About arzyncampo

14 febbraio 1954, bassa pianura emiliana, Fiorenzuola d'Arda, quell'era le debut. Oggi vivo e lavoro a Piacenza. Giornalista pubblicista, il destino ha voluto mi impegnassi in tuttaltro campo, al servizio dei cittadini nella sanità pubblica. Tuttavia scrivere, per me, é vitale, divertente, essenziale, un mezzo per esprimere la mia presenza nel mondo e dir la mia. Così dal giornalismo sono passato, per passione e non per lavoro, alla poesia, alla narrativa, ai resoconti, agli appunti ovunque e su tutto, fino alla scoperta del blog. Basta scrivere, appunto, per dire di aver qualcosa da dire alla gente di questo nostro mondo. Fin quando avrò una penna, ci sarò.

A Fontanellato tra i viali di bambù del Labirinto della Masone il Minotauro t’invita ad un giro di valzer

L’ingresso della realizzazione architettonica detta il Labirinto della Masone (o l’uscita, dipende dall’interpretazione soggettiva ma attenzione: se si sceglie d’entrare non riesci ad uscire e se esci per entrare quantomeno ti devi voltare)

In attesa della mostra che a Palazzo Farnese ci porterà all’interno dell’avventura del condottiero Annibale, eccoci a raccogliere l’invito a Fontanellato (Pr) in un luogo che si preannuncia suggestivo e genera curiosità già nel nome, il “Labirinto della Masone“. Una mostra di libri illustrati da grandi artisti dell’Ottocento e del Novecento, a poca distanza dalla Rocca Sanvitale, il maniero che svetta in paese. Venti tranquilli minuti d’autostrada fino a Fidenza, dopodiché ci si affida al navigatore (che, se non esistesse, saremmo persi, peggio d’un labirinto, per l’appunto) per farci portare in aperta campagna e, quando ormai si pensa che il satellite là in alto nello spazio abbia bevuto, grazie al cielo incrociamo un anziano a passeggio col cane. “Il labirinto? Andate sempre dritto e dopo quelle due case che si vedono a trecento metri, c’arrivate dritti dritti“.

L’intera realizzazione: il labirinto con la centro la piramide. In basso l’area cortilizia con il ristorante e, sulla destra, l’ingresso per la biglietteria e le mostre

Piuttosto perplessi proseguiamo, chiedendoci come può essere che una mostra sia in un ‘semplice’ casolare di campagna ma, passate le due case coloniche, una a destra e una a sinistra della strada, fatti un altro centinaio di metri, ecco apparire alla nostra destra un lungo diciamo cespuglio di strane piante (scopriremo che si tratta di bambù) che nasconde una realizzazione diciamo … degna di attenzione. Con nascosti, dietro alle foglie, un pullman e parcheggi a destra e sinistra con almeno un centinaio di auto dove, considerato il carattere comunque èlitario della mostra, ci saremmo aspettati non più di una decina massimo venti persone.

Una sala dedicata all’epoca napoleonica (mostra permanente)

Invece ci ritroviamo nel bel mezzo di un luogo realizzato per eventi molteplici che potrebbero permetterti di passare l’intera giornata. Bar, ristorante, emporio sono nel primo cortile oltre, sulla destra, l’ingresso per la biglietteria e la salita al piano superiore per la mostra temporanea oltre alle sale con la collezione d’arte e i libri pubblicati (diversi ormai introvabili) da Franco Maria Ricci nel corso della sua filantropica carriera d’editore de luxe (difficile trovarne uno che costi meno di 80 euri).

Sempre a proposito di labirinti: il ballo del minotauro

Del resoconto della visita alla mostra temporanea già si è dato cenno nel post di domenica, qui si riporta qualche immagine della collezione peraltro non potendo tacere dell’esorbitante costo del biglietto d’ingresso: € 18,00 a persona che sono veramente un botto. Fermo restando che, data la vicinanza col Natale, il botto è con lo sconto, il danno si limita a € 10,00 salvo domandarci se il prezzo intero comprenda anche il passaggio oltre il primo cortile, laddove ci si avventura (e magari ci si smarrisce) nel labirinto (il più grande del mondo realizzato con piante di bambù) per arrivare ad una costruzione a piramide (forse l’81enne Franco Maria Ricci si sogna Faraone ed ha messo le mani avanti per quando sorella Morte busserà alla sua porta?).

