About arzyncampo

14 febbraio 1954, bassa pianura emiliana, Fiorenzuola d'Arda, quell'era le debut. Oggi vivo e lavoro a Piacenza. Giornalista pubblicista, il destino ha voluto mi impegnassi in tuttaltro campo, al servizio dei cittadini nella sanità pubblica. Tuttavia scrivere, per me, é vitale, divertente, essenziale, un mezzo per esprimere la mia presenza nel mondo e dir la mia. Così dal giornalismo sono passato, per passione e non per lavoro, alla poesia, alla narrativa, ai resoconti, agli appunti ovunque e su tutto, fino alla scoperta del blog. Basta scrivere, appunto, per dire di aver qualcosa da dire alla gente di questo nostro mondo. Fin quando avrò una penna, ci sarò.

Requiem per un’edicola e per l’editoria: per quel tale a 5* che urla evviva il bel non sapere

Impossibile, per me, dimenticare quella scala e quel portone: di lì sono passato per il mio primo giorno di scuola, Scuola Elementare Pietro Giordani, qualcosa come 58 anni fa. Al suono della campanella una massa vociante di bambini è partita di corsa per festeggiare (pensa te) la fine delle vacanze e … mi ha letteralmente travolto facendomi rotolare a terra. Spaurito, calpestato, solo, mi sono rialzato e, buon ultimo, sono entrato per la prima volta in quell’edificio dove sarei rimasto per cinque lunghi anni. Qui poi ho conosciuto Filiberto Putzu, proprio oggi assessore comunale di Forza Italia costretto alle dimissioni (ben gli sta, così impara a sbagliar partito), grazie al quale anni dopo sarebbe iniziata l’avventura con gli scouts. Qui ci sono le battaglie con le figurine e quella volta di quel tizio che vinceva sempre ed ho scoperto che barava: aveva incollato due figurine una contro l’altra e la vittoria gli era assicurata. Come le cartellate che gli ho dato di brutto perchè la disonestà presto o tardi qualcuno te la fa pagare ed io certo non tiravo indietro la mano contro furbizia e disonestà. Ma tutto questo mentre con nostalgia oggi guardo l’edicola chiusa. Allora i soldi erano davvero pochi ma l’occasione era imperdibile per lustrarsi gli occhi e quando, al compimento dei sette anni, il mio babbo mi comprò uno speciale con in copertina Paperino, ero il bambino più felice del mondo. Purtroppo oggi le edicole chiudono. Chiusa l’edicola di via Giordani, sparita l’edicola di viale Alberoni dove accompagnavo a scuola i miei figli, sparita quella di piazzale Libertà dove mi fermavo ai tempi delle superiori, sparita quella di piazza della Lupa, dove uno chiedeva un fumetto dalla vetrinetta laterale esterna e mentre l’edicolante usciva intanto l’amico ne rubava un altro. Piccoli teppisti di periferia ma almeno vogliosi di sapere, di conoscere, di approfondire. Ormai invece i giornali si vendono (o si leggono di straforo, a sbaffo) al supermercato, agli stranieri il quotidiano locale interessa quasi nulla e i giovani, mi dice l’edicolante di piazzale Torino, non leggono più. Niente quotidiani, nessuna rivista, nemmeno fumetti, solo smartphone. Per la gioia di Gigino Di Maio che, invece di riformare eliminando gli eccessi e i finanziamenti che sono privilegi di parte, semplicemente toglie i finanziamenti all’editoria tutta. Logico, del resto: meno la gente legge e meno sa, meno la gente è informata e più il suo scragnotto e quello di Matteo Salvini sono garantiti. A prescindere dai pasticci che fanno e dalle promesse che non mantengono: quasi quasi (ma solo per dire) tanto valeva tenerci quell’altro, il Matteo Renzi.

