About arzyncampo

14 febbraio 1954, bassa pianura emiliana, Fiorenzuola d'Arda, quell'era le debut. Oggi vivo e lavoro a Piacenza. Giornalista pubblicista, il destino ha voluto mi impegnassi in tuttaltro campo, al servizio dei cittadini nella sanità pubblica. Tuttavia scrivere, per me, é vitale, divertente, essenziale, un mezzo per esprimere la mia presenza nel mondo e dir la mia. Così dal giornalismo sono passato, per passione e non per lavoro, alla poesia, alla narrativa, ai resoconti, agli appunti ovunque e su tutto, fino alla scoperta del blog. Basta scrivere, appunto, per dire di aver qualcosa da dire alla gente di questo nostro mondo. Fin quando avrò una penna, ci sarò.

“Flatlandia”, racconto fantastico a più dimensioni di Edwin Abbott Abbott, Adelphi edizioni

Partiamo dal nostro mondo a tre dimensioni (lunghezza, larghezza e altezza) e proiettiamoci in un mondo a due dimensioni dove s’ignora del concetto di altezza ed eccoci immersi in Flatlandia. Tutto è assolutamente piatto: case, abitanti, alberi. Ed ecco lo sbizzarrirsi dell’autore nella descrizione di questo mondo diviso in caste secondo la configurazione geometrica di ciascuno (isosceli, quadrati, esagoni, fino all’aristocrazia religiosa dei circoli). L’ascesa sociale come unica aspirazione collettiva ma in un sistema rigidamente controllato dai pochi posti al vertice in base al disprezzo per la libertà personale, un sistema difeso e mantenuto da leggi crudeli nel quale i riformatori che tentano di aprire nuovi orizzonti sono messi a tacere, imprigionati o uccisi. Le classi inferiori? Gli isosceli operai, di scarsissima intelligenza, e naturalmente le donne.

L’abitazione del quadrato narrante

Ogni essere umano in Flatlandia deve essere una figura regolare. Non basta che una donna sia una Linea, deve essere una Linea retta. Artigiani e Soldati devono avere due lati uguali, i commercianti devono avere tre lati uguali, gli Avvocati (classe alla quale appartiene il quadrato narrante) quattro lati uguali e in un Poligono tutti i lati devono essere uguali. L’irregolarità di figura diventa stortura morale e criminale ed è trattata di conseguenza. L’irregolare, si postula, è sin dalla nascita guardato con sospetto dai genitori, deriso dai fratelli e dalle sorelle, trascurato dai domestici, schernito e tenuto in disparte dalla società, escluso da ogni posto di responsabilità e di fiducia e da ogni attività produttiva. Rigidamente sorvegliato dalla polizia finché, divenuto maggiorenne, viene sottoposto ad ispezione: se supera il margine stabilito di deviazione lo si elimina oppure lo si seppellisce vivo in un ufficio govefnativo come impiegato di ultima classe.

Analisi sociale con ironia o fantasia matematica? Le interpretazioni possono essere diverse in base alla sensibilità di chi legge (io, ad esempio, ho sempre avuto un rapporto problematico con matematica e geometria, di assoluta indifferenza se non antipatia) ma quel che conta, alla fine, è quando in Flatlandia scende da Spacelandia (come succede ogni mille anni) una sfera, ovvero una figura tridimensionale e le certezze di un intero sistema vengono stravolte. Almeno questo è il rischio. E allora, che succede? Non resta che leggere il libro (scritto nel lontano ‘800) magari nel contempo immaginando come reagiremmo noi di fronte a chi ci presentasse una quarta dimensione nella quale i concetti di spazio interagissero con un altro fattore, magari il tempo.

“Piacenza capitale dell’area fluviale, non semplice capitale italiana della cultura”, una proposta di Carmelo Sciascia

Conosco molto bene due città, accomunate oggi dall’essere state ambedue escluse dal titolo di capitale italiana della cultura per il 2020, una a nord, nella ricca ed opulenta pianura padana, l’altra all’estremo sud, un sud isolano, isolato ed emarginato. Sono Piacenza ed Agrigento. Una, Agrigento, per avervi fatto gli studi liceali e per legami parentali, l’altra per avervi lavorato e stabilito la mia residenza da quarant’anni. Diciamo che emotivamente mi spiace siano state escluse, pur essendo entrate nella rosa delle prime dieci. Ambedue le città hanno dei punti di forza innegabili, basti pensare alla data della loro fondazione. Akragas 580 a.c. fondazione della polis, Placentia 218 a.c. colonia romana. E qui mi fermo. Perché mentre nelle classifiche delle città, dove si vive meglio, Piacenza è stata spesso tra le prime, se non la prima addirittura come nel 1998, Agrigento è stata sempre tra le ultime. Negli ultimi tempi purtroppo Piacenza è andata scivolando sempre più giù, speriamo in una risalita che la riporti fra i primi posti, così come mi auguro che l’altra città esclusa, Agrigento, possa allontanarsi dagli ultimi posti!
Sono andato a spulciarmi il bando per il conferimento del titolo capitale italiana della cultura 2020. Tralasciando la parte meramente burocratica, procedure, criteri e giuria, mi è sembrato degno di nota quanto riportato nell’introduzione: “L’iniziativa è volta a sostenere, incoraggiare e valorizzare la autonoma capacità progettuale e attuativa delle città italiane nel campo della cultura, affinché venga recepito in maniera sempre più diffusa il valore della leva culturale per la coesione sociale, l’integrazione senza conflitti, la creatività, l’innovazione, la crescita e infine lo sviluppo economico e il benessere individuale e collettivo”. Frase che mi ha riportato alla memoria un’affermazione di Italo Calvino: “D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda». (Le città invisibili, Calvino, 1972)

Può una città governata da Lega Nord e Fratelli d’Italia con al seguito Forza Italia candidarsi al titolo di capitale della cultura quando pone il problema dell’immigrazione come un’invasione all’insegna dello slogan razzista “tutti a casa loro”?

Ecco il punto: può candidarsi una città che non dà ai cittadini risposte adeguate alle primarie esigenze della vita quotidiana, candidarsi ed aspirare ad essere capitale della cultura nazionale? L’etimologia del termine ci dice che capitale deriva dal latino caput, capo, essere cioè il primo. Ecco chi va premiato. Chi si pone ad essere la prima città nel dare risposte alle richieste dei suoi abitanti, nel campo della coesione sociale, dell’integrazione, nella crescita e nello sviluppo economico. Ad Agrigento, manca l’acqua, un giorno sì, un altro anche. Non parlo di acqua piovana, ma di acqua per uso domestico, quella che dovrebbe scorrere nelle condotte idriche. La raccolta dell’immondizia è una opzione, può esserci o non esserci, cambia poco, nel senso che rimane spesso dov’è. Quindi era non da escludere dal titolo, ma financo dalla rosa delle prime dieci (nonostante il sostegno di Camilleri o dell’Agnello). Non basta avere la valle dei templi (una delle sette o settantasette meraviglie) se poi come ci suggerisce Italo Calvino, non si dà una risposta concreta ai bisogni primari del cittadino. E Piacenza? città meritevole per tanti versi, almeno abbiamo sempre l’acqua nei rubinetti e la raccolta dei rifiuti viene effettuata, anche se sussistono, perplessità sulla qualità dell’acqua e forti dubbi sulla salubrità dell’inceneritore.

