About arzyncampo

14 febbraio 1954, bassa pianura emiliana, Fiorenzuola d'Arda, quell'era le debut. Oggi vivo e lavoro a Piacenza. Giornalista pubblicista, il destino ha voluto mi impegnassi in tuttaltro campo, al servizio dei cittadini nella sanità pubblica. Tuttavia scrivere, per me, é vitale, divertente, essenziale, un mezzo per esprimere la mia presenza nel mondo e dir la mia. Così dal giornalismo sono passato, per passione e non per lavoro, alla poesia, alla narrativa, ai resoconti, agli appunti ovunque e su tutto, fino alla scoperta del blog. Basta scrivere, appunto, per dire di aver qualcosa da dire alla gente di questo nostro mondo. Fin quando avrò una penna, ci sarò.

“68 un anno di confine”, in mostra a Piacenza le foto di Uliano Lucas (fino all’11 maggio)

Il sessantotto, in realtà, fu un fatto un po’ radical chic, espressione che definisce gli appartenenti alla borghesia che per vari motivi (seguire la moda, esibizionismo o per inconfessati interessi personali) ostentano idee e tendenze politiche affini alla sinistra radicale o comunque opposte al loro vero ceto di appartenenza.

Personalmente sono convinto che un’affermazione di questo tipo sia solo una (quella denigratoria degli esponenti della borghesia conservatrice) delle tante verità che possono definire quella realtà storica molto spesso mitizzata e che comunque appunto necessita di un’analisi complessiva, come un prisma fatto di tante sfaccettature tra loro anche contrastanti.

Quartiere Grotosoglio, Milano

All’epoca avevo 14 anni con alcune convinzioni radicate per tradizione familiare: il mondo si divideva in due, da una parte Usa e Urss, superpotenze guerrafondaie che si dividevano il mondo e facevano la guerra. In altri termini superpotenze ben poco inclini alla democrazia o comunque non certo dalla parte della democrazia partecipata di chi lavora.

Nell’ambito invece del nostro piccolo orticello italiano (l’Europa non esisteva) da un lato stavano i padroni (con i preti dalla loro parte), dall’altro i lavoratori e il bastone stava nelle mani dei primi per cui bisognava stare attenti a come ci si muoveva (lavorare ‘sotto traccia’) perché a rimetterci eravamo sempre e soltanto “noi”.

Immigrato sardo davanti al grattacielo Pirelli

Quando, al telegiornale, ho visto immagini di quei ragazzi che a Valle Giulia si scontravano con la polizia, ho fatto fatica a capire: erano tutti in giacca e cravatta, avevano i capelli corti e ben tagliati, erano appunto i figli della borghesia, di avvocati, medici, ingegneri, tutti ragazzi che studiavano all’Università per diventare (come sarebbero diventati) avvocati, giudici, medici, primari, ingegneri, cosa impensabile per “noi” figli di lavoratori per i quali l’accesso a quegli studi era ufficialmente precluso visto che i nostri genitori non potevano permettersi di iscriverci ai licei ipotecando almeno una decina d’anni di mantenimento agli studi.

Era insomma un’epoca di grandi discriminazioni. Ci stavano i palazzi popolari con i balconi a ringhiera e il bagno in comune con i vestiti lavati che riempivano di profumi (di sudore) tutti gli anfratti del caseggiato oltre agli effluvi del minestrone col brodo fatto col dado aromatizzato. Per gli “altri” i grattacieli, le ville con piscina, le visite alla fabbrica in elicottero.

In fabbrica c’erano i guardiani che controllavano quante volte un operaio andava in bagno, vigilando che non fumassero non perché il fumo facesse male e il padrone pensasse alla tua salute ma perché fumare faceva perdere tempo. In Fiat a Torino i Re.Po. compilavano schede a punti: 3 punti per operai Cgil o addirittura Pci, da eliminare. Per l’assunzione serviva oltre all’adeguata raccomandazione, il parere del parroco e il visto dei Carabinieri.

Il mio ’68? Mamma e papà lavoravano e mi hanno mandato a dopo scuola dai Gesuiti per istruirmi meglio, specie in matematica. Uno di loro (non ricordo il nome), proprio l’insegnante di matematica, un giorno mi prese da parte e, indicandomi un ragazzo, mi disse “stai attento, i suoi genitori sono comunisti“. Vade retro, falce e martello!

