About arzyncampo

14 febbraio 1954, bassa pianura emiliana, Fiorenzuola d'Arda, quell'era le debut. Oggi vivo e lavoro a Piacenza. Giornalista pubblicista, il destino ha voluto mi impegnassi in tuttaltro campo, al servizio dei cittadini nella sanità pubblica. Tuttavia scrivere, per me, é vitale, divertente, essenziale, un mezzo per esprimere la mia presenza nel mondo e dir la mia. Così dal giornalismo sono passato, per passione e non per lavoro, alla poesia, alla narrativa, ai resoconti, agli appunti ovunque e su tutto, fino alla scoperta del blog. Basta scrivere, appunto, per dire di aver qualcosa da dire alla gente di questo nostro mondo. Fin quando avrò una penna, ci sarò.

“Enigma”, lirica di Daniela Castelli, poeta in Piacenza

Albero della vita, olio e applicazioni su tela di Celeste Salemi

Forse tutte le cose del mondo
sono intrecciate come fili
in un immenso drappo.
Troppo grande
per la nostra corta vista
il disegno d’insieme.
Solo piccoli lembi vediamo
che subito il vento allontana
per avvicinarci ad altri
e così via
in un avvicendarsi incessante
senza senso apparente.
Ma molto raramente
in qualche punto imprevisto
il drappo si strappa
e una miriade di fili
si stende verso l’infinito
a indicarci un’incognita via.

“Ulisse e le sirene”, omaggio all’arte di John William Waterhouse

John William Waterhouse (Roma, 6 aprile 1849 – Londra, 10 febbraio 1917) è stato un pittore britannico, appartenente alla corrente preraffaellita.

Viene considerato un “Preraffaellita moderno”, in quanto i suoi lavori risalgono a qualche decennio dopo lo scioglimento della confraternita dei Preraffaelliti. La sua pittura infatti subisce da una parte la loro influenza stilistica, e dall’altra quella degli impressionisti suoi contemporanei. I suoi dipinti sono prevalentemente a soggetto mitologico o arturiano.

Una nota curiosa appare nell’ evocativa opera “Ulisse e le sirene”, che Waterhouse dipinge nel 1891, dove le sirene sono presentate come uccelli e non come ibridi di donna e di pesce.

Per comprendere la scelta artistica di Waterhouse occorre partire dalla mitologia classica.

Le sirene erano, secondo il mito, figlie del dio fiume Achelaoo e di una delle muse (Mnemosine, Tersicore o Calliope) e vivevano sull’Isola di Antemoessa , non distante dallo stretto di Scilla e Cariddi (dove giunge Ulisse nel libro XII dell’Odissea).

Cantavano soavemente ai naviganti profezie relative al regno dell’Ade e la loro isola era bianca delle ossa spolpate dei marinai uccisi.

La loro figura era legata a Persefone poiché erano sue antiche compagne di giochi e quando Ade rapì la regina esse furono trasformate in uccelli, per aver assistito inerti a questo ratto.

Il britannico Waterhouse si dimostra conoscitore di  tradizioni artistiche che si rifanno anche all’archeologia classica quando pone la sua attenzione sulla raffigurazione delle sirene in rapporto  all’Odissea.

L’artista rimarca con quest’opera l’immaginario  di matrice classica che voleva queste donne con un corpo alato.

La prima descrizione delle Sirene con coda di pesce si trova infatti solo nel successivo “Liber Monstrorum de diversis generibus” scritto nell’Inghilterra anglosassone nell’alto Medioevo (VIII secolo circa): “Le sirene sono fanciulle marine che ingannano i naviganti con il loro bellissimo aspetto ed allettandoli col canto; e dal capo fino all’ombelico hanno corpo di vergine e sono in tutto simili alla specie umana; ma hanno squamose code di pesce che celano sempre nei gorghi.”