Breno è una frazione del Comune di Borgonovo Val Tidone, provincia di Piacenza

Mi ponevo alcuni interrogativi in un intervento dell’anno scorso sulla candidatura di Piacenza a capitale della cultura. Sostenevo allora e continuo a sostenere oggi che è necessario che la città preservi e valorizzi tutte le proprie ricchezze storiche, non basta Palazzo Farnese (una delle sette o settanta meraviglie) se poi si continua a lasciare nell’incuria tanti altri monumenti come ad esempio ciò che rimane del Castello Farnese. Non basta battezzare il Municipale con il nome Verdi se poi si continua a trascurare del musicista tutto il resto; Giuseppe Verdi è più piacentino (visto che ha vissuto quasi cinquant’anni a Sant’Agata) che di Parma. Anche se probabilmente ed involontariamente è stato proprio il maestro di Roncole a contribuire a far nominare Parma Capitale. Piacenza lascia ancora sciaguratamente nell’incuria l’ex albergo di via San Marco, albergo dove Verdi alloggiava nelle sue permanenze nella nostra città.

Nel cortile dell’ex albergo San Marco dove alloggiava il Maestro Giuseppe Verdi, all’epoca consigliere dell’Amministrazione Provinciale piacentina

I cittadini hanno bisogno di respirare aria composta di ossigeno più che di particelle nocive (PM10) e per questo c’è bisogno di aree verdi, di isolare gli effetti nocivi degli scarichi autostradali (A1 e A21) con barriere possibilmente ecologiche, delimitare le aree prossime con coltivazioni di alberi di alto fusto. Sono questi bisogni primari alla sopravvivenza umana: l’aria come l’acqua.

Un primato di Piacenza? L’inquinamento dell’aria e questa non è certo una ‘qualità’ che renda la città degna d’essere capitale, esempio per tutto il BelPaese

Piacenza con le sue sette o settanta meraviglie può ancora dare risposte ai suoi abitanti. Si può sperare, da cittadini, in una città che recuperi, preservi e valorizzi le sue ricchezze storiche, che smetta di cementificare e si attrezzi di verde pubblico, affinché possa migliorare la qualità dell’aria, che smetta di cementificare per mera speculazione come continua ad avvenire per l’area periferica della logistica.

Piacenza, cultura e qualità della vita: molta l’attenzione alla raccolta dei rifiuti ma non bisogna abbassare la guardia, basta poco perché l’inciviltà trionfi

La cultura è stata rappresentata da eventi come Carovane nei primi anni di questo millennio, dal Festival del diritto poi, eventi culturali che avevano avuto una risonanza nazionale, con personaggi di fama internazionale (Sepulveda, Bauman) che purtroppo scelte politiche nefaste hanno lasciato morire… in nome della cultura!

Festival del Diritto, iniziativa di taratura nazionale che la nuova giunta di centrodestra ha ben pensato di affossare in cambio del nulla. Insieme allo spazio 4 destinato ai giovani, a Pulcheria manifestazione per le donne a suo tempo voluta da Rosa Rita Mannina, 15 anni fa assessore in una giunta sempre di centrodestra ma non a guida leghista.

Piacenza antica capitale del Ducato, con un centro storico più ricco di Parma, continua a rimanere chiusa in consorterie, continua a defenestrare ogni giorno Pier Luigi Farnese nel nome di un ideale, quello dell’Impero allora, dietro altri particolari interessi oggi.
Una proposta che supera l’ambito limitato e ristretto di Capitale italiana della cultura:
Sarebbe auspicabile che Piacenza potesse essere “primus inter pares”. Città simile a tante altre città che si affacciano sulle acque di Eridano. Città che vanno da Torino a Pavia, da Piacenza a Cremona, da Ferrara al Delta del Po. Trovandosi a metà strada del percorso fluviale, Piacenza potrebbe assurgere a Capitale dell’intera area fluviale!

Piacenza: il ‘nostro’ Grande Placido fiume, il Po

È necessario superare qualsiasi campanilismo, fare i giusti investimenti per l’ambiente (aria e territorio), salvaguardare e valorizzare il patrimonio architettonico e culturale, rendere navigabile e balneabile il Po, lanciarsi in una gara solidale con tutte le altre città che si affacciano sul grande fiume.
Una sfida che va al di là dei confini cittadini (Parma o Piacenza), al di là dei confini regionali (la Lombardia anziché l’Emilia o il Piemonte), una grande area geografica con caratteristiche geografiche ed affinità storiche comuni che potrebbe portare ad un riconoscimento, al di là dei confini nazionali, da parte dall’Unesco.
Se il Delta del Po è stato dichiarato patrimonio dall’Unesco, perché non potrebbe venire dichiarato tutto il percorso del Po e delle città che ad esso si affacciano? E dell’intera area, primus inter pares, Piacenza esserne la Capitale?

Il Po (chiamato dai Greci Eridanus, presso i Liguri era chiamato Bodincus, che significa dal letto profondo, senza fondo, il latino Padus – da qui l’aggettivo padano – deriverebbe da una qualità di pini selvatici particolarmente abbondante presso le sue sorgenti) è con i suoi 652 km il fiume più lungo in Italia

“E’ come un sogno se per te ci sarò”, lirica di Catherine (Calcagni) La Rose, poeta in Roma

Oil on canvas by Victor Moya Calvo

È come un sogno
se per te ci sarò
quando errando
nei tuoi pensieri
avrai bruciato tutto
per me
tanto un altro dentro me
non ci sta
E sarà bellissimo
vedrai…
quando all’orizzonte
pericolosamente da me
ti vedrò vagabondo avanzare

Perché d’Amore e poesia
ti stringo già follemente al cuore

È come un sogno
se per te ci sarò
quando silenziosamente
avrai gridato basta
se mi ami davvero amami
tanto un altro dentro te
non ci sta
e allora sarò pronta
così come sono ad amarti

Perché d’Amore e preghiera
ti stringo già follemente al cuore

Oil on canvas by Victor Moya Calvo

17 febbraio 1992: arrestato Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio, socialista, mariuolo isolato secondo Bettino Craxi. Inizia così Tangentopoli

Mario Chiesa (Milano, 12 dicembre 1944) politico, dirigente d’azienda italiano, esponente milanese del Partito Socialista Italiano, il 17 febbraio 1992, quando ricopriva la carica di presidente del Pio Albergo Trivulzio, poco dopo le 17.30 venne colto in flagrante mentre accettava una tangente di sette milioni di lire dall’imprenditore Luca Magni, che gestiva una piccola società di pulizie e che voleva assicurarsi la vittoria nell’appalto per le pulizie dell’ospizio. In seguito a richieste sempre più esose, il piccolo imprenditore Magni aveva contattato il magistrato Antonio Di Pietro per denunciare il presidente Chiesa e insieme decisero di incastrarlo. Si trattò del primo arresto dell’inchiesta di Mani pulite che sfocerà in Tangentopoli. In seguito all’arresto, Chiesa venne espulso dal PSI e il segretario del partito socialista Bettino Craxi, il 3 marzo 1992, intervistato al TG3, definì Chiesa un mariuolo, sottolineando che il PSI milanese era composto di persone oneste (la realtà, lo sappiamo, era ben diversa e lo scandalo che uscì dalle indagini, rivelando il malaffare tra politica e imprenditoria porterà alla fine della Prima Repubblica e allo scioglimento del Psi, dei partiti laicisti e della Dc).

