About arzyncampo

14 febbraio 1954, bassa pianura emiliana, Fiorenzuola d'Arda, quell'era le debut. Oggi vivo e lavoro a Piacenza. Giornalista pubblicista, il destino ha voluto mi impegnassi in tuttaltro campo, al servizio dei cittadini nella sanità pubblica. Tuttavia scrivere, per me, é vitale, divertente, essenziale, un mezzo per esprimere la mia presenza nel mondo e dir la mia. Così dal giornalismo sono passato, per passione e non per lavoro, alla poesia, alla narrativa, ai resoconti, agli appunti ovunque e su tutto, fino alla scoperta del blog. Basta scrivere, appunto, per dire di aver qualcosa da dire alla gente di questo nostro mondo. Fin quando avrò una penna, ci sarò.

“Quella maledetta voglia d’averti…”, lirica di Catherine Calcagni La Rose, poeta in Roma

Opera di Marina Marina Igorevna

Non so…

se stare sveglia per guardarti…
od addormentarmi
con la speranza di non sognarti…
per non svegliarmi
di nuovo..

ed ancora..
con il tuo sapore…
dell’attesa…
della impaziente voglia di averti…

Nel mio sogno vengo a prenderti,
attendo pazientemente che ti prepari
per puoi portarti via…
in luoghi discreti…
e sfiorarti le labbra mentre ti guardo gli occhi…

Non so…
se correre per raggiungerti
od aspettare
con la speranza di non incontrarti
per non immaginarti
di nuovo
e ancora con il tuo sguardo nel mio
nell’attesa
nella voglia di toccarti…

Nella mia corsa vengo a sedurti
nell’adagio… riposare le tue mani
per tenerti a me
in angoli di via…
e farti morire mentre mi guardi…

Opera di Slava Korolenkov

I castelli di Alberto Pasini a Mamiano di Traversetolo (PR), in mostra fino al 1° luglio

Castello di Gropparello nel piacentino, litografia di Alberto Pasini

Gradevolissima sorpresa a Mamiano di Traversetolo, visitando la mostra “Pasini e l’Oriente (luci e colori di terre lontane)”: la prima sala propone una serie di litografie che rappresentano castelli del piacentino, del parmense, della lunigiana.

Castello di Rivalta (presso Rivergaro, nel piacentino), litografia di Alberto Pasini

All’età di due anni l’artista, nato a Busseto, perse il padre Giuseppe, e la madre Adelaide Crotti Balestra lo portò a Parma, nella casa dello zio Antonio Pasini, pittore e collaboratore di Giovanni Bodoni. A 17 anni si iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Parma, scegliendo la sezione paesaggio. Fu poi indirizzato alla litografia dal direttore dell’accademia, l’incisore Paolo Toschi. Tra i suoi primi lavori una serie di trenta litografie sui castelli del ducato di Parma e Piacenza (1850-51) che appunto possiamo ammirare fino al 1° luglio alla mostra dedicata al pittore proposta nella villa Magnani.

Castello di Momeliano nel piacentino, litografia di Alberto Pasini

Alberto prese parte alla prima guerra d’indipendenza come milite della colonna di Modena e questo lo costrinse a rifugiarsi nel 1851 a Parigi, dove fu indirizzato dal Toschi allo studio di Henriquel Dupont, che lo presentò al celebre acquarellista e incisore Eugène Cicéri. Nel 1854 passò nello studio di Théodore Chassériau, che valorizzò in lui la propensione per la pittura ad olio e lo iniziò all’orientalismo. Ma, di questo, parleremo in un post a seguire limitandoci per ora ai castelli e in particolare a quelli piacentini.

Castello di Mulazzo e torre di Dante (in Lunigiana), litografia di Alberto Pasini

 

20 giugno: Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato

Il 20 giugno è una data importante perché si celebra in tutto il mondo la Giornata del rifugiato. L’appuntamento, fortemente voluto dall’Assemblea Generale dell’Onu nel 1951, nasce con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica su una condizione – spesso oggetto di campagne diffamatorie e strumentali – che oggi coinvolge ben 70 milioni di rifugiati e richiedenti asilo nel mondo.

