About arzyncampo

14 febbraio 1954, bassa pianura emiliana, Fiorenzuola d'Arda, quell'era le debut. Oggi vivo e lavoro a Piacenza. Giornalista pubblicista, il destino ha voluto mi impegnassi in tuttaltro campo, al servizio dei cittadini nella sanità pubblica. Tuttavia scrivere, per me, é vitale, divertente, essenziale, un mezzo per esprimere la mia presenza nel mondo e dir la mia. Così dal giornalismo sono passato, per passione e non per lavoro, alla poesia, alla narrativa, ai resoconti, agli appunti ovunque e su tutto, fino alla scoperta del blog. Basta scrivere, appunto, per dire di aver qualcosa da dire alla gente di questo nostro mondo. Fin quando avrò una penna, ci sarò.

“Scrivi quando arrivi”, lettera di un padre genovese alla figlia, racconto apparso in facebook

Mi avevi pregato tanto per andare in Sardegna col tuo fidanzato. Ti avevo detto che, fosse stato per me, non ci saresti andata. Però poi ho visto il tuo sorriso mentre programmavi i tuoi itinerari di viaggio, le escursioni, le giornate al mare. Ti ho detto di sí. Dovevi tornare a casa e raccontarmi come fosse stato. Dovevi dirmi che quel ragazzo ti aveva chiesto di sposarlo sulle note di quella canzone che cantavi sempre sotto la doccia, quella che hai messo anche oggi, prima di uscire. Prima di dirmi che mi volevi bene, stringendomi in un abbraccio. Tu con la tua testa sulla mia spalla e io con le mie mani ad accarezzarti quei capelli che non pettinavi mai. “Papà sono ricci”. E non era vero che “ogni riccio, un capriccio”. Per ogni tuo riccio si scatenavano dieci tempeste. Però eri buona. Eri tanto buona. Eri tua madre, senza la sua paura di vivere, con tanta voglia di guardare le cose belle del mondo.
Ti ho dato un bacio sulla fronte “scrivi quando arrivi, prima di prendere il traghetto”. “Scrivi quando arrivi”, era il mio dirti che ti volevo bene, che ero un papà preoccupato, ma felice di vederti felice a tua volta.

Poi ho sentito un boato, forte. Ho pensato a cosa potesse essere stato, ho cercato risposte, poi la notizia. Il ponte crollato, le vittime, era un inferno, dicevano. Ho sperato che mi chiamassi piangendo, dicendomi: “hai visto papà, c’è stato un crollo, ma io sono stata fortunata, avevo già attraversato il ponte” Avrei puntato il dito contro i politici corrotti, la scarsa manutenzione, la noncuranza di chi aveva compiuto una tale mattanza, ma avrei ringraziato di vedere di nuovo i tuoi occhi nocciola.
Ho sperato che tra quei morti non ci fossero i vostri nomi. Ho sperato di non vedervi ridotti ad una riga su un quotidiano.
Vorrei sapere di chi è la colpa, chi si è portato via le tue mani affusolate o le tue magliette sempre a maniche corte. Chissà cosa hai provato. Chissà come ti stava il terrore addosso.
Mai avrei pensato di poter avere cucita su di me la consapevolezza che fosse finita e che non avresti avuto più possibilità dalla vita. Niente laurea. Niente nuovi posti del mondo da fotografare, niente più “ti scrivo quando arrivo, papà”.

E mi chiedo come staranno gli altri genitori. Come starà chi ha perso il figlio senza una parola di cortesia. O un marito, una madre, un pezzo di cuore.

Mi chiedo perché. Perché tu. E non ottengo risposte se non un disperato silenzio. Ho pianto. Ho fatto scorrere quelle lacrime che tu mi recriminavi. Mi faccio pervadere dal dolore consapevole che non ti vedrò più. Consapevole che non ti accompagnerò all’altare. Consapevole che qualcuno, magari un padre come me, ha ignorato il problema per anni e ora parla di vincoli europei, governi precedenti e altre idiozie, cercando invano qualcuno contro cui puntare il dito, mentre ha addosso l’odore di morti che continuano ad aumentare. Consapevole che non ci sarai. Mai più.
Voglio che tu sappia che sono fiero di essere tuo padre. Fiero di averti avuta accanto. Fiero dei tuoi abbracci che mi hanno fatto diventare un uomo migliore. Fiero di averti accompagnata nelle tue piccole vittorie e nelle tue grandi sconfitte. Sono fiero di averti vista crescere. Con una morsa al cuore per non poterlo fare più.
E mentre c’è chi dal posto caldo dietro la propria scrivania discute sui vaccini, gli immigrati, le famiglie arcobaleno, mentre l’Italia crolla a pezzi, io piango chiedendo a Dio la forza per svegliarmi domani e vivere con la tua stessa volontà. Riposa in pace figlia mia.
Scrivi quando arrivi, in paradiso
Scrivi quando arrivi.

Per sempre tuo,
papà

Nota: il racconto, apparso in facebook (io l’ho letto riprodotto dall’amico Michele Rizzitiello sulla sua pagina fb) ha suscitato polemiche per alcune opinioni espresse e per questo è stato cancellato dall’autrice. Rispettandone la volontà ne ometto l’identità ma ritengo un vero peccato negare la pubblicazione del racconto che, nel suo complesso, rappresenta la tragedia che ha colpito Genova e tanti padri, madri, mogli, mariti, fratelli, sorelle, parenti, amici, amiche che purtroppo  i sentimenti, il dolore, le lacrime, le emozioni raccontate dalle parole scritte stanno vivendo.

