Primavera 2018: spodestato Sua Maestà il 21 marzo

Promavera risveglio della natura, olio su tela di Gaetano Minale

Già. Come del resto anche nel 2016 e nel 2017 Primavera è iniziata poco dopo le ore 17 del 20 marzo anziché come percepito dalla maggioranza di noi e come abbiamo imparato a scuola, il consueto 21. Una questione di calendario (il gregoriano), che ha il limite di non rappresentare in modo accurato il tempo che la Terra effettivamente impiega per compiere un’orbita attorno al Sole: nella realtà, l’orbita è pari a 365 giorni, 6 ore, 9 minuti e 10 secondi, mentre per ovvi motivi di praticità il calendario gregoriano considera una durata di 365 giorni. Per mantenere sincronizzate le due misure – calendario e anno siderale – ed evitare lo slittamento delle stagioni, è stato introdotto il sistema degli anni bisestili, ma anche questo sistema presenta dei limiti ed ecco così lo slittamento che addirittura nel 2044  per la prima volta nei secoli dei secoli vedrà l’inizio della primavera il 19 marzo. In ogni caso eccoci fuori dal letargo invernale anche se il tempo per ancora un poco non se n’accorgerà lasciandoci chiusi in casa o riparati sotto l’ombrello.

S’annuncia comunque l’arrivo di tante feste. Quelle maggiormente conosciute della stagione sono:

  • Pesce d’aprile: celebrato il primo giorno di aprile;
  • Pasqua: la data varia di anno in anno cadendo sempre di domenica e nel periodo dal 22 marzo al 25 aprile; ad essa sono collegati la settimana santa e il lunedì dell’Angelo. Quest’anno pesce d’aprile e Pasqua coincidono, due feste allegre in un colpo solo;
  • Festa della liberazione: celebrata il 25 aprile, in ricordo della liberazione del paese dall’occupazione tedesca;
  • Festa del lavoro (anche detta festa dei lavoratori) a maggio;
  • Festa della Repubblica: ricorrenza osservata il 2 giugno che chissà non ci regali un nuovo governo possibilmente un buon governo.

Insomma: auguri di tanti colori e del fiorire di mille amori per tutti.

Primavera, olio su tela di Pino Caridi

Piacenza: alla Galleana il nuovo ospedale. Parola del Sindaco Patrizia Barbieri (centrodestra)

Ospedale di Piacenza: l’atrio d’ingresso in via Taverna del Nucleo Antico

L’Amministrazione comunale di centrodesta, per voce del Sindaco Patrizia Barbieri, esprime e ribadisce la convinzione che l’ospedale nuovo non si deve costruire né nell’area della Pertite (da riservare a parco come da sempre previsto con buona pace del Pd, della Confindustria, dell’ex Sindaco piddino Reggi), né nell’area della caserma Lusignani a Sant’Antonio (decisamente troppo piccola). Resterebbe dunque ‘libera’ l’area di via Emilia Pavese che già vede la presenza di un notevolissimo carico di traffico in transito e che sembra ben poco idonea ad accogliere le migliaia di veicoli che quotidianamente incidono sulle zone occupate da strutture sanitarie. Così il Sindaco tira fuori dal cilindro una terza possibilità, prendendo in considerazione l’ipotesi di realizzare il nuovo nosocomio nell’area della caserma dei vigili del fuoco di strada Valnure. Così si potrebbe sfruttare anche la piazzola di atterraggio per gli elicotteri, e la vicinanza con la tangenziale per agevolare la viabilità. La proposta è emersa al tavolo tecnico con l’azienda sanitaria Ausl di Piacenza. L’area, privata da espropriare alla tuttosommato modesta cifra di un milione di euro, potrebbe ospitare il nuovo ospedale (si parla di oltre 167mila metri quadrati), risulterebbe ben collegata, garantirebbe adeguati spazi di parcheggio sia per i dipendenti che per i visitatori, potrebbe anche nel prossimo futuro garantire disponibilità per nuove strutture o altre necessità di ampliamento. Per quanto alla struttura dell’attuale polichirugico e del Nucleo antico – il Guglielmo Da Saliceto – Sindaco e Direttore Generale dell’Ausl hanno evidenziato che potrebbe garantire spazi per uffici, sportelli, punto prelievi e ambulatori specialistici dell’Ausl oggi sparsi in città, da via Anguissola a piazzale Milano favorendone il raggiungimento grazie all’ottima rete del trasporto pubblico che collega con via Taverna tutte le zone e i quartieri cittadini. Soluzione che peraltro garantirebbe altresì la “sopravvivenza” dei tanti esercizi commerciali presenti nella zona che basano le proprie fortune redditizie proprio sul continuo andirivieni da e per la attuale struttura di servizi sanitari (si pensi soltanto alle centinaia di utenti che quotidianamente si presentano al laboratorio analisi). Insomma, una proposta che potrebbe rivelarsi non solo interessante ma ‘vincente’, con piena soddisfazione per la città.