Assalto all’Università Statale occupata. Milano

In via Caccialupo ancora oggi c’è una caserma dei Carabinieri. Un giorno passavo in quella via dove tra l’altro alloggiavano gli ufficiali americani della Nato di stanza all’aereoporto militare di San Damiano. Un milite ai miei occhi un pò avanti con gli anni mi disse “stai attento ai socialisti, sono furbi quelli, stanno al governo con i democristiani ma fanno gli interessi dei rossi“. I rossi equivalevano agli operari e ai lavoratori.

Il mio ’68. Due anni dopo, in seconda superiore, a ragioneria, il mio primo sciopero finiva all’assemblea nel salone della Camera del Lavoro messa a disposizione dal sindacato Cgil, passando di fronte ai questurini abbardati con caschi, scudi e manganelli. Tre anni ancora e il governo a partecipazione socialista avrebbe aperto la possibilità di iscrizione all’università anche per “noi” figli di operai e lavoratori. Contemporaneamente approvava lo ‘Statuto dei lavoratori’ che cambiava la vita nelle grandi fabbriche riconoscendo appunto i diritti dei lavoratori. Eravamo sdoganati.

Sesto San Giovanni (Milano)

“Gli alieni in Val Trebbia, l’universo, l’immortalità e il gioco delle bocce”, romanzo di Filippo Fornari, edizioni Officine Gutenberg

Oserei dire luci splendenti ed ombre oscure. Convivono in questo romanzo che accomuna chiacchiere da bar (anzi da bocciofila di provincia) tra esodati, pensionati, lavoratori autonomi costretti al lavoro per sfuggire alle accuse della moglie d’essere ormai consumati (a letto). D’altro canto dissertazioni (sempre al bar) da parte del protagonista in tema di scienza e soprattutto di astronomia. Antimateria, antiuniverso, Big Bang, Elettroni, Fascia di Van Allen (che non è la Fascia di Van Basten quando giocava nel Milan), Neutroni e neutrini, Nane Bianche (e guai a pensare a donne piccole messe di fianco ad una nera watussa) e via disquisendo spesso tediando l’incauto lettore che, tradito dal titolo, già pensava ad avvistamenti alieni nella verde Val Trebbia. Per fortuna dalle stelle ad ogni capitolo (son ventuno in tutto) si passa alla stalla (in questo caso la bocciofila) dove tra un bianchino (un buon Ortrugo tutto piacentino sicuramente delle cantine Bonelli di Rivergaro) e un caffè (forse della Musetti di Pontenure) si consumano chiacchiere e si tirano bocce. Raccontando storie e pettegolezzi legati alla piacentinità e alla vita, ai modi di essere e ai modi di dire di questa terra posta alla fine della romana via Emilia ad un passo dal confine con la Gallia e la terra dei celti dove notizie di alieni (almeno nel romanzo) non ne troviamo mentre sappiamo di certo che qui i romani le buscarono di santa ragione da Annibale come ricorda il monumento all’elefante da battaglia sito in località Tuna. Insomma, un libro curioso che a tratti ci costringe a navigare nello spazio e in altre pagine ci fa ridere di gusto passando da un cardinson (credenzone, noto mobile, ma nel caso nostro, donna robusta di regola da evitare con cura) ad un gramlon (giocatore scarso tanto a carte quanto sui campi di calcio), da un pasgat (pescegatto ovvero animale da poco che vive nel Grande Placido Fiume ma anche omuncolo di poco peso e valore), fino al sarocco (pugno) che il protagonista riceve per aver messo il bastone tra i giochi del ciuleur (in francese trombeur des femmes) del paese. E allora? Vada come vada (ogni lettore un piccolo mondo), non resta che abbandonarsi alla lettura. Con un sunto finale: urono i piacentini Fermi e Amaldi a scoprire i neutroni lenti che furono poi essenziali per la realizzazione dei reattori nucleari e in fine per arrivare alla bomba atomica. Che per fortuna nel nostro spazio-tempo ci arrivarono prima gli americani che i nazisti, sperando di non finire un giorno catturati da un buco nero spaziale finendo in un universo parallelo dove magari sono arrivati primi i nazisti.

