“A cosa servono i viaggi?”, riflessione semiseria di Carmelo Sciascia da Stoccolma

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Seconda riflessione semiseria su un viaggio a Stoccolma (la prima riguardava il termine Fika, clicca qui per leggere)
A cosa servono i viaggi? Mi chiese a bruciapelo Paolo, un amico che amava ed ama viaggiare, appena tornati da Stoccolma. A parte qualsiasi distinzione tra l’essere un viaggiatore o un semplice turista (disputa nella quale non mi avventuro), a lui piace muoversi, visitare delle città, un modo come un altro per riempire il suo tempo (questo nostro tempo). Prima della rivoluzione operata dalla fisica teorica del novecento, lo spazio ed il tempo erano considerati delle variabili separate per lo studio dei tanti fenomeni naturali.
Non solo in fisica ma in ogni campo, netta era la loro separazione: da una parte il tempo, dall’altra lo spazio. Semplicemente ogni viaggiatore compiva uno spostamento tra due luoghi geografici in un determinato lasso di tempo.
Oggi che le due entità sono unite in un’unica variabile c’è, a completamento della tridimensionalità delle grandezze geometriche l’unicità dello spazio-tempo.
Ecco allora la posizione comune a molti viaggiatori oggi, che viaggiano non per effettuare uno spostamento in un determinato tempo, ma per riempire il “tempo” che è dato loro vivere. Contemporaneamente il viaggio diventa un unicum spazio-temporale: il tempo (il trascorrere della nostra esistenza) viene consumato dallo spazio (i luoghi geografici che visitiamo) e viceversa. E vista l’offerta allettante di certe compagnie aeree perché non farlo in continuazione?
Questa potrebbe essere la risposta che avrei dovuto dare al mio amico e che non ho dato. Credo comunque che il viaggio non sia solo uno spostamento fisico, spesso è costringerci a riflettere sulle cose che accadono o sono accadute intorno a noi, nel luogo dove viviamo abitualmente.
Visitare il museo Vasa a Stoccolma mi ha fatto riflettere sulla sua storia (e sulla nostra!). Vicende che sono tra loro lontane geograficamente e storicamente diventano fatti vicini e contemporanei.
Il viadotto “Scorciavacche” sulla Statale121 Palermo-Agrigento, inaugurato la vigilia di Natale del dicembre 2014 crolla i primi di gennaio dell’anno successivo, dopo solo dieci giorni.
Siamo invece nell’estate del 1626, precisamente il giorno dieci agosto, quando il galeone svedese Vasa affonda dopo poche miglia, nello stesso specchio d’acqua da dove era partita.
Oggi, la nave è stata recuperata ed intorno è stato costruito un bel museo, il museo Vasa nell’isola di Djurgarden, una delle quattordici isole che compongono la Venezia del Nord (con buona pace di Amsterdam e di un ben po’ di altre città).
Oggi del viadotto “Scorciavacche” non credo ci sia un museo, né si farà, così come tutte le indagini sulle responsabilità del crollo non approderanno a nulla, anche se il Presidente del Consiglio Renzi aveva testualmente affermato: “Ho chiesto a ANAS il nome del responsabile: è finito il tempo degli errori che non hanno mai un padre. Pagheranno tutto”.
Sì, finirà come al tempo di Gustavo di Svezia, sentito un notabile sulle cause dell’affondamento della nave questi ebbe a dire: “Solo Dio … ed il re, possono conoscere le cause” e la commissione chiuse il caso senza individuare alcun colpevole. Oggi si potrebbe dire che solo Dio può saperlo, visto che il politico di turno che ha reso possibile l’appalto e l’impresario che se lo è aggiudicato ne escono sempre candidamente puliti. Credo sia successo e succede così per le tante “disavventure” dei lavori pubblici nel nostro Paese. Quest’anno, il trenta aprile un ponte nel cuneese crolla su una macchina dei carabinieri, sbriciolandola.
Immagine che ha riportato alla memoria, a noi piacentini, il ponte crollato sul Po. Era l’aprile del 2009. Nel gennaio del 2015 il tribunale di Lodi ha assolto gli imputati (dirigenti della società concessionaria) “perché il fatto non sussiste”. Nel frattempo tanti altri manufatti sono continuati e continuano a crollare in tutta la nostra splendida penisola!
Un evento si collega a tanti altri episodi, basta iniziare e la memoria (quando c’è) fa il resto. I fatti si susseguono come grani di rosario, basta aver voglia di pregare! La visita al Museo Vasa di Stoccolma mi ha sollecitato ancestrali ricordi, come l’analogia tra le sculture lignee che adornavano la fiancata e la prua della nave e le sculture lignee dei carretti siciliani.
Narrano, le sculture lignee poste ai fianchi e sulla prua della nave, della casa reale svedese e della sua missione nell’ambito della guerra di religione che impegnava l’Europa tutta in quel periodo.
Rappresentazione allegorica e didattica, ma soprattutto una rappresentazione teatrale che incutesse paura ai nemici e coraggio agli alleati. Un po’ come le sculture lignee che adornavano i caratteristici carretti siciliani. Episodi che richiamavano motivi religiosi (San Giorgio che uccide il drago), motivi tratti dalle gesta del Ciclo Carolingio, per giungere all’Epopea Garibaldina o ad episodi popolari quale la Cavalleria Rusticana.
Qui non servono più le parole per descriverne le corrispondenze artistiche plastico-cromatiche, basta un semplice confronto fotografico a soddisfare qualsiasi curiosità: l’espressionismo delle forme e la vivacità dei colori sono lapalissiani.
Ecco, tutte queste cose avrei dovuto dire all’amico Paolo, sul viaggio appena concluso, più che aggrapparmi alla fisica teorica del novecento. Ma sarebbe stato ed è un discorso lungo. Un discorso che potrebbe continuare ancora adesso, con altre analogie, con altri riferimenti . Stante comunque il discorso appena accennato, si può chiosare con un dubbio:
Il tramonto dell’occidente, in particolare dell’Europa, può darsi sia iniziato, checché ne abbia scritto Spengler, dall’inabissarsi di quel galeone nel 1626? Così come la decadenza dell’Italia, possa essere dipesa dalla stretta analogia delle sculture lignee del Vasa con la scultura artigianale e popolare dei carretti siciliani?
Carmelo Sciascia

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