 

“Piacenza capitale dell’area fluviale, non semplice capitale italiana della cultura”, una proposta di Carmelo Sciascia

Conosco molto bene due città, accomunate oggi dall’essere state ambedue escluse dal titolo di capitale italiana della cultura per il 2020, una a nord, nella ricca ed opulenta pianura padana, l’altra all’estremo sud, un sud isolano, isolato ed emarginato. Sono Piacenza ed Agrigento. Una, Agrigento, per avervi fatto gli studi liceali e per legami parentali, l’altra per avervi lavorato e stabilito la mia residenza da quarant’anni. Diciamo che emotivamente mi spiace siano state escluse, pur essendo entrate nella rosa delle prime dieci. Ambedue le città hanno dei punti di forza innegabili, basti pensare alla data della loro fondazione. Akragas 580 a.c. fondazione della polis, Placentia 218 a.c. colonia romana. E qui mi fermo. Perché mentre nelle classifiche delle città, dove si vive meglio, Piacenza è stata spesso tra le prime, se non la prima addirittura come nel 1998, Agrigento è stata sempre tra le ultime. Negli ultimi tempi purtroppo Piacenza è andata scivolando sempre più giù, speriamo in una risalita che la riporti fra i primi posti, così come mi auguro che l’altra città esclusa, Agrigento, possa allontanarsi dagli ultimi posti!
Sono andato a spulciarmi il bando per il conferimento del titolo capitale italiana della cultura 2020. Tralasciando la parte meramente burocratica, procedure, criteri e giuria, mi è sembrato degno di nota quanto riportato nell’introduzione: “L’iniziativa è volta a sostenere, incoraggiare e valorizzare la autonoma capacità progettuale e attuativa delle città italiane nel campo della cultura, affinché venga recepito in maniera sempre più diffusa il valore della leva culturale per la coesione sociale, l’integrazione senza conflitti, la creatività, l’innovazione, la crescita e infine lo sviluppo economico e il benessere individuale e collettivo”. Frase che mi ha riportato alla memoria un’affermazione di Italo Calvino: “D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda». (Le città invisibili, Calvino, 1972)

Può una città governata da Lega Nord e Fratelli d’Italia con al seguito Forza Italia candidarsi al titolo di capitale della cultura quando pone il problema dell’immigrazione come un’invasione all’insegna dello slogan razzista “tutti a casa loro”?

Ecco il punto: può candidarsi una città che non dà ai cittadini risposte adeguate alle primarie esigenze della vita quotidiana, candidarsi ed aspirare ad essere capitale della cultura nazionale? L’etimologia del termine ci dice che capitale deriva dal latino caput, capo, essere cioè il primo. Ecco chi va premiato. Chi si pone ad essere la prima città nel dare risposte alle richieste dei suoi abitanti, nel campo della coesione sociale, dell’integrazione, nella crescita e nello sviluppo economico. Ad Agrigento, manca l’acqua, un giorno sì, un altro anche. Non parlo di acqua piovana, ma di acqua per uso domestico, quella che dovrebbe scorrere nelle condotte idriche. La raccolta dell’immondizia è una opzione, può esserci o non esserci, cambia poco, nel senso che rimane spesso dov’è. Quindi era non da escludere dal titolo, ma financo dalla rosa delle prime dieci (nonostante il sostegno di Camilleri o dell’Agnello). Non basta avere la valle dei templi (una delle sette o settantasette meraviglie) se poi come ci suggerisce Italo Calvino, non si dà una risposta concreta ai bisogni primari del cittadino. E Piacenza? città meritevole per tanti versi, almeno abbiamo sempre l’acqua nei rubinetti e la raccolta dei rifiuti viene effettuata, anche se sussistono, perplessità sulla qualità dell’acqua e forti dubbi sulla salubrità dell’inceneritore.