“Sinfonia in rosso”, lirica di Leni Bessega, poeta in Pordenone

Splendide riflessioni, olio su tela, di Antonio Guardavaccaro (in arte Accarò)

Il cielo appare buio,
vigile al rumore dell’acquazzone
che attento alla musica del sole
spezza l’equilibrio del cielo
dipingendo una sinfonia in rosso…

Cerco un silenzio nuovo
verso una strada aperta
dove il nulla inghiotte il tempo
e l’ora grida la sua nostalgia…

Fra una nuvola bianca cerco una via
che come candida coperta avvolga
il sospiro lieve dei miei pensieri
e che traduca all’anima
il ricco linguaggio dei sogni
che non moriranno all’alba…

Voglio librarli in volo
verso vette rosa come aironi vaganti…
con piccoli sorsi d’ amore brindare
nel lago immenso della vita
dove già si specchiano tutti i miei sogni…

Ti volo, olio su tela di Accarò

 

“Accabadora”, romanzo di Michela Murgia, Einaudi editore, 2009

Il termine sardo femina agabbadora, femina agabbadòra o, più comunemente, agabbadora (s’agabbadóra, lett. “colei che finisce”, deriva dal sardo s’acabbu, “la fine” o dallo spagnolo acabar, “terminare”) denota la figura storicamente incerta di una donna che si incaricava di portare la morte a persone di qualunque età, nel caso in cui queste fossero in condizioni di malattia tali da portare i familiari o la stessa vittima a richiederne l’eutanasia. La pratica non doveva essere retribuita dai parenti del malato poiché il pagare per dare la morte era contrario ai dettami religiosi e della superstizione. Diverse sono le pratiche di uccisione utilizzate dalla femina agabbadora: la tradizione, a seconda del luogo, la vede entrare nella stanza del morente vestita di nero, con il volto coperto, e ucciderlo tramite soffocamento con un cuscino, oppure colpendolo sulla fronte tramite un bastone d’olivo o dietro la nuca con un colpo secco. Il libro della Murgia, che ci fa conoscere questa figura della quale racconta la tradizione popolare sarda, racconta una storia ambientata negli anni 50 e ci fa conoscere innanzitutto il concetto di fill’ de anima: Tzia Bonaria Urrai, vedova e senza figli, offre una cifra che non è possibile rifiutare a Anna Teresa Listru, vedova a sua volta con quattro figlie da mantenere. Una somma per adottare Maria, appunto la quarta figlia di Anna, sei anni e un’intelligenza vispa. Così Maria dalla vita di miseria e di fame (la madre diceva che sapeva fare il bollito anche con l’ombra del campanile), diventa figlia d’anima e passa alla bella casa della benestante Tzia, alla frequenza della scuola, all’apprendimento dell’arte del cucito. Certo non mancano i momenti bui della loro convivenza: dove va, di notte, Tzia, vestita di nero, con lo scialle sulla testa, seguendo ora un uomo, ora altre persone che passano a prenderla? Lo scoprirà Maria, una volta cresciuta, al funerale di un giovane rimasto invalido per un colpo di fucile sparato forse per errore e non potrà sopportare quella scoperta. Se ne andrà. A Torino, assunta da una famiglia benestante per fare la bambinaia. Ma, quando Tzia Bonaria starà male, tornerà per assisterla trovando una vecchia ormai incapace di parlare e che tuttavia, passando i mesi, non conclude la sua vita come se qualcosa lo impedisse. Forse, anche se le accabadore non sono considerate assassine dalla gente del popolo, qualcuno di quanti ha portato verso la morte non gliel’ha perdonata ed ora impedisce al suo spirito di trovare la pace? Sarà Maria a portarla verso l’ultimo sospiro.

“Di fuoco e vento”, lirica di Francesco De Girolamo, poeta in Roma

Scie d’arcobaleno, olio su tela di Furio Castellucci

Di fuoco e vento è fatto l’uragano
dei tuoi sussurri, quando a schiudere viene
la mia fiera resa ed io spaurito
dalla tua luce, cerco ombre, abissi,
che mi sommergano, per non volare cieco
verso quella tua stella
che brucerà tutti i miei ieri,
nudo il cuore, colmo dei tuoi pensieri
iridescenti, dischiusi verso me.

Una nuvola incredula nel cielo,
che un soffio d’oro trafigge,
diventa arcobaleno ed una voce,
mia più di ogni altra, eppure mai ascoltata,
riesce a dirti: “Vedi, di certo i sogni
non hanno mai colori così vivi!”