Una persona ogni 110 costretta alla fuga. Nel numero totale sono inclusi 25,4 milioni di rifugiati che hanno lasciato il proprio Paese a causa di guerre e persecuzioni: 2,9 milioni in più rispetto al 2016 e l’aumento maggiore registrato in un solo anno. I richiedenti asilo che al 31 dicembre 2017 erano in attesa di una decisione in merito alla di protezione sono aumentati da circa 300.000 a 3,1 milioni. Le persone sfollate all’interno del proprio Paese rappresentano 40 milioni del totale.

In breve, il numero di persone costrette alla fuga nel mondo è quasi pari al numero di abitanti della Thailandia. Considerando tutte le nazioni nel mondo, una persona ogni 110 è costretta alla fuga. L’85% dei rifugiati risiede in Paesi in via di sviluppo, molti poverissimi e incapaci di offrire un sostegno adeguato. Quattro su cinque rimangono in Paesi limitrofi ai loro.
Perché è una giornata importante. La Giornata mondiale del rifugiato serve a ricordare a tutti noi, che una casa e una nazione l’abbiamo e che consideriamo questi diritti scontati e inviolabili, che non applicare le norme sul diritto d’asilo significa delegittimare la legislazione internazionale e, nel nostro Paese, disattendere un principio sancito dalla Costituzione.

In Europa questa mancata applicazione è alla base della politica dei cosiddetti paesi di Visegrad, che prevedono un blocco dei flussi dei richiedenti asilo, negando quindi il diritto riconosciuto e sancito a ogni persona dalla convenzione di Ginevra a chiedere protezione internazionale nei casi previsti dalla legge.

Liu Xiadong, Refugees 4, 2015 Olio su tela

Quando Ade rapì la bella Persefone che mangiò sei semi di melograno

Parsefone, olio su tela di Pamela Jica Mezea

Persefone era figlia di Demetra e Zeus. Venne rapita dallo zio Ade, dio dell’oltretomba, che la portò negli inferi per sposarla ancora fanciulla contro la sua volontà. Una volta negli inferi le venne offerta della frutta, ed ella mangiò solo sei semi di melograno. Persefone ignorava però che chi mangia i frutti degli inferi è costretto a rimanervi per l’eternità.

La madre Demetra, dea della fertilità e dell’agricoltura, che prima di questo episodio procurava agli uomini interi anni di bel tempo e di raccolti, reagì disperata al rapimento, impedendo la crescita delle messi, scatenando un inverno duro che sembrava non avere mai fine. Con l’intervento di Zeus si arrivò a un accordo, per cui, visto che Persefone non aveva mangiato un frutto intero, sarebbe rimasta nell’oltretomba solo per un numero di mesi equivalente al numero di semi da lei mangiati, potendo così trascorrere con la madre il resto dell’anno. Così Persefone avrebbe trascorso sei mesi con il marito negli inferi e sei mesi con la madre sulla terra. Demetra allora accoglieva con gioia il periodico ritorno di Persefone sulla Terra, facendo rifiorire la natura in primavera e in estate.

Il ritorno di Persefone, olio su tela di Frederic Leighton

 

 

 

“Perché continuare a leggere, a scrivere e ad essere originale”, intervento di Carmelo Sciascia

Il peccato originale è per antonomasia quello di Adamo ed Eva o meglio quello in cui, alla prima tentazione cadde Eva tentata dal Serpente, per solidarietà condivisa con Adamo, inevitabilmente, essendo l’unica compagnia presente nell’Eden. “E la donna vide che il frutto dell’albero era buono a mangiarsi, ch’era bello a vedere, e che l’albero era desiderabile per diventare intelligente; prese del frutto, ne mangiò, e ne dette anche al suo marito ch’era con lei, ed egli ne mangiò” (La Sacra Bibbia – Genesi).