Nel medioevo molti labirinti sono presenti intorno alle chiese some simbolo del cammino verso Dio

Sono più di venti le specie di bambù che sono presenti, provenienti da un ricchissimo vivaio francese. Ma perché il bambù? Capriccio intellettuale dell’eccentrico editore parmigiano? Maccchè, la scelta è ricaduta sul bambù perché, ci spiegano, secondo Ricci si tratta di una pianta meravigliosa: cresce veloce, non si ammala, non teme il freddo e assorbe moltissima anidride carbonica. E in più è raffinata. Nel 2004 ecco qui a Fontanellato le prime piante e nel 2006 il labirinto era bello pronto. Quanto invece al senso del labirinto, che dire? Secondo Roland Barthes il labirinto ha la forma tipica dell’incubo infantile: voler raggiungere l’essere amato (magari la propria madre, che si trova al centro) e non riuscire a farlo. Ma non solo.

A sbagliar percorso, andando per labirinti, si rischia di finir male: chi alberga tra tutte quelle piante di bambù? Molto meglio non lo scoprire

In epoca medioevale i labirinti che troviamo nelle pavimentazioni delle chiese o al loro esterno, rappresentano il cammino simbolico dell’uomo verso Dio e spesso il centro del labirinto rappresenta la “città di Dio”. La funzione del labirinto dunque è quella di essere un simbolo del pellegrinaggio o del cammino di espiazione: spesso veniva percorso durante la preghiera e aveva la validità di un pellegrinaggio per chi non poteva intraprendere un vero viaggio. Alla fine però rimase semplicemente luogo per i giochi dei bambini, quindi luogo senza senso e come tali vennero abbamdonati o smantellati. Se ne appropriarono i nobili, per giochi ludici e dobbiamo aspettare l’era moderna per un ‘ritorno’ tra cui appunto la realizzazione di Fontanellato.

Per servire a tavola, pane in testa e coccodrillo al vassoio, il cameriere dev’essere in gamba

Per quanto ci riguarda noi due, io e Dalila, giunta l’ora del tramonto, concluse le visite alle mostre, salassati dal passaggio al bookshop, del labirinto ci facciamo un baffo e abbandoniamo il luogo suggestivo ma, se la vita ce lo permetterà, di certo qui torneremo e tra i viali circondati dal bambù ci avventureremo: come ci rivela la ragazza della biglietteria just no problem, “basta chiedere e per tutti una mappa in dotazione”. Bello e buono ma la suggestione del periglio e della dispersione dove la mettiamo? Insomma, arrivederci Fontanellato senza negarci, alla prossima, una visita alla Rocca Sanvitale ove c’aspetta un’opera del Parmigianino, augusto artista figlio del territorio maestro della pittura emiliana.

Giunta l’or del tramonto, usciamo dal portone sussurrando ciao, arrivederci magione di Fontanellato

 

 

“La mia morte é solo morte non chiamata ma toccata in sorte”, lirica di Claudio Arzani

Alcuni dipinti (ne riporto uno) esposti nel Labirinto della Masone di Franco Maria Ricci a Fontanellato, mi riportano a questa mia composizione, pubblicata in “Vietato attraversare i binari Servirsi del sottopassaggio”, Vicolo del Pavone editore, 2009 (titolo originale “L’anelito alla gloriosa morte del valoroso sconosciuto soldato ignoto e senza nome spesso ispira poesia”)

Un giorno anche se non l’aspetti
[ ma se ci badavi magari l’evitavi ]
incontri di faccia la tua morte.
La mia morte
non ha cappuccio non ha mantello
non ha falce nè volto bello
la mia morte
toccata in sorte
poverina manco è cadaverina
la mia morte
non rispetta e non paga canoni
vive libera, fuor di stereotipi
la mia morte
non è buona morte
non è cattiva né orrenda morte
la mia morte
é solo morte
non chiamata ma toccata in sorte
luce abbagliante accesa
protesa fiammella traballante
dal minimo soffio offesa
non é mancanza di rispetto
ma t’ignoro o mia morte,
resta chiusa fuor nella corte
scusa tanto ma ti rigetto
non s’hanno d’aprire quelle porte
non é ancor ora della cattiva sorte.

