L’amore al tempo dei nostri nonni: la “pagella” delle ragazze della casa di tolleranza. ‘Sufficiente’? Rivedibile!

Una testimonianza dalla pagina del Museo delle Case di Tolleranza in fb di Davide Scarpa

Dal 1° luglio 1931 (entrata in vigore del “nuovo codice di pubblica sicurezza”) tutte le case di tolleranza e le loro amministrazioni, (in primis nella persona delle tenutaria, poi di seguito, con un certo grado di complicità, pure anche del proprietario…) furono considerate responsabili di fronte alla legge, (anche risarcendo in solido…) della condotta di ogni prostituta assegnata, che non si fosse comportata correttamente, cagionando danni a cose e a persone, (anche al di “fuori dell’ambito lavorativo”, ad esempio durante il viaggio di trasferta per la “licenza ordinaria”), per “violata consegna” nel non aver adeguatamente “preventivamente vigilato”, sulla affidabilità della persona” e del suo “operato”, con le dovute “precauzioni”, difatti le prostitute “nuove” che dovevano ancora finire il loro tempo di “prova” con il rigorosissimo “apprendistato” da espletare prima di passare di “ruolo effettivo”, dovevano totale “obbedienza” oltre che alle autorità di polizia, all’ufficiale medico, alla tenutaria, e al “padre cappellano” (monsignore incaricato dal vescovo come “padre spirituale” e delegato come rappresentante curiale nel consiglio di amministrazione) anche alla prostituta più anziana, detta “madrina” che aveva l’obbligo insieme con le altre “figure responsabili” di controllare la condotta e l’ operato, partecipando alla “relazione” di una vera e propria “pagella”, oltre che d’insegnare praticamente “tutto”.

Lo stato di servizio, non bastava che fosse giudicato “sufficiente” (cioè non aver mancato a nessun obbligo sull’osservanza delle leggi e dei regolamenti interni) per poter esercitare sempre e comunque, doveva essere “buono” (giudizio che contemplava una atteggiamento “fortemente collaborativo”, anche denunciando eventuali mancanze delle proprie colleghe, sia coetanee che superiori, ma sempre e comunque rispettando la via gerarchica…) Esistevano a riguardo determinate “interventi” che la Tenutaria (in qualità di pubblico ufficiale) poteva applicare discrezionalmente, di tipo punitivo, sanzionatorio e restrittivo, a patto che le “mancanze” non fossero troppo gravi, o considerate recidive, a quel punto la prostituta veniva “convocata” da una speciale “commissione” composta dal “consiglio di amministrazione dell casa” di cui facevano parte i rappresentanti, della forza pubblica territoriale (di solito il comandante dei vigili, o il comandante della caserma dei carabinieri in loco, se c’era) quelli della pubblica amministrazione, a cui faceva capo la casa di tolleranza (nella persona del sindaco all’epoca podestà, o il prefetto) il monsignore rappresentante della Curia (l’autorità morale il cui VOTO VALEVA IL DOPPIO delle altre autorità) e il proprietario (che non aveva diritto ne di veto, e di voto, ma presenziava come persona “informata delle decisioni prese”) va ricordato che la figura del “proprietario” fu fortemente ridimensionata, doveva compiere atto formale di sottomissione al Prefetto, rinunciando a qualsiasi diritto di godimento della proprietà e dell’amministrazione dell’intera attività che vi operava, in cambio di un congruo e vantaggiosissimo affitto, proporzionale alla “categoria” della casa e della città dove operava, nonché del giro d’affari….

 

“La firma del registo” e “Verso la terra sconosciuta”, omaggio all’arte di Edmund Blair Leighton, pittore preraffaellita

Signing the register, oil on canvas by Edmund Balir Leighton

Edmund Blair Leighton (1853 – 1922) è stato un pittore britannico di dipinti di genere storico, specializzato in soggetti Regency e medievali.

Artista molto meticoloso creò dei dipinti decorativi molto rifiniti.