L’originalità di Eva consiste nell’essere stata la prima donna a concretizzare un atto istintivo, è infatti istintivo il cercare di realizzare un desiderio, primo scalino necessario all’intelligenza, per potere acquisire conoscenza. È originale quindi chiunque compia per primo un atto, anche per pura curiosità istintuale e lo testimonia con l’azione o in qualsiasi altro modo. Come ci suggerisce Sant’Agostino i libri della Bibbia sono stati scritti affinché l’uomo potesse capire l’amore di Dio. Noi lo prendiamo in parola e cercheremo di capire la realtà che ci circonda. Capire la realtà attraverso la scrittura ed il concetto di originalità.  Può dirsi originale qualsiasi atto creativo, come opera letteraria? E l’autore esserne considerato originale?  Andiamo con ordine. In linea di massima possiamo dire che il primo pensatore ad avere una nuova idea o l’intuizione di una nuova storia e la testimonia con la scrittura è un autore originale. L’originalità consiste quindi nel condurci attraverso un’opera, come Eva per mezzo del gesto e dell’azione, verso la conoscenza, verso qualcosa di nuovo.

Adamo ed Eva, olio su tela di Jacopo Tintoretto

L’altro giorno riassettando dei libri sparsi nella mia biblioteca, mi sono imbattuto in un libro che, stante l’affermazione precedente, originale non lo era affatto: Charles & Mary Lamb – Racconti da Shakespeare -.

Questo libro, scritto nel 1807 venne pubblicato presso la Children’s Library, la libreria dei ragazzi, appunto perché rende in forma semplice e comprensibile, in forma appunto di racconti indirizzati ai ragazzi, le opere di William Shakespeare, opere che in originale, al lettore sprovveduto e di primo acchito, possono sembrare astruse. Qualcosa si potrebbe dire anche sulla vera identità del Bardo, perché col passare degli anni e degli studi, sembra plausibile la storia che non fosse inglese ma siciliano, tal Michel Agnolo (o Michelangelo) Florio Crollalanza da Messina. (Il cognome risulterebbe composto e tradotto in questo modo: scrolla = shake, lanza/lancia=speare», si consiglia a proposito l’opera di Camilleri e Di Pasquale: “Troppu trafficu ppi nenti”).  Non c’è nulla di più meravigliosamente siciliano che il poter complicare una vicenda fino a renderla surreale!

Torniamo al nostro libro e diciamo subito che l’opera dei fratelli Lamb, i Racconti da Shakespeare, potrebbe essere, secondo i principi espressi nell’introduzione, considerata non originale, visto che ripropone anche se con parole proprie, storie già scritte. Ma sappiamo d’altronde molto bene che rielaborare in forma narrativa un’opera, in realtà vuol dire riscrivere l’opera stessa. Questo vale per la scrittura come per qualsiasi altra realizzazione artistica, basti pensare alle cinquantotto reinterpretazioni de Las Meninas di Velasquez realizzate da Picasso. Cioè prendendo a pretesto un’opera del seicento che rappresenta la famiglia reale, Pablo Picasso ci regala (ha realmente regalato le opere al Museo di Barcellona!) cinquantotto quadri, uno diverso dall’altro, che nulla hanno a che vedere con la pittura barocca del Velasquez, sono opere modernissime che rappresentano la più fresca e radicale avanguardia del novecento. Così La scrittura dei fratelli Lamb. La fedeltà al testo originale non impedisce ai nostri autori di compiere una miracolosa trasformazione, ci regalano attraverso la semplicità della scrittura un’opera nuova, più vicina allo spirito del loro tempo (ed al nostro), di facile comprensione, più moderna.

Las Meninas, Velasquez

Più di qualsiasi critica letteraria, I Racconti di Charles & Mary Lamb sono stati lo strumento indiscusso per la divulgazione, la diffusione e la critica del dramma shakespeariano. Con le dovute differenze, ho cercato e continuo a fare proprio questo, suggerire la lettura di quei libri, che ho ritenuto personalmente interessanti, sperando potessero esserlo anche per altri.

Oggi il mondo dell’immagine ha tolto spazio alla lettura, per cui l’ambito d’influenza credo sia abbastanza ristretto, può darsi sia meno dei venticinque lettori di manzoniana memoria.