“Da Piacenza a Racalmuto, il pomo dell’amore e i ragazzi con le dita tinte di rosso”, di Carmelo Sciascia

La prima fabbrica di conserva della provincia di Piacenza vedeva la luce agli inizi del Novecento, precisamente nel 1906. Nella località Ca’ Blatta, nel comune di Rivergaro, la Società Giuseppe Orsi & C. iniziava la lavorazione dell’“oro rosso”: la produzione della conserva del pomodoro. Bisogna arrivare agli anni sessanta per raggiungere il picco della produzione industriale con la Coop s.r.l. Agricoltori Riuniti Piacentini (A.R.P.). Fino a giungere ai giorni nostri dove, basta guardarsi intorno per ammirare campi sterminati della nostra pianura ricamati da un armonico intreccio di filamenti verdi e macchie rosse, quasi tele stese di un ispirato Pollock. Bene. È il caso di dire che un filo rosso, ma più che un filo, un vero fiume in piena ha unito, in questo Agosto, Piacenza a Racalmuto. Racalmuto ex paese minerario posto sull’altipiano dei monti Sicani, ha riscoperto il pomodoro e le sue qualità. Nessuna concorrenza, beninteso, sul piano commerciale ma vicinanza e condivisione di valori inerente la popolare bacca rossa, tanta condivisione. Nel caso specifico, a Racalmuto parliamo di produzione locale destinata ad un consumo prevalentemente familiare, dove la predominante caratteristica è la salvaguardia biologica del prodotto. La manifestazione del giorno della salsa faceva parte di un percorso sulla sana alimentazione, un progetto titolato ambiziosamente “Nessuno Escluso”.

Il pomodoro, importato dalle Americhe, alimento conosciuto dagli Inca e dagli Aztechi, si diffuse dapprima nel Sud Italia – in Sicilia era conosciuto come “pumu d’amuri” anche per recondite proprietà afrodisiache che gli si attribuivano –  solo dopo la spedizione dei Mille venne coltivato anche al Nord. Che coincidenza! Conosciuto come “pomo dell’amore”, il pomodoro non poteva essere celebrato che in una location che ricordava proprio l’Eden, il Paradiso Terrestre prima del peccato originale. Tant’è che le casse di pomodoro si assiepavano in un verdeggiante giardino con il terreno cosparso di gialla paglia che rimandava all’aia delle masserie. L’innocenza del nostro Paradiso era rappresentata da una moltitudine di bambini che seguivano i lavori di trasformazione del frutto, sporcandosi le mani di rosso ed imbrattando i vestiti con i tanti semini che schizzando aderivano alle magliette e disegnavano nuove costellazioni, cosicché man mano andavano avanti i lavori, universi sconosciuti si andavano disegnando. Questo Eden era il Giardino “Ad Maiora”, un centro ricreativo e culturale per ragazzi creato da una energica e preparata educatrice: Maria Mulè.  L’iniziativa è stata ancora più meritevole d’attenzione perché concludeva un percorso, l’African-Camp, durato due mesi, un viaggio alla scoperta del continente africano, della sua cultura, dei suoi colori, dei suoi suoni. E tutti noi sappiamo bene come serva tanta conoscenza per superare la diffidenza verso altri popoli, passo indispensabile per una integrazione necessaria, per una buona convivenza in una società multietnica come è diventata la nostra.

Numerosissime le varietà di pomodoro, circa duecento. Tutti conosciamo la varietà più diffusa nelle coltivazioni piacentine, qualità con una buona resa come il “Caliendo”, coltivato perché esprime al meglio le sue potenzialità in campi irrigati. All’opposto in Sicilia vengono coltivate varietà “siccagne”, piante che non hanno necessità di apporto idrico, è infatti cronica la mancanza d’acqua in molte zone agricole (e non solo).

Per il giovedì delle comari il piatto tipico dei racalmutesi sono i cavati fatti in casa conditi con sugo di pomodoro, salsiccia, patate, carne di maiale e polpette

Il deus ex machina dell’iniziativa va individuato nel “contadino” Lillo Bio. All’anagrafe Calogero Alaimo Di Loro presidente dell’Associazione Culturale Humus. Già noto a Piacenza perché divulgatore del prototipo EIOVI, progetto sulla biosostenibilità nella gestione della vite, sviluppato dall’ Università Cattolica di San Lazzaro in Piacenza, come riportato dal quotidiano Libertà del 24/3/2014 e dal libro “2014” di C. S.  

Piacenza e la Sicilia, un inscindibile binomio culturale che si esprime, come ogni volta ci è dato sottolineare, nelle più alte e svariate manifestazioni civili e religiose. Sulla polpa fresca come sulle conserve del pomodoro crudo sappiamo quasi tutto, quello che molti non sanno è il procedimento con cui si lavorava il pomodoro a secco, quello che potremmo paragonare al concentrato.

Come per la coltivazione del pomodoro nella pianura Padana si fa un uso costante della risorsa idrica, così in Sicilia per la conservazione a secco si ricorre alla risorsa più naturale a disposizione, il sole. Tant’è che “l’astrattu” si può definire un elioconcentrato. Il pomodoro una volta bollito e ristretto in un pentolone, passato a setaccio, si stende poi su una “tela”, una vera e propria tela di cotone sostenuta da una cornice di legno: un supporto degno di un vero capolavoro artistico. L’impasto cremoso della salsa, esposto al cocente sole estivo, viene girato con un cucchiaio molte volte, fino a raggiungere una consistenza tale da potere essere conservato in un barattolo o in appositi recipienti in ceramica e coperto da un filo d’olio d’oliva che ne preserva la fragranza. Era un rito. Un rito che è stato ripetuto. D’altronde, la sacralità era propria di ogni attività stagionale che si svolgeva nella scomparsa civiltà contadina.

