“Infame e Re. In una parola, Nero. In arte Basquiat” (in mostra a Roma)

Prosegue fino al 30 luglio la mostra al Chiostro del Bramante a Roma con le opere della Mugrabi Collection da New York City, rappresentazione di un cambiamento nel mondo dell’arte gestito e voluto dal mercato negli anni tra i settanta e gli ottanta, quando tutto doveva cambiare. Sogni utili e sostenuti dai governanti dei popoli, per non cambiare nulla. Con buona pace dellìalternativo Jean-Michel Basquiat, osannato per interesse di mercato sull’onda delle pulsioni ‘alternative’ di quegli anni di ribellione da assecondare per poterla governare.
 
Erano passati i beat, erano passati gli hippie, arrivò il giovanissimo Basquiat, nero, artista senza accademia, disegnatore sui tovaglioli dei ristoranti fin da bambino, che spesso la madre accompagnava al Brooklyn Museum e che, ciononostante, restava nero.
 
Confesso: il mio è stato un avvicinamento di curiosità ‘con limite’, prudenza e un pizzico di diffidenza. Amo l’arte figurativa, quella dell’ottocento e del novecento, m’attizza poco e nulla l’arte contemporanea che rifugge dalla rappresentazione della figura e fa l’occhiolino ad una presunta visione fantastica di chi guarda, superando lo stesso intento dell’artista che produce.
 
Davvero è arte quella che tale viene definita e sostenuta dal merchandising? Il mercato, che a ventanni scopre le cartoline e i murales del giovane Basquiat, lo inneggia, lo eleva al rango di profeta di un nuovo modo, anticonformista, di essere dell’arte ‘vicina’ alle pulsioni di quel momento, alla necessità di superficialmente scoprire la cultura dei neri fino a quel momento semplicemente osteggiata, marginalizzata.
 
Investe Jean-Michel di migliaia, di centinaia di migliaia di sonanti dollari, lo porta all’onore dei principali luoghi dell’arte, dei ricevimenti, di quel mondo dove prima di tutto, ‘gira’ il dio verde, il dollaro. Le opere del giovane nero, s’inseriscono nell’organizzazione dei mercanti d’arte bianchi ruotando tra parole, simboli e immagini, muovono nel suggestivo mondo del graffitismo, sono il viatico per apparentemente superare le ‘vergognose’ pulsioni schiaviste dei bianchi verso gli afroamericani. Inevitabilmente, inesorabilmente, Neri!
 
Dell’eccentricità. Basquiat dorme sulle sue opere. Traccia sulle tele numeri di telefono degli amici. Cammina sulle sue opere. Nel suo studio circolano droghe di tutti i tipi, musica jazz a tutto volume, proprio come piace all’America dell’avanguardia di quegli anni attizzando anche i ricchi signori progressisti radical chic.
 
Lui arriva a produrre un quadro al giorno e New York, “quella” New York arriva a pagarli fino a diecimila dollari sonanti. Storia, medicina, musica, riti vudu, immagini televisive, eroi dei fumetti, protagonisti dello sport, frammenti dalla Bibbia, il tutto accompagnato da parole, frasi anche senza un senso, diventano una miscellanea che sembra irresistibile.
 
Regalità, eroismo, la strada sono i temi preferiti, accompagnati da figure scheletriche, mostruose, spesso scomposte. Sgocciolamenti, scomposizione disordinata delle tele, utilizzo di materiali di risulta. Denuncia delle ingiustizie e dei soprusi subiti dalle persone di colore, nella storia e nel presente.
 
Perché questa, alla fine, è la realtà del mondo occidentale dominato dalla cultura xenofoba dei bianchi. Ignora la cultura (spesso grande) dei diversi se non per considerarla fenomeno da baraccone. La nostra, ribatte Basquiat, è cultura dei Re. E la cultura dei mercanti dell’arte sostiene, ascolta, ribalta. In nome del grande dio, unico vero Re, il dollaro. Nel nome del quale la cultura dei bianchi è disposta anche a ricoprirne d’oro gli esponenti della cultura altra, all’interno dei circhi appositamente creati salvo poi negare agli stessi protagonisti, ai Neri, anche solo un passaggio in taxi.
 