Breno è una frazione del Comune di Borgonovo Val Tidone, provincia di Piacenza

Mi ponevo alcuni interrogativi in un intervento dell’anno scorso sulla candidatura di Piacenza a capitale della cultura. Sostenevo allora e continuo a sostenere oggi che è necessario che la città preservi e valorizzi tutte le proprie ricchezze storiche, non basta Palazzo Farnese (una delle sette o settanta meraviglie) se poi si continua a lasciare nell’incuria tanti altri monumenti come ad esempio ciò che rimane del Castello Farnese. Non basta battezzare il Municipale con il nome Verdi se poi si continua a trascurare del musicista tutto il resto; Giuseppe Verdi è più piacentino (visto che ha vissuto quasi cinquant’anni a Sant’Agata) che di Parma. Anche se probabilmente ed involontariamente è stato proprio il maestro di Roncole a contribuire a far nominare Parma Capitale. Piacenza lascia ancora sciaguratamente nell’incuria l’ex albergo di via San Marco, albergo dove Verdi alloggiava nelle sue permanenze nella nostra città.

Nel cortile dell’ex albergo San Marco dove alloggiava il Maestro Giuseppe Verdi, all’epoca consigliere dell’Amministrazione Provinciale piacentina

I cittadini hanno bisogno di respirare aria composta di ossigeno più che di particelle nocive (PM10) e per questo c’è bisogno di aree verdi, di isolare gli effetti nocivi degli scarichi autostradali (A1 e A21) con barriere possibilmente ecologiche, delimitare le aree prossime con coltivazioni di alberi di alto fusto. Sono questi bisogni primari alla sopravvivenza umana: l’aria come l’acqua.

Un primato di Piacenza? L’inquinamento dell’aria e questa non è certo una ‘qualità’ che renda la città degna d’essere capitale, esempio per tutto il BelPaese

Piacenza con le sue sette o settanta meraviglie può ancora dare risposte ai suoi abitanti. Si può sperare, da cittadini, in una città che recuperi, preservi e valorizzi le sue ricchezze storiche, che smetta di cementificare e si attrezzi di verde pubblico, affinché possa migliorare la qualità dell’aria, che smetta di cementificare per mera speculazione come continua ad avvenire per l’area periferica della logistica.

Piacenza, cultura e qualità della vita: molta l’attenzione alla raccolta dei rifiuti ma non bisogna abbassare la guardia, basta poco perché l’inciviltà trionfi

La cultura è stata rappresentata da eventi come Carovane nei primi anni di questo millennio, dal Festival del diritto poi, eventi culturali che avevano avuto una risonanza nazionale, con personaggi di fama internazionale (Sepulveda, Bauman) che purtroppo scelte politiche nefaste hanno lasciato morire… in nome della cultura!

Festival del Diritto, iniziativa di taratura nazionale che la nuova giunta di centrodestra ha ben pensato di affossare in cambio del nulla. Insieme allo spazio 4 destinato ai giovani, a Pulcheria manifestazione per le donne a suo tempo voluta da Rosa Rita Mannina, 15 anni fa assessore in una giunta sempre di centrodestra ma non a guida leghista.

Piacenza antica capitale del Ducato, con un centro storico più ricco di Parma, continua a rimanere chiusa in consorterie, continua a defenestrare ogni giorno Pier Luigi Farnese nel nome di un ideale, quello dell’Impero allora, dietro altri particolari interessi oggi.
Una proposta che supera l’ambito limitato e ristretto di Capitale italiana della cultura:
Sarebbe auspicabile che Piacenza potesse essere “primus inter pares”. Città simile a tante altre città che si affacciano sulle acque di Eridano. Città che vanno da Torino a Pavia, da Piacenza a Cremona, da Ferrara al Delta del Po. Trovandosi a metà strada del percorso fluviale, Piacenza potrebbe assurgere a Capitale dell’intera area fluviale!