Il Labirinto della Masone ospita la collezione d’arte di Franco Maria Ricci, circa 500 opere dal Cinquecento al Novecento

“Delacroix, Manet, Picasso, Matisse: Pagine da collezione”, mostra al Labirinto della Masone a Fontanellato fino al 24 marzo

I libri che sono nati per essere opere d’arte a sè stanti, per essere letti, ammirati, sfogliati in edizioni limitatissime destinate a pochi collezionisti. Tra questi Corrado Mingardi che ha donato  la sua collezione ricca di centosessanta libri alla Fondazione Cariparma, molti dei quali possono essere ammirati fino al 24 marzo (esclusi i martedì) nella mostra allestita al ‘Labirinto della Masone’, il parco culturale realizzato da Franco Maria Ricci poco prima delle porte di Fontanellato, in aperta campagna. 5000 metri quadrati destinati alla collezione d’arte di Franco Maria Ricci (circa 500 opere dal Cinquecento al Novecento) e a una biblioteca dedicata ai più illustri esempi di tipografia e grafica.

L’illustrazione di Eugène Delacroix del Faust di Goethe

  La mostra parte dall’Ottocento: nelle sale allestite ci accolgono Delacroix che illustra il Faust di Goethe e Manet con Il corvo di Poe, ma a seguire ecco Toulouse Lautrec che fa rivivere il caffè chantant con Yvette Guilbert e ancora Gustave Courbet che accompagna le pagine di Baudelaire.

Manet e Allan Poe per il poema “Il corvo”

Una vera sorpresa che gratifica il blogger per aver, del tutto casualmente, riportato in Arzyncampo il poema di Poe proprio nei giorni scorsi per cui … doppio omaggio all’artista francese con le sue riproduzioni dell’uccello un pò magico, un pò dannato, amico delle streghe, protagonista di storie ricche di mistero.

Ancora il magnifico uccello dalle penne nere rappresentato da Manet

Si strabuzzano gli occhi, non a caso, di fronte alle incisioni in legno su disegni di Edward Burne-Jones che illustrano l’opera di Geoffrey Chaucer e ci riportano in un’atmosfera divisa tra Dante e Boccaccio che, alla fine del percorso della mostra, possiamo ‘prenderne possesso’ acquistando il volume realizzato dall’editore per rendere omaggio a tutte le opere donate da Corrado Mingardi. Un vero e proprio gioiello che va ben oltre al consueto semplice catalogo e purtroppo un gioiello anche nel prezzo ma si sa, l’arte costa cara, il piacere dello sfogliarla e ammirarla anche dopo, comodamente seduti nel divano di casa illuminati dalle lucine dell’albero natalizio, val bene un sacrificio.

L’esposizione prosegue con il Novecento, l’epoca d’oro del libro d’artista. A partire dalle litografie di Pierre Bonnard, mescolate in maniera imprevedibile ai versi di Parallélement – raccolta di poesie erotiche di Paul Verlaine – per continuare con le Avanguardie. È con la loro volontà di emanciparsi dalle forme canoniche che l’oggetto libro si trasfigura, diventando una forma d’arte autonoma, alla stregua dei quadri e delle sculture. Sono in particolare i futuristi italiani, DePero in testa, a offrire gli esempi più estremi di questa scandalosa libertà, con i loro libri che impiegano non solo carta ma anche latta e bulloni.

August Rodin illustra il romanzo di Octave Mirbeau

Fino ad arrivare alla fioritura dei decenni tra il 1930 e il 1960, che ha per protagonisti i pittori dell’École de Paris: tra gli altri Picasso, Matisse del quale viene esposto anche lo stupendo Jazz, ritenuto il capolavoro assoluto dei libri d’artista.