Basquiat proveniva da una buona famiglia borghese di origine haitiano-dominicana ed era cresciuto in un contesto culturale di rilievo che lo aveva portato a considerare come grande e rilevante la cultura della sua terra e dei suoi antenati. Per questo le sue opere rappresentavano forme di rivendicazione di quella cultura e contemporaneamente rivolta degli schiavi contro l’oppressione bianca.
 
Lotta difficile che imporrebbe una forza d’animo, una convinzione che al giovane Jean-Michel mancava e quanto gli serviva per sostenersi, l’eroina gentilmente offerta dal mondo dei bianchi, alla fine lo ha mangiato. Era il 1988. Al mercato dell’arte governato dai bianchi serviva l’artista maledetto, alternativo, ammirato ed osannato ma abbandonato al suo declino, mai emulato. Un quadro acquistato lava la coscienza, poi la vita prosegue uguale e quel nero che sulla strada cerca di fermare il taxi, vada pure a piedi alla prima stazione underground! Del suo messaggio di uguaglianza e di ribellione ora ci restano le mostre dei suoi folli quadri. Infantili, come definiti da alcuni critici, In ogni caso valorizzati dal marketing ancora a suon di dollari. R.I.P. sereno, nero Basquiat, artista maledetto sepolto e dimenticato a 28 anni.

Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino chiude i battenti a Palazzo Farnese ma resta in Duomo

Apparizione di Cristo alla madre

E giunse alfin l’ultima occasione per visitare a Palazzo Farnese le venti opere esposte di Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino per via di un forte strabismo rilevato sin da piccino. Domenica, 4 giugno. Tra sacro e profano. Perché nelle opere di questo artista, vissuto tra il 1591 e il 1666, spesso si evidenzia una sottile critica verso la Chiesa dell’opulenza che sempre più pare allontanarsi dalla purezza francescana.  Significativa in tal senso l’opera ‘Apparizione di Cristo alla madre‘ nella quale il Messia, pur avvolto nella consueta bellezza che caratterizza il messaggio mistico e religioso, viene presentato con piedi storpi e sporchi.

Et in Arcadia Ego

Di grande interesse e significato il dipinto ‘Et in Arcadia Ego‘: anche laddove l’uomo raggiunge quella terra dove entra in simbiosi con la natura e vive in conseguente serenità, anche in quella terra la Morte è presente, lasciando stupiti ed esterefatti i due pastori immortalati dal Guercino. Altrettanto suggestiva ‘La morte di Cleopatra‘ che, come sappiamo, piuttosto che vendersi ai romani preferisce immolarsi al morso della vipera. Un dipinto caratterizzato dalla sofferenza rappresentata dalla bocca semiaperta della regina ma soprattutto dalle tende laterali che si aprono come si mostra il palco, rappresentazione della visione teatrale dell’artista.

La morte di Cleopatra

Ancora meritevole di citazione ‘Susanna e i due vecchioni’, tela criticata per eccesso di ‘dolcezza’ rappresentativa ma che pure invece colpisce per il netto rifiuto della Santa rispetto ad esempio alla falsa accusa di tradimento insinuata dal vecchio con quel dito puntato rivolto ad una presunta scabrosa situazione.

Susanna e i vecchioni

La mostra, che ha richiesto due anni di lavori per gli allestimenti, un costo superiore ai 400mila euro ma ha avuto oltre 100mila visitatori (numeri decisamente inconsueti per una città caratterizzata da una Municipalità priva delle risorse e delle sensibilità per organizzare eventi artistici di simile portata), oltrechè dall’esposizione in Palazzo Farnese, si completa con l’installazione nel Duomo che consente di salire fino alla cupola e, in questo caso, la visita può essere effettuata fino al 4 luglio.