Piacenza: il ‘nostro’ Grande Placido fiume, il Po

È necessario superare qualsiasi campanilismo, fare i giusti investimenti per l’ambiente (aria e territorio), salvaguardare e valorizzare il patrimonio architettonico e culturale, rendere navigabile e balneabile il Po, lanciarsi in una gara solidale con tutte le altre città che si affacciano sul grande fiume.
Una sfida che va al di là dei confini cittadini (Parma o Piacenza), al di là dei confini regionali (la Lombardia anziché l’Emilia o il Piemonte), una grande area geografica con caratteristiche geografiche ed affinità storiche comuni che potrebbe portare ad un riconoscimento, al di là dei confini nazionali, da parte dall’Unesco.
Se il Delta del Po è stato dichiarato patrimonio dall’Unesco, perché non potrebbe venire dichiarato tutto il percorso del Po e delle città che ad esso si affacciano? E dell’intera area, primus inter pares, Piacenza esserne la Capitale?

Il Po (chiamato dai Greci Eridanus, presso i Liguri era chiamato Bodincus, che significa dal letto profondo, senza fondo, il latino Padus – da qui l’aggettivo padano – deriverebbe da una qualità di pini selvatici particolarmente abbondante presso le sue sorgenti) è con i suoi 652 km il fiume più lungo in Italia

Dalla strada al web, la prostituzione cresce con la crisi: spesi 3,9 miliardi l’anno (da fb, ‘Museo delle case di tolleranza’)

L’articolo e le immagini sono riprese dalla pagina facebook “Museo delle case di tolleranza” di Davide Scarpa

Sono passati 60 anni da quando la promulgazione della Legge Merlin pose fine alle case di tolleranza in Italia, eppure la prostituzione continua ad essere un argomento attuale, sia come ‘ tema ‘ da portare avanti in campagna elettorale, sia perché si tratta di un mercato in grado di smuovere miliardi di euro ogni anno. Un giro d’ affari ‘dorato’, mandato avanti nella stragrande maggioranza dei casi dalla criminalità , che sfrutta e abusa di giovani ragazze, costrette loro malgrado a vendersi per sopravvivere. Un fenomeno che in Italia è stato accentuato nel periodo della crisi, come testimonia uno studio di settore del Codacons: dal 2007 ad oggi il business della prostituzione è cresciuto dal 25,8% , così come sono aumentati i clienti e di conseguenza anche il fatturato.

Prostituzione, un decennio di crescita

I numeri ‘snocciolati’ dal Codacons parlano chiaro: il giro d’ affari è passato dai 2,86 miliardi di euro del 2007, ai 3,9 miliardi di euro annui stimati per l’ anno in corso. Un incremento di 740 milioni di euro, pari al sopracitato 25,8%. Nello stesso periodo, le prostitute attive sono passate da 70mila a 90mila e i clienti sono diventati circa 3 milioni, contro i 2,5 di 11 anni fa (+20%). Dalla strada al web Il fenomeno della prostituzione si è evoluto nel corso degli anni con la società, adeguandosi ai tempi che corrono. Secondo l’ analisi dell’ Associazione per la tutela dei consumatori, dal 2007 ad oggi sono diminuite le prostitute che operano in strada, che comunque rimangono la ‘fetta’ di mercato più grande (il 60%). Il restante 40% è rappresentato da chi ha deciso di lavorare in luoghi privati, come casa propria o altre strutture non all’ aperto. Lo studio rivela anche la provenienza delle prostitute attive in Italia: “Della totalità delle prostitute operanti nel nostro paese, il 10% è minorenne, mentre il 55% è costituito da ragazze straniere, provenienti principalmente dai paesi dell’ Europa dell’ Est come Romania, Bulgaria, Ucraina, e dall’ Africa (Nigeria in testa). Si registra inoltre una fortissima crescita di prostitute cinesi, che svolgono prevalentemente la propria attività al chiuso (case, centri massaggi, ecc.)”. Ma il vero boom è stato quello della prostituzione online . Con l’ avvento del web l’ offerta si è spostata sul ‘digitale’, con annunci sparsi un po’ ovunque, dai siti specializzati e quelli privati, fino ai portali per incontri. Un fenomeno che ha dato ‘vita’ ad un ulteriore “micro-mercato” quello delle cam – girl , ossia quelle ragazze, spesso giovanissime, che mostrano il loro corpo via web cam in cambio di denaro.