Abbiamo parlato di pomodoro, di economia, di produzione biologica. Di tradizioni e di storia. A dimostrazione delle connesse attività umane e delle reciproche interdipendenze. Tutto per lanciare un chiaro messaggio alle presenti e future generazioni: bisogna preservare la natura. Gli elementi naturali che la compongono: l’acqua, il sole, la biodiversità. Senza una sana educazione alimentare ci si ammala e si sperperano risorse, questo il messaggio che spero sia stato raccolto e fatto proprio dai ragazzi presenti e stante le loro mani tinte di rosso ed i loro grembiuli imbrattati credo l’abbiano capito.

 

“Storia vera e terribile tra Sicilia e America”, di Enrico Deaglio, Sellerio editore

Erano cinque siciliani, originari di Cefalù, i primi arrivati negli Stati Uniti da dieci anni, l’ultimo, ventiduenne, da due mesi. Insediati a Tallulah, un insignificante borgo del profondo sud americano, dove, conclusa la guerra di secessione, ritirate le truppe vittoriose degli yankees, formalmente finita la schiavitù dei neri, il razzismo e il prevalere dei bianchi sui neri era ancora senza limite. Addirittura, in quella Lousiana terra di piantagioni di cotone, bastava poco per scatenare il linciaggio. Un nero sfiorava una donna bianca oppure mancava di rispetto ad un bianco? La sua sorte era segnata: penzolare dal robusto ramo di un pioppo e se aveva la fortuna di finire invecein galera, nessun problema. Arrivava una folla inferocita e magari ubriaca, dava l’assalto al carcere con lo sceriffo e le guardie che certo non rischiavano la pelle (o addirittura erano conniventi). E i siciliani? Era il 1899, li immaginiamo a vederli dal vivo? Ignoranti, alcuni non parlano inglese, con una pelle che sta tra il bianco e l’olivastro. Secondo il Lombroso criminali conclamati per origine. Insomma, negroidi, disumani, semi bestie, d’origine africana! Lonani figli di Annibale il cartaginese. Colpevoli, in quel di Tallulah, di avere una buona attività come fruttivendoli, in buoni rapporti con i neri, con prezzi e capacità commerciali senza paragone rispetto ai ‘concorrenti’ americani. Comunque in ogni caso, non va dimenticato, potenzialmente mafiosi e quindi comp0lottisti contro i buoni bianchi. Era il luglio di quel 1899. uno di loro osa sparare (con un fucile a pallettini) ad un giovane medico colpevole a sua volta di aver ammazzato una capra di Giuseppe, in quel momento a terra con l’americano che lo colpisce alla testa col calcio del revolver. Il medico è ferito ma cade a terra come morto e la folla, presente (come mai?), che sembra in attesa pronta, non ha pietà, non lascia scampo a chi ha sparato ma parte la caccia anche agli altri, sicuramente innocenti. Tutti finiscono appesi. E nessuno, per tutto questo, pagherà. Le autorità semplicemente parleranno di ‘incidente’ e di impossibilità di individuare i responsabili. In fondo quelli erano esseri inferiori, dagos, come venivano chiamati con disprezzo. Analfabeti, sporchi, puzzolenti. E magari capaci di insediare le donne bianche, addirittura di sfiorare la mano della donna che porgeva la moneta per pagare la frutta che acquistava (la moneta doveva essere lasciata cadere a terra e lì raccolta). Ma il presunto razzismo in realtà serviva come paravento per coprire anche altri interessi e di questo ci parla Enrico Deaglio nel suo libro-inchiesta utile per conoscere i lati oscuri delle storie di emigrazione italiana di quel triste fine secolo. Senza tacere del colpevole silenzio del Re sabaudo e della gestione dell’emigrazione dalle poverissime terre del sud da parte di Casa Savoia. Un libro che merita d’essere omaggiato al ministro dell’interno, il leghista Matteo Salvini, semprechè sia in grado di capirne ed approfondirne il significato umano e storico riportando quei fatti alla realtà dei tempi nostri.

“Ferragosto”, filastrocca di Gianni Rodari

Filastrocca vola e va
dal bambino rimasto in città.
Chi va al mare ha vita serena
e fa i castelli con la rena,
chi va ai monti fa le scalate
e prende la doccia alle cascate…
E chi quattrini non ne ha?
Solo, solo resta in città:
si sdrai al sole sul marciapide,
se non c’è un vigile che lo vede,
e i suoi battelli sottomarini
fanno vela nei tombini.
Quando divento Presidente
faccio un decreto a tutta la gente;
“Ordinanza numero uno:
in città non resta nessuno;
ordinanza che viene poi,
tutti al mare, paghiamo noi,
inoltre le Alpi e gli Appennini
sono donati a tutti i bambini.
Chi non rispetta il decretato
va in prigione difilato”.

A ferragosto? Barbecue per tutti, libero e garantito!