La cupola del Duomo

Chiamato il 12 maggio del 1626 dal vescovo a continuare gli affreschi della cupola del Duomo rimasti interrotti per la morte del Morazzone, l’artista concluse l’opera nel 1627: nel catino della cupola, diviso in otto comparti, aggiunse ai due del Morazzone altri sei Profeti, decorando le lunette sottostanti le vele con scene del Nuovo Testamento e sotto queste, un fregio di putti: le difficoltà tecniche di dover dipingere rapidamente in affresco e in forte scorcio furono da lui superate utilizzando numerosi e meticolosi disegni, guadagnandosi la lode dello storico Lanzi

La cupola vista dal livello di fondo

Un percorso veramente suggestivo che, in alcuni punti, garantisce una vista imperaggiabile sulla città magari avvolta nelle luci delle serate estive con la gente che invade la sottostante piazza e la commerciale via XX settembre e, come si diceva, tutto questo ha garantito numeri da capogiro portando addirittura all’esaurimento del catalogo riducendo inevitabilmente la potenzialità del bookshop. Ma nessun timore: dal 10 giugno l’opera sarà ristampata!

Le scale a chiocciola che portano alla cupola del Duomo

Ultima, suggestiva, annotazione il percorso da seguire per la salita: strettissimi cunicoli, antichi scalini a diverse dimensioni, scale a chiocciola, il tutto con rischio claustrofobia (per chi ne soffre è vietato l’accesso, non solo sconsigliato). Un’esperienza comunque impareggiabile arricchita dalle viste dall’alto, da un punto di vista assolutamente inconsueto e qualcuno scopre di soffrire di vertigini o di vuoto allo stomaco tantochè rinuncia all’ultima tappa, quando s’arriva ad un passo dalla cupola, appunto. Ma il rischio val bene la pena per un’esperienza probabilmente irripetibile. Eppoi … se c’è riuscito il Guercino a salire lassù, con le impalcature come potevano essere all’epoca dei fatti, il 1600 circa, potremo ben riuscirci anche noi e, alla peggio, che la pietosa Madonna preghi per noi.

Piacenza: arrestati i presidenti della Ricci Oddi e della Banca di Piacenza!

Appena in tempo! Sei Carabinieri in altra uniforme sono arrivati ed hanno provveduto all’arresto, ultimo disperato tentativo di evitare la chiusura della mostra in corso a Palazzo Galli, in via Mazzini a Piacenza. Una chiusura prevista per domenica 4 giugno riportando in deposito, fuori dalla possibilità di ammirarle, le stupende opere che non trovano spazio nelle pareti della Galleria d’arte Ricci Oddi.

La disfatta della Compagnia del Conte Lando, olio su tela (bozzetto) di Massimo D’Azeglio

Francamente l’attesa era di un incontro con opere, proprio perchè conservate nei depositi della Galleria, diciamo ‘minori‘, non degne di prendere il posto, nemmeno temporaneamente, delle ‘opere prime‘ ammirabili in via San Siro. Mai riflessione si rivelò più errata!

Tempo piovoso, olio su tela di Attilio Pratella

Stupefacente il ‘cast’ degli artisti che si scopre patrimonio della Galleria e che da anni e anni restano chiusi con le loro opere nei sotterranei: da Hayez a Fattori, da Fontanesi a Bruzzi, da Ghittoni a Banti, da Borrani a Michetti, per tacer dei più. In altre parole, una mostra imperdibile e un atto di accusa alla Municipalità incapace oggi come ieri (e si teme domani) di trovare spazi adeguati alla Galleria.

La Serra d’Ivrea veduta dalle Prealpi di Brosso (Canavese), olio su tela di Marco Calderini

Un sincero grazie, dunque, al Direttore della Galleria Maria Grazia Cacopardi e al Presidente del comitato esecutivo della Banca di Piacenza (il Nobil Homo Corrado Sforza Fogliani) per la meritoria iniziativa che purtroppo e nostro malgrado in prossimità della chiusura ci hanno costretto alla denuncia attivando l’azione dei militi dell’Arma ma del resto era doveroso il tentativo di intervento per evitare la follia del ritorno delle opere all’oblio!

