“Fernando Botero” con le sue opere dell’abbondanza, riflessioni alla mostra in corso a Verona

Fernando Botero Angulo, nato a Medellin in Columbia, uno stile originalissimo che lo rende se non proprio inviso quantomeno guardato con sufficienza da molti critici. I suoi personaggi? “Semplicistiche caricature di figure in carne“, sostiene Charmaine Picard.

Ma perché appunto i suoi personaggi sono sempre grassi? Attenzione. Tutto nei suoi dipinti è voluminoso: la banana, le arance, la lampadina, la palma, gli animali e, ovviamente, gli uomini e le donne. Botero usa la trasformazione o la deformazione come simbolo della trasformazione della realtà in arte. La sua creatività e il suo ideale estetico sono basati sulla forma e sul volume, per lui la deformazione deriva sempre dal desiderio di incrementare la sensualità dei suoi dipinti.

Dalle forme abbondanti dei suoi soggetti deriva, secondo l’artista, piacere, esaltazione della vita, perché l’abbondanza comunica positività, vitalità, energia, desiderio: sensualità, intesa come espressione di piacere. Insomma, ‘grasso, abbondante, è bello‘. Si tratta del resto di una concezione ancestrale, per la quale bellezza e abbondanza sono concetti strettamente collegati (ancora oggi per molti sudamericani e non solo una bella donna è considerata tale in virtù delle sue forme generose). Concetti del resto che hanno avuto valore (o continuano ad averlo?) anche per noi italiani, soprattutto negli anni successivi alla guerra fino all’inizio del boom economico: un bambino o una bambina grassottelli erano orgoglio e vanto per la famiglia, superamento delle tribolazioni degli anni della fame e degli stenti.

Certo, come ci suggerisce (e ‘indirizza’) la mostra in corso a Verona, le sue opere subirebbero l’influsso della sua gioventù ‘parrocchiale’ per cui nella realtà deformata non intravedremmo tentativi di giudizi, che, secondo Botero, sarebbero di competenza di qualcuno più ‘alto’ e non di un semplice artista del pennello e della tela. Al più a Verona vediamo, con una punta di ironia, rappresentare il ‘peso’ di ciascuno nella dimensione e nell’altezza prospettica dei diversi personaggi. Il Presidente (potere politico), poco più alto del generale, il prelato in parziale secondo piano, ancora più bassini gli industriali, quasi nani i lavoratori, bassissima la segretaria donna, posta all’ultimo gradino della scala sociale.

E il lavoratori del circo? Colori sgargianti, pieni d’allegria ma i volti? Seri, tristi. Insomma, allora non basta alla fine l’abbondanza del corpo? Allora un maggior coraggio, una maggiore chiarezza nel messaggio e nella scelta di campo dell’artista non avrebbe deluso perché non di sola apparenza e superficialità, vive l’arte? Ma non sarebbero, quelli che abbiamo appena evidenziato, chiarissime ‘scelte di campo’, sostanziali denunce sociali?

Infatti, devo dire, forse la parziale delusione di fronte alle opinioni ascoltate dall’audioguida (compresa nel prezzo del biglietto) nasce dalla selezione dei quadri proposta dal curatore, una selezione piuttosto ‘equilibrata’, diciamo all’acqua di rosa, apparentemente opere che non disturbano, non criticano, mostrano la potenza e la forza dell’abbondanza senza mai ‘disturbare il manovratore‘.

Dunque vero che non siamo al livello dell’arte che denuncia apertamente, Botero non arriva dal Messico rivoluzionario ma a ben guardare a sua volta, con buona pace di certa critica, turba gli schemi. Con buona pace del voluto ‘buonismo’ della mostra di via Forti che, di fatto, si schiera con chi vorrebbe l’artista e la sua opera relegati (abbondanza delle forme a parte) nella nebbia dell’anonimato.

Ovviamente nulla vieta che la valutazione di ciascuno di fronte ad ogni opera esposta possa essere positiva o negativa, che si possa pensare che altre opere più significative meritavano l’esposizione ma tant’è: in realtà l’artista, critici o non critici, ‘parla molto chiaro‘ e comunque sia l’occasione non può essere persa. Quindi, alla fine, Verona val bene un viaggio per incontrare l’arte “dei grassi” e dell’ottantacinquenne Fernando Botero che festeggia i suoi 50 anni d’attività con le sue opere che comunque sia lo pongono ai più alti ed originali livelli della contemporaneità.