“Una festa in collina, siamo (stati) tutti in compagnia”, rendiconto di Emanuela Sala

Qui è (stata) la festa. Claudio, Dalila, Emanuela, Francesco, Stefano, Marilina, Giulietta (detta Ginetta), Sandro, Franco, Giordano. Donceto di Travo, Val Trebbia, Appennino piacentino

Una sera d’agosto fresca, senza afa senza zanzare; qualche casetta di sasso tra il verde delle colline, un portico, quattro panche, un tavolo e seduti intorno, una manciata di amici. Quante chiacchiere, quante voci sonore, quante parole spezzate tra i denti dalle risate. Un rincorrersi di storie che parlano di casa, di lavoro, di figli, nipotini e cani. Una divisione naturale e spontanea in gruppi: gli uomini intenti intorno alla “carbonella” o impegnati a tagliare grosse fette di pane e salame; le donne, avanti e indietro dalla cucina, a due a due, o tutte insieme, ferme ogni tre passi per discorrer meglio. E poi tutto un urtarsi di anche e di spalle nel piccolo locale, con il profumo del sugo e il vapore che sale dalla pentola della pasta. Un rimbalzare di aiutami, passami, spostati e scoppi di risa. Alla fine, in processione, con la zuppiera fumante, si torna dagli uomini che aspettano, allungando colli e piatti. Una sera d’agosto che vorresti non finisse, perchè tutto intorno a te parla di serena semplicità, di voglia di vivere. Grazie amici di Donceto, per la vostra casa aperta, per il vostro modo di accoglierci sempre con entusiasmo. Firmato: Quella che ha fatto sparire, cucchiaino a cucchiaino, mezzo chilo di gelato.

Era qui, la festa. Domenica 12 agosto 2018, Donceto di Travo, casa contadina, Val Trebbia, Appennino piacentino

“La pianta della vita: la cannabis”: a settembre Piacenza risponde a quelli della Lega e del convegno ‘l’erba della morte’

Dopo “L’erba della morte”, la “Pianta della vita”. Piacenza sta diventando il centro del confronto sull’utilizzo della cannabis.
Dopo l’accesissimo confronto di fine luglio al convegno organizzato dal Comune di Piacenza su iniziativa di assessori e consiglieri della Lega, intitolato proprio “Cannabis: l’erba della morte”, è previsto per sabato primo settembre un contro-appuntamento: “La pianta della vita: la cannabis”, proposto dal neonato comitato Cannabis&Cultura, in collaborazione con l’Associazione FreeWeed di Milano. “Un convegno informativo – spiegano i promotori – aperto a tutta la cittadinanza, con ingresso gratuito”. Appuntamento al salone Nelson Mandela della Camera del Lavoro di Piacenza, con inizio previsto per le 19.00.

“Il titolo non è stato scelto a caso – sottolineano gli organizzatori -, attorno alla Cannabis si stanno svolgendo numerose ricerche. La sua attività di neuroprotezione, i suoi impatti sull’ippocampo animale e i molteplici usi che l’uomo ha fatto della canapa, sin dall’antichità, rendono la Cannabis una delle piante più versatili e interessanti per l’essere umano. Come fibra, alimento e per la filosofia riflessiva e pacificante che porta con sé. Senza dimenticare le azioni terapeutiche sia di contrasto in un gran  numero di malattie degenerative sia nel campo della “medicina del dolore”.

Dunque non solo contrasto all’iniziativa della Lega già accusata di scarsa scientificità  e per questo fortemente contestata per le sue caratteristiche di disinformazione finalizzata a generare paura derivante da scarsa conoscenza. Questo evento ha dunque, tra i suoi obiettivi, quello di far aumentare nella cittadinanza piacentina una coscienza critica su temi troppo spesso politicamente strumentalizzati.

“La diffusione di informazioni, confronti e dibattiti speriamo possano creare un dibattito costruttivo e propositivo, basato su evidenze scientifiche e non su moralismi volti a enfatizzare gli aspetti negativi senza tener conto dei molteplici usi, utilizzi e proprietà della Cannabis. Questi preconcetti, in Italia, hanno prodotto norme del tutto inadatte sia per quanto riguarda la tutela della società (sotto gli aspetti economico e sanitari) sia per quel che concerne la tutela dei consumatori.

L’iniziativa  è aperta a tutti, con la possibilità di intervenire, non solo con domande dal pubblico, ma anche come testimonianze inerenti al tema”.

Per proporre un proprio intervento: [email protected]

Alberto Esse, colpevole di lancio di bolle di sapone (a significare il vuoto di evidenza scientifica del convegno di fine luglio sull’erba della morte voluto da assessori e consiglieri della Lega), viene energicamente allontanato dal servizio d’ordine

 

A Cerignale “Transumanza, libri e lettori in movimento” oggi e domani

Cerignale, Transumanza – Libri e lettori in movimento
„A Cerignale, bellissimo borgo della magica alta Val Trebbia, ancora oggi e domani la seconda edizione di “Transumanza , libri e lettori in movimento”. 
Oggi alle ore 16.30 Selene Orlando Lamazzi vi aspetta per conversare di cambiamento interiore, spiritualità e natura in un borgo dai ritmi e dal paesaggio rilassanti.

 

“Il delitto Pasolini: l’omicidio”, approfondimento di Alberto Zanini, 5^ parte (dal blog ‘I gufi narranti’)

Le puntate precedenti: per la 1^ clicca qui, qui per la 2^ , qui per il libro di Pino Pelosi, clicca qui per la 3^ e infine qui per la quarta

Morte di Pino Pelosi

Pino Pelosi è morto all’Hospice Oncologico dell’ospedale “Villa Speranza” il 20 luglio 2017. Aveva 59 anni e da tempo lottava contro il cancro.