Chi sono i clienti e quanto spendono

Attraverso i dati del Codacons è stato possibile estrapolare un identikit del cliente che ricorre alla prostituzione, che cambia in base al luogo in cui viene cercata. Il cliente che preferisce andare in strada “ha un’ età media compresa tra i 35 e i 50 anni, livello di istruzione basso o molto basso, sposato o con partner regolare, uno o più figli”, mentre per chi cerca l’ amore a pagamento online “l’età media scende a 25/35 anni, single, senza figli, e con un livello di istruzione medio/alto”. Un cliente abituale spende in media 110 euro al mese, ma i prezzi variano molto in base al servizio scelto: esistono escort da più di 500 euro, così ‘salate’ perché includono un servizio di accompagnamento. Costi che scendono moltissimo nelle prestazioni consumate in strada, dove si arriva anche a 30 euro per cliente.

La criminalità e la necessità di una regolamentazione

Come ricordano il Codacons e il Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute Onlus, nonostante la prostituzione sia legale, suo valore economico viene calcolato nel Pil con “il paniere criminale “, includendola di fatto fra le attività criminali. Un valore che, secondo gli ultimi dati della Cgia di Mestre, unito alla droga e alle sigarette di contrabbando, arriva a 19 miliardi di euro che ogni anno gli italiani spendono per ‘servizi’ illegali. Come detto in precedenza, la crisi economica ha spinto questo fenomeno verso ‘vette’ mai toccate, attirando anche donne costrette proprio dalla mancanza di risorse a dedicarsi al lavoro da ‘marciapiede’. Se poi si pensa alle condizioni di vita in cui versano le migliaia di ragazze, straniere e non, che finiscono nelle mani della criminalità organizzata, viene a galla una realtà da incubo, fatta di sfruttamento e maltrattamenti. Un monitoraggio carente e la mancanza di una regolamentazione ha spinto il Codacons a realizzare una proposta di legge per la tutela dell’ esercizio della prostituzione. Il ddl definisce l’ esercizio della prostituzione e le modalità in cui può essere realizzata, chiarendo i luoghi in cui può essere praticata e l’ età minima di per i clienti (18 anni). Nella proposta di legge è previsto un capitolo dedicato alla posizione previdenziale di chi esercita la prostituzione, che potrebbe così pagare le tasse e versare i contributi come un qualsiasi lavoratore in regola.

Sua Eccellenza il Prefetto di Nuoro, sono nelle sue mani: è un errore evidente, quella multa!

San Teodoro è un Comune sardo, in provincia di Olbia-Tempio, con più di quattromilaottocento abitanti. Il comune è ai confini con la provincia di Nuoro.

Verbale di violazione al Codice della Strada: arrivato via Raccomandata depositata presso l’Ufficio Postale di via Colombo nella mia Piacenza. Ennesima sanzione. € 43,50 comprensive di € 14,80 per spese di notifica e di procedimento purché paghi entro 5 giorni. Il tutto per aver lasciato, a dire del Verbale, il 15/09/2017 alle ore 20.35 (come verificato dall’agente accertatore signora Rosalia Mattatresa) la vettura FIAT PANDA targata ES..ecc. in sosta in area pedonale urbana!!!

Dove? E qui viene il bello: nell’amena località del Comune di San Teodoro, Provincia di Olbia/Tempio, nella meravigliosa cornice ambientale delle spiagge di Sardegna.

Peccato che quel venerdi sia rimasto al lavoro fino alle 16.36 nella mia Piacenza, ovvero ad oltre 480 km di distanza (in linea d’aria) ovvero ad una distanza che, secondo internet, in auto richiede non meno di otto ore per essere coperta e lasciamo perdere il dubbio sul come attraversare sulle quattro ruote le azzurre acque del mare.

Ma soprattutto peccato che la mia auto non sia una FIAT PANDA ma un modello del tutto diverso, prima di tutto nella forma (parlo di una CHEVROLET CRUZE, nulla a che vedere con le vetture degli Agnelli).

Mi sono tolto anche un piccolo sfizio: via internet mi sono collegato col sito del P.R.A. ovvero l’ufficio del pubblico Registro di tutte le vetture e, pagando la modica cifra di € 10,00 ho avuto conferma che la targa incriminata (che corrisponde a quella della mia vettura) nulla ha a che vedere con la Fabbrica Italiana Automobili Torino, verifica che come del resto avrebbe potuto e dovuto fare il Comando Polizia Municipale del Comune di San Teodoro per poter risalire al mio nome e al mio indirizzo onde potermi inviare il Verbale ricevuto (e, verificando, avrebbe evitato).