 

 

 

Henri Toulouse Lautrec, bohémienne, cantore dei cabaret, dei café-chantants, dei bordelli di Montmartre, in mostra a Milano fino al 18 febbraio

Henri Toulouse-Lautrec, Il bacio

Sfortunato, il giovane Toulouse Lautrec del quale fino al 18 febbraio possiamo ammirare il percorso artistico a Palazzo Reale, Milano. Figlio del conte Alphonse-Charles-Marie de Toulouse-Lautrec-Montfa e della contessa Adèle-Zoë-Marie-Marquette Tapié de Céleyran, primi cugini (usava nella nobiltà, unirsi in matrimonio tra consanguinei per “mantenere la purezza del sangue blu”), di censo risalente ai tempi di Carlo Magno.

Henri Toulouse LLautrec, donna seduta su un divano

Questo matrimonio tra consanguinei, però, fu catastrofico. Per le incompatibilità caratteriali presenti tra i due coniugi (esibizionista ed insaziabile dongiovanni il padre che amava consacrarsi all’ozio e ai passatempi dei ricchi, frequentando l’alta società e seguendo la caccia e l’ippica; di converso la madre pia, riservata e amorevole, ma anche bigotta, isterica, possessiva, moralista e ipocondriaca). Ma anche perché comportò gravissime conseguenze nel patrimonio genetico del figlio.

Henri Toulouse Lautrec, Suzanne Valadon

La sua fragile salute iniziò infatti a deteriorarsi in maniera allarmante: quando compì dieci anni, poi, si scoprì che soffriva di una deformazione ossea congenita che gli procurava fortissimi dolori. Nel 1878, ad Albi, nel salone della casa natale, Henri cadde sul parquet mal incerato e si ruppe il femore sinistro; l’anno successivo, durante un soggiorno a Barèges, mentre aveva ancora l’apparecchio ortopedico alla gamba sinistra, cadendo in un fossato si ruppe l’altra gamba. Queste fratture non guarirono mai e gli impedirono un armonioso sviluppo scheletrico: le sue gambe smisero infatti di crescere, così che da adulto, pur non essendo affetto da vero nanismo, rimase alto solo 1,52 m, avendo sviluppato un busto normale ma mantenendo le gambe di un bambino.

Henri Toulouse Lautrec, La passeggera della 54

Nel gennaio del 1884 Toulouse-Lautrec fondò un proprio atelier a Montmartre. Una scelta assai significativa: non scelse un quartiere che si confacesse alle sue origini aristocratiche, preferì un sobborgo vivace, colorito, ricco di cabaret, di café-chantants, di case di tolleranza e di locali di dubbia fama, quale era Montmartre. I genitori furono scandalizzati dalle preferenze di Henri: la madre, infatti, mal tollerava che il suo primogenito risiedesse in un quartiere che riteneva moralmente discutibile, mentre il padre temeva che in tal modo si sarebbe potuto infangare il buon nome della famiglia, e perciò impose al figlio di firmare le sue prime opere con pseudonimi (come Tréclau, anagramma di «Lautrec»).

Henri Toulouse Lautrec, Yvette Guilbert canta

A Montmartre in breve, come temevano i genitori, si diede a un’esistenza sregolata e anticonformista, squisitamente bohémienne, frequentando assiduamente locali come il Moulin de la Galette, il Café du Rat-Mort, il Moulin Rouge e traendo da essi la linfa vitale che animò le sue opere d’arte. Invero non disdegnò affatto la compagnia di intellettuali e artisti, e le sue simpatie nei confronti della consorteria dei dandies sono ben note. Tuttavia, preferì porsi dalla parte dei diseredati, delle vittime: pur essendo di matrice aristocratica, infatti, egli stesso si sentiva un escluso, e ciò certamente alimentò il suo affetto per le prostitute, per i cantanti sfruttati e per le modelle che bazzicavano intorno a Montmartre. Il suo corpo grottescamente deforme non costituiva poi impedimento a dongiovannesche avventure: infuocatissima fu la relazione sentimentale che lo legò con Suzanne Valadon, un’ex acrobata circense che dopo un incidente decise di cimentarsi coi pennelli. La loro storia d’amore finì poi burrascosamente e la Valadon tentò persino il suicidio nella speranza di farsi sposare dall’artista di Montmartre, che alla fine la ripudiò.