“Antonia la Coquinera”, “Anita”, “Il ballo mascherato”, “Al circo Medrano”: omaggio all’arte di Kees van Dongen, pittore gruppo fauve (1877-1968)

Antonia la Coquinera, olio su tela di Kees van Dongen

Nato nel 1877 a Delfshaven, vicino a Rotterdam, Kees Van Dongen studiò prima in una scuola di disegno industriale, poi all’Accademia di Belle Arti. Nel 1897 si stabilì a Parigi, dove subì l’influenza di Édouard Vuillard e di Paul Gauguin e dove collaborò a varie riviste satiriche. Nel 1904 venne allestita la sua prima mostra personale, grazie alla quale conobbe André Derain, che lo indirizzò verso la pittura fauve: le sue tele si distingueranno per le tinte cromaticamente accese ed il disegno elegante e sensuale.

Anita (la bella Fatima e la sua troupe), olio su tela di Kees van Dongen

Nelle opere di questi anni Van Dongen ritrae la società del suo tempo con occhio critico e ironico e con uno stile brillante ed aggressivo, che tiene conto sia dei colori accesi e vivaci dei fauves, sia delle semplificazioni formali del cubismo, sia delle esperienze emotive dell’espressionismo: nasce così uno stile particolare, una fusione di diverse esperienze che porta verso una pittura diretta ed aggressiva. La sua tavolozza particolarmente ricca esprime una potente vitalità, passionale e sensuale, indipendentemente dai soggetti scelti: la vita del circo e dei cabaret, le ricche dame dell’alta borghesia (che si contesero i suoi ritratti), la sfrontatezza di nudi provocanti e lussuriosi, la purezza e l’innocenza dei bambini, i ricordi dei suoi viaggi, le nature morte.

La danza dei Carpeaux (il ballo mascherato all’Opera), olio su tela di Kees van Dongen

Nello stesso tempo compaiono alcuni elementi più vicini all’espressionismo: mentre i fauves trattano i loro soggetti da un punto di vista puramente descrittivo, con poche allusioni di natura psicologica o sociale, i ritratti di Van Dongen vanno al di là della semplice rappresentazione e ricercano valori emotivi e simbolici attraverso un’analisi impietosa della società in cui vive, proprio come stavano facendo negli stessi anni gli espressionisti tedeschi.

Nel 1959 si stabilì a Monte Carlo, dove morì il 28 maggio 1968 (appunti da Wikipedia).

Al circo Medrano, olio su tela di Kees van DOngen

“Il principe dei gigli”, romanzo giallo di Hans Tuzzi, Bollati Boringhieri editore

Un convegno tra illustri cattedratici in un paese al centro dell’Umbria. Atmosfera particolarissima di un mondo ‘altro’, lontanissimo dalla realtà quotidiana, racchiuso nella propria specificità: si parla di manoscritti, di bibliografia, di volumi antichi, di stampatori medioevali, di legatorie. Ma non solo: gli illustri studiosi, alla sera, in albergo, a tavola, trovano il modo di parlare di preservativi. Ovviamente da un punto di vista erudito, ‘storico’. Furono pensati, nell’antichità come anticoncezionali? Nientaffatto: erano strumenti di protezione, di difesa. Dalle malattie sessuali, sifilide in primo luogo. Tra gli invitati il Commissario Melis, in arrivo da Milano e, seduto al convegno, Volpe, Comandante della locale stazione dei Carabinieri. E il lavoro si presenta ben presto per entrambi: al piano superiore viene trovato il cadavere di un giovane studente. Come confessa la sua giovane ragazza, da tempo a contatto con il mondo della droga. Nulla di straordinario. Giusto qualche canna e forse, senza eccedere, un pò di ‘sniffo’. Quindi quale può essere la molla che ne ha determinato la morte? La risposta sembra chiara e definitiva quando viene trovato un secondo cadavere, quello di un noto pusher della zona. Insomma, una lotta nell’ambiente per la conquista del mercato, sempre interessante nel mondo degli studenti universitari. Una soluzione fin troppo semplice, sicuramente gradita dagli accademici, abituati all’ambiente ovattato degli studi e alla consultazione degli antichi manoscritti chiusi in polverose biblioteche: un’ambiente che nessuno deve disturbare. Appunto, ovattato ma anche fragile. Lasciamo stare il mondo della cultura. Anche per non far perdere credibilità all’Alma Mater Studiorum, la grande Università. Un libro che scorre talvolta lento e addirittura noioso come lenti, ovattati, noiosi sono questi docenti, questi studiosi la cui vita ruota attorno a convegni, allo studio, alla conoscenza, lontano dalla quotidianità di chi ne vive lontano. Un mondo che vale la pena conoscere o approfondire proprio perché è dalla curiosità che nasce la conoscenza e la conoscenza prelude al futuro da immaginare e da costruire. Ma detto questo, considerata anche una conclusione della lettura con una soluzione che sembra fin troppo naturale visto il contesto generale, credo che difficilmente, per carenza di tempo e troppi romanzi in attesa di lettura, mi capiterà ancora di avvicinarmi alle inchieste del commissario Melis.