Mario Chiesa con Bettino Craxi

Quanto a Chiesa, laureato in ingegneria, iniziò a fare politica in una sezione del PSI di Quarto Oggiaro, nel quartiere Musocco-Vialba. Inizialmente vicino alla corrente di Francesco De Martino, successivamente si era avvicinato prima a Carlo Tognoli e poi a Paolo Pillitteri. Nel 1970 era stato nominato capogruppo del PSI nel consiglio provinciale di Milano; nel 1972 visto che la società per cui lavorava era intenzionata a mandarlo all’estero, attraverso il giro di conoscenze del partito socialista riuscì ad avere un posto di direttore tecnico all’ospedale Sacco di Milano. Nel 1980 fu assessore ai Lavori Pubblici del comune di Milano, e nel 1985 all’Edilizia Scolastica. Nel febbraio 1986 riuscì a ottenere la presidenza del Pio Albergo Trivulzio. Dal 1989 si mise in proprio, con l’obiettivo di diventare sindaco di Milano, abbandonando i vecchi protettori e legandosi alla famiglia Craxi: nelle elezioni amministrative del 1990 Chiesa in cambio della riconferma alla presidenza del Pio Albergo Trivulzio sostenne Bobo Craxi, figlio del segretario socialista.

Dopo l’arresto gli inquirenti scoprirono, grazie alla testimonianza della sua ex-moglie Laura Sala, diversi conti bancari in Svizzera, con diversi miliardi di lire intestati alla sua segretaria. Dopo cinque settimane di carcere, il 23 marzo 1992, Chiesa decise di parlare. L’interrogatorio durò più di una settimana e il 2 aprile 1992 gli vennero concessi gli arresti domiciliari. Lo stesso Bettino Craxi, in qualità di leader del PSI, definì Mario Chiesa un mariuolo isolato, una scheggia impazzita di un Partito Socialista che altrimenti – a suo dire – doveva essere integro.

Il magistrato Antonio Di Pietro

Scontata la pena, Chiesa si riavvicinò all’ambiente politico partecipando a convegni pubblici della Compagnia delle Opere, associazione imprenditoriale legata a Comunione e Liberazione. Il 31 marzo 2009 venne arrestato di nuovo, con l’accusa di essere stato il collettore delle tangenti nella gestione del traffico illecito di rifiuti nella Regione Lombardia. È stato definito “L’uomo del 10%” in quanto avrebbe avuto la capacità di far lievitare i costi di smaltimento dei rifiuti di un decimo rispetto al valore raggiunto a fine gara (d’appalto)

L’amore al tempo dei nostri nonni: la “pagella” delle ragazze della casa di tolleranza. ‘Sufficiente’? Rivedibile!

Una testimonianza dalla pagina del Museo delle Case di Tolleranza in fb di Davide Scarpa

Dal 1° luglio 1931 (entrata in vigore del “nuovo codice di pubblica sicurezza”) tutte le case di tolleranza e le loro amministrazioni, (in primis nella persona delle tenutaria, poi di seguito, con un certo grado di complicità, pure anche del proprietario…) furono considerate responsabili di fronte alla legge, (anche risarcendo in solido…) della condotta di ogni prostituta assegnata, che non si fosse comportata correttamente, cagionando danni a cose e a persone, (anche al di “fuori dell’ambito lavorativo”, ad esempio durante il viaggio di trasferta per la “licenza ordinaria”), per “violata consegna” nel non aver adeguatamente “preventivamente vigilato”, sulla affidabilità della persona” e del suo “operato”, con le dovute “precauzioni”, difatti le prostitute “nuove” che dovevano ancora finire il loro tempo di “prova” con il rigorosissimo “apprendistato” da espletare prima di passare di “ruolo effettivo”, dovevano totale “obbedienza” oltre che alle autorità di polizia, all’ufficiale medico, alla tenutaria, e al “padre cappellano” (monsignore incaricato dal vescovo come “padre spirituale” e delegato come rappresentante curiale nel consiglio di amministrazione) anche alla prostituta più anziana, detta “madrina” che aveva l’obbligo insieme con le altre “figure responsabili” di controllare la condotta e l’ operato, partecipando alla “relazione” di una vera e propria “pagella”, oltre che d’insegnare praticamente “tutto”.

Lo stato di servizio, non bastava che fosse giudicato “sufficiente” (cioè non aver mancato a nessun obbligo sull’osservanza delle leggi e dei regolamenti interni) per poter esercitare sempre e comunque, doveva essere “buono” (giudizio che contemplava una atteggiamento “fortemente collaborativo”, anche denunciando eventuali mancanze delle proprie colleghe, sia coetanee che superiori, ma sempre e comunque rispettando la via gerarchica…) Esistevano a riguardo determinate “interventi” che la Tenutaria (in qualità di pubblico ufficiale) poteva applicare discrezionalmente, di tipo punitivo, sanzionatorio e restrittivo, a patto che le “mancanze” non fossero troppo gravi, o considerate recidive, a quel punto la prostituta veniva “convocata” da una speciale “commissione” composta dal “consiglio di amministrazione dell casa” di cui facevano parte i rappresentanti, della forza pubblica territoriale (di solito il comandante dei vigili, o il comandante della caserma dei carabinieri in loco, se c’era) quelli della pubblica amministrazione, a cui faceva capo la casa di tolleranza (nella persona del sindaco all’epoca podestà, o il prefetto) il monsignore rappresentante della Curia (l’autorità morale il cui VOTO VALEVA IL DOPPIO delle altre autorità) e il proprietario (che non aveva diritto ne di veto, e di voto, ma presenziava come persona “informata delle decisioni prese”) va ricordato che la figura del “proprietario” fu fortemente ridimensionata, doveva compiere atto formale di sottomissione al Prefetto, rinunciando a qualsiasi diritto di godimento della proprietà e dell’amministrazione dell’intera attività che vi operava, in cambio di un congruo e vantaggiosissimo affitto, proporzionale alla “categoria” della casa e della città dove operava, nonché del giro d’affari….

 

“La vendetta dello scorpione”, un racconto di Alberto Zanini (dal blog ‘I Gufi Narranti’)

Prologo

Il sole invernale non riusciva a scaldare l’aria frizzante del mattino. Nella grande piazza una donna si aggirava fra i banchi del mercato con calma, fermandosi ogni tanto a guardare la merce esposta.

E’ lei, sono sicuro che è lei

Come fai a saperlo?”

Ti dico che è lei, quando le siamo passati vicino, ho sentito una sensazione di disagio”

La ragazza, continuava a fissare la donna che si era fermata davanti ad un banco e discuteva con il venditore.

E’ una occasione unica trovare uno di loro da solo. Di solito girano in coppia>> continuò la ragazza

E cosa vorresti fare?” chiese l’uomo con la barba.

Dovremmo approfittarne

Nel frattempo la donna si diresse verso una stradina laterale. La ragazza e l’uomo con la barba la seguirono a debita distanza senza perderla di vista. Quando si trovarono in una via, piccola e deserta, la coppia si avvicinò con discrezione, la ragazza superò la donna e pochi metri dopo fingendo un malore si accasciò a terra.