“Dormiveglia in Val Trebbia al suono delle note di Shearing”, acrylic on plywood, di Corrado Cataudella, artista pittore in Bologna

 

Piacenza: due giorni di fumetti nel cuore della città e tra gli autori piacentini, Edoardo

E domenica, dalle 14, un buon caffè con gli autori piacentini.

Anche Edoardo Arzani, fumettista piacentino collaboratore Sergio Bonelli Editore, sarà con noi a Piacenza Comics & Games! Vi aspettiamo!

Tra questi Edoardo (ovviamente Arzani) e, da padre orgoglione, unitamente alla madre, lasciatemelo dire: che soddisfazione.

In particolare presso l’ex chiesa del Carmelo, in via Nova, ci sarà l’asta benefica (beneficiaria la Casa del fanciullo di Ivaccari) con i disegni di Freghieri, Genzianella, Bisi, Arduini, De Biase, Treré, Zoni, Gandolfi, Cropera, Anelli, Chiappini, Garioni e appunto Edoardo.

L’intervista impossibile a Gabriel Garcia Marquez, di Alberto Zanini (dal blog ‘I gufi narranti’)

Dopo lo scalo a Bogotà, sono a Cartagena per “L’Hay Festival di Cartagena de Indias.”

Quale occasione più ghiotta per un breve tour, nella città più bella della Colombia, in compagnia di Gabriel Garcia Marquez. L’emozione è forte, ma lui, con il suo sorriso bonario, mi rassicura e incoraggia.

Passeggiamo sulla spiaggia di Bocagrande tra schiamazzi di ragazzini e palloni che sfrecciano impazziti.

Parli un italiano discreto. Quando lo hai imparato?”

Venni a Roma nel 1955, avevo 28 anni ero inviato del quotidiano ‘El Espectador’. Il mio compito era seguire lo stato di salute del Papa Pio XII. Non ci crederai, ma aveva una crisi di singhiozzo. Feci anche altri articoli, sul Festival di Venezia, sull’omicidio di Wilma Montesi ed ebbi anche occasione di iscrivermi al corso di regia del Centro sperimentale di cinematografia.

Camminando sulla spiaggia incontriamo delle donne, con delle vesti variopinte, che tengono sulla testa dei catini di alluminio pieni di frutta tropicale.

Queste sono le ‘Palenqueros., vendono la frutta. Sono tipiche di Cartagena. Credo che le troverai solo qui.”

Lasciata la spiaggia ci avviciniamo verso il centro storico.

“Gabo, un giorno hai detto: ‘Ho avuto una fortuna mal distribuita’. Perché?”

Perché fino a quarant’anni non ebbi né soldi né successo, e dovetti arrangiarmi per mantenere la mia famiglia, facendo mille lavori finché non scrissi “Cent’anni di solitudine”che mi fece diventare famoso.”

Come è nata in te l’idea di Cent’anni di solitudine?”

Avevo diciassette anni quando inizia a scrivere un romanzo che s’intitolava: ‘La casa de Los Buendias’, ma non riuscivo ad andare avanti con la storia. Accantonai l’idea finché non decisi di riprendere in mano il romanzo e scrissi ‘Cent’anni di solitudine’. Per anni ho odiato quella storia, perché volevo scrivere un libro e non creare un mito, e per tanti anni sono rimasto prigioniero di quel libro. Non ho scritto la storia della mia vita, ma parla di ricordi, della gente e del mio paese. Il mio libro preferito è: ‘L’amore ai tempi del colera’, e mi piacerebbe che la gente si ricordasse di me per questo.”

Come mai hai chiamato Macondo il paese dove si svolge Cent’anni di solitudine?”

In realtà Macondo era una scritta che lessi all’ingresso di una piantagione di banani. Dovrebbe essere un albero dei tropici, e con il suo legno si costruiscono canoe.”

Si parla di te come l’inventore del “realismo magico

“Non credo che sia esatto. Prima di me Borges e Dino Buzzati hanno scritto opere con elementi magici o sovrannaturali che i personaggi accettano senza cercare di spiegarli. Anche questo è realismo magico.”

Nel frattempo, attraversando piazza S.Domingo, vedo una grande scultura di metallo che raffigura una donna nuda sdraiata.