Il dispaccio del 9 gennaio 1878, carboncino su carta, di Odoardo Borrani

Non resta che augurarci che la mostra, comunque, anche qualora fallisse il disperato tentativo di evitarne la chiusura, sia stata strumento di sensibilizzazione dell’arcigna Municipalità, delle istituzioni tutte, dell’opinione pubblica e di chiunque altro ne abbia la possibilità, per superare il problema degli spazi dell’arte che, ricordiamolo, dona pace e salute all’anima.

Pastorella con pecore, olio su tela di Stefano Bruzzi

“Quando Napo passò da Firenze”: sensazionali scoperte visitando il museo napoleonico a Roma

Del museo napoleonico in Roma sapevo nulla fin quando, la sera prima nella stanza d’albergo, cercando in internet il tracciato per arrivare al Chiostro del Bramante, ecco la scoperta che il bus utile ferma proprio a pochi passi da piazza di Ponte Umberto I, appunto la sede del museo. Diversi i motivi di curiosità e di stupore. Intanto di fronte all’incisione di Alexandre Vincent Sixdeniers che ritrae il Bonaparte imperatore in tranquilla lettura con la figlioletta dormiente. Alla fine della visita, acquistando la Guida realizzata dalla municipalità, con grande sorpresa leggo che l’opera ha titolo “Napoleone I nel suo studio con il figlio“! Parbleu, ma come conciavano i loro figli maschi i francesi? Quel figlio con quei boccoli sembra paro paro quella figlia che il Bonaparte universalmente noto non ha mai avuto nè dalla prima moglie, Giuseppina vedova Beauharnais, nè dalla seconda, Maria Luisa d’Austria. Quel figlio così effemminato in realtà è l’unico figlio del grande condottiero e imperatore: Napoleone Francesco Carlo Giuseppe, nato nel 1811, morto nel 1832, Re di Roma, principe di Parma, duca di Reichstadt.

Ma le sorprese non sono certo finite: intanto la visita è stata un’ottima occasione per misurare il livello della mia grassa ignoranza sulle vicende del più noto francese del mondo intero (forse Asterix ed Obelix esclusi ma quelli, a ben vedere, eran Galli, non ancora figli di Francia). Intanto: ho preso atto che al tempo non esisteva televisione (questo lo sapevo) e dunque si poneva il problema di come passare la sera e la notte intera. Forse con qualche ‘buco’ anche di giorno. Così il capostipite della famiglia bonapartiana, Carlo, ha avuto un’idea meravigliosa ed ha ben impiegato il tempo suo e della consorte Letizia Ramolino tra le lenzuola di casa.

Certo che, vista ormai giunta alla nonnitudine come nell’acquerello realizzato dalla nipote Carlotta, risulta difficile intuirne l’attrazione tanto da far pensare che il Carletto optasse per la soluzione post candela spenta. Comunque sia sta di fatto che la coppia s’è data da fare e la Letizia ha invaso il mondo con ben cinque piccoli napoleoncini e tre napoleoncine. E tutti/tutte o quasi si son dati e date da fare per occupare produttivamente le ore che altri dedicavano al sonno. Se l’imperatore contribuisce alla nonnitudine del Carletto e della Letizia con un solo nipotino, complessivamente arriviamo a 23 tra bonapartini e bonapartine. Tutti e tutte da collocare e, alla fine, tutti e tutte ottimamente collocati su diverse ricche poltrone della nostra beneamata Europa ovvero andate spose a nobili di gran rango.

Nell’immagine la regina Giulia Clary, moglie di Giuseppe Bonaparte (fratello di ‘Napo’), con le due figlie Carlotta e Zenaide

Insomma, una visita utilissima per superare la mia già detta grassa ignoranza e soprattutto per capire la motivazione del tanto agitarsi e del tanto conquistare del Napoleone soprannominato ‘Napo il pugnace‘: con tutti quei cuginetti da piazzare e da accasare doveva appunto darsi da fare. Purtroppo, per malasorte, pare che anche a lui qualcuno, forse quando Napo era di passaggio a Firenze e, si mormora, stesse dando un’occhiata alla pianta organica di tal Banca Etruria, quel messer qualcuno gli abbia detto “vai e stai sereno” indirizzandolo sulla via per Waterloo. 