La donna si chinò verso la ragazza chiedendole cosa fosse successo, questa iniziò a fissarla e le pupille divennero verticali ed ellittiche e anche il viso si trasformò in una testa di serpente.

Fu l’ultima cosa che la donna vide perché, sebbene percepisse il pericolo, non fece in tempo a reagire. L’uomo con la barba, che si era avvicinato silenziosamente, con una corta spada le recise di netto la testa che cadde con un suono secco, accompagnata da un violento zampillo di sangue. Il corpo della donna, mentre si afflosciava a terra, si trasformò in centinaia di piccoli scorpioni che, come impazziti, presero tutte le direzioni disperdendosi nella via.

Qualche giorno dopo

La città, cinta da alte mura, era avvolta da una densa nebbia che attutiva i pochi rumori della sera. Una grande piazza sorgeva su un promontorio e al centro svettava l’alta Rocca Eburnea.

Quattro vie tortuose e strette, corrispondenti ai punti cardinali, scendevano verso le porte della città.

Quella notte due ombre scure si spostarono reggendo fiaccole tremolanti. Giunti nei pressi della porta sud un sommesso fischio si perse nel silenzio. Dal corpo di guardia uscì un militare tarchiato e con un ventre prominente, che caracollando andò incontro alle due figure con il mantello.

“Maestro…”

Silenzio Prando, niente nomi” disse la voce da sotto il cappuccio, dimostrando di conoscerlo.

“Mi scusi” rispose questo con aria contrita.

Apri il portone” ordinò l’uomo, con voce bassa e perentoria.

La guardia aveva gli occhi perennemente in movimento, lo sguardo sfuggente e il naso bitorzoluto e senza rispondere rientrò nel corpo di guardia, uscendone un attimo dopo in compagnia di un giovane militare allampanato dallo sguardo perso e addormentato, che a fatica fece scorrere un lungo chiavistello arrugginito che con stridore si spostò all’interno degli anelli fissati sui battenti. La porta si aprì rivelando due sagome che silenziosamente varcarono la soglia e si accostarono agli altri due incappucciati. L’uomo, che aveva intimato di aprire, lanciò una moneta verso il militare, che con un ghigno scoprì la bocca rivelando i denti guasti e neri, il quale la raccolse al volo facendola sparire in una tasca.

La campana batteva tre rintocchi quando le quattro sagome scure imboccarono la stretta strada che saliva verso la piazza, infrangendo il silenzio della notte con lo scalpiccio dei loro passi.

Il militare dopo aver guardato a destra e a sinistra rientrò nel corpo di guardia.

Da una porta socchiusa della via apparve, nel buio, una mano che riversò il contenuto di un secchio sulla via. Piscio ed escrementi ammorbarono ulteriormente l’aria già fetida.

Io e Rebecca, appena ricevuto il tuo messaggio ci siamo messi in cammino, ma non sappiamo il motivo di tutta questa urgenza“, mormorò Folco

Sveva è morta in un agguato e Orlando ha bisogno di una nuova compagna“, rispose Ranieri che all’improvviso si fermò, con tutti i sensi all’erta, subito imitato dagli altri. Nel silenzio alzò lentamente una mano, per avvertire di fare attenzione, e si mise a scrutare il buio cercando di percepire ogni più piccolo rumore. L’aria era immota e il tempo sembrava essersi cristallizzato. Il gruppo percepì un leggerissimo fruscio, dalla spessa nebbia apparve qualcosa che strisciava sibilando. Subito dietro ne apparvero altri due. Erano tre grossi serpenti che avanzavano sinuosamente facendo saettare la lingua biforcuta. Senza indugio, presagendo il pericolo, Tessa, si tolse il mantello, subito imitata da Ranieri, si piegò in avanti poggiando le mani a terra emettendo un sommesso rumore stridente. La testa si coprì immediatamente di uno strato chitinoso che andò a formare il carapace, la mutazione continuò con l’addome e le 8 zampe. Nell’estremità inferiore del corpo apparve una coda che crebbe rapidamente in cinque segmenti, terminando con un pungiglione che sferzava l’aria minaccioso. I tre grossi serpenti, non aspettandosi una reazione così immediata si fermarono indecisi. La mutazione conclusa rivelò due enormi scorpioni che si avventarono sui serpenti e con movimenti fluidi e veloci vibrarono dei colpi di coda in rapida successione, i pungiglioni penetrarono nei corpi dei rettili che rimasero paralizzati, mentre il terzo scappò perdendosi nel buio della notte.

Credo che ci stessero aspettando” disse Folco.

Tessa e Ranieri ripresero le loro sembianze ed il gruppo continuò, con cautela finché non giunse davanti ad un portone mentre dal buio emersero altre due figure incappucciate.

Ecco Orlando” disse Ranieri indicando le ombre che si avvicinavano, mentre con una strana chiave di ottone apriva il portone rivelando un cortile. Il gruppo si perse nel buio, appena rischiarato dalla fiaccola, dell’interno del palazzo.

Un pavimento a mosaico e lo scalone di marmo erano la testimonianza della ricchezza del proprietario. Al centro sorgeva un grande pozzo circolare illuminato da candele disposte lungo il bordo. Salirono fino al piano superiore dove entrarono direttamente in un salone illuminato da torce appese ai muri. Alcune porte chiuse conducevano al resto dell’abitazione.

Svelarono i loro volti togliendosi i cappucci, sganciarono le fibule che tenevano chiusi i mantelli che appoggiarono sul tavolo al centro della stanza.

Questa è Bianca” disse Orlando indicando la donna che lo accompagnava.

Le hai spiegato in cosa consiste la cerimonia?” chiese Folco

So tutto e sono d’accordo” rispose Bianca

Ranieri dispose delle candele attorno ad un grande tappeto e quindi le accese.

“Spogliati completamente”

Bianca si tolse la pelliccia smanicata, sciolse la cintura di lino che le cingeva la vita, si sfilò la colorata camicia aderente e la gonna a pieghe, stretta da una fascia sotto il seno, si tolse le scarpe basse di cuoio e quindi fece scivolare le calze, rimanendo completamente nuda.

Da un mobile, Ranieri, prese due scatoline di legno e un’ampolla di vetro contenente un liquido ambrato. Aprì la scatola più piccola, contenente delle palline scure e morbide, ne prese una e la diede a Bianca. “Mastica lentamente” le disse, poi prese l’ampolla, tolse il tappino e la porse ancora alla ragazza “Bevi e sdraiati sul tappeto

Attesero qualche minuto che la droga facesse effetto, Bianca si rese conto di perdere il controllo dei riflessi che rallentarono visibilmente, sentì la temperatura corporea aumentare e si sentì invadere da una strana euforia che accompagnava momenti di veglia a quelli di incoscienza. Ranieri aprì l’altra scatolina rivelando il suo contenuto. Uno scorpione si muoveva al suo interno.

Attu Croli Reto Scata” pronunciò l’uomo lentamente scandendo bene le parole mentre prendeva lo scorpione per la coda e lo consegnava a Bianca. La donna lo prese e lo avvicinò al viso. La stanza era avvolta dal silenzio e il fuoco delle lanterne alle pareti tremolava leggermente proiettando luci sul corpo della donna e sul viso dei presenti. Bianca tenendolo per la coda aprì la bocca e vi introdusse la testa , le chele e parte dell’addome dello scorpione. Chiuse la bocca e con i denti frantumò il carapace. Masticò e deglutì il boccone, quindi ingoiò il resto dell’animale. Poco dopo fu scossa da violente convulsioni, inarcò la schiena mentre la testa ruotava a destra e a sinistra con violenza.

