Germana Sandalo da ‘Sentieri d’erba’, Book editore, 1997

Casa colonica, olio su tela di Romano Salami

Dalla calce già morta della casa
da proprietarie rugose
dall’adusta vigna
muro di vento e argilla
muro di braccia e mani.
Dall’alito ottuso del cemento
da passati riverberi di fuochi
muro di voci e risa
muro di pietra e sabbia.
Dall’antica aia
dai silenzi del cuore e delle travi
del granturco e dei campi
muro d’acqua e terra
muro d’erba e luce.

 

“Calligramma”, opera di Guillaume Apollinaire

Riconosciti
Questa adorabile persona sei tu
Sotto il grande cappello da canottiere
occhio
Naso
La bocca
Ecco l’ovale della tua figura
Il tuo collo squisito
Ecco infine l’imperfetta immagine del tuo busto imperfetto
visto come attraverso una nuvola
Un po’ più in basso c’è il tuo cuore che batte.

La colazione dei canottieri, opera di Pierre-Auguste Renoir

 

“Io e la gatta … “, lirica di Francesco Montella, poeta in Napoli

Non c’è più rispetto, disegno e tecnica mista su carta di Anna Kennel

La gatta rincorre le zanzare
e la luna splende …
in quel mantello di stelle
che spesso mi fa sognare
e non m’abbaglia come il sole
che dietro una strizzata
mi cela tutto questo reale.
La gatta gioca con le zanzare
io gioco con i sogni,
con quell’idea del possibile
che m’accarezza senza schiaffi
che di veri ne prendo al dì.
La gatta si riposa …
la luna è ancora piena
ed io fingo d’essere stella.

La luna si fa i fatti suoi, acquarello e grafite su cartoncino di Irene Falci

“Miss 115”, lirica di Daniele Verzetti, rockpoeta in Genova

Mi sono sentita figa
Sempre.

Copricostume
Intonato al due pezzi
Occhiali da sole sempre diversi
Orecchini abbinati.

Sono una vincente:
Non lavoro
Ho sposato Antonio
Un uomo pieno di soldi
Ed ho due figlie
Due successi sicuri.

Cresceranno come me
Insegnerò loro a pensare al denaro
Ed al successo personale
Sempre e comunque.

E se una delle due zoppicasse
Mi concentrerò sull’altra
Sacrificando la più debole.

È la legge dell’evoluzione.

Ombrellone 115
È dove sto io,
Sono sempre in tiro
Mai nulla fuori posto.

Domani arriverà mio marito
E sarà meno piacevole
Ma volevo i soldi non l’amore
Volevo gli agi non un uomo interessante.

Sono Miss 115
La più “in” di tutta la spiaggia
Come le mie figlie.

Io sono il futuro del mondo.

 

“Monologo”, lirica di Silvana Trabanelli, poeta in Ferrara

Il colle dell’infinito
è ora fruscìo sommesso
dell’invisibile lontana galassia
il cavo d’un orecchio enorme
d’un radiotelescopio.
Al di là, torna il silenzio
immenso .
Tu sei sul pianeta
coi piedi
con le mani,con gli occhi
con l’anima.
Guardi, lo sfiori a volte con mani rapaci
per stringere inutilmente
una manciata d’acqua d’un mare immenso.
T’impasti nel moto incessante.
Corri i rischi dell’acqua
del fuoco,delle lame
delle punte dei bacilli
che levigano,mùtilano
dilaniano gratificano,
ma….dove sei tu.
Nelle idee
nel pensiero forse
nei momenti del cuore
nell’inesprimibile
senza parole
dentro
Ma dove ?
Nel cervello.
Nella rete meravigliosa
dei neuroni che si richiamano
fremendo come polipi
con infiniti filamenti di braccia
a raccontarsi e a mettere insieme
come mosaico correttamente ricomposto
variate sensazioni di una vita intera.
Ma quale vita, se non la tua
del tuo corpo sul tuo pianeta.
Nel punto dove ti posi
dove ti muovi, tessi i giorni e le notti .
Come una stella nell’infinito
ha il suo moto
come un asteroide
il suo giro
come un sole la sua ruota
come il tutto insieme…
Tu sei…il tutto.

 

“Il funambolo operaio precario”, lirica di Ileana Zara, poeta in Cerredolo (RE)

Olio su tela opera di Fernand Leger

Il funambolo operaio
precario
cammina sulle impalcature
precarie
appeso a un gancio
precario
in bilico sul volante
tra sonno e veglia
sulle strade
precarie
tremano a fine mese
le mani sulla testa
i gomiti sul tavolo
precario
saluta presto la mattina
moglie figli genitori
nella solitudine
precaria
con un addio possibile
sulle labbra mute.