Pelosi si è portato definitivamente nella tomba i segreti di quella notte terribile del 2 novembre quando Pasolini viene ucciso.

L’avvocato Alessandro Olivieri ha ammesso che parte della verità non è mai stata divulgata e che il suo assistito ha provveduto a custodire in una cassetta di sicurezza le informazioni compromettenti.

Se Pelosi non è stato l’autore dell’omicidio, se la motivazione di un litigio fra omosessuali non è più plausibile e che anche il tentativo di rapina finito male sembrerebbe futile e improbabile, perché non giustificherebbe 40 anni di depistaggi ed insabbiamenti allora è probabile che ci troviamo davanti ad un delitto eccellente.

A questo punto occorre fare un passo indietro, riavvolgere il nastro e ipotizzare altre soluzioni.

Ipotesi sul movente politico.

Da qualunque prospettiva la si guardi, la motivazione sembrerebbe politica.

Sono gli anni 70. Stragi, attentati, omicidi. Sono gli “anni di piombo”.

Morti innocenti vittime del periodo più nero della storia d’Italia.

La strategia della tensione dove la destra vuole delegittimare la sinistra.

Accade anche che nel 1975 tre pariolini, rampolli benestanti, Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira, forse annoiati ma sicuramente criminali, rapiscono due ragazze, le portano in una villa del Circeo, le sevizino sadicamente e le violentano. Alla fine Rosaria Lopez muore, mentre Donatella Colasanti si salva fingendosi morta. Un capriccio? O subentrano motivi legati ad una visione politica aberrante?

Angelo Izzo, Gianni Guido e Andrea Ghira

Accade anche che due anni prima, nel 1973, Franca Rame viene anche lei rapita da 5 neofascisti, caricata su un furgone dove viene seviziata e ripetutamente violentata. La scelta della vittima venne suggerita da ufficiali dei carabinieri della Divisione Pastrengo.

Si può allora parlare di “stupro di Stato”? Si usa la violenza per colpire l’emancipazione femminile ma anche l’omosessualità che la destra combatte strenuamente.

L’epiteto “frocio comunista” che, stando alla testimonianza di Pelosi, Pasolini ricevette durante il brutale pestaggio fa parte dell’opinione comune di una morale costituita, secondo una destra che non mai accettato l’omosessualità nella società.

Ma se dietro l’omicidio di Pasolini ci fossero stati motivi più compositi?

Qualcosa che avesse a che fare con la politica, ma non solo, con la finanza, con i servizi segreti, con la massoneria deviata che aveva in mano tutti i poteri forti compresi anche i mezzi d’informazione fondamentali per manipolare l’opinione pubblica.

Una sorte di “golpe bianco” senza spargimento di sangue.

Un giorno il Pm Vincenzo Calia vede un libro intitolato“ Questo è Cefis” su una bancarella del mercato a Pavia. L’autore è un misterioso Giorgio Steimetz pseudonimo, sembrerebbe, del giornalista Corrado Ragozzino.

Questo è Cefis ha sicuramente ispirato il romanzo “Petrolio” di Pier Paolo Pasolini.

Pubblicato nel 1972 ma immediatamente fatto ritirare dal mercato dal potente Cefis, ne rimasero in giro pochissime copie. Il magistrato, incuriosito, decide di acquistare il libro.

La lettura di questa biografia non autorizzata si rivela particolarmente interessante, contribuendo a far maturare il sospetto che il caso Mattei e quello De Mauro potessero essere collegati con quello di Pasolini.

Dopo due inchieste chiuse, precedentemente, con la motivazione di “incidente aereo”, addirittura un Pm motivò che il pilota era “affetto da pene d’amore”(sic), Calia decide nel settembre del 1994 di riaprire le indagini sulla morte di Enrico Mattei.

Enrico Mattei nasce nel 1906 ad Acqualagna nelle Marche. Figlio di una casalinga e di un brigadiere, a diciassette anni lavora in una conceria come fattorino, tre anni dopo è già diventato direttore. Nel 1928 si trasferisce a Milano. Nel 1931 apre un’azienda con due operai, che dopo tre anni diventano venti. Laureato in ragioneria durante la guerra diventa partigiano di area Democrazia Cristiana e conosce Eugenio Cefis, anche lui partigiano di area Democristiana. Alla fine della guerra diventa commissario dell’Agip, che all’epoca è una piccola azienda che si occupa di petrolio. Mattei capisce che l’Italia potrebbe rendersi autosufficiente dal punto di vista dell’energia e appena insediatosi alla guida dell’Agip fa il primo sgarbo agli americani che pretendono la chiusura dell’Ente e il passaggio della distribuzione dei prodotti dell’appalto al Cip (Comitato italiano petroli) che gestiscono direttamente. Mattei non solo non chiude l’Agip, ma addirittura nel 1952 fonda l’Eni e ne diventa il capo supremo. Mattei vuole affrancarsi dall’egemonia delle “sette sorelle”, come vengono definite le compagnie petrolifere angloamericane, che detengono di fatto il controllo del petrolio mondiale. Le sette sorelle vogliono tenere alto il prezzo del greggio con un vero e proprio “cartello”, ma Mattei, di tutt’altro avviso, cerca nuovi mercati rivolgendosi al terzo mondo. I paesi africani che si affacciano sul Mediterraneo, l’Iran e perfino l’Urss si mostrano interessati al progetto di Mattei.