Non conosco questa opera, ma riconosco lo stile dell’autore. Botero e te siete sicuramente i colombiani più conosciuti all’estero. Avete mai avuto dei rapporti artistici?

“Questa scultura si chiama ‘La gorda Gertrudis’ che in italiano vuol dire La grassa Gertrude. Io e Fernando eravamo 2 giovani, ed incominciavamo ad essere conosciuti in Colombia, quando nel 1960 scrissi il racconto: ‘La siestas del martes’ e lo proposi al quotidiano El Tiempo, chiedendo però esplicitamente che fosse illustrato da Botero. Venni accontentato e fui molto contento.”

Che rapporto hai avuto con la poesia?

“Molto forte. Fin da giovane amavo leggere le poesie, ogni momento era quello buono. Andavo nella Biblioteca Nazionale, in una sala di musica, a leggere le poesie, e quando era l’ora di chiusura, prendevo il tram e con 5 centesimi continuavo a fare il giro leggendo. La sera terminavo la mia giornata nei fumosi caffè della zona vecchia della città, a chiacchierare di poesie, mentre il mondo faceva l’amore.”

Siamo nel quartiere di Getsemani e con garbo Marquez mi guida verso un tavolino del Caffè Havana, dove lo scrittore ha ambientato molte sue storie. Con due bicchieri di Ron Viejo de Caldas davanti riprendiamo la chiacchierata.

Ho letto che ti piace anche la musica.”

“Certamente, anche la musica ha rivestito un ruolo molto importante nella mia vita. Amo molto il violoncello. Per la verità, una volta per scriver avevo bisogno del silenzio assoluto per potermi concentrare, in seguito ho imparato a scrivere con un sottofondo musicale. Quando scrissi ‘L’autunno del Patriarca’ ascoltavo continuamente il Terzo Concerto per Pianoforte di Bela Bartok, e non so come fecero a saperlo, ma quando ricevetti, nel 1982, Nobel per la Letteratura in sottofondo misero quella musica.” mentre conclude un sorriso illumina il suo viso incorniciato dalle folte sopracciglia.

In quella occasione il tuo discorso colpì molte coscienze.”

Citai Faulkner che, quando gli consegnarono il Nobel, disse: “Mi rifiuto di ammettere la fine dell’uomo”. Nel mio discorso parlai della solitudine dei sudamericani, del disinteresse che il mondo aveva per il Sud America, parlai dei desaparecidos, dei colpi di Stato e delle guerre”

Quel giorno ti presentasti in una veste insolita, rompendo un po’ la tradizione che prevede come vestito il frac.”

Indossavo il ‘liqui-liqui’ che è una camicia bianca tipica della zona caraibica. In realtà il frac per me è il vestito dei becchini e dei morti.”

Hai abbandonato i tuoi studi universitari per fare il giornalista.”

Ricordo che mio padre non ha mai voluto accettare la mia decisione. Ho amato molto fare il giornalista, anche se devo dire che il giornalismo è la forma più bella di morire di fame.”

Hai sempre avuto un rapporto molto forte con il cinema, anche in Italia hai avuto modo di frequentare attivamente quell’ambiente. Hai anche finanziato la Fondazione del nuovo cinema latino Americano di San Antonio de Los Banos.”

In quel periodo rilasciavo interviste televisive che mi venivano pagate molto bene, ed io davo quei soldi alla scuola dove insegnavo sceneggiatura. Però sono convinto che con la scrittura si possa fare di più che con il cinema.

La tua meticolosità nello scrivere è rimasta proverbiale.”

Si, sono maniacale, riscrivevo 6 volte ogni romanzo. Voglio avere ben chiara la storia che scriverò, e il primo paragrafo è la cosa più importante e complicata da scriver. Il resto viene di conseguenza.

Abbiamo ripreso a camminare e in Plaza Bolivar di fronte a quello che fu il Palazzo dell’Inquisizione vi sono delle panchine. Gabo me ne indica una e dice: “Quante notti passai a dormire sulla panchina. Non avevo i soldi e non potevo permettermi una stanza un sorriso amaro si apre sotto i suoi folti baffi.

Si è parlato molto della tua amicizia con Fidel Castro e della tua simpatia per il comunismo.

