Requiem per un’edicola e per l’editoria: per quel tale a 5* che urla evviva il bel non sapere

Impossibile, per me, dimenticare quella scala e quel portone: di lì sono passato per il mio primo giorno di scuola, Scuola Elementare Pietro Giordani, qualcosa come 58 anni fa. Al suono della campanella una massa vociante di bambini è partita di corsa per festeggiare (pensa te) la fine delle vacanze e … mi ha letteralmente travolto facendomi rotolare a terra. Spaurito, calpestato, solo, mi sono rialzato e, buon ultimo, sono entrato per la prima volta in quell’edificio dove sarei rimasto per cinque lunghi anni. Qui poi ho conosciuto Filiberto Putzu, proprio oggi assessore comunale di Forza Italia costretto alle dimissioni (ben gli sta, così impara a sbagliar partito), grazie al quale anni dopo sarebbe iniziata l’avventura con gli scouts. Qui ci sono le battaglie con le figurine e quella volta di quel tizio che vinceva sempre ed ho scoperto che barava: aveva incollato due figurine una contro l’altra e la vittoria gli era assicurata. Come le cartellate che gli ho dato di brutto perchè la disonestà presto o tardi qualcuno te la fa pagare ed io certo non tiravo indietro la mano contro furbizia e disonestà. Ma tutto questo mentre con nostalgia oggi guardo l’edicola chiusa. Allora i soldi erano davvero pochi ma l’occasione era imperdibile per lustrarsi gli occhi e quando, al compimento dei sette anni, il mio babbo mi comprò uno speciale con in copertina Paperino, ero il bambino più felice del mondo. Purtroppo oggi le edicole chiudono. Chiusa l’edicola di via Giordani, sparita l’edicola di viale Alberoni dove accompagnavo a scuola i miei figli, sparita quella di piazzale Libertà dove mi fermavo ai tempi delle superiori, sparita quella di piazza della Lupa, dove uno chiedeva un fumetto dalla vetrinetta laterale esterna e mentre l’edicolante usciva intanto l’amico ne rubava un altro. Piccoli teppisti di periferia ma almeno vogliosi di sapere, di conoscere, di approfondire. Ormai invece i giornali si vendono (o si leggono di straforo, a sbaffo) al supermercato, agli stranieri il quotidiano locale interessa quasi nulla e i giovani, mi dice l’edicolante di piazzale Torino, non leggono più. Niente quotidiani, nessuna rivista, nemmeno fumetti, solo smartphone. Per la gioia di Gigino Di Maio che, invece di riformare eliminando gli eccessi e i finanziamenti che sono privilegi di parte, semplicemente toglie i finanziamenti all’editoria tutta. Logico, del resto: meno la gente legge e meno sa, meno la gente è informata e più il suo scragnotto e quello di Matteo Salvini sono garantiti. A prescindere dai pasticci che fanno e dalle promesse che non mantengono: quasi quasi (ma solo per dire) tanto valeva tenerci quell’altro, il Matteo Renzi.

“Sulla scia d’altre opere d’arte anche il dipinto del Castello Farnesiano ha lasciato Piacenza”, intervento di Carmelo Sciascia

Ci sono state, ci sono e ci saranno sempre delle opere pittoriche che faranno discutere, non tanto per il loro indiscusso e indiscutibile valore estetico ma perché elemento costitutivo, materia prima cui fare scaturire altre opere. Opere diverse, che nulla avranno a che fare con l’arte, saranno storie d’altro genere, appunto. Quadri che costituiranno il canovaccio per altre vicende, storie poco chiare che si tingeranno di giallo. E come tanti libri gialli tratteranno, a volte, anche veri e propri eventi criminali.