Morte di Enrico Mattei

E’ una sera piovosa quella del 27 ottobre 1962 quando un Morane Saulnier 760, partito dall’aeroporto Fontanarossa di Catania e diretto a Milano, con a bordo il presidente dell’Eni Enrico Mattei esplode in volo e precipita nei pressi di Bascapè in provincia di Pavia. Nel disastro aereo trovano la morte anche il pilota, Irnerio Bertuzzi e il giornalista americano William McHale.

Pasolini
Il Morane Saulnier 760 di Enrico Mattei dopo lo schianto a Bascapè

Un contadino di nome Mario Ronchi mentre sta cenando sente un gran boato e una palla di fuoco appare in cielo, quindi lo schianto al suolo di un aereo avvolto dalle fiamme vicino alla sua abitazione.

Nell’impatto dell’aereo sul terreno si forma un cratere profondo quasi 2 metri e del diametro di 5 metri.

Nella foschia invernale, tra pioggia e fumo, giacciono, attorno al relitto, corpi carbonizzati, arti smembrati disseminati per terra e sugli alberi circostanti, in un raccapricciante scenario da incubo.

All’interno della carlinga le lancette dell’orologio di Mattei sono ferme sulle 18:50. Momento dell’esplosione.

In seguito i pezzi dell’aereo vennero accuratamente lavati per cancellare eventuali prove di esplosione.

La testimonianza di Ronchi viene raccolta a caldo da un cronista, del Corriere della Sera, giunto sul posto. Il giorno dopo l’incidente il contadino testimone viene prelevato da una macchina e condotto nella sede della Snam, una consociata dell’Eni, a San Donato. Il giorno successivo davanti al maresciallo dei carabinieri, Augusto Pelosi, Ronchi cambia la versione della sua testimonianza. L’aereo non è esploso in volo ma si è schiantato al suolo prendendo fuoco, probabilmente per un errore del pilota.

Cosa abbia fatto cambiare il racconto del contadino non è dato sapere, però il colloquio avuto con quelli della Snam ha sicuramente prodotto qualcosa, infatti dopo l’incontro a San Donato, Ronchi ha molti benefici e smette anche di fare il contadino.

Mario Ronchi in seguito viene rinviato a giudizio per favoreggiamento.

Sul luogo dell’incidente si riversano curiosi, giornalisti e fotografi.

Qualcuno nota anche la presenza di due macchine particolari, una lussuosa auto nera con autista e una Jaguar, dalla quale scende il famoso investigatore privato Tom Ponzi.

Un giornalista incuriosito segue l’auto nera che lo conduce fino alla sede dell’Eni a San Donato, dove scende un uomo vestito di nero che poco dopo risale sulla macchina con una grossa borsa di pelle.

Carlo Mantovani, fotografo di professione, che abita nei pressi del luogo del disastro è tra i primissimi a giungere sul posto. Scatta diverse fotografie che vende, sontuosamente pagate, a Tom Ponzi che si scoprirà in seguito a libro paga di Cefis.

Un giornalista nota parecchie persone interessate a cercare qualcosa nella profonda buca prodotta dall’impatto dell’aereo, dove viene in effetti trovata la borsa contenente i documenti privati di Mattei.

Appena una settimana dopo la morte di Mattei, Cefis viene nominato da Amintore Fanfani, suo fortissimo riferimento politico, vice Presidente dell’Eni e Presidente dell’Agip.

Calia, con un lavoro meticoloso e certosino, raccoglie documenti e testimonianze alla ricerca della verità, scopre anche che Mario Ronchi mente e infatti, l’ex contadino, viene rinviato a giudizio per favoreggiamento.

Tra le testimonianze raccolte, un episodio, in particolare, si dimostra meritevole di profonda attenzione. Nel gennaio del 1962 Mattei si accorge che qualcuno ha libero accesso alla sua cassaforte, nascosta dietro un quadro, in una stanza dell’ufficio dell’Eni. D’accordo con un suo uomo di fiducia fa trapelare la voce che si assenterà per qualche giorno. Alla chiusura degli uffici si nasconde e armato di pazienza aspetta. Poco dopo vede di nascosto un uomo aprire la cassaforte e leggere dei documenti importanti. Mattei coglie sul fatto il suo vice Eugenio Cefis e gli intima di rassegnare immediatamente le dimissioni.

Eugenio Cefis

Subito dopo l’allontanamento di Cefis, iniziano nei confronti di Mattei attacchi da parte della stampa, nonché continue minacce che gli intimano di lasciare la Presidenza dell’Eni.

Il 18 ottobre Mattei a Palermo ottiene, dalla Regione Siciliana, la concessione per estrarre il petrolio dai giacimenti di petrolio che sono stati scoperti in provincia di Enna. Due giorni dopo il Presidente dell’Eni viene invitato, dal senatore Graziano Verzotto, a ritornare in Sicilia con motivazioni poco plausibili. Il 26 ottobre Mattei torna in Sicilia.

Il Pm Calia capisce che è la trappola fatale. La motivazione ufficiale di un incidente non convince Calia che nel 1995 chiede la riesumazione dei tre corpi.

Grazie alle moderne perizie metallografiche e frattografiche, i periti stabiliscono che ci sono “segni di esposizione a esplosione derivate da detonazione di una carica sull’anello d’oro” di Mattei.

L’aereo esplose in volo a causa di una carica di Compound-B innescatasi quando il carrello si posizionò in vista dell’atterraggio previsto a Milano.