I soggetti preferiti da Leighton furono quelli di carattere storico, in particolar modo si dedicava alla pittura di scene medievali oppure della reggenza inglese.

To the unknow land, oil on canvas by Edmund Balir Leighton

Un tuffo nell’arte al Collegio Alberoni, dall’Ecce Homo alla Biblioteca, dagli arazzi fiamminghi alla Pinacoteca. Fino al 25 febbraio

Ecce Homo, opera di Antonello da Messina esposta nel Collegio Alberoni a Piacenza

Ancora per tutti week end del mese di febbraio è possibile visitare il Collegio Alberoni a Piacenza, passando dalla mostra “I colori della carità – San Vincenzo de’ Paoli nei capolavori dell’arte italiana tra ’700 e ’900” (clicca qui per leggere) alle meraviglie di uno dei pochi Seminari ecclesiastici ancora attivi in Italia, appunto il seminario voluto dal Cardinale Giulio Alberoni costruito a partire dal 1732 e inaugurato nel 1751. In grande evidenza l’Ecce Homo di Antonello da Messina, una vera perla dell’arte, con quel Cristo dal volto triste che, di fronte alle nostre nefandezze, si chiede se davvero è valsa la pena il suo sacrificio: ma davvero non abbiamo imparato nulla?

In origine l’edificio era un ospedale per lebbrosi del quale il Cardinale Alberoni era stato nominato amministratore. Una volta debellata la malattia in Italia, soppresso l’ospedale caduto in grave disordine, venne istituito al suo posto un collegio per l’educazione al sacerdozio di settanta ragazzi poveri (all’epoca l’ammissione ai seminari dove era possibile lo studio della teologia, era riservata ai figli dei nobili)

Lo stupendo dipinto si trova esposto nell’appartamento del Cardinale, tre stanze nelle quali in realtà Giulio Alberoni non ha mai soggiornato: pochi mesi dopo la realizzazione per lui è giunto il momento del passaggio alla vita eterna per cui in concreto nel corso dei secoli ha ospitato ospiti illustri in visita ma mai il ‘proprietario’. Nei diversi locali, che fanno parte della visita guidata alla modica cifra di 6 euro, comunque troviamo, oltre ad una cappella per la preghiera, dipinti come il preziosissimo dittico di Jan Provost, altre preziose opere di artisti fiamminghi e di famosi artisti italiani del Seicento.

San Pietro che piange, oli o su tela, di Guido Reni – Collegio Alberoni, Appartamento del Cardinale, Piacenza

Il Collegio, si diceva, aprì il 18 novembre del 1751 e fu affidato alla gestione dei Padri della Congregazione della Missione di San Vincenzo de’ Paoli (ecco contestualizzata la mostra in corso). Sebbene sorto precipuamente per la formazione del clero l’istituto ha annoverato fra i propri alunni scienziati, ingegneri, giuristi e medici, filosofi, eruditi e uomini politici. Ancora oggi resta punto di riferimento e attivo centro di approfondimento teologico, filosofico e scientifico. In proposito assolutamente inevitabile la visita alla fornitissima e preziosa Biblioteca ricca di circa 130.000 volumi.

Purtroppo non compresi nella visita guidata il Gabinetto di Fisica, quello di Scienze Naturali, l’Osservatorio sismico e meteorologico (1802) perfettamente funzionanti, eccoci nel salone con i diciotto superbi arazzi di manifattura fiamminga (secoli XVI – XVII) dei quali due del primo Cinquecento di grande valore.

Così, arrivando alla Pinacoteca costituita dalle raccolte romane e piacentine del cardinale e da successive acquisizioni., concludiamo la nostra visita che ci ha permesso di passare un’abbondante oretta domenicale a contatto con le meraviglie dell’arte. Un’occasione da non perdere fino al 25 febbraio.