Amrak Sseto Tucca Proipo dissero all’unisono gli astanti che assistevano in trance. All’improvviso la ragazza rimase immobile, la respirazione si fermò per qualche secondo finché ebbe un violento conato di vomito, aprì la bocca ed espulse un grosso grumo nero di saliva viscosa e piccoli pezzi di scorpione. Bianca emerse dagli abissi neri e cupi in cui era sprofondata. Parte dei disegni degli animali e dei nudi femminili del tappeto erano impiastricciati di vomito. La ragazza, visibilmente provata, cercò di rimettersi in piedi aiutata da Orlando che, mentre la sosteneva con il braccio, le disse: “Adesso fai parte della fratellanza” Bianca fece scorrere lo sguardo su tutti i presenti e un pallido sorriso comparve sul suo volto.

“Orlando adesso ha una nuova compagna” disse Ranieri guardando tutti negli occhi. Erano tre uomini e tre donne, diversi fisicamente, ma con un unico sguardo; vuoto, freddo, predatorio. L’uomo, che sembrava essere il capo riconosciuto da tutti, continuò: “Anche se non esiste un culto ufficiale e tutti sono tollerati ed accettati, dobbiamo stare molto attenti e non attirare assolutamente l’attenzione. Conto sulla vostra discrezione, ne va della sicurezza di tutta la nostra fratellanza. Abbiamo altri fratelli in città. Alcuni in posti strategici. Avete visto nel corpo di guardia della porta sud che abbiamo Prando che controlla. E’ uno fidato” Ranieri fece un attimo di pausa, quindi proseguì: “Ormai è molto tardi, per stanotte rimarremo tutti a dormire qui, le stanze non mancano per fortuna, domani mattina presto Folco e Rebecca torneranno da dove sono venuti mentre Orlando farà vedere a Bianca la sua nuova casa”

Al mattino la nebbia notturna si era dissolta, come neve al sole, e le luci del giorno svegliarono la città.

Sei persone uscirono con discrezione dal palazzo e dopo essersi salutati, due si incamminarono verso la porta sud, mentre gli altri presero la direzione della piazza principale dove sorgeva la Rocca.

Lungo la strada incontrarono un uomo con una tunica lunga fino ai piedi, lacera e sudicia, che gesticolando ripeteva: “Sono ovunque, moriremo tutti, nessuno ci potrà salvare”. L’uomo con gli occhi spiritati aveva una barba lunga e incolta sulla quale si posavano gli schizzi di saliva. Alcune persone lo guardavano con curiosità, mentre altre lo scansavano infastidite. Una ragazza con i capelli scuri camminava lungo il muro e guardava di sottecchi l’uomo con la barba, che si fermò fissando intensamente Ranieri. I quattro continuarono il cammino verso la Rocca Eburnea senza fermarsi, mentre il predicatore si girò e continuò a guardarli intensamente. Quindi proseguì nel cammino. Anche la ragazza prese la stessa direzione.

Qualche giorno dopo Ranieri, Tessa, Orlando e Bianca dopo aver varcato, in uscita, la porta est seguirono una stradina di campagna e dopo un paio di chilometri si trovarono di fronte al mare. Sugli scogli sorgeva un faro che sembrava abbandonato.

“Un nostro “fratello” ha saputo che Sveva è stata uccisa colpita alle spalle da uno con la barba. Il testimone ha visto anche una donna che si stava trasformando in qualcosa di orribile, ma non ha saputo raccontare altro perché era molto spaventato” raccontò Orlando

“Un uomo con la barba?” ripeté Ranieri pensieroso. Tutti ebbero lo stesso pensiero. Il predicatore con la barba incontrato qualche giorno prima.

“Non possiamo essere sicuri che si tratti della stessa persona” sostenne Tessa “ma quell’uomo mi ha procurato strane sensazioni”

“Anche a me” rincarò Ranieri “Brutte sensazioni”

Tutti e quattro fissavano, in silenzio, l’orizzonte, mentre la risacca del mare accompagnava i loro pensieri.

“Non sappiamo chi sia stato ma è chiaro che questo assassinio infrange la pace che risaliva alla notte dei tempi” disse Ranieri

“Era un tacito accordo che conveniva a tutti, finché le fratellanze restavano lontane le une dalle altre” rimarcò Orlando “Non ci siamo accorti che ‘Loro’ sono tra di noi e adesso hanno svelato le vere intenzioni. Ho mandato Sveva da sola in giro. E’ una leggerezza della quale non mi perdonerò mai, ma se è la guerra che vogliono, io sono pronto” concluse Orlando

“Vendicheremo Sveva” sentenziò Ranieri

“Vendicheremo Sveva” gridarono gli altri con lo sguardo rivolto verso il mare, che rispose mugghiando rumorosamente.

Una settimana dopo l’uomo con la barba e una ragazza furono avvistati, vicino alla locanda “Il corvo nero”.

I quattro decisero di controllare la zona accuratamente, e due giorni dopo Tessa individuò la coppia. Per non destare sospetti mantenne il proprio passo e quando fu abbastanza vicina agganciò il loro sguardo accorgendosi della trasformazione delle loro pupille.

Allarmati, l’uomo con la barba e la ragazza, si fermarono visibilmente turbati.

“E’ una di loro” disse la ragazza

“Si, hai ragione Savia, ed è da sola”

“Sarà facile come l’altra volta Giacomo”

I due incominciarono a seguire Tessa, che, con calma, proseguì nel suo cammino prendendo la direzione della porta nord. Di sottecchi si accertò di essere seguita e dopo essere uscita dalla città si diresse, aumentando sensibilmente il passo, verso il faro.

Quando la strada divenne deserta Giacomo e Savia, che attendevano il momento ideale per attaccare ridussero la distanza da Tessa, che senza voltarsi continuava spedita verso la sua meta. Intanto, la coppia non si accorse che un uomo, con il mantello scuro, li seguiva a sua volta.

Il faro apparve come un’ombra nel buio della sera e Tessa prese risoluta la sua direzione e abbandonata ogni riserva, si mise a correre subito imitata dalla coppia. La donna in fuga fece gli ultimi metri stremata e boccheggiando, mentre gli inseguitori si avvicinavano pericolosamente. Tessa giunse davanti al faro, con mano tremante aprì la porta e velocemente entrò.

Giacomo e Savia, quando videro la donna entrare nel faro, si fermarono affannati per la corsa cercando di recuperare le energie.

“Potrebbe essere una trappola” disse l’uomo

“Faccio il giro per controllare che non ci siano altre uscite” rispose Savia

Si sentiva solo l’infrangersi delle onde sugli scogli, e quando la ragazza completò il giro del faro decisero di entrare.

La bassa temperatura rallentava vistosamente la mutazione dei due corpi. Abbassarono la maniglia della porta, e dopo averla aperta lentamente varcarono la soglia. Il buio era quasi assoluto, solo contro una parete si vedeva un pallido alone rettangolare di luce proveniente dal finestrone in alto. Si trovarono in un grande ambiente circolare con alla destra una scala a chiocciola che conduceva al faro.