 A Piacenza, in epoca a noi lontana, abbiamo avuto il caso della Madonna Sistina del Raffaello, quadro famoso la cui scomparsa non ha generato nessuna storia particolare, ma soltanto una storia dolorosa avendo privato, Piacenza e l’Italia, di uno dei quadri più famosi di tutta la storia dell’arte. Nessun “giallo” tutto trasparente essendo stato, il quadro, semplicemente e legalmente venduto ad un certo Principe, Augusto di Sassonia, nel 1754.  Il quadro da Dresda trasferito a Mosca nel 1945, vi ritornò comunque dieci anni dopo.  Tutto sommato una storia semplice.

Madonna Sistina, opera di Raffello Sanzio

Rimanendo a Piacenza, dobbiamo dire che una storia più complicata l’ha avuta e l’ha ancora il quadro di Klimt, Ritratto di signora. Scomparso dalla Galleria Ricci Oddi nel febbraio del 1997, se ne son perse le tracce. Di tanto in tanto, una nuova pista, lo fa assurgere agli onori della cronaca cittadina (e nazionale) per farlo ritornare, svanite le tracce, qualche giorno dopo, nell’oblio. Ma ancora prima del furto aveva avuto un momento di gloria, quando una studentessa, Claudia Maga, aveva scoperto che il quadro ne celava un altro: un ripensamento dell’Autore che aveva ritoccato un precedente Ritratto realizzato nel 1910, dato per disperso. 

Ritratto di signora, olio su tela di Gustav Klimt

Come la vicenda della Madonna Sistina del Raffaello ci sembra lineare essendosi trattato di una vendita, di cui per altro se ne conosce la collocazione, così la scomparsa del Ritratto di signora di Klimt ci sembra altrettanto lineare: si tratta di un furto di cui, viceversa, non se ne conosce la destinazione. Comunque si giri e si rigiri la frittata, Piacenza ha continuato e continua a perdere pezzi importanti della sua “storia”.

Natività del Caravaggio

Anche il furto della Natività di Caravaggio avvenuto a Palermo il 18 ottobre del 1969 nell’oratorio di San Lorenzo, che diverrà in seguito l’oratorio più famoso di Sicilia, può ritenersi una storia lineare trattandosi di un furto? Come Fëdor Michajlovič Dostoevskij aveva richiamato in alcune sue opere la Madonna Sistina del Raffaello, così Leonardo Sciascia aveva preso ispirazione del furto della Natività del Caravaggio per scrivere “Una storia semplice”.

Con la solo differenza che quest’ultima storia, semplice non lo era affatto!  Diversamente non sarebbe potuto essere visto che la storia tratta di mafia, di droga, di furti di opere d’arte, di poliziotti conniventi e di uno Stato incapace. Tant’è che il regista Salvo Andò, prendendo lo spunto dal furto del quadro del Caravaggio, ci presenta, al cinema in questi giorni, una vicenda che è talmente complicata da non sapere come titolarla, per cui conseguentemente ed in modo del tutto appropriato: “Una storia senza nome”.

Del quadro rubato a Palermo si è detto di tutto e di più. Rubato dalla mafia come merce di scambio nella trattativa Stato-Mafia, secondo Brusca il furto è stato realizzato su commissione dai Corleonesi (Riina). Per altri era stato tenuto dal boss Gaetano Badalamenti, per Spatuzza il quadro venne abbandonato in una stalla dove in seguito venne mangiato dai maiali. Per il giornalista inglese Peter Watson il quadro sarebbe dovuto essere comprato da un mercante la sera del 23 novembre 1980, ma a causa del terremoto l’affare andò a monte.  Il film riprende tutte queste ipotesi e ne aggiunge altre, tanto da realizzare una spy story, dove personaggi reali ed immaginari convivono ed intrecciano legami, si scambiano ruoli. I personaggi ed i loro ruoli potrebbero sembrare un escamotage cinematografica per rendere interessante tutta la storia, peccato, malgrado noi, che di pura fantasia non c’è nulla (o molto poco) perché la realtà spesso la supera, nelle vicende criminali, come negli intrecci politici. 