Marina con velieri nel porto, olio su tela, Gian Paolo Panini

San Vincenzo de’ Paoli col volto di Kit Carson, un’opera di Aurelio Galleppini (Galep) in mostra al Collegio Alberoni a Piacenza

San Vincenzo de’ Paoli presenta i bambini a Santa Luisa de Marillac, opera di Aurelio Galleppini, in arte Galep, ‘padre’ di Tex Willer. Fino al 25 febbraio ammirabile al Collegio Alberoni di Piacenza nei pomeriggi di venerdì, sabato e domenica

Lo si accennava ieri nell’articolo dedicato alla mostra in corso al Collegio Alberoni a Piacenza “I colori della carità – San Vincenzo de’ Paoli nei capolavori dell’arte italiana tra ’700 e ’900: in una delle cinque sezioni nelle quali si ammirano le opere dedicate al Santo da pittori soprattutto del XVIII e XIX secolo, improvvisamente ci si ritrova di fronte alla riproduzione fotografica di un dipinto realizzato da Aurelio Galeppini, il mitico Galep, ‘padre’ del più famoso fumetto italiano, Tex Willer.

Galep, nato in Toscana da genitori di Iglesias, sin da ragazzo si trasferì nell’Isola. Durante la seconda guerra mondiale mentre soggiornava a Cagliari, distrutta dai bombardamenti, povero e senza un lavoro stabile realizzò su richiesta alcuni dipinti per il Collegio delle suore Vincenziane letteralmente in cambio di un piatto di minestra  (per l’esattezza abiti, il soggiorno e una serie di pasti).

Tex doveva attendere ancora un paio d’anni per ‘nascere’ ma indubbiamente Galep già aveva nella mente alcuni riferimenti che avrebbe poi utilizzato nel fumetto degli eroi del west. Basti notare di quanto il San Vincenzo immortalato nel dipinto venga illustrato con quel pizzetto che lo rende tanto somigliante al futuro Kit Carson, il fedele pard del ranger texano.

Insomma anche solo per questo val ben la visita alla mostra dove, a proposito di sorprese (da ammirare) un’altra c’attende: tra i giganteschi pannelli e gli storici ovali, c’è un inedito omaggio. Giovanni Freghieri, fumettista e disegnatore di Dylan Dog, piacentino, ha offerto alla mostra una tavola che raffigura il patrono della carità, da affiancare a quella realizzata nel Dopoguerra dal papà di Tex. Purtroppo non ne abbiamo una riproduzione e, strana lacuna, non troviamo traccia sia del dipinto di Galep che dell’omaggio di Freghieri nel catalogo della mostra. Non resta che accontentarci della esposizione delle opere in mostra oltrechè, per quanto riguarda il saperne di più del San Vincenzo de’ Paoli immortalato da Galep, della pagina del Corriere dandone lettura alla bacheca della biglietteria e bookshop.

“I colori della carità – San Vincenzo de’ Paoli nei capolavori dell’arte italiana tra ‘700 e ‘900”, trenta dipinti in mostra al Collegio Alberoni di Piacenza fino al 25 febbraio

Un’interessante proposta per un pomeriggio a contatto con l’arte da passare al Collegio Alberoni a Piacenza dal venerdì alla domenica fino al 25 febbraio, dalle ore 15.00 alle 18.30: partire dalla visita alla mostra “I colori della carità – San Vincenzo de’ Paoli nei capolavori dell’arte italiana tra ’700 e ’900” per poi seguire la guida che ci porta ad ammirare i capolavori del Seminario, dall’appartamento del Cardinale Alberoni, al dipinto ‘Ecce Homo’ di Antonello da Messina, alla biblioteca, ai dipinti conservati nella Galleria.

Predica di San Vincenzo de Paoli” di Giacomo Zoboli

Per quanto alla mostra dedicata a San Vincenzo de’ Paoli l’occasione ci permette di conoscere un santo che nel Seicento francese seppe inventare una moderna rete di interventi sociali e segnare in profondità la vita sociale ed ecclesiale della Francia.