Ma a chi dava fastidio Mattei? Chi si augurava che morisse?

A livello internazionale molti temevano che la “rivoluzione impossibile” di cercare fonti alternative al petrolio delle “sette sorelle” potesse permettere all’Italia di sganciarsi dall’orbita d’influenza americana, mentre a livello nazionale il rischio che l’immutabilità politica con la Dc venisse messa in discussione dall’avvicinamento di Mattei alla sinistra.

Ma il sospetto che qualcuno potesse trarre beneficio immediato, Calia lo ebbe forte e chiaro. Eugenio Cefis legato, fin dai tempi della guerra, agli americani e ai loro servizi segreti è, secondo il Pm, il primo sospettato.

Il Pm nel 2003 dopo aver letto “Petrolio” vede confermare i risultati della sua inchiesta.

In pratica Pasolini era giunto alle medesime conclusioni molti anni prima.

I mezzi d’informazione hanno sempre accettato l’opinione ufficiale della morte accidentale in seguito ad un incidente.

Né le forze dell’ordine, né i giudici né i giornali persero tempo ad indagare, tutto fu accuratamente manipolato ed insabbiato.

Dopo 10 anni di indagini (dal 1994 al 2003) l’inchiesta sulla morte di Enrico Mattei viene archiviata. Il Pm di Pavia giunge alla conclusione che la morte di Mattei non fu accidentale.

E’ stato un attentato, ma non sono emerse delle prove per individuare i responsabili.

L’aereo fu sabotato presumibilmente dai Servizi Segreti e da figure dell’Eni, che confermerebbero l’esistenza di un piano ordito all’interno del sistema politico-mafioso.

La morte di Mattei rappresenta il primo delitto di Stato.

Massimo Teodori, che fece parte della commissione sulla loggia P2, è stato l’unico a cogliere lo scopo eversivo del disegno occulto di Cefis, che usava abilmente i soldi pubblici manipolando i mezzi d’informazione e, grazie ai rapporti di amicizia con i servizi segreti, estese il controllo anche sulla politica.

Nella relazione finale il magistrato accenna anche alla strana sparizione del giornalista dell’Ora Mauro De Mauro, collegando l’episodio alla morte di Mattei.

Il 16 settembre 1970 alle ore 21.10 in una zona residenziale di Palermo la Bmw blu scura di Mauro de Mauro si ferma sotto casa, ma immediatamente dopo la macchina riparte. La figlia che ha visto arrivare il padre lo aspetta nell’atrio del palazzo. Ma non lo vedrà mai più, perché da quel momento di Mauro De Mauro si perdono definitivamente le tracce. La macchina viene ritrovata il giorno dopo alle 22.00, in via D’Asaro, poco distante da casa.

Chi è Mauro De Mauro?

Repubblichino durante la guerra, amico di Graziano Verzotto è diventato uno stimato giornalista dell’Ora di Palermo con le sue inchieste sulla corruzione, sulla Mafia e il malaffare.

Malgrado il giornalista venga apprezzato per le sue inchieste un giorno, inspiegabilmente, viene spostato dal direttore Nisticò dalla cronaca alla sport. De Mauro non gradisce questa decisione del direttore del giornale ed infatti medita di passare alla testata concorrente: Il Giornale di Sicilia.

Mauro De Mauro, nel luglio del 1979, accetta la richiesta del regista Francesco Rosi di ricostruire le ultime due giornate in Sicilia di Enrico Mattei prima del volo fatale del 27 ottobre 1962.

Tutti i movimenti del Presidente dell’Eni vengono vagliati metodicamente, raccogliendo interviste e confrontando orari e spostamenti. Durante questa ricerca De Mauro viene a conoscenza di qualcosa che reputa “una bomba” e che gli farà prendere “una laurea in giornalismo”.

L’entusiasmo di De Mauro lo porta a confidarsi il 5 agosto con l’avvocato Vito Guarrasi, l’uomo di fiducia di Eugenio Cefis, ma anche con Graziano Verzotto.

De Mauro non verrà premiato perché una sera di settembre il giornalista sparisce e non verrà più trovato e con lui si perderanno le tracce anche della sceneggiatura che ormai era stata completata.

Raccogliendo testimonianze il giornalista arriva alla conclusione che Eugenio Cefis, l’avvocato Guido Guarrasi e Graziano Verzotto con i suoi amici mafiosi siano i responsabili dell’attentato all’aereo di Mattei.

Verzotto è molto vicino al boss di Riesi, Giuseppe Di Cristina, legato a sua volta al Capo Famiglia catanese di Cosa Nostra Giuseppe Calderone.

Il Morane Saulnier del Presidente dell’Eni è decollato la sera del 27 ottobre 1962 dall’aeroporto Fontanarossa di Catania, territorio gestito proprio da Giuseppe Calderone, dove sicuramente venne sistemata la carica esplosiva dietro il cruscotto dell’aereo di Mattei.

Ex mafiosi diventati collaboratori di giustizia raccontarono che Mauro de Mauro si era avvicinato pericolosamente alla verità del delitto Mattei.

Una testimonianza risulta particolarmente inquietante. Quella del pentito Francesco Di Carlo, che sostiene che De Mauro è stato sequestrato ed ucciso dal killer di mafia Stefano Giaconia, da Mimmo Teresi e da Emanuele D’agostino. Quando gli inquirenti hanno cercato di comparare le impronte di Giaconia con quelle rilevate sulla Bmw del giornalista hanno scoperto che erano sparite dallo schedario della polizia criminale.