Torniamo, da dove eravamo partiti, a Piacenza. Anche qui facciamo nuovamente riferimento ad un quadro. Un quadro che non è stato rubato, ma è come lo fosse stato. Nel senso che di proprietà di un istituto bancario cittadino che è stato assorbito da un’altra Banca con sede a Parma ne ha seguito le sorti. La Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza, già denominata Cariparma, dal 2016 diviene Credit Agricole Cariparma S.p.A. Ed è allora che nei locali della sede legale dell’Istituto di credito, gli stessi dal 1860, trova posto il quadro di Bernardino Massari: “La guarnigione austriaca abbandona il castello di Piacenza nel 1848”.

Bernardino Massari, scultore in Piacenza (1827-1913)

Bernardino Massari è stato un pittore dell’ottocento, nato a Piacenza nel 1827, dove muore nel 1913 all’età di 86 anni. Viene ricordato oggi, più che per i suoi meriti artistici, per avere dato lezioni di disegno a Stefano Bruzzi e perché un quadro del Bruzzi “Il passo difficile”, oggi alla Galleria Ricci Oddi, era appartenuto allo stesso Bernardino Massari.

Quello che a noi interessa è comunque il quadro del Massari che oggi si trova a Parma, mentre dovrebbe trovarsi a Piacenza, la città dove è stato eseguito e dove era destinato a rimanere. Il soggetto principale del quadro rappresenta, come ci suggerisce il titolo stesso, il Castello di Piacenza, quel Castello Farnese che è riemerso dopo secoli di oblio solo negli anni ’80. Nel 1848 gli austriaci lasciano Piacenza ed abbandonano il Castello, in seguito alle vittorie dell’esercito sardo-piemontese, proprio quel castello che era stato fatto costruire da Pier Luigi Farnese nel 1547. Sul Maniero dei Farnese, in questi ultimi anni, numerosi sono stati gli interventi del giornalista Renato Passerini che seguendo tutti gli eventi che hanno riguardato la storia piacentina ha testimoniato, con numerosi articoli, l’interesse crescente verso il Castello, ponendo insistentemente all’attenzione dell’opinione pubblica il problema del recupero di strutture architettoniche (in primis il Castello e la tagliata) rilevanti della nostra storia locale. Ed è quel quadro, una testimonianza storica importante, non tanto per la storia risorgimentale, quanto per la presenza e la raffigurazione proprio del Castello. Semplice logica deduzione vorrebbe che questo piccolo tassello di testimonianza storica sul Castello Farnesiano possa ritrovare a Piacenza la sua giusta e definitiva collocazione. 

Anche la storia del quadro di Bernardino Massari “La guarnigione austriaca abbandona il castello di Piacenza nel 1848” è quindi una storia semplice, come semplici sono tutte le storie che nel corso degli anni si sono complicate!

A Perino da oggi chiude al pomeriggio il fruttivendolo con edicola ma in tutta la provincia arrivano supermercati e chiudono negozi

Da oggi a Perino il negozio di frutta e verdura con vendita giornali sarà chiuso nei pomeriggi da domenica a giovedì. Certo, finita la stagione estiva, con i turisti che raggiungono questo piccolo paese della Val Trebbia, i clienti diminuiscono e la maggior parte dei residenti sono anziani che tranquillamente possono dedicarsi agli acquisti alla mattina. Per quanto ai giovani, che in genere lavorano in pianura oppure stanno a vivere e dormire fino al venerdì in città e lì fanno acquisti. Oppure fanno scorta nei supermercati in città rinunciando ad una certa dose di qualità ma risparmiando in termini economici.

Ancora peggio a Podenzano: chiuso uno dei due negozi (‘storici’) di macelleria bovina e chiuso pure quello di macelleria equina. Certo incide anche l’età dei negozianti ma il fatto che le saracinesche restino abbassate, che nessuno si preoccupi di subentrare lascia un senso d’amarezza.