Venerdì sera, olio su tela, di Mario Canale

 

“Il pane”, lirica di Vladislav Chodasevic ( 1886 – 1939 )

In cucina, olio su tela, di Alessandro Sani

Oggi in cucina c’è una luce che abbaglia.
Col grembiule, cosparsa di farina,
Di tutte le Mignon tu sei la più bella
Con la tua bellezza genuina.
Ti svolazzano intorno coi cestini,
Con il bricco del latte e le fascine,
Spiumandosi le ali, i cherubini…
Tra le nubi, dalle colline
Prorompe la luce, e sulle pentole oziose
Come fasci di strali batte il giorno.
Sfacendosi somiglia a pallide rose
La legna che arde nel forno.
E i densi getti del futuro filone
Nel vaso d’argilla un angelo versa,
Giurandoci che son veri, come il sole,
L’amore, il lavoro e la terra.

E’ sepolto nel cimitero di Billancourt, presso Parigi, il poeta che Maksim Gorkij considerava “il migliore che vanti la Russia moderna”. Vladislav Felicianovič Chodasevič, di origine polacca, era nato a Mosca il 29 maggio 1886. Nel 1922 lasciò la Russia per sempre, e dal 1925 fino al giorno della sua morte, avvenuta il 14 giugno 1939, visse costantemente a Parigi.

I suoi primi quattro volumetti di poesie furono pubblicati in Russia: Giovinezza nel 1908, La casetta felice nel 1914, Per la via del grano nel 1920 e La pesante lira nel 1922. I versi da lui scritti all’estero, e riassunti col titolo La notte europea, entrarono a far parte della sua raccolta del 1927. L’ultimo decennio di vita di Chodasevič fu più dedicato alla critica e alle rievocazioni letterarie, che alla poesia.

Non ebbe mai altri guadagni che quelli derivatigli dalla sua attività letteraria, visse sempre negli stenti, cadde spesso gravemente ammalato, ma ebbe amici cari e fedeli tra letterati e poeti, lettori e ammiratori, che non cessarono mai di amarlo.

Scriveva Gumilёv nel 1914, commentando la seconda raccolta di versi La casetta felice: “Non è possibile abituarsi né alla sua fantasia, né alle sue intonazioni – egli ci si presenta inaspettato, con nuove avvincenti parole, e non si trattiene a lungo, lasciando dietro di sé un piacevole inappagamento e il desiderio di un nuovo incontro”.

Per i loro tratti chiari e precisi e per l’immediata efficacia, i versi di Chodasevič incantano anche il lettore più “impoetico”. La loro forma classica è impeccabile, semplice, elegante. La sua concezione della vita è ironica e tragica al tempo stesso. Dalla sua poesia emerge con insistenza l’eterno tema dell’anima immortale e degli ostacoli che le frappongono la materia e la squallida banalità della vita. E’ un continuo alternarsi di estasi metafisiche e di minute inquadrature prosaiche, d’immersioni ed emersioni, di cadute negli abissi dell’esistenza e di slanci mistici.

Chodasevič è un poeta spaesato in tanto squallore che lo circonda, ma mi sembra che il suo pessimismo, la sua tragedia trovino una via d’uscita, e la sua salvezza sia nel tono serio e pacato della sua poesia, nella sua attitudine a contemplare con un certo distacco i misteri dell’anima e dell’esistenza; la sua è un’ironia assai spesso feroce e maligna, ma sovente è anche serena, ricca di un humor leggero e immediato. La sua rabbia non lo fa tonare, ma lo spinge a riflettere, a partecipare delle altrui miserie, a sorridere lievemente subito dopo aver pianto.