L’ originalità consiste nello scrivere di saggistica, reinterpretando le opere e nello stesso tempo rimanere fedele alle concezioni degli autori, contribuendo così a fare conoscere scrittori e testi che sarebbero probabilmente rimasti meno noti, con la consapevolezza che aver comunque conquistato un lettore in più, sia stato già un successo.

Un vecchio film del 1951 “Domani è un altro giorno” di Lèonide Moguy termina con la scritta: “Se questo film avrà salvato la vita anche ad una sola persona, il fine dell’autore sarà raggiunto”. La lettura delle mie note non credo possa salvare delle vite! Ma se avrà costretto almeno un lettore ad una severa riflessione sulla realtà circostante, il fine sarà stato raggiunto.

Noi viviamo in una epoca senza chiavi di lettura, quelle che avevamo si sono arrugginite, di nuove è meglio non prenderne in considerazioni. La mancanza di quadri certi di riferimento, ci fa vivere nell’incertezza. L’incertezza genera insicurezza, l’insicurezza la paura e la paura non fa ragionare, isola, emargina.

 Allora, torniamo ad essere originali, come Eva o come i fratelli Lamb o come Picasso, poco importa, riscriviamo favole, storie, credenze da usare come strumento per interpetrare questo terzo millennio che ci trova, come gli uomini di ogni precedente millennio, nudi, impauriti ed impreparati!

 

Quando Robin si presentò al Crazy Horse, il sezy shop di Piacenza, annunciando che Edoardo si sposa

Quando ti dicono che Robin, l’amico di Batman, è stato immortalato sulla pagina facebook del “Crazy Horse”, il famoso sexy shop piacentino e tu non ci credi, vai a vedere ed eccolo lì, insieme all’amico Pietro, al fratello Fabrizio, all’amico Luca. Con in mano il film porno con protagonisti i super eroi, un video che non avrei mai pensato di vedere nelle mani del mio bambino, gentilmente regalato dalla signora del negozio. L’addio al celibato, orchestrato dal malefico fratello e dagli ancor più malefici amici di Edoardo, portato in fumetteria alla Soffitta di via Dante, in piazza Cavalli per far disegni (sempre di supereroi) ai bambini e ai ragazzini, infine appunto al Crazy Horse per motivi che, da padre, preferisco ignorare. Che dire? Non ci son più i tranquilli addii al celibato di una volta ma tant’è: anche Edoardo si sposa! Unico dubbio: ma da quando Robin, s’è fatto crescere la barba? Un mysterioso messaggio per Batman?

 

Quando la collega amica Graziana Orlandi, oggi in pensione, mi fregò il posto

Castelnuovo Fogliani, agriturismo ‘La Rondanina’, Graziana legge il classico biglietto con gli auguri e le firme dei colleghi e delle colleghe

Era il 1990, da qualche mese avevo lasciato Piacenza per un incarico dirigenziale all’Asl 15 di Mirandola (Mo). Una telefonata mi avvertì che avevo ottenuto la docenza in ‘Legislazione sociale’ alla Scuola per Infermieri a Fiorenzuola d’Arda (Pc) ovvero la mia città natale. Un’esperienza che si rivelò importante grazie ad un rapporto eccellente con le “ragazze”, una trentina di allieve.

L’apertura del pacco misterioso

Un rapporto non sempre lineare: un giorno, viste le intemperanze della classe, con tutte che parlavano tra loro disinteressate alla lezione, semplicemente, stanco di urlare, me ne sono uscito annotando sul registro l’impossibilità di governare la classe. Come ho poi saputo intervenne la direttrice castigando le ragazze che, nelle successive lezioni sembravano mute come e più dei pesci.

L’apertura del pacco col regalo di saluto sarà una sorpresa per quasi tutti: responsabili della scelta Carla (prima a sinistra) e Lidia (terza, dopo Filippo)

Solo quando rivelai la mia gioia perché finalmente mi avevano “regalato la lavastoviglie“, sgranarono gli occhi e a bocca aperta chiesero “ma come, lei lava i piatti?“. Già erano ancora tempi che i piatti di casa erano riservati di precetto alle mogli mentre i babbi affrontavano la poltrona del salotto per leggere il quotidiano o guardare la tv. Da quel momento diventai un loro eroe.