Il 10 novembre il Questore Angelo Mangano in una nota scrive che i responsabili della sparizione di De Mauro sono l’avvocato Guarrasi il senatore Graziano Verzotto e il boss Luciano Liggio.

La nota spedita alla squadra mobile di Palermo sparisce.

Il commissario Boris Giuliano intuisce che la sparizione del giornalista possa essere collegata al caso Mattei. Ma quando l’inchiesta sembra arrivata all’individuazione dei responsabili un giorno in una riunione con i vertici della polizia, avvenuta a Villa Boscogrande in località Cardillo, i servizi segreti mettono la parola fine all’inchiesta sulla sparizione di De Matteo. Nessuna pista Mattei per De Mauro.

Boris Giuliano

Inizia il depistaggio ricorrendo a storie di droga.

I documenti vengono mandati alla procura di Pavia per eventuali intrecci con il delitto Mattei, ma durante il viaggio se ne perdono le tracce e non arriveranno mai a destinazione.

Malgrado tutte le richieste di riapertura delle indagini siano poi state rifiutate o archiviate, nuovi elementi, nel frattempo, hanno permesso di rendere più chiaro il quadro di cosa accadde quella notte. Come in un puzzle si sono aggiunte nuove tessere.

Questo grazie alla volontà e alla caparbietà di persone che non si sono date per vinte e che hanno dedicato il loro tempo per conoscere la verità e dare un volto ai veri responsabili dell’omicidio dello scrittore. Mandanti ed esecutori.

L’ultimo passo auspicabile sarebbe la formazione di una Commissione Parlamentare d’inchiesta per verificare anche eventuali connessioni tra la morte di Pasolini, l’omicidio di Mattei e la sparizione del giornalista Mauro de Mauro e quindi risalire ad individuare i responsabili.

Pasolini, Mattei e De Mauro

Vorrebbe anche dire che la politica, indifferente e sorda per oltre 40 anni, decida finalmente di essere disponibile a fare luce su un periodo oscuro e tragico.

Ma l’Italia è un immenso tappeto sotto cui nascondere tutta la sporcizia. Compresi i misteri

Le strofe contrassegnate da asterisco (*) sono tratte dalla canzone “Una storia sbagliata” di Fabrizio De Andrè e Massimo Bubola, scritta nel 1995 su commissione. E’ stata la sigla di un documentario-inchiesta della Rai sulle morti di Pasolini e Wilma Montesi.

Quando ho incominciato a prendere appunti per il racconto degli avvenimenti del 1975, mi sono imbattuto nell’omicidio di Pasolini. Una vicenda che avrebbe meritato molto più che un semplice accenno.

Anche per rinverdire ricordi ormai sbiaditi dagli anni passati, ho cominciato a leggere articoli dell’epoca, resoconti e opinioni, non trascurando neanche alcuni libri su quel triste episodio.

Man mano che m’inoltravo nella vicenda mi sono imbattuto in vero ginepraio di date, nomi e resoconti che spesso non coincidevano. Ho incrociato le notizie per cercare di trovare dati attendibili. Ho cercato di riannodare i fili della storia e dare la giusta scansione temporale.

Il risultato è quello che avete letto.

Fonti consultate. Oltre a decine di articoli recuperati sul web anche:

La Macchinazione: Pasolini. La verità sulla morte di David Grieco (Rizzoli)

Pasolini. Un omicidio politico. Un viaggio tra l’apocalisse di Piazza Fontana e la notte del 2 novembre 1975 di Andrea Speranzoni e Paolo Bolognesi (Castelvecchi)

Profondo Nero di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (Chiarelettere)

Il delitto Pasolini. Un mistero italiano di Massimo Centini (Newton Compton Editori)

Pasolini massacro di un poeta di Simona Zecchi (Ponte alle Grazie)

Accadde all’idroscalo di Fabio Sanvitale e Armando Palmegiani (Sovera Edizioni)

Alberto Zanini

“Dignità”, lirica di Francesco De Girolamo, poeta in Roma

Ti ho vista soffocare
nelle aule del potere,
tappezzate di menzogne,
nelle fabbriche incendiate
come celle a gas segrete,
nelle scuole devastate,
nei trapezi senza rete
dei cantieri improvvisati,
nei sorrisi imbarazzati
dietro appalti d’assassini,
nello strazio dei bambini
di padri morti in croce,
a testa in giù, colpiti
dai più vili cecchini,
nascosti negli uffici,
tra dismissioni ottuse
e milioni di scuse
di calo dei profitti.
Ti ho vista scomparire
dal viso rassegnato,
votato al compromesso
dell’arreso sindacato,
indegno del passato,
delle lotte che un tempo
lo videro all’assalto
del lavoro promesso
di un salario più alto
per chi vola tra il ferro
senza portarsi accanto
neanche l’ombra di un santo,
o un bicchiere di latte
per ingoiare l’amianto
senza il vomito in gola
di un’atroce tagliola
che stringe lentamente,
ma un giorno non perdona.
Ti ho sentita invocata
da voci troppo roche,
da grida troppo fioche,
da lingue ormai tagliate
da aguzzini e gerarchi
delle schiere di armate
di mafie liberate
da condoni e amnistie,
da leggi spudorate,
scritte con sangue e fango,
da cui erano cancellate,
le tue lettere alate,
da una mano di bianco
sul tuo nome rimpianto,
che il tempo brucerà
nella storia di stato:
dignità, dignità.