Così a Bobbio, in piazza Santa Fara, dove si svolgono le principali iniziative culturali, dalla settimana della letteratura al festival del cinema di Marco Bellocchio, oltre al mercato settimanale: un filotto quasi completo di vetrine vuote. Ne ho contate sei. Sopravvivono un bar, un’orificeria, un negozio d’abiti.

Non diversa la situazione degli altri paesi della provincia, fino ad arrivare in città, Piacenza, dove le serrande che s’abbassano sono sempre più numerose. Via Roma ne è un esempio lampante e a poco vale la giustificazione di un ambiente con forte presenza di immigrati con problemi d’ordine pubblico. Nei pressi di casa mia il negozio di Art e Design, trasferito da ormai due anni, invano attende un subentro e la gastronomia al fianco, presente dal 1958, cessa l’attività ad ottobre.

La saletta degustazione della gastronomia presente in città dal 1958

Insomma, ormai al lumicino l’epoca dei piccoli negozi commerciali e si tratta di un cambio nelle abitudini e talvolta nella qualità della vita e dell’offerta alimentare. Subentrano e imperano i supermercati: oltre a quelli tradizionalmente presenti, a quelli di recente arrivo, l’amministrazione comunale annuncia nuovi arrivi ulteriori che inevitabilmente porteranno a chiusure di altri negozietti. Certo i supermercati  hanno tantissimi vantaggi nelle quantità dei prodotti offerti. Però se, solo per fare un esempio, compro verdura al supermercato posso attendermi una qualità ‘accettabile’. Sicuramente però diversa da quella spesso ‘eccellente’ di fruttivendoli che però, di converso, possono essere considerati ‘gioiellerie’ per quanto ai prezzi. Del resto qualità e rapporto personalizzato ove possibile valgono bene un piccolo sovrapprezzo monetario.

Supermercati: a Piacenza annunciate nuove aperture che corrisponderanno a nuove serrande di piccoli negozietti abbassate

Pensioni: quota 100 per pochi, quota 41 sfuma per sempre. I nodi e le bugie elettorali di Salvini e Di Maio vengono al pettine

Miraggio, olio su tela, di Roberto Orangi

Tra il dire e il fare ci stan di mezzo non il mare ma i conti pubblici. Le voci sulle misure previste dal governo per smontare la legge Fornero suonano sempre lo stesso ritornello: quota 100 avrà i suoi bei paletti e quota 41 sarà rinviata a data da destinarsi. Notizie riportate da termometro politico.it: quota 100 verrà adottata con la prossima legge di bilancio, probabilmente, ma avrà i suoi bei paletti, cosa che non c’era nei programmi di governo. La mancanza di risorse costringerà a più miti consigli il governo per cui saranno molto pochi i lavoratori che potranno usufruirne effettivamante: per andare in pensione bisognerà avere 64 anni di età e 36 anni di contributi versati (ma potrebbero essere 65+35 di contributi) con possibilità comunque di penalizzazioni rispetto a chi non ha maturato i 42/43 anni di contributi. Quanto all’ipotesi di accesso alla pensione per chi ha maturato 41 anni di contributi, l’ipotesi sfuma, si parla di un rinvio di almeno 6 mesi o addirittura 1 anno e non sono poche le voci che ipotizzino un rinvio a tra qualche anno. Di Maio comunque continua a proclamare che si stanno studiando le combinazioni più convenienti per salvaguardare quota 100 ma, ci si domanda, convenienti per chi?

Il miraggio, di Ebert

E’ tornata! Una vecchia panchina in piazzale Libertà a Piacenza. Nell’inerzia comunale, chi sia stato non si sa!