Poffarbacco, una (preziosa) collana di pietre colorate!

Insomma, comunque un bel rapporto, una bella esperienza. Come ho scritto lavoravo all’Asl di Mirandola e dormivo in una bettola a pochi chilometri dal paese, bagno in comune, un maledetto gallo in piena forma (specie canora), talvolta in compagnia di qualche cimice che veniva dalla campagna. Mi ero comprato una Fiat 126 usata così arrivavo in ufficio di prima mattina, alle 7.30 circa.

A MariaRina (pensionata da settembre 2016) il delicato compito di aprire il fermaglio della collana senza romperla ancor prima dell’indossarla

Alle 13.00 di quei mesi se ben ricordo tra febbraio e maggio lasciavo l’ufficio, andavo a 120 all’ora per percorre i 30 chilometri necessari per raggiungere la stazione di Modena. Alle 13.35 ero sul treno, alle 14.30 entravo in aula, a Fiorenzuola, trafelato, un pò sudato per la corsa dalla ferrovia alla sede della scuola, ma soddisfatto. La docenza durava 3 ore. Di nuovo di corsa fino alla stazione del paesello natio, alle 20.00 circa ero a casa, da Dalila e dai due figli allora piccoli. Il giorno dopo sveglia alle 4.30, treno poco dopo le 5.00, la 126 mi aspettava in stazione a Modena, se non alle 7.30, alle 8.00 ero in ufficio.

L’investitura

Una bella tirata, ma ci credevo, l’insegnamento era tra le mie corde, decisamente molto più del lavoro d’ufficio ordinario: avevo scelto, in cambio di una posizione dirigenziale, di abbandonare le illusioni di fare giornalismo ed ero partito alla volta di Mirandola per un pendolarismo non certo leggero. Partenza alle 5.00 del lunedì, ritorno al sabato. Con l’eccezione appunto del giorno settimanale di docenza a Fiorenzuola.

Immobile!

Non sapevo che, dopo l’estate, la mia vita sarebbe cambiata di nuovo. A fine dicembre di quel 1990 avevo salutato Mirandola per entare nel nuovo ufficio all’Asl 1, a Castel San Giovanni. Decisione condizionata dal fatto che questo avrebbe favorito la continuità della docenza alla sezione di Fiorenzuola della scuola a partire da febbraio 1991.

Cristina e Lidia al ‘controllo qualità’. Graziana non sta nella pelle.

Invece sorpresa: non arrivavano avvisi di conferma dell’incarico così, preoccupato, telefonai alla segreteria di direzione della scuola. Amara sorpresa: nessun rinnovo, un’infermiera di segreteria mi informò che “si è resa disponibile una dottoressa, laureata in legge, molto brava“. Quindi io ero uno scarto? “Ma no, solo che lei lavora all’Asl di Fiorenzuola“. Lei si chiamava dottoressa Graziana Orlandi.

Fausto (pensionato 2017), Adriana (pensionata 2013) con alle spalle Loredana e Luca. Ma che fa Lidia? Lidia, che ha preso il posto di Graziana, riassetta la panca dove Graziana si siederà

Il nostro primo ‘contatto’. In realtà ci saremmo poi incontrati di persona e conosciuti circa sette anni dopo quando l’Asl di Piacenza (che aveva inglobato sia l’Asl di Castel San Giovanni che l’Asl di Fiorenzuola) e da lì sarebbe iniziata la nostra collaborazione. Fino ad oggi, fino al suo ‘collocamento a riposo’.