“Ambarabà Ciccì Coccò, tre civette sul comò”, l’ambiguità tra amore e terrore in mostra a Roma

CivettArte, tecnica mista su carta di Lucio Trojano

Un’interessante e curiosa mostra purtroppo conclusa nella Casetta delle civette di Villa Torlonia a Roma dedicata al misterioso rapace notturno e inevitabilmente alla famosa filastrocca per bambini con diversi artisti a sbizzarrirsi per rendere omaggio a lei, la regina della notte, la civetta.

Athene noctua (particolare), gesso bianco lucido di Raffaele Della Rovere

Rapace, con gli occhi di luce sparati nel buio, accompagna i sogni, talvolta facendosi protagonista dei nostri incubi, del terrore verso l’ignoto che proprio il buio produce, talaltra volta riempiendo di desiderio il rigirarsi tra le lenzuola nel letto.

Particolare dell’ingresso della Casina delle civette, a Roma, all’interno del parco di Villa Torlonia

Ma qual’è il significato dell’allegra filastrocca? Solo un innocuo gioco di parole senza senso per bambini, secondo alcuni. Tutt’altra storia, per altri: le civette sono uccelli (simbolo fallico per eccellenza) e Ambarabà Ciccì e Coccò sarebbero in realtà i nomi di tre amanti che la figlia del dottore tiene a disposizione sul comò in attesa di chiamata (magari telefonica) ovviamente notturna. All’insaputa del padre, il dottore, che purtroppo una sera rientra anticipatamente dall’ultima visita e ahimè trova la figlia a letto con i tre satiri. Inevitabile il colpo al cuore!

E appunto, “il dottore s’ammalò“.

La civetta e il topolino, cartapesta, opera di Ezio Flammia

“Giancarlo Braghieri, una nota a fine mostra”, intervento di Carmelo Sciascia

Composizione mitologica, di Giancarlo Braghieri

Per trasmettere tutti gli elementi della pazzia del principe di Palagonia, eccone l’elenco. Uomini: mendicanti dei due sessi, spagnuoli e spagnuole, mori, turchi, gobbi, deformi di tutti i generi, nani, musicanti, pulcinella, soldati vestiti all’antica, dei e dee, costumi francesi antichi, soldati con giberne e uose, esseri mitologici con aggiunte comiche (…) Bestie: parti isolate delle stesse, cavalli con mani d’uomo, corpi umani con teste equine, scimmie deformi, numerosi draghi e serpenti, zampe svariatissime e figure di ogni genere, sdoppiamenti e scambi di teste”.
Così leggiamo nel Viaggio in Italia di Wolfgang von Goethe e si riferiva il poeta, alla visita fatta nell’aprile del 1787, alla villa del Principe di Palagonia a Bagheria, residenza estiva della nobiltà palermitana di quel tempo . E si riferiva, sempre il poeta germanico: alla bizzarria mostruosa delle pareti esterne dell’edificio. Chissà avrebbe fatto le stesse considerazione di fronte a certi quadri di Giancarlo Braghieri. In fondo le sculture come la pittura sono forme artistiche affini. Il linguaggio sarebbe stato sicuramente più sciolto e sarebbe potuto esserci qualche riferimento a noi più vicino considerato che siamo andati avanti di qualche secolo.
Ma credo che nella sostanza il suo giudizio (o meglio il suo descrivere) non si sarebbe discostato di molto. Tant’è che nel catalogo della mostra titolata “Rileggere il mito” del nostro Braghieri del 2008, l’allora Direttore della Galleria Ricci Oddi, Stefano Fugazza così sriveva:
“…i dipinti qui esposti, risalenti agli anni Novanta del Novecento, in cui gli uomini e le donne hanno subito una metamorfosi (non così estrema come in un racconto di Kafka) per cui le braccia si deformano e le gambe a volte si allungano in maniera spropositata, e le teste possono trasformarsi in crestine, in fiammelle, oppure assumono una rigidezza un po’ ottusa e scanalata, come in certi insetti. Altre volte, addirittura, le forme perdono i pur labili riferimenti umani: restano come manifestazioni di impulsi, cordame aggrovigliato, altro che non assomiglia a niente che conosciamo…”. Quindi di stranezze e mostruosità sempre si tratta.
Un’altra bellissima mostra si conclude in questi giorni all’Associazione Amici dell’Arte: “Giancarlo Braghieri. Opere dal 1960 al 2009”, una mostra di cui forse se ne è parlato poco: succede quando eventi contemporanei si accavallano. Il sovrastante dominio della comunicazione fagocita tutto ciò che non riguarda l’interesse primario e l’attenzione della città tutta, sappiamo essere incanalata verso un altro grande pittore che seppure non piacentino, nel Duomo della nostra città ha lasciato perenne testimonianza dell’essere stato uno dei maggiori pittori dell’arte barocca.
Braghieri è stato il primo pittore che ho conosciuto appena giunto a Piacenza, era il 1978, a casa della signora Rosetta, gentile coinquilina del condominio di via Capra, dove allora risiedevo, vidi un quadro che attirò tutta la mia attenzione, era un quadro di un certo Giancarlo Braghieri, per me allora uno sconosciuto Carneade dell’arte locale. Mi incuriosì la stranezza delle forme, ma a pensarci bene, anche il particolare uso del colore: una pittura che esprimeva inquietudine, messianica attesa (o futura certezza).
Ho visto innumerevoli mostre in città e fuori, in Italia ed all’estero, ma mai nessun pittore mi ha incuriosito come il nostro Braghieri Giancarlo. A proposito di mostri (di cui noi, attraverso il Goethe abbiamo all’inizio accennato), ricordo un grande quadro di Renato Guttuso che descrive un interno delimitato nella parte superiore dalle mostruosità di villa Palagonia.