Henri Toulouse Lautrec, Ambassadeurs, Aristide Bruant

Dal punto di vista artistico, fu importantissima l’amicizia con Aristide Bruant, un chensonnier che fece fortuna con battute salaci ed irriverenti rivolte al pubblico  Nel 1885 il Bruant accettò di cantare al Les Ambassadeurs, uno dei caffè-concerto più rinomati degli Champs-Élysées, se e solo se il proprietario fosse stato disposto a pubblicizzare il suo evento con un manifesto appositamente disegnato dall’artista. Ancora più clamoroso, poi, fu il manifesto che nel 1891 realizzò per il Moulin Rouge, grazie al quale sia lui che il locale divennero famosi di colpo. Da quell’anno in poi capolavori destinati a divenire illustri si seguirono a ritmi sempre più incalzanti.

Henri Toulouse Lautrec, Jane Avril

Ben presto, tuttavia, scoccò per Toulouse-Lautrec l’ora del crepuscolo umano e artistico. Lo stile di vita sregolato comportò conseguenze funeste per la sua salute: prima ancora di compiere trent’anni, infatti, la sua costituzione era minata dalla sifilide, contratta nei bordelli parigini (dove ormai era di casa), e soprattutto dall’alcolismo.

Toulouse Lautrec, Moulin Rouge, La Goulue

Istigato dall’assidua frequentazione dei locali di Montmartre, dove l’alcol veniva servito fino all’alba, Toulouse-Lautrec iniziò a bere senza alcun freno, compiaciuto di gustare la vertigine del deragliamento dei sensi: fra le bevande che più consumava vi era l’assenzio, distillato dalle disastrose qualità tossiche.

Henri Toulouse Lautrec, Caudieux

Già nel 1897 la dipendenza dagli alcolici aveva preso il sopravvento: allo «gnomo familiare e benevolo» subentrò un uomo spesso ubriaco fradicio, odioso e irascibile, tormentato da allucinazioni, accessi di estrema aggressività (spesso veniva alle mani, e una volta fu pure arrestato) ed atroci fantasie paranoidi. Il ronzio delle mosche lo esasperava, dormiva col bastone da passeggio sul letto, pronto a difendersi da possibili aggressori, una volta sparò con un fucile a un ragno sul muro.

Henri Toulouse Lautrec, La loge au Mascaron Doré

Logorato e invecchiato, fu costretto a sospendere la sua attività artistica, con la sua salute che degenerò nel marzo del 1899 con un violentissimo accesso di delirium tremens. In seguito all’ennesima crisi etilica, su consiglio degli amici, si fece ricoverare nella clinica per malattie mentali del dottor Sémelaigne a Neuilly. Henri, per dimostrare al mondo e ai medici di essere completamente in possesso delle sue facoltà mentali e lavorative, si immerse completamente nel disegno così dopo soli tre mesi di degenza, alla fine, fu dimesso.

Henri Toulouse Lautrec, Al Salon di rue des Moulins

In realtà, non si liberò mai della tirannia degli alcolici e, anzi, le dimissioni dalla clinica segnarono solo l’inizio della fine. Disperato per la sua decadenza fisica e morale, nel 1890 per ristabilirsi in salute si trasferì prima da Albi, e poi a Le Crotoy, Le Havre, Bordeaux, Taussat, e ancora a Malromé, dove tentò di produrre nuovi dipinti. Ma le sue energie creative si erano ormai esaurite da tempo, così come la sua gioia di vivere, e anche la sua produzione iniziò a palesare una notevole caduta di qualità. Una volta tornato a Parigi, dove le sue opere stavano avendo un successo strepitoso, tornò ad assumere sregolatamente alcolici e, si pensa, anche oppio.

Henri Toulouse Lautrec, Rue des Moulins. La visita medica

Nel 1900 sopravvenne un’improvvisa paralisi alle gambe, che fu fortunatamente domata ma ormai la sua salute era compromessa.  Nell’aprile 1901, infatti, fece testamento e si trasferì definitivamente dalla madre a Malromé, nel castello di famiglia, dove trascorse, tra l’inerzia e il dolore, gli ultimi giorni della sua vita. Il suo destino era segnato: per il dolore non riusciva a mangiare. Henri-Marie-Raymond de Toulouse-Lautrec-Montfa, ultimo erede della gloriosa famiglia nobile sin dai tempi di Carlo Magno, si spense alla fine alle ore 2:15 del 9 settembre 1901. Aveva trentasei anni.