In una lettera del 1 ottobre 1923 Gorkij scriveva al poeta: “I vostri versi An Mariechen sono belli e penetranti. Non so dire di più, ma aggiungerò soltanto che essi suscitano nell’anima il “freddo sibilo della bufera di neve” e nello stesso tempo sono irresistibilmente umani”.

Mi sembra che questo suggestivo giudizio di Gorkij possa essere la giusta insegna sull’incantato “bazar” del poeta Chodasevič.

Paolo Statuti

 

16 ottobre 1943: deportazione nazifascista degli ebrei romani, ma tutti gli italiani erano razzisti?

16 ottobre 1943: il rastrellamento nel ghetto di Roma

Il fascismo e gli ebrei in Italia e a Roma

Brano tratto e adattato dal volume “La resistenza silenziosa. Leggi razziali e occupazione nazista nella memoria degli ebrei di Roma” a cura di Marco Impagliazzo, Guerini e Associati, 1997

Il 16 ottobre 1943 è una data importante per la comunità ebraica di Roma, ma anche per la città intera. Per gli ebrei romani è l’ultima tappa di un triste itinerario iniziato nel settembre del 1938 con la promulgazione delle leggi razziali. Tra queste due date esiste un profondo legame: per molti ebrei romani infatti le leggi razziali hanno rappresentato l’anticamera dei campi di sterminio nazisti. Il 1938 è un anno cruciale. La vita cambia in tutti i suoi aspetti, pubblici e privati. È una svolta che coinvolge tutti gli ebrei, dai bambini agli anziani, da chi nasce a chi muore. Dal 1938, infatti, “ufficialmente” gli ebrei non muoiono più in Italia: è vietata anche la pubblicazione dei necrologi sui giornali. Dal 1938 gli ebrei in Italia devono diventare “invisibili”. Tuttavia, come avrebbe mostrato il 16 ottobre, gli ebrei erano molto visibili, facilmente reperibili: erano registrati in una lista, quindi perfettamente identificabili, per separare il loro destino dal resto della popolazione romana.

Si è discusso a lungo, in sede storica, su quest’atto discriminatorio di Mussolini: un’imitazione cedevole del sistema hitleriano o una scelta dettata dalla logica del regime? Le leggi razziali, con il loro risvolto antisemita, hanno avuto in Italia un “carattere blando” dovuto essenzialmente a un tipo di razzismo “perbene” rispetto a quello nazista? Gli italiani sono stati davvero antisemiti o piuttosto spettatori passivi della politica mussoliniana? Le domande si sono affollate in sede storiografica attorno a uno degli episodi più drammatici del Novecento italiano. Si è sostenuta una distinzione tra il periodo della “persecuzione dei diritti”, relativamente agli anni tra il 1938 e il 1943, e il periodo della “persecuzione delle vite”, tra il 1943 e il 1945.

Sta di fatto che i due periodi si saldarono tra loro, proprio in quel tragico ottobre 1943. La deportazione degli ebrei fu possibile in maniera così radicale e rapida perché questi italiani “invisibili” erano già stati isolati e ben identificati con le leggi razziali. L’assenza dello sterminio come obiettivo della politica razziale fascista non produce un antisemitismo innocuo, come si vede proprio nella tragica saldatura del 16 ottobre 1943.

In molte storie degli ebrei romani e italiani risuona l’interrogativo: perché le leggi razziali discriminavano senza motivo alcuno una parte degli italiani? Si legge nel diario inedito di un ufficiale delle Regie Forze Armate: «Perché anche da noi si è ripresa la persecuzione contro gli israeliti? E si sono emanate quelle leggi sulla difesa della razza che sono il disonore della moderna civiltà?». Migliaia di «perché» hanno risuonato nell’esistenza di quegli ebrei italiani che furono prima costretti ad adattarsi a una nuova e dura situazione, poi a lottare contro la morte.

Fu un tragico caso? A distanza di più di mezzo secolo, la maggior parte degli storici concorda nel ritenere che le leggi del 1938 non furono un caso, ma rappresentarono la prevalenza di alcuni elementi della storia italiana e del regime fascista.