Un campanello di allarme continuava a squillare nella testa di Giacomo che si rese conto di essere stato uno sprovveduto. Era caduto in una trappola. Capiva di avere di fronte dei predatori notturni abituati a cacciare con l’oscurità.

Il buio era quasi totale, Giacomo percepiva delle presenze, quando si sentì sollevare da terra. Protese le mani e toccò una dura corazza che si era insinuata sotto le ascelle. Erano le chele di un enorme scorpione, che mosse veloce la coda. Un fruscio inquietante annunciò a Giacomo l’arrivo di una violenta frustata che lo colpì in viso e subito dopo sentì una fitta dolorosa. Il pungiglione era entrato in profondità rilasciando il veleno che lo paralizzò.

Savia che era dietro percepì il pericolo, si buttò per terra e rotolando riuscì ad evitare l’attacco degli scorpioni. Anche lei non era riuscita a mutare aspetto per il freddo, però muovendo la lingua rapidamente cercava di percepire l’odore del nemico.

Intanto l’uomo immobilizzato era attaccato dallo scorpione. La pelle e la carne del collo cedettero alla forte morsa delle chele. Nel buio la ragazza sentì lo sgradevole rumore di carne lacerata e l’uomo perse il controllo degli sfinteri. La testa spiccò dal busto di Giacomo e schizzi di sangue piovvero addosso a Savia. La ragazza capì che in quello spazio chiuso ed angusto non aveva scampo, si alzò in piedi e corse verso la porta, che riusciva ad intravvedere nel buio, e dopo averla spalancata si precipitò all’esterno. La luna proiettava una striscia luminosa sul mare che s’infrangeva placido sugli scogli.

Savia si mise a correre verso la città ma dopo pochi metri si trovò davanti l’uomo con il mantello che le sbarrava la strada verso la salvezza. Maledisse il momento quando, con Giacomo, decisero di seguire la donna, ma ormai sapeva che era tardi recriminare. Si girò verso la costruzione che si stagliava nel cielo notturno. Vide altre tre persone che le venivano incontro. Sentì l’alito caldo di uno sul collo e una sottile lama che s’infilava tra le sue scapole dall’alto verso il basso fino a raggiungere il cuore. Cadde in avanti e quando la faccia toccò terra lei non c’era più.

Vendetta era stata chiamata e vendetta era arrivata.

I quattro guardarono il corpo della ragazza steso per terra, quando improvvisamente si senti uno sparo. Si voltarono verso il rumore. Tutti tranne Ranieri che divenne terreo e lentamente si mise una mano sul torace. L’uomo volse lo sguardo verso la sua compagna, consapevole di farlo per l’ultima volta e cadde in ginocchio. Quindi venne il buio. Quando il corpo toccò terra si trasformò in centinaia di piccoli scorpioni che fuggirono in tutte le direzioni.

Si senti un secondo sparo.

Prando, con una pistola fumante in mano, guardava il corpo inanimato a terra della giovane guardia allampanata che stringeva un fucile e guardava il cielo con gli occhi velati.

Tessa, Orlando e Bianca quando passarono accanto al cadavere del ragazzo videro le sue pupille ellittiche in verticale.

Alberto Zanini

Racconto ” La vendetta dello scorpione ” scritto da Alberto Zanini e pubblicato nella raccolta di racconti “I mostri non mangiano seitan” Sensoinverso Edizioni Luce nera 2018

64 anni fa … nasceva un bel bambino, dicono che urlasse peggio d’un babbuino

64 anni, un bel traguardo, non c’è che dire (me lo dico da solo). Rallegrato dal regalo dell’amico Giovanni Soressi (l’immagine riportata), regalo del quale faccio icona di questo ennesimo bel giorno con l’aggiunta di infiniti grazie ad amici ed amiche che mi omaggeranno dei loro auguri insieme al consueto “Buon San Valentino” da scambiare con Dalila, compagna di vita da 34 + 4 di questi 64 anni. Per tacere degli auguri di certo in arrivo da figli, nuora, quasi nuora, prima nipote (Fara) e ultima nata pochi giorni orsono (Olimpia). Oltreché dalla mamma novantunenne, indistruttibile roccia nonostante i problemi dell’età che si porta appresso, e dal babbo che son certo anche dall’aldilà non dimenticherà di ricordarsi di me, magari proprio allo scoccare di quell’ora lontana, le 6.30 della notte, venendomi a trovare nel sonno. A tutti e tutte coloro che ne han fatto parte (esclusa sia chiaro #JenaFornero), un abbraccio lungo 64 meravigliosi anni vissuti.

Piacenza: l’antifascismo in piazza sabato 10 febbraio, considerazioni di Carmelo Sciascia (con le immagini del corteo promosso nella mattina dall’Anpi)

Piacenza, 10 febbraio 2018, il pacifico corteo promosso dall’Anpi in mattinata per protesta contro l’apertura di una sede di Casa Pound. Nel pomeriggio un secondo corteo promosso dai gruppi di ControTendenza vedeva scontri tra una ventina di esponenti dei centri sociali con le forze dell’ordine. Un Carabiniere, a terra, veniva vigliaccamente picchiato selvaggiamente e ferito

Circola nelle sale cinematografiche, in questi giorni, un film di Luca Miniero, “Sono tornato”, un remake come tanti ce ne sono stati e ce ne saranno, di altri film di successo. Tratta il film di un ipotetico ritorno del Duce, del film intendo riportare e sottolineare solo una frase pronunciata dallo pseudo Mussolini: “Eravate un popolo di analfabeti, dopo ottanta anni, torno e vi ritrovo un popolo di analfabeti”.Si, proprio così, di analfabeti, ma quello che è ancora più grave senza memoria. La memoria della storia degli italiani è corta, anzi cortissima! Alcune considerazioni a proposito di uno sconsiderato episodio avvenuto nella manifestazione del pomeriggio di sabato giorno dieci a Piacenza, una breve giornata invernale, ma intensa, talmente ricca di eventi da vedere le proprie strade attraversate da più cortei.

Piacenza, 10 febbraio 2018, il pacifico corteo promosso dall’Anpi in mattinata per protesta contro l’apertura di una sede di Casa Pound. Nella foto: Carmelo Sciascia

Analfabeti perché qualcuno a sproposito ha dato del fascista agli antifascisti. Vorrei ricordare a costoro che la frase è di Pasolini e va letta ed interpretata unitamente a tutto il suo discorso sul “fascismo degli antifascisti”. Allora specifichiamo: Pasolini ha usato questa espressione per criticare i partiti del cosiddetto arco costituzionale, erano gli anni settanta, ed era proprioil1974 quando in una intervista Pasolini così si espresse: “Continueranno a organizzare altri assassinii e altre stragi, e dunque a inventare i sicari fascisti; creando così una tensione antifascista per rifarsi una verginità antifascista, e per rubare ai ladri i loro voti; ma, nel tempo stesso, mantenendo l’impunità delle bande fasciste che essi, se volessero, liquiderebbero in un giorno”.

Piacenza, 10 febbraio 2018, il pacifico corteo promosso dall’Anpi in mattinata per protesta contro l’apertura di una sede di Casa Pound.