Erano sette o otto le panchine collocate nel giardino di piazzale Libertà che qualche anno fa la giunta comunale di centrosinistra aveva realizzato per sostituire due distributori di benzina e tanti parcheggi in un’area a grande traffico inquinante. Una bellissima idea sfruttatissima dagli abitanti delle case popolari e dai bambini che invero poco sedevano e molto giocavano con gli spruzzi della fontana. Poi lentamente quelle panchine, stroncate dal superuso da parte del Clan dei culi grossi (mamme, nonne, single avanti con gli anni, nonni ed io compreso) hanno ceduto il passo. Piegate a terra come elefanti o balene spiaggiate, recuperate dagli operai della manutenzione comunale, portate chissà dove per l’ultimo viaggio ma il loro ricordo non s’è perso. Oh, nostalgia canaglia! L’ultima se n’andò più d’un anno fa, da tutti rimpianta. Ma ora ecco, mano ignota ha ben pensato di portarne una nuova. Pardon, una vecchia, di legno, recuperata da chissà quale discarica o da quale magazzino dove era da tutti dimenticata. Così in piazzale Libertà una vecchia panchina è ritornata a nuova vita, sembra una giovane nel pieno della bellezza e sa far felice di nuovo il Clan dei culi grossi. Neri, gialli, verdi, bianchi, per la panchina non fa differenza, per lei tutti uguali sono e a tutti offre una pausa di sopravvivenza dal gran caldo. A proposito, non manca il richiamo al cuore: un messaggio d’eterno amore per Giuseppe, scritto chissà quando, chissà da chi, chissà per Giuseppe chi, chissà se quell’amore è sbocciato e se dura ancora, chissà se bianco, nero, giallo, se al mare, in montagna o nella bassa padana. Ed ora che dirà la giunta comunale? Arriveranno le ruspe per rancar via la vecchia panchina fuor d’ordinanza che chissà chi ha portato di tutti a disposizione?

“Non puoi andare in bagno”. Così alla Fiat Chrysler un operaio si urina addosso. Anche questa è FCA voluta da Sergio Marchionne

Un lavoratore della Sevel di Atessa, in provincia di Chieti, è stato costretto a urinarsi addosso perché gli è stato impedito di andare in bagno. L’episodio, che sembra uscito da una cronaca giornalistica della prima metà dell’ottocento, o da un romanzo di Dickens, è stato denunciato dal sindacato Usb, che ha poi proclamato un’ora di sciopero. Anche le altre sigle sindacali hanno chiesto chiarimenti all’azienda, il gruppo FCA (Fiat Chrysler Automobiles), di cui lo stabilimento abruzzese è il più grande d’Italia e tra i primi in Europa per dimensioni. L’azienda ha chiesto scusa ai lavoratori ma nessun responsabile è stato punito disciplinarmente.

L’operaio aveva a più riprese richiesto di poter andare in bagno, invano. E a quel punto ha dovuto farsela addosso: inascoltato, non gli è rimasto che urinarsi dentro i pantaloni. L’episodio varca ogni limite della decenza. Un fatto gravissimo che lede la dignità del lavoratore vittima dell’episodio e quella di tutti i lavoratori in generale.

Alla protesta si associa anche Rifondazione Comunista: “Spremere i lavoratori fino al divieto, ripetuto e continuato, di poter andare in bagno, è un fatto di una gravità inaudita, da condannare senza mezzi termini. Da molti anni nel gruppo FCA si assiste all’incremento di ritmi e carichi di lavoro al limite del sostenibile”.

Troppo spesso gli aumenti di produttività sono stati salutati come un fatto positivo, senza chiedersi come fossero possibili, ogni anno, aumenti produttivi da record – affermano in una nota Marco Fars, segretario abruzzese di Rifondazione Comunista e Maurizio Acerbo, della segreteria nazionale -. Nei giorni scorsi la risposta è arrivata, di nuovo, dalla palese manifestazione delle condizioni che i lavoratori, loro malgrado, sono troppo spesso costretti a subire. L’arroganza aziendale si è spinta fino a costringere un lavoratore ad urinarsi addosso, dopo che per troppo tempo gli è stato vietato di recarsi in bagno. La produzione viene prima di tutto e perciò i lavoratori non possono permettersi nemmeno il “lusso” di espletare bisogni fisiologici normali per qualsiasi essere umano.