Ovviamente presenterò il dovuto ricorso al Prefetto di Nuoro (che, a mio parere, non dovrebbe aver tempo da dedicare ad un evidente errore facilmente evitabile): occorre qualche fotocopia e la spesa per una Raccomandata A.R., pochi soldi certo ma che avrei potuto più opportunatamente utilizzare in altro modo.

Magari risparmiandoli per prenotare un viaggio alle meravigliose spiagge del Comune di San Teodoro.

Il tutto salvoché, ovviamente, non si sia di fronte ad un vero e proprio reato con il proprietario della FIAT PANDA che abbia duplicato la mia targa ma anche questo poteva essere rilevato, sempre via P.R.A., dal Comando di Polizia Municipale prima di inviarmi il Verbale.

Ora, staremo a vedere. Sua Eccellenza il Prefetto di Nuoro, sono nelle Sue mani.

Mettete le briciole sui vostri balconi

Passeri e cardellini, litografia di Alberto Cova

Il gelo stringe tutto in una morsa e per gli uccelli che non migrano altrove trovare il cibo diventa ogni giorno una scommessa. Così anche le specie più elusive vengono in città, sperando di trovare un po’ di tepore e di briciole.

Il momento in cui il cibo dovrebbe essere più abbondante è il mattino poiché gli uccelli, dopo una lunga notte, sono molto affamati. Anche di sera il cibo è molto apprezzato dagli uccelli, che fanno il pieno di energia in vista della prossima nottata.

Rutenio 106 nell’aria: basta col nucleare o basta con la Russia?

Arrieccoci con la mala gestio dell’informazione pubblica quando si tratta di nucleare e di incidenti annessi. Tra il 27 settembre e il 13 ottobre, come già rilevato, sopra l’Europa venne registrata la presenza nell’aria di una nuvola di Rutenio 106, un isotopo radioattivo prodotto della fissione nucleare all’interno di un reattore atomico. Non si produce naturalmente per cui anche una concentrazione minima nell’atmosfera indica un incidente di qualche tipo.

Le agenzie per l’ambiente europee hanno subito puntato il dito verso la Russia che, esattamente come ai tempi di Chernobyl, ha negato incidenti, in particolare per quanto alle centrali presenti negli Urali con in primo luogo l’impianto di Mayak.

A circa un mese di distanza Maxim Yakovenko, capo del servizio di monitoraggio idrometrico ed ambientale russo, ha sottolineato che l’agenzia non sta conducendo analisi per rintracciare la sorgente: “non c’è pericolo, perché dovremmo farlo?“. Nello stesso tempo il servizio meteorologico russo Rosgidromet ha invece confermato concentrazioni estremamente alte dell’isotopo radioattivo in alcune aree del paese e in particolare nella zona dell’incriminato impianto di Mayak dove la quantità di rutenio-106 rilevata sarebbe stata 986 volte superiore rispetto al normale.

Nessun pericolo per gli esseri umani e per l’ambiente, sostengono i tecnici del settore. Tuttavia Jean-Christiphe Gariel dell’Istituto francese per la protezione radiologica e la sicurezza nucleare (IRSN) ha dichiarato che se l’incidente fosse occorso in Francia avrebbe potuto condurre ad evacuazioni in un raggio di uno o due chilometri intorno al sito dell’incidente con annessa proibizione di utilizzo dei prodotti agricoli nell’area dai 20 ai 40 chilometri intorno all’impianto.

Nessun pericolo, ribadiscono tecnici e autorità, ma allora perché negare per settimane o anche semplicemente evitare di ricercare la causa di quello che comunque rimane un incidente legato alla produzione di energia nucleare?

Il documentarista Alessandro Tesei, autore del pluripremiato film Fukushame in cui si mostrano le falle del sistema giapponese nell’affrontare il disastro della centrale nucleare di Fukushima ha dichiarato “ciò che davvero spaventa e lascia increduli è il fatto che ogni governo, sia esso russo, giapponese o italiano, nel corso del tempo e perfettamente consapevole delle conseguenze di scelte scellerate, continui imperterrito a mantenere comportamenti che sono di danni della comunità“.