Le vicende degli ebrei romani rivelano, infatti, la dolorosa e progressiva presa di coscienza della persecuzione, non come un’imposizione dello straniero, ma come un dramma italiano, quello di italiani contro italiani. Quando la razzia degli ebrei romani è compiuta dai tedeschi, compaiono sempre alcuni italiani come collaboratori, delatori, complici e, talvolta, veri persecutori.

In Italia furono eseguiti 1898 arresti di ebrei da parte di italiani, 2489 da parte di tedeschi, 312 vennero compiuti in collaborazione tra italiani e tedeschi, mentre non si conosce la responsabilità dei rimanenti 2314.

Certo non tutti gli italiani condividevano la persecuzione nei confronti degli ebrei: probabilmente la maggioranza era contraria. Non solo una diffusa contrarietà ma pure con significativi episodi di solidarietà verso i perseguitati. Lo Stato dichiaratamente antisemita era spesso contraddetto, a livello pratico, alla gente che non lo seguiva. Il vissuto degli ebrei mette anche in luce come niente fosse ideologicamente prestabilito nel comportamento dei romani.

Gli ebrei di Roma sono e si sentono romani e italiani. Sono cittadini a tutti gli effetti. Vivono con i non ebrei, con loro frequentano le scuole pubbliche, lavorano insieme, trascorrono insieme la villeggiatura. Non esistevano differenze, né volute, né provocate. Gli ebrei erano uomini e donne con cui si viveva, si studiava, si lavorava, si frequentavano le stesse scuole, gli stessi uffici, spesso senza quasi percepire la loro identità religiosa o culturale.

Esiste un pregiudizio, anzi diversi pregiudizi, ma puntualmente si infrangono e si sciolgono nel contatto con gli ebrei. I quali per origine, dialetto, tradizioni culturali e familiari, abitudini culinarie, e anche certo disincanto dinanzi a papi, imperatori e autorità, appaiono romani, capitolini, forse più di tanti abitanti della città. Inoltre godono di un variegato ventaglio di posizioni sociali, politiche, professionali, culturali, tanto simile a quello dei loro concittadini. Non sono, gli ebrei romani, un gruppo a parte, organizzato in lobby.

Molti, tra Ottocento e Novecento, prima della persecuzione, avevano già abbandonato il ghetto, luogo di oppressione secolare eppure caro al cuore e alla memoria. Si erano stabiliti in quartieri e appartamenti dovunque nella città. Nel ghetto restavano soprattutto i non benestanti. Molti avevano tentato, fuori dal ghetto, la via dell’ascesa sociale borghese. Un folto numero era rimasto in condizioni disagiate. I piccoli mestieri artigianali, o la vendita ambulante, erano rimasti prerogativa di una parte della comunità ebraica romana. I “robivecchi”, raccoglitori e venditori di qualsiasi oggetto, erano frequenti tra gli ebrei del ghetto.

La delusione per le leggi razziali del 1938 è accresciuta dal sentimento di avere contribuito alla formazione e allo sviluppo dell’Italia, magari con il sangue dei familiari caduti nella prima guerra mondiale. Come tanti ebrei tedeschi che si sentivano patrioti prima dell’avvento di Hitler, anche gli ebrei italiani avevano la loro patria. Solo il dieci per cento dei circa cinquantamila ebrei italiani emigra tra il 1938 e il 1945. Di questi, pochissimi, sono gli ebrei romani che concepiscono l’idea di lasciare Roma, considerata la città loro e dei loro da tempo immemorabile. Lo stare a Roma era un motivo di orgoglio, e ancora di più il fatto di abitarvi da un centinaio di generazioni, già nell’epoca di Giuda Maccabeo, ossia nel II secolo a.C.

Per richiamare le parole del rabbino Toaff: «Vi fu antisemitismo di Stato e non di popolo». Diversamente che in Europa orientale e centrale, in Italia e a Roma non c’era odio verso gli ebrei. Questo può spiegare la più favorevole percentuale di sopravvissuti.