Spes contra spem, di Renato Guttuso

Quel quadro, Spes contra spem, è un olio del 1982 del ciclo delle Allegorie. A proposito di quest’opera il critico Alain Jouffroy scrisse: “…questo quadro ha la forza drammatica di uno psicodramma trasformato in allegoria, e di un diario intimo trasformato in documento pubblico”.
Ecco, questo è ciò che si potrebbe scrivere e sottoscrivere oggi anche per il nostro Braghieri, anche perché a ben vedere coincide in qualche modo con quanto scritto da Stefano Fugazza nella già menzionata presentazione: “Una serie di opere ruota attorno al tema del Tempo, che è diventato una figura nera, tondeggiante, neanche particolarmente mostruosa. Il Tempo, il Kronos degli antichi, è una deità che percorre la terra strappando via le creature (se le mette sotto un braccio e le porta con sé), i loro sogni, i loro amori. Anche i miti, in questo mondo parallelo creato da Braghieri, sono riletti, interpretati, collegati alla nostra vita”. Ecco il punto comune a tutte le opere, di qualsiasi periodo, del nostro artista: il dispiegarsi di un diario, il diario della vita sua e di ognuno di noi, la vita come un appariscente dramma psichico, così come gli antichi lo hanno rappresentato attraverso il mito e che noi cerchiamo di decifrare attraverso un traballante sistema psicoanalitico.
Per descrivere, come il Nostro faceva, di miti e di drammi mitologici, bisognava avere un buona cultura classica, cultura come ricerca continua che il Braghieri alimentava con continui studi e letture: l’amore per la lettura era ed è evidente ad ogni pennellata. Questo lo sapeva bene il nostro direttore Fugazza, tant’è che un quadro del Braghieri, un’opera su carta “La lettura” del 2002 venne messa a copertina del numero I della rivista Leggere l’arte che la Ricci Oddi pubblicò quello stesso anno grazie al mecenatismo della Fondazione di Piacenza e Vigevano.
Giancarlo Braghieri rappresenta spesso un personaggio mitologico, più di ogni altro, il furbo Sisifo. A nulla è comunque valsa la sua furbizia se è costretto a salire una rupe, spingendo un enorme masso che giunto alla sommità, rotola nuovamente giù. È un personaggio che si prende giuoco della morte ma a Thanatos infine è costretto a soccombere. Sisifo, è il personaggio mitologico che più rappresenta l’uomo, un uomo furbo, senza scrupoli, alla ricerca di continue scoperte che possano farlo competere con la divinità. Cerchiamo tutti in fondo di raggiungere l’immortalità, con ogni mezzo possibile, l’arte è sicuramente, tra tutti gli strumenti, il mezzo che Giancarlo Braghieri è riuscito ad usare meglio a questo scopo!
P.S. Breve nota sulla mostra che si è tenuta dal 1° aprile al 23 aprile all’Associazione Amici dell’Arte in via San Siro, 13 a Piacenza. Chi non l’avesse vista può rimediare andando a visitare alla chiesa del borgo medioevale di Vigoleno una raccolta sintetica dello stesso Autore che si terrà più avanti.
Carmelo Sciascia