Negli anni Vincenzo de’ Paoli, uomo di umili origini contadine, fonda i Missionari della Carità (noti anche come Lazzaristi), le Dame e poi le Figlie della Carità. Queste ultime, ragazze di umili origini, diventano uno dei primissimi ordini femminili a operare al di fuori dei conventi di clausura, direttamente nella società. San Vincenzo di fatto pone le basi pratiche e ideali della moderna assistenza solidale: nell’oggetto – il soccorso alle famiglie affamate e ai mendicanti, l’accoglienza dei bambini abbandonati, l’opera tra i carcerati – e nel metodo: raccolta fondi, interventi mirati e duraturi nel tempo, comunicazione pubblica dei bisogni, coordinamento tra le attività di aiuto.

Francesco Vellani – San Francesco di Sales e San Vincenzo de’ Paoli presentano le Regole della Visitazione alla Beata Giovanna di Chantal (1751 circa)

Possiamo dunque ammirare durante la visita (6 euro l’ingresso compreso l’accompagnamento di una guida, un’ora circa il tempo necessario per la mostra e per la restante parte del Collegio) oltre trenta capolavori provenienti da tutta Italia, e una straordinaria selezione di importanti artisti italiani attivi nel XVIII e XIX secolo. Si tratta della prima esposizione in assoluto dedicata all’iconografia di san Vincenzo in Italia, ideata dai Padri vincenziani del Collegio Alberoni e curata dallo storico dell’arte Angelo Loda. Un’occasione unica per ammirare opere finora poco conosciute perchè chiuse in conventi di clausura o comunque in istituti religiosi.

 

Lungo il percorso una sorpresa da lasciare letteralmente a bocca aperta quantomeno gli amanti del fumetto: gli omaggi al Santo da parte di Aurelio Galleppini, il mitico Galep, storico autore delle prime copertine di Tex e di Giovanni Freghieri, piacentino famosissimo disegnatore tra l’altro di Dylan Dog. Omaggi che decisamente mai ti aspetteresti e diciamo la verità: Galep e Freghieri, anche da soli, valgon ben la visita. Ma, di questo, parleremo nei prossimi giorni come, nei prossimi giorni, parleremo delle ulteriori opportunità che l’apertura straordinaria della Galleria e del Collegio ci offrono per un pomeriggio a tuttarte.

San Vincenzo de’ Paoli e la Sacra Famiglia, opera del pittore Salvatore Monosilio


 

“Dama d’autunno ha il volto triste” e “Il cuore della neve”, omaggio all’arte di Edward Robert Hughes, preraffaellita

Dame Autumn Has a Mournful Face, by Edward Robert Hughes

Hughes (1851-1914) nacque a Londra da una famiglia borghese. Suo zio era il pittore Arthur Hughes. Dopo i primi studi aderì alla concezione pittorica dei Preraffaelliti e a quella dell’Estetismo. Hughes usava molto anche l’acquarello e la tempera, ottenendo effetti spesso eccezionali. Fu un autentico perfezionista, un vero e proprio cultore della bellezza assoluta che non si stancava mai di perseguire anche attraverso la ricerca di nuove ed ambiziose tecniche.

Morì nel suo cottage di St Albans nello Hertfordshire, il 23 aprile del 1914, poco dopo un intervento chirurgico.

Il cuore della neve, by Edward Robert Hughes

Verona: dalla tomba di Giulietta, simbolo della tragedia dell’amore negato, alla sala degli affreschi dove si celebra l’unione dell’amore vivo

Arrivati in via Luigi da Porto 5, a poche centinaia di metri dall’Arena, oltre alla cripta dove abbiamo ammirato (clicca qui) quella che la leggenda vorrebbe la tomba di Giulietta, possiamo visitare Il Museo degli Affreschi intitolato a Giovanni Battista Cavalcaselle ospitato nelle sale del complesso conventuale dove nel XII secolo viveva una comunità di francescani conventuali.

Nel 1973, dopo il restauro della chiesa e del convento, vi venne inaugurato il museo ove sono esposti cicli di affreschi provenienti da edifici veronesi dal Medioevo al Cinquecento e sculture dell’Ottocento, mentre la chiesa di S. Francesco ospita opere su tela di grandi dimensioni dal Cinquecento al Settecento.