Conobbi Fidel nel gennaio del 1959. Ma non capisco perché si attaccano le etichette alla gente. Nel 1957 scrivevo per il giornale El Espectador e feci un reportage sull’Unione Sovietica, Ungheria e Polonia prendendo le distanze da quei regimi. Non sono comunista, non conosco il marxismo e non ho mai letto niente in merito. Vivendo in America Latina ho capito però molte cose comprese le necessità della mia gente. L’amicizia con Fidel si è allargata anche verso il popolo cubano. L’amore io non riesco a spiegarlo, io di solito lo uso l’amore. A proposito di Fidel, ricordo che un giorno lo accompagnai in un viaggio in India. Doveva incontrarsi con il primo ministro Indira Gandhi. Rimasi in aereo ad aspettarlo, ma quando la Gandhi seppe che c’ero anch’io sali sull’aereo perché voleva conoscermi. Diventammo amici e le promisi che sarei tornato in India per visitarla assieme a lei. Poco tempo dopo venne assassinata e io non tornai mai più in India.

Mentre ci addentriamo nei vicoli stretti del centro storico una languida atmosfera ci stordisce e ci culla, e Gabo mi dice: “La vita non è quella che uno ha vissuto, ma quella che uno ricorda e come la ricorda per raccontarla. Sarebbe stata una bellissima chiacchierata, se io non fossi morto il 17 aprile 2014.

“Didone ed Enea (soli si muore)”, lirica di Claudio Arzani (ciclo dei grandi amori)

Mentre la flotta veleggia in alto mare, Enea vede i bagliori del rogo di Didone e, benché non sappia la causa di quel fuoco, è contristato da foschi presentimenti.

Brucian nel fuoco le tue vesti Didone,
regina ormai sola che piangi d’amore,
quell’uomo ha ripreso il suo viaggio per mare,
dell’ardente passione solo amari ricordi.
Veniva quell’uomo dalla città di Troia
data alle fiamme dal greco invasore,
in terra africana il vostro incontro
e tra le sue braccia hai perso ragione.
“Regina non pensi al tuo onore
solo al piacere e all’abbandono”,
così si mormora nelle strade del regno
ma come opporsi al fuoco dell’amore?
Maledetto il giorno, l’amante se n’è andato
al tuo risveglio nessuno nel letto,
i tuoi pianti Enea non ha ascoltato,
la nave ha ripreso e il suo viaggio per mare.
Brucian le vesti, brucian i ricordi,
ultimo sguardo oltre la linea del mare,
ultimo sospiro nel rosso del fuoco,
“Soli si muore senza il tuo amore”.
“Senza il tuo amore non è più vita”,
e nel cielo infinito te ne sei andata,
luce di stella che nella notte
indichi la rotta, sognando il ritorno.

Il suicidio di Didone, olio su tela

“Amici per paura”, romanzo di Ferruccio Parazzoli, Società Editrice Milanese

I nostri soldati combattevano. Vincevano. Perché i nostri soldati non potevano che vincere, lo ripeteva continuamente la radio. Contro gli altri. Gli inglesi, i francesi, i greci, gli albanesi, i neri. Vincevano insieme ai soldati tedeschi. Oppure soli ma vincevano sempre. Qualcuno moriva ma questo faceva parte del gioco. Perché i grandi talvolta muoiono. Qualcuno. Per poter vincere. Vincevano. In Africa, in Francia, in posti mai sentiti come l’Albania. Ma venne il tempo che il papà annunciò l’arrivo di tempi bui. C’era gente che stava andando in montagna. Gente che erano stati soldati ed ora non lo erano più. Gente tornata dalla Russia, dall’Africa, dalla Grecia e che ora andava su nelle montagne. C’erano aereoplani degli altri che sorvolavano Roma e un giorno qualcuno lasciò cadere al suolo le bombe e bisognava correre tutti al riparo nei rifugi. Qualcuno non faceva in tempo e moriva tra le macerie delle case che crollavano. Arrivarono i tedeschi ad occupare la città e i bombardamenti aumentarono ma anche senza bisognava stare attenti a girare con la bicicletta o ad andare alla ricerca di legna tra le rovine delle case. Specie di sera quando bisognava stare chiusi in casa oscurando le finestre in modo che nessuna luce potesse essere vista dall’esterno quando le sirene suonavano. E un giorno gli altri sbarcarono ad Anzio avanzando verso Roma, ma furono bloccati a Cassino e così, annunciò il papà, fu preferibile che la mamma e i figli sfollassero, raggiungessero amici e parenti nei paesi in campagna, dove gli aeroplani degli altri non arrivavano. Si pensava. Si credeva. Ci si illudeva. Ma ci si sbagliava. Venne il tempo che nessun luogo era più sicuro. La guerra era ovunque e non si capiva più chi erano i nostri e chi gli altri. C’erano quelli che erano stati soldati ed erano andati in montagna ma c’erano anche in città quelli che non erano mai stati soldati ma volevano combattere i tedeschi alleati dei nostri soldati. Ecco. Tempo di guerra visti con gli occhi di un ragazzino che con gli amici combatte la guerra con i soldatini. Tanto lo si sa, i soldati possono morire, possono morire gli adulti, cadono i soldatini. I bambini no, i bambini non possono morire, possono cadere ma subito si rialzano, per i bambini la guerra è solo un gioco. Un romanzo particolare, un punto di vista ‘altro’, da leggere d’un fiato per riflettere tanto più quando in Siria, in Libia, in Palestina, ovunque ancora oggi si combatte sono proprio i bambini e i ragazzi le prime vittime di chi si presenta armi in pugno.