 

“FIKA, un viaggio, una riflessione”, a cura di Carmelo Sciascia

Un bel quaderno di cultura piacentina è stato, ed è, L’Urtiga. Questa rivista comunque non credo possa venirci incontro in merito al problema che andrò ad esporre. Ma, un incontro con qualche animatore instancabile e fattivo di questa stessa rivista, sicuramente potrebbe risultare risolutivo.
Perché una semplice conversazione, con chi possiede una conoscenza filologica, ha il merito di trasformare un incontro, in un confronto intessuto di rimandi, rimandi linguistici e letterari, locali e non. La relazione tra due o più individui, è sempre apportatrice di chiarificazioni, il solipsismo non sempre riesce, perché è difficile rimanere lucidi, quando si conversa con se stessi.
Avrei posto all’ipotetico esperto interlocutore il problema delle influenze linguistiche tra il dialetto piacentino derivato dal ceppo gallico e le lingue scandinave, lingue discendenti dall’antico ceppo germanico. Per capirne, ad esempio, le eventuali analogie: si tratta pur sempre di lingue discendenti di popolazioni barbare che tanta pratica quotidiana avevano in comune. Anche se è vero che tanta storia ne ha modificato la struttura originaria, innestando nuove lingue, proprie di popolazioni provenienti da altri territori. Semplificando: non a caso troviamo nel parlato piacentino, strutture latine insieme a francesismi. Ma può essere il dialetto piacentino nobilitato ed essere accolto come lingua? So di tanti studi in proposito; difficile poterlo affermare. Nemmeno la definizione contenuta nell’art. 1 della “Carta europea per le lingue regionali e minoritarie” ci può aiutare a sciogliere l’enigma.
Facendo comunque un sommario paragone con altri dialetti italiani, può darsi che, tra il piacentino e le lingue scandinave una qualche relazione possa esistere, comune è la radice storico-culturale della civiltà celtica ad esempio. Relazione che sicuramente non può avere e non ha il siciliano, cui l’UNESCO ha riconosciuto lo status di lingua madre, discendente direttamente dal latino volgare e prima lingua letteraria italiana con la Scuola siciliana, già nel XIII secolo.
Ha dato sulla lingua ed il dialetto, una definizione che taglia la testa al toro, il linguista lituano Max Weinreich: “una lingua è un dialetto con un esercito ed una marina“.
E preso atto che Piacenza non ha un esercito e nemmeno una marina che, tra l’altro, difficilmente potrebbe avere non avendo sbocchi al mare (al limite una flotta fluviale), non può essere tenutaria di una lingua, ma semplicemente di un dialetto. Possiamo ritenere il piacentino un dialetto o se vogliamo, potremmo darle una definizione più aulica e cioè considerarla una “lingua locale minoritaria”.
C’è un modo di dire, un intercalare, che i piacentini amano ripetere spesso.
È un intercalare che non ha nulla a che vedere con il suo significato lessicale. Come per i tanti modi di dire di varie parti d’Italia che fanno riferimento a parti anatomiche ed intime dell’uomo o della donna. Sono entità linguistiche munite di vita propria che di tanto in tanto fanno capolino nei discorsi quotidiani, discorsi comuni che nulla hanno di volgare, avendo perso il loro primitivo riferimento.
Un po’ come per le opere d’arte che al di là di ciò che rappresentano, restano avulse, distaccate dalla rappresentazione grafica, acquistano un diverso significato. Esempio classico “L’origine del mondo” di Gustave Courbet. Un quadro che nonostante una grafica esplicita non ha nulla di pornografico, grazie alla tonalità cromatica il messaggio diventa qualcosa d’altro: il significato anatomico si trasforma in messaggio allegorico. L’eros come rappresentazione della fecondità. L’origine del mondo diventa rappresentazione della forza creatrice generatrice di vita.
Così per le opere letterarie, in primis il nostro Dante Alighieri: “Al fine de le sue parole il ladro – le mani alzò con ambedue le fiche, gridando: Togli, Dio, ch’a te le squadro!” (Inferno, canto XXV).
Sul significato del gesto non vi è alcun dubbio, è una rappresentazione di un gesto che qualcuno definisce scurrile come quello cui le femministe ci mostreranno secoli appresso, accompagnando la rappresentazione gestuale con l’esplicita indicazione del possesso e della personale gestione.
Spunto di questa riflessione un volantino, che mi veniva offerto gentilmente dalle mani di una ragazza bionda ed alta, un prototipo di ragazza scandinava come siamo abituati a rappresentarcela nell’immaginario collettivo, infatti ero in Svezia, a Stoccolma, precisamente.