Inevitabile anche la citazione all’opera di Georges Braque con l’omaggio al compagno d’armi Apollinaire ricordando che i poemi scelti per l’illustrazione da Braque furono composti tra il dicembre 1914 e il settembre 1915 al fronte e sono canti d’amore ancora più struggenti perchè il contatto con la morte era quotidiano,

Georges Braque ha illustrato “si je mourais là-bas” di Guillame Apollinair

Citazione infine per l’opera di un trattato di architettura di Le Courbusier: semplice trattato o l’opera di un pittore visionario? Un manifesto, forse. L’abbozzo di un mondo in cui l’armonia universale si applica a tutte le cose e riconcila la natura con le costruzioni degli uomini. Insomma, una mostra che conferma un dato: i libri non si limitano a raccontare, possono diventare arte e parlare al cuore degli uomini. Come succede a Fontanellato, nella stupenda, visionaria realizzazione, il Labirinto della Masone, voluto dall’editore Franco Maria Ricci, 81 anni vissuti in nome dell’arte.

le courbusier

 

“Carillon”, lirica di Francesco De Girolamo, poeta in Roma

Dipinto di Rafal Olbinski

Sogni di camminare sui lustrini
in una camera di carta rosa,
a piedi nudi, in cerca di qualcosa
che si nasconde forse dietro l’ombra.
Respiri piano, quasi a non svegliare
gli angeli-ballerine accoccolate
sui sofà del salotto scintillante,
cui i tuoi soffi solleticano il cuore.
Vorresti essere chiuso in uno scrigno,
come un anello che si vuol serbare
dal tempo, pur senza valore:
un po’ di latta e vetro colorato.
Hai un carillon nel petto che tintinna
sempre la stessa nota, ed una lacrima
ti solca il viso, come ad un bambino
cui si è rotto il giocattolo più amato.
Ti sforzi di vedere oltre le cose,
ma scorgi solo la bigiotteria
della vita, odor di cipria stinta,
tende lise, cuscini in simil-seta,
sedie zoppe, tappeti impolverati,
visi di un rosa finto, ricoperti
da vecchi fondotinta a buon mercato.
Chiedi aiuto a una madre sconosciuta,
ad un amico, al principe, al custode
dei tuoi libri di fiabe spaginati.
Sei come una moneta fuori corso,
dimenticata un giorno in un cassetto:
un po’ più luccicante delle altre,
ma che nessun mercante può accettare
per il frutto più acerbo.

 

“Non chiedermi il perché”, lirica d’amore di Catherine (Calcagni) La Rose, poeta in Roma

Oil by Serge Marshennikov

Prima di liberare parola
chiediti il perché
mi duole anche
e costantemente il cuore
da sprigionare fragilità
in un buco nero tra le stelle

Castigata ad un corpo senz’anima
fuggo dalla realtà
forse una realtà
solo mia
inanime sospiro
di poesia

Anche se…
mi par di morire
in questa mezza vestaglia di vita
che mi sveste
non trattengo
e non chiedermi il perché

Una volta ancora
stiamoci accanto in silenzio
a riempirci di sorsi d’alba gli occhi
concedere alla magia delle farfalle
la leggiadria danza su di noi
all’autunno foglie morte spazzare
una bora piena di battiti

E non dovrai più così
chiedermi l’oceanico perché
perché solo allora
mi riprenderò
tra la neve sciolta al cuore
l’anima persa.

Al mal d’amore non si dà tormenta
che già di suo lo fa
e perché
non ha tanto crepa penetrabile
quella sottile linea grigia di compassione
da guarire

 

“Il corvo”, poema di Edgar Allan Poe (1809-1849), traduzione di Ernesto Ragazzoni

La picchiata del corvo imperiale, olio su tela, di Paolo Paolucci

Una volta, a mezzanotte, mentre stanco e affaticato
meditavo sovra un raro, strano codice obliato,
e la testa grave e assorta — non reggevami piú su,
fui destato all’improvviso da un romore alla mia porta.
«Un viatore, un pellegrino, bussa — dissi — alla mia porta,
                          solo questo e nulla più!»