Ecco, si mantenevano, come si mantengono oggi, bande fasciste, che potrebbero essere liquidate in un solo giorno, perché queste associazioni erano utili allora ai partiti del cosiddetto arco costituzionale come continuano a essere utili adesso ai partiti, probabilmente a tutti i partiti oggi visto che l’arco costituzionale si è nel frattempo frantumato, non esiste semplicemente più.

Probabilmente ancora più utili, le organizzazioni fasciste, ritornano ad esserlo nel momento in cui si avvicinano le consultazioni elettorali. Si vorrebbe scaricare tutta la responsabilità dell’esistenza di gruppi fascisti ad una magistratura incapace di applicare le leggi di questo Stato Repubblicano nato dalla Resistenza. Le leggi previste sono infatti due: la legge Scelba e la legge Mancino. La prima del 1952, la seconda del 1993.

Piacenza, 10 febbraio 2018, il pacifico corteo promosso dall’Anpi in mattinata per protesta contro l’apertura di una sede di Casa Pound. Nella foto: in una manifestazione pacifica e democratica anche i poliziotti del servizio d’ordine sembrano passeggiare tranquillamente

La magistratura, si sa, deve fare osservare le leggi ma per farlo ha bisogno comunque di sostegno e consenso, un consenso che deve esprimersi in tutte le forme ed i modi permessi dagli strumenti democratici in possesso di questa società.

Già la nostra Costituzione approvata nel 1947 e promulgata nel 1948, al primo comma della XII disposizione finale così si è espressa: “E’ vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”.
Tutto ciò non è bastato a che rigurgiti fascisti risorgessero nel Paese.
Dopo il 1968, Piazza Fontana! Non sono state certo le lotte studentesche e l’estremismo di sinistra gli artefici di quella strage, come di tutte le altre che si sono succedute! Le stragi sono state le risposte di chi non voleva cambiamenti e conquiste sociali, frutto di lotte popolari, studentesche ed operaie. Questo per dire che gli eventi delittuosi avvengono sempre dopo o durante le grandi manifestazioni popolari, come è stato per Piazza della Loggia a Brescia negli anni settanta o più recentemente a Genova, per il G8 del 2001.
Torniamo a noi, ai giorni nostri, anzi al giorno nostro: sabato 10 febbraio dell’anno in corso.

Piacenza, 10 febbraio 2018, il pacifico corteo promosso dall’Anpi in mattinata per protesta contro l’apertura di una sede di Casa Pound.

Piacenza, città medaglia d’oro della Resistenza, vede lo svolgersi di due manifestazioni aventi lo stesso tema: l’antifascismo. A quale partecipare? La prima di mattina era organizzata dall’ANPI vedeva la partecipazione dei sindacati CGIL-CISL-UIL e di vari partiti (visto che abbiamo richiamato gli anni settanta, si può usare ancora il termine dell’arco costituzionale?). Il percorso era stato stabilito e pubblicizzato: da piazzale Genova alla Prefettura, con sosta al monumento ai Partigiani. In prefettura sarebbe stata consegnata una petizione che chiedeva l’applicazione delle leggi già menzionate.

Piacenza, 10 febbraio 2018, il pacifico corteo promosso dall’Anpi in mattinata per protesta contro l’apertura di una sede di Casa Pound. Oltre 800 i partecipanti che hanno raccolto l’invito delle organizzazioni, dall’Anpi ai sindacati CGIL Cisl e Uil, ai partiti della sinistra democratica

Della seconda non era stato pubblicizzato il percorso, si sapeva che era stata organizzata con partenza dalla Stazione FS e vedeva tra i promotori organizzazioni giovanili di sinistra ed i Sindacati di Base, i Cobas.

Le manifestazioni erano la risposta popolare alla recente apertura di CasaPound a Piacenza, cui si aggiungeva la gravità dei fatti di Macerata.
A quale partecipare? Perché non a tutte e due. Se ho votato nel 2016, dopo anni di astensione, per la salvaguardia di questa Costituzione, dalla cosiddetta riforma Renzi-Boschi, a maggior ragione avrei dovuto partecipare a tutte e due le manifestazione che volevano vedere applicati i principi di questa nostra Costituzione.

Piacenza, 10 febbraio 2018, il pacifico corteo promosso dall’Anpi in mattinata per protesta contro l’apertura di una sede di Casa Pound.

Nulla da dire sulla manifestazione della mattina, come da copione tutto è filato liscio.

Il pomeriggio non è stato così, non tutto è filato liscio. Intanto alcune considerazioni.
La manifestazione pomeridiana vedeva un numero di giovani elevato, giovani molto più motivati a manifestare, non solo contro il fascismo, ma contro una società che li esclude di fatto da qualsiasi diritto di partecipazione, dal diritto al lavoro, il lavoro non ce l’hanno, per giungere al diritto al voto, visto che non c’è una reale prospettiva di alternanza tra i partiti. Molti non andranno a votare perché nessun partito li rappresenta più. Grave per una democrazia il venire meno alla vita politica la partecipazione di una intera fascia d’età, quella sotto i trent’anni. Di contro la fascia d’età della manifestazione mattutina era sui sessanta. L’Italia non è veramente più un paese per giovani, unica categoria che vede salvaguardati i propri diritti è proprio quella dei pensionati (anche se non si sa fino a quando). A conferma: unico partito presente era Potere al Popolo, un partito che rischia di non essere nemmeno presente in Parlamento.

Piacenza, 10 febbraio 2018, il pacifico corteo promosso dall’Anpi in mattinata per protesta contro l’apertura di una sede di Casa Pound.

La presenza dei giovani nelle piazze, le loro urla sono un segno positivo, un incitamento per tutte le organizzazioni politiche e sindacali affinché si sveglino. Direi che visto lo stato del mondo del lavoro, i giovani protestano poco! Ricordo che è stato il cosiddetto estremismo degli studenti sessantottini e le loro formazioni politiche extraparlamentari a svegliare i sindacati tradizionali, che hanno potuto raccoglierne i frutti. Le conseguenti lotte operaie degli anni appresso hanno permesso le grandi conquiste salariali e normative, anche per i lavoratori della polizia.

Piacenza, 10 febbraio 2018, il pacifico corteo promosso dall’Anpi in mattinata per protesta contro l’apertura di una sede di Casa Pound.

Oggi, si cerca di non cambiare nulla facendo finta di cambiare tutto. Il pomeriggio ho seguito il secondo corteo dall’inizio, dalle 15, da Piazza Marconi. Constatavo che ogni tanto il corteo faceva delle soste, pensavo preventivate come preventivato doveva essere stato il percorso. Il corteo, dopo avere percorso alcune strade fuori le mura, ha raggiunto Piazza Sant’Antonino. Sembrava dovesse finire lì, visto che non si poteva andare né verso via Scalabrini, né verso via Sant’Antonino. Nessuno aveva annunciato la fine della manifestazione, dopo un po’ il corteo ha ripreso a muoversi proprio verso via Sant’Antonino, percorrendo via Felice Frasi si raggiungeva vi XX Settembre e Piazza Cavalli, infine il corteo ripiegava e percorrendo tutta via XX settembre raggiungeva la stazione dove terminava la manifestazione.

Piacenza, 10 febbraio 2018, il pacifico corteo promosso dall’Anpi in mattinata per protesta contro l’apertura di una sede di Casa Pound.