Nella Sala delle Muse da Casa Guarienti è stato ricostruito un ambiente di un palazzo veronese del Cinquecento, palazzo Guarienti ai Filippini, ricollocando gli affreschi che ne decoravano le pareti nella loro disposizione originaria.

La presenza, nelle sovraporte, di figure femminili con strumenti musicali ha fatto ipotizzare che questa fosse una sala di musica. Attualmente la sala è a disposizione per matrimoni civili. L’ennesima trovata veronese: a poca distanza l’uno dall’altra, nello stesso ambiente si porta omaggio all’amore negato finito in tragedia e si celebra l’unione dell’amore vivo.

Gli affreschi, databili al 1560 circa, sono un’opera relativamente giovanile di Paolo Farinati, che fu uno dei protagonisti della pittura veronese del Cinquecento, apprezzato soprattutto nelle grandi decorazioni a fresco. Il camino invece è un manufatto più antico, eseguito probabilmente alla fine del secolo precedente, ed è stato qui inserito in sostituzione del camino originale che non si è conservato.

Proseguendo, al pianterreno troviamo la Sala Giacomo Galtarossa – di ampia capienza – intitolata al maggior mecenate dei musei veronesi del secondo Novecento e primo presidente degli Amici dei Musei di Verona.

All’esterno della sala nel chiostro, ad accogliere il visitatore, sei statue, rappresentanti le Virtù e le città di Verona e Vicenza, provenienti dal recinto delle Arche Scaligere, inserite al fine di riunirle e di creare un ideale dialogo con i pezzi trecenteschi esposti nelle sale superiori del museo.

Un’osservazione finale? La delusione al bookshop. Laddove ti aspetti (e forse pretendi) un buon catalogo illustrativo di quanto hai appena ammirato, sui bancali niente altro che la solita paccottaglia “enim voluptuaria”, ad usum turistorum. Verona, con i suoi affreschi, meriterebbe ben altro di più.

 

“Il segno dell’Ottocento”, la mostra di disegni a Castelvecchio, Verona

Per a chi capita di passar da Verona, fino al 25 febbraio ecco un’ottima occasione per un incontro con l’arte. Apparentemente una mostra minore, con soli nove dipinti e appunto tanti disegni, sessantotto per l’esattezza ma, per un amante della pittura dell’epoca una vera manna. Insomma, una visita irrinunciabile, una mostra da non perdere.

Ettore Tito, Donna con due bambini

Appuntamento nella suggestiva cornice di Castelvecchio, sede del Museo civico. 29 stanze e un percorso estremamente suggestivo (avremo modo di parlarne) che porta ad ammirare diversi settori dedicati alla scultura, alla pittura italiana e straniera, alle armi antiche, alle ceramiche, oreficerie, miniature e per concludere alle antiche campane cittadine.

Domenico Bellini, studi di figure

Il visitatore può trovarsi di fronte ad un dilemma: scegliere la visita esclusivamente della mostra collocata nella ventinovesima stanza museale (subito a destra della biglietteria) oppure arrivare alla mèta solo dopo un lungo cammino immersi nell’arte tardo medioevale, pre e rinascimentale? Il prezzo del biglieto non cambia, comunque 6 euro.

Giuseppe De Nittis, Donne a passeggio

Certo l’arte del rinascimento può lasciare, dopo qualche sala, un pò esausti, stanchi di quella che rischia di diventare una leggera monotonia di soggetto: ma davvero non esisteva altro che l’opportunità di dipingere Madonne col bambino? Eppur ne vale la pena e sarebbe un grosso peccato negarsi il piacere del pur lungo percorso per arrivare all’ultima sala, quella appunto della mostra desiderata ma del motivo profondo avremo modo di motivare in prossima occasione.