Il 19 luglio 1943 avvenne il bombardamento di Roma da parte degli Americani. A farne le spese fu soprattutto il quartiere di San Lorenzo.

“L’innocenza”, “Preghiera a Dio”, “Le lettrici”, “Processione di anime”, “Il velo”, omaggio all’arte di Louis Welden Hawkins, pittore simbolista e preraffaellita

L’innocenza, oil on canvas by Louis Welden Hawkins

Louis Welden Hawkins (Stoccarda, 1849 – Parigi, 1910) è stato un pittore francese. Fu un artista simbolista, spesso vicino alla corrente preraffaellita. Figlio di un ufficiale della marina inglese e di una baronessa austriaca, trascorse tutta la sua vita d’artista in Francia e pertanto, nel 1895, ottenne la cittadinanza e la nazionalità francese.

Per non intraprendere la carriera militare a cui appariva inevitabilmente destinato, il giovane Louis ruppe i rapporti con la sua famiglia e si trasferì a Parigi nel 1873. Entrò quindi nell’Académie Julian dove compì i suoi studi e già nel 1881 espose i suoi lavori al “Salon des Artistes français” ottenendo un notevole successo e anche delle proposte di acquisto delle sue opere da parte dello Stato, che però rifiutò. Continuò ad esporre nel Salon per dieci anni.
Espose anche alla “Société des Beaux Arts” (1894-1908), al “Salon de la Rose Croix” (1894 e 1895) e alla galleria “Libre Esthétique” di Bruxelles.

Preghiera a Dio, oil on canvas by Louis Welden Hawkins

Nel frattempo Hawkins frequentò il gruppo dei Simbolisti della Rose-Croix, ed ebbe utili rapporti con gli scrittori che sposavano le idee del movimento simbolista: Jean Lorrain, Paul Adam, Laurent Tailhade, Robert de Montesquiou, Stéphane Mallarmé. Quest’ultimo lo accolse nel suo cenacolo di rue de Rome.

Le lettrici, oil on canvas by Louis Welden Hawkins

Ebbe anche relazioni con personalità del mondo sindacale e politico di orientamento socialista, come il deputato Camille Pelletan e la giornalista Caroline Rémy de Guebhard, al secolo Séverine, alla quale, in seguito, fece il ritratto. Fu anche influenzato dai preraffaelliti inglesi Dante Gabriel Rossetti e Edward Burne-Jones che conobbe personalmente.

Processione di anime, oil on canvas by Louis Welden Hawkins

Le sue figure femminili sono composte infatti nella piena tradizione dei pittori preraffaelliti, con la loro serietà sognante, e la sua pittura appare come l’estremo anelito ad una realtà fragile, fuori dal tempo, che chiede attenzione e che distilla la quintessenza delle cose. Divenne famoso, infatti, per i suoi ritratti femminili, sempre sognanti e di grande finezza.

Welden terminò la sua carriera e la sua vita in ristrettezze, trascorrendo i suoi ultimi anni a dipingere paesaggi in Bretagna.
Morì a Parigi all’età di 61 anni, ma fu commemorato solo un anno dopo la sua morte, al “Salon National”.