Oh, ricordo, era il dicembre e il riflesso sonnolento
dei tizzoni in agonia ricamava il pavimento.
Triste avevo invan l’aurora — chiesto e invano una virtù
a’ miei libri, per scordare la perduta mia Lenora,
la raggiante, santa vergine che in ciel chiamano Lenora
                          e qui nome or non ha più!

E il severo, vago, morbido, ondeggiare dei velluti
mi riempiva, penetrava di terrori sconosciuti!
tanto infine che, a far corta — quell’angoscia, m’alzai su
mormorando: «È un pellegrino che ha battuto alla mia porta,
un viatore o un pellegrino che ha battuto alla mia porta,
                          questo, e nulla, nulla più!».

Calmo allor, cacciate alfine quelle immagini confuse,
mossi un passo, e: «Signor — dissi — o signora, mille scuse!
ma vi giuro, tanto assorta — m’era l’anima e quassù
tanto piano, tanto lieve voi bussaste alla mia porta,
ch’io non sono ancor ben certo d’esser desto». Aprii la porta:
                          un gran buio, e nulla più!

Impietrito in quella tenebra, dubitoso, tutta un’ora
stetti, fosco, immerso in sogni che mortal non sognò ancora!
ma la notte non dié un segno — il silenzio pur non fu
rotto, e solo, solo un nome s’udì gemere: «Lenora!»
Io lo dissi, ed a sua volta rimandò l’eco: «Lenora!»
                          Solo questo e nulla più!

E rientrai! ma come pallido, triste in cor fino alla morte
esitavo, un nuovo strepito mi riscosse, e or fu sì forte
che davver, pensai, davvero — qualche arcano avvien quaggiù,
qualche arcan che mi conviene penetrar, qualche mistero!
Lasciam l’anima calmarsi, poi scrutiam questo mistero!
                          Sarà il vento e nulla più!

Qui dischiusi i vetri e torvo, — con gran strepito di penne,
grave, altero, irruppe un corvo — dell’età la più solenne:
ei non fece inchin di sorta — non fe’ cenno alcun, ma giù,
come un lord od una lady si diresse alla mia porta,
ad un busto di Minerva, proprio sopra alla mia porta,
                          scese, stette e nulla più.

Quell’augel d’ebano, allora, così tronfio e pettoruto
tentò fino ad un sorriso il mio spirito abbattuto:
e, «Sebben spiumato e torvo, — dissi, — un vile non sei tu
certo, o vecchio spettral corvo della tenebra di Pluto?
Quale nome a te gli araldi dànno a corte di Re Pluto?»
                          Disse il corvo allor: «Mai più!».

Mi stupii che quell’infausto disgraziato augello avesse
la parola, e benché quelle fosser sillabe sconnesse,
trasalii, ché, in niuna sorta — di paese fin qui fu
dato ad uom di contemplare un augel sovra una porta,
un augello od una bestia aggrappata ad una porta
                          con un nome tal: «Mai più!».

Ma severo e grave il corvo più non disse e stette come
s’egli avesse messo tutta quanta l’anima in quel nome:
sovra il busto, appollaiato — non parlò, non mosse più
finché triste ebbi ripreso: «Altri amici m’han lasciato!
il mattin non sarà giunto ch’egli pur m’avrà lasciato!».
                          Disse allor: «Mai più! mai più!».

Scosso al motto ch’or sì bene s’era apposto al mio pensiere,
«Certo, — dissi, — queste sillabe sono tutto il suo sapere!
e chi a tale ritornello — l’addestrò, forse quaggiù
sarà stato sì infelice ch’ogni canto suo più bello
come un requiem, non aveva ogni canto suo più bello
                          a finir che in un mai più

Ma un pensier folle ancor voltomi a un sorriso il labbro torvo:
scivolai su un seggiolone fino in faccia al busto e al corvo,
e qui, steso nel velluto — presi intento a studiar su
cosa mai volesse dire quel ferale augel di Pluto,
quel feral, sinistro, magro, triste, infausto augel di Pluto
                          col suo lugubre: «Mai più!».

Così assorto in fantasie stetti a lungo, e sempre intento
all’augello i di cui sguardi mi riempivan di spavento,
non osai più aprire labro — sprofondato sempre giù
fra i cuscini accarezzati dal chiaror di un candelabro
fra i cuscini rossi ov’ella, al chiaror di un candelabro,
                          non verrà a posar mai più!