FIKA, l’esempio della felicità svedese

Il termine FIKA, intestazione del volantino, mi catapultava a Piacenza, al modo di dire, di intercalare. Tipica locuzione per rendere più incisiva un’espressione, rendere più colorita una qualsiasi affermazione. Come meravigliarsi, organi sessuali sono presenti nel linguaggio di tanti altri dialetti nazional-popolari.
Fika. Termine tante volte sentito pronunciare per le strade cittadine, termine nobilitato in poesia: l’abbiamo visto citato in Dante ed in tanta altra letteratura precedente e conseguente.
In pittura è stata rappresentata infinite volte (come non pensare agli affreschi pompeiani), come graffiti preistorici la ritroviamo nelle mura e nei cessi pubblici di ogni luogo dell’intero mondo creato ed abitato.
A proposito di Pompei: chi l’avrebbe mai detto che a Stoccolma il caffè è più apprezzato che a Napoli?
Fika con la cappa, da noi è indifferentemente scritto e pronunciato con la g o con la c, solo che con la k cambia completamente di significato: diventa un invidiabile stile di vita!
Fika è un happy hour, un break coffee, una pausa di lavoro, ma anche andare… ad un appuntamento.
Comunque al di là di qualsiasi facile ironia, abbiamo bisogno oggi di rallentare i ritmi frenetici dei nostri tempi, abbiamo bisogno di pause per vivere più serenamente, per riflettere, per apprezzare le tante piccole grandi cose che la vita ci offre. A Piacenza ogni volta che ci troviamo a pronunciarlo o a sentirlo, ricordiamoci il significato germanico della lingua scandinava, perché abbiamo bisogno, per dirla in svedese e come gli svedesi, oggi più che mai di FIKA!

Fika è un verbo svedese che significa “uscire a bere caffè”, solitamente accompagnato da un dolce. La parola è un esempio dello slang del XIX secolo dove le sillabe di una parola vengono invertite: fika deriva in effetti da kaffi, termine svedese arcaico che indica il caffè (oggi kaffe). Il fika è un’istituzione sociale in Svezia: significa prendere un caffè con i colleghi, gli amici o la famiglia, può indicare una pausa di lavoro, ma anche andare ad un appuntamento. La Svezia è tra i maggiori consumatori di caffè al mondo e la pratica di prendere una pausa caffè è molto importante nello stile di vita svedese. Sebbene il fika possa implicare “prendersi una pausa dal lavoro”, spesso in questo caso si usa il termine, più enfatico, fikapaus (pausa caffè) o fikarast (break per il fika). Fika può anche significare semplicemente prendere un caffè con un amico al bar. Il termine implica bere caffè, quindi mangiare un tramezzino al bar non è fika; d’altro canto è comune bere del tè, mentre i più giovani possono bere limonata drink analcolici o latte al posto del caffè. Nonostante questo, un vero fika richiede il caffè.  [ immagine di Stephen Arnold ]

“Aspettando le navi”, omaggio all’arte di Walter Langley

Walter Langley (Birmingham, 8 giugno 1852 – Penzance, 21 marzo 1922) è stato un pittore inglese fondatore della scuola di Newlyn di pittori en plein air.

Politicamente tendente a sinistra per la sua epoca, è famoso per il suo realismo nelle rappresentazioni della classe lavoratrice, in particolare dei pescatori e delle loro famiglie

La citazione in Arzyncampo permette di ricondurre al tema della rappresentazione sociale particolarmente caro agli artisti della Confraternita dei preraffaelliti.

In proposito merita la citazione Ford Madox Brown con il suo dipinto Addio all’Inghilterra, ispirato dall’emigrazione in Australia nel 1852 dello scultore Thomas Woolner. Altri esempi dell’attenzione dei Preraffaelliti al tema dell’emigrazione, particolarmente sentito in Inghilterra in quel periodo, sono i dipinti Aspettando le navi (1885) del quasi iperrealista Walter Langley, Il saluto alla partenza (1860) dell’irlandese George Barnard O’Neill e l’intenso Emigranti (1873) di James Tissot. Altri temi sociali affrontati dai Preraffaelliti furono quelli del lavoro, esemplificato ancora una volta da Brown nel suo Il lavoro (1852-1863), e quello della rivolta al modello capitalista, che ritenevano responsabile del decadimento e della volgarizzazione dell’arte e del buon gusto del periodo.