Il velo, oil on canvas by Louis Welden Hawkins

 

Il diavolo nel convento delle suore: la storia di suor Madeleine de Demandolx de la Palude

Incontro galante tra un monaco e una suora

Nei primi anni del 1600 una giovane suora orsolina di nome Madeleine de Demandolx de la Palud, che sembra fosse stata amante di  Padre Louis Gaufridi, un amico della sua famiglia, inviata in convento a Marsiglia prima e nella lontana Aix-en-provence poi proprio per allontanarla dal prete, a 19 anni cominciò ad avere attacchi, gridando oscenità, e affermando di essersi impegnata in osceni atti sessuali con demoni e streghe. Iil suo corpo era contorto e in un accesso di rabbia distrusse un crocifisso.

La pratica del convento comune all’epoca prescriveva un esorcismo per bandire i demoni di Madeleine. Non solo i primi tentativi furono vani, ma ulteriori tentativi portarono ad accuse nei confronti di padre Gaufridi, accusato di essere un adoratore del diavolo che l’aveva copulata da quando aveva 17 anni. Altre suore furono presto possedute dai demoni e alla fine dell’anno quel numero era salito a otto. Suor Louise Capeau era considerata la più afflitta; i suoi vaneggiamenti e le contorsioni fisiche erano più orribili di quelli di Madeleine.

Possessioni demoniache

Un esorcista fiammingo, padre Domptius, fu chiamato a continuare i tentativi di rimuovere i demoni dalle suore possedute. Durante questo periodo, la posseduta suor Louise Capeau insistette a voce alta sul fatto che Gaufridi avesse commesso ogni forma immaginabile di perversione sessuale. Nel 1611 Gaufridi fu portato davanti ad un tribunale di Aix.

Durante iI processo Madeleine e Louise hanno tenuto comportamenti che, per gli standard del XVII secolo, erano considerati evidenza di uno stato avanzato di possessione demoniaca. La condanna del prete, dopo confessioni ottenute con una serie di torture fisiche e mentali, era scontata. A nulla servirono le ritrattazioni in aula, per l’Inquisizione e per i cristiani la sentenza non poteva che essere la condanna a morte con il fuoco.

Opera di Heinrich Lossow

Il 30 aprile 1611 fu il giorno dell’esecuzione di Padre Gaufridi. Con la testa e i piedi nudi, una corda intorno al collo, Gaufridi ha chiesto ufficialmente il perdono di Dio. Al prete fu concessa la grazia dello strangolamento prima che il suo corpo fosse ridotto in cenere.

Suor Madeleine Demandolx de la Palud ha invece rinunciato a Dio e ai santi davanti alla chiesa, e immediatamente dopo l’esecuzione di Gaufridi è stata improvvisamente libera da ogni possesso. La sua compagna demoniaca, Suor Louise Capeau, invece fu posseduta fino alla sua morte. Entrambe le sorelle furono bandite dal convento, ma Madeleine rimase sotto la sorveglianza dell’Inquisizione. Fu accusata di stregoneria nel 1642 e di nuovo nel 1652. Durante il suo secondo processo, Madeleine fu nuovamente trovata con il marchio del Diavolo e fu condannata al carcere. In età avanzata, fu rilasciata sotto la custodia di un parente e morì nel 1670 all’età di 77 anni.

Danza delle streghe, olio su tela di Lando Landozzi

 

14 aprile 1958: rientra dallo spazio lo Sputnik 2 con a bordo Laika, “piccolo abbaiatore”

Primo essere vivente terrestre ad entrare nello spazio il 3 novembre 1957, ha viaggiato per centosessantadue giorni ma in realtà era morta dopo appena 5 ore dal lancio (forse per arresto cardiaco, forse per problemi tecnici nell’impianto di riscaldamento) tanto da rendere quasi inutile da punto di vista scientifico la missione (studiare appunto gli effetti della permanenza nello spazio di un essere vivente).

Il suo vero nome era Kudrjavka, “ricciolina”. Il nome con cui è nota in Occidente deriva da un fraintendimento tra un giornalista occidentale e una responsabile della missione. Il giornalista chiese quale fosse il nome del cane, ma l’intervistata capí che la domanda si riferisse alla razza, e rispose “Laika”. I laika sono cani siberiani simili agli husky, e fu scelta questa razza perché molto resistente alle condizioni estreme, specialmente alle basse temperature. 