Ai lavoratori, costretti a carichi e ritmi di lavoro insostenibili, non viene riconosciuta nemmeno la dignità umana. I due esponenti politici chiamano in causa anche le recenti riforme del lavoro e le ristrutturazioni aziendali frutto della globalizzazione post-crisi: “La vicenda Sevel ci ricorda l’importanza e la necessità di riportare la democrazia reale dentro e fuori le fabbriche. Questo totalitarismo aziendale è il prodotto di anni di “riforme” del lavoro che hanno sottratto ai lavoratori diritti e tutele. Questi sono i risultati della cancellazione dell’art.18”.

Sergio Marchionne (1952 – 2018): che l’uomo riposi in pace. Quanto al manager e alla sua azione, nulla di nuovo per i lavoratori all’ombra di FCA

Non di sole magliette rosse: quella bicicletta rottamata che fece solidarietà concreta

La mia bici … il tuo muro. Olio su tela di Donatella Marraoni

Ricordo la bicicletta dello zio di Dalila, mia moglie: l’avevo ereditata e, confesso, ci tenevo. In memoria di quell’uomo con un passato travagliato. Durante la guerra, lui e altri sei tra fratelli e sorelle, si ritrovarono senza genitori con diversi di loro ancora troppo piccoli per poter pensare ad essere autonomi. Così alla chiamata di dover indossare la divisa repubblichina la risposta fu un obbligo (economico) e non una scelta. Non partecipò con sadica violenza ad azioni cruente oltre a quelle che fanno parte del vissuto dei soldati di ogni esercito e per questo, incarcerato alla Liberazione, venne poi rilasciato. Indubbiamente però quella esperienza, il carcere, la paura, ne aveva segnato la vita e nei tempi successivi preferì essere uno spettatore e non un protagonista. Significa che ai margini dei principali eventi che negli anni della ricostruzione e poi del boom economico segnarono la nostra comunità lo si vedeva spettatore. Appunto ai margini, appoggiato a quella bicicletta. In piazza Cavalli, in piazza Duomo, sul facsal. Per tutto questo ero orgoglioso di averla eredita e spesso la usavo per andare a riunioni o manifestazioni o comunque eventi dove, naturalmente, partecipavo attivamente o mi rendevo protagonista. Anche se il rapporto con la bicicletta non fu mai sereno, c’era sempre qualcosa che non andava. Nel giro della catena, nella regolarità del giro delle ruote, nell’adeguatezza dei freni. Insomma, alla fine, dopo mille vani tentativi di riparazione, decisi di separarmene. A malincuore. Ma era vecchia. La portai alla discarica, in via XXIV Maggio, lasciandola appoggiata al muro appena prima dell’ingresso perché, come mi disse un tizio lì in attesa, c’era sempre qualcuno che veniva ed eventualmente prendeva le cose che potevano servirgli. Nel pomeriggio la bicicletta era ancora lì tutta intera e dopo poco sarebbe stata presa dagli addetti, portata all’interno della discarica e da quel momento nessuno ne avrebbe più saputo nulla. Me ne tornai a casa un pò abbacchiato. Grandissima la sorpresa quando, un paio d’anni dopo, la vidi in un cortile interno dell’ospedale. Splendente, perfettamente in ordine, legata ad una ringhiera in modo che nessuno potesse portarla via. Indagai. Scoprendo che un italiano, disoccupato, emigrato dal meridione, padre di due figli, la moglie casalinga, l’aveva raccolta da quel muro dove l’avevo appoggiata praticamente alla chiusura dei cancelli della discarica, l’aveva risistemata dove i migliori meccanici piacentini non erano riusciti ed ora era il mezzo col quale quotidianamente andava a lavorare, finalmente assunto da una cooperativa a seguito dell’appalto per le pulizie in ospedale. Da allora ho imparato che tutto può essere riciclato, che noi abbandoniamo tante cose che riteniamo sia giunta l’ora di sostituire. Per qualche anno imparai a portarle appoggiandole a quel muro della discarica, trovando stranieri e italiani in attesa, poi imparai ad andare nelle sedi delle associazioni organizzate, Caritas e Parrocchie in testa. Soprattutto in occasione di eredità, quando mi sono ritrovato abiti, mobili, servizi di piatti, materiale di cucina che al massimo per me potevano rappresentare ricordi preziosi ma che per altri, stranieri, italiani, persone, potevano invece rappresentare cose preziose, utili, necessarie, indispensabili. Ecco perché gli istigatori all’odio in facebook, quelli che inveiscono contro chi ha indossato una maglietta rossa simbolica per l’auspicato recupero di umanità e solidarietà, quelli che parlano ma non fanno nulla, quelli che pontificano, quelli che, infastiditi, sanno solo accusarci d’essere inconcludenti radical chic sinistroidi non possono che essere commiserati: che ne sapete voi? Che cosa fate voi per chi soffre, per chi si trova in difficoltà? Ditelo. Magari lo faremo insieme.