“La Camera di Consiglio (Brian Rose II)”, omaggio all’arte di Sir Edward Burne-Jones

La minaccia della guerra la speranza della pace / I regni corrono pericoli e si accrescono / Dormono e aspettano il giorno successivo / Quando il Fato avrà tolto la sua catena (poesia di W. Morris)

Sir Edward Coley Burne-Jones (Birmingham, 28 agosto 1833 – Londra, 17 giugno 1898) è stato un pittore britannico, tra i maggiori rappresentanti della corrente dei Preraffaelliti in Inghilterra, la cui arte risentì delle influenze di Dante Gabriel Rossetti nel periodo giovanile e dell’arte rinascimentale italiana (Botticelli, Ghirlandaio, Michelangelo) nella fase della maturità.

Le opere di Burne-Jones sono l’espressione della corrente artistica detta dell’estetismo, secondo cui l’arte andava valorizzata come un oggetto mistico in grado di stimolare un godimento sensuale. Si trattava questa di una notevole presa di distanze dagli ideali propri di Ruskin e dei primi preraffaelliti.

Nessun artista è stato tanto fedele ai suoi principi quanto lui. Le rocce, il cielo, gli alberi, i personaggi che popolano il «bellissimo, romantico sogno» del Maestro Preraffaellita non appartengono al nostro mondo, bensì costituiscono una dimensione a sé stante, in bilico tra il magico, l’onirico ed il fanciullesco.

Si può quindi affermare che questo suo stile estetizzante e simbolista, che per alcuni aspetti prelude alle forme dell’art noveau, sia frutto di questo suo mondo particolare, venutosi a creare quando il Burne-Jones era ancora un fanciullo. Egli, in effetti, non rendeva la propria arte come una fiacca e pedissequa riproduzione del reale, bensì la trasportava in un mondo fatto di pura bellezza, cromie tendenti al fantastico, raffinati virtuosismi. E finalmente l’arte di Burne-Jones, parzialmente discostatasi dalla religiosità tipicamente preraffaellita, si tinge di umori estetistici: l’unico fine, come postula il principio fondamentale del movimento, diventa «l’arte per il gusto dell’arte».

“Il leone rampante”, omaggio all’arte di William Morris

William Morris (Walthamstow, 24 marzo 1834 – Hammersmith, 3 ottobre 1896) è stato un artista e scrittore britannico.

Fu tra i principali fondatori del movimento delle Arts and Crafts; è considerato antesignano dei moderni designer ed ebbe una notevole influenza sull’architettura e sugli architetti del suo tempo. Ha fondato uno studio di design in collaborazione con l’artista Edward Burne-Jones, e il poeta e artista Dante Gabriel Rossetti che ha profondamente influenzato la decorazione di chiese e case nel ventesimo secolo. Ha dato anche un importante contributo al rilancio delle arti tessili tradizionali e gli annessi metodi di produzione.

Durante il corso della sua vita Morris ha scritto e pubblicato poesie, narrativa, e traduzioni di testi antichi e medievali. È stato una figura importante nella nascita del socialismo in Gran Bretagna, fondando la Lega socialista nel 1884 con la quale si trovò a mediare tra i marxisti e gli anarchici socialisti, spaccatura che infine portò al fallimento della Socialist League.

Morris rimase a lungo in contatto con gli amici di università e con essi fondò la confraternita dei preraffaelliti. Della generale dottrina estetica, Morris abbracciò soprattutto il rifiuto dell’ingerenza industriale nella decorazione e nell’architettura, caldeggiando il ritorno dell’artigianato e del lavoro manuale per riconferire agli artigiani il rango di artisti. Secondo la sua filosofia, l’arte avrebbe dovuto essere accessibile a tutti, elaborata a mano e non avrebbero dovuto trovare classificazioni di merito. In altre parole, l’arte applicata avrebbe dovuto godere della stessa dignità di cui godevano pittura e scultura.