“La notte”, opera di Giuseppe Pedrotti, artista in Brescia

La notte, olio su tela di Giuseppe Pedrotti

Giuseppe Pedrotti, per quanto è possibile leggere in internet vive e lavora a Brescia e presenta un curriculum di studi d’arte di tutto rispetto. Possibile ammirare le sue opere in facebook sia nella sua pagina personale, sia visitando il sito sempre in fb Game Art

Si ammirano panorami caratterizzati da grande cura dei colori che sembrano riportarci indietro nel tempo proponendo una pittura ante novecento. Ma la poliedricità di Giuseppe va ben oltre e allora ecco ancora dipinti che ci portano in un ambiente e in situazioni futuriste di un mondo devastato che fa pensare ad un tragico ‘dopobomba’. Infine bellissimi volti di ragazze altrettanto bellissime.

Insomma un artista interessantissimo che val la pena conoscere.

“L’Albero della poesia/la sedia dei poeti” a Piacenza in piazza Duomo fino al 4 giugno

Piacenza, piazza Duomo, 1° marzo 2017, inaugurazione della sedia del poeta. Nella foto: legge Giusy Cafari Panico

“L’Albero della Poesia/la sedia dei poeti”è un’installazione di Public Art del Laboratorio di Alberto Esse/Luogomobile, inaugurata il 1° marzo in collaborazione con Il Piccolo Museo della Poesia e con il Patrocinio del Comune di Piacenza.

Piacenza, piazza Duomo, 1° marzo 2017, inaugurazione della sedia del poeta. Nella foto: legge Massimo Silvotti, Direttore del Museo della Poesia

L’iniziativa “terrà banco” fino al 4 giugno come iniziativa di cornice della mostra “Guercino a Piacenza” (vedi guercinopiacenza.com/eventi/ ) illuminando di visione poetica la ‘piazza religiosa’ della città nella quale, seduti, potranno alternarsi i suoi poeti o comunque chiunque ritenga voler declamare versi al pubblico dei passanti.

Piacenza, piazza Duomo, 1° marzo 2017, inaugurazione della sedia del poeta. Nella foto: legge Maria Teresa Lazzara

La vicinanza del Piccolo Museo della Poesia con sede in via Pace 5 e l’utilizzo di Piazza Duomo per iniziative riguardanti la poesia,  sono alla base della realizzazione in questa piazza di questo Punto Poesia.

Piacenza, piazza Duomo, 1° marzo 2017, inaugurazione della sedia del poeta. Nella foto: legge Alberto Esse

L’installazione é costituita da un albero di Piazza Duomo sui cui rami spuntano un centinaio di piume colorate (la piuma è un po’ il simbolo del Piccolo Museo) e fogli colorati con informazioni sull’attività del Museo. Ai piedi dell’albero é stata posizionata la “sedia della poesia”, si tratta di una tradizionale sedia turchese su cui i passanti potranno fermarsi a leggere o a recitare poesie.(La sedia sotto l’albero è una citazione omaggio all’opera di Pino Ballerini “Sono dove non sono”). Accanto alla sedia una valigetta con libri di poesia a disposizione per la lettura funzionerà anche come postazione di bookcrossing “poetico”.