Una maglietta rossa contro i tempi dei distinguo e dell’odio

Con la maglietta rossa perché mettersi nei panni degli altri cominciando da quelli dei bambini – che sono patrimonio dell’umanità – è un primo passo per costruire un mondo più giusto

Una semplice maglietta rossa per ribadire il sentimento d’umanità. Il rosso è il colore molto spesso delle magliette che le mamme indossano ai bambini nel momento dell’imbarco sulle navi carretta o sui gommoni con i quali dovrebbero attraversare il Mediterraneo: la speranza che, in caso di naufragio, possano essere meglio avvistati e salvati da qualche angelo che scende dal cielo. Una maglietta per affermare di essere dalla loro parte, di non condividere i giochi politici pericolosi di Matteo Salvini e le chiusure di molti paesi europei che pretendono di scaricare solo sul nostro paese il problema di un esodo che si sta facendo epocale. Certo. Niente più di un gesto simbolico che però ha rivelato l’odio latente che scorre alla base dei sostenitori dell’attuale governo a trazione Lega e Salvini in particolare: nessuna umanità, non disturbate il manovratore e se quelli annegano non è colpa di nessuno, “non siamo noi che li abbiamo spinti a mare“.

Anzi, al dire degli odiatori di face book, forse sono proprio gli indossatori di magliette, niente altro che annoiati radical scic, i veri delinquenti magari perchè “non prendono immigrati a casa loro“. L’iniziativa, non dimentichiamolo, è partita da un sacerdote, Don Ciotti, nel nome di tutte quelle associazioni che quotidianamente affrontano in concreto e non a parole i problemi dell’emarginazione e della fame (mi vengono in mense le tante mense che ogni giorno erogano pasti con i volontari della Caritas, la distribuzione di vestiti, gli aiuti per le bollette, l’accoglienza di intere famiglie italiane sfrattate). Bene, io sto con loro, io sabato ho indossato la mia maglietta rossa. Nel nome dei disgraziati che affrontano il mare, nel nome degli italiani che vivono in difficoltà perché sfrattati, disoccupati, malati. Ne sono orgoglioso anche perché quella maglietta, idealmente e di fatto, l’indosso ogni giorno della mia vita, orientando il mio fare (nel mio piccolo quotidiano, nel lavoro) alla solidarietà e all’aiuto a chi ha bisogno.

 

Oggi, 7 luglio, si ricorda San Claudio martire ad Ostia per ordine dell’imperatore Diocleziano e si festeggia l’onomastico di quelli che di nome fan Claudio

San Claudio si convertì al Cristianesimo e, seguendo il suo esempio, si convertirono anche la moglie Prepedigna ed i figli Alessandro e Cuzia.

Secondo quanto scritto nel Martirologio Romano, San Claudio adottò lo stile di vita del buon cristiano, dedicando la vita al Signore, pregando, facendo opere di bene e dedicando se stesso e tutti i suoi averi ai poveri e ai bisognosi.