Henri Toulouse Lautrec, Rolande

 

“Gioventù d’oro” e “Rappresentazione dell’infanzia”, omaggio all’arte di Thomas Cooper Gotch, artista preraffaellita

Una rappresentazione dell’infanzia, olio su tela di Thomas Cooper Gotch

Thomas Cooper Gotch (Kettering, 10 dicembre 1854 – Londra, 1º maggio 1931) è stato un pittore e illustratore inglese. Inizialmente a Newlyn Gotch dipinse le scene locali alla maniera realista, in ogni caso questi dipinti spesso avevano un’inclinazione romantica. Dopo una visita a Firenze nel 1891, aprì le sue vedute verso il Neo-Romanticismo e il simbolismo europeo. Il suo primo lavoro realizzato con il suo nuovo stile romantico furono La mia corona e il mio scettro (My Crown and Sceptre) del 1892, che anticipava la bambina intronata (The Child Enthroned) del 1894. Quest’ultima opera fu acclamata dal The Times come la stella dell’anno, fino a quel momento il suo nuovo stile era stato criticato e disprezzato. Dipinse tra l’altro scene religiose cristiane, pittura storica, ritratti e alcuni paesaggi. I suoi lavori più famosi, che costituiscono una parte consistente della sua opera, sono una serie di rappresentazioni di ragazza in abiti medievali. La rappresentazione di queste ragazze sono spesso sottolineate come elemento di modernità nei suoi dipinti. La sua opera carica di emozione fu immensamente popolare e acclamata per gran parte della sua vita, ma dopo la prima guerra mondiale il suo interesse per il neo-romanticismo si affievolì e si mise a dipingere acquerelli di fiori.

Gioventù d’oro, olio su tela, di Thomas Cooper Gotch

“I macchiaioli, capolavori da collezioni lombarde”, in mostra al GAM di Milano tra ricordi che affiorano

Settignano, Telemaco Signorini

Le feste natalizie e di fine anno? Un’ottima occasione per un salto a Milano, alla GAM di via Manzoni dove è allestita, fino al 25 febbraio, la mostra “I macchiaioli, capolavori da collezioni lombarde“. Spazio ridotto, giusto quaranta i capolavori esposti ma con ‘i cugini degli Impressionisti’ ne val sempre la pena.

Una via di Ravenna, Telemaco Signorini

In effetti i maestri dello stile di quella parte finale dell’800, perlopiù toscani, sanno creare un’atmosfera della quale dall’alto dei miei 63 anni ho avuto in qualche modo l’opportunità di respirare e di vivere. Ricordo nei lontani anni ’50 certe botteghe nelle piazze di paesi sulle colline dell’appenninno tosco-emiliano per tacer del vivere contadino e di campagna in particolare.

Motivo di grano, Silvestro Lega

Non posso dimenticare quando, bambino, seguivo con mio nonno i contadini nei campi su in alta collina e, giunta l’ora del pranzo, ci si sedeva in cerchio all’ombra di una quercia con la micca del pane (rigorosamente fatto dalla nonna nel forno messo appena fuori l’uscio di casa) e il salame che passavano di mano in mano.

Casolari toscani, Nino Costa

Per tacere di quando, in genere con la nonna e i cugini, s’andava al vicino paese, un buon cinque o sei chilometri di strada sterrata superata la costa delle colline, passando tra boschi, grano guascone e piante in fior, per arrivare alla bottega dove stava la grande lattina con il tonno immerso nell’olio e le mosche annegate. Si comprava lo stracchino bel fresco e cremoso che, tornati a casa, s’infilava nell’apposita retina, si scendeva a valle fino al torrente e lo si metteva in acqua (legando la retina ad un ramo sporgente) per tenerlo sempre fresco.

L’analfabeta, Odoardo Borrani

Altri tempi, nei quali – senza rimpianti e inutili nostalgie – eravamo più ignoranti o forse più semplici, sicuramente meno schiavi dei bisogni illusori della società dei consumi. Ma, a parte appunto qualche nostalgia da ragazzi della via Gluck, l’ultimo appunto sulla mostra dedicato ai piacentini in particolare: la sorpresa di ammirare un quadro di Stefano Bruzzi finora ‘nascosto’ in una collezione privata milanese. In bella mostra, durante quelle pause che fanno parte dei miei lontani ricordi fanciulleschi, la brocca sicuramente colma di vino e, ne son certo, quel buon salame che passava di mano in mano. Un motivo in più per trovare una mezza giornata per un salto a Milano alla mostra.