Allor parvemi che a un tratto si svolgesse in aria, denso
e arcan, come dal turibolo d’un angelo, un incenso.
«O infelice, dissi, è l’ora! — e infin ecco la virtù
e il nepente che imploravi per scordar la tua Lenora!
Bevi, bevi il filtro e scorda! scorda alfin questa Lenora!»
                          Mormorò l’augel: «Mai più!».

«O profeta — urlai — profeta, spettro o augel, profeta ognora!
o l’Averno t’abbia inviato — o una raffica di bora
t’abbia, naufrago, sbalzato — a cercar asil quaggiù,
in quest’antro di sventure, di’ al meschino che t’implora,
se qui c’è un incenso, un balsamo divino! egli t’implora!»
                           Mormorò l’augel: «Mai più!».

«O profeta — urlai — profeta, spettro o augel, profeta ognora!
per il ciel sovra noi teso, per l’Iddio che noi s’adora
di’ a quest’anima se ancora — nel lontano Eden, lassù,
potrà unirsi a un’ombra cara che chiamavasi Lenora!
a una vergine che gli angeli ora chiamano Lenora!»
                           Mormorò l’augel: «Mai più!».

«Questo detto sia l’estremo, spettro o augello — urlai sperduto.
Ti precipita nel nembo! torna ai baratri di Pluto!
non lasciar piuma di sorta — qui a svelar chi fosti tu!
lascia puro il mio dolore, lascia il busto e la mia porta!
strappa il becco dal mio cuore! t’alza alfin da quella porta!»
                           Disse il corvo: «Mai, mai più!»

E la bestia ognor proterva — tetra ognora, è sempre assorta
sulla pallida Minerva — proprio sopra alla mia porta!
Il suo sguardo sembra il guardo — d’un dimon che sogni, e giù
sui tappeti il suo riflesso tesse un circolo maliardo,
e il mio spirto, stretto all’ombra di quel circolo maliardo
                           non potrà surger mai più!

 

“I peccati della bocciofila”, romanzo di Marco Ghizzoni, Guanda editore, 2015

Dopo “il cappello del maresciallo” eccoci di nuovo a Boscobasso, bassa lombarda, provincia di Cremona, la città del violino e delle tre T, torrone, torrazzo e tettasse. Placida provincia del BelPaese, tra la nebbia del Po, il caldo afoso che fa aloni sulle camicie sotto le ascelle e gli appettiti dei soliti vecchiacci che non si rassegnano al passar del tempo e, di fronte ad un signor paio di tette, strabuzza gli occhi, sbava peggio d’un cane davanti all’osso negato e si rammarica perchè il coso dentro le mutande ormai pensa ad altro. O dorme i sonni del giusto ignorando la voluttà montante lasciando spazio solo al rammarico e al ricordo. Un dramma. Visto che il bar annesso al bocciodromo di nuova costruzione voluto dal sindaco Ferraroni e dal parroco don Franco è gestito da una coppia di brasiliani. Lui, Antonio Da Silva, il marito, sempre chiuso in cucina, già con un bel paio di cornazze maturate altrove, a Milano, la grande città che proprio per quel paio di corna ha scelto d’abbandonare. Lei, al bancone, la Juliana generosa di una gran bella scollatura: e chi può negarsi al sogno di portarsela a letto? Non certo il Dermille, anzianotto capitano dell’Alma Mater, la squadra delle bocce che vuole qualificarsi per il campionato provinciale. Offre da bere, beve a sua volta senza limiti, per ingraziarsi la bella banconiera ma quella fa la smofiosa col bel Rinaldi, giovane e prestante, simil Alain Delon, la gelosia la fa da padrona, ecco la rissa, il bel Rinaldi molla un cazzottone che manda a terra il capitano della squadra. Anzi, il Dermille finisce con la testa proprio sulle scarpe di maresciallo Bellomo, appena entrato nel bar destinazione bagno per una sana pisciata. Salva così la crapa ma intanto nessuno ha capito e visto la causa dello scontro, il maresciallo non sa letteralmente che pesci prendere mentre l’Antonio sussurra nell’orecchio dell’appuntato Cannizzaro che è scomparso l’incasso della serata. Vicende, boccaccesche ma non troppo, che s’intrecciano con le storie della bella Elena e quelle della di lei madre, la Franca, la perpetua che, ormai alle soglie dei sessanta, riscopre quel vecchio amore giovanile per il Raffaele, l’oste nel frattempo cresciuto di chili e di pancia. Per tacere del Mancuso, ancora giovane brigadiere che, mentre altri miseramente falliscono, s’intrufola nel talamo della sessantenne Gigliola a scaldarle notti tra sudore e bollori. Il tutto intrecciato con le indagini del Bellomo, il successivo avvenelamento del Dermille, la squadra che perde la partita della vita ma il sindaco presenta ricorso alla FIB per la ripetizione della stessa. Insomma, 320 pagine di risate, colpi di scena, una suspence che ti trascina pagina dopo pagina senza capacità di mollare la lettura per abbandonarti nelle braccia di Morfeo.