Nel frattempo l’imperatore Diocleziano era piuttosto favorevole al matrimonio tra il proprio figlio Massimiano con la nipote di san Claudio, Susanna. Ma da fervente cristiano Claudio non appoggiò le nozze volute dall’imperatore. Quest’ultimo, vista l’opposizione del santo, lo fece arrestare insieme alla sua famiglia, esiliandoli ad Ostia. Qui la loro sorte fu atroce: furono arsi vivi e le loro ceneri buttate in mare. 

Da buon Claudio mi sento di confermare la scarsa propensione a chinare il capo di fronte ai potenti di turno quando calpestano i diritti dei deboli, dei lavoratori, dei ‘figli di nessuno’, quando negano la giustizia, la solidarietà, l’umanità. Per mia fortuna, le vendette degli stessi non arrivano più al martirio. Magari lasciano vivere ovviamente negando non solo privilegi ma anche quanto dovuto e meritato favorendo chi da buon asservito sostiene, condivide, approva la malagestio del potere. Del resto che farci? Così siam fatti noi, quelli di nome Claudio.

“L’uovo di Colombo è arrivato a Piacenza”: lo diceva Michele Rizzitiello un anno fa, Arsenale a Le Mose, Ospedale in viale Malta

L’area occupata dall’Arsenale: potrebbe essere destinata all’ampliamento dell’ospedale risolvendo molti problemi

Nel 2009 e per i due anni seguenti a Piacenza vi fu un dibattito acceso sul destino del Polo di Mantenimento pesante Nord, da tutti chiamato col nome originale: l’Arsenale. Il tema era lo spostamento dell’impianto di tipo industriale che attualmente da lavoro a circa 700 piacentini, l’amministrazione comunale dell’epoca prospettava con forza un trasferimento nella zona di Le Mose, pena la progressiva diminuzione delle attività del Polo con conseguente perdita dei posti di lavoro. Il costo preventivato per l’operazione di trasferimento era di circa 200 milioni di euro. Ora la questione, non si sa perché, è accantonata; i temi all’ordine del giorno sono lo spostamento, o meglio, la costruzione di un nuovo ospedale a Piacenza, proposta salita agli onori del dibattito con la dichiarazione dell’amministrazione regionale della disponibilità a finanziare tale costruzione con 230 milioni di euro (disponibilità in seguito, conclusa la campagna elettorale, ridotta a 100 milioni, ndr) e l’insediamento di una nuova area dedicata alla logistica nella zona ovest della città nei pressi della frazione di Roncaglia.


Accesissimo è il dibattito in questa campagna elettorale dove tutti i candidati a sindaco hanno assunto le posizioni più diverse in merito. Il sottoscritto, memore della vecchia questione dello spostamento dell’Arsenale, pensa che si potrebbe cogliere l’occasione di prendere i classici due piccioni con una fava: con meno di 200 milioni di euro si può spostare il Polo di Mantenimento Pesante Nord sull’area dove si vuole insediare la nuova logistica.
Con una sola mossa si risolverebbero due problemi : il potenziamento con il rilancio delle attività dell’Arsenale in un’area servita perfettamente dalle infrastrutture viabilistiche e ferroviarie e la disponibilità di tutta l’area di V.le Malta a servizio dell’Ospedale: parcheggi, padiglioni nuovi per i dipartimenti sanitari, migliore accessibilità in pieno centro città senza disagi per gli anziani e portatori di handicap.
Un’operazione fattibile in tempi brevi, vista la disponibilità finanziaria dichiarata dalle amministrazioni locali per la costruzione di un inutile ospedale, caldamente sostenuta dall’amministrazione comunale nel periodo 2009/2011 che promosse incontri con il Ministero della Difesa e il Demanio per trovare un accordo soddisfacente.

L’ingresso in via Taverna dell’ospedale Guglielmo da Saliceto