Prime giornate di bel tempo, Stefano Bruzzi

 

“Dentro Caravaggio”, la mostra a Palazzo Reale a Milano fino al 28 gennaio

Il ragazzo morso dal ramarro, olio su tela, Caravaggio

Arriva Natale ed è una buona occasione per un viaggio a Milano, soprattutto con obiettivo la visita a “Dentro Caravaggio”, la mostra organizzata a Palazzo Reale fino al 28 gennaio. Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, nato proprio a Milano il 29 settembre 1571, muore nel 1610 dopo una vita burrascosa finita tragicamente lasciando opere caratterizzate da un profondo rinnovamento della tecnica pittorica  con in evidenza il naturalismo dei suoi soggetti, l’ambientazione realistica e l’uso personalissimo della luce e dell’ombra.

Martha e Maria Maddalena, olio su tela, Caravaggio

Un’esposizione unica che presenta al pubblico 20 opere per la prima volta insieme provenienti dai maggiori musei italiani e da altrettanto importanti musei esteri e perché, per la prima volta le tele di Caravaggio sono affiancate dalle rispettive immagini radiografiche che consentono di seguire e scoprire, attraverso un uso innovativo degli apparati multimediali, il percorso dell’artista dal suo pensiero iniziale fino alla realizzazione finale dell’opera.

Sacrificio di Isacco, olio su tela, Caravaggio

Un dettaglio particolare ed interessante: quello che è stato un grandissimo artista, maestro e guida per molti pittori del seicento, era povero, estremamente povero in gioventù, e tra i suoi possedimenti vennero segnalati nei documenti ufficiali “2 piatti, 11 tra bicchieti e fiaschi, 2 spade, 3 pugnali, 12 libri, un paio di orecchini e diversi vestiti simili a stracci“. Non così povero il prezzo del biglietto (13 euro) e del catalogo (39 euro) tuttavia parzialmente giustificati dall’investimento necessario per allestire la mostra (3 milioni e mezzo di euro).

San Francesco in estasi, olio su tela, Caravaggio

Per concludere una raccomandazione: prenotare il biglietto anticipatamente via online (Vivaticket) definendo esattamente l’ora d’arrivo. In questo caso l’ingresso è pressoché istantaneo, evitando code en plein air che possono superare le due ore, fatto non propriamente gradevole in questa stagione.

Madonna di Loreto, olio su tela, Caravaggio

 

“Dolce far niente” e “Ragazza ionica ballerina”, omaggio all’arte di John William Godward, artista preraffaellita/neoclassico

Dolce far niente (versione 1897), olio su tela di John William Godward

John William Godward (1861 – 1922) è stato un pittore operante nella fase finale del periodo preraffaelita/neoclassico. Pittore neoclassico molto vicino a sir Lawrence Alma-Tadema (era considerato il suo pupillo). Godette di vasta popolarità, ma il suo stile pittorico risultò superato e perse i favori del pubblico e della critica con l’avvento delle avanguardie. Si suicidò all’età di 61 anni e pare che in un biglietto di commiato abbia motivato il suo atto con lo spregio della bellezza che vedeva essere invalso nella pittura, scrivendo che “il mondo non è abbastanza grande per lui e per un Picasso“.

Ragazza ionica ballerina, olio su tela

 

Presentazione dello zoo dei sassi dipinti di Carla Delmiglio a Castell’Arquato

LO ZOO DEI SASSI, di Carla Delmiglio

“Molti uomini muoiono senza essere mai nati veramente. Creatività significa aver portato a termine la propria nascita prima di morire. Educare alla creatività significa educare alla vita.Ognuno deve sviluppare la propria creatività produttiva, ognuno deve sentirsi se stesso ed essere se stesso”Le parole di Eric Fromm ben rappresentano l'opera di Carla Delmiglio, che, domenica 19 novembre a Castell'Arquato, ha esposto alcune delle sue opere incantandoci con il racconto di questa sua passione. Grazie di cuore a Claudio Arzani e a Valter Sirosi per averci permesso di incontrare e conoscere questa originale artista.

Posted by Associazione Culturale Terre Piacentine on Dienstag, 21. November 2017

La poesia? Non importa la forma, quel che importa è che sappia trasmetterti emozione, visione, sappia prenderti per mano e portarti in un mondo/altro, il mondo appunto della poesia, dell’Isola che non c’è. E questo sicuramente sanno fare i sassi degli animali dipinti da Carla Delmiglio che, durante l’estate, sono a disposizione di turisti e bambini in un vero e proprio zoo realizzato a Confiente, alla confluenza dei due fiumi della Val Trebbia, appunto la Trebbia e l’Aveto. L’arte di Carla, gli animali che alle prime Trebbia il fiume si riprende mentre lei ‘passa’ alla collezione autunno-inverno quando i pesci e gli altri animali dello zoo si trasformano in funghi, gufi, pezzi di legno, coccinelle. Tutto questo nella rappresentazione proposta domenica  19 novembre nella Sala Cea della piazza monumentale  della medioevale Castell’Arquato (Pc) sotto l’egida dell’Associazione Culturale Terre Piacentine che ha realizzato lo straordinario video che Arzyncampo propone.