L’intera compagnia: una festa sul prato, panini vino e un sacco di risate e luminosi sguardi di ragazze innamorate. Buon tempo a te, Graziana

Una precisazione per completezza di ricordo: persa la docenza a Fiorenzuola all’ultimo minuto ho avuto un incarico alla sezione della scuola di Castel San Giovanni, incarico che poi avrei perso nel 1992 per essere infine nominato per l’insegnamento alla scuola di Piacenza dove sarei poi rimasto fino al 2012, prima di ‘appendere la toga al chiodo‘ (la toga poichè la scuola dopo essere diventata diploma di laurea si sarebbe ulteriormente trasformata in corso di laurea). Insomma, alla fin fine non posso far altro che ringraziare Graziana per quello che il tempo rivelò un favore mentre, per quanto al futuro, “buon tempo e mille crociere per te, cara collega e amica“.

Furono tre colonne della Direzione Amministrativa di Rete Ospedaliera, uno solo rimane, prigioniero di JenaFornero

 

 

“Razzismo cibo per tutti”, parola di Giorgio Almirante, fascista del quale il Movimento 5 Stelle capitolino voleva celebrare la memoria

Il giornale nel quale Giorgio Almirante era segretari0o di redazione

Con i voti di M5s e Fratelli d’Italia, l’assemblea capitolina ha dato il via libera per una via o piazza a Roma dedicata a Giorgio Almirante, storico segretario del Movimento Sociale Italiano. “Il razzismo ha da essere cibo di tutti“, scriveva il fascista Giorgio Almirante nel 1942. Un fatto decisamente grave che gli esponenti del Movimento 5 Stelle (tranne due astenuti e una consigliera che ha espresso voto contrario) si siano uniti alla destra di Fratelli d’Italia per permettere che Roma abbia una strada dedicata ad un razzista, come fu Giorgio Almirante. Il passo che si riporta è uno dei più contestati al leader di destra. È tratto da la Difesa della razza, periodico fondato e diretto dal 1938 – anno in cui vennero promulgate le leggi razziali fasciste – da Telesio Interlandi, nel quale Almirante scriveva e lavorava come segretario di redazione.

RAZZISMO CIBO PER TUTTI. “Il razzismo ha da essere cibo di tutti e per tutti, se veramente vogliamo che in Italia ci sia, e sia viva in tutti, la coscienza della razza. Il razzismo nostro deve essere quello del sangue, che scorre nelle mie vene, che io sento rifluire in me, e posso vedere, analizzare e confrontare col sangue degli altri. Il razzismo nostro deve essere quello della carne e dei muscoli; e dello spirito, sì, ma in quanto alberga in questi determinati corpi, i quali vivono in questo determinato Paese; non di uno spirito vagolante tra le ombre incerte d’una tradizione molteplice o di un universalismo fittizio e ingannatore. Altrimenti finiremo per fare il gioco dei meticci e degli ebrei; degli ebrei che, come hanno potuto in troppi casi cambiar nome e confondersi con noi, così potranno, ancor più facilmente e senza neppure il bisogno di pratiche dispendiose e laboriose, fingere un mutamento di spirito e dirsi più italiani di noi, e simulare di esserlo, e riuscire a passare per tali. Non c’è che un attestato col quale si possa imporre l’altolà al meticciato e all’ebraismo: l’attestato del sangue”.

Fortunatamente la notte ha portato buon consiglio alla Sindaca Raggi (‘grillina’ pure lei) che, dopo aver dichiarato di non saper nulla della discussione in Assemblea, aver comunque affermato che le decisioni dell’Assemblea comunale sono sovrane ed aver quindi avallato l’ipotesi, passata la notte ha annunciato che nessuna via o piazza sarà dedicata ad Almirante, già segretario del Movimento Sociale Italiano. Che abbia ricevuto un’illuminazione sulla via del Campidoglio?

“La notte … delle stelle”, lirica di Francesco Montella, poeta in Napoli

Io vorrei superata ogni esitazione, olio su tela di Angela Stella

Brilla più dell’altre,
immobile a mostrarsi
se la ride di questa notte
di luna indifferente.
Unica e quasi sola
beffa pure il tempo
che forse è morta
ma appare in vita!
E’ la notte delle stelle
di chi le ha …
e di chi l’ammira
col sorriso e un vecchio sogno.