Non va dimenticato che proprio l’impianto di Mayak fu luogo di una gravissima tragedia nucleare per anni taciuta dalle autorità sovietiche: nato nel 1949 per produrre plutonio per armi nucleari, tra il 1949 e il 1952 riversò circa 76 milioni di metri cubi di rifiuti liquidi altamente radioattivi nel fiume Techa lungo il quale vivevano 124.000 persone. Nel 1957 esplose un serbatoio di rifiuti radioattivi che formò una micidiale nube radioattiva che coprì un area di 23.000 km quadrati sprigionando almeno il doppio dei radionuclidi dell’incidente di Chernobyl del 1986 (e proprio fino al 1986 la Russia circondò di silenzio il disastro del 1957).

Anche ammettendo che la nuova nube radioattiva non abbia avuto origine a Mayak, impianto oggi non più usato per la produzione di energia ma per il trattamento del materiale nucleare utilizzato nei processi di fissione in altre centrali, perché le autorità russe negano la possibilità di un’indagine per conoscere la fonte della nube carica di rutenio-106?

Insomma, vien da ribadire, “basta con il nucleare“! Oppure meglio ancora, “basta con la Russia“, come ha commentato in facebook il giornalista Ippolito Negri, già caporedattore (oggi in pensione) del quotidiano ‘Il Giorno’.

Europa: la rilevazione della presenza dell’isotopo radioattivo Rutenio-106 nell’aria tra fine settembre e i primi giorni di ottobre

 

“Ma le scorie radioattive dove le metto, non si sa. A Caorso non c’è posto, non c’è posto per carità”

Ai primi di maggio ho partecipato alla visita promossa da Sogin alla Centrale nucleare di Caorso destinata, come veniva annunciato, a diventare un ‘green field‘, ovvero ad essere smantellata e sostituita da un ecologico ‘prato verde’ entro il 2030. Niente altro che pie illusioni, secondo un articolo pubblicato dal quotidiano Libertà lo scorso 30 ottobre.

Premessa per il decommissioning (smantellamento e bonifica), infatti, sarebbe la realizzazione del Deposito Unico Nazionale che possa accogliere le scorie radioattive di Caorso e delle altre centrali nucleari italiane in dismissione (si parla di rifiuti di bassa e media radioattività da conservare per un periodo di almeno 300 anni e di rifiuti al alta radioattività da conservare per 50 anni e successivamente da collocare in un deposito geologico da individuare attraverso accordi internazionali).

Purtroppo la Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente idonee ad ospitare il Deposito Nazionale è in attesa di pubblicazione dal 2015 e non abbiamo traccia di un governo che abbia il coraggio della concreta individuazione del luogo dove avviarne la realizzazione (che comunque richiederà un periodo non inferiore ai 10 anni ovvero ipotizzando con ottimismo si parla del 2027).

Problema non da poco considerato che attualmente Caorso ‘ospita’ 2.450 metri cubi di rifiuti radioattivi contenuti in 10mila fusti che stanno completamente esaurendo la disponibilità dei depositi presenti nell’area della Centrale. Buona parte di questi fusti (quelli contenenti resine dovute al ciclo di funzionamento dell’impianto) come annunciato nel 2016 dovevano partire verso la Slovacchia per il trattamento che li renda conferibili (all’inesistente) Deposito Nazionale peraltro ad un costo stratosferico. Purtroppo la società alla quale Sogin ha affidato l’incarico deve ancora costruire l’impianto pre-trattamento rifiuti per cui non solo la data del 2016 è diventata semplice favola ma non si può prevedere nessuna data.

Il risultato di tutto questo è che di decommissioning, ovvero di concreta attività di samntellamento e di percorso verso il ‘prato verde’ da concludere entro il 2030 non se ne può più parlare: l’intervento infatti produrrebbe rifiuti da collocare in luogo idoneo che non c’è e comunque i depositi esistenti a Caorso (che comunque andrebbero ristrutturati) non sono utilizzabili essendo completamente occupati dai 10mila fusti presenti.

Ma non basta: la giornalista (Paola Romanini), a confronto con Sandro Fabbri, fisico esperto di radioattività, ha evidenziato un altro aspetto fondamentale.

Le barre di uranio partite destinazione Francia e Inghilterra, nel 2025 dovrebbero ritornare e dove metterle se il Deposito Nazionale non esiste e i depositi caorsani sono saturi?

La centrale nucleare di Caorso