 

“Tramonto e polvere”, una storia d’America violenta, romanzo di Joe R. Lansdale, Einaudi editore

Una copertina languida e trasognata che sembra rinviare ad un racconto romantico e invece ti trascina in una storia al fulmicotone, ambientata nell’America anni trenta, dove imperversano violenza, ignoranza, razzismo. Sunset Jones, ovvero sunset-tramonto per via dei suoi capelli rosso fuoco, la protagonista. Moglie dello sceriffo e figlio dei proprietari di Camp Rapture, un’enorme segheria vicina al villaggio di Holiday, dove la gente puzza di polvere e segatura, vive ubriacandosi, andando a prostitute, odiando i negri e picchiando le mogli comunque e a prescindere. Non è semplice sopravvivere in un posto del genere, tanto più se sei donna o se sei negro; e lo sa bene Sunset, che durante l’ennesimo tentativo di stupro da parte di Pete, il marito, che dopo i primi tempi di quello che sembrava un matrimonio d’amore, di fatto la usa, la tratta e la possiede con violenza animale oltrechè cornificandola a piacere, Sunset si trova con la mano a toccare la pistola di lui e, senza esitazione, l’estrae dal cinturone. Spara. Lo ammazza. Bang, un colpo e fine per Pete. R.I.P., riposi in pace all’inferno. Un gesto che risveglia anche l’orgoglio della suocera, Marilyn, a sua volta soggetta alla violenza del marito, padre di Pete dal quale il figlio pare avesse ereditato l’atteggiamento poco romantico verso la donna di casa. In questo caso Marilyn non uccide Jones, si ribella, lo randella, lo getta fuori casa. Ma un uomo non può sopportare la rivolta delle donne e, a sua volta, decide di farla finita, di raggiungere il figlio all’inferno. Sale su un tronco in viaggio verso la grande sega e finisce letteralmente in mille pezzi che si spargono in segheria e sulle tute degli operai. Così, con il supporto della suocera, di fatto proprietaria di Camp Rapture, a Sunset viene affidata la stella di rappresentante della legge nonostante l’opposizione di tutti gli abitanti, poco disposti a sopportare una donna, un essere buono, secondo la mentalità imperante, solo per essere picchiata e per scoparla, in giro con stella e pistola. Ma chi comanda è sempre chi paga e visto che Marilyn è la proprietaria padrona dopo la morte del defunto marito, lei decide e per tutti così è se vi pare. Così inizia l’avventura di Sunset che sempre più si troverà a scavare in un’America in grande misura marcia, dove imperversano ingiustizia, sopruso verso i più deboli, razzismo esaperato con i cappucci del KKK dietro l’angolo, linciaggi e negri dati a fuoco senza processo, afa soffocante, invasione di cavallette, amori focosi, amori delusi, ragazzine illuse e messe incinta per subito essere abbandonate, spedizioni punitive, vendette a suon di manganelli e di fucili a pompa che ti sbrandellano. Un romanzo scorretto, schietto, senza censure, immagine di un America, quella della grande depressione, quella della provincia Texana ancora legata alla schiavitù, al dominio del bianco sul nero (ma anche del maschio sulla donna), un’America che ci auguriamo non esista più anche se la lettura può farci capire le cronache che talvolta ascoltiamo ancora oggi di persone che escono di casa armati fino ai denti e, apparentemente senza motivo, improvvisamente sparano ammazzando ignari passanti a grappoli in nome dell’industria delle armi e delle pallottole libere.

 

“Un uomo, la pelle scura, nel buio”: il mio contributo alla 25 ore di poesia a Palazzo Farnese

Un uomo cammina nel buio della strada,
verso dismessi capannoni industriali, 
memorie operaie archeologia
di ingranaggi, olii lubrificanti. 
Un uomo, la pelle scura,
cammina cammina
ignoto futuro, il passato transitato,
il presente avvolto nel silenzio. 
Alzo
gli abbaglianti 
per non fermare
di quell’uomo, la pelle scura, 
il cammino nel silenzio.

Non ci sarò. Anche se invitato, anche se il mio nome è in cartellone, non ci sarò. Un cuore in vena di scherzi, un motore da riassettare che proprio in questa settimana si è “fatto vivo” e, detta tra di noi, finchè comunque si vive, tutto bene. Le mie poesie erano programmate per stasera alle 20 circa. La prima, della serie dedicata ai nuovi poveri che avrei proposto, la pubblico in Arzyncampo in attesa della prossima manifestazione dove conto di non mancare, motore permettendo, per leggere non una ma tutte le mie liriche dedicate all’accoglienza, alla solidarietà, all’umanità.