L’artista-poeta Carla Delmiglio con i suoi animali dipinti in versione ‘autunno-inverno’: domenica 19 novembre 2017 a Castell’Arquato su iniziativa dell’Associazione Culturale Terre Piacentine

“La pozione d’amore” e “le ancelle del mare”, omaggio all’arte di Evelyn De Morgan, artista preraffaellita

The love potion, oil on canvas by Evelyn De Morgan

Mary Evelyn Pickering, conosciuta con il cognome da coniugata De Morgan (Londra, 30 agosto 1855 – Londra, 2 maggio 1919), è stata una pittrice preraffaellita britannica. Nata da genitori dell’alta borghesia, fu educata in casa e iniziò a ricevere lezioni di pittura all’età di 15 anni. La mattina del suo diciassettesimo compleanno, annotò sul diario: “L’arte è eterna, ma la vita è breve…”, “Ora vi porrò rimedio, non ho un momento da perdere”. Cercò di convincere i genitori a mandarla a una scuola di arte; dapprima la dissuasero, ma poi, nel 1873, accettarono la sua vocazione. Suo zio, John Roddam Spencer Stanhope, pittore preraffaellita, influenzò molto le sue opere. Evelyn gli fece spesso visita nella sua villa a Bellosguardo nel fiorentino, dove viveva e questo le permise di studiare i grandi artisti del Rinascimento discostandosi dai soggetti classici per ideare un proprio stile personale influenzato dallo spiritismo.
Gran parte dei suoi lavori, grazie all’opera della sorella Anna Marie Diana Wilhelmina Pickering-Stirling, sono conservati a Wandsworth, Londra, presso la De Morgan Foundation.

The sea maidens (le ancelle del mare), oil on canvas by Evelyn De Morgan

“Fire”: omaggio all’arte di John Collier, pittore preraffaellita

Fire, painting by John Collier

John Maler Collier (Londra, 27 gennaio 1850 – Londra, 11 aprile 1934) è stato un politico, scrittore e pittore britannico, membro della Confraternita dei Preraffaelliti. Dipinse quadri di ispirazione mitico-storica in stile preraffaellita e fu uno dei ritrattisti più importanti della sua generazione.

Interessanti le opinioni di Collier sulla religione e sull’etica. In La religione di un artista (1926) Collier spiega: io attendo con impazienza il momento in cui l’etica avrà preso il posto della religione… [I benefici della religione] possono essere ottenuti con altri mezzi meno tendenti al conflitto e che impongono uno sforzo minore alle facoltà di ragionamento.”

Per quanto concerne l’idea di Dio: una Divinità onnipotente che condanni anche la più vile delle sue creature alla tortura eterna è infinitamente più crudele dell’uomo più crudele“.

Sulla Chiesa: “Per me, come per la maggior parte degli inglesi, il trionfo del Cattolicesimo Romano significherebbe un disastro indicibile per la causa della civiltà“.

Lady Godiva, painting by John Collier

“Ma chi era in realtà Mata Hari?”, se lo chiede Davide Scarpa, direttore del Museo delle Case di Tolleranza

Importante ‘new entry’ al Museo delle Case di Tolleranza. Una cartolina dei primi del ‘900 raffigurante una giovanissima (e bellissima) Mata Hari.

MA CHI ERA IN REALTÀ MATA HARI?…Una donna sfortunata, che si è reinventata in tarda età (trent’anni suonati…) , come danzatrice nel mondo dello spettacolo? Un’arrivista sociale bellissima, che sposò un terribile uomo ricco? Una donna “maltrattata” che ebbe il coraggio di scappare? Una persona che non si fece scrupoli in chi frequentare per farsi “mantenere”? Un’agente segreto, o una spia? Un capro espiatorio, o un grossolano errore giudiziario? Forse non fu nessuna di tutte queste cose, chissà, di sicuro aveva un talento, ed una intelligenza, fuori dal comune… da renderla eterna, nell’immaginario collettivo!

Per chi volesse approfondire, clicchi qui.