“Prostituta allo specchio”, “Cristo e gli apostoli”, “I tre giudici”, “Veronica”: omaggio all’arte di Georges Rouault, pittore del gruppo fauve (1871-1958)

Prostituta allo specchio, olio su tela di Georges Rouault

Georges-Henri Rouault diede dignità nei suoi quadri ai diseredati della Francia della prima metà del XX secolo. “Pentitevi e chiedete perdono a Dio per i vostri peccati!” è ciò che consigliava ai giovani artisti quando gli chiedevano cosa dire a quanti intraprendevano quella carriera.

Nato nel 1871 in una cantina di Parigi in cui sua madre si era rifugiata per sfuggire alle bombe contro la Comune. Da suo padre, ebanista, imparò l’amore per il lavoro coscienzioso, mentre suo nonno lo introdusse alla pittura con artisti come Manet.
A 25 anni si convertì al cattolicesimo ed iniziò una serie di quadri a tema religioso, e con uno di loro, “Il bambino Gesù fra i dottori”, ottenne un premio.

Cristo e gli apostoli, olio su tela di Georges Rouault

I protagonisti delle opere di Rouault erano personaggi marginali o di aspetto indesiderabile, come prostitute, artisti di circo, giudici e aristocratici dall’aspetto ripugnante. Al riguardo dirà: “Se ho fatto dei giudici figure tanto deplorevoli, è perché traducevo senza dubbio l’angoscia che provo alla vista di un essere umano che giudicherà altri uomini”.

I tre giudici, olio su tela, di Georges Rouault

Rouault è stato un cronista del suo tempo al momento di ritrarre coloro che tutti disprezzavano. Le sue prostitute riflettono quindi tutta l’immoralità e la depravazione alle quali si vedevano sottoposte tante donne per mandare avanti la famiglia nella Francia degli inizi del XX secolo. Cerca di mostrare la vita da una prospettiva cristiana che porta a impregnare di oscurità le sue tele che, oltre a tristezza, mostrano una profonda pietà di fronte alla devastante miseria umana. Quando una volta gli chiesero perché dipingeva cose brutte, la sua risposta fu che l’approccio cristiano non è pessimista né ottimista, semplicemente realista.

Veronica, olio su tela, di Georges Rouault

 

 

In ascolto! Parla il Duce: riflessioni (3) a margini della mostra “Il Regime dell’Arte – Il Premio Cremona 1939-1941”

Ma ritornerà pieno di gloria (particolare), olio su tela di Angelo De Bernardi

L’ideologia fascista si identificava nella fede cieca nella nazione, sintetizzandosi nel motto: Credere, Obbedire, Combattere, che accompagnava la visione eroica della guerra, proposta in modo sempre più ossessivo come naturale vocazione di un popolo dinamico.
Più che le idee, innovative furono le tecniche di condizionamento con le quali i grandi interessi che stavano dietro l’ideologia e il regime totalitario fascista riuscirono a condizionare non solo i ceti medi ma anche il proletariato: la pubblicità, la radio, i giornalini a fumetti e il cinema, le celebrazioni e le manifestazioni di massa, i dialoghi dal balcone del duce al popolo radunato in piazza, la valorizzazione del lavoro manuale attraverso le molteplici interpretazioni del duce.