Il satellite come si diceva rientrò in atmosfera 5 mesi più tardi, il 14 aprile 1958, dopo aver compiuto 2.570 giri intorno alla Terra. Il satellite andò completamente distrutto durante il rientro poiché privo di schermo tecnico di protezione.

Perché un essere vivente lanciato nello spazio tornasse sano e salvo bisognava aspettare il 20 agosto 1960 quando le cagne Belka e Strelka rientrarono a terra da una missione spaziale a bordo del satellite Sputnik 5.

Le più belle storie d’amore: Cyrano de Bergerac e Rossana (opera di Edmond Rostand)

Cyrano de Bergerac è un fenomenale spadaccino, uno spirito libero ed un poeta, ma porta nel bel mezzo della faccia un naso che lo “precede di un quarto d’ora ovunque vada” e gli impedisce “persino il sogno di essere amato da una donna brutta“. E’ innamorato, senza osare dirglielo, di Rossana, una ragazza di buona famiglia che ama l’intelligenza, lo spirito applicato alle schermaglie d’amore, i bei concetti e i versi. Rossana è insidiata dal Conte de Guiche che tenta in tutti i modi di convincerla a concedergli le sue grazie, ma è invece innamorata a sua volta del Barone Cristiano di Neuveillette bellissimo ma irrimediabilmente privo della raffinatezza che gli è indispensabile per conquistare la dama. Rossana convince Cyrano a diventare amico di Cristiano, anche se è l’ultima cosa che il nasuto spadaccino vorrebbe fare ma dopo una prima scaramuccia, Cyrano propone un patto: insieme, uno la bellezza, l’altro il genio, potranno conquistare Rossana.
L’affetto per la ragazza induce lo spadacino a dettare all’amico rivale le parole e le lettere che gli permettono di conquistare completamente il cuore di lei. Una sera, grazie ai versi teneri e vivaci che l’amico, nascosto al buio, fra gli alberi, gli suggerisce le parole che permettono a Cristiano di strappare finalmente un bacio alla ragazza:
Ma poi che cosa è un bacio? Un giuramento fatto
un poco più da presso, un più preciso patto,
una confessione che sigillar si vuole,
un apostrofo roseo messo tra le parole
t’amo; un segreto detto sulla bocca, un istante
d’infinito che ha il fruscio di un’ape tra le piante,
una comunione che ha gusto di fiore,
un mezzo per potersi respirare un po’ il cuore
e assaporarsi l’anima a fior di labbra!
 
Cyrano, rischiando a più riprese di tradirsi, convince Rossana che Cristiano è l’amore della sua vita, inducendola a sposare immediatamente il bel barone. Ma quella stessa sera il Conte de Guiche, per vendicarsi, spedisce entrambi al fronte, all’assedio di Arras.
Le lettere appassionate scritte da Cyrano per conto di Cristiano, ripagano Rossana dell’assenza del marito e redono il suo amore più profondo e spirituale; ora lei ama Cristiano  per la sua anima cioè ama Cyrano. Spinta dalla forza dei sentimenti che percepisce nei messaggi ricevuti, raggiunge il campo di Arras, ma proprio quel giorno Cristiano, che ha ormai capito che la donna è innamorata inconsapevolmente di Cyrano ed è deciso a confidarle la verità  viene colpito a morte. All’amico moribondo Cyrano sussurra che è il prescelto, e cerca a sua volta la morte nella battaglia finale mentre Rossana si dispera sull’ultima lettera macchiata del sangue di Cristiano e delle lacrime di Cyrano. Quest’ultimo, per rispetto verso l’amico mantiene il segreto e Rossana si ritira in convento. Per quindici anni Cyrano va a farle visita ogni sabato pomeriggio, portandole le notizie del mondo. Ma un sabato di settembre cade in un agguato in cui lo feriscono mortalmente; colto dal delirio dichiara involontariamente il suo lungo e inappagato amore a Rossana che, disperata, comprende di avere trovato e perduto l’uomo che amava che fra le sue braccia muore:
“L’anima mia mai non vi lasciò un secondo, colui che sopra tutti vi amò senza misura..”