Piacenza, piazza Duomo, 1° marzo 2017, inaugurazione della sedia del poeta. Nella foto: L’albero della poesia/la sedia dei poeti

Nel corso dei tre mesi “L’Albero della Poesia” è destinato a divenire il punto di riferimento di iniziative culturali del Laboratorio di Alberto Esse/Luogomobile, del Piccolo Museo della Poesia ed anche di altri soggetti privati o associativi.
L’iniziativa quindi si presta ad avere diversi piani di fruizione:
1) Come installazione di Public Art che vuole costituire un contributo, sia pur piccolo, di arte contemporanea al grande evento in coso di arte classica.
2) Come un “punto di poesia” nella città.
3) Come invito a visitare il Piccolo Museo della Poesia che è situato nelle vicinanze avendo la propria sede in Via Pace 5.

“L’amore ai tempi dei nostri nonni”, da Museo delle Case di Tolleranza di Davide Scarpa

Museo delle Case di Tolleranza é una pagina in facebook curata da Davide Scarpa

COME SI FACEVA “ALL’EPOCA” AD ESSERE SCELTE, E DIVENTARE LE PREFERITE?…SEMPLICE, SI DOVEVANO INVERTIRE I RUOLI, CON LA SOTTILE ARMA DELLA SEDUZIONE… l’uomo non vede i particolari. ma resta soggiogato dall’atmosfera creata dall’interazione della figura del soggetto e il suo contesto, l’uomo quando arriva a percepire lo sguardo è già fatta, e la regista del gioco diviene lei… LA DONNA che si fa scegliere solo ed esclusivamente se lo vuole… lo sapevano benissimo le donne di “esperienza”, le TENUTARIE, che facevano “SCUOLA” e non solo per ammaliare i clienti, ma anche e sopratutto per tutto il resto… saper dominare la “SCENA” era importante, anzi fondamentale, per poter affrontare tutti i problemi quotidiani legati al vivere e gestire la “casa” in un mondo “fatto di uomini non sempre buoni e comprensivi”. La TENUTARIA con uno sguardo e la giusta “postura” si faceva capire benissimo, senza aprire bocca, consapevolmente forte del suo ruolo, non si abbassava mai… nemmeno di fronte ai potenti gerarchi dell’epoca, che non si permettevano mai di interagire con le “ragazze” senza il suo benestare… (non tutte naturalmente e non senza rischi, quella vita era spesso sul filo del rasoio, ma la soddisfazione era veramente indescrivibile, adrenalina pura, a volte talmente difficile da gestire, che incautamente spingeva le più temerarie a rischiare tantissimo e di brutto…). Un’atmosfera difficilissima da ricostruire… (specialmente se si confida sulla memoria degli uomini di allora, lo sanno benissimo le migliaia di scrittori, che lo volevano sapere per ricostruire il “patos” nei racconti dei loro libri, e i registi dei film di “genere” come Lina Wertmuller che per il suo film capolavoro “D’AMORE E D’ANARCHIA” cercò in vano, dei testimoni “attendibili” fallendo miseramente e non per propria colpa, e per venirne a capo si vide costretta in alternativa a dover parlare con le stesse “prostitute” dell’epoca, quelle poche “sopravvissute” disposte a farlo, perché purtroppo gli uomini erano fatti così, non sapevano descrivere ciò che si provava, specialmente quel senso di disagio, che ti faceva muovere in modo mal destro e frettoloso portandoti stretto al petto il cappello che avevi in mano, e correre a testa bassa, e la “SOGGEZIONE IMPERANTE” nel senso di colpa e a volte di “vergogna” nel voler dissimulare a tutti i costi, e specialmente al cospetto di “estranei più grandi” incontrati per caso… nel non far capire per quale “motivo” si era li… sperando in uno sguardo di “compassionevole complicità”, unica salvezza per farsi “coraggio”, specialmente se si era giovani, anzi giovanissimi, e poveri, anzi poverissimi…)