Ascoltando la radio – Parla il Duce, olio su tela di Luigi Stracciari

I nuovi mezzi di comunicazione, in primo luogo la radio, consentivano di raggiungere direttamente tutti gli italiani nelle proprie case, dalla grande città allo sperduto e remoto casolare di campagna.
I discorsi del duce erano trasmessi simultaneamente nelle scuole, nelle officine, nelle piazze di tutto il paese, attraverso altoparlanti e nella misura in cui venivano ascoltati collettivamente dalle famiglie o da intere comunità erano percepiti come veri e propri eventi.

Le radio Balilla

Quando il fascismo salì al potere, l’Italia non possedeva ancora una rete radiofonica di vaste dimensioni; non c’era ancora nessuna emittente che funzionasse continuatamente e la radiofonia si poteva considerare in via sperimentale. La radio divenne un mezzo di comunicazione di massa durante gli anni ‘30, anni dipresunto massimo consenso raggiunto dal regime. Nel gennaio del 1928 il governo concesse all’Eiar il monopolio di tutte le trasmissioni radio nella penisola. COn il 1930 ogni grandi città aveva la sua emittente e, a partire dal 1933, tutti i programmi importanti erano trasmessi sulla rete nazionale. Nel 1935 il regime cercò di rifornire di apparecchi radio anche le zone rurali per inserire i contadini nel circuito del consenso nazionale. Il governo provvide a che fossero installati numerosi apparecchi, con relativi altoparlanti, in tutte le sedi delle organizzazioni del partito, nei dopolavori, nelle scuole, negli uffici, nelle caserme, nei principali ritrovi pubblici. Per raggiungere i ceti contadini si diede vita persino a un Ente radio rurale.
 Questo vasto piano di diffusione dei posti d’ascolto asicurò al regime ampie possibilità di pianificazione del consenso e di mobilitazione psicologica delle masse, come risultò evidente in particolare durante la guerra d’Etiopia tra il 1935 e il 1936 e, successivamente, in occasione dell’intervento italiano nella guerra civile in Spagna e fianco delle forze franchiste. D’altra parte, per rendere permanente l’opera di persuasione e indottrinamento totalitario attraverso i canali radiofonici, venne stabilito che il controllo sui programmi dell’Eiar fosse di competenza del Ministero di stampa e propaganda.

In ascolto. Parla il Duce (bozzetto), olio su tela di Luciano Ricchetti, opera vincitrice dell’edizione 1939 purtroppo andata smembrata. In mostra esposti i frammenti ritrovati (il volto del padre, la madre con bambino, il volto del piccolo balilla, i due lavoratori affacciati sulla porta)

Un ruolo ancora più rilevante ebbero poi gli strumenti di comunicazione visiva: il cinema, la fotografia, i fumetti per la gioventù, le vignette satiriche, le cartoline postali e la pubblicità.
Nel 1933 l’istituto Luce venne posto alle dipendenze del ministero della cultura popolare con il compito di documentare le opere del regime e di diffonderne le immagini ufficiali attraverso servizi fotografici, film, documentari propagandistici e cinegiornali distribuiti nelle sale cinematografiche.

Discorso della proclamazione dell’Impero ascoltato dalla mia famiglia (particolare), olio su tela di Donato Frisia

 

“Balabiot”, lirica di Michele Prenna, poeta in Varese

Il tram, olio su tela pubblicato in fb da Stefano Galli

C’è questo fuoriditesta
tranquillo e taciturno
attende il bus alla fermata.

Salito siede di fronte
mentre il mezzo riparte.

Ti guarda torvo e inizia
a vomitare insulti.

Ce l’ha col mondo intero
sembra un talk show ambulante
che vuole attaccar briga.

Lo lasci nel suo brodo
guai se ti prende al laccio
tenendoti in ostaggio.

A fine corsa scende
spento ne aspetta un altro
e tu ti senti salvo.