Giovanni Segantini, Dopo un bacio

Ma arrivati alla fine alla 29^ stanza ecco l’Ottocento che pone al centro dell’interesse e della rappresentazione artistica la figura umana con le sue emozioni, i suoi costumi, le abitudini di vita. Scene di ordinaria vita quotidiana, testimonianze storiche e artistiche di un’epoca attraversata da grandi passioni a partire, per quanto ci riguarda, dalle vicende Risorgimentali e coloniali (ricordiamo l’Abissinia).

Federico Faruffini, Ritratto della moglie addormentata

Si ammirano opere di Morelli, Segantini, Mosè BIanchi, De Nittis e di molti veronesi. Insomma, un’occasione per approfondire il ruolo del disegno all’epoca: ‘semplice’ schizzo per fissare un’idea, studio di un particolare, opera d’arte compiuta. Il tutto attraverso il ‘fermo immagine’ di un paesaggio, di una scena di storia e di genere, di un ritratto, fino all’autoritratto.

Domenico Morelli, Figure orientali

Con un ricordo particolare: le opere proposte in questo post sono tratte da siti internet o autoprodotte dal catalogo. Tranne l’ultima, ‘rubata’ con destrezza, esposta in un angolo nascosto alla vista della vigilantes. Che tuttavia era più sveglia di quanto creduto e il suo pervenir alle spalle ribadendo il divieto ha prodotto lo spavento e l’opera ‘mossa’ che potete vedere. Insomma, nulla da fare: per ben ammirarla occorre affrontare il viaggio in quel di Verona, a Castelvecchio. Ne val la pena. Bon voyage.

Alessandro Milesi, Papà lontano

 

 

 

 

Tra 43 giorni s’affronterà la “Salita al Pordenone” in Santa Maria di Campagna per iniziativa della Banca di Piacenza

Piacenza, Basilica di Santa Maria di Campagna (interno): ilSantuario possiede una tradizione assai antica: già all’inizio dell’XI secolo esisteva un piccolo Santuario di Santa Maria di Campagnola, edificato sul pozzo dove erano stati gettati i corpi di alcuni martiri cristiani perseguitati da Diocleziano e Massimiano. Proprio qui si venerava una statua della Madonna. Nel 1095 papa Urbano II, durante il Concilio di Piacenza visitò il Santuario e qui compose e cantò per la prima volta il Prefatio della Madonna. Secondo la tradizione, il Pontefice Urbano II nel 1095 avrebbe annunciato l ‘intenzione di bandire la prima Crociata in Terra Santa. Nel 1526 venne costruita l’attuale Basilica di Santa Maria di Campagna dovuta al grande architetto Alessio Tranello

Mancano 43 giorni, come ricorda una nota dell’organizzatrice Banca di Piacenza, all’inaugurazione della Salita al Pordenone nella Basilica di S. Maria di Campagna.

Da oggi il relativo countdown sarà presente nell’home page del sito istituzionale della Banca, sul quale compariranno via via le notizie ed informazioni relative all’evento, che gode già del patrocinio del Ministero Beni culturali.

Un affresco di Antonio Sacchi detto “Il Pordenone” che impreziosisce la Basilica di Santa Maria di Campagna a Piacenza

La Banca realizzerà l’evento in questione in collaborazione con il Comune di Piacenza (proprietario dell’immobile) e con la Comunità francescana (comodataria dello stesso).

La manifestazione si estenderà – oltre che alla città di Pordenone e provincia – ai territori di Cortemaggiore, Monticelli e Cremona, custodi di tesori artistici direttamente o indirettamente collegati con il grande artista friulano.

La Banca ringrazia i Comuni, le Curie le Parrocchie proprietarie “che collaborano con grande passione ad un evento che nella sua completezza e nel suo apporto scientifico non ha precedenti”.

La nascita della vergine di Luigi Miradori detto il Genovesino

Un’opera a rilevante carattere impressionista di Francesco Ghittoni

L’intera manifestazione – specifica la Banca di Piacenza – non godrà di finanziamenti né pubblici né comunitari. Non graverà, dunque, sui contribuenti, né distoglierà fondi da altre destinazioni, ma sarà essa stessa una manifestazione di solidarietà, così come la Banca di Piacenza è da sempre un esempio di solidarietà non esibita, ma vera (non caritatevole)”.