Nel 1861, Morris fondò l’azienda Morris, Marshall, Faulkner & Co. con Rossetti, Burne-Jones, Madox Brown e Webb. Per tutta la vita lavorò ai progetti di questa azienda, che cambiò nome man mano che i suoi soci si avvicendavano. Incoraggiò principalmente la rinascita dell’artigianato nelle sue forme più tradizionali come la pittura su vetro e su carta da parati.

Dopo la parentesi socialista, Morris e Rossetti affittarono una casa in campagna, Kelmscott Manor nell’Oxfordshire. Dopo il ritiro dalla scena politica, Morris si divise tra la sua attività aziendale, la sua casa editrice e l’attività di scrittore. La casa di campagna fu anche teatro della relazione tra l’amico Rossetti e la moglie Jane, che lo portò a cercare conforto nell’amicizia con Georgiana Burne-Jones.

“Stonehenge”, omaggio all’arte di William Trost Richards

William Trost Richards (Filadelfia, 3 giugno 1833 – 17 aprile 1905) è stato un pittore statunitense.

Fu un paesaggista moderatamente apparentato sia con la Hudson River School che con il movimento americano ispirato ai Preraffaelliti. La sua tecnica preferita fu l’acquarello, che applicò sino alla perfezione.

Il 1870 fu l’anno della sua produzione più ricca e significativa di acquarelli, con le straordinarie e apprezzatissime viste delle White Mountains, nel New Hampshire, di cui molte sono ora conservate nelle collezioni del Metropolitan Museum of Art.

Richards rifiutò la visione romantica e stilizzata degli altri pittori della Hudson River School, e insistette sul principio di una pittura meticolosamente realistica: le sue viste delle White Mountains, infatti, nel loro realismo, sono praticamente delle fotografie. Durante gli ultimi anni di attività, invece, Richards si dedicò quasi esclusivamente alle marine, eseguite sempre con l’acquarello.

“L’inondazione”, omaggio all’arte di John Everet Millais

Sir John Everett Millais, RA (Southampton, 8 giugno 1829 – Londra, 13 agosto 1896), è stato un pittore e illustratore inglese dell’età vittoriana, cofondatore della Confraternita dei Preraffaelliti.

Fortemente orientato ai temi sociali e all’attenzione naturalistica nella prima fase della sua produzione artistica, in seguito al matrimonio con Effie Gray cambiò stile tanto da meritare l’accusa di essere divenuto commerciale in nome di fama e ricchezza. Non è implausibile che il mutamento di stile sia stato dovuto anche alla necessità di mantenere la sua nuova famiglia. Tra i suoi sostenitori, i più accesi individuarono influenze degli impressionisti, in particolare di James Whistler e, nel suo saggio Pensieri sull’arte di oggi (Thoughts on our art of Today) del 1888, Millais indicò come modelli pittori quali Diego Velázquez e Rembrandt, rinnegando completamente il suo passato di preraffaellita.

 

“Il risveglio della coscienza”, omaggio all’arte di William Hunt

William Holman Hunt, nome d’arte di William Hobman Hunt (Londra, 2 aprile 1827 – Londra, 7 settembre 1910), è stato un pittore inglese, cofondatore della Confraternita dei Preraffaelliti.

Le opere di Hunt, nonostante l’iniziale diffidenza, vennero elogiate dal gruppo dei preraffaelliti per la grande attenzione al dettaglio, l’uso vivace del colore e il loro complesso simbolismo: profondamente colpiti soprattutto da quest’ultimo aspetto furono John Ruskin e Thomas Carlyle, critici ufficiali del movimento pittorico, secondo i quali Hunt riusciva efficacemente a dar voce al principio secondo il quale tutto l’esistente è un simbolo che sottende ad un significato profondo. Hunt sposò in toto questa linea di pensiero, arrivando a dichiarare che nelle sue intenzioni l’unico scopo dell’arte era quello di rivelare la corrispondenza tra il segno e l’essenza, e rimanendo fedele al pensiero dei preraffaelliti fino alla fine della propria vita e della propria carriera, nonostante la morte o l’allontanamento degli altri membri.