Solo a sera, a casa, apprendevo dello scontro che c’era stato tra la testa del corteo e la polizia: “Un militare, rimasto isolato, è stato aggredito e picchiato dai manifestanti con il volto coperto e armati di bastoni e sassi”. Un militare è rimasto isolato. Perché lo hanno lasciato, visto che è caduto, isolato? È giusto che chi si è reso responsabile della violenza venga perseguito, tenendo presente che se alcuni colpivano il malcapitato altri, cercavano di fermarli e lo hanno aiutato ad alzarsi ed andare, senza il loro intervento sarebbe potuto finire in modo irrimediabile!

Piacenza, 10 febbraio 2018, il pacifico corteo promosso dall’Anpi in mattinata per protesta contro l’apertura di una sede di Casa Pound. Nella foto: i fiori posti al Dolmen, il monumento a ricordo dei partigiani caduti durante la Resistenza contro i nazifascisti

Anche qui, un ricordo di Pasolini, quando affermava, nello scontro tra polizia e studenti, di stare con i poliziotti. “Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti! Perché i poliziotti sono figli di poveri”. Mi è profondamente e sinceramente dispiaciuto, che un militare, un lavoratore delegato all’ordine pubblico, nell’esercizio dei propri compiti, si sia fatto male, gli abbiano fatto male, colpendolo mentre era a terra, caduto. Sarebbe bastato poco ad evitarlo. Bastava che qualcuno avesse detto che la manifestazione era terminata a Piazza Sant’Antonino, saremmo andati tutti via, sarebbero rimasti completamente isolati quei quattro facinorosi delle prime file… e sarebbero stati costretti anche loro a lasciare la Piazza! Poi… non ho capito, se la manifestazione si sarebbe dovuta concludere in Piazza Sant’Antonino, come mai si è permesso di andare fino a Piazza Cavalli e percorrere, per ben due volte via XX Settembre? Le vie centrali erano piene di gente ed i negozi erano rimasti aperti: non è successo nulla! Vuol dire che la totalità del corteo non aveva nessuna intenzione di creare tafferugli, l’unica volontà chiaramente espressa era quella di manifestare pacificamente, lo testimonia la presenza nel corteo di mamme e bambini. Pasolini diceva, schierandosi sempre da parte della Polizia, guardateli come li vestono, “con quella stoffa ruvida che puzza di rancio fureria e popolo”. I tempi sono cambiati, sono cambiati anche gli abiti e le divise, credo non sia cambiato “lo stato psicologico cui sono ridotti”, se guardiamo infatti le loro divise in assetto antisommossa, credo che anch’io sarei nella loro medesima condizione psicologica, in certi particolari situazioni, “l’essere odiati fa odiare”.

Piacenza, 10 febbraio 2018, il pacifico corteo promosso dall’Anpi in mattinata per protesta contro l’apertura di una sede di Casa Pound.

Quell’incidente non si sarebbe dovuto verificare, perché se è vero che il corteo ha cercato di cambiare percorso, ha sbagliato chi quei manifestanti guidava (o non ha voluto guidare). Allora sì, viene naturale dire che quattro scappellotti ci sarebbero stati bene, per fare rientrare i ragazzi delle prime file. Ci sarebbero voluti quei genitori che avevano manifestato pacificamente la mattina, in fondo sarebbe bastato poco! La politica dei nostri politicanti ha sbagliato ancora una volta, ha diviso le generazioni, non ha saputo trasmettere valori e creare legami. Il fascismo si combatte uniti, vecchi e giovani, uomini e donne, poliziotti e manifestanti, due manifestazioni di settecento persone l’una sarebbe diventata una sola, imponente di duemila partecipanti. Il fascismo prima che nelle piazze si combatte nelle nostre case, trasmettendo valori, creando legami.

Piacenza, 10 febbraio 2018, il pacifico corteo promosso dall’Anpi in mattinata per protesta contro l’apertura di una sede di Casa Pound. Nella foto: tra i partecipanti l’ex Sindaco Paolo Dosi

Intorno a questo episodio, vedo molto conformismo. Frasi fatte, soprattutto di chi non c’era. Speculazione politica di tanti partiti che sperano di raccogliere consenso da un episodio che dovrebbe farli tacere e… riflettere seriamente!

Se è vero, e lo è, che mentre discutiamo e ci dividiamo, continuano a proliferare le sedi di CasaPound, allora si potrebbe dire, a malincuore, perfino dolorosamente, con Guido Ceronetti: “C’è molta agitazione, ma le idee sono sbiadite e poche. Mentre le bambine schiamazzano i lupi hanno già fatto tutto”.
Carmelo Sciascia

Piacenza, 10 febbraio 2018, il pacifico corteo promosso dall’Anpi in mattinata per protesta contro l’apertura di una sede di Casa Pound.

 

“La firma del registo” e “Verso la terra sconosciuta”, omaggio all’arte di Edmund Blair Leighton, pittore preraffaellita

Signing the register, oil on canvas by Edmund Balir Leighton

Edmund Blair Leighton (1853 – 1922) è stato un pittore britannico di dipinti di genere storico, specializzato in soggetti Regency e medievali.

Artista molto meticoloso creò dei dipinti decorativi molto rifiniti.

I soggetti preferiti da Leighton furono quelli di carattere storico, in particolar modo si dedicava alla pittura di scene medievali oppure della reggenza inglese.

To the unknow land, oil on canvas by Edmund Balir Leighton

Piacenza: ieri due cortei antifascisti. Uno di pace per la democrazia. L’altro di ricerca dello scontro. Nelle parole di Claudio Malacalza.

Piacenza, 10 febbraio 2018. Il pacifico corteo della mattinata contro tutti i fascismi (e soprattutto per protestare contro l’apertura di una sede di Casapound nella città Medaglia d’oro della Resistenza) voluto da Anpi, sinistra democratica, sindacati, associazioni. Anche in polemica con il corteo antagonista che nel pomeriggio dopo aver che gli organizzatori hanno cercato deliberatamente lo scontro contro la Polizia ha picchiato, infierito e ferito un Carabiniere caduto a terra. Un fatto che ha permesso al centrodestra di scatenare la polemica svimuendo il messaggio proposto dal corteo pacifico e democratico della mattina.

“Sono triste e preoccupato. Nella mia vita le scene di ieri a Piacenza le ho viste e vissute altre volte e so come va a finire: innescano sempre un clima d’odio e di contrapposizione, quando oggi ci sarebbe bisogno di coesione e di unità a difesa dei valori dell’ antifascismo, contro xenofobia e razzismo. La cosa gravissima di ieri a pc e’ che si preso a sprangate una persona ( prima di tutto ) a terra presa in ostaggio per un errore gravissimo di posizionamento da parte delle forze dell’ordine. Chi ha compiuto questo atto con una violenza inaudita , che non avevo Mai visto prima, va punito severamente affinché si ritorni a garantire la possibilità per tutti di poter manifestare, anche in modo duro ma con rispetto dei diritti degli altri, per tutto quello che ritengono giusto lottare”.

Claudio Malacalza, sindacalista CGIL

Piacenza, 10 febbraio 2018. Contro tutti i fascismi: no spranghe, no bastoni, no visi coperti. Bandiere di pace e palloncini colorati.

Piacenza, 10 febbraio 2018. Contro tutte i fascismi e le dittature: non è più tempo delle armi ma di rose d’omaggio ai caduti per la nostra libertà.