La storia di Giulietta e Romeo? Una formidabile trovata novecentesca. Dal balcone, alla casa, alla famiglia, alla tomba, tutto falso.

Un’immagine esposta nella ‘casa dei Capuleti’, la presunta famiglia veronese che mai ha abitato in quel di Verona

Bella, Verona. E bella la tanta gente, d’ogni età, che s’aggira per ponti, vicoli e strade, nel nome del reciproco o del desiderato amore. Ovunque cuori, lucchetti, poesie, d’amore atteso, d’amore verso, d’amore terso, d’amore intenso, d’amor negato. E paccottaglia. Magliette, cuori di plastica, statuette, magneti, anelli, guide, cartoline. Merchandising.

La statua di Giulietta all’ingresso della casa di fronte alla scala che porta al famoso balcone

Una grande capacità di evocazione turistica, un simbolo che richiama gente da tutto il mondo perché poco importa che la storia sia vera o falsa, quel che conta è il saper parlare, da parte dell’industria turistica veronese, al cuore che ha bisogno d’amore.

Il cortile interno ove s’affaccia il famoso balcone e in centinaia di migliaia portano il loro omaggio all’amor contrastato

E il tutto, allora? Semplicemente falso. Forse leggenda ma più realisticamente fantasia del narratore. Anzi, dei narratori. A partire dal balcone sul quale Giulietta sospirava e in centinaia di migliaia salgono, dopo il restauro e la riapertura dello scorso dicembre.

Il balcone, proveniente da Castelvecchio, parte integrante della furba trovata novecentesca dell’industria turistica veronese

Il balcone, scrive Francesca Fontanili, proviene da Castelvecchio come si può vedere in una foto che ritrae Vittorio Emanuele III nel 1926. Venne successivamente inserito diventando una fantastica trovata novecentesca.

L’allestimento di una stanza da letto di fattezza tardo medioevale dove nessuna Giulietta Capuleti ha mai dormito nè vissuto

Ma oltre al balcone si visita, alla ‘modica’ cifra di 6 euro, la casa, con tanto di dipinti, statua di Giulietta, affreschi, camera da letto ammobiliata, abiti dell’epoca ed altre (fasulle) amenità (pur caratteristiche ed allettanti). Scoprendo che non solo il balcone è un falso ma falsa è pura la casa poiché la famiglia dei Capuleti, se mai esistita, non ha mai dimorato in quel di Verona e l’abitazione (forse) può essere ricondotta per assonanza ad una famiglia Dal Cappello all’interno della quale di nessuna tragedia d’amore vissuta è dato di sapere.

All we need is love. Giuramento d’amore eterno a Castelvecchio

Scopri anche che nemmeno puoi ricondurre la vicenda esclusivamente alla fantasia di William Shakespeare. Secondo ad esempio Antonio Socci i veri protagonisti della storia ‘originale’ sarebbero Giannozza Saraceni e Mariotto Mignarelli, un tragico amore vissuto in terra di Siena e narrato da Masuccio Salernitano nel 1476, ovvero un secolo prima rispetto all’opera di William. Per tacer di altri narratori che, appunto, nel tempo ‘aggiornarono’ la storia fino al trasferimento dalla piazza del Campo senese in quel della fatal Verona.

Il lucchetto solitario senza sigle e iniziali, forse aspirazione per un amore atteso ma non ancora fiorito

Insomma, il segreto del luogo, della casa, della storia, é il simbolo per quanto farlocco dell’amore appassionato e tragico. Una furbata novecentesca veronese che tuttavia accarezza il cuore di tutti ad ogni età perché, come sempre nel novecento cantavano i Beatles, “all we need is love”, tutti noi sogniamo amore.

E per completare l’opera, l’allestimento della tomba di Giulietta. Un catafalco senza simboli e insegne come s’usava realmente con i suicidi nell’epoca dei secoli bui in bilico tra alto medioevo e rinascimento